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Prefazione

Questo libro è la storia di un tratto di un cammino, che l’Autore nella sua maturità,
nonostante la sua naturale ritrosia a raccontarsi, ha deciso di narrare. Non si tratta di un
uomo strano, chiuso nella sua personale torre d’avorio: è un uomo “normale” che lavora e
studia come tanti altri, dalla formazione essenzialmente scientifica e tecnica, in particolare
in campo medico, dalla vita intensa, sia personale che professionale. Parallelamente ha
sempre coltivato con passione lo studio e la ricerca nel campo delle tecniche olistiche e
della medicina tradizionale cinese. Il suo interesse per la Tradizione lo ha avvicinato allo
studio della teorie paracelsiane e delle antiche scienze orientali. In questo contesto si situa
il suo interesse per le arti marziali ed in particolare per il Tai Ji Quan che pratica da
trent’anni. Questa è in realtà un’arte marziale un po’ insolita, almeno per il grande
pubblico, che la conosce essenzialmente come una pratica “dolce”, adatta a tutte le età e
dai benefici effetti sulla salute, una danza dai movimenti lenti, calmi ed armoniosi.
L’aspetto meno conosciuto, che cerca di trasmettere nel suo ventennale insegnamento, è
quello più profondo della ricerca dell’equilibrio, dell’unità delle diverse componenti
dell’Essere: oltre la pur necessaria perfezione formale e tecnica c’è l’attenzione per la
fluidità assoluta del movimento, il sentire e il convogliare l’Energia, quella nativa
dell’individuo che si unisce con quella che permea tutto l’universo, cosa che traduce
l’antica locuzione cinese “pugno di acciaio nella mano morbida come il cotone” ; ciò
implica la forza esplosiva e dirompente del colpo nella lotta, quanto il tendere verso la
Suprema Armonia. E’ un cammino lento e difficile, che comporta una pratica costante ed
umile, che ciascuno può condurre con i propri limiti e le proprie possibilità..
E proprio il Tai Ji costituisce il motivo della storia narrata: momento di riflessione, di
incontro, di ristoro spirituale. Così come esistono diverse scuole di Tai Ji, così qui non c’è
la presunzione di indicare la Via perché le vie sono tante quanto la molteplicità degli
esseri, ognuno con la propria storia, il suo vissuto, i suoi sogni.
Talvolta però i cammini si possono intersecare e allora si può percorrere un tratto insieme
a qualcun altro, fianco a fianco o tenendosi per mano, come nel delicato episodio della
Signora del Parco. Si possono incontrare Guide e Maestri, come qui viene ricordato con
riconoscente devozione, ma solo quando si è pronti a riconoscerLi e a riceverne l’aiuto.
Vi sono i tentativi, i fallimenti, l’euforia per un apparente successo e lo sconforto di dover
ripartire da capo, la solitudine a tratti angosciosa, i dubbi e le amarezze, fino
all’esperienza terribile, e pure necessaria, simile a quella che nella Via Mistica è chiamata
La Notte Buia dell’Anima, Il Silenzio di Dio.
E’ la storia di una esperienza in cui si possono intuire le molte strade intraprese e poi
abbandonate, per poi forse essere riprese in un altro tempo, in una luce del tutto diversa,
come un puzzle che componendosi rivela quasi d’incanto la propria unità e bellezza,
nell’unità della realtà fenomenica, onirica e più propriamente spirituale.
E’ un camminare verso una meta indefinita, intuita, sentita, ma mai compresa del tutto.
In questo contesto le esperienze al limite del “paranormale” non sono obiettivi, né punti di
arrivo perché il considerarle tali significa che la tracotante presunzione dell’individuo ha
vanificato l’intero cammino: sono solo fenomeni che ci danno la possibilità di intuire una
realtà più profonda.
E’ un qualcosa che non si può comprare e neppure regalare: tutto ciò ha particolarmente
significato nel periodo storico in cui stiamo vivendo, che pullula di “Maestri” e “Guide” che
promettono, ovviamente al giusto prezzo, di svelare in un week-end o in pochi mesi come
aprire il Terzo Occhio, comprendere il linguaggio degli Alberi o carpire il respiro profondo
della Terra.
Ed infine è bello pensare che in un uomo sia ancora vivo il bimbo biondo che guarda
incantato il mondo magico e che nel suo cuore conservi, nonostante le prove della vita, il
suo Sogno.

Laura Cometto

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Prologo 1° libro

Sono rammaricato nel non proporre luoghi particolarmente esotici e misteriosi per
raccontare la mia esperienza, ma con estrema convinzione e per vissuto personale posso
asserire che i veri “maestri” sono in ogni luogo, disponibili con tutti; anche perché, se così
non fosse, la possibilità di crescita sarebbe alla portata di ben poca gente!
L’evoluzione dell’uomo, per rara forma di giustizia, non è necessariamente legata al conto
in banca o al proprio “status” sociale, ma anzi, all’opposto, proprio ad esperienze o a
“prove” particolarmente sfavorevoli e toccanti, tali da stimolare, invogliare ed indirizzare,
inizialmente anche senza un fine preciso, la nostra attenzione o quell’incredibile settimo
senso smarrito, (chiamalo fiuto dell’infinito o dell’antica coscienza) ad un’evoluzione
interiore che poco alla volta, grazie ad aiuti non sempre “visibili” ed “ammessi”
c’indirizzano alla comprensione ed alla conoscenza vera dei misteri della vita.
Il raccontare questa mia ricerca può servire come azione propulsiva a chi si è disanimato
per gli inevitabili primi insuccessi e conseguenti delusioni, sulla base di “obiettivi” o
“risultati” immaginati e non verificati tangibilmente; ebbene, non demordano, la maggior
parte delle volte i risultati ci sono, eccome, ma siamo noi incapaci a comprenderli e ad
accoglierli.
Io stesso mi sono trovato e ancora accade molte volte in questa situazione, ma grazie
anche e soprattutto allo stimolo di personaggi apparentemente ordinari, ho trovato la
forza di insistere.
Leggendo questo e i successivi libri comprenderanno altresì il motivo dell’anonimato di
tutti quanti i protagonisti, non è per vezzo o per originalità, è una scelta di vita.

Remo Stefano Summino

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La Verità del buon senso
(il Volgo nel porcile, il Saggio nascosto e il Profeta ad amare l’umanità
per il fatto che gli sta lontano).

Il ritrovare fra i vecchi documenti di mio padre un libro con quel titolo mi riempì di gioia.
Ero contento per diversi motivi, in primo luogo per il titolo ”om mani padme um”, un
Mantra fondamentale; di conseguenza ero felice che mio padre trattasse certi temi e che
firmasse e datasse come atto di proprietà un libro dei primi del 900, quando l’analfabetismo
era prevalente. Ero anche esaltato dal fatto che, allora pensando fosse casuale, ritrovavo il
mio stesso tipo di lettura e d’interesse. Altro motivo d’entusiasmo era il conoscere, anche se
pur indirettamente, la figura paterna. Avevo solamente due anni, quando mancò.
In quel periodo frequentavo Padre C, il mio Maestro di Meditazione Profonda, una figura
eccezionale, Gesuita, plurilaureato, una bontà d’animo notevole occultata da una prestanza
fisica alla Rasputin, barba incolta, prepotente nei modi e generoso nei fatti.
Fu il primo vero maestro che incontrai dopo una ricerca ventennale. Avevo speso tempo e
soldi cercando qualcosa che ignoravo. Era una spinta interna che quasi mi obbligava a
frequentare ambienti che il mio istinto rifiutava; tutto ciò mi rendeva particolarmente
polemico nelle discussioni post conferenze, dibattiti o lezioni.
Sì, in effetti, ero eccessivamente carente di tolleranza.
Le lezioni di Padre C. durarono circa sei mesi. Era veramente stupendo. Durante le lezioni
collettive teneva a bada più di cento persone, capiva esattamente i deficit o le qualità di
tutti, non tergiversava nelle critiche, affermava che eravamo noi gli artefici della nostra
crescita e che dovevamo smetterla nel delegare a lui i nostri problemi; se non lavoravamo
su noi stessi con assiduità e impegno, eravamo elementi di disturbo e rallentavamo chi
lavorava seriamente. Trattava anche piuttosto duramente quelle persone che lo volevano in
esclusiva, specialmente le donne di media età, che Lui, senza farsi sentire, definiva le mie ”
ochette ”. Era vero, chiocciavano davanti a Lui usando inconsciamente delle armi seduttive
molto ridicole; Padre C, da buon diplomatico ne teneva a bada il lato femminile, riportando
il rapporto sui solidi binari paralleli di Maestro e allievo.
Eseguii tutte le sere per circa due anni la Meditazione Profonda. Le sensazioni iniziali
d’autosuggestione si trasformarono lentamente in gestione e consapevolezza del sonno. I
compiti che mi ponevo durante la concentrazione si trasformavano in realtà, riuscivo a
visualizzare con estrema facilità qualunque situazione, mi curavo, vedevo dei mondi

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fantastici, risentivo odori e sapori della mia infanzia, rivivevo fedelmente episodi,
volti, sentimenti, estremamente lontani nel tempo.
Ripetei nei due anni altri seminari, sempre con Padre C, finché mi sentii pronto a migliorare
le mie caratteristiche.
Chiesi a Padre C di meditare contemporaneamente a me con gli stessi orari e con il
medesimo obiettivo. Decidemmo di trovarci durante la Meditazione in un'Abbazia che
andammo a visitare insieme, studiammo i particolari più incisivi che potevano colpirci a
livello mnemonico e iniziammo da una lontananza fisica superiore ai 100 Km lo stesso
compito.
Ormai da alcuni mesi, tutte le sere, dopo aver raggiunto uno stato totale d'abbandono e di
rilassamento, operavo delle scorribande mentali. All’inizio faticai tantissimo. Ogni volta che
percepivo il distacco di una parte del mio corpo, che allora non sapevo ancora definire, una
paura che assolutamente non potevo controllare mi rovinava il rilassamento e la
concentrazione; dovevo ricominciare da capo o soprassedere la sera dopo. Dipendeva anche
dal mio grado di stanchezza; non facevo il meditatore di professione, il mio lavoro era
impegnativo, succedeva anche che lo stress della macchina o clienti arroganti pesassero
enormemente durante il periodo di rilassamento. Infatti, anche con tutta la buona volontà,
le arrabbiature condizionavano l’esito della Meditazione.
Quando la serata era favorevole, in pochi minuti conseguivo il rilassamento totale e la
visualizzazione del mio corpo esterno ed interno; la capillarizzazione, il ritmo respiratorio mi
ponevano in una condizione mentale appropriata e nel rifugio segreto modellavo il luogo da
me scelto, generalmente condizionato dal compito prefissato.
Gli ultimi tempi avevo fatto della mia camera da letto il mio luogo segreto. Ne conoscevo
ogni particolare, riuscivo a “Vedere” cose insignificanti; vedevo la polvere in anfratti non
visibili, piccolissimi oggetti microscopici ad occhio nudo all’interno degli armadi con
un’attenzione mai posta nella quotidianità..
Passai ad un esercizio più difficile, comunemente praticato nei Paesi orientali, la
visualizzazione extracorporea di me stesso.
Avevo delimitato apposta in un piccolo locale, quale appunto la mia stanza da letto, l’inizio
del primo esperimento. Dovevo, come compito, vedere il mio corpo astrale distaccarsi da
quello fisico.
Passai diverse nottate senza alcun risultato. E’ vero, sentivo il corpo tremare, il calore si
spostava con ondate anomale dai piedi ai capelli, scariche elettriche scorrevano sul cuoio
capelluto lasciando un’irritazione cutanea immediatamente seguita dal desiderio di riprovare
la stessa sensazione. Sentivo che il mio corpo stava lentamente cambiando, migliorava la
qualità del sonno post meditativo: era di qualità, poche ore di sonno erano sufficienti ad un
buon risveglio.
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Poi, una sera, accadde normalmente. Sentii un calore particolare all’addome: con una
lentezza esasperata si materializzò un’immagine incompleta che poteva, con molta fantasia,
essere confusa con un corpo umano; mi spaventai a morte ed immediatamente mi trovai
seduto con il cuore tachicardico, un battito insopportabile nelle orecchie. Ero gelato,
nonostante la temperatura esterna elevata.
Per due giorni la febbre mi tenne a letto. M’insultavo per la mia stupidità, razionalmente era
successo quanto da qualche tempo desideravo, ma la parte più profonda di me non era
ancora pronta.
Il terzo giorno, ormai sfebbrato, indugiavo nel letto in uno stato di dormiveglia particolare.
Ero rilassato, un grado di benessere fisico mai provato mi obbligava a non muovermi e, in
modo totalmente naturale, mi apparve una figura vestita alla Tibetana. Serena si avvicinò a
me, congiunse le mani e s’inchinò; per me fu normale tanto il saluto quanto l’inchino, che
mentalmente ricambiai.
La sua voce senza alcun suono penetrò dentro di me e mi disse di osare, di continuare nelle
mie ricerche, perché tutte avevano un senso e ogni esperienza doveva essere messa a
disposizione di tutta l’umanità.
Ancora oggi mi meraviglia la naturalezza con la quale accettai la Sua presenza, le sue
parole, l’illogicità della situazione; si allontanò con la stessa leggerezza dell’arrivo.
Non mi alzai, rimasi inebetito tutto il giorno. Richiamavo alla mente ogni particolare di
quella figura; pensai di essere impazzito e conclusi che stavo chiedendo troppo a me stesso,
che dovevo ricominciare a fare una vita normale, tennis, nuoto e laute cene.
Nella notte si ripresentò; mi parlò pacatamente, così come si parla ad un bambino. Mi
accennò di se stesso e a quale era stato il suo compito nelle vite precedenti; mi disse anche
che in una Sua vita lontana (lo chiamarono il “Traduttore”) fummo vicini e, al momento
giusto, avrei capito tutto e ci saremmo ritrovati. Assicurò di aiutarmi.
Cambiò la mia vita. La serenità che emanava la sua immagine cambiò il mio modo d’essere,
mi aumentò la tolleranza verso il prossimo, e, cosa importante, m’insegnò a credere.
La sera successiva mi staccai dal corpo senza paura. Sentivo vicino delle presenze positive,
ero tranquillo perché non mi sentivo solo. Appena si materializzò quello che inconsciamente
definii ectoplasma, cambiò la mia prospettiva visiva, il mio vedere si radicò nell’astrale e
vidi così il mio corpo fisico sul letto. Non distinguevo bene i lineamenti del mio corpo, ma
avevo la certezza estrema che fossi proprio io. Durò una frazione di secondo o almeno così
parve, percepii una scossa e rividi il mondo dal mio corpo reale.
Con tenacia, riuscii nelle sere successive a trattenere il mio corpo astrale a lungo; migliorai
il mio vedere, riuscendo a distinguere ogni particolare così come nella quotidianità.
Percepivo attorno agli oggetti e al mio corpo fisico una luce più o meno attenuata, il mio

