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Capitolo 2

Produzione,
costi, domanda e
massimizzazione
del profitto
Teoria della produzione e dei costi

La teoria microeconomica ipotizza che l’impresa combini


fattori di produzione (input) attraverso un processo
produttivo efficiente al fine di generare una produzione
(output)

Gli economisti distinguono tra breve periodo (alcuni input


sono variabili e altri sono fissi) e lungo periodo (quando
tutti gli input sono variabili)

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I costi

Breve periodo: intervallo di tempo in cui almeno un


fattore della produzione è fisso

Lungo periodo: Tutti i fattori della produzione sono


variabili

Le funzioni dei costi variano da industria a industria: industria


tessile, industria siderurgica, etc.
Le funzioni dei costi dipendono/derivano
dalla funzione di produzione

La funzione di produzione: Y = f(L, K)

Dati:
- Il prezzo dei fattori di produzione
- la produttività media/marginale dei fattori

Le funzioni dei costi: C = f(Q)


Produzione e costi di breve periodo
Teoria della produzione

Teoria della produzione (breve periodo)

La relazione di breve periodo tra la quantità di lavoro


impiegata e la quantità di prodotto ottenuto è governata dalla
Legge dei rendimenti decrescenti, nota anche con la
denominazione alternativa di Legge del prodotto
marginale decrescente

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FUNZIONE DI PRODUZIONE

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I costi

Costi fissi (CF): non dipendono dalla quantità di output


prodotta
Costi variabili (CV): dipendono dalla quantità di output, sono
nulli in caso output pari a zero
Costi totali (CT): CV + CF

Costi medi (CMe): costi totali diviso la quantità di output


Costi marginali (CMa): costi per produrre una unità
addizionale di output
Costi fissi
I costi fissi sono quelli che l’impresa deve sostenere
anche se non produce nulla, è il caso dell’affitto del
laboratorio in cui si esercita l’attività, delle quote di
ammortamento degli impianti ecc…

Costi
fissi

Cfissi

0 Quantità prodotta
Costi Variabili
I costi variabili sono quelli che variano in funzione del volume della
produzione.
Sono costi variabili quelli sostenuti per l’acquisto di materie prime, per
l’approvvigionamento di energia elettrica e così via.

- sono quindi pari a zero se la produzione è nulla;


- crescono, dapprima lentamente e poi più rapidamente, se la produzione
aumenta (legge dei rendimenti marginali prima crescenti e poi
decrescenti).
Costi

C variabili
C fissi

0 Quantità prodotta
Costi Totali
SONO DATI DALLA SOMMA DEI COSTI FISSI E DEI COSTI
VARIABILI

Ct
Ct = costo totale
Costi Cv = costi variabili
Cv Cf = costi fissi

Cf

0 Quantità prodotta
Il Costo Marginale
Il costo marginale è invece l’incremento del costo totale a
seguito della produzione di un’ulteriore unità di prodotto.

ΔCT
CMa = ΔQ
Costo CMa
marginale

Il costo
marginale è
influenzato
Quantità prodotta dalle sole
spese variabili
Esistono altri tipi di costo?

Costo opportunità:

un costo implicito. Il costo dell’utilizzo del tempo, denaro o


qualunque altra risorsa (di proprietà) che potrebbe essere
impiegata in modo alternativo. È un costo a tutti gli effetti
(foregone benefit)

Costi non recuperabili (sunk costs):

•sono costi sostenuti per investimenti non recuperabili, ad es.


un asset che non ha nessun costo opportunità perché non può
essere destinato ad altri usi. Non andrebbero computati nelle
decisioni economiche di breve periodo. Sono importanti per il
loro valore strategico.
Funzioni di costo

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Produzione e costi di breve periodo
Teoria della produzione

_
Funzione di produzione Q = f(L, K) Funzione dei costi C = f(Q)

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Produzione e costi di breve periodo
Teoria dei costi

•Il profitto normale: corrisponde al compenso che i


proprietari dell’impresa richiedono per restare in affari

•L’extraprofitto corrisponde ad ogni rendimento addizionale


oltre il profitto normale

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Produzione e costi di lungo periodo
Rendimenti di scala

La relazione di lungo periodo tra gli input e gli output


dell’impresa è governata dai rendimenti di scala

L’espansione della scala della produzione può passare


attraverso tre fasi:
• Rendimenti di scala crescenti
• Rendimenti di scala costanti
• Rendimenti di scala decrescenti

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Produzione e costi di lungo periodo
Rendimenti di scala

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I costi nel breve e nel lungo
periodo

La distinzione tra costi fissi e costi variabili ha valore solo nel


breve periodo;

Infatti, questa distinzione cessa di esistere nel lungo periodo:


in questo arco di tempo tutti i fattori produttivi diventano
variabili.
Costi medi di lungo periodo
Lungo periodo:

L’impresa ragiona ed effettua le sue scelta in


un’ottica/orizzonte di programmazione di lungo periodo
(non è più vincolata dall’esistenza di un impianto dato)

Può scegliere la dimensione dell’impianto desiderata e come


combinarla con i fattori variabili (sempre con l’obiettivo di
max profitto)
Funzione del costo medio di lungo
periodo
Mostra per ogni livello di produzione il
costo unitario minimo ottenibile avendo la
possibilità di modificare la dimensione
dell’impianto

Ogni livello produttivo e relativo costo


medio si riferiranno quindi:
- ad uno specifico impianto (e migliore
rapporto (K/L)
- Ad una specifica funzione del costo
medio di breve periodo
Produzione e costi di lungo periodo
Costo marginale e costo medio

Ogni successiva curva di costo medio di breve periodo si riferisce a una scala di produzione più ampia

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Produzione e costi di lungo periodo
Costo medio di lungo e breve periodo

Per produrre al livello più basso del costo medio di lungo periodo, l’impresa solitamente non opera al
punto più basso della funzione di costo medio di breve periodo

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Produzione e costi di lungo periodo
La funzione di isoquanto

La funzione di isoquanto è una nuova funzione, ottenuta rielaborando la funzione di produzione

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Produzione e costi di lungo periodo
Economie di scala

Economie di scala interne


Le riduzioni dei costi sono state generate direttamente
dall’impresa, attraverso la propria decisione di incrementare
la scala di produzione

Economie di scala esterne


Si riferiscono a minori costi che sono generati attraverso una
decisione di espansione presa collettivamente da tutte le
imprese che appartengono al settore (esternalità)

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Produzione e costi di lungo periodo
Economie di scala

Economie di scala interne reali (tecniche)


Sorgono da varie relazioni tecnologiche tra input e output che
stanno alla base della funzione di produzione di lungo periodo
dell’impresa

Eccone alcuni esempi:


• La produzione su larga scala
• L’indivisibilità degli input di capitale e di lavoro
• Le economie di apprendimento
• Le relazioni geometriche

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Produzione e costi di lungo periodo
Rendimenti di scala

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Produzione e costi di lungo periodo
Economie di scala

Economie di scala interne pecuniarie


Sono collegate alla raccolta dei capitali

Eccone alcuni esempi:


• Economie di acquisto e di commercializzazione
• Economie di trasporto

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Economie di scala

1. A livello di prodotto
✓ Macchine automatiche
✓ Indivisibilità dei fattori produttivi (principio dei multipli)
✓ Learning by doing

2. A livello di impianto
Regola empirica dei 2/3: se l’area di una superficie varia con un rapporto di 2/3 rispetto
alla variazione del suo volume, anche il costo di produzione di un’unità produttiva nelle
industrie di processo aumenterà di 2/3 rispetto alla crescita della propria capacità
produttiva

3. A livello di impresa
I. Approvvigionamento di materie prime
II. Promozione delle vendite
III. Raccolta del capitale
IV. Risorse e competenze di tipo organizzativo-manageriale
Produzione e costi di lungo periodo
Diseconomie di scala

Diseconomie di scala
Le diseconomie di scala si verificano quando, oltre una
determinata scala produttiva, i costi medi di lungo periodo
tendono a crescere all’aumentare della produzione

Le diseconomie manageriali derivano da difficoltà


incontrate nel gestire efficacemente grandi organizzazioni

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Produzione e costi di lungo periodo
Economie di scopo
Scala efficiente minima

Economie di scopo
Le economie di produzione congiunta sono i minori costi
che si ottengono quando un’impresa produce due o più
prodotti usando le stesse risorse

Scala efficiente minima


La scala efficiente minima (SEM) è il livello di produzione
oltre il quale l’impresa non può ridurre ulteriormente il costo
medio di lungo periodo attraverso un’ulteriore espansione
della scala produttiva

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Economie di scopo o di gamma

Quando la produzione congiunta di due prodotti è più convenente


rispetto alla produzione separata di ciascuno dei due (economies
of scope).

C(q1, q2)<C(q1, 0)+C(0, q2)

➢ condivisione di fattori o componenti del sistema


produttivo (impianti, attrezzature)
➢ Attività materiali della struttura commerciale
(canali di distribuzione, reti)
➢ Risorse immateriali (immagine, know-how)
Economie esterne (esternalità)

Risparmi di costo che dipendono dallo sviluppo di un’industria e


che si producono grazie alla concentrazione in piccoli spazi di
piccole e medie imprese, grazie alla localizzazione di
un’industria (Marshall, Principles of Economics)

➢ Sviluppo di industrie ausiliarie


➢ Diffusione conoscenze tecniche
➢ Circolazione delle idee
➢ Presenza di manodopera specializzata
Diseconomie di scala
(inefficienza grande scala di produzione)

Mancanza di Flessibilità. La produzione su scala efficiente


richiede lavoro e attrezzature altamente specializzate che
tendono ad essere poco flessibili. In un ambiente dinamico
questo genera difficoltà ad adeguarsi alle fluttuazioni della
domanda, dei prezzi e delle preferenze dei consumatori.

Problemi di motivazione e di coordinamento. Le unità di grandi


dimensioni tendono ad essere più complesse e più difficili da
gestire rispetto a quelle di piccole dimensioni.
Produzione e costi di lungo periodo
Economie di scala e
Scala efficiente minima

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Produzione e costi di lungo periodo
Rendimenti di scala

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Domanda, ricavi, elasticità e massimizzazione
del profitto

Domanda, ricavo medio e ricavo marginale

La funzione della domanda di mercato per un prodotto o


un servizio mostra la relazione tra prezzo di mercato e
numero delle unità di prodotto o servizio che i consumatori
desiderano acquistare a quel prezzo

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Domanda, ricavi, elasticità e massimizzazione
del profitto

Elasticità

• Elasticità della domanda rispetto al prezzo


• Elasticità incrociata della domanda
• Elasticità della domanda rispetto alla pubblicità

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Domanda, ricavi, elasticità e massimizzazione
del profitto

Curva della
domanda

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Domanda, ricavi, elasticità e massimizzazione
del profitto

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Domanda, ricavi, elasticità e massimizzazione
del profitto

Massimizzazione dei profitti

La regola della massimizzazione del profitto – “ricavo


marginale uguale al costo marginale” – è del tutto generale e
si applica non solo ai monopolisti, ma anche a imprese
operanti in altre strutture di mercato come la concorrenza
perfetta e la concorrenza monopolistica
Inoltre, questa regola è valida non solo per la
massimizzazione del profitto nel breve periodo ma anche per
la massimizzazione del profitto di lungo periodo

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Analisi del punto di pareggio
(break-even point)

Il rapporto tra costi fissi e variabili ha forti conseguenze per la


struttura del settore (dimensione efficiente minima impresa,
livello di concentrazione).

Se i costi fissi sono molto alti rispetto a quelli variabili una


riduzione della quantità prodotta/venduta ha effetti negativi
molto forti sulla differenza tra ricavi e costi.

Nell’analisi del punto di pareggio, per semplicità, assumiamo


costi variabili crescenti ad un ritmo costante
Rappresentazione grafica
punto di pareggio con costi non
lineari
Rt
Ct1
Area dell’utile
Ct = costo totale
Costi P Rt = ricavi totali
Ricavi P = punto di pareggio

Area della perdita

break-even
0 point Quantità prodotta/venduta
Rappresentazione grafica
punto di pareggio con costi non
lineari Ct 2
Rt
Area dell’utile Ct1
P Ct = costo totale
Costi P Rt = ricavi totali
Ricavi P = punto di pareggio

Area della perdita

break- break-

0 even
point
even
point
Quantità prodotta/venduta
Ct1 Ct2
Domande per capire

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Capitolo 3

La teoria
neoclassica
dell’impresa
La teoria neoclassica dell’impresa

La teoria neoclassica dell’impresa spiega la determinazione


del prezzo e del prodotto, sia per il settore che per l’impresa
individuale, sulla base dellʼipotesi di massimizzazione del
profitto da parte di ogni singola impresa

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La teoria neoclassica dell’impresa
Un po’ di storia

Alfred Marshall è considerato il primo economista che ha


stabilito il collegamento tra costi di produzione e domanda di
mercato
La teoria della concorrenza perfetta fu sviluppata da John
Bates Clark, il quale credeva che la concorrenza fosse una
forza fondamentalmente benevola per l’economia
Joan Robinson ed Edward Chamberlain coniarono
l’espressione concorrenza imperfetta per descrivere le
situazioni intermedie tra concorrenza perfetta e monopolio
Fu Chamberlain a sviluppare la teoria della concorrenza
monopolistica

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La teoria neoclassica dell’impresa
Strutture di mercato

Nella teoria neoclassica, modelli differenti descrivono la determinazione del prezzo e della quantità
prodotta per le diverse strutture di mercato

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La concorrenza perfetta

Nella teoria neoclassica della concorrenza perfetta, si


assume che l’industria abbia le caratteristiche seguenti:
• Compratori e venditori sono molto numerosi
• Uscire o entrare nel settore non comporta costi addizionali
per l’impresa
• I beni o servizi prodotti sono identici o omogenei
• Tutti i compratori e venditori godono di un’informazione
perfetta
• Non vi sono costi di trasporto
• Le imprese agiscono in modo indipendente

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La concorrenza perfetta
Equilibrio di breve period (impresa e mercato)

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La concorrenza perfetta
Equilibrio di lungo periodo

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Il monopolio

Nella teoria neoclassica del monopolio, si assume che il


settore abbia le seguenti caratteristiche:
• Sono presenti numerosi compratori atomistici ma un solo
venditore
• Le barriere dell’entrata sono insormontabili
• Il bene o il servizio venduto è unico e non ci sono sostituti
• Il compratore e il venditore possono avere un’informazione
imperfetta
• La localizzazione geografica potrebbe essere la
caratteristica definitoria che dà all’impresa venditrice la
sua posizione monopolistica
• L’impresa venditrice cerca di massimizzare il profitto

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Il monopolio
Equilibrio di lungo periodo

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Efficienza e benessere sociale nella
concorrenza perfetta e nel monopolio

In gran parte delle discussioni in ambito accademico, politico

o mediatico sul ruolo delle forze di mercato e della

concorrenza nell’allocazione di risorse in un’economia di

libero mercato, esiste una forte inclinazione a ritenere che la

concorrenza costituisca un ideale desiderabile e il monopolio

sia una situazione che conviene evitare, se possibile

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Efficienza e benessere sociale nella
concorrenza perfetta e nel monopolio
Qualche definizione

L’efficienza allocativa è raggiunta quando non esiste


alcuna possibile riallocazione delle risorse suscettibile di
migliorare la situazione di un agente (produttore o
consumatore) senza peggiorare la situazione di nessun altro
agente (P=Cma)

L’efficienza produttiva consiste di due componenti:


• Efficienza tecnica (x-effciency)
si produce q massima possibile per ogni mix di input
(si sta sulla funzione di produzione)
• Efficienza economica
Per ogni q, si produce al costo minimo possibile
(tangenza isoquanto-isocosto)
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Efficienza e benessere sociale nella
concorrenza perfetta e nel monopolio
Qualche definizione

Il surplus del consumatore (o rendita del consumatore) è


la somma, per tutti i consumatori, della differenza tra il
massimo ammontare che ogni consumatore sarebbe disposto
a pagare e il prezzo che ogni consumatore effettivamente
paga

Il surplus del produttore (o rendita del produttore) è il


compenso totale che i produttori ricevono oltre al compenso
occorrente per coprire i loro costi di produzione, compreso il
profitto normale

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Efficienza e benessere sociale nella
concorrenza perfetta e nel monopolio
A confronto

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Efficienza e benessere sociale nella
concorrenza perfetta e nel monopolio
A confronto

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Perdita di efficienza e benessere nel monopolio
nel caso di monopolista appagato (umento costi produzione)

• Il surplus consumatore si riduce da D-E-F a D


• Il surplus del produttore si riduce da G-H-J-K a E-G
• I due surplus si riducono di F-H-K-J
• La perdita secca aumenta di F-H-K

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Il monopolio naturale

Un monopolio naturale è un mercato in cui la domanda non


è sufficiente perché due o più imprese possano produrre il
livello di output al quale tutte le opportunità per ulteriori
riduzioni dei costi medi sono sfruttate o al quale si raggiunge
la scala efficiente minima (SEM)

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Il monopolio naturale Q1: Prezzo/q monopolistico. P>> Cma.
Massima perdita surplus e ineffcienza
allocativa. Max profitto (A)

Q3: P=Cma quantità e prezzo pareto-


ottimale, che massimizza il surplus
consumatore – max effic. Allocativa.
L’impresa produrrebbe in predita (B) e
nel caso andrebbe sussidiata

Q2: P=Cme. Quantità massima e


prezzo minimo alle quali le imprese
sono disposte a produrre (soluzione di
second best…)
Permane un po’ di inefficienza allocativa

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La concorrenza monopolistica

Nella teoria neoclassica della concorrenza monopolistica,


si presuppone che il settore abbia le caratteristiche seguenti:
• Sono presenti numerosi compratori e venditori atomistici
• Le imprese sono libere di entrare e uscire dal mercato
senza costi addizionali
• I beni e i servizi sono percepiti come simili ma non identici
• Compratori e venditori possono disporre di informazione
perfetta o imperfetta
• La localizzazione geografica potrebbe essere la
caratteristica che differenzia il prodotto o il servizio fornito
da un’impresa da quello dei suoi concorrenti
• Ogni impresa cerca di massimizzare il suo profitto

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La concorrenza monopolistica
Equilibrio di breve periodo

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La concorrenza monopolistica
Equilibrio di lungo periodo

• L’impresa rappresentativa in condizioni di concorrenza


monopolistica non riesce a produrre alla scala efficiente
minima
• Nel lungo periodo l’impresa ottiene solo un profitto
normale
• L’impresa vende a un prezzo che eccede il costo marginale
• Il potere di mercato goduto dall’impresa, grazie al suo
prodotto differenziato, potrebbe consentirle di operare
senza raggiungere la piena efficienza nella produzione. La
concorrenza monopolistica potrebbe essere compatibile sia
con l’inefficienza tecnica sia con l’inefficienza economica o
con entrambe

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Domande per capire

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Economia industriale

La concentrazione dell’offerta
(cap. 7 Scognamiglio)

Rinaldo Evangelista
Concentrazione: definizione
La concentrazione misura la distribuzione delle
imprese in un’industria per dimensione.

E’ alta quando:
«una larga porzione di un qualche aggregato
economico è detenuta da parte di una piccola
porzione di unità produttive e decisionali, la
quale domina l’aggregato» (Bain, 1959)
Struttura->Condotte->Prformance
e il ruolo della concentrazione

Struttura Comportamenti Risultati


Concentrazione Strategie (prezzo) P > MC
Barriere all’entrata Collusione (P,Q) Extra-profitti
Differenz. prodotti (P>C.MED)

Domanda Strategie di prezzo POTERE DI MERCATO


- Estensione MKT - p. limite,
- p. predatori 𝑝−𝑀𝐶
- Gusti/segmentaz. Mkt L=
- Elasticità -discriminiz. Prezzo 𝑝

Tecnologia Altre strategie


Integrazione verticale
Economie di scala Fusioni/acquisizioni
Dimens. Min. Effic Pubblicità
R&S
La concentrazione si misura a livello di
«settore industriale»:
Si fa riferimento all’Industria

Aggregato di unità produttive omogenee in termini di:

• Tipologia di prodotto
• Tecnologie utilizzate
• Utilizzo finale del prodotto
• Sul lato della domanda (grado di
sostituibilità/elasticità incrociata)
Facciamo riferimento alla
«concentrazione orizzontale»:
si prende in esame il numero e/o le dimensioni
relative di imprese che operano nello stesso
«stadio» o «fase» del processo produttivo

Fenomeno distinto da:

• Integrazione verticale (cap. 11 - Scognamiglio)


• Concentrazione globale o aggregata
Problematiche metodologiche
• La scelta della variabile da porre a misura della
dimensione delle imprese (fatturato, occupati,
capitale investito)
• La definizione dell’aggregato di riferimento
(industria, definizione geografica – questione
del mercato rilevante…)
• La scelta degli indici di misura della
concentrazione (assoluti e relativi)
Indici di concentrazione
Due gli elementi caratterizzanti le misure di
concentrazione :

• numerosità (fewness) delle imprese

• uguaglianza/disuguaglianza (inequality) delle


quote di mercato.

Si assume che una struttura di mercato sia tanto più


concorrenziale quanto:
• più è elevato il numero delle imprese
• più le quote di mercato sono simili tra le imprese.
CURVE DI CONCENTRAZIONE
(prendono in esame numerosità e quote di mercato)

A, B, C: Diverse industrie/mercati

Minore è il numero delle imprese


-> maggiore sarà l’inclinazione del
curva

Maggiore la concentrazione e
diseguaglianza della quote di
mercato
-> maggiore sarà la concavità della
curva

Un curva posizionata a + a sinistra


in alto ad un’altra indica una
concentrazione maggiore
Indici di concentrazione: proprietà che
dovrebbero rispettare
1.Se la curva di concentrazione per un settore si trova sempre al di sopra
di quella di un altro settore, il primo settore dovrebbe essere quello più
concentrato – ranking condition
2.Il trasferimento di vendite da imprese più piccole alle grandi dovrebbe
aumentare la misura di concentrazione – sales transfer condition
3.L'ingresso di nuove imprese di dimensioni inferiori alla media delle
incumbent dovrebbe ridurre la concentrazione, mentre l'uscita di
imprese al di sotto di tale soglia dovrebbe aumentarla – entry
condition
4.Le fusioni dovrebbero comportare un aumento della misura di
concentrazione - merger condition
Non tutte le misure di concentrazione soddisfano tutti i criteri; tuttavia
sono fortemente correlate.
*Hannah & Kay, 1977*Concentration in Modern Industry: Theory, Measurement and the UK Experience, 1977, London:
Macmillan.
Indici di concentrazione
Esistono due tipi di misure di concentrazione:

• Misure assolute, che utilizzano le informazioni


sia sul numero delle imprese (N) sia sulla
uguaglianza/disuguaglianza delle quote di
mercato;

• Misure relative che misurano unicamente la


dispersione delle quote di mercato.
Indici di concentrazione assoluta

• Reciproco del numero delle imprese

• Rapporto di concentrazione

• Indice di Hirschman-Herfindahl (HH)

• Entropia
Indici di concentrazione assoluta. Le
variabili prese in considerazione
Output complessivo dell’industria
xi = output singola impresa
Elementi di base
dell’indice
Quota di mercato/offerta
della singola impresa

Indice di concentrazione assoluta (formulazione generica)

= fattore di ponderazione delle quote di mercato


(peso da assegnare alle imprese più grandi)
Reciproco del numero delle imprese
(prende in considerazione la numerosità delle imprese
ma non la distribuzione delle quote)

1
C= 0≤C≤1
𝑛

Non soddisfa la condizione del trasferimento


delle vendite (sales transfer condition)
Rapporto di concentrazione
(k-firm concentration ratio)
𝑘
𝐶𝑅𝑘 = σ𝑖=1 𝑠𝑖 la somma delle prime k quote
di mercato (si)delle N imprese

• Coglie solo un tratto della curva di concentrazione.


