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Le nuvole

Una rappresentazione moderna delle Nuvole

Ambientazione: Atene
Data della prima rappresentazione: 423 a.C.

Personaggi:
Strepsiade, vecchio ateniese
Fidippide, figlio di Strepsiade
Socrate
Il Discorso Migliore
Il Discorso Peggiore
Servo di Strepsiade
Primo creditore di Strepsiade
Secondo creditore di Strepsiade
Discepoli di Socrate
Coro di Nuvole.

N.B.: la commedia andò in scena alle Grandi Dionisie del 423 a.C., ma ottenne un clamoroso
insuccesso. La versione che leggiamo oggi è un rifacimento posteriore, redatto in un periodo
tra il 421 e il 418 a.C. e probabilmente mai messo in scena dall’autore.

Le Nuvole prime
Quando l’opera venne rappresentata per la prima volta, alle Grandi Dionisie del 423 a.C., in
una versione oggi perduta, gareggiò con altre due commedie: la Damigiana, l’ultima opera del
grande commediografo Cratino, ed il Conno di Amipsia, comico giovane ed ancora poco
conosciuto, la cui commedia annoverava anch'essa Socrate tra i personaggi.
Circa le ragioni dell'insuccesso, e del conseguente rifacimento, siamo male informati: che il
fiasco ci sia stato è certo, sia perché lo stesso Aristofane se ne lamenta nella parabasi delle
Vespe (422), sia perché la prefazione alle Nuvole seconde scritta da Aristofane di Bisanzio,
bibliotecario della Biblioteca di Alessandria, ci dà informazioni sulle differenze tra le due
versioni, lasciando quindi intendere che l'autore si sia sentito in dovere di riscrivere il
dramma, evidentemente per emendare alcuni "errori" che gli erano costati cari.
Chi però, e perché, ne abbia decretato l'insuccesso, non è chiaro.
Claudio Eliano, nella sua Storia varia (II, 13), ci dà una versione dei fatti che discolpa il
pubblico: bisogna tuttavia osservare che l'autore non è sempre attendibile, essendo vissuto
fra l'altro a sei secoli di distanza da Aristofane. Egli racconta che, poiché al teatro non tutti gli
spettatori erano ateniesi, Socrate si alzò in piedi, in modo che anche chi non lo conosceva
sapesse chi si stava prendendo in giro, ed afferma che la commedia piacque, tanto che alla fine
delle rappresentazioni il pubblico cominciò a rumoreggiare perché fosse data la vittoria ad
Aristofane. La giuria fu però di diverso avviso: assegnò il primo posto alla Damigiana di
Cratino e il secondo al Conno di Amipsia, relegando le Nuvole in fondo alla classifica. È
possibile, ma ovviamente non verificabile, che in tale verdetto abbiano influito le pressioni
politiche di Alcibiade, favorevole a Socrate e deciso a difenderne l’onore.
Dalla lettura della parabasi delle Vespe, tuttavia, si ricava tutt'altra impressione, e cioè che
artefice della sconfitta sia stato lo stesso pubblico, al quale Aristofane rivolge i seguenti
rimproveri: "Ora fate attenzione, se amate la schiettezza. Il poeta desidera rivolgere un
rimprovero a voi spettatori. Dice che l'avete trattato ingiustamente, lui che per il passato vi
aveva fatto tanto bene. [...] E voi che avete trovato un tale difensore, un tale liberatore della
patria, l'altro anno l'avete tradito il poeta; proprio quando seminava le sue idee più nuove,
non le avete comprese e le avete stroncate sul nascere."
Sia come sia, la sconfitta fu cocente per Aristofane, tanto più che la sua feroce parodia di
Socrate non passò affatto inosservata, come dimostra il fatto che nel 399 a.C. Socrate la additò
come la fonte principale delle accuse mossegli nel celebre processo da lui subìto, che gli costò
la morte: «Voi stessi avete visto […] la commedia di Aristofane: un certo Socrate che andava su
e giù per la scena dicendo di camminare per aria e spacciando altre simili stupidaggini, a
proposito delle quali io non ho proprio nulla da spartire, né poco né tanto» (Platone, Apologia
di Socrate, 19c).

