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LA PIOGGIA NEL PINETO

Testo della poesia Parafrasi affiancata

1. Taci. Su le soglie 1. Taci. Sulle soglie


2. del bosco non odo 2. del bosco non sento
3. parole che dici 3. delle parole pronunciate
4. umane; ma odo 4. da esseri umani, ma sento
5. parole più nuove 5. delle parole inusitate («più nuove»),
6. che parlano gocciole e foglie 6. sussurrate da gocciole e foglie
7. lontane. 7. lontane.
8. Ascolta. Piove 8. Ascolta. Piove
9. dalle nuvole sparse. 9. dalle nuvole sparse.
10. Piove su le tamerici 10. Piove sulle tamerici
11. salmastre ed arse, 11. salmastre e aride,
12. piove su i pini 12. piove sui pini
13. scagliosi ed irti, 13. dai tronchi a scaglie e dagli aghi pungenti,
14. piove su i mirti 14. piove sui mirti
15. divini, 15. divini,
16. su le ginestre fulgenti 16. sulle ginestre brillanti
17. di fiori accolti, 17. di fiori raccolti a grappoli,
18. su i ginepri folti 18. sui ginepri fitti
19. di coccole aulenti, 19. di bacche profumate,
20. piove su i nostri vólti 20. piove sui nostri volti
21. silvani, 21. silvestri,
22. piove su le nostre mani 22. piove sulle nostre mani
23. ignude, 23. nude,
24. su i nostri vestimenti 24. sui nostri vestiti
25. leggieri, 25. leggeri,
26. su i freschi pensieri 26. sui pensieri freschi
27. che l’anima schiude 27. che l’anima rinnovata dall’amore fa nascere,
28. novella, 29. sui sogni e le illusioni («la favola bella»)
29. su la favola bella 30. che ieri
30. che ieri 31. t’illusero, che oggi m’illudono,
31. t’illuse, che oggi m’illude, 32. o Ermione.
32. o Ermione.
33. Senti? La pioggia cade
33. Odi? La pioggia cade 34. sulla solitaria
34. su la solitaria 35. vegetazione
35. verdura 36. con uno scrosciare costante
36. con un crepitìo che dura 37. che varia nell’aria
37. e varia nell’aria 38. solo a seconda che le foglie
38. secondo le fronde 39. siano più o meno fitte.
39. più rade, men rade. 40. Ascolta. Risponde
40. Ascolta. Risponde 41. a questo pianto il canto
41. al pianto il canto 42. delle cicale
42. delle cicale 43. che né la pioggia portata dall’Austro,
43. che il pianto australe 44. impauriscono
44. non impaura, 45. né il cielo grigio.
45. né il ciel cinerino. 46. E il pino
46. E il pino 47. ha un suono, e il mirto
47. ha un suono, e il mirto 48. un altro suono, e il ginepro
48. altro suono, e il ginepro 49. un altro ancora, come strumenti
49. altro ancóra, stromenti 50. diversi
50. diversi 51. suonati da innumerevoli dita.
51. sotto innumerevoli dita. 52. E immersi
52. E immersi 53. siamo noi nell’anima
53. noi siam nello spirto 54. silvestre,
54. silvestre, 55. partecipi della vita del bosco;
55. d’arborea vita viventi; 56. e il tuo volto inebriato
56. e il tuo vólto ebro 57. è bagnato dalla pioggia
57. è molle di pioggia 58. come una foglia,
58. come una foglia, 59. e i tuoi capelli
59. e le tue chiome 60. profumano come
60. auliscono come 61. le ginestre chiare,
61. le chiare ginestre, 62. o creatura terreste,
62. o creatura terrestre 63. che hai per nome
63. che hai nome 64. Ermione.
64. Ermione.
65. Ascolta, ascolta. Il canto armonioso
65. Ascolta, ascolta. L’accordo 66. delle cicale nell’aria
66. delle aeree cicale 67. a poco a poco
67. a poco a poco 68. si attutisce (si fa «più sordo»)
68. più sordo 69. sotto la pioggia
69. si fa sotto il pianto 70. che s’intensifica;
70. che cresce; 71. ma vi si mescola un altro canto
71. ma un canto vi si mesce 72. più roco
72. più roco 73. che sale da laggiù,
73. che di laggiù sale, 74. dalle profondità del bosco («umida ombra remota»).
74. dall’umida ombra remota. 75. (Il canto delle cicale) più attutito e più sordo
75. Più sordo, e più fioco 76. s’allenta, si spegne.
76. s’allenta, si spegne. 77. Solo una nota (una cicala)
77. Sola una nota 78. continua a tremare, si spegne,
78. ancor trema, si spegne, 79. riprende, trema, si spegne.
79. risorge, trema, si spegne. 80. Non si sente la voce del mare.
80. Non s’ode voce dal mare. 81. Ora si sente su tutti gli alberi
81. Or s’ode su tutta la fronda 82. lo scrosciare
82. crosciare 83. della pioggia argentea
83. l’argentea pioggia 84. che purifica,
84. che monda, 85. e questo scrosciare varia
85. il croscio che varia 86. a seconda che le fronde degli alberi
86. secondo la fronda 87. siano più o meno folte.
87. più folta, men folta. 88. Ascolta.
88. Ascolta. 89. La figlia dell’aria (la cicala)
89. La figlia dell’aria 90. è ora in silenzio, ma la figlia
90. è muta; ma la figlia 91. del fango in lontananza,
91. del limo lontana, 92. la rana,
92. la rana, 93. canta nell’ombra più profonda,
93. canta nell’ombra più fonda, 94. chissà dove, chissà dove!
94. chi sa dove, chi sa dove! 95. E piove sulle tue ciglia,
95. E piove su le tue ciglia, 96. o Ermione.
96. Ermione.
97. Piove sulle tue ciglia nere,
97. Piove su le tue ciglia nere 98. cosicché sembra che tu pianga,
98. sì che par tu pianga 99. ma di piacere; non bianca di carnagione,
99. ma di piacere; non bianca 100. ma quasi diventata verdeggiante,
100. ma quasi fatta virente, 101. sembra che tu esca dalla corteccia (di un albero).
101. par da scorza tu esca. 102. E tutta la vita in noi è rinascita
102. E tutta la vita è in noi fresca 103. profumata,
103. aulente, 104. il cuore nel petto è come una pesca
104. il cuor nel petto è come pèsca 105. non colta,
105. intatta, 106. gli occhi tra le palpebre
106. tra le pàlpebre gli occhi 107. sono come delle sorgenti nei prati,
107. son come polle tra l’erbe, 108. i denti negli alveoli
108. i denti negli alvèoli 109. sono come mandorle acerbe.
109. son come mandorle acerbe. 110. E andiamo, di cespuglio in cespuglio,
110. E andiam di fratta in fratta, 111. ora per mano, ora separati
111. or congiunti or disciolti 112. (e i verdi rami tenaci e aggrovigliati
112. (e il verde vigor rude 113. ci stringono le caviglie,
113. ci allaccia i mallèoli 114. ostacolando il movimento delle ginocchia),
114. c’intrica i ginocchi) 115. chissà dove, chissà dove!
115. chi sa dove, chi sa dove! 116. E piove sui nostri volti
116. E piove su i nostri vólti 117. silvestri,
117. silvani, 118. piove sulle nostre mani
118. piove su le nostre mani 119. nude,
119. ignude, 120. sui nostri vestiti
120. su i nostri vestimenti 121. leggeri,
121. leggieri, 122. sui pensieri freschi
122. su i freschi pensieri 123. che l’anima fa nascere
123. che l’anima schiude 124. rinnovata dall’amore,
124. novella, 125. sui sogni e le illusioni (la favola bella)
125. su la favola bella 126. che ieri
126. che ieri 127. m’illusero, che oggi t’illudono,
127. m’illuse, che oggi t’illude, 128. o Ermione.
128. o Ermione