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corpo brillava molto più degli oggetti e alcune parti del mio organismo avevano
sfumature colorate.
Mi accorsi che il corpo sospeso era in comunicazione con il mio pensiero. Pensai con
estrema volontà di far scendere il mio doppio allo stesso livello del fisico e costatai con
raccapriccio che la massa astrale era esattamente sopra, faccia contro faccia. Mi resi conto
che, sebbene il mio corpo materiale avesse gli occhi chiusi, fissava negli occhi l’altra
formazione anatomica, occhi assenti che davano l’impressione di non vedere nulla; mi
sbagliavo, dall’altra parte vedevo il corpo fisico con un’immensa gradualità di colori, che la
vicinanza accentuava.
Strana sensazione, il corpo fisico non percepiva calore, quell’astrale si. Capii che il doppio
aveva dei sensi molto sviluppati, malgrado fosse etereo, evanescente; era uno strano gioco
di curiosità, sembrava un annusamento bilaterale, un conoscersi per sensazioni.
Mi addormentai improvvisamente interrompendo ogni contatto, colto da un sonno
innaturale. Si ripresentò quella notte il Traduttore.
Mi fissò a lungo, con curiosità; sembrava cercasse segni particolari, non a livello fisico,
sembrava leggesse dentro l’anima. Com’era diverso il mio modo di vederlo…Capivo di
sognare ma, contemporaneamente, ero lucidissimo; percepivo una luminosità mai vista. La
paragonai alla luce solare, ridendo fra me, perché la luce del sole a distanza ravvicinata non
l’avevo mai ipotizzata e poi era una luce benefica, che non dava fastidio.
Scandiva molto lentamente parole che scorrevano dentro di me. Era tutto il corpo che
sentiva. Diceva cose che in momenti normali avrei allontanato con dubbio e incredulità, ma
che, in quello stato surreale, trovai normalmente logiche; mi consigliò sui prossimi esercizi
da svolgere e, dopo avere creato in me una sensazione di abbraccio, svanì.
Al risveglio, come un film visto e non dimenticato, ripassai mentalmente ogni passaggio
notturno e sentii irrefrenabile il dovere di eseguire un tipo di respirazione consigliatomi
durante il sonno. Dopo dieci minuti il mio corpo disse basta; mi sentivo carico d’energia e,
vagando con lo sguardo nella penombra della camera da letto, mi accorsi che ogni cosa
attorno a me aveva una luce pulsante.
Fu una scoperta mirabile. Indugiai nel fissare gli oggetti, ma dopo una mezz’ora l’effetto
ottico svanì.
Aspettai con ansia la sera. Un’energia così concreta non l’avevo mai posseduta, mi sentivo
leggero, forte, fisicamente invulnerabile.
Alla sera, l’esaltazione e l’attesa mi deconcentrarono, non fui capace di rilassarmi e di
predispormi alla meditazione; amareggiato, faticai pure nell’addormentarmi e rimasi in uno
stato di sonno cosciente fino all’alba. Di cattivo umore, nell’aprire gli occhi rimasi sbalordito:
tutto il mondo che mi circondava era luminoso.

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Durò mezza giornata. Non solo gli oggetti erano luminosi; brillavano, chi più chi
meno, tutte le persone che incontravo, alcune avevano distretti fisici esageratamente
abbaglianti. Non afferravo quelle differenze, intuivo che erano legate allo stato di salute, ma
nulla di più.
La normalità mi mandò in prostrazione, l’euforia si trasformò in riflessione: cosa stava
succedendo, cosa mi stava succedendo?
Quella sera, a letto, per la prima volta ignorai la Meditazione. Un vecchio libro sfogliato
malvolentieri mi faceva compagnia. L’inconscio mi suggeriva di prendere un periodo di
riposo; erano successe troppe cose in poco tempo, mi era sfuggito il controllo della
situazione.
Nuovamente durante il sonno riapparve il Traduttore. Sostenne che non dovevo arrendermi,
il mio compito era assai più gravoso. Se le prime avversità mi spaventavano, rischiavo di
cadere nello stesso errore di tante vite fa, il periodo in cui era più affine la nostra
conoscenza.
Mi suggerì di prendere quest’esperienza come un gioco che potevo interrompere quando
volevo. La mia forza era appunto quella, non avevo obblighi, ” solo” quello della mia
evoluzione definitiva.
Mi svegliai tranquillo, non avevo distorsioni ottiche, fisicamente mi sentivo un leone.
Risuccesse durante la mattinata. Stavo svolgendo il mio lavoro con un medico, quando
improvvisamente s’illuminò il suo avambraccio; chiesi sfacciatamente, anche perché la
confidenza lo permetteva, che problemi avesse al polso della mano destra. Mi diede una
spiegazione medica poi, consapevole della stranezza della domanda, mi chiese come potevo
saperlo. - Semplice - risposi: - ho “visto”.
La perplessità aleggiava sul suo volto, pensava lo prendessi in giro. Mi portò nel suo reparto
e mi fece guardare da lontano un paziente a letto. Immediatamente notai un cerchio
luminoso, con il diametro di una mela, sullo sterno; lo dissi. Pensieroso, il medico affermò
che involontariamente avevo fatto una diagnosi perfetta: avevo rivelato una patologia che
loro da poche ore conoscevano e solo dopo accurati esami. Continuammo su altri ammalati,
il mio vedere combaciava esattamente con le loro analisi.
Ero orgoglioso, volevo fare diagnosi a tutto il mondo. Era importante per me dal lato
psicologico avere un riscontro reale, già mi vedevo in camice bianco supportato da medici
che mi coadiuvavano nello smaltire centinaia di persone che giungevano adoranti a
cercarmi.
Durò poco quella vanità. Tornando a casa m’imbattei in una signora che, all’altezza del
seno, presentava le stesse caratteristiche del primo ammalato visto; il sapere che quella
signora aveva un tumore forse ignorato, mi portò in uno stato di frustrazione e d’impotenza
che ancora adesso mi addolora.
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Chiesi spiegazioni durante la notte al Traduttore. - Semplice - mi trasmise - stai
potenziando qualità comuni a tutti. Avete dentro di voi tutto quanto serve a vivere bene,
ma la voglia di strafare, il possesso, la gelosia, l’egoismo, l’avidità, i sentimenti negativi
bloccano queste qualità. Voi non cercate la verità! La verità del buon senso!-
Nelle serate seguenti lavorai sul doppio; ero io il mio doppio, tutto il mio mentale era dentro
il corpo astrale.
Ordinai al mio duplicato di assumere una posizione verticale sul pavimento. Solo il pensiero
fu sufficiente a modificare la posizione precedente e mi trovai in piedi a lato del letto. Trovai
buffo l’altro corpo visto da una prospettiva diversa; mi vedevo forse come sono realmente,
non come da specchio.
La prima sera mi allenai a deambulare come fossi fisicamente compatto, mi accovacciai in
terra assumendo posizioni Yoga che in realtà non ero mai stato capace di eseguire, mi
sedetti normalmente sulla poltroncina capo letto. Prendevo confidenza con i movimenti
usuali di un corpo fisico.
L’unica stranezza era il non contatto materiale con gli oggetti, in pratica non se n’avvertiva
la consistenza.
Ormai mi muovevo con scioltezza, armonizzavo tutti i movimenti senza sforzo; quando non
riuscivo immediatamente, un ordine mentale risolveva qualunque problema.
Nelle sere successive osai di più; mi allontanai dalla stanza da letto, andai in cucina,
guardai dentro gli armadi, vedevo tutto come nella quotidianità. Solo gli oggetti, osservati
da quella dimensione, mi stupirono poiché la luce che li avvolgeva cambiava. Dipendeva dal
materiale: se l’oggetto era naturale, pietra, argento o rame, il brillare e il pulsare erano
vivaci; se di materiale plastico l’opacità prevaleva. Era bellissimo scoprire tutto ciò, ma la
cosa che veramente mi colpì fu quando scoprii che tutto quanto ci circonda non è solido;
infatti, quanto io superficialmente credevo pulsare, era un movimento continuo che,
razionalmente ed elementarmente, potrei definire di “elettroni”.
Era piacevole indugiare su tutti quei particolari; non c’era una mente disturbata da pensieri
negativi, tutta l’attenzione poteva essere dedicata alla scoperta di verità sublimi. In quella
dimensione credere realmente all’esistenza di Esseri Superiori è spontaneo; capivo anche,
senza fare della facile filosofia, che tutto è troppo assoluto, che la nostra presenza fisica ha
un preciso significato, che il nostro esistere non è casuale.
Continuavo ad esercitarmi e tutte le sere aggiungevo un pezzo al mio programma di studio.
I miei figli, durante il sonno, assumevano colori più tenui, che variavano continuamente.
Infatti, durante quella che presumo sia la “fase Rem”, dalla nuca alla fronte bagliori
intermittenti si amplificavano per una lunghezza di diversi centimetri; un tempo che non ero
capace a quantificare e la luce ritornava nella norma. Ecco, era il tempo la vera incognita;
certe sere avevo l’impressione di vagare per ore, in altre tutto sì esauriva in una manciata
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di secondi. Eppure il tempo a mia disposizione non variava mai, la mia media sonno
era di quattro ore per notte.
Un’altra bell’emozione fu quando scoprii i “suoni”. Non avevo mai fatto caso al ronzio che
accompagnava ogni mia uscita. Una sera contemplavo quasi ipnotizzato le lancette
fosforescenti di una sveglia, meravigliose per la gamma di colori che trasmettevano,
quando mi accorsi che non sentivo il classico rumore del tic- tac, ma percepivo un suono
indecifrabile. Diedi ordine al mio inconscio di mettere in evidenza, amplificandolo, il rumore
di sottofondo. Una nota delicata esplose dentro di me, potevo paragonarla ad un suono di
viola, continua, dolce, appagante. Un’altra gioia si aggiungeva al mio bagaglio,
Mi sentivo un bambino con la consapevolezza di un adulto.
Scesi in cortile, volevo vedere il mio cane. Mi avvertì immediatamente, si svegliò ed
assunse subito l’espressione corrugata di quando deve capire un ordine; si guardava
attorno circospetto, più con curiosità che con paura. Provai a mandargli un ordine mentale
di rilassamento e subito si coricò; lo chiamai mentalmente per nome e si rialzò
immediatamente. Era un’altra bella scoperta. La sensibilità degli animali, forse perché non
viziata dalla razionalità, è concretamente notevole.

Era bello avere due vite autonome contemporaneamente, era come vivere due volte.
Benché separate, l’una compensava, anzi, saturava l’altra; era realmente cambiato il mio
carattere. Davo, ancora con tanti limiti, il giusto peso alle cose, mi arrabbiavo di meno;
pensavo all’uguaglianza e alla pariteticità, che in un mondo esisteva e nell’altro, per cattiva
volontà di pochi, creava danni, ingiustizie e disastri.
Una notte, sulla terrazza di casa, ampia, protetta da una vite d’uva fragola, stavo provando
i movimenti di un “LU”, una forma di Tai Chi Quan. Il corpo astrale non aveva bisogno di
memoria; non era come nella quotidianità, dove il corpo perde il ritmo rallentato dalla
mente. Immaginai che la condizione del corpo astrale corrispondesse, fatte le debite
proporzioni, allo stato di estasi “SHEN” che alcuni maestri di Tai Chi realizzano.
Mi accorsi di non essere solo. Il Traduttore mi osservava con un sorriso dolcissimo. Era la
prima volta che lo vedevo in uno spazio aperto: la sua figura sembrava consistente, anche il
suo abito sotto il cielo stellato irradiava luce; mi parlò dell’universo, mi rivelò d’altre razze
coesistenti sulla terra, d’altre dimensioni, di energie terribili. Non mi spaventai,
inconsciamente sapevo tutto; semplicemente le Sue parole aprivano il sipario di un’opera
già vista.

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Ogni Sua parola era una goccia di conoscenza; sentivo dentro di me un amore
infinito verso quell’immagine, come se da sempre mi avesse protetto e tutelato.
Anche la quotidianità apportava modifiche alla mia vita. Quando mi concentravo su una
persona, anche lontana, mi mostravo capace di capirne lo stato di salute, la sincerità, la
buona fede e il senso morale.
Purtroppo la mia difficoltà era di fare finta di niente; non si presentava giusto da parte mia
usare queste capacità per uso personale, quindi, consapevole delle fregature, abbozzavo e
subivo.
La cosa più terribile (ho ovviato a tutto ciò, impedendomi di “vedere” i miei cari e i
conoscenti) era distinguere lo stato di salute di tutte le persone che incontravo. Già il lavoro
mi obbligava a frequentare luoghi di dolore e di malattia e, se all’inizio, curioso, valutavo
dai colori e dalla luce i vari stadi patologici, il vederne materialmente l’effetto sul corpo mi
creava un dolore non solo fisico. Vedevo anche lo scambio d’energia fra un soggetto e
l’altro; il più debole rubava tangibilmente all’altro, c’era un’immediata metamorfosi
energetica.
Mi divertivo, in verità con un po’ di cattiveria, durante le conferenze dei vari “Maestri”.
Sentivo cose sublimi da personaggi neri come il carbone, privi completamente di energia
positiva, ma la cui capacità dialettica creava attese in persone bisognose ed estremamente
plagiabili. Ecco, quei personaggi m’irritavano per il male che facevano ai deboli, mi divertivo
così a confonderli mandando pruriti, tic, confusione mentale. Non ho mai avuto sensi di
colpa per tutto questo.
Naturalmente il Traduttore non era d’accordo per niente. Sosteneva che qualunque evento
succeda durante la nostra vita è una scelta; il mancare quest’arbitrio significa mancare ad
un impegno preso e, finché l’impegno non è esaurito, ripeterà indeterminatamente il
perpetuarsi. Disse anche che, generalmente, sono le comodità terrene che rallentano la
nostra evoluzione; preferiamo una situazione effimera alla conoscenza. Affermò che la
generazione attuale ossia “atlantidea” è più evoluta anche tecnologicamente, e l’impulso
che darà sarà caratteristico per le future reincarnazioni.
Chiesi se era possibile vedere tutto questo. Mi rispose affermativamente, ma prima avrei
dovuto sviluppare altri compiti. Sostenne che non potevo lavorare da solo, il sodalizio ideale
era con Padre C.
Non rimasi stupito dell’affermazione del Traduttore, anzi, quando mi parlò di Padre C fui
felice; era l’unico Maestro terreno che avevo avuto la fortuna di incontrare, realizzando
immediatamente l’importanza del personaggio ancora prima di conoscerlo.
Così, fu naturale per me chiedere a Padre C. la collaborazione e l’aiuto per proseguire nella
mia ricerca.

