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«GLI SCRITTI DI UMBERTO

FRANCESCO BUCCI
Francesco Bucci (Roma, 1949) è un Più volte i giornali si sono occupati
dirigente della pubblica amministra- di Umberto Galimberti per il suo
zione che coltiva da sempre la passione
per la filosofia. Può essere annoverato
GALIMBERTI CELANO UN “vizietto” (come lo ha definito il fi-
losofo Emanuele Severino in
nella categoria dei “lettori forti” per il SEGRETO, CHE QUESTO LIBRO un’intervista) di appropriarsi di te-
metodo di lettura seguito: un serrato
corpo a corpo con il testo, fatto con la SVELERÀ. GALIMBERTI SAPEVA sti altrui. Ma nessuno ha mai de-
matita in mano, per sottolineare, chio- nunciato finora un vizio perfino
sare, annotare. È questo sistema che gli DA SEMPRE CHE CIÒ PRIMA più grave: Galimberti costruisce i
ha consentito di scoprire il modus ope- suoi libri (in misure diverse e tal-
randi galimbertiano. O POI SAREBBE ACCADUTO. volta quasi per intero) con un me-
ANZI, RENDENDO IL SEGRETO todo, consolidato negli anni, che
produce effetti devastanti sulla sen-
NEL CORSO DEL TEMPO satezza non solo di singole parti,

E LA MISTIFICAZIONE INTELLETTUALE
UMBERTO GALIMBERTI
ma – nei casi limite – dei libri nel
SEMPRE MENO NASCOSTO, loro insieme.
Questo lavoro, nell’illustrare con
LASCIANDOLO SEMPRE PIÙ dovizia di esempi il “metodo Ga-
INTRAVEDERE, QUASI limberti”, demistifica impietosa-
mente la figura e l’opera di uno
MOSTRANDOLO, FORNISCE dei più noti intellettuali italiani,
mostrando al contempo che l’in-
L’IMPRESSIONE DI AVER dustria culturale (l’editoria, la cri-
ADDIRITTURA VOLUTO CREARE tica, i media) e il mondo accade-
mico, condizionati da logiche
LE CONDIZIONI PER LA SUA mercantili e corporative, non pos-
siedono anticorpi idonei a impe-
SCOPERTA. COME SE VOLESSE dire l’insorgere e il perdurare di un
LIBERARSENE. EPPURE così grave fenomeno patologico.
Le migliaia di lettori che sospin-
IL SEGRETO RESISTE gono regolarmente i libri di Ga-
limberti in cima alla classifica delle
DA OLTRE TRENT’ANNI» vendite avranno, dal canto loro, di
che riflettere.

UMBERTO GALIMBERTI
di F. Bucci

Euro 14,50
Introduzione

Gli scritti di Umberto Galimberti celano un segreto,


che questo libro svelerà(1).
Galimberti(2) sapeva da sempre, ne sono convinto,
che ciò prima o poi sarebbe accaduto. Anzi, rendendo
il segreto nel corso del tempo sempre meno nascosto,
lasciandolo sempre più intravedere, quasi mostrandolo,
fornisce l’impressione di aver addirittura voluto creare le
condizioni per la sua scoperta. Come se volesse liberar-
sene. Eppure il segreto resiste da oltre trent’anni.
[…]
Tutti i libri di U.G. (salvo ovviamente il primo) con-
tengono, in misura diversa, una molteplicità di brani,
anche molto lunghi (talvolta perfino interi capitoli), già
contenuti in suoi precedenti libri, senza che i lettori ne
siano resi edotti. I brani, infatti, non sono virgolettati e
di essi non sono indicate le provenienze: sono spacciati
così, di fatto, come testi originali. I brani sono spesso
estrapolati e interpolati più volte: lo stesso brano transita
cioè più volte da un libro all’altro nel corso del tempo.
Il fenomeno coinvolge non solo i libri, ma anche
buona parte degli articoli (scritti su «Il Sole 24 Ore»,
prima, e su «La Repubblica», poi) e delle risposte for-
nite ai lettori nella rubrica tenuta settimanalmente su «La
(1)
Un primo, parziale disvelamento è in realtà già stato da me effettuato con gli
articoli “Per un’ecologia delle idee”, apparso nel numero di giugno 2010 della rivi-
sta «L’Indice dei libri del mese», e “Umberto Galimberti e il mito dell’industria cul-
turale”, pubblicato nel sito www.lindiceonline.com della stessa rivista e qui riprodotto
nell’Appendice C.
(2)
Indicato d’ora in avanti, per brevità, con le sole iniziali (U.G.).

