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Hannah Arendt

IL FEMMINISMO

Non possiamo definire Hannah A. una femminista, ma è indubbio che la pensatrice


politica abbia influenzato e dato elementi di spunto alle donne del Novecento
impegnate nella lotta per i loro diritti.
La A. rifiuta il tentativo di inserire la filosofa nel femminismo perché la politica non è
di genere, ma la politica è pluralità.
La A. conosce e riconosce alcune figure femminili importanti per la storia: Karen
Blixen (scrisse LA MIA AFRICA), la socialista Rosa Luxburg (un’intellettuale di
riferimento del socialismo). Proprio da quest’ultima è molto attratta, è attratta dal
suo punto di vista rispetto alle politiche socialiste, questo a dispetto delle accuse
subite: la A. è stata definita una pensatrice di stampo liberal – democratico in
seguito alle critiche che ha mosso contro lo stalinismo.

Apertura a tematiche femminili

La A. si apre alle filosofie femministe partendo dal concetto di NASCITA come


condizione dell’esistenza umana.
La filosofia, da Platone ad Heidegger, si è concentrata sul concetto di morte, ma del
concetto di nascita nessuno se n'è mai occupato.
La Arent, così come la Zambrano, sono le due pensatrici che la storia ricorda per
aver trattato la dimensione femminile, dandone una certa rilevanza. Il loro essere
donna ha, probabilmente, permesso la centralizzazione del concetto di nascita.
La natalità è una questione centrale per la questione dell’agire politico. Nascere e
agire politico sono condizioni essenziali dell'uomo.
1. Si nasce
2. Si vota
L’agire politico rappresenta esattamente una seconda nascita (momento voto).
La donna è portatrice di vita! Se la nascita è importante, la seconda nascita lo è
altrettanto.
La vita attiva, azione politica di cittadinanza attiva, è figlia della categoria della
nascita.
Dunque, la nascita biologica e la nascita politica sono entrambe un momento
fondamentale.
Nel nascere vi è il primato dell'uomo sulla Terra, una presenza nel mondo che, dal
punto di vista di Hannah, deve essere responsabile nei confronti del mondo tutto
(ricordatevi che la A. ha una visione ecologica della vita), ma l'aspetto che è in
assoluto porta la A. nell'ottica del femminismo è dato proprio dalla vita politica che
deve essere una vita attiva, diretta, dove i protagonisti assoluti dell'agire politico
siano gli uomini che appartengono alle classi sociali più basse (a tal proposito
l'autrice fa riferimento alla Rivoluzione americana alla quale, nonostante alcuni suoi
aspetti negativi, le va riconosciuto di essere partita dal basso, ad opera del popolo).
Dunque, Hannah A., come abbiamo avuto modo di vedere nelle lezioni precedenti,
recupera il mondo greco, esalta l'idea di partecipazione attiva alla vita politica del
mondo greco, al contempo esalta la Rivoluzione americana come movimento che
parte dal basso e la considera il raggiungimento della maggiore età da parte del
popolo. Per maggiore età si intende l'uscita dalla minorità (come, del resto, diceva lo
stesso Kant dell’Illuminismo), uscita della minorità che ti porta a crescere e a
prenderti le tue responsabilità.
Il governo è al servizio del popolo attivo, il popolo attivo è il contrario di una massa
che marcia senza capirne realmente l’agire. La stessa Rivoluzione russa è positiva
agli occhi di Hannah Arendt, perché guidata dal popolo e dal suo agire politico.
Eccoci arrivati, allora, al tema del femminismo!
Le donne degli anni Sessanta, ma anche le suffragette dell'Ottocento, hanno fatto
dell’azione un modo per agire direttamente. Esaltando lo stimolo costante, le
organizzazioni e le auto-organizzazioni.
Hannah Arendt è una teorica dell’agire politico diretto. È molto critica verso le forme
di potere che si chiudono, pertanto è critica nei confronti di quel movimento
femminista in cui vi è una chiusura rispetto al dibattito politico, ecco perché non
possiamo definirla una femminista. Indubbiamente, però, Hannah Arendt denuncia i
partiti lontani dal popolo esattamente come le femministe degli anni 60 e 70
attaccano i partiti politici del tempo proprio perché lontani dalle loro tematiche. Il
punto centrale della lotta delle donne degli anni 60 e 70 non è più il diritto di voto,
ma è il diritto alla loro indipendenza, alla loro libertà, alla libertà del loro corpo, alla
libertà come donne non più ingabbiate nella visione maschilista.