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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI GUGLIELMO MARCONI

FACOLTÀ DI SCIENZE E TECNOLOGIE APPLICATE

CORSO DI LAUREA MAGISTRALE IN INGEGNERIA CIVILE

STUDIO DELLA RISPOSTA E DELLA


VULNERABILITA’ SISMICA DEI PONTI STRADALI A
TRAVATA

Relatore: Studente:
Prof. ERNESTO GRANDE DINO BIAGIOTTI

Matr. N°: 0016026

ANNO ACCADEMICO

2019/2020
PREFAZIONE

La presente Tesi è incentrata sullo studio di ponti e viadotti con particolare riguardo
allo studio del loro comportamento sismico.

Nella prima parte viene effettuata una sintesi descrittiva delle varie tipologie di ponti.
Successivamente l’attenzione viene posta sui ponti a travata ed analizzate le varie tipologie di
impalcati con cui possono essere realizzati ed i relativi elementi costitutivi.

La trattazione passa poi ad esaminare con particolare attenzione i vari dispositivi di


vincolo quali appoggi, ritegni sismici, giunti ed isolatori sismici. Vengono analizzate sia le
tipologie presenti nei ponti realizzati nei passati decenni, sia quelle con tecnologia più attuale,
come quella degli isolatori sismici.

Nel IV capitolo viene preso in esame il comportamento sismico delle strutture da


ponte con particolare riguardo alla loro vulnerabilità. Vengono esaminati gli effetti del sisma sulle
strutture esistenti, mettendo in risalto i principali errori commessi in passato per la sottostima
degli effetti sismici ed in assenza dei sofisticati strumenti di calcolo attualmente disponibili.

Nel capitolo successivo viene esaminata la determinazione delle azioni sismiche in


termini di domanda con particolare riferimento alle nuove norme tecniche vigenti. La trattazione
passa poi ad esaminare i vari metodi di analisi della risposta sismica, sia quelli più comunemente
usati nella pratica progettuale, sia quelli utilizzati in studi più approfonditi, come le analisi
dinamiche non lineari. Lo studio si sofferma in particolare ad esporre il metodo di analisi statica
non lineare, il cosiddetto metodo “Pushover”., aspetto centrale nella presente Tesi.

Viene, infine, esaminato il caso di un ponte realizzato molto recentemente di cui è


stato possibile acquisire la documentazione progettuale originaria e seguirne lo sviluppo della
realizzazione. La struttura è stata quindi interamente ed accuratamente modellata ad elementi
finiti ed eseguiti i vari tipi di analisi sopra descritti. In particolare è stata eseguita, in primo luogo,
un’analisi dinamica modale in campo lineare, metodo più comunemente usato nella pratica
progettuale. Successivamente, essendo il metodo “Pushover” tema centrale della Tesi, si è tentata
un’analisi di questo tipo sulla pila centrale della struttura esaminata. Tuttavia, per la particolarità
del caso trattato, non è stato possibile seguire la classica metodologia, ma si è dovuto idearne una
ad hoc. Non siamo infatti in presenza di una pila costituita da un elemento più o meno snello,
incastrato alla base e con una massa applicata in sommità; siamo infatti in presenza di una parete
tozza che, per le particolari caratteristiche degli appoggi, è sollecitata esclusivamente nel proprio
piano ove presenta un’elevatissima rigidezza. Sono stati ricercati in letteratura studi sull’analisi
statica non lineare di pareti, ma non disponendo di software, comunque pochissimi, in grado di
eseguirla, si è provato, a mero fine di esercitazione e con notevole difficoltà, ad effettuare una
modellazione risolvibile con il software a disposizione (SAP2000), ottenendo infine risultati
compatibili con le attese.