PARAFRASI DISCORSIVA
Taci. Sulle soglie del bosco non sento delle parole pronunciate da esseri umani, ma sento delle parole inusitate
(«più nuove»), sussurrate da gocciole e foglie lontane. Ascolta. Piove dalle nuvole sparse. Piove sulle tamerici
salmastre e aride, piove sui pini dai tronchi a scaglie e dagli aghi pungenti, piove sui mirti divini, sulle ginestre
brillanti di fiori raccolti a grappoli, sui ginepri fitti di bacche profumate, piove sui nostri volti silvestri, piove
sulle nostre mani nude, sui nostri vestiti leggeri, sui pensieri freschi che l’anima rinnovata dall’amore fa
nascere, sui sogni e le illusioni («la favola bella») che ieri t’illusero, che oggi m’illudono, o Ermione.
Senti? La pioggia cade sulla vegetazione solitaria, con uno scrosciare costante che varia solo a seconda che le
foglie siano più o meno fitte. Ascolta. Risponde a questo pianto il canto delle cicale che né la pioggia portata
dall’Austro, né il cielo grigio impauriscono. E il pino ha un suono, e il mirto un altro suono, e il ginepro un
altro ancora, come strumenti diversi, suonati da innumerevoli dita. E noi siamo immersi nell’anima silvestre,
partecipi della vita del bosco; e il tuo volto inebriato è bagnato dalla pioggia come una foglia, e i tuoi capelli
profumano come le ginestre chiare, o creatura terreste, che hai per nome Ermione. Ascolta, ascolta. Il canto
armonioso delle cicale nell’aria si attutisce (si fa «più sordo») a poco a poco sotto la pioggia che s’intensifica;
ma vi si mescola un altro canto più roco che sale da laggiù, dalle profondità del bosco («umida ombra remota»).
(Il canto delle cicale) più attutito e più sordo s’allenta, si spegne. Solo una nota (una cicala) continua a tremare,
si spegne, riprende, trema, si spegne. Non si sente la voce del mare. Ora si sente su tutti gli alberi lo scrosciare
della pioggia argentea che purifica, e questo scrosciare varia a seconda che le fronde degli alberi siano più o
meno folte. Ascolta. La figlia dell’aria (la cicala) è ora in silenzio, ma la figlia del fango in lontananza, la rana,
canta nell’ombra più profonda, chissà dove, chissà dove! E piove sulle tue ciglia, o Ermione. Piove sulle tue
ciglia nere, cosicché sembra che tu pianga, ma di piacere; non bianca di carnagione, ma quasi diventata
verdeggiante, sembra che tu esca dalla corteccia (di un albero). E tutta la vita in noi è rinascita profumata, il
cuore nel petto è come una pesca non colta, gli occhi tra le palpebre sono come delle sorgenti nei prati, i denti
negli alveoli sono come mandorle acerbe. E andiamo, di cespuglio in cespuglio, ora per mano, ora separati (e
i verdi rami tenaci e aggrovigliati ci stringono le caviglie, ostacolando il movimento delle ginocchia), chissà
dove, chissà dove! E piove sui nostri volti silvestri, piove sulle nostre mani nude, sui nostri vestiti leggeri, sui
pensieri freschi che l’anima rinnovata dall’amore fa nascere, sui sogni e le illusioni (la favola bella) che ieri
m’illusero, che oggi t’illudono, o Ermione.

