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TAROCCHIDEA

da un' idea psico-esoterica

Storia dei Tarocchi – Consulenze & Tarocchi

by iperio
(articoli importati da www.tarocchidea.it)
Il significato del termine TAROCCHI
marzo: 2011
Al contrario del termine TRIONFO, usato per indivare il gioco nel XV secolo, il
significato del termine tarocco e tarocchi è ignoto. L M M G V S D
Come già secondo il poeta ferrarese del primo XVI secolo Alberto Lollio: 1 2 3 4 5 6
7 8 9 10 11 12 13
…è quel nome fantastico e bizzarro di Tarocco, senz’ethimologia…[1]
14 15 16 17 18 19 20
Un ipotesi moderna che chiaramente sottende alla teoria di un’origine araba 21 22 23 24 25 26 27
dei tarocchi è quella proposta da Alberto Ascari e Monica Carducci[2] che lo fa
derivare da Tariqua, termine legato al sufismo che significa via o sentiero e 28 29 30 31
che indica pure la confraternita sufi ed alcuni edifici dove si tengono riunioni « gen
religiose. Sull’ipotesi di un’origine islamica del gioco dei tarocchi è bene
chiarire qui subito che, a differenza dei naibi per i quali la questione è ancora
aperta, per i trionfi non vi sono elementi che possano sostenerla. Il profilo psicologico dei 12
Segni Zodiacali
Infatti non sono noti giochi paragonabili a questo al di fuori dell’Europa, se non
come moderne imitazioni.
Inoltre la simbologia delle figure maggiori dei tarocchi, sebbene di non facile
comprensione nel suo insieme, e con ancora alcuni punti oscuri, ha una chiara
matrice occidentale.
L’ipotesi di un legame con il sufismo, comunque, si connette con
l’interpretazione esoterica, cara al moderno occultismo e pienamente adottata
dal contemporaneo movimento New Age, secondo cui la sequenza dei
cosiddetti Arcani Maggiori[3]deve essere intesa come una via ascendente di
perfezionamento spirituale che va dal Bagatto numero uno al folle senza Categorie
numero o con numero zero, folle che in alcuni paesi di cultura islamica è visto - Generale -
come voce di Dio, passando attraverso un percorso iniziatico rappresentato Arcani Maggiori
dalle altre figure dei tarocchi che rappresentano i vari gradi di Arcani Minori
perfezionamento spirituale. Blog out
Chakra
Secondo altre ipotesi riportate da alcuni dizionari della lingua italiana, Esoterismo
riassumo brevemente altre possibili etimologie: Punti di vista
· dal verbo taroccare, che sarebbe un adattamento di altercari = altercare, Quattro Elementi
ossia litigare. Simbologia dei numeri
Tarocchi & psico-esoterismo
· dal vocabolo italiano antico altarcare, con valore di rispondere (in un gioco di
carte) con una carta potente. Pagine
· dal verbo del tardo latino tarare, forare, affine al classico terere, cioè Chi siamo
battere o forare, che alluderebbe alla lavorazione usata per il retro di queste COMMENTI & CONTATTI
carte, costituita da piccole punteggiature in nero o a colori (conosciuta pure Gli articoli di Ornella
nella forma francese tarotees); tale interpretazione avvicina pure l’immagine Interpretazione Arcani
della buccia delle arance del tipo detto Tarocco siciliano. Tuttavia nelle carte Storia dei Tarocchi – by iperio
più antiche che ho potuto vedere[4] il retro non presenta questa particolarità
che potrebbe essere stata inserita verso il XVII secolo. Commenti recenti
· dal francese tarot che designava pure un particolare tipo di dado da cui marco su COMMENTI
sarebbe passato poi al gioco di carte. & CONTATTI
auto su mutuo_soccorso
· dal significato di sciocco, balocco credulone che avrebbe la parola secondo il marco su equilibrio finanziario
Berni, nel suo Commento al Capitolo sulla primiera. calogero su Manifestazione
Nazionale Antirazzista
· dal nome del fiume Taro, che scorre tra l’Appennino ligure ed il Po attraverso mario su leggere le carte a
la provincia di Parma, spesso citato come esempio di forza e di virtù; vedi ad un disoccupato
esempio la composizione poetica dedicata dal Tasso alle nozze del principe
Gonzaga di Mantova con la principessa Margherita di Parma. Qui il principe è
identificato nell’immagine mitizzata del fiume Taro, “avventuroso”: Blogroll
- Alejandro Jodorowsky
Or che si compra avventuroso il Tarocon la più bella e vaga Margherita…[5]. - Barbanera
secondo alcuni occultisti Taro non sarebbe altro che un anagramma del latino - Esopedia
Rota o Orat e avrebbe significati arcani. - I tarocchi per conoscere se
stessi
· dalla parola trucco, che indica inganno e sotterfugio o gioco di prestigio, tutti - Il tarocco dei cabalisti
significati ben accostabili all’interpretazione più negativa del nostro gioco; ma Braccia rubate all'informatica

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anche significativamente nome del Trucco, gioco simile al biliardo e praticato Casadiandrea
nelle corti almeno sin dal XVI secolo, ed in auge specialmente nel XVIII[6], CitTV circoscrizione 2 Torino
che indica pure, sempre in campo ludico, un particolare tiro nel gioco delle D. Lombardo & the Blues Gang
bocce che procura vantaggio mediante lo spostamento della palla avversaria. Dodo armonica kid
Trucco è termine derivato dal latino volgare trudicare, iterativo di trudere, Il Blues
spingere. Tale gruppo di significati è connesso con l’idea di imbroglio (che è La Meridiana bed & breakfast
rimasto nel significato moderno del vocabolo trucco) e che è pure molto legata Torino FC 1906 sito ufficiale
al significato dato ai tarocchi come gioco di inganni. In questo senso il WordPress.com
Dizionario etimologico della Lingua italiana a cura di Manlio Cortellazzi e Paolo WordPress.org
Zolli[7]cita una misteriosa frase attribuita a Franco Sacchetti: il diavolo è
tarocco. Misteriosa non solo per il suo significato, ma piuttosto perché Archivi
Sacchetti è vissuto troppo presto per poter usare un termine che ai suoi tempi
non doveva essere ancora noto; ogni mio tentativo per trovare la fonte di gennaio 2011
questa citazione (che non veniva riportata nell’opera) è fallito, nonostante io dicembre 2010
abbia personalmente contattato il figlio dello scomparso Prof. Cortellazzo, ed novembre 2010
attuale curatore del DELI. ottobre 2010
settembre 2010
· Dal nome di Tardocco o Tardoco, re di Alzerbe nel poema Orlando agosto 2010
Innamorato di Matteo Maria Boiardo[8]. Un ipotesi fantasiosa sarebbe che il luglio 2010
poeta, appassionato del gioco, abbia proposto questo nome di un suo giugno 2010
personaggio, poi storpiato in tarocco, per un gioco di tarocchi, poi divenuto maggio 2010
per estensione nome anche del mazzo[9]. aprile 2010
marzo 2010
· Dal nome della città africana di Tarodant (citata pure dal Ramusio)[10], febbraio 2010
situata nella provincia di Sus, nel Marocco nel caso di un’importazione dei gennaio 2010
tarocchi dal mondo arabo attraverso l’Atlante e la Spagna. Non risulta tuttavia dicembre 2009
che vi sia in nord Africa una qualche tradizione riguardo gioco delle carte e novembre 2009
pertanto l’assonanza è l’unico motivo molto debole che lega questa città ed il ottobre 2009
gioco. Un altro studioso ha cercato di collegare per via di assonanza il gioco settembre 2009
addirittura con una città cambogiana. agosto 2009
· Dal termine Hindu Taru, che significa carte. luglio 2009
giugno 2009
· Dall’ebraico Torah, la legge o Troa, il varco. maggio 2009
aprile 2009
· Dal dio egizio Thoth, che molti studiosi dell’occultismo, identificano marzo 2009
sicreticamente con Hermes e con il Bagatto; dalla dea egizia Hator, febbraio 2009
analogamente identificata con la Papessa. gennaio 2009
dicembre 2008
· Secondo Court de Gebelin, dalla parola egizia Tarosh, che nella sua novembre 2008
interpretazione significa “la via reale”. ottobre 2008
I termini naipi (e derivati) e carteselle (e derivati) che nel XIV e XV secolo settembre 2008
furono usati per indicare i giochi di carte normali (mazzi italiano, spagnolo agosto 2008
senza trionfi), non vennero a quanto pare usati quasi mai per indicare i luglio 2008
tarocchi. giugno 2008
maggio 2008
Il termine trionfi è rilevato in molti documenti che registrano la produzione e aprile 2008
l’acquisto di tarocchi, in editti sul gioco e trattati giuridici e soprattutto in marzo 2008
letteratura. febbraio 2008
Agli esempi già visti sull’ordinazione di giochi da parte di corti si potrebbero Ricerca articoli & argomenti
aggiungere molti esempi.
Basterà citare ancora un esempio che riguarda la corte di Milano. Questa volta Type & Enter
è Francesco Sforza, duca di Milano a scrivere al suo texaurario (tesoriere)
Antonio Trecho: “Voliamo, subito ricevuta questa, per uno cavallaro ad posta, Il Gioco dei Tarocchi on-line
ne debi mandare doe para de triomphi, delle più belle potray trovare; et non
trovando dicti triomphi, voglie mandare doe altre para de carte da giocare,
pur delle più belle poray havere”[11].
Si noti la fretta (subito ricevuta questa), forse dovuta alla prossimità con il
Natale; si noti che non era facile trovare carte già pronte e che evidentemente
l’aspetto predominante era la passione per i giochi di carte in generale,
ancora non egemonizzato dai tarocchi, di cui a parte la bellezza, non si
apprezzavano nè una maggiore utilità ai fini del gioco, né altri aspetti
simbolici: erano solo strumenti di gioco, così come un bel cavallo sarebbe
stato un bello strumento per svaghi di altra natura. Il Gioco dell’Oracolo on-line