In ultimo, è stata eseguita sul caso in esame un’analisi del tipo “Time-History” dopo
aver generato accelerogrammi spettro-compatibili, tenendo anche in conto la non linearità ed il
comportamento dissipativo degli appoggi. Si è potuto quindi constatare, al confronto con l’analisi
elastica-lineare, come la dissipazione di energia sugli appoggi possa significativamente ridurre gli
spostamenti dell’impalcato sottoposto alle accelerazioni in input.
INDICE

1. Principi progettuali, e analisi tipologica di ponti e viadotti


1.1 Ponti a travata Pag. 002
1.2 Ponti ad arco Pag. 003
1.3 Ponti strallati Pag. 003
1.4 Ponti sospesi Pag. 004

2. I ponti a travata, caratteristiche progettuali e applicazioni


2.1 Tipologie di impalcato Pag. 006
2.1.1 Ponti con impalcato a graticcio Pag. 006
2.1.2 Ponti a cassone Pag. 007
2.1.3 Ponti a graticcio cassonati Pag. 008
2.2 Elementi costitutivi di un ponte Pag. 008
2.1.1 Soletta superiore Pag. 008
2.2.2 Pacchetto stradale e impermeabilizzazione Pag. 011
2.3 Travatura in acciaio Pag. 012
2.3.1 Struttura portante principale Pag. 012
2.3.2 Irrigidimenti longitudinali, trasversali e per carichi concentrati Pag. 013
2.3.3 Traversi Pag. 014
2.3.4 Diaframmi Pag. 014
2.3.5 Controventature orizzontali Pag. 015
2.3.6 Connettori Pag. 016
2.4 Sottostrutture Pag. 018
2.4.1 Pile Pag. 018
2.4.2 Spalle Pag. 019

