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Canto notturno di un pastore errante dell'Asia

1. Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,

2. silenziosa luna?

3. Sorgi la sera, e vai,

4. contemplando i deserti; indi ti posi.

5. Ancor non sei tu paga


6. di riandare i sempiterni calli 1?

7. Ancor non prendi a schivo 2, ancor sei vaga

8. di mirar queste valli?

9. Somiglia alla tua vita

10. la vita del pastore.

11. Sorge in sul primo albore

12. move la greggia oltre pel campo 3, e vede

13. greggi, fontane ed erbe;

14. poi stanco si riposa in su la sera:

15. altro mai non ispera 4.

16. Dimmi, o luna: a che vale

17. al pastor la sua vita,

18. la vostra vita a voi 5? dimmi: ove tende

1
i sempiterni calli: la scelta dell’aggettivazione insiste (dopo l’invocazione iniziale alla luna) sulla ricorrenza, pressoché
eterna, del moto lunare, che in tal senso è ancor più estraneo alle sofferenze del pastore che prende la parola
all’apertura del canto.

2
prendi a schivo: espressione letteraria per mettere subito al centro della riflessione la “noia” dell’esistenza, vera e
propria malattia di cui soffre il poeta.

3
Vi è qui una chiara memoria letteraria petrarchesca, dalla canzone Ne la stagione che ‘l ciel rapido inchina
(Canzoniere, L, vv. 29-38).

4
altro mai non ispera: ragionando sull’etimologia latina da spes, -ei, un passo dello Zibaldone del 1 ottobre 1823
spiega il punto di vista leopardiano: “Il primitivo e proprio significato di spes non fu già lo sperare ma l’aspettare
indeterminatamente al bene o al male”.
19. questo vagar mio breve,

20. il tuo corso immortale?


21. Vecchierel bianco, infermo 6,

22. mezzo vestito e scalzo,

23. con gravissimo fascio in su le spalle,

24. per montagna e per valle,

25. per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,

26. al vento, alla tempesta, e quando avvampa

27. l’ora 7, e quando poi gela,

28. corre via, corre, anela,

29. varca torrenti e stagni,

30. cade, risorge, e più e più s'affretta,

31. senza posa o ristoro,

32. lacero, sanguinoso; infin ch'arriva

33. colà dove la via

34. e dove il tanto affaticar fu volto:

35. abisso orrido, immenso,

36. ov'ei precipitando, il tutto obblia.

37. Vergine luna, tale

38. è la vita mortale.

39. Nasce l'uomo a fatica,

5
Nell’espressione, è sottointesa la domanda: “a che vale” (v. 16). Si noti poi la disposizione a chiasmo dei termini “al
pastor la sua vita | la vostra vita a voi?”.

6
Vecchierel bianco, infermo: altro rimando petrarchesco, questa volta al celebre Movesi il vecchierel canuto e bianco
(Canzoniere, XVI). Il paragone tra la vita e il faticoso cammino di un uomo anziano è anche in una nota dello Zibaldone
(17 gennaio 1826).
7

quando avvampa l’ora: perifrasi per “l’estate”, la stagione più torrida per il pastore.
40. ed è rischio di morte il nascimento 8.

41. Prova pena e tormento

42. per prima cosa; e in sul principio stesso

43. la madre e il genitore

44. il prende a consolar dell'esser nato.

45. Poi che crescendo viene,

46. l'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre

47. con atti e con parole

48. studiasi fargli core,

49. e consolarlo dell'umano stato:

50. altro ufficio più grato


51. non si fa da parenti 9 alla lor prole.

52. Ma perchè dare al sole,

53. perchè reggere in vita

54. chi poi di quella consolar convenga?

55. Se la vita è sventura,


56. perchè da noi si dura 10?

57. Intatta11 luna, tale

58. è lo stato mortale.

59. Ma tu mortal non sei,

60. e forse del mio dir poco ti cale.

8
è rischio di morte il nascimento: Leopardi qui allude sia alle complicanze del parto che soprattutto alla condanna
all’infelicità implicita per lui in ogni venuta al mondo.

9
da parenti: latinismo per “genitori”.
10
si dura: nel verbo al presente, è implicita una sfumatura continuativa, come se il tollerare l’ingiustizia e il dolore
della vita sia, nei fatti, una inevitabile legge cosmica.

