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Dottorato di Ricerca in

“Consolidamento e Adeguamento Strutturale”

Analisi di edifici
a pianta basilicale
soggetti ad azioni sismiche

Seconda Università
degli Studi di Napoli Giuseppe Brandonisio
Seconda Università degli Studi di Napoli

Dottorato di Ricerca
in
“Consolidamento e Adeguamento Strutturale”
XX Ciclo
2004-2007

“Analisi di edifici a pianta basilicale


soggetti ad azioni sismiche”

Giuseppe Brandonisio

SETTORE SCIENTIFICO DISCIPLINARE DI APPARTENENZA:


ICAR09 – TECNICA DELLE COSTRUZIONI
Ringraziamenti

Vorrei ringraziare il Prof. Antonello De Luca e la Prof.ssa Elena Mele per la


costanza con la quale mi hanno seguito durante tutto il corso di dottorato e
nella stesura di questo lavoro.

Un sentito ringraziamento al Prof. Pasquale Malangone per avermi consentito


di frequentare i tre anni di dottorato presso il Dipartimento di Ingegneria
Strutturale dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”.

Vorrei inoltre ringraziare il Prof. Bruno Calderoni per aver chiarito tanti miei
dubbi … tranne uno: ma quanto vale il modulo di elasticità della muratura di
tufo?

Un dovuto ringraziamento va alle colleghe Rosa de Lucia e Roberta


Santaniello per la collaborazione tecnica nella fase di modellazione.

Ringrazio anche Carmine Citro, Ernesto Grande, Aldo Giordano, Emilia


Cordasco, Costantino Giubileo, Mario D’Aniello, Giovanni Cuomo,
Alessandra Romano e gli altri amici del DIST di Napoli per aver arricchito
questi anni con scambi d’opinione e consigli.

Infine, desidero ringraziare i miei genitori, mia sorella Maria Giovanna e la


mia Paola, ai quali dedico questa tesi.

Napoli, Novembre 2007 Giuseppe Brandonisio


INDICE

INTRODUZIONE I
Premessa I
Articolazione dettagliata del lavoro di tesi II

CAPITOLO I
ANALISI SISMICA DEGLI EDIFICI DI CULTO I-1
1.1 Premessa I-1
1.2 Il modello di valutazione della sicurezza sismica proposto
dalle LL. GG. 2006 I-2
1.2.1 Livello di valutazione sismica LV1 I-3
1.2.2 Livelli di valutazione sismica LV2 e LV3 I-4
1.3 La procedura di analisi sismica “a due passi” I-7
1.4 Analisi statica lineare I-8
1.5 Analisi dinamica lineare I-9
1.6 Analisi statica non lineare I-10
1.7 Analisi cinematica lineare I-11
1.8 Analisi cinematica non lineare I-13
1.9 Conoscenza dell’edificio e identificazione dei livelli di
conoscenza e dei fattori di confidenza I-15
1.10 Azione sismica I-18
1.10.1 Categorie di terreno di fondazione I-18
1.10.2 Definizione dell’accelerazione orizzontale del
terreno I-19
1.10.3 Spettri di risposta I-20
1.10.4 Effetti di sito I-20
1.10.5 Livelli di protezione sismica I-21
1.10 Conclusioni I-22
Indice

CAPITOLO II
I MACROELEMENTI: DALL’OSSERVAZIONE DEL
DANNO ALL’INDIVIDUAZIONE DEI MECCANISMI DI
COLLASSO II-1
2.1 Premessa II-1
2.2 Tipi di danno, modi di danno e meccanismi II-3
2.3 Meccanismi di collasso per i macroelementi II-6
2.3.1 Facciata II-7
2.3.2 Macroelemento trasversale II-21
2.3.3 Parete laterale II-24
2.3.4 Arco trionfale II-30
2.3.5 Abside e cappelle laterali II-37
2.3.6 Campanile II-41
2.4 I fattori specifici che influenzano le modalità di danno II-46
2.4.1 Ruolo degli elementi di connessione e delle strutture
di copertura II-47
2.4.2 Modalità e condizioni costruttive iniziali II-49
2.4.3 Processi di trasformazione edilizia II-50
2.4.4 Degrado proprio dei materiali II-51
2.4.5 Dissesti pregressi, anche di origine sismica II-51
2.4.6 Effetto di precedenti restauri strutturali II-52

CAPITOLO III
I DIECI CASI DI STUDIO III-1
3.1 Premessa III-1
3.2 Descrizione delle dieci chiese III-2
3.3 Linearizzazione delle piante architettoniche ed
individuazione dei macroelementi III-6
3.4 Conclusioni III-13

CAPITOLO IV
PRIMO STEP DELLA PROCEDURA “A DUE PASSI”:
ANALISI LINEARE DEI DIECI CASI DI STUDIO IV-1
4.1 Premessa IV-1
4.2 Modellazione delle dieci chiese IV-2
4.2.1 Modellazione delle strutture IV-2
4.2.2 Modellazione delle azioni IV-8
4.3 Comportamento dinamico delle chiese IV-8
Indice

4.3.1 Modelli senza impalcati rigidi (SIR) IV-8


4.3.2 Modelli con impalcati rigidi (IR) IV-19
4.4 Ripartizione delle azioni sismiche IV-30
4.4.1 Edifici senza impalcati rigidi IV-33
4.4.2 Edifici con impalcati rigidi IV-33
4.4.3 Contributo degli elementi ortogonali IV-44
4.5 Conclusioni IV-45

CAPITOLO V
SECONDO STEP DELLA PROCEDURA “A DUE PASSI”:
ANALISI NON LINEARE DEI MACROELEMENTI DEI
DIECI CASI DI STUDIO V-1
5.1 Premessa V-1
5.2 La modellazione con ABAQUS V-1
5.2.1 Il modello “concrete” V-1
5.2.2 Calibrazione del modello V-5
5.2.3 Modalità di applicazione delle azioni V-7
5.3 Facciata V-7
5.4 Arco trionfale V-18
5.5 Sezione trasversale sulla navata V-26
5.6 Arcate V-38
5.7 Prospetto longitudinale esterno V-49
5.8 Confronti fra richieste elastiche e capacità dei
macroelementi V-61
5.9 Conclusioni V-67

CAPITOLO VI
ANALISI SEMPLIFICATE VI-1
6.1 Premessa VI-1
6.2 Parametri globali VI-1
6.2.1 Valutazione approssimata del periodo di vibrazione
delle chiese VI-17
6.3 Parametri geometrici dei macroelementi VI-19
6.3.1 Ripartizione semplificata dell’azione sismica VI-25
6.4 Valutazione del moltiplicatore di collasso nel piano di
pannelli murari VI-37
6.4.1 Parete piena VI-37
6.4.2 Portale VI-42
6.4.3 Portale multicampata VI-43
6.4.4 Arco VI-44
Indice

6.5 Valutazione del moltiplicatore di collasso nel piano dei


macroelementi dei casi di studio VI-45
6.5.1 Facciata VI-45
6.5.2 Arco trionfale VI-49
6.5.3 Sezione trasversale sulla navata VI-50
6.5.4 Arcate VI-58
6.5.5 Prospetto longitudinale esterno VI-60
6.6 Conclusioni VI-62

CAPITOLO VII
CONFRONTI FRA L’APPROCCIO SEMPLIFICATO E LE
ANALISI ABAQUS VII-1
7.1 Premessa VII-1
7.2 Facciata VII-1
7.3 Arco trionfale VII-8
7.4 Sezione trasversale sulla navata VII-12
7.5 Arcate VII-18
7.6 Prospetto longitudinale esterno VII-24
7.7 Conclusioni VII-30

CAPITOLO VIII
I MECCANISMI DI COLLASSO FUORI PIANO VIII-1
8.1 Premessa VIII-1
8.2 Valutazione del moltiplicatore di collasso per ribaltamento
fuori del piano VIII-2
8.3 Descrizione dei meccanismi di collasso fuori piano della
facciata e valutazione dei relativi moltiplicatori di collasso VIII-5
8.3.1 Meccanismo 1.1: Ribaltamento globale della facciata VIII-9
8.3.2 Meccanismo 1.2: Ribaltamento globale della parete
sinistra VIII-11
8.3.3 Meccanismo 1.3: Ribaltamento globale della parete
centrale VIII-11
8.3.4 Meccanismo 1.4: Ribaltamento globale della parete
destra VIII-12
8.3.5 Meccanismo 1.5: Ribaltamento parziale della
facciata VIII-13
8.3.6 Meccanismo 1.6: Ribaltamento del timpano con
formazione di cerniera orizzontale VIII-14
8.3.7 Meccanismo 1.7: Ribaltamento del timpano con
formazione di cerniere oblique VIII-14
Indice

8.3.9 Meccanismo 2.1: Ribaltamento globale composto


della facciata VIII-15
8.3.9 Meccanismo 2.2: Ribaltamento globale composto
della parete sinistra VIII-16
8.3.10 Meccanismo 2.3: Ribaltamento globale composto
della parete centrale VIII-16
8.3.11 Meccanismo 2.4: Ribaltamento globale composto
della parete destra VIII-17
8.3.12 Meccanismo 2.5: Ribaltamento parziale globale
della facciata VIII-17
8.3.13 Meccanismo 2.6: Ribaltamento del timpano con
formazione di cerniera orizzontale VIII-17
8.3.14 Meccanismo 2.7: Ribaltamento del timpano con
formazione di cerniere oblique VIII-18
8.3.15 Meccanismo 3.1: Ribaltamento globale della
facciata VIII-18
8.3.16 Meccanismo 3.2: Ribaltamento globale della parete
sinistra VIII-18
8.3.17 Meccanismo 3.3: Ribaltamento globale composto
della parete centrale VIII-19
8.3.18 Meccanismo 3.4: Ribaltamento globale della parete
destra VIII-19
8.3.19 Meccanismo 3.5: Ribaltamento parziale della
facciata VIII-19
8.3.20 Meccanismo 3.6: Flessione verticale della parete
sinistra VIII-20
8.3.21 Meccanismo 3.7: Flessione verticale della parete
destra VIII-22
8.3.22 Meccanismo 3.8: Flessione verticale della parete
centrale inferiore VIII-23
8.3.23 Meccanismo 3.9: Flessione verticale della parete
centrale superiore VIII-23
8.4 Vulnerabilità delle facciate dei dieci casi di studio nei
confronti del collasso fuori del piano VIII-24
8.5 Conclusioni VIII-30

CAPITOLO IX
CONCLUSIONI IX-1

BIBLIOGRAFIA B-1
Indice
INTRODUZIONE

I. Premessa
Le chiese rappresentano una parte importantissima del nostro patrimonio
culturale: esse hanno spesso determinato la crescita e l’affermazione dei piccoli
borghi sorti attorno a loro, e lo sviluppo del territorio e delle comunità è stato
spesso legato alla loro presenza.
È evidente che per conservare tali testimonianze è necessaria un’attenta analisi
condotta non soltanto al restauro delle emergenze artistiche, ma anche
puntando alle cause che portano al declino del costruito, in primis con
riferimento agli eventi più deleteri per i manufatti: i terremoti.
Il sisma, infatti, rappresenta uno degli elementi di maggior rischio per le
chiese, in cui sono presenti grandi aule senza muri di spina, pareti snelle,
elementi spingenti di notevole luce (archi, volte, cupole) e mancano
orizzontamenti intermedi di collegamento.
Occorre evidenziare che pur essendo le chiese molto diffuse in Italia, e pur
presentando una elevata vulnerabilità nei confronti del terremoto, solo
recentemente sono stati sviluppati studi e ricerche finalizzati all’analisi del
comportamento sismico, alla definizione di metodologie per la valutazione
della sicurezza sismica ed alla individuazione di metodologie di
consolidamento ed adeguamento strutturale.
Su scala territoriale la vulnerabilità sismica delle chiese può valutarsi
utilizzando metodi semplificati basati su un numero limitato di parametri
geometrici e meccanici o che utilizzano strumenti qualitativi.
Secondo le Linee Guida 2006 per la valutazione e riduzione del rischio sismico
del patrimonio culturale (LL. GG. 2006), “ferma restando la possibilità di
definire modelli semplificati specifici, validi per il caso in esame o per gruppi
di manufatti” è possibile ricorrere ai parametri di una scheda di rilievo del
danno e della vulnerabilità.
A partire da un abaco di 28 meccanismi di collasso delle chiese, il modello
proposto dalle LL. GG. 2006 consente di calcolare un indice di vulnerabilità iv,
II Introduzione

cui sono legate le massime accelerazioni al suolo che può sopportare la chiesa
allo stato limite di danno e ultimo.
A tal riguardo le Linee Guida specificano di utilizzare tale modello con grande
attenzione, essendo stato tarato su base statistica, per cui non è in grado di
esaurire la grande diversificazione tipologica nella quale le chiese sono
articolate.
In ambito europeo, invece, per la vulnerabilità su vasta scala delle chiese,
Lorenço e Roque (2005) hanno proposto un approccio basato sulla definizione
di alcuni parametri geometrici globali indicativi del comportamento della
struttura nel suo complesso, sia sotto carichi verticali che in condizioni
sismiche.
Per la valutazione della vulnerabilità sismica della singola chiesa, invece, si
utilizzano approcci basati sull’analisi dei macroelementiI.1.
Le Linee Guida 2006, in particolare, suggeriscono di condurre sul singolo
macroelemento delle analisi cinematiche lineari o non. Mele e De Luca (1999),
invece, hanno definito e applicato a diversi casi di studio una procedura “a due
passi”, che consiste nell’effettuare analisi elastiche, sia statiche che dinamiche,
dell’intero complesso strutturale, per determinare le caratteristiche dinamiche e
le richieste di resistenza elastica su ciascun macroelemento, che viene
successivamente analizzato con analisi numeriche non lineari e/o con i metodi
dell’analisi limite, per valutarne la capacità sotto azioni orizzontali.
In questo contesto, nel presente lavoro di tesi, viene analizzato il
comportamento sismico di 10 chiese a pianta basilicale site in Campania
attraverso l’applicazione della procedura di analisi “a due passi”.
Viene quindi proposta ed applicata ai casi di studio una procedura semplificata,
che consente di valutare la vulnerabilità delle chiese attraverso l’analisi della
geometria dell’intero complesso strutturale e dei singoli macroelementi.
I risultati ottenuti dall’applicazione delle due metodologie (analisi “a due
passi” e approccio semplificato) vengono quindi confrontati.

II. Articolazione dettagliata del lavoro di tesi


Nel Capitolo I, Analisi sismica degli edifici di culto, vengono illustrati alcuni
modelli presenti in letteratura per lo studio della vulnerabilità sismica degli
edifici di culto. Vengono, altresì, esaminate le indicazioni suggerite

I.1
“Per macroelemento s’intende una parte costruttivamente riconoscibile e compiuta del
manufatto che può coincidere, ma non necessariamente coincide, con una parte identificabile
anche sotto l’aspetto architettonico e funzionale (es. facciata, abside, cappelle); è di norma
estesa ad un’intera parete o ad un orizzontamento, ma solitamente è formata da più pareti ed
elementi orizzontali connessi tra loro a costituire una parete costruttivamente unitaria e, in
alcuni casi, volumetricamente definita, pur se in genere collegata e non indipendente dal
complesso della costruzione” (Doglioni et al. 1994).
Introduzione III

dall’OPCM 3431’05 e dalle LL. GG. 2006 per l’analisi degli edifici
monumentali in muratura, per la modellazione della struttura e per la
valutazione dell’azione sismica.
Nel Capitolo II, I macroelementi: dall’osservazione del danno
all’individuazione dei meccanismi di collasso, sono descritti i danni tipici da
sisma per ogni macroelemento e i fattori che influenzano la vulnerabilità degli
edifici ecclesiastici, quali le modalità di realizzazione, il ruolo delle coperture
esistenti, il degrado dei materiali, i danni legati a sismi precedenti.
Nel Capitolo III, I dieci casi di studio, sono descritte le basiliche a pianta
basilicale oggetto di analisi. L’esame delle piante architettoniche ha consentito
di ottenere le piante linearizzate dalle quali è stato possibile estrarre i
macroelementi, che sono stati raggruppati in otto classi caratterizzate da
uniformità morfologiche.
Dall’assemblaggio nello spazio dei vari macroelementi trasversali e
longitudinali si sono ottenuti i modelli tridimensionali delle dieci basiliche che
sono stati esaminati nel Capitolo IV, Primo step della procedura “a due
passi”: analisi lineare dei dieci casi di studio. Le analisi elastiche condotte
sulle dieci chiese hanno permesso di valutarne il comportamento dinamico e la
distribuzione delle richieste sismiche fra i vari macroelementi nei due casi
limite adottati per la modellazione delle coperture: assenza e presenza di
diaframmi rigidi.
Nel Capitolo V, Secondo step della procedura “a due passi”: analisi non
lineare dei macroelementi dei dieci casi di studio, si studia la capacità dei
singoli macroelementi di resistere alle azioni orizzontali, mediante analisi FEM
non lineari. Le analisi hanno consentito di valutare la capacità di ciascun
macroelemento e di conoscere il meccanismo di collasso che può,
presumibilmente, attivarsi sotto forze orizzontali. Dal confronto fra la capacità
portante del singolo macroelemento e la richiesta di resistenza elastica valutata
nel capitolo IV, si ricavano indicazioni circa la vulnerabilità dei macroelementi
e, per estensione, dell’intero complesso strutturale.
Nel Capitolo VI, Analisi semplificate, viene proposto ed applicato un
approccio semplificato che consente di valutare la vulnerabilità delle chiese
attraverso l’analisi della geometria del complesso strutturale e dei singoli
macroelementi. Più in dettaglio, vengono definiti dei parametri geometrici
(compattezza in pianta, snellezza minima e massima dell’edificio, rapporto fra
area delle murature e area totale in pianta) che forniscono indicazioni
qualitative sul comportamento strutturale per carichi verticali ed azioni
orizzontali. Sono quindi individuati ed analizzati alcuni parametri geometrici
dei singoli macroelementi (percentuale di foratura, snellezza, rapporto
altezza/larghezza) tramite i quali si può (i) ripartire il tagliante sismico e (ii)
stimare la capacità portante dei macroelementi.
IV Introduzione

Nel Capitolo VII, Confronti fra l’approccio semplificato e le analisi ABAQUS,


viene discussa l’attendibilità di tale approccio semplificato attraverso un
confronto con i risultati ottenuti dalla analisi FEM non lineari condotte nel
capitolo V sui singoli macroelementi.
Nel Capitolo VIII, I meccanismi di collasso fuori piano, viene, inizialmente,
affrontato il problema della vulnerabilità degli elementi murari rispetto ai
collassi fuori piano. Viene, quindi, analizzato il macroelemento di facciata
attraverso una disamina dei meccanismi di primo modo che si possono attivare,
stimando anche i corrispondenti moltiplicatori di collasso. Vengono, infine,
valutate le vulnerabilità delle facciate dei dieci casi di studio, sia nel caso di
cattivo ammorsamento con le pareti trasversali, sia nel caso di muri ben
ammorsati; si considera anche l’ipotesi di facciata rinforzata da presidi
costituiti da catene ortogonali alla facciata e da un telaio d’acciaio
antiribaltamento del timpano.
Nel Capitolo IX, Conclusioni, infine, si riportano le considerazioni conclusive
riguardanti i risultati ottenuti nell’applicazione degli approcci utilizzati per le
dieci chiese oggetto di studio.
CAPITOLO I

Analisi sismica degli edifici di culto

1.1 Premessa
I manufatti storici in muratura, specie se a carattere monumentale, presentano
un sufficiente livello di sicurezza alle azioni ordinarie ed un’elevata durabilità
dei materiali. Il terremoto, invece, rappresenta uno dei fattori di maggior
rischio per il nostro patrimonio storico-architettonico ed in particolare per le
chiese, in cui sono presenti grandi aule senza muri di spina, pareti snelle,
elementi spingenti di notevole luce (archi, volte, cupole) e mancano
orizzontamenti intermedi di collegamento. A tutto ciò va aggiunta una
debolezza intrinseca del materiale di costruzione; infatti, non bisogna
dimenticare che la muratura è un materiale poco resistente a stati di trazione.
L’analisi sistematica dei danni subiti dalle chiese in occasione dei principali
eventi sismici italiani, a partire da quello del Friuli (1976) fino a quelli più
recenti (Lunigiana e Garfagnana, 1995; Reggio Emilia, 1996; Umbria e
Marche, 1997; Piemonte, 2000; Molise, 2002; Piemonte, 2003; Salò, 2004), ha
evidenziato come il comportamento sismico di questa tipologia di manufatti
possa essere interpretato attraverso la loro scomposizione in porzioni
architettoniche (denominate macroelementi), caratterizzate da una risposta
strutturale sostanzialmente autonoma rispetto alla chiesa nel suo complesso
(facciata, aula, abside, campanile, cupola, arco trionfale, ecc.).
Questo è infatti l’approccio impiegato negli ultimi anni da diversi ricercatori
(Doglioni et al. 1994; Siviero et al. 1997; Zingone et al. 1999; D’Ayala 2000,
per citarne solo alcuni). In particolare, in Mele e De Luca (1999) è stata
definita ed applicata a diversi casi di studio una procedura “a due passi”, che
consiste nel sottoporre ad analisi numeriche elastiche, sia statiche che
dinamiche, l’intero complesso strutturale al fine di studiarne il comportamento
globale, determinando le caratteristiche dinamiche, le sollecitazioni e le
richieste di resistenza elastica su ciascun macroelemento, che viene
successivamente analizzato con procedure numeriche non lineari e/o con
metodi approssimati basati sulle ipotesi classiche dell’analisi limite, che
I-2 Capitolo I

permettono di valutarne la capacità sotto azioni orizzontali (si veda ad esempio


Lagomarsino et al. 1999a). Dal confronto tra la capacità e le richieste di
resistenza è possibile ricavare indicazioni circa la capacità sismica dell’intero
complesso strutturale.
Un approccio sempre basato sull’analisi dei macroelementi è stato
recentemente introdotto anche nelle Linee Guida 2006 (LL. GG. 2006) per la
valutazione e riduzione del rischio sismico del patrimonio culturale con
riferimento alle norme tecniche per le costruzioni (OPCM 3431’05), che nel
caso delle chiese, luoghi di culto ed altre strutture con grandi aule, senza
orizzontamenti intermedi, raccomandano di procedere con verifiche locali, le
quali in genere possono essere riferite ai diversi macroelementi. Secondo le
Linee Guida, sul singolo macroelemento è possibile condurre analisi statica,
lineare o non lineare, con un modello ad elementi finiti, ovvero utilizzare i
metodi di analisi cinematica, previsti peraltro per la verifica dei meccanismi
locali nell’edilizia esistente in muratura (Allegato 11.C dell’OPCM 3431’05).
Le incertezze nella scelta a priori dei meccanismi di collasso, punto critico
dell’approccio cinematico nell’ambito dell’analisi limite delle strutture, sono in
questo caso molto limitate, proprio grazie all’approfondita conoscenza sulle
modalità di danneggiamento delle chiese, derivante dal rilievo sistematico dei
danni (capitolo II).

1.2 Il modello di valutazione della sicurezza sismica proposto dalle LL.


GG. 2006
Per la valutazione della sicurezza sismica del patrimonio culturale, le LL. GG.
2006 individuano tre diversi livelli, di crescente completezza, applicabili
rispettivamente:
- LV1, per le valutazioni della sicurezza sismica da effettuarsi a scala
territoriale su tutti i beni culturali tutelati, e quindi per le chiese;
- LV2, per le valutazioni da adottare in presenza di interventi locali su
zone limitate del manufatto;
- LV3, per il progetto di interventi che modificano il funzionamento
strutturale accertato o quando venga comunque richiesta
un’accurata valutazione della sicurezza sismica del manufatto.
In tutti e tre i casi, è comunque necessario valutare quantitativamente
l’accelerazione di collasso e rapportarla a quella attesa nel sito in un prefissato
intervallo di tempo e con una prefissata probabilità di superamento
(accelerazione attesa nel sito); questo parametro è definito dalle LL. GG. 2006
indice di sicurezza sismica:
a SLU
Is = (1.1)
γI ⋅S⋅ ag
Capitolo I I-3

dove: aSLU è l’accelerazione al suolo che porta al raggiungimento dello stato


limite ultimo; γI è il coefficiente di importanza; S è il fattore che tiene conto del
profilo stratigrafico del sottosuolo di fondazione e degli eventuali effetti
morfologici; ag è l’accelerazione di riferimento nel sito (si veda il §1.10.2).

1.2.1 Livello di valutazione sismica LV1


Per il livello LV1, l’indice di sicurezza sismica Is è utile per evidenziare le
situazioni più critiche e stabilire priorità per i futuri interventi. Se
l’accelerazione di collasso risulta significativamente inferiore a quella attesa
nel sito, ciò semplicemente determina la necessità di eseguire una valutazione
più accurata, ed eventualmente intervenire in un secondo momento (infatti,
coerentemente con il concetto probabilistico di sicurezza, la struttura potrebbe
essere considerata sicura nei riguardi di un terremoto con periodo di ritorno più
breve di quello della accelerazione attesa e dunque avente accelerazione attesa
minore).
Il livello LV1 consente la valutazione dell’accelerazione di collasso attraverso
metodi semplificati, basati su un numero limitato di parametri geometrici e
meccanici o che utilizzano strumenti qualitativi (interrogazione visiva, lettura
dei caratteri costruttivi, rilievo critico e stratigrafico).
Nel caso di chiese, luoghi di culto ed altre strutture con grandi aule, senza
orizzontamenti intermedi, ferma restando la possibilità di definire modelli
semplificati specifici, le LL. GG. 2006 consentono di fare ricorso ai parametri
della scheda di rilievo del danno e della vulnerabilità riportate in Cifani et al.
(2005); l’accelerazione massima al suolo corrispondente ai diversi stati limite
(di danno (SLD) e ultimo (SLU)) può essere correlata ad un indicatore
numerico, l’indice di vulnerabilità iV, ottenuto attraverso una opportuna
combinazione di punteggi assegnati ai diversi elementi di vulnerabilità e di
presidio antisismico.
La scheda per il rilievo del danno e della vulnerabilità delle chiese è stata
utilizzata nelle emergenze sismiche a partire dal 1995; la notevole mole di dati
raccolti (oltre 4000 chiese) ha consentito, attraverso elaborazioni statistiche, di
stabilire una relazione tra l’azione sismica ed il danno, in funzione di un
parametro di vulnerabilità della chiesa. È evidente che una stima così eseguita
assume una valenza puramente statistica, ma questo approccio può essere
considerato corretto se rivolto ad un’analisi territoriale, al fine di stabilire liste
di priorità e programmare al meglio valutazioni più approfondite ed indirizzare
verso interventi di prevenzione. Peraltro, l’uso di un modello unitario, per
valutazioni di questa natura, consente un più oggettivo confronto relativo in
termini di rischio sismico.
La metodologia considera 28 meccanismi di danno, associati ai diversi
macroelementi che possono essere presenti in una chiesa. Con riferimento alla
I-4 Capitolo I

valutazione della vulnerabilità, è necessario rilevare quei particolari tipologici e


costruttivi che giocano un ruolo fondamentale nella risposta sismica del
manufatto; in particolare vengono considerati indicatori di vulnerabilità e di
presidio antisismico. Nell’Allegato C alle LL. GG. 2006 sono elencati i 28
meccanismi, unitamente ad una lista di presidi e di indicatori di vulnerabilità,
cui è possibile aggiungerne altri, in relazione agli aspetti caratteristici della
singola chiesa o del costruito nell’area geografica in esame.
Le leggi di correlazione proposte delle LL. GG. 2006 fra l’indice di
vulnerabilità rilevata tramite iV, compreso tra o e 1, e l’accelerazione di picco
al suolo sono le seguenti:
a SLD = 0.025 ⋅ 1.8 2.75−3.44⋅i V (1.2)
per lo stato limite di danno (SLD) e:
a SLU = 0.025 ⋅ 1.85.10 −3.44⋅i V (1.3)
per lo stato limite di ultimo (SLU).
Le LL. GG. 2006 sottolineano come particolare attenzione vada posta
nell’utilizzare tale modello semplificato per la stima dell’accelerazione; le
formulazioni proposte, infatti, sono tarate su base statistica e quindi non sono
in grado di esaurire la grande diversificazione tipologica nella quale le chiese
sono articolate.

1.2.2 Livelli di valutazione sismica LV2 e LV3


Per i beni culturali tutelati, è ben nota la necessità di attenersi ad interventi di
miglioramento, ovvero all’esecuzione di opere in grado di far conseguire
all’edificio un maggior grado di sicurezza rispetto alle azioni sismiche con un
livello di protezione sismica non necessariamente uguale a quello previsto per
le nuove costruzioni.
Nel caso dei manufatti architettonici di interesse storico e culturale esistono,
infatti, oggettive difficoltà a definire procedure di verifica dei requisiti di
sicurezza, analoghe a quelle applicate per gli edifici ordinari, in quanto la loro
varietà tipologica e la singolarità specifica dei “monumenti” (anche dovuta alla
storia di ogni edificio) non consentono di indicare una strategia univoca ed
affidabile di modellazione ed analisi. In queste valutazioni spesso si
riscontrano sia un’incertezza nel modello di comportamento sia un’incertezza
dei parametri del modello. Inoltre, per quanto riguarda gli interventi, non
sempre è possibile quantificarne con precisione la reale efficacia ed è
impossibile portare in conto, attraverso un procedimento esclusivamente
quantitativo, le esigenze di conservazione; ne deriva che spesso è opportuno
accettare un livello di rischio sismico più elevato rispetto a quello delle
strutture ordinarie, piuttosto che intervenire in modo contrario ai criteri di
conservazione del patrimonio culturale.
Capitolo I I-5

In ogni caso, secondo il § 11.1dell’OPCM 3431’05, è necessario calcolare i


livelli di accelerazione del suolo corrispondenti al raggiungimento di ciascun
stato limite previsto per la tipologia strutturale dell’edificio, nella situazione
precedente e nella situazione successiva all’eventuale intervento. In questo è
implicita la consapevolezza che non sempre si possono applicare ai beni
culturali tutelati le prescrizioni di modellazione e verifica indicate per gli
edifici ordinari, ma si afferma che comunque è necessario procedere ad una
valutazione del comportamento sismico complessivo del manufatto, con i
modelli ritenuti più opportuni.
Ribadito quindi che per i beni culturali tutelati è possibile derogare rispetto
all’adeguamento, dal punto di vista operativo, una possibile procedura in
applicazione ai concetti espressi dalle LL. GG. 2006 è la seguente:
- valutazione dell’indice di sicurezza sismica nella situazione attuale
(funzionamento accertato): in questa fase si dovrà tenere
debitamente conto anche di valutazioni qualitative su situazioni di
vulnerabilità riconosciute ma difficilmente quantificabili;
- valutazione dell’indice di sicurezza sismica alla quale il manufatto
può essere portato con interventi compatibili con le esigenze di
tutela delle proprie caratteristiche specifiche.
Se l’indice di sicurezza sismica raggiungibile, che tiene conto della pericolosità
del sito e della destinazione d’uso proposta, è compatibile, l’intervento di
miglioramento è pienamente soddisfacente anche dal punto di vista della
sicurezza, valutata attraverso un procedimento quantitativo.
Se l’indice di sicurezza sismica raggiungibile è inferiore a quello auspicabile,
ovvero sarebbero necessari interventi troppo invasivi, il progettista deve
giustificare l’intervento ricorrendo anche a valutazioni qualitative.
L’obiettivo delle LL. GG. 2006 è quello di evitare opere superflue, favorendo
quindi il criterio del minimo intervento, ma anche evidenziando i casi in cui sia
opportuno agire in modo più incisivo. La valutazione delle accelerazioni
corrispondenti al raggiungimento di determinati stati limite ed il successivo
confronto con l’accelerazione del suolo attesa nel sito consente infatti, da un
lato di giudicare se l’intervento progettato è realmente efficace (dal confronto
tra lo stato attuale e quello di progetto), dall’altro fornisce una misura del
livello di sicurezza sismica del manufatto a valle dell’intervento.
Gli interventi possono riguardare singole parti del manufatto o interessare
l’intera struttura.
Il livello di valutazione LV2 si applica nei casi in cui sono previsti interventi di
restauro che interessano singole parti della costruzione.
La valutazione della sicurezza sismica nell’ambito di progetti di intervento su
singoli elementi può essere eseguita facendo riferimento a modelli locali,
riferiti a porzioni strutturalmente autonome della costruzione: i macroelementi.
I-6 Capitolo I

Nel caso di interventi locali, che non modificano in modo sostanziale il


funzionamento originale accertato, sarebbe particolarmente gravoso imporre
una valutazione complessiva, estesa all’intera costruzione, specie quando
questa risulta molto articolata e l’intervento ha un impatto modesto sul
comportamento complessivo. Tuttavia, siccome l’OPCM 3431’05 richiede che
per qualsiasi intervento di miglioramento venga calcolata l’accelerazione di
collasso, relativamente al manufatto nel suo complesso, in questi casi la
valutazione della sicurezza sismica complessiva può essere stimata con gli
strumenti del livello di valutazione LV1.
Nella definizione dei macroelementi e dei meccanismi di collasso che possono
interessare la zona oggetto di intervento, è necessario considerare l’eventuale
presenza di stati di danneggiamento pregressi (specie se di origine sismica) e le
conoscenze sul comportamento di strutture simili (desunte dal rilievo
sistematico dei danni post-terremoto).
L’analisi cinematica, lineare o non lineare, rappresenta lo strumento in genere
più efficace ed agevole per tale valutazione; i risultati ottenibili possono però
essere eccessivamente cautelativi se non vengono considerati i diversi dettagli
costruttivi che determinano il comportamento reale: presenza di catene,
ammorsamento tra murature ortogonali, tessitura muraria, condizioni di vincolo
degli orizzontamenti.
Per ciascun macroelemento analizzato, il confronto tra le accelerazioni allo
stato limite ultimo prima e dopo l’intervento consente di esprimere un giudizio
sul grado di miglioramento conseguito, evidenziando l’inutilità di alcuni
interventi, nel caso in cui il margine di miglioramento fosse modesto rispetto al
negativo impatto dell’intervento in termini di conservazione. Inoltre,
considerando l’accelerazione massima al suolo di riferimento nel sito, è
possibile valutare l’effettiva necessità degli interventi; infatti, negli elementi in
cui l’accelerazione allo stato limite ultimo fosse già superiore a quest’ultima,
non sarebbe necessario procedere al miglioramento sismico di quella parte.
Il livello di valutazione LV3, invece, considera la sicurezza sismica della
costruzione nel suo complesso, ovvero l’accelerazione del suolo che porta allo
stato limite ultimo la costruzione nel suo complesso o singole sue parti
significative (macroelementi). Il livello LV3 deve essere adottato nella
progettazione di interventi che modifichino il funzionamento accertato della
costruzione e, comunque, quando il restauro riguarda un edificio di tipo
strategico, per l’importanza sociale di conoscere in modo attendibile la
sicurezza di tali strutture.
La verifica complessiva della risposta sismica del manufatto non richiede
necessariamente il ricorso ad un modello globale della costruzione, ma è
possibile procedere alla scomposizione della struttura in parti (macroelementi),
a condizione che venga valutata la ripartizione delle azioni sismiche tra i
diversi sistemi strutturali, in ragione delle diverse rigidezze e dei collegamenti
Capitolo I I-7

tra le stesse; secondo le LL. GG. 2006, tale ripartizione può essere operata
anche in modo approssimato, purché venga garantito l’equilibrio nei riguardi
della totalità delle azioni orizzontali. La valutazione può quindi essere eseguita
con gli stessi metodi utilizzati al livello LV2, ma sistematicamente su ciascun
elemento della costruzione.
Confrontando i valori ottenuti nei diversi macroelementi si può evidenziare
l’inutilità di alcuni interventi: a) se il margine di miglioramento è modesto
rispetto all’impatto dell’intervento sulla conservazione; b) per l’eccessiva
sicurezza fornita ad alcuni macroelementi rispetto agli altri.
Nel caso particolare delle chiese, per quanto detto in precedenza, risulta
scarsamente significativo assumere un comportamento unitario e
complessivo1.1; pertanto, in tale ottica, la necessità di operare un’analisi
complessiva LV3 (valutazione complessiva della risposta sismica del
manufatto) o locale LV2 (valutazione su singoli macroelementi dei meccanismi
locali di collasso), non determina una sostanziale differenza nell’approccio al
problema della modellazione.
Le linee guida, infine, specificano che, nel caso in cui l’intervento riguardi
un’area limitata (ad esempio in concomitanza con interventi di restauro su
apparati decorativi), la valutazione può limitarsi al livello LV2, risultando
superflua e problematica una valutazione complessiva della chiesa (questo
avviene in particolare per chiese di gradi dimensioni e complessità, in
concomitanza con interventi locali per i quali la disponibilità finanziaria è
limitata). L’analisi, pertanto, può essere effettuata a livello del singolo
macroelemento sul quale si interviene, con lo scopo di controllare l’efficacia
dell’intervento (confronto tra sicurezza prima e dopo) e la congruità rispetto
alla pericolosità del sito. In questi casi, essendo la valutazione della capacità
dell’intero organismo comunque richiesta, è possibile adottare un metodo
semplificato (LV1), quale ad esempio quello proposto dalle stesse linee guida.

1.3 La procedura di analisi sismica “a due passi”


L’approccio metodologico proposto da Mele e De Luca (1999) ed applicato a
diversi casi di studio da Giordano (2001) e Romano (2005) consiste:
- nell’effettuare analisi statiche e/o dinamiche in campo lineare di
modelli tridimensionali agli elementi finiti delle chiese, con
l’obiettivo di determinare l’andamento della distribuzione delle

1.1
Secondo le LL. GG. 2006, solo nel caso delle chiese a pianta centrale, dotate in genere di
uno o più assi di simmetria in pianta e di una omogeneità costruttiva e buona connessione tra
gli elementi, è significativo procedere attraverso un modello complessivo della costruzione
(lineare o non lineare), valutando ad esempio la curva di capacità attraverso un’analisi
incrementale a collasso. In ogni caso si dovranno verificare tutti gli effetti dovuti alle azioni
spingenti di archi, volte e coperture.
I-8 Capitolo I

sollecitazioni tra i diversi macroelementi strutturali costituenti i


complesso edilizio (primo passo);
- per ciascun macroelemento vengono poi effettuate analisi
cinematiche lineari e/o analisi statiche non lineari agli elementi
finiti al fine di determinarne la capacità di resistenza e di
deformazione per azioni nel piano e fuori piano (secondo passo).
Il confronto tra le richieste, determinate nel primo passo, e le capacità, valutate
nel secondo step, consente di valutare la vulnerabilità sismica del
macroelemento e, per estensione, dell’intera chiesa.
Per dare un quadro, il più possibile dettagliato, delle operazioni necessarie alla
corretta applicazione dell’analisi “a due passi”, in relazione anche alle
specificità delle strutture monumentali in muratura, nei paragrafi che seguono
verranno illustrate le condizioni ed i limiti di utilizzo delle analisi statiche
lineari e dinamiche modali (da applicare nel passo 1) e delle analisi
cinematiche e statiche non lineari (da applicare nel passo 2).

1.4 Analisi statica lineare


L’azione sismica di riferimento al suolo, per lo stato limite ultimo, viene in
questo caso ridotta attraverso il fattore di struttura, per consentire una verifica
in campo elastico; in questo modo si tiene implicitamente conto delle ulteriori
capacità di spostamento, una volta raggiunta la resistenza limite, prima che la
struttura arrivi allo stato limite ultimo. Le LL. GG. 2006 evidenziano che
l’applicazione di questo metodo, nel caso di edifici storici, può risultare
problematica per la difficoltà di definire appropriati fattori di struttura, con
possibili conseguenze sulla definizione degli interventi.
Nel caso di un’analisi elastica lineare ad elementi finiti, il modello deve essere
sottoposto ad un sistema di forze orizzontali, la cui entità complessiva è
definita nell’OPCM 3431’05 (punto 4.5.2). Tali forze possono essere
distribuite in ragione della quota delle diverse masse, in accordo con quanto
indicato nell’Ordinanza, solo nel caso di costruzioni assimilabili dal punto di
vista strutturale ad un edificio ordinario. Negli altri casi (e quindi per le
chiese), le LL. GG. 2006 suggeriscono di assumere:
a) una distribuzione di forze proporzionale alle masse;
b) una distribuzione di forze proporzionale al principale modo di
vibrazione nella direzione di analisi, stimato sulla base della
distribuzione delle rigidezze e delle masse nei diversi elementi ed
eventualmente corretto con procedimenti iterativi.
Il periodo di vibrazione può essere stimato con la formula indicata
nell’Ordinanza solo nel caso di strutture assimilabili ad edifici; per le altre
strutture deve essere stimato con formule opportune o ricavato a partire dalla
Capitolo I I-9

forma modale principale, adottando, per i materiali, i valori dei moduli elastici
fessurati.
Il valore da assumersi per il fattore di struttura deve essere giustificato dalle
capacità di spostamento della struttura in campo fessurato, valutato sulla base
sia della tipologia di manufatto, sia della qualità costruttiva (materiali, dettagli
costruttivi, collegamenti).
Le linee guida consentono di trascurare gli effetti torsionali accidentali, a meno
che non si ritengano particolarmente significativi nel caso specifico.
È tuttavia opportuno segnalare che l’uso di un’analisi elastica lineare ad
elementi finiti ha in genere poco significato per una struttura complessa, in
quanto si ottengono valori puntuali dello stato tensionale nel materiale
muratura, da confrontarsi per la verifica con i valori caratteristici di resistenza
del materiale. Con questo tipo di analisi si riscontrano, generalmente, tensioni
di trazione, non accettabili nella muratura, o elevate tensioni di compressione,
molto influenzate dalla discretizzazione in elementi finiti (concentrazioni
tensionali negli spigoli). Le verifiche puntuali potrebbero quindi non essere
soddisfatte anche in condizioni che nella realtà sono sicure, a seguito di una
locale ridistribuzione tensionale nelle aree interessate.

1.5 Analisi dinamica lineare


L’analisi dinamica modale viene condotta attraverso un modello elastico
lineare (ad esempio ad elementi finiti) e quindi la sua attendibilità nella
valutazione del comportamento in condizioni limite di resistenza, per gli
antichi manufatti architettonici in muratura, è spesso limitata. Infatti, nel caso
di strutture complesse, le analisi lineari possono essere utilmente applicate solo
quando, dal confronto tra domanda e capacità, emerge che l’escursione in
campo non lineare è modesta.
L’analisi modale può essere utilizzata per valutare il modo principale di
vibrazione in ciascuna direzione (quello cui corrisponde il massimo valore del
coefficiente di partecipazione) e determinare quindi un’attendibile
distribuzione di forze da adottare nell’analisi statica lineare. Più discutibile è,
invece, considerare il contributo dei modi superiori, che hanno poco significato
per una struttura caratterizzata da un comportamento non lineare dei materiali
già per valori modesti dell’azione orizzontale.
L’analisi modale con spettro di risposta, che presuppone il principio di
sovrapposizione degli effetti e regole di combinazione modale calibrate su
strutture a telaio, non dovrebbe quindi ritenersi attendibile, specie nel caso di
strutture complesse, caratterizzate da trasformazioni e fasi costruttive
differenti.
L’analisi dinamica modale può essere utilizzata con maggiore confidenza in
presenza di strutture flessibili e strutturalmente ben modellabili, come ad
I-10 Capitolo I

esempio le torri, i campanili o altre strutture a prevalente sviluppo verticale. In


questi casi possono risultare importanti i contributi dei modi superiori. Restano
tuttavia inalterate le difficoltà di determinare opportuni fattori di struttura e fare
riferimento a verifiche puntuali dello stato di sollecitazione.

1.6 Analisi statica non lineare


L’analisi statica non lineare consiste nella valutazione del comportamento
sismico della struttura (legame forza-spostamento generalizzato) ed in
particolare della capacità di spostamento allo stato limite ultimo, da
confrontarsi con lo spostamento richiesto dal terremoto, valutato in termini
spettrali. Tale analisi può essere eseguita con un modello che rappresenti il
comportamento globale della costruzione o attraverso modelli di sottostrutture
(i macroelementi), operando verifiche locali.
Nel caso dell’analisi statica non lineare, la curva di capacità della struttura può
essere derivata dal legame forza-spostamento generalizzato, ottenuto attraverso
un’analisi incrementale, per esempio con il metodo degli elementi finiti,
utilizzando legami costitutivi non lineari e, se necessario, considerando la non
linearità geometrica. L’analisi consiste nell’applicare i carichi gravitazionali ed
un sistema di forze orizzontali, che vengono scalate, mantenendo invariati i
rapporti relativi tra le stesse, in modo da far crescere monotonamente lo
spostamento orizzontale di un punto di controllo, fino al raggiungimento delle
condizioni ultime. In presenza di costruzioni fortemente irregolari, la
distribuzione di forze inizialmente adottata potrebbe non essere più
significativa per la struttura danneggiata; in questi casi è possibile fare ricorso
ad analisi di tipo adattivo, aggiornando progressivamente la distribuzione di
forze (si veda ad esempio Avossa et al. 2007).
Nel caso dei beni architettonici, la varietà delle geometrie e dei sistemi
costruttivi rende impossibile definire a priori le caratteristiche di una
distribuzione di forze statiche equivalenti al sisma. Secondo l’OPCM 3431’05
e le LL. GG. 2006, l’analisi può, ad esempio, essere eseguita considerando due
distinte distribuzioni di forze:
a) una distribuzione di forze proporzionale alle masse;
b) una distribuzione di forze analoga a quella utilizzata per l’analisi statica
lineare, ovvero proporzionale al principale modo di vibrazione nella
direzione di analisi (nel caso di edifici, è possibile assumere un modo
lineare con l’altezza).
Per quanto riguarda l’individuazione della capacità di spostamento ultimo, nel
caso in cui il modello sia in grado di descrivere una risposta strutturale con
degrado della resistenza (softening), grazie a legami costitutivi dei materiali
particolarmente sofisticati e/o condizioni limite sugli spostamenti dei singoli
elementi strutturali, esso sarà definito in corrispondenza di una riduzione della
Capitolo I I-11

reazione massima orizzontale pari al 20%; nel caso invece siano utilizzati un
legame elastico non lineare, quale è il modello di solido non resistente a
trazione, o legami di tipo elastico perfettamente plastico, l’analisi sarà portata
avanti fino a spostamenti significativi, senza la necessità di definire uno
spostamento limite ultimo. In entrambe le situazioni, al crescere dello
spostamento del nodo di controllo dovrà essere valutata la compatibilità a
livello locale in termini di fenomeni di crisi locale (sfilamento delle travi,
perdita di ingranamento tra i conci murari, ecc.).
La conversione del legame forza-spostamento generalizzato in sistema bi-
lineare equivalente e la corrispondente valutazione della risposta massima in
spostamento potranno essere effettuate con procedimento analogo a quanto
indicato nell’OPCM (punti 4.5.4, 8.1.5.4 e 8.1.6). Considerata la difficoltà di
definire lo spostamento allo stato limite ultimo, il rapporto tra la forza di
risposta elastica e la forza massima del sistema bi-lineare equivalente non può
superare un valore massimo ammissibile, definito in base alle caratteristiche di
duttilità e dinamiche proprie di ciascuna tipologia e comunque compreso tra 3 e
6.

1.7 Analisi cinematica lineare


Nel caso in cui l’analisi sismica sia basata sulla valutazione distinta di diversi
meccanismi locali, sia per una valutazione complessiva del manufatto, sia per
una verifica nelle sole zone oggetto di intervento, è possibile utilizzare gli
strumenti dell’analisi limite, in particolare nella forma del teorema cinematico.
L’analisi cinematica lineare, come definita nell’Ordinanza (Allegato 11.C),
consiste nel calcolo del moltiplicatore orizzontale dei carichi che attiva il
meccanismo di collasso e nella valutazione della corrispondente accelerazione
sismica al suolo. Per la verifica allo SLU, tale accelerazione viene confrontata
con quella di riferimento, ridotta attraverso un opportuno fattore di struttura.
Più in dettaglio, la verifica di sicurezza prescritta dall’OPCM 3431’05 consiste
nel confronto tra:
- il valore di riferimento dell’accelerazione, che tiene conto sia del
valore di riferimento dell’accelerazione al suolo ag, sia del tipo di
terreno (tramite S), sia, tramite un rapporto tra l’altezza Z del baricentro
delle forze peso connesse al cinematismo rispetto alla fondazione e
l’altezza H dell’edificio rispetto alla fondazione, dell’amplificazione
dell’azione sismica legata alla struttura stessa;
e
- l’accelerazione spettrale a*o che attiva il meccanismo. Tale valore si
ottiene dal moltiplicatore orizzontale limite d’attivazione λ mediante la
seguente equazione:
I-12 Capitolo I

n+m
λ ⋅ ∑ Pi
λ⋅g
a *o = i =1
*
= (1.4)
M e*
dove: g è l’accelerazione di gravità; e* è la frazione di massa
partecipante della struttura; n+m è il numero delle forze peso Pi
applicate le cui masse, per effetto dell’azione sismica, generano forze
orizzontali sugli elementi della catena cinematica; M* è la massa
partecipante al cinematismo, che può essere valutata considerando gli
spostamenti virtuali orizzontali δx,i dei punti di applicazione dei diversi
pesi Pi, associati al cinematismo, come una forma modale di vibrazione:
2
⎛ n +m ⎞
⎜ ∑ Pi ⋅ δ x ,i ⎟
M * = ⎝ i =1 n+m
⎠ (1.5)
g ⋅ ∑ Pi ⋅ δ 2
x ,i
i =1
La massa partecipante risulta inferiore alla massa totale del sistema e
tiene conto del fatto che, durante l’azione sismica, non tutta la massa
viene attivata.
Più in dettaglio, la verifica di sicurezza nei confronti dello stato limite
considerato è soddisfatta qualora l’accelerazione spettrale di attivazione del
meccanismo a*o sia superiore all’accelerazione dello spettro elastico, valutata
per T=0, opportunamente amplificato per considerare la quota della porzione di
edificio interessata dal cinematismo:
ag ⋅S ⎛ Z⎞
a *o ≥ a sisma = ⋅ ⎜ 1 + 1 .5 ⋅ ⎟ (1.6)
q ⎝ H⎠
A parere di chi scrive, pertanto, nell’applicazione dell’analisi cinematica
lineare, come definita nell’Allegato 11.C dell’OPCM 3431’05, non è
sufficiente limitarsi ad individuare il meccanismo di collasso cui corrisponde il
moltiplicatore orizzontale minimo λmin per poi effettuare la verifica mediante
l’Eq. (1.6). In tal caso, infatti, si terrebbe in conto solo della capacità del
macroelemento di resistere alle azioni orizzontali, senza considerare la
domanda del sisma asisma, che per lo stesso macroelemento varia, al variare del
cinematismo, con l’altezza Z.
Appare quindi più corretto effettuare la verifica nei riguardi dei meccanismi
locali di collasso, considerando, tra tutti i cinematismi possibili, quello cui
corrisponde, in luogo di λmin, il minimo valore Γmin del rapporto:
Capitolo I I-13

a *o λ
Γ= = (1.7)
a sisma * ag S ⎛ Z⎞
e ⋅ ⋅ ⋅ ⎜1 + 1.5 ⋅ ⎟
g q ⎝ H⎠
Tale rapporto è indicativo della vulnerabilità del macroelemento alle azioni
orizzontali.
È bene osservare che l’applicazione dell’analisi cinematica lineare al caso di
edifici storici può risultare problematica per la difficoltà di definire appropriati
fattori di struttura. L’OPCM 3431’05, in particolare, suggerisce un valore del
coefficiente di struttura q uguale a 2 per la verifica allo stato limite ultimo
(SLU) e pari a 1.5 per lo stato limite di danno (SLD)1.2.
Dal confronto fra i valori Γmin calcolati per i diversi macroelementi di una
costruzione, è possibile individuare il macroelemento maggiormente
vulnerabile; il corrispondente valore dell’accelerazione spettrale di attivazione
può essere interpretato come rappresentativo della vulnerabilità globale
dell’edificio.