3. Il ruolo degli appoggi e dei sistemi di vincolo nei ponti: sistemi


tradizionali e innovativi
3.1 Disposizione degli appoggi Pag. 019
3.2 Descrizione e classificazione dei dispositivi di appoggio Pag. 023
3.3 Dispositivi di isolamento e dissipazione sismica Pag. 036
3.3.1 Isolatori sismici Pag. 036
3.3.2 Dissipatori sismici Pag. 038
3.3.3 Ritegni sismici Pag. 041
3.4 Giunti di collegamento Pag. 042
3.5 Ispezione e manutenzione dei dispositivi di appoggio Pag. 047
4. Valutazione della vulnerabilità sismica nelle strutture da ponte
4.1 Approccio corrente alla progettazione ed alla verifica sismica Pag. 050
4.2 La classificazione sismica attuale del territorio italiano Pag. 052
4.3 La pericolosità sismica nelle norme tecniche per le costruzioni Pag. 057
4.3.1 Azioni di progetto Pag. 058
4.4 Effetti del sisma sulle strutture da ponte Pag. 059
4.4.1 Cause dei danneggiamenti osservati sui ponti Pag. 060
4.4.2 Effetti della sottostima degli spostamenti Pag. 061
4.4.3 Effetti della sottostima delle forze sismiche Pag. 063
4.4.4 Effetti dovuti alla mancata considerazione della riserva plastica
della struttura Pag. 067
4.4.5 Regole generali di progetto Pag. 069
4.5 Pericolosità. Esposizione e vulnerabilità Pag. 070
4.6 La vulnerabilità sismica Pag. 073
4.6.1 Definizione di vulnerabilità sismica Pag. 074
4.6.2 Classificazione dei danni conseguenti al sisma Pag. 075
4.6.3 Definizione dei livelli di danno per le strutture Pag. 077
4.6.4 Definizione dei livelli di danno per ponti stradali Pag. 078
4.7 Definizione dei livelli danno per gli appoggi Pag. 079
4.7.1 Appoggi ad attrito Pag. 079
4.7.2 Appoggi in acciaio Pag. 080
4.7.3 Appoggi elastomerici Pag. 081
4.7.4 Analisi del livello di danno completo degli appoggi in neoprene Pag. 083
4.7.5 Comportamento degli appoggi in neoprene armato Pag. 085
4.8 La fragilità strutturale Pag. 087
4.8.1 Le curve di fragilità Pag. 087
4.8.2 Utilizzo delle curve di fragilità Pag. 088
4.8.3 La probabilità definita in relazione alla domanda e alla
capacità strutturale Pag. 090
4.8.4 Formulazione analitica delle curve di fragilità Pag. 091
4.8.5 Costruzione delle curve di fragilità Pag. 094
5. Metodi di analisi sismica e la definizione della domanda sismica
5.1 Principali tipologie di analisi sismica Pag. 096
5.1.1 Analisi lineari e non lineari Pag. 097
5.1.2 Analisi statiche e dinamiche Pag. 098
5.1.3 Risultati ottenibili dalle diverse tipologie di analisi Pag. 099
5.2 Analisi statica lineare Pag. 100
5.2.1 Analisi statica lineare nelle Norme Tecniche per le Costruzioni
del 2018 Pag. 101
5.2.2 Affidabilità dei risultati ottenuti con l’analisi statica lineare Pag. 103
5.3 Analisi dinamica lineare Pag. 104
5.3.1 Applicabilità dell’analisi dinamica lineare Pag. 107
5.4 Analisi non lineari utilizzate per la struttura da ponte esaminata Pag. 107
5.5 Analisi statica non lineare Pag. 108
5.5.1 Aspetti principali dell’analisi statica non lineare Pag. 108
5.5.2 Caratteristiche dell’analisi statica non lineare Pag. 110
5.5.3 Sistemi SDOF e MDOF Pag. 114
5.5.4 Parametri relativi a forza e spostamento Pag. 119
5.5.5 Trasformazione del sistema SDOF a sistema MDOF Pag. 119
5.5.6 Controllo delle forze e degli spostamenti Pag. 120
5.5.7 Curva di capacità (o curva di pushover) Pag. 121
5.6 Il metodo N2 Pag. 125
5.6.1 Condizione iniziale Pag. 126
5.6.2 Formulazione della domanda sismica Pag. 127
5.6.3 Definizione della curva di capacità strutturale Pag. 131
5.6.4 Trasformazione dal sistema MDOF al sistema SDOF Pag. 133
5.6.5 Bilinearizzazione della domanda sismica Pag. 135
5.6.6 Trasformazione della curva di capacità bilineare
in formato A-D Pag. 136
5.6.7 Valutazione delle performance strutturali Pag. 136
5.6.8 Calcolo del performance point per il sistema MDOF Pag. 141
5.6.9 Valutazioni finali delle prestazioni antisismiche
della struttura Pag. 141
5.6.10 Considerazioni sui limiti e sulle semplificazioni
imposte dal metodo N2 Pag. 142
5.7 Analisi dinamica non lineare Pag. 144
5.7.1 Analisi dinamica non lineare nelle norme tecniche
per le costruzioni Pag. 146
5.7.2 Fast Nonlinear Analisys (FNA) Pag. 148
5.8 Generalità della verifica sismica Pag. 151
5.8.1 Parametri per la domanda, finalizzata all’analisi
simica di una struttura Pag. 151
5.8.2 Parametri per la capacità, finalizzati alla valutazione
delle prestazioni sismiche Pag. 152
5.9 Definizione della domanda sismica Pag. 152