FIGURE RETORICHE
 Enjambements vv. 1-2; vv. 2-3; vv. 3-4; vv. 4-5; vv. 6-7; vv. 8-9; vv. 10-11; vv. 12-13; vv. 14-15; vv. 16-
17; vv. 18-19; vv. 20-21; vv. 22-23; vv. 24-25; vv. 25-26; vv. 27-28; vv. 33-34; vv. 34-35; vv. 40-41; vv.
41-42; vv. 43-44; vv. 46-47; vv. 47-48; vv. 48-49; vv. 49-50; vv. 53-54; vv59-60; vv. 60-61; vv. 63-64; vv.
65-66; vv. 69-70; vv. 71-72; vv. 77-78; vv. 81-82; vv. 83-84; vv. 85-86, vv. 86-87; vv. 89-90; vv. 90-91;
vv. 92-93; vv. 95-96; vv. 98-99; vv. 99-100; vv. 102-103; vv. 104-105; vv. 106-107; vv. 108-109; vv. 112-
113; vv. 116-117; vv. 118-119; vv. 120-121; vv. 123-124;
 Anafore
vv. 8, 40, 65, 88: “Ascolta”;
vv. 8, 10, 14, 20, 22, 95, 97, 116, 118: “piove”;
 Apostrofi v. 1: “Taci […]”; v. 8, 40, 65, 88: “Ascolta”;
 Anticlimax v. 76: “s’allenta, si spegne”;
v. 79: “risorge, trema, si spegne”;
 Epizeusi v. 65: “Ascolta, ascolta […]”;
vv. 94, 115: “chi sa dove, chi sa dove!”;
 Personificazione v. 6: “che parlano gocciole e foglie lontane”;
 Sineddoche v. 81: “fronda” (sta per albero);
 Similitudini v. 58: “come una foglia”; vv. 60-61: “[…] come/ le chiare ginestre”; v. 104: “il cuor nel
petto è come pèsca”; v. 107: “son come polle tra l’erbe”; v. 109: “son come mandorle acerbe”;
 Onomatopea v. 11: “salmastre ed arse”; v. 16: “fulgenti”; v. 19: “coccole”; v. 36: “crepitìo”; v.
82: “crosciare”; v. 85: “croscio”;
 Allitterazioni
della “s”: v. 11: “salmastre ed arse”; vv. 53-54: “noi siam nello spirto/ silvestre”;
della “p”: v. 12: “piove sui pini”; della “c”: v. 45: “né il ciel cinerino”; della “v”: v.
55: “d’arborea vita viventi”; della “r”: v. 62: “o creatura terrestre”; della “m”: v. 74: “dall’umida
ombra remota”; della “v-r-d”: v. 112: “e il verde vigor rude”;

COMMENTO
La poesia La pioggia nel pineto viene composta dal poeta a cavallo fra il luglio e l’agosto del 1902, ed
appartiene alla sezione centrale di Alcyone (il terzo libro delle Laudi, uscito alla fine del 1903, e composto dal
poeta tra il 1899 e il 1903). La raccolta è costituita da una serie di liriche che rappresentano «un susseguirsi di
laudi celebrative della natura – e soprattutto dell’estate, dal rigoglioso giugno al malinconico settembre – nella
quale il poeta si immerge mirando a realizzare una fusione panica: a sprofondare e a confondersi con tutto –
mare, alberi, luci, colori – in un sempre rinnovato processo di metamorfosi che si risolve in un ampliarsi della
dimensione umana».
Sono lodi che celebrano la natura osservata in una vacanza ideale, che inizia a fine primavera nelle colline di
Fiesole e termina a settembre sulle coste della Versilia.
Il poeta racconta in versi come avviene la fusione dell’uomo con la natura attraverso il superamento della
limitata dimensione umana.
La lirica più nota e più rappresentativa della raccolta è La pioggia nel pineto, leggendo la quale riusciamo
a capire come l’uomo entri in simbiosi con la natura, sottoponendosi a un processo di naturalizzazione, e
come la natura subisca a sua volta un processo di antropomorfizzazione.
Il poeta e la sua compagna entrano in empatia con la natura e arrivano a condividerne la sua anima
segreta: D’Annunzio contempla la metamorfosi delle cose e la sua compagna si trasforma in fiore, pianta,
frutto, mentre la pioggia cade.
La poesia inizia con un punto fermo dopo l’imperativo Taci (v. 1), che indica un momento di preparazione
e di attesa. Comincia il rito d’iniziazione, al quale sono invitati tutti i lettori, e non solo la donna: si tratta di
un momento quasi liturgico che per essere vissuto fino in fondo necessita di un silenzio assoluto. Il poeta
esorta la sua compagna a restare in silenzio, al fine di ascoltare con la dovuta attenzione i suoni inusitati (le
parole più nuove) emessi dalla natura: le parole sussurrate da gocce e foglie lontane, avvertite sin dalle soglie
del bosco.
Sta piovendo e la pioggia altro non è che una manifestazione della natura, che avvolge e riveste tutto.
Il poeta invita più volte la sua compagna ad ascoltare (v. 8: Ascolta; v. 33: Odi?; v. 40: Ascolta; v. 65:
Ascolta, ascolta; v. 88: Ascolta) la musicalità della pioggia e i suoni emessi dalla natura. Alla donna in
questione viene attribuito il nome di Ermione, il nome della figlia di Elena e Menelao della mitologia greca
con il quale il poeta, probabilmente, si riferisce a Eleonora Duse (una grande attrice della sua epoca, con la
quale visse un’intensa storia d’amore).
Il processo di naturalizzazione e di metamorfosi viene messo in atto sin dai primi versi della lirica, in
cui vengono elencati diversi tipi di piante e di fiori, al fine di creare una premessa per la fusione tra gli uomini
e la natura che viene esplicitata già nei versi 20-21, attraverso i quali si nota che i volti del poeta e di Ermione
sono diventati silvani, permettendo ad entrambi di trasformarsi in creature silvestri, dello stesso colore e quasi
della stessa sostanza del bosco. Successivamente la donna è paragonata agli elementi della natura: il suo volto
è come una foglia (vv. 56-58) e i suoi capelli emanano lo stesso profumo delle ginestre (vv. 59- 61: le chiome
come le ginestre). Gradualmente, arrivano entrambi a fondersi con la natura e a sentirsi parte di essa, tanto è
che il poeta, attraverso l’uso delle similitudini, mostra come la donna sembri aver assunto l’aspetto di una
pianta verdeggiante e sembri uscita dalla corteccia di un albero come una ninfa (vv. 99-101), il suo cuore
sembri vivere di una nuova vita e sia simile al frutto della pèsca (vv. 104-105) e mostra come persino gli occhi
(vv. 106-107) e i denti (vv. 108-109) si trasformino e rendano esplicito il senso d’immedesimazione delle due
creature umane nella vita del bosco.
D’Annunzio descrive minuziosamente il temporale estivo e lo rende estremamente musicale, attraverso
l’uso di onomatopee e di un lessico particolare, ma non si limita a registrare il semplice cadere della pioggia
al livello più esterno, ma mette in evidenza, in particolare, la metamorfosi panica sulla quale si basa tutta la
lirica: la trasformazione sua e della sua compagna in elementi vegetali e arborei, via via che riescono a fondersi
con la natura. La pioggia nel pineto colpisce, infatti, per il tema panico-metaforico, per la trasformazione
vegetale del poeta e di Ermione. Il termine panismo deriva da Pan (dio greco della natura, per metà uomo e
per metà caprone) e si riferisce all’identificazione dell’uomo con la natura, con la vita vegetale.
Attraverso i versi 53-55, il poeta ci fa capire che la metamorfosi è ormai al suo culmine:
E immersi noi siam nello spirto silvestre, d’arborea vita viventi (vv. 53-55). Il panismo dannunziano è
peculiare, perché tende ad umanizzare la natura.
Un altro tema molto importante della lirica è quello dell’amore, in quanto il poeta parlando della pioggia
estiva refrigerante sottolinea come questa rigeneri non solo la natura, ma rinvigorisca anche l’anima dei due
innamorati, i quali continuano ad abbandonarsi alla forza dei sentimenti e dell’amore, ma con la
consapevolezza che si tratti soltanto di una favola bella (v. 29) che li ha illusi in passato e continua ad illuderli
(vv. 29-32).
Colpisce, inoltre, la musicalità che caratterizza l’intera lirica e che è ottenuta attraverso la frantumazione
del verso e il ricorso alle rime interne e alle assonanze. C’è un vero e proprio studio del poeta, un virtuosismo
basato anche sul principio della ripetizione, che provoca degli effetti ritmico-musicali particolarmente
interessanti. Il poeta tende ad imitare i suoni della pioggia e a inventare delle vere e proprie melodie: le parole
più nuove a cui fa riferimento il poeta al v. 5 sono anche le parole che creano una musicalità nuova. Per riuscire
ad entrare in empatia con la natura il poeta trasforma le sue parole in musica, utilizzando un lessico piuttosto
ricercato e musicale, dimostrando di aver fatto suoi gli insegnamenti dei Simbolisti francesi.

