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Gli Eroi Solari

Gli Eroi Solari sono quelli che nel loro cammino evolutivo superano le dodici prove indicate dai dodici segni dello
zodiaco celeste, percorrendo vittoriosamente la via che dall’Ombra li fa risorgere alla Luce e conquistando in tal modo
l’immortalità. Infatti, a differenza della Luna (che nel corso di un  mese muta il suo aspetto fino ad oscurarsi
completamente, “morendo” e poi “rinascendo”), il Sole mantiene, un giorno dopo l’altro, il suo aspetto immutato. Ne
consegue che ad esso viene attribuita la capacità di attraversare l’Oltretomba senza subirne le conseguenze e senza
conoscere la morte. Infatti, quando il Sole tramonta all’orizzonte, s’immagina che attraversi il regno dei morti e,
quando sorge all’alba, che ne sia uscito vittorioso e indenne. Spesso il Sole è visto come psicopompo, in quanto
accompagna le anime dal regno dei vivi a quello dei morti, dalla veglia al sonno e viceversa.  Un’analoga associazione
viene fatta durante il corso dell’anno: dal solstizio di inverno a quello estivo le ore di luce crescono e, viceversa, dal
solstizio estivo a quello invernale diminuiscono. Questo fenomeno naturale ha determinato una visione del
microcosmo e del macrocosmo secondo la quale i solstizi costituiscono due porte dalle quali la Luce e l’Ombra fanno
irruzione nel mondo. Anche i 12 mesi dell’anno, in questa visione, vengono intesi come altrettante tappe che il Sole
deve percorrere durante il suo percorso e le dodici costellazioni che sorgono all’orizzonte e all’alba durante questi
mesi, dall’Ariete ai Pesci, divengono simboli delle “prove” che il Sole deve superare per completare il suo cammino.
Nella mitologia greca (ma anche in quella assiro-babilonese) l’uomo paragona se stesso al Sole: anche gli esseri umani
nel loro cammino evolutivo (che comprende talvolta anche il percorso sotterraneo dell’anima nell’Oltretomba che
condurrà alla rinascita) devono superare 12 prove indicate dai 12 segni dello zodiaco celeste. Gli Eroi Solari sono,
dunque, coloro che riescono in questa impresa (le 12 “fatiche” di Ercole e di Gilgamesh), avendo percorso
vittoriosamente la via che dall’Ombra porta alla Luce. Si tratta del percorso di iniziazione ai culti solari: ognuna delle
dodici prove è legata a una qualità che l’iniziato acquisirà solo dopo averla superata. Infatti, nelle iniziazioni del mondo
antico la via solare prevedeva una discesa nelle tenebre dell’Oltretomba e l’incontro con una entità pericolosa e
tenebrosa che l’adepto doveva affrontare vittoriosamente. Nell’antica Grecia, questa discesa veniva rappresentata
ritualmente con la danza del labirinto. I danzatori percorrevano una spirale concentrica che conduceva al centro del
labirinto tenendo in mano una corda che rappresentava un raggio di sole. Le volute del labirinto, i cerchi concentrici
della spirale, non erano altro che una rappresentazione simbolica degli archi descritti dal sole nell’avvicendarsi dei
giorni, sempre più piccoli man mano che si procede dal solstizio estivo a quello invernale. Al centro del labirinto c’era il
Minotauro ad attendere i danzatori ed aveva luogo una lotta rituale che terminava con la sconfitta di tale essere. Poi i
danzatori cambiavano senso di rotazione, la spirale si svolgeva e si allargava e, alla fine, si trasformavano in gru (la
danza prendeva, appunto, il nome di “Danza delle Gru”) e volavano verso il giardino delle Esperidi dove si cibavano
delle mele dell’immortalità. Pertanto, il percorso dell'Eroe solare rappresenterebbe per il mondo antico un punto di
riferimento spirituale, un modello di comportamento capace di indicare una via di evoluzione per le energie maschili.
Gli Eroi Solari sono sempre guerrieri violenti che si distinguono da quelli lunari che sono rassegnati e per i quali sono le
imprese che contano, più della sottomissione all’ordine imposto dal destino.

Gilgamesh

Gilgamesh è il re sumero della città di Uruk, è per due terzi divino e per un terzo mortale e tiene sotto il suo dominio
un popolo sempre più stanco delle sue prepotenze e ingiustizie. Gli dei, dunque, per punirlo, decidono di creare un
uomo in grado di contrastarlo, Enkidu. Gilgamesh si scontra con Enkidu, ma lo scontro finisce alla pari. Colpito dalla
forza di Enkidu, Gilgamesh stringe con lui un patto d'amicizia. Decidono di andare insieme alla Foresta dei Cedri per
prelevare il prezioso legno di questi alberi. Alla guardia della Foresta c'è però un mostro, che i due riescono a
sconfiggere senza grossi problemi. Accresciuta ulteriormente la sua fama e l'amicizia con Enkidu, Gilgamesh viene
corteggiato da Ishtar (la dea della bellezza e della fecondità, ma anche della guerra e della distruzione), che lo
vorrebbe come sposo, estasiata dalle sue doti di guerriero e dalla sua fama. Gilgamesh però la rifiuta, visto il triste
destino dei passati amanti della dea e Ishtar, con l'aiuto di Anu (il dio del Cielo e padre di Ishtar stessa) invia contro i
due amici un ferocissimo Gugulanna, toro divino di colore blu. Nel combattimento che ne consegue, Enkidu blocca il