1
Repubblica delle donne», nonché i numerosi saggi in-
troduttivi scritti da U.G. per opere altrui. Nel loro in-
quieto peregrinare, inoltre, i brani non mostrano
particolari preferenze, migrando indifferentemente da
libro a libro, da libro ad articolo, da articolo a risposta
e così via, secondo tutte le combinazioni possibili.
Nell’Appendice A sono rappresentati i “diagrammi di
flusso” che indicano (con riguardo ai soli libri) i percorsi
seguiti dai brani, a partire dal primo libro pubblicato e
proseguendo con gli altri in ordine cronologico di pub-
blicazione. La complessiva ragnatela delle linee di flusso,
scaturente dalla sovrapposizione di tutti i diagrammi,
può essere colta però solo mentalmente, essendo im-
possibile la sua rappresentazione grafica.
Sono certo che lo stupore suscitato nei lettori da tali
diagrammi non sarà inferiore a quello da me provato
(assieme a un’incredulità che stenta ancora oggi ad ab-
bandonarmi) man mano che mi addentravo in un simile
ginepraio. Ma lo stupore è destinato a crescere se si
passa a considerare la dimensione quantitativa del fe-
nomeno. Le linee di flusso indicano infatti i tragitti dei
brani (anzi, di singoli brani, come è chiarito nell’Appen-
dice A), ma non la loro numerosità e la loro ponderosità.
L’entità complessiva del fenomeno, in relazione a cia-
scuno degli scritti esaminati, può essere misurata da
quello che possiamo chiamare il “tasso di riuso” dello
scritto (libro, articolo ecc.), inteso come il rapporto tra le
parti (pagine, colonne o loro frazioni) dello scritto stesso
che provengono da uno scritto precedente e/o confluite
poi in uno scritto successivo, da un lato, e le parti com-
plessive dello scritto in questione, dall’altro. In altri ter-
mini, la percentuale dei brani di quello scritto coinvolti
in qualche modo nel fenomeno del “riuso”.
I tassi di riuso dei libri presi in esame sono indicati
nella seguente tabella(3).

2
1. Heidegger, Jaspers e il tramonto dell’occidente (4), Marietti, 1975 20%
2. Linguaggio e civiltà, Mursia, 1977 12%
3. Psichiatria e fenomenologia, Feltrinelli, 1979 (2006) 45%
4. Il corpo, Feltrinelli, 1983 (2006) 38%
5. Oltre l’Occidente, Mursia, 1984 46%
6. La terra senza il male, Feltrinelli, 1984 (2005) 40%
7. Invito al pensiero di Heidegger, Mursia, 1986 (1986) 37%
8. Gli equivoci dell’anima, Feltrinelli, 1987 (2006) 49%
9. Il gioco delle opinioni, Feltrinelli, 1989 (2004) 48%
10. Idee: il catalogo è questo, Feltrinelli, 1992 (2005) 33%
11. Parole nomadi, Feltrinelli, 1994 (2006) 35%
12. Paesaggi dell’anima, Mondadori, 1996 (2006) 37%
13. Psiche e techne, Feltrinelli, 1999 (2007) 32%
14. Orme del sacro, Feltrinelli, 2000 (2000) 36%
15. I vizi capitali e i nuovi vizi, Feltrinelli, 2003 (2006) 60%
16. Le cose dell’amore, Feltrinelli, 2004 (2006) 52%
17. La casa di psiche, Feltrinelli, 2005 (2005) 82%
18. L’ospite inquietante, Feltrinelli, 2007 (2007) 95%