11
Intatta: richiama il “vergine” del v. 37, ma aggiungendovi l’idea del sostanziale disinteresse dell’astro per le questioni
umane (come a dire: “non sfiorata nemmeno dai nostri problemi”, in modo analogo al v. 60). Gli attributi scelti qui per
la luna sono quelli classicamente attribuiti alla dea Diana.
61. Pur tu, solinga, eterna peregrina,

62. che sì pensosa sei, tu forse intendi,

63. questo viver terreno,

64. il patir nostro, il sospirar, che sia ;

65. che sia questo morir, questo supremo

66. scolorar del sembiante,

67. e perir dalla terra, e venir meno

68. ad ogni usata, amante compagnia.

69. E tu certo comprendi

70. il perchè delle cose, e vedi il frutto

71. del mattin, della sera,

72. del tacito, infinito andar del tempo.

73. Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore

74. rida la primavera,

75. a chi giovi l'ardore, e che procacci

76. il verno co' suoi ghiacci.

77. Mille cose sai tu, mille discopri,

78. che son celate al semplice pastore.

79. Spesso quand'io ti miro

80. star così muta in sul deserto piano,

81. che, in suo giro lontano, al ciel confina;

82. ovver con la mia greggia

83. seguirmi viaggiando a mano a mano;

84. e quando miro in cielo arder le stelle;

85. dico fra me pensando:

86. a che tante facelle?


87. Che fa l'aria infinita, e quel profondo

88. infinito seren? che vuol dir questa

89. solitudine immensa? ed io che sono?

90. Così meco ragiono: e della stanza


91. smisurata e superba 12,

92. e dell'innumerabile famiglia;

93. poi di tanto adoprar, di tanti moti

94. d'ogni celeste, ogni terrena cosa,

95. girando senza posa,

96. per tornar sempre là donde son mosse;

97. uso alcuno, alcun frutto

98. indovinar non so . Ma tu per certo,

99. giovinetta immortal, conosci il tutto.

100. Questo io conosco e sento,

101. che degli eterni giri,

102. che dell'esser mio frale,

103. qualche bene o contento

104. avrà fors'altri; a me la vita è male.

105. O greggia mia che posi, oh te beata,

106. che la miseria tua, credo, non sai!

107. Quanta invidia ti porto!

108. non sol perchè d'affanno

109. quasi libera vai;

110. ch'ogni stento, ogni danno,

12
smisurata e superba: i due termini, in endiadi, stanno ad indicare sia il rapporto spaziale (il creato è immenso
rispetto alla finitezza di un singolo essere umano) che quello gerarchico (il mondo è superbo e quasi sprezzante nei
confronti della nostra sorte) tra l’uomo e tutto ciò che lo circonda e lo annichilisce.
111. ogni estremo timor subito scordi;

112. ma più perchè giammai tedio non provi.

113. Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,

114. tu se' queta e contenta;

115. e gran parte dell'anno


116. senza noia 13consumi in quello stato.

117. Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,

118. e un fastidio m'ingombra

119. la mente, ed uno spron quasi mi punge

120. sì che, sedendo, più che mai son lunge

121. da trovar pace o loco.

122. E pur nulla non bramo,

123. e non ho fino a qui cagion di pianto.

124. Quel che tu goda o quanto,

125. non so già dir; ma fortunata sei.

126. Ed io godo ancor poco,

127. o greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.

128. Se tu parlar sapessi, io chiederei:

129. dimmi: perchè giacendo

130. a bell'agio, ozioso,

131. s'appaga ogni animale;

132. me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?

133. Forse s'avess'io l'ale

134. da volar su le nubi,

135. e noverar le stelle ad una ad una,

136. o come il tuono errar di giogo in giogo,


13
senza noia: il tema della fortuna degli animali, che sarebbero immuni alla “noia” umana, torna in più passi dello
Zibaldone, come in una nota del 7 ottobre 1823.
137. più felice sarei, dolce mia greggia,

138. più felice sarei, candida luna.

139. O forse erra dal vero,

140. mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:

141. forse in qual forma, in quale

142. stato che sia, dentro covile o cuna,

143. è funesto a chi nasce il dì natale.