• Sono indici sintetici impiegati spesso nelle istruttorie
delle Autorità Antitrust.
• Spesso si usa l’indice C4
Indice di Hirschman-Herfindahl (HHI)
• Vengono prese in considerazione tutte le N
imprese
• Utilizza pesi crescenti rispetto alla dimensione
dell’impresa.
• È il più usato tra gli indici di concentrazione.
• Rappresenta la misura del potere di mercato di
riferimento nelle Linee guida dell’Antitrust
Authorithy nella valutazione di fusioni e
acquisizioni
Indice di Hirschman-Herfindahl- (HH)
𝑁
𝐻𝐻 = σ𝑖=1 𝑠𝑖 2

• viene dato un peso relativamente maggiore


alle imprese più grandi

• non risente molto della presenza di imprese


di piccole dimensioni
Indici statistici di dispersione
possono essere utilizzati come indici di
diseguaglianza/concentrazione delle quote di mercato

𝜎= 𝜎2
Dimensione media Varianza Deviazione
dell’impresa iesima della dimensione d’impresa standard
(scarto quadratico medio)

𝜎 Coefficiente di
c= ҧ variazione
𝑥 della dimensione
d’impresa
(indice di asimmetria
quote di mercato)
Non risente dell’unità di
misura
Indice di Hirschman-Herfindahl- (HH)
(con utilizzo del coeffic. variazione)

𝜎 Coefficiente di variazione
c= ҧ della dimensione
𝑥 d’impresa

Tiene conto della


dispersione(asimmetria)
delle quote di mercato

= 1 in caso di monopolio
𝑐2 + 1 (c= 0; n=1)
Si può dimostrare che: 𝐻𝐻 =
𝑛 = 0 in caso di n che tende a infinito

Tiene conto
del numero
di imprese
Indice di Entropia
(mutuato dalla fisica)
• Indice che misura il grado di «disordine» o «incertezza» (quindi anche
interdipendenza) caratterizzante una data industria
• Correlato inversamente con la concentrazione – un maggiore numero di
imprese aumenta l’incertezza
• Tanto maggiore è il numero delle imprese tanto più difficile è il controllo delle
quote di mercato delle singole imprese (quindi minore potere di mercato)

1
𝐸= σ𝑁
𝑖=1 𝑠𝑖 ln
𝑠𝑖
- Nel caso di monopolio è zero (s=1; ln(1) =0)

- Nel caso di molte piccole imprese di uguale dimensione:


𝑁
1
𝐸 = ෍ ln n = ln n
𝑛
𝑖=1
Indici di concentrazione relativa
(prendono in considerazione solo le quote di mercato –
trascurano la numerosità)

• Coefficiente di Gini (basato sulla Curva di Lorenz)

𝜎
• Coefficiente di variazione c=
𝑥ҧ

• Varianza dei logaritmi della dimensione di impresa


CURVA DI LORENZ
Indice di Gini
• È il rapporto tra l’area azzurra e l’area OBA

%
cumulata
output

% cumulata n. imprese
Indice di Gini
• M1, M2, M3, M4: diverse industrie con diversi livelli di concentrazione

%
cumulata
output

% cumulata n. imprese
(dalla più piccola alla
più grande)
Coefficiente di variazione
𝜎 Deviazione standard

c= ҧ
𝑥 Media

2
1 𝑛 2
con σ = σ𝑖 (𝑥𝑖 -𝑥)ҧ
𝑛
Varianza
La varianza dei logaritmi della dimensione
d’impresa
2
1 n  xi 
v =  log
2

n i =1  x g 

➢ Dove xg è la media geometrica della dimensione d’impresa


(media geometrica: radice ennesima del prodotto delle osservazioni)
e il logaritmo della media geometrica corrisponde alla media aritmetica dei
logaritmi dei dati)

➢ Questa misura è particolarmente utile quando la distribuzione


delle imprese per dimensione è lognormale, così che i logaritmi
della dimensione d’impresa sono distribuiti in modo normale

➢ In questo caso le curve di Lorenz non si intersecano e v²


fornisce una classificazione non ambigua della disuguaglianza
25

nella dimensione d’impresa


Media dei logaritmi
delle osservazioni
Le determinanti del livello di concentrazione:
Due approcci:

1) Approcci deterministici (S-C-P)


- Ruolo tecnologia, economie di scala, barriere
all’entrata

2) Approcci stocastici

- la struttura di un mercato e il livello di concentrazione


di un’industria sono la conseguenza di fattori stocastici
(casuali/probabilistici)
Approcci stocastici
Ipotesi 1.
• Distribuzione dimensionale
delle imprese è normale

• Eventi causali (shock esogeni)


che influiscono sulla dimensione
d’impresa assumono una
distribuzione normale di Gauss-
Laplace e sono indipendenti
dalla dimensione

Essendo la probabilità di questi eventi uguale per ciascuna impresa e


indipendente dalla dimensione iniziale delle imprese:
- le imprese piccole crescono proporzionalmente più delle grandi;
- dovrebbero gradualmente raggiungere la dimensione delle grandi
- => diminuzione concentrazione
Approcci stocastici

Ipotesi 2 (+ realistica)
La distribuzione delle imprese
è log-normale
tende a spostarsi verso
l’origine degli assi.

Tante imprese piccole


dimesnioni e poche grandi

Come si spiega?
legge di Gibrat (effetto proporzionato)
Tutte le imprese, indipendentemente dalla loro
dimensione hanno la stessa probabilità di crescita
proporzionale.
Ciò induce ad una crescente concentrazione e
distribuzione dimensionale log-normale
Approcci deterministici (SCP)

Numero di imprese
efficienti e
concentrazione
dipende:
Dal rapporto tra
Il ilvello domanda e la
Long-term average costs1 dimensione minima
efficiente
(D1/x1 o D2/x2)
Long-term average costs2 a seconda della curva
dei costi e forma della
curva di domanda
Nel caso di curve di
costo ad L:
il numero di imprese
efficienti presenti sul
mercato e il livello di
concentrazione sono
indeterminati
Concentrazione, margini di profitto ed
elasticità della domanda
Assumendo che le performance di un settore siano
misurate dal suo tasso di profitto p, si può
dimostrare che p (e il potere di mercato) dipende
da tre fattori:

1. L’elasticità della domanda e,

2. La concentrazione dell’offerta (HH)

3. Le condotte collusive
Indice di Lerner (potere di mercato)
E’ una misura del potere di mercato o margine di
profitto:
𝑝−𝑀𝐶
L=
𝑝
Se le funzioni di costo non sono omogenee:
𝑛 𝑝−𝑀𝐶𝑖
L=σ𝑖 𝑠𝑖
𝑝
o media ponderata dei margini di profitto delle
imprese di un settore
Indice di Lerner
Per un’industria nel suo complesso (in caso di
monopolio):

𝑝−𝑀𝐶 1
L= =
𝑝 𝜀

Il potere di mercato dipende inversamente


dall’elasticità della domanda al prezzo
Margine di profitto, concentrazione e condotte delle imprese

Considerando le singole imprese la funzione di domanda diviene

P=f(Q)=f(q1+q2+……. qn)
E il profitto della sigola i-esima impresa è uguale

𝜋𝑖 =p(Q) 𝑞𝑖 -𝑐𝑖 𝑞𝑖

I margini di profitto dipendono anche dalla reazione delle altre imprese al


comportamento di un’impresa.

Si devono considerare due ipotesi diverse circa il comportamento delle imprese:


1. Le imprese non tengono in considerazione le reazioni delle imprese rivali

2. Le imprese sono consapevoli della possibilità che le loro azioni possono


provocare una variazione della condotta delle altre imprese e reagiscono
Caso 1: Comportamento indipendente
Tale situazione può verificarsi in 3 casi:
• Ci si trova in un equilibrio di Nash (situazione nella quale
ciascuna impresa non ha interesse a modificare la propria
scelta)
• L’impresa considera date le decisioni dell’altra (Cournot)
• Cartello (non c’è incertezza sulle reazioni dei rivali)

In questi casi abbiamo:

𝑝−𝑀𝐶 𝐻𝐻
L= =
𝑝 𝜀
Modello con reazione
Se:
- poniamo (lambda) li come parametro che misura la congettura dell’impresa i-esima
sulla reazione in termini di quantità di tutti i propri concorrenti alle sue variazioni di
quantità (misura il livello di coordinamento/collusione tra le imprese).

- ipotizziamo che tutte le imprese abbiano la stessa funzione di costo e che ipotizzino
tutte lo stesso li,

il modello andrebbe verso una situazione di equilibrio in cui le quantità prodotte da ogni
singola impresa tenderebbero ad uguagliarsi.

in questo caso avremo:

𝑝−𝑀𝐶𝑖 1+𝜆
L= = (2)
𝑝 𝑛𝜀

ll potere di mercato dipende:


dall’elasticità,
dal numero delle imprese
e dalle congetture delle imprese sulle reazioni dei concorrenti
Esercizio
• Dal file Italia bilancio, selezionare l’industria
tessile (NACE rev. 1) nel 2009 e calcolare gli
indici di concentrazione
• Dallo stesso file, calcolare gli stessi indici di
concentrazione per l’industria dei mezzi di
trasporto e per l’industria a tre digit «industria
cantieristica: costruzioni navali e riparazioni di
navi e imbarcazioni»
Le barriere all’entrata
(cap. 8 Scognamiglio)

Rinaldo Evangelista
Struttura->Condotte->Performance
e il ruolo delle barriere all’entrata

Struttura Comportamenti Performance


Concentrazione Strategie (prezzo) P > MC
Barriere all’entrata Collusione (P,Q) Extra-profitti
Differenz. prodotti (P>C.MED)

Domanda Strategie di prezzo


- Estensione MKT - p. limite,
- Gusti/segmentaz. Mkt - p. predatori
- Elasticità -discriminiz. prezzo

Tecnologia Altre strategie


Integrazione verticale
Economie di scala Fusioni/acquisizioni
Dimens. Min. Effic Pubblicità
R&S
BARRIERE ALL’ENTRATA:
numerose definizioni
• Vincoli di natura istituzionale dati dalle restrizioni delle
autorità di governo o di regolazione (esempio licenze taxi)
(Demsetz, 1982)

• Un qualsiasi fattore che permetta alle imprese esistenti in un


mercato di praticare per un lungo periodo dei prezzi maggiori
dei costi medi minimi senza attirare nuove imprese sul
mercato (Bain, 1956)

• Costo che deve essere sopportato da un’impresa che cerca di


entrare in un mercato e che invece non deve essere sopportato
da chi è già in tale mercato (Stigler, 1968)

Asimmetria delle condizioni di costo


Barriere all’entrata

Differenza tra:

1) Barriere economiche (fattori strutturali/tecnologici/strategici)


• economie di scala
• vantaggi assoluti di costo
• differenziazione del prodotto

2) Barriere istituzionali
• Autorizzazioni e licenze
• Brevetti
• Dazi
• Altre restrizioni/misure di regolazione
• Barriere non tariffarie
BARRIERE ALL’ENTRATA
Determinanti (economiche)

• economie di scala

• vantaggi di costo indipendenti dal volume di


produzione (fabbisogno di capitali, accesso ai
canali di distribuzione)

• differenziazione di prodotto
C = vq + K
v: costi variabili medi
q: quantità prodotta
K: costi fissi

v: costi
variabili
medi

Costi variabili medi costanti


fino al pieno utilizzo capacità
produttiva
Approcci deterministici (SCP)

Numero di imprese
efficienti e
concentrazione
dipendono:
Dal rapporto tra
Il ilvello domanda e la
dimensione minima
efficiente
(D1/x1 o D2/x2)
a seconda della curva
dei costi e forma della
curva di domanda
Economie di scala e barriere all’entrata
LE ECONOMIE DI SCALA

• nei settori ad alta intensità di capitale – alti costi fissi


l’efficienza (produzione a costi medi bassi) si
raggiunge solo con produzioni su vastissima scala
(economie di saturazione) – ruolo delle
tecnologie ad alta intensità di capitale

• i nuovi entranti devono scegliere se:


a) entrare con produzioni su piccola scala e
accettare costi unitari elevati;
b) entrare su larga scala e correre il rischio, di un
drastico sottoutilizzo di capacità.
Barriere all’entrata legate ai vantaggi di costo (indip. dalla scala prod.)

Dovute a vari fattori:


• Tecniche/modelli org. superiori
• Accesso a fattori produttivi
• Accesso a risorse naturali
I vantaggi di costo indipendenti dal volume di
produzione:

• le imprese già da tempo consolidate in un settore


potrebbero essersi procurate l’accesso a fonti di
materie prime a basso costo;

• potrebbero sfruttare il vantaggio che deriva


economie da apprendimento (learning by doing),
vantaggi temporali (lead-time);

• maggiore reputazione e migliori condizioni di


finanziamento
Barriere all’entrata legate alla
“Differenziazione del prodotto”

Preferenze consumatori per specifici prodotti/caratteristiche


(reali/percepite)

• Effetto reputazione

• Necessità per le imprese concorrenti/entranti di sostenere


forti spese in pubblicità/promozione (per farsi una
reputazione o farsi conoscere)

• Aumento costi unitari per l’impresa entrante (fattore


ostacolante..)
Barriere tecnologiche

• Vantaggi nelle conoscenze tecnologiche e


know-how

• Brevetti

• Altri strumenti di protezione della proprietà


intellettuale

Trade-off (dilemma di politica industriale) tra:


- Lasciare potere di mercato/rendita di monopolio garantiti
da brevetti (inefficienza statica)
- necessità di fornire incentivi all’innovazione (effcienza
dinamica) (vedi cap. 11, LWG)
La conoscenza/innovazione/tecnologia come “bene pubblico”

Caratteristica dei beni pubblici:

• Non rivalità
Mancanza di incentivi alla
• Non escludibilità produzione del bene
(non copertura dei
costi/remunerazione degli
investimenti)
Costi marginali tendono a zero
Mancanza di una domanda
Prezzo/costo concorrenza pagante (free riding)
perfetta (ottimo paretiano)
tenderebbe a zero “Fallimento del mercato”

Nessuna disponibilità a pagare


In realtà….la conoscenza/innovazione/tecnologia è
solo parzialmente un bene pubblico:

• La conoscenza ≠ pura informazione


(acquisibile/trasferibile a costo zero)

• Presenza di un certo grado (variabile) di


“approbriabilita” dei risutati dei processi innovativi e
delle conoscenze:

➢ Strumenti legali di protezione della proprietà intellettuale


(brevetti)

➢ Segreto industriale

➢ Lead-time

➢ Natura non codificabile delle conoscenze (know-how)


Barriere legate alle condizioni di accesso al finanziamento e ai
canali di distribuzione
Il fabbisogno di capitali

• Il costo del capitale necessario per consolidarsi in un settore può essere


talmente ingente da scoraggiare chiunque, tranne le imprese di grandi
dimensioni

• Le imprese entranti potrebbero trovare maggiore difficoltà a reperire capitali


rispetto alle consolidate

L’accesso ai canali di distribuzione:

• per i produttori di beni di consumo le barriere più elevate potrebbero essere


costituite dal comportamento dei distributori che preferiscono i prodotti delle
imprese già affermate.

• La capacità limitata dei canali di distribuzione, l’avversione al rischio e i costi


fissi associati all’inserimento di un nuovo prodotto, provocano la riluttanza dei
distributori ad accettare un nuovo concorrente
La rilevanza delle barriere dipende dalle possibili
ritorsioni delle imprese incumbents

• le aspettative delle nuove imprese (entranti) circa le possibili reazioni delle


imprese leader (incumbents) determinano l’efficacia di tutte queste barriere
all’entrata

• la probabilità che avvengano tali reazioni dipende anche dalle condizioni


del settore (struttura dei costi, regime tecnologico, differenz. prodotti etc.)

• l’efficacia delle minacce di ritorsione come barriere all’entrata dipende dalla


loro credibilità

• la minaccia di attuare politiche di prezzo aggressive contro le imprese


entranti è credibile soltanto se sostenuta da una reputazione di aggressività

e/o da un contesto produttivo e di domanda dai quali emerge un effettivo


eccesso di capacità produttiva, eccesso di scorte da parte dell’incumbents e
domanda stagnante.
Classificazione barriere all’entrata (Bain)

Classificazione delle industrie in base alla rilevanza delle


barriere all’entrata:

Alte: le imprese possono fissare prezzi oltre il 10%


superiori al costo marginale/medio

Medie: le imprese possono fissare prezzi il 5-9%


superiori al costo marginale/medio

Basse: le imprese possono fissare prezzi fino al 4%


superiori al costo marginale/medio
Rilevanza delle determinanti delle barriere
(Studio Bain)

Economie di scala: causa frequente di barriere all’entrata


ma di bassa entità

Vantaggi assoluti: non giocano un ruolo rilevante salvo


che in alcuni specifici settori

Differenziazione causa frequente e generano alte


barriere
Il caso Microsoft-Commissione europea
Le condotte oggetto di accusa:
Estensione del potere di mercato dei sistemi operativi per PC

•Microsoft ha limitato l’interoperabilità tra PC che operano in Windows e server


non Microsoft (es. caso Sun Mycrosistem)

•Abbinamento del suo software multimediale (Windows Media Player) al proprio


sistema operativo Windows (bundling)

Microsoft fa leva sul potere che ha nel mercato dei sistemi operativi, per estendere
la sua posizione dominante anche nel mercato dei software multimediali

Effetti:
•Indebolimento della concorrenza
•Barriere all’entrata
•Riduzione margini scelta dei consumatori
Il caso/contenzioso Microsoft-Commissione
europea

Questioni/dimensioni da valutare:

• Potere di mercato (abuso posizione dominante?)

• Natura dinamica della concorrenza nel mercato del


software/computer (approccio Scuola Chicago)

• Pratiche di restrizione verticale (barriere all’entrata – strategie di


tying)

• Limiti (vantaggi/svantaggi) della limitazione della concorrenza


legata ai diritti di esclusiva (Brevetti, altri IPR, Standards ect.)

 Effetti sul benessere sociale (di nuovo trade-off..)


Ottica efficienza Statica (ottimo paretiano)
Ottica efficienza Dinamica (innovazione/sviluppo tecnologico)
Specificità industria software/computer

Caratterizzata da:

• Elevata dinamicità domanda

• Elevato dinamismo tecnologico

• Esternalità di rete

• Importanza standard tecnologici (compatibilità)

 Difficoltà a valutare gli effetti delle strutture di mercato e delle strategie


delle imprese sul benessere sociale

a) Ottica efficienza Statica - ottimo paretiano

b) Ottica efficienza Dinamica – innovazione/sviluppo tecnologico


Il caso Microsoft-Commissione europea

ARGOMENTI DELL’ACCUSA (EU)

• Aver limitato deliberatamente l’interoperabilità tra PC


che operano in “Windows” e server per gruppi di lavoro
non Microsoft.

• Aver abbinato il programma Windows Media Player a


Windows (sistema operativo presente su quasi tutti i PC).
«vendita in bundle» o «gemellate»
Microsoft avrebbe estesp la propria posizione di dominanza
(Il caso Microsoft, Sabbatini P., Moneta e Credito, 1999):

a) commercializzando gratuitamente il proprio browser (prezzi predatori);


b) offrendo contratti leganti per i produttori di hardware, i quali dovevano
preinstallare Explorer (il browser di Microsoft) come condizione per
predisporre i nuovi computer con Windows;
c) legando tecnicamente, con la versione del 1998 di Windows, il browser al
sistema operativo;
d) imponendo vincoli nelle condizioni di uso di Windows ai produttori di
hardware (evitare che l'icona di Explorer potesse essere rimossa o
sostituita con quella di un browser concorrente);
e) vietando ai service providers che accettano di venire inseriti in speciali
liste predisposte in Windows di suggerire l'acquisto di browsers rivali;
f) imponendo contratti leganti ai content providers su Internet che, tramite
una particolare funzione tecnica (active desktop), possono essere
immediatamente visualizzati nel momento in cui si accende il computer.
Attraverso queste pratiche «sleali» Microsoft
avrebbe:

• esteso la propria posizione di dominanza dal


mercato del sistema operativo a quello del
browser

• indebolito il browser di Netscape,

• impedito che si consolidasse una potenziale


piattaforma in grado di insidiare il primato di
Windows.
Il caso Microsoft-Commissione europea

ARGOMENTI DELLA DIFESA (Schmalensee):

• Enfatizzazione della particolarità della concorrenza nel settore dei


software (settore a rapida innovazione e con barriere all’entrata
prevalentemente tecnologiche).
• Vantaggi per i consumatori

Basi teoriche:

• Scuola di Chicago
• Concetto di barriere all’entrata di Demsetz
• Riferimento all’efficienza paratiena/statica non è applicabile
(visione Schumpeteriana del processo competitivo)
Il caso Microsoft-Commissione europea

CONDANNA:

• Immettere nel mercato entro 90 giorni dalla


sentenza una versione di “Windows” priva di
lettore multimediale.

• Comunicare ai suoi concorrenti entro 120


giorni dalla sentenza le informazioni
necessarie per favorire l’interoperabilità.

• Multa di 497 milioni di Euro.


Condanna
• La condanna non significa che i consumatori riceveranno
Pc e sistemi operativi senza Media Player ma la
configurazione di tali abbinamenti rifletterà i desideri dei
consumatori e non quanto imposto da Microsoft

• Le informazioni necessarie per favorire l’interoperabilità si


riferiscono alla documentazione relativa alle sole interfacce
e non ai codici sorgente (tutela proprietà intellettuale)

Riemerge il potenziale contrasto tra l’obiettivo di incentivare


l’innovazione attraverso i diritti di proprietà intellettuale e
diritti antitrust
Barriere all’uscita
Fattori economici, strategici che trattengono
l’impresa nel mercato/settore in cui opera anche se la
redditività è bassa o negativa.

•Sunk cost (costi irrecuperabili)


•Contratti di lavoro di lungo termine
•Contratti di fornitura
•Fattori affettivi
Barriere all’entrata strategiche
Prezzo di esclusione:
prezzo che impedisce l’entrata di nuovi concorrenti
(inferiore al costo medio dell’impresa entrante – teoria prezzo limite -
v. dopo)

I prezzi predatori:
consistono nel fissare temporaneamente i prezzi al di sotto
dei propri costi marginali (o dei costi medi variabili) per
scoraggiare l’entrata, per poi alzarli successivamente

Prezzo di eliminazione
prezzo in corrispondenza del quale una o più imprese sono costrette ad
uscire dal mercato
prezzo inferiore al costo marginale o variabile medio (Areeda-Turner)
Altre strategie di deterrenza all’entrata

• Espansione della capacità produttiva

• Proliferazione dei prodotti

• Contratti a lungo termine con fornitori


e clienti
Strategie di deterrenza all’entrata
• Quando le imprese pongono in essere strategie di
deterrenza all’entrata si dice che l’entrata è impedita

• Se le incumbent pongono in essere (anche non


intenzionalmente) strategie che rendono l’entrata poco
profittevole si dice che l’entrata è bloccata

• Se l’entrata è profittevole e le imprese incumbent non


fanno nulla per ostacolarla si dice che l’entrata è
accomodata
Mercati contendibili
• Nei mercati contendibili (Baumol, Panzar e Willig) non esistono
né barriere all’entrata né all’uscita

• Sono possibili strategie «mordi e fuggi» (hit and run)

• Se il mercato presenta opportunità di profitto un potenziale


concorrente potrebbe entrare e realizzare un guadagno prima che
i prezzi cambino e quindi uscire senza costo se le prospettive
future non sono favorevoli

• Quanto più contendibile è il mercato, tanto più un’industria,


anche monopolistica, sarà costretta ad operare in condizioni
simili a quelle della concorrenza perfetta (P = MC).