(3)
I tassi indicati sono approssimativi, nel senso che possono essere superiori o in-
feriori di qualche punto percentuale a quelli effettivi, per via dell’oggettiva difficoltà
di effettuare conteggi rigorosamente precisi: rappresentano quindi, in sostanza, l’or-
dine di grandezza del fenomeno (che è del resto ciò che rileva). I tassi, inoltre, in-
cludono sia i casi di riuso “attivo” (cioè di brani “donati” a libri – o ad articoli e/o
risposte – successivi), sia i casi di riuso “passivo” (cioè di brani “ricevuti in dono” da
libri – o da articoli e/o risposte – precedenti): essi sono stati conteggiati unitamente
e indistintamente perché in gran parte coinvolti in fenomeni di riuso multiplo, cioè
di brani (o parte di essi) riproposti più volte in scritti diversi: lo stesso brano (o parte
di esso), in tali casi, “affluisce” e insieme “defluisce” da un certo scritto, rendendo in
tal modo impossibile la distinzione tra riuso attivo e riuso passivo. Quanto detto
vale anche per gli articoli e le risposte e per i saggi introduttivi.
I libri di cui ai numeri 9, 10, 11, 12, 14, 15 e 16 sono delle (dichiarate) raccolte di
articoli. In tali casi, nella misurazione dei rispettivi tassi di riuso non sono stati con-
teggiati, ovviamente, gli articoli confluiti nei libri, ma si è tenuto conto dei tassi di
riuso degli articoli stessi.
Tutte le informazioni relative ai libri presi in esame fornite qui (tassi di riuso) e nel
prosieguo (diagrammi di flusso, brani citati e relative pagine ecc.) si riferiscono alle
edizioni degli anni indicati fra parentesi.
(4)
Heidegger, Jaspers e il tramonto dell’Occidente, Linguaggio e civiltà e Oltre l’Occidente
sono stati riuniti nel 2005 in un unico volume dal titolo Il tramonto dell’Occidente (Fel-

3
Impresa titanica, oltre che eccessiva, sarebbe stata
quella di esporre in dettaglio tutti i percorsi seguiti da
tutti i brani coinvolti in questo macroscopico processo di
riuso. L’indicazione e l’illustrazione dei casi più signifi-
cativi e interessanti (sotto vari profili) verranno pertanto
effettuate solo per La casa di psiche e L’ospite inquietante, al
cui esame è principalmente dedicato questo libro.
Quanto agli articoli e alle risposte ai lettori che sono
stati presi in considerazione (oltre cinquecento), l’entità
del riuso è assai variabile: si va da alcune righe fino a in-
tere colonne, per raggiungere non di rado tassi del 90%
e oltre. L’elenco tematico di tali scritti (con i relativi tassi
di riuso) è anch’esso contenuto nell’Appendice A, in cui
sono illustrati altresì alcuni tra i più significativi casi di
migrazione di brani.
I tassi di riuso dei saggi introduttivi sono indicati nella
tabella a pag. 5.
Nell’Appendice A sono poi illustrati, a titolo esemplifi-
cativo, i percorsi seguiti da alcuni dei brani presenti nei
saggi introduttivi.
Questa grande “versatilità” dei brani “espiantati” e
“impiantati” e la corrispondente grande “capacità di ac-
coglienza” dei testi che li ricevono sollevano un interro-
gativo cruciale. È infatti ragionevole pensare che uno
stesso brano utilizzato in contesti tematicamente diversi
difficilmente possa risultare ugualmente appropriato nei
diversi contesti di discorso: se esso significa qualcosa (e
magari anche qualcosa di più o meno sensato) in quello
di provenienza, è assai probabile che significhi poco o
niente (o niente di più o meno sensato) in quello di ap-
trinelli). Oltre l’Occidente, in realtà, non è un libro a sé, ma il Libro III de Il tramonto
dell’Occidente, che riproduce gli ultimi capitoli di Linguaggio e civiltà aggiunti nell’edi-
zione del 1984. Qui (e nell’Appendice A) i tre testi sono tenuti distinti per evidenziare
i tassi di riuso specifici e i diagrammi di flusso dei brani riciclati: per la loro indivi-
duazione (così come per tutti gli altri riferimenti) si è tenuto conto dei testi presenti
ne Il tramonto dell’Occidente.