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Non gli chiesi neppure se era avvezzo alla trasmigrazione, lo davo per scontato.
Tutto di Lui esprimeva una capacità sopra le righe; anche durante i Suoi seminari non
sentiva la necessità di parlare della Sua religione, la Sua forza era quella.
Arrivava da un’esperienza ventennale in India. Con dei confratelli “Guru” là imparò tecniche
di respirazione, di rilassamento ed altro che, per modestia, non menzionò mai. Ritornato in
Italia, in un periodo in cui tutti i giovani andavano in Oriente, decise di aprire la Sua scuola,
affermando che l’India come tutte le ricerche sono dentro di noi, quindi era un Suo dovere
divulgare la Sua esperienza nel nostro Paese.
Aveva, dopo il Suo ritorno dall’India, mantenuto le stesse abitudini, la medesima disciplina
che praticava laggiù. Vegetariano effettivo, dormiva in terra, praticava lavaggi nasali
quotidiani, spugnature fredde e altre amenità che proponeva ai suoi allievi, naturalmente
mandandoli in panico.
Non fu assolutamente stupito della mia richiesta, semplicemente rispose di sì.
Decidemmo la data e l’ora e iniziammo.
Trovai tremendamente difficile questo compito. Ero abituato ad uscite casalinghe, nel mio
elemento, tranquillo e sicuro poiché il corpo fisico era a pochi metri di distanza; ero un po’
timoroso nell’allontanarmi tanto e fu proprio la paura che rallentò il mio agire.
Alla prima uscita diedi l’ordine mentale di trovarmi immediatamente nell’Abbazia e
naturalmente non successe. Mi trovai in un luogo che percepivo conoscere, ma che in quel
momento non realizzai. Era una montagna brulla, una lunga teoria di bandiere circondava
delle costruzioni in pietra, ferveva movimento e vita, persone vestite in modo sgargiante
accudivano ai lavori, alcune capre pascolavano in gruppo; mi parve un ambiente antico,
sicuramente non attuale.
Ordinai al mio corpo di avvicinarsi. Solo gli animali interruppero momentaneamente i loro
movimenti; alcune donne raccoglievano letame, tante abitazioni erano in tela, sembrava un
campeggio mal ridotto o di fortuna.- Povera gente – pensai. I loro attrezzi erano
rudimentali, i fuochi sembravano i nostri falò nella notte di S.Giovanni; la differenza era che
loro li usavano per la cottura di strani alimenti.
Sentii dentro di me un sentimento profondo. L’amore verso quella gente e il luogo cresceva
progressivamente generandomi una struggenza infinita. La nostalgia prese il sopravvento
sull’attenzione; persi immediatamente contatto, mi ritrovai nel corpo fisico.
Stavo malissimo e avevo voglia di piangere, ma non per avere fallito il mio compito. Era
come se la malinconia non fosse solo spirituale, ma fisica.
Padre C mi rincuorò e, pacato, mi disse che non era importante perdere qualche
appuntamento. Era importante dare retta alle proprie esigenze, poiché non ero capitato per
caso in quel posto. Fui contento della risposta, ma ero altrettanto convinto che non avesse
detto tutto.
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Quello stesso giorno andai all’Abbazia in macchina; volevo fissare nella mente
almeno geograficamente la strada. Percorsi lentamente il tragitto; per lavoro era una strada
che percorrevo una volta il mese. Analizzai ogni punto di riferimento con cura, un cartografo
non avrebbe potuto fare meglio, ogni pilone votivo era impresso nella mia mente,
Alla sera, non particolarmente agitato, mi predisposi al rilassamento.
L’uscire dal corpo fisico era ormai relativamente semplice. Prima di ordinarmi la partenza
uscii sulla terrazza e guardai la direzione prescelta. Guardando in alto vidi altri corpi astrali
che, come aquiloni, passavano leggeri in tutte le direzioni; uno spettacolo fantasmagorico,
erano una moltitudine.
Mentalmente impartii l’ordine e mi trovai…in un’enorme grotta, gigantesca, internamente
senza asperità, solo una piccola parte sul terreno concava, come fosse stata usata da
giaciglio. Fuori un piccolo ruscello scorreva abbastanza veloce; l’asperità del terreno non
permetteva sicuramente alla vegetazione di crescere, solo piccoli arbusti rachitici erano
sparsi come ventaglio attorno alla grotta.
Rientrai all’interno. Sentivo la misticità del posto, ma non capivo il perché; non c’era
assolutamente nulla che potesse ricordare un luogo di culto. Mi venne istintivo sedermi in
quella piccola conca nella posizione del loto. Ci fu un’esplosione d’immagini dentro di me:
persone che guardavano nella mia direzione, piccoli e grandi insetti che correvano veloci in
tutte le direzioni, sangue che scorreva sul mio corpo. Fu troppo. Un’apprensione totale mi
avvolse; m’intesi risucchiare e rientrai nel mio corpo. Ero arrabbiato, non riuscivo a calmare
sensazioni che sul corpo astrale non avrebbero dovuto incidere. In quella condizione ero
immune da ogni pericolo, cosa avevo da temere?
- Tutto quanto hai visto, fa parte del tuo vissuto- rispose il Traduttore alla mia domanda- ti
spiegherò quando sarà il momento. Energie più forti della volontà vogliono farti capire, sono
forze tue; fino a quando non riuscirai a controllarle prenderanno il sopravvento sul tuo io. E’
come nel tempo in cui non riuscivi a gestire i tuoi sogni.
- Adesso vieni con me.- Mi sfiorò e mi trovai nell’Abbazia.
Vidi il corpo astrale di Padre C. Enorme, si stagliava davanti ad un altare. Ci avvicinammo e
lui sorrise, maestoso; il Traduttore svanì. Padre C mi fece cenno di seguirlo. Andammo a
vedere i nostri punti di riferimento: appariva tutto diverso, ogni arredo sacro lampeggiava
di luce viola, anche la volta e i dipinti murari brillavano, l’atmosfera era rarefatta, satura
d’energia, un suono in sottofondo rammentava il mormorio di milioni di preghiere. Capii che
ero in un luogo di potere. L’energia era palpabile anche in quella dimensione, concretai che
una forza così potente poteva spostare le montagne. Era un’energia creata da preghiere,
suppliche, speranze, amore, disperazione, la gamma di tutti i sentimenti umani raccolta,
concentrata in centinaia d’anni; sì, sicuramente era superiore alla bomba atomica.

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Padre C si avvicinò a me e con voce dolce mi parlò: - Sapevo chi eri e sapevo chi sei
stato; era naturale che ci ritrovassimo. Il mio compito è di aiutarti sul piano fisico e quindi
avevo cognizione che ti saresti rivolto a me. Dà retta sempre al tuo istinto, non siamo in
molti e ci troverai tutti. Il mio parlare in questa dimensione è diverso nei significati, quindi
nella vita fisica dovrai faticare per capire.
Adesso siediti nella posizione del loto e porgimi le mani.- “Vidi” l’Abbazia in costruzione,
piccola chiesa di campagna, con alcuni uomini che eseguivano lavori di muratura,
rompevano con degli strani martelli pietre enormi che incastravano con abilità creando muri
larghissimi, fiumane di gente e animali che lavoravano attorno alla costruzione che
s’ingrandiva, fagocitando le casupole attorno, soldati a cavallo con vessilli colorati e strane
armature che razziavano e distruggevano, la ricostruzione della chiesa, centinaia di persone
che pregavano e cantavano, una solenne cerimonia gestita da un prete in pompa magna,
battesimi, unioni, funerali, bimbi che giocavano festosi; altre distruzioni, ricostruzioni,
ristrutturazioni e ancora cerimonie. Ero sbalordito. In pochi attimi ero diventato testimone e
memoria storica di una delle più belle chiese d’Italia.
Era un viaggio “ akasico” quanto mi aveva fatto vivere padre C, finora, come da letture,
effettuato solamente da alcuni Monaci tibetani. Ero estasiato.
L’indomani telefonai a Padre C e chiesi se era realmente successo; mi rispose
imperturbabile di sì.
Non stavo più nella pelle. Mi rendevo conto dell’eccezionalità dell’evento, aspettavo con
ansia la notte per girovagare, per apprendere, per capire,
Non riuscivo, da solo non riuscivo. Chiesi aiuto al Traduttore che mi spiegò: - Un freno ai
tuoi desideri è il coinvolgimento emotivo. In ogni ricerca filosofica, spirituale, esoterica non
deve esserci un interesse personale, deve prevalere la curiosità astratta. Il distacco è
obbligatorio; tanti Maestri hanno perso la capacità per motivi personali, per potere, per
denaro, per vendetta e tu, su quest’argomento, sei piuttosto preparato.
N’approfittai: - Dimmi qualcosa!-Vedi, non hai capito niente. - rispose sorridendo- già lo
dissi: quando sarà il momento lo saprai e il momento sarà quando non t’interesserà più.

Padre C mi chiamò al telefono alcuni giorni dopo: “ Devo farti conoscere due amici, vieni a
trovarmi questa sera?” Naturalmente la mia risposta fu affermativa e puntuale la sera mi
presentai.
- Ti presento P e V- mi disse- sono due amici molto speciali; questa sera facciamo
un’esperienza molto particolare.
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Dopo una breve conversazione Padre C accompagnò tutti e tre in una camera
scarsamente arredata ma accogliente, accese una candela bianca e spense la luce centrale.
”Mettiamoci in cerchio su questo tappeto, ognuno inizia la propria meditazione. Al mio
ordine, agganciate le mani in questo modo, ognuno entra nel ritmo espiratorio dell’altro e
vediamo cosa succede”.
Ci accomodammo. Ero tra Padre C e V, mi sentivo un po’ a disagio. Solo nelle catene
medianiche lavoravo in gruppo, c’era però un rapporto diverso fra i membri, un’amicizia di
vecchia data e uno spirito di gruppo differente.
Iniziammo, ognuno con il proprio sistema di rilassamento e di meditazione. Nonostante le
mie paure mi rilassai immediatamente e in pochi minuti arrivai nel mio rifugio segreto. Ero
stato velocissimo; il mio corpo aveva immediatamente percepito la positività del gruppo. Mi
ero accomodato e mi stavo perdendo in una valle bellissima, quando una voce stentorea
iniziò con ritmo lento una nenia indiana; fu un attimo, mi sentii leggero, concatenai le mani
come ordinò Padre C e una corrente moderata mi avvolse.
Mi guardai attorno. Era una camera spaziosa e numerose persone erano accanto ad un
letto. I miei tre compagni di viaggio, anch’essi attorno al letto, ponevano l’attenzione ad un
corpo disteso. Non avevano assolutamente nulla in comune con quella gente, il loro corpo
era quasi il doppio, sembravano dei fari potentissimi a confronto con delle lucciole. C’era
concitazione e confusione in quella camera. Qualcosa di strano mi colpì; già in passato
avevo avuto, anche se in forma ridotta, quella sensazione, quando morì un mio amico. Era
l’odore della morte.
Mi avvicinai e guardai il volto. Era un bel viso sereno, non soffriva, ma dal suo corpo la luce
si attenuava progressivamente. Mi stupii del mio comportamento e non ebbi reazioni nel
vedere che, mentre il corpo fisico del degente si spegneva, contemporaneamente “nasceva”
il suo corpo astrale. Allorquando il distacco astrale fu completo, nella camera successe il
finimondo. Tutti abbracciavano il corpo fisico, si percepiva il dolore dei presenti; intanto il
corpo astrale si avvicinava a noi luminosissimo, con atteggiamento amoroso.
C’era comunione fra Padre C e quel signore, sicuramente un affetto profondo; erano
ambedue felici. Successe ancora un episodio che mi commosse: un bambino lacrimante
vicino al letto, quel signore lo chiamò e il bambino si avvicinò a noi smettendo di piangere.
La stessa corrente mite e ci ritrovammo nella camera di Padre C. Passarono alcuni minuti
prima che riprendessi completamente lucidità. Ero stanchissimo, forse la posizione Yoga;
ero abituato da sempre ad esercitare da disteso e il mio corpo inattivo si lamentava.
Padre C, commosso, ringraziò tutti quanti, sostenendo che da solo non sarebbe riuscito;
chiese scusa della Sua manifestazione di dolore e aggiunse anche che quel Suo caro amico
aveva ora la possibilità di vederlo più di prima.
Ci accomiatammo con molta simpatia.
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Ero felice. Durante il ritorno a casa pensai a tutto quanto era successo, non mi
capacitavo di essere così fortunato.
Il sogno di quella notte fu violento e mi rivelò integralmente l’accaduto. Era stata una
manovra di Padre C a favorire l’uscita del corpo astrale da quello fisico. Rivivendo nel sogno
l’accaduto ricordai la manovra eseguita. Padre C e V avevano come lacerato l’addome, e
quell’apertura aveva permesso al corpo astrale di uscire. Si era materializzato come un
fuoco improvviso e contemporaneamente aveva preso forma; all’istante il corpo fisico si era
accartocciato con un movimento rotatorio laterale e si era spento. Così è dunque la morte?
Eravamo tutti aiutati?