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selvaggio animale e Gilgamesh gli infila la spada tra le corna, uccidendolo. Oltraggiata ancora di più, Ishtar fa morire
Enkidu con una brutale malattia, che gli fa patire una morte lenta e atroce. Rimasto molto scosso a causa del dolore
per la perdita del suo caro amico, Gilgamesh decide di intraprendere un viaggio alla ricerca del senso della vita e del
segreto dell'immortalità. Viene a sapere dell’esistenza di un uomo molto vecchio e saggio di nome Utanapishtim che,
grazie grazie all'aiuto di un Enki, scampò al diluvio universale, al quale gli dei fecero il dono dell'immortalità e che è a a
conoscenza di questo segreto. Utanapishtim vive isolato al di là dell'oceano della Morte e, dato il grandissimo segreto
che conosce, la sua casa è raggiungibile solo dopo aver superato molti ostacoli. Gilgamesh riesce a superare ogni
prova, tra cui gli uomini scorpione e giunge in un bellissimo giardino dove una donna gli implora di fermarsi e non
proseguire. Gilgamesh non cede alle richieste e sceglie di andare avanti, giungendo finalmente nel luogo dove vive
Utanapishtim. Tuttavia, Gilgamesh rimane fortemente deluso quando il saggio gli risponde che la morte è inevitabile
per l'uomo che, prima o dopo, dovrà lasciare questo mondo. Gilgamesh, ormai senza speranze, sta per andarsene
quando Utanapishtim, impietosito, gli rivela che l’unica possibilità per l'eterna giovinezza è una pianta che si trova in
fondo al mare. Gilgamesh parte subito alla ricerca della preziosa pianta e, dopo averlo trovato, decide di riposarsi sulle
rive di un ruscello. Tuttavia, al suo risveglio, scopre che la pianta tanto preziosa è stata mangiata da un serpente, che
dopo averla mangiata ha cambiato pelle. Sconfitto, torna così ad Uruk, la sua città. Gilgamesh è un eroe solare, in
quanto per compiere la sua missione percorre vittoriosamente la via che dall’Ombra lo fa risorgere alla Luce .
[L’attraversamento della montagna per poter giungere nel luogo in cui si trova Utanapishtim richiede un periodo di
tempo di dodici ore-doppie di tenebra. Gilgamesh attraversò la montagna seguendo il cammino del sole verso levante.
Dopo un'ora-doppia l'oscurità si fece fitta intorno a lui. Gilgamesh proseguì a tentoni, nel buio. Il percorso fu
angosciante, perché non vi erano che tenebre e tenebre e tenebre. Ma dopo la nona ora-doppia, Gilgamesh sentì il
vento del nord sul viso e all'undicesima ora-doppia vide finalmente la luce dell'alba. Trascorse dodici ore-doppie
irruppe la luce del sole. Altro riferimento al sole sono le centoventi spinte date alla barca per uscire dalle acque della
Morte e giungere al luogo del transito del Sole]. Nella XII tavoletta, invece, viene narrato un altro mito. Gilgamesh
perse nell’oltretomba due oggetti simbolici di grande valore, un pukku e un mekku, identificati rispettivamente con un
tamburo ed una bacchetta. Enkidu si offrì di di discendere nell’oltretomba per recuperarglieli, ma nel farlo non seguì i
consigli elargitigli da Gilgamesh e rimase prigioniero nell’oltretomba. Gilgamesh pregò il dio Enki di poter ancora
un'ultima volta parlare ad Enkidu e il suo desiderio viene esaudito. Ad Enkidu viene consentito di uscire
temporaneamente dall’oltretomba e di parlare per l’ultima volta a Gilgamesh raccontandogli la sua esperienza
nell’oltretomba in termini cupi e privi di speranza.