Il 15 dicembre, viene riportata ancora una lettera al Trecho, in cui lo si


ringrazia per le due paia di carte da jochare che ha evidentemente provveduto
far recapitare al duca immediatamente, ma si insiste perchè siano inviate a
corte, quanto più presto sia possibile, un altro paio di carte stavolta definite
curiosamente fructe, che il funzionario aveva già in passato procurato
amorevolmente et cum quella bona fede da cui aveva già dato prova.
Non sappiamo se questo paro delle fructe sia un errore di trascrizione o Le notizie dai Quotidiani
piuttosto un altro termine per indicare i trionfi. Potrebbe trattarsi infine di
carte di tipo tedesco, che come sappiamo erano decorate a volte con
bellissime immagini di frutta, fiori ed animali[12].
Il primo accenno di tipo giuridico ai trionfi è nell’editto fiorentino sui giochi
datato 1450 e reiterato nel 1463 e nel 1477[13].
Nel 1488 a Brescia fu emessa un ordinanza che proibiva i giochi d’azzardo, ma
con l’esclusione dei trionfi, degli scacchi e della tavola reale, nell’osservanza
del principio che escludeva dalle proibizioni contro l’azzardo, i giochi di
ingegno.

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Stesse esclusioni furono indicate negli statuti contro i giochi d’azzardo emanati
a Salò nel 1489, a Bergamo nel 1491 ed a Reggio Emilia nel 1500[14].
Un giurista che insegnava a Ferrara, Ugo Trotti, in un trattato del 1456[15]
ribadisce il concetto dell’appartenenza del gioco dei trionfi (da lui indicato
come giocato a quattro giocatori, due coppie l’una contro l’altra come ad
esempio nel bridge) alla categoria dei giochi intellettuali e nobili e perciò leciti
a differenza di altri giochi di carte o di dadi.

[1]Flavio Alberto Lollio. Invettiva op.cit., pag. 279.


L A _ V IA _ S E C C A
[2]In: Tarocchi, le carte del Regno. Le Tarot. Faenza 1997.
Qui di seguito gli undici
[3]Che, per evitare equivoci propongo di chiamare più semplicemente figure arcani maggiori della via
maggiori. maschile (secca) al processo
[4]Ad esempio i Tarocchi conservati presso la biblioteca Carrara di Bergamo, iniziatico dei tarocchi:
appartenenti al cosiddetto mazzo Visconti. Una decorazione è presente invece
sul retro di un mazzo conservato presso il Museo delle Arti e Tradizioni Il Bagatto
Popolari a Roma, datato al XVI o XVII secolo.
[5] Torquato Tasso (1544-1595). Rime, 769, 1-2.
[6]Vedi ad esempio Goldoni. La villeggiatura, Atto 1, scena 7,1. Oppure ancora
Goldoni. Il prodigo. Atto I, scena 11, 10-11:Sale zogar al trucco?/Io sì, mene
diletto. Ancora ne “Il Caffè”. II, 9-12: Conservare la sanità a Milano. G. Visconti
lo cita tra i possibili mezzi per guardarsi dalla vita sedentaria. Le regole del
gioco del Trucco compaiono in alcune raccolte settecentesche di regole di
giochi, singolarmente anche accanto a quelle di molti altri giochi, compresi
giochi di carte e gli stessi tarocchi: ad esempio ne Il Giuoco pratico o sieno
capitoli diversi che servono di regola ad una raccolta di giuochi più praticati
nelle conversazioni d’Italia. Al nobile ed eccelso il signor Conte Ovidio Bargelini
senator di Bologna. In questa ristampa alquanto accresciuti e ricorretti. ( per
Raffaello Bisteghi). Bologna a Colle Ameno, Giovanni Gottardi. 1753.
[7] Vocabolario della lingua italiana. Zanichelli. Bologna 1988.
[8]Citato 12 volte nel poema; la prima come Tardoco nel Libro 2. Can.17, 20.
Come Tardocco solo nel Libro 2. Can.22, 24. La Papessa
[9] Si tratta solo di una mia ipotesi sostenuta da fantasia ma priva di ogni
prova.
[10] Gian Battista Ramusio (1485-1557). L’Africa di Leone Africano. Parte 2,
22.
[11]Datata 11 Dicembre 1450 e redatta dal segretario capo del duca,
Francesco Simonetta, che si firma, sotto il nome del suo signore,
semplicemente Cichus. Queste lettere dello Sforza in: Archivio Ducale
Sforzesco: Registri delle missive, Archivio di Stato di Milano, 1982. Vol. II, n. 4
Citato da S.R. Kaplan, The Encyclopedia, Vol.II, op. cit. pp.4-6.
[12]Carte come quelle citate dal Decembrio.
[13]Franco Pratesi. “Italian Cards: New discoveries”. In : “The Playing Card”.
Vol. XIX, 1990 pagg.7-17.
[14]Michael Dummett. Il Mondo, op. cit., pagg.127-28.
[15] De mutipliciti ludo, ms.105 cc.202, Ferrara, biblioteca Ariostea. Citato da L’ Imperartice
Franco Pratesi in : I Tarocchi, 1987, pag. 112.

Dalle carte da gioco ai trionfi del XV secolo


Il gioco di carte dei Tarocchi (chiamato dei Trionfi per tutto il XV secolo e
successivamente con il nome più famoso), sin dalla sua apparizione in
Lombardia all’epoca del ducato di Filippo Maria Visconti, e precisamente
all’epoca del suo secondo matrimonio con Maria di Savoja[1], suscitò
numerose perplessità nel pubblico della nobiltà curtense e tra intellettuali,
giuristi e religiosi, disorientati dal suo rapido successo, dalla sua distruttiva
potenzialità di gioco d’azzardo, ma soprattutto dalla complessa, sinistra ed
apparentemente inestricabile simbologia.Esso nacque come evoluzione e
sperimentazione dell’esigenza di inventare nuovi giochi di carte. Questo tipo di
gioco di società, a differenza dei dadi e delle tavole già praticati nella
preistoria, e degli scacchi, inventati probabilmente in India o in Persia nei
primi secoli dell’era cristiana[2], si diffuse in Europa a partire dal settimo
decennio del XIV secolo[3]. Attestato inizialmente tra le classi popolari delle
coste mediterranee (marinai, mercanti e soldati) di Spagna, Francia ed Italia, L’ Imperatore
si diffuse nel giro di un cinquantennio nel resto di quei paesi ed in Europa
centrale, fino all’Austria ed alla Boemia, specialmente attraverso l’azione dei
tavernieri e dei barattieri, che aumentarono così i già lauti guadagni derivanti
dai precedenti giochi d’azzardo[4]. Non si è ancora stabilito con certezza se si
tratti di un’invenzione europea, arabo-persiana, indiana o cinese. È certo
peraltro che una documentazione[5] ampia sui giochi di carte dal XIV secolo è
disponibile solo per l’Europa, mentre per tutte le altre aree si rinvengono solo
frammenti incerti.
È certo inoltre che sin dal XV secolo, con i viaggi di portoghesi e di spagnoli