4
1. K. Jaspers, Psicopatologia generale, Il Pensiero scientifico, 1964 100%
2. L. Binswanger, Per un’antropologia fenomenologica, Feltrinelli, 1970 95%
3. K. Jaspers, Sulla verità, La Scuola, 1970 5%
4. K. Jaspers, Metafisica, Mursia, 1972 90%
5. M. Heidegger, Sull’essenza della verità, La Scuola, 1973 40%
6. K. Jaspers, Filosofia (vol.I), Mursia, 1977 95%
7. K. Jaspers, Filosofia (vol.II), Mursia, 1978 90%
8. K. Jaspers, Filosofia, UTET, 1978 40%
9. E. De Martino, Sud e magia, Feltrinelli, 1987 100%
10. A. Ferrari, Dizionario di mitologia greca e latina, UTET, 1990 100%
11. T. Szasz, Il mito della droga, Feltrinelli, 1991 100%
12. K. Jaspers, Il medico nell’età della tecnica, R. Cortina, 1991 100%
13. K. Jaspers, La questione della colpa, R. Cortina, 1996 100%
14. Horus, Astrologia di Horus, Edizioni Mediterranee, 1997 100%
15. K. Jaspers, Genio e follia, R. Cortina, 2001 100%
16. K. Jaspers, La fede filosofica, R. Cortina, 2005 20%
17. H. Gardner, Educazione e sviluppo della mente, Erickson, 2005 95%
18. S. Freud, Psicopatologia della vita quotidiana, L’Espresso, 2006 15%
19. L. Di Profio, Quando Clio incontra Psiche, Le Lettere, 2007 85%
20. A. D’Atri, Vita e artificio, Rizzoli, 2008 100%
21. F. Maggio, La bella economia, Fazi, 2008 90%

prodo (soprattutto se questo è del tutto differente dal


primo) e che quindi la stessa sensatezza del testo in cui
il brano è inserito ne risenta più o meno sensibilmente:
se così è (e assai spesso così è, come vedremo) come mai
i lettori (quelli comuni, ma soprattutto quelli professio-
nali) non hanno percepito l’estraneità dei brani ai nuovi
contesti?
Più in generale, questo estesissimo fenomeno di
“copia e incolla” genera “anomalie”, spesso anche ma-
croscopiche, di carattere logico e/o semantico. Oltre al-
l’estraneità tematica dei brani, ci imbattiamo infatti
frequentemente: in affermazioni, argomentazioni, giu-
dizi ecc. tra loro contraddittori, contenuti non solo in

5
libri diversi, ma anche all’interno dello stesso libro e
anche a poche pagine di distanza; in brani contigui privi
di nessi di consequenzialità; in discorsi uguali fatti su (o
attribuiti a) pensatori diversi, appartenenti persino a dif-
ferenti ambiti disciplinari; in parole dal significato radi-
calmente diverso usate indifferentemente come fossero
sinonimi, e altro ancora come vedremo. Non di rado tali
“anomalie” si sommano, producendo con la loro “si-
nergia” effetti semanticamente devastanti. Di nuovo:
come è possibile che nessuno si sia mai reso conto di
niente? Mi limito qui ad alcuni esempi.
Leggiamo a p.621 de Il tramonto dell’Occidente :

L’essere non è mai “questo” o “quello” nel senso in cui la metafisica con-
nette un predicato a un soggetto. L’espressione “è”, attribuita all’essere, ha
sempre e solo un significato transitivo. Si può dire che l’essere è questo o
quello nel senso che fa essere questa o quella cosa, nel senso che la eventua.
L’impossibilità di definire l’essere con la logica della metafisica testimo-
nia un’impossibilità linguistica intimamente connessa all’incapacità della
metafisica di parlare senza ridurre ciò di cui parla a ente.

Alle pp.682-683 dello stesso libro leggiamo:


Il simbolo, infatti, non è mai “questo” o “quello”, nel senso in cui la logica
connette un predicato a un soggetto. L’espressione “è”, attribuita al simbolo
ha sempre e solo un significato transitivo. Del simbolo si potrebbe dire quello
che Heidegger riferisce dell’essere quando afferma che è questo o quello, nel
senso che “fa essere (west)” questa o quella cosa, nel senso che la “eventua
(erignet)”. L’impossibilità di definire il simbolo con la logica della ragio-
ne occidentale testimonia un’impossibilità linguistica, intimamente con-
nessa con l’incapacità di questa logica di parlare senza sopprimere la fonte
stessa del suo linguaggio.