Perseo

Pèrseo (latino: Perseus) è un eroe della mitologia greca, figlio di Zeus e di Danae. Secondo il mito, Acrisio re di Argo,
temeva per le sorti del proprio regno perché, avendo avuto dalla moglie Euridice una sola figlia femmina, Danae, in
assenza di eredi maschi non sapeva a chi avrebbe trasmesso il titolo di sovrano. Spinto dal desiderio di conoscere il
destino della sua città, aveva chiesto all'oracolo come Danae avrebbe potuto avere figli. L’oracolo gli rispose che sua
figlia Danae avrebbe avuto un figlio che lo avrebbe ucciso. Preso dal più grande sconforto e anche dal terrore,
rinchiuse la figlia in una torre ben fortificata, con porte di bronzo guardate da cani ferocissimi, e pensava che in questo
modo non avrebbe avuto più nulla da temere. Tuttavia, il suo destino era già stato stabilito dagli dèi. Infatti,
nonostante queste precauzioni, Danae concepì un figlio, Perso. Secondo alcuni, questo bambino era nato per opera di
Preto, fratello d'Acrisio, e quest’episodio costituisce l'origine della disputa sorta fra i due fratelli. Secondo altri, Perseo
fu frutto dell’unione di Danae con Zeus che, trasformandosi in pioggia d'oro, penetrò attraverso una fessura del letto e
ottenne l'amore della ragazza. Danae era rinchiusa nella prigione con la propria nutrice, e poté avere il figlio di
nascosto e allevarlo per vari mesi. Ma un giorno il bambino, giocando, emise un grido, e Acrisio lo udì. Non sapendo
chi fosse il responsabile di questa nascita misteriosa, pensò che lo stesso Preto, per fargli dispetto, gli avesse sedotto la
figlia. Danae insisteva nel dire che il padre del bambino non era un mortale, ma Acrisio non le credette e, terrorizzato
dalla rivelazione dell'oracolo, cominciò con l'uccidere la nutrice, come complice, e fece chiudere Danae e il figlioletto
in una cassa di legno che mise su una nave lasciata alla deriva. La cassa navigò, a caso, con la madre e il bambino e
approdò sulla riva dell'isola di Serifo, dove regnava il tiranno Polidette che, preso da pietà per i due naufraghi, offrì
loro ospitalità. Passarono gli anni e Perseo, circondato dall'amore della madre, cresceva divenendo ben presto un
giovane bellissimo e fortissimo. Danae, che la maturità aveva reso ancora più bella, era oggetto dei desideri del re
Polidette che cercava in tutti i modi di convincerla a sposarlo: Ma Danae, il cui unico pensiero era il figlio Perseo, non
ricambiava il suo amore. Allora Polidette pensò di eliminare Perseo con un piano astuto: dopo aver radunato gli amici
confinanti e lo stesso Perseo, annunciò di volersi sposare con un’altra donna (Ippodamia) per il bene del regno e
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chiese ad ognuno dei presenti, come dono di nozze, un cavallo. Perseo, mortificato perché non possedeva nulla di
simile da donargli, affermò che se il re non avesse più insidiato sua madre Danae, gli avrebbe procurato qualunque
cosa avesse chiesto. Polidette fu molto lieto in cuor suo pensando che questo fosse il mezzo per liberarsi di lui.
Espresse pertanto l'estroso desiderio di avere come dono di nozze la testa di Medusa, una delle tre Gorgoni. Per poter
raggiungere Medusa, Perseo doveva assolutamente procurarsi tre cose: dei sandali alati per spostarsi a gran velocità,
una sacca magica per riporvi la testa recisa e l'elmo di Ade che rende invisibili. Intanto Atena gli aveva fornito uno
scudo lucido come uno specchio, raccomandando all'eroe di guardare Medusa solo di riflesso. Hermes gli regalò un
falcetto di diamante affilatissimo, col quale l'eroe avrebbe decapitato il mostro. Quegli oggetti erano custoditi dalle
ninfe dello Stige che abitavano in un luogo noto solo alle Graie, sorelle di Medusa: nate già decrepite e grinzose, esse
erano in tre, ma disponevano di un solo occhio e di un solo dente che usavano a turno, e abitavano in un palazzo
custodito da Atlante. Allorché Perseo le raggiunse, attese il momento dello scambio di questi due vitali strumenti e li
rubò entrambi. Così le Graie, prive dei loro organi, si trovarono in grande difficoltà e accettarono lo scambio loro
proposto da Perseo: avrebbe restituito il maltolto se esse gli avessero indicato dove risiedevano le ninfe Stigie. Dopo
essersi rifiutato di rendere l'occhio e il dente alle Graie, e quando le Ninfe consegnarono i sandali, la sacca e l'elmo,
Perseo si diresse verso il paese degli Iperborei (una popolazione che abitava nelle regioni fredde e spoglie del Nord),
un luogo dominato dalla più grande desolazione e dalla più profonda tristezza, nel quale la terra, le erbe, il cielo e la
natura in generale avevano un colore grigio e sinistro. La foresta nella quale si incamminò per giungere presso Medusa
era pietrificata e cosparsa di strane statue color piombo rappresentanti uomini e donne in diversi atteggiamenti.
Perseo si accorse subito che quelle non erano statue, ma esseri che avevano avuto la sventura di guardare il volto di
Medusa. Resosi invisibile grazie all'elmo di Ade/Plutone, avanzò camminando all'indietro, guardando nello scudo
sorretto da Atena; quando fu abbastanza vicino al mostro da sentirne sibilare i serpenti che gli si agitavano sul capo, lo
decapitò col falcetto mentre dormiva. Dal collo mutilato della Medusa scaturirono un cavallo alato, Pegaso e un
gigante, Crisaore. Perseo sollevò la pesante testa e la mise nella sacca, poi si alzò in volo con i suoi sandali alati per
allontanarsi il più in fretta che poteva da quel luogo sinistro. Perseo raccolse pure il sangue che colò dalla ferita.
Questo sangue aveva proprietà magiche: quello che era colato dalla sinistra era un veleno mortale, mentre quello
colato dalla sua vena destra era un rimedio capace di resuscitare i morti. Inoltre, un solo ricciolo dei suoi capelli,
mostrato a un esercito assalitore, aveva il potere di sconfiggerlo. Perseo è un eroe solare in quanto per compiere la
sua missione (uccidere Medusa) deve attraversare la via che dall’Ombra (il luogo tetro, oscuro e sinistro dove risiede
Medusa) lo riporta vittorioso alla Luce.