L’indomani non avevo voglia di lavorare e gironzolavo per la mia città in prossimità del
Santuario cittadino. Erano anni che non lo frequentavo; andavo sempre a chiedere la grazia
per la promozione e, in effetti, alla fine dell’anno scolastico era frequentatissimo dalla
maggioranza degli studenti. Solitamente mi avvicinavo al corpo perfetto e integro del Beato,
deponevo un bigliettino di supplica, sperando di essere esaudito; generalmente, non
accadeva mai.
Un altro esempio di supplica era di genere amoroso e per quel motivo il Santuario era
quotidianamente super affollato.
Rimasi stupito e nello stesso tempo felice che fosse semivuoto; una vecchietta in prima fila
assorta in una preghiera, un operaio che intonacava senza fare rumore una parete, un frate
claudicante che adornava con fiori l’Altare. Non ho mai frequentato molto le Chiese, ma
questa era la preferita.
Ritrovai immediatamente la stessa atmosfera di quand’ero ragazzo, fu normale
inginocchiarmi e porre l’attenzione all’Altare principale. Un fuoco enorme divampò
all’istante, non capii immediatamente che era la luce delle candele, accese come offerta, a
brillare con tanta vivacità; era razionalmente impossibile credere a tanta folgore. Uno
strano gioco di luci iniziò, sembrava gestito da mani invisibili con un alto senso
coreografico. Il Crocefisso si allungò all’infinito, l’Altare si dilatò a dismisura; non captavo
più la presenza umana, mi sentivo "unico”, in un mondo fantastico, mi sembrava di essere
in un quadro di Dalì.
“Sono sempre io, con i calzoncini corti e, mi secca un po’ ammetterlo, con una tremenda
faccia da schiaffi. Sono davanti al Beato; dentro ho un turbinio di sensazioni contrastanti.
Sto chiedendo un piacere al quale sono il primo a non credere, consapevole delle mie
capacità scolastiche, ma, essere davanti al corpo immutabile del Beato mi dà conforto, mi
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prepara alla rassegnazione dell’inevitabile, non avrò il rimpianto di dire: - Non le ho
provate tutte. - La figura del Beato è accanto a me, la Sua mano appoggiata sulla mia
spalla è lieve, il Suo sorriso sereno, gli occhi pieni di comprensione: -Tutto passa, voglio
bene a tutti voi-.
La mia emozione fu turbata da un rumore improvviso, gli occhi gonfi di lacrime, il
rammarico di non avere “visto” allora, o di non aver capito. L’ambiente era immutato, il
frate stava terminando l’addobbo floreale, il muratore ritirava gli attrezzi e l’anziana signora
si era allontanata rumorosamente dall’inginocchiatoio. Mi alzai e mi diressi alla cripta del
Beato: non era cambiato nulla, forse solo l’abito era un po’ scolorito, numerosi bigliettini e
fotografie circondavano la teca. Tutto come sempre. Guardai il Beato con attenzione,
mentalmente lo salutai, sentii rimbombare dentro di me: -Voglio bene a tutti voi-.
Intanto, nella consuetudine, i giorni scorrevano normalmente. Quando avevo tempo da
perdere, mi divertivo nel “contemplare” la gente. Socchiudendo in un modo particolare gli
occhi, ottenevo un modo di “vedere senza guardare”, o meglio, guardavo il globale senza
soffermarmi sui particolari. Vedevo con quel sistema il corpo eterico di tutte le cose che mi
circondavano: gli alberi manifestavano un’energia esagerata alla base, i cani al centro della
schiena, le strutture in muratura presentavano una pellicola esile di luminescenza. Alcune
persone, in assoluto stato di benessere, mostravano fonti luminose su tutta la colonna
dorsale; altri, coni di luce dalla nuca, altissimi; alcuni, per fortuna pochi, erano opachi. Più
erano illuminati, maggiormente erano evoluti.

Un venerdì sera, dietro insistenza d’alcuni amici, andai ad una conferenza sul Tibet. Non ero
particolarmente entusiasta. Per capire quanto diceva il Lama bisognava aspettare il giro di
due traduttori; avevo però internamente la curiosità di confrontare il “mio” Traduttore con il
Monaco Buddista. La conferenza durò due ore, il dibattito finale portò la serata a
mezzanotte; mi ero annoiato, anche perché la traduzione dal tibetano al francese era
confusa e dispersiva. Sicuramente la luminosità del Lama era esagerata. Infatti, tutta la mia
attenzione era stata dedicata ad iperscrutare a livello energetico l’oratore, potevo
sovrapporre la Sua energia a quella di Padre C.
All’uscita avevo anticipato tutto il pubblico nel risalire all’atrio; ero in un angolo nell’attesa
dei miei amici, quando sbucò per primo il Monaco. Gli sorrisi e Lui istantaneamente
s’inginocchiò davanti a me, baciandomi la mano; ero imbarazzato, cercai con garbo di
alzarlo in piedi, non capivo assolutamente quanto diceva. Per fortuna arrivò il Suo
assistente, parlò con il Monaco e si allontanò; ritornò dopo pochi minuti, durante i quali il
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mio imbarazzo era alle stelle, anche perché il Monaco mi teneva la mano e
appoggiava la testa su di me. L’assistente traduttore mi porse tre dispense tradotte in
italiano, dicendomi: -Il Maestro saluta il suo fratello maggiore -. Il Lama mi baciò e si
allontanò salutandomi con le mani giunte.
I miei amici mi presero in giro per tutto il viaggio di ritorno. Io ero senza parole, non avevo
mai sentito un particolare trasporto per il Tibet. Sì, alcune letture mi avevano affascinato
così come tutti i libri di saggezza, ma non ero andato oltre.
Arrivato a casa, mi posi davanti alla televisione, distratto e svogliato; girando sui canali fui
attratto dai titoli di un film della Cavani, personaggio che ammiro tantissimo. Il
lungometraggio era stranissimo, in parte collocato negli anni 60, in parte nel 1100. Fui
immediatamente attratto dal paesaggio; mi ricordò immediatamente uno dei primi viaggi
astrali, i vestiti, i colori, l’ambiente di lavoro. Non riuscii a terminare il film. Ansia tremenda,
nostalgia, malinconia, rimpianto, tutta la gamma dei sentimenti d’amore mi colse. Questo
film, che raccontava in chiave fantastica la vita di Milarepa, mi turbò al parossismo.
Chiesi spiegazioni al Traduttore. Lo smarrimento sviluppato da quelle visioni aveva creato in
me una sensazione di dejà vu, i ricordi rimbalzavano da quell’ambiente all’attuale, non
riuscivo a ricordare nulla, solo flash come fotografie, immobili e mute. Sapevo di essere ad
un passo da una rivelazione che avrebbe sconvolto la mia vita, coglievo un cambiamento
irreversibile.
“ Ora è il momento di capire, un attimo prima il sapere avrebbe creato
un’alterazione alla tua evoluzione, uno scompenso energetico che avrebbe
azzerato la stabilità; la vanità ti avrebbe annullato. Sinora la tua saldezza era
precaria, l’ira, la vendetta, l’ambizione, l’egoismo, fuori dei canoni normali di
tolleranza, avrebbero revocato il tutto”.
“Il mio nome è Marpa, vendevo la magia, girovagavo continuamente per
apprendere. Tu mi pagasti con l’ubbidienza; com’era difficile per me insegnare al
mio maestro, amarlo e maltrattarlo. Questo era il mio compito di allora.
Mi chiamavano il Traduttore, pagavano con turchesi e cristalli i miei insegnamenti;
insegnavo solamente la magia bianca, ero famoso e avevo numerosi discepoli. Tu
a quell’epoca eri roso dal rimorso, avevi distrutto un intero villaggio per vendicare
un’offesa fatta alla tua famiglia; dedicasti tutta la gioventù e i tuoi averi per dare
soddisfazione a tua madre. Non ti bastò il resto della vita per pentirtene.
Misi a dura prova la tua pazienza e la tua tenacia. Io ti offendevo, la mia dolce
sposa ti aiutava; versai lacrime per le tue sofferenze, ma così era scritto. Vedevo
la tua grandezza interiore, il tuo destino e ti obbligavo a costruire stupa che poi
distruggevo; avrei baciato le tue piaghe e mi mostravo arrogante. Che compito
ingrato per tutti noi ”.
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Le Sue parole mi portarono indietro nel tempo; non mettevo a fuoco né i luoghi né i
particolari, solo il Maestro Marpa, seduto, circondato da giovani, la Sua voce stentorea che
inculcava il sapere.
Dentro di me nacque il desiderio di rivivere quel periodo e vi andai.
“Ero un bambino felice, ricco di vizi. Accudito da mia sorella giocavo spensierato con altri
bambini. Il villaggio, ben amministrato da mio padre, dava abbondanza e benessere a tutti
quanti; un numero imprecisato di zii e cugini rispettavano con affetto la mia famiglia. Fu la
morte di mio padre che alterò in modo definitivo il buon vivere del villaggio. I suoi fratelli,
con l’inganno, derubarono completamente il mio nucleo familiare, concedendoci di vivere
con la loro carità.
Le maledizioni di mia madre accompagnarono la mia adolescenza. Mi sviluppai così con il
desiderio di vendicare i torti subiti; solo mia sorella era immune e assente agli stimoli
materni e solo Lei ancora mi dedicava amore.
Con i cristalli, i turchesi e le stoffe, risparmi di una vita, mia madre attese l’età giusta per
mandarmi da un “mago”. Il suo unico sogno era che io diventassi tanto potente da poter
ristabilire la giustizia.
Fu un apprendistato tremendo. In quel periodo non c’era un senso morale che creasse le
differenze fra bene e male, semplicemente non si era giudicati. Imparai tutte le formule
magiche per distruggere messi, agire sulla grandine, sui venti e su tutte le altre forze della
natura, recitavo mantra di morte.
Arrivò il giorno e scaricai tutta la potenza accumulata sul mio villaggio.
Il pentimento mi colse subito superando l’arroganza del gesto, corsi a casa e non trovai più
nulla.
Impazzii dal dolore, girovagai per mesi, senza dormire; il rimorso mi travagliava, chiedevo
pietà dei delitti commessi, cercavo di espiare mortificando tutto me stesso. Mi dedicai
all’immobilità della meditazione. Passai anni, nudo, denutrito, pentito, dentro una grotta a
chiedere perdono.
Tutto questo fu frainteso; incominciarono a definirmi “santo” e iniziarono i pellegrinaggi,
proprio da me, il peggiore dei peccatori.
Fui il figlio prediletto di Marpa il Traduttore, che trasformò la mia ottusità in “fede”.
Mai un ritorno nel mio corpo fisico fu così difficile. Non avevo desiderio di rientrare;
malgrado non trovassi nessuna rassomiglianza con Milarepa, “sentivo” un’affinità totale. Gli
stati d’animo, le sofferenze mi coinvolgevano nel profondo.

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- Tutto questo, a cosa serve?-
Padre C mi guardò a lungo. Sembrava imbarazzato ed incominciò a parlare: - E’ un
apprendistato obbligatorio, dovevi avere consapevolezza delle tue capacità. Avresti potuto
anche fallire. In questo caso o avresti dimenticato tutto con il nostro aiuto o, visto che sei
potente, saresti impazzito.
Tutto questo fa parte di un programma universale. Siamo talmente piccoli e ignoranti che la
nostra visione è limitata alla punta del naso; dobbiamo creare gruppi d’energia capaci di
accertare e mantenere sotto controllo il rapporto con le altre forze contrarie. Sono
veramente molti coloro che amano i mali e non tutti ne sono consapevoli. Cattiva
educazione, cattivi esempi, edonismo, denaro, violenza; come fanno a distinguere il nero
dal bianco?
Eliminare le disparità sociali, non a livello politico, come ci si è sempre illusi, ma agendo
mandando pensieri ragionevoli a popolazioni intere, controllare mentalmente i capi di stato,
dare loro l’illusione che certe decisioni sensate sono dettate dal loro senso morale. Poi si
prendano i meriti, ma migliorino la qualità di vita di tutto il mondo.
Noi, e quando dico noi intendo il gruppo di controllo dell’intera umanità, dobbiamo frenare
quel tipo d’ambizioni. Quando un capo di stato sbaglia senza compromettere il suo popolo,
sono affari che non ci riguardano, pagherà con la sua regressione evolutiva; sono gli indifesi
che dobbiamo tutelare.
Ora tu, per essere ammesso, devi riuscire, se in difficoltà, a tirare fuori tutto il sapere di
allora, sia il bianco sia il nero; la posta in gioco è l’umanità. Ricorda, si deve mantenere
l’equilibrio.
Ero perplesso, pensavo che queste trame fantascientifiche esistessero al cinema, i cavalieri
della tavola rotonda, i sette samurai ecc.
-Allora il famoso “libero arbitrio”?-
Sereno, Padre C rispose: - Il libero arbitrio riguarda l’individualità. La collettività non deve
essere coinvolta dalla pazzia di pochi individui e, in ogni caso, tale squilibrio tante volte è
gestito da forze superiori, quelle energie che dobbiamo contrapporre; tanto tempo fa, la
Chiesa era delegata a ciò, poi ha perso la via.-
Stavo comprendendo che tutto quanto aveva un senso, il frequentare Padre C, i mutamenti
energetici, il vedere, il rammentare una lontana vita, il riappropriarsi della potenza passata.
Marpa quella notte mi lesse dentro e anche Lui mi confortò:
“Alcuni lo sanno per conoscenza, per induzione e intuizione. La luce non ha
bisogno di forme, né di concetti, essendo unica per ognuna. Luce è immediatezza
ed è anche suono; il cieco non può percepirla, né il sordo udire. Esistono i moti e
anche i mondi, ognuno di voi è un mondo nella correlazione con il macrocosmo,
ogni coscienza è un mondo.
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Attraverso la parola, quando essa è energia vivente perché è calata la
neutralità, la benevolenza oppure una condizione d’amore, nel sacrificare
misticismo, può introdursi là dove non ci sono aperture, perché corrode, strappa,
fora, colpisce; allora non è la semantica di essa, ma la potenza, che del decretista
attraverso l’apertura del chakra della laringe può anche dar luce ad un cieco, la
musica ad un sordo, esporsi, essere veduto.
Quando avrai a comprendere questo non intellettivamente, ma con gli arti della
coscienza, avrai anche a stringere nelle mani quel potere; ma la sapienza che ti
coglierà come una folgore ti farà star prudente, perché hai della conoscenza, ma
anche la visione delle cause. Allora lascerai il volgo nel porcile, il saggio nascosto
e il profeta ad amare l’umanità per il fatto che gli sta lontano”.
Quantunque ermetico, per osmosi penetrò dentro di me.