Le Nuvole seconde
Subita quella sconfitta, Aristofane scrisse una nuova versione delle Nuvole, quella che
conosciamo oggi, che grazie ad indicazioni presenti nel testo stesso può essere datata tra il
421 ed il 418 a.C.: infatti al v. 553 dell’opera si fa riferimento alla commedia Maricante di
Eupoli, messa in scena nel 421 a.C., mentre il v. 623 lascia intendere che Iperbolo (un politico
ostracizzato nel 418-417 a.C.) fosse ancora in città: questo ci fornisce il terminus post quem ed
il terminus ante quem.
Questa seconda versione, però, per ragioni ignote ed incomprensibili, non venne mai messa in
scena dall’autore, e reca anche alcuni segni di incompiutezza, il più importante dei quali è la
mancanza di un canto corale dopo il v. 888. Aristofane di Bisanzio ci informa che tra la prima e
la seconda versione le modifiche furono notevoli in tutto il testo, ma riguardarono soprattutto
l’introduzione di una nuova parabasi e di due scene: quella della disputa tra i due Discorsi
(Giusto e Ingiusto) e quella finale del Pensatoio in fiamme.
Quest'ultima informazione è sconcertante: se infatti la scena più violenta e giustizialista della
commedia, che è proprio quella finale, non era presente nella prima versione, si capisce
sempre meno quali possano essere state le ragioni del dissenso del pubblico e della giuria.

Trama:
Prologo: il contadino Strepsìade (= Tirchione), che ha sposato una donna altolocata e viziata, è
perseguitato dai creditori a causa delle forti spese sostenute per lei e soprattutto a causa dei
soldi che suo figlio Fidippide (= Risparmiacavalli) ha dilapidato alle corse dei cavalli; pensa
allora di mandare il figlio alla scuola di Socrate, filosofo che, aggrappandosi ad ogni sofisma,
insegna come avere la meglio negli scontri dialettici, anche se in posizione di evidente torto
[N.B.: Socrate è volutamente "confuso" con i Sofisti]. In questo modo, Strepsiade si illude che il
figlio sarà in grado di vincere qualsiasi causa che i creditori gli intenteranno.
Fidippide però si rifiuta di recarsi al Pensatoio (Phrontistérion) del filosofo e così il povero
vecchio, disperato e perseguitato dagli strozzini, decide di recarvisi lui stesso, per imparare
quel che può.
Appena giunto, s'imbatte in curiosi figuri dall'aspetto pallido e stralunato, intenti in attività
stravaganti come ad esempio escogitare il modo migliore di misurare il salto di una pulce e
scoprire da dove provenga il ronzio emesso dalle zanzare. Più in generale, nel Pensatoio si
osservano le cose di sotterra e le cose del cielo.
Finalmente appare Socrate che, appeso in una cesta, contempla il cielo [N.B.: Socrate è ora
"confuso" con i physikòi ed in particolare con Anassagora, sebbene notoriamente si occupasse
solo dell'uomo e non della natura].
Il filosofo, dopo un breve dialogo, decide di provare ad istruirlo: gli mette indosso un mantello
e una corona ed invoca l'arrivo delle Nuvole, le divinità da lui adorate, che si presentano sulla
scena in una pàrodos fra le più ritardate del teatro comico: esse simboleggiano la vacuità delle
dottrine filosofiche in voga ad Atene. Qui viene inserita anche la nuova parabasi, ovviamente
assente dalle Nuvole prime, in cui Aristofane rimprovera il pubblico per non essere stato
capace di comprendere il messaggio dell'opera.
Strepsiade si rivela troppo ottuso e non riesce a capire nulla dei discorsi pseudo-filosofici che
gli vengono fatti: viene quindi cacciato e se ne ritorna mestamente a casa.
Fidippide, impietosito ed anche incuriosito dai racconti del padre, decide quindi di andare a
visitare il Pensatoio: quando arriva assiste all'agone tra il Discorso Migliore e il Discorso
Peggiore [parodia dei dissòi lògoi dei Sofisti]. Il primo propone i buoni propositi e i sani valori
della tradizione, il secondo ragionamenti cavillosi e contorti: alla fine, naturalmente, prevale il
Discorso Peggiore, personificazione stessa della filosofia dei Sofisti.
Fidippide, mente giovane ed elastica, impara subito la lezione. Tornato a casa, riesce a
mandare via due creditori imbambolandoli con chiacchiere ben confezionate.
Il padre è al settimo cielo, ma la situazione gli sfugge di mano: quando infatti ordina al figlio di
andare a dormire, Fidippide si rifiuta di farlo, e di fronte alle minacce del padre comincia a
picchiarlo, "dimostrandogli" di avere tutto il diritto di farlo in base al principio di reciprocità.
Esasperato e furioso per la rovina educativa del figlio, Strepsiade sale allora sul tetto del
Pensatoio, facendo il verso al Socrate appeso per aria dell'inizio, e dà alle fiamme l'edificio,
mentre Socrate e i discepoli, imprigionati al suo interno, urlano di terrore.