Teseo

Teseo (in greco Θησεύς, in latino Theseus) nella mitologia greca era un leggendario re di Atene, figlio di Etra e
Poseidone oppure di Etra ed Egeo. Infatti, secondo un mito, nella prima notte di nozze, Etra camminò sulle acque del
mare e raggiunse l’isola Sferia, dove giacque con Poseidone, il dio del mare e dei terremoti (per questo motivo, Teseo
aveva caratteristiche sia divine che mortali). Secondo un altro mito, Egeo, ubriacato dal padre di Etra, si unì con Etra
sull'isola di Samo, in Asia Minore. Dopo che Etra rimase incinta, Egeo decise di tornare ad Atene ma, prima di partire,
seppellì un suo sandalo e la sua spada sotto un’enorme roccia dicendole che, quando loro figlio fosse cresciuto,
avrebbe dovuto spostare la roccia con le sue forze e prendersi le armi per dimostrare la sua discendenza reale. Ad
Atene Egeo si unì a Medea, che era fuggita da Corinto dopo aver ucciso i figli che aveva avuto da Giasone. Teseo
crebbe così nel paese materno e, una volta cresciuto e diventato un giovane forte e coraggioso, spostò la roccia e
recuperò le armi del padre. Allora Etra decise di dirgli la verità sull’identità di suo padre e gli spiegò che avrebbe
dovuto riportare le armi a corte e reclamare i suoi diritti di nascita. Per recarsi ad Atene, Teseo poteva scegliere tra
due opzioni: via mare (il modo più sicuro) o via terra lungo un pericoloso sentiero che costeggiava il golfo Saronico. Su
questa strada si apriva una serie di sei entrate al mondo dei morti, ciascuna delle quali era sorvegliata da un demone
ctonio che aveva assunto la forma di un ladro o di un bandito [ossia: il bandito Perifete al quale strappo la clava di
bronzo prima di ucciderlo; il ladrone Simi che uccise e al quale stuprò la figlia; la scrofa di Crommione che fu da lui
uccisa; il brigante Scirone che fu gettato da Teseo dall’alto di una scogliera nei cui fondali viveva un mostro marino; il
re Cercione che fu da Teseo sconfitto e ucciso; e il bandito Procuste che fu subì da Teseo lo stesso trattamento che
riservava alle sue vittime]. Teseo, giovane coraggioso ed ambizioso, decise di seguire questa via. Quando arrivò ad
Atene, Teseo non rivelò subito la propria identità. Tuttavia, Medea lo riconobbe subito come figlio di Egeo e, temendo
che potesse sostituire suo figlio Medo nella successione al trono, tentò di provocare la morte chiedendogli di catturare
il Toro di Maratona, uno dei simboli del dominio cretese. Teseo catturò il Toro e tornò ad Atene dove lo sacrificò agli
dei. Medea tentò di avvelenarlo, ma all’ultimo momento Egeo lo riconobbe dai sandali e dalla spada e strappò la
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coppa di vino avvelenato dalle sue mani. Padre e figlio furono così finalmente riuniti. Avendo vinto la guerra contro
Atene, il re di Creta Minosse ordinò che ogni nove anni (secondo alcune versioni ogni anno) sette giovani e sette
giovinette ateniesi venissero inviati a Creta per essere divorati dal Minotauro. Quando venne il momento di effettuare
la terza spedizione sacrificale, Teseo si offrì subito volontario per andare ad uccidere il mostro. Promise al padre Egeo
che, in caso di successo, al suo ritorno avrebbe issato sulla nave delle vele bianche. Quando arrivò a Creta Arianna, la
figlia di Minosse, si innamorò di lui e lo aiutò a ritrovare la via d’uscita dal labirinto dandogli una matassa di filo che,
srotolata, gli avrebbe permesso di seguire a ritroso le proprie tracce, e una spada avvelenata. Trovato il Minotauro,
Teseo lo uccise e guidò gli altri ragazzi ateniesi fuori dal labirinto. Teseo portò con sé Arianna via da Creta, ma poi la
abbandonò sull’isola di Naxos. La ragazza, quando si accorse di ciò che era successo, lo maledisse e pianse talmente
tanto che Dioniso per confortarla le donò una corona d'oro, che alla sua morte venne poi mutata dal dio nella
splendente costellazione della Corona Boreale. Al suo ritorno Teseo e il nocchiero della nave si dimenticarono di
cambiare le vele nere con quelle bianche come promesso al padre Egeo, il quale credendo il figlio morto si uccise
lanciandosi nel mare (che da allora porta il suo nome). Morto il padre, Teseo viene proclamato re di Atene. Il suo
primo atto fu quello di riunire in una sola città gli abitanti fino ad allora disseminati nella campagna (c.d. " sinecismo").
Atene divenne la capitale dello stato così costituito. Teseo instaurò, nelle linee principali, un governo democratico, al
cui modello si richiamerà l'Atene classica. Teseo è un eroe solare in quanto per compiere la sua missione (raggiungere
Atene prima e uccidere il Minotauro dopo) deve attraversare la via che dall’Ombra (attraversarmento le sei entrate al
mondo dei morti per raggiungere Atene e entrare nel labirinto per uccidere il Minotauro) lo riporta vittorioso alla
Luce.