• I mercati contendibili richiedono necessariamente


assenza di barriere all’entrata e sunk costs
Modello del prezzo limite
(modello Bain-Sylos Labini-Modigliani BSM)
Ipotesi:

• Mercato oligopolistico con prodotto omogeneo

• Supponiamo che il potenziale entrante si comporti alla «Cournot» ovvero


ritiene che la quantità prodotta dalle imprese incumbent resterà invariata
anche dopo l’eventuale entrata del nuovo concorrente

1. Il prezzo limite (fissato dall’incumbent) sarà il prezzo che impedisce


l’entrata (uguale al costo medio/marginale dei concorrenti potenziali).

2. Prezzo limite effettivo (o BSM) è quello che rende nullo il valore della
decisione di entrata (considerando il prezzo che verrebbe a determinarsi
dopo l’entrata

3. Il prezzo limite è funzione crescente della scala minima efficiente di


entrata e decrescente dell’elasticità della domanda
Fissazione dei prezzi
• Pm => MCi = MRi Pm >> Mci Prezzo monopolistico

• Pi = MCi Prezzo in un mercato


contendibile

• PL = MCi + (MCe –MCi) Prezzo limite

• PBSM > PL (data l’ipotesi alla Cournot => invarianza


della quantità offerta dall’impresa incumbent)

• PL (con presenza di economia di scala) > PL (senza economie di scala)

• PBSM (con bassa elasticità) > PBSM (con elevata elasticità)


Qi Pi PiQi MRi MCi MCe MCe
Con scala
minima Calcolare:
efficiente
1 100 100 - 20 30 70
a) prezzo di monopolio,
2 95 190 90 20 30 65
3 90 270 80 20 30 60
b) prezzo in mercato
4 85 340 70 20 30 55
contendibile,
5 80 400 60 20 30 50
6 75 450 50 20 30 45
c) prezzo limite,
7 70 490 40 20 30 40
8 65 520 30 20 30 35
d) prezzo BSM,
9 60 540 20 20 30 30
10 55 550 10 20 30 30
e) prezzo con scala
11 50 550 0 20 30 30 minima di entrata (60)
12 45 540 -10 20 30 30
13 40 520 -20 20 30 30
14 35 490 -30 20 30 30
15 30 450 -40 20 30 30
16 25 400 -50 20 30 30
17 20 340 -60 20 30 30
Barriere all’entrata in un contesto di
concorrenza dinamica
Ipotesi:

• Domanda non è statica (cresce nel tempo)

• Ai potenziali entranti occorre tempo per entrare nei mercati


(installazione capacità produttiva)

• R: tempo di reazione (tempo necessario dal momento che


si prende la decisione di entrare al momento in cui si inizia
a produrre

Cambiano anche le strategie (prezzo) delle imprese incumbent


Barriere all’entrata in un contesto di concorrenza dinamica

g: tasso di crescita della domanda (mercato)


R: tempo di reazione

Espansione (%)della domanda che a


fine del periodo R sarà disponibile per
l’impresa incumbent e quella entrante

Domanda residua per l’impresa entrante


alla fine del periodo R dato il volume di
produzione dell’impresa incumbent qi
- Se qe è maggiore o uguale alla SME
- o determina un Cme < P
=> l’impresa fa gli investienti necessari
e entra (trascorso il period R)
Tasso
crescita
domanda

E livello
del
prezzo

R = 4 anni anni
Barriere all’entrata in contest dinamico e presenza di
economie di scala

g: tasso di crescita della domanda (mercato)


R: tempo di reazione

Domanda residua per l’impresa


entrante alla fine del periodo R dato
il volume di produzione
dell’impresa incumbent qi

Con economie di scala


t diventa l’incognita
q minima di
produzione efficiente Mi indica il tempo minimo
(SME) in presenza di necessario affinchè l’entrata
economie di scala sia possibile
Ponendosi nei panni dell’impresa incumbent
questa può adottare le seguenti strategie:

a) Scegliere di fissare prezzi alti (massimizzando i


profitti di breve) non curandosi delle nuove
entrate

b) Tenere prezzi più bassi del prezzo limite per


scoraggiare/ritardare l’entrata di nuovi
concorrenti

c) Investire in capacità produttiva o nella


differenziazione di prodotto per
ritardare/scoraggiare l’entrata
Puppy dog: strategia accomodante verso la
concorrenza potenziale.
Lean and hungry: ostile sui prezzi.
Fat cat: ritarda l’entrata con investimenti di
capacità e di differenziazione.
Top dog: strategia più deterrente.
Trade-off tra profitti alti nel breve e profitti più bassi nel lungo
periodo

Tenendo il prezzo al di
sopra del prezzo limite
ottengo temporaneamente
un profitto A alto, ma poi,
avrò una diminuzione dei
profitti pari a B
La differenziazione
cap. 9 Scognamiglio

Rinaldo Evangelista
Struttura->Condotte->Performance
e il ruolo della differenziazione dei prodotti

Struttura Comportamenti Performance


Concentrazione Strategie (prezzo) P > MC
Barriere all’entrata Collusione (P,Q) Extra-profitti
Differenz. prodotti (P>C.MED)

Domanda Strategie di prezzo


- Estensione MKT - p. limite,
- Gusti/Segmentaz. mercati - p. predatori
- Elasticità -discriminiz. Prezzo

Tecnologia Altre strategie


Integrazione verticale
Economie di scala Fusioni/acquisizioni
Dimens. Min. Effic Differenziazione
Pubblicità
R&S, Innovazione
La differenziazione
• Può essere sia strutturale, ovvero insita nelle caratteristiche
dell’industria/mercato, sia dipendere dalle strategie delle
imprese

• In assenza di differenziazione la curva di domanda (con due


imprese) è data da: p1=p=a-b(Q)=a-b(q1+q2)

• In caso di differenziazione sarà data da: p1=a-b1q1-b2q2

• Il grado di differenziazione di ciascun prodotto è espresso dai


coefficienti b

• Se |b1|>|b2| il prodotto dell’impresa 1 non è perfettamente


sostituibile con quello dell’impresa 2 e, di conseguenza, il
prezzo dell’impresa 1 risente meno delle variazioni che
interessano il prodotto dell’impresa 2.
Differenziazione orizzontale e verticale
➢ Differenziazione orizzontale:

due beni sono differenziati orizzontalmente se, a parità di prezzo,


alcuni consumatori preferiscono il bene dell’impresa 1 altri il bene
prodotto dall’impresa 2 (i.e. un prodotto in base alle sue
caratteristiche non è oggettivamente migliore dell’altro per tutti i
consumatori - diversità di gusti/preferenze)

Esempio: dentifricio alla menta vs. dentifricio naturale

➢ Differenziazione verticale:

due beni sono differenziati verticalmente se, a parità di altre


caratteristiche, tutti preferiscono il bene che ha una determinata
caratteristica o se un prodotto è migliore dell’altro in tutte le
caratteristiche
Esempio: a parità di altre caratteristiche, tutti
vorrebbero l’auto che consuma meno
Modelli teorici e concetti chiave
• L’approccio delle caratteristiche

• Informazione imperfetta Risulta costoso spostarsi da un


prodotto all’altro – aumento le
possibilità di differenziazione
• Costi di transazione

Tutti portano:

a una curva di domanda inclinata negativamente per ogni


singola impresa

esistenza di un certo grado di potere di mercato


Approccio delle caratteristiche (1)
➢ L’approccio delle caratteristiche (Lancaster,
1971) assume che la domanda dei consumatori
riguardi non tanto i prodotti, ma piuttosto le loro
caratteristiche

➢ I beni possono essere concepiti come «insieme di


caratteristiche misurabili»

➢ Gli individui sono interessati alle caratteristiche


che un prodotto possiede, non al prodotto in sé

➢ Ogni individuo domanda un prodotto che possiede


la combinazione di caratteristiche – in rapporto al
prezzo - che massimizza la sua utilità
Approccio delle caratteristiche (2)
Il modello di Lancaster

➢ Ipotizziamo che il consumatore si comporti razionalmente


scegliendo il bene che gli fornisce l’utilità netta (al netto del
prezzo) più alta
➢ L’utilità netta per il consumatore i dall’acquisto del prodotto k
è (nel caso di 4 caratteristiche: j=1….4)

uik = bi1ck1 + ....... + bi 4ck 4 − pk


➢ j è la caratteristica del bene
➢ bij è la valutazione (peso) del consumatore i della
caratteristica j
➢ ckj è la quantificazione della caratteristica j
per il bene k
Approccio delle caratteristiche (3)

Date le funzioni di utilità netta di un consumatore i per i due beni k e l

uik = bi1ck1 + ....... + bi 4ck 4 − pk

uil = bi1cl1 + ....... + bi 4cl 4 − pl

➢ Il consumatore i acquisterà il bene k se

uik > uil


Approccio delle caratteristiche (3)

Facciamo un esempio considerando il settore delle


automobili
• Due soli tipi di auto: VW Polo e BMW M3
• Due tipi di consumatori: Neo-laureato e Manager
• Le caratteristiche (j) rilevanti per un’auto sono:
- Rapporto potenza/peso (CV/peso)
- Dimensione
- Aria condizionata
- Efficienza (Km/l)

• Le due auto hanno combinazioni diverse delle


caratteristiche (coeff. c)
• I due consumatori hanno differenti valutazioni
sull’importanza delle caratteristiche (coefficiente b)
Approccio delle caratteristiche (4)

Peso delle caratteristiche (dimensioni oggettive)

uik = bi1ck1 + ....... + bi 4ck 4 − pk

Disponibilità marginale a pagare per le diverse caratteristiche(in


€) riflettono i gusti/preferenze

uil = bi1cl1 + ....... + bi 4cl 4 − pl


10
Approccio delle caratteristiche (5)

Le utilità nette

uik = bi1ck1 + ....... + bi 4ck 4 − pk

uil = bi1cl1 + ....... + bi 4cl 4 − pk

Conclusioni:

- Il neo-laureato acquisterà la polo

- Il manager acquisterà la BMW11


Limiti e pregi dell’approccio di Lancaster
uik = bi1ck1 + ....... + bi 4ck 4 − pk

➢ Uno dei vantaggi è che consente di trattare sia la


differenziazione orizzontale che quella verticale

➢ Questo approccio ha il limite di richiedere una quantificazione


di tutte le caratteristiche dei prodotti (coeff. c)

➢ E’ difficile valutare l’utilità attribuita dai consumatori alle


singole caratteristiche (coeff. b)

12
L’informazione e i costi di transazione
Informazione
• Ciascun consumatore investe nell’acquisizione di diverse tipologie di
informazione per uguagliare costo marginale a beneficio marginale

• Fonti di informazione: amici, pubblicità, esperienze diretta dei prodotti,


raccolta dati, ecc.

• I set di informazione dei consumatori sono diversi quindi anche se le


preferenze fossero identiche esprimerebbero una domanda diversa per
ciascun livello di prezzo

Costi di transazione
I consumatori sostengono un costo per passare a un prodotto
concorrente (switching cost) e quindi reagiscono diversamente alle
variazioni di prezzo
Informazione imperfetta e switching costs
➢ La differenziazione dei prodotti può anche essere il risultato non
di una differenza nelle caratteristiche ma differenze nei costi
dovuti a:

1) Informazione asimmetrica che comporta costi di ricerca (r)

➢ i consumatori non sono perfettamente informati sui prezzi e


sulle differenti qualità dei prodotti

2) Switching costs (s)

➢ i consumatori devono pagare un costo per cambiare


fornitore
(es. passare da Windows a Linux comporta l’acquisizione di
nuove competenze per utilizzare il nuovo applicativo)
Dispersione dei prezzi (1)

➢ L’esistenza di costi di ricerca e di consumatori


eterogenei offre una spiegazione al fenomeno della
«dispersione dei prezzi»

➢ Se esistono consumatori con costi di ricerca elevati


(turisti) e consumatori con costi di ricerca bassi
(residenti) esisterà un equilibrio in cui:

o Alcuni negozi praticano prezzi elevati per i turisti


(che acquistano nel primo negozio che trovano)

o Altri prezzi bassi per i residenti (che cercano il


negozio che offre le condizioni più convenienti).
Dispersione dei prezzi (2)
➢ Internet (e-commerce) e i motori di ricerca hanno ridotto i
costi di ricerca per i consumatori, hanno aumentato
l’intensità della concorrenza riducendo i prezzi dei prodotti
(e la dispersione dei prezzi)

➢ Le imprese talvolta attuano strategie di “obfuscation” per


compensare la riduzione dei costi di ricerca

➢ Esempi:

• Versione base del prodotto molto economica per


apparire in buona posizione nella lista offerta dal
motore di ricerca

• Prezzi molto più elevati per versioni più sofisticate

• Introduzione di elementi che rendono difficile il


confronto tariffario
Switching costs (1)
➢ Costi sostenuti dai consumatori nel cambiare
fornitore o marca del prodotto che utilizza

➢ Questo cambiamento determina l’insorgere di costi


di transazione e di apprendimento

➢ L’esistenza di switching costs differenzia beni che


altrimenti sarebbero percepiti come perfettamente
identici

➢ Le imprese fissano pM se gli switching costs sono


alti

➢ In generale, maggiori sono gli switching costs, più


debole è l’intensità della concorrenza, maggiore il
potere di mercato delle imprese (appunto p ->
pM)
Switching costs (2)
Gli switching costs possono essere creati
artificialmente (strategicamente) dalle
imprese.

Esempi:
➢ Ostacoli alla portabilità del numero telefonico

➢ Costi per chiudere un conto corrente bancario

➢ Costi per spostare un mutuo

➢ Costi per passare da un prodotto all’altro (abilità


d’uso, assistenza, ecc)
Informazione imperfetta e switching costs

➢Se s + r sono molto alti

p → pM (p di monopolio)

anche se le imprese offrono prodotti identici, per i


consumatori non è indifferente rivolgersi a una
impresa o ad un’altra
(situazione simile alla differenziazione del prodotto)
SELEZIONE AVVERSA : George Akerlof (1970)
Generata da asimmetria informativa
“The Market for Lemons”

Un articolo che analizza il


mercato delle auto usate.

Mercato con asimmetria


informativa:

la qualità dell’auto non è


osservabile da parte
dell’acquirente ma è
conosciuta dal venditore ()

Rischio di comprare una


macchina che dopo un po’ si
rivela un …. “bidone” (un
limone in americano!)
# 1 Se la qualità dell’auto fosse perfettamente osservabile
(assenza di asimmetria informativa) esisterebbero due
mercati distinti: uno per la qualità H e uno per la qualità L

Mercato auto alta qualità Mercato auto bassa qualità


PH PL
SH

2000

DH
SL
1000

DL

500 QH 500 QL

Il prezzo segnalerebbe correttamente la qualità dell’auto


# 2 La qualità dell’auto NON è osservabile.

Il venditore del «limone» non ha interesse a dichiarare la bassa


qualità

Il rivenditore del bene di qualità rischia di non essere creduto in


mancanza di elementi oggettivi/verificabili sulla qualità della sua
auto

I compratori possono valutare la qualità dell’auto solo su base


probabilistica avendo come riferimento la qualità media delle auto
usate in circolazione

Se i consumatori sanno che ci sono 500 auto H e 500 auto L


ciascuno sa che c’è una probabilità del 50% di acquistare un’auto
buona e 50% di acquistare un bidone

Che cosa succede?


Poiché la qualità non è osservabile la domanda di mercato (DM)
(disponibilità a pagare) rifletterà questa incertezza:
DM = Prob(auto buona) DH + Prob(bidone) DL
DM = (1/2) DH + (1/2) DL

PH PL
Data la probabilità di SH SL
acquistare un’auto peggiore
la disponibilità a pagare (di
coloro che originariamente
domandavano auto di alta
qualità) diminuisce DH
1500

DM DM
Data la probabilità di
acquistare un’auto migliore
la disponibilità a pagare (di

DL
coloro che originariamente
domandavano auto bassa
qualità) aumenta

250 500 QH 500 750 QL


Effetti:
Al prezzo più basso la disponibiltà ad offrire auto => La qualità media del parco auto in vendita si reduce
buone si reduce e quella ad offrire auto bidone ¼ sono auto “buone” e ¾ sono auto “cattive”
aumenta
Il processo di selezione avversa è innescato: la
qualità bassa sta scacciando dal mercato la qualità
alta.
La domanda di mercato rifletterà la maggiore
probabilità (750/1000 = ¾) di acquistare un bidone
….
DMM = (1/4) DH + (3/4) DL
PH PL
SH SL

DH
1200

DM DM
DMM
DMM
DL

125 250 QH 500 750 QL


Questo processo può continuare fino a quando …..
Il processo di selezione avversa è concluso: la qualità bassa ha
eliminato dal mercato la qualità alta. Il prezzo di mercato segnala
correttamente la qualità bassa, la sola disponibile.

Il prezzo è diminuito talmente da azzerare l’offerta di auto buone

SH
PH PL
SL

DH

Il prezzo è
diminuito
talmente da
azzerare 1000
l’offerta di
DMM
auto buone
DL

0 QH 400 QL
Differenziazione: Il ruolo della pubblicità
Premesse:
• La presenza di gusti differenziati
• Il ruolo dell’informazione nella teoria del consumo/scelte
del consumatore
• La presenza di asimmetrie informative e switching costs

Pubblicità diventa una variabile strategica:


• ruolo rilevante come fattore di differenziazione
• entra nella strategie di massimizzazione del profitto
=> consente di aumentare potere di mercato (P>MC)
Diversi tipi di tipi/funzioni della pubblicità

• Pubblicità informativa: prodotti con qualità


individuabili. Possono essere valutati prima
dell’acquisto

• Pubblicità persuasiva: prodotti con qualità da


sperimentare: prima acquistati e poi provati

• Signalling advertising: l’intensità della pubblicità


può essere segnale di qualità
Diversi tipi di tipi di beni
ed effetto della pubblicità

• Beni di convenienza
➢ Basso prezzo ed elevata frequenza di acquisto
➢ Più suscettibili all’effetto della pubblicità

• Beni di spesa
➢ Prezzo unitario più elevato e acquistati meno
frequentemente
➢ Meno suscettibili alla pubblicità

• Beni con elevata innovazione


➢ possono avere bisogno di maggiore pubblicità
informativa
La legge di Dorfman e Steiner (1)
Strategie di massimizzazione del profitto con pubblicità
Bisogna individuare la quantità ottimale di pubblicità (s)
Caso del Monopolio
p: prezzo
Q=f(p,s,z) s: livello di pubblicità
Funzione domanda z: qualità

Il profitto è dato da:


p=pQ(p,s,z)-C(Q(p,s,z))-sT

dove T è il costo unitario del messaggio pubblicitario


La legge di Dorfman e Steiner (1)
p=pQ(p,s,z)-C(Q(p,s,z))-sT (1)

Massimizzando (1) rispetto a p e rispetto ad s (derivando


e uguagliando a 0) e riordinando otteniamo:
Elesticità della domanda alla spesa pubblicitaria
𝑠𝑇 𝜂
=
𝑝𝑄 𝜀 Elesticità della domanda al prezzo

Il rapporto tra spesa pubblicitaria e fatturato (ottimale –


max profitto) è uguale al rapporto tra l’elasticità della
domanda alla spesa pubblicitaria (h) e l’elasticità della
domanda al prezzo (e)
La legge di Dorfman e Steiner (2)
Estensione al caso di un oligopolio
• La domanda della singola impresa oligop. dipende anche da
quantità, prezzo, qualità e pubblicità delle imprese rivali
• Supponiamo prezzi dati

La funzione di domanda della singola impresa è

Q=f(s, s) s indica il totale dei messaggi


pubblicitari delle imprese rivali,
con dQ/ds<0 (la mia q. diminuisce se le imprese rivali
fanno più pubblicità)

La funzione di profitto sarà


p=pQ(s, s)-C[Q(s, s)]-sT
La legge di Dorfman e Steiner (2)
p=pQ(s, s)-C[Q(s, s)]-sT (1)

Massimizzando (1) e facendo una serie di passaggi algebrici si


ottiene

𝒔𝑻 𝜂+𝛼h
= P-MC
𝜂 + 𝛼h =
𝒑𝑸 P 𝜀

Dove 𝜂 = Elesticità della domanda alla mia spesa pubblicitaria

h= (dQ/ds)(s/Q) elasticità incrociata della


domanda ad s (pubblicità dell’altra impresa)

a= (ds/ds)/(s/s) elasticità della variazione


congetturale della pubblicità dei rivali ad un
cambiamento della politica pubblicitaria
dell’impresa considerata
(reazione dell’impresa rivale)
La legge di Dorfman e Steiner (2)

𝑠𝑇 𝜂+𝛼h Se la mia domanda risente molto negativamente delle spese


= pubblicitarie della concorrente (h) -
𝑝𝑄 𝜀 Se l’altra impresa reagisce molto alle mie spese pubblicitarie (a) -
ciò ha un effetto negativo sul mio rapporto spese
pubbl./fatturato

Dove h = (dQ/ds)(s/Q) elasticità incrociata della


domanda ad s (pubblicità dell’altra impresa)

a= (ds/ds)/(s/s) elasticità della variazione


congetturale della pubblicità dei rivali ad un
cambiamento della politica pubblicitaria
dell’impresa considerata
(reazione dell’impresa rivale)
Differenziazione di prodotto e potere di mercato
Modello di Hotelling
(ATTENZIONE parte della dimostrazione del modello è trattata nella sezione 16.9.4)

➢ spiega la localizzazione (differenziazione) nello «spazio delle


caratteristiche» (e la scelta dei prezzi) dei prodotti differenziati
orizzontalmente (locational-spatial model)

➢ La differenziazione è concepita come «distanza» fisica tra


produttori e consumatori, quindi riconducibile ai costi di
trasporto, (switching costs) che ogni consumatore deve
sostenere per spostarsi da un produttore (prodotto) all’altro

➢ Per semplicità, consideriamo una sola caratteristica rilevante

➢ 0 e 1 sono gli estremi della caratteristica (es. gelato: dolce –


amaro, ecc) valutata diversamente dai consumatori
Differenziazione di prodotto e potere di mercato

I problemi da affrontare:

1) Quali localizzazione/posizionamento dell’impresa,


ovvero quali caratteristiche dare al bene
differenziato (tipo/livello di differenziazione)?

2) Quale prezzo?

3) Che effetti ha la differenziazione sul potere di


mercato?
Differenziazione di prodotto: il posizionamento

➢ Ipotesi:
1) ci sono due venditori di gelati in una spiaggia lunga 1 km,
ognuno ad un estremo

0 1

Distanze fisiche (o nelle caratteristiche dei prodotti)

2) i consumatori sono distribuiti uniformemente e sceglieranno


il venditore (a parità di prezzi) più vicino, per minimizzare i
costi di trasporto t
(o switching cost…nel caso delle distanze caratteristiche)

DOMANDA: ALLE IMPRESE DOVE CONVIENE POSIZIONARSI?