L’esteta, figura complessa e spesso incompresa, riuscì nella sua impresa di vivere la vita come se fosse
un’opera d’arte. Protagonista dei salotti aristocratici e continuamente alla ricerca della bellezza e del
successo, D’Annunzio incarnò il suo personalissimo stile di vita: il dannunzianesimo.
Tra le opere più famose del poeta figura senza dubbio “La Pioggia nel Pineto” contenuta nella raccolta di
liriche Alcyone. La poesia, pubblicata nel 1902, rappresenta perfettamente la poetica di D’Annunzio:
dominata dal ritmo e dal forte senso di musicalità delle singole parole all’interno dei versi.
Si tratta di una lirica che ha come scopo la celebrazione della natura; si compone in tutto di 128 versi divisi in
4 strofe. Il linguaggio ricercato tende a sollecitare continuamente i sensi, fino a giungere al culmine dell’unione
dell’uomo con la natura.
L’incipit della poesia è un imperativo. L’invito è al silenzio, essenziale e indispensabile per udire il suono del
creato. La pace che accompagna tale condizione è fondamentale per allontanarsi dal rumore delle parole
umane. Il silenzio rappresenta il punto di partenza per distaccarsi dalla dimensione umana e lasciarsi andare
alla pura contemplazione della trasformazione della natura che avviene sotto la pioggia.
«Ascolta.»
Dopo l’invito al silenzio segue quello ad ascoltare. Taci e ascolta: obbedire a tali imperativi è il principio per
permettere il dialogo puro e incontaminato con ciò che circonda i due amanti, protagonisti della poesia. Perché
la comunicazione inizia proprio da qui.
La natura si lascia andare al suo pianto, inconsolabile e irrefrenabile, capace di inondare e coprire tutto. Ed
ecco che il verbo piove continua ad essere ripetuto, come una cantilena. La ridondanza ricrea un’atmosfera
solenne.
Ermione, nome tratto dalla mitologia greca, è la donna a cui il poeta si rivolge; sotto lo pseudonimo si cela in
realtà Eleonora Duse, una tra le più importanti attrici teatrali dell’epoca.
Uno dei temi centrali della poesia è, infatti, l’amore di D’Annunzio per la Duse, la donna che egli stesso
ammise di non essersi mai meritato. La grande storia travagliata tra l’attrice e il poeta ispira l’intera raccolta.
Qui l’occasione per raccontare è data da una passeggiata estiva, improvvisamente interrotta da un temporale.
L’inaspettata pioggia diventa l’occasione per contemplare la natura: ogni verso della poesia rappresenta un
nuovo passo verso l’incontaminato, un mondo in cui perdersi, lontani dalla vita caotica e mondana. Un mondo
in cui l’uomo si fonde completamente con la natura.
Immersi nello spirito del bosco, i due amanti diventano una sola cosa con il creato: la vita degli alberi diventa
la loro. Il volto di Ermione è come una foglia, i suoi capelli come le ginestre, eppure lei è solo una creatura
umana.
La tematica fondamentale della poesia, il panismo, tocca qui il suo punto più alto. Il “panismo dannunziano”
è nient’altro che il sentimento di unione con il tutto, in cui l’uomo finisce per immergersi e confondersi con
ciò che lo circonda. Non vi è più alcuna distinzione tra l’elemento naturale e quello umano.
Ed ecco che il panismo diventa vera e propria metamorfosi che si esprime nella completa trasformazione
dei protagonisti, ormai parte di quello stesso paesaggio che all’inizio contemplavano semplicemente. Il
risultato è la sublimazione degli amanti, intesa come passaggio da uno stato umano a quello divino.
La società, massificata e massificante, è caratterizzata da un distacco sempre più netto dalla natura. Tale
condizione deve in qualche modo essere arginata. Ogni creatura vivente è parte del creato e come tale deve
immergersi completamente in questo meccanismo, lasciando sincronizzare i ritmi vitali. Solo in questo modo
si annulla qualsiasi distinzione tra corpo e spirito, mentre il panismo arriva ad assumere una connotazione
religiosa.
Nel suo proseguo la poesia è un crescendo di effetti sonori; con l’erompere dell’emozione dei due protagonisti,
aumenta il ritmo e sembra quasi di sentire la “voce” delle creature viventi nella foresta.
«che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.»
La poesia si conclude con la stessa frase che chiudeva la prima strofa. L’ultima parola è il nome della creatura
amata dal poeta. In realtà ogni strofa si conclude con quel nome, Ermione, quasi come in un ultimo ed estremo
tentativo del poeta di renderlo eterno, così come quell’amore che non seppe meritarsi.