Orfeo

Orfeo (greco: Ὀρφεύς, latino: Orphe͡us) è una figura della mitologia greca e su di lui si basa la religione orfica. Secondo
la mitologia classica, Orfeo prese parte alla spedizione degli Argonauti e salvò i marinai irretiti dal canto delle Sirene,
intonando un canto ancora più melodioso che ruppe l'incantesimo. Ma la sua fama è legata soprattutto alla tragica
vicenda d'amore che lo vide unito alla ninfa Euridice. Aristeo, uno dei tanti figli di Apollo, amava perdutamente
Euridice e, sebbene il suo amore non fosse corrisposto, continuava a rivolgerle le sue attenzioni fino a quando un
giorno ella, per sfuggirgli, mise il piede su un serpente, che la uccise col suo morso. Secondo un mito, Orfeo penetrò
allora negli inferi incantando Caronte con la sua musica e placando anche Cerbero, il guardiano degli inferi.
Persefone/Kore, commossa dal suo dolore e sedotta dal suo canto, persuase Ade/Plutone a lasciare che Euridice
tornasse in vita sulla terra. Ade/Plutone accettò a condizione che Orfeo precedesse Euridice per tutto il cammino fino
alla porta degli Inferi senza voltarsi mai all'indietro. Esattamente sulla soglia degli Inferi, credendo di esservi già uscito,
Orfeo non riuscì più a resistere al dubbio e si voltò per vedere Euridice, la quale scomparve all'istante per tornare tra
le tenebre degli Inferi per l'eternità. Da allora, per il dolore, Orfeo rifiutò il canto e la gioia. In questo modo, offese le
seguaci di Dioniso che lo uccisero e lo dilaniarono, nutrendosi di parte del suo corpo e gettandone la testa nell' Erebo.
La testa scese fino al mare e da qui all'isola di Lesbo, dove fu sepolta nel santuario di Apollo. Il corpo venne seppellito
dalle Muse ai piedi dell'Olimpo. La sua lira venne invece infissa nel cielo e formò una costellazione. Secondo un altro
mito, Orfeo trova a Cuma la discesa per gli Inferi e giunto lì incanta Caronte, Cerbero e Persefone/Kore. Ade/Plutone
acconsente di lasciare che Euridice torni sulla terra a condizione che Orfeo non si volti fino a che entrambi non siano
usciti dal regno dei morti. Insieme ad Hermes (che deve controllare che Orfeo non si volti), si incamminano ed iniziano
la salita. Euridice, non sapendo del patto, continua a chiamare in modo malinconico Orfeo, pensando che lui non la
guardi perché è brutta. Ma Orfeo, con grande dolore, deve continuare imperterrito senza voltarsi. Appena vede un pò
di luce, Orfeo capisce di essere uscito dagli Inferi e si volta. Purtroppo, però, Euridice ha accusato un dolore alla
caviglia morsa dal serpente e, dunque, si è attardata. Quindi, Orfeo ha trasgredito la condizione posta da Ade/Plutone.
Solo ora Euridice capisce e all'amato sussurra parole drammatiche e struggenti. Poi si danno la mano, consapevoli che
quella sarà l'ultima volta. Drammatica anche la presenza di Hermes che, con volto triste ed espressione
compassionevole, trattiene Euridice per una mano, perché ha promesso ad Ade/Plutone di controllare ed è ciò che
deve fare. Orfeo vede ora scomparire Euridice e si dispera, perché sa che ora non la vedrà più. Decide allora di non
desiderare più nessuna donna. Per tener fede alla promessa, Orfeo rinuncerà all’invito da parte di un gruppo di
seguace di Dioniso ubriache a partecipare ad un'orgia dionisiaca. Le seguaci, infuriate per il suo rifiuto, lo uccidono, lo
sbranano e ne gettano la testa nel fiume Evros, insieme alla sua lira. La testa cade proprio sulla lira e galleggia,
continuando a cantare soavemente. Zeus/Giove, toccato da questo evento commovente, prende la lira e la mette in
cielo formando una costellazione. Anche Orfeo è un eroe solare in quanto per compiere la sua missione (liberare e
riportare in vita Euridice) deve attraversare la via che dall’Ombra (discesa nell’Ade) lo riporta vittorioso alla Luce.
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Le Dee Lunari

Le Dee Lunari sono quelle che, al pari della Luna che nel corso di un  mese muta il suo aspetto fino ad oscurarsi
completamente (“morendo” e poi “rinascendo”), rappresentano le fasi della vita della donna. Nell’immagine
matriarcale la vita era qualcosa a cui si faceva ritorno e la Luna incarna questo ciclo di eterno ritorno in cui tutte le
cose vanno avanti, ma sono sempre uguali, si trasformano ogni giorno ma il ciclo è ogni volta identico. Alla Luna
manca il principio di differenziazione e di individuazione, in quanto il suo scopo è quello di garantire la sopravvivenza e
la continuità di tutte le cose.

I tre miti lunari (la dea trifasica, legata appunto alle fasi lunari) sono rappresentate da tre dee che raffigurano le fasi
della vita:

 la fase dell’adolescenza;
 la fase della maturità piena;
 la fase della vecchiaia (ossia: della fine della vita intesa come saggezza, come acquisizione di tutta una serie di
poteri e di conoscenza che poi viene trasmessa).

La prima delle tre dee lunari è Artemide.