Non sentii Padre C per alcune settimane. Era sicuramente un metodo per farmi riflettere. I
miei pensieri non avevano tregua, ero ben conscio di quanto fosse potente l’energia, ma in
queste esperienze ero stato guidato in una sola direzione, il “bene”. Ora Marpa e Padre C mi
prospettavano scontri con forze contrarie; non mi sentivo per nulla tranquillo.
Erano le notti. I miei pensieri vagavano ancor più del corpo astrale. Per fortuna avevo
superato l’obbligo della meditazione. Conducevo a termine i viaggi astrali in modo naturale;
bastavano pochi minuti e il silenzio per andare dove desideravo. Semplicemente portavo il
pensiero su un argomento o un luogo e immediatamente ero accontentato. Il mondo astrale
è frequentatissimo. Miriadi di corpi luminosi vagano per l’universo, in altre epoche, in altri
mondi. Già ero capace di distinguere i corpi astrali coscienti, in pratica quelli che poi
mantenevano memoria, da tutti gli altri, quelli che hanno un’evoluzione indipendente dal
corpo fisico.
Vidi popoli scomparsi da millenni con abitudini aberranti, animali che neppure la fantasia più
vivace immaginerebbe, foreste vive sature di potere, luoghi inimmaginabili come cultura e
tecnologia, altri popoli, altre razze, altre dimensioni.
Capii che era questo il mezzo con cui grandi artisti, scienziati, geni, inventori riuscirono a
concepire opere d’arte inarrivabili, attrezzi, musiche, intuizioni indispensabili all’umanità;
erano persone che attingevano, volontariamente o non, dall’astrale.
Intanto sentivo che queste esperienze mi fortificavano. Non avevo paura, riuscivo a
ritornare nei luoghi a me più congeniali, non avevo ritorni bruschi nel corpo fisico e riuscivo
a pianificare i tempi.
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La quotidianità era serena e gradevole. Miglioravo anche nelle sensazioni fisiche,
sentivo il “chi” circolare, visualizzavo il respiro e i miei punti energetici, “curavo” gli amici
con facilità poiché “vedevo”.
Mi cercò Padre C: “Devi regalarmi due giorni per un lavoro importante; porta solo il minimo
indispensabile, penso io a tutto”.
L’appuntamento era nell’entroterra ligure, un’ex colonia, modesta, di proprietà ecclesiastica
e utilizzata per le vacanze estive.
La trovai con facilità, come fossi guidato. Erano le sette del mattino. I colori si ravvivavano
d’attimo in attimo, un sole affatto timido stava prendendo possesso con esuberanza del
giardino. Riscontrai subito un’energia di potere, potenza pura, sentii una carica particolare
invadermi e immediatamente la necessità di muovermi.
Ripassai tutte le forme di Tai Chi Quan con un abbandono assoluto. Gli arti erano
indipendenti, avevo la sensazione di levitare; terminati i “lu” iniziai strani movimenti con le
mani e, contemporaneamente, una strana litania esplodeva dentro il mio stomaco. Erano
“mantra” che fuoriuscivano dalla mia gola, liberi, autonomi, sotto forma di canto.
Durò qualche minuto. Spossato, mi abbandonai sui gradini della casa.
Arrivò Padre C con quattro persone. P e V salutarono affettuosamente, mi presentarono la
signora N e il dr. R. Che emozione, il dr. R è conosciuto in tutto il mondo per le Sue
capacità; sicuramente unico nelle Sue manifestazioni extra sensoriali. Fui onorato di
conoscerlo anche se, quando leggevo i suoi articoli o quando lo intervistavano, la
sensazione di conoscerlo era naturale.
Il dr R mi stupì immediatamente: “Quanto pensi è vero”.
L’interno della casa era confortevole. Padre C accompagnò ognuno di noi nella propria
camera, c’indicò la cucina e concordò l’appuntamento per la colazione.
Riuniti, non affrontammo l’argomento della nostra presenza, ma era tangibile che le nostre
energie entravano in comunione. Sentivo di conoscere da sempre tutto il gruppo; non era
un affetto solo terreno, era universale. La donna emanava una forza estrema, sicuramente
superiore a tutti quanti noi. Rammentai d’averla vista durante i seminari di Padre C, non
come allieva, piuttosto come coordinatrice; poi un lampo mi lacerò i limiti fisici: era sempre
presente durante i miei viaggi astrali.
Dopo colazione Padre C divenne particolarmente serio. Disse che dovevamo prepararci per
la sera ad un compito estremamente difficile; ognuno di noi doveva prepararsi secondo le
proprie caratteristiche a potenziare le specifiche capacità.
Ci dividemmo. Andai in un angolo del giardino e iniziai il mio rilassamento. Con facilità,
anche perché il luogo predisponeva, uscii dal corpo fisico senza una meta; ero convinto che
tutto quanto era già stabilito, il mio astrale sapeva cosa fare.

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“Ero in un deserto. Il suono di un uccello lontano accompagnava la mia meditazione,
un ragno gigantesco camminava lentamente sul mio piede, tutto il mio corpo era colorato di
verde, non avevo muscolatura e tutto il corpo era anchilosato. Solo il cervello pareva vivo,
conosceva la verità, il distacco dal mondo, il non fare, l’illuminazione. Fu in quel preciso
momento che Milarepa comprese il suo compito. Con fatica drizzai quel corpo morto, lo
portai fuori della grotta e lo immersi completamente nell’acqua gelida del torrente; si
tonificò immediatamente, riacquistò vita e voglia di vivere.
Rientrai nella grotta, raccolsi il mio vestito di tela, lo indossai e mi ributtai nel ruscello; mi
stesi su una pietra ad asciugarmi e attesi.
Il volto di Marpa mi sorrideva, scaldava il mio corpo con abbracci d’amore. Due suoi
discepoli montarono una tenda, mi adagiarono delicatamente su un tappeto e scaldarono
con il fuoco del burro rancido.
Erano anni che non mangiavo, le ortiche erano il mio unico alimento disponibile, ma non
importava. La mia fame era altra.
Marpa affermò che due settimane prima mi ero recato a trovarlo in sogno dicendogli di
venire a prendermi, che ero pronto per il mio compito.
Ci confrontammo tutta la sera sul nostro esistere. Sostenni che la verità era in una semplice
strofa: ”Nel cielo maestoso il drago appar…quando la formica il cuore rode…”.
Marpa mi asserì che lo stesso risultato lo concede la fede e mi rammentò un antico episodio
al quale non avevo più pensato. Tornavo a casa da mia madre dopo un lungo viaggio di
conoscenza. Ella mi chiedeva sempre ad ogni ritorno un ricordo dell’ultimo maestro
frequentato. Io, che avevo completamente dimenticato quest’incombenza, al rientro
comprai da un viaggiatore un’unghia di tigre che donai a mia madre, assicurandole che era
un omaggio personale del maestro. Tanto prestò fede, tanto pregò, tanto divulgò che
l’unghia di tigre s’illuminò, diventando così meta di pellegrinaggio e artefice di molte
guarigioni.
Gioimmo spensierati, poi Marpa mi richiamò alla mente suoni di potere e disse: “Dovrai
usarli e non solo per la tua salvezza”. Rientrai volentieri dentro il mio corpo fisico; mi
sentivo in forma, carico di voglia di agire.
Trovai il gruppo nel salone, conversavano sereni. Al mio arrivo Padre C chiese come stavo
e, offrendomi una sigaretta, mi annunciò che per quel giorno era l’ultima, digiuno completo.
Aspettammo il crepuscolo, uscimmo dalla colonia e camminammo in direzione di una
chiesetta visibile ad occhio nudo dal giardino della casa. La strada comoda ci permetteva di
camminare affiancati, un piacevole profumo di fiori ci faceva compagnia.
Una radura faceva da cornice ad una graziosa chiesetta semidiroccata. Era un luogo
positivo, la vegetazione manifestava una luminosità esagerata, persino i ruderi della chiesa
erano carichi d’energia. Padre C confermò, affermando che pochi anni prima era un luogo di
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meditazione della Sua congregazione e successivamente era stata disposta per
compiti straordinari.
Padre C tirò fuori da un piccolo zaino delle candele, le sistemò a cerchio e le accese. Non un
alito di vento disturbò l’accensione, mi accorsi anche della totale assenza d’animaletti
fastidiosi. Era un luogo magico.
Intanto un magnifico cielo stellato perforava l’oscurità, stelle luminose pulsavano all’unisono
come un’immensa orchestra sinfonica. Percepivo la musica dell’universo nel cuore.
Ci sistemammo all’interno del cerchio luminoso, seduti a distanza ravvicinata con le gambe
incrociate. I miei vicini erano N e il dr. R, mi sentivo protetto. Unimmo le mani in un modo
particolare ed entrammo in sintonia respiratoria; mi caricavo inspirando
contemporaneamente all’espirazione del dr.R ed espiravo nel palmo della mano di N.
Persi la cognizione del tempo. Avevo l’impressione di inspirare la memoria e la volontà del
dr R; tutto il cerchio ruotava aumentando progressivamente la velocità, era una levitazione
di gruppo. Non avvertii più la consistenza del terreno, non percepii altro che la fioca luce
delle candele che accompagnava il nostro ruotare.
Un’altra radura, fatta d’inconsistenza, come sospesi su una nuvola scura; non eravamo più
collegati, eravamo piazzati a punta di freccia. Il vertice era N, immobile nella posizione del
loto, le mani giunte all’altezza dello sterno; alla sua destra, leggermente arretrato, Padre C
affiancato dal dr. R. Dietro di loro, approssimati V, io e P.
Di fronte a tutti noi, come una barriera, una gigantesca nuvola nera, enorme, lentamente si
avvicinava. Sentii immediatamente che era quello il motivo della nostra presenza; non intuii
cosa rappresentasse, ma sicuramente era spaventosa.
L’istinto irrazionale m’indusse a recitare sforzando la laringe i mantra suggeritemi da Marpa
nell’ultimo viaggio, il mio corpo assunse una posizione innaturale e le mie mani portarono
l’anulare e il medio contro il palmo unendo le falangette delle altre dita; era la posizione di
quando cancellai il villaggio.
Non percepivo più la presenza dei miei compagni; mi sentivo solo di fronte a quell’onda
anomala, mi sentivo impotente ma non impaurito. Essa inesorabile continuava
nell’avvicinamento; le mie pratiche non sortivano alcun effetto.
L’energia dentro di me, erogata come mai, non produceva nessun cambiamento.
Mi lambì e avvolse in un istante. Al confronto il dolore dei miei digiuni, dell’immobilità e del
rimorso sembravano carezze. Un’onda di malignità, di cattiveria all’ennesima potenza mi
pervase, un odio profondo coinvolse ogni mia cellula, poi, per fortuna, persi ogni
riferimento.
Fu N a portarmi fuori, mi abbracciò e diventammo uno. Svanirono tutti i pensieri negativi,
non possedevo però alcuna reazione.

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Un bellissimo quadro stellato accolse la rinascita. Non avevo cambiato posizione; i
miei compagni, molto più attivi, aspettavano il mio recupero.
Faticai molto nel rientro. Padre C mi affiancava e, tenendomi sottobraccio, ogni tanto mi
sosteneva; interiorizzavo manifestazioni psicofisiche mai provate, l’umore era nero come da
tanto non accadeva, non gradivo la compagnia dei miei amici. Era un controsenso.
Chiesi di rimanere solo, ma non lo permisero. Padre C mi accompagnò in camera, aspettò
che mi coricassi, poi chiamò gli altri.
Mi sentivo un morituro. Il gruppo attorno si concentrò su di me, sentivo un alito d’affetto
che mi pervadeva. Poco a poco i miei sentimenti cambiarono contemporaneamente
all’aspetto del gruppo, diventarono luminosi e caldi; il loro tepore mi addormentò.
-Bravo!- Marpa sorrideva accanto al mio letto - come neofita ti sei comportato bene. Per
fortuna non eravate soli. Era veramente una forza terribile questa volta.-
Chiesi- Perché?-
“Due sono e due saranno sempre le vie: una mistica e l’altra magica, una lunare e
l’altra solare, ed è per la via del sentimento, ossia la strada lunare, che puoi
trasportare altri a ritrovare e ricongiungere a quei valori che fanno e riportano
nella coscienza umana la dignità. Più azzardi e più troverai ostacoli, più combatti e
più ritroverai la via; perché la vita è soltanto un ponte fra la natura e Dio, e Dio è
soltanto uno stato da raggiungere”.
All’alba ero in piedi. Camminavo nel giardino quando Padre C mi raggiunse, posò il braccio
sulla mia spalla e proseguimmo in silenzio.
All’interno, comodamente seduti, il resto del gruppo. N premurosamente mi abbracciò e mi
porse un caffè. Avevo voglia di fare un sacco di domande, ma una forma di pudore me
l’impedì. Fu il dr. R a portare buon umore e cameratismo con manifestazioni straordinarie
d’alta magia, telecinesi, veggenza, magnetismo. Dopo pranzo ritornammo a casa.
Rimossi involontariamente in pochi giorni quella strana avventura. Cercai di riviverla in
stato meditativo, ma senza successo. Un freno psicologico m’impediva l’approfondimento
dei particolari, finché una notte, sognando, realizzai il perché. Mi ero ritirato, non ero stato
di nessun’utilità; passivamente, come se non mi riguardasse, avevo fatto lo spettatore.
Cercai al mattino Padre C, chiesi di vederlo.
- Guarda che è naturale- disse- siamo umani, non Dei. E’ stato difficile per noi che siamo
veterani. Non devi fare un ragionamento terreno, non esiste vigliaccheria in questi compiti,
è questione d’energia; devi ancora lavorare molto, ma come tutti noi. Nei tuoi viaggi astrali
devi osare di più, ma non sei tu a deciderlo, è il tempo.- Marpa, alle mie perplessità,
con molto affetto rispose: “Ciò che si muove nell’infinitamente piccolo non ripete
altro che la genesi e, attraverso il vostro sangue che scorre nel corpo come l’acqua
alla terra, c’è tutto quello che nell’infinitamente grande delle masse incandescenti
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si produce e riproduce, perché quella è l’istologica cosmica, quell’uguale è
l’istologica del sangue e tale e quale si ripropone nella terra che è il centro
dell’universo, vostra nutrice come luna e sole vi sono genitrici.
L’uomo si perpetuò anche nel cosmo per altre razze, altra scienza dalle quali vi
siete dissociati nei secoli dei secoli, in cui i sensi umani si sono pietrificati, ma
tutto è ellittico, per cui tornerà anche l’era cosmica dell’oro. Tu vuoi portare una
via strettamente individuale alla portata del collettivo, ma sempre di più
nell’epoca attuale ha da esservi, come corrente provocatoria e stimolatrice nel
collettivo, il bisogno di spiritualità e una specie di sete, però in quella sete ci sono
già, con la loro padronanza, quei suggeritori occulti che sono le energie
disgregatrici, perché voi, da secoli e secoli, vi siete dissociati e i sensi si sono
pietrificati. Colui che diventa il maestro ha prima subito la morte iniziatica, ossia
la morte dell’Io nella coscienza di quel piccolo Io che, identificato nel pensiero, sta
là chiuso nell’idioma cerebrale, confondendo per realtà le percezioni del pensiero
materiale. Ricorda, soltanto chi conosce se stesso conosce tutti, perché tutto e
tutti non sono nessuno”.
Adesso segui e pratica quanto ti dico: ” Quando la luna è al vertice vostro ha delle
eruzioni, allora i due magneti, che tu come tutti possiedi, sono i palmi delle mani e
il centro della testa. La mano destra eroga, la sinistra attrae.
Devi porti ritto, passando con il pensiero lungo la colonna vertebrale, la testa
rivolta a nord.
Poni la mano sinistra verso l’alto, esponendo largo il palmo alla luna. Il braccio
destro rimane rivolto alla terra, esponendosi largo nel palmo della mano un
minuto.
In questo modo quel che con luminosità, vibrazionalità, energia il palmo della
mano sinistra attrae e riceve inondando il corpo, lascia i residui non
sufficientemente amalgamati, che percorrono lungo il braccio destro scaricandosi
così sulla terra.
Prima di eseguire questo procedimento, per una semplice cautela, devi comporre
con l’indice della mano sinistra un cerchio invisibile ed entrarvici: impedisci così
che qualche residuo vada inavvertitamente a colpire qualcos’altro o qualche
ignara persona che non sa di esserti simpateticamente legata. Devi usare questo
rito quando sei scarico o quando devi affrontare particolari prove”. Mi sentii
confortato e protetto.