(differenziare il proprio prodotto)
Scelta del posizionamento

➢ Supponiamo che l’impresa 2 si collochi tra 0,5 e 1


➢ Qual è la scelta ottimale dell’impresa 1: collocarsi
vicino l’impresa 2 o vicino allo 0 ?
➢ Conviene collocarsi leggermente alla sinistra
dell’impresa 2
➢ Più l’impresa 1 si colloca vicino all’impresa 2,
maggiore sarà la sua domanda e maggiori i suoi
profitti (effetto diretto)
➢ Le due imprese finiranno nella stessa collocazione
(0,5) Impresa 1
Impresa 2 Impresa 2
Impresa 2

0 0,5 1 0 1
Impresa 1 0,5
Differenziazione di prodotto e potere di mercato
(la dimostrazione di questa parte del modello è trattata nella sezione 16.9.4)

Quali prezzi?
➢ È necessario definire i prezzi date le localizzazioni,
quindi:

1) Trovo la funzione di domanda delle imprese

2) Calcolo la funzione di profitto delle imprese

3) Calcolo la funzione di reazione

4) Calcolo l’equilibrio nei prezzi


38
Costo totale per il consumatore nel modello di Hotelling

Ipotizziamo che i 2
venditori siano localizzati
ai due estremi p1 p2’ + t(1-x) p2

Consideriamo un
consumatore collocato in
X

p1 ’ p1’ + tx
rappresentiamo i costi
complessivi che deve
sostenere per acquistare
dal rivenditore 1 oppure p2 ’
dal rivenditore 2

Impresa 1
0 x 1 Impresa 2
costi dati dal prezzo +
costi trasporto.
X 1-X
39
Costo totale per il consumatore nel modello di Hotelling

➢ Il consumatore che si colloca nel punto x deve spostarsi per


una distanza pari a x per raggiungere l’impresa 1
➢ I costi di trasporto/spostamento sono pari a t per unità di
distanza
➢ Il costo totale di acquistare dall’impresa 1 è dato da p1
(prezzo) + tx (costo di trasporto) ossia p1 + tx
➢ In x = 0 il costo totale è p1’
➢ Quando il consumatore si sposta dalla localizzazione
dell’impresa 1 (x = 0), il costo totale aumenta ad un tasso
pari a t per unità di distanza
➢ Un consumatore collocato nel punto x deve spostarsi per
una distanza pari a 1 – x per acquistare dall’impresa 2
➢ Il costo totale del bene 2 è quindi pari a p2’ + t(1 – x)
➢ Un consumatore collocato nello stesso punto dell’impresa 2
(x = 1) deve pagare un costo
40
totale pari a p2’
Costo totale per il consumatore nel modello di Hotelling

Possiamo tracciare il p2’ + t(1-x)


costo dei due prodotti per p1 p1’ + tx p2
ciascun consumatore
collocato sull’asse
spaziale 0-1

e individuare la
localizzazione in cui il p1’
costo è lo stesso
p2 ’
Il consumatore
posizionato sul punto x è
indifferente all’acquisto 0 x 1
del bene dall’impresa 1 o
2
1-X X
41
Costo totale per il consumatore nel modello di Hotelling

Facendo l’ipotesi che i consumatori


p2’ + t(1-x)
siano distribuiti uniformemente
p1 p1’ + tx p2
lungo il segmento 0-1:

- il consumatore posizionato nel punto


X è indifferente se acquistare da
impresa 1 o 2
p1’
- i consumatori a sinistra di x comprano
da impresa 1 e quelli a destra da
impresa 2 d1 = x d2 = 1-x p2’
- la domanda per il bene dell’impresa 1 è
pari a X (d1 = X) dato P1, P2
0 x 1
- la domanda per il bene dell’impresa 2 Impresa 1 Impresa 2
è pari a: 1-X (d2 = 1-X) dato P2, P1

42
(Attenzione: Da qui in poi l’argomento viene trattato nel paragrafo 16.9.4)

Partendo dalla condizione di indifferenza del consumatore posizionato sulla


posizione x:
p1’+tx= p2’+t(1-x)

possiamo quindi ricavare le curve di domanda per i due venditori:

Impresa 1 Impresa 2
1 𝑝2′ −𝑝1′ 1 𝑝1′ −𝑝2′
x= + 1-x= +
2 2𝑡 2 2𝑡

Le funzioni di profitto delle due imprese sono (c: costo medio)

p1=p1’x-cx p2=p2’(1-x)-c(1-x)

Sostituendo e massimizzando il profitto si ricavano le funzioni di reazione


delle due imprese e poi l’equilibrio di Nash:

Maggiore è la differenziazione del


pN = c + t prodotto (t) , maggiore è il potere di 43

mercato delle imprese


Ulteriori considerazioni

➢ I prezzi di equilibrio sono pari a (c + t) e quindi


superiori a c (costo medio/marginale)

➢ La differenza fra prezzo e costo marginale è


crescente e dipende dal costo di trasporto t

pN = c + t ➢ La presenza di un costo di trasporto (disutilità)


positivo è ciò che permette di attenuare la
competizione di prezzo

➢ Se le imprese sono localizzate ad una sufficiente


distanza la strategia di “tagliare” il prezzo per
acquisire domanda non è più attraente
Scelta congiunta della localizzazione e prezzi
Cosa succede se le imprese possono scegliere sia dove
collocare i loro prodotti sia i prezzi?

➢ Modello di Hotelling come un “Gioco a due stadi”:


- in un primo momento le imprese scelgono dove collocare
i loro prodotti: t0: scelta di localizzazione (0, 1)

- in un secondo momento scelgono i prezzi, data la


collocazione dei loro prodotti t1: scelta del prezzo (p0, p1)

➢ Nello scegliere la localizzazione le imprese tengono conto


degli effetti della loro scelta sulla competizione di prezzo

➢ Bisogna quindi considerare un contesto di interdipendenza


strategica sia in termini di fissazione dei prezzi che di
localizzazione/differenziazione
La diversificazione
cap. 10 Scognamiglio

Rinaldo Evangelista
La diversificazione
La strategia corporate di diversificazione si realizza
quando un’azienda decide di sviluppare nuove
produzioni in mercati nuovi anziché rafforzare la propria
posizione nel settore in cui già opera

La strategia di diversificazione si persegue attraverso


quattro modalità:
- diversificazione orizzontale
- diversificazione correlata (o laterale)
- diversificazione conglomerale
- diversificazione verticale
Diversificazione orizzontale:

➢ quando le nuove produzioni sono destinate al segmento


di clientela già servito, e lo sviluppo dei nuovi prodotti
può essere effettuato mantenendo le tecnologie
preesistenti oppure mediante tecnologie differenti.

ES: Azienda che produce lavatrici e lavastoviglie

➢ È la forma di diversificazione considerata meno rischiosa per


l'impresa.

➢ Spesso consiste in una esplorazione del mercato ai fini di


un’espansione più forte da compiere in un momento successivo
Diversificazione correlata (o laterale):

Entrata in nuovi mercati sfruttando sinergie di ricerca,


progettazione, sviluppo del prodotto, gestione della
produzione e del rapporto con il mercato.
ES: azienda che produce carta da parati che decide di produrre
cartoni per imballaggi;

Sfruttamento sinergie in termini di marketing:


un’azienda che produce prodotti per l’igiene della casa e decide di
produrre prodotti alimentari (entrambe le produzioni, infatti,
possono essere gestite con gli stessi canali distributivi).

Rispetto alla diversificazione orizzontale, la diversificazione correlata


richiede un impegno gestionale maggiore in quanto sono minori le
affinità sfruttabili dall’impresa
Diversificazione conglomerale:
Estensione delle attività verso produzioni completamente
nuove (senza alcuna affinità con le conoscenze già possedute
dall’impresa), rivolte ad una clientela completamente
diversa.

La diversificazione conglomerale presenta alti rischi di


gestione (in quanto l’azienda non può sfruttare nessuna delle
competenze acquisite in passato)
Può rispondere ad una logica di riduzione/diversificazione del
rischio di mercato in quanto i mercati su cui si sviluppa non
hanno alcun legame e quindi se dovesse andare male uno dei
due l’altro non seguirebbe la stessa sorte (diversificazione del
rischio)
Diversificazione verticale e integrazione
verticale come forme di diversificazione:

➢ Nel caso dell’integrazione verticale la nuova


produzione dell’impresa viene destinata a se stessa

➢ Mentre nel caso di diversificazione verticale è


destinata a terzi

➢ La diversificazione/integrazione verticale può


essere a monte o a valle
Vantaggi della diversificazione

➢ Crescita aziendale

➢ Aumento della redditività (trasferendo risorse da mercati meno


attraenti a mercati più attraenti)

➢ Riduzione del rischio (compensando andamenti sfavorevoli in certi


mercati serviti con quelli favorevoli di altri)

➢ Sfruttamento opportunità di mercati promettenti

➢ Diminuzione della presenza in mercati in crisi

➢ Sfruttamento delle competenze acquisite in altri settori

➢ Sfruttamento delle competenze (capacità produttive) non


pienamente sfruttate
Aspetti problematici della diversificazione

- La realizzazione della strategia di diversificazione


richiede all’azienda tempi lunghi legati alla
minore conoscenza dei nuovi settori in cui
l’impresa decide di espandersi rispetto alle
produzioni tradizionali;

- la scarsa familiarità nei confronti delle nuove


attività determina una minore possibilità di
valutare i rischi gestionali da parte degli organi
imprenditoriali
In quali situazioni conviene attuare la
strategia di diversificazione?

- quando l’azienda si trova ormai impossibilitata ad


espandersi nel settore dove già opera perché
obsoleto, in crisi, caratterizzato da una domanda
costantemente decrescente (Pirelli; Motorola).

- quando l’impresa possiede risorse in eccesso che


non desidera reinvestire nelle attività che presiede
intravedendo promettenti evoluzioni di altre
attività (Microsoft acquisendo Yahoo).

- quando l’impresa vuole accrescere non solo il suo


volume di affari, ma anche la sua immagine e la
sua reputazione (Fiat ha lanciato una linea di
abbigliamento con il suo marchio).
Esempio di impresa diversificata

IMPRESA

Autoveicoli Macchine utensili Motori marini Elettrodomestici

Mercato Mercato Mercato Mercato


Esempi di imprese diversificate
SONY (Elettronica di consumo)
- Lettori CD
- Vidoeregistrazione
- TV
- Alta fedeltà
- Computer
- Macchine fotografiche
- Playstations
- Etc.

GENERAL ELECTRIC
Opera in moti settori della
Manifattura/servizi/finanza

MICROSOFT
Sistemi operativi
Motori di ricerca (Yahoo)
Telefonia
Misure della diversificazione

➢Livello di diversificazione dipende da cosa si


intende per «diversità» (assenza di
criteri/parametri univoci)

➢Confine tra differenziazione e diversificazione


spesso labile

➢Concetto di mercato rilevante (anche questo non


univoco)

➢Distinzione tra l’attività prevalente dell’impresa e le


altre attività
Misure della diversificazione

1. CM=rapporto tra attività secondarie e attività totali

2. Indice HH calcolato sulla quota delle attività dell’impresa

Esempio Impresa 1 Impresa 2


Attività 1 60 60
Attività 2 30 10
Attività 3 10 10
Attività 4 10
Attività 5 10

CM1=0.40 CM2=0.40
HH1=0.46 HH2=0.40
Fattori che determinano (vantaggi
dovuti a) la diversificazione

1. Vantaggi nei costi di produzione

2. Vantaggi nei prezzi di vendita

3. Strategie di sviluppo dell’impresa

4. Aspetti finanziari
Effetti sui costi di produzione
Ripartizione di costi indivisibili su una più
ampia gamma di prodotti
Ciò si verifica nel caso delle spese/investimenti in

✓Pubblicità
✓Ricerca
✓Marca/Brand

In produzioni caratterizzate da:

✓ Stagionalità della domanda


✓ Economie di scopo
Effetti sui costi di produzione

Ripartizione di costi indivisibili su una più ampia


gamma di prodotti

Esempio:
Honda, noto produttore di motociclette. Questo ha
conferito all’impresa credibilità e riconoscimento nel
settore dei tosaerba,
consentendole di conquistare una buona fetta di mercato
senza ingenti investimenti in attività pubblicitarie o ricerca
Effetti sui prezzi di vendita
La diversificazione può essere attuata per segmentare la domanda del mercato e sfruttare
le differenti elasticità dei segmenti della curva di domanda con prezzi differenziati (vedi
capitolo Discriminazione dei prezzi)

Tecniche di vendita di prodotti differenziati:

• Tying sales (vendite abbinate): un venditore condiziona la vendita di quel


prodotto all’acquisto contemporaneo di un altro prodotto

• Bundling sales: si offre un certo numero di prodotti diversi ad un unico prezzo. I


pacchetti vengono venduti ad un prezzo inferiore alla semplice sommatoria dei
prezzi dei prodotti componenti il bundle

Esempi:
Oréal (sfruttamento di diverse elasticità);
abbonamenti a windows più internet explorer (bundling sales);
stampanti e inchiostri compatibili (tying)
Diversificazione e vendite in bundling
Stagione teatrale con tre recite
Diversa disponibilità a pagare di A e B ai tre spettacoli:

Spettacoli in programma
Disponibilità a
pagare per il
Tipi di 1 2 3 pacchetto da 3
spettatori recite
A 100 70 70 240
B 70 100 70 240

prezzo dei biglietti separati:


max 70 per ciascun spettacolo =>incasso (70X3)X2 = 420

prezzo dei biglietti in bundle (abbonamento):


220 per i tre spettacoli => incasso 440
prezzo conveniente sia a A che B
La matrice BCG (Boston Consulting Group)
• Individuazione delle principali aree di mercato in termini di prospettive crescita e
profittabilità
• Indicazioni per il ri-orientamento delle risorse (diversificazione)
• Continuo processo di selezione fra il mix dei prodotti esistenti e lo sviluppo di nuovi prodotti.

ΔS ?
Crescita *
mercato Prodotti a bassa Prodotti alta
profittabilità profittabilità
Ma con buone e alta crescita
prospettive di
sviluppo
Dogs Cash cows
Prodotti alta
profittabilità
Settori da cui e bassa crescita
uscire (rendono disponibili
risorse da impiegare
in altri settori)

p - MC profittabilità
p
Diversificazione: profili finanziari
Un obiettivo del processo di diversificazione può consistere nel
compensare il fattore di rischio di un’industria/mercato con quello di
un’altra industria/mercato i cui risultati attesi non sono correlati

Consideriamo il risultato atteso:


𝑛
R = risultati possibili
𝑅ത = ෍ 𝑅𝑖 𝑝𝑖 p = probabilità che si verifichino
1

E il rischio:

𝜎= ത 2 𝑝𝑖
෍(𝑅𝑖 − 𝑅)
1
Diversificazione: profili finanziari (2)

La diversificazione dovrebbe ridurre il rischio, il costo del


capitale e aumentare il valore delle azioni.

Sul costo del capitale in teoria non dovrebbe influire…


=>ogni investitore può diversificare facilmente il
rischio acquistando portafogli diversificati.

Inoltre il valore di mercato delle imprese conglomerate è


generalmente inferiore al valore delle singole attività che ne
sono ricomprese

Ciò può spiegare (parzialmente) il fenomeno delle scalate: si


acquistano le conglomerate e si rivendono i vari rami
d’azienda separatamente (ricavando un plus-valore).
Diversificazione: profili (rischi) finanziari (2)
La diversificazione può anche essere una strategia di crescita
che tuttavia si può a volte spingere oltre ciò che è realisticamente
possibile sulle base delle capacità manageriali/organizzative e finanziarie
dell’impresa e la dinamica della domanda.

Il ritmo della crescita, del valore della produzione e azionario possono essere
fortemente aumentati dal ricorso al (sovra)indebitamento e alle piramidi
societarie.

Rischi collegati alla diminuzione del rapporto capitale


proprio/indebitamento

L’uso dei moltiplicatori (leve) societari e finanziari è sostenibile fino a che


il rendimento delle attività reali è superiore al tasso di interesse.

In caso di rallentamento della domanda possono insorgere crisi di liquidità


e fallimenti
Il Bundling – Il caso Microsoft / Netscape (1)

• Nella seconda metà degli anni ‘90, il governo americano intentò


causa alla Microsoft per l’integrazione del proprio browser internet
(Internet Explorer) all’interno del suo sistema operativo
(Windows), togliendo prepotentemente dal mercato il principale
rivale (Netscape Navigator).

• Per provare l’accusa, l’antitrust americana doveva


valutare/dimostrare:

1. l’effettivo potere di mercato di Microsoft;

2. che un OS ed un browser erano prodotti collegati ma distinti,


che non necessariamente dovevano essere venduti in un unico
pacchetto;

3. che le pratiche Microsoft realizzavano un abuso di potere atto


a sfruttare la propria posizione dominante a discapito del
diretto concorrente.
Il Bundling – Il caso Microsoft / Netscape (2)
• Il giudice Jackson, concluse che:
1. Microsoft poteva considerarsi un monopolista, in quanto la
casa di Redmond deteneva, da ben 10 anni, oltre il 90% del
mercato degli OS;
2. il mercato e la tecnologia non richiedessero
necessariamente un sistema operativo con browser
integrato, facendo quindi decadere la tesi di Microsoft.

• A questo punto a Microsoft non rimaneva che provare a


dimostrare come la sua pratica di «raggruppamento» non fosse
motivata dall’obiettivo di danneggiare la concorrenza, ma di
avvantaggiare i consumatori, fornendo un prodotto completo a
360 gradi ad un prezzo basso.
Il Bundling – Il caso Microsoft / Netscape (3)

• In sede di processo fu dimostrato, tramite la produzione di


documentazione interna a Microsoft, la preoccupazione del
management riguardo la potenziale minaccia che Netscape poteva
rappresentare per il dominio di Windows come piattaforma per gli
applicativi (l’avvento di Java permetteva lo sviluppo di applicativi
che girassero direttamente su browser).

• In Europa, Microsoft ha continuato ad essere sotto accusa per le


sue pratiche di raggruppamento anti-concorrenziali relativamente
al software Windows Media Player.

• La corte europea ha condannato Microsoft, nel settembre 2007, al


pagamento di una multa di 497 Milioni di euro per violazione delle
leggi antitrust e abuso di posizione dominante.
Un caso di diversificazione correlata: Granarolo
La storia del gruppo Granarolo inizia nel 1959 a Bologna
Il gruppo Granarolo è costituito da:
• Consorzio Granlatte, cooperativa che riunisce oltre 500 produttori di latte individuali, 27
cooperative di raccolta in 11 regioni italiane e oltre 200 soci sovventori, e che è la holding del Gruppo
Granarolo;
• Granarolo S.p.A. (controllata per il 77,48% da Granlatte) che trasforma e commercializza i prodotti
e che dispone di 12 stabilimenti produttivi, che a sua volta è una sub-holding di un insieme di società,
le cui principali sono:
✓ Sail S.p.A. (64,25% Granarolo) che gestisce l'impianto di Gioia del Colle e che confeziona
latte fresco e Uht per conto di Granarolo;
✓ Calabrialatte S.p.A. (50% Granarolo) che presidia il mercato regionale della Calabria;
✓ Centro Sperimentale del Latte S.p.A. (100% Granarolo) che svolge attività di ricerca e
sperimentazione, nonché produzione e commercializzazione di preparati da utilizzare per la
produzione di prodotti lattiero-caseari e agro-zootecnici e per prodotti medicinali.
✓ Terre d'Emilia S.r.l. (56,34% Granarolo), Joint venture con Unigrana per esportare il
Parmigiano-Reggiano e il Grana Padano nelle Americhe.

Lo sviluppo in business correlati ha permesso a Granarolo di migliorare l’efficienza degli


approvvigionamenti di latte presso i produttori e di sviluppare economie di scopo tecnologiche per
l’ottenimento di prodotti diversi a partire da processi comuni di lavorazione
Il caso FINMECCANICA
Impresa fortemente diversificata altamente tecnologica (a
partecipazione statale)
Risultato di salvataggi industriali (prima della guerra – IRI, nel
secondo dopoguerra)

presente nei settori:

Elicotterisitica – Augusta Westland (attività prevalente)


Aerospazio/difesa
Mezzi di trasporto
Turbine per centrali elettriche
Sistemi di lettura ottica
Microelettronica (ST microelectronics)

Vantaggi tecnologici della diversificazione:


Economie di scala e scopo nelle attività di R&S
Diversificazione del rischio (aleatorietà dinamiche domanda nei diversi settori)
Il caso Mercedes-Daimler
Impresa che opera storicamente nel settore delle auto di lusso e dei
mezzi pesanti

Negli anni ‘80 viene avviata un processo di diversificazione


- Aeronautica
- Apparecchiature elettriche
- Servizi finanziari

Scarso successo della strategia…


L’impresa non riesce a trasferire la propria leadership tecnologica e di mercato dal
settore auto agli altri settori.
Indebolimento competitivo nel settore principale (auto)

Seconda strategia di diversificazione (negli USA su segmenti di mkt diversi)


Acquisizione della Crysler corporation
Partecipazione nella Mitsubishi

Altro insuccesso…
Integrazione verticale

Cap. 11 Scognamiglio

Rinaldo Evangelista
Per comprendere la strategia di integrazione
verticale è necessario chiarire il concetto di:

Filiera produttiva (catena del valore)

Insieme delle lavorazioni che devono essere


effettuate a cascata per passare da
materiali grezzi al prodotto finito
Materie prime (prodotti intermedi)
diverse

Prodotto
unico

Per esempio la filiera dell’auto


Unica materia
prima: il
petrolio

Carburanti Solventi e Materiali/prodotti in


vernici plastica

Diversi prodotti finiti


Integrazione verticale
• Secondo la prospettiva strutturale (SPC) il termine
integrazione verticale indica la misura in cui una singola
impresa svolge al suo interno fasi successive di produzione
e distribuzione di un prodotto

• Secondo una prospettiva strategica il termine si riferisce


alla strategia di un’impresa che decide di muoversi verso
un’altra fase del processo produttivo/distributivo sia
attraverso una fusione o acquisizione verticale che
avviando nuove attività.

• L’integrazione può essere fatta «a monte» o «a valle»


rispetto alla fase produttiva principale dell’impresa

• L’integrazione verticale si contrappone (è speculare) al


concetto/fenomeno della specializzazione produttiva
Integrazione verticale
Impresa A
«integrata» Impresa B Impresa C Impresa D
(Y=100) (Y=100)

C=15 F1 F1

C=30 F2 F2

C=55 F3 F3

6
Misura dell’integrazione verticale
INDICE DI ADELMAN: Calcolato sulla base delle relazioni
input/output tra le imprese della filiera

Somma dei valori aggiunti delle singole imprese


Somma delle vendite delle singole imprese
Settore con integraz. Settore con integraz. Settore
Settore non integrato a monte a valle completamente
(A si integra con B) (B si integra con C) integrato

A+B
A B C TOT A+B C TOT A B+C TOT
+C
VA 100 100 100 300 200 100 300 100 200 300 300
Vend
100 200 300 600 200 300 500 100 300 400 300
ite
Cv 1 0,5 0,3 0,5 1 0,3 0.6 1 0,67 0.75 1
Diminuzione del
grado di
integrazione
verticale (settore
manifatturiero)

INDICE DI EDELMAN CALCOLATO PER


L’INTERO COMPARTO MANIFATTURIERO
Integrazione verticale: cause ed obiettivi
Prospettiva statica:

➢ vincoli o fattori tecnologici


➢ costi di transazione
➢ imperfezioni di mercato

Prospettiva dinamica/strategica:

➢ strategie per acquisire potere di mercato


➢ grado di integrazione e ciclo di vita del settore
Vincoli e fattori tecnologici
Alcuni processi produttivi sono caratterizzati da forti
interdipendenze tecnologiche (processi di flusso)
Esempi:
✓ produzione dell’acciaio
✓ macerazione e produzione della carta da giornale
✓ raffinazione del petrolio e produzione combustibili

Sfruttamento economico delle tecnologie sviluppate nei


settori a monte nei settori a valle
Esempio:
✓ Polaroid (da lenti di precisione a macchine fotografiche)
Economie di transazione: Coase e Williamson
Nelle scelte di «make» or «buy» l’impresa confronta
due tipi di costo:

Costi di transazione (ricorso al mercato)(Ct):


• per reperire le informazioni sulla qualità input, sui prezzi,
reputazione fornitore etc.
• per negoziazioni e conclusione dei contratti
• eventuali costi legali legati a contenziosi etc.