Nel mito, Artemide (in greco: Ἄρτεμις, Ἀρτέμιδος) è figlia di Zeus e Leto (per i Romani Latona) e sorella gemella di
Apollo. Leto, a causa di una maledizione lanciatale da Era moglie di Zeus, per poter mettere al mondo i due bambini
era costretta a trovare un luogo che non avesse mai visto la luce del sole. Per questo motivo Zeus fece emergere dal
mare l’isola di Delo (fino ad allora sommersa e, di conseguenza, nonn ancora toccata dal sole) e Leto vi partorì
aggrappata ad una palma sacra. Artemide nacque per prima, dopo soli sei mesi di gestazione, ed aiutò quindi la madre
a dare alla luce Apollo che nacque invece il settimo mese. Secondo un poema di Callimaco ("la dea che si diverte
usando l'arco sulle montagne"), Artemide giunta all'età di tre anni, sedendo sulle ginocchia del re degli dei, chiese al
padre Zeus di far avverare il desiderio di restare per sempre vergine, di non dover mai sposarsi e di avere sempre a
disposizione cani da caccia con le orecchie basse, cervi che tirassero il suo carro e ninfe come compagne di caccia
("sessanta fanciulle danzanti, figlie di Oceano, tutte di nove anni, tutte piccole ninfe di mare"). Il padre la assecondò e
realizzò i suoi desideri. Tutte le sue compagne rimasero così vergini ed Artemide vigilò strettamente sulla loro castità.
[Ad es. il mito di Orione ucciso, secondo alcuni, da uno scorpione inviato da Gea e, secondo altri da Artemide per
difendere la sua verginità – Callisto, una delle ninfe di Artemide, trasformata dalla dea in orsa perché infuriata del
fatto che avesse perso la verginità e poi posta in cielo da Zeus come Orsa Maggiore insieme al figlio Arcade].
Artemide è la dea arciera che vive con le ninfe nel bosco, simbolo di libertà, di sorellanza e di capacità di centrare i
propri obiettivi. Dea degli animali selvatici, le donne la chiamano per alleviare i dolori del parto. Tuttavia ha un
carattere a tratti selvaggio e vendicativo e numerose furono le vittime della sue collera. Vestita in una corta tunica,
armata di un arco d'argento, una faretra colma di frecce sulla spalla, vagava per i boschi con il suo stuolo di ninfe ed i
suoi cani. Quale Dea della caccia e della Luna, Artemide è la personificazione dello spirito femminile indipendente.
Ella rientra nella categoria delle Dee vergini e, a differenza di altre, non fu mai rapita o abusata e rappresenta un senso
di integrità, di completezza, il cui valore non dipende da "con chi" essa sta, ma da ciò che essa "è" e "sa fare".
La sua abilità di arciera fa di lei l'archetipo di un femminile che si pone un obiettivo e senza indugi lo raggiunge,
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dunque rappresenta la capacità di realizzare i propri progetti, una volta messi a fuoco.
Per quanto competitiva, Artemide non vede nelle altre donne delle rivali, bensì delle sorelle. Infatti corre per i luoghi
selvaggi sempre accompagnata dalle sue ninfe, divinità minori dei boschi, delle montagne e dei ruscelli. Per altro si
arrabbia tantissimo e si attiva per difendere le altre donne, quando queste sono in pericolo. Si tratta dunque di un
femminile che prova un senso di solidarietà con le altre donne, la cui compagnia considera irrinunciabile e i cui diritti
difende a spada tratta. Per questa ragione è stata presa quale simbolo da molti movimenti femministi.
Nei confronti degli uomini ha un atteggiamento cameratesco, ma senz'altro non cade preda di innamoramenti e
fascinazioni. Il gemello Apollo, dio del sole, può essere visto come la sua controparte maschile: lui il sole, lei la luna.
Il suo amore per la natura selvaggia, per i luoghi incontaminati e gli animali liberi fanno di lei anche un modello di
donna ecologista, impegnata nella lotta per la salvaguardia dell'ambiente.
L'archetipo Artemide non coincide con un tipo di donna che si realizza nella maternità, bensì rappresenta un genere
femminile che "si basta". Tuttavia, avendo aiutato la madre a mettere il mondo suo fratello, è considerata Dea del
parto e protettrice delle partorienti, che la chiamano in suo aiuto nel momento del bisogno.
Viene infatti rappresentata come Dea dalle cento mammelle. Artemide è l’immagine della luna crescente e
rappresenta la donna nella prima fase della sua vita, la ragazza ancora vergine e integra che si sta aprendo a tutta una
serie di possibilità che si devono ancora esprimere e che sono soltanto promesse. E’ l’immagine di una donna che ha la
capacità di focalizzarsi e che va dritta allo scopo. In mito psicologia, il mito di Artemide descrive un archetipo
femminile caratterizzato da un forte spirito d'indipendenza dall'uomo e da una forte solidarietà col mondo delle altre
donne.

La seconda delle tre dee lunari è Demetra.