Come si vede, si tratta sostanzialmente dello stesso


testo, in cui però risultano diverse alcune parole-chiave
(essere/simbolo; metafisica/ragione/logica). Per cui,
quand’anche esso nella prima versione – nonostante la
transitività del verbo essere – avesse un qualche senso
(del che appare lecito dubitare), nella seconda versione

6
l’attribuzione al simbolo della prerogativa – già alquanto
problematica se riconosciuta all’essere – di “eventuare”
le cose impedisce di riconoscergli una seppur vaga si-
gnificatività.
Lo stesso brano (nella seconda versione, ma senza il
riferimento ad Heidegger) lo ritroviamo a p.232 de La
terra senza il male. Mentre, però, nel capitolo 99 de Il tra-
monto dell’Occidente (in cui si trovano le pp.682-683) U.G.
illustra il passaggio dell’“ultimo” Heidegger dall’erme-
neutica (intesa come interpretazione del linguaggio del-
l’essere) all’esegesi (intesa come superamento della
stessa ermeneutica e come salto nello spazio simbolico), ne
La terra senza il male il brano si colloca in tutt’altro con-
testo: l’analisi del ruolo attribuito da Jung al simbolo nei
processi psichici. Discorso metafisico (per quanto piut-
tosto criptico) il primo; discorso prettamente psicologico
(ancorché non molto più chiaro) il secondo. Le due
(assai) diverse tematiche sono esposte però negli stessi
termini: le pp.231-234 de La terra senza il male corri-
spondono infatti, con alcune differenze di tipo “adatta-
tivo”, alle pp.682-684 de Il tramonto dell’Occidente.
Si legge, ad esempio, a p.684:
Lamentando la limitazione e la povertà del nostro linguaggio, Heidegger in-
vita a percorrere lo spazio del taciuto. Le sue espressioni chiedono che si di-
schiudano rapporti che vadano oltre quelli conclusi dalla logica occidentale,
onde consentire alle cose di aprirsi a una presenza che non si risolva imme-
diatamente nelle rappresentazioni di quella logica. Esse chiedono che si di-
schiudano mondi, che si spalanchino aperture capaci di concedere al
linguaggio un respiro più ampio, e alle cose un senso meno dimentico dei si-
gnificati non ancora raggiunti dal linguaggio dell’Occidente. Ma per que-
sto sono necessarie nuove parole…

Ecco lo stesso brano nella versione di p.233 de La


terra senza il male:
Lamentando “la limitazione e la povertà del nostro linguaggio…” e invo-
cando “la creazione di un nuovo linguaggio…”, Jung invita a percorrere lo

7
spazio del taciuto. Le sue espressioni chiedono che si dischiudano rapporti che
vadano oltre quelli conclusi dal linguaggio della ragione, onde consentire alle
cose di aprirsi a una presenza che non si risolva immediatamente nelle rap-
presentazioni della ragione. Esse chiedono che si dischiudano mondi, che si
aprano aperture capaci di concedere al linguaggio un respiro più ampio, e
alle cose un senso meno dimentico dei significati non ancora raggiunti dal
linguaggio razionale della coscienza… Ma per questo sono necessarie
nuove parole…