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nell’Africa e nelle Indie, le carte da gioco vengono esportate in quei paesi che,
nel corso dei secoli successivi, rielaboreranno autonomamente i giochi ed i tipi
di carte da gioco loro propri.
Lo stesso fenomeno, d’altronde avvenne sin dai primi decenni della loro
apparizione. Se Spagna, Portogallo, Italia ed alcune regioni della Francia si
manterranno fedeli al modello di carte da gioco originario, caratterizzato dai
semi di coppe, denari, spade e bastoni, in Francia, Germania, Austria,
Svizzera, Boemia, e poi in Inghilterra e negli altri paesi europei vengono
elaborati nuovi tipi di carte da gioco come quel mazzo che noi oggi Il Papa
conosciamo come carte da Bridge o da Poker o francesi, che in effetti furono
inventate in Francia nei primi decenni del XV secolo, al fine di rendere più
facile sia la xilografia e la stampa delle stesse, sia di facilitare i giocatori e,
forse, i bari.Carte francesi e tedesche (ed alcuni giochi loro propri e differenti
da quelli praticati contemporaneamente in Italia) erano ben note già nell’Italia
del XVI secolo e forse anche prima, come ci testimonia l’Aretino nelle sue
Carte Parlanti[6].La diffusione delle carte negli ambienti di corte italiani,
tedeschi, spagnoli e francesi, avvenuta almeno a partire dal secondo decennio
del XV secolo, determinò una nuova esigenza. Se i primi mazzi di carte erano
rozzi, mal disegnati, mal colorati e monotoni nel loro ripetersi sempre uguali –
riprodotti con primitivi metodi di proto stampa – i committenti facoltosi misero
al lavoro miniatori e pittori di fama, iniziando una produzione di mazzi
lussuosi, dorati e miniati, dal costo elevato.Quegli stessi committenti pretesero
ben presto dagli artisti fantasia ed innovazioni: vennero creati mazzi in cui le
figure erano soggetti mitologici, dei romanzi cavallereschi, della vita
quotidiana di corte di animali veri o fantastici e addirittura della religione. Non
solo le figure, ma persino le carte numerali vennero estrapolate dalla loro
dimensione astratta per essere piegati a questa esigenza gotica di
meraviglioso e magico. Fu proprio in questo contesto che venne fatto Gli Amanti
realizzare per l’ultimo duca Visconti, che il Decembrio ci racconta
appassionato giocatore di carte e collezionista di mazzi rari e meravigliosi, un
mazzo di tarocchi composto probabilmente da più delle 78 carte di cui furono
successivamente composti i tarocchi milanesi[7]. In tale mazzo furono
aggiunte ai quattro pali tradizionali, una serie di figure che chiameremo per
comodità trionfi[8] (22, se la prima serie fu realizzata come le successive, ma
qui ho personalmente diversi dubbi).

[1] Com’è noto, il Visconti sposò in prime nozze la vedova di Facino Cane,
condottiero di ventura che lo aveva servito nei primi anni della sua azione
politica, e che fece eliminare nel 1418 con l’accusa di adulterio.
[2] In realtà la datazione dell’invenzione degli scacchi è incerta e tuttora
oggetto di discussione tra gli esperti.
[3] Le carte da gioco sembrano infatti dovere molto ai giochi precedenti: le
carte numerali sono imparentate con i punti dei dadi; le figure con i pezzi degli
scacchi – si pensi al cavallo, al re ed alla donna; persino le meccaniche di
gioco ricordano in vari casi gli scacchi, le tavole e la zara. Basta leggere Il Carro
alcune pagine del Tasso e dell’Aretino per rendersi conto che se ne erano resi
conto perfettamente conto anche loro.
[4] Dal XV secolo, in effetti si ebbe una certa decadenza di alcuni famosissimi
giochi di dadi, quali ad esempio quello della Zara (da cui deriva il termine
azzardo), il cui posto nei favori del pubblico delle bische e dei bordelli fu preso
da giochi di carte.
[5] Carte da gioco rinvenute singolarmente, poi mazzi via via sempre più
completi; strumenti per la fabbricazione xilografica e poi per la stampa delle
carte stesse; documenti giuridici, lettere, registri, e molte fonti poetiche e
letterarie; affreschi, dipinti ed infine stampe che raffigurano giocatori di carte;
regolamenti di giochi (dal XVI secolo in poi si possono trarre elementi da fonti
letterarie; mentre dal XVII secolo vengono stampate le Regole di alcuni giochi
di carte); infine manuali di crittografia, di arte della memoria e di magia
bianca (giochi di prestigio) che insegnano come utilizzare a quei fini le carte
stesse.
[6] Distingue chiaramente la primiera italiana da quella tedesca.
La Giustizia
[7] La specificazione milanesi o lombardi è importantissima. Infatti almeno
dalla seconda metà del XV secolo compaiono in Italia mazzi di tarocchi più o
meno diversi da quelli lombardi: i tarocchini bolognesi, i germini o minchiate
fiorentine, e dal XVII secolo i tarocchi siciliani. Numerose pure le varianti
europee.
[8] Tale nome indicava invece originariamente l’intero mazzo.

Perchè nacquero le carte da gioco?


Ma come e perché nacquero le carte? Difficile rispondere a quest’interrogativo
di fondo.
Si è ipotizzato un adattamento dalle immagini sacre, dalle immagini della
Biblia pauperum o che fossero usate delle figurine con immagini di animali e di
persone e di cose a scopo didattico nelle scuole e soprattutto nelle botteghe
dei pittori, ove è noto che esistevano dei veri e propri archivi gelosamente
custoditi di questo genere.

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Masuccio Salernitano[1] racconta una storia interessante a questo proposito: L’ Eremita
un diabolico frate domenicano dà ad intendere a madonna Barbara che
concepirà il quinto evangelista, e con tale inganno la ingravida; dopo, sotto
altra fraude si fugge e il fatto si scuopre; il patre bassamente marita la
Barbara.[2]
Il fatto che a noi interessa è però che, per farle credere una tale fola,
nasconde nella stanza di madonna Barbara, in cui è penetrato
ingannevolmente con la scusa di impartirle la confessione, alcune figure de
santi tra’ quale era lo Spirito Santo, dritto a la cui bocca fece in littere d’oro
[3] le parole ingannatrici.
Successivamente, per meglio convincerla ordisce il piano seguente: fa
nascondere fra l’intemplatura della stanza della giovane un suo chierichetto,
con l’incarico di farle cadere dall’alto, nel grembo altre carticelle simili in cui i
santi fumetti (oserei dire!) le preannunciano la incarnazione del nuovo
evangelista. La pioggia di sante cartoline e cartucce[4] ottiene l’effetto sperato
ed il satanico frate si gode il trionfo, almeno fino all’inevitabile dannazione.
Significativo il particolare del suo chierichetto che ne getta dieci alla volta sulla
bella ingenua. Dieci come le carte numerali dei semi dei primi mazzi. La Ruota
Le carticelle di Masuccio appaiono essere un possibile, diabolico anello
mancante tra le immagini sacre e le carte da gioco.
Nei primi decenni del XV secolo la versatilità delle carte da gioco comincia già
ad ispirare usi meno ortodossirispetto al gioco puro e semplice: un patrizio
veneto, Leonardo Giustinian, scrive un trattatello circa l’uso per l’arte della
memoria[5], che utilizza esempi di immagini e di suggerimenti all’apparenza
complicati e bizzarri[6], ma in realtà riassume in modo emblematico le
caratteristiche dei trattati del genere del secolo XV: lata matrice ciceroniana,
rinuncia a cornici speculative, finalità di utilizzo immediato[7].Sulla stessa via
si pone l’omonimo lavoro[8] di un maestro di scuola vicentino, Jacopo Ragone,
che, oltre a costituire un esempio molto interessante della diffusione a tutti i
livelli dell’arte memorativa, testimonia non solo il precoce formarsi dell’idea di
un uso delle carte da gioco tra le imagines agentes con cui costruirsi i propri
apparati artificiali di memoria, ma è anche un segno importante della precoce
diffusione e larga diffusione in area veneta delle carte da gioco.Le carte usate
dal Ragone, comunque, non sono tarocchi, ma il classico mazzo italiano a
semi latini, sulla cui simbologia egli dà una interpretazione letterale: soldi,
spade, coppe per bere, bastoni: ad esempio “per lo zuogo de le spade toi uno La Forza
famoso maestro de arte de scrimia de spada”.
Tale uso delle carte si diffuse velocemente e silenziosamente tra gli eruditi ed i
curiosi: nel 1507 a Cracovia uscì un opera destinata ad avere una certa
fortuna, il Chartiludum di Thomas Murner, [9] un monaco francescano di
Strasburgo[10], che insegnò filosofia a Cracovia ed a Friburgo, e che creò un
metodo di apprendimento mnemonico per i suoi allievi, basato su
cinquantadue illustrazioni di carte di tipo tedesco, decorate con immagini
particolarmente forti, in modo da restare impresse nella mente e favorire
l’apprendimento. Ebbe un tale successo da ricevere un premio in denaro
dall’Università. Il suo trattato fu ancora ristampato in Francia nel 1629.
Nel 1518, Murner pubblicò un’altra opera simile dedicata all’apprendimento del
Diritto di Giustiniano[11].
È noto invece che Giordano Bruno[12], che dedicò una triologia di opere
all’arte della memoria, e che ben conosceva, da uomo di esperienza quale
era, molti giochi, inclusi i giochi di carte ed i tarocchi, non fa alcun riferimento
al possibile uso di quelli per l’Ars Memorandi.[13]
Meta
Gli usi didattici delle carte da gioco, furono probabilmente inaugurati da Registrati
Vittorino da Feltre[14] che insegnava ai suoi scolari in alfabeto figurato Collegati
literarum formas variis coloribus pictas ad lusum chartarum[15]e proseguono Voce RSS
fino ai nostri giorni.
RSS dei commenti
Abbiamo appena visto (e vedremo più avanti ulteriori casi) che gli usi non WordPress.com
ortodossi di usare le carte da gioco al di fuori dell’ambito ludico, sono stati vari
e numerosi. Totale visite
7,085 - dal 5 marzo 2010
[1] Masuccio Salernitano . Novellino, novella 2. La prima edizione del Novellino
di Masuccio, uscì nel 1475, dedicata alla principessa Ippolita Sforza.[2]
Masuccio Salernitano. Novellino, novella 2, argomento.
[3] Masuccio Salernitano. Novellino, novella 2, 5.
[4] Ho evidenziato in corsivo i termini usati da Masuccio in Masuccio
Salernitano. Novellino, novella 2, 5-8-11.
[5] Le Regulae artificialis memoriae, di cui non si fa menzione negli ormai
classici contributi di Frances Yates e di Paolo Rossi sulla tradizione europea
della cultura della memoria. Il testo è il Marciano Latino, IX, 24, del sec. XV di
carte 66. Segnalato da : Lucia Nadin. Carte da gioco, op. cit. , pag. 21 e segg.,
in particolare nota n.14 pag. 23. La Nadin lo data al 1432.
[6] : Lucia Nadin. Carte da gioco, op. cit. . Pag.26.
[7] : Lucia Nadin. Carte da gioco, op. cit. . Pag. 23.