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Nei giorni successivi sentii l’impulso di telefonare al dr R. Ero titubante, non volevo
disturbare; sentivo la necessità di essere rassicurato e poi avevo desiderio di essergli
amico. Provai un pomeriggio. Nessuno rispose e con fatalismo mi dissi che non era ancora il
momento. Dopo neppure cinque minuti, il telefono di casa mia squillò: ” Scusa se non ho
risposto, ma sono in Francia. Ho bisogno di calore per le mie vecchie membra, appena
ritorno in città ti chiamo”. Stupito dalla telefonata e incredulo, rimasi allegro per tutto il
resto della giornata.
Mi telefonò qualche giorno dopo: - Sai qual è il trucco? Semplice, mantenere la fiducia, la
giocosità, la semplicità dei bambini. Loro non si pongono tante domande, accettano anche
le cose più strane, al massimo manifestano con esuberanza il loro stupore. Tu devi fare lo
stesso. Io, proprio per questa forma mentale, mi diverto divertendo. Troviamoci nell’altra
modalità, capirai molto di più.-
Sicuramente erano parole che predisponevano alla riflessione. Era vero, tutte le esperienze
fatte erano accadute con sforzo. E’ come camminare con il freno a mano inserito; si va
avanti ma si fatica il doppio. Forse incominciavo a capire.
Mi ritrovai in astrale con il dr. R. Non era solo; in quella condizione riuscivo a veder l’Entità
che lo supportava, maestosa, strana nelle vesti ma autorevole. Iniziò, immediatamente
conscia dei miei dubbi: “ Tutto ciò che vedi o puoi immaginare, non è altro che
vostra energia proiettata al di fuori, per questo voi siete delle Divinità in esilio e il
Dio che pregate non è altri che il vostro stesso Io, da voi dissociato, che cercate in
questa o quell’altra forma; e le stesse Divinità che ebbero a comunicare e a fare
rappresentanza in epoche cosmiche, in determinate zone geografiche e a
determinate razze, non sono altro che Lemuri nello stato superiore, e voi siete
prigionieri, ignorate la forza che avete, da donde provenite e chi siete.
Il pensiero, il sentimento e la volontà sono al servizio della natura, che è la prima
forza che precipitò quando fu detto” Luce Sia”.
Non è mediante la filosofia, la scienza o la fede che troverai risposte, ma solo
mediante la Via, quella sperimentale, in cui chi cerca Dio non trova, trova Dio chi
cerca se stesso.
Il principio dell’umanità è il principio del tuo stesso Io. Quando ritornerai nella
gerarchia di donde provieni, nessun Io ha a trovarvi un senso, perché infinito e Te
sono Uno”.
Il dr. R annuiva, la felicità traspariva dal Suo sorriso amorevole, era una massa
incandescente di positività: - Vieni con me - disse. Era un ambiente settecentesco. Lui,
vestito in modo elegante, passeggiava conversando con personaggi importanti, a giudicare
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dai vestiti. Sentivo le sue parole forbite, appropriate, determinate; discorreva d’arte
e di musica, menzionava personaggi ancora oggi famosi. I suoi interlocutori ascoltavano
beati. “Vedi com’ero; certe caratteristiche le mantengo ancora, e quando sarà la mia ora
avrai un mio souvenir”.
Che uomo! La Sua presenza mi donava una serenità immensa. Purtroppo la lontananza
chilometrica non mi permetteva una frequenza assidua, se non telefonica.
Occorrevano sempre alcuni giorni di riflessione per capire quanto vedevo durante i miei
viaggi. Stavo però accelerando il mio livello di comprensione e il quanto mi dava
tranquillità.
Intanto il rito consigliato da Marpa dava frutti insperati. Avvertivo un potenziamento
notevole dell’energia; con un piccolo impegno vedevo la mappa energetica d’ogni forma
umana.
Confrontavo testi d’agopuntura per verificare il posizionamento dei meridiani e, a parte lievi
imprecisioni, l’atlante energetico era impeccabile.
Verificai, associato al medico agopuntore con il quale collaboro, l’effetto conseguente
all’introduzione dell’ago. L’energia, come lava, scorre impregnando ogni cellula, una
ragnatela di canali riprende attività; il risultato finale è indescrivibile, una fantasmagoria di
luce continua in corsa sull’autostrada umana.
Riscontrai la stessa potenzialità energetica in chi seriamente pratica tai chi quan, yoga,
tecniche di rilassamento: energia ampliata in sinergia con il respiro. La reazione fisica ed
energetica stimolata dalla respirazione diaframmatica è stupefacente. Il respiro che
nell’addome, durante la pausa respiratoria cambia colore, va direttamente dove l’operatore
vuole, curando o mitigando il male. M’impegnai con consulenti medici a ridimensionare la
pomposità d’apparecchiature propagandate come miracolose, fitofarmaci e prodotti pseudo
omeopatici.
Ero contento di questa mia attività. Ho sempre trovato ingiusto che elementi opportunisti e
disonesti approfittino delle persone psicologicamente fragili o in stato di bisogno.

La telefonata mesta di Padre C mi riportò ai soliti dubbi: il Karma, bisogna rispettarlo?


Decisi di porre il quesito a Marpa, anche se mi escludeva intenzionalmente tante verità,
sostenendo che non era Suo compito spianarmi la strada.
Dissi a Marpa che il quesito nasceva dal fatto che un membro del gruppo soffriva di una
grave malattia. Secondo la teoria del debito Karmico, per ottenere e migliorare una crescita
evolutiva bisogna mantenere coesione e determinazione sulle scelte fatte. Tutto questo a
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livello teorico è sicuramente giusto e facile; quando però sono coinvolti sentimenti
personali, familiari o semplicemente persone conosciute, la coerenza crolla.
- Vedi, figliolo-: “Sapere significa essere, per questo è possibile a chiunque
contraddire il proprio Karma, far sue le cause oppure sospenderle.
Tu stai insinuando ancora la ricerca, quella ricerca che, se non mantiene lo scopo
dell’essere, porta a disgregazione; ogni mezzo si può osare, osare a volontà,
purché non diventi il mezzo a un certo punto lo scopo; occorre volere, volere a
lungo prima di sapere ciò che sei per essere ed essere ciò che sai. Arduo è arrivare
alla soglia di fronte alle cause: le cause sono quelle correnti intermedie fra corpo
sottile e corpo organico che determinano gli accadimenti come fato e sono sempre
correlazionati alla morfologia dell’indole, quindi la legge d’equilibrio assoluto e
nudo fa sì che lo sfortunato sia sempre colpevole.
Colui che contraddice il Karma è colui che si libera dalla condizione umana. La
dimensione umana è uno stato da superare, quindi hai detto giusto, ma se non
intervengono le Divinità per cui ti sei reso tale, il problema esistenziale è che o
loro sono te o tu sei loro, perché sapere non è che essere e, al di là dei sensi, o
dominate o siete dominati; al di qua dei sensi vi è data la libertà di un cane legato
ad una catena”.
Sempre dubbioso, mi ritrovai a casa di N con tutto il gruppo. Un brutto male ai bronchi
aveva già alterato il suo bel viso. Era nell’età del raccolto, una bell’età. In modo razionale
giudicavo un’ingiustizia quanto accaduto; in modo spirituale ammiravo la sua scelta.
Conversammo di cose futili per alleggerire la tensione di dolore che ci attanagliava. La più
forte era Lei. Io la “guardavo”, vedevo le interruzioni d’energia vitale che coinvolgevano
ormai quasi tutti gli organi interni. Nonostante la malattia, il suo corpo possedeva il bagliore
di un “Illuminato”, era secondo me al massimo dell’evoluzione.
Padre C affrontò con garbo l’argomento: - Noi possiamo guarirti, tu devi decidere cosa fare;
noi tutti siamo a tua completa disposizione, qualunque sia la scelta.-
“Ho pensato a lungo a questo momento, sapete tutti come la penso. Non ho assolutamente
voglia di rovinare una vita di ricerca, di dubbi e d’esperienza per uno stupido involucro che,
se va male, cambierò. A voi chiedo solo di ritrovarci, dovete farlo. Anche se il mio amore
diventerà universale, penso che con voi sarò un po’ parziale”.
Cercammo di nascondere i nostri occhi umidi, non credo con molto successo.

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Sentii la solita corrente calda. Ero in un bar collocato in un bel parco. Una variegata
clientela composta di bimbi, nonni, gente qualunque prendeva il sole e leggeva il giornale. Il
vociare continuo contrastava il rumore stradale, creando una strana atmosfera musicale.
Mi guardai attorno. Avvertivo un’energia fuori del comune; identificai immediatamente
l’autrice di tale potere. Leggeva tranquilla una rivista; l’alone energetico da lei emanato era
fuori d’ogni logica, la circondava con un diametro di quattro, cinque metri, una difesa
inconscia, uno scudo protettivo. L’analizzai: una luce potente pulsava da due punti
particolari, il terzo occhio e la nuca.
Il suo vestito eterico era di un rosa scuro con sfumature alternanti al viola, emanava un
sentimento di bontà percepibile a distanza. Presentava due interruzioni d’energia evidenti,
sicuramente residui d’operazioni chirurgiche.
Mentalmente le inviai dei messaggi. Desideravo capirne la qualità energetica e le
caratteristiche specifiche. Al mio ordine di guardare in una determinata direzione,
immediatamente eseguiva; la obbligai a bere, a guardare nella borsa e a grattarsi la
guancia. Pensai mentalmente che era un peccato sciupare tanta energia e che comunque
non potevo intervenire. Risi fra me e me di tutto quanto le avevo combinato e ripresi la
lettura.
Quando riferii a Padre C le caratteristiche di quella signora, m’invitò a conoscerla: - Da
quando N non è più con noi siamo un gruppo monco. Non possiamo permettercelo,
dobbiamo proseguire con il nostro operato. Devi fare con quella signora quanto io ho fatto
con te.
Tu sai che il nostro avvicinamento non è stato casuale; quanto tu hai fatto alla signora io
l’avevo fatto a te. Al primo corso di meditazione mi ero reso conto delle tue potenzialità, ho
agito inizialmente sull’inconscio e ho fatto in modo che tu sentissi la necessità di conoscermi
meglio.
Tutto ciò non significa ingannare la gente, semplicemente si sollecita un processo evolutivo
in ogni caso destinato ad accadere. Questo è un momento particolarmente difficile,
dobbiamo essere in tanti per contenere la negatività.-
- E’ normale mantenere una continuità - confermò Marpa- ti aiuterò a trovarla.-
Era una casa modesta. Una camera era occupata da un ragazzo di circa vent’anni. Lei
dormiva sola in una camera spaziosa; alle pareti quadri colorati che raffiguravano Divinità
d’ogni religione, un mazzo di tarocchi sul comodino, un libro di Padre Pio sul letto.
Dormiva, era presente unicamente il corpo fisico. Presentava le stesse caratteristiche di
quando l’avevo vista al parco, soltanto l’aura era diversa, un colore azzurro la circondava
completamente. Marpa mi confermò la capacità energetica della signora, stimolandomi a
procedere.