1.8 Analisi cinematica non lineare


In alternativa al metodo degli elementi finiti, anche nel caso di un’analisi non
lineare è possibile fare ricorso all’analisi limite, attraverso un’analisi per
cinematismi di collasso, assegnando incrementalmente al cinematismo
configurazioni variate in spostamenti finiti di entità crescente. Questa prende il
nome di analisi cinematica non lineare e consente di valutare le capacità di
spostamento del sistema dopo che il meccanismo si è attivato. La procedura per
la determinazione del sistema bi-lineare equivalente e per la valutazione della
risposta massima in spostamento (diverse rispetto al caso dell’analisi statica
non lineare) è descritta nell’Allegato 11.C dell’Ordinanza.
Applicando il Principio dei Lavori Virtuali in alcune configurazioni variate del
cinematismo (una se è possibile seguire una via semplificata) si ottiene
l’andamento del moltiplicatore di collasso al variare dello spostamento dk di un
punto di controllo. La configurazione variata si ottiene imponendo uno stato di
spostamento (rotazione) virtuale finito al sistema di blocchi rigidi. Questo può
tener conto degli effetti di azioni esterne (per esempio, catene metalliche a
ritegno dal ribaltamento) e interne (per esempio, ingranamento tra i blocchi
della muratura).
La corrispondente curva di capacità deriva dalla trasformazione del
comportamento strutturale in quello di un oscillatore non lineare equivalente,

1.2
Secondo l’Ordinanza, la verifica di sicurezza nei riguardi dello SLD è auspicabile, ma non
obbligatoria, in quanto l’insorgere di fessurazioni non gravi che corrisponde a questo stato
limite non interessa l’intera struttura e quindi può essere ritenuta ammissibile.
I-14 Capitolo I

ottenendo un andamento dell’accelerazione spettrale a* che rappresenta la


resistenza al variare dello spostamento spettrale d* dell’oscillatore semplice.
La verifica di sicurezza per lo Stato limite di danno (SLD) è la stessa descritta
nell’analisi lineare.
La capacità ultima di spostamento du* è definita su una curva di capacità che
tiene conto delle sole azioni che si possono considerare persistenti fino al
collasso (o in alternativa, da un valore di spostamento che implichi collassi
locali, per esempio, sfilamento dei solai dagli appoggi). Questa proposta fa sì
che siano determinate due curve di capacità, una che tenga conto di eventuali
azioni esterne e interne e un’altra che consideri solo quelle persistenti a
collasso: le verifiche andranno effettuate sulla prima, calcolando, però, la
capacità ultima di spostamento d * sulla seconda (Figura 1.1).

ao* (a)
a'o* (b)

du*=0.4d'o* d'o* do* d*


Figura 1.1: Calcolo dello spostamento ultimo per un meccanismo locale: (a) esempio
di curva di capacità con effetto di tutte le eventuali forze esterne e interne; (b) con
effetto delle sole forze esterne e interne persistenti a collasso.

La verifica di sicurezza per lo stato limite ultimo consiste nel confronto tra il
valore du* ottenuto per la capacità e il valore di riferimento per la domanda.
Quest’ultimo è valutato attraverso uno spettro analogo a quello utilizzato per la
verifica degli elementi non strutturali (Punto 4.9 dell’OPCM 3431’05), in
corrispondenza di un periodo secante. L’utilizzo di un periodo secante per la
definizione della domanda di spostamento deriva da considerazioni di carattere
dinamico, che non emergono dal metodo dell’analisi limite dell’equilibrio.
Infatti, in meccanismi di danno in cui il fenomeno di ribaltamento sia
prevalente, la struttura mostra un comportamento dinamico quasi elastico non
lineare, con bassa dissipazione isteretica e degrado limitato. Questo
comportamento fa sì che il modo generale di valutazione del performance point
non colga appropriatamente alcuni parametri della risposta dinamica,
soprattutto in un determinato intervallo di spostamenti. Per una ben
Capitolo I I-15

approssimata valutazione di queste grandezze (in particolare lo spostamento


massimo del sistema, che rappresenta la domanda del terremoto) dallo spettro
di risposta, risulta necessario, quindi, eseguire il calcolo in corrispondenza di
un periodo secante, che dipende dalla capacità ultima di spostamento du* del
sistema equivalente.
Ulteriori indicazioni su tale tipo di analisi sono riportate in Cifani et al. (2005),
Cattari et al (2005), Giovinazzi et al. (2006) e Guadagnuolo et al. (2007).

1.9 Conoscenza dell’edificio e identificazione dei livelli di conoscenza e


dei fattori di confidenza
La conoscenza della costruzione storica in muratura è un presupposto
fondamentale sia ai fini di una attendibile valutazione della sicurezza sismica
attuale, sia per la scelta di un efficace intervento di miglioramento. Le
problematiche sono quelle comuni a tutti gli edifici esistenti, anche se nel caso
del patrimonio culturale tutelato, data la sua rilevanza, è ancora più critica
l’impossibilità di conoscere i dati caratterizzanti originariamente la fabbrica, le
modifiche intercorse nel tempo dovute ai fenomeni di danneggiamento
derivanti dalle trasformazioni antropiche, dall’invecchiamento dei materiali e
dagli eventi calamitosi; inoltre, l’esecuzione di una completa campagna di
indagini può risultare troppo invasiva sulla fabbrica stessa.
Si ha pertanto la necessità di affinare tecniche di analisi ed interpretazione dei
manufatti storici mediante fasi conoscitive dal diverso grado di attendibilità,
anche in relazione al loro impatto. La conoscenza può infatti essere conseguita
con diversi livelli di approfondimento, in funzione dell’accuratezza delle
operazioni di rilievo, delle ricerche storiche e delle indagini sperimentali. Tali
operazioni saranno funzione degli obiettivi preposti ed andranno ad interessare
tutto o in parte l’edificio, a seconda della tipologia dell’intervento previsto. Lo
studio delle caratteristiche della fabbrica è teso alla definizione di un modello
interpretativo che consenta, nelle diverse fasi della sua calibrazione, sia
un’interpretazione qualitativa del funzionamento strutturale, sia l’analisi
strutturale per una valutazione quantitativa. Il grado di attendibilità del modello
è strettamente legato al livello di approfondimento ed ai dati disponibili. Da
questo punto di vista, nelle LL. GG. 2006 vengono introdotti diversi livelli di
conoscenza, ad approfondimento crescente, al quale sono legati fattori di
confidenza da utilizzare nell’analisi per la valutazione dello stato attuale e a
seguito degli eventuali interventi.
Il percorso della conoscenza può essere ricondotto alle seguenti attività:
- l’identificazione della costruzione, la sua localizzazione in relazione
a particolari aree a rischio, ed il rapporto della stessa con il contesto
urbano circostante; l’analisi consiste in un primo rilievo schematico
del manufatto e nell’identificazione di eventuali elementi di pregio
I-16 Capitolo I

(apparati decorativi fissi, beni artistici mobili) che possono


condizionare il livello di rischio;
- il rilievo geometrico della costruzione nello stato attuale, inteso
come completa descrizione stereometrica della fabbrica, compresi
gli eventuali fenomeni fessurativi e deformativi;
- l’individuazione della evoluzione della fabbrica, intesa come
sequenza delle fasi di trasformazione edilizia, dall’ipotetica
configurazione originaria all’attuale;
- l’individuazione degli elementi costituenti l’organismo resistente,
nell’accezione materica e costruttiva, con una particolare attenzione
rivolta alle tecniche di realizzazione, ai dettagli costruttivi ed alle
connessioni tra gli elementi;
- l’identificazione dei materiali, del loro stato di degrado, delle loro
proprietà meccaniche;
- la conoscenza del sottosuolo e delle strutture di fondazione, con
riferimento anche alle variazioni avvenute nel tempo ed ai relativi
dissesti.
In considerazione delle specifiche modalità di analisi strutturale dei
meccanismi di collasso dei manufatti storici in muratura, le indagini
conoscitive devono concentrarsi prevalentemente sull’individuazione della
storia del manufatto, sulla geometria degli elementi strutturali, sulle tecniche
costruttive e sui fenomeni di dissesto e di degrado.
D’altra parte, le difficoltà connesse con la conoscenza, anche in relazione alle
risorse disponibili e all’invasività delle indagini da eseguire, rendono spesso
necessario un confronto con modelli interpretativi a posteriori, basati
sull’osservazione ed accertamento del funzionamento manifestato dalla
costruzione.
Identificata la costruzione, in relazione all’approfondimento del rilievo
geometrico e delle indagini materico-costruttiva, meccanica e sul terreno e le
fondazioni, viene assunto dal progettista un fattore di confidenza FC, compreso
tra 1 e 1.35, che consente di graduare l’attendibilità del modello di analisi
strutturale e della valutazione dell’indice di sicurezza sismica.
Il fattore di confidenza si applica in modo diverso in funzione dei modelli per
la valutazione della sicurezza sismica, illustrati nei paragrafi precedenti, che
possono essere così classificati:
- modelli che considerano la deformabilità e la resistenza dei
materiali e degli elementi strutturali;
- modelli che considerano l’equilibrio limite dei diversi elementi della
costruzione, pensando il materiale muratura come rigido e non
resistente a trazione (creazione di un cinematismo di blocchi rigidi,
attraverso l’introduzione di opportune sconnessioni).
Capitolo I I-17

Nel primo caso il fattore di confidenza si applica alle proprietà dei materiali,
riducendo sia i moduli elastici sia le resistenze. I valori di partenza delle
caratteristiche meccaniche a cui applicare il fattore di confidenza, vanno
definiti negli intervalli usuali della pratica costruttiva dell’epoca, sulla base
delle risultanze del rilievo materico e dei dettagli costruttivi (per la muratura si
può far riferimento agli intervalli riportati nella Tabella 11.D.1 integrata dalla
Tabella 11.D.2 dell’Ordinanza).
Nel secondo caso, ossia di modelli di corpo rigido, nei quali la resistenza del
materiale non viene tenuta in conto, il fattore di confidenza si applica
direttamente alla capacità della struttura, ovvero riducendo l’accelerazione
corrispondente ai diversi stati limite. Qualora siano effettuate indagini sulle
proprietà meccaniche della muratura, per il fattore parziale di confidenza FC3
può essere assunto un valore più basso di 0.12 solo se la resistenza a
compressione della muratura è considerata nel modello di valutazione.
In entrambi i casi, la definizione del fattore di confidenza va riferita al
materiale/tipologia che maggiormente penalizza lo specifico meccanismo di
danno/collasso in esame.

Rilievo geometrico Rilievo materico e dei Proprietà meccaniche Terreno e fondazioni


dettagli costruttivi dei materiali
rilievo geometrico completo limitato rilievo parametri meccanici limitate indagini sul
materico e degli desunti da dati già terreno e le fondazioni, in
elementi costruttivi disponibili assenza di dati geologici e
disponibilità
d’informazioni sulle
fondazioni
FC1 = 0.05 FC2 = 0.12 FC3 = 0.12 FC4 = 0.06
rilievo geometrico esteso rilievo materico limitate indagini sui disponibilità di dati
completo, con restituzione e degli elementi parametri meccanici dei geologici e sulle strutture
grafica dei quadri costruttivi materiali fondazionali; limitate
fessurativi e deformativi indagini sul terreno e le
fondazioni
FC2 = 0.06 FC3 = 0.06 FC4 = 0.03
esaustivo rilievo estese indagini sui estese o esaustive
materico e degli parametri meccanici dei indagini sul terreno e le
elementi costruttivi materiali fondazioni

FC1 = 0 FC2 = 0 FC3 = 0 FC4 = 0

Tabella 1.1: Definizione dei livelli di approfondimento delle indagini sui diversi
aspetti della conoscenza e relativi fattori parziali di confidenza (LL. GG. 2006).

Secondo le LL. GG. 2006, il fattore di confidenza può essere determinato


definendo diversi fattori parziali di confidenza FCk (k=1÷4), sulla base dei
coefficienti numerici riportati in Tabella 1.1, i cui valori sono associati alle
quattro categorie di indagine ed al livello di approfondimento in esse
raggiunto:
I-18 Capitolo I

4
Fc = 1 + ∑ FCk (1.8)
k =1
Il rilievo geometrico deve, in ogni caso, essere sviluppato ad un livello di
dettaglio coerente con le esigenze del modello geometrico adottato nelle
valutazioni analitiche e/o delle necessarie considerazioni di tipo qualitativo.
Il rilievo materico (tipologia e tessitura delle murature, tipologia ed orditura dei
solai, struttura e riempimento delle volte, etc.) e dei dettagli costruttivi
(ammorsamenti murari, eventuali indebolimenti, entità e tipologia di appoggio
degli orizzontamenti, dispositivi di contenimento delle spinte, degrado dei
materiali etc.) deve tendere, compatibilmente con le esigenze di tutela del bene,
ad accertare le diverse tipologie costruttive presenti, la loro localizzazione e
ripetitività, con particolare attenzione a tutti gli aspetti che possono influenzare
l’innesco di meccanismi di collasso locale.
Nel caso di presenza di diversi materiali strutturali, il livello di
approfondimento ed il conseguente fattore di confidenza FC3 possono essere
riferiti al materiale o ai materiali maggiormente influenti sulla determinazione
dell’indice di sicurezza. Nel caso in cui l’analisi sismica sia basata sulla
valutazione distinta di diversi meccanismi locali, possono essere utilizzati
livelli di conoscenza e fattori parziali di confidenza relativi a ciascuna porzione
modellata.
Nel caso di valutazioni a carattere locale, quando le informazioni sul terreno e
le fondazioni non hanno alcuna relazione sullo specifico meccanismo di
collasso, il fattore di confidenza parziale FC4 può essere assunto pari a 0. Negli
altri casi, per quanto concerne la conoscenza del terreno e delle fondazioni, si
distinguono gli aspetti legati alla definizione della categoria di suolo, coinvolta
nella definizione dell’input sismico, da quelli concernenti la trasmissione delle
azioni dalla struttura al suolo (geometria delle fondazioni e parametri
geotecnici del terreno).

1.10 Azione sismica

1.10.1 Categorie di terreno di fondazione


Ai fini della valutazione dell’azione sismica si possono adottare le stesse
categorie di sottosuolo definite dall’OPCM 3431’05 per gli edifici ordinari:
A - Formazioni litoidi o suoli omogenei molto rigidi caratterizzati da valori di
Vs30 superiori a 800 m/s, comprendenti eventuali strati di alterazione
superficiale di spessore massimo pari a 5 m;
B - Depositi di sabbie o ghiaie molto addensate o argille molto consistenti, con
spessori di diverse decine di metri, caratterizzati da un graduale miglioramento
delle proprietà meccaniche con la profondità e da valori di Vs30 compresi tra
Capitolo I I-19

360 m/s e 800 m/s (ovvero resistenza penetrometrica NSPT > 50, o coesione non
drenata cu>250 kPa);
C - Depositi di sabbie e ghiaie mediamente addensate, o di argille di media
consistenza, con spessori variabili da diverse decine fino a centinaia di metri,
caratterizzati da valori di Vs30 compresi tra 180 e 360 m/s (15 < NSPT < 50,
70<cu<250 kPa);
D - Depositi di terreni granulari da sciolti a poco addensati oppure coesivi da
poco a mediamente consistenti , caratterizzati da valori di Vs30 < 180 m/s
(NSPT< 15, cu <70 kPa);
E - Profili di terreno costituiti da strati superficiali alluvionali, con valori di
Vs30 simili a quelli dei tipi C o D e spessore compreso tra 5 e 20 m, giacenti su
di un substrato di materiale più rigido con Vs30 > 800 m/s;
dove Vs30 è la velocità media di propagazione entro 30 m di profondità delle
onde di taglio e viene calcolata con la seguente espressione:
30
Vs 30 = N (1.9)
hi

i =1 Vi

Nel caso di sottosuoli costituiti da stratificazioni di terreni a grana grossa e a


grana fina ricadenti nelle classi da A ad E, quando non si disponga di misure
dirette della velocità delle onde di taglio, si può procedere come segue:
a) individuando per l’insieme delle stratificazioni delle due diverse nature,
entro la profondità H, i valori dei parametri di resistenza NSPT,30 e cu,30,
rispettivamente, per gli strati di terreno a grana grossa ed a grana fina;
b) individuando le classi corrispondenti singolarmente ai parametri NSPT,30
e cu,30;
c) riferendo il sottosuolo alla classe peggiore tra quelle individuate al
punto precedente.
Questo approccio è particolarmente utile nel caso delle valutazioni della
sicurezza sismica da effettuarsi a scala territoriale (LV1), in quanto tali
parametri sono spesso già disponibili da precedenti indagini geognostiche, nel
sito del manufatto tutelato o in siti vicini.

1.10.2 Definizione dell’accelerazione orizzontale del terreno


Allo stato, la definizione di zone sismiche, che dividono il territorio nazionale
in aree caratterizzate da diversi livelli di pericolosità sismica, è giustificata per
la sua semplicità nella progettazione di nuove strutture, ma può risultare
eccessivamente cautelativa, in molti casi, se ci si rivolge alla protezione dei
manufatti esistenti. Valori elevati dell’accelerazione orizzontale possono
indurre verso il progetto di interventi di miglioramento sismico invasivi e non
giustificati, specie nel caso di manufatti di particolare valore storico,
architettonico ed artistico.
I-20 Capitolo I

Più correttamente l’accelerazione di riferimento ag, definita come picco


dell’accelerazione orizzontale del terreno, su sottosuolo di categoria A, con
probabilità di superamento del 10% in 50 anni, a meno di più avanzati studi di
dettaglio, può essere definita a partire da specifiche mappe di pericolosità.
Il valore di riferimento per il sito può essere ottenuto sulla base di dati
disponibili di acclarato valore scientifico, utilizzando il valore corrispondente
alla coordinata geografica del manufatto o al Comune nel quale esso è situato.

1.10.3 Spettri di risposta


Il modello di riferimento per la descrizione del moto sismico è costituito dallo
spettro di risposta elastico.
Questo è definito, in relazione alle diverse categorie di sottosuolo.
Nel caso di terremoti di bassa magnitudo ed in generale per le verifiche allo
stato limite di danno, è possibile adottare, per ogni categoria di sottosuolo,
spettri differenti, definiti a partire dalle due tipologie previste dall’Eurocodice
8 (EC8’03) e dalle Norme Tecniche per le Costruzioni (DM’05).

1.10.4 Effetti di sito


Il moto sismico al suolo è fortemente influenzato dalla caratteristiche
dinamiche degli strati di terreno più superficiale e dalla morfologia del sito.
Sono stati, infatti, più volte riscontrati effetti di amplificazione del moto
sismico, sia in termini di accelerazione massima sia di contenuto in frequenza,
in presenza di depositi alluvionali particolarmente deformabili. Gli spettri di
risposta definiti per le diverse categorie di terreno di fondazione sono uno
strumento approssimato per tener conto di alcuni degli aspetti sopra citati, in
particolare dell’influenza degli strati più superficiali e più deformabili dei
terreni e della presenza di contrasti di impedenza.
Amplificazioni o deamplificazioni del moto sono state riscontrate in presenza
di diverse configurazioni morfologiche: creste, crinali, pendii, avvallamenti.
Gli effetti morfologici possono essere considerati incrementando l’azione
sismica attraverso un coefficiente di amplificazione topografica o sulla base di
studi di risposta sismica locale.
In alcuni casi potrebbe risultare opportuno analizzare gli effetti di sito in modo
più completo attraverso indagini di microzonazione sismica, nel qual caso è
possibile tener conto di fattori quali: la presenza di faglie sismogenetiche
attive, la possibilità di attivazione di spostamenti permanenti legati a frane,
liquefazione e/o densificazione.
Qualora siano eseguite determinazioni più accurate del moto sismico locale,
attraverso studi di microzonazione sismica, le norme consentono di utilizzare
spettri specifici per il sito.
Capitolo I I-21

1.10.5 Livelli di protezione sismica


Le costruzioni devono essere dotate di un livello di protezione antisismica
differenziato in funzione della loro importanza e del loro uso, e quindi delle
conseguenze più o meno gravi di un loro danneggiamento per effetto di un
evento sismico. A tale scopo l’OPCM 3431’05 definisce diverse “categorie di
importanza”, a ciascuna delle quali è associato un fattore γI, detto fattore di
importanza (Tabella 1.2). Tale fattore amplifica l’intensità della azione sismica
di progetto rispetto al valore che per essa si assume per costruzioni di
importanza ordinaria (azione sismica di riferimento). Il fattore di importanza si
applica in eguale misura all’azione sismica da adottare per lo stato limite
ultimo e per lo stato limite di danno, variando conseguentemente le probabilità
di occorrenza dei relativi eventi.

Fattore di
Categoria Edifici
importanza
Edifici la cui funzionalità durante il terremoto ha
importanza fondamentale per la protezione civile
I 1.4
(ad esempio ospedali, municipi, caserme dei
vigili del fuoco)
Edifici importanti in relazione alle conseguenze
II di un eventuale collasso (ad esempio scuole, 1.2
teatri)
Edifici ordinari, non compresi nelle categorie
III 1.0
precedenti
Tabella 1.2: Fattori di importanza definiti dall’OPCM 3431’05.

Secondo l’Ordinanza, il livello di protezione sismica richiesto per le


costruzioni esistenti, nei casi in cui si debba procedere all’adeguamento
sismico, può essere ridotto rispetto a quanto previsto per una nuova
costruzione. Nel capitolo 11 dell’OPCM 3431’05, è stabilito, infatti, che le
Regioni possono, tenuto conto della specificità delle tipologie costruttive del
proprio territorio, consentire, per gli interventi di adeguamento, un
miglioramento controllato della vulnerabilità, riducendo i livelli di protezione
sismica fino al 65% del livello previsto per le nuove costruzioni e quindi
l’entità delle azioni sismiche da considerare per i diversi stati limite, nonché il
numero degli stati limite da considerare.
Per i manufatti architettonici di interesse storico artistico, anche se rientranti
nelle categorie di importanza I o II (Tabella 1.2), le LL. GG. 2006
suggeriscono, invece, i valori del fattore di importanza γI riportati nella Tabella
1.3, per lo SLU e per lo SLD, in funzione delle tre diverse “categorie di
I-22 Capitolo I

rilevanza” (limitata, media, elevata), che possono essere definite sulla base
della conoscenza del manufatto ottenuta con la metodologia sviluppata dal
Ministero per i Beni e le Attività Culturali, attraverso un procedimento
interdisciplinare, e tre diverse “categorie d’uso” (saltuario o non utilizzato,
frequente, molto frequente.

Categoria di rilevanza
Categoria d’uso Limitata Media Elevata
γI γI γI
Saltuario 0.50 0.65 0.80
Frequente 0.65 0.80 1.00
Molto frequente 0.80 1.00 1.20
Tabella 1.3: Fattori di importanza γI per la verifica allo SLU e allo SLD dei beni
culturali tutelati (LL. GG. 2006).

1.11 Conclusioni
Per i manufatti architettonici di interesse storico e culturale è ben noto che non
sempre si possono applicare le prescrizioni di modellazione e verifica indicate
per gli edifici ordinari; è tuttavia necessario procedere ad una valutazione del
comportamento sismico complessivo del manufatto, con i modelli ritenuti più
opportuni.
Su scala territoriale ciò può farsi con metodi semplificati basati su un numero
limitato di parametri geometrici e meccanici o che utilizzano strumenti
qualitativi (interrogazione visiva, lettura dei criteri costruttivi, rilievo critico).
Sul singolo edificio, tale valutazione può farsi considerando la chiesa nella sua
interezza (modello globale) o limitando l’esame alle parti che lo costituiscono
(modello locale). Nello studio del comportamento sismico delle chiese, il
ricorso a modelli locali appare non solo la via più semplice, ma anche la più
corretta. Da qui nasce la necessità di operare per macroelementi, ovvero di
dividere la chiesa in porzioni caratterizzate da una risposta sismica
sostanzialmente autonoma (Figura 1.2), ed analizzare ciascuno di essi mediante
modelli locali.
A sua volta, lo studio del comportamento del singolo macroelemento sotto
forze orizzontali, può effettuarsi, essenzialmente, secondo due diversi livelli:
- eseguendo analisi FEM, in campo lineare e/o non lineare; tale
approccio, concettualmente più immediato, presuppone
un’approfondita conoscenza della struttura e dei materiali che la
compongono;
- utilizzando gli strumenti dell’analisi limite, in particolare nella
forma del teorema cinematico; l’analisi dei cinematismi, nel caso in
Capitolo I I-23

cui questi siano correttamente individuati, fornisce in modo molto


semplice una stima attendibile delle risorse ultime del
macroelemento.
Un altro aspetto delicato riguarda la definizione dell’azione sismica; l’utilizzo
delle indicazioni fornite dalle norme tecniche per la progettazione di edifici
nuovi può portare, infatti, verso il progetto di interventi di miglioramento
sismico invasivi e non giustificati. Per tali motivi è importante effettuare una
scelta oculata dei parametri che definiscono la forza sismica, come
l’accelerazione ag di riferimento del sito, il fattore di importanza γI, il fattore di
struttura q e il periodo di vibrazione T.

Figura 1.2: Suddivisione della chiesa in macroelementi.

In merito a quest’ultimo, si rileva che le LL. GG. 2006 evidenziano


esplicitamente che la formula semplificata indicata nell’OPCM 3431 (e nelle
NTC’07 e nell’EC8’03) può essere utilizzata solo nel caso di strutture
assimilabili ad edifici. Per le altre strutture, quali le chiese, le LL. GG. 2006
suggeriscono di valutare il periodo con formule opportune o di ricavarlo a
partire dalla forma modale fondamentale, adottando, per i materiali, i valori dei
moduli di elasticità fessurati.
I-24 Capitolo I
CAPITOLO II

I macroelementi: dall’osservazione del danno all’individuazione


dei meccanismi di collasso

2.1 Premessa
Le chiese hanno sempre presentato una elevata vulnerabilità alle azioni
sismiche come ci è testimoniato dai pesanti danni che si sono spesso verificati
a seguito di eventi storici (Figura 2.1).

Figura 2.1: Pala di Paciano, Bottega di Luca Signorelli Galleria Nazionale


dell’Umbria a Perugia.

Una tale elevata vulnerabilità è connessa a diversi fattori che influenzano il


comportamento strutturale sotto l’azione di forze orizzontali. È possibile,
infatti, distinguere una vulnerabilità intrinseca e una vulnerabilità aggiunta.
La vulnerabilità intrinseca è dovuta, da un lato, alle caratteristiche dei
materiali all’epoca disponibili, dal comportamento marcatamente fragile e dalla
praticamente nulla resistenza a trazione, dall’altro, alla complessità della
II-2 Capitolo II

struttura, che presenta spesso schemi statici di grande complessità resisi


necessari proprio per ovviare alle succitate prestazioni della muratura. Ciò
rende, peraltro, particolarmente ardua l’identificazione della azione dinamica.
La vulnerabilità aggiunta, connessa al naturale degrado dei materiali, che può
essere aggravato dalla scarsa manutenzione, come pure ai dissesti, i cui effetti
vanno spesso a sommarsi nel tempo se non opportunamente contrastati. A
questo vanno aggiunti le trasformazioni e gli interventi di consolidamento, che,
in assenza di metodologie operative scientifiche, hanno spesso prodotto effetti
peggiori di quelli che si volevano contrastare. In effetti, gli interventi sul
patrimonio monumentale negli ultimi 30 anni sono stati caratterizzati
dall’ignoranza delle tecniche costruttive che, unita alla mancanza di metodi di
calcolo adeguati, ha prodotto operazioni mirate a modificare l’effettivo schema
statico per adeguarlo a modelli più facilmente riconoscibili e trattabili. I
risultati sono spesso stati disastrosi. La Figura 2.2 mostra ad esempio il crollo
della facciata di un edificio ecclesiastico, dovuto all’incremento di azione
sismica portata dall’aumento di massa a seguito dell’adozione di un
rivestimento in betoncino armato.

Figura 2.2: Nocera Umbra. Crollo parziale di una chiesa.

Lo studio della risposta alle azioni sismiche delle strutture in muratura non può
prescindere dall’interpretazione dei quadri fessurativi riportati dai fabbricati
colpiti dai sismi del passato. Gli scenari di danno relativi a costruzioni in
muratura, denotano come il sisma non disintegri in modo disordinato gli
edifici, ma selezioni le parti strutturali e le soluzioni tecnologiche più deboli,
attivando meccanismi in molti casi facilmente prevedibili e catalogabili. I più
evidenti sono quelli dovuti ad un’insufficiente collegamento tra gli elementi
della struttura; in particolare, se le pareti non sono tra loro ben collegate nei
Capitolo II II-3

cantonali e nei martelli, se sono assenti le catene a livello degli orizzontamenti


ed i solai sono semplicemente appoggiati, le pareti più vulnerabili sono quelle
disposte ortogonalmente alla direzione del sisma, le quali risultano soggette al
ribaltamento fuori dal proprio piano, convenzionalmente indicato come “primo
modo di danno” (Giuffrè, 1993). Se, invece, le pareti presentano efficacemente
una o più delle connessioni prima indicate (cantonali, incatenamenti,
collegamento dei solai), tale meccanismo è impedito e l’azione sismica che le
sollecita viene ricondotta alle pareti ad esse ortogonali, che risultano quindi
sollecitate e si fessurano nel loro piano (“secondo modo di danno”).
Nel caso specifico delle chiese, pur nella varietà delle tecniche costruttive,
delle dimensioni e delle forme con cui si presentano le chiese d’epoche ed
importanza diverse, la fabbrica risulta quasi sempre costituita da una facciata,
un’aula (ad una o più navate), un presbiterio e un’abside; a questi elementi si
possono aggiungere il transetto, la cupola, le cappelle laterali; inoltre quasi
sempre è presente un campanile o una vela. A questa classificazione degli
elementi architettonici corrisponde in genere un comportamento strutturale in
gran parte autonomo, favorito proprio dalla tipologia di questi manufatti. Nelle
chiese sono presenti pannelli murari di grande estensione, sia
longitudinalmente che in altezza, la cui caratteristica è di essere scarsamente
collegati: ad esempio per le pareti laterali le uniche connessioni trasversali
sono rappresentate dalla facciata, dalla parete di fondo o dall’arco trionfale ed
eventualmente da archi di irrigidimento intermedi, che individuano le campate.
Oltre all’assenza di muri di spina interni, ad eccezione delle colonne e degli
archi nelle chiese a più navate, mancano anche gli orizzontamenti intermedi, o
al massimo è presente una volta.
Dal rilievo del danno alle chiese a seguito del terremoto nel Friuli (Doglioni et
al. 1994) e del terremoto in Umbria e nelle Marche (Lagomarsino 1998;
Lagomarsino et al. 1999b) è stato possibile definire una casistica, dei più
probabili meccanismi di collasso che possono interessare i vari macroelementi
tipici di una chiesa; tali meccanismi sono illustrati nei paragrafi che seguono.

2.2 Tipi di danno, modi di danno e meccanismi


Con il termine danno si indicano le evidenze fisiche attraverso le quali si
constata l’allontanamento del manufatto da una condizione iniziale e/o
precedente il verificarsi del dissesto, di cui il danno costituisce l’effetto; il
danno è perciò descritto per differenza rispetto ad una situazione reale,
precedente e documentata, registrando tutte le forme di modificazione della
conformazione e della materia presenti e osservabili in un dato momento, che
non si riscontrano nella condizione precedente.
Con tipo di danno si indicano le caratteristiche di insieme (in particolare forma
e disposizione dei danni della costruzione) alle quali è riconducibile
II-4 Capitolo II

schematicamente una data rottura; ciò allo scopo di formarne un quadro


riconoscibile e comparabile con altri: il riconoscimento del tipo di danno tende
a consentire le correlazioni tra la conformazione dell’oggetto e i meccanismi di
dissesto.
Per modo di danno si intende, invece, il particolare manifestarsi del danno sui
materiali propri della costruzione, ed è perciò maggiormente correlabile ai
caratteri costruttivi dell’oggetto danneggiato.
Al crescere dei parametri relativi alla concatenazione dei supporti murari
nell’apparecchiatura del muro e delle caratteristiche di adesione-coesione della
malta, si tenderà ad assumere il comportamento a grandi blocchi (Figura 2.3)
che sovente mantengono la propria coesione anche nel crollo; al decrescere di
tali parametri si tenderà al comportamento a maceria minuta, che nel crollo
porta a discretizzare la muratura in elementi di dimensione non superiore a
quella dei blocchi che la costituiscono (Figura 2.4).

Figura 2.3: Comportamento “a grandi blocchi”.


Capitolo II II-5

Figura 2.4: Danno “a maceria minuta”.

Quanto al tipo di sollecitazione, le tensioni derivanti dal taglio inducono nel


ciclo alternato lesioni più diffuse e discretizzazione in elementi di minore
dimensione di quanto non si ha, invece, nelle murature soggette a sola trazione.
Con il termine dissesto si indica l’allontanamento o la perdita (parziale o totale)
di una condizione di stabilità precedente.
Il processo di dissesto descrive la dinamica temporale di tale allontanamento.
Il meccanismo, infine, rappresenta la ricostruzione schematica del cinematismo
costituito dal procedere delle discretizzazioni di parti del macroelemento e
degli spostamenti relativi, connessi a vettori di spostamento, riconoscibili
nell’arco di tutto il processo di dissesto; può interessare un macroelemento nel
suo insieme (meccanismo principale) oppure una parte di esso (meccanismo
secondario).
Il meccanismo è unitario o semplice se l’intero processo è legato all’evoluzione
di un solo meccanismo; è composito se costituito da un meccanismo principale,
ossia da un solo meccanismo che interessa la struttura nel suo insieme, e da
uno o più meccanismi secondari, che coinvolgono parti limitate del
macroelemento, il cui dissesto non sia totalmente riconducibile al meccanismo
principale.
Il meccanismo complesso è il risultato della sovrapposizione ed interazione di
più meccanismi che interessano la struttura nel suo insieme, anche attivati in
tempi distinti.
Il concetto stesso di meccanismo tende a rappresentare il comportamento
sismico delle parti di manufatto in analogia a quello di blocchi rigidi, una volta
avvenuta la discretizzazione iniziale del macroelemento. In realtà, una simile
risposta è riscontrabile solo in alcuni tipi di muratura, ad alta coesione propria,
II-6 Capitolo II

in cui il danno è costituito da un numero limitato di lesioni di grande


dimensione e tende ad allontanarsi da tale condizione al ridursi delle
caratteristiche coesive dei pannelli murari, per andare verso un quadro che
facilita deformazioni e danni diffusi (Doglioni et al. 1994).

2.3 Meccanismi di collasso per i macroelementi


A seguito degli eventi sismici che periodicamente si sono succeduti nel nostro
paese, è stata sempre raccolta l’ampia documentazione riassumente i danni, i
dissesti e i crolli che hanno investito ogni tipo di manufatto e quindi, anche le
chiese.
Conseguentemente alla raccolta di queste documentazioni, sono state sempre
individuate le modalità di danno che hanno coinvolto i vari elementi strutturali.
Ciò ha reso possibile effettuare delle analisi statistiche che hanno consentito di
poter associare ogni elemento strutturale costituente un edificio ecclesiastico
con i dissesti e i meccanismi da cui è interessato in caso di un terremoto,
ritenendo che questi siano gli stessi che si verificheranno con una certa
probabilità sufficientemente alta in macroelementi dello stesso tipo.
Per quanto riguarda le modalità con le quali vengono estrapolati i singoli
elementi dal contesto globale, lo spirito è quello di isolare, a seguito dei
fenomeni che si verificano a causa di un terremoto, le zone entro le quali sono
rappresentabili compiutamente i meccanismi di danno, con le relative fasce di
sovrapposizione.
Prima di descrivere i diversi macroelementi ed i meccanismi di danno che li
interessano quando essi sono sottoposti ad una azione sismica, è doveroso
sviluppare alcune considerazioni di carattere generale relativamente ai modi di
danno che sono valide per tutti i macroelementi: in caso di murature realizzate
con pietrame di piccole dimensioni, ciottoli e malta di scarsa qualità, la
tendenza constatata è quella al lesionamento diffuso che interessa vaste
porzioni dei pannelli murari, per cui si ha la perdita di coesione della muratura
e difficilmente è possibile osservare delle lesioni chiaramente leggibili.
Viceversa, in presenza di una muratura di buone caratteristiche meccaniche (es.
pietre squadrate, blocchi di tufo), il meccanismo più frequente è caratterizzato
dalla formazione di blocchi rigidi in cui il lesionamento si verifica con poche
lesioni isolate ben distinguibili che suddividono gli elementi murari in parti
anche di notevoli dimensioni, che mantengono la loro integrità.
Nei paragrafi che seguono sono esaminati gli elementi più significativi che si
possono estrarre dall’edificio globale con i relativi meccanismi di danno. In
particolare, verranno illustrati alcuni esempi di possibili meccanismi di danno
sismico, in relazione alle tipologie architettoniche più frequenti. Alcuni sono
esemplificati sotto forma di cinematismo di collasso, mentre per altri è
semplicemente indicato un plausibile andamento delle lesioni
Capitolo II II-7

2.3.1 Facciata
Il macroelemento facciata è costituito dal pannello murario di facciata ed ha
come zone di sovrapposizione una parte delle pareti laterali, in caso di chiese
ad aula unica, ed anche parte delle pareti della navata centrale in caso di chiese
a tre navate.
L’elemento di facciata varia notevolmente da una chiesa all’altra, vuoi per la
forma, vuoi per gli elementi adiacenti, la distribuzione delle aperture,
discontinuità presenti nella muratura, variazioni di altezza all’innesto con le
navate laterali per le chiese a tre navate, presenza del campanile.
La presenza di questi elementi distintivi tra i vari tipi di facciata influenza, è
ovvio, anche i meccanismi di danno e la distribuzione delle lesioni all’interno
del macroelemento.
In generale, è possibile effettuare la divisione in classi tipologiche
dell’elemento facciata riportata in Figura 2.5.
Chiese ad aula unica:
A) facciata con assenza di fori oltre il portale di ingresso;
B) facciata con fori allineati lungo l’asse di simmetria principale;
C) facciata con presenza di volta strutturale nel corpo dell’aula;
D) facciata con presenza di volta strutturale all’interno dell’aula.
Chiese a tre navate:
E) facciata con fori allineati lungo l’asse di simmetria principale;
F) facciata con fori in asse e fori a quota inferiore.
Chiese con campanile adiacente alla facciata:
G) facciata addossata al campanile con continuità (complanare);
H) facciata e campanile addossati in piani sfalsati;
I) facciata con campanile realizzato su muri d’ambito.
Un’altra classificazione della facciata può farsi in base alla forma del prospetto,
per la quale sono state individuate le seguenti tipologie (Cocina et al. 1999):
1) a capanna;
2) a salienti;
3) rettangolare;
4) rettangolare con timpano.
La Figura 2.6 presenta alcuni esempi di tipologie di facciate in base al
prospetto.
II-8 Capitolo II

Figura 2.5: Diverse tipologie di facciate.


Capitolo II II-9

Figura 2.6: Tipologie di facciate in base al prospetto.

Considerando il profilo della sezione di base, invece, è possibile individuare le


seguenti tre tipologie (Cocina et al. 1999):
A) rettilinee;
B) concave;
C) convesse.
Inoltre, per le sezioni di base rettilinee è prevista un’ulteriore suddivisione, che
considera l’eventuale presenza di irrigidimenti:
A1) rettilinee semplici;
A2) rettilinee con paraste;
A3) rettilinee con colonne;
A4) rettilinee con semicolonne.
La Figura 2.7 mostra un esempio per ciascuna tipologia individuata.
II-10 Capitolo II

Figura 2.7: Tipologie di facciate in base alla sezione di base.

Per la facciata si sono individuati tre gruppi di meccanismi di collasso: il


ribaltamento verso l’esterno della facciata o del solo timpano e la rottura a
taglio per azioni nel piano della facciata. Nei paragrafi che seguono si
prendono in considerazione, per ciascuno di essi, diverse tipologie geometriche
e costruttive ed i relativi meccanismi di collasso più significativi.

2.3.1.1 Ribaltamento della facciata


I meccanismi di danno che più frequentemente si osservano relativamente alla
facciata di un edificio ecclesiastico in occasione di un evento sismico sono
imputabili ad azioni fuori dal piano ed interessano, il più delle volte, le zone di
estremità delle pareti laterali.
In presenza di ammorsamento2.1 scadente con le pareti laterali, i casi di
ribaltamento osservati presentano lesioni ad andamento verticale, in prossimità
del cantonale, tra la facciata e i muri perimetrali. In tal caso, il meccanismo di
ribaltamento globale è caratterizzato dalla formazione di una cerniera
orizzontale in corrispondenza della base della facciata (Figura 2.8).

2.1
Per ammorsamento si intende il grado di mutuo ingranamento tra la facciata e le pareti di
navata della chiesa.
Capitolo II II-11

Figura 2.8: Ribaltamento globale della facciata in presenza di ammorsamento


scadente con le pareti laterali.

In presenza di aperture nel portale e finestre ai lati di questo, si può creare un


piano di debolezza che costituisce una linea preferenziale per la formazione
della lesione. In tal caso si parla di meccanismo di ribaltamento parziale della
facciata (Figura 2.9).

Figura 2.9: Ribaltamento parziale della facciata in presenza di ammorsamento


scadente con le pareti laterali.
II-12 Capitolo II

In presenza di buon ammorsamento tra la facciata e le pareti laterali, nel


meccanismo di ribaltamento vengono coinvolte anche porzioni di pareti
laterali. La fascia di sovrapposizione della facciata con le pareti laterali è
individuata in base alla distanza D, alla quale si innesca la lesione L, che
provoca il distacco della facciata dalle pareti laterali in un meccanismo di
apertura “a carciofo” dell’edificio (Figura 2.10).

Figura 2.10: Facciata – meccanismo di collasso.

In Doglioni et al. (1994) è stato riscontrato statisticamente che il valore del


rapporto D/H tra la distanza di innesco della lesione allo spigolo e l’altezza del
pannello è nel 90% circa dei casi variabile tra 0.1 e 0.3 e, comunque, sempre
minore di 0.5, per cui si può considerare estinta l’azione che la facciata ha sulle
pareti laterali in una zona di estensione pari alla metà dell’altezza di queste
ultime. Lo stesso vale, nella tipologia di chiese a tre navate, per le pareti della
navata centrale.
In analogia a quanto visto nel caso di cattivo ammorsamento, in funzione della
posizione della cerniera orizzontale rispetto alla quale si genera il cinematismo,
si possono avere due possibilità: ribaltamento globale (Figura 2.11) e
ribaltamento parziale (Figura 2.12).
Capitolo II II-13

Figura 2.11: Ribaltamento globale della facciata in presenza di buon ammorsamento


con le pareti laterali.

Figura 2.12: Ribaltamento parziale della facciata in presenza di buon ammorsamento


con le pareti laterali.

Nel caso del ribaltamento globale o parziale della facciata, gli indicatori di
vulnerabilità sono (Cifani et al. 2005):
- la scarsa resistenza a flessione della muratura;
- l’assenza di catene longitudinali;
II-14 Capitolo II

- l’assenza di collegamento della parte sommitale della facciata alla


copertura e alle pareti laterali per mancanza di cordolo leggero o
controventi di falda;
- l’ammorsamento scadente tra la facciata e le pareti laterali;
- la presenza di elementi spingenti (puntoni di copertura, volte, archi);
si deve infatti considerare se la facciata riceve, già in condizioni
statiche, delle spinte fuori dal piano, per la presenza di puntoni di
copertura, volte od archi;
- presenza di grandi aperture nelle pareti laterali in vicinanza del
cantonale.
Le soluzioni tecnologiche-costruttive (presidi antisismici) che possono
contrastare l’attivazione e lo sviluppo del meccanismo di danno sono (Cifani et
al. 2005):
- la presenza di catene o tiranti metallici, paralleli alle pareti
longitudinali, spesso posizionati in adiacenza del fregio laterale,
individuabile in relazione alla presenza della catena stessa o del
bolzone in facciata;
- la presenza di efficaci elementi di contrasto (contrafforti, corpi
addossati, altri edifici) che totalmente o parzialmente impediscono
la rotazione fuori dal piano della facciata;
- ammorsamento di buona qualità tra la facciata ed i muri della
navata: alcuni parametri che possono essere considerati al fine di
valutare il giudizio sull’efficacia sono: ingranamento a pettine del
cantonale; uniformità della qualità muraria delle pareti laterali e
della facciata; monoliticità trasversale della muratura in
corrispondenza del cantonale.
L’esame dello sviluppo in pianta delle facciate (Figura 2.7) suggerisce uno
spunto di riflessione. Appare intuitivamente evidente che una facciata dal
profilo concavo o convesso offra una maggiore stabilità rispetto ad una facciata
piana; la presenza di colonne collegate in sommità da grosse trabeazioni o
semplicemente l’uso di paraste o semicolonne addossate alla facciata
forniscono comunque un certo contrasto alla rotazione verso l’esterno (Cocina
et al. 1999).

2.3.1.2 Meccanismo in sommità della facciata


Il meccanismo è caratterizzato da uno spostamento fuori piano, per flessione,
della parte di sommità della facciata, corrispondente al timpano. La linea di
rottura può presentarsi suborizzontale con spostamenti di estremità a seguito
della perdita di efficacia dei vincoli laterali (Figura 2.13)
In presenza di aperture in prossimità del timpano, è favorito rispetto al
ribaltamento attorno a una cerniera cilindrica di Figura 2.13, un cinematismo
che prevede il delinearsi di una lesione verticale a partire dal vertice del
Capitolo II II-15

timpano fino all’apertura e la contemporanea formazione di due cerniere


inclinate. Tali cerniere a partire dallo spigolo in basso dell’apertura
raggiungono gli spigoli estremi della facciata in corrispondenza della quota di
imposta dell’aggetto, sia esso un aggetto a vela, un timpano o una
combinazione di entrambi (Figura 2.14).

Figura 2.13: Ribaltamento del timpano con cerniera orizzontale in corrispondenza del
colmo.

Figura 2.14: Meccanismo di rotazione della parte di sommità della facciata.


II-16 Capitolo II

Per il meccanismo di ribaltamento della parte sommitale della facciata gli


indicatori di vulnerabilità riscontrati sono (Cifani et al. 2005):
- la presenza di grandi aperture (rosone o altro);
- la presenza di una sommità a vela di grande dimensione e peso;
- la presenza di cordoli rigidi, trave di colmo in c.a., copertura
pesante in c.a.
- l’assenza di collegamenti puntuali con la copertura e di controventi
di falda (travi-catene).
I presidi antisismici che possono contrastare l’attivazione dei meccanismi in
sommità sono (Cifani et al. 2005):
- la presenza di collegamenti puntuali con la copertura (travi-catene);
- la presenza di controventi di falda (tavolato incrociato, croci di S,
Andrea, etc.);
- la presenza di cordoli leggeri (metallici reticolari, muratura armata,
c.a. sottili).

2.3.1.3 Meccanismo nel piano della facciata


Nel caso di azioni nel piano della facciata è possibile osservare la presenza di
lesioni incrociate sul piano della facciata che evidenziano l’azione di taglio
subita (Figura 2.15).

Figura 2.15: Rottura per taglio.

La presenza delle aperture devia il percorso della lesione per cui è possibile
avere altri meccanismi di collasso. In particolare, è possibile avere il
meccanismo con lesione centrale, caratterizzato dalla formazione di una lesione
verticale al centro, dove si localizza una zona di debolezza, mentre i pannelli ai
Capitolo II II-17

lati del portale si lesionano con andamento diagonale. Tale meccanismo è


tipico di facciate alte, con un grande rosone o con architrave debole sopra al
portale o con aperture tamponate tra portale e rosone che rappresentano un
indebolimento per la facciata (Figura 2.16).

Figura 2.16: Meccanismo con lesione centrale.

In presenza di aperture di dimensioni inferiori, invece, sulla parete di facciata si


può delineare una lesione con andamento sostanzialmente diagonale (Figura
2.17).
In presenza di facciate tozze, con la parte superiore compatta, la rottura a taglio
si concentra nei maschi a lato del portale. Il meccanismo che può innescarsi è
quindi caratterizzato da una lesione diagonale a taglio nei maschi murari e un
distacco dagli stessi della parte superiore della facciata, che segue la rotazione
dei piedritti traslando rigidamente come un blocco monolitico. Si tratta di un
meccanismo non molto frequente (Figura 2.18).
In presenza di buon ammorsamento tra la facciata e le pareti longitudinali, così
come fatto per i meccanismi di primo modo (§2.3.1.1), è possibile che la
rottura sia consentita soltanto a seguito della formazione di una lesione sulle
pareti laterali (Figura 2.19). La presenza di un ammorsamento non trascurabile
determina nel taglio, contrariamente ai meccanismi di primo modo, una
diminuzione del moltiplicatore di collasso; la facciata, infatti, è costretta a
portare anche le azioni dovute a tale porzione di muratura (le masse in gioco e
il contributo ribaltante che esse determinano sono, infatti, identici nei due modi
ma, nei meccanismi di secondo modo, il contributo stabilizzante diminuisce
notevolmente perchè può contare su un braccio pari soltanto a metà dello
spessore della parete).
II-18 Capitolo II

Figura 2.17: Meccanismo con lesione trasversale su tutta la facciata.

Figura 2.18: Meccanismo di rottura dei maschi murari alla base.


Capitolo II II-19

(a) (b)
Figura 2.19: (a) Meccanismo con lesione centrale e (b) meccanismo con lesione
trasversale su tutta la facciata nel caso di buon ammorsamento nei cantonali.

Sono indicatori di vulnerabilità della facciata nel proprio piano:


- la presenza di grandi aperture (anche tamponate);
- l’elevata snellezza, che può essere calcolata come il rapporto tra la
quota di colmo e lo spessore della facciata.
Tra i presidi che possono contrastare l’attivazione e lo sviluppo del
meccanismo di danno, si possono annoverare:
- le catene parallele alla parete di facciata;
- il contrasto laterale fornito da corpi addossati o facciata inserita in
aggregato; tali presidi impediscono, totalmente o parzialmente, la
rotazione fuori dal piano delle pareti laterali e conseguentemente il
meccanismo nel piano della facciata.

2.3.1.4 Altri meccanismi della facciata


L’azione fuori piano delle pareti laterali può determinare, oltre ai meccanismi
decritti in 2.3.1.1 e 2.3.1.2, la rottura per trazione del pannello murario di
facciata. Ciò causa la formazione di una linea di rottura verticale che determina
la discretizzazione del macroelemento, discretizzazione che può avvenire in
corrispondenza di discontinuità quali fori in linea, accostamenti successivi di
parti, assenza di ammorsamenti efficaci (Figura 2.20).
Un altro meccanismo di collasso possibile per il macroelemento è
caratterizzato dalla rotazione della parte di sommità della facciata. La
separazione di parte dell’angolata, dovuta all’interazione delle forze agenti su
II-20 Capitolo II

pannelli murari ortogonali, determina la rotazione fuori dal piano dell’angolata


con punto di cerniera a quota inferiore (Figura 2.21).

Figura 2.20: Traslazione del piano della facciata.

Figura 2.21: Meccanismo di rotazione della parte di sommità della facciata.


Capitolo II II-21

2.3.2 Macroelemento trasversale


Le navate delle chiese sono in genere suddivise in campate, scandite da
elementi architettonici quali paraste o colonne (Figura 2.22a); questi non sono
ovviamente solo elementi decorativi ma sono stati concepiti come parte del
sistema strutturale. Nel caso di una copertura a capriate (a vista o con volte
incannucciate), le paraste costituiscono l’appoggio alle stesse e rappresentano il
necessario aumento di sezione in presenza di un carico concentrato (Figura
2.22b). Quando nell’aula vi sono volte in muratura, tra una campata e l’altra è
in genere presente un arcone di irrigidimento; questo è indispensabile nel caso
di volte a vela o a crociera ma si riscontra anche nel caso delle volte a botte
(Figura 2.22c). Infine, un’altra frequente tipologia è quella in cui sono assenti
le capriate ed è la muratura stessa, al di sopra dell’arco, a realizzare l’appoggio
per i terzeri della copertura (Figura 2.22d).

Figura 2.22: a) Chiesa di Santa Maria Assunta a Tramonti di Sotto (UD); b)


capriata sui muri laterali; c) capriata, arcone e volta; d) arconi in muratura.

L’aula presenta, nei riguardi di un’azione sismica trasversale al suo asse, due
elementi piuttosto rigidi alle estremità: la facciata, sollecitata a taglio nel
proprio piano; l’arco trionfale, spesso irrigidito dal transetto o da corpi di
fabbrica aggiunti (sacrestia, canonica); la parte centrale è invece certamente più
deformabile, per la snellezza delle pareti laterali. Se l’aula è sufficientemente
allungata, è ragionevole assumere che la campata centrale non risenta degli
effetti di bordo e quindi possa essere analizzata autonomamente; inoltre, la
frequente presenza di aperture nelle pareti laterali contribuisce a rendere
indipendenti tra loro le campate (Figura 2.23).
Per quanto riguarda i meccanismi di collasso sismico, essi sono ovviamente
diversi a seconda della tipologia.
Nel caso di presenza della sola capriata (Figura 2.24), occorre distinguere se
questa è semplicemente appoggiata o è collegata alle pareti, attraverso bolzoni
II-22 Capitolo II

metallici, barre iniettate nella muratura o cordolo. Nel primo caso sono
possibili due distinti meccanismi: a) parete che ribalta verso l’esterno, per
l’azione inerziale conseguente al proprio peso ed a quello dall’intera porzione
di copertura, che anche se non collegata trova contrasto nella parete stessa; b)
parete che ribalta verso l’interno, solo per la propria azione inerziale.