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[8] Le Regulae artificialis memoriae, del 1434. Segnalato in due diverse
versioni dalla Nadin: una in latino del 1434 – Marciano Latino VI, 274 (2885) –
ed un volgarizzamento compilato nel 1466 per un patrizio veneziano Silvestro
Pisani, dal notaio feltrino Francesco Lusia – Codice Marciano Italiano II, 126
(5211). : Lucia Nadin. Carte da gioco, op. cit. . Pag. 16.
[8] La seconda edizione in Starsburgo del 1509, come riportata in: Catherine
Perry Hargrave. History, op. cit. , pag.378, ha il seguente titolo: Thomas
Murner. Logica memoratva Chartiludium logice, sive totius dialectice memoria:
& novus Petri hyspani textus emendatus: cum iucundo pictasmatis exercitio:
Eruditi viri f. Thome Murner Argentini: ordinis minor: theologie doctor eximii.
Questa e le opere seguenti ictate dall’opera della Hargrave, appartengono alla
collezione del United States Playing Cards Company, e sono conservate nel
Museo della Compagnia a Cincinnati.
[10] Thomas Murner, 1475-1537. Sul suo Chartiludum è stato scritto un
approfondito saggio: Clelia Alberici. Un mazzo di carte istruttivo, op. cit. ,
pag.37-60.
[11] Thomas Murner. Chartiludiu Institute sumarie doctore Thoma
Murnermemorante et ludente…strrasburgo 1518, come riportata in: Catherine
Perry Hargrave. History , op. cit. pag. 378.
[12] Giordano Bruno. Le Ombre delle Idee (1582, Parigi); Il Canto di Circe
(1582, Parigi); Il Sigillo dei Sigilli (1583, Londra).
[13] Tuttavia, sui possibili collegamenti tra Arte della Memoria, tarocchi e
Giordano Bruno, si legga più avanti.
[14] Vittorino da Feltre (Feltre 1373 ca.-Mantova 1446).
[15] Lucia Nadin. Carte da gioco, op. cit. . Pag. 190.

I diversi tipi di carte e mazzi di carte dal medioevo


Secondo Michael Dummett, i primi mazzi di carte da gioco spagnoli e italiani e
probabilmente anche francesi, erano del tutto simili all’attuale mazzo di
tarocchi lombardo o marsigliese, esclusi i 22 trionfi: ovvero 4 pali distinti,
coppe, denari, bastoni e spade, ciascuno con dieci numerali e quattro figure:
fante, cavallo donna e re, per un totale di 56 carte.
Lo studioso di Oxford[1] ha proposto di suddividere il tipo di carte latino in tre
sottosistemi diversi.
Il sistema Italiano è a bastoni lisci e lunghi con le spade ricurve. Entrambi si
intersecano formando un graticcio.
Quello spagnolo ha spade dritte e bastoni somiglianti a randelli nodosi. Sono
tutte separate dalle altre, tranne il 3 di bastoni.
Il Portoghese ha spade diritte e bastoni simili a clave, più regolari degli
spagnoli. Spade e bastoni si intersecano.
I nomi dati ai vari sistemi sono puramente indicativi, si riferiscono ai più
antichi mazzi pervenuti, ma non corrispondono alle effettive aree di diffusione.
In Italia sono presenti tutte e tre le forme: esempi attuali di carte di sistema
italiano sono le trevigiane, le trentine e le triestine.
Il sistema spagnolo è rappresentato dalle carte napoletane, romagnole,
piacentine e siciliane.
Il sistema portoghese sopravvive nelle sole carte del tarocco siciliano.
Il sistema francese si ha nelle carte milanesi, piemontesi e nelle genovesi.
I mazzi regionali spagnoli, portoghesi e italiani, ancora comunemente usati, e
alcuni giochi sopravviventi in determinate regioni di alcuni paesi (come il gioco
dell’Aluette in Francia) derivano da quei giochi di carte per riduzione, essendo
ormai composti da 52, 48, 40 carte.
Anticamente le carte erano realizzate in pergamena o cartoncino o su altre
materie meno pregiate: addirittura usando foglie vegetali.
Venivano colorate a mano e disegnate con l’aiuto di stampi di legno su cui
erano abbozzate le forme delle figure e dei simboli dei semi, in modo da
poterle combinare più rapidamente: dalla metà del XV secolo in poi, con il
perfezionarsi dell’arte della calcografia, della xilografia, della stampa e di tutte
le forme di riproduzione in serie di immagini, spesso connesse con la
produzione di immaginette sacre e di fogli volanti, politici, satirici e
commerciali, si avrà un aumento esponenziale della quantità di carte da gioco
circolanti in europa.
Quasi subito vennero apportate varianti nazionali o regionali: in Germania e in
misura minore in Francia ed in Italia, almeno sin dal 1410 vennero realizzati
mazzi fantastici e preziosi raffiguranti esseri fantastici, fantasie vegetali
animali o uomini selvaggi, pelosi, degli antipodi, matti, asinini e così via,
realizzate da maestri del disegno e della pittura disegnate e dipinte a mano,
anonimi (spesso sino alla metà del XV secolo[2]) o noti quali Martin
Schongauer, Albrecht Durer, Virgil Solis, Jost Amman e Thomas Muerner.