Nel mito, Demetra (in greco: Δημήτηρ, "Madre terra" o forse "Madre dispensatrice"), figlia di Cronos/Saturno e Rea e
sorella maggiore di Zeus/Giove, con cui concepì l’adorata figlia Persefone-Kore/Proserpina. Demetra è la dea del grano
e dell'agricoltura, costante nutrice della gioventù e della terra verde, artefice del ciclo delle stagioni, della vita e della
morte, protettrice del matrimonio e delle leggi sacre. Secondo un mito, Poseidone/Nettuno (il cui nome significa "il
consorte di colei che distribuisce") una volta inseguì Demetra che aveva assunto il suo antico aspetto di dea-cavallo.
Demetra tentò di resistere alla sua aggressione, ma neppure confondendosi tra la mandria di cavalli del re Onkios
riuscì a nascondere la propria natura divina; Poseidone/Nettuno si trasformò così anch’egli in uno stallone e si
accoppiò con lei. Demetra fu letteralmente furibonda ("Demetra Erinni") per lo stupro subito, ma lavò via la propria ira
nel fiume Ladona. Dall’unione nacquero una figlia, il cui nome non poteva essere rivelato al di fuori dei Misteri
Eleusini, ed un cavallo dalla criniera nera chiamato Arione. Secondo un altro mito, Demetra giacque in un campo arato
tre volte con Giasone, un giovane cretese, il quale fu in seguito, secondo la mitologia classica, ucciso con un fulmine da
un geloso Zeus. Il mito più importante è quello che lega Demetra a Persefone/Proserpina, la figlia avuta con Zeus.
Infatti, Persefone/Proserpina, mentre stava giocando sulle sponde del Lago di Pergusa, in Sicilia, con alcune ninfe (che
poi Demetra punì trasformandole in sirene per non essersi opposte a ciò che accadeva), venne rapita da Ade/Plutone,
la quale la portò con sé nel suo regno. La vita sulla terra si fermò e la disperata dea della terra Demetra cominciò ad
andare in cerca della figlia perduta, riposandosi soltanto quando si sedette brevemente sulla pietra Agelasta. Alla fine
Zeus, non potendo più permettere che la terra stesse morendo, costrinse Ade/Plutone a lasciar tornare
Persefone/Proserpina e mandò Hermes/Mercurio a riprenderla. Prima di lasciarla andare, Ade/Plutone la spinse con
un trucco a mangiare quattro semi di melagrana magici, che l'avrebbero da allora costretta a tornare nel mondo
sotterraneo per quattro mesi all'anno. Da quando Demetra e Persefone/Proserpina furono di nuovo insieme, la terra
rifiorì e le piante crebbero rigogliose ma per quattro mesi all'anno, quando Persefone/Proserpina è costretta a tornare
nel mondo delle ombre, la terra ridiventa spoglia e infeconda. Questi quattro mesi sono chiaramente quelli invernali,
durante i quali in Grecia la maggior parte della vegetazione ingiallisce e muore. Questo mito greco non solo è
un’evidente metafora del volger delle stagioni, ma anche rappresenta un tenero archetipo del legame familiare tra
madre (Demetra) e figlia (Persefone/Proserpina).
Demetra è l’unica figura di dea madre che viene importata all’interno del patriarcato e riassume in sé sia l’immagine

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materna che quella di dea della natura. Demetra rappresenta la pienezza, il raccolto, la donna matura, feconda che ha
partorito, che ha dato i suoi frutti e, quindi, l’immagine di un potenziale che si è espresso. Demetra rappresenta
l'energia materna per eccellenza, la vera nutrice e protettrice dei giovani e vulnerabili. Non necessariamente è la
madre biologica delle sue creature, poiché sa nutrire con pari amore anche amici, conoscenti e compagni, che in lei
vedono la buona madre sulla cui spalla si può piangere. Il suo senso protettivo e la sua determinazione nel difendere
sono leggendarie, come l'orsa che protegge il suo cucciolo. Il suo limite consiste nell'identificarsi nel solo ruolo di
madre e nella difficoltà a lasciare andare le sue creature. La donna che incarna l'archetipo Demetra ha bisogno di
comprendere che, come la natura con il ciclo delle stagioni insegna, il cambiamento è parte del ciclo naturale delle
cose, e resistere ad esso significa solo ristagnare. La Dea della fertilità può essere madre di tante creature, di un figlio,
di un animale, di un opera d'arte o di un progetto creativo. Ma qualsiasi sia l'oggetto del suo amore, deve imparare a
lasciarlo andare, affinché a sua volta segua il suo percorso.

Nel mito, Demetra ha tre fasi:

1) la prima fase di funzione materna di nutrimento fisico s’incentra nella relazione tra lei e sua figlia
Persefone/Proserpina;
2) la seconda fase di perdita della funzione materna si ha quando, a seguito dell’intervento di Ade/Plutone, la
relazione dualistica tra lei e la figlia subisce un’interruzione;
3) la terza fase di funzione di nutrimento spirituale, a seguito dell’intervento di Zeus/Giove, concorda con
quest’ultimo le modalità attraverso cui può vedere la figlia.

Demetra è l’immagine della luna piena, della grande capacità del femminile di esprimersi e di dar vita a qualsiasi cosa.
Altra figura mitologica rappresentante la luna piena è Selene (in greco Σελήνη, "luna"; etimo: "la risplendente") la
quale è la dea della luna, figlia di Iperione e Teia, sorella di Helios (il sole) ed Eos (l'aurora). La dea viene generalmente
descritta come una bella donna con il viso pallido, che indossa lunghe vesti fluide bianche od argentate e che reca sulla
testa una luna crescente ed in mano una torcia. Molte rappresentazioni la raffigurano su un carro trainato da buoi o su
una biga tirata da cavalli, che insegue quella solare. Fu amante di Zeus/Giove, dal quale ebbe Pandia ed Erse (la
rugiada). Ebbe una relazione con Pan, che per sedurla si travestì con un vello di pecora bianca e Selene vi salì sopra.
Secondo un altro mito, Selene giaceva nella notte insieme al fratello Helios sull’aurea quadriga che questo adagiava
sull’Oceano dove sorgeva Selene. Poi si salutavano e, mentre Helios continuava a dormire fino all’arrivo della sorella
Eos (dea dell’aurora), Selene percorreva il cielo stellato in compagnia delle sue nove sacerdotesse. Selene incontrava
Helios per venticinque giorni e nei restanti cinque (quelli della Luna nuova), andava ad incontrare Endimione. Infatti,
Selene un giorno vide in una grotta un bellissimo giovane addormentato, Endimione re dell'Elide, se ne innamorò
perdutamente, lo baciò sugli occhi e ne nacque un grande amore. Ogni notte lo andava a trovare mentre dormiva in
una grotta del monte Latmo, in Asia Minore. Non sopportando l’idea che un giorno il suo amante potesse morire,
Selene lo fece sprofondare in un sonno eterno e dalla relazione nacquero cinquanta figlie.
Endimione dormiva con gli occhi aperti, per poter vedere l'apparizione della sua donna. Secondo altri miti, Endimione
chiese a Zeus/Giove di dormire per non perdere la sua giovanile bellezza o, addirittura, per evitare che Selene
rischiasse un'ulteriore gravidanza. Selene venne anche chiamata con il termine Méne che significava “misura,
computo”. Ella personifica la luna, che regala un pò di luce alla notte e un pò di sogno alla realtà.