Figura 2.23: Pianta di una campata intermedia dell’aula.

La vulnerabilità è pari al minore dei due moltiplicatori; in genere si verifica il


primo meccanismo, anche se va osservato che, per l’equilibrio globale, sulla
parete sopravvento si ha una riduzione della componente stabilizzante e,
conseguentemente, un aumento sulla parete sottovento. Se invece la capriata è
collegata si verifica un meccanismo globale (Figura 2.24c).

Figura 2.24: Meccanismi di collasso dell’aula con capriate: a) ribaltamento di


una parete verso l’esterno; b) ribaltamento di una parete verso l’interno; c)
ribaltamento globale.

Nel caso sia presente, oltre alla capriata, una volta in muratura, si possono
verificare diversi meccanismi, ottenuti come combinazione della tecnologia in
Capitolo II II-23

copertura (collegamento capriata-parete) e dei meccanismi di collasso


dell’arcone, che comporta il ribaltamento di uno o di entrambi i piedritti. Nelle
Figura 2.25a-b sono mostrati i cinematismi nel caso di assenza di collegamento
della capriata; siccome la formazione di due cerniere nell’arco porta ad un lieve
allontanamento delle sommità delle due pareti, nel caso di collegamento
occorre considerare un’ulteriore cerniera nella parete sopravvento, al di sopra
dell’imposta dell’arco. Un altro cinematismo di collasso che può attivarsi
interessa la capriata e le pareti per la sola parte al di sopra dell’imposta (Figura
2.25c); questa vulnerabilità è stata osservata in molti casi nei quali le pareti
sono state sopraelevate, per sostituire con capriate l’originale copertura di
terzeri direttamente appoggiati sugli arconi.

Figura 2.25: Meccanismi di collasso dell’aula con volte e capriate: a)


ribaltamento di un piedritto; b) ribaltamento di entrambi i piedritti; c)
ribaltamento superiormente alle volte.

Infine, la terza tipologia considerata (Figura 2.22d) coincide sia nella geometria
che nei carichi all’arco trionfale (§2.3.4) (Lagomarsino et al. 1999a).
Gli indicatori di vulnerabilità del macroelemento trasversale sono:
- la presenza pareti di elevata snellezza, che può essere calcolata
come il rapporto tra la quota di colmo e lo spessore della facciata;
- la presenza di volte ed archi.
Tra i presidi antisismici si possono considerare:
- la presenza di paraste o contrafforti esterni, che totalmente o
parzialmente impediscono la rotazione fuori dal piano delle pareti
longitudinali;
- la presenza di corpi annessi adiacenti, che totalmente o parzialmente
impediscono la rotazione fuori dal piano delle pareti longitudinale;
- la presenza di catene trasversali.
II-24 Capitolo II

2.3.3 Parete laterale


Le pareti laterali sono in genere collegate lateralmente alla facciata e all’arco
trionfale e in sommità alla copertura che, molto spesso, negli edifici
ecclesiastici storici, presenta un’orditura realizzata con capriate in legno.
Le fasce di sovrapposizione sui lati sono da individuarsi in metà facciata da un
lato, e metà arco trionfale dall’altro. Anche le coperture e, se presenti, le volte,
interagendo con le pareti laterali, vengono comprese in queste zone di
sovrapposizione.
Lo stesso si può dire della parete della navata centrale, nel caso di chiese a tre
navate, che è caratterizzata da una parte inferiore dotata di ampie aperture e da
una parte superiore dotata invece di pochi e piccoli fori, mentre sulle pareti
laterali di minore altezza insistono coperture a volta di tipo spingente.
In tal caso, però, i distacchi si notano in prossimità degli elementi resistenti
ortogonali, con fascia di sovrapposizione praticamente nulla, indice del fatto
che tali elementi, caratterizzati da una esigua rigidezza, poco influiscono sul
collasso degli elementi adiacenti. Anche qui è possibile redigere un elenco
delle diverse tipologie di parete che si distinguono per la distribuzione dei fori,
per la presenza all’interno di volte strutturali, per essere addossate al
campanile. La distinzione può essere così riassunta:

- chiese ad aula unica:


A1 parete laterale in assenza di fori e corpi annessi;
A2 parete laterale con presenza di uno o più fori piccoli isolati ed in
assenza di corpi annessi;
A3 parete laterale con presenza di due o più fori e assenza di corpi annessi;
B parete laterale con presenza al suo interno di volte strutturali e
possibilità di corpi annessi;
C1 parete laterale con presenza di cappelle isolate o continue o altri corpi
annessi, quali sacrestie portici, edifici, in assenza di fori;
C2 parete laterale come sopra e presenza di un foro o piccoli fori isolati;
C3 parete laterale come sopra con presenza di un sistema di due o più fori;
D parete laterale con campanile addossato o accorpato;

- chiese a tre navate:


per le pareti laterali le tipologie sono le stesse di cui si è detto sopra per le
chiese ad aula unica. Inoltre bisogna considerare la presenza della parete della
navata centrale che è caratterizzata da una parte inferiore dotata di ampie
aperture e da una parte superiore dotata invece di pochi e piccoli fori.

Nei paragrafi che seguono si riporta la descrizione dei meccanismi di collasso


osservati in seguito ai passati terremoti.
Capitolo II II-25

2.3.3.1 Spostamento fuori piano di parete libera in sommità e


vincolata su tre lati
Tale meccanismo si manifesta, ai lati, con lesioni oblique convergenti e nella
zona intermedia, di solito in corrispondenza dei fori, con lesioni verticali che
discretizzano la muratura in blocchi che tendono a ruotare e, quindi, a crollare
verso l’esterno (Figura 2.26).

Figura 2.26: Spostamento fuori piano di una parete libera in sommità.

2.3.3.2 Spostamento fuori piano di parete vincolata su quattro lati


Si verifica uno spostamento fuori piano della parete, che si comporta come una
piastra vincolata su quattro lati. Il vincolo in sommità, di solito, è dovuto alla
presenza di tiranti o bandelle che garantiscono un efficace collegamento tra
orditura principale del tetto e parete. Tale meccanismo si manifesta
generalmente con la presenza di una o due cerniere intermedie che determinano
lesioni pressoché orizzontali (Figura 2.27).

Figura 2.27: Spostamento fuori piano di parete vincolata su quattro lati.


II-26 Capitolo II

Nella foto di Figura 2.27 è raffigurata la chiesa di S. Maria di Fossale a


Gemona. In sommità sono visibili i tre capochiave dei tirantini collegati alle
capriate che garantiscono un efficace collegamento con la parete laterale. Il
danno si manifesta, come già detto, con la formazione di due lesioni orizzontali
intermedie: la prima, in basso, forma cerniera con rotazione verso l’esterno e la
seconda, sotto la finestra, con la rotazione verso l’interno.

2.3.3.3 Spostamento fuori piano di parete libera su tre lati


Si verifica uno spostamento fuori dal piano della parete, che si comporta come
una mensola libera sui tre lati. Tale meccanismo si manifesta con lesioni
orizzontali generalmente nella parte bassa della parete in corrispondenza della
cerniera di rotazione o con grosse porzioni di crollo verso l’esterno. Siffatto
meccanismo è spesso associato anche alla rotazione in fondazione (Figura
2.28).

Figura 2.28: Spostamento fuori piano di parete libera su tre lati.

2.3.3.4 Espulsione dell’angolata


Si ha la rotazione fuori dal piano dell’angolata, causata dalle spinte ortogonali
della facciata e dalla parete laterale.
Il cinematismo si manifesta attraverso la discretizzazione del blocco angolata
con punto di cerniera nella parte inferiore. Può essere accompagnato anche da
un cedimento in fondazione (Figura 2.29).
Come visto al § 2.3.1.4 (Figura 2.21), questo meccanismo può essere
annoverato anche tra i meccanismi di facciata, perché interessa entrambi i
macroelementi.
Capitolo II II-27

Figura 2.29: Espulsione dell’angolata.

2.3.3.5 Lesionamento per taglio


Rottura a taglio dovuta all’azione nel piano della parete. Si manifesta con
lesioni oblique o incrociate (Figura 2.30).

Figura 2.30: Lesionamento per taglio.

2.3.3.6 Spinte localizzate del tetto


L’azione spingente del tetto può causare crolli di parti localizzate di muratura
in prossimità del tetto. Il danno si manifesta con crolli isolati del cornicione o
II-28 Capitolo II

di porzioni più vaste di muratura e, all’interno, con lesioni orizzontali in


corrispondenza dell’appoggio delle capriate (Figura 2.31).

Figura 2.31: Spinte localizzate del tetto.

2.3.3.7 Meccanismi indotti da elementi contigui in zona di


sovrapposizione
In presenza di cantonali ben ammorsati, lo spostamento fuori piano di altri
elementi contigui, generalmente della facciata, coinvolge una parte anche della
parete laterale, generando lesioni verticali in prossimità dell’angolo.
L’andamento delle lesioni può variare a causa della presenza o meno di fori, di
discontinuità murarie e con le caratteristiche della muratura e dell’angolata.
Questo tipo di lesione si può manifestare ad entrambi gli estremi della parete
che è resa libera dai due vincoli laterali (Figura 2.32).
Capitolo II II-29

Figura 2.32: Meccanismo indotto dall’elemento contiguo alla zona di sovrapposizione.

2.3.3.8 Correlazione fra meccanismi e tipologie di pareti laterali


Per quanto riguarda la correlazione dei diversi meccanismi di collasso sopra
elencati con le tipologie di parete descritte in precedenza, si è osservato, da
un’analisi statistica sulla distribuzione dei danni nei diversi tipi di elementi, che
i meccanismi del tipo 1 (rotazione fuori del piano della parete libera in
sommità e vincolata su tre lati) è molto frequente nella tipologia C, che
presenta cappelle e corpi annessi (C3 soprattutto). Se questa tipologia di parete
presenta invece nella parte alta due o più fori, il meccanismo 1 si manifesta con
lesioni orizzontali alla base delle aperture e lesioni verticali in corrispondenza
dell’architrave e dei fori. Questa contemporanea presenza di lesioni determina
la formazione di blocchi che tendono a ruotare verso l’esterno.
Il meccanismo 1, riferito alla tipologia C, è spesso associato ad altri
meccanismi, soprattutto il 7 ed il 6, più rari sono gli accoppiamenti con il 2 ed
il 4, mai si sono notati accoppiamenti con il 3 ed il 5.
Il meccanismo 1 è presente anche nelle chiese di tipo A, dove le lesioni hanno
ai lati della parete un andamento obliquo, convergente ad U nella parte
centrale, mentre nella zona intermedia le lesioni sono verticali, determinate
dalla presenza dei fori.
Tale meccanismo è altresì presente nelle pareti del tipo B e nelle pareti laterali
delle chiese a tre navate, dove è favorito dalla spinta fuori dal piano della volta,
che determina anche la formazione di una lesione alla base della volta stessa.
II-30 Capitolo II

Il meccanismo più diffuso per le pareti di tipo A (anzi questo meccanismo lo si


nota sempre e solo per pareti di tipo A) è però il meccanismo 3 di spostamento
fuori dal piano di parete libera su tre lati, esso si manifesta con lesioni ad
andamento orizzontale in corrispondenza delle fondazioni.
Nel caso di pareti senza fori o con un solo foro (Al e A2), si hanno grosse
porzioni di crollo, mentre nel caso di pareti con più fori si è notata una
distribuzione più complessa dei danni, dovuta spesso anche alla interazione del
tetto che causa la discretizzazione della parete in più blocchi che ruotano verso
l’esterno.
Il meccanismo di tipo 6, presente nella fascia alta di muratura sottostante il
tetto, si manifesta in genere con l’espulsione del cornicione, crolli della parte
alta di muratura, sfogliamenti e crolli del paramento murario esterno;
all’interno, invece, si notano lesioni orizzontali in corrispondenza
dell’appoggio delle capriate. Tale meccanismo si presenta in genere
simmetricamente su entrambe le pareti laterali e non è in genere associato ad
altri meccanismi.
Esso si manifesta quasi sempre per le pareti della tipologia C ed in misura
minore per le pareti di tipologia A e D, dove l’azione martellante delle capriate
si accoppia con le oscillazioni del campanile.
Il meccanismo 7, generalmente indotto dallo spostamento fuori piano della
facciata, è il meccanismo più frequente in assoluto e non è legato ad una
tipologia in particolare.
Fra le carenze costruttive che possono favorire l’attivazione dei meccanismi di
danno illustrati si possono segnalare:
- presenza di grandi aperture (anche tamponate);
- presenza di cordoli in c.a. molto rigidi;
- presenza di una copertura pesante in c.a..
Le soluzioni tecnologiche-costruttive che possono contrastare l’attivazione e lo
sviluppo del meccanismo di danno sono:
- muratura uniforme (unica fase costruttiva) e di buona qualità;
- presenza di buoni architravi nelle aperture;
- presenza di cordoli leggeri (metallici reticolari, muratura armata,
c.a. sottili).

2.3.4 Arco trionfale


Il macroelemento arco trionfale è costituito dal pannello murario opposto alla
facciata che divide il presbiterio dall’abside. Le fasce di sovrapposizione per
questo pannello riguardano sia le pareti laterali che il presbiterio e sono fissate
in parti di larghezza pari alla metà dell’altezza sia per la parete laterale che per
il presbiterio. A differenza di quanto avviene per la facciata, la lesione
caratteristica in corrispondenza dell’attacco fra arco e parete laterale è molto
Capitolo II II-31

meno evidente, di minore apertura e confinata nella parte alta del pannello,
perché le azioni fuori dal suo piano sono contrastate da entrambi i lati. Gli
spostamenti fuori dal piano delle pareti laterali e i contatti con campanili e
corpi annessi possono inoltre modificare sensibilmente il comportamento al
collasso di tale elemento. Per quanto attiene alla definizione delle tipologie
strutturali, piuttosto che ricorrere ad una classificazione in base alla forma
propria dell’arco, è più significativo ricorrere a rapporti geometrici fra alcune
grandezze caratteristiche dell’arco stesso: altezza in chiave, altezza e larghezza
delle spalle in rapporto al raggio dell’arco (Figura 2.33).

Figura 2.33: Schema di arco trionfale.

È allora possibile introdurre i seguenti parametri:


M larghezza spalla
Ks = = (3.1)
R raggio arco

X altezza chiave
Kx = = (3.2)
R raggio arco

H altezza spalla
Kh = = (3.3)
R raggio arco
Questa scelta deriva dalla considerazione che, poiché l’arco è una struttura
spingente, l’insorgere di un meccanismo è condizionato dall’eccentricità della
risultante dei carichi alla base della spalla, già in condizioni statiche, e che
quest’ultima dipende in prima approssimazione da tali rapporti.
Un altro elemento di differenziazione è la percentuale di foratura del pannello,
che consente di attribuire una tipologia con relativa semplicità, tenendo conto
anche dei rapporti dimensionali di cui sopra.
II-32 Capitolo II

Figura 2.34: Tipologie di archi.

In base a tali considerazioni distinguiamo le diverse tipologie come si vede


dalla Figura 2.34 e che sono elencate nel seguito:
A. regolare: il pannello è caratterizzato da valori dei rapporti (3.1), (3.2),
(3.3) tali da assicurare percentuali di foratura variabili tra il 22 e il 43%;
B. piccola apertura: la percentuale di pannello aperto è esigua a causa
delle notevoli dimensioni dell’altezza in chiave e della larghezza delle spalle.
La percentuale di foratura è minore del 20%;
C. grande apertura: il pannello ha un’ampia superficie aperta e ridotte
dimensioni dell’altezza in chiave e della larghezza delle spalle. La percentuale
di foratura supera il 45%;
D. tipo telaio: la fascia muraria sopra il foro ha dimensioni considerevoli
rispetto al pannello e alle spalle, tali da modificare il comportamento della
struttura che si scosta dal comportamento di arco;
E. situazione al contorno dissimmetrica: con presenza di strutture o altri
macroelementi che realizzano un vincolo, addossati in modo dissimmetrico al
pannello dell’arco.
In merito ai meccanismi di collasso, nella maggioranza delle chiese che hanno
subito un terremoto, questo macroelemento ha manifestato danni ingenti, che
Capitolo II II-33

ne hanno causato il crollo totale o di parti considerevoli. Questi problemi non


consentono di avere una documentazione completa sui meccanismi che si
localizzano in questo macroelemento in caso di sisma, per cui con i dati a
disposizione si possono fare solo delle considerazioni puntuali. Riguardo i
meccanismi che si possono notare nell’arco trionfale, essi sono riconducibili ad
azioni nel piano, perché le azioni fuori dal piano sono contrastate sia dalle
coperture che dalle pareti laterali dell’aula e dell’abside, inoltre i meccanismi
nel piano sono favoriti anche dalla spinta ingenerata dall’arco stesso, se esso è
sprovvisto di catena.
Nel seguito si elencano i principali meccanismi osservati.

2.3.4.1 Taglio simmetrico nelle spalle


Il collasso dell’arco trionfale può manifestarsi con la rottura a taglio delle
spalle con allontanamento delle imposte dell’arco, abbassamento in chiave e
formazione di cerniere nell’arco stesso, anche con crollo parziale (Figura 2.35).

Figura 2.35: Meccanismo di taglio simmetrico nelle spalle.

La fotografia di Figura 2.35 si riferisce alla chiesa di S. Stefano ad Artegna. In


questo caso l’allontanamento delle imposte causato dalla rottura a taglio delle
spalle, provoca maggiori effetti nella parte centrale dell’arco, con perdita di
coesione.
II-34 Capitolo II

2.3.4.2 Rotazione monolaterale di una spalla


Il collasso può aversi con rotazione alla base di uno dei ritti verso l’esterno
accompagnata da lesioni nell’arco dovute generalmente a rototraslazione delle
reni o in chiave (Figura 2.36).

Figura 2.36: Rotazione di una spalla.

2.3.4.3 Rotazione bilaterale delle spalle


Il meccanismo si manifesta con rotazione bilaterale alla base di entrambe le
spalle con allontanamento delle imposte dell’arco ed abbassamento della
chiave e formazione di cerniere nell’arco (Figura 2.37).

Figura 2.37: Rotazione bilaterale delle spalle.


Capitolo II II-35

2.3.4.4 Taglio
Lesioni da taglio che interessano il pannello dell’arco, localizzate non solo
nelle spalle, con andamento non simmetrico.
Si tratta di un meccanismo analogo a quello osservabile nelle pareti interessate
da azioni orizzontali nel piano (Figura 2.38).

Figura 2.38: Lesioni da taglio.

2.3.4.5 Deformazioni localizzate nell’arco


Nell’arco si verificano abbassamenti, deformazioni, formazione di cerniere e
discontinuità, senza che siano osservabili effetti anche nelle spalle (Figura
2.39).

Figura 2.39: Lesioni da taglio.


II-36 Capitolo II

2.3.4.6 Correlazione fra meccanismi e tipologie di archi


trionfali
Per quanto riguarda le correlazioni tra macroelemento e tipo di danno sono
state ritrovate le corrispondenze che seguono.
Negli archi di tipo A (regolare) si riscontra molto spesso un meccanismo di
rottura per taglio che si innesca nelle spalle e, per effetto degli spostamenti
orizzontali delle parti superiori, si ripercuote anche sull’arco. Questo tipo di
meccanismo può portare o meno al crollo, in dipendenza del materiale
impiegato per la costruzione dell’arco, delle modalità costruttive, della
presenza di nicchie o apertura nelle parte superiore dell’arco, o della
dimensione dei blocchi.
Si e constatato, infatti, che se i blocchi di muratura non sono eccessivamente
piccoli, l’arco, a seguito della formazione di cerniere, troverà una nuova
configurazione di equilibrio deformata per effetto dell’ingranamento dei
blocchi.
Per archi di tipo B, caratterizzati dalla grande snellezza delle spalle, i
meccanismi che più spesso si innescano, sono quelli del tipo 2 e 3, che
comportano la rotazione di una o di entrambe le spalle, in dipendenza anche
della presenza ai lati dell’arco di altri elementi murari in grado di offrire un
ritegno a questa rotazione.
Gli archi appartenenti alla tipologia E sono affetti sempre da un meccanismo
non simmetrico, in dipendenza, anche in tal caso, dalla presenza di eventuali
vincoli laterali alle rotazioni, vincoli che sono tanto più determinanti, quanto
più snelle sono le spalle dell’arco.
Il meccanismo 5 si è manifestato spesso in chiese nelle quali era presente un
incatenamento al di sopra dell’apertura e si può manifestare anche come
meccanismo emisimmetrico, caratterizzato da una rotazione concorde delle
spalle, una verso l’interno ed una verso l’esterno, dallo stesso lato, con
rotazioni di segno opposto in punti simmetrici dell’arco.
Indicatori di vulnerabilità sono:
- la presenza di una copertura pesante in c.a.;
- la presenza di cupola o tiburio.
I presidi antisismici sono:
- pareti di contrasto efficaci, ovvero pareti di taglio (legate al
restringimento dell’aula in corrispondenza dell’abside-presbiterio)
che totalmente o parzialmente fornisco un presidio per un azione nel
piano, impedendo la rotazione dei piedritti dell’arco trionfale;
- presenza di catene;
- conci di buona fattura e/o adeguato spessore;
- presenza di timpano superiore.
Capitolo II II-37

2.3.5 Abside e cappelle laterali


L’abside è un elemento architettonico che solitamente si ritrova anche in chiese
semplici; nel caso in cui esso risulti profondo, con conseguente presenza di due
o più campate, la prima parte che si distingue dal corpo principale della chiesa
prende il nome di presbiterio.
È possibile individuare quattro diverse tipologie di abside (Figura 2.40): a)
rettangolare, b) poligonale; c) circolare; d) circolare con presbiterio. Nelle
prime due tipologie la presenza del presbiterio è implicitamente considerabile.

(a) (b)

(c) (d)
Figura 2.40: Tipologie di absidi.

Si evidenzia che pur avendo la forma più svariata (circolare, poligonale,


rettangolare), i macroelementi absidali sono caratterizzati da una certa
uniformità di comportamenti, che ha portato a descrivere i loro modi di danno
in una unica sezione, includendo in questa anche le cappelle laterali.
L’osservazione dei danni prodotti dai recenti terremoti, in particolare, ha
evidenziato un’elevata vulnerabilità della zona absidale nei confronti dei
meccanismi di ribaltamento; ciò è dovuto alla particolare tipologia della
copertura, che spesso risulta spingente, ed alla presenza di volte (a catino, a
crociera o a vela), anch’esse particolarmente spingenti; inoltre nell’abside sono
spesso collocate aperture, strette ma alte e tali quindi da rappresentare un
profondo taglio nella muratura.
Si passa ora alla descrizione dei meccanismi.
II-38 Capitolo II

2.3.5.1 Traslazione o rototraslazione della parte superiore


dell’abside con distacco lungo un piano inclinato
Data la natura spiccatamente tridimensionale del macroelemento abside, perde
di significato la distinzione utilizzata per gli altri macroelmenti per definire i
meccanismi conseguenti ad azioni nel piano o fuori piano.
Nel caso in esame, si osserva la sezione muraria con profilo inclinato e
schiacciamento del materiale nella parte esterna del profilo (Figura 2.41). Il
cinematismo si manifesta, pertanto, con una traslazione o rototraslazione della
parte superiore dell’abside con distacco lungo tale piano inclinato.

Figura 2.41: Formazione di meccanismo della parte superiore dell’abside.

2.3.5.2 Rotazione o rototraslazione fuori piano delle angolate o


di fasce verticali
Questo meccanismo è in genere causato dalla spinta dovuta ai puntoni di
copertura, che determina la rottura dei pannelli murari con formazione di
lesioni verticali a lembi visibilmente distaccati in sommità, dislocate con
tracciato preferenziale in corrispondenza dei fori (Figura 2.42).
Capitolo II II-39

Figura 2.42: Rottura delle angolate e/o facciate dell’abside.

2.3.5.3 Meccanismo di rottura per taglio nel piano con


formazione di lesioni oblique
Tipico effetto delle azioni taglianti sui pannelli murari: le lesioni risultano
incrociate ed oblique (Figura 2.43).

Figura 2.43: Rottura per taglio alternato.


II-40 Capitolo II

2.3.5.4 Rotazione verso l’esterno, conseguente ad un’azione


fuori dal piano
Meccanismo che comporta il distacco delle angolate con rotazione a quota
inferiore, in corrispondenza dell’intersezione fra pannelli murari ortogonali. Il
crollo è caratterizzato prevalentemente da fenomeni localizzati (Figura 2.44).

Figura 2.44: Rotazione verso l’esterno azione fuori dal piano.

2.3.5.5 Correlazioni tra tipologia di abside e meccanismi di


danno
Riguardo all’analisi delle correlazioni tra tipologia del macroelemento absidale
ed i meccanismi di danno, si può dire che, nel caso di absidi e cappelle
circolari, sono ricorrenti i meccanismi del tipo 1 e 2, con localizzazione della
superficie di rottura che si innesca in sommità, in corrispondenza della
intersezione con il presbiterio o con il corpo dell’aula e prosegue fino a quote
molto basse.
Le lesioni sono caratterizzate da una apertura a V, maggiore in sommità e
decrescente verso il basso; si presenta anche lo schiacciamento della muratura,
e lo sfogliamento del paramento esterno, indice della rotazione del corpo
intorno ad una cerniera cilindrica posta nella parte bassa della parete.
Un meccanismo di tipo 1, caratterizzato dalla discretizzazione in fasce
verticali, si manifesta qualora si abbia a che fare con absidi dal diametro
sufficientemente grande rispetto all’altezza, tale da ridurre l’effetto delle fasce
orizzontali, cosicché la struttura reagisce alle sollecitazioni formando una serie
di pilastri verticali incastrati in fondazione.
Il meccanismo 1 mostra anche una notevole incidenza nelle chiese della
tipologia C: in questo caso il comportamento è simile a quello di rottura fuori
Capitolo II II-41

dal piano con innesco di lesioni oblique nelle pareti laterali dell’abside, con la
differenza che la parete in fondo, essendo in genere priva di fori e di ridotte
dimensioni, è meno soggetta a subire danneggiamenti di grave entità.
Per gli absidi appartenenti alla tipologia B si nota una forte presenza del
meccanismo di tipo 2, facilitato oltre che dalla spinta dei puntoni di copertura,
che si manifesta in genere in corrispondenza delle angolate provocando la
trazione nei pannelli, anche dalla presenza di eventuali volte e dalla presenza di
fori nei pannelli, che determinano linee di rottura preferenziali.
Nel caso in cui tali spinte sono contrastate dalla presenza di cordoli o
cerchiature metalliche, il meccanismo di rottura diventa simile a quello di tipo
3, con formazione di lesioni oblique, con i pannelli dell’abside che assumono il
comportamento tipico di pareti a taglio.
Come indicatori di vulnerabilità dell’abside, si segnalano:
- la presenza di un forte indebolimento causato dalle aperture nelle
pareti;
- la presenza di volte spingenti in grado di determinare un’azione
fuori del piano già in condizioni statiche;
- presenza di cordoli in c.a. molto rigidi, di una copertura pesante, di
puntoni di falda in c.a..
Presidi antisismici possibili sono:
- presenza di cerchiatura (per absidi semicircolari e poligonali) o
catene (per absidi rettangolari);
- presenza di efficaci elementi di contrasto (contrafforti, corpi
addossati, altri edifici, che totalmente o parzialmente impediscono
la rotazione fuori piano dell’abside);
- presenza di copertura controventata che può limitare o impedire
totalmente la spinta fuori del piano.

2.3.6 Campanile
È possibile individuare due tipologie di campanili:
- campanili, ad esempio del tipo a vela, costruiti in continuità con la
facciata;
- torri campanarie in senso stretto, collocate in posizioni diverse
rispetto al complesso ecclesiastico (isolate, accostate, accorpate).
In quest’ultimo caso, è possibile effettuare una scomposizione in due
macroelementi: la torre appunto e la cella campanaria. Tale suddivisione è
chiaramente influenzata dalla presenza o meno di una zona di discontinuità fra
le due parti.
E così, qualora si volesse considerare la torre e la cella come macroelementi
diversi, bisognerà ricordarsi di individuare la zona di sovrapposizione, che sarà
II-42 Capitolo II

pari all’intera altezza della cella per il macroelemento torre, mentre per la cella
essa avrà una estensione pari alla larghezza della cella stessa.
Spesso le torri presentano al loro interno delle volte: questi elementi strutturali
costituiscono di solito il primo e l’ultimo diaframma della cavità della torre
stessa: a botte o a crociera, sono localizzate alla base e in sommità (dove
costituiscono il piano della cella). A volte sono sostituite da impalcati lignei,
inseriti anche a livelli intermedi.
Le tipologie fondamentali possono essere individuate in base alla relazione con
gli altri corpi di fabbrica (Figura 2.45):
I. torre campanaria isolata che non presenta alcun contatto con
altri corpi di fabbrica;
A1 torre campanaria addossata con zona di contatto limitata ad un
solo lato del macroelemento;
A2. torre campanaria addossata con zone di contatto estese a due lati
del macroelemento;
Ac3. torre campanaria accorpata in altro edificio che presenta zone di
contatto estese a tre lati del macroelemento;
Ac4. torre campanaria accorpata in altro edificio che presenta zone di
contatto estese a tutti i lati del macroelemento.

Figura 2.45: Tipologie di torre campanaria.


Capitolo II II-43

Si passa ora alla descrizione dei meccanismi di rottura possibili per il


campanile.

2.3.1.5 Rotazione verso l’esterno della parte superiore della


torre campanaria, dovuta ad azioni fuori piano, con
formazione di una cerniera cilindrica ad asse orizzontale o
di cerniera sferica in corrispondenza di un punto dello
spigolo

Figura 2.46: Meccanismo dovuto ad azione fuori piano.

Un primo possibile quadro di danneggiamento è caratterizzato dalla


formazione di una lesione orizzontale su un lato, a quota più elevata rispetto
all’asse di rotazione, e dalla formazione di lesioni inclinate sui due lati
adiacenti, mentre sul quarto lato compare una lesione praticamente orizzontale
in corrispondenza dell’asse di rotazione: in tal modo la parte sommitale della
torre crolla (Figura 2.46a).
Un secondo danno riscontrato presenta lesioni inclinate che hanno innesco in
corrispondenza di un punto di una angolata e si estendono in maniera
discendente sui quattro lati della torre. Anche in questo caso il meccanismo
può evolvere fino al collasso della sommità (Figura 2.46 b).

2.3.1.6 Traslazione della parte superiore della torre


campanaria, seguita da rotazione della stessa
Il danno si manifesta con lesioni incrociate su due lati della torre, nella parte
inferiore della stessa; sono presenti sia traslazioni che rotazioni: dei quattro lati
II-44 Capitolo II

della torre, due sono sollecitati prevalentemente da azioni fuori dal piano e due
da azioni nel piano (Figura 2.47).

Figura 2.47: Meccanismo dovuto a lesioni incrociate.

2.3.1.7 Rotazione verso l’esterno di ambiti di angolata, attorno


ad un punto di cerniera formatasi sull’angolata stessa

Figura 2.48: Rotazione verso l’esterno delle angolate.

Il danno ha origine dall’interazione tra la cella campanaria e torre ed è


caratterizzato da lesioni oblique, limitate alla parte sommitale della torre
(Figura 2.48).
Capitolo II II-45

2.3.1.8 Rotazione verso l’esterno di una o più angolate con


asse di rotazione orizzontale parallelo al lato o alla
diagonale
L’origine del meccanismo è legata alla nascita di lesioni ad andamento
verticale su due o più lati della torre: ogni coppia di lesioni determina una
angolata che si comporta in modo indipendente dal resto della struttura (Figura
2.49).

Figura 2.49: Rotazione verso l’esterno delle angolate.

2.3.1.9 Rotazione della parte superiore della torre mediante


combinazione attorno ad un asse verticale ed uno
orizzontale
Si registrano lesioni oblique sui quattro lati della torre (Figura 2.50).

Figura 2.50: Rotazione della parte superiore.


II-46 Capitolo II

2.3.1.10 Traslazione della parte superiore della torre


Nascono lesioni ad andamento orizzontale che interessano i quattro lati della
torre: in genere si innescano in corrispondenza di preesistenti piani di
discontinuità (Figura 2.51).

Figura 2.51: Traslazione della parte superiore.

Sono indicatori di vulnerabilità del campanile:


- la presenza di aperture significative su più livelli;
- vincolo asimmetrico nelle murature alla base (per i tratti inglobati);
- muratura fino a terra solo in alcuni lati per la presenza di portici o di
pilastri murari alla base della torre.
I possibili presidi antisismici sono:
- muratura uniforme (unica fase costruttiva) e di buona qualità;
- presenza di catene ai diversi ordini;
- presenza di una adeguata distanza dalle pareti della chiesa (se
adiacente);
- presenza di un buon collegamento con le pareti della chiesa (se
inglobata).

2.4 I fattori specifici che influenzano le modalità di danno


Nei paragrafi precedenti si è indagato sui meccanismi tipici dei macroelementi,
al fine di ritrovare una correlazione tra i tipi di danno e la diversa
conformazione dei macroelementi.
In questo paragrafo si proverà a riscontrare come i fattori specifici, ossia i
caratteri individuali di ciascun macroelemento, possono aver influito sul
processo di danno, favorendolo o frenandolo, oppure indirizzandolo verso ben
determinati modi di danno. Per riconoscere il comportamento di un
Capitolo II II-47

macroelemento nel suo insieme e per collocarlo in una classe di macroelementi


affini, è stato necessario attribuire maggior peso ai tratti di omogeneità presenti
in ciascun elemento: per fare questo ci si è in qualche modo avvicinati ad un
manufatto teorico ed allontanati da quello reale, del quale si è quanto meno
semplificata la descrizione.
Quello che interessa porre in luce sono i differenziali di comportamento tra
macroelementi affini, associabili alla presenza o alla assenza di specifiche
caratteristiche, condizioni o requisiti; ossia, poter associare e correlare
individualmente una data accentuazione o una particolare evoluzione di un
meccanismo alla presenza o assenza di fattori individuali di caratterizzazione,
dovuti alla storia costruttiva, alle modalità con cui l’edificio è stato realizzato,
modificato, danneggiato e riparato nel tempo. L’ipotesi di partenza è che,
attraverso una osservazione mirata degli aspetti costruttivi e di consistenza
propria del macroelemento, si possa tentare di riconoscerne il ruolo
condizionante o scatenante rispetto al danno e al meccanismo stesso di innesco.
I caratteri sui quali pensiamo che si debba porre maggiore attenzione e che
sembrano influire maggiormente sui danni, sono:
- gli elementi di connessione e tetti;
- le modalità e le condizioni costruttive iniziali;
- i processi di trasformazione edilizia;
- il degrado proprio dei materiali e degli elementi costruttivi;
- i dissesti pregressi, anche di origine sismica;
- l’effetto di precedenti restauri strutturali.
È evidente che anche in tale caso si procede comunque ad una semplificazione,
non essendo possibile escludere l’esistenza di altri parametri o fattori rilevanti,
che in taluni casi possono costituire l’elemento determinante nell’insorgere di
un certo tipo di danno: tuttavia, si è certi di poter dire che i fattori esaminati
sono significativi nell’ambito di ciascun processo di danno.

2.4.1 Ruolo degli elementi di connessione e delle strutture di


copertura
Sia i tetti che altri elementi di connessione, quali tiranti e puntoni, svolgono
l’azione di trattenere le parti cui sono applicati, impedendone reciprocamente
gli spostamenti connessi all’avanzamento dei meccanismi loro propri, ponendo
in mutuo contrasto le azioni che li provocano, oppure trasferendo le tensioni
dovute ad azioni fuori dal piano a strutture sollecitate nel proprio piano e,
quindi, più resistenti.
In questo caso, in cui l’azione esplicata è di stabilizzazione e ritegno degli
elementi collegati, essa può anche avere un effetto positivo sulla resistenza
della struttura, ma in altri casi gli elementi di connessione suddetti possono
esercitare sulle varie parti strutturali di un edificio ecclesiastico spinte fuori dal
II-48 Capitolo II

piano, allora il loro contributo può accelerare o innescare un certo tipo di danno
o addirittura il crollo totale o parziale degli elementi sollecitati fuori dal loro
piano.
Gli edifici ecclesiastici storici presentano tetti con caratteristiche omogenee,
assai poco variabili nel tempo, differenziandosi solo nei dettagli di appoggio.
Il tetto dell’aula presenta in genere una struttura con capriate lignee appoggiate
sui muri laterali e con terzere e colmo poggianti agli estremi sul timpano della
facciata e sulla muratura dell’arco trionfale.
L’impalcato può essere in pianelle di cotto, poggianti sulle terzere, o un
tavolato continuo poggiante sulle terzere, che sorregge i coppi. Il tetto può
essere dotato o meno di controsoffitto.
Un dettaglio costruttivo importantissimo ai fini della interazione tra tetto e
murature laterali è costituito dalla presenza o meno della bandella chiodata
metallica lateralmente alla catena della capriata, che collega quest’ultima alle
murature laterali.
La presenza di questo elemento, che salda la catena alle murature, trasforma la
catena lignea in un tirante, che deve assorbire non solo le azioni orizzontali che
rappresentano gli scarichi della capriata, ma anche impedire l’allontanamento
reciproco delle due pareti opposte cui è fissata. Essa svolge altresì la funzione
opposta, cioè, si comporta anche come un puntone, che si oppone ai possibili
avvicinamenti reciproci delle pareti.
Le terzere ed il colmo, invece, in quanto semplicemente appoggiati sul timpano
della facciata e sull’arco trionfale, non svolgono alcuna apprezzabile azione di
ritegno, anzi esse possono trasferire a questi elementi spinte dovute
all’instabilità delle capriate, provocandone il crollo.
Lo stesso si può dire per il tavolato, che ha una limitata rigidità propria ed il
manto di coppi, che è molto instabile. Dunque l’azione del tetto dell’aula è
molto diversa a seconda del fatto che esso sia o meno ammorsato nelle pareti
laterali e comunque essa non si sviluppa in modo omogeneo in tutta l’aula.
Il tetto dell’abside, qualora esso sia una struttura a parte non in continuazione
del tetto dell’aula, presenta generalmente una copertura a due o più falde, che
determina una configurazione del tetto come un insieme di travi inclinate che
sostengono la copertura e che sono spesso prive di catena e che si comportano
da puntoni.
Questo fatto fa sì che il tetto si comporti come una struttura spingente, che
agevola il lesionamento delle pareti, in seguito all’innesco di un meccanismo di
spostamenti fuori dal piano.
Le stesse considerazioni si possono poi ripetere per i tetti delle navate laterali,
che possono essere coperti oltre che da capriate spingenti, anche da volte, che
causano lo stesso tipo di problemi di possibile crisi fuori dal piano delle pareti,
anche perché spesso in questo tipo di strutture sono assenti o di sezione
Capitolo II II-49

insufficiente i tiranti che assorbano le azioni orizzontali trasmesse dalle volte


stesse.

2.4.2 Modalità e condizioni costruttive iniziali


La vulnerabilità caratteristica di un manufatto è, in primo luogo, riconducibile
alle modalità costruttive iniziali, vale a dire l’insieme di tecniche e materiali
utilizzati, e alle condizioni nelle quali la costruzione è stata realizzata (sito,
caratteristiche del terreno di fondazione, disponibilità di materiali particolari).
Questo insieme di fattori può condizionare l’evoluzione dei meccanismi e dei
danni relativi, indirizzandola verso particolari esiti, nel senso che un certo tipo
di danno trova una particolare manifestazione e sviluppo proprio nella
vulnerabilità specifica di un determinato modo di costruire o in una
determinata situazione al contorno.
Un primo lampante esempio è costituito dalla matrice muraria adottata per
realizzare la costruzione, di cui si è già detto nella sezione relativa alla
descrizione dei danni tipici dei macroelementi.
Nel caso di murature con elevata adesione interna tra blocchi in pietra o
mattoni e malta e in presenza di malte di buona qualità si osserva la presenza di
poche lesioni concentrate anche di notevole ampiezza e la discretizzazione
degli elementi strutturali in grandi blocchi che mantengono in parte la loro
coesione, anche a crollo avvenuto.
Nel caso opposto, invece, si osservano quadri fessurativi diffusi, con un elevato
numero di lesioni, che discretizzano la muratura in una grande quantità di
elementi di piccola dimensione; si parla in tal caso di crollo a maceria minuta,
mentre nel caso precedente si parla di un crollo a blocchi.
Un altro danno che si può ricondurre ad una particolare modalità costruttiva è
quello relativo alla tendenza che hanno i paramenti, soprattutto esterni, in
pietra squadrata a staccarsi dal nucleo costituente il muro e a crollare prima e
indipendentemente da ciò che accade all’intera parete muraria.
Questo tipo di meccanismo è da ricondursi alla eccessiva “accuratezza” con la
quale si è realizzata la parte esterna delle pareti, per cui essa è costituita da
blocchi perfettamente squadrati, caratterizzati da uno scarso ingranamento nel
nucleo interno, per cui vi è una discontinuità verticale, che consente un
comportamento indipendente del paramento esterno, che a causa della sua
snellezza è facilmente soggetto ad instabilità fuori dal piano.
Paradossalmente si può affermare che la muratura più accuratamente costruita
ed impegnativa è di per sé più vulnerabile di una muratura costituita di conci
solo sbozzati, ma meglio connessi al nucleo centrale.
Un altro effetto di questo eccesso di cura nei dettagli è da leggersi anche
attraverso le lesioni orizzontali lungo i corsi di malta.
II-50 Capitolo II

Altre significative forme di vulnerabilità specifica sono relative ad alcune parti


specializzate della muratura e in particolare all’interfaccia tra queste e la
muratura ordinaria.
Per parti specializzate si intendono soprattutto quegli elementi in genere
costruiti in pietra da taglio e particolarmente accurati, destinati ad assumere
funzioni di angolata, architrave, bordo, spalla, cornice: elementi, cioè destinati
non tanto a costituire corpi isolati, come una colonna, ma a formare una
specifica articolazione della struttura muraria, per risolvere particolari necessità
legate alla conformazione architettonica ed alla specializzazione strutturale.
Essi rappresentano una forma di discontinuità e disomogeneità rispetto al
tessuto murario, che può costituire un carattere vulnerabile in grado di
innescare dissesti locali o di più ampia dimensione.

2.4.3 Processi di trasformazione edilizia


La maggior parte degli edifici ecclesiastici ha subito nel corso del tempo
trasformazioni di varia natura, talvolta di entità e spessore rilevante, i più
frequenti dei quali sono:
- accrescimenti planimetrici;
- sopraelevazioni;
- riassetti architettonici e funzionali;
- apertura/chiusura di nuovi fori.
In generale si può affermare che tutti i processi di trasformazione avvenuti nel
corso del tempo hanno determinato nella fabbrica la presenza di eterogeneità e
discontinuità costruttive, che contribuiscono ad allontanare la fabbrica reale se
non da un ipotetico modello ideale, quanto meno da un edificio costruito a
regola d’arte sotto il profilo della omogeneità e continuità strutturale.
Le trasformazioni si configurano nella maggior parte dei casi, come uno
scadimento rispetto alla continuità ed alla omogeneità costruttiva iniziale, cui si
associa un aumento della vulnerabilità.
Il motivo di tale scadimento risiede soprattutto nella grande difficoltà di
realizzare riprese ed ammorsature murarie realmente efficaci, tali da
raggiungere caratteristiche del tutto simili a quelle della muratura iniziale.
La nuova muratura risulta sempre priva di quella continuità con la preesistente
che, in murature realizzate omogeneamente, è assicurata dalla concatenazione
nell’apparecchiatura dei supporti del paramento interno ed esterno, dalla
omogenea presa della malta ecc..
L’effetto di queste discontinuità, poi, varia in funzione della collocazione nella
fabbrica e del tipo di coinvolgimento della parte interessata dalla
trasformazione nei danni da meccanismo di ciascun macroelemento.
La linea di minor resistenza da esse offerta verrà sicuramente percorsa, anche
deviando rispetto ai tracciati più usuali, se collocata in prossimità dei punti
Capitolo II II-51

maggiormente sollecitati di ciascun macroelemento, ossia nelle zone in cui si


manifestano i principali danni legati all’avanzare del meccanismo di dissesto.
Spesso la loro presenza accentua l’entità del danno e può costituire un innesco
precoce al formarsi del meccanismo di dissesto; solo raramente favorisce la
nascita di meccanismi del tutto diversi.
In molti altri casi, se la discontinuità e collocata in zone poco interessate dai
meccanismi principali o soggette prevalentemente a compressione, la loro
presenza è pressoché ininfluente ai fini dell’accentuazione del danno e dà
luogo a limitate discretizzazioni o a nessun danno specifico.

2.4.4 Degrado proprio dei materiali


Sicuramente il degrado, dovuto alla azione degli agenti atmosferici quali gelo,
attacchi biologici, cicli termici, invecchiamento, e quello dovuto alla carenza di
manutenzione, influisce sullo scadimento delle resistenze e delle caratteristiche
originarie dei materiali impiegati in una costruzione e, quindi, provoca un
aumento della vulnerabilità strutturale, ma è molto difficile disaggregare la
quota di vulnerabilità dovuta a tali fenomeni dalle altre aliquote di cui si è
parlato sopra, anche perché studi in materia sono ancora allo stadio iniziale e
non forniscono sempre risposte affidabili.

2.4.5 Dissesti pregressi, anche di origine sismica


È necessario tenere presente che assai di rado i danni antichi sono osservabili
in una situazione di danno naturale, in quanto in genere hanno già subito
interventi di semplice occultamento (reintonacatura, rettifica di un fuori
piombo, ecc.) oppure processi di risarcitura degli aspetti macroscopicamente
visibili del danno, ad esempio attraverso l’occlusione con malta delle lesioni.
Dunque, l’osservazione del rapporto tra danni remoti e danni recenti non può
essere condotta in modo sistematico, ma solo nei casi in cui la documentazione
consente di apprezzare uno stato di danno naturale, oppure se c’è la presenza di
lesioni semplicemente risarcite senza occultamenti o reintonacature. Inoltre, il
riconoscimento delle cause che hanno determinato la lesione è legato alla
leggibilità del fenomeno nel suo insieme. L’attivazione di nuovi meccanismi
avviene in genere quando la costruzione è ormai disarticolata in più parti
distinte per l’avanzamento del danno, e ciascuna di esse, priva delle interazioni
precedenti, può mutare parzialmente il proprio comportamento di fronte al
sisma.
Si può affermare, in generale, l’identità dei meccanismi in base ai quali si è
determinato il danno dopo il primo e il secondo sisma; dopo il secondo si può
parlare di evoluzione e ampliamento del danno in base allo stesso meccanismo
innescato dal primo terremoto.
II-52 Capitolo II

2.4.6 Effetto di precedenti restauri strutturali


Le opere di consolidamento possono essere suddivise, in base alla tecnica
impiegata, in due grandi gruppi: un primo gruppo utilizza tecniche tradizionali,
ed in particolare i collegamenti a mezzo di tiranti metallici, già presenti nella
cultura costruttiva della fabbrica, sviluppandone ed estendendone
l’applicazione in funzione di riparazione o di miglioramento sismico; il
secondo gruppo utilizza materiali e tecniche introdotte dalla cultura costruttiva
moderna, quali il cemento armato ed il cemento con funzioni di
consolidamento, spesso inteso come avvicinamento ai modi realizzativi delle
nuove costruzioni.
Nell’ambito degli interventi appartenenti al primo gruppo si ricorda l’uso di
tiranti, che, come si è osservato in molti studi basati sulla comparazione dei
quadri fessurativi da sisma in edifici murari simili con e senza la presenza dei
tiranti, ha ridotto la frequenza dei lesionamenti delle angolate, vista la
connessione che i tiranti realizzano su elementi murari ortogonali; si è notata
altresì la riduzione delle lesioni diagonali a taglio nelle parti inferiori della
facciata, una riduzione dei crolli del timpano perché l’ammorsamento dato dai
tiranti costituisce anche un vincolo agli spostamenti di questo fuori dal piano.
Per quanto riguarda il secondo gruppo di interventi, legati alla tecnica
costruttiva moderna, è abbastanza frequente la formazione di un cordolo in c.a.
posto alla sommità delle murature, nel punto di contatto con il tetto.
Riguardo tale argomento è molto difficile operare considerazioni generali sul
tipo di intervento in sé, formulando valutazioni nettamente positive o negative,
in quanto assai spesso le realizzazioni sono prive di organicità e sistematicità
strutturale (ad esempio i cordoli sono realizzati solo su alcune parti murarie e
senza connessioni); oppure sono il risultato di tecniche improprie sotto diversi
punti di vista (armature inadeguate o inesistenti, sezioni di calcestruzzo
eccessive o troppo ridotte, ecc.).
Una prima considerazione che si può fare circa l’uso del cordolo in c.a.
riguarda il fatto che per le modalità di realizzazione, tra cordolo e muratura
tende a formarsi una vera e propria discontinuità da costruzione, che, a
fessurazione avvenuta, consente alla muratura stessa di traslare
indipendentemente dal cordolo, lesionandosi maggiormente a taglio.
La presenza di strutture terminali a cordolo induce, inoltre, sollecitazioni
particolari alla muratura sottostante e contribuisce ad instaurare meccanismi di
tipo diverso da quelli che si ingenererebbero in assenza di cordolo (crolli della
muratura inferiore al cordolo che rimane sospeso a sbalzo).
Per quanto attiene gli interventi di consolidamento murario a mezzo di
iniezioni cementizie si è osservato che un simile intervento aumenta la
coesione muraria, favorendo un comportamento al collasso tramite la
formazione di grossi blocchi rigidi, anziché un crollo a maceria minuta.
Capitolo II II-53

Lo stesso si può dire dell’intervento di sostituzione dei paramenti ad intonaco


con intonacature di spessore consistente, a volte con l’uso di malte cementizie.
Se realizzate in modo sufficientemente adesivo alla muratura, tali intonacature,
modificano parzialmente i modi di lesionamento della muratura, che tenderà a
discretizzarsi in blocchi di maggiore dimensione, senza che ciò influenzi di per
sé i meccanismi propri dei macroelementi.
II-54 Capitolo II
CAPITOLO III

I dieci casi di studio

3.1 Premessa
Le chiese oggetto di studio sono state selezionate in base al loro valore storico,
culturale e simbolico, oltre che alla reperibilità di materiale descrittivo, grafico
e fotografico, e all’accessibilità dei luoghi.
In particolare, le chiese analizzate sono: S. Giovanni Maggiore (SGM), S.
Giovanni a Mare (SGMR), S. Paolo Maggiore (SPM), S. Ippolisto Martire (SI),
S. Maria Vertecoeli (SMV), Sant’Agostino alla Zecca (SAZ), S. Bernardo e S.
Margherita a Fonseca (SBM), S. Gennaro all’Olmo e S. Biagio Maggiore
(SGO), S. Maria in Donnaromita (SMD) e S. Maria in Monteverginella
(SMM). Tutti gli edifici di culto, realizzati interamente in muratura di tufo,
sono siti nel centro storico di Napoli, ad eccezione di S. Ippolisto Martire che si
trova ad Atripalda (AV).
In generale tutte le chiese, ed in modo particolare anche quelle oggetto di
studio, sono caratterizzate da una notevole eterogeneità dei materiali, da una
relativa complessità delle geometrie e da un’importanza dei singoli particolari
costruttivi che ne fanno comunque delle opere “uniche”. Inoltre, le destinazioni
d’uso passate e quelle future, soggette a modificazioni in seguito a
adeguamenti funzionali che ne hanno variato l’utilizzo, concorrono a definire,
contestualmente all’ubicazione, la quale stabilisce la potenziale vulnerabilità
sismica del manufatto, i carichi da utilizzare sia nelle verifiche sia nel
successivo restauro dell’edificio stesso. La stessa ricostruzione della storia del
manufatto diventa un elemento cruciale dell’analisi, sia al fine di valutare il
ruolo delle modificazioni che la fabbrica ha subito nel corso dei secoli per
intervento dell’uomo, sia per riconoscere le cicatrici lasciate da eventi
traumatici che hanno colpito la struttura. Dal punto di vista dell’ubicazione
geografica, si evidenzia che la costruzione degli edifici di culto in Campania,
adotta generalmente materiali locali che vanno dal tufo giallo, spesso adoperato
a vista sia all’interno sia all’esterno, al tufo grigio più resistente a
compressione, alla pietrarsa ed al piperno usati per definire gli archi o i
III-2 Capitolo III

cantonali. Non mancano tra i materiali da costruzione la trachite, il porfido ed


altri marmi pregiati d’importazione, adoperati con parsimonia usando spesso la
tecnica dell’intarsio e dell’impiallacciatura.
Tuttavia, si evidenzia che ai fini dello studio che s’intende portare a termine,
per le caratteristiche suddette, in ogni caso è presente un elemento cruciale che
ne giustifica, con una certa forza, il loro accomunamento, ossia la
conformazione plano-altimetrica a “pianta basilicale”3.1.
Nel presente capitolo, e in quelli successivi, si tenterà di individuare, per i dieci
edifici di culto, una possibile relazione tra la vulnerabilità sismica e la
conformazione plano-altimetrica. Difatti, è nostra convinzione, per questa
particolare classe tipologica d’edifici, caratterizzata dalla tipicità degli elementi
strutturali e dalla loro ripetitività, che un’aliquota considerevole delle azioni
sismiche è dovuta essenzialmente alla “massività” dei singoli elementi murari
per cui da questi ultimi, essendo come già detto, tipici e ripetitivi per ciascun
edificio appartenente alla stessa classe, ci si aspetta anche un comportamento
sismico, per così dire, “tipico”.
Ovviamente tutto quanto detto sarà limitato ai soli dieci casi di studio, ma la
speranza è quella che dalla ricerca di una possibile generalizzazione dei
risultati ottenuti dall’analisi di un ristretto gruppo di casi di studio ci si possa
estendere ad un’ampia gamma d’edifici ecclesiali, mediante analisi
parametriche che tengano conto della variabilità delle caratteristiche
geometriche e meccaniche.