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Parallelamente a questa produzione sperimentale e libera, dovuta ad una
committenza cortese, assetata di novità e originalità, almeno sin dalla metà
del XV secolo veniva a formarsi ed a canonizzarsi un sistema di carte
tedesche (e poco dopo un sistema svizzero): quattro semi diversi, cuori,
foglie, campanelli e ghiande. Un re, e due figure maschili dette Superiore e
Inferiore (Ober e Unter), la lenta e indecisa abolizione della donna, la
comparsa e scomparsa di altre figure femminili, del folle, di creature animali e
bizzarre in una complessa vicenda secolare.
Verso il 1440 veniva ideato pure il fortunatissimo sistema francese, oggi
universalmente noto e divenuto lo standard internazionale dei giochi da casinò
sin dal XVII secolo, oltre ad essere stato adottato da tutti i paesi non facenti
parte dei sistemi di carte da gioco italiani, spagnoli, portoghesi e tedeschi o
svizzeri, in particolare Inghilterra e successivamente Russia e Stati Uniti, e
paesi dell’Africa, Asia ed Australia non aventi loro giochi di derivazione
portoghese o spagnola, come ad esempio le Filippine ed il Brasile.
Persino in Portogallo è diffuso oggi un mazzo di 40 carte a semi francesi.
Il successo di tale sistema deriva essenzialmente dalla precisione e semplicità
del suo disegno che consentono più facilmente al giocatore professionista e al
baro l’identificazione della carta anche solo da una piccola frazione della
superficie della carta visibile nel ventaglio tenuto in mano durante il gioco.
Si accennerà appena, non essendo lo scopo di questo lavoro una storia delle
carte da gioco, ma solo del gioco di carte dei tarocchi, che parallelamente a
quelli europei sono nati e sussistono dei giochi di carte del tutto diversi in
paesi extraeuropei: in India, in Cina, in Giappone, in Persia, per esempio, tutti
paesi che si contendono la palma dell’origine delle carte da gioco, che sarebbe
avvenuta verso il X o l’XI secolo della nostra era.
È tuttora oggetto di discussioni irrisolte se l’origine delle carte da gioco sia
europea, e di qui si sia diffusa nel resto del mondo sulle navi spagnole
portoghesi o italiane, o viceversa, se inventata nel lontano oriente sia stata
importata dalle carovane di terra e di mare ed incontrata in qualche porto
mediorientale da marinai, mercanti o soldati europei.
Quasi certamente tuttavia, a partire dall’inizio del XV secolo, accanto ad una
produzione di carte dozzinali, destinata al consumo dei marinai, soldati,
tavernieri, mercanti, viaggiatori, baratteri e bari di bassa categoria, si venne
distinguendo una produzione di rango elevato, prodotta per la nobiltà, il clero
e le numerose e splendide corti rinascimentali.
Carte non più solo mal disegnate e peggio colorate, stampate con mezzi
primordiali, imprecise e deteriorabili, ma pezzi pregiati, appartenenti al mondo
dell’arte: piccoli capolavori dipinti su strati di carton gesso, miniati e dorati con
abbondanza di vivacità e fantasia.

Tabella 1: i Pali dei giochi di carte europei dal XV secolo.


Ecco la composizione di diversi esempi attuali di mazzi di carte:

Tabella 2

[1] Michael Dummett. Il Mondo, op. cit..[2] Il cosidetto Maestro anonimo delle
carte da gioco, o il Maestro PW e il Maestro ES, noti solo per le sigle presenti
sulle carte realizzate da loro.
[3] Il gioco dell’Aluette, citato da Rabelais, è un residuo del momento in cui in

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Francia si giocava ancora con un mazzo di tipo latino, di tipo spagnolo. I
mercanti francesi del resto continuano sino al giorno d’oggi a rifornire il
mercato spagnolo di carte spagnole fabbricate in Francia; dal XVI al XIX
secolo ciò avvenne perché in Spagna il gioco delle carte era proibito come
immorale e perseguito dall’Inquisizione, che nel corso del XVI secolo eliminò
la maggioranza dei produttori di carte spagnoli.
[4] Si riportano le carte del mazzo di 64 tarocchi siciliani ad esclusione dei
trionfi.
[5] Mazzo di tipo svizzero.
[6] Attuale mazzo di carte spagnolo. Si è considerato l’attuale mazzo 48
naypes refinos “104” prodotte dall’azienda francese Grimaud per il mercato
iberico!
[7] Nel Tarocco siciliano il quattro e l’asso sono presenti solo nel seme di Ori.

I primi decenni delle carte da gioco, XIV-XV secolo


Se si prova a stabilire una datazione rigorosa sull’introduzione delle carte da
gioco in Europa, si può scoprire con sorpresa che, basandosi sulle
testimonianze più attendibili ed escludendo leggende e dicerie incontrollate si
arriva ad una datazione sorprendentemente precisa: il decennio tra il 1370 ed
il 1380.
Il primo documento contenente la parola naips[1] è il Diccionari de rims
(Vocabolario di rime) di Jaume March, poeta catalano che lo compose nel
1371. Fu pubblicato nel 1921 a cura di Antoni Griera a Barcellona[2].
Di poco successivo è il primo riferimento in Italia.
Un decreto del 23 marzo 1375 dei priori di Firenze recita: Volente malis
obviare principis, domini priores audito quomodo qidam ludus qui vocantur
naibbe, in istis partibus noviter innolevit…[3]. Preciso è il riferimento alla
recente introduzione dei naibi e alla valenza negativa attribuita la gioco che
con essi si praticava.
Ludovico Zdekauer scoprì una Provvigione fiorentina del 23 marzo 1376 che
stabiliva i diritti di dogana sui naibi ed una menzione in uno Statuto di Siena
del 6 Novembre 1377. Entrambi questi documenti trattano severamente i naibi,
i cui giocatori vanno puniti sicut luderet ad zardum.[4]
Il domenicano Johannes da Rehinfelden, che viveva a Basilea, scrive nel suo
Tractatus De moribus et disciplina humanae conversationis (la cui più antica
versione manoscritta pervenutaci è però del 1429) : Ludus qui ludus cartarum
appellantur hoc anno ad nos pervenit, scilicet anno domini MCCCLXXVII. Le
carte pervennero quindi a Basilea nel 1377. La concordanza con le altre date
riportate ci fa credere all’esattezza della versione del manoscritto del 1429.[5]
Frà Johannes riporta delle notizie sulle carte da lui conosciute, che
sostanzialmente coincidono con i nostri giochi attuali. Le carte avevano quattro
semi distinti (che, purtroppo non specifica) ed erano da 13 a 15 per ciascun
seme. Le figure erano un re, seduto, e due marescialli in piedi, alto e basso,
ciascuno dei quali teneva in mano il proprio segno di seme. Tale descrizione
coincide specialmente con le attuali carte tedesche che hanno il Koenig (Re) e
due figure maschili, chiamate Ober ed Unter, cioè alto e basso.
Il Tractatus De moribus contiene pure descrizioni di altre tipologie di mazzi di
carte, tra cui uno in cui tutte o metà delle figure sono femminili, attestando
così che la tipologia originaria delle carte era molto varia e sperimentale.
Un ulteriore esempio riportato dall’opera di frà Johannes è un mazzo di
quindici carte con cinque figure: Re, Regina, Marescialli ed una servetta
(ancilla).
La data del 1377 è pure quella di un ordinanza del Prevosto di Parigi che
proibisce di giocare nei giorni lavorativi alla palla corda, palle, carte, dadi,
birilli. Poco dopo, nelle minute del notaio di Marsiglia Laurent Aycardi, esiste
un atto datato 30 agosto 1381, in cui un uomo in procinto di fare un viaggio ad
Alessandria, promette di non giocare ad alcun gioco e specificamente a aleau,
taxilli, nahipi, scacchi, paletum.
Un ordinanza del Magistrato di Lille proibisce i giochi di quartes nel 1382.
Tre versioni di una cronaca viterbese fanno riferimento all’anno 1379; la prima
è di Nicola da Tuccia e arriva al 1476. All’anno 1379 egli annota che fu recato
in Viterbo il gioco delle carte da un saracino chiamato Hayl. Un’altra versione
manoscritta della stessa cronaca precisa che il gioco delle carte …in saracino
parlare chiamasi nayb.
La Istoria di Viterbo di Feliciano Busi del 1742 riporta una terza versione
attribuita a Giovanni Covelluzzo, nella quale si legge: il gioco delle carte che
venne da Saracinia e chiamasi tra loro naibi.
Quasi contemporaneamente, il 14 maggio 1379, Renier Hollander, esattore
generale del ducato di Brabante, annota quanto segue: Dato a Monsignor e
Madame il 14 maggio 1379 – 4 peters, 2 fiorini, che valgono 8 e ½ mottons –
per comprare un gioco di carte. Un altro ordine per acquistare due giochi di

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carte data nella stessa fonte al 25 giugno 1379. Nei quattro anni successivi
vengono acquistati per i duchi di Brabante altri 20 giochi di carte.
In Germania le carte da gioco vengono menzionate per la prima volta nei
decreti di proibizione del 1378 a Regensburg, del 1380-84 a Norimberga, del
1391 ad Asburgo e del 1397 ad Ulm.
Negli Archivi della città di Barcellona si trova un atto notarile del 1380 che
attesta l’esistenza di un ludus di naips nell’eredità di un di un negoziante. Nel
1382, delle ordinanze municipali indicano tra i vari giochi, le naypes.
Da quanto detto appare evidente che le carte da gioco non siano state
conosciute in Europa almeno sino alla metà del XIV secolo e che la diffusione
popolare di questo gioco sia avvenuta improvvisamente tra il 1370 ed il 1390
negli stati continentali europei, fatto avvalorato anche dall’assenza delle carte
nel trattato petrarchesco composto tra il 1360 ed il 1366[6] e nel citato
decreto di Carlo V del 1369 .