PARAFRASI

1. O luna, che fai nel cielo? Dimmi, che fai,

2. o silenziosa luna?

3. Sorgi la sera, e inizi la tua peregrinazione,

4. osservando a lungo i deserti; e poi cali e ti posi.

5. Non sei ancora stanca 

6. di percorrere sempre lo stesso itinerario?

7. Non ti è ancora venuta a noia, sei ancora desiderosa

8. di ammirar questi luoghi di esilio?

9. La vita del pastore

10. somiglia alla tua.

11. Si alza appena il cielo si fa chiaro

12. conduce il suo gregge per il pascoli, e vede

13. altre greggi, fonti e prati;

14. poi stanco si riposa verso sera:

15. non s’attende mai altro dalla vita.

16. O luna, confessami: per che finalità ha valore

17. la vita per il pastore, e che ragion d’esser


18. ha la nostra esistenza per te? Dimmi: dove punta

19. questa mia esistenza nomade, e dove

20. invece va il tuo itinerario eterno e sempre uguale?

21. Un vecchierello dai capelli ormai bianchi, infermo

22. vestito di stracci e senza scarpe,

23. che porta sulle spalle un fardello assai pesante,

24. attraversando valli e montagne,

25. sassi aguzzi, dune profonde e luoghi impervi

26. in mezzo al vento, alla tempesta, al sole

27. che batte e alla stagione invernale

28. corre affannosamente e ansiosamente spera

29. supera torrenti e stagni

30. cade, si rialza, e continuamente si affretta

31. senza sosta o riposo,

32. sanguinante e con le vesti lacere; quando infine

33. arriva là dove la strada

34. e la gran fatica erano da subito destinate:

35. un abisso immenso ed agghiacciante,

36. dove egli, precipitando, dimentica tutto.

37. O purissima luna,

38. questa è la vita dei mortali.

39. L’uomo nasce per soffrire,

40. e la stessa nascita è un rischio di morte.

41. Prova sofferenza e dolore

42. come prima cosa; e all’inizio stesso della vita

43. la madre e il padre


44. prendono a consolare il figlio per essere venuto al mondo.

45. Quando questo poi cresce,

46. l’uno e l’altro lo sostengono, e continuamente

47. con gesti affettuosi e parole dolci

48. s’impegnano a fargli coraggio

49. e a consolarlo della condizione umana:

50. i genitori nei confronti della loro

51. prole non compiono altri gesti più graditi.

52. Ma perché dare al mondo

53. e mantenere in vita chi poi

54. è necessario consolare dell’esistenza stessa?

55. Se la vita è una sventura continua

56. perché dev’essere subita e tollerata da noi?

57. O luna non toccata da tali problematiche,

58. questo è lo stato dei mortali.

59. Ma tu non sei come noi,

60. e quindi forse poco ti interessa di ciò che dico.

61. Tuttavia tu, solitaria, eterna pellegrina

62. che sei così pensosa, tu forse puoi capire

63. cosa sia l’esistenza terrena,

64. il nostro soffrire e il nostro sospirare;

65. puoi intendere cosa significhi la morte,

66. lo scolorarsi del nostro volto,

67. e lo scomparir dalla terra, e abbandonare

68. ogni consueta ed amata compagnia umana.

69. E tu certo hai nozione


70. della causa delle cose, e vedi l’esito proficuo

71. del mattino, della sera,

72. e del silenzioso e inarrestabile alternarsi delle giornate.

73. Tu sicuramente sai per quale causa

74. lieta rida la primavera,

75. a chi sai favorevole l’estate, e che vantaggi

76. abbiano i ghiacci dell’inverno.

77. Tu mille cose sai, e mille ne scopri,

78. che sono tenute segrete all’umile pastore.

79. Spesso, quando ti osservo e ti contemplo

80. mentre stai così silenziosa sopra il deserto

81. che, al suo orizzonte, confina col cielo;

82. oppure mentre mi segui viaggiando

83. a mano a mano con il mio gregge;

84. e quando scruto le stelle splendere nel cielo;

85. dico pensando fra me:

86. “A che scopo così tante luci?

