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PREDATORI DI BAMBINI

Quindici bambini sono scomparsi in


diversi ospedali di Haiti. Jean Luc
Legrand, consulente per la protezione
dell’infanzia dell’Unicef, che ha
denunciato questo orrore nell’orrore, non
ha nascosto il rischio che il fenomeno si
allarghi. Le reti per la tratta dei minori, ha
spiegato Legrand, esistevano già prima
del terremoto ad Haiti ed erano piuttosto
attive: i gruppi malavitosi rapivano
bambini e li consegnavano al mercato
internazionale delle adozioni. «Per anni
abbiamo visto portare via molti bambini
dal Paese senza alcuna procedura legale. E ora si ricomincia, abbiamo le prime prove -
spiega il consulente - accade sempre quando c’è una catastrofe, la criminalità approfitta
della fragilità dello Stato e dell’assenza di controlli». L’Unicef ha messo in moto tutti i
meccanismi di allerta disponibili e ha creato 20 punti di accoglienza per bambini non
accompagnati, dove ogni giorno vengono accuditi 2.000 di loro (l’obiettivo è arrivare a
4.000). La missione ONU ad Haiti invece ha aumentato la sorveglianza lungo le strade.
Ma, con il caos che regna, con le centinaia di bambini che girano per le strade in cerca dei
familiari, con la difficile situazione dell’ordine pubblico su cui cercano di vegliare i poliziotti
arrivati dall’estero, i trafficanti di essere umani si muovono in un ambiente ideale per
mettere a segno i loro colpi. La stessa cosa accadde dopo lo tsunami che nel dicembre del
2004 si abbatté su molte aree dell’Asia: nel giro di poche ore le organizzazioni criminali si
misero all’opera (mai si saprà quanti bimbi siano passati per le loro mani). Haiti poi ha una
storia tristemente antica in fatto di rapimenti di bambini. Secondo i dati del Fondo delle
Nazioni Unite per la Popolazione, prima del sisma era il Paese più pericoloso al mondo
per far nascere un bimbo, e la situazione si è aggravata dopo la catastrofe: si calcola che
almeno 63.000 donne daranno alla luce i loro piccoli nelle prossime settimane e 7.000 di
loro sono sole. Dunque, c’è tanta preziosa merce umana da strappare dalle mani delle
madri per rivenderla a coppie disposte a tutto pur di avere un neonato con la scorciatoia.
L’ONU e le ong da giorni insistono sui rischi di adozioni non trasparenti. C’erano circa
20mila orfani nei quasi 200 orfanotrofi di Haiti prima della catastrofe; dopo il sisma il
numero degli orfani è ulteriormente aumentato. Di fronte alle migliaia di bambini
abbandonati alla loro sorte, si sono moltiplicate le richieste delle famiglie di tutto il mondo
interessate ad adottarli. E i governi si sono mobilitati per portare a termine i processi di
adozione già avviati. Molte famiglie, che avevano cominciato le procedure prima del
sisma, dal 12 gennaio stanno disperatamente cercando notizie dei piccoli; altre temono
che i documenti necessari siano andati persi per sempre sotto le macerie. Le più
importanti organizzazioni internazionali, tra cui Unicef e Save the Children, mettono in
guardia dai rischi di azioni frettolose e invitano a verificare che davvero i piccoli non
abbiano più parenti che possano prendersi cura di loro.

L’ultimo orrore di Haiti: spariscono i bambini Il Giornale 23-01-2010

Children going missing from Haiti hospitals: UNICEF 22-01-2010

I bambini di Haiti ragionpolitica 23-01-2010


Lucrative trade in Haitian children Oeworld 15 agosto 2002

Il turismo (sessuale) internazionale è oggi considerato il massimo


responsabile del fatto che oltre due milioni di bambini vengano
costretti a prostituirsi. Di questi, 500.000 vivono in Brasile e il resto
soprattutto nell'Asia meridionale e orientale. Il giro d'affari di questa
"nicchia" di mercato sommerso si aggira attorno ai cinque miliardi di
dollari e i "clienti" provengono dai paesi più ricchi della Terra: Stati
Uniti, Germania, Giappone, Australia, Regno Unito. Questa
inqualificabile attività criminale ha assunto dimensioni globali a
partire degli anni '70, con la crescita economica dei paesi
industrializzati e l'abbassamento dei costi dei biglietti aerei e le
mille offerte dei tour operator globali. Così oggi, in poche ore, i
turisti del sesso possono raggiungere il Brasile, la Thailandia o le
Filippine, dove la miseria spinge migliaia di famiglie, spesso tratte
in inganno, a cedere i propri figli agli intermediari dei bordelli delle capitali. Le cause
dell'offerta di prostituzione infantile sono da cercarsi quasi esclusivamente nella povertà.
Nella stragrande maggioranza dei casi, i bambini provengono da paesi remoti
dell'entroterra. Qui sono stati comprati ai loro genitori per cifre irrisorie da intermediari che
di solito dichiarano di volere il bambino per impiegarlo in città come personale domestico.
Per la famiglia è una bocca in meno da sfamare e un piccolo capitale inaspettato, per il
bambino il quasi sicuro approdo in pochi giorni in un bordello. Come negli altri rapporti
economici Nord-Sud, quanto più povero è il paese di origine, tanto più alto è il beneficio
ottenuto con l'esportazione del bambino. Nelle zone di confine tra Thailandia, Birmania e
Cambogia, si è sviluppata una florida economia che si basa sui traffici di droga e di
bambini destinati a rifornire le case chiuse delle note città tailandesi frequentate dal
turismo internazionale. In Brasile, Venezuela e Colombia, esistono bande specializzate
nell'acquisto o sequestro di bambine per rifornire i bordelli dei centri minerari in
Amazzonia. Sui paesi arabi non si hanno notizie certe, ma è noto il traffico di bambini
razziati in Sudan ed esportati come schiavi in Arabia Saudita, Marocco, Egitto. Anche i
mille conflitti dell'Africa sono il pretesto per il sequestro di bambini che diventano prima
schiavi sessuali dei vari eserciti, e poi, se sopravvissuti, baby-soldati. L'Interpol, che sta
seguendo da anni questo spaventoso fenomeno, ha tracciato una mappa che mette in
risalto i paesi di origine dei pedofili, le destinazioni privilegiate, la criminalità organizzata e
l'uso dei moderni mezzi telematici, come la rete Internet, che agevolano il collegamento tra
l'offerta e la domanda. Il giornalista tedesco Dirk Schumer ha definito coloro che praticano
la pedofilia all'estero "predatori di bambini". Nel 1998 ha pubblicato un'inchiesta-choc che
svela i meccanismi che portano persone dalla vita per così dire "regolare" ad essere
pedofili lontano da casa. Esiste un nesso, è stato rilevato dagli esperti internazionali, tra la
diffusione del turismo sessuale nel Sud del mondo e i casi di pedofilia criminale registrati
ultimamente in Europa. Chi in un posto lontano da casa sa di avere diritto di vita o di morte
su un bambino, "importa" a casa propria un meccanismo psicologico difficile da
controllare. Secondo dati del Governo federale tedesco, in Germania sono circa 50.000 le
persone che consumano regolarmente pornografia infantile e che si recano all'estero in
località dove l'offerta di questo tipo di perversione viene soddisfatta senza grossi rischi. Il
noto pedofilo belga Dutroux, secondo i rapporti di polizia, si era recato in Brasile
rimanendo però "deluso": era difficile nel paese sudamericano trovare bambine magre,
pallide e bionde come piacevano al mostro, secondo la testimonianza di diverse persone
che avevano ascoltato pubblicamente queste affermazioni. Se Dutroux avesse avuto altri
gusti e avesse frequentato più a lungo il Brasile o la Thailandia o lo Sri Lanka, molto
probabilmente non sarebbe stato mai fermato.
Nei bordelli di Pattaya o Manila, l'assistente sociale belga France
Botte (autrice de "La Notte dei Coccodrilli"), ha intervistato baby-
prostitute di 8-10 anni con i corpi martoriati dalle bruciature di
sigarette o addirittura con piccole mutilazioni sessuali. In Brasile,
il giro della prostituzione infantile si nutre di "meninos da rua", i
bambini di strada che a migliaia si aggirano senza fissa dimora
nelle metropoli del paese. Qui è facile trovare bambine di otto
anni che si prostituiscono sotto il controllo di "protettrici"
dodicenni. Questi bambini, spesso che non risultano all'anagrafe,
vivono una breve vita d'inferno presto consumata da malattia e
violenze e la loro scomparsa non viene nemmeno registrata.
Molto spesso l'unica via di fuga per questi piccoli è la droga dei
poveri, la colla da bricolage o da calzolaio e il crack. Da
rilevamenti fatti a campione in Thailandia, circa il 50% delle baby-
prostitute sono state contagiate dal virus HIV ed è prassi comune
che quando cominciano a farsi notare i primi sintomi della malattia, vengono eliminate
senza lasciare traccia. Negli ultimi anni la sensibilità dei paesi di provenienza dei pedofili è
largamente aumentata a partire delle campagne coordinate da ECPAT (End Child
Prostitution on Asian Tourism), il principale network internazionale attivo su queste
problematiche. La Svezia, ad esempio, ha spedito poliziotti e assistenti sociali nelle città
più colpite del fenomeno in Asia. Questo principio rivoluzionario sposta la responsabilità
penale dal paese dove si commettono i reati al paese di residenza, dando una dimensione
internazionale a una tipologia di crimine che difficilmente viene perseguita dove la
corruzione aiuta le persone a sfuggire alle proprie responsabilità. La Commissione
Europea punta anche sull'informazione, ritenendo che la pratica della pedofilia nei paesi
terzi sia causata da problemi patologici individuali ma anche da un diffuso atteggiamento
di disprezzo più o meno conscio verso le persone dei paesi più poveri. I pregiudizi negativi
che descrivono tali società come caricature dove tutto è permesso a chi ha soldi, cosa
peraltro realistica in più di un caso, finiscono per legittimare azioni che nessuna persona
normale si azzarderebbe mai a giustificare nel proprio paese. In questo senso è
rivoluzionaria la legislazione approvata dall'Italia per perseguire al rientro in patria coloro
che commettono reati di pedofilia all'estero: se ci sarà una denuncia per pedofilia contro
un cittadino italiano all'estero, indipendentemente dall'esito dell'iter giudiziario locale,
dovrà fare i conti con la giustizia italiana al rientro. Sono state inoltre avviate campagne di
sensibilizzazione nel Nord Europa, soprattutto sugli aerei che viaggiano in Asia e Brasile e
sono stati finanziati diversi programmi di cooperazione destinati a dare una mano ai
bambini strappati alle reti criminali della prostituzione. Sono state costruite ad esempio
case-alloggio per accogliere i piccoli strappati alla malavita a Calcutta (India), Bogotà
(Colombia), Olinda (Brasile) e Nairobi (Kenya), ma si è ancora molto lontani dal
raggiungimento di risultati concreti. Il turismo sessuale è una delle tante facce dello
squilibrio economico mondiale che divide le persone tra "compratori" e "venditori", anche
della dignità umana.

Predatori di bambini: turismo e pedofilia Disinformazione 26-04-2005

ECPAT International
STREET CHILDREN OF NAIROBI

A Nairobi, in Kenya (ad ottobre del 2004), si è


svolta la drammatica protesta di 113 “street
children” - il popolo dei bambini orfani costretti a
vivere per strada in estreme condizioni di
povertà e di salute precaria - che erano rinchiusi
da tre settimane nelle celle della stazione
centrale di polizia. Arrestati per rapine e
violenze di vario genere, chiedevano di essere
rilasciati o condotti nelle case di accoglienza,
come previsto dalla nuova legislazione.
Inizialmente hanno tentato un'evasione di
massa, devastando le celle e gli impianti della prigione, poi hanno optato per una forma di
protesta estrema: per attirare l'attenzione degli agenti si sono imbrattati di feci, dopo aver
sporcato tutte le celle. I guardiani sono fuggiti e hanno chiamato i vigili del fuoco che
hanno ripulito tutto con forti getti d'acqua ghiacciata. Si calcola che solo nella capitale
kenyana vivano 10mila bambini di strada, orfani di genitori morti di Aids impossibilitati a
curarsi perché il “civile” Occidente si rifiuta di fornire i medicinali necessari e impedisce
con l'abominevole pratica del copyright che le istituzioni africane, per quel poco che
possono fare, li possano produrre autonomamente. Con l'effetto che il popolo degli street
children va aumentando vertiginosamente finendo per alimentare gli abominevoli mercati
dello sfruttamento minorile e della pedofilia a pagamento. Per cercare di tirare avanti, gli
street children si riducono a sniffare colla per smorzare i morsi della fame. E diventano
pericolosamente aggressivi e violenti sia tra di loro che nei confronti del prossimo. In un
paese come il Kenya dove la polizia usa a dir poco la mano pesante e dove il linciaggio di
ladri - con aggiunte macabre come l'evirazione - è pratica quotidiana. Il governo kenyano,
che aveva promesso di costruire centri di accoglienza per questi bambini, non ha
mantenuto fede alle promesse data l'assenza di fondi. Tutto questo si deve alla
disintegrazione della società africana tradizionale sempre per opera del “civile” Occidente
che esporta democrazia. Tre quarti degli abitanti di Nairobi vivono nelle baracche e le
baraccopoli scoppiano, sono ormai troppo piene. Non c'è casa; non c'è é salute; non c'è
lavoro. Non ci sono soldi per il mangiare, la scuola, i vestiti. Un tempo i padri facevano di
tutto per trattenere i figli a casa; adesso sono loro a spingerli sulla strada, dove hanno più
possibilità di sopravvivere che tra le pareti domestiche. E poi c'è l'Aids. I suoi effetti sono
devastanti. Ci sono oggi in Kenya seicentomila orfani dell'Aids. E il loro numero aumenta
molto in fretta. Orfani diversi da quelli di una volta, perché la malattia non uccide soltanto
un genitore. Muore uno, poi l'altro. Poi i parenti. L'infezione dilaga, le contrade vengono
decimate, le comunità distrutte. E questi bambini non hanno letteralmente più nessuno.
Dieci anni fa, il Kenya ignorava cosa fossero i bambini di strada. Era un fenomeno
sudamericano; l'Africa sapeva provvedere ai suoi piccoli. Se non c'era un padre o una
madre c'era sempre uno zio, un vicino, un villaggio. A Nairobi c'erano tutt'al più i parking
boys, che aiutavano gli automobilisti a trovare un parcheggio in cambio di una mancia. E
poi, in pochi anni, in un arco di tempo che avrebbe trovato impreparato anche un governo
meno inetto o corrotto di quello kenyano, hanno dilagato e sono presto diventati legioni.
Oggi sono una generazione intera, che cresce senza educazione, senza norme, senza
amore e annuncia un futuro terrificante.

(pubblicato su Ecplanet 13-11-2004)

Jailed Street Children in Excrement Protest Reuters 27-10-2004


Nairobi: vita da street children Panorama 17-02-2009

The Daily Battles of Nairobi's Street Children

Street Children in Kenya

CHILD SOLDIERS

“Appena io e i miei fratelli fummo catturati, l'LRA (Lord’s Resistance


Army – Esercito di Resistenza del Signore) ci spiegò che cinque
fratelli non avrebbero potuto servire nelle loro file perché non
avremmo lavorato bene. Allora legarono i miei due fratelli più
giovani e ci invitarono a guardare. Cominciarono a picchiarli con i
bastoni finché non morirono. Ci dissero che così avremmo avuto più
forza per combattere. Mio fratello più piccolo aveva nove anni”. Così
un ex bambino soldato ugandese ricorda l'esperienza del suo
tragico arruolamento nell'LRA di Joseph Kony, responsabile nel nord
dell'Uganda del rapimento di oltre 20.000 bambini e dell'uccisione di
più di 100.000 persone. Questa e altre testimonianze sono state
diffuse dalla Coalition to stop the use of Child Soldiers, il
coordinamento di associazioni che si batte contro l'utilizzo di minori
nei conflitti armati, in un rapporto globale presentato a Londra, “la rassegna più ampia e
completa sulla dimensione del fenomeno su scala mondiale”, come ha sottolineato
Amnesty International, che fa parte della coalizione insieme a decine di altre
organizzazioni nazionali e internazionali come Human Rights Watch, World Vision
International e Defence for Children International. Nel rapporto, la Coalizione rimarca l'uso
di bambini soldato in molti dei conflitti attualmente in corso, pressoché in tutti i continenti, e
sottolinea lo scarso impegno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dell'Unione
Europea, del G8 e dei singoli Paesi nell’applicazione e nel rispetto del bando che vieta
l'impiego di combattenti d’età inferiore ai 18 anni. Difficile dare cifre certe sul numero
complessivo di minori utilizzati nei vari conflitti: continua tuttavia ad essere considerato
attendibile il dato che parla di almeno 300.000 baby-soldato. Dal rapporto si apprende che
dal 2001 ad oggi decine di gruppi armati hanno fatto impiego di bambini soldato in almeno
21 conflitti locali o regionali, ancora in corso, “addestrandoli all'uso delle armi e degli
esplosivi e sottoponendoli a stupri, violenze e lavori forzati”. Da sottolineare il fatto che
anche gli Stati Uniti, secondo la Coalizione, continuano ad arruolare minorenni nelle file
del loro esercito. Il rapporto denuncia la presenza di diciassettenni e sedicenni nella
prigione di Guantanamo, a Cuba. Particolare attenzione e spazio sono inoltre dedicati a
realtà come quelle colombiana e dell'est della Repubblica Democratica del Congo, dove
decine di migliaia di bambini-soldato, anche di 12 anni, sono utilizzati in battaglia, come
spie, come portatori o, più semplicemente, come schiavi, ma anche a situazioni come
quelle del Burundi, di Myanmar, della Costa d'Avorio e di altri Paesi.