3.2 Descrizione delle dieci chiese


La chiesa di San Giovanni Maggiore (Figura 3.1a), fondata intorno al 555 d.C.,
presenta una pianta con tre navate di dimensione 66x38m2; mentre la massima
altezza è di 26m; il sistema di copertura è costituito da capriate in legno sulla
navata principale, da cupole sulle cappelle laterali e sul transetto, da una volta a
botte sull’abside.
La chiesa di S. Giovanni a Mare è a tre navate (Figura 3.1b). La copertura è
costituita da volte a crociera sulle tre navate, da capriate sul transetto e volte a
botte sull’abside. Le dimensioni in pianta sono di 38x19.5m2, l’altezza
massima è di 13m.
La chiesa di S. Paolo Maggiore (Figura 3.1c) fu originariamente eretta sul
podio di un tempio del I secolo d.C., e trasformata in chiesa cristiana tra la fine
dell’VIII e gli inizi del IX secolo. Oggi, la basilica si presenta con una pianta a
tre navate, con dimensioni di 66x38m2, ed un’altezza massima di 33m. La

3.1
Per pianta basilicale si intende una pianta rettangolare suddivisa nel senso della lunghezza
da file di colonne che formano tre o cinque navate, in fondo alle quali si trova un vano
semicircolare detto abside. Gli edifici a pianta basilicale sono tipici dell’architettura romana
(con funzione di tribunale e di centro commerciale) e cristiana (con funzione di culto).
Capitolo III III-3

copertura è costituita da cupole sulle cappelle laterali, capriate sul transetto e


sulla navata principale, volta a botte sull’abside.
La chiesa di S. Ippolisto (Figura 3.1d), così come si presenta attualmente, fu
costruita tra la fine del XVI secolo e l’inizio del XVII. L’edificio presenta uno
schema a tre navate, di cui la principale coperta da capriate in legno e le due
laterali da volte a crociera; il transetto è coperto anch’esso tramite capriate. Le
dimensioni planimetriche sono di 47x23m2, mentre l’altezza massima è di 18m.
La costruzione della chiesa di S. Maria in Vertecoeli (Figura 3.1e) risale alla
seconda metà del 1600. In pianta si ritrova il classico schema a tre navate, con
dimensioni di 26x18m2 e 15m di altezza. Sia la navata principale che l’abside
sono coperti da capriate, mentre le navate laterali da volte a crociera.
La chiesa di S. Agostino alla Zecca (Figura 3.1f) fu costruita a partire dalla
seconda metà del XIII secolo, per essere ultimata nel primo ventennio del XV
sec. La distribuzione in pianta è del tipo a tre navate, con una lunghezza di
66m, larghezza di 44m e altezza massima di 37m. Per quel che concerne la
copertura va detto che la navata principale è sormontata da un’ampia volta a
botte mentre quelle laterali da volte a crociera.
La basilica di S. Bernardo e S. Margherita a Fonseca (Figura 3.1g), fu fondata
nel XV secolo per essere ultimata agli inizi del secolo successivo. La pianta, a
navata unica con cappelle laterali, mostra un sistema di copertura costituito da
volta a botte, lunettata sulla navata, volte a padiglione sulle cappelle laterali e
da una cupola sul transetto. Le sue dimensioni in pianta sono 40x20m2, mentre
la massima altezza è di 14m.
La chiesa di S. Gennaro all’Olmo (Figura 3.1h) fu edificata tra il 672 ed il 694.
La pianta, a tre navate, presenta un atrio coperto da volta a botte, una navata
principale coperta da volte a crociera, e delle navate laterali coperte da volte a
vela. Le dimensioni sono 29m in lunghezza, 13m in larghezza e 14m in altezza.
La chiesa di S. Maria in Donnaromita (Figura 3.1i) fu fondata nel 1300 e
ricostruita nella metà del XVI sec. La pianta, ad unica navata con cappelle
laterali, presenta un sistema di copertura definito da capriate sulla navata
principale, volte a vela sulle cappelle laterali e una cupola sul transetto. Le
dimensioni in pianta sono di 37x20m2, l’altezza è di 21m.
Eretta nel 1314, la chiesa di S. Maria in Monteverginella (Figura 3.1l) fu
conclusa nel 1630. Lo schema planimetrico è a navata unica con cappelle
laterali. La copertura è definita da capriate sulla navata principale, da volte a
vela sulle cappelle laterali, ed una cupola sul transetto. Le dimensioni in pianta
sono di 46m di lunghezza e di 23m di larghezza, mentre l’altezza massima è di
21m.
Per tutti i casi di studio, è stata condotta un’analisi geometrico-dimensionale
sia sull’intero edificio che sui macroelementi. Per quel che concerne la
geometria globale di ciascuna chiesa, si sono valutate l’altezza massima (H) e
III-4 Capitolo III

le dimensioni principali in pianta, ovvero la lunghezza (L) e la larghezza (B)


(Figura 3.2).

Figura 3.1: Piante architettoniche delle chiese.


Capitolo III III-5

70 SGM SGMR
[m]
SPM SI
60 SMV SAZ
SBM SGO
50 SMD SMM

40

30

20

10

0
H L B
Figura 3.2: Dimensioni globali.

I pesi complessivi degli edifici (Wtot), distinti nelle due aliquote degli
orizzontamenti (Wcop) e delle murature (Wmuri), sono riportati nell’istogramma
di Figura 3.3.
L’analisi dei due grafici riportati in Figura 3.2 e Figura 3.3, consente di
classificare le dieci chiese come segue:
a) chiese di piccole dimensioni (SGMR, SMV, SBM, SMD e SGO),
caratterizzate da altezze di circa 15m, lunghezze prossime ai 30m e
larghezze intorno ai 20m. Il peso complessivo non supera i
50000KN;
b) chiese di medie dimensioni (SI e SMM), con altezze di circa 20m e
piante con lati L ≅ 45m e B ≅ 25m. Il peso globale è dell’ordine dei
100000KN;
c) chiese di grandi dimensioni (SGM, SPM e SAZ), aventi altezze
maggiori di 25m, lunghezze L e larghezze B prossime
rispettivamente a 65m e 40m. Il peso totale supera i 150000KN.
III-6 Capitolo III

350000
(KN)
300000 Wcop
21%
250000 Wmuri

200000
11% 10%
150000

100000 18%
19%
19%
50000 14%
22% 22%
21%
0
SGM SGMR SPM SI SMV SAZ SBM SGO SMD SMM

Figura 3.3: Peso delle coperture adimensionalizzato al peso delle murature.

3.3 Linearizzazione delle piante architettoniche ed individuazione dei


macroelementi
Le piante architettoniche di Figura 3.1 mostrano la complessità dell’impianto
delle chiese, il che rende oneroso il processo di modellazione strutturale.
Pertanto, si adotta una geometria semplificata (Figura 3.4), ottenuta mediante
la linearizzazione dei profili dei maschi murari, che non altera le caratteristiche
strutturali (sezioni di colonne e pareti) dell’edificio, ma al tempo stesso, ne
rende più immediata la modellazione.
Dalle piante linearizzate delle dieci chiese è possibile estrarre i cosiddetti
“macroelementi” (identificati in Figura 3.4 con le sigle L e T, rispettivamente
in direzione longitudinale e trasversale) secondo una procedura, proposta da
Mele e De Luca (1999), che tende a sottolineare come, dal punto di vista
strutturale, la tridimensionalità dell’edificio monumentale (percepito anche
visivamente dal visitatore come caratteristica architettonica) derivi dalla
sapiente aggregazione di strutture bidimensionali: i macroelementi.
Capitolo III III-7

Figura 3.4: Piante linearizzate delle chiese.


III-8 Capitolo III

Le caratteristiche geometriche, la posizione in pianta e la funzione


architettonica di ogni elemento, consentono di individuare le seguenti otto
classi di macroelementi morfologicamente simili:
1) macroelemento absidale;
2) primo arco trionfale;
3) secondo arco trionfale;
4) sezione trasversale sulla navata;
5) facciata;
6) prospetto longitudinale esterno;
7) arcata longitudinale interna;
8) ulteriore arcata longitudinale interna.
I singoli macroelementi delle dieci chiese, raccolti nelle diverse classi, sono
riportati in Figura 3.5.
Capitolo III III-9

Figura 3.5: Classi di macroelementi.


III-10 Capitolo III

Con riferimento alla simbologia indicata in Figura 3.6, nelle tabelle che
seguono si riportano le dimensioni geometriche principali che caratterizzano i
macroelementi dei dieci casi di studio.

Figura 3.6: Dimensioni geometriche caratteristiche dei macroelementi.

Classe Macroelemento h=hmax [m] h1 [m] h2 [m] h3 [m] b [m] b1 [m] b2 [m] b3[m] s1 [m] s2 [m] s3 [m]
2 T1 21.4 20.3 21.4 20.3 37 9 19 9 1.8 0 1.8
3 T2 21.4 20.3 21.4 20.3 37 9 19 9 1.8 0 1.8
4 T3 21.4 14.3 21.4 14.3 37 9 19 9 0.9 0 0.9
4 T4 21.4 14.3 21.4 14.3 37 9 19 9 0.9 0 0.9
4 T5 21.4 14.3 21.4 14.3 37 9 19 9 0.9 0 0.9
4 T6 21.4 14.3 21.4 14.3 37 9 19 9 0.9 0 0.9
4 T7 14.3 14.3 14.3 14.3 37 9 19 9 0.6 0 0.6
5 T8 25.83 17 25.83 17 37 9 19 9 0.8 0.6 0.8
6 L1 20.3 14.3 9.5 20.3 50.5 6 31.3 13.2 0.9 0.7 0.7
7 L2 20.3 14.3 20.3 0 44.5 31.3 13.2 0 1 1 0
8 L3 21.4 21.4 20.3 0 56.86 50.5 6.36 0 1.4 1.2 0
8 L4 21.4 21.4 20.3 0 56.86 50.5 6.36 0 1.4 1.2 0
7 L5 20.3 14.3 20.3 0 44.5 31.3 13.2 0 1 1 0
6 L6 20.3 14.3 9.5 20.3 50.5 6 31.3 13.2 0.9 0.7 1.2

Tabella 3.1: Dimensioni geometriche caratteristiche dei macroelementi di SGM.


Capitolo III III-11

Classe Macroelemento h=hmax [m] h1 [m] h2 [m] h3 [m] b [m] b1 [m] b2 [m] b3[m] s1 [m] s2 [m] s3 [m]
1 T1 11.6 8 11.6 8 18.7 6.98 5.62 6.1 0.8 0.8 0.8
2 T2 13.3 13.3 0 0 18.7 18.7 0 0 0.8 0 0
3 T3 13.3 13.3 0 0 18.7 18.7 0 0 0.8 0 0
4 T4 10 10 0 0 18.7 18.7 0 0 0.8 0 0
4 T5 10 7 10 7 18.7 7.05 5.55 6.1 0.8 0.8 0.8
5 T6 10 7 10 7 18.7 7.6 5 6.1 0.8 0.8 0.8
6 L1 13.46 7 13.46 8 37.35 16 16 5.35 0.8 0.8 0.8
7 L2 10 7 10 0 22.5 16 6.5 0 0.8 0.8 0
8 L3 13.3 10 13.3 11.6 37.35 22.5 9.5 5.35 0.8 0.8 0.8
8 L4 13.3 10 13.3 11.6 37.35 22.5 9.5 5.35 0.8 0.8 0.8
7 L5 10 7 10 0 22.5 16 6.5 0 0.8 0.8 0
6 L6 13.46 7 13.46 8 37.35 16 16 5.35 0.8 0.8 0.8

Tabella 3.2: Dimensioni geometriche caratteristiche dei macroelementi di SGMR.

Classe Macroelemento h=hmax [m] h1 [m] h2 [m] h3 [m] b [m] b1 [m] b2 [m] b3[m] s1 [m] s2 [m] s3 [m]
- T1 18 18 0 18 29 8.45 12.1 8.45 1.1 0 1.1
2 T2 27.4 19 27.4 19 50.4 10.54 29.15 10.7 2 1.7 2
- T3 18 18 18 18 50.4 10.7 29 10.7 0.8 0 0.8
3 T4 27.4 19 27.4 19 50.4 10.54 29.16 10.7 2 1.7 2
4 T5 17 17 17 17 37 10.6 15.8 10.6 0.75 0 0.75
4 T6 17 17 17 17 37 10.6 15.8 10.6 0.75 0 0.75
4 T7 17 17 17 17 37 10.6 15.8 10.6 0.75 0 0.75
4 T8 17 17 17 17 37 10.6 15.8 10.6 0.75 0 0.75
4 T9 17 17 17 17 37 10.6 15.8 10.6 0.75 0 0.75
4 T10 17 17 17 17 37 10.6 15.8 10.6 0.75 0 0.75
5 T11 33.48 19.7 33.48 19.7 37 10.6 15.8 10.6 1.5 1 1.5
6 L1 18 18 0 0 37.95 37.95 0 0 0.8 0 0
7 L2 27.4 17 27.4 18 57.95 37.95 14 6 0.9 1 1
8 L3 27.4 27.4 0 0 37.95 37.95 0 0 1.9 0 0
8 L4 27.4 27.4 0 0 37.95 37.95 0 0 1.9 0 0
7 L5 27.4 17 27.4 18 57.95 37.95 14 6 0.9 1 1
6 L6 18 18 0 0 37.95 37.95 0 0 0.8 0 0

Tabella 3.3: Dimensioni geometriche caratteristiche dei macroelementi di SPM.

Classe Macroelemento h=hmax [m] h1 [m] h2 [m] h3 [m] b [m] b1 [m] b2 [m] b3[m] s1 [m] s2 [m] s3 [m]
1 T1 14.7 14.7 0 0 8.25 8.25 0 0 1.2 0 0
2 T2 16.64 16.64 0 0 21.65 21.65 0 0 1.2 0 0
3 T3 16.64 16.64 0 0 21.65 21.65 0 0 1.2 0 0
4 T4 14.7 9.1 14.7 9.1 21.65 6.1 9.45 6.1 1.2 1.2 1.2
4 T5 14.7 9.1 14.7 9.1 21.65 6.1 9.45 6.1 1.2 1.2 1.2
4 T6 14.7 9.1 14.7 9.1 21.65 6.1 9.45 6.1 1.2 1.2 1.2
4 T7 14.7 9.1 14.7 9.1 21.65 6.1 9.45 6.1 1.2 1.2 1.2
5 T8 17.85 10.34 14.7 10.34 21.65 5.6 10.45 5.6 1.2 1.2 1.2
6 L1 14.7 14.7 9.1 0 35.97 8 27.97 0 1.2 1.2 0
7 L2 17.56 17.56 14.86 0 44.97 17 27.97 0 1.2 1.2 0
7 L3 17.56 17.56 14.86 0 44.97 17 27.97 0 1.2 1.2 0
6 L4 14.7 14.7 9.1 0 35.97 8 27.97 0 1.2 1.2 0

Tabella 3.4: Dimensioni geometriche caratteristiche dei macroelementi di SI.


III-12 Capitolo III

Classe Macroelemento h=hmax [m] h1 [m] h2 [m] h3 [m] b [m] b1 [m] b2 [m] b3[m] s1 [m] s2 [m] s3 [m]
1 T1 9.8 9.8 0 0 16.42 16.42 0 0 0.75 0 0
2 T2 15.1 15.1 0 0 9.65 9.65 0 0 0.85 0 0
- T3 15.1 8.33 15.1 8.33 16.78 2.72 10.8 3.26 1.15 0 1.15
4 T4 15.1 8.33 15.1 8.33 16.78 2.72 10.8 3.26 1.25 0 1.25
4 T5 15.1 8.33 15.1 8.33 16.78 2.72 10.8 3.26 1.05 0 1.05
4 T6 15.1 8.33 15.1 8.33 16.78 2.72 10.8 3.26 0.99 0 0.99
5 T7 15.1 9.8 15.1 9.8 16.78 3.3 9.65 3.83 0.75 0.75 0.75
6 L1 9.8 9.8 0 0 25.58 25.58 0 0 0.6 0 0
7 L2 15.1 15.1 9.8 0 25.58 23.62 1.96 0 1.15 1.15 0
7 L3 15.1 15.1 9.8 0 25.58 23.62 1.96 0 1.15 1.15 0
6 L4 10.5 10.5 9.8 0 26.88 14.93 11.95 0 1.12 1.12 0

Tabella 3.5: Dimensioni geometriche caratteristiche dei macroelementi di SMV.

Classe Macroelemento h=hmax [m] h1 [m] h2 [m] h3 [m] b [m] b1 [m] b2 [m] b3[m] s1 [m] s2 [m] s3 [m]
1 A 18.5 18.5 0 18.5 42.82 3.84 35.16 3.84 1 1 1
2 T2 31.65 18.5 31.65 18.5 42.82 9.96 22.9 9.96 1.8 0 1.8
4 T3 30.6 30.3 13.35 0 42.82 9.96 22.9 9.96 1.8 0 1.8
4 T4 30.6 30.3 13.35 0 42.82 9.96 22.9 9.96 1.8 0 1.8
4 T5 30.6 30.3 13.35 0 42.82 9.96 22.9 9.96 1.8 0 1.8
4 T6 30.6 30.3 13.35 0 42.82 9.96 22.9 9.96 1.8 0 1.8
5 T7 36.59 18.5 36.59 18.53 42.82 11.11 20.6 11.11 1.5 1.5 1.5
6 L1 18.5 18.5 0 0 48.23 48.23 0 0 1 0 0
8 L2-L5 18.5 18.5 0 0 54.64 54.64 0 0 2.3 2.3 0
7 L3-L4 30.6 18.5 30.6 0 54.48 11.73 42.75 0 1.2 1.2 0
6 L6 16.95 18.5 0 0 42.83 48.25 0 0 1 0 0

Tabella 3.6: Dimensioni geometriche caratteristiche dei macroelementi di SAZ.

Classe Macroelemento h=hmax [m] h1 [m] h2 [m] h3 [m] b [m] b1 [m] b2 [m] b3[m] s1 [m] s2 [m] s3 [m]
1 T1 14 11.46 14 0 15.81 12.5 3.31 0 0.8 0.8 0
- T2 14 11.62 14 0 12.38 2.56 9.82 0 0.8 1.8 0
- T3 14 14 11.46 0 19.11 15.8 3.31 0 0.75 0.75 0
4 T4 14 14 11.46 0 19.11 15.8 3.31 0 0.5 1.5 0
4 T5 14 11.46 14 11.46 19.13 2.56 10.69 5.88 1.75 0 1.75
4 T6 14 11.46 14 11.46 19.13 2.56 10.69 5.88 1.75 0 1.75
- T7 14 11.46 14 0 12.38 2.56 9.82 0 1.75 0.8 0
5 T8 10 4.35 10 0 12.38 4.66 7.72 0 0.7 0.7 0
6 L1 11.46 11.46 0 0 25.55 25.55 0 0 1.3 0 0
7 L2 14 11.46 14 0 25.55 11.36 14.19 0 0.74 0.74 0
8 L3 14 10.16 14 0 38.32 6.71 31.61 0 1.75 1.75 0
- L4 10 10 0 0 7.1 7.1 0 0 1 0 0
8 L5 14 14 0 0 31.22 31.22 0 0 1.5 0 0
6 L6 14 4.35 11.46 14 32.91 7.1 16.54 9.27 0.6 0.6 1.3

Tabella 3.7: Dimensioni geometriche caratteristiche dei macroelementi di SBM.


Capitolo III III-13

Classe Macroelemento h=hmax [m] h1 [m] h2 [m] h3 [m] b [m] b1 [m] b2 [m] b3[m] s1 [m] s2 [m] s3 [m]
1 T1 11.33 7.9 11.33 7.9 12.98 3.26 6.44 3.28 0.6 0.6 0.6
- T2 7.9 7.9 0 7.9 13.23 3.56 5.84 3.83 0.95 0 0.95
4 T3 11.33 7.9 11.33 7.9 13.23 3.96 5.04 4.23 1.3 1.3 1.3
4 T4 11.33 7.9 11.33 7.9 17.79 3.96 5.04 8.79 0.95 0.95 1.05
4 T5 11.33 7.9 11.33 7.9 17.79 3.96 5.04 8.79 0.95 0.95 0.95
- T6 13.7 13.7 7.9 0 12.98 9.18 3.8 0 0.6 0.6 0
5 T7 13.7 13.7 7.9 0 12.98 5.14 7.84 0 0.64 0.6 0
6 L1 13.7 7.9 13.7 0 28.12 23.38 4.74 0 0.55 0.55 0
7 L2 13.7 13.7 11.33 0 23.68 9.05 14.63 0 0.6 0.8 0
7 L5 13.7 13.7 11.33 0 23.68 9.05 14.63 0 0.6 0.81 0
6 L6 7.9 7.9 0 0 28.12 28.12 0 0 0.5 0 0

Tabella 3.8: Dimensioni geometriche caratteristiche dei macroelementi di SGO.

Classe Macroelemento h=hmax [m] h1 [m] h2 [m] h3 [m] b [m] b1 [m] b2 [m] b3[m] s1 [m] s2 [m] s3 [m]
1 T1 12.02 12.02 0 0 8.36 8.36 0 0 0.7 0 0
3 T2 12.02 12.02 0 0 16.2 16.2 0 0 0.7 0 0
4 T3 18.2 9.5 18.2 9.5 18.86 4.18 10.42 4.26 1.1 0 1.1
4 T4 18.2 9.5 18.2 9.5 18.86 4.18 10.42 4.26 1.1 0 1.1
4 T5 18.2 9.5 18.2 9.5 18.86 4.25 10.26 4.35 0.5 0 0.5
4 T6 18.2 9.5 18.2 9.5 19.13 4.25 10.53 4.35 0.5 0 0.5
5 T7 21.19 9.5 18.2 9.5 19.13 4.25 10.53 4.35 0.9 0 1.3
6 L1 9.5 9.5 0 0 22.8 22.8 0 0 0.5 0 0
7 L2 18.2 18.2 18.2 0 36.51 22.11 14.4 0 0.8 0.8 0
7 L3 18.2 18.2 18.2 0 36.51 22.11 14.4 0 0.8 0.8 0
6 L4 9.5 9.5 0 0 22.8 22.8 0 0 0.5 0.5 0

Tabella 3.9: Dimensioni geometriche caratteristiche dei macroelementi di SMD.

Classe Macroelemento h=hmax [m] h1 [m] h2 [m] h3 [m] b [m] b1 [m] b2 [m] b3[m] s1 [m] s2 [m] s3 [m]
1 T1 17.5 17.5 0 0 16.57 16.57 0 0 1.1 0 0
2 T2 17.5 17.5 17.5 17.5 22.12 7.3 7.38 7.44 1.1 0 2.4
3 T3 17.5 17.5 17.5 17.5 22.12 7.3 7.38 7.44 1.1 0 1.1
4 T4 17.5 17.5 17.5 17.5 22.12 5.57 11 5.55 0.8 0 0.8
4 T5 17.5 17.5 17.5 17.5 22.12 5.57 11 5.55 0.8 0 0.8
4 T6 17.5 17.5 17.5 17.5 22.12 5.57 11 5.55 0.8 0 0.8
4 T7 17.5 17.5 17.5 17.5 22.12 5.57 11 5.55 0.8 0 0.8
5 T8 21.86 19 21.86 17.5 22.12 5.11 12.72 4.29 1.2 1.2 1.2
6 L1 19 19 17.65 0 45.02 24.18 20.84 0 0.7 0.9 0
7 L2 17.5 17.5 0 0 45.02 24.99 20.03 0 1.1 1.1 0
7 L3 17.5 17.5 17.5 0 45.02 24.99 20.03 0 1.1 2.7 0
6 L4 19 19 17.5 0 33.8 24.18 9.62 0 0.7 0.7 0

Tabella 3.10: Dimensioni geometriche caratteristiche dei macroelementi di SMM.

3.4 Conclusioni
In questo capitolo sono state presentate le dieci chiese a pianta basilicale che
costituiscono i casi di studio. In particolare, sono stati esaminati i parametri
globali (H, L e B) e i pesi Wmuri, Wcop e Wtot che hanno consentito di
classificare gli edifici in chiese di piccole, medie o grandi dimensioni.
III-14 Capitolo III

Dalle piante linearizzate, ottenute da quelle architettoniche mediante la rettifica


degli allineamenti murari, è stato possibile estrarre i macroelementi, che sono
stati raggruppati in otto classi caratterizzate da uniformità morfologiche.
Dall’assemblaggio nello spazio dei vari macroelementi trasversali e
longitudinali si ottengono i modelli tridimensionali delle dieci basiliche da
utilizzare nel primo step della procedura di analisi “a due passi” (capitolo IV).
Ciascun macroelemento viene, quindi, analizzato con analisi FEM non lineari
(capitolo V) e analisi cinematiche lineari (capitolo VI), per valutarne la
capacità di resistere alle azioni orizzontali.
CAPITOLO IV

Primo step della procedura “a due passi”: analisi lineare dei


dieci casi di studio

4.1 Premessa
In questo capitolo viene studiato il comportamento sismico degli edifici
ecclesiastici a pianta basilicale illustrati nel capitolo precedente, con lo scopo
di comprenderne i fattori governanti e di fornire un’interpretazione dello stato
di danneggiamento verificatosi a seguito di eventi sismici così come
evidenziato nel capitolo II.
Le analisi sono state finalizzate sia allo studio del comportamento globale che
all’individuazione delle zone di maggiore vulnerabilità della struttura.
Come già anticipato, lo studio delle chiese in muratura presenta oggettive
difficoltà legate, da un lato, alle caratteristiche geometriche e morfologiche,
dall’altro, al comportamento non lineare del materiale (Giordano et al. 2002).
Per questo motivo l’approccio metodologico proposto in Mele e De Luca
(1999) consiste in una procedura “a due passi”, secondo la quale, in un primo
momento si sottopone ad analisi numeriche elastiche l’intero complesso
strutturale al fine di studiarne il comportamento globale, determinando le
caratteristiche dinamiche, la distribuzione delle sollecitazioni e delle richieste
di resistenza tra i diversi macroelementi; nel secondo passo, il singolo
macroelemento viene poi analizzato con procedure numeriche non lineari che
permettono di valutarne la capacità di resistenza e la tipologia del meccanismo
di collasso.
In questo capitolo sono riportati i risultati dell’applicazione del primo step
dell’analisi “a due passi” illustrata nel capitolo I.
In particolare, vengono mostrati i risultati delle analisi lineari delle dieci chiese
oggetto di studio, con l’obiettivo di effettuare una valutazione comparativa del
comportamento globale degli edifici e delle richieste di resistenza che il sisma
impone ad essi.
Nel capitolo successivo, invece, i singoli macroelementi verranno analizzati
con analisi statiche non lineari.
IV-2 Capitolo IV

4.2 Modellazione delle dieci chiese

4.2.1 Modellazione delle strutture


Le analisi elastiche dei casi di studio sono state condotte utilizzando il codice
di calcolo SAP2000 (CSI 2000) sui modelli tridimensionali delle 10 chiese
derivanti dall’assemblaggio nello spazio dei vari macroelementi trasversali e
longitudinali descritti in precedenza. Tali modelli globali sono stati “montati”
in modo da non modificare la geometria assunta per simulare i singoli
macroelementi delle chiese, ovvero rispettando le geometrie delle piante
linearizzate.
Nel modellare le chiese sono stati utilizzati elementi shell per le murature ed
elementi frame per le eventuali colonne o capriate (Figure 4.1÷4.10). In
Tabella 4.1 sono riportati il numero di nodi e di elementi impiegati nella
modellazione delle dieci basiliche.

Chiesa N° nodi N° shell N° Frame


SGM 16126 13966 256
SGMR 6401 5924 8
SPM 13777 12349 0
SI 5941 5572 56
SMV 10911 10348 0
SAZ 10017 9307 0
SBM 12177 11522 0
SGO 9319 8696 0
SMD 13364 12956 0
SMM 25567 19667 0
Tabella 4.1: Numero di nodi e di elementi impiegati nella modellazione al SAP2000.

Per la muratura di tufo si sono assunti i seguenti parametri meccanici:


- modulo di elasticità: E=1100MPa;
- coefficiente di Poisson: ν=0.1;
- peso specifico: γ=16kN/m3.
Al fine di simulare gli effetti delle connessioni orizzontali con le strutture
verticali, sono state fatte due ipotesi differenti: una prima in cui gli elementi di
copertura in legno o ferro sono modellati come semplici elementi tipo asta
(ipotesi nel seguito indicata con SIR), e una seconda con piani rigidi alle
differenti quote e zone dell’edificio realizzati con vincoli del tipo “rigid
diaphragm” (ipotesi nel seguito indicata con IR).
Capitolo IV IV-3

Figura 4.1: Modello 3D agli elementi finiti della chiesa SGM.

Figura 4.2: Modello 3D agli elementi finiti della chiesa SGMR.


IV-4 Capitolo IV

Figura 4.3: Modello 3D agli elementi finiti della chiesa SPM.

Figura 4.4: Modello 3D agli elementi finiti della chiesa SI.


Capitolo IV IV-5

Figura 4.5: Modello 3D agli elementi finiti della chiesa SMV.

Figura 4.6: Modello 3D agli elementi finiti della chiesa SAZ.


IV-6 Capitolo IV

Figura 4.7: Modello 3D agli elementi finiti della chiesa SBM.

Figura 4.8: Modello 3D agli elementi finiti della chiesa SGO.


Capitolo IV IV-7

Figura 4.9: Modello 3D agli elementi finiti della chiesa SMD.

Figura 4.10: Modello 3D agli elementi finiti della chiesa SMM.


IV-8 Capitolo IV

4.2.2 Modellazione delle azioni


Oltre ai carichi verticali, derivanti dal peso proprio e dai carichi permanenti,
sono state applicate forze orizzontali convenzionali equivalenti alle azioni
sismiche, calcolate, in accordo con l’OPCM 3431’05, per una zona 2
(ag=0.25g) e per un suolo di categoria B (S=1.25; TB=0.15s; TC=0.50s; TD=2s).
Per quanto concerne il fattore di struttura, si è assunto q=2.
Il fattore di importanza si assume pari a γI=1, corrispondente ad una categoria
di rilevanza elevata delle basiliche e ad una categoria d’uso frequente (Tabella
1.3).
Il coefficiente λ si assume pari a 0.85.
Le azioni sismiche sono state modellate attraverso l’inserimento di forze
proporzionali al peso su ciascun elemento bidimensionale e di altre forze
statiche dove si concentrano gli scarichi delle coperture: in tal modo si tiene
conto delle variazioni geometriche e della possibile presenza di aperture.
Sono state considerate due condizioni di carico, rispettivamente relative ad
azioni orizzontali applicate secondo la direzione longitudinale e secondo la
direzione trasversale delle strutture. Gli effetti torsionali accidentali non sono
stati considerati (§1.4).

4.3 Comportamento dinamico delle chiese

4.3.1 Modelli senza impalcati rigidi (SIR)


Nelle figure che seguono sono riportati i primi tre modi delle deformate
dinamiche delle chiese senza impalcati rigidi che non coinvolgono
deformazioni locali.
Dall’analisi delle deformate modali sono riscontrabili alcuni aspetti connessi
alle dieci chiese:
- sensibili deformazioni fuori piano degli elementi, rivelando un
contributo di tali elementi all’assorbimento delle azioni sismiche dirette
in senso trasversale;
- deformazioni torsionali dell’intero complesso tridimensionale,
denunciando una non elevata rigidezza torsionale dell’edificio, frutto
della mancanza di una adeguata collaborazione tra elementi
longitudinali e trasversali;
- i valori dei primi periodi sono, in media, compresi tra 0.4s e 0.6s,
escluso il caso di SAZ con 0.79s e quello di SGO con 0.7s.
Nelle tabelle 4.2÷4.11, invece, sono riportati i fattori di partecipazione della
massa totale, espressi come rapporto tra la massa partecipante al singolo modo
Mi e la massa totale Mtot.
Capitolo IV IV-9

Secondo Modo T = 0.52s Terzo Modo T = 0.51s Quinto Modo T = 0.45s


Figura 4.11: Forme modali di SGM (SIR).

SGM (SIR)
Direzione trasversale Direzione longitudinale
MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%] MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%]
3 0.51 21.00 21.00 1 0.57 2.32 2.32
4 0.46 1.51 22.51 2 0.52 46.00 48.32
5 0.45 33.00 55.51 7 0.42 0.72 49.03
8 0.40 1.38 56.88 9 0.36 12.00 61.03
10 0.35 0.32 57.21 11 0.33 0.23 61.26
12 0.33 0.19 57.40 25 0.30 0.16 61.42
31 0.27 5.74 63.14 26 0.29 0.12 61.54
32 0.27 5.74 68.88 27 0.28 0.80 62.34
33 0.26 1.65 70.53 28 0.28 0.22 62.57
35 0.25 0.99 71.52 29 0.28 9.16 71.73
37 0.24 0.72 72.24 30 0.27 0.15 71.88
38 0.24 2.18 74.42 33 0.26 0.59 72.47
54 0.20 1.23 75.65 37 0.24 0.34 72.82
65 0.18 1.10 76.74 38 0.24 0.18 72.99
Tabella 4.2: Fattori di partecipazione di SGM (SIR).
IV-10 Capitolo IV

Primo Modo T = 0.47s Secondo Modo T = 0.45s Terzo Modo T = 0.38s


Figura 4.12: Forme modali di SGMR (SIR).

SGMR (SIR)
Direzione trasversale Direzione longitudinale
MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%] MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%]
2 0.45 33.00 33.00 1 0.47 41.00 41.00
3 0.38 9.69 42.69 4 0.37 0.13 41.13
4 0.37 3.46 46.15 6 0.30 5.22 46.35
5 0.35 12.00 58.15 15 0.20 0.42 46.77
7 0.26 1.88 60.03 17 0.19 0.20 46.97
9 0.25 0.38 60.41 18 0.19 7.87 54.84
11 0.22 2.64 63.06 19 0.18 0.63 55.47
12 0.22 1.69 64.74 20 0.18 1.03 56.49
13 0.21 0.20 64.94 21 0.17 0.22 56.72
14 0.20 3.04 67.98 22 0.17 2.48 59.20
15 0.20 0.66 68.64 24 0.16 0.73 59.93
16 0.20 1.42 70.06 25 0.16 10.00 69.93
18 0.19 0.24 70.30 27 0.15 0.28 70.20
20 0.18 0.83 71.13 29 0.14 0.13 70.34
21 0.17 0.17 71.30 33 0.13 0.10 70.44
23 0.16 0.70 72.00 37 0.13 0.20 70.64
32 0.14 0.94 72.95 38 0.13 0.85 71.49
35 0.13 0.97 73.91 39 0.12 0.68 72.16
42 0.12 1.21 75.13 43 0.12 0.23 72.39
43 0.12 2.55 77.67 46 0.11 0.10 72.49
Tabella 4.3: Fattori di partecipazione di SGMR (SIR).
Capitolo IV IV-11

Secondo Modo T = 0.71s Quarto Modo T = 0.56s Quinto Modo T = 0.43s


Figura 4.13: Forme modali di SPM (SIR).

SPM (SIR)
Direzione trasversale Direzione longitudinale
MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%] MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%]
2 0.71 17.00 17.00 3 0.70 15.00 15.00
5 0.53 7.18 24.18 4 0.56 22.00 37.00
6 0.52 1.65 25.83 6 0.52 2.24 39.24
7 0.51 1.35 27.17 9 0.45 1.09 40.34
10 0.41 4.78 31.95 11 0.38 2.79 43.12
11 0.38 10.00 41.95 12 0.38 15.00 58.12
16 0.33 9.44 51.39 15 0.33 4.44 62.56
18 0.31 3.22 54.61 19 0.29 3.24 65.80
21 0.28 3.82 58.42 45 0.19 1.70 67.50
22 0.27 1.94 60.36 58 0.17 1.38 68.88
Tabella 4.4: Fattori di partecipazione di SPM (SIR).
IV-12 Capitolo IV

Primo Modo T = 0.39s Terzo Modo T = 0.34s Quarto Modo T = 0.31s


Figura 4.14: Forme modali di SI (SIR).

SI (SIR)
Direzione trasversale Direzione longitudinale
MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%] MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%]
1 0.39 47.69 47.69 2 0.35 8.32 8.32
2 0.35 6.13 53.82 3 0.34 45.69 54.01
3 0.34 1.05 54.87 6 0.25 5.66 59.67
4 0.31 6.71 61.58 7 0.24 0.14 59.81
5 0.27 4.09 65.67 14 0.19 1.00 60.81
10 0.21 0.71 66.38 18 0.16 1.10 61.91
15 0.17 3.45 69.83 23 0.15 3.45 65.36
16 0.17 1.57 71.40 33 0.12 1.33 66.69
28 0.14 2.41 73.81 34 0.12 1.58 68.27
29 0.14 3.10 76.91 38 0.11 1.87 70.14
Tabella 4.5: Fattori di partecipazione di SI (SIR).
Capitolo IV IV-13

Secondo Modo T = 0.62s Nono Modo T = 0.27s 12° Modo T = 0.25s


Figura 4.15: Forme modali di SMV (SIR).

SMV (SIR)
Direzione trasversale Direzione longitudinale
MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%] MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%]
1 0.73 2.40 2.40 6 0.33 0.99 0.99
2 0.62 22.30 24.70 7 0.31 0.92 1.91
5 0.35 2.10 26.80 9 0.27 36.90 38.81
11 0.26 2.50 29.30 10 0.27 0.91 39.72
12 0.25 12.50 41.80 13 0.25 7.90 47.62
15 0.24 1.00 42.80 14 0.24 2.00 49.62
18 0.22 8.60 51.40 19 0.22 4.10 53.72
20 0.21 7.10 58.50 22 0.20 1.50 55.22
24 0.18 5.10 63.60 29 0.16 1.70 56.92
28 0.16 2.40 66.00 37 0.14 1.00 57.92
31 0.15 1.00 67.00 38 0.14 5.70 63.62
36 0.14 1.30 68.30 45 0.12 1.20 64.82
50 0.11 1.10 69.40 47 0.12 7.60 72.42
58 0.10 2.00 71.40 63 0.10 2.10 74.52
Tabella 4.6: Fattori di partecipazione di SMV (SIR).
IV-14 Capitolo IV

Primo Modo T = 0.79s Quinto Modo T = 0.56s Sesto Modo T = 0.51s


Figura 4.16: Forme modali di SAZ (SIR).

SAZ (SIR)
Direzione trasversale Direzione longitudinale
MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%] MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%]
1 0.79 40.60 40.60 2 0.66 1.80 1.80
3 0.66 1.60 42.20 5 0.56 31.10 32.90
6 0.51 13.10 55.30 7 0.49 5.20 38.10
8 0.48 2.90 58.20 12 0.45 0.14 38.24
12 0.45 2.00 60.20 13 0.45 0.79 39.03
15 0.41 5.60 65.80 14 0.43 21.90 60.93
18 0.37 2.00 67.80 16 0.40 0.21 61.14
19 0.35 5.80 73.60 17 0.38 4.90 66.04
22 0.33 2.30 75.90 20 0.33 0.33 66.37
24 0.30 0.76 76.66 21 0.33 0.70 67.07
26 0.29 1.00 77.66 23 0.31 0.15 67.22
27 0.27 0.20 77.86 25 0.29 0.47 67.69
32 0.25 0.54 78.40 29 0.27 0.37 68.06
38 0.22 3.10 81.50 33 0.24 8.00 76.06
39 0.22 0.18 81.69 34 0.24 0.92 76.99
43 0.20 1.10 82.79 39 0.22 4.10 81.09

Tabella 4.7: Fattori di partecipazione di SAZ (SIR).


Capitolo IV IV-15

Primo Modo T = 0.37s Quarto Modo T = 0.22s Quinto Modo T = 0.21s


Figura 4.17: Forme modali di SBM (SIR).

SBM (SIR)
Direzione trasversale Direzione longitudinale
MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%] MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%]
3 0.25 1.50 1.50 1 0.37 51.30 51.30
4 0.22 5.40 6.90 2 0.27 3.40 54.70
5 0.21 53.40 60.30 3 0.25 0.76 55.46
6 0.20 1.30 61.60 4 0.22 6.10 61.56
7 0.20 1.90 63.50 5 0.21 0.47 62.03
8 0.18 5.20 68.70 6 0.20 0.25 62.28
10 0.17 3.70 72.40 7 0.20 1.50 63.78
20 0.14 0.67 73.07 8 0.18 0.71 64.49
23 0.13 0.63 73.70 9 0.18 2.50 66.99
24 0.13 0.71 74.42 12 0.16 3.90 70.89
25 0.13 0.75 75.17 19 0.14 3.20 74.09
26 0.12 0.33 75.50 36 0.10 1.20 75.29
27 0.12 0.49 75.99 38 0.10 2.30 77.59

Tabella 4.8: Fattori di partecipazione di SBM (SIR).


IV-16 Capitolo IV

Primo Modo T = 0.71s Secondo Modo T = 0.70s 14° Modo T = 0.26s


Figura 4.18: Forme modali di SGO (SIR).

SGO (SIR)
Direzione trasversale Direzione longitudinale
MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%] MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%]
1 0.71 7.40 7.40 12 0.29 2.70 2.70
2 0.70 30.10 37.50 13 0.27 3.40 6.10
3 0.59 1.70 39.20 14 0.26 24.20 30.30
11 0.30 4.00 43.20 15 0.26 1.36 31.66
Tabella 4.9: Fattori di partecipazione di SGO (SIR).
Capitolo IV IV-17

Primo Modo T = 0.89s Terzo Modo T = 0.58s Nono Modo T = 0.39s


Figura 4.19: Forme modali di SMD (SIR).

SMD (SIR)
Direzione trasversale Direzione longitudinale
MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%] MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%]
1 0.89 11.70 11.70 3 0.58 0.20 0.20
2 0.89 0.40 12.10 4 0.58 3.00 3.20
3 0.58 12.40 24.50 7 0.42 0.45 3.65
6 0.55 12.10 36.60 8 0.40 4.80 8.45
7 0.42 0.87 37.47 9 0.39 49.60 58.05
8 0.40 3.20 40.67 15 0.30 0.75 58.81
17 0.28 2.70 43.37 17 0.28 0.33 59.13
19 0.26 3.50 46.87 18 0.27 3.70 62.83
20 0.24 1.80 48.67 19 0.26 1.20 64.03
21 0.22 0.61 49.28 21 0.22 0.45 64.48
22 0.21 11.10 60.38 26 0.18 0.55 65.03
24 0.21 6.30 66.68 27 0.18 1.90 66.93
34 0.16 1.00 67.68 28 0.18 1.40 68.33
41 0.14 3.50 71.18 42 0.13 0.99 69.32
42 0.13 0.26 71.43 43 0.13 0.71 70.03
45 0.13 0.14 71.58 45 0.13 0.92 70.95
49 0.12 0.67 72.25 47 0.12 0.44 71.39
50 0.12 1.10 73.35 49 0.12 0.22 71.61
52 0.12 1.20 74.55 55 0.11 1.50 73.11
54 0.11 0.70 75.25 56 0.11 0.11 73.22
56 0.11 0.36 75.61 57 0.11 0.79 74.02
57 0.11 0.18 75.80 61 0.11 0.93 74.94
62 0.11 0.35 76.15 62 0.11 0.85 75.80
Tabella 4.10: Fattori di partecipazione di SMD (SIR).
IV-18 Capitolo IV

Quarto Modo T = 0.49s Sesto Modo T = 0.43s Settimo Modo T = 0.40s


Figura 4.20: Forme modali di SMM (SIR).

SMM (SIR)
Direzione trasversale Direzione longitudinale
MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%] MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%]
5 0.47 6.50 6.50 4 0.49 24.50 24.50
6 0.43 13.60 20.10 5 0.47 1.00 25.50
7 0.40 12.70 32.80 9 0.39 7.80 33.30
11 0.38 12.70 45.50 10 0.39 1.70 35.00
12 0.37 5.90 51.40 11 0.38 2.00 37.00
13 0.35 1.10 52.50 12 0.37 2.50 39.50
14 0.34 1.30 53.80 14 0.34 1.40 40.90
16 0.33 1.20 55.00 15 0.34 5.10 46.00
24 0.26 6.20 61.20 19 0.30 1.80 47.80
26 0.23 1.30 62.50 20 0.30 1.30 49.10
30 0.22 1.10 63.60 22 0.28 3.00 52.10
31 0.21 1.50 65.10 34 0.20 1.60 53.70

Tabella 4.11: Fattori di partecipazione di SMM (SIR).


Capitolo IV IV-19

4.3.2 Modelli con impalcati rigidi (IR)


Dall’esame delle forme modali maggiormente rappresentative del
comportamento degli edifici con impalcati rigidi, riportate nelle figure che
seguono, si osserva un comportamento degli edifici sensibilmente diverso
rispetto a quelli privi di diaframma. Dall’esame dei primi modi (Figura
4.21÷4.30) si notano deformate rigide delle chiese nelle loro direzioni
trasversali, che non denunciano più gli “imbarcamenti” fuori piano osservati
nei modelli precedenti. In particolare gli schemi strutturali si presentano,
globalmente, molto più rigidi e monolitici, come suggerisce anche la riduzione
dei periodi di vibrazione di circa 0.2 s; i periodi fondamentali delle dieci
chiese, infatti, assumono valori compresi fra 0.2e 0.6 s.
Questa variazione è visibile anche nella valutazione dei fattori di
partecipazione della massa totale (espressi come rapporto tra la massa
partecipante al singolo modo Mi e la massa totale Mtot) dal momento che è
necessario un numero di nodi inferiore per raggiungere masse partecipanti
significative (Tabella 4.12÷4.21).
Ad esempio, per la chiesa di SGM, si osserva come nel caso di schema senza
impalcato rigido (SIR), il modo fondamentale corrisponda al secondo, con una
massa partecipante del 46% in direzione longitudinale; il primo modo ottenuto
con l’analisi dinamica, infatti, mostra solo deformazioni locali delle capriate e
coinvolge una massa pari al 2.32%; con la presenza dell’impalcato rigido (IR),
invece, il modo principale diventa il terzo, con una massa partecipante in
direzione trasversale del 69% in quanto il primo modo corrisponde, anche in
questo caso, a deformazioni locali delle capriate ed il secondo a deformazioni
fuori piano del prospetto longitudinale esterno.
Per la chiesa di SAZ, invece, in entrambe le ipotesi IR e SIR, il modo
fondamentale risulta il primo, così come la direzione più deformabile è sempre
quella trasversale. Le masse partecipanti sono del 40.6% nel caso di schema
senza impalcato e del 63.7% con presenza di impalcato. In questo caso
specifico, la presenza dell’impalcato non modifica sostanzialmente il
comportamento della struttura, pur aumentando la massa coinvolta nel modo
principale.
IV-20 Capitolo IV

Secondo Modo T = 0.40s Terzo Modo T = 0.33s 10° Modo T = 0.30s


Figura 4.21: Forme modali di SGM (IR).

SGM (IR)
Direzione trasversale Direzione longitudinale
MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%] MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%]
2 0.40 9.99 9.99 10 0.30 62.00 62.00
3 0.33 69.00 78.99 11 0.30 12.00 74.00
17 0.24 2.89 81.88 16 0.26 8.89 82.89
35 0.18 0.62 82.50 29 0.21 0.32 83.21
36 0.16 0.60 83.11 30 0.20 0.69 83.89
60 0.12 1.16 84.27 39 0.15 0.82 84.71
Tabella 4.12: Fattori di partecipazione di SGM (IR).
Capitolo IV IV-21

Primo Modo T = 0.22s Secondo Modo T = 0.17s Terzo Modo T = 0.38s


Figura 4.22: Forme modali di SGMR (IR).

SGMR (IR)
Direzione trasversale Direzione longitudinale
MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%] MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%]
1 0.22 80.00 80.00 2 0.17 5.08 5.08
4 0.16 4.85 84.85 3 0.17 80.00 85.08
Tabella 4.13: Fattori di partecipazione di SGMR (IR).
IV-22 Capitolo IV

Primo Modo T = 0.66s Secondo Modo T = 0.43s Terzo Modo T = 0.43s


Figura 4.23: Forme modali di SPM (IR).

SPM (IR)
Direzione trasversale Direzione longitudinale
MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%] MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%]
2 0.43 44.00 44.00 1 0.66 4.17 4.17
3 0.43 3.36 47.36 2 0.43 4.61 8.78
4 0.41 0.72 48.08 3 0.43 50.00 58.78
5 0.35 2.56 50.64 6 0.35 2.51 61.29
7 0.33 17.00 67.64 8 0.32 3.81 65.10
15 0.23 0.98 68.62 12 0.27 1.04 66.14
17 0.22 2.09 70.71 14 0.25 8.60 74.75
Tabella 4.14: Fattori di partecipazione di SPM (IR).
Capitolo IV IV-23

Primo Modo T = 0.27s Terzo Modo T = 0.19s Quarto Modo T = 0.17s


Figura 4.24: Forme modali di SI (IR).

SI (IR)
Direzione trasversale Direzione longitudinale
MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%] MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%]
1 0.27 77.58 77.58 2 0.23 18.98 18.98
9 0.14 3.53 81.11 3 0.19 23.93 42.91
13 0.12 1.56 82.67 4 0.17 37.44 80.35
Tabella 4.15: Fattori di partecipazione di SI (IR).
IV-24 Capitolo IV

Secondo Modo T = 0.27s Terzo Modo T = 0.26s Sesto Modo T = 0.21s


Figura 4.25: Forme modali di SMV (IR).

SMV (IR)
Direzione trasversale Direzione longitudinale
MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%] MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%]
1 0.30 8.70 8.70 3 0.26 25.74 25.74
2 0.27 51.80 60.50 4 0.23 23.24 48.98
12 0.16 8.80 69.30 6 0.21 20.93 69.91
15 0.14 0.90 70.20 7 0.19 19.19 89.10
17 0.14 6.00 76.20 8 0.19 19.10 108.20
19 0.13 3.00 79.20 10 0.17 16.67 124.87
20 0.13 1.00 80.20 11 0.16 16.39 141.26
Tabella 4.16: Fattori di partecipazione di SMV (IR).
Capitolo IV IV-25

Primo Modo T = 0.54s Sesto Modo T = 0.56s Sesto Modo T = 0.51s


Figura 4.26: Forme modali di SAZ (IR).

SAZ (IR)
Direzione trasversale Direzione longitudinale
MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%] MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%]
1 0.54 63.70 63.70 2 0.47 9.30 9.30
7 0.34 19.10 82.80 6 0.38 50.30 59.60
9 0.30 1.70 84.50 8 0.34 23.00 82.60

Tabella 4.17: Fattori di partecipazione di SAZ (IR).


IV-26 Capitolo IV

Primo Modo T = 0.29s Terzo Modo T = 0.20s Quarto Modo T = 0.17s


Figura 4.27: Forme modali di SBM (IR).

SBM (IR)
Direzione trasversale Direzione longitudinale
MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%] MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%]
2 0.20 1.60 1.60 1 0.29 68.50 68.50
3 0.20 45.60 47.20 5 0.16 1.80 70.30
4 0.17 27.00 74.20 14 0.12 1.60 71.90
6 0.15 2.50 76.70 17 0.11 1.50 73.40
29 0.08 1.10 77.80 19 0.10 2.50 75.90

Tabella 4.18: Fattori di partecipazione di SBM (IR).


Capitolo IV IV-27

Primo Modo T = 0.29s Quarto Modo T = 0.23s Nono Modo T = 0.18s


Figura 4.28: Forme modali di SGO (IR).

