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CENNI STORICI

ED ALTRE NOTIZIE
su

MONASTERO
BORMIDA comprendente una breve

Storia del Polentone


compilata da

Sergio Novelli

Comune di Monastero Bormida


Associazione Turistica Pro Loco di Monastero Bormida
MMXI
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3

La tradizione popolare vuole fissare la nascita di Monastero Bormida


ai primi anni di episcopato del santo Guido di Melazzo, figlio
ultimogenito del conte Galdo di Aquesana e vescovo di Acqui Terme
tra il 1034 e il 10701: essendo la madre del santo originaria del
territorio di Monastero Bormida (e precisamente del borgo di San
Desiderio, sede della pieve monasterese e importante frazione a pochi
chilometri dal paese), il figlio, appena salito al soglio acquese, volle
tradizionalmente onorare la terra d'origine materna. Lo fece
chiamando i monaci benedettini di San Benigno di Fruttuaria, grandi
edificatori di impianti sacri (gli stessi che, non molti anni prima,
avevano costruito la cattedrale ad Acqui) ed ordinò loro la costruzione
di un monastero proprio in quei luoghi, per bonificare le terre e
radunare i contadini intorno al cenobio.
Questa tradizione, non confermata da alcuna fonte docu-
mentale, è obiettivamente da considerarsi tale e nulla più, almeno per
il rapporto tra la fondazione del monastero e le origini materne di san
Guido. La realtà dei fatti, però, può non essere molto distante dal
racconto tradizionale appena riportato.
Bisogna innanzitutto tenere conto della situazione storica del-
l'Italia nord occidentale prima dell'anno mille: il regno longobardo si
diffonde in tutto il nord ed in particolare, nell'area che interessa a noi,
in tutto il Piemonte, Valle d'Aosta e Liguria, con la massima espan-
sione e floridezza intorno all'VII-VIII sec. d.C. Il territorio fa parte della
Quinta Regione longobarda2, quando iniziano, dal versante alpino
occidentale, le terribili incursioni saracene; una prima nel 905,
1 San Guido è attualmente patrono della città di Acqui Terme e, con san Maggiorino, anche
della omonima diocesi.
2Paolo Diacono, HISTORIA LANGOBARDORUM, lib. II - par. 16: "In hac Aquis, ubi aquæ calidæ
sunt, Dertona et monasterium Bobium, Genua quoque et Saona civitates habentur." [nella
Quinta Regione si hanno Acqui, dove sono le acque calde, Tortona e il monastero di Bobbio,
ed anche le città di Genova e di Savona].
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attraversando le Alpi all'altezza di Susa e dilagando in tutto il Pie-


monte, fino ad assediare Acqui; una seconda nel 936 pone il secondo
assedio alla città termale, che però riesce ad avere la meglio. Ben più
distruttiva delle altre, la terza incursione, del 945, segna lo sfascio del
sistema urbanistico e sociale non solo dell'acquese: il panorama fu
quello di una desolazione completa, di una distruzione pressoché to-
tale, in particolar modo dei luoghi del culto cristiano (le diocesi di
Acqui, di Alba e di Tortona sono letteralmente messe in ginocchio), ma
più in generale di tutta la struttura urbana e rurale prima esistente:
tanto è vero che, si racconta, il già potente vescovo di Alba,
all'indomani dell'incursione saracena, dovette iniziare a lavorare egli
stesso le sue terre per sopravvivere, tanta era diventata la sua povertà;
e l'imperatore teutonico Carlo X, nell'investire nel 992 Aleramo della
marca del Monferrato savonese, definisce queste terre "deserti loci",
ovvero "luoghi desolati". All'indomani della totale distruzione
saracena dell'Italia nord occidentale iniziava, con l'iniziare del mille,
anche la grande ricostruzione. E primi fautori della ricostruzione fu-
rono proprio i monaci, che vennero invitati dai vari vescovi dei "luoghi
desolati" a riurbanizzare gli stessi, ricostruendo immediatamente
monasteri e pievi distrutti3.
Così, in una delle aree più colpite dalla furia araba, la diocesi di
Acqui, il neo-vescovo Guido può davvero aver comandato la co-
struzione di un cenobio benedettino, proprio per "disboscare i luoghi,
rendere coltivabili ed abitabili le terre", come narrava la tradizione (o
ri-costruzione, azzardando l'ipotesi di un impianto di origine longo-
barda preesistente, tenendo presente anche che, in genere, le edifica-