Commento
Sul conto di Aristofane, a proposito delle Nuvole, sono stati spesso espressi giudizi assai
superficiali: in sostanza l'autore, troppo giovane e "immaturo", avrebbe frainteso il pensiero
di Socrate, ergendosi a baluardo del più retrivo conservatorismo culturale e non rendendosi
conto che nell'Atene di quegli anni filosofi e pensatori stavano dando vita ad una rivoluzione
del pensiero che sarebbe stata alla base della cultura europea nei secoli e millenni successivi.
Chi esprime giudizi del genere non ha capito gran che del messaggio delle Nuvole.
Ad uno sguardo superficiale si poteva pensare che ad essere minacciati dai "nuovi pensatori"
fossero la religione ufficiale ed i valori tradizionali, ma agli occhi acutissimi del giovane
Aristofane non sfuggì il risvolto squisitamente politico della situazione: e cioè che da
un'educazione di tal genere sarebbero potuti emergere - come in effetti fu - personaggi
potenzialmente pericolosissimi per la democrazia ateniese.
Era dunque il regime democratico ad essere in pericolo: e questa volta il nemico non era
identificato nella democrazia radicale di Cleone, ma all'opposto negli ambienti delle eterìe
aristocratiche e nei loro "educatori": i Sofisti e Socrate.
Che l'intuizione di Aristofane fosse fondata lo dimostra il fatto stesso che dalla scuola di
Socrate siano emersi tutti i personaggi collegabili in vario modo con i colpi di Stato del 411 e
del 404 a.C. (da Teramene a Crizia stesso), oppure fautori di una politica personalistica e
tutt'altro che attenta al bene collettivo, come Alcibiade (forse adombrato nel "maniaco dei
cavalli" Fidippide). E per far emergere le pesanti responsabilità di Socrate in tal senso,
Aristofane non esita a sovrapporlo a pensatori che sa perfettamente essere distanti da lui,
come i Sofisti ed Anassagora.
Già al suo primo apparire sulla scena, Socrate è presentato in maniera quantomeno bizzarra:
sospeso in aria in una cesta. Il filosofo spiega che questa posizione gli permette di librare la
mente e il pensiero verso l’alto, facendo così grandi scoperte. Alla prova dei fatti, però, Socrate
ed i suoi allievi si rivelano dei pericolosi cialtroni, che si occupano di questioni insensate e
prive di importanza, come misurare il salto di una pulce, e che pretendono, con
argomentazioni sottili ma prive di qualsiasi fondamento, di sovvertire il sistema di valori
tradizionale.
Aristofane, quindi, come più tardi Isocrate, non ritiene che vi sia alcunché di costruttivo
nell'esercitare la sottigliezza di ragionamento di Socrate, non più di quanto ve ne sia nelle
argomentazioni cavillose dei Sofisti, dal momento che, agli effetti pratici, Socrate "corrompe i
giovani" esattamente come i Sofisti: anzi, i suoi discepoli o sono o si comportano come Sofisti
(non si dimentichi che Crizia, allievo di Socrate, fu anche uno dei principali esponenti della
Sofistica estrema). Tanto vale quindi identificarlo con essi, senza tanti inutili distiguo.
Quanto al "Socrate anassagoreo", la "confusione" è ancora più perfida e sottile, come ha ben
chiarito Luciano Canfora: infatti Socrate, nelle Nuvole, afferma di credere nel Vortice anziché
in Zeus, come Anassagora, e di voler mescolare il pensiero all’aria in base al principio delle
omeomerìe anassagoree. A chi obietta che Socrate non era un physikòs e che si occupava
esclusivamente dell'uomo, e che quindi Aristofane aveva una conoscenza superficiale del suo
pensiero, andrebbe fatto presente che lo stesso Socrate, nel Fedro platonico, ammette di
essersi occupato della Natura in gioventù. Dunque Aristofane sa esattamente cosa dice.
Ebbene, Anassagora era stato accusato di empietà (asèbeia): difeso da Pericle in persona, era
stato esiliato, e secondo alcuni condannato a morte in contumacia, proprio per avere
"introdotto divinità nuove". Ora, non si vede per quale motivo Socrate, che fa esattamente la
stessa cosa, non debba essere condannato a morte a sua volta (il rogo finale del Pensatoio
allude proprio a questo).
In sintesi, per Aristofane, Socrate deve morire per due motivi:
• perché "corrompe i giovani", come i Sofisti;
• perché "introduce divinità nuove", come Anassagora.
Esattamente le stesse accuse che, ventiquattro anni più tardi, gli verranno mosse da Ànito e
Melèto, e che gli costeranno la vita.
Un messaggio, dunque, tanto inquietante quanto profetico, quello delle Nuvole, destinato ad
essere incompreso ora come allora.
BRANI