[1] Secondo Gerard Van Rijnberk . I tarocchi: storia, iconografia, esoterismo.


Prometeo. Roma, s.d. la parola araba “nabi” significa profeta, così come
l’ebraica “nabiah”. “Naba” è pure un tamburo magico. Egli cita pure le seguenti
diverse interpretazioni: secondo William Andrew Chatto. Facts and
speculations on the origins and history of the playing cards. London 1848,
invece, la parola deriva dall’indostano “Na-ib” e significa viceré o
luogotenente; da questa deriva pure il più tardo nababbo italiano. Per l’abate
J.B. Bullet. Recherche historiques sur le cartes a jouer, avec des notes
critiques et interessantes par l’auteur des memoires sur la langue celtique.
Deville. Lyon 1757, la parola è basca , “naipses” e significa piatto. Secondo
Covarruvias ( Tesora della lengua castellana) lo spagnolo “naipes” deriva dalle
iniziali N e P di Nicolas Pepin, uno dei pretesi inventori del gioco delle carte.
Per altri infine il termine deriverebbe dal fiammingo “knaeps”, valletto o
ragazzo. La parola attuale spagnola per carte da gioco è “naipes”.[2] Michael
Dummett. Il Mondo, op. cit. , p.23 n.
[3] Gerard Van Rijnberk . I tarocchi, op. cit. , p46
[4] Ludovico Zdekauer. Il gioco d’azzardo, op. cit., pag. 61.
[5] Gherardo Ortalli mette in dubbio questa datazione e colloca lo scritto di fra’
Johannes alla prima metà del XV secolo. Vedi “Ludica” n.2 pag. 175.
[6] R. Renier. Tarocchi, op. cit. , pag. 9.

Sull’origine delle carte


Il buon giocatore ha sempre delle possibilità .
Josè R.Capablanca
La vita umana nel suo insieme, non è che un gioco, il gioco della pazzia.
Erasmo
Il gioco è occasione di aggregazione, scambio di idee ed integrazione.
Nell’ambito europeo, la storia del gioco insegna che alcuni giochi in
particolare, quali i giochi di carte per esempio, hanno svolto queste funzioni e
in qualche modo continuano ancor oggi, malgrado la concorrenza di giochi
informatici, e soprattutto malgrado la mancanza sempre più evidente di tempo
che le persone hanno per dedicarsi ad attività ludiche di gruppo.
Sull’origine delle carte da gioco esistono com’è noto quattro diverse teorie.
1. Quella classica che voleva le carte (e tutti gli altri giochi) inventate
dai greci, in particolare dall’eroe Pallante, per alleviare la noia
dell’assedio di Troia, come nel cinquecento mostra di credere Pietro
Aretino, nella sua opera intitolata Le Carte Parlanti.
2. Quella esoterica, che, a partire dal Court de Gebelin nella seconda
metà del settecento, vuole le carte da gioco, ed in particolare i
tarocchi, essere una frammentazione di antichi testi magici quali la
Tavola di Smeraldo di Ermete Trasmegisto, o corrispondere all’alfabeto
geroglifico egizio o quello ebraico o addirittura indiano o cinese, fino
alla presunta importazione dagli zingari in Europa.
3. Quella che vuole che le carte siano un invenzione cinese, indiana,
persiana o araba, importata in Europa da mercanti e marinai; tesi
molto in voga tra gli storici più accreditati, quali il professore di logica
ad Oxford Sir Michael Dummett.
4. Quella che invece le vuole invenzione europea, avvenuta nella
seconda metà del Trecento, e importata con l’espansione e le
esplorazioni europee del quattro e cinquecento nel resto del globo.
Personalmente propendo per quest’ultima tesi, ma comunque sia, esistono
pochissime e frammentarie evidenze di una produzione di carte da gioco
extraeuropee, prima del cinquecento, mentre esistono numerosissime prove,
frutto dell’appassionata ricerca di storici quali Franco Pratesi e Thierry
Depaulis, di un esplosione europea del gioco, precisamente tra il 1375 ed il
decennio successivo nelle proibizioni di giochi d’azzardo negli statuti e nelle
cronache di città italiane, spagnole e francesi, perlopiù nell’arco della costa
nord mediterranea tra la catalogna e il lazio.

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Nei decenni successivi, e fino ai primi del cinquecento, si inventarono tutti i
mazzi di carte da gioco europei: i sistemi italiani, spagnolo, portoghese,
spagnolo, e poco dopo i tarocchi, il francese (quello internazionale
attualmente più usato) il tedesco e lo svizzero.
Tutti gli altri paesi europei e molti extraeuropei, ad eccezione di Cina,
Giappone, India e di alcuni paesi islamici che elaborarono mazzi loro propri,
adottano uno di quei sistemi.
Anche i giochi di carte furono inventati in quell’epoca, secondo principi che
resistono ancor oggi:
giochi di presa, ad esempio la briscola o la scopa
giochi di combinazione, ad esempio il poker ed il ramino
ibridi di questi, quali i tarocchi, il gioco del cucù, i trionfi Sola Busca,
uomo nero, e altri
giochi verbali quali la divinazione con i tarocchi, derivata da giochi
cortesi e da focolare praticati con gli stessi sin dal primo quattrocento e
testimoniati nella maniera più evidente dal testo sui tarocchi del poeta
Boiardo
giochi a indovinare la carta quali molti giochi d’azzardo come il famoso
faraone, il gioco più in voga del settecento

