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Risponde Umberto Galimberti

LA FINE DELLARTE
Se larte muore, muore perch oggi gli artisti cercano lallettamento dei sensi, la gratificazione di uno sguardo che non vuole profondit, ma stupore o divertissement, pareti ornate o immagini shock, non abissi
Nei giorni scorsi ho visitato il Museo dArte Contemporanea Donna Regina (Madre) di Napoli. Grande la gioia per aver trovato, nella citt in cui sono nata, un bello spazio espositivo in ambienti cos ben restaurati e organizzati. Ma grande e profondo anche il mio dolore e sconcerto nello scoprire che nelle sale dedicate alla mostra temporanea delle opere di Jannis Kounellis erano esposti uccellini rinchiusi in gabbiette e un pappagallo appollaiato su un trespolo, in un ambiente, fra laltro, non certo buono per gli animali sottoposti a un clima del tutto artificiale dovuto allaria condizionata. Allinaugurazione della mostra, mesi fa, era presente anche unaltra opera, Cavalli, composta da 15 cavalli costretti a stare tutto il giorno legati con una corda al muro. Tutto ci a me pare simbolo della volont di potere delluomo sugli animali e non certo unopera darte! Chiara Mobilio mochia@libero.it
Mi sempre pi difficile capire larte contemporanea perch troppi sono gli artisti, opportunamente incoraggiati dai critici, che equiparano lamore per larte allamore per le sensazioni, riducendo cos lopera darte a qualcosa che deve stupire, dove lo spettatore, lungi dallessere ek-statico, cio fuori di s, sta davanti allimmagine con la passivit opaca (mascherata dalle parole che ha imparato dai critici) di chi in attesa di emozioni. Per Aristotele: Le emozioni sono in rapporto con gli organi di evacuazione, perch le emozioni sono rifiuti, mentre per Platone: Luomo estetico uno troppo debole per opporre resistenza al piacere e al dolore. Sarebbe necessario portare larte allaltezza della forza, dove in gioco sono le figure della vita, della morte, del sacrificio. Sarebbe necessario sottrarla alle parole consuete con cui la concimano i critici, grandi evacuatori, prezzolati per produrre emozioni l dove in gioco non il solletico dei sensi ma, come dice Coomaraswamy: La grandezza del rito sacrificale dove lo spettatore strappato alla sua personalit abituale allo scopo di divenire un dio per la durata di un rito e tornare in s soltanto a rito compiuto, quando lepifania giunge al termine e il sipario si cala. La bellezza, infatti, non nulla di consolante e di riposante, perch a produrla il lavoro della madre nella generazione, il lavoro di Dio nella creazione. Io penso che allarte, che nella sua radice ar custodisce il senso del fare, penso che alla poesia, che rinvia al greco poiein, che vuol dire produrre, competa quellaccompagnare le cose nel loro farsi e nellabbandonarle quando sono fatte. Qui il dolore della creazione che lartista conosce. Qui il senso di quellenergheia, di cui parlava Aristotele, che metteva a capo allergon, allopera, congedandosi da lei. A me pare che di questo congedo non sono capaci gli artisti doggi quando mettono in scena le opere della natura che essi non hanno creato e poi le raccolgono in cataloghi, un po come le ordinate truppe degli Achei, di cui Omero prega le Muse di dargli il katalogos. E cos larte rinuncia alla ricerca sua propria che quella di scoprire le intenzioni della madre, il ventre di Dio. Desiderio dei segreti dellassoluto. Insistenza sul luogo cruciale dove lo sguardo immobile del pensiero si fissa sulla mobilit dellesperienza alla ricerca del simbolo che mette assieme (sym-ballein) i contrari. Qui lispirazione si piega sui processi che lhanno generata. Lidea smobilitata dalla tensione. Non i figli gi nati o le opere della creazione, ma la generazione della madre guardata dal figlio, Dio scrutato dalle creature del mondo. Oggi gli artisti non paiono pi creatori, ma semplici portatori di segni che il linguaggio ha gi assegnato. Nessuna esasperazione del conflitto, nessuna unione degli incongruenti, nessuna dislocazione dei luoghi, nessuno squadernarsi dei quattro: il cielo, la terra, i mortali, i divini, come vuole limmagine di Heidegger, ma solo e semplicemente la quadratura del cerchio a cui gi tendono tutte le nostre opere e le nostre parole. Tutti gli strumenti dellarte (materia, colori) sono ricavati dalla terra e lo sguardo artistico dovrebbe riuscire a scorgere che cosa si compone quando la terra aduna e che cosa si scompone quando la terra rilascia. Il respiro della terra. La terra, infatti, anche quando va alla deriva si riserva di tornare in s. Qui finisce la possibilit della descrizione, perch al logos e al suo cosmo succede il caos, lo sbadiglio della terra, che divora tutte le cosmologie e tutti gli ordini che gli uomini tentano di dare alle cose dispiegate sulla terra. La terra, infatti, non ha solo un sopra dove si edificano le opere (darte). La terra ha anche un sotto che non esposizione ma disposizione, nel senso forte di chi dispone dellessere e del non essere di tutte le cose. Larte dovrebbe occuparsi della disposizione della terra e compiere qui il suo gioco che quello della flessione dellinflessibile. Larte, infatti, conosce la flessione, la preghiera dellartista, che chiede alla solidit della terra di piegarsi allo strumento. Fu cos che larte govern lartigianato, e fu cos che, in epoche ancora non assediate dalla tecnica, lartigianato divenne con gli alchimisti luogo di conoscenza, trasformazione del vile in prezioso, dove a trasformarsi erano tanto gli elementi che approdavano allopus quanto lanima delloperatore, non quando contempla la sua opera, ma quando la genera, e poi se ne congeda, provando il disinteresse di Dio che dimentica la creazione del mondo.

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13 GENNAIO 2007