In particolare, della Colombia si legge che 14.000 bambini e bambine sono stati utilizzati
come bambini soldato da gruppi armati d'opposizione o dai paramilitari che ricevono
appoggio dal governo di Bogotá. Ad esempio, le bambine e i bambini delle Forze Armate
Rivoluzionarie – il principale gruppo di opposizione armata del paese latinoamericano –
sono stati deferiti ai “consigli di guerra” per infrazioni disciplinari e in alcuni casi passati per
le armi da loro coetanei, a loro volta costretti a macchiarsi di sangue. Nella zona orientale
della Repubblica Democratica del Congo, i gruppi armati hanno compiuto stupri ed altri
abusi sessuali contro i bambini e le bambine, costringendoli anche ad assassinare i propri
familiari. In definitiva, la Coalizione chiede ai governi di bandire
ogni forma di reclutamento di persone al di sotto di 18 anni nelle
forze armate e di dare piena attuazione al trattato delle Nazioni
Unite sui bambini soldato, giudicato uno strumento utile per
ridurre il numero dei bambini nei conflitti. Al momento, almeno 60
governi, tra cui quelli di Australia, Austria, Germania, Olanda e
Regno Unito, continuano a reclutare legalmente bambini di 16 e
17 anni, ha fatto sapere attraverso un comunicato Amnesty
International. “I governi hanno continuato a provvedere per gli
addestramenti militari e a fornire assistenza alle forze armate
che si avvalevano dei bimbi-soldato, incoraggiando le forze
paramilitari a fare altrettanto”, scrive il rapporto. “I bambini
dovrebbero essere difesi dalla guerra e non costretti ad
alimentarla. Invece, intere generazioni vedono i loro bambini
portati via da governi e gruppi armati” – ha dichiarato Davide
Cavazza, coordinatore della Coalizione italiana. Secondo la Coalizione, il Consiglio di
Sicurezza dovrebbe intraprendere un'azione immediata e decisiva per portare i bambini
fuori dai conflitti, applicando sanzioni mirate e deferendo i reclutatori al Tribunale Penale
Internazionale. I governi occidentali, invece, sono venuti meno all’impegno di proteggere i
bambini, fornendo sostegno e addestramento ai governi che usano i bambini soldato,
come quelli di Ruanda e Uganda.

Il sito internet della Coalition to stop the use of Child Soldiers, creato grazie al progetto
didattico iEarn da un insegnante della Sierra Leone in collaborazione con un collega
canadese, è nato per offrire ai giovani tolti ai campi di battaglia e alla guerriglia uno spazio
per fare sentire la loro voce e raccontare la loro esperinza. Il sito è tra i vincitori del “Cable
and Wireless Childnet Award 2004”, che premia i migliori siti educativi in tutto il
mondo:permette agli ex bambini soldato di esprimersi attraverso disegni, scritti o musica e
di scambiare mail con i coetanei di altri paesi. Per alcuni di loro il sito è stato uno
strumento per affrontare i fantasmi del passato: “Condividendo le loro esperienze con
ragazzi di tutto il mondo sentono di non essere più soli”, ha commentato Andrew Greene,
coordinatore del progetto, “aiuta i ragazzi toccati dalla guerra a ritrovarsi insieme, a
socializzare e ad usare la tecnologia”.

I BAMBINI SOLDATO DEL CONGO

Kalami ha quindici anni e negli ultimi sei anni ha


combattuto nelle fila di uno dei gruppi armati che si
massacrano a vicenda nella Repubblica
Democratica del Congo: “Ci veniva ordinato di
uccidere persone costringendole a restare all'interno
delle loro case mentre noi le bruciavamo. Abbiamo
persino dovuto sotterrarne alcune vive. Un giorno, io
e i miei amici siamo stati obbligati dal nostro
comandante a uccidere tutti i componenti di una
famiglia, tagliarne i corpi e mangiarli… La mia vita è
perduta. Non ho niente per cui vivere. Di notte non
posso più dormire. Continuo a pensare alle cose orribili che ho visto e fatto quando ero un
soldato”. In Congo migliaia di bambini continuano a essere rapiti dalle milizie che li
costringono a combattere. Un paese uscito due anni fa da un conflitto sanguinoso durato
11 anni che ha provocato 50mila morti ed un totale di 500mila vittime se si calcolano le
persone violentate e sottoposte a mutilazioni che sono diventate il triste marchio di
fabbrica della guerra in Sierra Leone. Come lo sono state le foto dei “soldati bambino”, a
migliaia arruolati a forza nelle milizie, violentati, marchiati a fuoco, sottoposti a torture e
mutilazioni, drogati, costretti a commettere atrocità quanto a subirne.

Un paese senza bambini, o i cui bimbi sono mutilati nel corpo e nello spirito, non può
pensare di avviarsi verso la pace, per questo i
programmi di recupero delle migliaia di bambini
soldato - secondo le stime dell'Unicef nel 2000
oltre il 30% dei combattenti della Sierra Leone
avevano meno di 15 anni ed al momento della
fine ufficiale della guerra nel gennaio del 2002 i
bambini soldati smobilitati risultavo essere 6845
- sono centrali negli sforzi per aiutare la
ricostruzione e la stabilizzazione del paese. Che
nel complesso si trova a dover reinserire nella
società civile un totale di 70mila ex combattenti.
Il Tribunale speciale per i crimini di guerra in Sierra Leone, composto da otto giudici
nominati dal governo ed altrettanti dalle Nazioni Unite che l'hanno voluto, è il primo che
considera il reclutamento di bambini soldato come un crimine di guerra. Il Tribunale ha
avviato la scorsa estate i primi processi sia contro esponenti del Fronte Rivoluzionario
Unito (RUF) che delle milizie filogovernative. Entrambe le parti hanno fatto enorme ricorso
alla coscrizione forzata di minori, in violazione delle convenzioni internazionali per la tutela
dei bambini.

ADULT WARS

Nel continente asiatico, l'agenzia ONU per l'infanzia ha svolto l'inchiesta “Adult wars, child
soldiers” (“Guerre dei grandi, soldati bambini”). Il
documento, pubblicato nell'ottobre del 2002, ha un
forte impatto emotivo, perché nasce dall'incontro
diretto con bambini soldato. In sei Paesi asiatici -
Cambogia, Timor Est, Indonesia, Myanmar,
Filippine e Papua Nuova Guinea - esperti dell'Unicef
e consulenti locali hanno intervistato 69 bambini con
esperienze militari passate o ancora in corso,
sottoponendo un questionario standard relativo al
loro background familiare, ai meccanismi di
reclutamento, alle esperienze vissute durante il servizio, alle conseguenze subite e alle
prospettive future. Il valore dell'inchiesta non sta nel fornire numeri o statistiche, ma nel
dare voce concreta a bambini che si sono scontrati precocemente con situazioni
pericolose; a chi, tra i 7 e i 17 anni, si è trovato coinvolto in scontri armati, generalmente
conflitti localizzati di bassa intensità, con radici etniche o religiose.

LE CROCIATE DEI BAMBINI

La “piaga” dei bambini soldato ricorda un nefasto precedente: le crociate dei bambini. Nel
XIII secolo furono organizzate spedizioni per liberare la Terra Santa compiute da
adolescenti, in gran parte pastorelli fanatizzati dal generale clima millenaristico dell'epoca.
Si svolsero almeno tre crociate di bambini. La prima, guidata dal francese Stefano di
Cloies, raccolse circa trentamila ragazzi che abbandonarono i padri, le madri, le nutrici e
tutti gli amici per dirigersi in processione, cantando, verso il Mediterraneo. Giunti a
Marsiglia (1212), alcuni mercanti senza scrupoli si impegnarono a trasportarli gratis in
Terra Santa, imbarcandoli su sette navi: di queste, due fecero naufragio e le rimanenti
vennero condotte in Tunisia e in Egitto dove i fanciulli furono venduti come schiavi agli
infedeli. Diciotto anni dopo Federico II incontrò settecento di loro ad Alessandria che non
erano più bambini ma uomini fatti. La seconda crociata, partita dalla Germania lo stesso
anno della precedente, raccolse circa ottomila bambini guidati dal dodicenne Nicholaus, il
quale assicurava che avrebbe camminato sul mare a piedi asciutti. Recatisi a Roma per
avere la benedizione papale dovettero accorgersi che nessuna autorità era dalla loro
parte: così, abbandonato il progetto, ripresero la via della Germania, attraversando le Alpi
in pieno inverno. Tornarono affamati e a piedi nudi, uno a uno e in silenzio. Molti di loro
giacquero, morti di fame, sulle pubbliche piazze nei villaggi, senza che nessuno dette loro
sepoltura. La terza, detta “la crociata dei pastorelli”, si mosse nel 1251 dalla Francia:
diverse migliaia di ragazzi seguirono un misterioso vecchio, Giacobbe, maestro
d'Ungheria. Loro meta era Gerusalemme ma, attraversando la Francia, devastarono le
case degli ebrei e le proprietà dei baroni e del clero e finirono tutti uccisi in scontri armati o
impiccati dai cavalieri francesi. Da queste crociate trae origine, probabilmente, la famosa
leggenda del pifferaio di Hamelin.

(pubblicato su Ecplanet 10-12-2004)

Child Soldiers Global Report 2004

Bleak future for Congo's child soldiers BBC News 25-07-2006

Child Soldiers in the Democratic Republic of Congo Human Rights Watch

Democratic Republic of Congo: Children at war | Amnesty International 08-09-2003

Congo's Child Soldiers - Photo Essays - TIME

Tale of a child soldier in Congo - Guardian Weekly 28-01-2009

Schiavi, ma col fucile Peace Reporter 11-10-2006

Adult Wars, Child Soldiers (PDF)

Child Soldiers Global Report 2008

http://www.bambinisoldato.it/

Crociata dei fanciulli - Wikipedia


BAMBINE SOLDATO

Sono 120.000 le bambine soldato nel mondo che vengono rapite e


reclutate dai gruppi armati coinvolti nei conflitti, la maggiorparte
delle quali rimangono vittime di abusi sessuali. La denuncia giunge
da Save The Children, che parla di "fallimento internazionale".
L’attuale programma di «disarmo, rilascio e reinserimento»,
coordinato dall’UNDP (il programma di sviluppo delle Nazioni
Unite), dalla Banca Mondiale e dall’UNDPKO (il dipartimento per il
mantenimento della pace delle Nazioni Unite), punta soprattutto al
recupero delle armi e al rilascio dei ragazzi rapiti, mentre la fase di
reinserimento viene affidata all’Unicef o a delle Ong che, però, non
hanno i fondi necessari. Il risultato è che le bambine rimangono
tagliate fuori. Hawa aveva otto anni quando i ribelli la portarono via
dal suo villaggio, nella Sierra Leone. Per otto mesi è stata la
"moglie" di uno dei soldati. «Non mi sentivo bene - racconta - mi
faceva male la pancia, sempre. Forse perché ero piccola, non avevo ancora le
mestruazioni». Poi riesce a fuggire, ma quando torna al suo villaggio si accorge che
l’inferno che ha subìto non la abbandonerà più: «Quando ho incontrato le mie sorelle è
stato molto triste: mi discriminavano perché ero stata stuprata». Zaina, 14 anni, è stata
violentata da un soldato congolese mentre stava andando a scuola. Torna a casa in
lacrime e la famiglia la caccia di casa. Aimerance, 14 anni, viene convinta da un’amica ad
unirsi ad un gruppo armato della Repubblica Democratica del Congo. Di giorno combatte,
di notte viene stuprata dai soldati: «Ogni volta che volevano, venivano e facevano sesso
con noi. Gli uomini erano così tanti. Arrivavano uno dopo l’altro. Noi eravamo lì solo per
fare quello che volevano. Anche se ti rifiutavi, ti prendevano lo stesso». «La tragedia delle
bambine rapite dai ribelli la viviamo ogni giorno», dice Tarcisio Pazzaglia, missionario
comboniano che opera nel nord dell'Uganda, dove imperversa da anni l’Esercito di
Resistenza del Signore (LRA), tristemente famoso per l’utilizzo di bambini soldato. Il
missionario conosce bene il fenomeno perché gestisce un convitto che ospita 260 bambini
sfuggiti alla guerriglia. «Si tratta di bambine e bambini che sono stati raccolti in famiglia
ma che vengono da noi perché i loro genitori non hanno i mezzi per sostenerli. Noi
offriamo vitto e alloggio e la possibilità di frequentare la scuola, dalle elementari fino al
liceo. Le bambine vengono rapite a 7, 8 anni e in genere sono impiegate come sguattere,
costrette a cucinare, a raccogliere legna e acqua per i guerriglieri. Una volta raggiunta la
pubertà, sono costrette a sposare uno dei capi della guerriglia e a vivere in condizioni
molto tristi, in harem composti da 3 o 4 compagne. La più giovane diviene la sguattera
delle più anziane». Le ragazze che sono riuscite a scappare e sfuggire alla caccia dei
guerriglieri hanno raccontato di aver patito la fame e la sete per giorni interi. «Le ragazze
che riescono a fuggire e tornano nel loro villaggio sono generalmente ben accolte, ma
sono guardate con compassione e anche con sospetto: molti si chiedono se hanno
contratto l’AIDS», dice il missionario. La drammatica situazione delle bambine soldato è
oggetto del rapporto “Forgotten Casualties of War: Girls in Armed Conflict” curato
dall'organizzazione umanitaria Save the Children. Secondo il rapporto, mentre il problema
dei bambini soldato è noto, il fatto che molte bambine vengano coinvolte nei conflitti è
stato finora ignorato. Save the Children afferma che dei 300 mila bambini che si pensa
siano stati arruolati dai gruppi armati, circa il 40% è composto da bambine e ragazze. I
paesi più colpiti da questo orrendo crimine sono Uganda, Congo e Sierra Leone, dove
bambine dagli otto anni in su vengono prelevate dalle loro famiglie e costrette a lavorare
per i gruppi armati, alcune come combattenti, altre come cuoche ed assistenti. Nella sola
Uganda, sono circa 6.500 le bambine rapite dai ribelli dell'Esercito di liberazione del
Signore, mentre altre 12mila si ritiene siano costrette ad entrare in organizzazioni armate
nella Repubblica Democratica del Congo. Nello Sri Lanka, sono 21.500. «Non bisogna
però disperare, ma lavorare per recuperare le vittime di queste violenze», dice il
missionario. «La gente del mio villaggio - racconta Rose, liberiana - ha reso la mia vita
molto difficile quando sono tornata a casa. Non posso stare con le persone della mia età.
Mi trattano male perché ho un bambino. Per loro sono una prostituta e temono che possa
incoraggiare le loro figlie. Nessuno mi parla».