Storia della divinazione con i Tarocchi


Se fino al 1750 i tarocchi furono essenzialmente un gioco di azzardo nelle
bettole e gioco colto da salotti nobili e borghesi, verso quella data le carte da
gioco cominciarono ad essere utilizzate anche per la divinazione.La prima
testimonianza in tal senso la da la Storia della mia vita di Giacomo
Casanova.L’avventuriero veneziano si trovava in Russia, dove una famiglia
povera di contadini gli vendette come schiava una ragazzina tredicenne,
Zara.Divenuta la sua amante, Zara si innamorò perdutamente di lui, e poiché il
veneziano la tradiva, la ragazza mediante un mazzo di carte (francesi) ed un
libro magico (sic) in cui erano spiegati i significati delle figure in senso
divinatorio, lei riusciva a beccarlo nelle sue scappatelle.Infuriato per essere
spiato in tal modo Casanova le bruciò il libro magico in cambio della promessa
di non tradirla più.Entrambe le promesse vennero infrante e la ragazza
continuò a struggersi sulle sue carte leggendo ciò che nascostamente il suo
amante faceva.Il suo passato ed il suo futuro, pieno di rivali.Pochi decenni
dopo, all’alba della rivoluzione francese, un massone parigino, Antoine Court
de Gebelin proclamò l’origine egiziana dei tarocchi e la sua capacità di
conoscerne il vero significato e poterne leggere i responsi.Era il 1781 e de
Gebelin, un affascinante personaggio al confine tra illuminismo ed ermetismo
massonico, pastore protestante, studioso delle religioni, iconologo ed
egittologo autodidatta ed entusiasta, nel I volume del suo Monde primitif,
intitolato Du jeu des Tarots, ed in una successiva dissertazione pure contenuta
nello stesso volume ma attribuita ad un Co.te de M. che le carte dei tarocchi
sono di origine egizia antica e che vanno considerate come un libro
geroglifico; cerca di egizianizzare un po’ ingenuamente i nomi dei trionfi,
chiamando ad esempio Grande Sacerdotessa la Papessa o Primo Gerofante il
Papa; e, soprattutto, afferma che, dato che il loro autore era stato Thot o
Mercurio, il loro uso originale era stato di natura sacrale e divinatoria.Non solo
un gioco di carte, dunque, ma piuttosto uno strumento magico che l’adepto in
grado di decifrarne il senso ermetico poteva tranquillamente leggere il destino
delle persone e delle nazioni.È evidente che, poiché la lingua egiziana in realtà
non venne tradotta prima della geniale scoperta dello Champollion, quelle di
de Gebelin furono solo ingegnose elucubrazioni.Ma quella dell’origine egiziana
dei tarocchi, divenne il pallino della successiva letteratura occultistica, e fu
subito diffusa da una figura di avventuriero tipicamente settecentesca: Etteilla,
che già in un’operetta del 1770 aveva accennato all’uso divinatorio dei
tarocchi, accanto ad altre forme di divinazione quali la cartomanzia con un
mazzo da picchetto francese (da lui battezzata cartonomanzia) e la lettura dei
fondi di caffè, ma intesi non già con un valore esoterico o magico, bensì di
divertimento salottiero.Etteilla è lo pseudonimo dell’ex parruccaio parigino
Alliette, sedicente professore di algebra e mago (ca.1724-1792), il primo
famoso cartomante, di cui non sappiamo di sicuro neppure il nome di
battesimo. Nel 1770 pubblicò la prima edizione del suo Etteilla, ou maniere de
se recrer avec un jeu de cartes. Amsterdam 1770, forse il primo testo
stampato sulla cartomanzia.Il successo dell’idea di tarocchi come strumento
principe della divinazione, significò la fortuna del mazzo cosiddetto
marsigliese, vale a dire il tipo di tarocchi allora in auge in Francia. Lo stesso
modello, simile al nostro tarocco piemontese, è prodotto tuttora in gran
numero, specie per la cartomanzia, ed a volte, a differenza del modello
originario, riporta scritto sulla carta il significato esoterico della stessa. Etteilla
pubblicò una serie di volumetti editi tra il 1783 e il 1785 sul Libro di Toth e sul
modo di leggere le sue carte, fondò una Società degli Interpreti del Libro di
Toth e soprattutto si diede a fare soldi come cartomante di fiducia di
personaggi che via via, negli anni rivoluzionari assurgevano al potere o
finivano sotto la ghigliottina.Fino al 1856, quindi, i tarocchi venivano
considerati di origine egizia, ma quando Eliphas Levi (il cui vero nome era
Alphonse Louis Constant, altro personaggio emblematico, dapprima
seminarista, poi socialista, infine mago) pubblicò il Dogma e Rituale dell’Alta
Magia, sotenendo che i Tarocchi, in realtà, sarebbero i “simboli della scienza
sacra degli Ebrei”, conservatisi, dopo la distruzione del Tempio di

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Gerusalemme, attraverso la scienza cabbalistica.La sua tesi era fondata
quanto quella di de Gebelin, e da allora chiunque potè affermare sull’origine
“reale” dei tarocchi le teorie più originali: indiana, zingara, angelica, infernale.
L’interpretazione divinatoria dei tarocchi proseguì per tutto il XIX ed il XX
secolo, in barba al positivismo, allo scetticismo, al razionalismo ed alle
persecuzioni da parte della religione e delle leggi di molti stati, per i quali la
cartomanzia, così come l’astrologia e ogni altra forma di divinazione, vengono
nel migliore dei casi trattate alla stregua di imbrogli e truffe, in cui cadono
volentieri peraltro, anche politici, magistrati, sacerdoti e intellettuali.Le carte
dei tarocchi subirono una serie di modifiche per renderle più adatte alla
cartomanzia e più belle esteticamente.Già lo stesso Etteilla aveva fatto
stampare dei tarocchi da lui modificati e corredate da scritte che facilitavano
l’interpretazione divinatoria.Subito dopo, una schiera di cartomanti, artisti,
truffatori ed autentici occultisti, ad iniziare da una Mademoiselle Maree Anne
Adelaide Lenormand, famosa soprattutto per essere stata la cartomante di
Napoleone.La Lenormand (1768 o 1772-1843), anch’essa personaggio quasi
leggendario, ebbe dapprima grandi onori e successo, ma poi fu imprigionata,
sembra, per aver predetto la sconfitta all’Imperatore francese. Il mazzo o
meglio la serie di mazzi che da lei prendono nome, sono in realtà più simili
alla struttura del normale mazzo francese che non ai tarocchi veri e propri.

La Divinazione e le carte da gioco


Gli uomini del paleolitico conoscevano molto probabilmente tecniche magiche
come ci testimoniano pitture antichissime su pareti di caverne e rocce.
I loro stregoni potevano attrarre le prede mediante la pittura, il canto rituale,
la musica e probabilmente la ripetizione di carmi che descrivevano imprese di
caccia di antenati mitici umani o animali.
I nostri antenati dipendevano interamente per la sopravvivenza dalle loro
tecniche di caccia e raccolta di cibo.
A differenza dei loro concorrenti animali, quali orso e lupo, gli uomini
potevano contare oltre che su tecniche di caccia apprese, per l’uomo dal
padre come per l’orso dalla madre, di strumenti tecnici esclusivi quali il fuoco
e le pietre lavorate a mo di lame, frecce, asce e lance, di una coscienza.
Forse si trattava di una coscienza ancora indifferenziata rispetto al resto della
natura: gli uomini forse riconoscevano l’unicità del proprio clan ma non
dell’uomo in se rispetto agli animali. E forse non si pensavano più simili ad
altri uomini che non ad altri animali.
L’orso per loro era forse una creatura con cui potevano stringere parentele e
condividere luoghi sacri e caccia alle stesse prede, casa e sorgenti d’acque.
La stessa preda aveva una valenza magica, e si poteva pensare che il suo
ciclico arrivo sui sentieri di caccia facesse parte di un meccanismo naturale
che la magia potesse assicurare continuativamente e la divinazione prevedere.
Sebbene il termine divinazione, che etimologicamente esprime un contatto col
Dio sia improprio se riferito a popolazioni che non certamente avevano
religioni e riti, è probabile che gli uomini, i vecchi cacciatori più esperti
sapessero prevedere il momento ed il luogo propizio per la caccia e come
evitare i concorrenti più pericolosi e feroci che potevano strappare magari una
preda già conquistata.
In che modo non lo sappiamo, ma possiamo immaginare correttamente che
utilizzassero tecniche mantiche usate successivamente ancora oggi.
Ad esempio interpretare l’apparizione di animali, sia noti che ignoti, di
persone, usuali o strane e straniere, la forma di nubi e il colore del cielo,
fenomeni atmosferici, il fuoco, il fumo, la cenere, le acque sorgive e le polle
immobili in cui fermare lo sguardo, anche mediante l’aiuto di erbe, funghi e
cibi magici.
A queste forme di divinazione naturale, si affiancarono successivamente
tecniche ludiche: giocare con conchiglie e ossa di animali.
L’uso degli aliossi, ovvero di ossa maggiori del tarso di animali ed
eventualmente di uomini vissuti prima, antenati cacciatori mitici.
Tali ossa utilizzate come dadi erano usate ancora in epoca omerica, e poi fino
nella Grecia classica, a Roma e nel medio evo.
Sulle ossa venivano incise o dipinte figure e simboli e poi lanciate in cerchi e
figure geometriche tracciate sulla sabbia o sulla cenere.
Alcune figure erano positive altre negative. Ancora per i Greci il tiro peggiore
era chiamato col nome di un animale, il cane.
Allo stesso modo alcune parti delle figure geometriche tracciate a terra erano
nefaste ed altre favorevoli.
Tali significati potevano essere espressi mediante semplici serie di punti, come
si usa ancora oggi in Africa nella Ghemazia o Geomanzia.
Le tecniche mantiche sono numerose e possono essere suddivise in:
• naturali, di cui abbiamo parlato sopra, cui aggiungerei premonizioni, presagi
e intuizioni;
• profetiche, cioè personali e attuate mediante un contatto diretto tra
divinatore e divinità, come per le Pitonesse e Sibille, gli sciamani, i sacerdoti di
alcune divinità, i sacerdoti voudou haitiani, ad esempio;
• necromantiche, ovvero per tramite l’interrogazione dei morti, degli spiriti e
dei demoni;
• artificiali, cioè attuate mediante mezzi costruiti dall’uomo, quali dadi, rune,
conchiglie, giochi di tavoliere (scacchi, dama, tavole, ad esempio), biglietti,
carte, domino, specchi, candele, libri magici o poetici o prosaici, solo per
citarne alcuni.
Poiché stiamo parlando di Tarocchi, è ovvio che ci limiteremo a discorrere di
queste ultime ed in particolare della divinazione mediante i giochi.