3Cfr. C.E. Patrucco - I SARACENI NELLE ALPI OCCIDENTALI - Pinerolo, 1908 - pag. 115.
Nell'acquese, nel periodo tra XI e XII secolo, vengono ricostruiti i monasteri di San Quintino di
Spigno per volere del marchese Anselmo Del Carretto e di sua moglie Gisla, San Pietro "extra
muros" di Acqui, Santa Maria di Gavi e San Pietro di Ferrania.
5

zioni dei luoghi sacri distrutti, in questo periodo, avvengono molto


spesso su rovine precedenti, piuttosto che in luoghi diversi4).
In ogni modo, si può ipotizzare (forse un po' arditamente, ba-
sandosi sui rapporti fra il regno longobardo e Santa Giulia, già nel
mille santo titolare del cenobio benedettino monasterese) una qual-
che presenza longobarda sul posto (V-VI sec. d.C.), ma sembra fuori di
dubbio, anche se in assenza di attestazioni oggettive, l'erezione nei
primissimi anni del mille di un monastero benedettino dedicato a
Santa Giulia5, intorno al quale ben presto si raccoglie il contado
sparso nelle campagne, fino a formare il primo nucleo urbano del pa-
ese.
L'edificazione interessò quasi certamente i monaci artisti di
Fruttuaria in Canavese, che avevano attestata la giurisdizione su que-
sto convento6, come già anche su altri della zona (ad esempio Santa
Giulia di Dego e San Pietro di Melazzo7). É di questa prima fase la
costruzione della chiesa e del palazzo abbaziali, dei quali restano
comunque ancora oggi evidenti tracce: della chiesa è visibile ancora
la torre campanaria l'attuale torre del castello, in stile di caratteristi-
che lombarde, databile appunto all'inizio dell'XI secolo, cui sono co-
eve alcune strutture di fondamenta dell'odierno castello, già palazzo
abbaziale, nascoste ormai in gran parte dai continui, spesso drastici,
rimaneggiamenti successivi.

4Si veda l'esempio famoso della Abbazia della Novalesa, più volte distrutta nei secoli,
eppure sempre ricostruita nello stesso luogo.
5Di qui i toponimi del paese Monasterium Sanctæ Juliæ, Monasterium Aquensium,
Monasterium Vallis Burmidæ, conservato ancora oggi in Monastero Bormida.
6Come sancisce un documento del 1265 di papa Clemente II.
7Per i rapporti con la chiesa di Dego cfr. N.M. Cuniberti - I MONASTERI DEL PIEMONTE - Chieri,
1975. Riguardo a S. Pietro di Melazzo, invece cfr. L. Biorci - ANTICHITÀ E PREROGATIVE D'ACQUI
STAZIELLA - Torino, 1818.
6

Di poco successivo (circa XII secolo) è invece il ponte sul fiume


Bormida, a quattro arcate in pietra, sempre dovuto ai monaci bene-
dettini; un suo analogo lo troviamo non molto lontano, a Spigno
Monferrato, opera anch'esso di un importante insediamento mona-
stico: quello dei benedettini di Santa Giustina. Da quello monaste-
rese, quest'ultimo si differenzia solo per le dimensioni di poco più
strette e per la presenza, sul colmo, di due piccole cappellette prospi-
cienti, anzichè una sola.
I monaci benedettini mantennero il dominio sul complesso re-
ligioso e sulle terre ad esso dotate, sebbene con la già vista subdi-
zione ai fruttuariensi, fino al 1393. Dell'anno successivo è una
investitura di papa Bonifacio IX con cui i marchesi Antonio e Galeotto
del Carretto, discendenti del grande Aleramo e di Bonifacio del Vasto,
sono riconosciuti temporaneamente signori del luogo detto "Mona-
stero di Santa Giulia", con l'obbligo di fortificare queste terre e ren-
derle difensibili con le armi8. E proprio questo i Del Carretto fecero: di
questi anni (1393-1405) infatti è il primo, e senz'altro più impor-
tante, intervento architettonico sul palazzo abbaziale, mirato a tra-
sformarlo al meglio in una casa fortificata9, probabilmente anche con