ERMIONE (gr. ῾Ερμιόνη) Nella mitologia greca, bellissima figlia di Menelao e di Elena. Sposò Neottolemo,
figlio di Achille, ma senza aver figli. Mentre Neottolemo, che da Andromaca aveva avuto Molosso, era a Delfi
a consultare l’oracolo sull’infecondità di E., questa tramò contro Andromaca e Molosso, che furono salvati da
Peleo. Neottolemo fu ucciso in Delfi da Oreste, che Ermione infine sposò, dandogli il figlio Tisameno.
(Del mito di Ermione si parla nell’Andromaca di Euripide e nelle Eroidi di Ovidio)

PANISMO o sentimento panico della natura è una percezione molto profonda del mondo esterno,
soprattutto se riferita a paesaggi naturali, che crea una fusione tra l'elemento naturale e quello più
specificamente umano. Deriva dal nome Pan, dio greco dei boschi, ma dal momento che presuppone
una concezione panteista del divino, lo si può far derivare anche dall'etimologia greca πάν (pàn), che
significa "tutto", da cui probabilmente scaturisce la stessa terminologia del dio.
Si richiama a questa corrente Gabriele D'Annunzio che nella composizione lirica "Laudi del cielo del
mare della terra e degli eroi" mette in risalto la sua visione pagana (affine a quella dell'antica Grecia)
ed esalta la bellezza e la gioia di vivere. Nel Panismo, l'Io si viene a mettere in secondo piano,
immergendosi completamente nella natura, ma non nascondendosi del tutto in quanto il poeta era
solito esprimere i suoi stati d'animo attraverso oggetti naturali.

LE VERGINI DELLE ROCCE

Il romanzo prende il titolo dal paesaggio di pietre e acqua di un celebre dipinto di Leonardo da Vinci
conservato al Louvre di Parigi: si tratta di una raffinata citazione, bene intonata con il clima
estetizzante della rivista Il Convito sulla quale il romanzo dannunziano uscì a puntate tra il 1894 e
1895, a cura dell’editore Treves.
Come indica il titolo leonardesco, il romanzo si presenta come paesaggio tutto interiore, dove la
contemplazione prevale nettamente sul racconto. Il protagonista Claudio Cantelmo abbandona
Roma, disgustato dalla corsa alle speculazioni edilizie, e si rifugia nei possedimenti di un'antica
famiglia aristocratica, ancora di fede borbonica.
Qui cerca una donna adatta al suo rango, con la quale generare un figlio (il futuro re di Roma) capace
di salvare l'Italia dalla presente bassezza. S'imbatte in tre vergini, Massimilla, Anatolia, e Violante, le
sorelle della famiglia Capece Montaga. La loro bellezza, ormai quasi sfiorita, incarna il mito della
decadenza; ma la loro virtù è compromessa da un oscuro destino familiare, di follia e decadenza, per
cui alla fine si riveleranno inadatte al compito.
La struttura narrativa è assai fragile: il racconto non conosce una vera successione di giorni e stagioni;
ogni vicenda resta sospesa in un presente indefinito, e all'assenza di un tempo corrisponde la fissità
dello spazio narrativo. Dall'altra parte l'interesse dell'autore non è calamitato dall'intreccio p dai
personaggi, questi elementi servono solo quale cassa di risonanza per le idee del protagonista,
convinto assertore e incarnazione del superuomo nietzschiano.

COMMENTO E ANALISI
I protagonisti dei primi due romanzi dannunziani, Andrea Sperelli del Piacere e Giorgio Aurispa del
Trionfo della morte, presentano già alcuni aspetti da superuomini: entrambi, infatti, erano
intellettuali molto compiaciuti (Andrea è convinto di essere uno scrittore e artista, Giorgio è un
ammiratore di Nietzsche e Wagner), entrambi provano uno sfrenato desiderio di godimento, entrambi
assecondano l'egoismo di chi si colloca fuori da ogni norma o legame sociale.

Ma il passaggio dall'esteta (sul tipo di Andrea Sperelli) al vero e proprio superuomo, d'impronta
nietzschiana, trovò compiuta espressione nelle Vergini delle rocce.
In realtà D'Annunzio non approfondì mai, dal punto di vista filosofico, il pensiero di Nietzsche,
piuttosto ne valorizzò gli elementi più facilmente combinabili con l'estetismo da lui messo a punto
nelle prime opere. Il superuomo dannunziano, dunque, incarna il culto della bellezza, la sensualità, la
sensibilità verso l'arte e il bello, la trasgressione di ogni regola sociale e morale. A questi motivi si
aggiunge il disprezzo per la società borghese, colpevole di avere emarginato i letterati e gli artisti e di
avere alimentato un sistema politico fondato sulla democrazia liberale, cioè sulla valorizzazione di
tutti gli uomini, senza distinzioni (almeno teoricamente di classe sociale o di cultura.