Costi organizzativi (nel caso di produzione interna) (Co):


• rendimenti decrescenti nella funzione organizzativa
(crescente probabilità di errori nella gestione)
• costi di controllo
Alternativa mercato/gerarchia
(make or buy)
• se Ct- Co=0 Acquisto esterno (mercato)(buy)

• se Ct- Co >0 Produzione interna (gerarchia) (make)

Ipotesi marginalista:

L’impresa svolgerà all’interno le nuove attività


produttive fino al punto in cui i costi di
coordinamento dell’ultima attività da internalizzare
eguagliano i costi di transazione (ricorso al mercato)
Fattori che incidono sul livello dei costi di
transazione

I costi di transazione sono elevati quando si osservano:


➢ specificità delle risorse
➢ incertezza (difficoltà di misura e di monitoraggio)
delle attività/processi (dei fornitori/distributori)
➢ asimmetria informativa => opportunismo
➢ coordinamento estensivo

14
Specificità delle risorse
• Se la specificità è bassa => costi organizzativi sono spesso superiori a
quelli transazionali.

• Aumentando il grado di specificità della risorsa utilizzata, aumentano i


costi transazionali.

➢ Con livelli molto bassi di specificità sarà più efficiente il ricorso al


mercato => il fornitore potrà sfruttare le economie di
specializzazione per diminuire i costi producendo per altri acquirenti
e aumentando le economie di scala.

➢ All’aumentare della specificità dell’input le economie di


specializzazione si riducono. Per beni particolarmente specifici, i
costi di produzione di un produttore esterno si avvicinano ai costi di
produzione realizzati nell’impresa integrata
Costi di transazione - Incertezza
• Rischi di ritardi o interruzioni nelle consegne

• Nei mercati con rischi di razionamento, le imprese


sono incentivate ad aumentare il grado di
integrazione della produzione dei beni intermedi.

• Qualità delle risorse e reputazione. Esempio Grom


che ha integrato verticalmente l’azienda agricola
biologica Mura Mura
Coordinamento estensivo

Casi delle industrie dotate di reti


in cui esiste interdipendenza tra i vari servizi
e il coordinamento e ottimizzazione nell’utilizzo
della rete (tra imprese diverse) diviene difficile

- Trasporti
- Elettricità
Motivazioni strategiche
• L’integrazione a monte o a valle può essere posta in essere
al fine di eliminare uno o più concorrenti potenziali per i
mercati nei quali già si operi

• aumenta i requisiti in termini di fabbisogno di capitale


iniziale per i potenziali entranti

• Integrazione di attività monopolistiche in successione alla


ricerca di profitti congiunti

• Il produttore monopolistico può integrarsi a valle per


discriminare efficacemente il prezzo
Restrizioni verticali
(forme spurie di integrazione)
Contratti tra produttori e distributori o tra
produttori e fornitori volti ad ottenere gli stessi
effetti dell’integrazione verticale, ma tra imprese che
preservano la loro indipendenza giuridica

Sono oggetto dell’autorità antitrust nei mercati in cui


sono messe in atto per aumentare il potere di mercato
Principali restrizioni verticali
• Franchising: il produttore vende diritti di esclusiva, ossia
il diritto a vendere un prodotto, che normalmente è coperto
da un marchio, al distributore dietro il pagamento di un
canone di concessione
• Prezzo imposto: è la pratica in base alla quale il produttore
impone un prezzo minimo ai rivenditori
• Vendite in esclusiva: nascono dall’esigenza dei produttori
di evitare che dai propri investimenti traggano beneficio i
rivenditori, se questi vendono anche prodotti dei
concorrenti
• Vendite abbinate: due o più beni sono venuti
congiuntamente
Integrazione verticale: modelli dinamici

Il grado di integrazione verticale è funzione


della fase del ciclo di vita dell’industra

A. Rilevanza economie di scala


B. Livello specializzazione produttiva (per fasi)
C. Estensione dei mercati (volume domanda)

A, B e C:
• sono legate al ciclo di vita del prodotto
• sono interdipendenti
Adam Smith (1723-1790)
Opera principale: Inquiry into the nature and causes of
the wealth of nations (1776)

Temi centrali:

1) Caratteristiche determinanti dello sviluppo economico

2) Enfasi sulle interrelazioni dinamiche tra:


• dimensione mercati
• divisione del lavoro/specializzazione (economie scala)
• sviluppo tecnologico
Smith: visione dinamica della relazione tra
specializzazione e dimensione dei
mercati (sviluppo delle industrie e mercati):

a. La specializzazione può aver luogo (diventa


economicamente conveniente) solo dopo un certo
grado di sviluppo dei mercati.

Ma è anche vero che

b. La specializzazione, abbassando i costi produzione


rende possibile l’aumento della domanda
(allargamento dei mercati)
Integrazione verticale e ciclo di
vita dell’industria

La variazione della dimensione del mercato


(domanda) è correlata positivamente alla
propensione agli acquisti esterni delle imprese
del settore (specializzazione per fasi)

Nelle prime e nelle ultime fasi del ciclo di


vita, l’integrazione verticale è maggiore
Relazione tra integrazione verticale e
dimensione del mercato
Nelle prime e nelle ultime fasi del
ciclo di vita, l’integrazione
D,I verticale è maggiore
Livello domanda (D)
Grado integrazione
mercato (I) I

Tempo 25
Intro Maturità Declino
«Disintegrazione verticale» su scala internaz.
=> Le catene globali del valore
• In una «catena globale» del valore alcuni stadi possono essere
svolti in località situate in diversi paesi

• Alcune parti della catena posso essere localizzate nei Paesi in via
di sviluppo (PVS)

• Ad esempio l’assemblaggio di un prodotto come il computer può


essere fatto nei PVS, mentre le component possono essere
progettate nei paesi avanzati così come il marketing a la
distribuzione

• Si parla di “smiling curve” (vedi dopo..)


L’evoluzione storica nella formazione delle
catene globali del valore
• Metà anni ‘80:
La prima frammentazione del processo produttivo (‘first unbundling’), è stata la
conseguenza di una caduta nei costi di trasporto e ha dato vita ad una
frammentazione del processo produttivo all’interno dello stesso paese

• Dopo il 1985
guidata dalla riduzione dei costi delle ICT, ha portato alla frammentazione delle
fabbriche e all’offshoring.
Questa seconda fase ha cambiato la natura della concorrenza internazionale
spostandola verso la delocalizzazione internazionale degli stadi della produzione ha
portato a una distribuzione internazionale della produzione tra paesi
‘headquarter’ e paesi ‘factory'
I secondi sono generalmente paesi in via di sviluppo e paesi emergenti che sono
situati in prossimità di paesi sviluppati. Questi paesi si sono potuti industrializzare
legandosi alle catene globali del valore, invece di dover sviluppare tutta la
produzione al loro interno
Fragmentation of production and GVCs.
The effects on trade
➢ 80% of trade involves intermediate inputs

➢ Trade flows consists of multiple crossing of national borders


by intermediate inputs

➢ Average domestic value ad embodied in exports decreases

Trade as a % of world GDP Share of domestic valued added in gross world export
THE SMILING CURVE
China assembles all iPods, but it only gets about $4 per
unit – or just over 1% of the US retail price of $300
Hard Drive by Toshiba → Japanese company, most of its hard drives made in
451 parts that go into the iPod the Philippines and China; it costs about $73 - $54 in parts and labor -- so the

451 value that Toshiba added to the hard drive was $19 plus its own direct labor
costs

componenti Video/multimedia processor chip by Broadcom→ American company


with manufactures facilities in Taiwan. This component costs $8.
The retail
value of the
30-gigabyte
video iPod Controller chip by Portal Player→ American company with
that the manufactures .This component costs $5 .
authors
examined
was $299 in -Final assembly→ done in China, costs only about
June, 2007 $4 a unit

The unaccounted-for parts and labor costs involved in


making the iPod came to about $110

The largest share of the value added in the iPod


goes to enterprises in the United States→ $163 of the
iPod’s $299 retail value in the United States was captured by
American companies and workers, breaking it down to $75 for
distribution and retail costs, $80 to Apple, and $8 to various
domestic component makers.

The bulk of the iPod’s value is in the conception and


design of the iPod. That is why Apple gets $80 for
each of these video iPods it sells, which is by far the
largest piece of value added in the entire supply
chain. Apple figured out how to combine 451 mostly
generic parts into a valuable product.
Teoria dell’oligopolio.
I comportamenti collusivi
cap. 14 Volume Scognamiglio Pasini

Chiara A. Ricci
Caratteristiche degli oligopoli
• Poche imprese che pongono in essere
interazioni strategiche – Il risultato economico
di un’impresa dipende anche dalla condotta
tenuta dai rivali – Curva di domanda presunta
• Esistono barriere all’entrata
• Prodotto può essere omogeneo o
differenziato
• Elevato grado di incertezza
Differenti problematiche

• Equilibrio negli oligopoli

• Comportamento collusivo degli oligopolisti


Caratteristiche degli oligopoli.
Qual è la condotta delle
imprese?
1. Comportamento indipendente degli oligopolisti
(Cournot).

2. Comportamento interdipendente (Chamberlin)


Le imprese fissano un prezzo monopolistico che max
il profitto del settore ripartendo poi tra loro le quote
di mercato secondo tattiche collusive
L’oligopolio collusivo
Collusione (oligopolio collusivo) – Le imprese
si accordano in modo da ridurre il grado di
concorrenza
1. Accordi formali e informali
2. Price leadership
3. Regole empiriche di decisione
4. Uso di punti focali
Accordi formali e informali
Stipulazione di intese volte a limitare la
competizione fra chi sottoscrive l’accordo.

• Accordi sui prezzi

• Prezzi e volumi di produzione mediante un


cartello
Cartelli

1. Cartello obbligatorio (quota massima di


produzione).
2. Cartello di offerta (organismo intermedio tra
committenti e imprese che raccoglie le
ordinazioni e le ripartisce in base alle quote di
mercato).
3. Cartello di razionalizzazione: coordinamento dei
piani di produzione e delle politiche di vendita in
modo integrato come se fosse un’unica impresa.
Leadership del prezzo

• Leadership di prezzo con impresa


dominante. L’impresa si trova in condizioni
di vantaggio rispetto alle altre

• Leadership di prezzo dell’impresa


barometro. L’impresa decide il prezzo per
ragioni di tipo storico
Leadership del prezzo
P
S offerta imprese minori
D

X
Costo marginale
Domanda impresa dominante
Pt

Z
Y D’

Ricavo marginale

qt
Q
ql
Regole empiriche di decisione e
punti focali

• Fissazione del prezzo in base al costo


medio: comportamenti collusivi nel caso
degli appalti, stessa metodologia di
determinazione dei prezzi di offerta

• Omogeneità delle reazioni dei concorrenti


Ostacoli ai comportamenti
collusivi

• Legislazione antitrust

• Caratteristiche dell’economia delle imprese


che operano nel settore
Caratteristiche economiche del
settore che inibiscono la collusione
• Differenziabilità dei prodotti o asimmetria nelle curve
di domanda (accordo di prezzo non è sufficiente a
bloccare la concorrenza)
• Asimmetria nei costi di produzione (i prezzi preferiti
dalle singole imprese differiscono tra di loro)
• Elevata quota di costi fissi (o meglio il grado di
utilizzazione degli impianti: gli accordi sui prezzi sono
solidi quando la domanda assorbe una quota elevata
delle capacità disponibili)
Le condotte non collusive.
Teoria della curva di domanda ad
angolo

cap. 15 Volume Scognamiglio Pasini

Chiara A. Ricci
La teoria della curva di domanda
spezzata
• «Kinked demand curve» - «Demand under
Conditions of Oligopoly» (1939) - Paul Sweezy
• Critica alle tradizionali teorie dell’equilibrio
parziale e generale e al ruolo equilibratore dei
prezzi
• L’equilibrio dipende dalle decisioni di quantità
offerte
• Prezzi amministrati decisi dai produttori in
base al potere di mercato
Ipotesi
• Numero limitato di imprese di dimensioni
simili
• Bene omogeneo
• Le imprese non possono colludere
• Le imprese massimizzano i profitti

Siamo in un oligopolio omogeneo non collusivo


Comportamento delle imprese
Le imprese decidono il prezzo considerando i
costi di produzione ma anche la domanda
immaginata, ovvero la curva di domanda che le
imprese immaginano rivolgersi ai propri prodotti
in base alle diverse ipotesi sul comportamento
delle imprese rivali
Le imprese immaginano di avere due distinte
curve di domanda aventi differenti elasticità
La curva di domanda ad angolo (1)

Esaminiamo come
un’impresa percepisce la
P
propria curva di domanda in
un oligopolio
P0
Essa osserva il proprio
prezzo ed il proprio livello
di output,
ma deve prevedere quale
sarà la reazione dei
concorrenti a qualsiasi
Q0 Q variazione del prezzo
La curva di domanda ad angolo (2)
L’impresa si aspetta che una propria
riduzione del prezzo sarà imitata anche dai
P
concorrenti, che interpretano questa
azione come un’azione aggressiva
P0
… allora la domanda, a seguito di
una riduzione del prezzo, sarà
inelastica.
La curva di domanda sarà
D ripida per prezzi inferiori a P0.
Q0 Q
La curva di domanda ad angolo (3)

…ma i concorrenti non reagiranno


invece ad eventuali aumenti del prezzo
P
allora la domanda sarà
P0 relativamente elastica per
prezzi al di sopra di P0.

L’impresa ipotizza di
avere una curva di
D domanda ad angolo
Q0 Q
La curva di domanda ad angolo (4)
Date queste ipotesi l’impresa prevede che i
propri ricavi si ridurranno sia nel caso di una
P riduzione sia nel caso di un aumento del prezzo

P0 allora la miglior strategia sarà quella


di mantener il prezzo a P0.

I prezzi tenderanno allora ad


essere stabili, anche in presenza
di variazioni dei costi marginali
D
Q0 Q
La curva di domanda ad angolo, sintesi
$/Q Fino a quando i costi marginali incontrano il ricavo
marginale nel tratto verticale, il prezzo e la quantità
Se l’impresa alza il rimarranno costanti
prezzo le rivali non
reagiranno e la
domanda sarà
elastica
C’’

P* C’

Se l’impresa
riduce il prezzo le
rivali reagiranno
e la domanda
sarà rigida
D

Q* Quantità

R’
9
Conseguenze
• Le variazioni dei costi di produzione non
comportano immediate variazioni dei prezzi
• Aumenti dei costi riducono il profitto delle
imprese
• Analogie con la teoria di Hall e Hitch (1939)
che con il metodo delle interviste erano giunti
alla conclusione che il prezzo riflette la
copertura del costo medio (full cost pricing)
Full cost pricing
Risultato di

• Forme di collusione esplicite o tacite


• Considerazioni circa l’andamento dei costi e
della domanda nel lungo periodo
• Convinzioni morali circa l’equità del prezzo
(margine di profitto di circa il 10%)
• Incertezza sulle reazioni dei rivali
Full cost pricing
Eccezioni:

• Caduta della domanda di notevole entità e


durata (pieno utilizzo della capacità
produttiva)
• Cambiamenti simultanei dei costi di
produzione per tutte le imprese (cambiamenti
tecnologici o aumento del costo del lavoro)
Critiche
Stigler (1947): esame della consistenza teorica e
della rilevanza pratica
• Livello di concentrazione necessario per la
discontinuità: da 5 a 10 imprese.
• Concentrazione relativa del settore: non deve
esistere un’impresa leader
• Il grado di discontinuità dipende da: grado di
omogeneità del prodotto; impossibilità di
colludere
Critiche
Verifica empirica (1947):

In 7 settori dell’industria americana (sigarette,


acciaio, esplosivi, benzina, potassa, antracite,
automobili) gli aumenti di prezzo sono seguiti dalle
altre imprese molto più che non la diminuzione

Tuttavia l’analisi di Stigler si riferisce a settori in cui


erano presenti imprese leader e a casi nei quali la
variazione dei costi è stata simultanea
Critiche

• La teoria non spiega come i prezzi si siano


formati
• ..ma le curve di domanda erano concepite in
relazione a una data situazione di fatto.
Oligopolio internazionale
Casi di oligopolio internazionale (acciaio,
pneumatici, macchine elettroniche, etc.)

• Il movimento dei prezzi dipende dal grado di


utilizzo della capacità produttiva di tutti i
potenziali paesi competitor.
• Se c’è capacità inutilizzata, conviene non
alzare il prezzo.
Modelli di oligopolio

cap. 16 Volume Scognamiglio Pasini

Chiara A. Ricci
Formazione dei prezzi in oligopolio
• Limite del modello di Sweezy (curva ad angolo): non
spiega il processo di determinazione dei prezzi in un
contesto di interdipendenza strategica

• Formazione dei prezzi in contesti di interdipendenza


strategica:
– Modelli Cournot, Betrand
– Teoria dei giochi
L’interdipendenza strategica
• L’elemento che caratterizza l’oligopolio è
l’interdipendenza strategica tra i concorrenti.

• Ciascuna impresa, in condizioni di interdipendenza,


cerca di massimizzare il proprio profitto, tenendo
conto delle possibili reazioni dei suoi competitori.

• L’impresa in oligopolio deve tentare di incorporare la


reazione dei rivali nel proprio modello decisionale,
cioè nella funzione di profitto

• Il tipo di oligopolio dipende dalla variabile strategica


(o decisionale): prezzo o quantità
Modelli di oligopolio

Confronteremo due modelli di decisione


simultanea delle imprese

• Decisioni simultanee sul prezzo: Bertrand


• Decisioni simultanee sulla quantità: Cournot
Il modello di Cournot (1838)
• Due imprese (duopolio) che, prima di fissare il
prezzo, determinano simultaneamente le quantità
che intendono immettere nel mercato.
– ipotizzando che il livello di produzione dell’altra rimanga
costante.

• Per data domanda, il mercato determina poi i prezzi


a cui le due imprese venderanno.
Il modello di Cournot
• La curva di domanda di mercato è data e una
variazione di offerta di un’impresa, se non
compensata da una variazione di segno opposto
dell’altra, si riflette inversamente sul prezzo di
mercato.

• Esiste perciò un legame di interdipendenza nelle


azioni delle due imprese sul mercato. A seconda
delle scelte dell’altra impresa la curva di domanda di
ciascuna evidentemente cambia
Il modello di Cournot

• Nel caso del duopolio è evidente che il mercato


reagisce a variazioni nell’offerta di una delle due.
Ma due sole imprese potrebbero anche
accordarsi o colludere su come ripartirsi il
mercato. Nel modello questo non accade.

• E il duopolio alla Cournot, per questa assenza di


collusione, è l’antesignano dei modelli di
oligopolio non cooperativi.
Il modello di Cournot

1,00
D

0,76 DR

0,28 MC, AC
q1 = Q-q2
MRR D’R
Q, q1, q2
480 760 1000

q2
Il modello di Cournot
MC=AC=0,28

Domanda Q=1000-1000p
D
1,00 Domanda residuale q1 = Q(p) - q2→ Q(p) – 240

1 1
0,76 DR p=1− 𝑄 →p=1− (𝑞 + 𝑞2 )
1000 1000 1

1
π= 1− (𝑞 + 𝑞2 ) 𝑞1 - 0,28𝑞1
1000 1

0,28 MC,
q1 = Q-q2
AC
MRR D’R
Q, q1, q2
480 760 1000

q2
Il modello di Cournot
𝜕π 1 1
=1− 𝑞 − 𝑞 − 0.28 = 0
𝜕𝑞1 500 1 1000 2

1,00
D
𝑞2 = 240
0,76 DR 𝑞1 = 240
𝑝 = 0,52
0,52

0,28 MC,
q1 = Q-q2
AC
MRR D’R
Q, q1, q2
240 480 760 1000

q2
Il modello di Cournot
• Nel duopolio alla Cournot le imprese scelgono
simultaneamente la quantità di beni da produrre,
conoscendo la curva di reazione dell’impresa
concorrente.

• Tale curva informa su quale quantità il concorrente


produrrà per massimizzare i suoi profitti per ogni
livello produttivo scelto dall’altra impresa.

• Se le due aziende fronteggiano costi marginali uguali,


esse produrranno in equilibrio la stessa quantità,
dividendosi esattamente il mercato a metà.
Il modello di Cournot
Denotiamo il profitto dell’impresa 1 con π1.
Supponiamo che la funzione di costo totale è data da
C(q1) = cq1.
la funzione di domanda è P(Q)=a-bQ con Q=q1+q2
Quindi il profitto è dato da:
π1.= pq1 - cq1 = [a – b(q1 + q2)]q1 - cq1
Il modello di Cournot
Se l’impresa 1 sceglie il suo output per massimizzare il
suo profitto per un dato livello di output dell’impresa 2,
otteniamo:
q1 = (a-c-bq2 )/2b
la curva di reazione dell’impresa 1. Analogamente:
q2 = (a-c-bq1 )/2b
Il modello di Cournot
• Il prezzo di equilibrio determinato
dalla domanda di mercato e dalle
quantità ottime prodotte dalle due
imprese risulterà, come in un
monopolio, maggiore del costo
marginale.
Determinazione dell’equilibrio

Dal punto di intersezione delle due curve di


reazione otteniamo:
q1= q2=(a-c)/3b

L’equilibrio di Cournot coincide con l’equilibrio di Nash:


posizione in cui nessuno dei due participanti potrebbe
migliorare la propria posizione decidendo una mossa
diversa di prezzi o quantità
Determinazione dell’equilibrio
Output totale Cournot = 2(a-c)/3b
In monopolio = (a-c)/2b
In concorrenza perfetta = (a-c)/b

L’output nel duopolio di Cournot è compreso fra l’output


di un monopolio e l’output competitivo.
Il modello di Bertrand
• Consideriamo l’esempio con due imprese che si
fanno concorrenza attraverso il prezzo. Il mercato
determina poi la quantità che le due imprese
offriranno.
• I prezzi sono più flessibili delle quantità.
• Le imprese utilizzano la stessa tecnologia a
rendimenti costanti di scala, senza limiti di capacità
produttiva:
– I consumatori acquistano sempre al prezzo più basso
(prodotto omogeneo);
– se i prezzi delle due imprese sono uguali i consumatori
distribuiscono uniformemente la loro domanda.
Il modello di Bertrand
• Ciascuna impresa immagina che il prezzo del
concorrente sia fisso
• In questo contesto ciascun imprenditore sa che
fissando il suo prezzo un infinitesimo più basso di
quello del rivale riuscirà ad ottenere l’intera
domanda di mercato, grazie alla perfetta sostituibilità
dei due prodotti
• La conseguenza è che il prezzo si stabilirà al livello del
costo marginale
Domanda residuale nel modello di
Bertrand
p2

P1
Domanda residuale
MC, AC

q2
Il modello di Bertrand
• Il risultato è dunque che la competizione di prezzo
condurrà ad una configurazione di mercato
strettamente concorrenziale con un prezzo uguale al
costo marginale e profitti nulli anche con due sole
imprese.
• Se l’impresa 1 si aspetta che l’impresa 2 fissi un
prezzo al di sotto di quello di monopolio ma al di
sopra del costo marginale, allora fisserà un prezzo
leggermente al di sotto di quello dell’impresa 2, e
così via; Il processo continua fino a che il prezzo non
eguaglia il costo marginale (gara al ribasso)
Il paradosso di Bertrand

• Unico equilibrio: ciascuna impresa realizza profitti


nulli, ma non può migliorare la propria situazione
né aumentando il prezzo né diminuendolo.
Questa combinazione di prezzi rappresenta un
equilibrio.

• Paradosso di Bertrand. Nonostante l’industria sia


altamente concentrata (due imprese) le imprese
fissano un prezzo pari al costo marginale
realizzando profitti nulli
Ma il modello di Bertrand esiste davvero?