STREPSIADE: Che aspetto a bussare alla porta? [Bussa alla porta di Socrate] Ragazzo!

DISCEPOLO: [Esce di casa] Maledizione! Chi è che bussa in questo modo?

STREPSIADE: Strepsiade di Cicinna, figlio di Fidone.

DISCEPOLO: Un bell'ignorante che prende a calci la porta senza riguardi: hai fatto abortire
un'idea nuova nuova!

STREPSIADE: Scusami, vengo dalla campagna. Ma cos'è che ho fatto abortire?

DISCEPOLO: Non è lecito svelarlo agli altri che ai discepoli.

STREPSIADE: Allora puoi dirmelo tranquillamente. Io vengo al vostro pensatoio proprio come
discepolo.

DISCEPOLO: Te lo dirò: ma tieni presente che questi sono segreti da iniziati. Socrate ha
chiesto a Cherofonte quanti piedi dei suoi è in grado di saltare una pulce, la quale aveva morso
il copracciglio di Cherofonte ed era poi saltata in testa a Socrate.

STREPSIADE: Come ha fatto a misurarli?

DISCEPOLO: Benissimo: ha preso la pulce, ha sciolto della cera e vi ha tuffato i piedi della
pulce dentro. Quando la cera si è raffreddata, la pulce aveva come un paio di scarpette
persiane. Basta sfilargliele e si misura la distanza!

STREPSIADE: Per Zeus, che pensata geniale!

DISCEPOLO: Questo è niente in confronto a un'altra scoperta di Socrate.

STREPSIADE: Quale? Dimmela, ti prego.

DISCEPOLO: Cherofonte gli ha chiesto la sua opinione sulle zanzare; se ronzano con la bocca o
con il culo.

STREPSIADE: Lui che ha detto?

DISCEPOLO: L'intestino delle zanzare è stretto e sottile; per suo tramite l'aria passa
violentemente fino al culo; e il culo, che sta all'imboccatura del corridoio, risuona per la forza
del soffio.

STREPSIADE: Allora è una tromba, il culo delle zanzare! Beato te; mi piace quest'analisi
interiore. Fa presto a cavarsela in tribunale, uno che conosce fin l'intestino delle zanzare.

DISCEPOLO: Ieri però una grande idea gliel'ha fatta perdere una tarantola.

STREPSIADE: Come? Dimmi.


DISCEPOLO: Mentre studiava il corso della luna e i suoi movimenti, a bocca aperta, una
tarantola gli ha cacato addosso dal tetto.

STREPSIADE: Bella cosa, una tarantola che caca addosso a Socrate.

DISCEPOLO: Ieri sera non avevamo da mangiare.

STREPSIADE: E lui, che cosa ha escogitato per la cena?

DISCEPOLO: Sparge sulla tavola uno strato sottile di cenere, piega un piccolo spiedo a forma
di compasso... e fa sparire il mantello dalla palestra1.

STREPSIADE: E noi che ci meravigliamo di Talete! Apri, aprimi subito il pensatoio, mostrami
Socrate: non vedo l'ora di imparare... Per Eracle, e queste che bestie sono? [Accennando ai
discepoli entro la casa di Socrate].

DISCEPOLO: Ti paiono strane? A chi le paragoneresti?