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Frequentai con più assiduità il parco. La vidi diverse volte ma non osavo avvicinarla;
temevo di apparire indiscreto e così mi feci aiutare dal mio cane.
Il mio cane è una calamita, attira con la sua simpatia tutta la gente a portata di guinzaglio,
ha occhi dolcissimi che immediatamente ispirano la voglia di accarezzarlo.
Così, sentendomi un po’ ridicolo, con il cane accucciato ai piedi, ordinai alla signora di
avvicinarmi.
Eseguì quasi immediatamente, si accovacciò vicino al cane e accarezzandolo chiese: -E’
bravo?-
-Bravissimo- risposi io- è amico con tutti.-
Tergiversava per non allontanarsi, così le offrii ospitalità al mio tavolo.
I nostri corpi eterici comunicavano molto di più di quanto facessimo verbalmente; dovevo
trovare un argomento chiave che aumentasse la sua disponibilità.
- Posso leggerle la mano? - Immediatamente mostrò il suo interesse.
- Lei è interessata alla cartomanzia, alla filosofia orientale ed è anche curiosa di tutti i
personaggi mistici, contemporanei e non, per esempio Padre Pio. Ha subito almeno due
operazioni chirurgiche e sicuramente ha doti di veggenza.-
Mi guardò sbalordita: - Abbiamo amici in comune?-
- Può darsi- risposi mefistofelico- perché, ho indovinato qualcosa?-
- Tutto, sembra che Lei conosca tutto di me.- Un po’ spaventata cercava una scusa per
allontanarsi. L’aiutai io, annunciandole che avevo un appuntamento.
Non la rividi per molto tempo, perlomeno non a livello fisico. Andavo ogni tanto nei suoi
sogni. Faceva viaggi astrali stranissimi, io la seguivo e la consigliavo. Al risveglio
manteneva vaghi ricordi del suo vagabondare.
Si presentò ad una mia conferenza. Seduta nell’ultima fila della sala mi scrutava, era
guardinga e diffidente. Interpretavo tutti i suoi stati d’animo dall’aura; era camaleontica.
Mi sentivo subdolo e profittatore. Mi valsi della conferenza per mandare messaggi diretti
sull’energia, sulla capacità mentale e sulla potenzialità psicofisica dell’uomo.
Capii che aveva capito. Al termine della conferenza era a disagio, titubante. ” Ho evitato di
frequentare il parco. Lei mi fa paura e non ne comprendo il perché. Mi sta succedendo
qualcosa che è fuori della mia capacità razionale, mi può spiegare?”
Le parlai delle sue caratteristiche, della potenzialità naturale, frutto di un’evoluzione
notevole determinata dalle vite precedenti e dei sacrifici richiesti per ottenere poco o nulla;
intanto la istruivo con il pensiero, lavoravo sul suo io interiore. La portai ad uno stato di
consapevolezza estrema, finché una rivoluzione d’energia mi confermò la sua disponibilità.
Parlando, confermò una mia vecchia tesi. Sono le vite tribolate quelle utili, sono i problemi,
i dolori e le privazioni le tappe importanti per la crescita interiore. Chi sceglie di non
confrontarsi con le naturali difficoltà dell’esistenza rimane fermo, sprecando una vita.
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Si affidò completamente a me. Aveva una predisposizione naturale per
l’apprendimento. Iniziammo disciplinando il corpo. Nel parco di mattino presto le insegnai
una forma completa di Tai Chi, lavorammo sull’energia interna con la visualizzazione e con
particolari tecniche respiratorie, completammo con il Chi Gong, che unisce l’energia interna
con la completa gestione corporea.
In ogni caso il lavoro più importante era svolto di notte. La seguivo. Aveva le stesse
difficoltà provate da me all’inizio, ma era caparbia e determinata; in poco tempo raggiunse
la completa gestione del suo corpo astrale. Ero con lei quello che Marpa e Padre C furono
con me.

Lo stesso qualcosa turbava M (così si chiama la signora) durante i viaggi astrali. Una forza
della quale non capivo la natura la obbligava ad un rientro eccessivamente veloce nel corpo
fisico. Il risultato era un’emicrania con nausea che durava parecchi giorni.
Così chiesi a Marpa di aiutarmi.
“C’è qualcosa d’incompiuto nel suo karma, verrò con voi nel prossimo viaggio.”
Marpa ci accompagnò in un periodo molto lontano. Case anguste circondate da alte mura
che isolavano il villaggio dal mondo esterno, vigeva assoluta la povertà. Una vecchia topaia
affollata da disperati che bevono, ubriachi di vino e stanchezza, un vociare sgraziato
trasformato in rumore, la grossolanità degli avventori manifestata da spinte e litigi. Ad un
tavolo M, una versione maschile immediatamente identificata, guarda un uomo in modo
circospetto e lo segue quando si allontana, lo aggredisce e lo uccide per derubarlo.
M, accanto a noi, manifesta turbamento; Marpa la tocca, calmandola. Ritorna la stessa
scena, gli identici personaggi, ma quando quell’uomo si alza per allontanarsi, M indifferente
continua a bere e a chiacchierare.
“Empire il cuore e lo stomaco di solennità e la mente d’immagini è la prima
condizione del sentire e del vedere. Quando ti accosti ad un qualsiasi metodo che
presume, pretende o vorrebbe un contatto con il metafisico frena la mente oppure
lasciala stare, lascia che il pensiero sia libero e non darvi ascolto. Sarà perfetto
quando inondata ti sentirai e trasportare ti lascerai da quelle condizioni d’amore
verso quel mondo invisibile, da cui provengono la tua anima e le vostre radici.”
M annuì, felice di aver compreso, finalmente liberata.
Era un luogo incantato, mai avevo visto un posto più bello. Era Marpa che aveva condotto
tutto il gruppo in quel paradiso: ” Dovete essere pronti, dovete essere uniti, i pericoli
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che provengono sono di gran lunga superiori a quello che semplicemente
potete immaginare. Quelle energie dove non hanno di potersi esplicare con i
sinonimi metafisici, hanno di esprimersi con le leggi di natura relegate al collettivo
ed è in questa maniera che nascono, scaturiscono le guerre, è in questa maniera
che hanno di propiziarsi le scoperte, è in questa maniera che la collettività fa
dell’uomo un loro tangibile strumento”.
M domandò: - Ma quali sono le ragioni del nostro vivere?-
“E’ lo smarrimento e il precipitare dello spirito la ragione del vivere, è lo spirito
dormiente che vostra divinità fa in esilio. Lo scopo dello scopo è soltanto uno:
trasformare il corpo in spirito, riassorbire gli enti cosmici in quel che sono degni
d’essere ritornando vostri arti e la vostra potenza; recidere il cordone ombelicale
che lega la terra e, dallo smarrimento, trapassare dal senso dell’esistere
all’essere.
Sono per tratti della vita, nella vita, anche altri messaggi che fanno la coscienza
sorretta dall’amore e per questo la necessità di essere in tanti, d’essere l’uno
legato all’altro e far tacere ancora quel senso temibile di solitudine del significato
cosmico dove, il liberato, il privo di cause e di legami è invece l’essere. Non si
possono provocare gli enti cosmici che vi compongono se vi hanno segnati di
amore, nel bene e nel male sarà quell’ente a predominare e d’essere il desiderio,
lo sprone, il legame e via via così a seconda dei contatti che attraverso loro hanno
la vostra coscienza.
Lo scopo è essere, ma la dimensione umana rappresenta nel cosmo la
dimenticanza Divina”.
Terminammo l’incontro con un collegamento collettivo. Pesanti impegni ci attendevano.

Non ero assolutamente contento di comunicarglielo telefonicamente, anche perché,


annunciare la morte ad un uomo novantenne potrebbe creare nella normalità qualche
problema.
Solamente la sera prima, anzi la notte, durante una meditazione, un messaggio era stato
dedicato al Dr. R. Era delicatissima la forma, ma il contenuto era spietato.
“La persona che hai presentato sta preparandosi al processo naturale. Giunto
ormai alla metà della stagione dell’inverno, la sera sta diventando notte”. Due volte
mi fece ripetere il messaggio, voleva memorizzarlo; poi scoppiò a ridere, dichiarandomi: -
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Sono novantunenne, sono lieto della notizia, ma già lo sapevo e sono contento. Ho
voglia di raggiungere la mia sposa, anche perché devo chiederle scusa di essere stato
cerimonioso con altre donne durante la mia vita; niente di più, ma è da qualche anno che
ho dei sensi di colpa. Non Le ho fatto torti, ma a Lei dava fastidio la mia galanteria, il
baciamano, il complimento; purtroppo tutto questo fa, faceva parte del mio retaggio
culturale e familiare. Mi sento in colpa d’averle procurato alcuni malumori.
Mi rimprovero di essere sopravvissuto a lei che ho amato più di tutto.-
Commosso, cercai di traslare il discorso. Lui mi fermò, affermando con vera convinzione la
sua felicità: “ Davvero, ho avuto tanto dalla vita, anche l’illusione della popolarità. Per un
lungo periodo di tempo ho avuto vanità. Teste coronate, capi di stato, personaggi famosi
del mondo culturale facevano anticamera per vedermi. C’era gente che acquistava le mie
opere non perché particolarmente convinta, ma per dimostrare che mi conosceva.
Raccomandazioni per accedere alla mia casa, vedere i miei esperimenti, partecipare alle mie
serate culturali; persone sterili che fraintendevano o proprio non capivano i miei
suggerimenti, rabbrividivano nel verificare esperienze straordinarie, senza percepire la
maestosità dell’assoluto occultato anche dietro un gioco di carte.
Ho avuto energie soprannaturali a mia disposizione, ma in fondo non ho mai osato; temo di
lasciare una vita incompiuta”.- E’ all’ultimo passaggio- mi disse Marpa- vale a dire
l’identificazione con l’assoluto.
- Mi puoi far capire? -
“E’ di colui che si è reso immortale, perché lo stato raggiunto è Dio; manco la
filosofia, il più sublime del pensiero che volge verso le vette più immense, ancora
non può percepire né tradurre quello che materia non è; le metafore e i simboli
che sono la continua creazione dell’universo hanno da comunicare toccando
l’intuizione, ma lo stato da Lui raggiunto è esperienza, è essere, quindi non è
immaginare, non è credere, non è pensare; è una trasfigurazione, è un
cangiamento dallo stato attuale a quello della Divinità”.
Mi trovai con il Dr.R nel suo periodo storico preferito, l’ambiente francese, il culto del bello e
del raffinato. Era una sua vita precedente. Gestiva una bottega d’alto artigianato, una grave
malattia non gli permetteva il camminare; compensava il suo deficit con un’abilità manuale
sconvolgente, eseguiva pezzi d’alta oreficeria con velocità impressionante e con estremo
buon gusto. Una sedia particolare adattata da lui stesso gli permetteva l’autosufficienza
completa ed era in ogni modo coadiuvato da numerosi lavoranti. In quella determinata vita
il suo Karma era l’amore. Vidi in pochi attimi tutta la sua vita, la solitudine e la sua morte.
-Vedi- disse sorridendo- nella vita attuale sono stato molto fortunato; in più ho raggiunto
una veneranda età. Ho apprezzato la semplicità di pensiero ed ho capito che più si è
bambini più si è evoluti. Il concetto contorto istigato dall’ambizione rende faticosa la vita;
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l’apparire, il potere, l’essere ad ogni costo il primo della classe è frustrante. Non fa
apprezzare un sorso d’acqua, un tramonto, una poesia o un concerto. Io in questa vita ho
mediato, ma sono rimasto me stesso.-
Dopo un mese il Dr. R ci lasciò. Eravamo tutti da Lui con il corpo astrale; non lo aiutammo
noi, lo aiutò l’entità che lo accompagnò tutta la vita.
Venne a trovarmi due notti dopo, maestoso, gli occhi se possibile ancora più penetranti, il
sorriso beato dell’illuminato. - Ho un compito da esaurire, devo aiutare te, nella quotidianità
e nell’altra dimensione, quindi, non sei solo.-
Al mattino la mia felicità era al settimo cielo. Pensai immediatamente ad un sogno, un
desiderio inconscio, ma immediatamente mi rimbombò nel cervello la sua voce ” fidati”.

In pochi anni la mia vita si era trasformata da un’estenuante ricerca alla coscienza, dal buio
alla luce di un cerino. Certo, è l’inizio della via, ma soltanto avere la cognizione che c’è, che
esiste la possibilità di crescere, che non tutto si conclude in un’esistenza è stimolante. Non
ci si butta via per l’apparire, si combatte per essere.
Intanto M si perfezionava. Giorno dopo giorno osava ancora più di me. La trovavo durante i
miei viaggi, la sua sete di sapere era inesauribile. Una notte mi portò in un monastero
greco, vetusto, spoglio, enorme. Decine di monaci con abiti ecclesiastici molto elaborati
cantavano laudi con un impegno che rasentava l’isteria; una specie di trance collettiva
creava nell’ambiente un’energia potentissima. Un vecchio monaco, inginocchiato
frontalmente ai cantori, osservava con attenzione lo svolgimento della funzione; altri
monaci, sdraiati, il volto sul pavimento invocavano Santi con tono sommesso. Poi
all’unisono ogni suono cessò, un’icona gigantesca s’illuminò e dal soffitto migliaia di petali
caddero lentamente. M ed io, affascinati, vedevamo l’energia di tutti i componenti del rito e
dell’ambiente. Era nel totale un’immagine Paradisiaca.
Padre C con la solita pazienza iniziò: - E’ la psichica collettiva, quella che uso anch’io negli
incontri di guarigione; è la somma di diverse energie. Se io mi concentro su una persona
ammalata, porto del beneficio; se siamo due, tre, cinquanta o cento persone, il beneficio
per l’ammalato aumenta. E’ quanto facciamo per contrastare il male. Purtroppo pochi hanno
capacità energetiche tali da combattere il male; fossimo in tanti vivremmo in un mondo
migliore. Pure i miracoli tipo San Gennaro, Lourdes, Fatima, Sai Baba con i Suoi apporti
sono possibili, perché la fede di chi crede nei rispettivi Santi o Guru è tale da creare
un’energia così potente da trasformare la materia o addirittura crearla.
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La stessa cosa succede durante le sedute medianiche. Se fatte seriamente, il
medium attinge energie psichiche da altre dimensioni e con tali forze muove l’impossibile.
Avete conosciuto il nostro Dr. R. Lui aveva addirittura a disposizione un’entità che eseguiva,
suggeriva, trasformava ogni parola o desiderio in realtà. La forza e la serietà del Dr. R, così
come d’ogni illuminato, è che da certe potenzialità non si crea un proprio vantaggio.
Vi darò direttamente l’occasione di verificare quanto vi ho detto. -
Andammo fisicamente nella città di Padre C. Venne a prenderci alla stazione e, dopo un
caffè veloce, ci portò in una clinica. Era conosciuto da tutti. I medici vennero apposta a
salutarlo, il direttore sanitario premuroso ci accompagnò in una camera ampia e fresca. Il
degente salutò con un ammiccamento Padre C. Era sfinito. Istantaneamente “vidi” dove era
localizzato il male, diffuso e radicato; in cuor mio pensai che era alla fine.
Padre C chiese al direttore di lasciarci soli, pregò M e il sottoscritto di posizionarci in un
certo modo, c’istruì sul pensiero da mandare e mettere solennità nel nostro fare.
Partii blandamente, ripetendomi mentalmente il concetto positivo da inviare, poi, ad un
certo punto persi coscienza del razionale, sentii il mio corpo eterico crescere a dismisura e
una fatica immensa pervadermi, come andare in bicicletta in salita senza allenamento.
Portai l’attenzione sull’ammalato e vidi come un’enorme gomma da cancelleria che
asportava la massa intaccata dalla malattia; lentamente l’eccessiva luminosità del male si
attenuava andando verso la normalità.
Grondavo sudore e così i miei compagni. Padre C era ancora nella norma, ma M era sfatta
dalla fatica. Ero convinto di essere distrutto come M; l’orologio della camera mi giustificò il
motivo di tanta stanchezza, erano passate sei ore.
Guardai l’ammalato. Il suo volto era disteso ed il colore nella norma. Non vedevo più la
massa tumorale illuminata, ma ombreggiata come in una patologia curabile; certamente i
tubicini inseriti nelle vene facevano ancora senso, ma nel totale sembrava un’altra persona.
Padre C accompagnò noi due in bagno, tenemmo i polsi sotto l’acqua fredda per cinque
minuti e immediatamente riprendemmo vigoria, poi andammo dieci minuti nella cappella
della clinica e, con la meditazione e il respiro forzato, recuperammo tutta l’energia donata.
Salutammo l’ammalato, i medici rimasti, e ritornammo a casa.
Sul treno M diede la sua versione: - Ho visto la massa eterica di padre C e la tua avvolgere
il corpo di quel poveretto. Il tempo non passava, poi all’improvviso vi siete distaccati e
Padre C ha iniziato a parlare. Il resto l’abbiamo fatto congiuntamente.-
- E così l’interpretazione dello stesso atto varia da soggetto a soggetto- pensai- forse
dipende dal grado d’evoluzione. -
La notte chiesi a Marpa cosa intendeva dire Padre C quando parlava di solennità.
“Chi lo ha raggiunto non ha bisogno di conferme: è uno stato d’esaltazione e di
lucidità, in cui, simile all’estasi, il respiro diventa sì sottile che l’udito non lo può
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udire, tranne il cuore, e lì le energie vanno a coinvolgere unendo la
coscienza comune a quella cosmica, la personalità allo spirito quale fuoco di
potenza e di conoscenza.
Non è uno stato che puoi programmare o prevedere con il pensiero, non
appartiene a nessuno dei sentimenti che si volgono o si svolgono nella vita
ordinaria.
Quando un uomo opera nel sottile con la serietà della serietà, è la Divinità stessa
che opera in lui. Uno stato d’animo ricevente che ha similitudine in quello
proiettante è rappresentato da quei che ad un certo tratto, per una fenomenica,
hanno ricevuto il prodigio, una guarigione improvvisa, inaspettata attraverso
immagini della Divinità. Fatti che hanno ancora a fare scalpore nell’epoca attuale,
ma non é quella Divinità dai molti evocata che è il riflesso di un carattere di
bisogno e di sete; è lo stato d’animo di quel momento che, attraverso l’esaltazione
fluidica, ha avuto apertura inondandosi di là della sede cerebrale di quella
solennità ed avviene così il prodigio.
Lo stato dell’operatore ha, come intensità, similitudine d’apprendimento; però
l’operatore non è quel che si appresta a ricevere, ma a dare, e nel dare si
congiunge inconsciamente anche il ricevere, in quanto egli, col suo stesso corpo,
si fa strumento d’energie e forze che hanno sede nel Divino.
Siano interpretati nel modo giusto i significati di Spiritualità e di Divino, dissociati
da quel che nella psichica collettiva è un’immagine religiosa o teologica, oppure
un atteggiamento devozionale del tutto materiale. Osate e provate, dovete avere
tenacia; non c’è un’altra strada che quella dell’operare e dell’amare quello che
fate.
I maestri sono ormai invisibili nell’epoca attuale e sono quelle intelligenze che vi
compongono e si beano del bene che c’é in voi”.
L’indomani M mi cercò, infuriata con il suo capo ufficio. La disturbava con cattiveria, si
lamentava di tutto, nonostante l’impegno impiegato; M voleva licenziarsi oppure picchiarlo.
Cercai di calmarla. Pensavo dentro di me com’è difficile conciliare il lavoro interiore con i
problemi della vita quotidiana. Mi rammentai e ripetei a M quanto diceva Castaneda sui
piccoli e grandi tiranni quotidiani: sono necessari per farti capire chi così non é. Mi guardò
con malumore. No, non era molto predisposta al sorriso. Ravvisavo dalla sua aura che
pativa veramente la situazione, i colori dell’ira lambivano il suo sterno, di giallo-arancione il
suo dorso. Era molto depressa quando ci lasciammo. Prevedevo somatizzasse la sua rabbia,
temevo che arrestasse la sua evoluzione.