• Il risultato che bastano due imprese che


competono sui prezzi per portare una
configurazione di mercato vicina alla
concorrenza perfetta è del tutto irrealistica

• Cosa osserviamo in realtà? Che il prezzo di


equilibrio è al di sopra del costo marginale
Bertrand vs Cournot
• I due modelli presentati hanno impostazione molto simile,
ma il comportamento delle imprese (e quindi l’equilibrio)
cambiano in modo sostanziale.

• Il modello di Cournot predice che il prezzo di equilibrio sia


minore di quello di monopolio, ma maggiore di quello in
concorrenza perfetta.

• Il modello di Bertrand sostiene che un duopolio sia


sufficiente a comprimere i prezzi fino al costo marginale

• Sono entrambi giochi uni-periodali e non-cooperativi


Bertrand vs Cournot
• Qual è quindi il modello più ‘verosimile’?
• Attenzione alle caratteristiche del settore:

– se ad esempio la capacità produttiva si aggiusta in


modo molto lento, allora il modello di Cournot è
quello più verosimile
– se invece l’output si modifica più velocemente dei
prezzi, allora il modello di riferimento è quello di
Bertrand
Bertrand vs Cournot
• É più facile per un’impresa modificare la
quantità prodotta (e quindi la capacità
produttiva) oppure il prezzo?

– Es. Industria del cemento, delle automobili, dei


computer... È più difficile modificare la capacità
produttiva (decisione di lungo periodo) piuttosto
che i prezzi (decisione di breve periodo)
– Es. industria dei software, dei servizi bancari e
assicurativi ... aumentare la quantità prodotta è
facile! Modificare i prezzi può richiedere più
tempo
Modello di Edgeworth
• Esiste un vincolo alla capacità produttiva
• Se il prezzo fosse pari al costo di produzione
entrambe le imprese restringerebbero l’offerta
• Non esiste una posizione di equilibrio stabile
• Buona approssimazione di ciò che accade in
alcuni mercati nel breve periodo.
Modello di Stackelberg
• Il modello di Stackelberg è un modello di
analisi economica dell'equilibrio di duopolio
nei diversi rapporti di forza tra le due imprese
duopoliste
• due imprese operanti nel mercato di duopolio
che offrono un bene omogeneo allo stesso
prezzo di mercato
Modello di Stackelberg
• una impresa (impresa leader) si trova in una
posizione dominante e detiene una forza di
mercato superiore all'altra impresa (impresa
follower o impresa satellite ).

• L'impresa leader (A) è sempre la prima a


decidere la quantità di produzione
• l'impresa follower (B) si adegua
Modello di Stackelberg
• Pur essendo la prima a decidere, l'impresa
leader non può scegliere il proprio livello di
produzione (QA) senza considerare la reazione
dell'impresa follower (QB). Per massimizzare il
profitto l'impresa leader deve conoscere
l'offerta complessiva del bene: QA+QB
Modello di Stackelberg

• L'impresa leader decide indirettamente anche la


produzione dell'impresa follower (QB).

• Come nel modello di Cournot anche nel modello


di Stackelberg le imprese determinano la propria
quantità ottimale di produzione per massimizzare
il profitto tenendo conto della reazione dell'altra
impresa.
Capitolo 9

Le strategie
di prezzo
Richiamando la concorrenza perfetta e
monopolio

1 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


In concorrenza perfetta

Beni perfettamente omogenei


Prezzo unico
Imprese price-taker

2 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Cost plus pricing

Secondo la teoria neoclassica dell’impresa, per l’ipotesi di


massimizzazione del profitto, il prezzo è determinato
dall’applicazione della regola comportamentale:

ricavo marginale = costo marginale


(RMa = CMa)

3 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Cost plus pricing
I vantaggi

I vantaggi del cost plus pricing rispetto alle politiche di


prezzo che usano la regola di massimizzazione del profitto
RMa = CMa sono diversi:
• La formula del cost plus pricing è semplice da capire e
può essere applicata usando meno informazioni
• Il cost plus pricing può produrre maggiore stabilità
• Il cost plus pricing richiama un senso di equità: l’impresa
determinando il suo mark-up può sostenere di applicare un
ragionevole margine di profitto, piuttosto che il massimo
profitto

4 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Discriminazione di prezzo

La discriminazione di prezzo è possibile solo nei casi in cui si


praticano prezzi differenti per un prodotto offerto che ha
un’identica struttura di costo indipendentemente da chi sia il
compratore o da quante unità siano prodotte e vendute

5 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Richiamando la concorrenza perfetta

6 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Discriminazione di prezzo
Tipologie

Si distinguono tre tipi di discriminazione di prezzo:


• La discriminazione di prezzo di primo grado (prezzo
non uniforme), talvolta detta anche discriminazione di
prezzo perfetta, fa dipendere il prezzo per unità di prodotto
dal tipo di acquirente e dal numero di unità acquistate
• La discriminazione di prezzo di secondo grado
(prezzo non lineare) fa dipendere il prezzo unitario del
prodotto dal numero di unità acquistate
• La discriminazione di prezzo di terzo grado (prezzo
non uniforme) fa dipendere il prezzo unitario dalla tipologia
dell’acquirente

7 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Discriminazione di prezzo di primo grado
Questo tipo di discriminazione di prezzo è talvolta detta discriminazione di prezzo perfetta perché il
monopolista ha informazione perfetta sulla disponibilità a pagare dei consumatori per ogni unità di
prodotto e riesce ad estrarre tutto il surplus disponibile

8 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


DISCRIMINAZIONE DI II
GRADO

9 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


La tariffa in due parti

Il monopolista offre una struttura di prezzo composta da:


• Una componente fissa
• Un prezzo uniforme addizionale per ogni unità acquistata

10 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Discriminazione di prezzo di secondo grado
La tariffa in due parti può essere usata per applicare una politica di discriminazione di secondo
grado

11 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Vendite abbinate

Un consumatore può acquistare un bene (prodotto vincolante)


solo se ne acquista un altro (prodotto vincolato)

Vendita abbinata pura: acquisto possibile solo in «pacchetto»;

Raggruppamento misto: l’abbinamento è opzionale

12 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Discriminazione di prezzo di secondo grado

George Stigler fu tra i primi economisti a comprendere l’importanza del raggruppamento come
strumento di discriminazione dei prezzi

13 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Discriminazione di prezzo di secondo grado

La Tabella aiuta a comprendere come il raggruppamento misto può essere una politica di prezzo
ottimale per un’impresa

14 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Discriminazione di terzo grado

Con una politica di discriminazione di terzo grado, il prezzo


unitario che ogni consumatore paga è costante, ma il
monopolista offre prezzi diversi ai diversi consumatori

Difficile raggiungere una discriminazione perfetta per


mancanza di informazioni; tuttavia una segmentazione
parziale è possibile

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Discriminazione di prezzo di terzo grado

Con la discriminazione di prezzo di terzo grado, il monopolista segmenta il mercato in gruppi, applica
lo stesso prezzo per unità venduta all’interno di ogni gruppo, ma applica prezzi differenti ai membri di
gruppi differenti

16 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Esempi di discriminazione di prezzo
La discriminazione intertemporale

Nella discriminazione di prezzo intertemporale, il fornitore segmenta il mercato a seconda del


momento in cui il prodotto è acquistato da differenti gruppi di consumatori

17 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Esempi di discriminazione di prezzo
Marchio commerciale

La pratica di applicare prezzi differenti a prodotti simili o


identici, differenziati unicamente da un’etichetta che riporta
un marchio commerciale, può essere interpretata come una
forma di discriminazione di prezzo

Esempi di discriminazione di prezzo


Sconti fedeltà

Le più importanti compagnie aeree, che offrono programmi di


accumulo miglia di volo utilizzabili dai viaggiatori per ottenere
biglietti gratuiti, praticano una discriminazione di prezzo di
secondo grado

18 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Esempi di discriminazione di prezzo
Coupon

Lo sconto è a disposizione di qualsiasi consumatore ma, in


pratica, solo coloro che sono disposti a dedicare il tempo e lo
sforzo necessari per ritagliare, conservare e presentare il
tagliando avranno lo sconto

Esempi di discriminazione di prezzo


Smaltimento delle giacenze

Un grande magazzino che effettua una vendita in cui il prezzo


delle merci è successivamente ridotto finché tutti gli articoli
siano stati acquistati utilizza una forma di discriminazione di
prezzo

19 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Esempi di discriminazione di prezzo
Metering

La discriminazione di prezzo detta metering è una pratica che


consiste nell’imporre ai consumatori un prezzo relativamente
basso per un prodotto primario e un prezzo relativamente
alto per un prodotto secondario che è legato al prodotto
primario

Esempi di discriminazione di prezzo


Prezzi free on board

In alcuni mercati, i produttori o i distributori si fanno carico


dei costi di trasporto, per cui tutti i compratori in una
specifica area geografica pagano un prezzo uniforme,
nonostante la variazione dei costi di trasporto all’interno
dell’area

20 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Peak-load pricing

In alcuni mercati, la domanda varia a seconda delle ore del


giorno o dei giorni dell’anno
Gli esempi di prodotti o servizi per i quali la domanda è
variabile comprendono: gas ed elettricità, servizi di trasporto
pubblico, palestre e fitness…
Nessuno di questi prodotti o servizi è immagazzinabile
In presenza di queste condizioni, il fornitore deve risolvere un
problema di fissazione del prezzo in base al carico di punta

21 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Dispersione dei prezzi

La teoria afferma che la dispersione dei prezzi può sorgere a


causa dell’eterogeneità tra i compratori rispetto a costi di
ricerca, fedeltà alla marca, frequenza degli acquisti e accesso
all’informazione; o a causa dell’eterogeneità dei venditori
rispetto a costi di produzione, qualità dei prodotti e
tecnologia

22 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Domande per capire

23 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Capitolo 11
(prima parte)

Ricerca e
sviluppo e
innovazione
Ricerca e sviluppo

L’attività di R&S (Ricerca e Sviluppo) è un processo che può


essere suddiviso in stadi diversi:

• Ricerca di base
• Ricerca applicata
• Sviluppo
• Produzione commerciale
• Diffusione

1 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


La distinzione tra innovazione e diffusione

• Innovazione: prima introduzione di un


nuovo prodotto, processo e forma
organizzativa

• Diffusione: diffusione progressiva delle


nuove tecnologie nel sistema
economico
Ricerca e sviluppo
(Innovazione)

Si distingue spesso tra innovazione di prodotto e di processo:

• Un’innovazione di prodotto implica l’introduzione di


nuovi o migliori beni o servizi
• Un’innovazione di processo implica il miglioramento dei
metodi di produzione e, pertanto, la nuova tecnologia
comporta minori costi

3 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Schumpeter e la distruzione creatrice

Schumpeter coniò l’espressione distruzione creatrice

• L’aspetto creativo del cambiamento tecnologico si


manifesta in beni e servizi nuovi o migliorati introdotti nel
mercato e in tecnologie più efficienti usate nella
produzione
• L’aspetto distruttivo del cambiamento tecnologico si
manifesta con l’introduzione di nuove tecnologie che
intaccano il potere di mercato delle imprese già esistenti
che rimangono legate alle vecchie tecnologie meno efficaci

4 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Quale struttura di impresa e mercato (modello
concorrenziale) favorisce l’innovazione?

• Grande vs piccola impresa???

• Monopolio/Oligopolio vs Concorrenza
perfetta???

Diverse teorie…

5 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


I fattori che potrebbero frenare l’innovazione
nel monopolio

• In assenza di pressioni concorrenziali i manager


dell’impresa monopolista potrebbero sentirsi appagati

• L’eccessiva burocrazia interna delle strutture organizzative


della grande impresa monopolistica potrebbe portare a una
perdita di controllo manageriale

• La probabilità che un’invenzione di prodotto o di processo


emerga e abbia successo dipende dal numero di ricercatori
simultaneamente al lavoro sullo stesso problema. La
presenza di più imprese in concorrenza tra loro nelle
attività di R&S aumenta questa pluralità di sforzi

• Spostare risorse su un nuovo prodotto o processo potrebbe


essere considerato troppo costoso

6 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Il modello di Arrow (1962)
cerca di dimostrare i maggiori incentivi all’innovaz. nella
concorrenza perfetta (rispetto al Monopolio)

Si prende in esame il caso di una innovazione di processo (cost


saving)
=> diminuisce i costi produzione (abbassamento delle curve
CMeLP e CMaLP

Si confrontano
impresa monopolistica Vs. mercato concorrenziale

Rispetto agli effetti dell’innovazione su:


- Q prodotte e prezzi
- profitti innovatore (incentivi all’inventore/innovatore)

7 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Il modello di Arrow (1962)
Il soggetto innovatore

Nel caso del monopolio:


l’inventore (colui che ha l’incentivo ad inventare/innovare) è
la stessa impresa monopolistica.
L’incentivo consiste nell’aumento dell’extra-profitto
generato dall’utilizzo della nuova tecnologia

Nel caso della concorrenza perfetta:


si ha un inventore esterno al settore/mercato che chiede ad
ogni impresa concorrenziale una royalty per l’utilizzo
dell’invenzione.
L’incentivo allo sviluppo tecnologico è la royalty

8 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Modello di Arrow
incentivo del monopolista ad innovare

Riduzione dei
costi dovuta
alla nuova
tecnologia
(cost saving)

Aumenta Q

Diminuisce P

Cosa succede al
Profitto??

9 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Modello di Arrow
incentivo monopolista ad innovare
Incentivo per il monopolista: aumento extraprofitto
Prima: A+B; => Dopo: B+C+D+E
Δ extraprofitto: (B+C+D+E) – (A+B) = C+D+E-A

Riduzione
dei costi
dovuta alla
nuova
tecnologia

10 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Modello di Arrow (concorrenza perfetta)
Incentivo per l’inventore esterno:
La royalty massima unitaria che l’inventore può chiedere è pari al risparmio di costo
ottenibile dalle imprese cha acquistano/utilizzano la nuova tecnol. CMeLP1- CMeLP2
Incentivo/profitto dell’inventore: D+E+F (Royalty)

Riduzione
dei costi
dovuta
alla
nuova
tecologia

11 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


La tesi di Arrow
Il mercato concorrenziale fornisce maggiori incentivi all’innovazione rispetto al
monopolio Royalty (∏ inventore) Δ ∏ del monop.
In concorrenza perf.

Si dimostra facilmente che D+E+F > C+D+E-A ovvero se F+A-C > 0


Basta dimostrare che A-C > 0 (che è vero perché A+B è sicuramente maggiore di B+C)

Riduzione
dei costi
dovuta
alla
nuova
tecologia

12 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


La tesi di Arrow (INNOVAZIONE RADICALE)
Monopolio:
A: profitto monopolista prima innovazione
B: profitto monopolista dopo innovazione
Vantaggio/incentivo innovazione = B-A

Concorrenza perfetta
Q = Q2 (dopo innovazione)
P2 - CMeLP2 = Royalty unitaria
B = Royalty Totale (incentivo dell’inventore)
B > B-A
Maggiore incentivo all’innov. nella conc. perf.

13 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Cambiamento tecnologico e oligopolio

Alcuni economisti hanno suggerito che la


struttura di mercato più favorevole al
ambiamento tecnologico non sia né il
monopolio né la concorrenza ma bensì
l’oligopolio

Il tasso di progresso tecnologico può essere


associato/misurato dalla velocità con la quale
i programmi di ricerca e sviluppo sono
implementati

14 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Cambiamento tecnologico e oligopolio

Si può supporre che il fattore tempo (velocità)


incida:
• sui costi del processo innovativo
• sui benefici (extra-profitti) dell’innovazione

Quale struttura mkt massimizza la differenza


tra benefici e costi del processo innovativo
rispetto al fattore tempo?

15 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Ipotesi di Sherer (1967)
relazioni tra velocità e costi/benefici dell’innov.
1) Esiste un trade-off tra tempo impiegato/disponibile per lo
sviluppo delle nuove tecnologie e costo dello sviluppo stesso
=> Più si accelerano i tempi del processo innovativo
maggiore sarà il costo di sviluppo
(con crescita costi più che proporzionale rispetto alla
riduzione dei tempi)

2) Il beneficio (extra-profitto) che si ricava dall’innovazione


dipende dalla velocità del processo di sviluppo e
dell’introduzione dell’innovazione
=> Più sono brevi i tempi di sviluppo:
maggiore il vantaggio competitivo/tecnologico,
maggiori i benefici (profitti)
maggiore i ritorni economici (si sfrutta più a lungo la
rendita di monopolio dovuta all’innovazione)
16 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale
Cambiamento tecnologico e tempo di sviluppo
Scherer sviluppa un modello che rende esplicita la velocità, ossia la
dimensione temporale, come variabile coinvolta nella decisione dell’impresa
relativamente all’attività di R&S

COSTI
BENEFICI
dell’innovazione

Trade-off tempi/costi di
sviluppo della tecnologia

Trade-off tempi di
sviluppo/benefici

Tempo di sviluppo
Che massimizza i profitti

17 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Cambiamento tecnologico
Monopolio, oligopolio e concorrenza perfetta a confronto

• In regime di monopolio non esistono concorrenti, per cui


l’impresa innovatrice riceve l’intero beneficio,
indipendentemente dal tempo di sviluppo

• In regime di concorrenza perfetta, i concorrenti sono molti


e non esistono barriere. In questo caso, la velocità è
cruciale

18 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Cambiamento tecnologico
Monopolio, oligopolio e concorrenza perfetta a confronto
Le funzioni di beneficio che rappresentano monopolio, oligopolio e concorrenza perfetta
e le pendenze relative sono determinate dalla concorrenza che l’impresa innovativa
deve fronteggiare in ciascuna struttura di mercato

Il beneficio tende a decrescere meno velocemente rispetto al tempo di sviluppo


tanto minore è la concorrenza Il trade-off
Tempi sviluppo/benefici
(inclinazione retta) Se si assume il
è meno forte nel monopolio tempo di sviluppo
ottimale come proxy
(con relazione
inversa) dell’intensità
del processo
innovativo si può
individuare una
relazione ad U
rovesciata tra potere
di mercato e incentivi
all’innovazione

19 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Cambiamento tecnologico e dimensione di
impresa
È più probabile che il cambiamento tecnologico sia guidato
dalle grandi imprese piuttosto che dalle piccole o da inventori
indipendenti (Schumpeter):
Motivazioni:
• La ricerca e i laboratori moderni sono costosi da costruire,
attrezzare e dotare di personale
• Una grande impresa può ripartire il rischio su diversi
progetti
• Per una grande impresa diversificata, la conoscenza
acquisita dalla ricerca in un’area potrebbe avere
applicazioni in altre aree
• Una grande impresa potrebbe disporre di flussi di cassa
maggiori di quelli di una piccola impresa

20 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Il ruolo della cooperazione

Le imprese possono scegliere di cooperare su progetti di R&S


per diverse ragioni:
• La cooperazione può aiutare a ridurre gli spillover (non
è da sottovalutare la possibilità che la nuova tecnologia
crei benefici anche per le imprese rivali)

• Cooperando si potrebbero realizzare economie di scala


attraverso forme di cooperazione come il finanziamento
congiunto di progetti

• Quando le imprese lavorano su linee di ricerca simili, la


cooperazione può generare varie sinergie

21 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Tecnologia open source

La tecnologia open source


è resa liberamente disponibile a chiunque desideri usarla, a
condizione che ogni ulteriore miglioramento o affinamento
sviluppato da un utilizzatore sia anch’esso reso liberamente
disponibile a tutti gli altri utilizzatori

22 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Il comportamento strategico in R&S

Strategia offensiva: cerca di fornire all’impresa la


possibilità di dominare il suo mercato attraverso
l’introduzione di una nuova tecnologia

Strategia difensiva: l’investimento in R&S può essere


necessario per la sopravvivenza delle imprese, al fine di
tenere il passo con l’innovazione introdotta dai concorrenti

Strategia imitativa: l’imitatore non tenta di migliorare


l’innovazione, ma si accontenta di copiare acquistando una
licenza o sfruttando conoscenza libera

Strategia dipendente: le imprese dipendenti non avviano


attività di R&S in proprio, ma adottano tecnologie che sono
assegnate loro

23 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


La diffusione
Il tasso al quale il cambiamento tecnologico si diffonde per tutta
l’economia è detto tasso di diffusione

24 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


The march of the robots
Estimated worldwide annual supply of industrial robots, thousands of
units

Source: OECD Employment Outlook 2019


Il tasso di diffusione

La ricerca pionieristica di Mansfield, identificava diversi fattori


che possono favorire o ostacolare la diffusione di nuove
tecnologie

Comunicazione: un’importante barriera alla rapida


diffusione di un’innovazione tecnologica è la scarsa
comunicazione tra inventori, innovatori e comunità
imprenditoriale

Inerzia manageriale: i manager con deboli basi tecniche


possono essere riluttanti a riconoscere la superiorità di una
nuova tecnologia

26 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Fattori che possono rallentare la diffusione

Protezione di una tecnologia più vecchia: un’impresa


dominante potrebbe desiderare di proteggere la quota di
mercato esistente tenendo segrete le nuove idee o bloccando
l’entrata di imprese con nuove idee o tecnologie
Resistenza dei dipendenti e dei sindacati: l’adozione di
una nuova tecnologia, può comportare una minaccia per
l’occupazione
Regolazione: se un’industria è soggetta a una pesante
cornice normativa, l’adozione di una nuova tecnologia può
essere lenta
Rischio e liquidità: una nuova tecnologia può essere
adottata con riluttanza se la sua introduzione comporta rischi
significativi

27 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Capitolo 11
(seconda parte)

I brevetti

(con integrazioni
del prof.
Evangelista)
I brevetti

La conoscenza (con usi applicativi/commerciali) è


riconosciuta legalmente come un’attività economica, che può
essere sia sfruttata dal detentore del brevetto, sia concessa
in licenza, sia ceduta ad altri intenzionati a sfruttarla.

I criteri di concessione dei brevetti:


• L’invenzione dev’essere nuova
• L’invenzione dev’essere non ovvia
• L’invenzione dev’essere suscettibile di applicazione
commerciale

1 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


I brevetti: questioni aperte
E’ GIUSTO/EFFICIENTE GARANTIRE LA PROPRIETA’
INTELLETTUALE SULLA TECNOLOGIA (REGIME
BREVETTUALE)????

1. Valutazione degli effetti sul surplus


consumatore/benessere sociale (visione neoclassica)

La presenza di un sistema di protezione della proprietà


intellettuale (brevetti) genera potenziali effetti positivi e
negativi sul benessere sociale (surplus).

2. Questione etica(economica)

E’ giustificato eticamente che ad imprese private sia


dato il controllo esclusivo e sfruttamento commerciale
di tecnologie che rispondano a bisogni/diritti
fondamentali come la salute? (farmaci
salvavita/vaccini).
2 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale
I brevetti
Il benessere sociale generato

La presenza di un sistema di protezione della proprietà


intellettuale (brevetti) genera potenziali effetti positivi
e negativi sul benessere sociale (surplus).