Le Vergini nelle rocce s'incentra sulla figura di Claudio Cantelmo, il superuomo disprezzatore della
folla e divulgatore di un'ideologia antisociale, antidemocratica, antireligiosa. Mentre Andrea Sperelli,
per il suo snobismo, appariva piuttosto distaccato dalla vita politica, Claudio coltiva progetti di
potenza e di dominio; o meglio, non li coltiva per sé, quanto per il figlio che vorrebbe generare. Lo
immagina superuomo, con un ruolo di capo, proteso a tracciare nuove strade per l'umanità: la sua
principale funzione sarà annunciare una rivoluzione, materiale e culturale, necessaria per superare la
presente crisi della società borghese. Per compiere tale rivoluzione bisognerà sovvertire le regole
liberali della democrazia e del parlamentarismo (ricordiamo che nel Piacere Andrea Sperelli,
ragionando sulla situazione italiana, aveva parlato in termini sprezzanti del grigio diluvio
democratico).

Prevale allora l’individualismo assoluto e totalizzante di un “io” che rifiuta il confronto con il
mondo quotidiano, cui sostituisce l’imposizione volitiva della sua personalità superiore. Claudio
è un aristocratico, ultimo esponente di una famiglia eletta, disgustato dalla mediocrità che vede attorno
a sé e al tempo stesso desideroso di imprimere una svolta all’intera nazione italiana; così, dopo aver
conosciuto tre “vergini inquiete” e sorelle (Massimilla, Anatolia, Violante), egli concepisce il progetto
per cui sarà suo figlio (ovviamente partorito dalla più degna delle tre) a rivoluzionare quel “grigio
diluvio democratico odierno” contro cui già polemizzava Andrea Sperelli nel Piacere. Il restauro dei
valori classico-nobiliari (la forza, l’onore, la capacità di guidare imperiosamente il popolo di sangue
“latino”) impone che Claudio abbandoni Roma, città devastata dai vizi, e si ritiri in campagna, dove
appunto si trovano le tre donne, figlie di un principe borbonico e simboleggianti rispettivamente la
passione sensuale (Violante), la purezza spirituale (Massimilla), il culto dei valori familiari
(Anatolia). Il protagonista, come in molti altri casi in D’Annunzio, è vittima del suo stesso
desiderio; indeciso tra le tre, rifiutato da Anatolia ed indirizzato da lei stessa a sposare la sorella
Violante, Cantelmo non svela nel finale del romanzo su chi ricadrà la sua scelta.

Per realizzare tale progetto di una nuova e superiore umanità, Cantelmo si sottopone ad uno
specifico percorso di formazione, in cui si convergono tutti gli interessi dannunziani. Lo stile
ricercato e prezioso del romanzo (che in certe pagine diviene quasi lirico e sinfonico, con forti
suggestioni della wagneriana “opera d’arte totale”) traduce nella vita “inimitabile” del
protagonista i precetti e le suggestioni della filosofia nietzschiana, quale quello della “libertà
negativa”, in cui è il principio apollineo dell’esistenza (e cioè, l’ordine e l’armonia) a prevalere
su quello dionisiaco (rappresentate del caos e dell’istintualità della vita). Altro “maestro” ripreso e
rielaborato ai propri fini è Leonardo da Vinci, le cui frasi scandiscono l’esergo dei diversi capitoli,
quasi a rappresentare le pietre miliari della maturazione del superuomo, che racconta in prima
persona le sue imprese.

IL TRIONFO DELLA MORTE

E’ un romanzo del 1894 di Gabriele D'Annunzio scritto nell'arco di quasi cinque anni (dal 1889 al
1894). Si tratta dell'ultimo della cosiddetta trilogia de I Romanzi della Rosa, di cui fanno parte anche
i precedenti Il Piacere (1889) e L'Innocente (1892). Il romanzo era inizialmente dedicato a Giosuè
Carducci, ma poi finì con l'essere dedicato all'amico pittore Francesco Paolo Michetti, nel cui studio
(convento Michetti) D'Annunzio riuscì a terminare la stesura dell'opera.

Il Trionfo della morte è un chiaro esempio di romanzo psicologico, nel quale l'alternarsi delle vicende
cede il posto a una perpetua analisi introspettiva della coscienza del protagonista, Giorgio
Aurispa. Il romanzo, che si apre con un passo dell'Al di là del bene e del male di Friedrich Nietzsche,
sviluppa il tema del superomismo, così come interpretato dall'allora trentunenne D'Annunzio.

TRAMA. Giorgio Aurispa è un giovane abruzzese di Guardiagrele (Chieti), esteta, colto, raffinato e
di nobili discendenze, che ha abbandonato il paese natìo per trasferirsi a Roma, dove vive libero da
qualsiasi impiego grazie all'eredità lasciatagli dallo zio Demetrio, morto suicida. Qui inizia una
relazione con una donna sposata, Ippolita Sanzio, intrappolata in un matrimonio difficile e a tratti
violento al punto da indurla ad abbandonare il marito. La relazione nata tra Giorgio e Ippolita ha
quell'intensità violenta e sensuale cara a D'Annunzio, così come lo Sperelli ne Il piacere, e al suo
modo di descrivere la passione come opera d'arte. Caratterizzato da una spiccata e raffinata sensibilità
emotiva, sempre pronto ad analizzare sotto ogni aspetto ogni singolo evento vissuto e ogni singola
emozione, Giorgio Aurispa è fatalmente prigioniero di una malia che lo attrae verso la morte e che lo
lega indissolubilmente al destino del suicida zio Demetrio e a cui Giorgio si sente legato da una
comune spiccata sensibilità d'animo e di insofferenza verso la mediocrità della vita. Questo malessere
malinconico lo porta più volte a progettare il suicidio, ma senza arrivare fino in fondo, strappato ogni
volta da un primitivo attaccamento alla vita, manifestato dapprima attraverso l'irruente passione
dell'amante, poi attraverso il ritorno alla terra e alle proprie origini (che lo portano al tentativo di
fondersi con la natura e con uno stile di vita più semplice), poi abbracciando il misticismo religioso;
infine, attraverso una totale e fiduciosa adesione allo spirito dionisiaco delle teorie superomistiche
nietzschiane, capace di renderlo finalmente libero da ogni debolezza umana. Incolperà poi l'amante,
Ippolita Sanzio, di essere il vero ostacolo per liberarsi dall'oppressione della morte, a causa della sua
passione lussuriosa che gli assorbe ogni energia vitale e, con essa, qualunque tentativo di elevarsi ad
una vita intellettuale superiore, rendendola di fatto la "Nemica" da sconfiggere.