(12-10-2005)

Bambine-soldato, 120mila le piccole schiave Corriere della Sera 26-04-2005

Bambine soldato: una storia non raccontata Unicef

Una bambina soldato, vittima e carnefice nell’inferno dell’Uganda Panorama 20-05-


2008

THE INVISIBLE CHILDREN

Bambini che soffrono, bambini che muoiono. Vittime innocenti di una umanità crudele,
brutale, senza scrupoli. Bambini costretti all'unica cosa possibile: adattarsi. Costretti a
subire le botte del papà alcolizzato, a nascere con l'Aids per colpa di genitori sieropositivi,
a vivere in strada, a prostituirsi, a rubare, ad imbracciare un
mitra, per riuscire a sopravvivere. I bambini vittime dei
trafficanti di “merce umana” nel mondo sono circa 30 milioni.
Vengono impiegati come braccianti nelle piantagioni,
lavoratori nelle cave, nelle vetrerie, nelle fornaci, venduti
come servi alle famiglie facoltose, coinvolti nella
prostituzione o reclutati nei conflitti armati. In Africa, il traffico
dei bambini è molto diffuso soprattutto nella parte
occidentale, avallato da pratiche tradizionali per cui i figli
vengono affidati a parenti per introdurli nel mondo del
lavoro. Fatalmente, approfittando della difficile situazione
economica dei villaggi, i trafficanti riescono a farsi affidare i
bambini costringendoli a svolgere lavori umilianti, che
compromettono la loro salute fisica e lo stato mentale. Ma il
commercio di piccoli schiavi interessa anche l’Europa (il
60% degli albanesi vittime della tratta sono minorenni), Stati
Uniti (sono 300.000 i bambini di età compresa tra 10 e 17 anni vittime di sfruttamento
sessuale) e l’Italia (5000 donne e bambini, 8000 bambini stranieri costretti a mendicare e
2200 minorenni coinvolti nella prostituzione). Gli “invisible children” sono un popolo
enorme, una piaga mondiale in costante aumento, sono i figli della globalizzazione.
Invisibili, perché i mass-media non si degnano di parlarne abbastanza, se non quando si
tratti di casi eclatanti: come i neonati gettati nel
cassonetto, venduti su Internet, uccisi dalla
propria madre, protagonisti di abusi sessuali,
carne da macello. Ci sta provando il cinema a
sensibilizzare l'opinione pubblica su questa
immane tragedia-catastrofe del nostro tempo. “All
The Invisible Children”, film a episodi prodotto da
Maria Grazia Cucinotta, con sette storie di una
ventina minuti ciascuna, prova ad aprire delle finestre su storie e luoghi che non siamo
abituati a vedere. Mehdi Charef, Emir Kusturica, Spike Lee, Katia Lund, Ridley Scott,
l'italiano Stefano Veneruso e John Woo. Ognuno col proprio stile, ognuno voce della
propria terra di provenienza. Un film che va oltre la semplice denuncia. Che riesce anche a
divertire, grazie all'allegria gitana di Kusturica, che commuove, quando Spike Lee ritorna
nei suoi amati-odiati ghetti metropolitani dove i neri buttano via la propria esistenza, che
irride il consumismo, mostrando i bambini di San Paolo che vivono raccogliendo lattine e
cartoni per strada. L'Italia è rappresentata dalla storia di Ciro, giovanissimo scugnizzo
napoletano che sogna un giro in giostra mentre ruba orologi da polso agli automobilisti
fermi al semaforo.

(pubblicato su Ecplanet 10-02-2006)

Aspettativa di vita: un giorno.

È quella che hanno a disposizione due milioni di bambini che muoiono infatti entro le prime
24 ore di vita. Un altro milione se ne va più lentamente: tra il secondo e il settimo giorno,
un altro milione tra la seconda e la quarta settimana. Sono alcune delle cifre del settimo
rapporto sullo stato delle madri nel mondo, diffuso dall'associazione Save the Children:
“Solo un piccolissimo numero di neonati nei paesi poveri riceve cure e assistenza
appropriate durante questo periodo così delicato - spiega Carlotta Sami, direttore dei
programmi di Save the Children - semplici precauzioni e misure sanitarie che da noi diamo
per scontate e che possono fare la differenza fra la vita e la morte per questi bambini”. Il
dossier contiene anche l' “Indice delle madri”, una classifica dei Paesi dove le mamme e i
bambini stanno meglio o peggio, che analizza la condizione di 125 Paesi. In cima alla lista
i Paesi scandinavi, mentre le mamme che stanno peggio risultano essere quelle che
vivono nell'Africa subsahariana. Nel valutare il benessere delle madri e dei neonati in 53
paesi a basso reddito, la classifica stilata da Save the Children vede Liberia e Afghanistan
all'ultimo posto e Vietnam e Nicaragua al primo. Il tasso di mortalità alla nascita in Liberia
è cinque volte quello del Vietnam. Il dossier prende inoltre in considerazione 23 paesi a
“medio reddito”, fra quelli in via di sviluppo, e pone l'Iraq in fondo alla graduatoria (6 morti
ogni 100 nati) e la Colombia in testa (1 morto su 100 nati).

ABUSI IN LIBERIA

Sempre da Save The Children arriva l'accusa a cooperanti e imprenditori locali, ma anche
ai caschi blu dell'ONU, che pretenderebbero dai minori
rapporto sessuali in cambio di cibo e denaro. Secondo il
rapporto di Save the Children sono soprattutto le bambine
liberiane a essere vittime di queste pratiche. Save the
Children ha incontrato oltre 300 persone nei campi profughi
e ha accertato che gli abusi sono molto diffusi: tutte le
persone interpellate dall'organizzazione hanno affermato che riguarderebbero oltre la
metà delle bambine ospitate nei campi. Una donna di 20 anni ha raccontato alla BBC di
essere stata costretta ad avere rapporti sessuali con un operatore umanitario. Save the
children punta il dito anche contro funzionari governativi e insegnanti, accusati di chiedere
rapporti sessuali in cambio della retta scolastica o anche soltanto di buoni voti. “Questo
non può continuare. “Deve essere fermato” - ha commentato la responsabile dell'ufficio di
Londra dell'Ong, Jasmine Whitbread – “gli uomini che usano le proprie posizioni di potere
per sfruttare bambini vulnerabili devono essere denunciati e licenziati. Bisogna fare di più
per aiutare i bambini e le loro famiglie, perché vivano senza cadere in questo tipo di
disperazione”. Whitbread ha poi lanciato un appello al nuovo governo liberiano, guidato
dal presidente, signora Ellen Johnson-Sirleaf, che ha fatto della lotta allo sfruttamento e
alla prostituzione una delle sue bandiere. “La nostra esperienza - ha concluso - dimostra
che senza pressioni dall'alto nulla cambierà”. Nel rapporto redatto dall'organizzazione si
afferma che lo sfruttamento sessuale delle bambine di età compresa tra gli otto e i 18 anni
sta diventando sempre più comune tra gli sfollati che stanno rientrando nelle proprie case
dopo la fine della guerra civile durata anni e l'elezione del nuovo presidente.

(pubblicato su Ecplanet 19-05-2006)

Save the children presenta il Rapporto sullo Stato delle Madri nel Mondo 2009

Liberia: abusi di Ong e soldati Onu sulle bambine Unimondo 10-05-2006

Liberia sex-for-aid 'widespread' BBC 08-05-2006

Aumentano i bambini poveri. Bambini soli, spesso sfruttati o abusati da adulti. L'Italia è al
secondo posto in Europa per numero di minori poverii a rischio di sfruttamento, devianza e
disagio, sia che si tratti di italiani che stranieri. Lo dice il secondo rapporto di
aggiornamento sulla condizione dell'infanzia, alla vigilia dell'anniversario della ratifica della
Convenzione ONU sui Diritti dell'Infanzia e Adolescenza da parte dell'Italia, avvenuta il 27
maggio 1991, frutto del gruppo di lavoro per la CRC (Comitato per i Diritti dell'Infanzia),
con il coordinamento di Save the Children Italia. I bambini che chiedono soldi ai semafori o
alcuni drammatici fatti di cronaca che documentano violenze, abusi e gravi mancanze e
negligenze ai danni di minori, «sono solo la manifestazione più visibile di tendenze
strutturali che rileviamo», ha detto Arianna Saulini, coordinatrice del Gruppo di lavoro sulla
CRC e responsabile dell'Area Diritti di Save the Children Italia. «Il rapporto prende in
esame moltissime questioni relative all'infanzia: le misure di attuazione della Convenzione
in Italia, i servizi sanitari e di assistenza all'infanzia, l'educazione, il gioco, le attività
culturali, le misure di tutela dei minori - ha proseguito Arianna Saulini - in questo quadro
generale abbiamo rilevato alcune tendenze che richiedono massima attenzione e
tempestività di intervento. In particolare, siamo preoccupati per la riduzione in povertà di
molti bambini insieme alle loro famiglie e dall'aumento di fenomeni di sfruttamento di
minori stranieri e italiani». Stime recenti valutano in 17 milioni i bambini in stato di povertà
in Europa. Secondo il Rapporto del Centro di Ricerca Innocenti dell'Unicef, il 16,3% dei
bambini, nel nostro paese vive al di sotto della soglia nazionale della povertà. «L'OCSE ha
dimostrato una relazione inversamente proporzionale tra tasso di occupazione femminile e
tasso di povertà tra i bambini», si legge nel rapporto. Riguardo i minori migranti, composti
anche da provenienti da paesi in guerra, magari ex bambini soldato, il quadro che emerge
dal Rapporto è quello di un gruppo ad alto rischio, insufficientemente tutelato sin dall'arrivo
alle nostre frontiere. La difficoltà di accedere a programmi di integrazione e
successivamente di avere un permesso di soggiorno espone i minori migranti al forte
rischio di cadere vittime di fenomeni di sfruttamento sia sessuale che lavorativo e di
devianza. Sono quasi 6.500 i minori stranieri non accompagnati in Italia (al 30 dicembre
2005), secondo i dati del Comitato Minori Stranieri. Provengono per lo più da Romania,
Marocco, Albania. Moltissimi di questi minori - si legge nel Rapporto - si allontanano
immediatamente dalle comunità di accoglienza in cui vengono inseriti, andando a vivere in
in case o fabbriche abbandonate o per strada. Non vanno a scuola, non accedono
all'assistenza sanitaria e sono dunque esposti a varie forme di sfruttamento e devianza.
All'interno del fenomeno della prostituzione merita una particolare attenzione quella
maschile straniera, tanto poco conosciuta quanto diffusa. È importante sapere, per
esempio, che tra i minori che si prostituiscono molti sono rumeni rom, una minoranza
etnica particolarmente vulnerabile. Per questi ragazzi, spesso, la decisione di prostituirsi
non è frutto della coercizione, anche se resta elevato il rischio e anche i casi di
sfruttamento, così come è ricorrente il coinvolgimento di questi minori in attività illegali. La
prostituzione minorile italiana, invece, riguarda, per lo più, bambini e ragazzi italiani che, a
causa di condizioni socio-economiche disagiate, trovano, in modo coatto o autonomo,
nella prostituzione, spesso in casa, a volte anche in strada, un importante supporto
economico per se o per il proprio nucleo familiare. Oppure, rappresenta un mezzo per
procurarsi sostanze psicotrope o una fonte di denaro per soddisfare bisogni non primari.
Ma quanti sono i minori che si prostituiscono, quanti sono vittime di tratta, quanti i bambini
che subiscono violenza e abuso, quanti i minori negli istituti o appartenenti a minoranze
etniche? «È inaudito che su alcune questioni molto serie relative alle condizioni
dell'infanzia in Italia, manchino da anni dati ufficiali», dice la Saulini, «ad oggi non
conosciamo il numero di bambini e bambine che vivono fuori della famiglia, non sono state
istituite anagrafi regionali sul numero di minori in strutture residenziali come istituti e case-
famiglia e non è operativa la banca dati dei minori dichiarati adottabili e degli aspiranti
genitori adottivi. Mancano poi ii dati ufficiali sui minori Rom. Non è quindi possibile stimare
il numero di minori vittime di tratta: gli unici dati disponibili sono quelli relativi al rilascio dei
permessi di soggiorno per protezione sociale».

(pubblicato su Ecplanet 10-06-2006)

Convenzione sui diritti dell'infanzia | Save the Children Italia Onlus

UNICEF - Gruppo di lavoro per la Convenzione sui diritti dell'infanzia

Le prospettive dell'Africa di raggiungere una pace


duratura rischiano d'esser vanificate dalle orribili
violenze inflitte ai bambini del continente. A casa,
nelle scuole e negli istituti d'accoglienza di tutta
l'Africa, i bambini sono vittime di abusi fisici,
psicologici e sessuali; quelli che vivono in strada
sono esposti a incessanti brutalità e violenze di
gruppo, spesso per mano della polizia, mentre
sul lavoro sono sottoposti ad abusi e sfruttamento
economico, faticando duramente in condizioni
nocive alla loro salute o comunque a rischio.
Ogni anno, in Africa, circa 3 milioni di donne e
bambini subiscono mutilazioni genitali femminili, una pratica tradizionale che le espone a
seri rischi di morte durante il parto. In Africa centrale e occidentale, inoltre, ogni anno
300.000 bambini cadono vittime del traffico di minori. È la denuncia dell'Unicef in
occasione della Giornata del Bambino africano. La violenza sessuale e lo stupro di
bambini - prosegue l'agenzia delle Nazioni Unite - appaiono in drammatico aumento,
imperdonabilmente alimentati da conflitti armati e povertà estrema, con gravi conseguenze
anche in termini di HIV/AIDS. Nella Repubblica Democratica del Congo, donne e bambini,
a volte di appena 8 anni, continuano ad essere violentati, anche quando il paese si avvia
alle sue prime elezioni nazionali dopo oltre 40 anni. Nel 2005, in Sud Africa 4 vittime di
violenze sessuali su 10 sono stati bambini. In Kenya, il 46% delle donne subisce violenze
sessuali durante l'infanzia e una su 4, d'età compresa tra 12 e 24 anni, perde la verginità
con la forza. “Questi dati costituiscono solo l'aspetto conosciuto del problema”, ha
dichiarato Per Engebak, Direttore dell'Ufficio regionale dell'UNICEF per l'Africa orientale e
meridionale, “La paura di ritorsioni e la volontà delle famiglie di raggiungere un
compromesso riparatore accrescono la cultura del silenzio e contribuiscono all'acuirsi del
problema nell'ombra e senza che venga denunciato”. Il danno prodotto è enorme.
L'evidenza dimostra che i bambini vittime spesso si trasformano, a loro volta, in coloro che
perpetrano la violenza. Quando ciò avviene, pochi paesi dispongono degli strumenti idonei
a rieducare questi bambini, considerati a loro volta criminali. “Si adotta una cultura punitiva
e repressiva, invece che porre l'attenzione sulla riabilitazione del bambino”, ha affermato
Esther Guluma, Direttore dell'Ufficio regionale dell'UNICEF per l'Africa centrale e
occidentale: “Quando condannati al carcere, i bambini sono costretti a vivere in condizioni
di estrema violenza fisica e psicologica”. Quest'anno, la Giornata del bambino africano
assume un significato ulteriore, in vista dello Studio delle Nazioni Unite sulle violenze
contro i bambini, che sarà presentato dall'Assemblea generale dell'ONU il prossimo
ottobre e fornirà un quadro globale dettagliato sulla violenza contro i bambini. In alcuni
paesi africani - Kenya, Ghana, Sud Africa - sono già state avviate alcune misure, ma -
rileva l'Unicef - a 16 anni dal giorno in cui i leader politici africani decisero di onorare la
rivolta di Soweto, proclamando il 16 giugno Giornata del Bambino Africano, purtroppo, la
violenza è sempre più parte della realtà quotidiana di milioni di bambini dell'Africa odierna.