SGO (IR)
Direzione trasversale Direzione longitudinale
MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%] MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%]
1 0.29 53.90 53.90 8 0.19 11.70 11.70
4 0.23 19.40 73.30 9 0.18 30.40 42.10
14 0.15 2.70 76.00 11 0.17 7.50 49.60
Tabella 4.19: Fattori di partecipazione di SGO (IR).
IV-28 Capitolo IV

Primo Modo T = 0.39s Terzo Modo T = 0.27s Sesto Modo T = 0.16s


Figura 4.29: Forme modali di SMD (IR).

SMD (IR)
Direzione trasversale Direzione longitudinale
MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%] MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%]
1 0.39 52.10 52.10 1 0.39 0.12 0.12
3 0.27 0.26 52.36 2 0.31 29.30 29.42
4 0.23 2.40 54.76 3 0.27 42.70 72.12
6 0.16 22.60 77.36 4 0.23 1.70 73.82
7 0.14 0.11 77.47 5 0.17 0.49 74.32
10 0.13 1.40 78.87 12 0.12 5.80 80.12
13 0.12 0.12 78.99 13 0.12 3.00 83.12
15 0.11 1.40 80.39 14 0.12 1.30 84.42
Tabella 4.20: Fattori di partecipazione di SMD (IR).
Capitolo IV IV-29

Primo Modo T = 0.39s Secondo Modo T = 0.31s Terzo Modo T = 0.27s


Figura 4.30: Forme modali di SMM (IR).

SMM (IR)
Direzione trasversale Direzione longitudinale
MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%] MODO T [s] Mi/Mtot [%] ΣMi/Mtot [%]
1 0.39 52.10 52.10 1 0.39 0.12 0.12
3 0.27 0.26 52.36 2 0.31 29.30 29.42
4 0.23 2.40 54.76 3 0.27 42.70 72.12
6 0.16 22.60 77.36 4 0.23 1.70 73.82
7 0.14 0.11 77.47 5 0.17 0.49 74.32
10 0.13 1.40 78.87 12 0.12 5.80 80.12
13 0.12 0.12 78.99 13 0.12 3.00 83.12
15 0.11 1.40 80.39 14 0.12 1.30 84.42

Tabella 4.21: Fattori di partecipazione di SMM (IR).


IV-30 Capitolo IV

4.4 Ripartizione delle azioni sismiche


I diagrammi riportati in Figura 4.31 consentono di ricavare, per le dieci chiese
in esame, i valori dell’azione sismica, adimensionalizzata al peso totale Wtot,
nei due casi limite SIR (Figura 4.31a) e IR (Figura 4.31b).
Le rette orizzontali di equazione γIF/Wtot=0.17, corrispondo alla limitazione
Sd(T)≥ 0.2ag riportata al punto 3.2.5 dell’OPCM 3431’05.

0.7 γI F/Wtot=γI Sd(T)λ /g

0.6

0.5
SMM

0.4
SIR
0.3
SGMR
SGM
SBM

SMV

0.2
SI - SMD

0.1
SPM
SGO
SAZ

0 T [s]
0 0.5 1 1.5 2 2.5 3
(a)
0.7 γI F/Wtot=γI Sd(T)λ /g

0.6

0.5
SBM- SGO
SMM

0.4
IR
0.3
SGMR
SMD SGM

0.2
SI - SMV

0.1
SPM
SAZ

0 T [s]
0 0.5 1 1.5 2 2.5 3
(b)
Figura 4.31: Azione sismica sulle chiese (a) senza impalcati rigidi (SIR) e (b) con
impalcati rigidi (IR).
Capitolo IV IV-31

Nell’istogramma di Figura 4.32, invece, sono riportati due gruppi di barre relativi ai
due modelli analizzati (senza impalcato (SIR) e con impalcato rigido (IR)). Sull’asse
delle ordinate è riportato il taglio alla base totale γIF adimensionalizzato rispetto al
peso totale Wtot. Allo stesso modo, in Figura 4.33 sono riportati i valori assunti dal
tagliante alla base delle basiliche. I valori numerici sono riportati nella Tabella 4.22.

Chiesa Wtot [kN] TSIR [s] γIF/Wtot γIF [kN] TIR [s] γIF/Wtot γIF [kN]
SGM 164728 0.52 0.319 52591 0.33 0.332 54695
SGMR 35973 0.47 0.332 11944 0.22 0.332 11944
SPM 221164 0.56 0.296 65565 0.43 0.332 73433
SI 53788 0.39 0.332 17859 0.27 0.332 17859
SMV 42830 0.62 0.268 11469 0.27 0.332 14221
SAZ 290808 0.79 0.210 61112 0.54 0.307 89405
SBM 56123 0.34 0.332 18635 0.29 0.332 18635
SGO 21808 0.7 0.237 5172 0.29 0.332 7241
SMD 54455 0.39 0.332 18081 0.39 0.332 18081
SMM 101612 0.49 0.332 33738 0.40 0.332 33738
Tabella 4.22: Taglio sismico alla base delle dieci chiese in esame.

γIF/Wtot SIR IR
35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
SGM SGMR SPM SI SMV SAZ SBM SGO SMD SMM

Figura 4.32: Tagli totali alla base delle chiese (γIF) adimensionalizzati rispetto al peso
totale (Wtot).
IV-32 Capitolo IV

γIF [kN] SIR IR


90000

80000

70000

60000

50000

40000

30000

20000

10000

0
SGM SGMR SPM SI SMV SAZ SBM SGO SMD SMM

Figura 4.33: Tagli totali alla base delle chiese (γIF).

È possibile fare le seguenti osservazioni:


- in assenza di impalcati rigidi (SIR), i tagli sismici variano tra 5172kN
(SGO) e 65565kN (SPM);
- in assenza di impalcati rigidi (SIR), i tagli sismici adimensionalizzati a
Wtot variano tra il 21% di SAZ ed il 33% di SGMR, SI, SBM, SMD e
SMM, con valori medi di 30%;
- in presenza di impalcati rigidi (IR), i tagli sismici variano tra 7241kN
(SGO) e 89405kN (SAZ);
- in presenza di impalcati rigidi (IR), i tagli sismici adimensionalizzati a
Wtot sono pari al 33% per tutte le chiese ad esclusione di SAZ, che
mostra un γIF/Wtot pari al 31%;
- per SGMR, SI, SBM, SMD e SMM, ovvero per le chiese più rigide, il
taglio sismico alla base non varia in assenza (SIR) ed in presenza (IR)
dei diaframmi rigidi, mentre per le altre chiese si notano aumenti del
4% per SGM, del 12% per SPM, del 24% per SMV, del 46% per SAZ e
del 40% per SGO; questi aumenti sono dovuti al fatto che queste chiese
presentano, in assenza di impalcati rigidi (SIR), periodi propri di
vibrazione maggiori a TB=0.5s, per cui sono sollecitate da valori delle
accelerazioni sismiche appartenenti al ramo decrescente dello spettro di
progetto (Figura 4.31a).
Capitolo IV IV-33

Per quanto concerne la ripartizione di tali azioni orizzontali, nelle figure che
seguono sono riportate le distribuzioni delle sollecitazioni taglianti tra i diversi
macroelementi che compongono le chiese in esame in assenza (SIR) ed in
presenza (IR) di diaframmi rigidi.
In particolare, i diagrammi hanno sull’asse delle ascisse le sigle identificative
degli elementi strutturali (si vedano le Figure 3.4 e 3.5) e sull’asse delle
ordinate il taglio Fi assorbito dai singoli elementi adimensionalizzato rispetto al
taglio totale γIF, con azione sismica che investe la struttura in direzione
trasversale (x) e longitudinale (y).
Per ogni chiesa, negli istogrammi sono riportati due barre per ciascun elemento
strutturale, relative rispettivamente all’analisi statica degli edifici senza (SIR) e
con (IR) impalcato rigido.
L’analisi dei risultati riportati nelle figure permette di derivare informazioni
sulla distribuzione delle sollecitazione tra gli elementi strutturali delle chiese
nelle due ipotesi di modellazione.

4.4.1 Edifici senza impalcati rigidi


Per le chiese prive di diaframma rigido (SIR), le analisi statiche in entrambe le
direzioni, evidenziano una concentrazione di sollecitazioni negli elementi più
rigidi. In particolare, col sisma in direzione trasversale, i maggiori cimenti si
hanno negli elementi perimetrali, quali la facciata e l’abside, e nelle zone del
transetto; in direzione longitudinale, le sollecitazioni maggiori si hanno in
corrispondenza degli elementi perimetrali e nelle arcate di separazione tra la
navata principale e quelle laterali.

4.4.2 Edifici con impalcati rigidi


Le analisi delle chiese dotate di impalcati rigidi (IR), mettono in evidenza la
caratteristica del trasferimento delle azioni dagli elementi meno rigidi a quelli
più rigidi. Gli elementi perimetrali, generalmente, assorbono un’aliquota
maggiore rispetto al modello senza impalcati rigidi.
In definitiva, come ci si aspettava, i macroelementi che subiscono un
incremento delle sollecitazioni per effetto dei diaframmi rigidi di piano sono
quelli perimetrali, mentre tutti gli altri elementi, meno rigidi, presentano una
riduzione di sollecitazione.
IV-34 Capitolo IV

Fi/γIF SIR-x IR-x


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 T8 L1 L2 L3 L4 L5 L6
(a)

Fi/γIF SIR-y IR-y


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 T8 L1 L2 L3 L4 L5 L6
(b)
Figura 4.34: Tagli dei singoli elementi della chiesa SGM adimensionalizzati rispetto al
taglio totale lungo la direzione (a) trasversale e (b) longitudinale.
Capitolo IV IV-35

Fi/γIF SIR-x IR-x


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 L1 L2 L3 L4 L5 L6
(a)

Fi/γIF SIR-y IR-y


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 L1 L2 L3 L4 L5 L6
(b)
Figura 4.35: Tagli dei singoli elementi della chiesa SGMR adimensionalizzati rispetto
al taglio totale lungo la direzione (a) trasversale e (b) longitudinale.
IV-36 Capitolo IV

Fi/γIF SIR-x IR-x


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 T8 T9 T10 T11 L1 L2 L3 L4 L5 L6
(a)

Fi/γIF SIR-y IR-y


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 T8 T9 T10 T11 L1 L2 L3 L4 L5 L6
(b)
Figura 4.36: Tagli dei singoli elementi della chiesa SPM adimensionalizzati rispetto al
taglio totale lungo la direzione (a) trasversale e (b) longitudinale.
Capitolo IV IV-37

Fi/γIF SIR-x IR-x


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 T8 L1 L2 L3 L4
(a)

Fi/γIF SIR-y IR-y


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 T8 L1 L2 L3 L4
(b)
Figura 4.37: Tagli dei singoli elementi della chiesa SI adimensionalizzati rispetto al
taglio totale lungo la direzione (a) trasversale e (b) longitudinale.
IV-38 Capitolo IV

Fi/γIF SIR-x IR-x


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 L1 L2 L3 L4
(a)

Fi/γIF SIR-y IR-y


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 L1 L2 L3 L4
(b)
Figura 4.38: Tagli dei singoli elementi della chiesa SMV adimensionalizzati rispetto al
taglio totale lungo la direzione (a) trasversale e (b) longitudinale.
Capitolo IV IV-39

Fi/γIF SIR-x IR-x


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 L1 L2 L3 L4 L5 L6
(a)

Fi/γIF SIR-y IR-y


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 L1 L2 L3 L4 L5 L6
(b)
Figura 4.39: Tagli dei singoli elementi della chiesa SAZ adimensionalizzati rispetto al
taglio totale lungo la direzione (a) trasversale e (b) longitudinale.
IV-40 Capitolo IV

Fi/γIF SIR-x IR-x


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 T8 L1 L2 L3 L4 L5 L6
(a)

Fi/γIF SIR-y IR-y


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 T8 L1 L2 L3 L4 L5 L6
(b)
Figura 4.40: Tagli dei singoli elementi della chiesa SBM adimensionalizzati rispetto al
taglio totale lungo la direzione (a) trasversale e (b) longitudinale.
Capitolo IV IV-41

Fi/γIF SIR-x IR-x


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 L1 L2 L3 L4 L5 L6
(a)

Fi/γIF SIR-y IR-y


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 L1 L2 L3 L4 L5 L6
(b)
Figura 4.41: Tagli dei singoli elementi della chiesa SGO adimensionalizzati rispetto al
taglio totale lungo la direzione (a) trasversale e (b) longitudinale.
IV-42 Capitolo IV

Fi/γIF SIR-x IR-x


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 L1 L2 L3 L4
(a)

Fi/γIF SIR-y IR-y


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 L1 L2 L3 L4
(b)
Figura 4.42: Tagli dei singoli elementi della chiesa SMD adimensionalizzati rispetto al
taglio totale lungo la direzione (a) trasversale e (b) longitudinale.
Capitolo IV IV-43

Fi/γIF SIR-x IR-x


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 T8 L1 L2 L3 L4
(a)

Fi/γIF SIR-y IR-y


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 T8 L1 L2 L3 L4
(b)
Figura 4.43: Tagli dei singoli elementi della chiesa SMM adimensionalizzati rispetto
al taglio totale lungo la direzione (a) trasversale e (b) longitudinale.
IV-44 Capitolo IV

4.4.3 Contributo degli elementi ortogonali


Dalle analisi effettuate sui dieci casi di studio con (IR) e senza (SIR) impalcati
rigidi, si può desumere anche il contributo offerto dagli elementi ortogonali alla
direzione del sisma.
Tali contributi si possono rilevare dagli istogrammi delle figure precedenti e
dalla Figura 4.44.

Direzione trasversale SIR IR


Ffuori piano/γIF
50%

40%

30%

20%

10%

0%
SGM SGMR SPM SI SMV SAZ SBM SGO SMD SMM
(a)

Direzione longitudinale SIR IR


Ffuori piano/γIF
50%

40%

30%

20%

10%

0%
SGM SGMR SPM SI SMV SAZ SBM SGO SMD SMM
(b)
Figura 4.44: Aliquote del taglio sismico alla base assorbito dai macroelementi
ortogonali all’azione sismica.
Capitolo IV IV-45

Globalmente, per sisma in direzione trasversale (Figura 4.44a), nello schema


senza impalcati rigidi, circa il 25% dell’azione esterna, è assorbito dagli
elementi disposti in direzione ortogonale all’azione sismica. Nella chiesa SGO,
in particolare, si misura un valore elevato (45%) di taglio assorbito dagli
elementi trasversali; ciò è dovuto al fatto che gli unici macroelementi
trasversali presenti in tale basilica sono le due pareti esterne, mentre i
macroelementi trasversali interni sono costituiti da arcate caratterizzate da
elevate percentuali di foratura, e quindi poco rigide (globalmente questi
macroelementi assorbono, rispettivamente, il 3% del taglio sismico in assenza
di diaframma (SIR) e il 7% in presenza di impalcato rigido (IR)).
Analogamente in direzione longitudinale (Figura 4.44b), nello schema senza
impalcati rigidi, il 20% dell’azione esterna è assorbito dagli elementi disposti
in direzione ortogonale all’azione sismica.
Si può, inoltre, dedurre che il contributo degli elementi ortogonali negli schemi
con impalcati rigidi e leggermente inferiore rispetto al caso di chiese in assenza
di diaframmi e che, in direzione trasversale, si ha un assorbimento maggiore
che longitudinalmente.

4.5 Conclusioni
In questo capitolo è stato esaminato il comportamento sismico dei dieci edifici
ecclesiastici oggetto di studio. In particolare, si sono mostrati i risultati delle
analisi statiche e modali sugli schemi di edifici con (IR) e senza (SIR)
l’inserimento di impalcati rigidi alla quota delle coperture.
Le analisi sugli schemi nell’ipotesi di assenza del diaframma rigido (SIR),
hanno messo in evidenza la complessità del comportamento dinamico di questa
tipologia edilizia e la particolare vulnerabilità alle azioni sismiche. La
distribuzione delle forme modali per tutti gli edifici analizzati, inoltre, ha
mostrato basse rigidezze torsionali e trasversali dell’edificio e significative
deformazioni degli elementi fuori dal piano.
Questi problemi sono attenuati nella risposta di edifici con i diaframmi rigidi
(IR), caratterizzati da una rigidezza globale maggiore, specialmente di tipo
torsionale, e un comportamento più monolitico. L’introduzione di impalcati
rigidi porta ad un miglioramento globale degli edifici anche se tale effetto non
è completamente benefico: essendo le quote in cui sono allocati i piani rigidi
differenti (la navate principali hanno un’altezza generalmente maggiore delle
navate secondarie) è possibile rilevare alcune discontinuità nei modi di
deformazione; è stato inoltre rilevata una concentrazione di sollecitazioni negli
elementi più rigidi degli edifici (elementi di facciata e zona del transetto) i
quali assorbono un’aliquota maggiore del taglio totale esterno rispetto allo
schema senza impalcati rigidi. In direzione longitudinale gli elementi
perimetrali, più rigidi di quelli centrali, sono sollecitati in misura sensibilmente
IV-46 Capitolo IV

maggiore rispetto al caso di edificio senza diaframmi, mentre gli elementi


centrali risultano scaricati.
CAPITOLO V

Secondo step della procedura “a due passi”: analisi non lineare


dei macroelementi dei dieci casi di studio

5.1 Premessa
Concluso il primo step della procedura “a due passi”, che ha fornito importanti
indicazioni circa la ripartizione dell’azione sismica, in questo capitolo si passa
alla seconda fase della procedura che, come anticipato nel primo capitolo,
consiste nel sottoporre ciascuno dei macroelementi che costituiscono
l’organismo strutturale delle chiese, ad analisi non lineari agli elementi finiti.
Le analisi FEM sugli elementi bidimensionali sono state condotte utilizzando il
codice di calcolo ABAQUS (HKS 2004) con il modello di materiale “a
fessurazione diffusa”.
Lo scopo di queste analisi è quello di ricavare per ciascun macroelemento una
previsione del comportamento fino alla condizione di rottura, ovvero, di
valutare il moltiplicatore λ delle forze orizzontali che porta al collasso
dell’elemento stesso.

5.2 La modellazione con ABAQUS

5.2.1 Il modello “concrete”


Il codice di calcolo ABAQUS è dotato di un modello di materiale per il
calcestruzzo e per gli altri materiali fragili, sotto carichi relativamente
monotoni e basse pressioni di confinamento, definito “concrete”. La
fessurazione viene considerata il più importante aspetto del comportamento e
domina il modello.
Nella fase iniziale, il modello “concrete” considera un materiale omogeneo ed
isotropo. Questa condizione non è certamente verificata nelle murature
“storiche” dove la casualità dell’organizzazione delle pietre calcaree e della
distribuzione della malta, oltre all’indeterminatezza delle proprietà meccaniche
dei materiali, rende assolutamente problematica l’assegnazione dei parametri
V-2 Capitolo V

locali. Il modello usato introduce però, nel corso dell’analisi, l’anisotropia


indotta dal progredire della fessurazione. Ad ogni passo viene verificato il
raggiungimento della curva di rottura che è definita con il criterio di Coulomb
mediante i tensori sferico p e deviatorico q. Le componenti di sforzo associate
ad una fessura aperta non sono incluse nella definizione della superficie di
fessurazione per determinare ulteriori fessure nello stesso punto: si ammette
che queste avvengano solo nella direzione ortogonale alle prime. Il modello di
fessurazione è del tipo diffuso; i legami costitutivi sono calcolati in ciascun
punto d’integrazione e la fessurazione influenza tensioni e rigidezze associate
allo specifico punto d’integrazione: il risultato è perciò sensibile alle
dimensioni del reticolo.
Come già detto, quello in esame è un modello di fessurazione a “macchia” nel
senso che esso non traccia “macro” lesioni individuali; piuttosto le calcolazioni
costitutive sono effettuate indipendentemente ad ogni punto d’integrazione del
modello ad elementi finiti, e la presenza delle lesioni è tenuta in conto in queste
calcolazioni nella misura in cui esse influenzano le tensioni e la rigidezza del
materiale associate con il punto d’integrazione.
Quando le componenti principali di tensione sono sostanzialmente di
compressione, la risposta del materiale è modellata con una teoria elasto-
plastica, che utilizza una semplice superficie di plasticizzazione scritta in
termini dei primi due invarianti di tensione. Sono portati in conto il flusso
associato ed un incrudimento isotropo.
Le risposte a compressione e a trazione incorporate nel modello sono illustrate
in Figura 5.1a.

(a) (b)
Figura 5.1: (a) Comportamento monoassiale assunto dal modello; (b) superficie di
rottura in stato piano di tensione.
Capitolo V V-3

Quando il materiale “concrete” è sollecitato a compressione, esso manifesta


inizialmente un comportamento elastico. A partire da un certo valore del carico
in poi, si verificano delle deformazioni non ricuperabili, e la rigidezza
(pendenza della curva tensione-deformazione) diminuisce, finche, attinto un
valore massimo del carico si imbocca un ramo discendente che termina con la
rottura vera e propria. Se il carico viene rimosso in un qualsiasi punto del tratto
inelastico, la fase di scarico è caratterizzata da una minore pendenza rispetto al
tratto elastico iniziale: questo effetto è ignorato dal modello.
Se un provino è sollecitato in regime uniassiale di trazione, esso risponde
elasticamente finché, per valori del carico tipicamente pari al 7-10% della
resistenza a compressione, la fessurazione procede con tale rapidità che, anche
con le macchine di prova più precise, è molto difficoltoso seguire il
comportamento reale.
Per implementare il modello, gli sviluppatori dell’ABAQUS hanno assunto che
il materiale perda resistenza attraverso un meccanismo di “softening”, di
“danneggiamento”, rappresentato dall’apertura delle lesioni che comportano
una perdita di rigidezza. Trascurando ogni deformazione permanente associata
con la fessurazione, il modello prevede la possibilità che le lesioni si
richiudano completamente se lo sforzo diviene di compressione.
In stato di tensione multiassiale queste osservazioni possono essere
generalizzate attraverso il concetto di superficie di rottura e di resistenza ultima
nello spazio delle tensioni (Figura 5.1b).
Poiché ABAQUS è un codice basato sulle proprietà di rigidezza, e le
calcolazioni necessarie per definire il comportamento del materiale “concrete”
vengono eseguite indipendentemente ad ogni punto di integrazione della parte
di modello costituito da questo materiale, la soluzione è nota all’inizio
dell’incremento, mentre le calcolazioni devono fornire appunto i valori delle
tensioni e delle rigidezze alla fine dell’incremento. Nota quindi la formulazione
corrente delle relazioni costitutive, è possibile ottenere le deformazioni.
Quando sia stato individuato un “crack”, tutte le grandezze vettoriali e
tensoriali vengono ruotate in modo da farle giacere nel sistema di riferimento
locale definito dall’orientamento della fessura. L’uso di un tale sistema di
riferimento locale semplifica notevolmente le computazioni.
In definitiva, quindi, il modello prevede una superficie di
plasticizzazione/flusso per simulare la risposta del materiale in stato tensionale
prevalentemente di compressione, insieme all’elasticità danneggiata per
rappresentare la fessurazione. La formazione di quest’ultima è definita da una
“crack detection surface” che è considerata parte del comportamento elastico.
Un’altro aspetto molto importante del modello è il cosiddetto effetto di
“tension stiffening”, che consiste nell’ipotizzare che una volta attinta la
tensione di rottura a trazione, la resistenza non si perda repentinamente, ma la
V-4 Capitolo V

curva tensione-deformazione vada a zero percorrendo un tratto discendente


rettilineo oppure curvo, definibile dall’utente (Figura 5.1a).
In definitiva, l’utilizzazione del modello “concrete” in ABAQUS richiede la
definizione da parte dell’utente dei seguenti parametri:
- modulo di elasticità E;
- modulo di Poisson ν;
- legame costitutivo (qualsiasi) assegnato per valori della tensione e
corrispondenti aliquote plastiche della deformazione;
- “tension stiffening” ovvero modalità di decadimento della resistenza a
trazione, una volta attinta la rottura;
- “failure ratios”:
• R1 = rapporto tra la resistenza ultima in stato biassiale di
compressione e quella in stato uniassiale;
• R2 = valore assoluto della rapporto tra la tensione uniassiale di
rottura a trazione e quella a compressione;
• R3 = rapporto tra la componente principale della deformazione
plastica a rottura in stato biassiale di compressione e quella in
stato monassiale;
• R4 = rapporto tra la tensione principale di trazione in condizioni
di fessurazione, in stato piano di tensione, e la tensione di
rottura in trazione uniassiale.
È da mettere in evidenza come il modello risulti estremamente sensibile ai
parametri elencati. In particolare, quelli che sembrano influenzare
maggiormente i risultati, sono i “failure ratios”, come del resto era logico
aspettarsi per la formulazione matematica del modello, nel quale la forma delle
superfici di rottura può cambiare significativamente secondo i valori adottati.
È da rilevare, come del resto suggerito dallo stesso manuale del programma
(HKS 2004), che la modalità più corretta per determinare gli appropriati valori
da utilizzare sarebbe quella di effettuare delle prove sperimentali mirate su
provini di dimensioni tali da simulare il comportamento di un organismo
murario.
In un secondo momento, si potrebbe tentare di ricavare delle relazioni che
forniscano i valori dei rapporti di rottura in funzione delle resistenze dei
blocchi e della malta, ovvero del pannello considerato come macroelemento,
come alcuni autori e normative hanno proposto per quanto riguarda la
determinazione dei moduli d’elasticità. In ogni caso non è possibile prescindere
almeno dalle prove di resistenza a compressione e a trazione.
Per altro, attese l’aleatorietà delle caratteristiche meccaniche della muratura e
la forte sensibilità dei risultati numerici alle variazioni dei rapporti di rottura, è
nostra opinione che l’esecuzione di prove mirate sia quantomeno consigliata,
soprattutto in esecuzione di calcoli di verifica di fabbricati esistenti e/o storici.
Capitolo V V-5

5.2.2 Calibrazione del modello


Al fine di calibrare correttamente i parametri del modello, una procedura di
curve-fitting è stata fatta da Giordano et al. (2002) utilizzando i risultati di vari
test sperimentali effettuati presso la Divisione Prove Statiche dell’ISMES di
Bergamo su pannelli in muratura di tufo costituiti da blocchi derivanti dalla
demolizione d’edifici napoletani antichi. I pannelli sono stati sottoposti a varie
storie di carico, sia monotone che cicliche, al fine di determinare i moduli
elastici e la resistenza ultima. Questi dati sono stati utilizzati nel modello agli
elementi finiti per definire i parametri del materiale per quanto riguarda la
curva σ−ε. Estese analisi di sensibilità sono state condotte da Giordano et al.
(2002) per determinazione l’insieme di parametri che permette la migliore
corrispondenza tra i risultati sperimentali e quelli ottenuti numericamente. Il
modello, applicato a murature con valori di resistenza molto bassi, appare
estremamente sensibile a variazioni anche piccole dei parametri richiesti da
ABAQUS per la definizione del modello.
Per quanto riguarda l’opzione “tension stiffening”, sebbene potrebbe sembrare
non avere senso nel caso della muratura, una bassa resistenza a trazione è stata
comunque mantenuta al procedere della fessurazione al fine di stabilizzare
l’algoritmo numerico. Inoltre, è opinione dell’autore che l’effetto di “tension
stiffening” può modellare in maniera approssimata i fenomeni attritivi e la
perdita di coerenza che di solito si riscontrano nel comportamento
sperimentale.
L’algoritmo di Riks modificato è stato poi utilizzato per spingere l’analisi
verso il ramo discendente della curva di carico, senza dover effettuare delle
simulazioni in controllo di spostamento. Analisi di sensibilità addizionali sono
state necessarie al fine di regolare opportunamente la procedura “arc length”.
Sulla base dei risultati del lavoro condotto da Giordano et al. (2002), per il
modello “concrete” di ABAQUS, si sono adottati i seguenti parametri:
- modulo di elasticità E = 1.1E+ 9 N/m2;
- modulo di Poisson ν = 0.1;
- legame costitutivo assegnato per valori della tensione e corrispondenti
aliquote plastiche della deformazione (Figura 5.2);
- “tension stiffening”: spostamento = 3mm;
- “failure ratios”:
• R1 = 1.16 (valore di default);
• R2 = 0.03 (0.09 di default);
• R3 = 1.33 (1.28 di default);
• R4 = 0.3 (0.33 di default).
V-6 Capitolo V

4.0 σ [MPa]
3.5
3.0
2.5
2.0
1.5
1.0
0.5
ε [%]
0
0 0.2 0.4 0.6 0.8 1 1.2 1.4 1.6
Figura 5.2: Legame costitutivo adottato per la muratura.

Per la modellazione dei macroelementi sono stati utilizzati elementi shell a 4


nodi con integrazione ridotta (elementi S4R5), con 5 punti d’integrazione nello
spessore degli elementi.
Particolare attenzione è stata posta nell’assicurare una sufficiente regolarità
nella mesh, in modo da non includere nel modello elementi con fattori di forma
eccessivamente elevati, che avrebbero potuto attivare meccanismi di
localizzazione, tipici dei modelli fessurativi.
In Figura 5.3 si riporta, ad esempio, la discretizzazione del macroelemento L2-
L5 della chiesa di SGMR.

Figura 5.3: Discretizzazione ad elementi finiti del macroelemento L2-L5 di SGMR.


Capitolo V V-7

Come fatto in Marseglia (2006), per fissare la dimensione media della mesh da
adottare, sono state condotte delle analisi di sensibilità alla mesh, facendo
variare la dimensione media dell’elemento finito, ovvero l’infittimento della
discretizzazione. I risultati di tali analisi di sensibilità hanno evidenziato
l’opportunità di adottare elementi shell aventi lati con dimensioni medie pari al
2% della lunghezza del macroelemento.

5.2.3 Modalità di applicazione delle azioni


Le forze agenti sui macroelementi sono state applicate ai modelli FEM in due
distinti step di carico:
- step 1: applicazione dei carichi gravitazionali dovuti al peso proprio dei
materiali ed agli scarichi delle coperture;
- step 2: applicazione di un sistema di forze orizzontali, che vengono
scalate, mantenendo invariati i rapporti relativi tra le stesse, in modo da
far crescere con legge monotona lo spostamento orizzontale di un punto
di controllo, fino al raggiungimento delle condizioni ultime. Le forze
orizzontali sono state applicate nelle due direzioni secondo una
distribuzione proporzionale alle masse.

5.3 Facciata
Nelle figure che seguono si riportano, per le facciate delle dieci chiese in
esame, le curve di pushover e le configurazioni deformate con
rappresentazione vettoriale del tensore di tensione in corrispondenza
dell’ultimo incremento di carico.
Dall’esame delle curve carico-spostamento, si evince un comportamento
sensibilmente lineare fin quasi al raggiungimento della resistenza massima.
La rappresentazione vettoriale delle tensioni mostra chiaramente la tendenza
alla formazione di puntoni nelle zone di fascia sovrastante l’apertura centrale e
nel maschio sottovento.
Le facciate, quindi, evidenziano il classico comportamento di parete tozza. Fa
eccezione la chiesa di SGO (Figura 5.11), che, per sisma diretto da destra verso
sinistra, mostra una tendenza allo scollamento della parte sinistra della parete; a
differenza delle altre facciate, per SGO, la curva di pushover mostra un
comportamento non fragile, con un ramo plastico caratterizzato da aumenti di
deformazioni sotto carico sensibilmente costante.
In Figura 5.14 è riportato un confronto fra i moltiplicatori di collasso; è
possibile osservare che la portanza alle azioni orizzontali varia nell’intervallo
50÷80%, ad eccezione di SGMR (λ=139%) che, presentando solo una piccola
apertura in sommità, si comporta come un pannello pieno (Figura 5.5).
V-8 Capitolo V

150%
λ
125%

100%

75%

50%

25%
δ [mm]
0%
0 5 10 15 20 25
(a)

(b)
Figura 5.4: Curva pushover (a) e deformata con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento di facciata della chiesa di SGM (b).
Capitolo V V-9

150%
λ
125%

100%

75%

50%

25%
δ [mm]
0%
0 5 10 15 20 25
(a)

(b)
Figura 5.5: Curva pushover (a) e deformata con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento di facciata della chiesa di SGMR (b).
V-10 Capitolo V

150%
λ
125%

100%

75%

50%

25%
δ [mm]
0%
0 5 10 15 20 25
(a)

(b)
Figura 5.6: Curva pushover (a) e deformata con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento di facciata della chiesa di SPM (b).
Capitolo V V-11

150%
λ
125%

100%

75%

50%

25%
δ [mm]
0%
0 5 10 15 20 25
(a)

(b)
Figura 5.7: Curva pushover (a) e deformata con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento di facciata della chiesa di SI (b).
V-12 Capitolo V

150%
λ
125%

100%

75%

50%

25%
δ [mm]
0%
0 5 10 15 20 25
(a)

(b)
Figura 5.8: Curva pushover (a) e deformata con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento di facciata della chiesa di SMV (b).
Capitolo V V-13

150%
λ
125%

100%

75%

50%

25%
δ [mm]
0%
0 5 10 15 20 25
(a)

(b)
Figura 5.9: Curva pushover (a) e deformata con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento di facciata della chiesa di SAZ (b).
V-14 Capitolo V

150%
λ
125%

100%
SX

75%
DX

50%

25%
δ [mm]
0%
0 5 10 15 20 25
(a)

(b) (c)
Figura 5.10: Curve pushover (a) e deformate con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento di facciata della chiesa di SBM per forze
orizzontali agenti da sinistra (b) e da destra (c).
Capitolo V V-15

150%
λ
125%
SX
100%

75%
DX
50%

25%
δ [mm]
0%
0 5 10 15 20 25
(a)

(b) (c)
Figura 5.11: Curve pushover (a) e deformate con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento di facciata della chiesa di SGO per forze
orizzontali agenti da sinistra (b) e da destra (c).
V-16 Capitolo V

150%
λ
125%

100%

75% SX

50% DX

25%
δ [mm]
0%
0 5 10 15 20 25
(a)

(b) (c)
Figura 5.12: Curve pushover (a) e deformate con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento di facciata della chiesa di SMD per forze
orizzontali agenti da sinistra (b) e da destra (c).
Capitolo V V-17

150%
λ
125%

100%

75%
SX
DX
50%

25%
δ [mm]
0%
0 5 10 15 20 25
(a)

(b) (c)
Figura 5.13: Curve pushover (a) e deformate con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento di facciata della chiesa di SMM per forze
orizzontali agenti da sinistra (b) e da destra (c).
V-18 Capitolo V

150%
λABAQUS

125%

100%

75%

50%

25%

0%
SGM SGMR SPM SI SMV SAZ SBM SGO SMD SMM

Figura 5.14: Confronto fra i moltiplicatori di collasso delle facciate dei dieci casi di
studio.

5.4 Arco trionfale


Nelle figure che seguono si riportano, per il macroelemento primo arco
trionfale delle dieci chiese in esame, le curve di pushover e le configurazioni
deformate con rappresentazione vettoriale del tensore di tensione in
corrispondenza dell’ultimo incremento di carico.
La curve convenzionali carico-spostamento di SGM (Figura 5.15), SI (Figura
5.18) e SAZ (Figura 5.20) presentano un comportamento marcatamente lineare
fin quasi al raggiungimento della resistenza massima assunta in corrispondenza
del punto d’arresto dell’analisi ABAQUS. A riguardo bisogna dire che le
analisi si arrestano probabilmente a seguito dell’apertura delle lesioni, come è
possibile desumere dalla rappresentazione vettoriale del tensore di tensione, ma
dall’andamento fornito, marcatamente lineare, ci si pone qualche riserva sul
fatto che quel valore d’arresto sia poi effettivamente la resistenza massima che
i macroelementi possano fornire. Difatti, una volta attinta la fessurazione, le
analisi non possono più procedere in quanto si dovrebbe prevedere un
cambiamento di geometria che permetta di aprire effettivamente tali fessure.
Tale possibilità non è consentita nel tipo di modello adottato, che porta in conto
il processo fessurativo interamente per via costitutiva, mantenendo la
geometria fissa. Queste chiese, insieme a SMM (Figura 5.21), mostrano,
inoltre, una tendenza alla formazione di un meccanismo di collasso misto, con
Capitolo V V-19

presenza di fessure alla base dei piedritti e nell’arco, rispettivamente,


all’intradosso a sinistra e all’estradosso a destra. Le chiese di SGMR (Figura
5.16) e SMV (Figura 5.19), invece, mostrano l’attitudine ad un meccanismo di
piano.

60%
λ
50%

40%

30%

20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
(a)

(b)
Figura 5.15: Curva pushover (a) e deformata con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento arco trionfale della chiesa di SGM (b).
V-20 Capitolo V

60%
λ
50%

40%

30%

20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
(a)

(b)
Figura 5.16: Curva pushover (a) e deformata con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento arco trionfale della chiesa di SGMR (b).
Capitolo V V-21

60%
λ
50%

40%

30%

20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
(a)

(b)
Figura 5.17: Curva pushover (a) e deformata con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento arco trionfale della chiesa di SPM (b).
V-22 Capitolo V

60%
λ
50%

40%

30%

20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
(a)

(b)
Figura 5.18: Curva pushover (a) e deformata con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento arco trionfale della chiesa di SI (b).
Capitolo V V-23

60%
λ
50%

40%

30%

20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
(a)

(b)
Figura 5.19: Curva pushover (a) e deformata con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento arco trionfale della chiesa di SMV (b).
V-24 Capitolo V

60%
λ
50%

40%

30%

20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
(a)

(b)
Figura 5.20: Curva pushover (a) e deformata con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento arco trionfale della chiesa di SAZ (b).
Capitolo V V-25

60%
λ
50%

40%

30%

20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
(a)

(b)
Figura 5.21: Curva pushover (a) e deformata con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento arco trionfale della chiesa di SMM (b).
V-26 Capitolo V

60%
λABAQUS

50%

40%

30%

20%

10%

0%
SGM SGMR SPM SI SMV SAZ SBM SGO SMD SMM

Figura 5.22: Confronto fra i moltiplicatori di collasso degli archi trionfali dei dieci
casi di studio.

In Figura 5.22 è riportato il confronto fra i moltiplicatori di collasso degli archi


trionfali. È possibile osservare come λ varii tra il 30 ed il 45%; solo SAZ,
essendo caratterizzato da ridotte dimensioni dell’altezza in chiave dell’arco,
presenta una portanza inferiore, pari a 20.2%.

5.5 Sezione trasversale sulla navata


In merito al macroelemento sezione trasversale sulla navata, le curve di
capacità e le deformate delle figure che seguono evidenziano che:
- SGMR (Figura 5.24) e SGO (Figura 5.30) manifestano la tendenza al
meccanismo di piano, con possibile formazione di fessure in testa ed al
piede dei piedritti. Le curve di pushover presentano un andamento
sensibilmente lineare fino alla resistenza massima, seguito da un
decadimento, repentino per SGMR e dolce per SGO, dovuto al
raggiungimento della fessurazione nelle zone tese;
- SMV (Figura 5.27), SAZ (Figura 5.28) e SBM (Figura 5.29) mostrano
un meccanismo di collasso misto simile a quello descritto per gli archi
trionfali, con formazione di fessure ai piedi dei piedritti e nell’arco;
- SGM (Figura 5.23) e SMD (Figura 5.31) manifestano la tendenza al
collasso per ribaltamento della parte superiore delle pareti, con
formazione di cerniere cilindriche orizzontali nella sezione in cui si
Capitolo V V-27

restringe il profilo dei piedritti. La curva di capacità di SGM è lineare


fino a rottura (Figura 5.23a), mentre quella di SMD (Figura 5.31a)
presenta una graduale riduzione di resistenza causata dalla formazione
delle fessure;
- le chiese di SPM (Figura 5.25) e SMM (Figura 5.32) tendono a
collassare per ribaltamento dei piedritti, con formazione di fessure alla
base degli stessi. Le curve λ-δ mostrano un comportamento
praticamente lineare fino al collasso;
- SI (Figura 5.26) mostra un meccanismo di collasso misto, caratterizzato
dalla formazione di fessure nella sezione di variazione dello spessore,
per il piedritto sopravento, da cerniere alla base dei maschi e nell’arco
del piedritto sottovento. La curva di pushover, ad eccezione del tratto
iniziale, presenta un comportamento marcatamente non lineare.
In Figura 5.33 sono confrontati i moltiplicatori di collasso misurati per i diversi
macroelementi trasversali esaminati. Si nota come la capacità λ varii,
all’incirca tra il 15% ed il 25% per tutte le chiese, ad eccezione di SGMR, con
λ=48%, e delle chiese di SGO e SMD, che presentano entrambe λ=6%.
V-28 Capitolo V

50%
λ

40%

30%

20%

10%

δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50 60
(a)

(b)
Figura 5.23: Curva pushover (a) e deformata con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento sezione trasversale sulla navata della
chiesa di SGM (b).
Capitolo V V-29

50%
λ

40%

30%

20%

10%

δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50 60
(a)

(b)
Figura 5.24: Curva pushover (a) e deformata con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento sezione trasversale sulla navata della
chiesa di SGMR (b).
V-30 Capitolo V

50%
λ

40%

30%

20%

10%

δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50 60
(a)

(b)
Figura 5.25: Curva pushover (a) e deformata con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento sezione trasversale sulla navata della
chiesa di SPM (b).
Capitolo V V-31

50%
λ
40%

30%

20%

10%

δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50 60
(a)

(b)
Figura 5.26: Curva pushover (a) e deformata con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento sezione trasversale sulla navata della
chiesa di SI (b).
V-32 Capitolo V

50%
λ

40%

30%

20%

10%

δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50 60
(a)

(b)
Figura 5.27: Curva pushover (a) e deformata con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento sezione trasversale sulla navata della
chiesa di SMV (b).
Capitolo V V-33

50%
λ

40%

30%

20%

10%

δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50 60
(a)

(b)
Figura 5.28: Curva pushover (a) edeformata con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento sezione trasversale sulla navata della
chiesa di SAZ (b).
V-34 Capitolo V

50%
λ

40% SX

30%
DX

20%

10%

δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50 60
(a)

(b) (c)
Figura 5.29: Curve pushover (a) e deformate con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento sezione trasversale sulla navata della
chiesa di SBM per forze orizzontali agenti da sinistra (b) e da destra (c).
Capitolo V V-35

50%
λ

40%

30%

20%

10%

δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50 60
(a)

(b)
Figura 5.30: Curva pushover (a) e deformata con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento sezione trasversale sulla navata della
chiesa di SGO (b).
V-36 Capitolo V

50%
λ

40%

30%

20%

10%

δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50 60
(a)

(b)
Figura 5.31: Curva pushover (a) e deformata con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento sezione trasversale sulla navata della
chiesa di SMD (b).
Capitolo V V-37

50%
λ

40%

30%

20%

10%

δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50 60
(a)

(b)
Figura 5.32: Curva pushover (a) e deformata con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento sezione trasversale sulla navata della
chiesa di SMM (b).
V-38 Capitolo V

50%
λABAQUS

40%

30%

20%

10%

0%
SGM SGMR SPM SI SMV SAZ SBM SGO SMD SMM

Figura 5.33: Confronto fra i moltiplicatori di collasso delle sezioni trasversali dei
dieci casi di studio.

5.6 Arcate
Nelle figure che seguono si riportano, per i macroelementi arcata longitudinale
interna delle dieci chiese in esame, le curve di pushover e le configurazioni
deformate con rappresentazione vettoriale del tensore di tensione in
corrispondenza dell’ultimo incremento di carico.
Per tale tipologia di macroelemento, è evidente un comportamento molto
prossimo a quello che si può definire “tipo a telaio”, caratterizzato cioè dalla
presenza di un traverso e di tre o più piedritti.
Dalle curve convenzionali carico-spostamento, riportate per le due direzioni di
applicazione del carico, si evince un comportamento non perfettamente
simmetrico nelle due direzioni, non tanto in termini di rigidezza quanto in
termini di resistenza. Sempre da suddette curve si osserva un comportamento
sensibilmente lineare fin quasi al raggiungimento della resistenza massima,
dopodichè le analisi si arrestano per l’apertura delle lesioni.
Per le varie chiese, il moltiplicatore di collasso del macroelemento arcate varia
tra il 20 ed il 40% (Figura 5.44), ad eccezione di SGM (λ=14%), che presenta
colonne più snelle rispetto agli altri macroelementi, e di SGMR, che ha una
capacità maggiore (λ=54%), perché il macroelemento è caratterizzato da
percentuali di foratura contenute.
Capitolo V V-39

70%
λ
60%

50%

40%

30%

20% DX
SX
10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40
(a)

(b)

(c)
Figura 5.34: Curve pushover (a) e deformate con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento arcate della chiesa di SGM per forze
orizzontali agenti da sinistra (b) e da destra (c).
V-40 Capitolo V

70%
λ
60%
DX
50%

40%
SX
30%

20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40
(a)

(b)

(c)
Figura 5.35: Curve pushover (a) e deformate con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento arcate della chiesa di SGMR per forze
orizzontali agenti da sinistra (b) e da destra (c).
Capitolo V V-41

70%
λ
60%

50%

40%

30%
SX DX
20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40
(a)

(b)

(c)
Figura 5.36: Curve pushover (a) e deformate con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento arcate della chiesa di SPM per forze
orizzontali agenti da sinistra (b) e da destra (c).
V-42 Capitolo V

70%
λ
60%

50%

40%
SX
30%
DX
20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40
(a)

(b)

(c)
Figura 5.37: Curve pushover (a) e deformate con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento arcate della chiesa di SI per forze
orizzontali agenti da sinistra (b) e da destra (c).
Capitolo V V-43

70%
λ SX
60%
DX
50%

40%

30%

20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40
(a)

(b)

(c)
Figura 5.38: Curve pushover (a) e deformate con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento arcate della chiesa di SMV per forze
orizzontali agenti da sinistra (b) e da destra (c).
V-44 Capitolo V

70%
λ
60%

50%

40%

30%
SX DX
20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40
(a)

(b)

(c)
Figura 5.39: Curve pushover (a) e deformate con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento arcate della chiesa di SAZ per forze
orizzontali agenti da sinistra (b) e da destra (c).
Capitolo V V-45

70%
λ
60%

50% SX
DX
40%

30%

20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40
(a)

(b)

(c)
Figura 5.40: Curve pushover (a) e deformate con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento arcate della chiesa di SBM per forze
orizzontali agenti da sinistra (b) e da destra (c).
V-46 Capitolo V

70%
λ
60%

50% SX

40%
DX
30%

20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40
(a)

(b)

(c)
Figura 5.41: Curve pushover (a) e deformate con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento arcate della chiesa di SGO per forze
orizzontali agenti da sinistra (b) e da destra (c).
Capitolo V V-47

70%
λ
60%

50% SX

DX
40%

30%

20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40
(a)

(b)

(c)
Figura 5.42: Curve pushover (a) e deformate con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento arcate della chiesa di SMD per forze
orizzontali agenti da sinistra (b) e da destra (c).
V-48 Capitolo V

70%
λ
60%

50%

40%

30%
SX
DX
20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40
(a)

(b)

(c)
Figura 5.43: Curve pushover (a) e deformate con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento arcate della chiesa di SMM per forze
orizzontali agenti da sinistra (b) e da destra (c).
Capitolo V V-49

70%
λABAQUS
60%

50%

40%

30%

20%

10%

0%
SGM SGMR SPM SI SMV SAZ SBM SGO SMD SMM

Figura 5.44: Confronto fra i moltiplicatori di collasso delle arcate dei dieci casi di
studio.

5.7 Prospetto longitudinale esterno


Dall’osservazione delle curve di pushover e delle deformate con
rappresentazione del tensore di tensione riportate nelle figure che seguono, si
distinguono tre diversi tipi di comportamento per i prospetti longitudinali.
I macroelementi delle chiese di SMV (Figura 5.49), SAZ (Figura 5.50), SBM
(Figura 5.51), SMD (Figura 5.53) e SMM (Figura 5.54) mostrano un
comportamento da parete piena, con curve di capacità lineari fino al termine
delle analisi.
Per i prospetti di SGM (Figura 5.45) e SGO (Figura 5.52), invece, si nota la
tendenza al distacco delle parti terminali con conseguente ribaltamento. Le
curve di capacità relative al SGM (Figura 5.45a), mostrano un andamento
praticamente lineare fino al collasso, mentre per il prospetto di SGO (Figura
5.52a) le curve mostrano una elevata capacità di deformazione plastica.
Per le rimanenti chiese (SGMR (Figura 5.46), SPM (Figura 5.47) e SI (Figura
5.48)), si osserva la formazione di puntoni nei piedritti con fessurazione in testa
ed al piede. Le curve di pushover mostrano un andamento lineare fin quasi al
raggiungimento della massima resistenza, seguito da un decadimento più o
meno repentino a seconda dei casi.
V-50 Capitolo V

Il confronto fra le capacità (Figura 5.55) mostra una maggiore variabilità


rispetto alle classi di macroelementi esaminate nei paragrafi precedenti; in
particolare, si osservano:
- valori di λ compresi tra 100 e 150%, per le chiese che presentano
prospetti longitudinali assimilabili a pareti piene (SMV, SAZ, SBM,
SMD e SMM);
- λ pari al 50% circa, per le chiese di SGM e SGO;
- λ variabili tra 30 e 50%, per i macroelementi delle chiese di SGMR,
SPM e SI.
Capitolo V V-51

175%
λ
150%

125%

100%

75%
SX DX
50%

25%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
(a)

(b)

(c)
Figura 5.45: Curve pushover (a) e deformate con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento prospetto longitudinale della chiesa di
SGM per forze orizzontali agenti da sinistra (b) e da destra (c).
V-52 Capitolo V

175%
λ
150%
SX
125%
DX
100%

75%

50%

25%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
(a)

(b)

(c)
Figura 5.46: Curve pushover (a) e deformate con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento prospetto longitudinale della chiesa di
SGMR per forze orizzontali agenti da sinistra (b) e da destra (c).
Capitolo V V-53

175%
λ
150%

125%

100%

75%
SX
50%
DX
25%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
(a)

(b)

(c)
Figura 5.47: Curve pushover (a) e deformate con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento prospetto longitudinale della chiesa di
SPM per forze orizzontali agenti da sinistra (b) e da destra (c).
V-54 Capitolo V

175%
λ
150%
125%
100%
75%
50% DX
SX
25%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
(a)

(b)

(c)
Figura 5.48: Curve pushover (a) e deformate con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento prospetto longitudinale della chiesa di SI
per forze orizzontali agenti da sinistra (b) e da destra (c).
Capitolo V V-55

175%
λ
150%

125%

100%

75%

50%

25%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
(a)

(b)
Figura 5.49: Curva pushover (a) e deformata con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento prospetto longitudinale della chiesa di
SMV (b).
V-56 Capitolo V

175%
λ
150%

125%

100%

75%

50%

25%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
(a)

(b)
Figura 5.50: Curva pushover (a) e deformata con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento prospetto longitudinale della chiesa di
SAZ (b).
Capitolo V V-57

175%
λ
150%

125%
SX DX
100%

75%

50%

25%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
(a)

(b)

(c)
Figura 5.51: Curve pushover (a) e deformate con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento prospetto longitudinale della chiesa di
SBM per forze orizzontali agenti da sinistra (b) e da destra (c).
V-58 Capitolo V

175%
λ
150%

125%
SX
100%

75%
DX
50%

25%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
(a)

(b)

(c)
Figura 5.52: Curve pushover (a) e deformate con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento prospetto longitudinale della chiesa di
SGO per forze orizzontali agenti da sinistra (b) e da destra (c).
Capitolo V V-59

175%
λ
150%

125%

100%

75%

50%

25%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
(a)

(b)
Figura 5.53: Curva pushover (a) e deformata con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento prospetto longitudinale della chiesa di
SMD (b).
V-60 Capitolo V

175%
λ
150%

125%

100%
75%
50%

25%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
(a)

(b)
Figura 5.54: Curva pushover (a) e deformata con rappresentazione vettoriale del
tensore di deformazione del macroelemento prospetto longitudinale della chiesa di
SMM (b).
Capitolo V V-61

175%
λABAQUS
150%

125%

100%

75%

50%

25%

0%
SGM SGMR SPM SI SMV SAZ SBM SGO SMD SMM

Figura 5.55: Confronto fra i moltiplicatori di collasso dei prospetti longitudinali


esterni dei dieci casi di studio.