STREPSIADE: Agli spartani presi a Pilo. Ma questi qui, perché guardano a terra?

DISCEPOLO: Investigano le cose di sotterra.

STREPSIADE: Ah, vuoi dire le cipolle. Ma non preoccupatevi: so io dove ce ne sono di grandi e
belle... E questi, chinati, che fanno?

DISCEPOLO: Guardano l'Erebo, fino al Tartaro.

STREPSIADE: E il culo, che guarda verso il cielo?

DISCEPOLO: Impara l'astronomia. [Rivolto ai discepoli:] Ma voi, rientrate, che il maestro non
vi trovi qui.

STREPSIADE: Ma no, falli ancora aspettare un momento, che vorrei parlar loro di una
faccenda che mi riguarda.

DISCEPOLO: Non possono star tanto tempo fuori, all'aperto. [Gli altri discepoli rientrano].

STREPSIADE: [Guardando tra gli strumenti]: Per gli dèi, questa che roba è?

DISCEPOLO: Astronomia.

STREPSIADE: E questa?

DISCEPOLO: Geometria.

1Passo veramente oscuro: il fatto sostanziale è certamente che Socrate ha rubato un mantello e lo
ha venduto per comprare del cibo; del resto anche Strepsiade tornerà dal pensatoio senza vesti.
Ma perché la lezione di geometria? E' stata affacciata l'idea che in un primo momento Socrate
prova a distrarre i suoi studenti, poi non riuscendo la cosa, passa all'azione; mi pare preferibile
pensare che oggetto della lezione di geometria siano i derubati, e che la lezione stessa sia un gioco
di prestigio per distrarre l'attenzione (G. Paduano).
STREPSIADE: A che serve?

DISCEPOLO: A misurare la terra.

STREPSIADE: Quella da assegnare ai cittadini?

DISCEPOLO: Tutta la terra.

STREPSIADE: Tutta? Bella cosa, utile e democratica!

DISCEPOLO: Questa è la raffigurazione della Terra; la vedi? E questa è Atene.

STREPSIADE: Che dici? Non può essere: non vedo i giudici in seduta.

DISCEPOLO: Questa è l'Attica.

STREPSIADE: E il mio demo, Cicinna, dove sta?

DISCEPOLO: Qui. Ed ecco l'Eubea, lunga distesa.

STREPSIADE: Già, l'abbiamo stesa ben noi, con Pericle. E Sparta?

DISCEPOLO: Qui.

STREPSIADE: Com'è vicina. Pensate un po'a portarla più lontano.

DISCEPOLO: Non si può.

STREPSIADE: Tanto peggio per voi. Ma chi è quell'uomo sospeso in aria nella cesta?

DISCEPOLO: Lui.

STREPSIADE: Lui chi?

DISCEPOLO: Socrate.

STREPSIADE: Socrate!... Su, chiamalo, per piacere.

DISCEPOLO: Chiamalo tu, io non ho tempo. [Esce].

STREPSIADE: Socrate, Socrate caro!

SOCRATE: [Dall'alto] Perché mi chiami, creatura effimera?

STREPSIADE: Prima di tutto, dimmi che fai, ti prego.

SOCRATE: Muovo attraverso il cielo, e guardo il sole.

STREPSIADE: Come? Gli dèi tu li guardi dall'alto, dalla cesta, e non dalla terra?
SOCRATE: Non avrei potuto scoprire con esattezza le cose celesti, se non avessi sollevato
mente e intelletto mischiandoli all'aria, che è della stessa sostanza. E se avessi studiato il cielo
dalla terra, non avrei trovato niente, perché la terra attrae a sé l'umore del pensiero.
Insomma, come la lattuga.

STREPSIADE: Che dici? Il pensiero attira l'umore verso la lattuga?... Ma su, scendi, caro
Socrate; insegnami le cose per cui sono venuto!

SOCRATE: [Scendendo] E quali sono?

STREPSIADE: Voglio imparare a parlare. Sono oppresso dagli interessi e dai creditori
insaziabili. E ho tutto sotto sequestro.

SOCRATE: Come mai tanti debiti senza accorgertene?

STREPSIADE: Mi ha rovinato la malattia dei cavalli. Ma tu insegnami il secondo discorso,


quello che non paga i debiti, e giuro sugli dèi che ti darò qualunque ricompensa mi chiederai!