Effetti Positivi:
si incentiva l’innovazione (prodotto e processo)
che consente diminuzione dei costi e risparmio risorse e
possibile trasferimento dei questi guadagni di efficienza EFFETTO
sui prezzi (e varietà prodotti) NETTO??
Att.ne:
ragionamento
Effetti Negativi: valido in una
logica di
si conferisce potere di mercato all’inventore/innovatore Mercato
con la possibilità che aumenti prezzi e riduca produzione (incentivi
privati -profitti)

3 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


La valutazione dei brevetti
sul benessere sociale (surplus consumatore) (1)
Si prende in esame il caso di una innovazione di processo
(cost saving) che diminuisce i costi di produzione
(abbassamento delle curve CMeLP e CMaLP

Si suppone un costo X di sviluppo della nuova tecnologia

Si valutano gli effetti dell’innovazione (nel caso di


brevettazione vs non brevettazione) su:

- Q prodotte,
- profitti dell’inventore (incentivi all’innovazione)
- Benessere sociale (surplus consumatore)

• si esamina solo il caso della concorrenza perfetta;


• si ha un inventore esterno al settore/mercato che chiede
ad ogni impresa concorrenziale una royalty per l’utilizzo
dell’invenzione;
• l’incentivo allo sviluppo tecnologico è la royalty

4 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


La valutazione dei brevetti
sul benessere sociale (surplus consumatore) (2)

Ipotesi: il processo innovativo si articola in 2 periodi

1°perido (breve periodo)


L’inventore/innovatore ha la conoscenza esclusiva della
nuova tecnologia e può concederla con licenza alle
imprese concorrenziali

2°perido (lungo periodo)


L’innovazione/invenzione è conosciuta da tutti ma può
essere sia brevettata (con conseguente guadagno di
royalties) che non brevettata e resa disponibile a costo
zero

5 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


I brevetti
Il benessere sociale generato
Primo periodo
Q1 = produzione prima dell’innovazione
Q2 = produzione dopo dell’innovazione (l’impresa ha
rendita monopolistica collegata all’innovazione)
P2 = CMaLP2+royalty unitaria
D+E = tot. royalties (q massima ottenibile di
royalties)
Surplus prima dell’innovazione: A
Surplus dopo l’innovazione: (A+B+C)+(D+E)

Riduzione
dei costi
dovuta
alla
nuova
tecologia

6 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


I brevetti
Il benessere sociale generato
Se (D+E) > X (costo innovazione)
L’innovazione sicuramente ha luogo

Se nel periodo 2 non c’è brevettazione la produzione


passa a Q3 (con Surplus massimo A+B+C+D+E+F e
aumento ulteriore efficienza allocativa)
LA BREVETTAZIONE NON SERVE AD INCENTIVARE
L’INNOVAZIONE E AUMENTARE BENESSERE

Riduzione
dei costi
dovuta
alla
nuova
tecologia

7 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


I brevetti
Il benessere sociale generato
Se (D+E) < X e non c’è brevettazione nel 2°perido
L’innovazione non ha luogo

L’extra-profitto nel primo periodo non copre i costi


innovativi (X) e nel secondo periodo gli extra-prof. sono = 0

8 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


I brevetti
Il benessere sociale generato
Se (D+E) < X < 2(D+E)
L’innovazione ha luogo solo se c’è brevettazione
Gli extraprofitti cumulati (primo e secondo periodo) coprono i
costi innovativi

Surplus secondo periodo: (A+B+C) + (D+E) (si ha comunque


guadagno di efficienza allocativa
Inefficienza allocativa (perdita di F)

9 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


I brevetti
Il benessere sociale generato
Se (D+E) > X
L’innovazione avrebbe luogo comunque
indipendentemente dalla protezione brevettuale

Il surplus totale nel lungo periodo è maggiore in


assenza la brevettazione (A+B+C +D+E+F)

10 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


I brevetti
Att.ne: Il benessere sociale generato
ragionamento
valido in una Se (D+E) < X < 2(D+E)
logica di L’innovazione ha luogo solo in caso di brevettazione
Mercato Il surplus totale nel lungo periodo è maggiore in presenza
(incentivi di brevettazione (A+B+C +D+E) > A
privati -profitti)
Anche se permane un po’ di inefficienza allocativa (F)
Oltre che una elevata quota di surplus che va all’inventore

11 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Domande per capire

12 (c) Pearson Italia S.p.A. - Lipczynski, Wilson, Goddard _ Economia Industriale


Teoria dell’innovazione:
teorie e concetti chiave

Rinaldo Evangelista

Materiali di riferimento
J. Fagerberg et al.,
cap. 1, «L’analisi dell’innovazione»
cap. 5 «I sistemi innovativi settoriali»
Temi trattati

• teorie/approcci:
approccio neoclassico
versus
schumpeteriano-evolutivo

• concetti/dimensioni rilevanti
La tecnologia e il progresso
tecnologico nella teoria neoclassica

L’isoquanto di produzione si sposta verso l’origine. Con la nuova


tecnologia (di processo) la stessa Q1 si produce con meno K e/o L
Effetto del progresso tecnologico sui
costi di produzione

C
Cambiamento tecnologico neutrale
La scelta di quanto L e K risparmiare dipenderà dai prezzi relativi individuati
dalla curva di isocosto, tangente all’isoquanto nel punto scelto per la produzione.
In B i prezzi relativi sono cambiati e sono cambiate le produttività marginali dei
fattori

K/L
aumenta
Effetto dei costi fissi sui costi medi
(in caso di indivisibilità degli asset fissi)
Ripidità della
Costi discesa dei costi v: costo variabile medio
medi dipende in q: quantità
medi larga misura
dall’entità del C_totale = vq + K
capitale fisso e C_fisso_med: = K/q
quindi dalla C tot med: v + K/q
discesa del costo
fisso medio

Costo totale medio

Costo variabile medo

Costo fisso medo

Q
Effetti cambiamento tecnologico con aumento
intensità capitale => aumento dimens. Effic.
v: costo variabile medio
Costi q: quantità
medi CT = vq + K
Cfmed: = K/q
C tot med: v + K/q

Costi medi prima del


progr. tecn.

Costi medi dopo


progr. tecn.

Dimens.
Effic.
Dimens.
Effic.
Q
Modello di crescita di Solow (1956)
(con progresso tecnico esogeno)

Y = A(t) f(K,N)

A(t) = progresso tecnico esogeno

La crescita dipende dall’accumulazione di


capitale, la crescita della popolazione e il
progresso tecnologico (esogeno)
Approccio schumpeteriano-evolutivo
Tratti salenti e critiche al modello neoclassico (1)

• Innovazione e cambiamento strutturale sono fenomeni


dinamici incompatibili con modelli/comportamenti di
equilibrio statici

• processi competitivi basati sull’innovazione (generazione


di varietà) e non sul perseguimento dell’efficienza statica

• razionalità limitata e informazione incompleta sono i


tratti salienti del comportamento degli agenti economici

• il comportamento degli agenti economici non è


descrivibile attraverso funzioni obiettivo da massimizzare
(utilità/profitto)
Approccio schumpeteriano-evolutivo
Tratti salenti e critiche al modello neoclassico (2)

• tecnologia e innovazione diverse dall’informazione

• innovazione e tecnologia non sono “beni pubblici”

• importanza processi di apprendimento e conoscenze


tacite/specifiche/contestualizzate

• innovazione come processo differenziato e complesso

• la natura sistemica dell’innovazione

• interazione tra soggetti e ruolo delle istituzioni


Cambiamenti di prospettiva sull’innovazione
(dall’approccio neoclassico a quello schumpeteriano/evolutivo)

• da fattore marginale -> a motore dello


sviluppo economico

• da variabile esogena -> a variabile endogena

• da semplice informazione -> a insieme di conoscenze


tacite, contestuali che si
accumulano nel tempo

• da processo lineare basato -> a processo variegato e


sulla R&S complesso di natura
sistemica
Economia dell’innovazione
(nasce negli anni ‘70)

Le principali aree:

• La concettualizzazione dell’innovazione
• La misurazione
• Le determinanti
• Gli effetti economici
• Le politiche
La distinzione tra innovazione e diffusione

• Innovazione: prima introduzione di un


nuovo prodotto, processo e forma
organizzativa

• Diffusione: diffusione progressiva delle


nuove tecnologie nel sistema
economico
Tipologie di innovazioni (Schumpeter)

• Nuovi prodotti (innovazione di prodotto)


• Nuovi metodi produttivi (innov. di processo)
• Nuove forme di organizzazione (in. org.)
• Apertura nuovi mercati
• Nuove fonti di approvvigionamento
La rappresentazione del processo innovativo

Il modello lineare (anni ’60/’70)

Ricerca Sviluppo Proget- Ingegneriz Produzione


tazione zazione
Il modello a catena (anni ‘80 in poi – Kline e Rosberg)
e recepito dal Manuale di Oslo

Ricerca

Conoscenze

Mercato Invenzione/ Progettazione Riprogettazione Distribuzione


potenziale progettazione dettagliata e e produzione e mercato
analitica test
Tipi di innovazione (Freeman-Perez)
• Innovazioni incrementali: miglioramenti di
prodotti o processi rispetto a quelli esistenti

• Innovazioni radicali: una rottura con i prodotti o


processi esistenti. Si originano nuove industrie o
segmenti di mercato (nylon, pillola)

• Cambiamenti dei sistemi tecnologici: insieme di


tecnologie (materiali sintetici, petrolchimica)

• Cambiamenti nei paradigmi tecnologici:


(vapore, energia elettrica, ferrovie, TIC)
Paradigmi e traiettorie tecnologiche
• Paradigma scientifico (Thomas Samuel Kuhn, 1962):
“quadro” in cui sono tracciati i “problemi” più
importanti, un “riferimento” ed un “modello” di indagine

• Paradigma tecnologico:
modello e parametro per la soluzione di problemi
tecnologici selezionati, basati su principi selezionati
derivati dalle scienze naturali e fondati su tecnologie
materiali selezionate

• Traiettoria tecnologica:
percorso tracciato dall’attività “normale” di risoluzione
dei problemi (cioè di “progresso”) sulla base di un
paradigma tecnologico
Technological paradigms and trajectories (Dosi, 1982)

The model tries to account for both continuous change


and discontinuities in technological innovation.
Continuous changes are often related to progress
along a technological trajectory defined by a
technological paradigm, while discontinuities are
associated with the emergence of a new paradigm

The origin of a technological paradigm stems from the


interplay between scientific advances, economic
factors, institutional variables, and unsolved
difficulties on established technological paths
Il paradigma tecno-economico
(Freeman-Perez, 1986, 1988)

“Diciamo modello “tecno-ecnomico” e “non


tecnologico” perché i cambiamenti implicati
vanno oltre le tecnologie del prodotto e
processo specifico, interessando in tutto il
sistema la struttura dei costi, la produzione e la
distribuzione. E’ evidente che noi
consideriamo i cicli lunghi di Schumpeter come
una successione di modelli tecno-economici….
“(Freeman and Perez, 1986)
Paradigmi tecno-economici e ciclo economico (onde lunghe)
The rapid spread of information and communication
technologies in the workplace
ICT capital services per hour worked, index (1995 = 100), 1995 to 2015

Italy

Source: OECD Employment Outlook 2019


The march of the robots
Estimated worldwide annual supply of industrial robots, thousands of units

Source: OECD Employment Outlook 2019


Parola chiave nella teoria schumpeteriana-
evolutiva: varietà
• Nelle tipologia delle innovazioni introdotte
(prodotto/processo/organizzative)

• Nelle fonti della tecnologia & conoscenza

• Nelle strategie e obiettivi perseguiti

• Nelle relazioni con l’ambiente esterno


La teoria evolutiva dell’innovazione. Gli elementi di base…

1. Razionalità limitata
(agenti economici/organizzazioni) Produzione
- Limitate informazioni continua di novità-
- Limitata memoria nuove varietà
- Limitate capacità computazionali (prodotti, processi,
modelli
organizzativi)
2. Eterogeneità
- Preferenze/dotazioni Varietà/novità
- Visioni del mondo/valori/aspettative vengono poi
- Procedure/routines per la risoluzione dei problemi selezionate dal
- Meccanismi/processi di apprendimento mercato
(metafora evolutiva)
Il modello schumpeteriano-evolutivo
Caratteristche del processo innovativo:
a) Incertezza -> razionalità limitata Varietà di comportamenti/routines

- Cumulatività migliori e peggiore pratiche/routine


- Dipendenza dal passato
b)
- Indivisibilità
- Idiosincrasie Asimmetrie tecnologiche

Perduranti asimmetrie nelle


performance economiche
(imprese, settori, paesi etc)

Il mercato opera come meccanismo


di selezione
Il modello evolutivo opera tuttavia
nell’ambito di specifici regimi tecnologici
Caratterizzati da:

•  opportunità tecnologiche
•  condizioni di appropriabilità
•  basi di conoscenza

• Modelli settoriali di innovazione


Condizioni di opportunità:
Riflettono la facilità di innovare per ogni dato ammontare di risorse
investito in ricerca

Condizioni di appropriabilità:
Si riferiscono alla possibilità di proteggere le innovazioni dall’imitazione
ed alla capacità di estrarre profitti dall’innovazione

Condizioni di cumulatività:
Si riferiscono al fatto che le capacità innovative si sedimentano nel
tempo, che esiste path-dependency, e che esistono traiettorie
tecnologiche entro le quali l’innovazione evolve

Condizioni della conoscenza di base:


Proprietà della conoscenza su cui si basano le attività innovative
Generica/specifica; codificata/tacita; complessa/sistemica
Tassonomia di Pavitt: 4 categorie di imprese/settori.

Supplier-dominated, imprese presenti nei comparti tradizionali (per es. il


tessile e l’agricoltura), in cui l’innovazione è di origine esterna all’impresa.
Scale-intensive, aziende di grande dimensione, produttrici di materie prime
e di beni di consumo durevoli (per es., automobili). Le fonti
dell’innovazione sono sia interne sia esterne e il grado di appropriabilità è
medio.
Specialized suppliers, imprese di più piccola dimensione, specializzate nel
produrre tecnologie utilizzate da altre imprese (macchinari specializzati e
strumenti ad alta tecnologia). Il grado di appropriabilità dell’innovazione è
alto, per la natura stessa della conoscenza necessaria allo sviluppo di tali
tecnologie.
Science-based, imprese ad alta tecnologia, che attingono a ricerca e sviluppo
di fonte sia interna sia universitaria, in settori quali la farmaceutica o
l’elettronica o l’ICT. Tali imprese/settori sviluppano le innovazioni di
prodotto e di processo di maggiore valore e godono di alto grado di
appropriabilità.
Innovazione di prodotto e crescita salari
Industria manif. Settori Pavitt 1995-2014

2
DESB

Change in
Wages per empl. Germany
1.5

1995-2014
1

DESI
SB: science based
ITSB
SS: machinery
DESD
SI: scale intens.
.5

Italy DESS
SD: traditional
ITSS
0

ITSD
ITSI
-.5

20 30 40 50 60 70
Qinpdt9514_CP
% firms with product innov.
Modelli innovativi settoriali
Schumpeter Mark1 e Mark2

Mark1
• Settori caratterizzati da “distruzioine creativa”
• Facilità di entrata tecnologica
• Ruolo chiave giocato dagli imprenditrori/nuove
imprese nella generazioni di innovazioni

Mark2
• Settori caratterizzati da “accumulazione creativa”
• Difficoltà di entrata tecnologica
• Forte cumulutavità dei processi innovativi
Sistemi nazionali di innovazione
“Gli elementi e le relazioni che interagiscono nella produzione,
nella diffusione e nell'uso di nuove, ed economicamente utili,
conoscenze …. e che sono localizzate o radicate nei confini di
uno stato nazionale” (Lundvall)

Istituzioni formalizzate
imprese, governo della politica scientifica e tecnologica,
istituzioni di ricerca, educative e di formazione

Istituzioni non formalizzate


norme di collaborazione nella società, relazioni tra datori di
lavoro e lavoratori, principi che presiedono all'organizzazione
interna delle imprese, ecc.
Gli attori del sistema nazionale di innovazione

Imprese Università

Enti di
ricerca Intermediari

(uffici per il trasferimento, centri tecnologici,


incubatori, consulenti, parchi scientifici, basi
dati, reti di ricerca pubblico-privato, ecc.)
Sistemi nazionali di innovazione

• l'organizzazione interna delle imprese,


• le relazioni tra imprese
• il ruolo del settore pubblico
• l'organizzazione istituzionale del settore
finanziario
• l'intensità della ReS e la sua organizzazione
I sistemi settoriali dell’innovazione

Dimensioni principali:

• Conoscenze e tecnologie Influenzano le


attività innovative
• Agenti e networks
imprese, consumatori, produttori/fornitori, Sono diversi da
sindacati/assoc. industriali, Università, etc. settore a settore

Co-evolvono nel
• Istituzioni tempo
norme, leggi, routines, abitudini, standard
etc, che influenzano i processi innovativi Sono influenzati
dalle politiche
Le determinanti dell’innovazione

• Opportunità tecnologiche regime


• Condizioni di appropriabilità tecnologico

• Incentivi economici:(fattori di costo/domanda)


• Dimensione di impresa/struttura di mercato
• Fattori di contesto e di sistema
Gli effetti economici
dell’innovazione

• Sulla crescita economica/competitività

• Sulla produttività

• Sull’occupazione (quantità e qualità)


Jobs at risk of automation in OECD countries
Share of jobs which are at a high risk of automation or a risk of
significant change (%)

Source: OECD Employment Outlook 2019


Innovazione e occupazione…
varietà nell’innovazione -> varietà negli effetti
effetti diretti:
innov. di processo -> effetti negativi
(settori a bassa tecn.) - tecnologie labour saving

innov. di prodotto -> effetti positivi


(settori hi-tech) - nuovi mercati/domanda

effetti indiretti:
- interdipendenze settoriali
- funzionamento mercato del lavoro
- aumenti di produttività -> + reddito -> +domanda ->+ occ.
- effetti spiazzamento (tra imprese, mercati e segmenti di
domanda)
Innovazione e occupazione. Effetto indiretti
Nel caso di innovazioni di processo:
- interdipendenze settoriali
I posti lavoro che si perdono nei settori utilizzatori delle innovazioni di
processo vengono compensati dalla crescita dell’occupazione nei settori
che producono le tecnologie di processo

- funzionamento mercato del lavoro


Introduzione technologie labour saving => disoccupazione => diminuz.
Salari => aumento domanda lavoro

- aumenti di produttività => + reddito => +domanda =>+ occ.

Nel caso di innovazioni di prodotto:


- effetti spiazzamento innovazioni di prodotto
i nuovi prodotti spiazzano (sostituiscono) quelli vecchi
Gli effetti dell’innovazione sull’occupazione sono
più complessi e differenziati. Dipendono:

- Dalle strategie delle imprese


- prodotto/processo
- tipo di attività innovativa
- obiettivi perseguiti

- Dal settore industriale


- livello e tipo di opportunità tecnologiche
- crescita della domanda

- Dal modello di specializzazione industriale

Evidenze sul caso italiano...


La misurazione dell’innovazione

Le caratteristiche e prestazioni del sistema


innovativo italiano
Materiali di riferimento:
Archibugi D., Evangelista R: L’innovazione nelle imprese
OECD Main Science and Technology Indicators. Highlights - March 2021

Rinaldo Evangelista
I temi e le fonti statistiche

• Gli indicatori della scienza e della tecnologia

• I dati e le fonti statistiche:


✓ L’European Innovation Scoreboard (Eurostat)

✓ Il Science and Technology Scoreboarddell’OCSE

✓ L’indagine sull’innovazione tecnologica (Community


Innovation Survey - CIS)

• L’analisi del sistema innovativo italiano (confronti


Internazionali)
Gli indicatori della SeT
• Ricerca e sviluppo
• Brevetti
• Capitale umano
• Commercio dei prodotti ad alta tecnologia
• Bilancia tecnologica dei pagamenti
• ICT
• Indagini sulle innovazioni
• Bibliometria
L'incremento esponenziale degli indicatori dell SeT a livello internazionale
anni 50 e 60 anni 70 anni 80 anni 90

Fusioni e acquisizioni *
Venture capital *
Produttività *
Matrici Input-Output *
Indicatori delle ICT
Investimento immateriale
Finanziamento pubblico
dell'innovazione
Indagini sulle tecnolo-
gie produttive
Innovazioni nella
letteratura tecnica
Indagini sull'innovazione Indagini sull'innovazione
Risorse umane Risorse umane
Bibliometria Bibliometria
Prodotti ad alta Prodotti ad alta
tecnologia tecnologia
Bilancia tecnologica Bilancia tecnologica Bilancia tecnologica
dei pagamenti dei pagamenti dei pagamenti
Brevetti Brevetti Brevetti
ReS ReS ReS ReS
* indicatori mutuati dall'analisi economica
1

Le fonti
statistiche

2 3
Israele
Corea

USA

EU27

Cina
Curve concentrazione attivita tecnologiche/innovative

% di attività

Numero di imprese che svolgono R&S ordinate


per spese di R&S (in ordine decrescente)
Investimenti in ICTs come percentuale del PIL
ICT Biotechnologies
Patent Patent
Applications Applications
(shares) (shares)
Il commercio
nei prodotti
ad alta
tecnologia
Exports in
High Technology
Sectors (shares on total
export)
Share of
tertiary
educated
employees
Il Manuale di Oslo (1992)
La misurazione
delle attività
innovative
delle imprese

Il manuale di
Oslo individua
le linee guida
per le
rilevazioni
statistiche
Il processo innovativo: il modello lineare

Ricerca Sviluppo Proget- Ingegneriz Produzione


tazione zazione
Il processo innovativo: il modello a catena
Kline and Rosenberg, 1986

Ricerca

Conoscenze

Mercato Invenzione/ Progettazione Riprogettazione Distribuzione


potenziale progettazione dettagliata e e produzione e mercato
analitica test
L’innovazione come un fenomeno sistemico
Gli attori del sistema nazionale di innovazione

Imprese Università

Enti di
ricerca Intermediari

(uffici per il trasferimento, centri tecnologici,


incubatori, consulenti, parchi scientifici, basi
dati, reti di ricerca pubblico-privato, ecc.)
Tipologie di innovazioni (Schumpeter)

• Nuovi prodotti (innovazione di prodotto)


• Nuovi metodi produttivi (innov. di processo)
• Nuove forme di organizzazione (in. org.)
• Apertura nuovi mercati
• Nuove fonti di approvvigionamento
Indagini Europea sull’innovazione nelle imprese
(Commununity innovation survey)

In Italia la conduce l’ISTAT

Copre le attività innovative condotte dalle imprese nel


triennio precedente alla data di rilevazione

Viene condotta dal 1990


Indagini CIS.
Tipi di innovazioni tecnologiche
• Prodotto tecnologicamente nuovo: prodotto le cui
caratteristiche tecnologiche od il cui uso
differiscono significativamente dai prodotti
precedenti.

• Prodotto tecnologicamente migliorato: prodotto


esistente le cui prestazioni sono state
significativamente migliorate o estese.