(pubblicato su Ecplanet 27-06-2006)

UNICEF "Giornata del bambino africano" 2006

Dichiarazione UNICEF sulla giornata del bambino africano 2009 16-06-2009

NINOS DE LA CALLE

Il fenomeno dei “ninos de la calle”, i bambini di strada, in


Sudamerica è enorme: basti pensare che dei 96 milioni di
persone che vivono in povertà estrema in America Latina e ai
Caraibi, 41 milioni sono minori sotto i 12 anni e 15 milioni
adolescenti tra i 13 e i 19 anni. Dall'America Latina, l'abbandono
dei minori si è esteso all'Africa, Asia, Europa e perfino al Nord
America e Australia. In tutto il mondo sono stimati essere circa
150 milioni. La maggiorparte sopravvive chiedendo l'elemosina,
vendendo periodici, lustrando scarpe, rubando o prostituendosi.
Molti consumano droga o inalano colla come unica via di fuga
da una realtà in cui sembrano invisibili. Una realtà fatta di
violenze subite dalla Polizia, di abusi sessuali (a pagamento e
non), e della indifferenza di tutti quelli che camminano sulla
strada dove sopravvivono. A Santo Domingo de los Colorados,
in Ecuador, i “ninos gomeros” hanno sempre con sè una
sostanza gialla, contenuta in una bottiglietta o in un
sacchetto di plastica, che aspirano quasi ventiquattro
ore al giorno. Si tratta di comune colla per scarpe
(volgarmente chiamata “goma”, da cui “gomeros”) in
vendita in qualsiasi ferramenta a soli ottanta
centesimi di dollaro, ossia meno di un piatto di cibo. I
danni causati da questa droga sono irreversibili a
livello celebrale e possono anche condurre alla morte
improvvisa. Tuttavia, per i ninos gomeros, la colla
nella strada è l'unico compagno fedele.
I ninos de la calle si danno alla strada fin dalla più tenera età per sfuggire a situazioni
familiari insostenibili fatte di alcoolismo, abusi sessuali e/o criminalità; una volta in strada,
accolti da una polizia che li punisce con interventi estremamente pesanti e arbitrari (da
fare rabbrividire qualsiasi organizzazione di tutela dei diritti umani), e da procacciatori di
affari sporchi che arrivano addirittura ad abusare di loro sessualmente per un dollaro; di
fronte al freddo, ai crampi della fame, all'indifferenza della gente, davanti ad un futuro
senza prospettive, la goma diventa l'unico loro “svago”.

Per molti dei volontari che hanno operato a contatto con questi bambini, il loro recupero
appare impossibile. In Guatemala, nel 2005, venne
fuori che gli ufficiali di polizia e delle forze di
sicurezza torturavano i ninos de la calle: li pestavano
a mani nude o con dei bastoni. “Gli agenti di polizia
si divertono con noi, ma preferiscono le ragazze.
Loro le violentano – racconta Carlos, un ragazzo di
strada del Guatemala - ne abusano sia nelle prigioni
che per strada, dietro minaccia di arresto. Ho visto
tante giovani donne sottomettersi a loro per evitare
di essere portate dentro. Una di otto anni mi ha
confidato che un agente le ha chiesto di poterla
guardare nuda in cambio della libertà... a volte ci fermano e ci bruciano le mani con le
sigarette. A me hanno gettato del solvente addosso e mi hanno picchiato. Solo perché
non avevo soldi da dargli”. Adesso, Carlos è aiutato da Casa Alianza Guatemala, che
raccoglie e sostiene i niños de la calle con un apposito programma umanitario.

“I poliziotti ci lasciano andare solo se andiamo a letto con loro


– racconta Carminia, una ragazza di strada cresciuta in una
zona agricola con i suoi genitori adottivi (la matrigna la
malmenava, il patrigno la violentava) - lo fai, e basta. La paura
è troppa. Altrimenti trovano un modo qualsiasi per incastrarci:
magari ci nascondono un po’ di marijuana nelle tasche e per
noi è il carcere.. la tortura è quando prendono uno di noi, se lo
portano lontano lontano, lo bruciano vivo o gli strappano un
orecchio o cose del genere. Alcuni dei miei amici li hanno
perfino uccisi. Dopo averli torturati però. Ad uno gli hanno
cavato gli occhi, strappate le orecchie e poi finito a colpi di
macete. Questa è la tortura per noi, niños de la calle”.

MENINOS DE RUA

In Brasile, sono 7 milioni i bambini che vivono in strada.


In media quattro di essi sono assassinati ogni giorno da
gruppi di sterminio o dalla polizia. La situazione sociale
e politica del Paese e l'esistenza di una riforma agraria
varata ma mai decollata spiegano l'inurbamento che, in
pochi anni, ha creato nelle grandi città quartieri ghetto
dove si vive appena al di sopra del limite di
sopravvivenza, dove il crimine dilaga tra l'indifferenza
generale. Dei 7 milioni di bambini di strada che devono
sopravvivere, almeno due si prostituiscono, gli altri si
arrangiano con ogni tipo di lavoro, con furti e droga. Il
loro comportamento è gravemente antisociale, risentito, diffidente e la società si difende
spesso uccidendolo. I “meninos de rua” diventano così un problema che va risolto. Solo
negli ultimi 5 anni, secondo i dati della Commissione parlamentare di indagine sulla
violenza contro i minori, sono stati 16.414 i bambini di strada assassinati dagli squadroni
della morte. Le “meninas” della Praca da Se' di San Paolo vivono ogni giorno e ogni notte
nel crescente terrore di essere ammazzate tutte insieme in un massacro peggiore di quello
di Rio de Janeiro. Una ragazzina che ora ha 16 anni ha avuto un bambino da un poliziotto:
non si è neppure accorta di essere stata violentata perché il poliziotto prima l'ha
addormentata col gas. Solo per il 10% dei delitti e delle violenze su di loro si apre
un'inchiesta, sostiene Mario Volpi, responsabile del “Movimento Nacional de Meninos e
Meninas de Rua” che da anni si batte per la difesa dei diritti dei ragazzi e
l'autorganizzazione dei minori in Brasile. Secondo Volpi, la violenza su bambini in Brasile
non è solo quella commessa dai poliziotti, dai “gruppi di sterminio” finanziati da
commercianti e industriali o dai “gruppi di giustizieri” che controllano il traffico di droga, ma
anche lo sfruttamento del lavoro minorile: “I bambini resi schiavi, segregati nei postriboli o
costretti a lavorare nell'acqua nelle miniere per estrarre l'oro - sostiene Volpi - in Brasile
sono molto più numerosi dei bambini di strada, ma non si vedono, non danno fastidio e la
società civile li tollera”.

Le Nazioni Unite stimano che non meno di 500.000 bambini


e bambine in Brasile siano vittime di abusi sessuali. In
alcune parti del paese, specie nel nordest, la maggiorparte
dei crimini sessuali contro bambini e adolescenti non sono
investigati perchè sono coinvolti rappresentanti della
giustizia. Nel 1992, membri del Congresso Nazionale
diedero vita ad una commissione parlamentare che scoprì,
tra gli altri, il coinvolgimento di ufficiali della polizia. Nel
2003, la polizia sorprese a Porto Ferreira (São Paulo) dei
consiglieri mentre stavano facendo sesso di gruppo con
minori tra gli 11 e i 16 anni. Nel Luglio del 2004, la
commissione ha scoperto che centinaia di politici, giudici,
uomini d'affari, partecipavano ad abusi sessuali su minori,
inclusi quelli su bambine incinte. Tra i vari coinvolti, il vice-
governatore dell'Amazzonia aveva messo su un traffico di prostituzione minorile che
reclutava ragazzine di 16 anni.

Fonti: BBC / peacereporter / mondointasca

(pubblicato su Ecplanet 05-10-2006)

Casa Alianza Latinoamerica Noticias

Niños de la calle - Wikipedia

Ragazzi di strada molto speciali: i NIÑOS GOMEROS Caschi Bianchi Focsiv 15-09-
2005

Meninos de Rua ilpaesedeibambinichesorridono


THE SILENT WAR

Baixada Fluminense, periferia di Rio de Janeiro. Una


distesa informe di baracche in legno e lamiera, palazzoni di
cemento nudo che da tempo hanno smesso di avere una
dignità architettonica. Baixada Fluminense è quella area di
pianura che descrive la periferia di Rio de Janeiro e
comprende i comuni di Nuova Iguaçù, Duque de Caxias,
Mesquita, Nilopolis e molti altri, per un totale di quasi 8
milioni di persone. La maggioranza sono favelas o aree di
gente povera. Questa area fino a quaranta anni fa era
agricola, adesso è una fiumana di case, formatasi con il
fenomeno dell'immigrazione. La Baixada è, secondo le
Nazioni Unite, uno dei posti più violenti al mondo: 12 omicidi
al giorno, oltre a una serie di reati minori come scontri a
fuoco e rapine. Il traffico di droga è ormai endemico, gli
spacciatori vanno lì per raccattare manovalanza (corrieri,
piccoli venditori, ecc.) e organizzare le loro guerre tra bande. Baixada è lo spaccato più
drammatico di un paese dove lo stato di barbarie provocato dalla globalizzazione ha
raggiunto ormai livelli che disumani è dire poco. Il quartiere vanta primati come: il più alto
numero di bambini di strada, quello in cui i bambini si ammazzano di più (di solito
ingerendo veleno per topi), quello in cui vengono commessi più omicidi e in cui l'età media
dei meninos de rua si è abbassata di più negli ultimi anni: da 10-12 anni a 4-5. I ragazzini
cominciano con piccoli furti e rapine, poi spaccio, per finire al soldo dei trafficanti che
hanno decentrato i loro affari nella Baixada. Si fanno assoldare per povertà, stanchezza, e
poi “per quella miseria che è la caratteristica di questa zona” dice Lucia Ines, una delle
fondatrici della Casa do Menor. “Miseria culturale, di fede, morale. Una miseria assoluta,
perché la gente non ha più valori, ha perso tutto, a cominciare dalla stima di sé”. La
maggior parte dei giovani qui non raggiunge i 18 anni. Vengono ammazzati prima. Dai
trafficanti, perché il più piccolo sgarro viene punito con la morte, o dagli squadroni della
morte, assoldati dai privati per garantire l'ordine. La Baixada vanta anche un altro primato:
è la zona di Rio in cui i “justiceiros” ammazzano di più e più impunemente: 12 omicidi al
giorno, tutti di persone “non identificate”, la maggior parte bambini, quasi sempre impuniti.
I giornali non ne riportano neppure più la notizia, la polizia minimizza.

Gli squadroni della morte fanno parte della vita quotidiana nella Baixada fin dal 1950,
quando i justiceiros cominciarono a sostituirsi allo stato. Una
specie di “servizio pubblico” (parole loro), tanto che qualcuno
lavora per soldi e qualcun altro lo fa solo “per rendere un favore
alla società”. Jubilee Campaign, una organizzazione per i diritti
umani inglese, ha svolto una accurata indagine sul campo,
nella Baixada, su incarico del parlamento inglese. Ha
intervistato “justiceiros”, poliziotti, meninos de rua e gente della
strada e poi ha pubblicato un rapporto di 64 pagine intitolato
“The Silent War”. Un documento a dir poco agghiacciante. Gli
squadroni, assoldati quasi sempre dai negozianti o dalle
compagnie (per esempio quella dei Trasporti di Rio), sono
formati da poliziotti, ex poliziotti, o killer professionisti. Per
essere giustiziati non c'è bisogno di essere coinvolti nel
narcotraffico. Basta che il menino commetta un furto, o non
paghi il biglietto dell'autobus, che risponda male a un justiceiro
o a un poliziotto, e viene freddato per strada, con una pallottola alla testa. Così i ragazzi
vengono ammazzati spesso in pieno giorno e nessuno denuncia il fatto perché sa che
sarebbe ammazzato a sua volta. La polizia, quando non è direttamente coinvolta, è
comunque connivente. Josè Sivuca, deputato per lo stato di Rio, passato alla storia, a suo
tempo, per aver affermato che “un bandito buono è un bandito morto”, ha spiegato in una
intervista alla Abc News che: “Una volta che la violenza si è installata in un luogo soltanto
una violenza di senso contrario la può combattere”. In seguito alla pubblicazione del
rapporto “The Silent War” sono stati identificati i due squadroni della morte più importanti
della Baixada. Il primo, formato da 26 persone e diretto dal 37enne Tiao da Mineira, il
secondo, di 14 uomini, diretto da Chiquinho Tripa, ex poliziotto. Giudicati responsabili di
innumerevoli omicidi, i membri delle due organizzazioni sono stati condannati fino a 60
anni di prigione. Altri gruppi, come quello dei “Cavalieri Neri”, un misto di agenti di polizia e
penitenziari, sono finiti nel mirino della giustizia. A denunciare i gruppi sono stati alcuni
abitanti del quartiere, tra i pochi ad infrangere la legge del silenzio. I difensori dei diritti
umani continuano a subire vessazioni, minacce di morte, diffamazione pubblica e a essere
uccisi. Quelli che lavorano nelle aree rurali sono stati particolarmente vulnerabili alle
aggressioni delle guardie assoldate dai proprietari terrieri, spesso con l'acquiescenza della
polizia. Valdania Aparecida Paulino, un'avvocata per i diritti umani che lavora a Sâo Paulo,
ha ricevuto diverse minacce anonime dopo aver accettato di occuparsi di Josè Nunes da
Silva e Ednaldo Gomes, uccisi secondo le accuse dalla polizia militare di Sâo Paulo il 31
marzo 1999. Márcio Celestino da Silva, che ha testimoniato sulla morte dei due uomini è
stato fermato dalla polizia nel giugno 1999 e trattenuto per quattro mesi: é stato picchiato,
sottoposto a tortura con scariche elettriche e gli è stato ordinato di ritirare la sua
testimonianza. A Belem, nello stato di Pará, la poliziotta e Difensore Civico Rosa Marga
Roth è stata citata in tribunale da un delegato di polizia che era il principale sospetto di un
caso di tortura. Il delegato di polizia l'ha accusata di reati fra cui diffamazione e
manipolazione di testimoni. Alla fine del 2000 doveva ancora subire due processi.

CIDADE DE DEUS

Il film “City Of God” (Fernando Meirelles


Brasile/Francia/USA 2003 Tratto dal romanzo del brasiliano
Paulo Lins) racconta la vita di una favela – Cidade de Deus
– ai margini di Rio de Janeiro, partendo dagli anni ’60, per
contrapporre al suo disfacimento l’ascesa di alcune potenti
gang di quartiere. Buscapé, undicenne locale con uno
speciale talento per la fotografia, insegue i suoi sogni per
sfuggire ad un’esistenza segnata dal crimine e dalla
corruzione. Tra episodi di violenza e il patimento di una
povertà devastante, il timido studente descrive così il suo
mondo e quello delle feroci bande giovanili, rischiando di
frequente la propria incolumità. Attraverso trent’anni di vita
(dai 60’ agli 80’) e la prospettiva di due generazioni, “City of
God” racconta la discesa agli inferi di un’intera classe
sociale condannata ad implodere entro i confini della propria
miseria, in una cornice esistenziale avvelenata dalla violenza e dalla criminalità.
“La morte si perde per il regista Fernando
Meirelles nei dettagli del quotidiano, come
parte dello spazio scenico a cui lo sguardo
finisce, suo malgrado, con l'abituarsi. È
l'impulso indotto da una ricerca estetica e
narrativa che ostenta toni documentaristici e
cromatismi d'autore: il degrado dello scenario
suburbano viene espresso nella sua integrità
anche grazie ai circa 200 attori non
professionisti scelti tra le favelas (molti
chiamati ad interpretare la loro stessa vita) – per consentire una verosimiglianza scandita
dalla fisionomia, dal linguaggio e dalla gestualità di coloro che non tracciano linee di
demarcazione tra l'artificio cinematografico e la dolorosa incidenza della propria routine”
(Francesco Russo, Tempi Moderni).

LO STERMINIO DEI BAMBINI

“Quando si elimina un bambino di strada, si fa solo un favore alla società” (Silvio Cunha,
presidente dell'Associazione dei Commercianti di Rio).

(...) Nelle pieghe dei grandi centri urbani brasiliani è in corso un


silenzioso sterminio di minori dediti a piccoli reati che si configura
in una vera operazione di guerra. Una guerra che porta gruppi
capeggiati da poliziotti a compiere pestaggi e torture, o alla
costituzione di squadroni paramilitari promossi o tollerati dalle
forze dell'ordine col pretesto che quei ragazzi sono irrecuperabili e
pericolosi. Vengono chiamati “justiceiros”, “Polizia mineira” o
“squadroni della morte”. Diversamente da quelli degli anni 70, non
sono più formati esclusivamente da poliziotti... (...) In varie parti del
paese è in atto uno sterminio dei minori, e devo purtroppo
riconoscere che esistono poliziotti coinvolti in questa mattanza –
ha dichiarato il segretario per la Sicurezza di Rio de Janeiro, Hélio
Saboya, che prima di far parte del governo ha militato in movimenti per la difesa dei Diritti
Umani (...) Ci sono momenti in cui mi chiedo chi è il vero bandito quando vedo le
esecuzioni degli squadroni – commenta Almeida Filho, segretario per la Sicurezza dello
Stato del Pernambuco [il Brasile è una Repubblica Federale
formata da 25 Stati – n.d.t.], ormai rassegnato a leggere rapporti su
ragazzini assassinati in Pernambuco dopo che hanno subito torture
indicibili. Vi sono casi di sadismo bestiale: organi genitali amputati,
occhi strappati; i corpi presentano sempre numerose bruciature di
sigaretta e coltellate (...) Il problema è dovuto al continuo aumento
di adolescenti, maschi e femmine, che cercano sulla strada un
mezzo di sostentamento (...).