8Il documento è riportato da G.B. Moriondo - MONUMENTA AQUENSIA - Torino, 1756. Ha sempre
destato particolare interesse il motivo, fino ad oggi sconosciuto, che così drasticamente ha
segnato il passaggio dalla autorità benedettina indiscussa all'investitura dei nobili aleramici:
i monaci hanno infatti lasciato l'abbazia portando via tutti i documenti e trasferendosi in un
non ben chiaro "monastero di San Bartolomeo" ad Asti (sic); di loro si perde comunque ogni
traccia, dopo la soppressione di molte abbazie in epoca napoleonica, che ha costretto i
documenti storici a dispersive continue migrazioni da una sede all'altra. Uno studio
sull'ultimo abate di Santa Giulia, Alberto Guttuari, è comunque attualmente in corso.
9il suo impianto attuale, ancora visibilmente tre-quattrocentesco e infatti grosso modo
analogo all'impronta datagli dai Del Carretto, è infatti più simile a quello delle ville-forti (vedi
le grandi strutture di Cessole, od anche Dego, fraz. Santa Giulia, per rimanere in zona) che
non dei castelli veri e propri (se ne ritrovano molti esempi tra Acqui ed Ovada). La scelta sul
7

un cordone di mura intorno, di cui comunque non resta traccia (la


porta che resta oggi vicino all'angolo est del castello è infatti succes-
siva, almeno cinque-seicentesca). I lavori furono talmente profondi e
impegnativi che il successore di Bonifacio IX al soglio pontificio, In-
nocenzo VII, trasforma l'investitura di Antonio e Galeotto Del Carretto
da temporanea a perpetua10.
Inizia così con la più importante famiglia monferrina la lunga
storia feudale di Monastero Bormida. Il primo dominio diretto dei Del
Carretto è però di breve durata, passando ben presto la possessione
feudale prima agli Scarampi, poi agli Spinola, ai Malaspina, ai
Guasco di San Giorgio (il tutto tra il 1429 e il 1433 solamente).
Nel 1448 il feudo torna ai Del Carretto, attraverso il matrimonio
tra il conte Giovanni Bartolomeo e la marchesa Lucrezia Paleologo di
Monferrato. Di nuovo però la sorte non vuole favorire gli aleramici:
Lucrezia, rimasta vedova di Giovanni Bartolomeo Del Carretto, nel
1472 sposa in seconde nozze il fratello del duca Ercole I di Mantova,
Rinaldo D'Este, mantenendo anche questa volta il feudo di Monastero
Bormida come dote.
Attraverso anche vari riconoscimenti pontifici (da Sisto IV a
Innocenzo VIII), resta attestato in seguito (fino alla fine del '700) l'in-
feudamento di Monastero Bormida alla famiglia Della Rovere, par-
tendo da Giovanni, attestato già nel 148411, fino a Francesco Maria
Ludovico a metà del '70012.

carattere architettonico è indubbiamente stata dettata anche dalla necessità di seguire una
struttura già preesistente.
10Di questo periodo (1414) è la attuale più antica casa del paese, in via Monteverde.
11da G.B. Moriondo - op. cit.
12Si ritrova infeudato a Monastero Bormida e Bistagno in due documenti conservati
all'Archivio di Stato di Torino - Monferrato Feudi - del 6 Maggio 1703 e del 21 Gennaio 1724
8

É all'inizio di questo grande periodo roverasco che risalgono le


prime stesure degli Statuti di Monastero Bormida: se ne ha notizia già
nel 159613, in una richiesta al Senato di Casale per ottenere la ricon-
ferma di statuti ancora precedenti, ma la prima, ed unica, forma di cui
disponiamo integralmente è quella di una versione del 1664 formata
su uno stereotipo in uso contemporaneo anche in altre comunità
monferrine.
Di pochi anni successiva, proprio nel periodo in cui Monastero
Bormida ospita di nuovo una congregazione monastica14, è la costru-
zione della attuale chiesa parrocchiale, non però del tutto nelle forme
odierne: la fondazione del 1699 (tale data riporta la trabeazione in
pietra del portale15) era infatti ad una sola navata, con due serie late-
rali di quattro cappellette ciascuna, e priva di campanile (sostituito
dalla torre del castello fino al 1923, quando l'attuale campanile viene
eretto, insieme all'impianto delle due navate laterali). Uno degli altari
laterali scioglieva un voto fatto dalla comunità di Monastero alla
Madonna Assunta, per una scampata peste e recava, ora distrutto,
per la prima volta lo stemma a nove croci bianche in campo rosso, e
punta gialla, designante la popolazione monasterese, e attualmente
assunto come stemma del Circolo "Augusto Monti".

