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IL CASTELLO SOPRA STOLVIZZA IN VAL RESIA

Tra romani e slavi alpini – Piccolo contributo alla storiografia locale attraverso i dati emersi dai
recenti scavi archeologici del sito ta-na Rado

Fra le testimonianze perdute della storia tardo-antica e medievale di Resia, ma anche la meno
conosciuta perchè non ne restano che poche vestigia, vi sono sicuramente i due casseri (o rocche) che
le fonti orali e scritte (soprattutto documentazione d’archivio del XVI secolo d.C. e del XVII d.C.)
attestano essere esistiti in prossimità agli attuali paesi di San Giorgio e Stolvizza. Una di queste fonti,
ovvero la relazione riguardante tutto il territorio dell’abbazia di Moggio compilata da Jacopo
Valvasone di Maniago (1500-?) per l’allora cardinale Carlo Borromeo (1539-1584) che fu abate
commendatario dell’abbazia di Moggio dal 1561 al 1566 e conservata presso l’Archivio Storico
Diocesano di Udine, attesta che, ancora nel 1565 d.C., vicino ai paesi di Stolvizza e San Giorgio si
potevano vedere “i vestigi di due gironi”. Già solo questi due termini, vestigia e girone, descrivono
la consistenza e le caratteristiche dei luoghi in questione. Vestigia significa “rovine”, quindi vuol dire
che nel XVI secolo d.C. questi siti non avevano più la loro funzione. Con la parola “girone” si intende
una tipologia di fortificazione presente spesso nell’arco alpino, cioè fortificazioni d’altura composte
da un cerchio di mura in cima ad un cucuzzolo e con tutti gli edifici all’interno. (Fig. 1) Un altro
interessante aspetto dei siti, evidenziati nella stessa documentazione che è corredata da una carta
topografica disegnata nello stesso anno da Antonio Manin governatore della stessa abbazia, è la
posizione strategica della Val Resia o ancor meglio dei suoi punti di accesso tra i quali quelli che la
collegano alla Valle dell’Isonzo. In effetti il documento del XVI secolo descrive la vallata come via
di comunicazione, non solo pedonale ma anche con cavalli, tra le principali arterie stradali dell’epoca
collocate lungo la valle dell’Isonzo ed il Canal del Ferro. (Fig. 2) Infatti la Val Resia, solcata
dall’omonimo torrente tributario del Fella, occupa la parte meridionale del comprensorio orientale
del bacino idrografico del Fella, e si estende fino al confine con la Slovenia, dalla quale è separata
dallo spartiacque segnato dal monte Canin. La prossimità della Val Resia con la valle dell’Isonzo,
attraverso le facili selle montane, dovette pertanto costituire durante i tempi incerti dell’età tardo
antica, un collegamento di qualche importanza. La vicina valle dell’Isonzo, a sua volta, fu un settore
alpino particolarmente importante in quest’epoca e dovette giocare un ruolo non secondario; le
testimonianze archeologiche ci mostrano, a nord di Kobarid/Caporetto, la presenza di insediamenti
con funzione di controllo e di raccolta della popolazione: uno di questi, datato a partire dal III fino al
VI secolo, è stato scavato qualche anno fa a Tonovcov Grad, lungo la strada che conduce al passo del
Predil. Si può ipotizzare, quindi un maggior contatto tra le due valli proprio in questo periodo, a
partire dal quale probabilmente vennero potenziati quei percorsi, lungo i quali, in seguito, si
costruirono fortificazioni e basi di controllo.

Altra documentazione successiva, del XVII secolo, conservata presso l’archivio storico del Comune
di Resia, descrive il Castello sopra Stolvizza come “un tempo demora fissa de frarri”. Si suppone che
con il termine “frarri” si intendevano i “fratres” ovvero (fratelli), il vocabolo con il quale i soltati
delle legioni romane si chiamavano fra di loro. Inoltre gli accampamenti dell’Impero romano erano
capeggiati da un comandante che veniva salutato come “domine” ovvero signore. Questi comandanti
erano, sempre in latino, i “comes” un grado dell’esercito romano; il corrispettivo nelle lingue slave
meridionali è invece “knez” che identifica tutt’oggi un grado nobiliare. Possiamo qui pertanto
menzionare che uno dei protagonisti di una leggenda locale e ambientata in questo luogo è proprio la
figura di un “knez” inteso come signore del castello.