È possibile mettere in bocca a Jung e ad Heidegger le


stesse parole, per di più come se stessero parlando della
stessa “cosa”? Lo spazio del taciuto che tutti e due invi-
tano a percorrere è lo stesso per entrambi? E i rapporti
che dovrebbero dischiudersi? E la presenza alla quale le
cose dovrebbero aprirsi? E le cose che dovrebbero aprir-
si? E i mondi e le aperture che dovrebbero dischiu-
dersi/spalancarsi? E il linguaggio dell’Occidente coincide
con il linguaggio della coscienza? Se così non è, come sem-
bra, ne deriva, per via puramente logica, che o in un
caso o nell’altro il brano in questione è privo di senso.
A meno che non lo sia (come pure sembra) in entrambi
i casi.
Proseguendo nella lettura congiunta de Il tramonto del-
l’Occidente e de La terra senza il male constatiamo poi che
il pensiero di Heidegger e quello di Jung (nell’esposi-
zione che ne fa U.G.) coincidono non solo sul simbolo
e sul suo linguaggio, ma anche sulla sua esegesi.
Leggiamo a p.694 de Il tramonto dell’Occidente:
L’esegesi heideggeriana è questo tentativo. Come il ta’ wil islamico essa è
un ritorno promosso dalla persuasione che ciò che rimane nascosto e gelosa-
mente custodito dallo spazio simbolico non costituisce il limite o lo scacco
del linguaggio, ma il terreno fecondo su cui solamente possono fiorire e svi-
lupparsi nuovi sensi e nuove parole. L’esegesi che così prende avvio non è
mossa dall’ideale della ragione occidentale, che è poi quello dell’esplicita-
zione totale che elimina ogni nascondimento, ma, al contrario, custodisce il
nascosto per accogliere ciò che esso libera, ciò che offre non tanto all’inter-
pretazione (ermeneutica), ma all’orientamento (esegesi).

8
A p.238 de La terra senza il male troviamo:
L’esegesi junghiana è questo tentativo; come il ta’ wil islamico essa è un
ritorno promosso dalla persuasione che ciò che rimane nascosto e gelosamente
custodito dal simbolo non costituisce il limite o lo scacco della coscienza,
ma il terreno fecondo su cui solamente la coscienza può fiorire e svilup-
parsi. L’esegesi che così prende avvio non è mossa dall’ideale della ragione,
che è poi quello dell’esplicitazione totale che elimina ogni nascondimento,
ma, al contrario, custodisce il nascosto e accoglie dal nascosto ciò che esso li-
bera, ciò che offre non all’interpretazione, ma all’orientamento.

Prima di passare a un altro esempio, osserviamo che


il brano presente a p.621 e alle pp.682-683 de Il tramonto
dell’Occidente (in cui esso si riferisce rispettivamente al-
l’essere e al simbolo) e a p.232 de La terra senza il male (in
cui si riferisce al simbolo) lo ritroviamo sia a p.72 di Idee:
il catalogo è questo, sia a p.39 di Orme del sacro, ma riferito
in questi casi al mito. Ecco la nuova versione in Idee: il ca-
talogo è questo (quella in Orme del sacro presenta minime
differenze):
…il mito non è mai “questo” o “quello”, nel senso in cui la logica connette
un predicato ad un soggetto. L’espressione “è”, attribuita al mito, ha sem-
pre e solo un significato transitivo. Si può dire che il mito è questo o quello
nel senso che fa essere questa o quella cosa, nel senso che la eventua. L’im-
possibilità di definire il mito con la logica della ragione… testimonia una
impossibilità linguistica intimamente connessa all’incapacità della ragione
di parlare senza sopprimere la fonte stessa del suo linguaggio.

Apprendiamo quindi che anche il mito, come l’essere


e il simbolo, “eventua” le cose. Il che, se ce ne fosse stato
bisogno, destituisce definitivamente di significato il
brano in questione.
Vediamo ora in che modo U.G. parla di arte. Scrive
alle pp.50-51 de Il gioco delle opinioni:
Non avevamo mai avuto dubbi che l’arte parlasse per simboli, così come era-
vamo abbastanza certi che pochi artisti e nessun critico sapesse per davvero
cosa raffigurava l’uno e cosa diceva l’altro ogni volta che si esprimevano con
la parola “simbolo”. A gettar luce che dissolve nebbie e vaghezze è oggi un

9
libro di Ananda K. Coomaraswamy, Il grande brivido. Saggi di sim-
bolica e arte. Questo geologo mancato… aveva fatto della terra una me-
tafora, alla ricerca di quella “profondità” che non è rintracciabile nelle opere
(d’arte) dispiegate o esposte, ma nel loro generarsi da quel fondo che ogni ter-
ra ospita come suo fondo, come suo abisso.