Vincitore del Premio Maria Moor Cabot, categoria Menzione


d'Onore, patrocinato dalla Facoltà di Giornalismo della Columbia
University, USA, “A Guerra Dos Meninos” (in it. “Lo Sterminio dei
Bambini”, Baffi, 1990) di Gilberto Dimenstein è il resoconto di
un'inchiesta sullo sterminio sistematico dei meninos de rua in Brasile. L'enorme scalpore
suscitato dalla pubblicazione del libro ha contribuito a una presa di coscienza più realistica
del fenomeno dei “bambini di strada” da parte della popolazione brasiliana, fino ad allora
considerati un flagello da combattere anziché delle vittime. Il libro ha dato origine a una
Commissione Parlamentare di Inchiesta sull'infanzia abbandonata.

Fonti: BBC / peacereporter / mondointasca

(pubblicato su Ecplanet 08-10-2006)

Jubilee Research - successor to Jubilee 2000 debt cancellation campaign


international insolvency process, debt, finance, econo

Jubilee Campaign

Casa do Menor São Miguel Arcanjo

Basta poco per morire Peace Reporter 16-11-2005

Il dramma dei meninos de rua webrebelde 04-12-2005

Meninos de rua e trafficanti in Brasile blog La Stampa 26/04/07

Novo massacre na Baixada Fluminense - Cotidiano - Brasil Wiki! 23-06-2008

IL DRAMMA DEL CONGO

Centinaia di migliaia di bambini potrebbero, in


ogni momento, essere arruolati negli eserciti
regolari o nelle file di qualche gruppo armato. La
maggior parte di questi soldati bambini/e ha tra i
15 e i 18 anni, ma numerosi sono quelli di età
inferiore (10 - 14 anni) e vi sono testimonianze di
reclutamenti di bambini ancora più giovani. Sono
passati due anni dall'avvio del programma
governativo nazionale "DDR" (Disarmament,
Demobilization and Reintegration) che doveva
riportare i bambini soldato delle varie zone del
Congo ad una vita civile normale, lontano dalle
armi. In un rapporto molto dettagliato, Amnesty
International ha richiamato l'attenzione sulla condizione di 11.000 bambini e bambine
ancora oggi attivi nei vari gruppi armati del paese o dei quali non si ha da anni alcuna
notizia. La condizione peggiore è quella delle bambine catturate, molte delle quali
sembrano realmente scomparse. Alcune potrebbero essere state abbandonate, ma la
maggior parte non sarebbero state inserite tra le possibili fruitrici del progetto. Amnesty ha
accusato il governo di non aver adottato alcuna misura per rintracciarle e allo stesso
tempo ha puntato il dito contro i funzionari statali, i quali, senza porsi problemi, sono soliti
definirle "persone alle dipendenze" dei combattenti adulti, riconoscendole non meritevoli
del sostegno e facendo sì che i comandanti, che le considerano come una loro proprietà
sessuale, non si sentano obbligati a rilasciarle. In alcune zone, queste bambine
costituiscono meno del 2% dei minori rilasciati dai gruppi armati e registrati nel progetto
DDR, nonostante costituiscano il 40% dei bambini arruolati. La maggior parte sono state
portate via dalle loro famiglie durante i numerosi attacchi ai villaggi. Nonostante molte di
loro siano veramente molto giovani, vengono fatte sposare con un guerrigliero, di
qualunque età. Sono vittime di traumi prolungati, causati da anni di abusi, e molte
diventano madri prestissimo. Quasi tutte sentono di non avere alternativa. Un'eventuale
fuga significherebbe essere condannate alle torture più truci e/o alla morte. Molti bambini
incontrati dai ricercatori di Amnesty hanno ammesso di voler ritornare nei gruppi armati
perché, nonostante gli orrori della vita nella guerriglia, è la loro unica speranza per
sopravvivere. L'organizzazione ha inoltre registrato che il governo non solo non è stato in
grado di aiutare i piccoli tornati alla vita civile, ma non è riuscito neppure ad impedire nuovi
arruolamenti.

GLI "INVISIBILI" IN COLOMBIA

In Colombia, dove da più di 40 anni è in atto una


sanguinosa guerra civile che vede coinvolti militari,
paramilatari, narcotrafficanti e guerriglie, il Generale
Ispettore Edgardo Maya ha denunciato che migliaia di
bambini soldato, che dovrebbero beneficiare dei
programmi statali di reinserimento nella società civile,
vengono invece ignorati dal governo. L’alto Ufficiale
Colombiano ha reso noto che solo 212 bambini sono
stati affidati alla protezione dello Stato dai gruppi
paramilitari, come parte della smobilitazione di circa
30.000 combattenti, programmata in cambio di sconti di
pena per i crimini di cui sono stati riconosciuti colpevoli:
stupro, stragi, tortura. I comandanti dei paramilitari
avrebbero congedato tali bambini prima della
smobilitazione vera e propria, per evitare il triste spettacolo dell’addio alle armi dei bambini
soldato (la cui cerimonia è stata trasmessa in televisione). Secondo le Nazioni Unite,
almeno 11,000 bambini sono stati impiegati nei gruppi combattenti che si sono affrontati in
40 anni di guerriglia. Le milizie paramilitari di destra arruolarono circa il 20% di bambini,
ma erano i gruppi rivoluzionari maoisti a detenere il triste primato dei bambini soldato. Le
milizie paramilitari furono infatti create negli anni 80 dai latifondisti per proteggere le loro
proprietà dalla guerriglia rivoluzionaria maoista. La Colombia è il secondo Paese al
mondo, dopo il Sudan, per percentuale di sfollati: oltre tre milioni di persone sono state
costrette a lasciare la loro casa in seguito a minacce, violenza, combattimenti tra le forze
paramilitari (FARC, ELN, milizie di destra), tra i produttori di cocaina e le forze governative.
Almeno 35.000 persone sono state uccise negli ultimi 15 anni.

SOLDATINI DI PIOMBO

Il dramma dei bambini-soldato in Uganda e in Sierra Leone è stato raccontato dal


giornalista e missionario Giulio Albanese, fondatore della MISNA (Missionary Service
News Agency), la più importante agenzia di informazione e controinformazione sulle aree
più depresse del mondo.
[...] "Super Soldier" aveva nove anni quando fu sequestrato in Sierra Leone dai ribelli del
Fronte Unito Rivoluzionario (RUFf). Allora, siamo nel 1996, qualcuno ebbe l’ardire di
raccontargli che avrebbe dovuto combattere per il bene dei suoi genitori. Peccato che
furono proprio quei sanguinari aguzzini a massacrare l’intera sua famiglia. "Super Soldier"
trovava il coraggio per uccidere fumando qualche sigaretta di jamba, un’erba micidiale, di
quelle che bruciano il cervello. Nel 1998 tenterà di fuggire ma verrà catturato nuovamente
due giorni dopo. Per punizione gli furono impressi a fuoco sul petto i caratteri del "RUF".
Nessuno sa che fine abbia fatto "Super Soldier" ora che nel suo
paese è scoppiata la pace [...].
Questa è solo una delle tante storie raccontate da Albanese in
"Soldatini di Piombo", tutte segnate da un comune denominatore: la
sofferenza inferta ad un’umanità ancora inerme, ancora piena di
una gioia di vivere destinata a tramutarsi in violenza insensata.
"Da anni viaggio per l’Africa in lungo e in largo, e ho trascorso
lunghi periodi sui fronti di guerra Così, mi è venuto in mente il volto
di Super Soldier, un bambino in tenuta mimetica incontrato a
Kambia, in Sierra Leone, in un giorno di luglio del 2000. Originario
di Port Loko, aveva tredici anni e già da quattro imbracciava, non
per volontà sua, un fucile. Mi ripeteva sempre che voleva studiare
per fare il dottore e curare la gente. Pensando a lui - racconta
Albanese - mi sono ricordato anche di Super Boy, un altro soldatino di quella banda
criminale che controllava i centri diamantiferi dell’ex protettorato britannico. Aveva meno di
dieci anni, capelli corti, minuto come un passerotto, portava fieramente una pistola
nascosta sotto l’ascella e fermata all’altezza della cinta, gli arrivava quasi al ginocchio. A
vederlo camminare faceva quasi tenerezza [...] Un giorno in Sierra Leone incontrai un
bambino di dodici anni con uno zaino in spalla, carico di munizioni, che io stesso avrei
fatto fatica a trascinare. In questi anni, soprattutto in Uganda, ho visto numerosi ragazzi
affetti da tubercolosi e forme devastanti di micosi, in particolare agli arti inferiori. Se a ciò
poi si aggiunge la penuria di cibo non è difficile intuire la sofferenza di questi piccoli
guerrieri [...] I Signori della guerra sono satrapi crudeli, ma ancora più efferati sono i crimini
di certi poteri internazionali legati al commercio delle armi e al controllo delle immense
risorse minerarie che si celano nel sottosuolo africano, per non parlare delle tante società
di sicurezza che reclutano mercenari di mezzo mondo per instillare in tanti paesi la cultura
della morte".

LO SFRUTTAMENTO GLOBALE DELL'INFANZIA

Il libro-inchiesta di Luciano Bertozzi - "Lo sfruttamento globale


dell'infanzia - Il ruolo della società civile e delle istituzioni
internazionali" (emi, 2003) - affronta il problema dei bambini soldato
e le nuove norme della Convenzione Internazionale sui Diritti
dell'Infanzia in una visione mondiale, non nella realtà di una singola
nazione. Il fenomeno dei bambini soldato è esploso in questi ultimi
anni soprattutto in Africa e in Asia, ma anche i paesi industrializzati
non si sottraggono a questa vergogna e reclutano minorenni nelle
loro forze armate. Nel 1998 alcune organizzazioni per i diritti umani
si sono riunite nella Coalizione Internazionale contro l’uso dei
bambini soldato e, dopo un faticoso lavoro di mobilitazione
dell’opinione pubblica e di pressione sui governi, il 12 febbraio 2002
hanno ottenuto l’entrata in vigore del Protocollo Opzionale alla
Convenzione Internazionale sui Diritti dell’infanzia, che fissa a 18
anni l’età minima per partecipare alle ostilità o essere reclutati in ogni esercito (ma
’adozione di un trattato internazionale non può garantire da sola l’esercizio di un diritto).
"Le guerre che non finiscono mai nel Terzo Mondo, ma non solo, hanno sempre bisogno
di ‘carne da cannone’ - ha detto Bertozzi a Radio Vaticana - i bambini sono facilmente
plasmabili dai signori delle guerre: non chiedono paghe, non disertano se non in casi
limitati e possono essere indottrinati a compiere ogni crudeltà [...] Ultimamente alcune
cose sono cambiate: con il Tribunale penale internazionale sono punibili quali crimini di
guerra l’arruolamento e l’utilizzo in guerra di minori, però al di sotto dei 15 anni. Questo è
un grave compromesso”.