Di questi due siti sembrerebbe che se ne occupò già nel 1903, con cognizione di causa e provandone
a dare una possibile datazione, l’archeologo e paleontologo Carlo Marchesini (Trieste 1850-1926).
Infatti nel volume “CARLO MARCHESINI ED I CASTELLIERI, 1903-2003: Atti del convegno
internazionale di studi, Castello di Duino (Trieste) 14-15.11.2003” edito da Gino Bandelli, Emanuela
Montagnari Kokelj - Editreg, 2005 troviamo scritto:

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… costruzione di due forti nel Canale di Resia sopra le ville di San Giorgio e Stolvizza, dè quali
tuttavia se ne conoscono le vestige …”. Appare chiaro, quindi, che non furono i Veneziani a costruire
tali fortificazioni; ma forse neanche i Patriarchi, in quanto non si conoscono documenti di questa
epoca che riportino notizie sulla costruzione o sull’esistenza di tali fortilizi. È presumibile che “i
vestigi di due gironi” contraddistinti dai toponimi Gračišče e Tanarado siano abitati di periodo
protostorico o romano.

Resia, fraz. San Giorgio, Gračišče (₅₈)

Il sito corrisponde ad una collina che si trova sul margine sud-occidentale dell’abitato di San
Giorgio, alta 454 m s.l.m. Si tratta di uno dei due luoghi – l’altro era il …

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Resia, fraz. Stolvizza, Monte Tanarado (₆₁)

È il monte immediatamente a nord di Stolvizza, alto 1.076 m s.l.m., il secondo dei due “gironi”.
Contraddittorie sono le notizie di eventuali ritrovamenti: sembra che qualcuno avesse effettuato degli
scavi sulla cima del monte senza però trovare nulla, mentre secondo un’altra testimonianza, in
passato, sulla sommità non coperta dalla vegetazione, si potevano trovare numerosi resti di
ceramica. Non sappiamo a che periodo appartenessero questi resti (₆₂).

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Sul Tanarado di Stolvizza, in comune di Resia, pare che in passato siano stati recuperati dei
frammenti ceramici, ma non è noto a quale epoca appartengano tali reperti.

Mentre del castello di San Giorgio si hanno poche informazioni di quell’altro sappiamo per certo che
sorgeva sul punto più elevato del crinale (ta-na Rado/monte Castello) a 1.083 m di altitudine s.l.m. e
circa un’ora di cammino, attraverso ripidi sentieri, dalla frazione di Stolvizza. (Fig. 3) Oggi di questa
antica fortificazione restano ancora visibili importanti testimonianze. Si tratta di un sito
completamente sigillato fino al 2018 quando i ruderi delle murature, che emergono da terra, erano
appena visibili per il consistente interro e la compatta vegetazione che li coprivano. (Fig. 4)
Lo scorso anno (2018), tra la fine del mese di luglio e gli inizi di agosto, la Soprintendenza
Archeologica, Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia in collaborazione con il Museo della
gente della Val Resia ha avviato alcuni consistenti interventi di sondaggio archeologico eseguiti allo
scopo di saggiare la consistenza del deposito di un tratto di una possente muratura e di alcuni edifici
con il risultato di renderli, in parte, perfettamente visibile. (Fig. 5) L'intervento è stato messo in atto,
soprattutto, per saggiare l'effettivo potenziale dei resti strutturali di questi ambienti che ad oggi è del
tutto evidente. Il “Museo della gente della Val Resia” ha pertanto voluto attivarsi, nel limite delle sue
possibilità, per il recupero, la conservazione e la valorizzazione dei tratti murari anche al fine di
procedere ad un'indagine archeologica più approfondita nella prospettiva di un più ampio piano di
rivalutazione generale di tutta l'area dal punto di vista dei valori ambientali, storici e monumentali
che rappresenta. I lavori per il recupero delle murature hanno previsto il disseppellimento delle varie
strutture che hanno portato alla luce materiale archeologico di diversa natura databile tra il IV secolo
d.C. ed il VII secolo d.C.. (Fig. 6) Questo periodo, per la storia di Resia, è molto interessante perchè
corrisponde alla fine dell’Impero romano d’Occidente (476 d.C.) e le cosiddette “invasioni” delle
popolazioni “barbariche” (germaniche, slave e di altri popoli di origine asiatica) fino al IX secolo
d.C.. Il lasso di tempo in questione, che viene anche indicato con il termine “migrazioni di popoli”,
portò alla formazione dei regni romano-barbarici che si sono formati nel V e VI sec. d.C. e comportò,
per convenzione, la fine definitiva della tarda antichità e l'entrata nel Medioevo anche se gli storici
moderni tendono, anche per il contesto del Friuli orientale, a prolungare questa fase fino appunto al
IX secolo d.C.. La diversa terminologia che indica questo intervallo temporale deriva dal fatto che gli
storici italiani, influenzati da una visione romano-centrica, le hanno etichettate con il termine
"invasioni" perché hanno posto l'accento sul loro impatto distruttivo, considerandole la causa della
caduta dell'Impero romano, della fine dell'età antica e dell'inizio del Medioevo, con il conseguente
regresso economico e culturale. Gli storici tedeschi e sloveni, definendole con il termine "migrazioni",
hanno invece posto l'accento sugli aspetti positivi come la sostituzione di una comunità in profonda
crisi come quella tardo-romana, caratterizzata da una recessione economica con una burocrazia
complessa e molto altro, con le società monarchiche che caratterizzavano quelle “nuove” popolazioni.
Entrambe le tesi concordano sul fatto che le invasioni o migrazioni barbariche condussero, come già
detto, alla caduta dell'Impero romano d'Occidente.