Nel saggio scritto per il catalogo di una mostra di qua-


dri di Franco Guerzoni (edito da Skira nel 2007) tro-
viamo lo stesso testo così “adattato”:
Non ho mai avuto dubbi che l’arte parlasse per simboli, così come sono ab-
bastanza certo che pochi artisti e rari critici sappiano per davvero cosa raf-
figura l’uno e cosa dice l’altro ogni volta che si esprimono con la parola
“simbolo”. A gettar luce che dissolve nebbie e vaghezze sono oggi i dipinti
qui raccolti in catalogo da Franco Guerzoni, che io considero un geo-
logo mancato, perché ha fatto della terra una metafora, alla ricerca di
quella “profondità” che non è rintracciabile nelle opere (d’arte) dispiegate o
esposte, ma nel loro generarsi da quel fondo che ogni terra ospita come suo
segreto e talvolta come suo abisso.

Nello stesso saggio leggiamo:


…gli ultimi lavori di Franco Guerzoni sventano in anticipo la trappola
dello storicismo come quella del legalismo, che con le loro parole ordinate e
giustificate sopprimono quella vigilia dell’origine delle parole a cui la di-
mensione simbolica sottesa all’immagine invita a ritornare, non per sco-
prirvi una scena muta, ma quella scena in cui ogni senso non è ancora del
tutto spento nella parola… Il tragitto che le immagini di Guerzoni di-
schiudono non approdano alla distruzione del pensiero, al suo naufragio nel-
l’irrazionale puro, ma inaugurano quel nuovo modo di pensare che è un
passare: un passare oltre andando verso, al di là della metafora.

Il brano proviene da Idee: il catalogo è questo (p.73), in


cui però suona così:
Sventando in anticipo la trappola dello storicismo come quella del legalismo,
che con le loro parole ordinate e giustificate sopprimono quella vigilia del-
l’origine delle parole a cui la narrazione mitica intende ritornare, Calasso,
con buona pace di Citati, scopre non una scena muta, ma quella scena in cui
ogni senso non è ancora del tutto spento nella parola… L’itinerario così di-
schiuso non approda alla distruzione del pensiero, al suo naufragio nell’ir-
razionale puro… ma inaugura quel nuovo modo di pensare che è un passare,
un passare oltre andando verso, al di là della metafora.

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Pur senza sapere cosa siano lo storicismo e il legalismo
di cui parla U.G. e quale trappola tendano, che questa
sia sventata da Calasso, a dispetto di Citati, possiamo –
sulla fiducia – anche prenderlo per buono, ma che la
stessa trappola (quale che sia) possa essere sventata
anche dai dipinti di Guerzoni risulta piuttosto difficile
da accettare. Così come non è facile capire in che modo
delle immagini (di Guerzoni o di chiunque altro) pos-
sano inaugurare un nuovo modo di pensare. Non agevola la
comprensione, del resto, leggere nell’articolo Critica della
ragione araba («La Repubblica», 9 novembre 1996) che
anche questa, non meno di Calasso e dei dipinti di Guer-
zoni, sventa la trappola dello storicismo e del legalismo e che
il cammino da essa seguito inaugura “quel modo di pensare
che è un passare, un passare oltre andando verso, al di là della
metafora”.
Potremmo continuare a lungo con gli esempi, ma
quelli fatti sono sufficienti per il momento a fornire una
prima idea del modus operandi galimbertiano.
“Stranezze” analoghe a quelle esemplificate non ri-
guardano però solo singoli passi, ma anche porzioni ri-
levanti di libri o addirittura (come nei casi de La casa di
psiche e L’ospite inquietante, che proprio per questo sa-
ranno oggetto di approfondita analisi) libri interi, che
vengono pertanto inficiati, sotto il profilo della sensa-
tezza, nel loro insieme. Anche in tali casi-limite nessuno
ha però avuto nulla da eccepire: non i lettori, non l’edi-
tore, non i colleghi filosofi, non i recensori. Anzi, a que-
ste (come alle altre) opere di U.G. non sono mancati
apprezzamenti.
Come si spiega tutto ciò? Lascio ad altri più compe-
tenti di me la formulazione delle possibili risposte: quali
che siano (e almeno alcune sono facilmente intuibili),
esse non potranno non costituire altrettanti capi di ac-
cusa nei confronti dell’establishment culturale italiano e,

11
più in generale, altrettante conferme del preoccupante
stato in cui versa la cultura nel nostro Paese.

[…]

12