Una consuetudine ampiamente invalsa, certamente collegata ad una perdurante pratica scolastica un
po' abitudinaria, induce molte persone ad identificare Gabriele D'Annunzio come narratore quasi
esclusivamente nella veste di autore del Piacere. Senza nulla togliere a questo grande libro (e nella
consapevolezza che altri romanzi dannunziani possono in effetti risultare oggigiorno praticamente
quasi illeggibili) va sottolineato che c'è un'eccellente alternativa al romanzo che i professori hanno
fatto leggere a tutti noi nell'ultimo anno di scuola, ed è il Trionfo della morte.

D'Annunzio lo pubblicò nel 1894, ma aveva iniziato a lavorarvi fin dal 1889, subito dopo Il piacere
dunque, e il nuovo protagonista, Giorgio Aurispa, è per certi aspetti una continuazione del
precedente, Andrea Sperelli, se non altro per la raffinatezza di esteta che lo contraddistingue. Molti e
importanti sono però gli elementi nuovi, a partire dall'influenza della teoria nietzschiana del
Superuomo.
Ma Giorgio Aurispa è un Superuomo in perenne crisi, interessante anticipatore di un'altra figura
chiave del romanzo italiano di fine secolo, l'Inetto (basti pensare all'omonimo libro di Italo Svevo);
e la sua è una crisi fatale, senza via d'uscita, come il lettore attento può intuire fin dall'inizio,
quando il protagonista e la sua amante, Ippolita Sanzio, durante una passeggiata al Pincio, a
Roma, si uniscono "tra la curiosità e il raccapriccio" ad un gruppo che guarda dall'alto con avida
curiosità, "attratto dall'atrocità della scena", il punto in cui un passante si è poco prima gettato
per uccidersi.

Il lettore seguirà dunque le vicende, per lo più interiori, di un intellettuale fine, capace di sottilissime
analisi ("l'anatomia presuppone il cadavere", obietta però Ippolita), ma debole e irresoluto nei
frangenti più decisivi, segnato da una intrinseca, originaria incapacità a vivere. Tra le conseguenze
più vistose ecco dunque il turbamento ma anche la fascinazione della morte, che Giorgio
evidentemente subisce; lo testimoniano ad esempio vari episodi ambientati durante un soggiorno nel
paese natale in Abruzzo (il personaggio è anche un alter ego dell'autore): il suicidio di un parente, un
bambino la cui vita si dice sia stata ‘succhiata' dalle streghe ...

E in particolare è anche l'amante ad essere coinvolta e alla fine travolta dalla costruzione mentale del
protagonista: dotata di una devastante carica erotica, essa gli appare sempre più come una forza
distruttiva ("la Nemica"), capace di assorbirne le forze vitali; idea espressa non di rado mediante il
simbolismo del risucchiamento, dell'inghiottimento (che a sua volta evoca l'idea della morte per
acqua): "la bocca elastica e sinuosa, al cui contatto l'amante aveva tante volte provato una specie di
terrore istintivo indefinibile".

Sarà proprio gettandosi in acqua avvinghiato a lei da un dirupo che Aurispa spezzerà col suicidio il
cerchio della sua inettitudine; e l'autore imprimerà così una struttura circolare alla sua narrazione,
ricollegandosi all'analogo, emblematico evento col quale l'aveva avviata.

L’INNOCENTE

E’ un romanzo scritto da Gabriele D'Annunzio nel 1892. È il secondo dei Romanzi della Rosa, di cui
fanno parte anche Il piacere e Trionfo della morte.