Gli storici contemporanei sono indirizzati, invece, a considerare questo fenomeno sotto il profilo
dell'etnogenesi dei popoli ovvero il processo di formazione di alcuni gruppi etnici. Infatti in questo
periodo e più precisamente dal VII al IX sec. d.C. è storicamente accertato che anche in Val Resia,
come in tutto il resto del continuum sloveno, sia iniziato l’insediamento di popolazioni slave. Nello
specifico vi presero dimora una componente degli slavi migrati verso Meridione che si insediarono
nelle Alpi Giulie e che gli storici chiamano pertanto slavi alpini o sloveni. Ancora oggi gli odierni
abitanti ne conservano comune lingua, cultura e tradizione.

A testimonianza di un probabile riutilizzo del sito “romano”, almeno in un primo momento, anche da
parte degli slavi alpini, già lo scorso anno, in uno degli ambienti scavati caratterizzato dalla presenza
di un focolare si è trovata una pietra, di origine calcarea, con un foro al centro che può essere associata
alla pietra utilizzata come protezione dai fulmini ovvero la pietra di Perun. (Fig. 7) Questo tipo di
pietra fa parte della cultura materiale resiana e si utilizzava, ancora nella seconda metà XX secolo
d.C., come oggetto apotropaico per proteggere gli edifici dai fulmini ed è riscontrato che questo
oggetto fa parte della tradizione religiosa slava antica legata al culto del dio del fulmine Perun. Questa
era una delle principali divinità degli slavi precristiani il cui nome significa direttamente «fulmine»
(es. polacco piorun). Perun si ricollega, sul piano indoeuropeo, con le divinità supreme viste nel loro
aspetto meteorico violento. Come dio del fulmine, a lui vengono attribuite delle particolari pietre che
in tutte le regioni di cultura slava vengono appunto chiamate pietre di Perun o pietre del fulmine. Le
pietre di Perun proteggevano dalla cattiva fortuna, dai malefici, dalle disgrazie e dai fulmini stessi.

Inoltre possiamo aggiungere che, come riportato anche da Roberto Dapit nei volumi “ASPETTI DI
CULTURA RESIANA NEI NOMI DI LUOGO 1. Area di Solbica/Stolvizza e Korïto/Coritis e 2.
Area di Bila/San Giorgio, Njïwa/Gniva - Ravanca/Prato”, il toponimo ta-na Rado, presso
Solbica/Stolvizza, corrisponde alla parola Grad (castello, muro, fortificazione) sia nel dialetto resiano
che nella lingua slovena letteraria; l’altra località, una cima di un rilievo collinare presso Bila/San
Giorgio, è invece denominata Gračïšćë (castelletto). È pertanto ipotizzabile che gli slavi alpini
quando giunsero anche in questa valle cominciarono a designare alcuni luoghi con i nomi degli
elementi preesistenti al loro insediamento. Nel caso specifico la base Grad comprova per questi
toponimi, almeno in parte, la preesistenza, in questi siti, di primitive fortificazioni.