5.8 Confronti fra richieste elastiche e capacità dei macroelementi


Negli istogrammi delle figure che seguono è riportato il confronto tra le
richieste elastiche e le capacità, adimensionalizzate rispetto al peso totale Wi
del macroelemento.
Si può osservare che, in quasi tutti i macroelementi delle dieci chiese, le risorse
risultano inferiori alla domanda. Solo alcuni macroelementi di estremità (come
la facciata, i prospetti longitudinali o i macroelementi che delimitano la zona
del transetto) presentano una resistenza superiore alla richiesta elastica.
In taluni casi, inoltre, la capacità risulta inferiore o superiore alla richiesta, a
seconda che si sia utilizzata la schematizzazione con impalcati rigidi (IR),
ovvero quella priva di tali impalcati (SIR). Ad esempio, nel macroelemento L1
di SGM (Figura 5.56), la richiesta elastica nel modello con diaframmi è di gran
lunga superiore alla capacità restituita dalle analisi non lineari, capacità che è
invece a sua volta superiore alla richiesta ottenuta in assenza dei diaframmi
rigidi.
Ciò evidenzia come l’introduzione di impalcati rigidi quali solai in c.a.
comporta da un lato dei benefici, in quanto riduce le sollecitazione nei
macroelementi interni, dall’altro lato porta a sovraccaricare i macroelementi
più rigidi, che pertanto possono divenire vulnerabili in presenza di diaframmi
rigidi, pur non essendolo in assenza di solai rigidi nel piano.
V-62 Capitolo V

Fi/Wi Richiesta SIR Richiesta IR Capacità


2.0
1.8
1.6
1.4
1.2
1.0
0.8
0.6
0.4
0.2
0.0
T1x T2x T3x T4x T5x T6x T7x T8x L1y L2y L3y L4y L5y L6y

Figura 5.56: Confronto fra le richieste elastiche e le capacità per i macroelementi di


SGM.

Fi/Wi Richiesta SIR Richiesta IR Capacità


2.0
1.8
1.6
1.4
1.2
1.0
0.8
0.6
0.4
0.2
0.0
T1x T2x T3x T4x T5x T6x L1y L2y L3y L4y L5y L6y

Figura 5.57: Confronto fra le richieste elastiche e le capacità per i macroelementi di


SGMR.
Capitolo V V-63

Fi/Wi Richiesta SIR Richiesta IR Capacità


2.0
1.8
1.6
1.4
1.2
1.0
0.8
0.6
0.4
0.2
0.0
T1x T2x T3x T4x T5x T6x T7x T8x T9x T10x T11x L1y L2y L3y L4y L5y L6y

Figura 5.58: Confronto fra le richieste elastiche e le capacità per i macroelementi di


SPM.

Fi/Wi Richiesta SIR Richiesta IR Capacità


2.0
1.8
1.6
1.4
1.2
1.0
0.8
0.6
0.4
0.2
0.0
T1x T2x T3x T4x T5x T6x T7x T8x L1y L2y L3y L4y

Figura 5.59: Confronto fra le richieste elastiche e le capacità per i macroelementi di


SI.
V-64 Capitolo V

Fi/Wi Richiesta SIR Richiesta IR Capacità


2.0
1.8
1.6
1.4
1.2
1.0
0.8
0.6
0.4
0.2
0.0
T1x T2x T3x T4x T5x T6x T7x L1y L2y L3y L4y

Figura 5.60: Confronto fra le richieste elastiche e le capacità per i macroelementi di


SMV.

Fi/Wi Richiesta SIR Richiesta IR Capacità


2.0
1.8
1.6
1.4
1.2
1.0
0.8
0.6
0.4
0.2
0.0
T1x T2x T3x T4x T5x T6x T7x L1y L2y L3y L4y L5y L6y

Figura 5.61: Confronto fra le richieste elastiche e le capacità per i macroelementi di


SAZ.
Capitolo V V-65

Fi/Wi Richiesta SIR Richiesta IR Capacità


2.0
1.8
1.6
1.4
1.2
1.0
0.8
0.6
0.4
0.2
0.0
T1x T2x T3x T4x T5x T6x T7x T8x L1y L2y L3y L4y L5y L6y

Figura 5.62: Confronto fra le richieste elastiche e le capacità per i macroelementi di


SBM.

Fi/Wi Richiesta SIR Richiesta IR Capacità


2.0
1.8
1.6
1.4
1.2
1.0
0.8
0.6
0.4
0.2
0.0
T1x T2x T3x T4x T5x T6x T7x L1y L2y L5y L6y

Figura 5.63: Confronto fra le richieste elastiche e le capacità per i macroelementi di


SGO.
V-66 Capitolo V

Fi/Wi Richiesta SIR Richiesta IR Capacità


2.0
1.8
1.6
1.4
1.2
1.0
0.8
0.6
0.4
0.2
0.0
T1x T2x T3x T4x T5x T6x T7x L1y L2y L3y L4y

Figura 5.64: Confronto fra le richieste elastiche e le capacità per i macroelementi di


SMD.

Fi/Wi Richiesta SIR Richiesta IR Capacità


2.0
1.8
1.6
1.4
1.2
1.0
0.8
0.6
0.4
0.2
0.0
T1x T2x T3x T4x T5x T6x T7x T8x L1y L2y L3y L4y

Figura 5.65: Confronto fra le richieste elastiche e le capacità per i macroelementi di


SMM.
Capitolo V V-67

5.9 Conclusioni
In questo capitolo è stato applicato alle dieci basiliche oggetto di studio, il
secondo step della procedura di analisi “a due passi”. In particolare, tutti i
macroelementi costituenti le basiliche sono stati sottoposti ad analisi non
lineari agli elementi finiti utilizzando il codice di calcolo ABAQUS con un
modello “a fessurazione diffusa”, in cui si considera la geometria fissa e il
processo fessurativo è interamente introdotto attraverso leggi costitutive.
Le analisi hanno consentito di valutare la capacità di ciascun macroelemento e
di conoscere il meccanismo di collasso che può, presumibilmente, attivarsi
sotto forze orizzontali.
Una valutazione approssimata della vulnerabilità sismica della chiesa potrebbe
essere effettuata assumendo che il moltiplicatore di collasso sia il più piccolo di
quelli dei singoli macroelementi che compongono la struttura. Una simile
assunzione, però, trascurerebbe l’aliquota di taglio assorbita dagli elementi
fuori dal piano che, come mostrato nel capitolo precedente, può non essere
trascurabile, anche se soggetta alla non facilmente valutabile incertezza
derivante dalla difficoltà di modellare correttamente le connessioni tra i
macroelementi. Queste possono essere buone, nel caso di murature realizzate
con sufficiente ammorsamento tra le pietre, o scadenti; ma, in ogni caso, in
quanto facenti parti di un fenomeno locale, il loro effetto non è
immediatamente gestibile in un modello che è inteso sostanzialmente per
cogliere degli aspetti globali della risposta.
Ancora più importante in questo contesto è poi la questione riguardante il
rapporto tra le richieste elastiche derivanti dall’analisi 3D e le capacità dei
macroelementi. Infatti, la presenza di un elemento “debole”, intendendo per
tale un macroelemento con basso moltiplicatore di collasso, non
necessariamente pregiudica la sicurezza della struttura, in considerazione del
fatto che su di esso le richieste di resistenze potrebbero essere ancora inferiori.
In ogni caso, dal confronto tra dette capacità e le richieste elastiche ricavate
dalle analisi lineari riportate nel precedente capitolo, si è visto che gran parte
dei macroelementi non sono in grado di resistere all’azione del terremoto.
Occorre però osservare che in campo dinamico, per la presenza delle forze di
inerzia, è possibile l’equilibrio anche con forze che superano le resistenze
ultime.
V-68 Capitolo V
CAPITOLO VI

Analisi semplificate

6.1 Premessa
In questo capitolo viene proposto ed applicato ai casi di studio un approccio
semplificato e più speditivo, che consente di valutare la vulnerabilità delle
chiese attraverso l’analisi della geometria del complesso strutturale e dei
singoli macroelementi. Tale approccio può essere utilizzato per una analisi di
vulnerabilità della chiesa su larga scala, ovvero per una valutazione di massima
della sicurezza sismica della singola chiesa, o come strumento di controllo dei
risultati delle analisi FEM.
Più in dettaglio, vengono definiti e valutati dei parametri geometrici
(compattezza in pianta, snellezza minima e massima dell’edificio, rapporto fra
area delle murature e area totale in pianta, sia globalmente che in ciascuna delle
due direzioni in pianta), che forniscono indicazioni qualitative sul
comportamento strutturale per carichi verticali ed azioni orizzontali.
Sono quindi individuati ed analizzati alcuni parametri geometrici dei singoli
macroelementi (percentuale di foratura, snellezza, rapporto altezza/larghezza)
tramite i quali si può prevedere la classe di meccanismo di collasso atteso.
L’uso di formulazioni semplificate consente, infine, di stimare la capacità
portante dei macroelementi e per estensione dell’intera struttura.
Per la valutazione di detta capacità portante, si è utilizzato l’approccio basato
sui meccanismi locali di collasso. In particolare, sulla base dei meccanismi
descritti in numerosi studi precedenti (Como et al. 1983; Giuffrè 1993; Gurrieri
1999; Avorio et al. 2002; De Luca et al. 2006; Giordano et al. 2006a e b, per
citarne solo alcuni) si sono valutati i moltiplicatore di collasso di alcune classi
di macroelementi, in funzione della geometria e dei carichi agenti.

6.2 Parametri globali


Le dimensioni geometriche principali della chiesa (Figura 6.1) consentono di
definire tre parametri adimensionali B/L, H/B, H/L, rappresentativi,
rispettivamente, della compattezza in pianta e della snellezza massima e
VI-2 Capitolo VI

minima dell’edificio. Il confronto per ciascuno dei suddetti parametri tra le


diverse chiese è riportato in Figura 6.2.

Figura 6.1: Dimensioni geometriche principali della chiesa.

1.20
SGM SGMR
1.00 SPM SI
SMV SAZ
0.80 SBM SGO
SMD SMM
0.60

0.40

0.20

0.00
B/L H/B H/L

Figura 6.2: Rapporti tra le dimensioni globali.

Il rapporto B/L è sempre prossimo a 0.5, solo per le chiese di SMV e SAZ si
registra una maggiore compattezza, con un valore pari a 0.7 circa. La snellezza
Capitolo VI VI-3

massima (H/B), varia nel range 0.7 (SGM, SGMR ed SBM) e 1.05 (SMD).
Infine, il rapporto H/L varia tra un minimo di 0.4 (SGMR ed SBM) ed un
massimo di 0.6 (SMV ed SMD).
Sono stati inoltre identificati alcuni parametri geometrici che potessero fornire,
in via semplificata, una valutazione del comportamento di ciascuna chiesa per
effetto sia dei carichi verticali sia delle azioni orizzontali. Come parametro
indicativo del comportamento sotto carichi verticali è stato valutato il rapporto
tra l’area totale di base delle murature (Anetta) e l’area totale in pianta (Atot).

30% Anetta/Atot

25%

20%

15%

10%

5%

0%
SGM SGMR SPM SI SMV SAZ SBM SGO SMD SMM

Figura 6.3: Rapporti Anetta/Atot.

Dall’istogramma di Figura 6.3 è possibile osservare come tale rapporto si


mantiene stabile tra il 15% ed il 20% per la maggior parte delle chiese, valori
che corrispondono ad un rapporto Anetta/Atot di 1/5÷1/6, tipico delle costruzioni
in muratura, come riportato anche dal Rondelet nel suo trattato (Rondelet
1802). Fanno eccezione SMV e SBM, che presentano, rispettivamente, valori
del 27% e 26% perchè, a fronte di un’area totale in pianta ridotta (SMV e
SBM, infatti, sono state classificate come chiese di piccole dimensioni), queste
basiliche sono caratterizzate da pareti murarie con elevati spessori e piccole
aperture. Tale rapporto è da ritenersi indicativo del comportamento
dell’edificio sotto carichi verticali, in quanto può offrire una valutazione
approssimata del tasso di lavoro. All’aumentare, infatti, del rapporto Anetta/Atot
ci si aspetta una diminuzione dei valori di tensione massima alla base.
VI-4 Capitolo VI

Per valutare l’effettivo tasso di lavoro di ciascuna chiesa, si sono calcolate le


tensioni normali da carico verticale. In particolare, è stata valutata la tensione
media, definita come σmedia=Wtot/Anetta, e i valori di tensione da carico verticale
massima e minima che si registrano alla base dei maschi murari. Tale analisi è
stata effettuata senza tener conto di alcuna imperfezione o eccentricità, che
sono solitamente presenti negli edifici antichi in muratura. I valori medi,
massimi e minimi della tensione σ sono diagrammati in Figura 6.4.
La tensione media oscilla, per la maggior parte dei casi, tra 0.3MPa e 0.5MPa.
Il valore massimo riscontrato è di 1.3MPa (chiesa di SGMR), mentre quello
minimo è di 0.1MPa (chiesa di SMV).
La Figura 6.4 dimostra quanto precedentemente osservato riguardo la
correlazione tra rapporto Anetta/Atot e tassi di lavoro. Infatti, le chiese di SMV e
SBM, che presentano un alto valore Anetta/Atot, sono caratterizzate da valori di
tensione minima, media e massima piuttosto contenuti e molto prossimi tra
loro; il contrario, invece, accade nelle altre chiese.

1.4
σ [MPa]
1.2 Media
Massima
1.0
Minima
0.8

0.6

0.4

0.2

0.0
SGM SGMR SPM SI SMV SAZ SBM SGO SMD SMM

Figura 6.4: Tensioni alla base.

Nelle figure che seguono si riportano le distribuzioni delle tensioni alla base
dei dieci casi di studio. È possibile osservare che, generalmente, i valori delle
tensioni massime si hanno in corrispondenza delle colonne, mentre quelli
minimi in corrispondenza dei prospetti laterali. Sulle colonne, che presentano
sezioni ridotte, grava, infatti, un’elevata percentuale di carico verticale dovuto
Capitolo VI VI-5

alle coperture; i muri perimetrali longitudinali, invece, sostengono quasi


esclusivamente il peso proprio.

Figura 6.5: Tensioni da carichi verticali alla base della chiesa di SGM.
VI-6 Capitolo VI

Figura 6.6: Tensioni da carichi verticali alla base della chiesa di SGMR.
Capitolo VI VI-7

Figura 6.7: Tensioni da carichi verticali alla base della chiesa di SPM.
VI-8 Capitolo VI

Figura 6.8: Tensioni da carichi verticali alla base della chiesa di SI.
Capitolo VI VI-9

Figura 6.9: Tensioni da carichi verticali alla base della chiesa di SMV.
VI-10 Capitolo VI

Figura 6.10: Tensioni da carichi verticali alla base della chiesa di SAZ.
Capitolo VI VI-11

Figura 6.11: Tensioni da carichi verticali alla base della chiesa di SBM.
VI-12 Capitolo VI

Figura 6.12: Tensioni da carichi verticali alla base della chiesa di SGO.
Capitolo VI VI-13

Figura 6.13: Tensioni da carichi verticali alla base della chiesa di SMD.
VI-14 Capitolo VI

Figura 6.14: Tensioni da carichi verticali alla base della chiesa di SMM.
Capitolo VI VI-15

Infine, si sono individuati alcuni parametri, sempre di natura geometrica, che


potessero fornire una valutazione approssimata del comportamento sotto azioni
orizzontali. Tali parametri geometrici sono: (i) l’area netta di base dei maschi
presenti in ciascuna direzione, adimensionalizzata all’area totale (Aw,trasv./Atot e
Aw,long./Atot); (ii) l’area netta di base dei maschi sul peso totale (Aw/Wtot). Il
primo rapporto rappresenta una misura della resistenza tagliante alla base,
mentre il secondo indice dà una misura della sezione resistente orizzontale per
unità di peso.
La Figura 6.15 mostra il confronto tra i rapporti Aw,trasv./Atot e Aw,long./Atot per
ogni chiesa.

25%

Aw,trasv./Atot
20%
Aw,long./Atot

15%

10%

5%

0%
SGM SGMR SPM SI SMV SAZ SBM SGO SMD SMM

Figura 6.15: Area di base resistente a taglio in direzione trasversale e longitudinale.

Per gli edifici “semplici” in muratura non armata, l’EC8’03 raccomanda che, in
ogni direzione, Aw/Atot non sia inferiore al 2÷5%, a seconda del numero dei
piani e della massima accelerazione sismica prevista. L’OPCM 3431’05,
invece, prescrive una percentuale di area resistente in ogni direzione non
minore al 3.5÷7% dell’area totale dell’impalcato; tale variabilità dipende, come
per l’EC8, dal numero di piani e dalla accelerazione massima del terreno. Per
edifici storici siti in zona ad alta sismicità, in Lourenço et al. (2005) è suggerito
un valore di Aw/Atot maggiore o uguale al 10%. Tale condizione è soddisfatta
nelle due direzioni solo per le chiese di SPM, SMV, SAZ, SBM, SMB e SMM.
Le altre quattro chiese (SGM, SGMR, SI e SGO), invece, mostrano percentuali
di aree resistenti in direzione trasversale inferiori al 10%, il che può essere
VI-16 Capitolo VI

indicativo di una maggiore vulnerabilità di tali chiese nella direzione


trasversale.
Va osservato che nei casi di SGMR, SMV, SAZ, SBM ed SGO, si ha una netta
differenza tra le percentuali misurate nelle due direzioni, a causa dell’elevata
percentuale di foratura dei macroelementi in direzione trasversale, mentre
questa differenza è meno evidente per le chiese di SGM, SPM, SI, SMD ed
SMM. Inoltre, in ciascuna chiesa, la direzione longitudinale risulta essere
quella maggiormente resistente, se si escludono i casi di SPM e di SMD, i cui
muri, in direzione trasversale sono meno forati di quelli in direzione
longitudinale.
In Figura 6.16 è riportato il confronto tra i rapporti Aw,trasv./Wtot e Aw,long./Wtot
per ogni chiesa.
Per il suddetto rapporto, in Lourenço et al. (2005) è indicato un valore minimo
di 1.2m2/MN, che viene rispettato in tutte le chiese, anche in direzione debole,
con valori che variano tra 1.2m2/MN (per la chiesa di SGM) ed 1.8m2/MN (per
la chiesa di SI). L’unica eccezione è data dalla chiesa di SAZ, con un valore di
0.9m2/MN, in direzione trasversale e di 1.2m2/MN, in direzione longitudinale,
essendo questa, la chiesa con il maggiore peso complessivo.

3.0
[m2/MN] Aw,trasv./Wtot
2.5 Aw,long./Wtot

2.0

1.5

1.0

0.5

0.0
SGM SGMR SPM SI SMV SAZ SBM SGO SMD SMM

Figura 6.16: Sezione resistente in direzione trasversale e longitudinale per unità di


peso.

Si fa osservare che i parametri esaminati, calcolati nelle due direzioni principali


della chiesa, costituiscono una misura significativa, sebbene approssimata,
Capitolo VI VI-17

della capacità resistente alle azioni orizzontali della chiesa solo nei casi in cui
gli elementi strutturali siano caratterizzati da meccanismi di collasso a taglio.
Tale modalità di crisi è ipotizzabile nel caso di pareti piene e tozze, mentre,
molto spesso, i macroelementi delle chiese sono caratterizzati da grandi
aperture, arcate e presenza di colonne, il che suggerisce meccanismi di collasso
del tipo a telaio.
Sembra allora importante esaminare la geometria dei singoli macroelementi e,
in particolare, valutare per ciascuno di essi la percentuale di foratura
(f=(Afori/Atot)macro) e il fattore di forma (h/b), dato dal rapporto fra l’altezza h e
la larghezza b della parete. Il primo parametro indica se può innescarsi un
meccanismo di rottura a telaio, il secondo, invece, se la parete è caratterizzata
da un meccanismo di collasso a ribaltamento o a taglio.
Un altro parametro geometrico che fornisce utili indicazioni sul
comportamento sotto forze orizzontali dei macroelementi è la snellezza
geometrica h/s. Infatti, come si vedrà nel capitolo VIII, tale grandezza consente
di stimare la portanza dell’elemento murario per i meccanismi di collasso fuori
piano (Eq. (8.6)).

6.2.1 Valutazione approssimata del periodo di vibrazione delle chiese


Come illustrato nel §1.4, secondo le LL. GG. 2006, il periodo di vibrazione
può essere stimato con la formula indicata nell’Ordinanza solo nel caso di
strutture assimilabili ad edifici; per le altre strutture, tale periodo, deve essere
stimato con formule opportune o ricavato a partire dalla forma modale
principale, adottando, per i materiali, i valori dei moduli elastici fessurati.
Per le costruzioni non assimilabili ad edifici, pertanto, se non si vogliono
effettuare analisi modali, che peraltro presentano i limiti evidenziati nel §1.5,
nasce il problema di valutare il periodo di vibrazione con formule
approssimate.
A tal fine, sulla scorta dei risultati delle analisi modali condotte sui casi di
studio, in questo paragrafo viene proposto un confronto fra i periodi principali
di vibrazione ricavati dalle analisi numeriche e i valori ottenibili con
l’applicazione delle formulazioni semplificate suggerite dalle normative
sismiche DM’96, OPCM 3431’05, NTC’07 e EC8’03, che consentono di
calcolare il periodo proprio di vibrazione in base alla geometria dell’edificio.
Le suddette relazioni si esprimono mediante le seguenti formule:

DM’96:
H
T 0 = 0.1 ⋅ [s] (6.1)
B

OPCM 3431’05, NTC’07 e EC8’03:


VI-18 Capitolo VI

T1 = C1 ⋅ H 3 / 4 [s] (6.2)

dove H indica l’altezza dell’edificio, in metri, dal piano delle fondazioni, B la


larghezza, in metri, della pianta del fabbricato e C1 un coefficiente numerico
che le norme OPCM 3431’05, NTC’07 e EC8’03 pongono pari a 0.05 per
edifici in muratura.
La Figura 6.17 illustra il confronto fra i valori dei periodi calcolati secondo le
indicazioni di norma e quelli desunti dalle analisi per le diverse chiese. In
particolare, l’Eq. (6.1) è stata diagrammata nel piano H-T per B=20m, B=25m
e B=40m, ovvero, per i valori di larghezza in pianta delle chiese in precedenza
definite di piccole, medie e grandi dimensioni (Figura 3.2).
Nel caso di schema senza impalcato rigido (SIR), i valori calcolati mediante le
formule semplificate del DM’96, per valori di larghezza compresi tra i 20m e i
25m e valori di altezza superiori ai 15m, sono prossimi a quelli desunti dalle
analisi. L’OPCM 3431, le NTC e l’EC8, invece, forniscono valori attendibili
per altezze comprese tra i 15m e i 35m. La linea di tendenza dei valori calcolati
segue la retta di equazione (6.1) fornita dal DM’96, per B=20m.
Nel caso di schema con impalcato rigido (IR), i valori di periodo calcolati
mediante analisi dinamica sono tutti compresi tra quelli indicati dal DM’96 per
larghezze tra i 20m e i 40m e per altezze inferiori ai 25m. Per altezze maggiori
di 25m, entrambe le relazioni (6.1) e (6.2) forniscono valori di periodo più
elevati, mentre la linea di tendenza segue ancora una volta la retta di Eq. (6.1)
del DM’96, per larghezza B pari a 40m.

0.9 T [s] DM'96 (B=20m)


DM'96 (B=25m)
y = 0.0227x
0.8 DM'96 (B=40m) R2 = -0.6683
OPCM3431
0.7 SIR
IR
0.6

0.5

0.4 y = 0.0154x
2
R = 0.5935
0.3

0.2

0.1
H [m]
0
5 10 15 20 25 30 35 40

Figura 6.17: Confronto fra i periodi di vibrazione.


Capitolo VI VI-19

6.3 Parametri geometrici dei macroelementi


In Figura 6.18 sono riportati valori di f=(Afori/Atot)macro calcolati per le classi di
macroelementi più significative delle chiese in esame, ovvero per le classi 2, 4
e 5 dei macroelementi trasversali e per le classi 6 e 7 dei macroelementi
longitudinali (Figura 3.5).

80% SGM SGMR SPM SI SMV


SAZ SBM SGO SMD SMM
(Afori/Atot)macro
70%
60%
50%
40%
30%
20%
10%
0%
2 4 5
(a)

80% SGM SGMR SPM SI SMV


SAZ SBM SGO SMD SMM
(Afori/Atot)macro
70%
60%
50%
40%
30%
20%
10%
0%
6 7
(b)
Figura 6.18: Rapporto di foratura per alcune classi di macroelementi trasversali (a) e
longitudinali (b).
VI-20 Capitolo VI

È possibile osservare che la percentuale di foratura per l’elemento 2 (primo


arco trionfale) ricade nel range 25÷35%; fanno eccezione SAZ e SPM che
presentano percentuali di foratura pari, rispettivamente, al 58 e 10%. Nel caso
dei macroelementi trasversali di tipo 4, corrispondenti alle sezioni trasversali
sulla navata, il rapporto di foratura è sempre molto elevato, con valori compresi
tra il 40 ed il 70%. I macroelementi di facciata, tipo 5, e quelli longitudinali
esterni, tipo 6, mostrano una certa uniformità nel rapporto fori/pieni, con
percentuali medie d’apertura dell’ordine del 5%. Le arcate principali,
macroelementi tipo 7, mostrano valori di (Afori/Atot)macro compresi tra 20 e 40%,
con un valore particolarmente alto (55%) per SGM.
Dall’analisi di tali valori s’intuisce che i macroelementi di tipo 5 e 6 (facciata e
prospetti longitudinali), essendo caratterizzati da basse percentuali di foratura,
tendono a manifestare nel piano meccanismi di collasso tipici dei muri a parete
piena (Figura 6.19a), mentre per le restanti classi, possono attivarsi meccanismi
di collasso a telaio, del tipo in Figura 6.19b e c, se le percentuali sono alte, o di
tipo misto, con tendenza alla formazione di un meccanismo a telaio shear type
e contemporanea rottura a taglio dei maschi murari, se (Afori/Atot)macro è
dell’ordine del 10÷20% (Figura 6.19d).

(Afori/Atot)macro=3.46% (Afori/Atot)macro=25.45%

(a) (b)
(Afori/Atot)macro=34.06% (Afori/Atot)macro=13.16%

(c) (d)
Figura 6.19: Meccanismi di collasso a taglio (a), a telaio-portale (b), a telaio
multicampata (c) e misto (d).
Capitolo VI VI-21

Nei grafici che seguono si analizzano in dettaglio le dimensioni geometriche di


ciascuna classe di macrolemento; in particolare, sono stati valutati i valori dei
fattori di forma hi/bi e delle snellezze hi/si (i=1,2,3) delle tre parti in cui sono
stati suddivisi i macroelementi (Figura 3.6).
VI-22 Capitolo VI

SGM SGMR SPM SI SMV SAZ SBM SGO SMD SMM


2.0
h/b
1.8
1.6
1.4
1.2
1.0
0.8
0.6
0.4
0.2
0.0
1 2 3 4 5 6 7 8
Classe Macroelemento

Figura 6.20: Fattore di forma delle otto classi di macroelementi.

SGM SGMR SPM SI SMV SAZ SBM SGO SMD SMM


5.0
h1/b1
4.5
4.0
3.5
3.0
2.5
2.0
1.5
1.0
0.5
0.0
1 2 3 4 5 6 7 8
Classe Macroelemento

Figura 6.21: Fattore di forma della parte 1 (Figura 3.6) delle otto classi di
macroelementi.
Capitolo VI VI-23

SGM SGMR SPM SI SMV SAZ SBM SGO SMD SMM


5.0
h2/b2
4.5
4.0
3.5
3.0
2.5
2.0
1.5
1.0
0.5
0.0
1 2 3 4 5 6 7 8
Classe Macroelemento

Figura 6.22: Fattore di forma della parte 2 (Figura 3.6) delle otto classi di
macroelementi.

SGM SGMR SPM SI SMV SAZ SBM SGO SMD SMM


5.0
h3/b3
4.5
4.0
3.5
3.0
2.5
2.0
1.5
1.0
0.5
0.0
1 2 3 4 5 6 7 8
Classe Macroelemento

Figura 6.23: Fattore di forma della parte 3 (Figura 3.6) delle otto classi di
macroelementi.
VI-24 Capitolo VI

SGM SGMR SPM SI SMV SAZ SBM SGO SMD SMM


30
h1/s1

25

20

15

10

0
1 2 3 4 5 6 7 8
Classe Macroelemento

Figura 6.24: Snellezza della parte 1 (Figura 3.6) delle otto classi di macroelementi.

SGM SGMR SPM SI SMV SAZ SBM SGO SMD SMM


30
h2/s2

25

20

15

10

0
1 2 3 4 5 6 7 8
Classe Macroelemento

Figura 6.25: Snellezza della parte 2 (Figura 3.6) delle otto classi di macroelementi.
Capitolo VI VI-25

SGM SGMR SPM SI SMV SAZ SBM SGO SMD SMM


30
h3/s3

25

20

15

10

0
1 2 3 4 5 6 7 8
Classe Macroelemento

Figura 6.26: Snellezza della parte 3 (Figura 3.6) delle otto classi di macroelementi.

6.3.1 Ripartizione semplificata dell’azione sismica

Nel §5.3.3 delle LL. GG. 2006, viene specificato che la verifica complessiva
della risposta sismica del manufatto non richiede necessariamente il ricorso ad
un modello globale della costruzione, essendo possibile procedere alla
scomposizione della struttura in parti (macroelementi), a condizione che venga
valutata la ripartizione delle azioni sismiche tra i diversi sistemi strutturali, in
ragione delle diverse rigidezze e dei collegamenti tra le stesse. Le LL. GG.
2006, aggiungono che tale ripartizione può essere operata anche in modo
approssimato, purché venga garantito l’equilibrio nei riguardi della totalità
delle azioni orizzontali.
Per una ripartizione approssimata, si propone la seguente relazione:
Fi A macro,i ⋅ d i
= (6.3)
γ I ⋅ F ∑i A macro,i ⋅ d i
dove Amacro,i è l’area dell’i-esimo macroelemento, mentre di è un parametro
geometrico che si assume pari a:
di = 2 ⋅ si (6.4)
se il macroelemento è disposto ortogonalmente all’azione sismica, mentre
risulta pari a:
d i = δi ⋅ b i (6.5)
VI-26 Capitolo VI

se il macroelemento è disposto parallelamente all’azione sismica. I termini che


compaiono nelle equazioni (6.4) e (6.5) sono (Figura 6.27):
- si lo spessore (medio) del macroelemento i-esimo;
- bi la lunghezza del macroelemento i-esimo;
- δ i = 1 − f i ≥ 0.5 per gli archi e le arcate trasversali e per i
macroelementi perimetrali (prospetti longitudinali e trasversali);
- δi = 1 − 2 ⋅ f i ≥ 0.5 per le arcate longitudinali interne;
- fi = (Afori/Atot)macro,i la percentuale di foratura del macroelemento i-
esimo.

Figura 6.27: Dimensioni geometriche del macroelemento i-esimo.

Nelle figure che seguono si riporta il confronto fra i tagli ottenuti con
l’applicazione della formula approssimata (6.3) e i risultati delle analisi al SAP
riportati nel capitolo IV. Si osserva che per il sisma agente in direzione
trasversale, si ha una buona stima del taglio, mentre, per il sisma agente in
direzione longitudinale, si osservano alcuni macroelementi in cui l’Eq. (6.3)
tende a sovrastimare il taglio (si vedano ad esempio i macroelementi L1, L2,
L5 e L6 di SPM (Figura 6.30b)).
In ogni caso, il confronto evidenzia una buona attendibilità della Eq. (6.3) nel
ripartire in maniera approssimata il tagliante di piano. Risultano comunque
necessari approfondimenti teorici e sopratutto ulteriori applicazioni ad un
campione di chiese maggiormente significativo per poter validare la formula
approssimata proposta.
Capitolo VI VI-27

Fi/γIF SIR-x IR-x Ripartizione approssimata


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 T8 L1 L2 L3 L4 L5 L6
(a)

Fi/γIF SIR-y IR-y Ripartizione approssimata


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 T8 L1 L2 L3 L4 L5 L6
(b)
Figura 6.28: Ripartizione del taglio sismico fra i macroelementi di SGM; confronto fra
i risultati delle analisi FEM (§4.4) e della formula approssimata (6.3): (a) sisma in
direzione trasversale; (b) sisma in direzione longitudinale.
VI-28 Capitolo VI

Fi/γIF SIR-x IR-x Ripartizione approssimata


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 L1 L2 L3 L4 L5 L6
(a)

Fi/γIF SIR-y IR-y Ripartizione approssimata


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 L1 L2 L3 L4 L5 L6
(b)
Figura 6.29: Ripartizione del taglio sismico fra i macroelementi di SGMR; confronto
fra i risultati delle analisi FEM (§4.4) e della formula approssimata (6.3): (a) sisma in
direzione trasversale; (b) sisma in direzione longitudinale.
Capitolo VI VI-29

Fi/γIF SIR-x IR-x Ripartizione approssimata


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 T8 T9 T10 T11 L1 L2 L3 L4 L5 L6
(a)

Fi/γIF SIR-y IR-y Ripartizione approssimata


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 T8 T9 T10 T11 L1 L2 L3 L4 L5 L6
(b)
Figura 6.30: Ripartizione del taglio sismico fra i macroelementi di SPM; confronto fra
i risultati delle analisi FEM (§4.4) e della formula approssimata (6.3): (a) sisma in
direzione trasversale; (b) sisma in direzione longitudinale.
VI-30 Capitolo VI

Fi/γIF SIR-x IR-x Ripartizione approssimata


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 T8 L1 L2 L3 L4
(a)

Fi/γIF SIR-y IR-y Ripartizione approssimata


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 T8 L1 L2 L3 L4
(b)
Figura 6.31: Ripartizione del taglio sismico fra i macroelementi di SI; confronto fra i
risultati delle analisi FEM (§4.4) e della formula approssimata (6.3): (a) sisma in
direzione trasversale; (b) sisma in direzione longitudinale.
Capitolo VI VI-31

Fi/γIF SIR-x IR-x Ripartizione approssimata


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 L1 L2 L3 L4
(a)

Fi/γIF SIR-y IR-y Ripartizione approssimata


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 L1 L2 L3 L4
(b)
Figura 6.32: Ripartizione del taglio sismico fra i macroelementi di SMV; confronto fra
i risultati delle analisi FEM (§4.4) e della formula approssimata (6.3): (a) sisma in
direzione trasversale; (b) sisma in direzione longitudinale.
VI-32 Capitolo VI

Fi/γIF SIR-x IR-x Ripartizione approssimata


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 L1 L2 L3 L4 L5 L6
(a)

Fi/γIF SIR-y IR-y Ripartizione approssimata


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 L1 L2 L3 L4 L5 L6
(b)
Figura 6.33: Ripartizione del taglio sismico fra i macroelementi di SAZ; confronto fra
i risultati delle analisi FEM (§4.4) e della formula approssimata (6.3): (a) sisma in
direzione trasversale; (b) sisma in direzione longitudinale.
Capitolo VI VI-33

Fi/γIF SIR-x IR-x Ripartizione approssimata


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 T8 L1 L2 L3 L4 L5 L6
(a)

Fi/γIF SIR-y IR-y Ripartizione approssimata


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 T8 L1 L2 L3 L4 L5 L6
(b)
Figura 6.34: Ripartizione del taglio sismico fra i macroelementi di SBM; confronto fra
i risultati delle analisi FEM (§4.4) e della formula approssimata (6.3): (a) sisma in
direzione trasversale; (b) sisma in direzione longitudinale.
VI-34 Capitolo VI

Fi/γIF SIR-x IR-x Ripartizione approssimata


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 L1 L2 L3 L4 L5 L6
(a)

Fi/γIF SIR-y IR-y Ripartizione approssimata


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 L1 L2 L3 L4 L5 L6
(b)
Figura 6.35: Ripartizione del taglio sismico fra i macroelementi di SGO; confronto fra
i risultati delle analisi FEM (§4.4) e della formula approssimata (6.3): (a) sisma in
direzione trasversale; (b) sisma in direzione longitudinale.
Capitolo VI VI-35

Fi/γIF SIR-x IR-x Ripartizione approssimata


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 L1 L2 L3 L4
(a)

Fi/γIF SIR-y IR-y Ripartizione approssimata


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 L1 L2 L3 L4
(b)
Figura 6.36: Ripartizione del taglio sismico fra i macroelementi di SMD; confronto fra
i risultati delle analisi FEM (§4.4) e della formula approssimata (6.3): (a) sisma in
direzione trasversale; (b) sisma in direzione longitudinale.
VI-36 Capitolo VI

Fi/γIF SIR-x IR-x Ripartizione approssimata


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 T8 L1 L2 L3 L4
(a)

Fi/γIF SIR-y IR-y Ripartizione approssimata


40%

35%

30%

25%

20%

15%

10%

5%

0%
T1 T2 T3 T4 T5 T6 T7 T8 L1 L2 L3 L4
(b)
Figura 6.37: Ripartizione del taglio sismico fra i macroelementi di SMM; confronto
fra i risultati delle analisi FEM (§4.4) e della formula approssimata (6.3): (a) sisma in
direzione trasversale; (b) sisma in direzione longitudinale.
Capitolo VI VI-37

6.4 Valutazione del moltiplicatore di collasso nel piano di pannelli murari

6.4.1 Parete piena


Si consideri il pannello murario di Figura 6.38a caricato dalle seguenti azioni:
- peso del pannello: Wmuro = γ ⋅ h ⋅ b ⋅ s ;
- peso della copertura: Wcop ;
- peso totale : Wtot = Wmuro + Wcop ;
- forza orizzontale: F.
La distanza di applicazione hF di F dalla base del blocco vale:
hF = α ⋅ h (6.6)
essendo:
W + 2 ⋅ Wcop W ⎛ 2 ⋅ Wcop ⎞ (1 + 2 ⋅ β)
α = 0.5 ⋅ muro = 0.5 ⋅ muro ⋅ ⎜⎜1 + ⎟⎟ = 0.5 ⋅ (6.7)
Wtot Wtot ⎝ Wmuro ⎠ (1 + β)
Wcop
β= (6.8)
Wmuro

Wcop
F
b
F
hF h
h
hF Wtot
Wmuro
b
A
s
a b' 0.85f d
e
a
N=Wtot
(a) (b)

Figura 6.38: Caratteristiche geometriche della parete piena.

I meccanismi di rottura che si possono innescare nella parete di Figura 6.38a


sono:
1) ribaltamento;
VI-38 Capitolo VI

2) presso-flessione;
3) taglio da scorrimento;
4) taglio per trazione.
Nei sottoparagrafi che seguono si analizzano in dettaglio le singole modalità di
crisi su elencate. Per la valutazione delle resistenze, si fa riferimento alle
indicazioni contenute nell’OPCM 3431’05 per gli edifici in muratura. A tal
riguardo si fa notare che per la resistenza a taglio, l’Ordinanza fa riferimento
alla rottura per taglio da scorrimento nel caso di edifici nuovi e alla rottura da
taglio per trazione per gli edifici esistenti.

6.4.1.1 Meccanismo di rottura per ribaltamento


Dall’equilibrio alla rotazione del pannello intorno alla linea a-a di Figura 6.38a,
si ricava:
b F b l 1 1
F ⋅ h F = Wtot ⋅ ⇒ λ = = = ⋅ = ⋅χ (6.9)
2 Wtot 2 ⋅ h F 2 ⋅ α h / b h / b
con:
l
χ= (6.10)
2⋅α

6.4.1.2 Meccanismo di rottura per presso-flessione


Secondo l’OPCM 3431’05, il momento ultimo può essere calcolato assumendo
la muratura non reagente a trazione ed un’opportuna distribuzione non lineare
delle compressioni. Nel caso di una sezione rettangolare, tale momento ultimo,
può essere calcolato come:
1 ⎛ σo ⎞
M u = ⋅ b 2 ⋅ s ⋅ σo ⋅ ⎜⎜1 − ⎟⎟ (6.11)
2 ⎝ 0 . 85 ⋅ f d ⎠

essendo:
W
- σ o = tot la tensione normale media, riferita all’area totale della
b⋅s
sezione;
f
- f d = k la resistenza a compressione di calcolo della muratura. Nel
γm
caso di analisi statica non lineare, l’OPCM 3431’05 consente di
assumere f d = f med .
Posto (Figura 6.38b):
N = Wtot = 0.85 ⋅ f d ⋅ b'⋅s (6.12)
si ha:
Capitolo VI VI-39

N Wtot
b' = = (6.13)
0.85 ⋅ f d ⋅ s 0.85 ⋅ f d ⋅ s
b b' b 1 Wtot
e= − = − ⋅ (6.14)
2 2 2 2 0.85 ⋅ f d ⋅ s
Pertanto, dalla condizione di equilibrio alla rotazione intorno al punto A di
Figura 6.38b:
l⎛ Wtot ⎞ l⎛ σo ⎞
F ⋅ h F = Wtot ⋅ e = Wtot ⋅ ⎜⎜1 − ⎟⎟ = Wtot ⋅ ⎜⎜1 − ⎟ (6.15)
2 ⎝ 0.85 ⋅ f d ⋅ b ⋅ s ⎠ 2 ⎝ 0.85 ⋅ f d ⎟⎠
è possibile ricavare la resistenza ultima per rottura da presso-flessione:
F b ⎛ σo ⎞ l 1 ⎛ σo ⎞ 1
λ= = ⋅ ⎜⎜1 − ⎟⎟ = ⋅ ⋅ ⎜⎜1 − ⎟⎟ = ⋅ χ (6.16)
Wtot 2 ⋅ h F ⎝ 0.85 ⋅ f d ⎠ 2 ⋅ α h / b ⎝ 0.85 ⋅ f d ⎠ h / b
l ⎛ σo ⎞
χ= ⋅ ⎜⎜1 − ⎟ (6.17)
2 ⋅ α ⎝ 0.85 ⋅ f d ⎟⎠
Dal confronto fra la condizione (6.9) (ribaltamento del blocco rigido) e la
(6.16) (presso-flessione), si può notare come l’espressione della portanza
λ=F/Wtot differisce solo per il termine:
λ Pr esso−flessione ⎛ σo ⎞ ⎛ (1 + β) ⋅ γ ⋅ h ⎞
= ⎜⎜1 − ⎟⎟ = ⎜⎜1 − ⎟ (6.18)
λ Ribaltamento ⎝ 0.85 ⋅ f d ⎠ ⎝ 0.85 ⋅ f d ⎟⎠
che, per h=3m; γ=16kN/m3; fd=3.3MPa; β=0÷1.5, può variare fra 0.95 e 0.98
(si può arrivare a valori di 0.9 per b=6m e β=1.5).
Ne consegue che il meccanismo per ribaltamento del blocco rigido fornisce
moltiplicatori di collasso più alti del 2÷10% rispetto al meccanismo di rottura
per presso-flessione.

6.4.1.3 Meccanismo di rottura per taglio da scorrimento


Secondo l’OPCM 3431’05, per gli edifici nuovi, la resistenza a taglio viene
valutata per mezzo della seguente relazione:
Vt = b'⋅s ⋅ f vd (6.19)
dove:
- b' è la lunghezza della parte compressa della parete (per semplicità
si pone b' = b , anche se la CM’81 assume b' = 0.9 ⋅ b ; mentre il
DM’87 e il DM’05 assumono b' = b se e = M / N ≤ b / 6 e
b' = (3 / 2 − 3 ⋅ e / b) ⋅ b se b / 6 < e ≤ l.3 ⋅ b / 6 = 0.22 ⋅ b );
f
- f dv = vk è la resistenza tagliante di calcolo valutata, secondo il
γm
punto 2.3.2.1 del DM’87 (ovvero adottando il criterio di resistenza
VI-40 Capitolo VI

di Mohr-Coulomb), adottando una tensione normale media calcolata


W
sulla parte compressa della sezione ( σo = tot ). L’OPCM 3431’05
b'⋅s
specifica che, nel caso di analisi statica non lineare, la resistenza a
taglio può essere calcolata ponendo f dv = f vm 0 + 0.4 ⋅ σ o , con fvm0
resistenza media a taglio della muratura (in assenza di
determinazione diretta l’OPCM 3431’05 consente di assumere
fvm0=fvk0/0.7).

In definitiva, nel caso di rottura per taglio da scorrimento, la portanza vale:


F f ⋅b⋅s f vd ⋅ b ⋅ s f + 0.4 ⋅ σ o f / 0.7
λ= = vd = = vm0 = 0.4 + vk 0 (6.20)
Wtot Wtot (1 + β) ⋅ γ ⋅ h ⋅ b ⋅ s σo σo

6.4.1.4 Meccanismo di rottura per taglio da trazione


Secondo l’OPCM 3431’05, per gli edifici esistenti, la resistenza a taglio viene
valutata per mezzo della seguente relazione:
1 .5 ⋅ τ 0 d σo f σ
Vt = b ⋅ s ⋅ ⋅ 1+ = b ⋅ s ⋅ td ⋅ 1 + o (6.21)
ρ 1 .5 ⋅ τ 0 d ρ f td
dove:
- σo è la tensione media riferita all’area totale della sezione
W
( σ o = tot );
b⋅s
- ftd e τ0d sono i valori di calcolo della resistenza a trazione per
fessurazione diagonale e della corrispondente resistenza a taglio di
riferimento della muratura ( f td = 1.5 ⋅ τ0 d );
- ρ è un coefficiente correttivo legato alla distribuzione degli sforzi
sulla sezione ed è legato alla snellezza orizzontale h/b dalle seguenti
⎧1 se h/b ≤ 1

relazioni: ρ = ⎨h/b se 1 ≤ h/b ≤ 1.5 .
⎪1 se 1.5 ≤ h/b

Nel caso di rottura per taglio da trazione, pertanto, la portanza vale:


1.5 ⋅ τ0d σo
b ⋅s ⋅ ⋅ 1+
F ρ 1.5 ⋅ τ0d f σo
λ= = = td ⋅ 1 + (6.22)
Wtot σo ⋅ b ⋅ s ρ ⋅ σo 1.5 ⋅ τ0 d

nella quale si assume τ0d=fvm0=fvk0/0.7.


Capitolo VI VI-41

Se si diagrammano, nel piano h/b - F/Wtot, le condizioni (6.9), (6.16), (6.20) e


(6.22), si ottengono curve riportate in Figura 6.39.

150%
λ=F/Wtot

125%

100% Taglio-Scorrimento
Taglio-Trazione
75%

50% Ribaltamento

Presso-flessione
25%

h/b
0%
0 0.5 1 1.5 2 2.5 3

Figura 6.39: Confronto fra i moltiplicatori di collasso per una parete piena.

Le curve sono state tracciate utilizzando i seguenti valori:


- γ = 16kN/m3;
- h = 3m;
W
- β = cop = 15% ;
Wmuro
- fd = 3.3MPa;
- fvk0 = 0.023MPa.
Dal confronto fra le quattro curve di Figura 6.39, è possibile osservare:
- che la crisi per taglio da scorrimento precede quella da trazione per
fattori di forma inferiori a circa 1.5. Per h/b>1.5 il meccanismo di
taglio per trazione fornisce, invece, resistenze inferiori;
- la snellezza:
l ⎛ σo ⎞ σo
(h / b) lim = ⋅ ⎜⎜1 − ⎟⎟ ⋅ (6.23)
0.8 ⋅ α ⎝ 0.85 ⋅ f d ⎠ f vk 0 / 0.7
VI-42 Capitolo VI

rappresenta il valore di soglia al di sotto del quale si ha la rottura


per taglio (da scorrimento), mentre, per h/b>(h/b)lim, si ha la crisi
per presso-flessione del pannello.
Considerando, per ogni h/b, il valore più basso di λ=F/Wtot, si ricava la curva
riportata in Figura 6.40, che risulta di comodo impiego per valutare, in
funzione della geometria (h/b), del materiale (fd e fvk0) e dei carichi (σo e α), la
portanza nel proprio piano di una parete.

120%
λ=F/W
tot
100%

80%

60%

40%

20%

0%
0 0.5 (h/b)lim 1 1.5 2 2.5 h/b 3

Collasso nel piano per Collasso nel piano


taglio da scorrimento per presso-flessione

Figura 6.40: Rottura per taglio e rottura per presso-flessione una parete piena.

6.4.2 Portale
Per valutare la capacità portante sotto forze orizzontali di portali in muratura,
De Luca et al. (2006) hanno proposto la seguente formula semplificata (Figura
6.41):
b ⎛ W ⎞ ⎛ b ⎞
λ = c ⋅ ⎜⎜1 + trave ⎟⎟ ⋅ ⎜ 0.5 + c ⎟ (6.24)
2⋅ ho ⎝ Wtot ⎠ ⎝ b⎠

che può scriversi nella forma:


1
λ = F / Wtot = ⋅χ (6.25)
h/b
con:
Capitolo VI VI-43

⎛ 1⎞
1 − 0.5 ⋅ f ⋅ ⎜⎜1 + ⎟⎟ + β
χ=
(1 − ξ) ⋅ (2 − ξ) ⋅ ξ
⋅ ⎝ ξ⎠ (6.26)
4⋅f 1− f + β
Wcop Wcop
β= = (6.27)
Wmuro γ ⋅ s ⋅ h ⋅ b
b ⋅h
f = (A fori / A tot ) macro = o o (6.28)
b⋅h
b
ξ= o (6.29)
b

Figura 6.41: Caratteristiche geometriche del portale.

Le (6.25)÷(6.29) evidenziano il legame esistente tra il moltiplicatore di collasso


λ, il fattore di forma h/b, la geometria (percentuale di foratura f e ξ) ed il carico
della copertura (per mezzo di β).

6.4.3 Portale multicampata


Le osservazioni fatte nel paragrafo precedente circa la dipendenza di λ da h/b,
f, ξ e β, possono estendersi anche al caso del portale multicampata di Figura
6.42, per il quale, in Giordano et al. (2006a), viene fornita la seguente
formulazione approssimata della portanza:
b ⎛ W ⎞
λ = c ⋅ ⎜⎜1 + trave ⎟⎟ (6.30)
2 ⋅ ho ⎝ Wtot ⎠

L’Eq. (6.30), infatti, con le posizioni (n=numero di colonne):


Wcop Wcop
β= = (6.31)
Wmuro γ ⋅ s ⋅ h ⋅ b
b ⋅h
f = (A fori / A tot ) macro = (n − 1) ⋅ o o (6.32)
b⋅h
VI-44 Capitolo VI

bo
ξ= (6.33)
b
diviene:
1
λ = F / Wtot = ⋅χ (6.34)
h/b
con:
⎡ ⎛ 1 ⎞ ⎤
⎢1 − 0.5 ⋅ f ⋅ ⎜⎜1 + ⎟⎟ + β⎥
(n − 1) ⋅ [1 − (n − 1) ⋅ ξ] ⋅ ξ ⎣ ⎝ (n − 1) ⋅ ξ ⎠ ⎦
χ= ⋅ (6.35)
n ⋅f 1− f + β

Figura 6.42: Caratteristiche geometriche del portale multicampata.

6.4.4 Arco
Le Eqq. (6.25) e (6.34) possono estendersi anche agli archi, per i quali, in
Giordano et al. (2006b), è proposta la seguente espressione approssimata delle
risorse ultime sotto forze orizzontali (Figura 6.43):
bc ⎛ W ⎞ ⎛ b ⎞
λ= ⋅ ⎜⎜1 + arco ⎟⎟ ⋅ ⎜ 0.1 + c ⎟ (6.36)
2 ⋅ (h o + R ) ⎝ Wtot ⎠ ⎝ R⎠
La (6.36), infatti, può scriversi nella forma:
1
λ = F / Wtot = ⋅χ (6.37)
h/b
con:
Capitolo VI VI-45

⎡ ⎤
⎢ ⎥
⎢ π ⎥
⎢ ⎛ h⎞ ⎥
⋅βt ⋅ ⎜ ξ + βt ⋅ ⎟
1− ξ ⎢ 2 ⎝ b⎠ ⎥ ⎛ 1− ξ ⎞
χ= ⋅ ⎢1 + ⋅ ⎜⎜ 0.1 + ⎟ (6.38)
4(1 − β t ) ⎛ ⎞ ⎥
⎝ ξ ⎟⎠
⎢ ⎜ ⎟ ⎥
⎢ (1 − ξ) ⋅ ⎜1 − ξ ⎟ + π ⋅ β t ⋅ ⎛⎜ ξ + β t ⋅ h ⎞⎟ ⎥
⎢ ⎜ 2⋅ h ⎟ 2 ⎝ b ⎠⎥
⎢⎣ ⎜ ⎟ ⎥⎦
⎝ b⎠
b
ξ= o (6.39)
b
t
βt = (6.40)
h

Figura 6.43: Caratteristiche geometriche dell’arco.

6.5 Valutazione del moltiplicatore di collasso nel piano dei macroelementi


dei casi di studio
Nei prossimi sottoparagrafi si valuterà il moltiplicatore di collasso di alcune
classi di macroelementi delle dieci basiliche oggetto di studio. Per la
determinazione di λ, si utilizzerà lo stesso approccio illustrato nel paragrafo
precedente per il pannello murario, ovvero si specificherà, caso per caso, il
legame esistente tra il moltiplicatore λ, la geometria e i carichi.