13Archivio di Stato di Torino - Monferrato Feudi - 6 Maggio 1596


14Si tratta di una comunità di padri agostiniani, che erigono un convento nella parte alta del
paese intorno alla metà del XVII secolo. La struttura, anche ora comunemente detta "il
convento", ha perso la chiesa e l'intero palazzo conventuale, ma nel cortile interno sono
ancora riconoscibili le forme del chiostro, sebbene la struttura necessiterebbe di un
intervento conservativo mirato.
15Secondo don Angelo Cantore, parroco fino al 1955, tale iscrizione è da considerarsi una
data commemorativa e non la data di costruzione o consacrazione dell'edificio sacro, vista
l'esistenza nell'archivio parrocchiale di documenti intestati a questa chiesa ed anteriori al
1699 [cfr. RELAZIONE DELLA VISITA PASTORALE DEL 1923, ms. all'Archivio Storico Diocesano di
Acqui Terme].
9

I primi del '600 sono gli anni delle grandi scorrerie armate nelle
nostre valli, e Monastero non ne è certamente escluso. La stagione
bellica si inaugura nel 1612 con la prima guerra di successione al du-
cato di Monferrato, che vede impegnati Carlo Emanuele di Savoia e il
cardinale Ferdinando Gonzaga; nel '14 un secondo impegno bellico
occupa il duca di Savoia, questa volta contro il governatore di Milano,
ma sempre combattuto nelle nostre valli; nel 1625 è la volta delle
ostilità con i genovesi, mentre l'anno successivo il bellicoso savoiardo
si impegna nella seconda pretesa di successione nel Monferrato,
osteggiando i presunti diritti di Carlo di Nevers. In tutti questi anni
sulle nostre terre si rincorrono, ora alleati di uno, ora dell'altro, truppe
francesi e spagnole: rilevante per Monastero Bormida, all'interno di
questo scenario, è la serie di eventi militari occorsi in occasione
dell'assedio di Bistagno da parte delle truppe francesi, nella Pasqua
del 1615, osteggiato proprio dagli avamposti spagnoli di Monastero.
La stagione di calamità non era però conclusa: nel 1631 una
grande epidemia di peste si abbatte su queste terre16, provocando
gravi carestie, morte e povertà. La chiesa rurale di San Rocco, lungo la
strada per Roccaverano, mostra ancora oggi sulla sua facciata lo
scioglimento di un voto fatto in quell'occasione dai monasteresi: una
lapide ringrazia l'intercessione del santo pellegrino, per avere limitato
a Monastero gli effetti disastrosi della peste, mentre tutti i paesi
circostanti ne erano usciti decimati e stremati.
La fine del XVIII secolo porta a Monastero Bormida il vento
rivoluzionario francese, che soffia instancabile in tutta l'Italia nord-
occidentale. Lo testimoniano ancora alcuni documenti di quell'epoca,
conservati nell'Archivio Storico Comunale, che, rivelando l'influenza

16E non solo nelle nostre terre: si tratta infatti della celebre epidemia citata dal Manzoni ne
"I Promessi Sposi", sviluppatasi in tutta l'Italia settentrionale.
10

d'oltralpe in questi territori, riportano le date con i nomi rivoluzionari


dei mesi17.
La famiglia Della Rovere mantiene ancora almeno fino alla se-
conda metà del secolo scorso, la proprietà del castello, pur avendo
perso i diritti feudali acquisiti quasi quattro secoli prima, dopodichè il
castello, passato per un certo periodo alla proprietà privata della fa-
miglia Polleri di Genova, viene acquisito a proprietà pubblica nei primi
decenni del '900.