La terza delle tre dee lunari è Ecate.

Ecate (in latino: Hecata o Hecate, e in greco Ἑκάτη, Hekátē “che colpisce, che opera da lontano") è una dea della
religione greca e romana. Figlia, secondo alcuni, del titano Perse e di Asteria oppure di Zeus e Ferea (una figlia di
Eolo), Ecate era una divinità psicopompa, in grado di viaggiare liberamente tra il mondo degli uomini, quello degli Dei
ed il regno dei Morti e, per questo motivo, spesso veniva raffigurata con delle torce in mano. Dea degli incantesimi e
degli spettri, Ecate è raffigurata come triplice (giovane, adulta/madre e vecchia), ed il numero Tre la rappresenta; le
sue statue venivano poste negli incroci (trivi), a protezione dei viandanti (Ecate Enodia o Ecate Trioditis). Nel mito
Ecate sentì le grida disperate di Persefone/Proserpina, rapita da Ade/Plutone presso il Lago Pergusa e portata negli
Inferi e avvertì Demetra/Cerere dell’accaduto. Ecate veniva anche associata in alcuni casi ai cicli lunari, insieme ad
altre divinità come Diana/Artemide, e Selene/Luna, a simboleggiare la luna calante. Viene rappresentata spesso con
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tre corpi o con sembianze di cane o, accompagnata da cani infernali ululanti in quanto veniva considerata protettrice
dei cani. Un altro animale sacro a tale divinità era la colomba. La natura di Ecate è bi-sessuata, in quanto possiede in
sé entrambi i principi della generazione, il maschile e il femminile. Per questo motivo viene definita la fonte della vita e
le viene attribuito il potere vitale su tutti gli elementi. Ecate rappresentava l’immagine della vecchia saggia, della
donna diventata matura che acquisisce saggezza, indipendenza e distacco e che ha la capacità di passare tutti i suoi
poteri, della donna nell'età che coincide con la menopausa e la post-menopausa e che si prendeva cura della persona
che moriva accompagnandola e aiutandola a rinascere nel mondo degli inferi. Nel mito, Ecate viaggiava su un carro
trinato da cani ululanti, aveva serpenti al posto dei capelli e viene trasformata in strega o maga che attira a sé tutte le
creature della notte. Ecate è l’immagine della luna calante ed anche della fine della vita. Ecate può essere assimilata
alla dea levatrice egizia Heket (Heqit o Hekat) dea dalla testa di rana che era connessa con lo stato embrionale quando
il seme morto si decompone e inizia a germinare. Questa dea era inoltre una delle levatrici che assistono ogni giorno
alla nascita del Sole. Inoltre, sempre nella mitologia egizia, Heka era il termine per indicare la magia (vi era una
dìivinità Heka, spesso rappresentata come una combinazione di molti dei), legata al termine ka, energia vitale, anima
o spirito, per cui heka era letteralmente il "rendere attivo il ka". Ecate custodisce e presiede i crocevia: qualunque
incrocio, in particolare quello di incontro di tre vie, è a lei sacro. In quanto luce che illumina le tenebre, sapienza
divina, essenza divina di luce, la torcia di Ecate serve a illuminare le anime nel loro passaggio dalla luce all'oscurità, ma
anche ad accendere la scintilla della vita per farla uscire dalle tenebre. La coppia Apollo - Ecate presente in molti
luoghi oracolari (es. Sibilla Cumana) simboleggia le due facce della luce di saggezza, quella della luce diurna (Apollo) e
quella notturna interiore (Ecate). Il coltello appare in molte rappresentazioni di Ecate, forse associato al suo ruolo di
levatrice (per tagliare il cordone ombelicale) e anche al suo ruolo di accompagnatrice nella morte, dove taglia i legami
fra il corpo fisisco e lo spirito. Quello della chiave è un attributo significativo di Ecate guardiana delle soglie.
Hekate Kleidoukoz (Kleidoukos) è “Colei che tiene la chiave” che controlla il passaggio dal mondo della superficie al
mondo dell'Ade, dal regno del conosciuto a quello dello sconosciuto. Ecate guida di Persefone-Kore agli Inferi è anche
la custode dei misteri, la sacerdotessa che trasmette i segreti della conoscenza. Quindi, Ecate è la giovane e l’anziana,
l’esploratrice della psiche, levatrice e accompagnatrice dei morti, Dea dei crocicchi, la potente  e la saggia, trivia e
multiforme.