6. Ponte Mezzana-Perfetti Ricasoli: Modellazione FEM e Analisi Sismica


6.1 Principali tipologie di analisi sismica Pag. 154
6.2 Parametri per la domanda sismica Pag. 159
6.2.1 Parametri per la domanda sismica Pag. 160
6.3 Modelli FEM delle spalle, della pila centrale e degli appoggi Pag. 164
6.3.1 Definizione dei materiali Pag. 165
6.3.2 Definizione del modello FEM delle spalle Pag. 166
6.3.3 Definizione degli appoggi in corrispondenza delle spalle Pag. 169
6.3.4 Definizione del modello FEM della pila centrale Pag. 175
6.3.5 Definizione degli appoggi in corrispondenza della pila centrale Pag. 177
6.4 Modello FEM dell’impalcato Pag. 180
6.4.1 Modellazione delle travate in acciaio e dei diaframmi di
spalla e di pila Pag. 180
6.4.2 Modellazione di traversi e controventi Pag. 182
6.4.3 Modellazione della soletta Pag. 183
6.5 Analisi statica e dinamica lineare modale del modello FEM Pag. 183
6.6 Analisi pushover della pila centrale Pag. 188
6.6.1 Modellazione ipotizzata a telaio equivalente Pag. 188
6.6.2 Definizione dei vincoli del telaio equivalente Pag. 193
6.6.3 Definizione del carico verticale applicato alla pila Pag. 193
6.6.4 Definizione delle cerniere plastiche Pag. 193
6.6.5 Definizione dell’analisi pushover Pag. 196
6.6.6 Curve pushover di output Pag. 197
6.6.7 Applicazione del metodo N2 Pag. 200
6.7 Analisi dinamica non lineare del tipo “Time History” del ponte
Mezzana-Perfetti Ricasoli Pag. 206
6.7.1 Definizione degli accelerogrammi spettro-compatibili Pag. 206
6.7.2 Definizione dell’analisi Time-History Pag. 212
6.7.3 Parametri monitorati nelle analisi time histories Pag. 216
6.7.4 Modalità di acquisizione dei dati Pag. 217
6.7.4 Spostamenti agli appoggi registrati durante le analisi Time Histories
Pag. 218
1) Principi progettuali e analisi tipologica di ponti e viadotti
La progettazione di un ponte nasce da precisi criteri compositivi e strutturali, e da
esigenze pratiche e funzionali di natura tecnica e non.

Tutti questi aspetti devono essere analizzati e sviluppati in relazione all’unicità del
progetto stesso.

Il progetto di un ponte è correlato a differenti problematiche e dai vincoli sul


territorio, le quali condizionano spesso le scelte costruttive in maniera determinante.
Nello specifico è necessario procedere ad analizzare:

 la possibilità di prevedere delle pile intermedie in maniera da ridurre la luce di


calcolo dell’impalcato e quindi un’eccessiva deformazione e sollecitazione
degli elementi strutturali;
 la larghezza della strada sovrastante l’impalcato;
 i carichi di progetto relativi alla strada servita;
 la necessità di contenere l’altezza e l’ingombro dell’impalcato;
 la possibilità di utilizzo e le modalità di trasporto di elementi strutturali
prefabbricati;

Le diverse combinazioni vincolanti espresse in precedenza, e altri importanti


fattori quali la capacità portante del terreno, esigenze estetiche etc. hanno portato
gli ingegneri ad applicare soluzioni progettuali differenti in relazione al contesto
storico-geografico in cui il ponte deve nascere.

Le classificazioni tipologiche dei ponti sono molteplici: in funzione del materiale


di cui è composta la struttura, del tipo di ostacolo da superare (fiumi, altre strade,
ferrovie etc…), dallo schema statico e del tipo di viabilità servita (ponti stradali di
varie categorie, ponti ferroviari, ponti pedonali etc…).

Nel presente capitolo introduttivo è di specifico interesse la caratterizzazione dei


ponti secondo il loro schema statico prima di considerare gli effetti di natura
dinamica, il quale è certamente quello più importante e che condiziona quasi
totalmente la realizzazione di un ponte.

In base a questa classificazione i ponti si distinguono in:

 ponti a travata

1
 ponti ad arco
 ponti strallati
 ponti sospesi

1.1. Ponti a travata

I ponti a travata (esempio figura 1.1), analizzati nello specifico nel proseguo della
trattazione, sono quelli la cui struttura principale è costituita da una o più travi
longitudinali (d’impalcato) appoggiate alle sottostrutture (pile o spalle). Le travi
possono essere a parete piena o di tipo reticolare. Inoltre, per quanto riguarda il tipo
di materiali non si usa la pietra per la scarsa resistenza a trazione. Tutti gli altri materiali
da costruzione sono buoni per la realizzazione, nello specifico si ha:

 Legno: trave in parte piena (luci piccole) o reticolari (per luci più grandi);
 Ghisa, ferro: trave in parte piena (luci piccole) o reticolari (per luci più
grandi);
 Cemento Armato: sezioni sempre a parete piena;
 Cemento Armato Precompresso: sezioni sempre a parete piena;
 Acciaio;
 Acciaio Calcestruzzo: travi in acciaio che sostengono soletta di c.a. (trave
composta).