Come premesso, dopo l’entusiasmante esperienza della prima campagna archeologica autorizzata e
condotta nel Comune di Resia anche per quest’anno (2019), la stessa Soprintendenza in
collaborazione con l’Associazione culturale “Museo della gente della Val Resia”, ha voluto
riprendere, nello stesso sito, ulteriori sondaggi con il prezioso sostegno dell’amministrazione comune
di Resia. Già lo scorso anno, come sopra evidenziato, erano stati parzialmente posti in luce una serie
di ambienti che anche quest’anno, da lunedì 29 luglio a sabato 3 agosto, sono stati ulteriormente
indagati e l’attività di scavo è proseguita sondando altre strutture sepolte presenti sullo stesso sito.
(Fig. 8) Anche questi nuovi sondaggi hanno dato buoni risultati sia in numero di reperti trovati che di
ricerca. (Fig. 9) In uno di questi ambienti, il ritrovamento di 2 frammenti ceramici delle medesime
caratteristiche (un orlo e un frammento del corpo anche questi probabilmente di fattura slava), ha dato
la possibilità di mettere in risalto un acciottolato ben conservato e di forma semicircolare posto allo
stesso livello del piano di calpestio in terra battuta. In questa parte dell’edificio posto accanto al muro
perimetrale, dopo un piccolo lavaggio delle pietre, si è potuto determinare essere presente un focolare
con evidenti tracce di combustione. (Fig. 10) Sempre durante lo stesso saggio, sono state rinvenute 2
monete e alti 2 frammenti ceramici con caratteristiche diverse dalle precedenti. Inoltre è stato
rinvenuto un piccolo “ditale da cucito” probabilmente in rame. In un altro “edificio”, in un ambiente
adiacente a quello con un focolare, dove pure sono stati trovati residui carboniosi e frammenti
ceramici, è stato trovato un ferro di cavallo o asino. In un terzo “edificio”, il cui scavo non è ancora
stato concluso, sempre in un ambiente con la presenza di terra scura, molto umida, quasi concimata
è stato ritrovato un piccolo coltello, senza codolo, la cui lama misura 5 cm. (Fig. 11) Tutti questi dati,
uniti a quelli analizzati lo scorso anno, ci hanno fatto ipotizzare che, oltre al fatto che il sito potesse
essere stato utilizzato solo in alcuni periodi e non continuativamente, la maggioranza degli “edifici”
messi in luce fossero stati costruiti con 3 o 4 ambienti quadrangolari realizzati con un unico modello
e ripetuti a ridosso del muro perimetrale che lo circonda. In questi edifici, si ipotizza, ci fossero: una
stanza con il focolare (luogo dove si cucinava e dove si viveva), una stalla (dove probabilmente anche
si dormiva) e uno o due ambienti, quasi interrati, che probabilmente servivano a conservare
vettovaglie. (Fig. 12) Tutti i reperti rinvenuti sono coevi a quelli trovati lo scorso anno e non vanno
oltre il VII secolo d.C..
Sandro Quaglia, conservatore del Museo della gente della Val Resia

Federico Lonardi, studente di archeologia presso l’Università di Udine

Didascalie:

Fig. 1 (Carta topografica di Antonio Manin)


Fig. 2 (Estratto dalla relazione di Jacopo Valvasone di Maniago)
Fig. 3 (ta-na Rado/Monte castello visto da Čërna Pënć)
Fig. 4 (Primo sopraluogo anno 2017)
Fig. 5 (Sezione del muro perimetrale)
Fig. 6 (Moneta romana databile tra il 360 d.C. ed il 423 d.C.)
Fig. 7 (La pietra del fulmine)
Fig. 8 (Uno degli ambienti scavati nel 2018)
Fig. 9 (Uno degli ambienti scavati nel 2019)
Fig. 10 (Dettaglio del focolare)
Fig. 11 (Ferro di cavallo o di asino)
Fig. 12 (Illustrazione ideale di un edificio del sito raffigurata da Federico Lonardi)

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