• Innovazione tecnologica di processo: l’adozione


di processi produttivi nuovi o migliorati
significativamente.
Indagini CIS.
Tipi di innovazioni non tecnologiche
Innovazioni organizzative
• Adozione di nuove (o migliorate) tecniche manageriali
• Introduzione di nuove modalità di organizzazione del
lavoro
• Introduzione di cambiamenti nelle relazioni con altre
imprese o istituzioni pubbliche

Innovazioni di marketing
• Introduzione di modifiche significative nelle
caratteristiche estetiche dei prodotti
• Adozione di nuove (o migliorate) tecniche e pratiche di
commercializzazione o distribuzione dei prodotti o
servizi
Commuinity Innovatiton survey (CIS)
Temi trattati

• Informazioni generali sull’impresa


• Tipi di innovazione (prodotto, processo,
organizzativa e marketing)
• Tipi di attività innovativa svolte (R&S e altre attiv.)
• Costo dell’innovazione
• Fonti dell’informazione
• Obiettivi dell’innovazione
• Ostacoli all’innovazione
I risultati delle indagini CIS-ITALIA
mostrano come l’innovazione (quanta e quale)
sia collegata a:

In primis
1. Dimensione aziendale

2. Settore industriale

altre a:
3. Caratteristiche speficiche delle imprese

4. Contesto territoriale
Figura 6.1 - Imprese innovatrici* in Europa (2012-14; % sul totale delle imprese)
Figura 6.2 - Imprese innovatrici per tipologia di innovazione introdotta
(2012-14; % sul totale delle imprese)
Figura 6.3 - Imprese innovatrici* in Italia e in Europa (UE-15) per settore di
attività economica (2012-14; % sul totale delle imprese)
Figura 6.4 - Imprese innovatrici* in Italia e in Europa (UE-15) per classe
dimensionale e macro settore (2012-14; % sul totale delle imprese)
Figura 6.5 - Spese totali per l’innovazione e spese in R&S in Europa
(2014; migliaia di euro per addetto)
Figura 6.7 - Imprese con accordi di cooperazione per l’innovazione per
tipologia e localizzazione del partner (2012-14; % sul totale delle imprese
innovatrici)
Figura 6.8 - Imprese innovatrici in Europa nel periodo 2006-2014
(% sul totale delle imprese)
Lo Scoreboard
europeo
sull’innovazione

basato su una
media di diversi
indicatori
Intensità innovativa delle regioni in Europa
Regional Innovation Scoreboard 2019 - Eurostat

MODEST LEADERS
& MODERATE & STRONG
INNOVATORS INNOVATORS
La politica industriale in Italia
una disamina storica
(cap. 19 vol. Scognamiglio)

Rinaldo Evangelista
I nodi strutturali (storici) dello
sviluppo industriale in Italia
• Ritardo tecnologico (nei confronti dei paesi
leader)

• Dualismo territoriale

• Dualismo tra grandi e piccole imprese

Nodi ancora presenti....


Spazio (potenziale…) per la politica industriale
Primissimo II dopoguerra:
la fase della ricostruzione
Nasce il Comitato interministeriale per la
ricostruzione (CIR)

1946: il CIR redige il Piano di massima per le


importazioni industriali.

Studio e stima delle possibilità di esportazione


e fabbisogno importazioni

Si tratta di tentativi di eliminare strozzature


specifiche allo sviluppo dell’industria (e non di
favorire il mutamento strutturale del sistema)
1948-1953: L’amministrazione De Gasperi (1)
Il CIR elabora un nuovo piano per l’utilizzazione dei fondi messi a
disposizione dell’European Recovery Program (piano Marshall).
Obiettivo: Riequilibrio dei conti con l’estero

Strumento principale: Fondo Imi-Erp. Finanziamento acquisto di


materie prime, macchinari, attrezzature,
beni e servizi occorrenti alla ricostruzione
e allo sviluppo dell’esportazione italiana

Settori chiave: siderurgia, energia, industria


meccanica e chimica, tessile
1948-1953: L’amministrazione De Gasperi (2)

Inizia la fase di rapida crescita del sistema


produttivo. La produzione industriale cresce al
tasso medio annuo del 10%

I partiti di sinistra e sindacati spingono per una


politica industriale meno volta all’export
e più concentrata sui lavori pubblici (Piano del
lavoro proposto dalla Cgil)
Anni ‘50: Lo «Schema Vanoni» (1)
Maggiore enfasi all’obiettivo della piena occupazione e
dell’attenuazione degli squilibri territoriali fra Nord e Mezzogiorno

«Schema di sviluppo dell’occupazione e del reddito in Italia nel decennio


1955-1964».
Obiettivi:
• Sviluppo annuo del reddito nazionale del 5%
• Creazione di 4 milioni di posti di lavoro aggiuntivi
• Riduzione degli squilibri territoriali fra Nord e Sud

A questo scopo fu istituito un “Comitato per lo sviluppo dell’occupazione


e del reddito” che produsse sei memorie. In particolare:

1.Studio sull’energia elettrica


2.Sviluppo del settore siderurgico.
(Quest’ultimo portò alla costruzione del centro siderurgico di Taranto)
Anni ‘50: altre politiche industriali
Politiche di settore => Sostegno ai maggiori gruppi
(politiche verticali) industriali
• Siderurgia e meccanica (Iri);
• Energia (Eni);
• Chimica (Montecatini);
• Auto (Fiat)

E qualche politica “orizzontale”:


• incentivi per l’industrializzazione del Mezzogiorno
• trasferimenti a favore di particolari categorie di imprese (ad
esempio il credito agevolato alle PMI)
1963-68: emerge l’esigenza di intervenire sui
nodi strutturali dell’industria italiana
Necessità di una ristrutturazione dell’industria italiana e in particolare:
• accrescere la dimensione media di impresa
• rafforzare la dotazione/capacità tecnologica delle imprese/settori.

Legge n. 170/1965 agevolazioni fiscali alle fusioni tra imprese.

Nascita di colossi nel campo delle telecomunicazioni (Sip) e della chimica


(fusione tra Montecatini e Edison - Montedison).
Il tema della ricerca fu invece trascurato.

Viene istituito il CIPE (comitato interministeriale per la


programmazione economica) sostituisce il CIR con obiettivi di
lungo periodo volti a potenziare la struttura produttiva italiana
Fine anni 60: Fine della fase del miracolo economico
italiano. La crisi dell’autunno caldo (1)
I fattori alla base del miracolo economico italiano degli anni 50-60:
1. Basso costo del lavoro (grazie anche a flussi migratori SUD-NORD)
2. Favorevole ragione di scambio tra prodotti industriali e materie prime
3. Crescita della domanda internazionale

Dalla fine degli anni ‘60 tali punti di forza vengono meno
• Crescita progressiva del costo del lavoro (mercato del lavoro vicino al
pieno impiego)

• Peggioramento delle ragioni di scambio

• Rallentamento della domanda internazionale

• Esaurimento del processo di catching-up


(inseguimento/ammodernamento tecnologico dell’industria italiana nei
settori tradizionali e di scala non avanzati)
Fine anni 60: La crisi dell’autunno caldo (2)
Le politiche poste in atto:
• Legge di sostegno al settore in maggiore difficoltà («legge tessile») che viene
poi estesa agli altri settori in crisi => procedure molto complicate che non hanno
successo.

• Programmazione industriale concertata, nell’ambito del Programma economico


nazionale, sempre con riferimento all’industria chimica.

• Il CIPE predispone il «Progetto di promozione per l’industria chimica di base


=> Il piano si tradusse in un grave insuccesso.

• Nel 1971 nasce la GEPI (Società per le gestioni e partecipazioni industriali)


finanziaria pubblica costituita per il salvataggio, la ristrutturazione e la
successiva vendita delle aziende private in difficoltà.

• Nel 1997 mutò nome in Itainvest e venne poi fusa nella neocostituita
agenzia Sviluppo Italia.
1973-1976: La prima crisi petrolifera (1)
• Rialzo dei prezzi delle materie prime (1972)
• Crescita dei prezzi dei prodotti industriali (+15%)
• Uscita della lira dal serpente monetario con svalutazione del 14%
della lira
• Forte rialzo dei tassi di interesse per arginare la svalutazione della
lira (dal 6 al 18% tra il 1973 e il 1974)
• Tentativo di controllo dei prezzi interni che fallisce nel 1974
• Crisi economica => Flessione della domanda (interna e
internazionale) nel 1975

Risultano colpiti soprattutto i settori ad alta intensità di capitale


e le grandi imprese a causa degli elevati oneri finanziari e il
rallentamento della domanda internazionale in questi settori
1973-1976: La prima crisi petrolifera (2)

Le risposte:

• Tentativo di Guido Carli di introdurre un modello di


interazione banca-impresa simile a quello tedesco (modello
banca mista) => consolidamento dei debiti delle imprese
(da breve a lungo)

• Proposta di istituzione di un “Fondo per la


ristrutturazione, la riconversione e lo sviluppo
industriale” gestito da un nuovo organo interministeriale
(CIPI: Comitato interministeriale per la programmazione
industriale)
La seconda metà degli anni ‘70:
La politica dei piani di settore
• CIPI delinea politiche sia settoriali che orizzontali:
✓ Settoriali: intervento/sostegno su sette grandi settori: chimica,
siderurgica, agro-alimentare, meccanica strumentale, carta, sistema
della moda, elettronica e informatica;
✓ Orizzontali: volte a favorire la commercializzazione all’estero, la
conservazione ambientale, e le politiche energetiche

Si delineano dei “programmi finalizzati di settore” costituiti da due


fasi/elementi utili a colmare il gap informativo fra governo e industria
1. La fase «analitico-conoscitiva» volta ad identificare le caratteristiche
strutturali dei settori
2. La fase «politico-propositiva» volta alla soluzione di specifici
problemi dell’industria o a fornire criteri operativi per le decisioni
del CIPI
Anni ’70: nel frattempo la fisionomia dell’industria italiana
è cambiata:

• nuove aree di industrializzazione (“terza Italia”)


• rafforzamento delle imprese di media dimensione
• indebolimento della grande impresa

I programmi di settore (incentrati sul sostegno ai settori dominati


dalla grande impresa) da un lato risultano essere inefficaci,

dall’altro corrispondono sempre meno al mutato contesto strutturale


dell’industria italiana
Anni ’80: la fine delle politiche di piano, della
programmazione, e delle politiche industriali settoriali
1. Si prende atto degli scarsi risultati delle politiche volte a sostenere i settori
strategici (politiche verticali)

2. Indebolimento degli interlocutori industriali tradizionali e destinatari delle


politiche industriali (grandi imprese private e pubbliche)

3. Cambiamenti sul piano politico-culturale (nel mondo, in Euorpa e in Italia):

• La «riscoperta del mercato» come migliore meccanismo di allocazione


delle risorse
• Enfasi sugli effetti distorsivi dell’intervento dello stato nell’economa e
delle politiche industriali attive e settoriali
• Clima teorico e politico in favore di politiche liberiste (meno Stato
nell’economia, free-trade, liberalizzazioni e privatizzazioni)

4. La competitività dell’industria italiana è affidata alla svalutazione del cambio


Le nuove tendenze della politica industriale (1)

Le politiche per la concorrenza

(cap. 21 vol. Scognamiglio – prima parte)

Rinaldo Evangelista
Le nuove tendenze della «nuova»
politica industriale
(anni ‘90 in poi)

• La tutela della concorrenza

• La regolazione dei mercati e le authorities


(argomento prossima lezione)
Anni 90: Cambiamenti sul piano politico-culturale sul ruolo
dello stato nell’economia e sulle politiche economiche (1)

• Crisi del keynesismo e delle politiche keynesiane


• La «riscoperta del mercato» come migliore
meccanismo di allocazione delle risorse
• Enfasi sugli effetti distorsivi dell’intervento dello
stato nell’economa e delle politiche industriali
settoriali
• Clima teorico e politico in favore di politiche
liberiste (meno Stato nell’economia, free-trade,
liberalizzazioni e privatizzazioni, meno welfare-
state)
Anni 90: Cambiamenti sul piano politico-culturale sul
ruolo dello stato nell’economia e sulle politiche
economiche (2)
Le politiche industriali diventano confinate a:

• Politiche orizzonatli e di contesto (“dei fattori”) non


“distorsive” della concorrenza
• Politiche per la concorrenza (liberalizzazioni,
antitrust, Authorities)
• “Regolazione” dei mercati
Politiche anti-trust
Giustificate dai costi ed inefficienze di posizioni
monopolistiche:
1. Comportamenti dei monopolisti rivolti a scoraggiare
l’entrata di nuove imprese (strategie di deterrenza
all’entrata)
2. Comportamenti dei monopolisti nel settore delle public
utilities volti ad estendere abusivamente la propria
posizione dominante in segmenti di mercato contigui
liberalizzati
3. Costi-opportunità legati agli investimenti che altri
operatori farebbero se non vi fosse il monopolio
4. Minore progresso tecnologico del monopolio (vedi
LWG_Capitolo 11 - Ricerca e sviluppo)
Le normative antitrust: principi generali (1)
(in USA, EU, ITALIA)

In genere le varie legislazioni antitrust


contengono:

a)Norme in materia di posizione dominante

b)Norme in materia di intese e forme di


comportamento coordinato tra imprese

c)Norme in materia di concentrazione


Le normative antitrust: principi generali (2)
(in USA, EU, ITALIA)

• Esiste, inoltre, un organismo tecnico di applicazione della


politica della concorrenza.
• Vi possono essere settori di interesse pubblico in cui le
normative subiscono eccezioni.
• Alcuni comportamenti vietati possono essere autorizzati in
ragione degli effetti positivi che ne possono derivare in
termini di benessere collettivo (regime di esclusioni e
esenzioni)
La normativa antitrust in Italia e l’Autorità
garante per la concorrenza e il mercato

• L’Autorità garante per la concorrenza e il mercato


(Agcm) è stata istituita con la legge 287/90
• E’ composta da un Presidente e da 4 componenti
nominati di concerto dai Presidenti del Senato e della
Camera
• Le decisioni sono prese a maggioranza.
• Alle decisioni ci si può opporre mediante ricorso al
TAR e poi al Consiglio di Stato.
• Le decisioni sono pubblicate sul Bollettino settimana
dell’Agcm e sul suo portale web.
Art. 2 (l. 287/90)
Intese restrittive della libertà di concorrenza

• Sono considerati intese gli accordi/pratiche concordate


tra imprese nonché le deliberazioni, anche se adottate ai
sensi di disposizioni statutarie o regolamentari, di consorzi,
associazioni di imprese ed altri organismi similari.

• Sono vietate le intese che abbiano per oggetto/effetto/fine


di impedire, restringere o falsare in maniera consistente
il gioco della concorrenza all'interno del mercato
nazionale o in una sua parte rilevante (concetto «mercato
rilevante»)
Art. 2 (l. 287/90)

In particolare sono vietate le intese volte a:


a) fissare direttamente o indirettamente i prezzi d'acquisto o di vendita
ovvero altre condizioni contrattuali;

b) impedire o limitare la produzione, gli sbocchi o gli accessi al


mercato, gli investimenti, lo sviluppo tecnico o il progresso
tecnologico;

c) ripartire i mercati o le fonti di approvvigionamento;

d) applicare, nei rapporti commerciali con altri contraenti, condizioni


diverse per prestazioni equivalenti, così da determinare per essi
ingiustificati svantaggi nella concorrenza;

e) subordinare la conclusione di contratti all'accettazione da parte


degli altri contraenti di prestazioni supplementari (vendite
abbinate) che, per loro natura o secondo gli usi commerciali, non
abbiano alcun rapporto con l'oggetto dei contratti stessi.
Art. 3 Abuso di posizione dominante
è vietato:
a) imporre direttamente o indirettamente prezzi di acquisto, di
vendita o altre condizioni contrattuali ingiustificatamente
gravose;
b) impedire o limitare la produzione, gli sbocchi o gli accessi al
mercato, lo sviluppo tecnico o il progresso tecnologico, a
danno dei consumatori;
c) applicare nei rapporti commerciali con altri contraenti
condizioni oggettivamente diverse per prestazioni equivalenti,
così da determinare per essi ingiustificati svantaggi nella
concorrenza;
d) subordinare la conclusione dei contratti all'accettazione da
parte degli altri contraenti di prestazioni supplementari che, per
loro natura e secondo gli usi commerciali, non abbiano alcuna
connessione con l'oggetto dei contratti stessi.
Art. 4 Deroghe al divieto di intese
restrittive della libertà di concorrenza
L'Autorità può autorizzare, per un periodo limitato, intese o categorie di
intese vietate ai sensi dell'articolo 2, che:

• diano luogo a miglioramenti nelle condizioni di offerta sul mercato i


quali abbiano effetti tali da comportare un sostanziale beneficio per i
consumatori

• e che siano individuati anche tenendo conto della necessità di assicurare


alle imprese la necessaria concorrenzialità sul piano internazionale e
connessi in particolare con l'aumento della produzione, o con il
miglioramento qualitativo della produzione stessa o della distribuzione
ovvero con il progresso tecnico o tecnologico.

L'autorizzazione non può comunque consentire restrizioni non


strettamente necessarie al raggiungimento delle finalità di cui al presente
comma né può consentire che risulti eliminata la concorrenza da una parte
sostanziale del mercato.
Art. 6. Divieto delle operazioni di concentrazione
restrittive della libertà di concorrenza
1. Nei riguardi delle operazioni di concentrazione soggette a
comunicazione ai sensi dell'articolo 16, l'Autorità valuta se
comportino la costituzione o il rafforzamento di una
posizione dominante sul mercato nazionale in modo da
eliminare o ridurre in modo sostanziale e durevole la
concorrenza.
Tale situazione deve essere valutata tenendo conto delle
possibilità di scelta dei fornitori e degli utilizzatori, della
posizione sul mercato delle imprese interessate, del loro
accesso alle fonti di approvvigionamento o agli sbocchi di
mercato, della struttura dei mercati, della situazione
competitiva dell'industria nazionale, delle barriere all'entrata
sul mercato di imprese concorrenti, nonché dell'andamento
della domanda e dell'offerta dei prodotti o servizi in
questione.
Art. 6. Divieto delle operazioni di concentrazione
restrittive della libertà di concorrenza

2. L'Autorità, al termine dell'istruttoria di cui


all'articolo 16, comma 4, quando accerti che
l'operazione comporta le conseguenze di cui al
comma 1, vieta la concentrazione ovvero
l'autorizza prescrivendo le misure necessarie ad
impedire tali conseguenze.
Art. 8. Imprese pubbliche e in monopolio legale

1. Le disposizioni contenute nei precedenti articoli


si applicano sia alle imprese private che a quelle
pubbliche o a prevalente partecipazione statale.

2. Le disposizioni di cui ai precedenti articoli non si


applicano alle imprese che, per disposizioni di
legge, esercitano la gestione di servizi di
interesse economico generale ovvero operano in
regime di monopolio sul mercato, per tutto
quanto strettamente connesso all'adempimento
degli specifici compiti loro affidati.
Evoluzione nell’applicazione delle normative
anti-trust
• Negli Stati Uniti la legislazione anti-trust segue i cambiamenti nelle
teorie di economia industriale: dalla scuola di Harvard a quella di
Chicago (più permissiva-soft)

• Nel periodo 1930-1970 le integrazioni e le intese verticali furono


sistematicamente viste come strumenti attraverso i quali le imprese
rafforzavano il loro potere di mercato e cercavano di tenere lontano i
concorrenti (approccio di «vietare per sé» – Scuola Harvard)

• A partire dagli anni ’70 si afferma il pensiero della Scuola di Chicago


più attenta all’efficienza (contendibilità): valutare caso per caso gli
effetti dei comportamenti (…potere lobbies..)

• In Europa (Trattato) inizialmente non esisteva la parte sulle


concentrazioni: la normativa era volta a garantire la concorrenza
europea senza compromettere la nascente industria europea
Questa evoluzione ricalca le diverse
definizioni di Barriere all’entrata (v. cap. 8)
• Vincoli di natura istituzionale dati dalle restrizioni delle
autorità di governo o di regolazione (esempio licenze taxi)
(Demsetz, 1982)

• Un qualsiasi fattore che permetta alle imprese esistenti in un


mercato di praticare per un lungo periodo dei prezzi maggiori
dei costi medi minimi senza attirare nuove imprese sul
mercato (Bain, 1956)

• Costo che deve essere sopportato da un’impresa che cerca di


entrare in un mercato e che invece non deve essere sopportato
da chi è già in tale mercato (Stigler, 1968)
…e l’emergere della Scuola di
Chicago
Esponenti: Aaron Director e George Stigler

✓ Inefficienze legate all’intervento pubblico


✓ Intervenire solo (come ultima ratio) per impedire
riduzioni del grado di concorrenza nei mercati
✓ Le performance (posizione di leadership nei
mercati) dipendono dalla capacità di innovazione
e di visone strategica dei manager (esempio caso
Microsoft)
La crisi della crescita e della produttività
nel sistema economico italiano
(cap. 20 Scognamiglio)

Rinaldo Evangelista
La crisi della crescita e della produttività

• Nei 20 anni prima della crisi 2008/9 l’Italia è


cresciuta ad un tasso medio pari alla metà di
quello dell’Europa che già era inferiore a quello
USA e a quello mondiale. Inoltre è stata colpita
maggiormente dalla crisi.

• Produttività stagnante. La mancata crescita è colpa


della produttività?

• Ma la stagnazione della produttività da cosa


dipende?
La produzione nella manifattura dagli anni ‘90
INDICE DELLA PRODUZIONE NEL SETTORE MANIFATTURIERO - 1992-2020
(GEN1992=100 E MEDIE MOBILI A 3 MESI)

150 FONTE:
Germania EUROSTAT
140

130

120

110

100

90 Italia
80

70

60
1992
1993
1994
1995
1996
1997
1998
1999
2000
2001
2002
2003
2004
2005
2006
2007
2008
2009
2010
2011
2012
2013
2014
2015
2016
2017
2018
2019
2020
Germania Spagna Francia Italia

o Rallentamento da metà anni Novanta


o Inizio anni Duemila aumenta il divario con le altre economie
o La crisi del 2008 aumenta la divergenza con Germania e Francia 3
Il fatturato dell’industria
INDICE DEL FATTURATO DELL’INDUSTRIA - 2008-2020 (GEN2008=100 E
MEDIE MOBILI A 3 MESI)

MERCATO INTERNO MERCATO ESTERO

140 140
130 130
120 120
110 110
100 100
90 90
80 80
70 70

60 60
2008
2009
2010
2011
2012
2013
2014
2015
2016
2017
2018
2019
2020
2008
2009
2010
2011
2012
2013
2014
2015
2016
2017
2018
2019
2020

Germania Spagna Francia Italia Germania Spagna Francia Italia

FONTE: 4
EUROSTAT
La specializzazione dell’Italia rispetto all’Europa
OCCUPAZIONE NEL 2016 E INDICE DI SPECIALIZZAZIONE RISPETTO
ALL’UE28 DELL’ITALIA – 2010 E 2016

Quota occupazione 2016 sul totale occ Ue IS Italia 2016 IS Italia 2010 Eu28 LQ
14 1,3

12 1,2
10
1,1
8
1,0
6
0,9
4

2 0,8

0 0,7
Manifattura Manifattura medio-alta Manifattura bassa e Serv.intensi in Altri serv.intensi in Altre attività
alta tecnologia tecnologia medio-bassa conoscenza (Alta conoscenza dei servizi
tecnologia tecnologia)

FONTE: EUROSTAT E ISTAT, RAPPORTO SULLA 7


CONOSCENZA
Crisi produttivita: le spiegazioni
Teorie keynesiane:

circoli virtuosi (o viziosi) tra crescita della


domanda, crescita del Pil, crescita della
produttività, crescita della domanda (modello
Kaldor-Verdoorn).

Effetto negativo sulle politiche di


austerity/consolidamento fiscale dell’ultimo
decennio (dopo la crisi 2008)
Il modello Kaldor-Verdoorn
Investimenti privati e pubblici
INVESTIMENTI NETTI PRIVATI E PUBBLICI IN ITALIA – 2008-2019
(VALORI CORRENTI IN MILIARDI DI EURO)

90

70

50

30

10

(10)

(30)
2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015 2016 2017 2018 2019

Settore produttivo privato Settore pubblico

FONTE: 10
ISTAT
Crisi produttivita: le spiegazioni (2)

Teorie monetariste o scuola di Chicago:

troppo Stato, troppa regolazione, assenza di


concorrenza

effetti benefici della deregolamentazione e


apertura internazionale e concorrenzialità dei
mercati.

Ma perché l’Italia non ha beneficiato della


maggiore internazionalizzazione delle
economie?
Altre spiegazioni e domande

Approccio della supply-side-economics:

peso troppo elevato della spesa pubblica (?)


effetti di spiazzamento sulla spesa privata (?)
eccessiva pressione fiscale (?)
Sono questi i fattori della scarsa crescita/competitività italiana?

Il problema del debito pubblico e la carenza degli investimenti

Ma quali sono le vere cause della crescita del debito pubblico e


della debole dinamica degli investimenti?