87. Qual è il senso dell’universo infinito, e della

88. grandiosità della volta celeste? Che vuol

89. dire la solitudine totale dell’uomo? Io che sono?

90. Così rifletto tra me e me: e non so

91. trovare uno scopo o un beneficio qualsiasi

92. dell’universo immenso e smisurato,

93. e di tutte le cose viventi;

94. né poi mi spiego

95. il senso di tanta fatica, di tanti andirivieni


96. di ogni cosa terrena o celeste

97. che girando ininterrottamente, finisce

98. là da dove era partita. Ma tu sicuramente

99. giovane luna immortale, sai la motivazione

100. di tutto. Questo io so e provo,

101. che forse ad altri verrà

102. un bene o un premio

103. dell’eterno ruotare degli astri,

104. della mia fragilità; per me, la vita è dolore.

105. O gregge mio che ti accucci, beato te,

106. che - suppongo - non conosci la tua miseria!

107. Come ti invidio!

108. Non solo perché vai

109. libero dalle preoccupazioni umane;

110. tanto che dimentichi immediatamente

111. ogni sofferenza, dolore o timore di morte

112. ma soprattutto perché non provi mai la sensazione

113. del nulla. Quando siedi all’ombra, sull’erba,

114. sei pacifica e felice;

115. e vivi in questo stato senza noia

116. per buona parte dell’anno.

117. E pure io siedo in un prato ombroso,

118. ma un’insoddisfazione latente mi ingombra

119. il pensiero, e uno sprone quasi mi pungola

120. così che, benché seduto, io sono ben distante

121. dal trovar un luogo di pace.


122. E tuttavia non desidero alcunché

123. e non ho per ora motivo di dolermi.

124. Non so dire con precisione

125. quanto o per qual motivo tu sia felice; ma sei fortunata.

126. Ed io provo ancor poco piacere,

127. o gregge mio, né mi lamento solo di questo.

128. Se tu sapessi parlare, io ti chiederei:

129. “Dimmi, perché

130. ogni animale è contento

131. giacendo nell’agio e nell’ozio mentre,

132. se io mi riposo, la noia mi assale?”

133. Forse se io avessi le ali

134. per volare sopra le nuvole,

135. e contare a una a una le stelle

136. o se potessi errare di cresta in cresta

137. sarei più felice. o dolce mio gregge,

138. sarei più sereno, o candida luna.

139. O probabilmente il mio ragionamento

140. si allontana dalla verità, prestando attenzione alla sorte altrui. 

141. Forse - in quale che sia lo stato in cui si nasce,

142. dalla stalla alla culla - per chi viene

143. al mondo è funesto il giorno della nascita.

ANALISI

Il Canto notturno viene composto nella natìa Recanati, tra l’ottobre 1829 e i primi giorni di aprile del
1830. Secondo una nota dello Zibaldone (3 ottobre 1828) l’ispirazione giunge a Leopardi dalla
lettura di un articolo del barone di Meyendorff (Voyage d’Orenbourg à Boukhara fait en 1820),
pubblicato dal «Journal des Savants» nel settembre del 1826, dove si descrive un’abitudine dei
pastori nomadi kirghisi. Nel resoconto di viaggio presso la popolazione dell'Asia centrale, si
raccontava che alcuni pastori del luogo intonassero canti rivolgendosi alla luna. In questo troviamo
un'apertura quasi indiscriminata di Leopardi a quella che è la poetica romantica: c'è l'esotismo, la
lontananza, c'è una popolazione straniera dagli usi sconosciuti e sorprendenti, c'è soprattutto la
situazione notturna. Eppure la lingua e l'immaginario di Leopardi sono sempre gli stessi. Sono
presenti l'invocazione alla luna, presente sin dai primi idilli, con l'idillio intitolato appunto Alla luna, è
presente l'interrogazione al mondo animale, con un'intensità ed una voce diretta rivolta appunto alla
fauna, il mondo animale, che altrimenti non avremmo conosciuto

Il Canto notturno è diviso in sei stanze, molto diverse l'una dall'altra. Ognuna, tuttavia, presenta
struttura basata sulla successione di domande, considerazioni e riflessioni personali, poi di sentenze
di valore generale. ( La ripetizione volontaria crea un effetto di litania). Fanno eccezione:

 La prima stanza, sospesa a una domanda che riprende e approfondisce in chiusura il quesito
iniziale;

 L’ultima stanza che esprime un desiderio impossibile, approdando a una conclusione


assoluta.