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Non mi sbagliavo. Non la sentii per diversi giorni e, ormai capace, la notte faceva
barriera chiudendo ogni contatto al suo astrale. Ero preoccupato veramente; è così facile
regredire e perdere ogni capacità.
Andai a casa sua, la maltrattai, le affermai che stava sprecando tutto il sapere acquisito e
che mi aveva solamente fatto perdere tempo. Finalmente si sbloccò. Piangendo sostenne
che avevo ragione, ma non poteva fare a meno di comportarsi così; sul lavoro il rapporto
con il suo superiore peggiorava e lei era impotente, non poteva che subire.
- Va bene- dissi- io ti risolvo il problema lavorativo e tu t’impegni a ritornare com’eri.-
La notte, guardando l’aura del suo capo, capii tutte le ragioni di M. Era una persona
malvagia, con grossi problemi personali e d’affettività. Non ero contento di agire in quel
modo, ma era più importante l’evoluzione di M.
Bisbigliai al suo orecchio sinistro per cinque notti consecutive, vidi la trasformazione del
corpo eterico e M mi confermò il cambiamento. Non era stata una buon’azione la mia, non
si deve mai interferire nelle scelte karmiche della gente.
Il problema era M. Aveva patito in modo esagerato e aveva perso la capacità di
concentrazione. Marpa affermò che dovevamo iniziare un corso accelerato di rieducazione.
La notte Marpa parlò con il corpo astrale di M: “Esistono le persone negative, esistono,
com’esistono le varie gerarchie delle specie che popolano la terra, ma la loro
rappresentanza sia nel piccolo sia nel grande è manifestazione che può assumere
densità proprio per il confronto con l’opposto.
Il volgo e l’assassino, esempio, possono essere vittime di poveri Cristi, dei
Crocefissi, affinché tu sia un uomo onesto.
Dal bene nasce il male, dal male nasce il bene; non può esistere alcunché senza il
lato opposto.
Non può esservi rappresentanza di una data espressione se non per provocazione
o il contrasto di un qualche lato opposto, così alla nobiltà di uno il volgo
maggiormente si distingue e viceversa.
Tutto appartiene al ciclo naturale di causa-effetto; esiste l’ortica, esiste la rosa,
hanno entrambe, come il farmaco o il veleno, una stessa legittimità di esistere.”
Colpita e commossa M annuì con gioia. Intervenni io, chiedendo a Marpa di insegnare a M
una tecnica di concentrazione per recuperare velocemente le capacità perse.
“Ascoltate, questi riferimenti che vado a dire sono anche scritti su qualche testo
attuale, ma non hanno, nell’esporsi, nessun valore vero. Vi sono formule, tecniche,
procedimenti che ancora, di là di qualsiasi meditazione, hanno a produrre un
effetto e una precisa condizione in chi già, però, tiene congrue predisposizioni.
Il pensiero è un’energia, è un ente che vive in voi.

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Quando la sua corrente, che mantiene analoga forma, dal corpo sottile si
espande in altre zone toccando la vostra coscienza, s’apre, s’aprono altri modi e
altri mondi, perché, finché voi siete correlazionati ad un corpo, sono i sensi, buoni
o cattivi conduttori, che condizionano il vedere, il sentire, il sapere e così l’essere.
Quella tecnica semplicissima che ruba soltanto due minuti il giorno, non di più, è
da consigliare, perché attraverso di essa si potenzia la concentrazione, quella
mentale che fa il procedimento dell’attenzione. Si potenzia l’attitudine alla
concentrazione spirituale, perché produce un distacco dolce come separazione
dalla fiamma al calore fra il corpo sottile e il corpo organico. Potenzia la
visualizzazione e la volontà, eppure è la tecnica più semplice, che anticamente
aveva tradizioni iniziatiche e scopi ben più sublimi di quel che ho indicato.
Non comporta dei pericoli, però chi si accosta deve ugualmente avere nervi saldi e
un codice di ferma moralità, perché potenzia, sviluppa il decretismo. Con il
decretismo è possibile fare tanto bene quanto male, fu già detto. L’operatore avrà
a comporre di carta o cartone un cerchio bianco con al centro un punto nero, un
piccolo dischetto nero della grandezza non superiore ad una piccola moneta. La
grandezza del cerchio bianco a gradimento dell’operatore sia più o meno di
trentacinque quaranta centimetri.
L’operatore metterà alla parete e si esporrà alla distanza di circa due metri; farà in
modo di non avere disturbo nel fissare per un minuto il centro nero del disco che
avrà appeso alla parete; poi sposterà la testa, senza muovere gli occhi, di fronte
sulla parete vuota, di fianco è più giusto dire e il cerchio si riprometterà da tre,
sette, dieci volte sulla parete vuota, ma con i colori inversi. Il centro sarà bianco e
il cerchio grigiastro o nero. L’operatore si allenerà per qualche giorno con il bianco
poi passerà ad altri colori nella gamma dell’arcobaleno. D’ogni altro colore sempre
il centro nero. Sulla parete si proietterà ogni volta con la stessa intensità della
tonalità, il colore inverso.
L’operatore fissa il centro nero per un minuto, poi sposta la testa senza muovere
gli occhi e di fianco, sulla parete vuota, emerge la proiezione. Questa è soltanto
una tecnica che agisce sul nervo ottico e fa una separazione ma in senso
fisiologico, perché tale tecnica impone un atteggiamento del corpo sottile quindi
gli effetti, dopo l’arco all’incirca d’otto mesi, sono un potere della volontà, la
volontà di un potere. Ogni qualvolta da quel perfezionamento avrai a fissare in
quel modo, che per un impulso meccanico dissocia il nervo ottico, avrai a fissare
una parete, ci sarà una precisa corrispondenza o il simbolo o un volto proiettato
sulla parete, con il quale una corrispondenza precisa che non è il significato delle

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parole. Inoltre l’immaginazione, più fervida è la volontà, più inerente è
legata ad un potere.
Il procedimento della concentrazione, che diventa chiaro sia dell’attenzione sia del
raccoglimento spirituale, è oltre il significato della meditazione. Otto mesi
comincia dei risultati, per questo dovete eseguire. Vi ruba soltanto due minuti alla
giornata, non di più, due minuti; abbi ad eseguirlo, perché oltre a stimolare
l’attenzione, la fermezza della volontà, è una corrispondenza che, separando come
la fiamma dal calore il corpo sottile da quello organico, vi permette il contatto con
quel che del metafisico e del soprasensibile ha un’espressione nel campo
dell’immaginazione.
La proiezione sulla parete, prima è una tecnica provocata come vi ho detto, con i
dischetti, ma poi è una condizione che fa, per mezzo dell’operatore il vedere,
proiettando sulla parete l’immagine pensiero, l’immagine prima ancora che abbia
per fisiologia trasformazioni in pensiero. “
Quanto siamo fragili! Anni di dedizione, d’impegno e poi tutto vanificato da un malumore,
da un cattivo automobilista, da un datore di lavoro. La nostra evoluzione precaria in balia
d’eventi incontrollabili, nonostante la coscienza, la conoscenza, l’aver visto.
Arrivare al distacco dalle cose materiali è possibile solo a chi le cose materiali le possiede, o
a chi può fare a meno del mondo, guru, monache di clausura, eremiti, anche se chi lavora
solo per se stesso non è utile agli altri e quindi è negativo per l’evoluzione cosmica.
- Non si può fare che un passo per volta - mi tuonò il Dr. R - come si può avere un merito
evolutivo senza controsensi, senza fatica? Tutti i grandi Mistici hanno sofferto, pagato,
combattuto contro l’ignoranza, la gelosia, le ideologie religiose; salvo poi essere riabilitati
post-mortem con il famoso pianto del coccodrillo. Io ho avuto tutta la vita criticata,
specialmente da chi, sotto la protezione di una pseudo-scienza pontificava, perdonami il
termine, “bestialità”.
Ero sempre grato al Dr. R delle Sue parole, anche perché, se posso fare dell’ironia, era più
umano in quella dimensione.
“Un pensiero irrazionale che ha una certa fissità, un’inclinazione, un’impulsività,
sono già degli invasamenti nel significato che trascendono e non sono suscettibili
ad una volontà cerebrale.
Ciò che trascende la distinzione vostra tra il normale e il non comune, può essere
sia in bene sia in male. Il genio, esempio, è anch’egli un invasato positivamente da
certi enti, la cui rappresentanza lo dissocia da altre etiche e lo fa distinto dal
collettivo.
Per certe correnti che si possono dire che dall’alto scendono in basso, ci sono delle
forze che invece dal basso salgono in alto. La follia non è l’effetto di una
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condizione puramente psichica, fisiologica e organica, ma proviene da un
ingorgo di energie che coinvolgendo il corpo sottile sta come causa, per cui le
occlusioni che si determinano fra vasi conduttori cerebrali e il sistema simpatico e
quello nervoso sono effetti, non le cause.
Un pensiero, un sentimento, una gioia, un dolore, mentre hanno con la sede
emozionale la loro manifestazione, la chimica del corpo, per effetto, assume una
trasformazione per cui le sostanze della chimica del corpo non sono la causa dei
vostri sentimenti, ma è l’opposto: i vostri sentimenti sono la causa della chimica
del corpo.
La follia è un invasamento, in alterazione di certe energie che hanno su altre una
preponderanza e raggiungono fino alla sede determinante, per questo il vero
smarrimento della coscienza talvolta non è più ripristinabile e si può dire che il
folle viene cancellato nello spirito. Talvolta invece una discontinuità fra coscienza
e smarrimento si determina a cicli, ma ciò che voi chiamate follia, essendo una
malattia, non è curabile attraverso i vostri metodi, perché attraverso i metodi
attuali con le divagazioni della psicoanalisi, voi toccate gli effetti, ma non viene
mai raggiunta la causa. Il folle, come il saggio, hanno sempre coesistito.
Uno è in quanto l’altro appare.”
Marpa aveva appena finito questa lunga digressione ed io non avevo assolutamente capito
nulla. Era un discorso dedicato a me, ma non afferravo lo scopo.
Intervenne il Dr. R: - Semplicemente Marpa voleva annunciarti che tu sei minato da energie
negative. Il male ha giocato bene le sue carte. E’ successo a me, lo stesso a Padre C, lo
stesso a N; tu sei in questo momento il bersaglio. Dovrai annullare ogni conoscenza,
qualsivoglia capacità acquisita; dimenticherai tutte le esperienze fatte e qualunque
riferimento al nostro gruppo.
Sarà un periodo lungo. Noi faremo barriera e proteggeremo la tua integrità. Non possiamo
garantirti nessun risultato, ma il nostro massimo impegno sicuramente. Ti amiamo come un
fratello e ci rivedremo.

Oggi 10 agosto 1995, sono andato in letargo.

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