6.5.1 Facciata
Per il macroelemento di facciata, si sono considerati tre meccanismi di
collasso.
VI-46 Capitolo VI

Il primo è dato dalla rottura per taglio da scorrimento (Figura 6.44a), per la
quale, in analogia a quanto riportato per la parete piena nel §6.4.1.3 (Eq.
(6.20)), il moltiplicatore di collasso assume la seguente espressione:
f vmo ⋅ (1 − Ξ)
λ = 0.4 + (6.41)
(1 + β) ⋅ (1 − f ) ⋅ γ ⋅ h med
in cui, oltre alle grandezze già introdotte in precedenza, si assume (Figura
6.44b):
b + ba3 + ba6
Ξ = a1 (6.42)
b
A
h med = tot ,facciata (6.43)
b

(a) (b)
Figura 6.44: Rottura per taglio (a) e caratteristiche geometriche della facciata (b).

Il secondo meccanismo considerato è il ribaltamento della facciata (Figura


6.45a). In tal caso il moltiplicatore di collasso vale:
1
λ= ⋅χ (6.44)
h/b
ω − f ⋅ ω f + β ⋅ ωc
χ= m (6.45)
β m − f ⋅ βf + β
dove, oltre ai soliti simboli, si assume (Figura 6.45b):
b
ωC = C (6.46)
b
h b
β m = m ; ωm = m (6.47)
h b
Capitolo VI VI-47

hf b
βf = ; ωf = f (6.48)
h b
in cui hm, bm, bc, hf e bf sono le distanze dei punti di applicazione di W=Wmuro,
Wcop e Wf dal punto intorno al quale avviene il ribaltamento.

(a) (b)
Figura 6.45: Collasso per ribaltamento (a) e caratteristiche geometriche della facciata
(b).

Il terzo meccanismo considerato è il ribaltamento della facciata con formazione


di una lesione centrale (Figura 6.46a). Il moltiplicatore di collasso assume, in
tal caso, un’espressione simile a quella vista per il ribaltamento (Eqq. (6.44) e
(6.45)). Nel coefficiente χ, però, compare anche un termine che tiene conto dei
contributi stabilizzanti all’equilibrio della risultante della distribuzione delle
tensioni tangenziali lungo le lesioni verticali (Figura 6.46b):
τ k ⋅ ∑i h fascia ,i
ω m − f ⋅ ω f + β ⋅ ωc + ⋅ (1 − ξ)
γ ⋅ A tot ,facciata
χ= (6.49)
2 ⋅ (β m − f ⋅ β f + β ⋅ β c )
h b
β c = c ; ωc = c (6.50)
h b/2
h b
β m = m ; ωm = m (6.51)
h b/2
h b
β f = f ; ωf = f (6.52)
h b/2
b
ξ= o (6.53)
b
VI-48 Capitolo VI

I risultati dell’applicazione di tali formulazioni alle facciate dei dieci casi di


studio ha portato alla determinazione dei moltiplicatori di collasso minimi
diagrammati nella Figura 6.47. Dall’istogramma è possibile osservare che, se si
esclude SGMR, λ varia tra 0.6 e 0.8 e che, ad eccezione di SBM, in tutte le
chiese si manifesta una tendenza alla rottura per taglio da scorrimento.

bo/2

(a) (b)
Figura 6.46: Collasso per ribaltamento con lesione centrale (a) e caratteristiche
geometriche della facciata (b).

1.2
λmin
1.0

0.8

0.6

0.4

0.2

0.0
SGM SGMR SPM SI SMV SAZ SBM SGO SMD SMM

Figura 6.47: Moltiplicatori di collasso delle facciate dei casi di studio.


Capitolo VI VI-49

6.5.2 Arco trionfale


Per valutare i moltiplicatori di collasso degli archi trionfali occorre innanzitutto
osservare che, per le chiese in esame, è possibile individuare tre tipologie di
archi trionfali (Figura 6.48):
- la prima tipologia (SGM, SI, SMV, SMM) è riconducibile al
portale, per cui, per calcolare la portanza, si possono utilizzare le
Eqq. (6.25)÷(6.29);
- la seconda tipologia (SGMR) è riconducibile al portale
multicampata, per cui si possono utilizzare le Eqq. (6.31)÷(6.35) per
valutare λ;
- la terza tipologia (SAZ) è riconducibile all’arco, per cui la capacità
di resistere alle azioni orizzontali si può valutare con le Eqq.
(6.37)÷(6.40).
Per l’arco trionfale della chiesa di SPM, infine, data la maggiore complessità
geometrica, si è fatto riferimento alle due condizioni limite indicate in Figura
6.48, che schematizzano il macroelemento come un portale (Eqq.
(6.25)÷(6.29)) o come un portale multicampata (Eqq. (6.31)÷(6.35)).

Figura 6.48: Schematizzazione degli archi trionfali dei casi di studio.


VI-50 Capitolo VI

0.8
λ
0.7

0.6

0.5

0.4

0.3

0.2

0.1

0.0
SGM SGMR SPM SI SMV SAZ SBM SGO SMD SMM

Figura 6.49: Moltiplicatori di collasso degli archi trionfali dei casi di studio.

Nell’istogramma di Figura 6.49 sono riportati i moltiplicatori di collasso


ricavati dall’applicazione agli schemi semplificati delle relative formule
approssimate. Se si esclude di SGM (λ=0.47), si osserva come la capacità di
resistere alle azioni orizzontali degli archi trionfali in esame, varii tra 0.2 e 0.3.
Nel caso di SPM, infine, si ha λ=0.17 per la schematizzazione a portale
multicampata e λ=0.56 per la modellazione a portale.

6.5.3 Sezione trasversale sulla navata


Dalla geometria dei macroelementi sezione trasversale sulla navata (Figura
6.50), si osserva che per le chiese di SMV, SAZ e SBM, è possibile utilizzare
la schematizzazione ad arco, per cui i relativi moltiplicatori di collasso si
possono valutare utilizzando le Eqq. (6.37)÷(6.40). Per SGMR e SGO, invece,
si può ricorrere allo schema a portale multicampata e alle relative formule
approssimate (Eqq. (6.31)÷(6.35)). Per valutare i moltiplicatori λ dei
macroelementi delle rimanenti chiese (SGM, SI, SMD e SMM), infine, occorre
studiare i meccanismi di collasso che si possono attivare. A tale scopo, sono
stati individuati gli otto cinematismi riportati in Figura 6.51, per i quali il
moltiplicatore di collasso può esprimersi sempre nella forma:
1
λi = ⋅ χi (i=1÷8) (6.54)
h i / bi
in cui χi dipende ancora dalla geometria del macroelemento e da β.
Capitolo VI VI-51

Figura 6.50: Schematizzazione dei macroelementi trasversali dei casi di studio.

In particolare, per il meccanismo 1 (ribaltamento verso l’esterno) e per il


meccanismo 2 (ribaltamento verso l’interno) si ha (Figura 6.52):
1
λ= ⋅χ (6.55)
H/b
con:
ω − f ⋅ ωf + β ⋅ ω c
χ= m (6.56)
βm − f ⋅ βf + β
Wcop b
β= ; ωc = c (6.57)
Wmuro b
VI-52 Capitolo VI

Figura 6.51: Meccanismi di collasso del macroelemento trasversale.


Capitolo VI VI-53

hm b
βm = ; ωm = m (6.58)
H b
h b
β f = f ; ωf = f (6.59)
H b
Nelle precedenti relazioni, con i simboli hm, bm, bc, hf e bf, si sono indicate le
distanze verticali ed orizzontali dei punti di applicazione di Wmuro,Wcop e Wf
dal punto intorno al quale avviene il ribaltamento (Figura 6.52b).

Figura 6.52: Caratteristiche geometriche (a) e azioni per i meccanismi di collasso 1


(b) e 2 (c).

Figura 6.53: Caratteristiche geometriche e azioni per i meccanismi di collasso 3a (a) e


3b (b).
VI-54 Capitolo VI

Per i meccanismi di collasso 3a e 3b, con riferimento alla simbologia riportata


in Figura 6.53, il moltiplicatore λ vale:
1
λ= ⋅χ (6.60)
h /s
con:
1 + 2 ⋅ β ⋅ ωc
χ= (6.61)
1+ 2 ⋅β
Wcop b
β= ; ωc = c (6.62)
Wmuro b
Per i cinematismi di collasso 4, invece, λ vale (Figura 6.52a):
1
λ= ⋅χ (6.63)
h/b
con:
1− ξ
χ = 0.5 ⋅ (6.64)
1− βt
t b
βt = ; ξ = o (6.65)
h b
Per il meccanismo 5, risulta (Figura 6.52a):
1
λ= ⋅χ (6.66)
h / b c,sx
con:
χ
χ = 0.5 ⋅ 1 (6.67)
χ2
2
⎛ b ⎞ ⎛ b ⎞
χ1 = b c ,sx ⋅ h o + 2 ⋅ h ⋅ s ⋅ ⎜⎜1 + c,sx ⎟⎟ + t ⋅ b o ⋅ ⎜⎜1 + c ,sx ⎟⎟ +
⎝ bo ⎠ ⎝ bo ⎠
⎛ β ⎞ ⎛ b ⎞
+ b c ,dx ⋅ h ⋅ ⎜⎜1 − t ⎟⎟ + β ⋅ A tot ⋅ b c ,sx ⋅ ⎜⎜1 + c ,sx ⎟⎟ (6.68)
⎝ ξ⎠ ⎝ bo ⎠
b c ,sx ⋅ h o b c,sx ⎧⎪⎡ ⎛ b ⎞ ⎤ h ⎫⎪
χ2 = ⋅ (1 − β t ) + h ⋅ s ⋅ ⋅ ⎨⎢(1 − β t ) ⋅ ⎜⎜1 + o ⎟ − 1⎥ −
⎟ ⎬+
2 b o ⎪⎣⎢
⎩ ⎝ b c ,sx ⎠ ⎦⎥ 2 ⋅ h ⎪⎭
⎛ b ⎞ ⎧⎪⎡ ⎛ b ⎞ ⎤ β t ⎫⎪ b c ,dx ⋅ h β
+ t ⋅ b c ,sx ⋅ ⎜⎜1 + c ,sx ⎟⎟ ⋅ ⎨⎢(1 − β t ) ⋅ ⎜1 + o ⎟ − 1⎥ + ⎬ + ⋅ (1 − t ) +
bo ⎜ b ⎟ ξ
⎝ ⎠ ⎪⎩⎣⎢ ⎝ c ,sx ⎠ ⎦⎥ 2 ⎪⎭ 2

b c ,sx ⎧⎪⎡ ⎛ b ⎞ ⎤ h ⎫⎪
+ β ⋅ A tot ⋅ ⋅ ⎨⎢(1 − β t ) ⋅ ⎜⎜1 + o ⎟ − 1⎥ − ⎬
⎟ (6.69)
b o ⎪⎣⎢ ⎝ b c ,sx ⎠ ⎦⎥ h ⎪⎭

Capitolo VI VI-55

tWcop b
β= ; βt =
; ξ = o ; A tot = b ⋅ h + s ⋅ h (6.70)
Wmuro h b
Analogamente, per il meccanismo 6, il moltiplicatore di collasso vale (Figura
6.52a):
1
λ= ⋅χ (6.71)
h / b c ,dx
con:
χ
χ = 0.5 ⋅ 1 (6.72)
χ2
2
⎛ b c ,dx ⎞
⎜⎜1 + ⎟
b o2 ⎝ b o ⎟⎠
χ1 = b c ,sx ⋅ h + h ⋅ s + 2 ⋅ β ⋅ A tot + ⋅t⋅ +
b c ,dx ⎡ ⎛ b ⎞ ⎤
⎢(1 − β t ) ⋅ ⎜⎜1 + o ⎟ − 1⎥

⎢⎣ ⎝ b c,dx ⎠ ⎥⎦
bo ⋅ h o
+ (6.73)
⎡ ⎛ b ⎞ ⎤
⎢(1 − β t ) ⋅ ⎜⎜1 + o ⎟⎟ − 1⎥
⎣⎢ ⎝ b c,dx ⎠ ⎦⎥
H−h/2 H
χ 2 = b c ,sx ⋅ h + h ⋅ s ⋅ + β ⋅ A tot ⋅ + t ⋅ (b o + b c ,dx ) ⋅
h h
⎡ ⎛ bo ⎞ β ⎤ bo
⎢(1 − β t ) ⋅ ⎜⎜1 + ⎟ −1+ t ⎥

⎢ ⎝ b c ,dx ⎠ 2 ⎦⎥ b c ,dx ⋅ h o
2
b c ,dx
⋅⎣ + ⋅ (6.74)
⎡ ⎛ bo ⎞ ⎤ 2⋅h ⎡ ⎛ bo ⎞ ⎤
⎢(1 − β t ) ⋅ ⎜⎜1 + ⎟ − 1⎥
⎟ ⎢ (1 − β t ) ⋅ ⎜
⎜ 1 + ⎟ − 1⎥

⎣⎢ ⎝ b c , dx ⎠ ⎦⎥ ⎣⎢ ⎝ b c , dx ⎠ ⎦⎥
Wcop t b
β= ; βt = ; ξ = o ; A tot = b ⋅ h + s ⋅ h (6.75)
Wmuro h b
Per i meccanismi di collasso 7 e 8 (Figura 6.51), poiché il coefficiente χi
nell’Eq. (6.54) assume espressioni ancora più complesse rispetto a quelle viste
per i cinematismi 5 e 6 (Eqq. (6.67)÷(6.69) e (6.72)÷(6.73), rispettivamente), si
preferisce fornire l’espressione del moltiplicatore di collasso direttamente
dall’applicazione del principio dei lavori virtuali (PLV).
In particolare, per il meccanismo 7, il moltiplicatore λ vale (Figura 6.54):
A A1 ⋅ v G , A1 + A A 2 ⋅ v G , A 2 + A B ⋅ v G , B + A C ⋅ v G ,C + β ⋅ A tot ⋅ v cop
λ= (6.76)
A A1 ⋅ u G , A1 + A A 2 ⋅ u G , A 2 + A B ⋅ u G , B + A C ⋅ u G ,C + β ⋅ A tot ⋅ u cop
essendo:
VI-56 Capitolo VI

A A1 = b c ,sx ⋅ h; A A 2 = s ⋅ h ; A B ≅ b o ⋅ t; A C = b c ,dx ⋅ h; A tot = b ⋅ h + s ⋅ h (6.77)


⎡ b c ,dx + b o ⎤ b c ,dx
ΨA = 1; ΨB = ΨA ⋅ ⎢1 + ⎥; ΨC = ΨB ⋅ (6.78)
⎣⎢ b c ,dx + b o ⋅ β t ⋅ (1 − β t ) ⎦⎥ bo
h b
u A1 = ΨA ⋅ ; v A1 = ΨA ⋅ c ,sx (6.79)
2 2
⎛ h⎞ s
u A 2 = ΨA ⋅ ⎜⎜ h + ⎟⎟; v A 2 = ΨA ⋅ (b c ,sx − ) (6.80)
⎝ 2⎠ 2
⎛ h ⋅ bo t ⎞ b
u B = ΨB ⋅ ⎜⎜ − ⎟⎟; v B = ΨB ⋅ o (6.81)
⎝ b c ,dx 2 ⎠ 2
h b
u C = ΨC ⋅ ; v C = ΨC ⋅ c ,dx (6.82)
2 2
u cop = ΨA ⋅ H; v cop = ΨA ⋅ (b c ,sx − b c ) (6.83)
Wcop t
β= ; βt = ; A tot = b ⋅ h + s ⋅ h (6.84)
Wmuro h

Figura 6.54: Meccanismo di collasso 7: caratteristiche geometriche (a), azioni agenti


(b) e cinematismo (c).

Anche per il moltiplicatore di collasso del meccanismo 8 si può utilizzare l’Eq.


(6.76), nella quale, per le aree, valgono ancora le condizioni (6.77) e (6.84). Per
gli spostamenti dei baricentri Gi, invece, risulta (Figura 6.55):
Capitolo VI VI-57

b c ,sx ⎡ b c ,sx + b o ⎤
ΨA = 1; ΨB = ΨA ⋅ ; ΨC = ΨA ⋅ ⎢1 + ⎥ (6.85)
bo ⎣⎢ b o ⋅ β t ⋅ (1 − β t ) − b c ,sx ⎦⎥
h b
u A1 = ΨA ⋅ ; v A1 = ΨA ⋅ c ,sx (6.86)
2 2
⎛ h⎞ s
u A 2 = ΨA ⋅ ⎜⎜ h + ⎟⎟; v A 2 = ΨA ⋅ (6.87)
⎝ 2⎠ 2
⎛ h ⋅b t⎞ b
u B = ΨB ⋅ ⎜⎜ o o − ⎟⎟; v B = ΨB ⋅ o (6.88)
⎝ b c ,sx 2⎠ 2
h b
u C = ΨC ⋅ ; v C = ΨC ⋅ c ,dx (6.89)
2 2
u cop = ΨA ⋅ H; v cop = ΨA ⋅ b c (6.90)

Figura 6.55: Meccanismo di collasso 8: caratteristiche geometriche (a), azioni agenti


(b) e cinematismo (c).

Nell’istogramma di Figura 6.56 sono riportati i moltiplicatori di collasso dei


macroelementi in esame, valutati applicando agli schemi semplificati indicati
in Figura 6.50, le relative formule. Si osserva che la capacità λ varia tra 0.12 e
0.2, ad eccezione di SMM, che mostra un moltiplicatore di collasso più alto
(λ=0.31) perché presenta piedritti pieni con profilo a sezione costante (Figura
6.50) e di SGMR (λ=0.34) e SGO (λ=0.065), che hanno una geometria
assimilabile a quella di un portale multicampata.
VI-58 Capitolo VI

0.4
λmin

0.3

0.2

0.1

0.0
SGM SGMR SPM SI SMV SAZ SBM SGO SMD SMM

Figura 6.56: Moltiplicatori di collasso dei macroelementi sezione trasversale sulla


navata dei casi di studio.

6.5.4 Arcate
Per valutare il moltiplicato di collasso delle arcate (Figura 6.57), si è utilizzata
la formula approssimata del portale multicampata (Eq. (6.34) e (6.35)), che ha
dato luogo ai valori di λ riportati nell’istogramma di Figura 6.58.
Si osserva che il range di variabilità del moltiplicatore di collasso è più ampio
rispetto alle altre classi di macroelementi esaminate in precedenza
(λ =0.14÷0.57); ciò è dovuto alla maggiore disomogeneità geometrica di questa
tipologia di macroelementi.
Capitolo VI VI-59

Figura 6.57: Schematizzazione delle arcate dei casi di studio.

0.6
λ

0.5

0.4

0.3

0.2

0.1

0.0
SGM SGMR SPM SI SMV SAZ SBM SGO SMD SMM

Figura 6.58: Moltiplicatori di collasso delle arcate dei casi di studio.


VI-60 Capitolo VI

6.5.5 Prospetto longitudinale esterno


Come meccanismi di collasso dei prospetti longitudinali esterni (Figura 6.59),
si sono ipotizzati: la rottura a taglio (Figura 6.60b); il ribaltamento verso
l’esterno del pannello alto (Figura 6.60c) ed il ribaltamento della parte
superiore della porzione più alta del macroelemento (Figura 6.60d).

Figura 6.59: Prospetti longitudinali esterni dei casi di studio.

Figura 6.60: Prospetto longitudinale: caratteristiche geometriche (a), rottura a taglio


(b), ribaltamento del pannello alto (c) e ribaltamento della parte superiore del
pannello alto (d).

Per la rottura per taglio da scorrimento, in analogia a quanto fatto per la


facciata (§6.5.1), si assume:
f vmo ⋅ (1 − Ξ)
λ = 0.4 + (6.91)
(1 + β) ⋅ (1 − f ) ⋅ γ ⋅ h med
Capitolo VI VI-61

in cui, oltre alle grandezze già introdotte in precedenza, si assume (Figura


6.60a):

Ξ= i
∑ bai (6.92)
b
A
h med = tot ,macro (6.93)
b
Per il moltiplicatore di collasso del secondo meccanismo considerato (Figura
6.60c), invece, si assume (Figura 6.60a):
1
λ= ⋅χ (6.94)
h 2 / b2
con:
h1
1 + β + τk ⋅
γ ⋅ h 2b2
χ= (6.95)
1+ 2 ⋅β
W Wcop
β = cop = (6.96)
Wmuro γ ⋅ s 2 ⋅ b 2 ⋅ h 2
Il secondo addendo che compare nel coefficiente χ (Eq. 6.95), tiene conto dei
contributi stabilizzanti all’equilibrio della risultante della distribuzione delle
tensioni tangenziali lungo la lesione verticale. Tale distribuzione di τ si è
assunta triangolare.
Per il terzo cinematismo ipotizzato (Figura 6.60d), infine, la risorsa ultima vale
(Figura 6.60a):
1
λ= ⋅χ (6.97)
( h 2 − h1 ) / b 2
con:
1+ β
χ= (6.98)
1+ 2 ⋅β
W Wcop
β = cop = (6.99)
Wmuro γ ⋅ s 2 ⋅ b 2 ⋅ (h 2 − h1 )
In Figura 6.61 sono riportati i valori minimi di λ valutati per i macroelementi
indicati in Figura 6.59. È possibile osservare che nelle chiese di SGM, SI e
SGO, che manifestano un meccanismo di collasso del tipo 2 (ribaltamento
verso l’esterno del pannello alto), il moltiplicatore di collasso varia tra 0.6 e
0.75. Nelle rimanenti basiliche, invece, si nota la tendenza ad una rottura per
taglio, con valori di λ compresi tra 0.65 e 0.9.
VI-62 Capitolo VI

1.0
λmin
0.9
0.8
0.7
0.6
0.5
0.4
0.3
0.2
0.1
0.0
SGM SGMR SPM SI SMV SAZ SBM SGO SMD SMM

Figura 6.61: Moltiplicatori di collasso dei prospetti longitudinali esterni dei casi di
studio.

6.6 Conclusioni
In questo capitolo è stato presentato un approccio semplificato che consente di
stimare in modo abbastanza rapido, con pochi calcoli e senza ricorrere a
laboriose analisi agli elementi finiti, il comportamento della chiesa sotto carichi
verticali e sotto azioni orizzontali.
In particolare, il rapporto Anetta/Atot ha consentito di individuare le chiese che
hanno mostrato elevate tensioni da carichi verticali (superiori a 1MPa), mentre
gli indici Aw/Atot e Aw/Wtot permettono di avere indicazioni di massima sulla
vulnerabilità sismica delle basiliche.
L’analisi geometrica dei macroelementi, ed in particolare del fattore di forma
h/b e della percentuale di foratura f, permette, inoltre, di definire le classi di
meccanismi di collasso su cui indagare, anche tramite schematizzazioni
semplificate, come nel caso degli archi trionfali o delle arcate longitudinali,
schematizzabili, rispettivamente, con portali semplici e portali multicampata.
Si è anche visto che, attraverso la geometria dei singoli macroelementi, è
possibile sia ripartire il tagliante sismico di piano fra le diverse parti della
fabbrica, sia valutare il relativo moltiplicatore di collasso.
L’approccio semplificato, quindi, consente di applicare a “mano” la
metodologia di analisi sismica “a due passi”. Infatti, dalla geometria globale
della chiesa è possibile “stimarne” il periodo di vibrazione (Eqq. (6.1) e (6.2)),
che consente di calcolare il tagliante sismico da ripartire, con l’Eq. (6.3), fra i
vari macroelementi. Il taglio agente su ciascun macroelemento può, quindi,
Capitolo VI VI-63

essere confrontato con il moltiplicatore di collasso λ, da valutarsi con le


formule semplificate fornite nel §6.5.
VI-64 Capitolo VI
CAPITOLO VII

Confronti fra l’approccio semplificato e le analisi ABAQUS

7.1 Premessa
A valle dell’applicazione ai casi di studio dell’analisi sismica “a due
passi”(capitoli IV e V) e della procedura semplificata (capitolo VI), vengono
ora confrontati i risultati ottenuti.
In particolare, il riscontro si farà sia in termini di capacità portante che in
termini di cinematismo attivato.

7.2 Facciata
In Figura 7.1 è riportato il confronto fra i moltiplicatori di collasso valutati per
le facciate delle chiese oggetto di studio con i due diversi approcci.
Il diagramma, in particolare, riporta: in ordinata, il valore della portanza
λABAQUS ottenuta dalle analisi non lineari condotte con ABAQUS (capitolo V);
in ascissa, il valore della portanza λApprossimato calcolata con le formule
semplificate proposte nel capitolo VI.
Le previsioni fatte con l’approccio semplificato sono tanto più aderenti ai
risultati dell’analisi FEM, quanto più i punti rappresentativi dei macroelementi
tendono alla bisettrice del quadrante. Con le linee tratteggiate, inoltre, si sono
riportate le rette corrispondenti a scarti fra λABAQUS e λApprossimato pari,
rispettivamente, a ±10% e ±20%.
Dal grafico scaturisce che la dispersione di punti è compresa, per quasi tutte le
chiese, nel fuso del piano delimitato dalle rette associate a scarti di ±20%. Solo
nel caso di SGO si osserva una differenza maggiore tra i risultati ottenuti
applicando i due approcci (punto P di Figura 7.1). Il motivo sta nel fatto che in
ABAQUS si è osservata una modalità di collasso non considerata tra i
meccanismi di crisi esaminati per la facciata (Figura 5.11). Se si considera per
la facciata di SGO, un meccanismo di collasso del tipo di Figura 6.60c,
caratterizzato dal ribaltamento della parte sinistra della parete, il moltiplicatore
VII-2 Capitolo VII

λApprossimato scende da 0.82 a 0.64, divenendo quindi più prossimo a


λABAQUS=0.57. A tale condizione corrisponde il punto Q di Figura 7.1 che si
trova sulla retta corrispondente ad errori del 10%.

-20% -10%
160%
λABAQUS
+10% SGM
+20% SGMR
120%
SPM
SI
80% SMV
SAZ
Q P SBM
40% SGO
SMD
λApprossimato SMM
0%
0% 40% 80% 120% 160%
Figura 7.1: Confronto fra i moltiplicatori di collasso ABAQUS e quelli approssimati
per i macroelementi di facciata delle chiese in esame.

Quanto detto a commento del grafico di Figura 7.1 è confermato dall’analisi


delle figure che seguono, in cui sono confrontate le curve di pushover ottenute
dalle analisi ABAQUS, con le rette orizzontali corrispondenti ai valori minimi
del moltiplicatore di crisi valutati per le facciate con l’analisi cinematica.
Capitolo VII VII-3

150%
λ
125%

100%

75% λApprossimato
λABAQUS
50%

25%
δ [mm]
0%
0 5 10 15 20 25
Figura 7.2: Confronto fra la curva di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento di facciata della chiesa di SGM.

150%
λ
λABAQUS
125%
λApprossimato
100%

75%

50%

25%
δ [mm]
0%
0 5 10 15 20 25
Figura 7.3: Confronto fra la curva di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento di facciata della chiesa di SGMR.
VII-4 Capitolo VII

150%
λ
125%

100%

75% λApprossimato

50%
λABAQUS
25%
δ [mm]
0%
0 5 10 15 20 25
Figura 7.4: Confronto fra la curva di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento di facciata della chiesa di SPM.

150%
λ
125%

100%
λABAQUS λApprossimato
75%

50%

25%
δ [mm]
0%
0 5 10 15 20 25
Figura 7.5: Confronto fra la curva di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento di facciata della chiesa di SI.
Capitolo VII VII-5

150%
λ
125%

100%

75% λApprossimato
λABAQUS
50%

25%
δ [mm]
0%
0 5 10 15 20 25
Figura 7.6: Confronto fra la curva di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento di facciata della chiesa di SMV.

150%
λ
125%

100%

75% λABAQUS
λApprossimato
50%

25%
δ [mm]
0%
0 5 10 15 20 25
Figura 7.7: Confronto fra la curva di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento di facciata della chiesa di SAZ.
VII-6 Capitolo VII

150%
λ
125%

100%
λABAQUS, SX
λApprossimato
75%
λABAQUS, DX
50%

25%
δ [mm]
0%
0 5 10 15 20 25
Figura 7.8: Confronto fra le curve di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento di facciata della chiesa di SBM.

150%
λ
125%
λABAQUS, SX
100%
λApprossimato (taglio)
75% λApprossimato (Ribaltamento parte sinistra)

50% λABAQUS, DX

25%
δ [mm]
0%
0 5 10 15 20 25
Figura 7.9: Confronto fra le curve di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento di facciata della chiesa di SGO.
Capitolo VII VII-7

150%
λ
125%

100%
λABAQUS, SX
75% λApprossimato

50% λABAQUS, DX

25%
δ [mm]
0%
0 5 10 15 20 25
Figura 7.10: Confronto fra le curve di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento di facciata della chiesa di SMD.

150%
λ
125%

100%

75% λApprossimato
λABAQUS, SX
50% λABAQUS, DX

25%
δ [mm]
0%
0 5 10 15 20 25
Figura 7.11: Confronto fra le curve di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento di facciata della chiesa di SMM.
VII-8 Capitolo VII

7.3 Arco trionfale


Anche per gli archi trionfali delle basiliche in esame si osservano scarti
massimi fra λABAQUS e λApprossimato dell’ordine del 20% (Figura 7.12). Per l’arco
trionfale di SPM sono riportati due punti corrispondenti alle due ipotesi limite
assunte per la schematizzazione dell’arco trionfale (si veda la Figura 6.48); dal
confronto fra le curve di Figura 7.15, si osserva come il moltiplicatore di
collasso ABAQUS sia compreso tra i due valori calcolati assimilando l’arco
trionfale di SGMR, rispettivamente, ad un portale o ad un portale
multicampata.

-20% -10%
60%
λABAQUS
+10%
50%
+20%
40% SGM
SGMR
30% SPM
SI
20% SMV
SAZ
10%
λApprossimato
0%
0% 10% 20% 30% 40% 50% 60%
Figura 7.12: Confronto fra i moltiplicatori di collasso ABAQUS e quelli approssimati
per i macroelementi archi trionfali delle chiese in esame.

Nelle figure che seguono è proposto il confronto le curve ABAQUS e le rette


associate all’analisi limite.
Capitolo VII VII-9

60%
λ
50% λApprossimato
λABAQUS
40%

30%

20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
Figura 7.13: Confronto fra la curva di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento arco trionfale della chiesa di SGM.

60%
λ
50%

40%
λABAQUS
30%
λApprossimato
20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
Figura 7.14: Confronto fra la curva di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento arco trionfale della chiesa di SGMR.
VII-10 Capitolo VII

60% λ λApprossimato, portale

50%
λABAQUS
40%

30%

20% λApprossimato, portale multicampata

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
Figura 7.15: Confronto fra la curva di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento arco trionfale della chiesa di SPM.

60%
λ
50%

40%
λApprossimato
30%
λABAQUS
20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
Figura 7.16: Confronto fra la curva di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento arco trionfale della chiesa di SI.
Capitolo VII VII-11

60%
λ
50%

40%
λABAQUS
30% λApprossimato

20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
Figura 7.17: Confronto fra la curva di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore
di collasso per il macroelemento arco trionfale della chiesa di SMV.

60%
λ
50%

40%

30%
λABAQUS
λApprossimato
20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
Figura 7.18: Confronto fra la curva di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento arco trionfale della chiesa di SAZ.
VII-12 Capitolo VII

60%
λ
50%

40%
λABAQUS
λApprossimato
30%

20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
Figura 7.19: Confronto fra la curva di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento arco trionfale della chiesa di SMM.

7.4 Sezione trasversale sulla navata


Per il macroelemento sezione trasversale sulla navata, il confronto fra i
moltiplicatori di crisi valutati con i due approcci porta alle stesse
considerazioni fatte in precedenza. Infatti, dal grafico di Figura 7.20 si osserva
che, ad eccezione di SGMR, per tutte le chiese gli scarti non superano il 20%.
In Figura 7.21÷7.30, si riporta il confronto fra le curve FEM e le rette associate
ai meccanismi di collasso. Per alcune chiese, è anche proposto un confronto fra
le configurazioni deformate al termine delle analisi ABAQUS e i cinematismi
corrispondenti a λmin.
Capitolo VII VII-13

-20% -10%
60%
λABAQUS
+10% SGM
50%
+20% SGMR
40% SPM
SI
30% SMV
SAZ
20% SBM
SGO
10% SMD
λApprossimato SMM
0%
0% 10% 20% 30% 40% 50% 60%
Figura 7.20: Confronto fra i moltiplicatori di collasso ABAQUS e quelli approssimati
per i macroelementi sezione trasversale sulla navata delle chiese in esame.

50%
λ

40%

30%

20%
λApprossimato
10%
λABAQUS
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50 60

Figura 7.21: Confronto fra la curva di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di


collasso per il macroelemento sezione trasversale sulla navata della chiesa di SGM.
VII-14 Capitolo VII

50%
λ
λABAQUS
40%
λApprossimato

30%

20%

10%

δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50 60
Figura 7.22: Confronto fra la curva di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento sezione trasversale sulla navata della chiesa di SGMR.

50%
λ

40%

30%

20%
λABAQUS λApprossimato
10%

δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50 60
Figura 7.23: Confronto fra la curva di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento sezione trasversale sulla navata della chiesa di SPM.
Capitolo VII VII-15

50%
λ

40%

30%

20%
λABAQUS λApprossimato
10%

δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50 60
Figura 7.24: Confronto fra la curva di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento sezione trasversale sulla navata della chiesa di SI.

50%
λ

40%

30%

20% λApprossimato

λABAQUS
10%

δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50 60
Figura 7.25: Confronto fra la curva di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore
di collasso per il macroelemento sezione trasversale sulla navata della chiesa
di SMV.
VII-16 Capitolo VII

50%
λ

40%

30%
λABAQUS
λApprossimato
20%

10%

δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50 60
Figura 7.26: Confronto fra la curva di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento sezione trasversale sulla navata della chiesa di SAZ.

50%
λ

40% λABAQUS, SX

30%
λABAQUS, DX
λApprossimato
20%

10%

δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50 60
Figura 7.27: Confronto fra le curve di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento sezione trasversale sulla navata della chiesa di SBM.
Capitolo VII VII-17

50%
λ

40%

30%

20%

10% λApprossimato
λABAQUS δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50 60
Figura 7.28: Confronto fra la curva di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento sezione trasversale sulla navata della chiesa di SGO.

50%
λ

40%

30%

20%
λABAQUS
λApprossimato
10%

δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50 60
Figura 7.29: Confronto fra la curva di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento sezione trasversale sulla navata della chiesa di SMD.
VII-18 Capitolo VII

50%
λ

40%
λApprossimato
30% λABAQUS

20%

10%

δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50 60
Figura 7.30: Confronto fra la curva di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento sezione trasversale sulla navata della chiesa di SMM.

7.5 Arcate
Per la tipologia di macroelemento arcata, l’analisi del diagramma di Figura
7.31 evidenzia una maggiore differenza fra i risultati delle due procedure.
Infatti, si osserva che, ad eccezione di SGMR, SMV, SGO e SMD, in tutte le
chiese si hanno scarti maggiori al 20%. Ciò è dovuto alla eccessiva
approssimazione che si è fatto nel ricondurre le arcate ai portali multicampata
equivalenti di Figura 6.57.
In Figura 7.32÷7.41 sono confrontate le curve di capacità, per sisma diretto
verso sinistra e verso destra, con le rette dell’analisi cinematica dei
macroelementi arcate.
Capitolo VII VII-19

-20% -10%
60%
λABAQUS
+10% SGM
50%
+20% SGMR
40% SPM
SI
30% SMV
SAZ
20% SBM
SGO
10% SMD
λApprossimato SMM
0%
0% 10% 20% 30% 40% 50% 60%
Figura 7.31: Confronto fra i moltiplicatori di collasso ABAQUS e quelli approssimati
per i macroelementi arcate delle chiese in esame.

70%
λ
60%

50%

40%

30%
λApprossimato
20%
λABAQUS, DX
10% λABAQUS, SX
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40

Figura 7.32: Confronto fra le curve di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di


collasso per il macroelemento arcata della chiesa di SGM.
VII-20 Capitolo VII

70%
λ
60%
λABAQUS, DX
50%

40%
λABAQUS, SX λApprossimato
30%

20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40
Figura 7.33: Confronto fra le curve di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento arcata della chiesa di SGMR.

70%
λ
60%

50%

40%

30%
λABAQUS, SX λABAQUS, DX
20% λApprossimato
10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40
Figura 7.34: Confronto fra le curve di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento arcata della chiesa di SPM.
Capitolo VII VII-21

70%
λ
60%

50%

40%
λABAQUS, SX λApprossimato
30%
λABAQUS, DX
20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40
Figura 7.35: Confronto fra le curve di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento arcata della chiesa di SI.

70%
λ λABAQUS, SX
60% λApprossimato
λABAQUS, DX
50%

40%

30%

20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40
Figura 7.36: Confronto fra le curve di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore
di collasso per il macroelemento arcata della chiesa di SMV.
VII-22 Capitolo VII

70%
λ
60%

50%
λApprossimato
40%

30%
λABAQUS, SX λABAQUS, DX
20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40
Figura 7.37: Confronto fra le curve di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento arcata della chiesa di SAZ.

70%
λ
60%

50% λABAQUS, SX
λABAQUS, DX
40%
λApprossimato
30%

20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40
Figura 7.38: Confronto fra le curve di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento arcata della chiesa di SBM.
Capitolo VII VII-23

70%
λ
60%

50%
λABAQUS, SX
λApprossimato
40%
λABAQUS, DX
30%

20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40
Figura 7.39: Confronto fra le curve di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento arcata della chiesa di SGO.

70%
λ
60%
λABAQUS, SX λApprossimato
50%
λABAQUS, DX
40%

30%

20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40
Figura 7.40: Confronto fra le curve di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento arcata della chiesa di SMD.
VII-24 Capitolo VII

70%
λ
60%

50%

40% λApprossimato
30% λABAQUS, DX
λABAQUS, SX
20%

10%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40
Figura 7.41: Confronto fra le curve di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento arcata della chiesa di SMM.

7.6 Prospetto longitudinale esterno


Nelle figure che seguono sono confrontati i risultati derivanti dall’applicazione
dei due approcci per la classe di macroelementi prospetto longitudinale esterno.
Si osserva che solo le chiese di SGM, SGMR, SMB, SGO e SMM, mostrano
scarti pari al 20% circa. Per SMV, SAZ e SMD, invece, i moltiplicatori di
collasso, associati alla rottura da taglio per scorrimento dei macroelementi,
risultano sensibilmente più bassi di quelli valutati con ABAQUS. Per SPM e
SI, infine, si nota che le analisi non lineari forniscono valori di λ più bassi
rispetto a quelli valutati con l’approccio semplificato; ciò è dovuto al fatto che
quest’ultimo, a differenza delle analisi FEM, non è in grado di cogliere
meccanismi di crisi locale (si vedano i maschi cerchiati in Figura 7.45 e 7.46).
Capitolo VII VII-25

-20% -10%
160%
λABAQUS
+10% SGM
+20% SGMR
120%
SPM
SI
80% SMV
SAZ
SBM
40% SGO
SMD
λApprossimato SMM
0%
0% 40% 80% 120% 160%
Figura 7.42: Confronto fra i moltiplicatori di collasso ABAQUS e quelli approssimati
per i macroelementi prospetti longitudinali esterni delle chiese in esame.

175%
λ
150%

125%

100%
λApprossimato
75%
λABAQUS, SX λABAQUS, DX
50%

25%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
Figura 7.43: Confronto fra le curve di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento prospetto longitudinale esterno della chiesa di SGM.
VII-26 Capitolo VII

175%
λ
150%
λABAQUS, SX
125%
λABAQUS, DX λApprossimato
100%

75%

50%

25%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
Figura 7.44: Confronto fra le curve di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento prospetto longitudinale esterno della chiesa di SGMR.

175%
λ
150%

125%

100%
λApprossimato
75%
λABAQUS, SX
50% λABAQUS, DX
25%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
Figura 7.45: Confronto fra le curve di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento prospetto longitudinale esterno della chiesa di SPM.
Capitolo VII VII-27

175%
λ
150%
125%
100% λApprossimato
75%
50% λABAQUS, DX
λABAQUS, SX
25%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
Figura 7.46: Confronto fra le curve di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento prospetto longitudinale esterno della chiesa di SI.

175%
λ
150%
λABAQUS
125%

100%
λApprossimato
75%

50%

25%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
Figura 7.47: Confronto fra la curva di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore
di collasso per il macroelemento prospetto longitudinale esterno della chiesa
di SMV.
VII-28 Capitolo VII

175%
λ
150%

125%
λABAQUS
100%

75% λApprossimato

50%

25%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
Figura 7.48: Confronto fra la curva di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento prospetto longitudinale esterno della chiesa di SAZ.

175%
λ
150%

125% λABAQUS, SX
λABAQUS, DX
100% λApprossimato
75%

50%

25%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
Figura 7.49: Confronto fra le curve di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento prospetto longitudinale esterno della chiesa di SBM.
Capitolo VII VII-29

175%
λ
150%

125%
λABAQUS, SX
100%

75% λApprossimato
50%
λABAQUS, DX
25%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
Figura 7.50: Confronto fra le curve di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento prospetto longitudinale esterno della chiesa di SGO.

175%
λ λABAQUS
150%

125%

100% λApprossimato
75%

50%

25%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
Figura 7.51: Confronto fra la curva di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento prospetto longitudinale esterno della chiesa di SMD.
VII-30 Capitolo VII

175%
λ
150%

125%

100%
λABAQUS
75% λApprossimato

50%

25%
δ [mm]
0%
0 10 20 30 40 50
Figura 7.52: Confronto fra la curva di pushover ABAQUS ed il moltiplicatore di
collasso per il macroelemento prospetto longitudinale esterno della chiesa di SMM.

7.7 Conclusioni
In questo capitolo è stato presentato il confronto fra i risultati delle analisi non
lineari e quelli delle analisi limite condotte sulle varie tipologie di
macroelementi presenti nelle chiese in esame.
Tale confronto, effettuato in termini di moltiplicatore di collasso e di
cinematismo di collasso, ha evidenziato che le analisi semplificate, benché
approssimate, sono in grado di fornire una stima alquanto attendibile delle
capacità dei macroelementi di resistere alle azioni orizzontali.
Molti problemi sono ancora aperti nell’applicazione dell’analisi semplificata,
come, ad esempio, l’individuazione di meccanismi di crollo capaci di cogliere
meglio il comportamento osservato con le analisi FEM (si pensi ad esempio ai
collassi locali individuati nei prospetti longitudinali di SPM e di SI).
In ogni caso, vista la relativa semplicità di tale approccio, e considerato che
esso non richiede l’adozione di parametri di difficile valutazione, come il
modulo di elasticità o la resistenza a trazione della muratura, appare ovvio che
l’analisi limite dell’equilibrio diviene un utile strumento di valutazione della
sicurezza sismica degli edifici in muratura e/o di controllo dei risultati delle
“più rigorose”, ma complicate, analisi non lineari agli elementi finiti.
CAPITOLO VIII

I meccanismi di collasso fuori piano

8.1 Premessa
Le analisi condotte nei precedenti capitoli hanno focalizzato l’attenzione solo
sul comportamento nel piano dei macroelementi. Ma, in presenza di un sisma,
“si osserva che il meccanismo più frequente è il ribaltamento verso l’esterno
delle pareti esposte. Ciò avviene con diverse modalità in ragione delle
caratteristiche geometriche delle pareti, della composizione muraria e delle
caratteristiche tecnologiche dell’insieme della casa. Ogni parete muraria è
vincolata, generalmente in modo monolaterale, alle murature limitrofe e agli
orizzontamenti, le caratteristiche dei vincoli monolateri fanno sì che un muro o
un orizzontamento in genere è in grado solo in parte, per effetto degli attriti
che si esercitano negli appoggi, di trattenere una parete esposta alla rotazione
verso l’esterno. Diverso è il comportamento se le pareti esposte sono trattenute
o da efficaci cantonali o da speciali accorgimenti posti in opera quali gli
incatenamenti.” “Se le facciate non sono connesse con tiranti alle pareti
trasversali si verifica quello che può essere definito primo modo di danno: un
meccanismo di ribaltamento. Viceversa, se le pareti hanno connessioni efficaci
non possono ribaltare: attraverso tali connessioni vengono coinvolte le pareti
ad esse ortogonali che risultano sollecitate nel proprio piano. Se l’intensità è
elevata le pareti sollecitate nel piano possono subire danni: è questo il
secondo modo di danno, che generalmente si manifesta con lesioni più o meno
pronunciate ma solo in casi estremi con il collasso della parete.” (Giuffrè
1993).
È chiaro, quindi, che nella valutazione della vulnerabilità delle chiese occorre
considerare anche i meccanismi di collasso fuori del piano (o meccanismi di
primo modo). Secondo l’OPCM 3431’05, le verifiche con riferimento ai
meccanismi locali di danno e collasso (nel piano e fuori piano) possono essere
svolti tramite l’analisi limite dell’equilibrio, secondo l’approccio cinematico,
che si basa sulla scelta del meccanismo di collasso e la valutazione dell’azione
orizzontale che attiva tale cinematismo (§§1.7 e 1.8).
VIII-2 Capitolo VIII

In tale ottica, in questo capitolo viene analizzato il problema dei collassi fuori
del piano che possono interessare un elemento murario. In particolare, con
riferimento ai possibili meccanismi di crisi fuori piano che si possono attivare
nel macroelemento di facciata, vengono valutati i moltiplicatori di collasso λ
nei seguenti tre casi:
- ipotesi 1: facciata con cattivo ammorsamento con le pareti
longitudinali;
- ipotesi 2: facciata con buon ammorsamento con le pareti longitudinali;
- ipotesi 3: facciata con presidi antisismici costituiti da catene ortogonali
alla facciata e da telai antiribaltamento del timpano.
Per il calcolo delle risorse ultime, si farà riferimento ad un approccio simile a
quello usato nel piano, ovvero si espliciterà λ in funzione della snellezza h/s
della porzione di facciata interessata dal cinematismo e di un coefficiente χ che
dipende dalle caratteristiche geometriche e meccaniche del macroelemento.

8.2 Valutazione del moltiplicatore di collasso per ribaltamento fuori del


piano
Secondo l’Allegato 11.C delle norme tecniche per le costruzioni (OPCM
3431’05), la valutazione del moltiplicatore di collasso può effettuarsi per
mezzo dell’analisi limite dell’equilibrio, secondo l’approccio cinematico, che
ipotizza resistenza nulla a trazione della muratura, assenza di scorrimento tra i
blocchi e resistenza a compressione infinita della muratura8.1.
Occorre osservare che l’utilizzo dell’analisi limite dell’equilibrio per le
verifiche sugli edifici in muratura ha significato solo se è garantita una
adeguata monoliticità delle pareti murarie, tale da impedire collassi localizzati
per disgregazione della muratura. Ai fini dell’applicabilità del metodo, si può
allora far riferimento alle classi A, B e C di qualità proposta da Avorio & Borri
(2002): per la muratura di tipo A (ottima qualità) e di tipo B (media qualità) è
assicurato un comportamento monolitico di intere pareti o di parti di esse per
azioni fuori dal piano ed una maggiore resistenza ad azioni nel piano; è perciò
possibile individuare ed analizzare i meccanismi di collasso in relazione alle
peculiarità costruttive rilevate nell’edificio. Per la categoria C (muratura di
qualità scadente), invece, è prevedibile una crisi per frantumazione della
muratura per azioni fuori dal piano e una scarsa resistenza per azioni nel piano;

8.1
Per una simulazione più realistica del comportamento, è anche possibile considerare, in
forma approssimata: a) gli scorrimenti tra i blocchi, considerando la presenza dell’attrito; b) le
connessioni, anche di resistenza limitata, tra le pareti murarie; c) la presenza di catene
metalliche; d) la limitata resistenza a compressione della muratura, considerando le cerniere
adeguatamente arretrate rispetto allo spigolo della sezione; e) la presenza di pareti a paramenti
scollegati.
Capitolo VIII VIII-3

la classe C, quindi, identifica una situazione di elevata vulnerabilità


incompatibile con l’analisi mediante meccanismi.
Anche per lo studio dei meccanismi fuori del piano si farà riferimento
esclusivamente all’analisi cinematica lineare, secondo la quale il calcolo del
moltiplicatore orizzontale limite di attivazione λ per i meccanismi prescelti può
farsi attribuendo al sistema formato dai blocchi rigidi lo stato di spostamento
infinitesimo associato al cinematismo e applicando il Principio dei Lavori
Virtuali.

T1
Wcop
Hcop

dc
T2
h=hc λWcop Wfori
ht1 λWfori

λWmuro
a ht2
Wmuro hf
hm
s
b

a
Figura 8.1: Parete forata con indicazioni delle grandezze geometriche e delle azioni
agenti.

Si consideri la parete forata di Figura 8.1, in cui:


- Wmuro = γ ⋅ A tot ⋅ s è il peso della parete in assenza dei fori;
- γ è il peso specifico della muratura;
- A tot = b ⋅ h è l’area della parete in assenza dei fori;
- h è l’altezza della parete;
- b è la larghezza della parete;
- s è lo spessore della parete;
VIII-4 Capitolo VIII

- hm è l’altezza del baricentro della parete in assenza dei fori (in Figura
8.1 risulta hm=h/2);
- Wfori = γ ⋅ A fori ⋅ s è il peso (negativo) della aperture;
- Afori è l’area dei fori;
- hf è l’altezza del baricentro dei fori;
- Wcop è il peso della copertura agente sulla parete;
- Hcop rappresenta la spinta statica trasmessa dalla copertura;
- hc è la quota di applicazione di Wcop e Hcop;
- dc è la distanza orizzontale del punto di applicazione di Wcop rispetto
alla faccia esterna della parete;
- Ti (i=1; 2) è il valore massimo dell’azione di un eventuale tirante;
- hti (i=1; 2) rappresenta la quota di applicazione di un eventuale tirante.
Nel caso di ribaltamento del pannello murario, il principio dei lavori virtuali
equivale alla scrittura dell’equazione di equilibrio alla rotazione intorno alla
linea a-a di Figura 8.1:
⎡ s ⎤
⎢( Wmuro − Wfori ) ⋅ 2 + Wcop ⋅ d c − H cop ⋅ h c + ∑i Ti ⋅ h ti ⎥ +
⎣ ⎦
− λ ⋅ [ Wmuro ⋅ h m − Wfori ⋅ h f + Wcop ⋅ h c ] = 0 (8.1)
per cui, il moltiplicatore di collasso λ vale:
s
( Wmuro − Wfori ) ⋅ + Wcop ⋅ d c − H cop ⋅ h c + ∑i Ti ⋅ h ti
λ= 2 (8.2)
Wmuro ⋅ h m − Wfori ⋅ h f + Wcop ⋅ h c
che può porsi nella forma:
⎡ ⎛ Wfori W d H h T h ⎞⎤
⎢ ⎜⎜1 − + cop ⋅ c − cop ⋅ c + ∑i i ⋅ ti ⎟⎟ ⎥
1 ⎢ 1 ⎝ Wmuro Wmuro s / 2 Wmuro s / 2 Wmuro s / 2 ⎠ ⎥
λ= ⋅ ⋅ (8.3)
h / s ⎢2 ⎛ h m Wfori h f Wcop ⎞ ⎥
⎢ ⎜⎜ − ⋅ + ⎟⎟ ⎥
⎢⎣ ⎝ h Wmuro h Wmuro ⎠ ⎥⎦
Posto:
W A
- f = fori = fori (percentuale di foratura della parte);
Wmuro A tot
Wcop
- β= ;
Wmuro
h
- βm = m ;
h
hf
- βf = ;
h
l’Eq. (8.3) diviene:
Capitolo VIII VIII-5

⎡ ⎛ dc H h T h ⎞⎤
⎢ ⎜⎜1 − f + β ⋅ − cop ⋅ c + ∑i i ⋅ ti ⎟⎟ ⎥
1 ⎢1 ⎝ s / 2 Wmuro s / 2 Wmuro s / 2 ⎠ ⎥
λ= ⋅ ⋅ (8.4)
h /s ⎢2 (β m − f ⋅ βf + β) ⎥
⎢ ⎥
⎣⎢ ⎦⎥
In assenza di tiranti (Ti=0) e delle spinte della copertura (Hc=0), ed ipotizzando
dc=s/2, il moltiplicatore di collasso diviene:
1 ⎡1 1− f + β ⎤
λ= ⋅⎢ ⋅ ⎥ (8.5)
h / s ⎣ 2 β m − f ⋅ βf + β ⎦
In entrambi i casi (Eqq. (8.4) e (8.5)), è possibile scrivere:
1
λ= ⋅χ (8.6)
h /s
che evidenzia come il moltiplicatore di collasso λ risulti inversamente
proporzionale alla snellezza geometrica h/s della parete per mezzo del fattore
χ, che dipende dalla geometria del pannello e dall’entità e posizione delle forze
in gioco.
Si fa inoltre osservare che, nella valutazione di λ, è possibile considerare la non
infinita resistenza a compressione della muratura arretrando verso l’interno, la
posizione della cerniera cilindrica attorno alla quale si ha il ribaltamento, di
una quantità che dipende dai pesi agenti e dalla resistenza a compressione della
muratura.