KALAMI VA' ALLA GUERRA

Secondo il “Global Report 2004", pubblicato dalla Coalizione


internazionale Stop all’uso dei bambini-soldato, negli ultimi anni il
fenomeno dei minori utilizzati in contesti di guerra ha subìto un
notevole incremento. Ma perché si ricorre sempre più
massicciamente ai piccoli combattenti? Risponde Giuseppe
Carrisi, autore deli libro "Kalami va alla guerra" (ed. Ancora,
collana Frontiere): "Il Global Report 2004 ha preso in esame 196
Paesi nel periodo che va da aprile del 2001 a marzo del 2004,
chiamando in causa tutte le aree geografiche del mondo:
dall’America Latina al Medio Oriente, dall’Asia, all’Africa, fino
all’Occidente. I motivi che possono spiegare il perché di questa
pratica sono diversi. A cominciare dalla natura delle guerre che,
da alcuni anni a questa parte, da scontri tra Stati sono diventate
conflitti etnici, religiosi, sociali, nazionalistici. A combatterle, dunque, non sono più eserciti
regolari, ma bande armate, che non fanno differenza tra militari e civili”. Da una ricerca del
SIPRI (Stockholm Peace Research Institute) risulta che nei 14 anni trascorsi dalla fine
della Guerra Fredda (dal 1990 al 2003) si sono registrate 59 guerre di una certa entità in
48 aree diverse e solo in quattro di queste si é trattato di un conflitto tra Stati. In questo
scenario, l’Africa é il continente più martoriato: attualmente sono in atto oltre una decina di
guerre civili che vedono contrapposti gruppi paramilitari, bande di ribelli, mercenari. Si
tratta di conflitti che si spengono in un Paese per poi esplodere, improvvisamente, in un
altro, senza soluzione di continuità. E, in molti casi, si tratta di guerre che durano anni, se
non addirittura decenni. Nel Sudan, ad esempio, il governo di Karthoum e i ribelli del
Sudan People’s Liberation Army, che rivendicano l‘indipendenza delle regioni meridionali
del Paese, si fronteggiano da più di vent’anni; in Liberia, l’esercito regolare ha combattuto
per 13 anni contro i gruppi di opposizione armata; in Sierra Leone, la guerra civile, che ha
visto contrapposti le forze armate governative e i ribelli del Fronte Unito Rivoluzionario, é
durata 10 anni; l’Uganda sta lentamente uscendo da un conflitto ventennale che ha come
protagonisti il governo di Kampala e tre diversi gruppi di ribelli alleati tra di loro, tra cui
l’Esercito di Resistenza del Signore. Ma la piaga dei bambini-soldato non riguarda solo il
continente nero. "Questo stato di guerra permanente richiede un
costante ricambio di uomini per rimpiazzare le perdite e, sempre
più spesso, eserciti governativi e gruppi armati ricorrono ai
bambini. I piccoli combattenti vengono reclutati (nella maggior
parte dei casi con la forza, solo in una percentuale minore con
arruolamento volontario) perché costano poco in termini di
addestramento, non chiedono di essere pagati e per la loro
immaturità fisica ed emotiva sono facilmente condizionabili. Con
le minacce e la violenza da loro si può ottenere tutto e li si può
costringere a commettere anche i crimini più atroci". Un altro
fattore che ha favorito il crescente utilizzo di adolescenti nelle
guerre é la proliferazione delle cosiddette "armi leggere". Si tratta
di armi non molto sofisticate dal punto di vista tecnologico, a
basso costo, maneggiabili, con il dovuto addestramento, anche da un bambino. Le più
usate sono l’AK-47, più noto come Kalashnikov, il fucile d’assalto di fabbricazione russa
prodotto in circa 70 milioni di esemplari in 14 Paesi, e l’M-16, prodotto in 8 milioni di pezzi
negli Stati Uniti. Sono state proprio le armi leggere a decidere la sorte di 46 dei 49 conflitti
scoppiati in ogni angolo del pianeta negli anni Novanta: conflitti che, secondo i dati delle
Nazioni Unite, hanno provocato qualcosa come 5 milioni di morti, di cui la metà bambini.
"Mandare i piccoli a combattere, uccidere, come é facile capire, destabilizza le comunità,
in quanto vengono stravolti gli equilibri e i valori che legano gli adulti all’infanzia. E questo
segna per sempre il loro destino. Anche quando non muoiono in battaglia i bambini sono,
comunque, vittime di questa assurda logica. Vittime delle malattie, dell’abbandono, degli
abusi, dei mercanti di uomini, della violenza". Un dato su tutti può sicuramente rendere
l’idea dell’ampiezza del fenomeno. Negli anni Novanta, circa 20 milioni di minori sono stati
costretti ad abbandonare le loro case, in seguito alle violenze e alle atrocità commesse
nelle loro comunità. In questo peregrinare, vanno incontro a numerosi pericoli: mine anti-
uomo, cecchini, bombardamenti. Inoltre, le lunghe ed estenuanti marce forzate e le
malattie possono essere fatali per i più deboli; e anche chi, tra i più fortunati, riesce a
raggiungere un centro di accoglienza per i rifugiati, non può sempre ritenersi al sicuro. C’è
poi da considerare che nel corso della guerra o nella confusione che accompagna la fuga,
molti piccoli corrono il rischio di venire separati dai genitori. Rimasti soli e senza una rete
di sostegno, i bambini sono più vulnerabili ed esposti ad ogni sorta di pericolo. "Vivere la
condizione di profugo o rifugiato per un bambino significa vedersi negati tutta una serie di
diritti: il diritto alla vita, alla salute, alla sopravvivenza e allo sviluppo; il diritto di crescere in
un ambiente familiare e ad essere protetto; il diritto all’istruzione e ad avere prospettive
per il futuro. Molte guerre durano per l’intero arco dell’infanzia, così che dalla nascita alla
vita adulta, lo sradicamento e la violenza sono l’unica realtà conosciuta da milioni di
bambini". Secondo un rapporto di Save The Children, attualmente nel mondo vi sono oltre
120 mila bambine impiegate nei conflitti armati. Una cifra che corrisponde al 40% di tutti i
minori (300 mila) arruolati negli eserciti regolari e non. I Paesi in cui questo fenomeno è
più rilevante sono lo Sri Lanka, la Repubblica Democratica del Congo e l’Uganda. Ma il
problema riguarda anche la Colombia, le Filippine, il Pakistan, la Sierra Leone, Timor Est,
l’Angola, il Burundi, la Liberia, l’India, il Mozambico, il Ruanda e altri Paesi. "Nello Sri
Lanka, ad esempio, le ragazzine, spesso orfane, vengono reclutate sistematicamente
dalla guerriglia delle Tigri di Liberazione del Tamil Eelaam dalla metà degli anni Ottanta.
Si calcola che circa il 50% delle truppe Tamil siano donne e bambine, a cui viene dato
l’appellativo di Uccelli della Libertà. Nel nordovest dello Stato di Manipur, in India, le ultime
stime, ferme al 2000, parlano di quasi 1000 bambine in forza ai gruppi armati locali, circa il
6-7% del totale dei piccoli soldati presenti nell’area. In Mozambico, durante il conflitto che
ha dilaniato il Paese per sedici anni, dal 1976 al 1992, le bambine hanno combattuto sia a
fianco del Fronte di Liberazione del Mozambico, un movimento filogovernativo, sia con i
guerriglieri della Resistenza Nazionale Mozambicana". Le bambine, però, oltre a
partecipare alle azioni di guerra, rispetto ai loro coetanei maschi, hanno anche altri
compiti: si occupano della sussistenza dei militari, lavorano come portatrici, raccolgono
informazioni, fanno da corrieri, ma, soprattutto, vengono usate come schiave sessuali e
date in mogli ai comandanti. Molte di queste bambine vengono sistematicamente stuprate
e costrette a portare in grembo il frutto della violenza. Il che costituisce un impedimento al
loro reinserimento nella famiglia e nella società. Le comunità di appartenenza delle
giovani, in molti casi, si rifiutano di accoglierle e di aiutarle a causa del figlio illegittimo;
oltre a queste difficoltà, le ragazze si trovano a dover affrontare da sole tutta una serie di
problemi che diventano insormontabili: dai traumi psicologici e fisici, alle malattie
trasmesse per via sessuale, soprattutto l’Aids. Inoltre, la violenza provoca danni anche al
corpo in crescita delle adolescenti. "A questo proposito, esiste uno studio condotto
dall’African Psycare Research Organization nell’ospedale ugandese di Kiokwo, da cui
risulta che le giovani che avevano subito ripetuti abusi sessuali durante la guerra
soffrivano di problemi all’apparato riproduttivo, deformazioni uterine, complicazioni al ciclo
mestruale, infezioni, nascite premature, aborti spontanei, sterilità, fino ad arrivare, nei casi
più gravi, alla morte". Soltanto recentemente si è cominciato a porre maggiore attenzione
alla condizione delle donne nei conflitti armati. La svolta è arrivata con l’istituzione del
Tribunale ad hoc per l’ex Yugoslavia (ITCY), nel 1993, e il Ruanda, nel 1994. Lo Statuto
dell’ICTY, all’articolo 5, comma g, menziona esplicitamente lo stupro tra i crimini contro
l’umanità, mentre quello del Tribunale di Arusha sul Ruanda elenca tra gli atti che lo
stesso tribunale ha competenza di giudicare "stupro, prostituzione forzata e ogni forma di
aggressione sessuale". Su questa scia, anche la Corte Penale Internazionale, entrata in
vigore il primo luglio del 2002, all’articolo 7, ha incluso i reati di violenza sessuale,
comprendendo in questa voce lo stupro, la schiavitù sessuale, la gravidanza forzata e
l’induzione alla prostituzione, tra i crimini contro l’umanità. Nel gennaio del 2004, la Corte
ha avviato la sua prima inchiesta sugli stupri, le violenze e le persecuzioni compiuti dai
ribelli dell’Esercito di Resistenza del Signore in Uganda ed ha emesso le autorizzazioni di
arresto per cinque leadres del gruppo armato, tra cui il capo indiscusso, Joseph Kony. Ma,
nonostante questi importanti passi in avanti dal punto di vista giuridico, la comunità
internazionale non è riuscita ancora a mettere a punto delle politiche di sostegno a favore
delle bambine-soldato.

Sempre legato al fenomeno dei bambini-soldato vi


è poi un'altro terribile aspetto, quello dei piccoli
kamikaze: in Israele, Cecenia, Sri Lanka, Iraq,
India, ragazzi e ragazze, di 14, 15, 16 anni,
imbottiti di esplosivo, si fanno saltare in aria con
l’intento di uccidere quante più persone possibili,
mandati a colpire obiettivi militari e civili del
nemico. "Dietro questa scelta estrema di diventare
martire ci sono diversi motivi. Primo, le condizioni
in cui si nasce, si cresce e si vive. In realtà come
la Palestina o la Cecenia, da decenni la guerra è il
quotidiano; si capisce allora perché ragazzi e
ragazze abbiano la violenza nel loro Dna. Un
esempio. In Palestina, una ricerca condotta dal
Centro Salute Mentale di Gaza ha messo in
evidenza che l’83% dei bambini palestinesi ha assistito a sparatorie e omicidi, il 66,9% ha
visto morire qualcuno in scontri armati, il 32,7% soffre di stress da trauma. Se poi, a
questo si aggiunge la componente fondamentalista di matrice islamica presente in queste
aree, allora il mix diventa micidiale. [...] Il fanatismo, in alcuni casi, non conosce limiti. In
Cecenia, i guerriglieri islamici hanno, addirittura, messo a punto un vero e proprio
decalogo in cui vengono stabilite le regole su come le donne devono allevare i figli e
indirizzarli alla jihad, la guerra santa. Tra i consigli dati si legge: “Sottolineate, mentre
educate i vostri bambini, che non devono colpire un Musulmano, ma piuttosto perdonare,
e mostrare la loro rabbia solamente verso i nemici di Allah che combattono contro i
musulmani…”. Oppure: “Interessate i vostri bambini alla Jihad comprando loro libri militari
(preferibilmente con fotografie) ed altri libri simili, CD, video… Mostrare loro fotografie dei
Mujahideen e incoraggiateli a diventare come loro. Queste attività possono essere fatte
con bambini di due anni o anche più piccoli…”’ Condizioni ambientali e politiche, ma
anche credo religioso, intriso di fanatismo e manipolazione, dunque, contribuiscono, tutti
insieme, a forgiare la psicologia di questi giovani aspiranti suicidi e ad alimentare la spirale
terroristica. [...] Al di là delle emergenze, é necessario costruire una nuova cultura di pace.
Potremo aiutare questi bambini a tornare alla vita civile, dare loro un lavoro, una casa, una
famiglia, un futuro; ma se tutto ciò non sarà supportato e permeato dal principio della
sacralità e della centralità della vita e della persona umana, allora ogni tentativo sarò
destinato a fallire. La pace e la vita devono essere il fulcro di tutto. Soprattutto quando si
parla di bambini".

fonti: Reuters, Peacelink, Amnesty, Save The Children, Human Rights Watch, Korazym,
Giornale di Brescia, 7Magazine

(pubblicato su Ecplanet 20-11-2006)

Democratic Republic of Congo: Disarmament, Demobilization and Reintegration


(DDR) and Reform of the Army Amnesty International 25-01-2007

Alla ricerca dei bambini soldato Peace Reporter 22-06-2006

MIGLIAIA DI BAMBINI SOLDATO “INVISIBILI” IN COLOMBIA savetherabbit 24-06-


2006

Bambini soldato in Colombia | Amnesty International 20-11-2009

Child Soldiers in Burundi Human Rights Watch giugno 2006

«Noi, baby-kamikaze contro i soldati italiani» Il Giornale 28-07-2009

Pakistan: l’esercito dei baby kamikaze Panorama 10-10-2008

War Child International

UNICEF (childsoldiers)

In Uganda del nord, i ragazzi rapiti dall'LRA (Esercito di liberazione del Signore), un
gruppo armato con basi nel sud del Sudan, subito dopo il rapimento vengono “iniziati” con
la partecipazione forzata ad un'azione violenta - l'uccisione di un familiare o un altro
bambino colpevole di aver tentato la fuga o di disobbedienza. Questo atto, oltre a
terrorizzare i ragazzi, fa superare il tabù dell'omicidio e crea sensi di colpa che legano
psicologicamente i ragazzi al gruppo armato.

[…] Un ragazzo cercò di scappare [dai ribelli], ma lo presero.... Le sue mani erano legate
e loro ci chiesero di ucciderlo. Mi sentii male. Lo conoscevo da prima. Venivamo dallo
stesso villaggio. Rifiutai di ucciderlo e mi dissero che mi avrebbero sparato. Mi puntarono
contro un fucile, così dovetti farlo. Il ragazzo mi chiese: “Perché lo fai?”. Risposi che non
avevo scelta. Dopo che lo uccidemmo, ci fecero bagnare le braccia nel suo sangue.
Dissero che dovevamo farlo, così non avremmo più tentato di scappare. Ancora sogno
quel ragazzo del mio villaggio che ho ucciso. Lo vedo nei miei sogni e lui mi parla e dice
che l'ho ucciso per niente. E io piango […] (Susan, 16 anni, rapita dall'LRA, intervista
dell'Human Right Watch, maggio 1997).

Tutti i bambini soldato porteranno nella loro vita ferite psicologiche difficili da rimarginare.
L'essere stati testimoni, o l'aver essi stessi commesso atrocità, avrà serie conseguenze
non solo nella loro esistenza (incubi ricorrenti, incapacità di riadattamento ecc.) ma
nell'intero tessuto sociale in cui essi stessi sono inseriti, poiché li renderà diffidenti ed ostili
verso una società che non ha saputo proteggere e ha distrutto “la naturale fede del
bambino nella vita”. L'uso dei bambini soldato ha ripercussioni anche negli altri minori. Se
infatti i ragazzi possono usare le armi od essere utilizzati come spie, tutti i bambini
verranno guardati con sospetto. Si rischia così che altri ragazzi vengano uccisi,
imprigionati, interrogati, solo per paura di un loro coinvolgimento con gruppi armati o con
l'esercito.

A Parigi, si è svolta una conferenza internazionale


per combattere la piaga dei bambini-soldato:
bambini strappati alle loro famiglie, drogati e armati
da regimi e movimenti ribelli senza scrupoli. La
conferenza di Parigi si è tenuta a dieci anni di
distanza dall’adozione dei "Principi di Città del
Capo", una primo codice di riferimento elaborato
nel 1997 da Unicef e organizzazioni umanitarie per
la protezione e il recupero dei bambini soldato. I
lavori, aperti dal ministro degli Esteri francese,
Philippe Douste-Blazy, si sono conclusi con l’approvazione della carta dei "Principi di
Parigi", un documento non vincolante sul piano giuridico, che si aggiunge alla
Convenzione ONU sui diritti dell’Infanzia del 1989. "Sono almeno 250.000 i bambini
coinvolti nei conflitti armati in tutto il mondo", ha denunciato il direttore generale di Unicef,
signora Ann M. Veneman, "sono utilizzati anche come messaggeri, spie, facchini, cuochi".
La Veneman ha sottolineato che le bambine, in particolare, sono le più vulnerabili, perché
sfruttate come soldati al fronte ma anche a fini sessuali. Nonostante le risoluzioni delle
Nazioni Unite e le norme di diritto internazionale definite nell’ultimo decennio, rimangono
molte lacune, secondo l’Unicef, che ha presentato l'iniziativa "Liberiamo i bambini dalla
guerra", sostenuta dal Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, a cui partecipano
delegazioni di sessanta Paesi. Proprio un giorno prima della conferenza di Parigi, il
governo di Londra aveva ammesso di aver mandato quindici soldati britannici minori di 18
anni a combattere in Iraq, contravvenendo al protocollo delle Nazioni Unite sui diritti dei
ragazzi. Il ministro della difesa Adam Ingram - che ha fornito tali dati in una dichiarazione
scritta ai parlamentari - ha affermato che tuttavia la "vasta maggioranza" dei giovani
soldati, al momento del loro dispiegamento, avevano compiuto da una settimana il loro
diciottesimo anno. I minori di 18 anni erano stati fatti ritirare dalla zona di guerra a meno di
una settimana dal loro arrivo in Iraq, ha rilevato Ingram. Alcune, "meno di cinque", erano
donne, ha precisato Ingram, e nessuna sotto i 17 anni. Il ministro ha aggiunto che nessuna
soldatessa con meno di 18 anni è stata inviata in Iraq dal luglio 2000. Nel 2003, la Gran
Bretagna ha sottoscritto un protocollo facoltativo relativo alla Convenzione dell'Onu sui
diritti dei ragazzi, che stabilisce il limite d'età dei 18 anni per il reclutamento obbligatorio e
la partecipazione diretta agli eventi bellici.

SAVANE'

"Savanè Bambine soldato in Costa d'Avorio” (Infinito edizioni) è il


primo testo in italiano che affronta il tema delle bambine soldato e, al
contempo, la complessa crisi politica ivoriana. Gli autori, Damiano
Rizzi e Massimo Zaurrini, hanno deciso di devolvere i diritti al
progetto di Soleterre Onlus "Ho smesso di fare il soldato", che
prevede la smilitarizzazione e il recupero delle ex bambine soldato in
Costa d'Avorio. Il progetto è nato da un blog tenuto dai due autori,
grazie al lavoro giornalistico e storico di Massimo Zaurrini durante una missione
umanitaria di Soleterre Onlus. Savanè è il nome di una ex bambina soldato scelta come
simbolo di tutte le altre. Nel libro sono contenute quattro storie di altre Savanè che hanno
dovuto rinunciare alla propria infanzia. Nel lungo conflitto che coinvolge da 10 anni la
Costa d'Avorio, oltre 20.000 bambine soldato sono state costrette a imparare il mestiere
delle armi. Hanno dato e subito violenza e, a differenza dei bambini soldato, sono state
costrette a vendere il loro corpo e si sono ritrovate presto con figli che non potevano
tenere e che a volte sono finiti nelle fosse comuni.