Nella prima stanza il pastore si rivolge alla luna silenziosa, confrontando la sua condizione con
quella dell'astro. Il pastore si definisce "vecchierel bianco", un chiaro riferimento a un sonetto di
Petrarca (Movesi il vecchierel). Il confronto sproporzionato tra essere umano e astro celeste si
ritrova anche in altri Canti pisano-recanatesi, come nelle Ricordanze. Il pastore si interroga poi sulla
sua esistenza, confrontando la sua situazione con quella del suo gregge, domandandosi come mai gli
animali non sentano il tedio della vita. Per lui l'esistenza è male.

Nella stanza II Leopardi rielabora un sonetto di Petrarca dal titolo Movesi il vecchierel, che dispiega
un paragone tra un vecchio canuto che, ormai alla fine della sua esistenza terrena, si reca in
pellegrinaggio a Roma per contemplare la Veronica (il velo con cui santa Veronica avrebbe pulito il
volto sanguinante di Cristo mentre portava la croce verso il Golgota) e il poeta. Quest’ultimo va
cercando nei volti delle donne nelle quali si imbatte l’immagine della donna desiderata, Laura,
contrapponendosi così, con gran tormento personale, alla ricerca spirituale dell’anziano pellegrino.

Qui invece l'immagine della vita umana, mortale e breve, quando anche emblematizzata da una
persona anziana, viene comparata a un principio metafisico, ovvero alla vita di un astro, come la
luna. E questa sproporzione tra vita microcosmica, la vita dell'uomo mortale e la vita degli astri, di
quelle immagini silenziose che Leopardi vedeva proiettate sullo schermo del firmamento, la
ritroviamo anche in altri canti pisano-recanatesi. Inoltre, una poesia filosofica che si rivolge non solo
alle entità naturali come la luna, ma anche agli animali per chiedere come mai non abbiano quel
senso di tedio dell'esistenza che pure invece per ogni uomo è così conosciuto. "A me la vita è male",
dice il pastore, confrontando la sua situazione con quella del proprio gregge.

La stanza III descrive la nascita dell'essere umano come momento doloroso e rischio per la vita
stessa del nascituro, riprendendo un'immagine analoga del De rerum natura di Lucrezio (V, 222-227)
in cui si dice che il bambino appena nato è come un naufrago gettato a riva dalle onde, bisognoso di
tutto e intento a riempire i luoghi circostanti dei suoi lamenti. Anche questo passo ha due
antecedenti nello Zibaldone, ad es. un pensiero del 1819 (68) dove si diceva che il "nascere istesso
dell’uomo cioè il cominciamento della sua vita, è un pericolo della vita, come apparisce dal gran numero di
coloro per cui la nascita è cagione di morte, non reggendo al travaglio e ai disagi che il bambino prova nel
nascere"; cfr. anche questa annotazione del 13 ag. 1822 (2607): "...l’uno de’ principali uffizi de’ buoni
genitori nella fanciullezza e nella prima gioventù de’ loro figliuoli, si è quello di consolarli, d’incoraggiarli
alla vita". La stanza si conclude con la domanda sul perché l'uomo debba "durare", sopportare la vita
se è fatta di dolore, con un possibile allusivo riferimento al tema del suicidio.
La stanza IV, la più lunga e complessa del componimento, presenta le domande angosciose che il
pastore rivolge alla luna sull'esistenza umana e, soprattutto, sulla ragione ultima della vita
dell'universo, di fronte al quale il personaggio si sente piccolo e insignificante: il passo ha vari
precedenti letterari, tra cui Virgilio che in Georg., II, 475-482 chiedeva agli astri di mostrargli i
segreti dei loro movimenti e la spiegazione di vari fenomeni celesti, come l'alternarsi del giorno e
della notte e delle stagioni (il poeta latino ovviamente voleva conoscere qualcosa di ignoto, mentre
Leopardi lascia intendere che la spiegazione a tutto questo non fornisce risposte alle domande
dell'uomo). Un possibile riferimento dei versi del canto è anche un passo dei Night thoughts del
poeta inglese Edward Young, in cui egli si rivolge agli astri e domanda loro qual è lo scopo ultimo
delle meraviglie del creato.