8.3 Descrizione dei meccanismi di collasso fuori piano della facciata e


valutazione dei relativi moltiplicatori di collasso
Nei paragrafi che seguono sono analizzate le modalità di danno che le facciate
possono manifestare e vengono fornite le formulazioni necessarie a valutarne il
relativo moltiplicatore di collasso. A tal riguardo, si fa notare che l’Eq. (8.6) è
valida per tutti i meccanismi di collasso fuori del piano attivabili per la facciata
della chiesa; occorre solo specificare, per ogni caso, h, s e l’espressione del
coefficiente χ.
I meccanismi di collasso che si possono attivare fuori del piano per la generica
facciata a salienti caratterizzata dalle grandezze geometriche riportate in Figura
8.2, sono schematizzati, per le tre diverse ipotesi considerate, negli abachi di
Figura 8.3, 8.4 e 8.5, rispettivamente.
VIII-6 Capitolo VIII

Figura 8.2: Caratteristiche geometriche della facciata.

Nei paragrafi che seguono si riportano, per ognuno dei meccanismi considerati,
le espressioni del moltiplicatore delle azioni orizzontali λ che provoca la
perdita di equilibrio della facciata, o di una sua parte, e quindi il collasso della
struttura.
Capitolo VIII VIII-7

Figura 8.3: Abaco dei meccanismi di collasso nell’ipotesi 1 (facciata con cattivo
ammorsamento con le pareti longitudinali).
VIII-8 Capitolo VIII

Figura 8.4: Abaco dei meccanismi di collasso nell’ipotesi 2 (facciata con buon
ammorsamento con le pareti longitudinali).
Capitolo VIII VIII-9

Figura 8.5: Abaco dei meccanismi di collasso nell’ipotesi 3 (facciata con presidi
antisismici costituiti da catene ortogonali alla facciata e da telai antiribaltamento del
timpano).

8.3.1 Meccanismo 1.1: Ribaltamento globale della facciata


Il meccanismo di collasso è caratterizzato dalla formazione di lesioni verticali
in corrispondenza del cantonale tra la facciata e i muri trasversali e dalla
formazione di una lesione orizzontale posizionata alla base dell’intera facciata,
e intorno alla quale la parete ruota definendo il cinematismo di ribaltamento
(Figura 8.3a).
Il moltiplicatore di collasso associato a tale meccanismo si ottiene assumendo
nell’Eq. (8.6) le seguenti quantità (Figura 8.2):
VIII-10 Capitolo VIII

H cop hc
1− f + β − ⋅
Wmuro s/2
h / s = h max / s; χ = 0.5 ⋅ (8.7)
β m − f ⋅ βf + β
essendo:
7
- A fori = ∑ A fi ;
i =1
7

∑A fi ⋅ h fi
- hf = i =1
;
A fori
hf
- βf = ;
h max
1
- A tot = b ⋅ h1 + b 2 ⋅ (h 2 − h1 ) + ⋅ b 2 ⋅ h * ;
2
A fori
- f = ;
A tot
1
b ⋅ h12 / 2 + b 2 ⋅ (h 2 − h1 ) ⋅ (h1 + h 2 / 2) + ⋅ b 2 ⋅ h * ⋅ (h max − 2 / 3 ⋅ h * )
- hm = 2 ;
A tot
h
- βm = m ;
h max
W
- β = cop ;
Wmuro
- Wmuro = γ ⋅ A tot ⋅ s .
Per quanto concerne lo spessore s, è necessario definire uno spessore
equivalente della muratura, che tenga anche in conto della eventuale presenza
di paraste, colonne o semicolonne. Anche se il significato di equivalente è
vago, poiché implica alcune relazioni non note tra aree e moduli di resistenza
della sezione reale e di quella equivalente, si può, in analogia a metodologia
adottata per valutare lo spessore effettivo delle pareti nervate ai fini della
valutazione della snellezza equivalente, stabilire uno spessore costante della
sezione equivalente con le indicazioni fornite da Hendry et al. (1997), che
richiama esplicitamente le prescrizioni date dalla norma inglese per le strutture
in muratura BS5628-1 (1992).
Capitolo VIII VIII-11

8.3.2 Meccanismo 1.2: Ribaltamento globale della parete sinistra


Il meccanismo di collasso è analogo a quello descritto nel punto precedente,
solo che interessa la parte sinistra della facciata. Il cinematismo è caratterizzato
dalla formazione di lesioni verticali in corrispondenza del cantonale sinistro
della facciata, dal distacco dall’arcata longitudinale a destra, e dalla formazione
di una lesione orizzontale posizionata alla base della parte sinistra della
facciata (Figura 8.3b). In questo caso i parametri da inserire nell’Eq. (8.6) sono
(Figura 8.2):
H h
1 − f + β − cop ⋅ 1
Wmuro s1 / 2
h / s = h1 / s1; χ = 0.5 ⋅ (8.8)
0.5 − f ⋅ βf + β
dove:
2
- A fori = ∑ A fi ;
i =1
2

∑A fi ⋅ h fi
- hf = i =1
;
A fori
hf
- βf = ;
h1
- A tot = b1' ⋅ h1 ;
A fori
- f = ;
A tot
W
- β = cop ;
Wmuro
- Wmuro = γ ⋅ A tot ⋅ s1 .

8.3.3 Meccanismo 1.3: Ribaltamento globale della parete centrale


Il cinematismo è caratterizzato dalla formazione di lesioni verticali in
corrispondenza delle zone di attacco con le arcate longitudinali che delimitano
la navata centrale, e dalla formazione di una lesione orizzontale posizionata
alla base della parte centrale della facciata (Figura 8.3c).
Il moltiplicatore di collasso si ottiene sostituendo nell’Eq. (8.6) le seguenti
quantità (Figura 8.2):
H h
1 − f + β − cop ⋅ c
Wmuro s 2 / 2
h / s = h max / s 2 ; χ = 0.5 ⋅ (8.9)
β m − f ⋅ βf + β
VIII-12 Capitolo VIII

in cui:
5
- A fori = ∑ A fi ;
i =3
5

∑A fi ⋅ h fi
- hf = i =3
;
A fori
hf
- βf = ;
h max
1
- A tot = b 2 ⋅ h 2 + ⋅ b 2 ⋅ h * ;
2
A fori
- f = ;
A tot
1
b 2 ⋅ h 22 / 2 + ⋅ b 2 ⋅ h * ⋅ (h max − 2 / 3 ⋅ h * )
- hm = 2 ;
A tot
h
- βm = m ;
h max
W
- β = cop ;
Wmuro
- Wmuro = γ ⋅ A tot ⋅ s .

8.3.4 Meccanismo 1.4: Ribaltamento globale della parete destra


In analogia a quanto visto per il meccanismo 1.2, le grandezze da sostituire
nell’Eq. (8.6) per calcolare il moltiplicatore λ relativo al meccanismo di
ribaltamento globale della parete destra (Figura 8.3d), sono (Figura 8.2):
H h
1 − f + β − cop ⋅ 3
Wmuro s 3 / 2
h / s = h 3 / s 3 ; χ = 0.5 ⋅ (8.10)
0.5 − f ⋅ βf + β
dove:
7
- A fori = ∑ A fi ;
i =6
7

∑A fi ⋅ h fi
- hf = i =6
;
A fori
Capitolo VIII VIII-13

hf
- βf = ;
h1
- A tot = b 3' ⋅ h 3 ;
A fori
- f = ;
A tot
W
- β = cop ;
Wmuro
- Wmuro = γ ⋅ A tot ⋅ s 3 .

8.3.5 Meccanismo 1.5: Ribaltamento parziale della facciata


In questo caso (Figura 8.3e), il collasso si manifesta per rotazione fuori piano
della porzione superiore della parete centrale della facciata. Generalmente, la
cerniera si localizza in corrispondenza di un piano di debolezza, per l’elevato
stato tensionale di compressione dovuto alla presenza di aperture del portale e
delle finestre laterali di questo.
L’Eq. (8.6) fornisce ancora il moltiplicatore di collasso, se si fanno le seguenti
sostituzioni (Figura 8.2):
H h
1 − f + β − cop ⋅
Wmuro s 2 / 2
h / s = h / s 2 ; χ = 0.5 ⋅ (8.11)
β m − f ⋅ βf + β
dove:
5
- A fori = ∑ A fi ;
i=4
5

∑A fi ⋅ (h fi − h 2 )
- hf = i=4
;
A fori
hf
- βf = ;
h
1
- A tot = b 2 ⋅ ( h − h * ) + ⋅ b 2 ⋅ h * ;
2
A fori
- f = ;
A tot
1
b 2 ⋅ (h − h * ) 2 / 2 + ⋅ b 2 ⋅ h * ⋅ (h − 2 / 3 ⋅ h * )
- hm = 2 ;
A tot
VIII-14 Capitolo VIII

hm
- βm = ;
h
Wcop
- β= ;
Wmuro
- Wmuro = γ ⋅ A tot ⋅ s 2 .

8.3.6 Meccanismo 1.6: Ribaltamento del timpano con formazione di


cerniera orizzontale
Questo cinematismo si manifesta con la rotazione fuori piano della parte
sommitale della facciata, corrispondente al timpano, con formazione della
cerniera cilindrica in corrispondenza dello stacco del timpano dalla facciata
(Figura 8.3f).
Per ottenere il moltiplicatore di collasso occorre, in tal caso, sostituire nell’Eq.
(8.6) le seguenti quantità (Figura 8.2):
H cop h*
1+ β − ⋅
Wmuro s timpano / 2
h / s = h / s timpano ; χ = 0.5 ⋅
*
(8.12)
0.33 + β
dove:
W
- β = cop ;
Wmuro
b 2 ⋅ h * ⋅ s timpano
- Wmuro = γ ⋅ .
2

8.3.7 Meccanismo 1.7: Ribaltamento del timpano con formazione di


cerniere oblique
In presenza di un’apertura in prossimità del timpano, il cinematismo che si può
innescare è caratterizzato dalla formazione di una lesione verticale che va dal
vertice centrale del timpano fino all’apertura, con contemporanea formazione
di due cerniere oblique che partono dallo spigolo in basso dell’apertura e
raggiungono gli spigoli estremi della facciata in corrispondenza della quota
d’imposta (Figura 8.3g).
Il meccanismo è associato all’assenza di collegamenti adeguati tra la struttura
muraria del timpano e la copertura che poggia su questa; è provocato
dall’azione ciclica di martellamento della trave di colmo che determina la
formazione dei macroelementi di distacco e la conseguente rotazione degli
stessi attorno alle cerniere oblique. Una condizione che favorisce l’innescarsi
del meccanismo è la presenza di una trave di colmo di notevoli dimensioni che,
Capitolo VIII VIII-15

in fase sismica, trasmette una elevata spinta Hcop alla parete determinando
l’instaurarsi delle condizioni di instabilità.
Per definire la geometria dei corpi coinvolti nel cinematismo è necessario
fissare l’angolo di inclinazione α delle cerniere oblique rispetto all’orizzontale
(Figura 8.2). Si osserva a tale riguardo, che più l’angolo α risulta ridotto, tanto
più il meccanismo di sfondamento della parete del timpano può essere
assimilato ad un meccanismo 1.6.
Per ottenere il moltiplicatore di collasso occorre, in tal caso, sostituire nell’Eq.
(8.6) le seguenti quantità (Figura 8.2):
H h
1 − f + β − cop ⋅
Wmuro s timpano / 2
h / s = h / s timpano ; χ = 0.75 ⋅ (8.13)
0.5 − f ⋅ βf + β
in cui:
h ⋅b
- f= a a ;
h ⋅b
h
- βf = a ;
h
W
- β = cop ;
Wmuro
⎡ s timpano ⋅ h * ⋅ b 2 (b − b a ) ⎤
- Wmuro = γ⋅⎢ + s 2 ⋅ (h − h * ) ⋅ 2 ⎥.
⎣⎢ 2 2 ⎦⎥

8.3.8 Meccanismo 2.1: Ribaltamento globale composto della facciata


In presenza di martelli murari e angolate che presentano connessioni adeguate
tra le murature che confluiscono nel nodo, il ribaltamento della facciata
coinvolge anche una porzione di struttura muraria delle pareti longitudinali
della chiesa (Figura 8.4a).
In effetti tale meccanismo, che rappresenta una variante del ribaltamento
semplice (meccanismo 1.1), è fortemente influenzato anche dal tipo di
muratura e dalla presenza di aperture nelle pareti di controvento, da cui
dipendono, in particolare, le dimensioni e la configurazione del cuneo di
distacco.
Per pareti di controvento prive di aperture si può osservare che, in generale,
l’angolo ψ formato dalla diagonale del cuneo che ribalta con la verticale,
aumenta all’aumentare della qualità muraria (in particolare, ψ è tanto maggiore
quanto migliore è l’apparecchiatura del sistema murario e quanto maggiori
sono le dimensioni medie degli ortostati). In presenza di aperture in prossimità
dell’intersezione tra i muri, invece, la forma e le dimensioni del cuneo di
VIII-16 Capitolo VIII

distacco sono determinate da queste. Si osserva poi che, in questo tipo di


cinematismo, minore è la porzione di muratura che viene trascinata nel moto di
ribaltamento, più ridotto risulta il valore del moltiplicatore di collasso
determinato, fino a tendere al limite al caso di ribaltamento semplice
(meccanismo 1.1).
Il moltiplicatore di collasso può valutarsi sostituendo nell’Eq. (8.6) le seguenti
quantità (Figura 8.2):
h / s = h max / s (8.14)
H cop h c ⎡ 3 h i2 ⋅ tgψ i k i ⋅ s i' ⎛ 2 2 ⎞⎤
1− f + β − ⋅ + ⎢∑ ⋅ ⋅ ⎜1 + ⋅ h i ⋅ tgψ i ⎟⎥
Wmuro s / 2 ⎣ i=1 A tot s ⎝ 3 ⎠⎦
χ = 0 .5 ⋅ (8.15)
1 3
h i ⋅ tgψ i k i ⋅ s i
2 '
β m − f ⋅ βf + β + ⋅ ∑ ⋅
3 i=1 A tot s
Per il coefficiente ki che compare nella (8.15) si assume:
- ki=1 per i=1 e i=3;
- ki=2 per i=2.
Per quanto riguarda le altre grandezze, vale quanto detto nel §8.3.1 in merito al
meccanismo 1.1.

8.3.9 Meccanismo 2.2: Ribaltamento globale composto della parete


sinistra
Il meccanismo si differenzia da quello descritto nel §8.3.2 (meccanismo 1.2)
per la presenza di una porzione della parete longitudinale sinistra che ribalta
insieme alla parte sinistra della facciata (Figura 8.4b).
Il moltiplicatore di collasso si ottiene sostituendo nell’Eq. (8.6) le seguenti
quantità (Figura 8.2):
h / s = h1 / s1 (8.16)
H h h 2 ⋅ tgψ1 s1' ⎛ 2 2 ⎞
1 − f + β − cop ⋅ 1 + 1 ⋅ ⋅ ⎜1 + ⋅ h1 ⋅ tgψ1 ⎟
Wmuro s1 / 2 A tot s1 ⎝ 3 ⎠
χ = 0 .5 ⋅ (8.17)
h1 ⋅ tgψ1 s1
2 '
0 .5 − f ⋅ β f + β + ⋅
3 ⋅ A tot s1
I termini che compaiono nell’Eq. (8.17) si valutano come indicato nel §8.3.2.

8.3.10 Meccanismo 2.3: Ribaltamento globale composto della parete


centrale
Il moltiplicatore di collasso del meccanismo 2.3 (Figura 8.4c) si ottiene
sostituendo nell’Eq. (8.6) le seguenti quantità (Figura 8.2):
h / s = h max / s 2 (8.18)
Capitolo VIII VIII-17

hcH cop h 2 ⋅ tgψ 2 2 ⋅ s '2 ⎛ 2 2 ⎞


1− f + β − + 2 ⋅ ⋅ ⋅ ⎜1 + ⋅ h 2 ⋅ tgψ 2 ⎟
Wmuro s 2 / 2 A tot s2 ⎝ 3 ⎠ (8.19)
χ = 0 .5 ⋅
h ⋅ tgψ1 2 ⋅ s 2
2 '
β m − f ⋅ βf + β + 2 ⋅
3 ⋅ A tot s2
Per le grandezze presenti nell’Eq. (8.19), occorre utilizzare le indicazioni
fornite nel §8.3.3.

8.3.11 Meccanismo 2.4: Ribaltamento globale composto della parete


destra
In analogia a quanto visto per il Meccanismo 2.2, le grandezze da sostituire
nell’Eq. (8.6) per calcolare il moltiplicatore λ relativo al meccanismo di
ribaltamento globale della parete destra (Figura 8.4d), sono (Figura 8.2):
h / s = h 3 / s3 (8.20)
H h h ⋅ tgψ 3 s 3 ⎛ 2 2
2 '

1 − f + β − cop ⋅ 3 + 3 ⋅ ⋅ ⎜1 + ⋅ h 3 ⋅ tgψ 3 ⎟
Wmuro s 3 / 2 A tot s3 ⎝ 3 ⎠ (8.21)
χ = 0 .5 ⋅
h ⋅ tgψ 3 s 3
2 '
0 .5 − f ⋅ β f + β + 3 ⋅
3 ⋅ A tot s 3
I termini presenti nell’Eq. (8.21) vanno valutati con le indicazioni riportate nel
§8.3.4 in merito al meccanismo 1.4.

8.3.12 Meccanismo 2.5: Ribaltamento parziale globale della facciata


In questo caso, il collasso si manifesta per rotazione fuori piano della parte
superiore della parete centrale della facciata che trascina parte delle pareti
laterali (Figura 8.4e).
L’Eq. (8.6) fornisce ancora il moltiplicatore di collasso, se si fanno le seguenti
sostituzioni (Figura 8.2):
h / s = h / s2 (8.22)
H cop h (h − h1 ) 2 ⋅ tgψ 2 2 ⋅ s '2 ⎛ 2 ⎞
1− f + β − ⋅ + 2 ⋅ ⋅ ⎜1 + ⋅ (h 2 − h 1 ) 2 ⋅ tgψ 2 ⎟
Wmuro s 2 / 2 A tot s2 ⎝ 3 ⎠ (8.23)
χ=
⎛ (h − h1 ) ⋅ tgψ1 2 ⋅ s 2 ⎞
2 '
2 ⋅ ⎜⎜ β m − f ⋅ β f + β + 2 ⋅ ⎟
⎝ 3 ⋅ A tot s 2 ⎟⎠
Per il significato dei termini che compaiono nella (8.23), vale quanto riportato
nel §8.3.5.

8.3.13 Meccanismo 2.6: Ribaltamento del timpano con formazione di


cerniera orizzontale
Vale quanto detto per il meccanismo 1.6 (§8.3.6).
VIII-18 Capitolo VIII

8.3.14 Meccanismo 2.7: Ribaltamento del timpano con formazione di


cerniere oblique
Vale quanto detto per il meccanismo 1.7 (§8.3.7).

8.3.15 Meccanismo 3.1: Ribaltamento globale della facciata


Anche in presenza di catene è possibile avere il ribaltamento globale della
facciata per l’allungamento che possono avere le catene (Figura 8.5a). Per il
calcolo del moltiplicatore λ, la situazione è analoga a quella del ribaltamento
globale composto (meccanismo 2.1, §8.3.8), occorre solo tener conto del
contributo stabilizzante dato dal lavoro fatto dalle forze interne Tj alla catena
sullo spostamento virtuale del relativo punto di applicazione.
Il moltiplicatore di collasso λ può valutarsi sostituendo nell’Eq. (8.6) le
seguenti quantità (Figura 8.2):
h / s = h max / s (8.24)
H cop h c ⎡ 3 h i2 ⋅ tgψ i k i ⋅ s i' ⎛ 2 2 ⎞ ⎤ 6 Tj h tj
1− f + β − ⋅ + ⎢∑ ⋅ ⋅ ⎜1 + ⋅ h i ⋅ tgψ i ⎟⎥ + ∑ ⋅
Wmuro s / 2 ⎣ i =1 A tot s ⎝ 3 ⎠⎦ j=1 Wmuro s / 2 (8.25)
χ=
⎛ 1 3
h ⋅ tgψ i k i ⋅ s i ⎞
2 '
2 ⋅ ⎜⎜ β m − f ⋅ β f + β + ⋅ ∑ i ⋅ ⎟
⎝ 3 i =1 A tot s ⎟⎠
Per il coefficiente ki che compare nella (8.25) si assume:
- ki=1 per i=1 e i=3;
- ki=2 per i=2.
Per quanto riguarda le altre grandezze, vale quanto riportato nel §8.3.1.

8.3.16 Meccanismo 3.2: Ribaltamento globale della parete sinistra


Anche per il meccanismo 3.2 (Figura 8.5b), il moltiplicatore λ differisce da
quello valutato nel§8.3.9 (meccanismo 2.2) per la presenza del termine relativo
al tiro T1 della catena indicata con 1 in Figura 8.2.
In tal caso, infatti, il moltiplicatore di collasso si ottiene sostituendo nell’Eq.
(8.6) le seguenti quantità (Figura 8.2):
h / s = h1 / s1 (8.26)
H h h ⋅ tgψ1 s1 ⎛ 2 2
2 '
⎞ T h
1 − f + β − cop ⋅ 1 + 1 ⋅ ⋅ ⎜1 + ⋅ h1 ⋅ tgψ1 ⎟ + 1 ⋅ t1
Wmuro s1 / 2 A tot s1 ⎝ 3 ⎠ Wmuro s1 / 2 (8.27)
χ=
⎛ h ⋅ tgψ1 s1 ⎞
2 '
2 ⋅ ⎜⎜ 0.5 − f ⋅ βf + β + 1 ⋅ ⎟
⎝ 3 ⋅ A tot s1 ⎟⎠
I termini che compaiono nell’Eq. (8.27) si valutano come indicato nel §8.3.2.
Capitolo VIII VIII-19

8.3.17 Meccanismo 3.3: Ribaltamento globale composto della parete


centrale
Il moltiplicatore di collasso del meccanismo 3.3 (Figura 8.5c) si ottiene
sostituendo nell’Eq. (8.6) le seguenti quantità (Figura 8.2):
h / s = h max / s 2 (8.28)
H cop hc h 2 ⋅ tgψ 2 2 ⋅ s '2 ⎛ 2 ⎞ Tj h tj
1− f + β − ⋅ + 2 ⋅ ⋅ ⎜1 + ⋅ h 22 ⋅ tgψ 2 ⎟ + ∑ ⋅
Wmuro s2 / 2 A tot s2 ⎝ 3 ⎠ j=2,3,5, 6 Wmuro s 2 / 2 (8.29)
χ=
⎛ h ⋅ tgψ1 2 ⋅ s 2 ⎞
2 '
2 ⋅ ⎜⎜ β m − f ⋅ β f + β + 2 ⋅ ⎟
⎝ 3 ⋅ A tot s 2 ⎟⎠
Per le grandezze presenti nell’Eq. (8.29), occorre utilizzare le indicazioni
fornite nel §8.3.3.

8.3.18 Meccanismo 3.4: Ribaltamento globale della parete destra


In analogia a quanto visto per il Meccanismo 3.2, le grandezze da sostituire
nell’Eq. (8.6) per calcolare il moltiplicatore λ relativo al meccanismo di
ribaltamento globale della parete destra (Figura 8.5d), sono (Figura 8.2):
h / s = h 3 / s3 (8.30)
H cop h3 h 2 ⋅ tgψ 3 s 3' ⎛ 2 2 ⎞ T h
1− f + β − ⋅ + 3 ⋅ ⋅ ⎜1 + ⋅ h 3 ⋅ tgψ 3 ⎟ + 4 ⋅ t 4
Wmuro s3 / 2 A tot s3 ⎝ 3 ⎠ Wmuro s 3 / 2 (8.31)
χ=
⎛ h ⋅ tgψ 3 s 3 ⎞
2 '
2 ⋅ ⎜⎜ 0.5 − f ⋅ β f + β + 3 ⋅ ⎟⎟
⎝ 3 ⋅ A tot s3 ⎠
in cui T4 rappresenta l’azione esercitata dalla catena 4 di Figura 8.2. Gli altri
termini presenti nell’Eq. (8.21), vanno valutati con le indicazioni riportate nel
§8.3.4.

8.3.19 Meccanismo 3.5: Ribaltamento parziale della facciata


L’Eq. (8.6) fornisce ancora il moltiplicatore di collasso relativo al meccanismo
3.5 (Figura 8.5e), se si fanno le seguenti sostituzioni (Figura 8.2):
h / s = h / s2 (8.32)
H cop h (h − h 1 ) 2 ⋅ tgψ 2 2 ⋅ s '2 ⎛ 2 ⎞ 6 Tj h tj
1− f + β − ⋅ + 2 ⋅ ⋅ ⎜1 + ⋅ (h 2 − h 1 ) 2 ⋅ tgψ 2 ⎟ + ∑ ⋅ (8.33)
Wmuro s2 / 2 A tot s2 ⎝ 3 ⎠ j=5 Wmuro s 2 / 2
χ=
⎛ (h 2 − h 1 ) 2 ⋅ tgψ 1 2 ⋅ s '2 ⎞
2 ⋅ ⎜⎜ β m − f ⋅ β f + β + ⋅ ⎟
⎝ 3 ⋅ A tot s 2 ⎟⎠
Per il significato dei termini che compaiono nella (8.33), vale quanto riportato
nel §8.3.5.
VIII-20 Capitolo VIII

8.3.20 Meccanismo 3.6: Flessione verticale della parete sinistra


Per i meccanismi di collasso 3.6÷3.9 (Figura 8.5f÷i), si ipotizza che la catena
esercita un vincolo perfetto (Figura 8.6a) e la parete manifesta un meccanismo
di flessione verticale, con formazione di una cerniera cilindrica orizzontale
(Figura 8.6b) che separa la struttura muraria in due blocchi rigidi ed attorno
alla quale essi ruotano reciprocamente fino al collasso.
La combinazione delle azioni verticali ed orizzontali sulla parete, determina
l’instaurarsi di una sorta di effetto arco verticale nella stessa, per cui le forze
orizzontali si scaricano sui vincoli agli estremi della tesa muraria. Se però
queste ultime superano un certo valore, le azioni verticali non sono più
sufficienti a contrastare l’effetto instabilizzante del momento flettente e ciò
determina l’instaurarsi del cinematismo descritto. All’interno della tesa muraria
si manifesta quindi la formazione di una cerniera cilindrica che la percorre
orizzontalmente e la cui posizione verticale è a priori indeterminata (Pasquale e
Lemme 2006).

Wcop

h2=h/x hf2
Af2
λWmuro

h Wmuro h
h1=h· x-1
x
hf2
Af1
s hf1

b
(a) (b) (c)
Figura 8.6: Parete vincolata in testa: schema di calcolo (a), cinematismo (b) e
disposizione di eventuali aperture (c).

Si fa osservare che, nell’ipotesi in cui non è possibile definire a priori la


posizione della cerniera cilindrica perché l’edificio non presenta alcun
danneggiamento prodotto da un sisma precedente, non è possibile definire a
priori la posizione verticale della cerniera cilindrica, ovvero non sono note le
distanze h1 e h2 di Figura 8.6b. In ogni caso, queste possono essere facilmente
valutate con il modello proposto da Giuffrè (1993), che prende in esame una
fascia di muratura piena da cielo a terra della parete. Infatti, in questo caso, la
Capitolo VIII VIII-21

presenza delle aperture nella facciata esercita una ridotta influenza nel calcolo,
ed in particolare nella determinazione della posizione della sezione di frattura
della parete. Si aggiunga anche il fatto che l’effetto arco verticale che si attiva
per l’applicazione delle azioni fuori piano, interessa prevalentemente le fasce
piene di muratura. Tuttavia, il modello proposto permette di valutare il
coefficiente λ anche quando è nota la geometria dei macroelementi coinvolti
nel cinematismo e di considerare, in tal caso, anche la presenza di aperture o
superfici irregolari e la conseguente variazione nella distribuzione dei carichi.
L’analisi consiste nell’individuare la posizione h1 (ovvero h2) della cerniera che
corrisponde al minimo valore del moltiplicatore di collasso λ delle forze
orizzontali che determina l’attivazione del cinematismo.
L’applicazione del Principio dei Lavori Virtuali alla parete di Figura 8.6a
consente di ricavare il moltiplicatore λ (Giuffrè, 1993):
1
λ= ⋅χ (8.34)
h /s
2 ⋅ x + β ⋅ x ⋅ ( x + 1)
χ= (8.35)
x −1
W
in cui β = cop , mentre il parametro x definisce la posizione della cerniera
Wmuro
cilindrica orizzontale.
Imponendo che sia nulla dχ/dx si ricava x e cioè l’altezza della sezione di
frattura cui corrisponde il minimo valore di λ:
dχ ⎛1+ β ⎞
= β ⋅ ( x 2 − 2 ⋅ x − 1) = 0 ⇒ x = 1 + 2 ⋅ ⎜⎜ ⎟⎟ (8.36)
dx ⎝ β ⎠
Se si tiene conto della presenza delle aperture Af1 e Af2 di Figura 8.6c, il
coefficiente χ che lega il moltiplicatore di collasso λ alla snellezza h/s della
parete (Eq. (8.34)), assume la seguente espressione:
2 − (f1 + f 2 ) − f 2 ⋅ x + β ⋅ ( x + 1)
χ= 2
(8.37)
⎛ x −1⎞ x −1
⎜ ⎟ − 2 ⋅ f1 ⋅ β f 1 + 2 − 4 ⋅ f 2 ⋅ (1 − β f 2 ) ⋅ ( x − 1)
⎝ x ⎠ x
con (Figura 8.6c):
A
- f i = fi (i=1; 2); A tot = b ⋅ h ;
A tot
hf1 h h − hf 2 h
- βf 1 = ; βf 2 = f 2 = = 1− f 2 .
h h h h
Anche in questo caso il valore del parametro x che rende minimo il
moltiplicatore λ è calcolabile, in generale, imponendo che sia nulla la derivata
di χ rispetto a x. Così facendo, però, si perviene ad espressioni complesse; è
VIII-22 Capitolo VIII

perciò più conveniente individuare x per tentativi utilizzando, per esempio, un


foglio di calcolo.
Da quanto ora esposto emerge che il moltiplicatore di collasso λ per flessione
verticale della parete sinistra si valuta assumendo nelle Eqq. (8.34) e (8.37) le
seguenti quantità (Figura 8.2):
- h = h1 ;
- s = s1 ;
- A tot = b1 ⋅ h1 ;
W
- β = cop ; Wmuro = γ ⋅ s1 ⋅ A tot ;
Wmuro
A
- f i = fi (i=1; 3);
A tot
hf1 h h − hf 2 h
- βf 1 = ; βf 2 = f 2 = 1 = 1− f 2 .
h1 h1 h1 h1

8.3.21 Meccanismo 3.7: Flessione verticale della parete destra


Per quanto visto nel precedente paragrafo, per il meccanismo 3.7 (Figura 8.5g),
il moltiplicatore di collasso vale:
1
λ= ⋅χ (8.38)
h 3 / s3
2 − (f1 + f 2 ) − f 2 ⋅ x + β ⋅ ( x + 1)
χ= 2
(8.39)
⎛ x −1⎞ x −1
⎜ ⎟ − 2 ⋅ f1 ⋅ βf 1 + 2 − 4 ⋅ f 2 ⋅ (1 − βf 2 ) ⋅ ( x − 1)
⎝ x ⎠ x
con (Figura 8.2):
- A tot = b 3 ⋅ h 3 ;
W
- β = cop ; Wmuro = γ ⋅ s3 ⋅ A tot ;
Wmuro
A
- f i = fi (i=6; 7);
A tot
hf 6 h h − hf 7 h
- βf 1 = ; βf 2 = f 7 = 3 = 1− f 7 .
h3 h3 h3 h3
Anche in questo caso il valore di x (>1) che minimizza λ, può valutarsi per
tentativo.
Capitolo VIII VIII-23

8.3.22 Meccanismo 3.8: Flessione verticale della parete centrale


inferiore
Il moltiplicatore di collasso che attiva il cinematismo 3.8 (Figura 8.5h), può
valutarsi con le seguenti relazioni (Figura 8.2):
1
λ= ⋅χ (8.40)
h t 2 / s2
2 − f + β ⋅ ( x + 1)
χ= 2
(8.41)
⎛ x −1⎞ x −1
⎜ ⎟ − 2 ⋅ f ⋅ βf + 2
⎝ x ⎠ x
con:
- A tot = b 2 ⋅ h t 2 ;
Wcop + γ ⋅ [s 2 ⋅ (h 2 − h t1 ) + 0.5 ⋅ s timpano ⋅ h * ] ⋅ b 2
- β= ; Wmuro = γ ⋅ s 2 ⋅ A tot ;
Wmuro
Af 3
- fi = ;
A tot
h
- βf = f 3 .
h t1
Il valore di x che rende minimo λ, può valutarsi ancora per tentativo.

8.3.23 Meccanismo 3.9: Flessione verticale della parete centrale


superiore
Per il meccanismo 3.9 (Figura 8.5i), il moltiplicatore di collasso statico vale
(Figura 8.2):
1
λ= ⋅χ (8.42)
(h t 5 − h t 2 ) / s 2
2 − f + β ⋅ ( x + 1)
χ= 2
(8.43)
⎛ x −1⎞ x −1
⎜ ⎟ − 2 ⋅ f ⋅ βf + 2
⎝ x ⎠ x
con:
- A tot = b 2 ⋅ (h t 5 − h t 2 ) ;
Wcop + γ ⋅ [s 2 ⋅ (h 2 − h t 5 ) + 0.5 ⋅ s timpano ⋅ h * ] ⋅ b 2
- β= ; Wmuro = γ ⋅ s 2 ⋅ A tot ;
Wmuro
Af 4
- fi = ;
A tot
VIII-24 Capitolo VIII

(h f 4 − h t 2 )
- βf = .
(h t 5 − h t 2 )
Anche in questo caso il valore di x associato al minimo valori di λ può
calcolarsi per tentativo.

8.4 Vulnerabilità delle facciate dei dieci casi di studio nei confronti del
collasso fuori del piano
Le relazioni riportate nei paragrafi precedenti sono state applicate per la
valutazione della vulnerabilità delle facciate dei casi di studio.
In Figura 8.7 sono riportati i valori minimi del moltiplicatore λ nell’ipotesi 1
(facciata con cattivo ammorsamento con le pareti longitudinali).
Nell’istogramma sono anche schematizzati i cinematismi associati a λmin. Si
osserva che ad eccezione di SGM, che mostra una tendenza all’attivazione del
meccanismo 1.2-1.4, in tutte le facciate, il ribaltamento globale della parete
centrale (meccanismo 1.3) è quello che dà luogo al minimo valore di λ. Si nota
anche che i moltiplicatori di collasso in presenza di cattivo ammorsamento
della facciata con i muri di controvento sono molto bassi, con valori compresi
fra il 3.5% di SAZ ed il 6.6% di SGMR.
La verifica sismica dei meccanismi locali ai sensi dell’OPCM 3431’05, può
farsi valutando, per le facciate in esame, il coefficiente Γ definito dall’Eq.(1.7):
a* λ
Γ= o = (1.7)
a sisma * ag S ⎛ Z⎞
e ⋅ ⋅ ⋅ ⎜1 + 1.5 ⋅ ⎟
g q ⎝ H⎠
Infatti, come descritto nel § 1.7 (Analisi cinematica lineare), secondo
l’Ordinanza, la verifica è soddisfatta se vale la condizione a *o ≥ a sisma , che
equivale alla condizione Γ ≥ 1 .
Nel caso in esame, dall’istogramma di Figura 8.8 si osserva che, nell’ipotesi 1,
risultando Γ=0.096÷0.188<1, la verifica non è mai soddisfatta.
Nel caso di facciate con buon ammorsamento con le pareti trasversali, (ipotesi
2), invece, si osserva che i valori minimi del moltiplicatore di collasso variano
tra il 7.8% di SGM ed il 26% di SBM (Figura 8.9). In merito ai cinematismi
associati ai moltiplicatori minimi λmin, si osserva che per le facciate di SGM,
SI, SAZ, e SMM il meccanismo più debole è il 2.7 (ribaltamento del timpano
con formazione di cerniere oblique). Per SGMR, SPM, SMV, SBM e SGO,
invece, si nota una tendenza al ribaltamento della parete sinistra e/o destra
(meccanismi 2.2 e/o 2.4). Per SMD, infine, il moltiplicatore minimo è associato
al meccanismo 2.1 (ribaltamento globale composto della facciata).
Osservando l’istogramma di Figura 8.10, si nota che anche nell’ipotesi 2, la
verifica allo SLU della facciata non è mai soddisfatta.
Capitolo VIII VIII-25

Dal confronto fra i diagrammi di Figura 8.9 e 8.10, inoltre, emerge che per
SPM, SMV, SBM e SMD, i meccanismi associati a Γmin cambiano rispetto a
quelli corrispondenti a λmin. Ciò conferma quanto evidenziato nel §1.7, ovvero
che, nell’applicazione dell’analisi cinematica lineare, come definita
nell’Allegato 11.C dell’OPCM 3431’05, non è sufficiente limitarsi ad
individuare il meccanismo di collasso cui corrisponde il moltiplicatore
orizzontale minimo λmin per poi effettuare la verifica mediante l’Eq. (1.6), ma è
indispensabile verificare l’Eq. (1.6) per tutti i meccanismi, il che equivale a
valutare il coefficiente Γ per tutte le possibili modalità di danneggiamento.
Nel caso di facciate con presidi antisismici costituiti da catene longitudinali e
telaio antiribaltamento del timpano (ipotesi 3), si osserva che, se si esclude
SGM (λmin=16.3%), il valore minimo dei moltiplicatori varia tra 0.2 e 0.33
(Figura 8.11). In termini di Γmin (Figura 8.12), invece, si osserva che solo per la
facciata di SMV risulta Γmin≅1, mentre per le rimanenti chiese, le verifiche
risultano ancora non soddisfatte. Anche per l’ipotesi 3 è valida l’osservazione
fatta in precedenza in merito alle differenti modalità di collasso individuabili a
seconda che si considera, per la verifica sismica, λmin o Γmin.
Nelle Figure 8.13 e 8.14 sono confrontati, rispettivamente, i valori minimi
valutati per λ e Γ nelle solite tre ipotesi. Il confronto risulta estremamente
valido per valutare l’efficacia dei presidi antisismici (ipotesi 3) rispetto allo
stato di fatto (ipotesi 1 o 2). Infatti, osservando entrambi gli istogrammi, si nota
che l’intervento di consolidamento previsto permette alle facciate in esame di
conseguire un maggior grado di sicurezza rispetto alle azioni sismiche, con un
livello di protezione sismica comunque inferiore a quello previsto per le
strutture ordinarie. Proporre ulteriori interventi per aumentare la sicurezza
sismica può portare, invece, a soluzioni contrarie ai criteri di conservazione del
patrimonio culturale. Ciò evidenzia la necessità di accettare per le costruzioni
storico-monumentali un livello di rischio sismico più elevato rispetto a quello
delle strutture ordinarie.
In Figura 8.15 è riproposto lo stesso istogramma di Figura 8.14; nel grafico,
però, sono riportate anche due rette orizzontali che dividono il quadrante in tre
parti caratterizzate, rispettivamente, da una vulnerabilità alta (se Γ ≤ 0.64 ),
media (se 0.64 < Γ ≤ 1.28 ) e bassa (se Γ > 1.28 ).
Tale suddivisione è stata fatta in base alle indicazioni fornite nel §5.3 delle LL.
GG. 2006, che prevedono la possibilità di esprimere una valutazione della
vulnerabilità in forma linguistica attraverso un livello di vulnerabilità basso,
medio o alto. Le LL. GG. 2006, infatti, associano tali livelli qualitativi di
vulnerabilità ai seguenti intervalli di valori di accelerazione al suolo allo SLU:
- vulnerabilità alta: aSLU da 0.1 a 0.2g;
- vulnerabilità media: aSLU da 0.2 a 0.3g;
- vulnerabilità bassa: aSLU da 0.3 a 0.4g.
VIII-26 Capitolo VIII

0.4
λmin

0.3

0.2

0.1

0.0
M

Z
R

SI

M
M

D
SA
M

SG
SM

SM
SP

SM
SG

SB
SG

Figura 8.7: Ipotesi 1 (cattivo ammorsamento): moltiplicatori minimi λmin per i collassi
fuori dal piano delle facciate dei casi di studio.

1.50
Γmin
1.25
Verifica soddisfatta
1.00
Verifica non soddisfatta
0.75

0.50

0.25

0.00
M

Z
R

SI

M
M

D
SA
M

SG
SM

SM
SP

SM
SG

SB
SG

Figura 8.8: Ipotesi 1 (cattivo ammorsamento delle facciate): verifica dei collassi fuori
piano ai sensi dell’OPCM 3431’05.
Capitolo VIII VIII-27

0.4
λmin

0.3

0.2

0.1

0.0
M

Z
R

SI

M
M

D
SA
M

SG
SM

SM
SP

SM
SG

SB
SG

Figura 8.9: Ipotesi 2 (buon ammorsamento): moltiplicatori minimi λmin per i collassi
fuori dal piano delle facciate dei casi di studio.

1.50
Γmin
1.25
Verifica soddisfatta
1.00
Verifica non soddisfatta
0.75

0.50

0.25

0.00
M

Z
R

SI

M
M

D
SA
M

SG
SM

SM
SP

SM
SG

SB
SG

Figura 8.10: Ipotesi 2 (buon ammorsamento delle facciate): verifica dei collassi fuori
piano ai sensi dell’OPCM 3431’05.
VIII-28 Capitolo VIII

0.4
λmin

0.3

0.2

0.1

0.0
M

Z
R

SI

M
M

D
SA
M

SG
SM

SM
SP

SM
SG

SB
SG

Figura 8.11: Ipotesi 3 (presenza di presidi antisismici): moltiplicatori minimi λmin per i
collassi fuori dal piano delle facciate dei casi di studio.

1.50
Γmin
1.25
Verifica soddisfatta
1.00
Verifica non soddisfatta

0.75

0.50

0.25

0.00
M

Z
R

SI

M
M

D
SA
M

SG
SM

SM
SP

SM
SG

SB
SG

Figura 8.12: Ipotesi 3 (facciate con presidi antisismici): verifica dei collassi fuori
piano ai sensi dell’OPCM 3431’05.
Capitolo VIII VIII-29

0.4 Ipotesi 1 Ipotesi 2 Ipotesi 3


λmin

0.3

0.2

0.1

0.0
M

Z
R

SI

M
M

D
SA
M

SG
SM

SM
SP

SM
SG

SB
SG

Figura 8.13: Confronto fra i moltiplicatori minimi λmin per i collassi fuori dal piano
delle facciate dei casi di studio.

1.50 Ipotesi 1 Ipotesi 2 Ipotesi 3


Γmin
1.25
Verifica soddisfatta
1.00 Verifica non soddisfatta

0.75
0.50

0.25
0.00
M

Z
R

SI

M
M

D
SA
M

SG
SM

SM
SP

SM
SG

SB
SG

Figura 8.14: Confronto fra i Γmin per i collassi fuori dal piano delle facciate dei casi di
studio.
VIII-30 Capitolo VIII

Vuln.
1.50 Ipotesi 1 Ipotesi 2 Ipotesi 3 Bassa
Γmin
1.25
1.00 Vuln.
Media
0.75
0.50
Vuln.
Alta
0.25
0.00
M

Z
R

SI

M
M

D
SA
M

SG
SM

SM
SP

SM
SG

SB
SG

Figura 8.15: Vulnerabilità delle facciate dei casi di studio per i collassi fuori dal
piano.

A tali intervalli di accelerazione, per S=1.25, ag=0.25g e q=2 (§4.2.2),


corrispondono i valori limite di Γ riportati in precedenza.
Osservando l’istogramma di Figura 8.15, si nota che nell’ipotesi 1 (cattivo
ammorsamento) e 2 (buon ammorsamento), ad eccezione di SBM - ipotesi 2, le
facciate presentano un livello di vulnerabilità basso. Nel caso di facciata con
presidi (ipotesi 3), invece, si osserva una riduzione del livello di vulnerabilità;
nel caso di SGMR, SI, SMV, SBM, SGO e SMD, in particolare, la
vulnerabilità risulta di livello medio.

8.5 Conclusioni
Nella valutazione della vulnerabilità sismica delle chiese in muratura, risulta
fondamentale lo studio dei meccanismi di collasso fuori del piano che,
generalmente, si attivano per valori dell’accelerazione sismica più bassi
rispetto a quelli che si attivano nel piano.
Nel capitolo si è focalizzata l’attenzione sul macroelemento di facciata delle
chiese. In particolare, sono stati individuati diversi meccanismi che possono
attivarsi in presenza di cattivo (ipotesi 1) o di buon ammorsamento (ipotesi 2)
della facciata ai muri trasversali. Si è anche considerato un terzo caso che
prevede la presenza di catene e telai antiribaltamento del timpano (ipotesi 3).
Per tutti i cinematismi considerati sono state proposte delle formulazioni che
Capitolo VIII VIII-31

permettono di valutare i relativi moltiplicatori di collasso in funzione delle sole


grandezze geometriche e di carico, che possono essere facilmente determinati,
anche a partire da una conoscenza limitata della struttura.
Tali formulazioni possono, altresì, essere utilizzate per la valutazione della
vulnerabilità per collassi fuori dal piano di altri macroelementi come, ad
esempio, le cappelle laterali e l’abside.
In presenza di un cattivo ammorsamento (ipotesi 1), l’applicazione ai casi di
studio ha evidenziato un’elevata vulnerabilità delle facciate nei confronti dei
meccanismi fuori piano.
Un ammorsamento efficace (ipotesi 2), invece, comporta una riduzione anche
significativa della vulnerabilità rispetto al caso precedente (ipotesi 1).
Un intervento di consolidamento consistente nell’incatenamento della facciata
ai muri trasversali e nell’inserimento di un telaio antiribaltamento del timpano,
comporta un notevole miglioramento sismico rispetto al caso 1 (cattivo
ammorsamento). Rispetto al caso 2 (buon ammorsamento), invece, l’intervento
non risulta efficace in tutte le chiese; ad esempio in SPM si nota un modesto
aumento della sicurezza mentre nel caso di SBM (Figura 8.15) si osserva
addirittura un aumento del livello di vulnerabilità.
I risultati dello studio presentato hanno anche evidenziato la necessità di
effettuare la verifica per tutti i meccanismi possibili e non solo per quello
corrispondente al minimo valore di λ. A tal fine, sembra più logico
considerare, in luogo di λ (capacità del macroelemento), il rapporto Γ fra la
capacità e la richiesta sismica; infatti, utilizzando il coefficiente Γ per le
verifiche dei meccanismi locali, si considerano anche gli effetti di
amplificazione dinamica, che rendono possibile l’attivazione di taluni
meccanismi di collasso rispetto ad altri associati a moltiplicatori più bassi.
VIII-32 Capitolo VIII
CAPITOLO IX

Conclusioni

Nel presente lavoro di tesi è stato analizzato il comportamento sismico di dieci


edifici di culto a pianta basilicale al fine di mettere a punto strumenti
semplificati per la valutazione del carico ultimo sotto forze orizzontali.
In particolare, l’approccio semplificato proposto, consente di avere indicazioni
qualitative e quantitative sul comportamento strutturale per carichi verticali ed
azioni orizzontali a partire dalla conoscenza di alcuni parametri geometrici
relativi all’intera chiesa e a ciascun macroelemento. L’utilizzo delle
formulazioni riportate nel testo, inoltre, consente di stimare la vulnerabilità
sismica dei singoli macroelementi e, per estensione, dell’intero complesso
strutturale.
Per validare l’approccio metodologico proposto, è stata preventivamente
applicata al campione delle dieci chiese oggetto di studio la procedura di
analisi sismica “a due passi”, proposta da Mele e De Luca (1999).
Nel primo passo, le dieci basiliche sono state sottoposte ad analisi elastiche
statiche e modali, che hanno permesso di comprendere il comportamento
dinamico globale delle chiese e di conoscere l’aliquota di tagliante sismico
agente sul singolo macroelemento.
Nel secondo passo della procedura, tutti i macroelementi dei dieci casi di
studio sono stati sottoposti ad analisi non lineari agli elementi finiti, utilizzando
il codice di calcolo ABAQUS. Dette analisi hanno consentito di valutare la
capacità di ciascun macroelemento e di conoscere il meccanismo di collasso
che può, presumibilmente, attivarsi sotto forze orizzontali.
Il confronto tra le capacità, valutate con le analisi non lineari, e le richieste
elastiche, ricavate dalle analisi lineari, ha evidenziato che gran parte dei
macroelementi dei casi di studio non sono in grado di resistere all’azione
sismica prevista.
Successivamente, l’analisi semplificata proposta è stata applicata alle dieci
chiese in esame; in particolare, è stata suggerita una formulazione che consente
di ripartire in maniera approssimata il tagliante sismico fra i vari
IX-2 Capitolo IX

macroelementi in funzione delle loro caratteristiche geometriche. Sono altresì


state proposte ed applicate, ai casi di studio, delle formule semplificate per
valutare il moltiplicatore di collasso λ dei macroelementi in funzione del loro
fattore di forma h/b e di un parametro χ che dipende dalla geometria e dai
carichi esterni applicati (come ad esempio lo scarico della copertura).
Il confronto fra i risultati ottenuti dall’analisi “a due passi” e quelli derivanti
dall’applicazione dell’approccio semplificato proposto evidenzia una buona
rispondenza tra le due metodologie. Ciò permette di affermare di aver
raggiunto lo scopo che ci si era prefissi inizialmente, ossia quello di poter dare
una buona stima del comportamento delle chiese in muratura sotto forze
orizzontali, senza ricorrere a laboriose e lunghe analisi FEM, che, peraltro,
richiedono la calibrazione di alcuni parametri di difficile valutazione, come ad
esempio il modulo di elasticità o la resistenza a trazione.
Nell’ultima parte della tesi è stato analizzato il delicato problema dei collassi
fuori del piano, che, nelle pareti murarie, generalmente, si attivano per valori
dell’accelerazione sismica più bassi rispetto a quelli che attivano i collassi nel
piano.
Più in dettaglio, l’attenzione è stata focalizzata sul macroelemento di facciata,
per il quale, al variare della qualità dell’ammorsamento dei muri, sono stati
individuati diversi meccanismi di collasso che possono innescarsi. È stata
considerata anche una terza ipotesi che prevede la presenza di presidi
antisismici costituiti da catene longitudinali e da telai antiribaltamento del
timpano.
In analogia a quanto fatto per il comportamento dei macroelementi nel piano,
per tutti i cinematismi considerati per la facciata, è stato proposto un modello
che permette di valutare i relativi moltiplicatori di collasso in funzione delle
sole grandezze geometriche e di carico, che possono essere facilmente
determinate anche a partire da una conoscenza limitata della struttura.
L’applicazione delle formulazioni proposte ai casi di studio ha evidenziato
un’elevata vulnerabilità delle facciate nei confronti dei meccanismi fuori piano.
I risultati delle analisi condotte hanno anche consentito di valutare l’efficacia
dell’intervento di miglioramento sismico previsto.
Le applicazioni presentate hanno, altresì, evidenziato la necessità di eseguire la
verifica per tutti i meccanismi possibili e non solo per quello corrispondente al
minimo valore del moltiplicatore di collasso λ. A tal fine, sembra più logico
considerare in luogo di λ (capacità del macroelemento), il rapporto Γ fra la
capacità e la richiesta sismica; infatti, utilizzando il coefficiente Γ per le
verifiche dei meccanismi locali, si considerano anche gli effetti di
amplificazione dinamica che rendono possibile l’attivazione di taluni
meccanismi di collasso rispetto ad altri associati a moltiplicatori più bassi.
Capitolo IX IX-3

Considerate le notevoli difficoltà legate all’analisi strutturale degli edifici


ecclesiastici ed i problemi connessi alla modellazione del comportamento non
lineare del materiale muratura, i modelli geometrici semplificati proposti in
questa tesi possono trovare utile applicazione nella valutazione della capacità
portante delle chiese a pianta basilicale soggette ad azioni sismiche, e risultano
un valido strumento di controllo dei risultati delle “più rigorose”, ma
complicate, analisi non lineari agli elementi finiti.
IX-4 Capitolo IX
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