SOCRATE: Sugli dèi? Prima di tutto questa moneta è fuori corso qui.

STREPSIADE: Fuori corso? E che moneta vale per i giuramenti? Quella di ferro che usano a
Bisanzio?

SOCRATE: Vuoi conoscere la vera natura delle cose divine?

STREPSIADE: Certo, se possibile.

SOCRATE: E parlare con le Nuvole, che sono le nostre divinità?

STREPSIADE: Magari!

SOCRATE: Siedi dunque sul sacro giaciglio.

STREPSIADE: [Esegue]. - Fatto!

SOCRATE: Ora prendi questa corona.

STREPSIADE: La corona, perché? Ohibò, Socrate, non mi sacrificherete come Atamante!

SOCRATE: Ma no, si fa così con tutti gli iniziati.

STREPSIADE: E io, che ci guadagno?

SOCRATE: Diventerai abile a parlare, sonante, tutto fior di farina... E sta'fermo!

STREPSIADE: E'vero, per Zeus; già mi sento come sparso di fior di farina.

[...]
CORO:
Cari spettatori, vi dirò liberamente la verità, nel nome di Dioniso, mio maestro. Possa io
vincere ed essere considerato sapiente, come è vero che credendovi un pubblico competente,
e credendo questa la più bella delle mie commedie, l'ho data a voi per primi da gustare: un
dono che mi è costato tanta fatica.
Invece sono stato battuto ingiustamente, e da gente volgare. Di questo devo lagnarmi con voi,
che pure siete uomini intelligenti e per i quali mi sono dato tanto da fare.
Tuttavia non voglio tradire quelli di voi che hanno gusto.
Un tempo avete accolto con favore - è un piacere parlare con voi - i miei personaggi, quello
casto e quello scostumato [allusione ai Banchettanti]. Io, che ero ancora troppo giovane e non
avevo la capacità giuridica di darli alla luce, li ho dati a balia, o meglio un'altra me li ha presi, e
voi generosamente li avete nutriti ed educati. Da allora un patto di muta lealtà unisce me e voi.
Ora questa commedia è venuta come Elettra a cercare, se riesce a trovarli, spettatori di buon
gusto. State tranquilli che, appena lo vede, saprà riconoscere il ricciolo del fratello.
Guardate com'è pudica; a differenza delle altre è venuta senza cucirsi davanti quel lungo fallo
di cuoio, grosso e rosso in cima, che fa ridere i bambini. Non prende in giro i calvi, non balla il
cordace, non c'è il vecchio che mentre parla picchia col bastone l'interlocutore, per
nascondere la povertà delle battute. Non salta sulla scena con le fiaccole, non urla "ohibò", ma
si presenta da sola fidando nei suoi versi. E il poeta, che sono io, non porta i capelli lunghi, ne'
vuole imbrogliarvi presentandovi per due o tre volte la stessa cosa, ma cerca di darvi sempre
nuove idee, diverse l'una dall'altra, e tutte buone.
Ho colpito al petto Cleone quand'era al massimo del suo potere, ma, una volta caduto, non ho
avuto il cuore di calpestarlo. Costoro invece, dopo che Iperbolo gliene ha dato l'occasione, ne
fanno scempio, di lui e di sua madre.
Il primo è stato Eupoli a portare sulla scena il Maricante, stravolgendo malamente, da figlio di
cane qual è, i miei Cavalieri, e aggiungendovi una vecchia ubriaca che balla il cordace, vetusta
invenzione di Finnico! Poi se la mangiava una balena.
In seguito è stata la volta di Ermippo di attaccare Iperbolo, e ora tutti gli danno addosso,
ripetendo la mia similitudine sulle anguille.
Chi ride di questa roba non può trarre piacere dalla mia. Se invece gradite le mie trovate, per
l'avvenire avrete fama di persone intelligenti.

[...]