Il complesso monumentale medievale costituito dal Castello


Della Rovere e dal ponte sul Bormida è senza dubbio il più importante
esempio di architettura civile medievale della valle Bormida artigiana.
L’edificazione originale, come abbiamo visto, risale ai primi anni
dell’XI secolo in forma di palazzo abbaziale, con un piccolo chiostro
interno e la chiesa addossata sul lato nord. Di questa prima fase
costruttiva restano ormai poche tracce ancora visibili: alcuni resti
delle colonne del chiostro benedettino (attualmente sistemate
all’interno del cortile) ed il grande campanile, in puro stile romanico
lombardo, trasformato poi successivamente in torre.
Quando, alla fine del ‘300, l’edificio religioso viene
abbandonato e riadattato all’uso militare, la struttura originale viene
ampliata, mantenendo i muri perimetrali ma abbattendo le

17É di questo periodo un singolare contenzioso tra il sindaco Giuseppe Maria Abbate (in
realtà non "sindaco", ma "maire", sempre secondo la voga post-rivoluzionaria) e la
comunità religiosa della nuova chiesa parrocchiale, che, l'abbiamo già visto, usava la torre
castellana come campanile: il sindaco indìce una sottoscrizione pubblica per poter restaurare
la torre, gravemente danneggiata da crepe, avvisando tutte le autorità competenti che, se i
soldi raccolti non fossero sufficienti, la torre sarebbe stata demolita, onde eliminare un
pericolo incombente sulla popolazione. Anche allora problemi sulla conservazione dei
monumenti. Dobbiamo dedurre che il denaro raccolto fu sufficiente, essendo la torre ancora
oggi in bella mostra di sè.
11

costruzioni verso l’interno per ricostruirle verso l’esterno: il cortile


viene cos’ ampliato, viene eliminata la chiesa e l’intero edificio
subisce un aumento di volume considerevole.

Nel contado di Monastero Bormida, spetta un posto importante


nella tradizione storica del paese alla Chiesa (ex pievana) di San
Desiderio, la più importante delle chiese extra muros di Monastero
Bormida perchè sorge nel luogo originario della prima chiesa pievana
della zona, senz'altro precedente ancora all'impianto benedettino del
paese vero e proprio: la cronaca storica di Frate Jacopo da Acqui18
riporta a questo proposito che Ludovico di Provenza (incoronato
imperatore da Papa Benedetto IV a seguito del suo impegno nella
lotta contro i Saraceni), durante la visita ad Acqui Terme nel 901,
abbia anche soggiornato ospite di un contadino nei pressi della Pieve
di San Desiderio19. Per molto tempo la Pieve rappresenta il vero
centro di riferimento del paese, sia religioso che sociale, fino
all'epoca dei comuni (XI sec. circa), con la creazione di un centro ur-
bano vero e proprio: le pievi perdono d'importanza per la istituzione
delle parrocchie, che spostano l'attenzione dei fedeli dalla aperta
campagna al centro abitato, cosicché le sedi pievane si trasformano
molto spesso in chiese cimiteriali (vedi San Giovanni di Roccaverano,
la ex pievana di Bistagno, e molte altre), ma anche si riducono a sem-
plici chiese rurali, come a Cortemilia, ad Arzello e, appunto, San De-
siderio a Monastero Bormida.

18Lo riporta L. Biorci - ANTICHITÀ E PREROGATIVE D'ACQUI STAZIELLA - Tortona, 1818 - pag. 147.
19Se l'aneddoto corrisponde a verità, la fondazione di San Desiderio precederebbe di
almeno un secolo quella del monastero benedettino. Naturalmente la circostanza riportata
da Frate Jacopo è priva di elementi oggettivamente probanti.
12

L'edificio attuale, a pochi chilometri dal paese in direzione di


Ponti, risale al 1719, cui ancora successivamente fu aggiunto il porti-
co antistante in pietra.


13

Breve storia del Polentone

Correva l'anno del Signore 1573, e signore feudatario di Mona-


stero Bormida era, per concessione del duca di Monferrato, il serenis-
simo marchese Giovanni Bartolomeo Della Rovere, antenato della
lotte fra le migliaia di feudi confinanti, di guerre di successione e di
arroganti pretese di diritti tra i tanti potenti in competizione. Erano
anni in cui la maggior parte della gente doveva cavarsela con la mise-
ria del raccolto quotidiano, tra le tasse feudali al signore e le decime
al vescovo. Non se la passavano effettivamente un gran chè bene, bi-
sogna dirlo, già normalmente.