TRAMA. Tullio Hermil, ex diplomatico e ricco proprietario terriero, è da sette anni marito di
Giuliana, dalla quale ha avuto due figlie: Maria e Natalia. La famiglia vive a Roma. Egli è un uomo
dai gusti molto raffinati ma è dominato da un temperamento inquieto e da un'irrefrenabile sensualità
che lo costringe a tradire costantemente Giuliana. Questa è una donna molto dolce e remissiva, che
accetta con una amore "da sorella" i tradimenti del marito. Ormai, Tullio e Giuliana vivono una specie
d'amore platonico, fraterno, che spinge Tullio a paragonare Giuliana a Costanza, la sua sorella morta
a 9 anni. In particolare, Tullio intrattiene una relazione molto nota con la contessa Teresa Raffo.
Quest'ultima va via da Roma per un periodo. Durante questo periodo, Giuliana si ammala molto
gravemente, tanto da doversi sottoporre a una rischiosa operazione chirurgica. L'operazione riesce
bene, ma indebolisce fortemente la salute della donna, la quale rischia inoltre di morire dopo un altro
eventuale parto. Le rischiose condizioni di Giuliana inteneriscono Tullio, e infatti durante la
convalescenza di lei i due coniugi passano ore a leggere poesie e a parlare. Tullio capisce di essersi
innamorato di nuovo di sua moglie, ma intanto scrive ancora alla sua amante. Teresa gli scrive una
lettera nella quale afferma di voler incontrare l'amante a Firenze. Tullio è tormentato dall'indecisione,
ma alla fine decide di mancare al convegno amoroso con Teresa, la quale però lo minaccia,
rispondendogli: Se non verrai, non mi vedrai più. Intanto lo stato di Giuliana va ogni giorno
migliorando ed ella sta per alzarsi dal letto, su cui finora è stata costretta dalla malattia. Il giorno in
cui la convalescente si alza in piedi, Tullio le annuncia la sua partenza per Firenze a breve. Giuliana
è ferita dalla notizia e apprende che tutte le cure e le tenerezze che Tullio ha avuto per lei erano dovute
soltanto alle sue condizioni rischiose. Entrambi credono che il loro amore non possa più rivivere. In
realtà, quando Tullio si reca a Firenze capisce che la sua relazione con Teresa Raffo è basata soltanto
sull'ebrezza e non sull'amore puro, che invece gli è sempre stato mostrato da Giuliana. Quando torna
a Roma però Tullio vede che il suo rapporto con Giuliana è radicalmente mutato: ormai i due coniugi
si sottopongono a una convivenza quasi forzata e reciprocamente passiva. Tullio nota infatti che il
loro non è più un amore fraterno né un'amicizia, bensì un costante imbarazzo: si sentono estranei l'uno
con l'altra. Giuliana è sempre più triste e sempre più cupa, e questo provoca l'angosciosa sofferenza
di suo marito. Un giorno Tullio nota che Giuliana è insolitamente allegra, mentre canta l'aria di Orfeo.
Nota che sua moglie si sta preparando elegantemente per uscire e si rende conto, dopo tempo, della
sua bellezza nobile, graziosa ed elegante. Giuliana è infatti una donna "alta, snella e flessibile" dai
capelli castani che contrastano notevolmente con la sua pelle pallidissima, più volte esaltata da
camicie bianche che non si distinguono dalla sua carnagione immacolata. Tullio, per la prima volta,
riflette sul fatto che "ella potrebbe essere un'amante deliziosa per la carne e per lo spirito" e inizia a
sospettare una possibile relazione di Giuliana con lo scrittore Filippo Arborio. La relazione di Tullio
con Teresa Raffo crolla definitivamente a Venezia, "dopo un'altra vergognosa prova". Intanto
Giuliana, divenuta estremamente cagionevole, si ammala di nuovo e così la famiglia decide di partire
provvisoriamente per la Badiola, villa in campagna e residenza della madre e del fratello di Tullio; lì
Giuliana potrà rimettersi in forma. Tullio è ormai di nuovo innamorato della moglie, follemente: egli
la desidera e vorrebbe tanto ricominciare con lei una relazione d'amore. Quando i coniugi sono da soli
(situazione in cui Giuliana cerca di non trovarsi), Tullio prova a riconquistarla, accarezzandola e
portandole dei fiori. Ma ella si ritrae. D'un tratto, una svolta: Giuliana accetta l'invito rivoltole dal
marito di passare una giornata a Villalilla, il nido del loro amore, dove gli innamorati trascorsero i
loro primi anni di nozze in un perfetto idillio di felicità. Entrambi sono consapevoli dei ricordi che
risveglierà in loro la vista di quella casa dove vissero i loro più bei momenti. Infatti appena giungono
lì, Tullio confessa a Giuliana il suo rinnovato sentimento d'amore nei confronti di lei, e Giuliana, tra
fiumi di lacrime, ricambia. Presi da un impeto irresistibile entrano in casa. Tutto sembra perfetto, ma
dopo le ore appassionate Giuliana è colpita da un forte malore. Quando ritornano alla Badiola, la
madre di Tullio confessa al figlio di credere che Giuliana sia incinta. Tullio è assalito da un
angosciante dubbio, che purtroppo si rivelerà veritiero. La coppia vive i mesi della gravidanza nel
dolore e nel tormento, ma con vero amore reciproco. Intanto Tullio torna a Roma per qualche giorno
e viene a sapere che Filippo Arborio ha contratto una malattia mortale. Tutta la famiglia è preoccupata
perché è a conoscenza del mortale rischio che Giuliana correrà con un altro parto. Tullio inizia a
provare un odio smanioso, alimentato da incubi e visioni, nei confronti del bambino che sta per
nascere. Nonostante ciò decide di non abbandonare l'amatissima moglie, la quale è sua complice
silenziosa. Entrambi sperano che il bimbo possa morire ancor prima di venire al mondo. Il fatidico
giorno arriva e Giuliana, tra mille difficoltà e sofferenze disumane, riesce a superare il parto. Il
bambino che nasce è chiamato Raimondo, ed è perfettamente sano; Tullio inizia a premeditarne
l'omicidio. Giuliana è a letto e non può alzarsi finché non sarà guarita completamente e Tullio passa
intere notti e interi giorni al capezzale della moglie. I coniugi quasi dimenticano il bambino. Eppure
tutta la famiglia è innamorata del neonato Raimondo Hermil, erede di Tullio. Una sera, mentre tutta
la famiglia è fuori per assistere alla messa natalizia, Tullio, con una lucidità e una freddezza
impressionanti, espone il bambino al gelo. In circa un giorno il bambino, la povera vittima, l'Innocente
da roseo diviene quasi grigiastro e muore. La famiglia Hermil, in particolare la madre di Tullio, è
disperata, in preda al più terribile strazio. Divorato dal senso di colpa e dal tormento di aver ucciso
un innocente, Tullio assiste ai funerali della sua vittima senza confessarne l'infanticidio. La prima
pagina del libro è infatti scritta da Tullio nel giorno dell'anniversario della morte del piccolo
Innocente.

Il testo non rispecchia le tecniche del decadentismo di Andrea Sperelli, tantomeno l'evangelismo
russo di Giovanni Episcopo. Il romanzo è concepito come una storia moderna di sperimentalismo,
in cui sono presenti vaghi accenni al tipico stile di vita ottocentesco dei dandy decadenti, mentre la
matrice tematica riguarda a ritroso un percorso di redenzione impossibile: ossia l'omicidio di Tullio
del neonato, per ristabilire la relazione amorosa perduta. L'esperienza del protagonista è un fatto al di
sopra delle sue possibilità, e per questo la critica inserisce il personaggio tra quelli delle opere
giovanili dannunziane, in quanto Tullio è a metà percorso per approdare alla fase del "superuomo"
nietzschiano. Solo nel Trionfo della morte avrà inizio tale percorso.