(pubblicato su Ecplanet 22-11-2006)

Libérons les enfants de la guerre | Unicef France 31-01-2008

Savané, bambine soldato in Costa d'Avorio Nanni Magazine 01-07-2008

LA GUERRA DEI BAMBINI

Il libro di Nicholas Stargardt "La Guerra dei Bambini" (Infanzia e vita


quotidiana durante il nazismo", Mondadori) racconta la guerra
tedesca da una prospettiva inedita, quella dei milioni di bambini che
furono coinvolti nella spaventosa carneficina. Il nazismo investì
molto sulla gioventù, coerentemente all’essenza compiutamente
biopolitica della sua ideologia che fece diventare il popolo tedesco
una sorta di corpo organico, da curare e proteggere, amputandone
violentemente le parti infette e valorizzando quelle giovani e
rigogliose. Sia nell’eutanasia praticata su larga scala sui malati di
mente, sia ad Auschwitz e dintorni, sia nell’educazione degli
adolescenti, questa forma di esercizio del potere fece del
nazionalsocialismo la sintesi perfetta tra "Politik" (la lotta contro i
nemici interni ed esterni dello stato fino alla loro morte e
all'annientamento) e "Polizei" (la cura per la vita dei cittadini in tutta le sue estensioni).
Cucendo insieme una serie impressionante di storie individuali, il libro di Stargardt
compone un grande affresco collettivo in cui c’è posto per tutti: i bambini ebrei massacrati
(ne morirono un milione e 100 mila), quelli polacchi deportati in Germania e trasformati in
piccoli schiavi; i tedeschi, ridotti in cenere dai bombardamenti (le bombe fecero 420 mila
vittime), morti di freddo e di fame nella fuga dalla Slesia e dalla Prussia orientale incalzati
dall’Armata rossa (furono oltre 10 milioni i profughi tedeschi dalla Cecoslovacchia,
dall’Ungheria, dalla Polonia e dalla Romania). I bambini diventarono adulti di colpo senza
smarrire i tratti specifici della loro età. I loro giochi diventarono quelli che la guerra
suggeriva e imponeva. Nei ghetti si giocava alla «guardia» e al «sorvegliante»; in quello di
Vilna, i bambini si dividevano in «ebrei», che dovevano nascondersi sotto i tavoli o nei
bidoni della spazzatura, e «poliziotti» lituani e tedeschi, che venivano a cercarli. Nei lager
era la morte ad assumere una dimensione ludica: si giocava «alla camera a gas»,
all’«appello», dove i più grandi facevano la parte dei kapò e delle guardie picchiando i più
piccoli. Quella del rapporto tra l'infanzia e la guerra è una vicenda che noi italiani
conosciamo bene attraverso il cinema ("Sciuscià"), la letteratura (La storia della Morante),
ma che non è mai stata sufficientemente elaborata dalla nostra storiografia. Molti bambini,
mentre i loro genitori erano costretti a nascondersi, badarono ai propri fratelli, diventarono
mendicanti o contrabbandieri per dare da mangiare alla famiglia. Nei giorni della disfatta,
bande di ragazzini presero a sfidare la Gioventù hitleriana, poi scoprirono il mercato nero e
il vasto mondo dell’illegalità e della malavita. La punta estrema di questo protagonismo fu
raggiunto nelle ultime disperate fasi della guerra, quando accettarono di andare a morire in
una lotta senza speranze: gli adolescenti (insieme agli uomini di mezza età) furono
arruolati nel Volkssturm, addestrati nel combattimento sul campo e nel lancio di granate
anticarro. Moltissimi non avevano ancora compiuto 16 anni. Tutto questo ridimensiona
l’insopportabile retorica che aleggia intorno ai «ragazzi di Salò». Ragazzi erano anche
quelli che andarono nelle formazioni partigiane italiane, ragazzi furono quelli che
impugnarono le armi ovunque sul continente divampò la Resistenza contro l’occupazione
tedesca. Perché la gioventù tedesca fosse all’altezza della famosa sfida di Hitler a
diventare «dura come il cuoio, forte come l’acciaio Krupp e veloce come un levriero» era
necessario estirpare ogni forma di debolezza e idiozia. La guerra fu l’occasione per
reprimere ogni forma di devianza, rafforzare controlli e disciplina. Con la costituzione del
VolkssturmLL le contraddizioni nella visione nazista dei bambini raggiunsero un punto
critico: che senso aveva investire nella salute dei minori, proteggerli dal lavoro prematuro
e pericoloso con severe disposizioni e allontanarli dalle città per poi mandarli contro i carri
armati in bicicletta con un paio di granate anticarro fissate al manubrio? La «cura»
ossessiva per il popolo tedesco si capovolgeva nel suo opposto, inoculando
nell’organismo della nazione il virus implacabile dell’autodistruzione. L’ultimo filmato di
Hitler ce lo mostra mentre si china con un buffetto affettuoso su un soldato bambino. Si
suicidò subito dopo.

I BAMBINI DI BAGHDAD

Stando al reportage del giornalista arabo Mashraq


Abbas (pubblicato da Peace Reporter lo scorso 12
agosto), a Baghdad è ampiamente diffuso il traffico
di bambini. "Ho lasciato la casa di mio zio a
Nassiriya dove mi ero trasferito dopo la morte di
mio padre e di mia madre in un'esplosione a
Baghdad. Sono fuggito con un mio amico nel
quartiere di Batawin, al centro di Baghdad, dove ci
sono delle case che accolgono i ragazzi della mia
età offrendogli un lavoro nelle strade", racconta
Aws, "all’inizio la vita era calma e facevo quel che
mi pareva poi, all' improvviso, ho saputo che delle gang praticavano il traffico di bambini, e
attaccavano questa casa regolarmente per rapire alcuni di noi dei quali poi si perdevano le
tracce". Seondo il rapporto annuale dell'Unicef, un milione e 300mila bambini iracheni
vivono nelle strade, in mezzo a rifiuti e, quando capita, pezzi di cadaveri dilaniati dalle
bombe.

(Pubblicato su Ecplanet 07-02-2007)

Ho smesso di fare il soldato

Bambini di Baghdad Peace Reporter 18-08-2006


BAMBINI-SCHIAVI

In India, i bambini-schiavi sono circa 44 milioni. Hanno tra i 5 e i 14 anni. Lavorano,


producono reddito, producono profitti. La loro attività
economica entra nelle statistiche ufficiali, si traduce in prodotto
nazionale lordo, in tasso di crescita, in dati macroeconomici. E
scompare. I bambini-schiavi sono spesso affittati dai loro
stessi genitori a imprese industriali o a mediatori che ne
sfruttano il lavoro fino al limite delle possibilità fisiche. Altri
milioni vivono di carità, costretti a mendicare per cercare di
fare un po’ di soldi per le loro famiglie o più semplicemente per
se stessi. Per sopravvivere. Altri milioni ancora nascono e
vivono sui marciapiedi di Calcutta, New Delhi, Mumbai, Madras. Per non parlare di quanti
vengono deliberatamente storpiati da organizzazioni senza scrupoli perché suscitino la
pietà della gente quando chiedono l'elemosina.

A Chingleput, Stato del Tamil Nadu, nel sud-est dell'India, si produce


il “bidi”, la tipica sigaretta indiana. Nella fabbrica di Chingleput
lavorano circa mille persone di cui più di 600 sono bambini e bambine
tra i 6 e gli 11 anni. Sono schiavi, costretti a produrre da un diabolico
meccanismo da cui non si possono liberare. I “bidi” vengono fatti a
mano, uno per uno: arrotolati, riempiti di tabacco, chiusi, annodati. È
una lavoro che richiede dita sottili. Le mani di un adulto non
sarebbero in grado di farlo, I bambini che lavorano nella fabbrica di
Chingleput, come in tutte le centinaia che si trovano negli Stati del
Tamil Nadu e dell’Orissa, sono stati venduti, se non proprio ai
proprietari delle manifatture, a mediatori. Il meccanismo di
reclutamento è semplice. Il mediatore si presenta o viene chiamato in
una famiglia con molti figli. Offre un prestito, 1.000÷1.500 rupie (tra i 25 e i 38 €). Il pegno
del prestito accordato alla famiglia sono i figli. Uno, due, talvolta tre figli ingaggiati come
“bidiworker” sin quando il debito sarà saldato. Con gli interessi naturalmente.

Nirmala, una bambina di 10 anni, dice di lavorare


almeno 18 ore al giorno. Da circa un anno non vede i
suoi genitori. Theruveethi, suo fratello, 11 anni, cerca
di spiegare la situazione: “Con Nirmala produciamo
migliaia di bidi ogni giorno, io li arrotolo e lei li
chiude”. I genitori hanno ottenuto un prestito di 1.500
rupie, a un interesse composto annuo del 35%. Ci
vogliono più di due anni perché il debito sia
rimborsato. L'india è percorsa da decine di migliaia di
“contrattanti” alla ricerca di bambini abili al lavoro e di
famiglie disposte ad affittare questi figli contro
miserabili prestiti. Quello che avviene nelle manifatture di “bidi” si verifica anche nelle
fabbriche di fiammiferi. Anche questi vengono fabbricati a mano. E anche per i fiammiferi
occorrono dita piccole e agili. Ma il continuo contatto con il fosforo e lo zolfo rovina la pelle
infantile, irrita irrimediabilmente gli occhi, favorisce la tubercolosi. Due rupie al giorno, per
conto dei mediatori, guadagnano invece i bambini che nei pressi delle cave di cemento o
di argilla fabbricano mattoni: un lavoro massacrante che si svolge dall'alba al tramonto e in
cui vengono impiegati i più piccoli non perché è necessaria l'agilità delle loro mani, ma
perché sono pagati dieci volte meno di un adulto. L'elenco dei lavori per bambini “sotto
contratto”, cioè in schiavitù, potrebbe continuare a lungo. A Mumbai, Mansour Umar,
attivista del Coordination Committee for Vulnerable Children, organizzazione che si
occupa dei bambini di strada, dice: “Tutti sanno in India che la schiavitù dei bambini è una
realtà, pure se le autorità si nascondono dietro a espressioni come “piaga del lavoro
minorile” o altro. E, paradossalmente, i piccoli schiavi delle manifatture di “bidi” o di
fiammiferi vivono in condizioni meno precarie dei bambini di strada delle grandi città. Se
non altro, sanno di avere una famiglia, anche se questa famiglia li ha venduti”.

“Chokora”, spazzatura. Vengono chiamati così a Nairobi i 130 mila bambini e ragazzi
costretti a vivere per strada, tra i rifiuti. Sono vittime della povertà e dell'Aids ed esclusi da
ogni forma di assistenza ed educazione. Si guadagnano la giornata come possono e di
notte dormono nelle discariche avvolti da teli di plastica.

A Hong Kong, prosperosa colonia britannica sul Mar della Cina, ogni anno centinaia di
bambini scappano di casa e finiscono nelle grinfie delle Triadi, la potente mafia cinese.
All'età di soli undici anni possono già partecipare alla “cerimonia della lanterna blu”, primo
rito di iniziazione col quale comincia un periodo di formazione che dura un paio di anni.
Precocemente svezzati, tatuati come si vede nei film, quegli adolescenti non riscuotono
simpatia e, nonostante siano in effetti ancora bambini, vengono giudicati come criminali
incalliti. Sempre ad Hong Kong, ad arricchire le fila dei ragazzi di strada vi sono i figli di
lavoratori cinesi immigrati, le cui mogli vivono nella “mainland China”. Una legislazione
ottusa, promulgata dal governatorato di Sua Maestà, non concede infatti alle donne della
Repubblica Popolare di Cina il permesso di soggiorno per riunirsi ai mariti, per cui i figli,
che possono ottenere la cittadinanza paterna, spesso crescono senza il sostegno di una
vera famiglia.

In India, i bambini di strada sono stimati essere circa 20,000 nella sola città di Vijayawada.
Vivono nelle vicinanze o nella stazione ferroviaria di Vijayawada o altre zone pubbliche. Si
guadagnano da vivere raccogliendo stracci, carta e bottiglie dalla spazzatura, oppure
vengono usati come lavapiatti negli “alberghi”, come sciuscià, facchini, spazzini o
semplicemente chiedono la carità. Vijayawada è un importante snodo ferroviario poiché
congiunge il nord al sud da Delhi e Calcutta a Madras ed al Kerala, e l'ovest all'est da
Bombay. La stazione è aperta 24 ore al giorno e ci passano 130 treni al giorno. Pertanto a
Vijayawada arrivano molti bambini scappati da casa. Sono ragazzini che hanno lasciato le
proprie case per cause connesse alla povertà: maltrattamenti da parte di genitori, di
patrigni/matrigne, famiglie disgregate, genitori disoccupati, alcolizzati o drogati. Tutti questi
ragazzini sono attratti dalle attività della città. Hanno tutti una cosa in comune: non
conoscono le gioie della fanciullezza.

Dei 12 milioni di abitanti di Bombay, 5


vivono negli slum, i più grandi
dell'Asia. Ogni giorno, dalla campagna
arrivano in questa città, per viverci, da
80 a 100 famiglie, mediamente 400
persone che hanno venduto tutto, il po'
di terra che possedevano, le
masserizie, qualche gioiello. Arrivano
con i loro figli che subito vengono
spinti a portare a casa un po' di rupie.
La maggior parte di questi bambini poi
finiscono per perdersi nella grande
città. Si mettono a chiedere la carità per aiutare la loro famiglia. Ma quello che riescono a
racimolare non basta mai. Allora decidono di mettersi per conto loro. Per cercare di
sopravvivere. Per tanti bambini che si perdono a Mumbai ce ne sono altre migliaia ogni
mese che vengono spinti a perdersi nella grande città dalle loro famiglie. I bambini salgono
sui treni che dall'interno del Maharashtra giungono al Victoria Terminal o alla Central
Railway Station. Senza pagare il biglietto, questi bambini, in genere tra i 7 e i 10 anni,
affrontano la metropoli per vivere di 6 rupie al giorno.

Alle stazioni arrivano anche bambine in compagnia dei loro fratelli, cui i genitori hanno
raccomandato di “proteggerle”. Secondo l’organizzazione umanitaria Cry di Mumbai, “per
le bambine a quel punto non c’è più scampo”. Nelle stazioni trovano ad attenderle
personaggi che si mostrano gentili e generosi. Ma che hanno uno scopo preciso: portare
queste ragazzine non ancora adolescenti nel quartiere a luci rosse dell'immenso slum di
Dharavi, alla periferia della città. In breve, queste bambine sono avviate da esperte
matrone sulla strada della prostituzione. Chotee
Baswan, una delle dirigenti del Cry, dice sconsolata:
“In tutta Mumbai lavorano 12 organizzazioni che si
interessano della sorte dei bambini di strada. La
nostra azione può toccare solo 6 mila piccoli: una
minuscola goccia in un immenso oceano”.

L'Asia rappresenta il più grande mercato della


prostituzione nel mondo: nell’area del sud-est il
fenomeno coinvolge più di un milione di bambini,
500.000 nella sola India. Più cresce il turismo sessuale, più aumenta lo sfruttamento
sessuale dei bambini. Sono gli stessi albergatori indiani a promuovere il turismo sessuale,
perché certi servizi portano redditi extra. Le spiagge di Goa e Kovalam a Kerala stanno
diventando le principali attrazioni per maniaci sessuali in
cerca di baby-prostitute, favoriti dal fatto che in India
mancano ancora delle leggi serie contro l'abuso ai danni dei
bambini.

A Bali, importante meta turistica indonesiana, si possono


trovare molti giovanissimi che fanno sesso a pagamento per
strada, in club e hotel. Organizzazioni a protezione dei
bambini dicono che l'isola di Lombok e la vicina Bali sono
state le basi per giri di pedofili australiani attivi in Indonesia.
“Gli adolescenti che lasciano la scuola sono i più vulnerabili”,
spiega Anna-Karin Jatfors, esperta dell'Unicef per quanto
riguarda il traffico e lo sfruttamento a fini sessuali dei bambini
in Indonesia, “sono intrappolati da un'educazione di basso
livello con scarse o inesistenti possibilità di lavoro. Per
questo sono facile preda dei trafficanti”.

I TOKAI DEL BANGLADESH

Riccardo Tobanelli, missionario saveriano, è il responsabile della Tokai House a Khulna in


Bangladesh. Questa casa, fondata nel 1995, offre ospitalità e rifugio a circa 120 bambini di
strada.

Perché si diventa “bambino di strada” ?


Per una molteplicità di ragioni: perché si è abbandonati dagli adulti, per fuggire da
situazioni violente, ma anche per inseguire un sogno o un'idea di un futuro diverso. Molti
bambini e bambine arrivano quindi sulla strada in fuga da esperienze di violenza,
abbandono e schiavitù domestica. Altri sono più semplicemente alla ricerca di un qualsiasi
modo per sopravvivere. Ma ci possono essere anche altre circostanze. Facendo
l'esperienza della strada, poi, il bambino sviluppa un forte senso di individualità, una
istintiva capacità di muoversi nell'ambiente ostile che lo circonda, spirito di adattamento,
flessibilità e scaltrezza nell'identificare e usare le pochissime risorse che riesce a
racimolare. Messo al muro dagli adulti, difende con energia l’angolo che si è conquistato.
Bisogna, comunque, avere ben presente alcuni dati strutturali per capire meglio il
fenomeno. La rapida crescita urbana, ad esempio, così come l'emigrazione dalle zone
rurali e la disintegrazione della struttura tradizionale della famiglia, concorrono alla
creazione di forme di povertà assoluta e deprivazione sociale. Circa il 42% della
popolazione rurale del Bangladesh vive in uno stato di povertà assoluta e il 18% in quella
estrema. Ma la povertà presente nelle zone rurali non è in realtà diminuita: si è
semplicemente trasferita nelle città. Infatti, il 52% della popolazione urbana vive in uno
stato di povertà assoluta e circa il 25% in quello di povertà estrema.