DISCORSO GIUSTO: Vi dirò qual era l'antica educazione, quando andavo di moda io che
sostenevo la giustizia, e la temperanza era norma.
Per prima cosa, i ragazzi dovevano stare in silenzio, e camminavano per le strade, in ordine,
tutti quelli di un quartiere, dirigendosi alla casa del maestro; e spogli anche se nevicava fitto.
Il maestro gli insegnava - e dovevano stare fermi, senza accavallare le cosce - canti come
"Atena terribile che distrugge la città" o "Un grido di lontano", mantenendo l'armonia
ereditata dai loro padri. E se qualcuno, per fare lo spiritoso introduceva qualche gorgheggio,
come ora fanno gli allievi di Frinide, si prendeva un sacco di botte per oltraggio alle Muse.
Nell'ora di ginnastica dovevano sedere con le gambe distese, in modo da non mostrare le loro
vergogne agli estranei. Poi, una volta alzati, dovevano aggiustare la sabbia e badare a non
lasciare agli ammiratori tracce della loro giovane bellezza. A quei tempi nessun ragazzo si
ungeva al di sotto dell'ombelico, cosicché i genitali fiorivano di morbida lanugine, come mele
cotogne. E nessuno, modulando languidamente la voce, si permetteva di fare gli occhi dolci
all'amante, facendo il ruffiano di se stesso.
Nei banchetti non ci si poteva accaparrare la testa del ravanello, ne' portar via ai vecchi l'aneto
o il sellino, ne' essere ingordi, ne' sghignazzare tenendo le gambe incrociate.

DISCORSO INGIUSTO: Roba vecchia, come le Dipolie, ricordo dei tempi delle Cicale e delle
Bufonie.

DISCORSO GIUSTO: Eppure fu proprio questa l'educazione che diedi agli eroi di Maratona. Tu,
a quelli d'ora gl'insegni ad avvolgersi nel mantello. Mi fa una rabbia quando li vedo ballare alle
Panatenee, dove, senza riguardo per Atena, agitano lo scudo davanti ai genitali!
Per questo, ragazzo mio, se scegli me, il discorso maggiore, imparerai a odiare la piazza, a
tenerti lontano dai bagni, a vergognarti di ciò cui è giusto vergognarsi, a infuriarti se qualcuno
ti prende in giro, a cedere il posto ai vecchi, a non trattare male i genitori. Insomma, a non fare
niente di male. Sarai il pudore fatto persona. Non correrai dalle ballerine che, mentre stai a
guardarle a bocca aperta, ti buttano una mela e ti rovinano la reputazione. Non risponderai a
tuo padre chiamandolo vecchio Giapeto e rinfacciandogli la tarda età, che ha speso per
allevare te!

DISCORSO INGIUSTO: Se dai retta a questo qui, ragazzo mio, sarai tale e quale ai figli di
Ippocrate, e ti chiameranno "cocco di mamma".

DISCORSO GIUSTO: Sarai splendido e fiorente, e frequenterai le palestre. Non passerai il


tempo chiacchierando di sciocchezze in piazza, come ora si usa, ne' ad occuparti di questioni
fasulle. Invece correrai all'Accademia, sotto gli olivi, coronato di verdi canne, insieme a
compagni perbene, come te, odorando di smilace, di tranquillità, di pioppo bianco; godrai la
primavera e i sussurrii del platano, con l'olmo.
Se fai quel che ti dico e a questo rivolgi la tua attenzione, avrai petto forte, colorito sano, spalle
larghe, lingua corta, glutei forti e membro breve.
Che se invece fai come ora si usa, avrai colorito pallido, spalle misere, petto gracile, lingua
lunga, natiche piccole e membro spropositato, e lunga dichiarazione di voto ti persuaderà che
è bello ciò che è turpe e turpe ciò che è bello; e ti attaccherà per giunta i vizi di Antimaco.

CORO: O tu che coltivi una illustre saggezza, com'è casto il fiore delle tue parole! Beato chi
viveva ai tempi antichi! E tu che possiedi un'arte sottile, trova argomenti nuovi contro i suoi,
che sono stati gloriosi. Sì, ti occorrono dimostrazioni fortissime, se vuoi vincere e non farti
prendere in giro.

DISCORSO INGIUSTO: Da tempo mi divora la voglia di parlare e di mandare all'aria questa


bella costruzione con argomenti contrari. I filosofi mi chiamano "discorso minore" perché
primo fra tutti ho trovato argomenti contrari alla legge e alla giustizia.
Ebbene, vale più di ogni tesoro aver vinto una causa sbagliata.
Ora, guardate come confuterò l'educazione che lui ha vantata. Per prima cosa, tu non permetti
bagni caldi. Dimmi, per quale ragione biasimi i bagni caldi?