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I Tarocchi, chiamati originariamente Trionfi, erano semplicemente un mazzo di
carte da gioco.
Le carte da gioco, che secondo autori classici rinascimentali, quali Pietro
Aretino, erano state inventate dall’eroe greco Palamede in occasione degli ozi
durante il lunghissimo assedio di Troia, arrivano in realtà in Europa
dall’Oriente, o secondo un’altra teoria vengono inventate dagli europei nel
bacino occidentale del mediterraneo verso il 1370.
Prima di questa data non vi è alcuna prova storica, in Italia, in Europa e nel
resto del mondo, che esistessero carte da gioco.
In passato alcuni studiosi hanno sostenuto che alcune carte cinesi, derivate più
o meno direttamente dalla loro carta moneta, fossero in uso verso l’anno
mille, ma che io sappia non ve né al mondo alcune esemplare sopravvissuto.
Le più antiche carte da gioco conservate sono italiane o spagnole e sono della
fine del XIV secolo.
Assomigliano molto alle attuali carte italiane: hanno Re, Regine e Cavalieri,
fanti e carte numerali di ori, bastoni, spade e coppe.
Verso il 1375 in numerose città d’Europa, le carte da gioco furono bandite e
condannate come giochi d’azzardo, mentre verso quella data a Viterbo
giungevano, secondo quanto scritto in cronache locali, carte di tipo arabo.
Se erano diverse da quelle che conosciamo non ne è rimasta traccia.
Ad ogni modo sicuramente gli europei giocavano a carte in Italia, Spagna e
Francia, giochi d’azzardo che vennero bandite da leggi e regolamenti locali
sull’azzardo.
Le carte non servivano altro che a questo: scommettere, divertirsi, barare,
divenire ricchi o poveri.
Da subito accumunate per pericolosità ai giochi di dadi quali la famosa zara di
dantesca memoria, molti giochi dell’epoca usavano probabilmente figure,
simboli e meccanismi derivati da giochi precedenti di natura diversissima: ad
esempio il cavallo, la torre, il re la regina ed i fanti derivano dal gioco degli
scacchi. La torre la ritroveremo nei Trionfi, le altre figure nelle normali carte
da gioco.
Contemporaneamente le carte presero la tendenza a differenziarsi per
regione o città: le carte italiane sono ancora oggi diverse a Milano, a Ferrara,
Bologna, Firenze e Napoli.
Gli spagnoli usano carte diverse dalle nostre, e simili alle napoletane, i
portoghesi carte simili alle siciliane. Non è certo se le carte italiane copiarono
le iberiche o viceversa.
I francesi ed i tedeschi inventarono carte da gioco loro proprie e gli inglesi e
gli svizzeri imitarono rispettivamente gli uni e gli altri.
Già ai primi del Quattrocento esistevano almeno quattro diversi ordini di semi
(italiano, spagnolo, francese e tedesco) e quattro ordini di figure: re, regina,
cavallo fante (ordine originario); re, regina e fante (francese); re, cavallo
fante (italiano); re, ober ed unter (tutti maschili, tedesco).
Esistevano inoltre, perché sono citati negli ordinamenti italiani sul gioco
d’azzardo, numerosi, forse decine di giochi di carte, alcuni probabilmente già
identici o molto simili ai moderni picchetto (intendo il piquet francese),
briscola, tressette, sette e mezzo, e poker: cioè giochi di punteggio, di presa,
di raggiungimento di un limite prestabilito da non superare, e di combinazione
di numeri e figure.
Ma una cosa è certa, le carte non si usavano per la cartomanzia.
Verso il 1420, esistevano inoltre diversi giochi misteriosi di tipo diverso, con
figure dipinte, che servivano a scopi educativi e di società, alcuni ispirati alla
religione, altri ai classici greco romani, altri infine ai poemi petrarcheschi:
Petrarca era il maggiore poeta dell’epoca, che vantava un infinità di discepoli
ed imitatori, e secondo alcune teorie, sarebbe stato lui stesso l’inventore delle
carte verso il 1370 ad Arquà.
Si tratta di una teoria suffragata solo dal fatto che effettivamente in
quell’epoca le carte da gioco cominciarono a diffondersi e che la serie dei
Trionfi appare ispirata al suo poema più famoso.

Il commendator Brambilla
Il commendator Giovanni Brambilla era un signore milanese calmo e serio, un
uomo d’affari posato e fedele ai suoi principi: ricchezza e prosperità.
Una volta, raccontava, trovai dei ragazzini che giocavano a tarocchi, in una
calle di Venezia.
Li osservai, e mi accorsi che il mazzo era antico.
Chiesi loro da dove lo avessero preso, e quelli mi raccontarono una strana
storia.
Alcuni giorni prima un pezzo di un muro di un palazzo era crollato e tra le
macerie essi avevano trovato una scatola di ferro, ben chiusa e foderata.
Dentro vi erano alcuni fogli manoscritti, per loro incomprensibili, e questo
mazzo di carte antiche, incompleto.
Interessatissimo, guardai con attenzione le carte e mi accorsi di quanto erano
preziose.
chiesi del manoscritto e mi dissero che l’avevano buttato via, poi uno tirò fuori
un pezzo di foglio in cui aveva incartato… un panino.
Riuscii a leggere pochissimo, ma alcune parole erano chiare, ed un nome

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chiarissimo, mi illuminò.
Pietro Aretino.
Che le carte fossero appartenute a lui, non potei mai affermarlo, ma era ben
noto agli studiosi che Aretino aveva posseduto uno di quei mazzi miniati creati
per duchi cardinali e papi.
E il mio mazzo sembrava proprio uno di quelli.
Mio, già, perchè lo comprai in cambio di un mazzo nuovo, dopo aver fatto
notare a quei ragazzi che il mazzo ritrovato era vecchio e sporco e mancava di
molte carte.
Così dice una tradizione leggendaria fu recuperato uno dei più belli e preziosi
mazzi di tarocchi, anzi di trionfi, della tradizione italiana.
48 carte tra cui due Trionfi, l’Imperatore e la Ruota della Fortuna, che vedete
qui riportati.
Il mazzo non è il mazzo di Trionfi, o Tarocchi, più antico.
Il mazzo era appartenuto a Giovanni Brambilla, che intorno al 1900 lo aveva
trovato casualmente a Venezia, usato da alcuni ragazzi per giocare. Venne
messo all?asta presso la FINARTE e comprato nel 1971 dalla Pinacoteca di
Brera.
E? composto da 48 carte (mm 178 x 88): 2 carte allegoriche (Imperatore e
Ruota del Destino), 7 carte d?onore (Re, Regina, Cavaliere di Frecce;
Cavaliere e Fante di Coppe; Cavaliere e Fante di Denari); 39 carte numerali (il
mancante 4 di Denari si trova a Torino in una collezione privata).
Le carte numerali sono su lamina d?argento, le figure su lamina d?oro
punzonata, che forma come nel mazzo precedente l?effetto di fondale, perch?
i personaggi appoggiano i piedi su prati fioriti. Il miniatore ? pi? attento ai
particolari della moda che non ai dettagli anatomici (le mani sono inesistenti o
grassissime, le gambe dei cavalieri sembrano aggiunte per caso).
Sul Due di Denari, accanto allo scudo col Biscione compare la scritta Dux
Mediolani et Comes e Filippus Maria Anglus. I semi di Denari esibiscono il
recto e il verso delle nuova moneta coniata da Filippo Maria nel 1436, col
cavallo impennato.
Sull?Asso di Frecce e di Spade: a bon droyt e phote mante (il faut maintenir).
La corona piumata ? sulla gualdrappa del Cavaliere di Denari, il capitergium
cum gassa su quella del Cavaliere di Frecce e la colombina raggiata su quella
del Cavaliere di Coppe.
Gli abiti sono cambiati rispetto al mazzo precedente, perch? le mantelle sono
chiuse alle maniche. In compenso i tessuti sfoggiano motivi decorativi vegetali,
non araldici, come nel mazzo ora alla Yale University. Il cappello dell?
imperatore, un colbacco dipinto realisticamente dal Pisanello, ? in questo
mazzo un copricapo che sembra un ventaglio, non pu? stare in testa. Il
bastone di comando ? un?asticella rossa, quasi invisibile.
Se non fosse per la moneta nuova di Filippo Maria, sembrerebbe il mazzo pi?
vecchio, che risente dello stile di Gentile da Fabriano. Non venne dipinto per
una particolare occasione, ma ? di committenza viscontea.

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