Ritorniamo però a
quel 1573: l'inverno di
quell'anno lo si racconta
memorabile, per la rigidità
del freddo e per la
singolare abbondanza di
neve. Un metro e trenta-
cinque centimetri: tanta si
dice fosse la neve20,
tanta che gli stessi caudrinè21, di passaggio come al solito da
Monastero nel periodo tra Carnevale e Quaresima, restarono bloccati

20E non era effettivamente poca, se si tiene conto che Monastero Bormida sorge in
fondovalle, ad una altitudine di soli mt. 191 s.l.m.
21Erano detti caudrinè, cioè calderai, alcuni particolari artigiani nomadi, dediti alla
costruzione ed alla riparazione delle pentole di rame (i caudrèin, appunto), tipicamente usate
dai contadini, non solo delle nostre valli. Essi si spostavano continuamente durante l'anno
all'interno di un territorio più o meno vasto, fermandosi, per il solo tempo necessario, di volta
14

in paese per molto tempo, condividendo gli stenti del contado dovuti
al freddo eccezionale ed alla estrema scarsità di sostentamenti.
Volgendo così male
le cose, il marchese Gio-
vanni Bartolomeo ordinò
ai calderai, bloccati a Mo-
nastero, la costruzione di
un enorme paiolo di rame,
simile a quello ancora
oggi usato. Per venire
incontro ai bisogni della
popolazione sua suddita mise a disposizione di tutti una gran quantità
di farina, cosicchè potè essere preparata in piazza una grande
polenta, distribuita agli affamati con condimento di uova e cipolle.
Quello fu il primo Polentone della storia di Monastero Bormida,
che, grazie all'interessamento del marchese Della Rovere ed al lavoro
dei calderai, permise al contado monasterese di superare quel terri-
bile inverno del 1573.
E da allora ogni anno si ripete il rito popolare del Polentone in
piazza, in ricordo proprio di quella intercessione del nobile roverasco,
che si ringrazia simbolicamente ancora oggi sollevando per tre volte
consecutive al cielo la gran tavola con la polenta appena scodellata.

La storia del Polentone di Monastero Bormida appena riportata


trae origine naturalmente dalla tradizione popolare, variabile spesso
in particolari marginali, ma sempre analoga nella sostanza22.

in volta nei luoghi dove fosse richiesto il loro lavoro. La tradizione dei caudrinè è
sopravvissuta fino a non molti decenni fa.
22Una versione più distante dalla tradizione ufficiale, a me raccontata da un paesano, riporta
i fatti in modo leggermente diverso: sarebbe stato il marchese Della Rovere stesso, in quel
lontano 1573, ad ordinare ai calderai la costruzione di alcuni grandi paioli di rame. Non
15

Sostanza che si trova pressochè inalterata in molte storie dei Polen-


toni della zona (Roccaverano Bubbio, Ponti, Cassinasco).
Proprio questa singolare diffusione di feste derivate da una
stessa matrice23 fa pensare ad un profondo significato sociale e
socializzante di riti popolari di questo tipo, al di là della stessa sem-
plice rievocazione del fatto storico: alcune ipotesi si possono fare su
eventuali collegamenti fra i riti dei Polentoni e le feste greco-romane
in onore di Vulcano, o addirittura i riti ancestrali del fuoco (ricorrenti
spesso e in varie forme nella ritualità popolare di tutti i popoli, ancora
ai giorni nostri).

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

A. Ary-Belfadel
potendo al momento pagare il lavoro commissionato (i tempi erano duri davvero per tutti), il
marchese avrebbe tenuto in sospeso il pagamento per alcuni giorni, costringendo i calderai
ad una sosta in paese più lunga del previsto, sdebitandosi alla fine con una gran polenta
offerta a tutti in piazza, proprio in cambio dei paioli usati per cuocerla.
E' interessante riportare anche quest'altra versione per uno studio sociologico della
tradizione del Polentone: si tratta comunque di una versione pressochè inedita e
decisamente di minore diffusione, ovviamente non supportata da alcuna attestazione
documentaristica (come, del resto, però anche le versioni ufficiali).
23Il Polentone fa parte della tradizione secolare oltre che di Monastero Bormida anche dei
paesi di Ponti, Roccaverano, Bubbio e Cassinasco, tutti confinanti e compresi in un'area
ristretta di pochi km2, e si svolge ovunque con forme praticamente identiche.
16

FRA I CASTELLI DELL'ALTO MONFERRATO


in Alexandria, 1935, n. 5.

F. Conti, G.M. Tabarelli


CASTELLI DEL PIEMONTE
Novara, 1978.

S. Novelli
IL CASTELLO DI MONASTERO BORMIDA
in Castelli e ville-forti della provincia di Asti, vol. III - Torino,
1993.

L. Vergano
TRA CASTELLI E TORRI DELLA PROVINCIA DI ASTI
Asti, 1965.