DISCORSO GIUSTO: Sono una pessima cosa; infiacchiscono l'uomo.

DISCORSO INGIUSTO: Ora ti ho beccato, e non mi sfuggi. Dimmi, secondo te, chi è l'eroe più
grande tra i figli di Zeus, quello che ha affrontato le più dure fatiche?

DISCORSO GIUSTO: Nessuno fu più valoroso di Eracle, io penso.


DISCORSO INGIUSTO: E dove mai si sono viste "Terme di Eracle" fredde? Eppure, chi più
valoroso di lui?

DISCORSO GIUSTO: Già, ma con questa scusa i bagni sono presi d'assalto da ragazzi che
chiacchierano tutti il giorno, e le palestre sono vuote.

DISCORSO INGIUSTO: Tu biasimi anche chi chiacchiera in piazza, e io lo approvo, invece. Se


fosse una cosa disonorevole, Omero non avrebbe fatto parlare in piazza Nestore, ne' gli altri
saggi.
E ora vengo alla lingua; lui dice che i giovani non la devono esercitare; io invece sì. Inoltre
raccomanda di essere temperanti... Due grossi guai.
Vedesti mai la temperanza offrire qualche vantaggio? Dillo, ribatti, se puoi.

DISCORSO GIUSTO: Molte volte; Peleo, per esempio, ebbe in premio la spada!

DISCORSO INGIUSTO: La spada? Un bel guadagno ci ha fatto il poveraccio; ma con la


bricconeria di Iperbolo, quello delle lanterne, ha guadagnato un mucchio di talenti: altro che
spada!

DISCORSO GIUSTO: Peleo però, sempre grazie alla temperanza, ottenne in moglie Teti.

DISCORSO INGIUSTO: Che poi lo piantò in asso perché non era focoso e non era un buon
compagno di letto. La donna prova piacere a farsi sbattere... ma già, tu sei un vecchio
rimbambito.
[A Fidippide]
Pensa ragazzo, quali sono le conseguenze della temperanza, a quanti piaceri devi rinunciare,
fanciulli, donne, còttabo, leccornie, bevute, divertimenti... Vale la pena di vivere a questo
modo?
Ora, consideriamo le necessità della natura: poniamo che tu ti sia innamorato della moglie di
un altro, e che ti colgano in flagrante. Sei morto se non sei capace di parlare. Ma se appartieni
al mio circolo, puoi sfruttare la natura, ridere, impazzare, non avere tabù. Se anche ti beccano
in flagrante adulterio, basta dire che non hai colpa di nulla e rovesciare tutto su Zeus: anche
lui cede all'amore delle donne... Tu, che sei uomo, mica puoi essere più forte di un dio, no?

DISCORSO GIUSTO: E se per averti dato retta gli cacciano un ravanello nel culo e lo depilano
con la lisciva calda [punizione prevista dal diritto attico, N.d.R.], potrà negare di essere un
rottinculo?

DISCORSO INGIUSTO: E anche se fosse, che c'è di male?

DISCORSO GIUSTO: Ma c'è qualcosa di peggio, dico io?!

DISCORSO INGIUSTO: E che mi dici se ancora una volta ti dimostro che hai torto?

DISCORSO GIUSTO: Starò zitto; che altro posso fare?

DISCORSO INGIUSTO: Allora dimmi: gli avvocati, che gente sono?

DISCORSO GIUSTO: Rottinculo.


DISCORSO INGIUSTO: D'accordo. E i poeti tragici?

DISCORSO GIUSTO: Rottinculo.

DISCORSO INGIUSTO: Benissimo. E i politici?

DISCORSO GIUSTO: Rottinculo!

DISCORSO INGIUSTO: E allora, lo vedi che dicevi una sciocchezza? E gli spettatori, per la
maggior parte, chi sono?

DISCORSO GIUSTO [guarda fra il pubblico]: Sto guardando...

DISCORSO INGIUSTO: E che vedi?

DISCORSO GIUSTO: Per gli dèi... la maggior parte sono rottinculo... Questo lo conosco... e anche
questo, e quell'altro coi capelli lunghi!

DISCORSO INGIUSTO: E allora, che mi dici?

DISCORSO GIUSTO [gettando il mantello in segno di sconfitta]: Ho perso.


Tenete il mio mantello,
gente di culo aperto,
ch'io fra di voi diserto!