Nella stanza V il pastore si rivolge al suo gregge (cambiando interlocutore per la prima volta nel
canto) e introduce il tema del "tedio", ovvero il senso di frustrazione e smania interiore che rode
l'uomo a causa della consapevolezza della sua infelicità, a differenza delle bestie che ne sembrano
prive. L’apostrofe al gregge permette di parlare della noia e, al tempo stesso, di concentrare
l’attenzione sulla minuta realtà che circonda il pastore, preparando per maggior contrasto il “volo”
fantastico dell’ultima stanza.

Anche qui c'è un'analogia con un passo dello Zibaldone (15 mag. 1828, 4306) in cui si dice che la
noia è la condizione delle persone sensibili, diversamente da quelle torpide che sono paragonate alle
bestie, cui la quiete non è minimamente fastidiosa. Cfr. anche un passo dei Night thoughts di Young,
in cui il poeta inglese afferma che la pace delle bestie è negata ai loro padroni, divorati
costantemente dal tedio e dalla scontentezza.

L'ultima stanza conclude il pensiero pessimistico del poeta sulla condizione di infelicità comune a
tutti gli esseri viventi ed è quella in cui il tono si fa più lirico, prima col desiderio da parte del pastore
di trasformarsi in un essere alato e nel tuono, poi con l'auspicio di essere più felice attraverso
l'anafora dei vv. 137-138, in cui si rivolge a entrambi gli interlocutori ("dolce mia greggia" / "candida
luna"). L’invenzione del volo che trasporta il pastore tra le stelle e lo proietta nella sfera incantata e
magica non lo libera delle sue inquietudini esistenziali ma, semplicemente, in tale sfera traporta tutti
i suoi dubbi. La negatività della sua vita diviene negatività di tutti gli esseri celesti e terreni e
dell’universo intero. La totale estraneità del pastore alla civiltà ( che significa qui libertà dagli errori e
dalle illusioni ) diviene la condizione privilegiata che lo conduce a intuire una verità universale e a
conoscere la natura per via poetica.

Leopardi gioca anche sull'ambiguità del termine "errare", che al v. 136 significa "vagare" mentre al v.
139 ha il senso di "sbagliare", sia pure con la stessa etimologia: il poeta smentisce in parte quanto
detto in precedenza e conclude dicendo che il "dì natale" (il giorno della nascita) è negativo per
qualunque creatura, nata in "covile" o in "cuna" (culla), dunque esprimendo nel modo più elevato il
concetto del pessimismo cosmico elaborato nei canti pisano-recanatesi di cui questo testo fa parte.
Va osservato che i vv. finali riprendono in parte il concetto espresso nel Dialogo di un fisico e di un
metafisico (Operette morali), in cui si ipotizza una forma di minore infelicità attraverso l'intensità
delle sensazioni e delle azioni, anche se ovviamente una tale possibilità è preclusa al pastore che
perciò è condannato a un'esistenza misera come la maggior parte degli altri uomini.

 In questo canto sono evidenti le ripetizioni che conferiscono il ritmo di una “nenia” (es. nella
prima stanza si ripete Che fai, Ancor, sei..)
 La sintassi è volutamente povera nella ricerca di un’essenzialità di risorse espressive,
conveniente ai supremi interrogativi che si pongono, alle nude verità che si affermano;
 È prediletto il parallelismo;
 Anche il lessico tende alla semplificazione e punta ad essere “trafigurato e favoloso, dotto e
semplicissimo”. In particolare nella quarta stanza, i termini ( eterna, solinga..) attivano la linea
dell’indefinito leopardiano. Presente anche l’uso dell’enjambement e del dimostrativo, come
nell’ Infinito.
 La rima ricorre in maniera originale a distanza, come eco, per concludere il discorso.

(la rima – ale sigilla tutte le stanze per indicare la massima finale del pastore che spesso va a
coincidere con il contrasto tra lo stato umano e quello della luna: immortale, mortale, cale, male,
assale, natale).