I poveri della città devono in un qualche modo sopportare


una deprivazione economica e sociale molto accentuata,
che è, a sua volta, caratterizzata da una salute precaria,
da mancanza di sicurezza, da non accesso a scuole e dal
deterioramento dell'ambiente naturale. Tra i poveri della
città, i bambini sono allora il gruppo più a rischio: sono
spesso costretti a vivere in strada e, come nel caso di
bambine, sono sfruttate come schiave domestiche nelle
case di famiglie benestanti. Poi è necessario tener
presente un altro aspetto: in Bangladesh molto raramente donne divorziate possono
risposarsi. Vengono quindi lasciate a se stesse con i figli e senza risorse o possibilità di
gestire un nucleo famigliare. Per vivere devono accettare una qualsiasi forma di impiego:
generalmente lavorano come portatrici di acqua, vengono adibite a lavori particolarmente
pesanti come quello dello “spaccapietre” e nella costruzione dei mattoni, finiscono
sguattere nelle famiglie dei ricchi o sulla strada come prostitute. I bambini più piccoli
diventano allora un fardello e sono chiusi a lucchetto nella capanna dove abitano o lasciati
a se stessi per tutta la giornata sulla strada. Il risultato di questa situazione porta spesso al
loro abbandono.

Come vivono ?

La situazione dei bambini di strada è una delle manifestazioni più radicali di ingiustizia,
povertà e segregazione. Essi sopravvivono ai margini della società affidandosi solo a se
stessi. Lavorano riciclando spazzatura, chiedendo la carità, vendendo bigiotteria, lavando
corriere o facendo qualsiasi cosa che possa procurare loro un po' di cibo. Molto spesso i
diritti dei bambini non sono solo ignorati, ma prevaricati attraverso l'indifferenza, lo
sfruttamento economico e l'abuso fisico e sessuale. Sono spesso reclutati da bande
criminali per lavorare come spacciatori al dettaglio di droga. Molto facilmente, e ancora
giovanissimi, diventano tossicodipendenti pure loro. Ma, nonostante la violenza e la
durezza della loro vita, molti bambini e bambine preferiscono stare lì perché rimane loro la
possibilità di muoversi per andare altrove quando la situazione diventa insopportabile. Lì
riescono a ricreare una qualche forma di solidarietà.
Ricostruiscono legami di interdipendenza, ma con una differenza: questa è ora la “loro
vita”, in qualche modo sono padroni di se stessi. La strada, tutto sommato, parla la lingua
della verità. La violenza, se pure brutale, non è mai travestita da motivazioni del tipo: “È
per il tuo bene”. Per il “loro bene” molte bambine sono mandate dai genitori a fare le
schiave domestiche nelle case dei ricchi ! La violenza che porta all‘abbandono e alla fuga
è la peggiore perché è inaspettata, inspiegabile ed è causata dagli adulti ai quali i bambini
credevano e dai quali dipendevano. Questa li lascerà sempre feriti. Quella esercitata sulla
strada, invece, anche se oggettivamente più grave - penso agli abusi fisici e sessuali -
viene da loro percepita come una sorta di “violenza negoziabile”, un do ut des, una cosa
conosciuta e prevista, e quindi, in un certo qual modo, anche gestibile e che presenta un
margine - anche se minimo - di scelta. Anche questa violenza, comunque, rappresenta
una inaccettabile prevaricazione dei diritti dei bambini ed è un chiaro segno del fallimento
della nostra società adulta. Per cui, quello che si può, si deve fare, è stare con loro, lasciar
fare a loro e voler loro un po' di bene.

Come si può farli uscire da questa condizione ?

Molte delle soluzioni proposte da alcune Ong (associazioni non governative, ndr) o dal
governo non funzionano, sono spesso contraddittorie. Dipendenti di molte Ong tengono in
casa bambine come schiave domestiche. Si fanno solo programmi costosissimi che
durano tre anni, come se potessimo chiedere a un bambino di esser bambino a tempo
determinato o dare loro diritti a scadenza. Spesso i tentativi per affrontare la loro
situazione, motivati da problemi d'immagine, sortiscono un effetto collaterale che porta i
bambini a perdere dignità, autonomia e spesso a provocare ulteriore violenza.

Mi puoi parlare dell’esperienza della “Tokai House” ?

Tokai è uno dei nomi dei bambini di strada in Bangladesh. “Tokai kora”, in lingua
bengalese significa “raccogliere cose dalla spazzatura, dal rottame” e “Tokai” è il nome
dato alle persone che fanno questo mestiere. È un nome significativo per i bambini di
strada poiché essi sopravvivono sulle strade riciclando rottame e spazzatura. Dal 1995, la
Tokai House è un rifugio per circa 120 bambini e bambine. I padri saveriani e la Chiesa
cattolica di Khulna hanno fin dall'inizio appoggiato questo progetto. Nel 1995, con p. Jorge
Alvarado, accanto all'attività formale del dialogo interreligioso, abbiamo iniziato ad offrire
spazio, ospitalità e rifugio ai piccoli che vivevano sulla strada. Oggi, la Tokai House è allo
stesso tempo rifugio per questi bambini, residenza della comunità saveriana, ufficio di
gestione del dialogo tra religioni e centro di coordinamento di altre attività, come quelle del
Kh.Uda (Khulna Uderprivileged Development Association), focalizzate sui problemi della
salute e dello sviluppo dei due gruppi sociali più deboli in questa società: i bambini di
strada e le giovani donne abbandonate o divorziate. Molti bambini e bambine di strada di
Khulna pensano alla Tokai House come alla loro casa. Alcuni ci vivono fissi: vanno a
scuola e cercano di crescere in un ambiente tranquillo. Altri ci arrivano per tirarsi un po'
su. Altri ancora vi si rifugiano in fuga da violenze e abusi. Il Centro provvede a loro con
cibo, vestiti, spese per la salute e aiuto legale contro gli abusi della polizia. I bambini e le
bambine che gravitano attorno al Centro sono pure incoraggiati a ricongiungersi, quando
possibile, con le loro famiglie di origine o con quello che è rimasto di esse.

INTERVISTA a cura di ALESSANDRO CONTICINI MissioneOggi ottobre 2006

(pubblicato su Ecplanet 13-02-2007)


Bidi Workers

Cry

Tokai House

Street children struggle to survive in Mumbai 03-06-2008

India - Child Prostitution and Sex Tourism

NAZIONI UNITE, 19 ottobre 2007.

Era il 1996 quando la ex first lady del Mozambico, Gracha


Machel, pubblicava uno storico rapporto - “I bambini nei
conflitti armati” (Children in Armed Conflict) - sui bambini
soldato, “impressionabili e facili da dominare”. ”Sono buoni
soldati perché obbediscono agli ordini senza ribellarsi”,
dicevano i comandanti. Molti dei bambini che avevano perso
genitori e comunità, spesso si univano all'esercito
principalmente per ricevere “cibo e sicurezza”, riferiva
Machel nel suo studio rivoluzionario. Sono passati dieci
anni, e decine di conflitti, e lo scenario si è ulteriormente
aggravato. “Crescono le minacce ai bambini coinvolti nei
conflitti”, riferisce Ann Veneman, direttrice esecutiva
dell'agenzia ONU per l'infanzia UNICEF, “ora i bambini non
sono soltanto vittime del fuoco incrociato, ma costituiscono
sempre più l'obiettivo prescelto della violenza, degli abusi e
dello sfruttamento, da parte dei diversi gruppi armati che
saccheggiano i civili”.

Un nuovo studio sui bambini soldato, presentato di recente,


riferisce delle decine di conflitti nel mondo che ancora
“derubano i bambini della propria infanzia”. Scritto da
Radhika Coomaraswamy, rappresentante speciale del
segretario generale per il coinvolgimento di bambini nei
conflitti armati, il rapporto sostiene che, nonostante la
comunità internazionale sia stata molto attiva nello sviluppo
di “un solido quadro di protezione legale” per l'infanzia,
“bisogna fare molto di più per garantire conformità,
combattere l'impunità e affrontare tutte le violazioni contro
l'infanzia”. Alla domanda circa un possibile calo del numero
di bambini soldato negli ultimi 10 anni, Coomaraswamy ha
risposto all'IPS: “Con la fine delle guerre in Liberia e Sierra
Leone, il numero dei bambini soldato sarebbe dovuto
diminuire da circa 300.000 a 250.000, ma sono solo
supposizioni”. Alla domanda sull'operato delle Nazioni Unite per frenare l'utilizzo diffuso
dei bambini soldato, Coomaraswamy ha ricordato l'istituzione del Tribunale Penale
Internazionale, che riconosce come un crimine di guerra l'arruolamento dei bambini, e la
risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1612 del 2005, che ha creato un meccanismo che
controlla e registra l'utilizzo di bambini soldato. ”Adesso occorre andare avanti e realizzare
queste strutture, arrestare i responsabili e imporre delle sanzioni”, ha aggiunto l'esperta.
“Dobbiamo fare di più anche per tutelare i bambini profughi interni, oltre a garantire loro i
servizi fondamentali. Si stima che esista un collegamento diretto tra l'arruolamento dei
bambini e la sicurezza dei bambini profughi interni”, riferisce Coomaraswamy. Secondo la
rappresentante, molti vengono reclutati direttamente nei campi.

Nel 2006, erano oltre 18 milioni i bambini profughi – con o senza le loro famiglie. Circa 8,8
milioni di loro erano profughi interni, mentre circa 5,8 milioni erano bambini rifugiati oltre i
confini, riferisce il rapporto. Nel mondo, almeno il 50% dei bambini fuori dalla scuola
primaria in età scolare vive in paesi dilaniati dal conflitto. Nel suo studio, Coomaraswamy
racconta anche storie di successo: in Costa d'Avorio, circa 1.200 bambini sono stati già
rilasciati all'UNICEF. A giugno, il Movimento Armato per la Liberazione del Popolo
Sudanese, uno dei firmatari dell'accordo di pace del Darfur, si è accordato con l'UNICEF
circa le modalità per l'identificazione e il rilascio di bambini associati con le sue forze e su
una verifica continua per prevenire l'arruolamento dei bambini. L'anno scorso, il governo
dell'Uganda si è impegnato per rafforzare la realizzazione delle esistenti fondamenta legali
e politiche sul reclutamento e l'uso dei bambini nei conflitti armati. In Ciad, il dialogo tra
UNICEF e governo ha portato alla tutela dei bambini vittime dei conflitti armati e ad una
loro reintegrazione sostenibile in comunità e famiglie. Tuttavia, rapporti recenti del
segretario generale riferiscono ancora di rapimenti in Burundi, Ciad, Costa d'Avorio,
Repubblica democratica del Congo, Nepal (dove circa 22.000 studenti sarebbero stati
rapiti dai maoisti tra il 2002 e il 2006), Somalia, Sri Lanka e Sudan. Coomaraswamy
chiede a tutti gli stati membri di adempiere ai propri obblighi verso l’infanzia, garantendo
l'accesso a servizi fondamentali come istruzione, salute, nutrizione, acqua e servizi
igienici. “I bisogni dei bambini hanno priorità assoluta, durante e dopo il conflitto. Devono
essere parte di tutti i processi di pace”, ha ribadito. Altre importanti raccomandazioni
comprendono la richiesta di fermare l'impunità dei responsabili di crimini atroci contro
l'infanzia. “Ciò significa garantire procedimenti legali contro i crimini di guerra e aderire alle
fondamentali norme internazionali”.

I monaci buddisti in Myanmar sono tornati in piazza dopo la


violenta repressione militare di cui sono stati vittime in
centinaia a fine settembre: 73 bonzi a Pakokku, città nel
centro del Paese, hanno marciato pacificamente recitando
le loro preghiere. I manifestanti sono partiti dal monastero
Sasana Wihmula alle 8.30 del mattino (ora locale) e si sono
diretti verso la pagoda Shwegu, senza che avvenisse
nessun incidente. Con oltre 80 monasteri, Pakokku è un
importante centro per la formazione dei religiosi buddisti. È
stata anche la prima città dove i militari, il 6 settembre,
hanno sparato sulla folla per disperdere le proteste contro la
giunta. Nonostante la pioggia di critiche internazionali, i
generali continuano ad incarcerare oppositori e manifestanti.
HannoIeri è rilasciato il famoso comico birmano, Zarganar,
arrestato per la seconda volta in un mese lo scorso 29
ottobre, ponendo come condizione per la sua libertà di
“abbassare i toni” della sua satira. L'organizzazione Human Rights Watch (HRW) ha
denunciato nel rapporto “MY GUN WAS AS TALL AS ME Child Soldiers in Burma” che il
regime birmano recluta nell'esercito anche bambini di 10 anni, sottraendoli con la forza
alle famiglie. HRW spiega che per far fronte ai tassi elevati di diserzione e alla pesante
crisi del volontariato, anche dovuta alla violenza usata contro i monaci, la giunta ha
autorizzato i reclutatori a comperare e vendere bambini per sostituire gli effettivi
dell'esercito. Le autorità non solo tollerano l'arruolamento di bambini, ma promettono
ricompense in denaro ai reclutatori ed agli intermediari civili. Minacciati e picchiati, i
bambini vengono raccolti nelle stazioni ferroviarie o di autobus, nelle strade, nelle piazze,
e i loro documenti falsificati perché risultino maggiorenni. Jo Becker, incaricato della difesa
dei diritti dei bambini per HW, sostiene che “in questa atmosfera i militari si dedicano a
piacimento al traffico di minori”. HRW accusa il Consiglio di Sicurezza ONU di non aver
preso nessun provvedimento sul problema dei reclutamento dei bambini nella ex Birmania,
nonostante più volte abbia promesso sanzioni mirate. L'ONU, dal 2005, ha istituito dei
gruppi di lavoro che hanno il compito di monitorare la situazione dei bambini soldato nel
mondo e chiedere direttamente al Consiglio di Sicurezza l'applicazione di relative sanzioni
a carico degli Stati che violano il divieto di arruolamento di minori, sebbene spesso non si
dia attuazione alle misure previste. Inoltre, sussiste il Protocollo Opzionale alla
Convenzione sui Diritti del fanciullo, entrato in vigore nel 2002 e ratificato da 114 Stati, che
vieta l'arruolamento di minori di anni 18 (ma non quello volontario). In più, lo Statuto della
Corte Penale Internazionale sancisce quale crimine di guerra il reclutamento di bambini di
età inferiore ai 15 anni.

A livello di collaborazione tra Ong, il 5 e 6 febbario 2007 si è


tenuta a Parigi la Conferenza “Stop the Use of Child
Soldiers”, che ha tracciato linee guida soprattutto per il
reinserimento di baby-combattenti nella società. Infine, la
Convenzione ILO proibisce la partecipazione ai conflitti da
parte dei minori, considerando l'arruolamento alla stregua di
un lavoro minorile. Il punto cruciale però è che,
contrariamente al passato, le guerre di oggi sono combattute
soprattutto da eserciti di ribelli o truppe paramilitari, che
utilizzano i bambini non solo in azioni di guerra quali soldati
veri e propri. In mediooriente, Hamas, le Brigade Martiri di
Al-Aqsa ed il Fronte Popolare per la Liberazione della
Palestina arruolano minori come kamikaze mentre in
Uganda bambine di otto, nove anni vengono rapite dai loro
villaggi per diventare “mogli” dei combattenti del Lord's
Resistance Army. In Burundi, nel 2001 era stato lo stesso governo ad aiutare il gruppo
paramilitare I Guardiani della Pace ad arruolare bambini al di sotto dei 15 anni.

(Pubblicato su Ecplanet 19-11-2007)

Impact of Armed Conflict on Children

"My Gun Was As Tall As Me" | Human Rights Watch

Bambini soldato: ancora impiegati in 14 paesi Unimondo 05-05-2009

Interview with Special Representative for Children and Armed Conflict, Radhika
Coomaraswamy UN News 01-05-2009

LINKS

Nepal: iniziata la liberazione dei primi bambini soldato in mano ai maoisti Radio
Vaticana 08-01-2010
Un bambino racconta la sua vita da soldato periodicoitaliano 16-01-2010

Military use of children - Wikipedia

Bambini soldato - Wikipedia

Prostitution of children - Wikipedia

Sex tourism - Wikipedia

APOCALISSE AD HAITI

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