Figura.1.1 Esempio di Ponte a travata: Europa Brucke, autostrada A13


Brennero-Innsbruck (1963). Altezza 198 m. Coordinate 47.202905°N;
11.405091°E

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1.2. Ponti ad arco

Sono caratterizzati da una struttura portante principale ad arco, oppure curvilinea, la


quale è sollecitata prevalentemente da azioni di compressione. Nella maggior parte
dei casi l’arco si sviluppa nella parte superiore dell’impalcato, il quale risulta sorretto
dall’arco stesso attraverso degli elementi verticali detti pendini (fig. 1.2).

Figura 1.2 Esempio di Ponte ad arco superiore. Ponte di Calatrava, scavalca la A1 a


Reggio Emilia.

1.3. Ponti strallati

Sono caratterizzati da cavi rettilinei collegati ad uno o più piloni detti antenne e
all’impalcato. A causa dell’inclinazione delle funi, l’impalcato è soggetto a forze
orizzontali di compressione o trazione ed è, per questo motivo, costituito da una

Figura 1.3 Ponte strallato – Viadotto all’Indiano, Firenze

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travata in grado di sopportare tali azioni. È l’unica soluzione utilizzabile oltre un certo
limite di lunghezza (1000 m)

1.4. Ponti sospesi

La struttura principale dei ponti sospesi è costituita da funi di ridotta rigidezza


flessionale, in grado di assumere una configurazione curvilinea stabile che attraverso
gli elementi di sospensione (pendini) è in grado di sorreggere l’impalcato. Il
comportamento statico è semplice: l’impalcato è appeso ad una fune tramite i pendini,
il cavo è teso come i pendini. Possono sorgere delle complicazioni a causa delle grandi
dimensioni.

Le antenne sono più basse e l'impalcato non è soggetto a sforzo normale come nel
caso dei ponti strallati.

Tali ponti sono in acciaio, sia l’impalcato che le antenne, come pendini e cavo portante
(anche acciaio ad alta resistenza) dato che i pesi propri sono un’aliquota rilevante dei
carichi totali per luci grandi.

A causa delle grandi dimensioni, diviene importante l'azione del vento (problemi di
deformabilità); l'altro punto delicato è la resistenza della fune.

L’impalcato è una trave su tanti appoggi, l’antenna riceve la totalità dei carichi verticali
come deviazione dell’angolo della fune. La fune si dispone secondo la curva catenaria
e non può prendere flessione, l’impalcato prende flessione fra un pendino e l’altro.

La variabilità tipologica è minima; le uniche differenze sono sull'impalcato:

 trave reticolare (ponti un po’ superati), resistono al vento per rigidezza.


 impalcati molto bassi (per la loro forma oppongono meno resistenza al vento):
l'azione del vento è ridotta (struttura "aereodinamica").

Le luci massime sono limitate dalla resistenza a trazione del cavo e dalla instabilità per
il vento. Particolare attenzione deve essere infatti posta ai fenomeni vibratori dovuti
al distacco di vortici che possono, in particolari condizioni, mandare in risonanza la
struttura. In genere viene adottata la soluzione di avvolgere una spirale ai cavi. Lo
studio teorico necessita di verifica sperimentale su modelli in galleria del vento.

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Figura 1.4 Esempio di Ponte sospeso. Ponte sullo Chavanon, Francia, autostrada A89 Bordeaux-Clermont
Ferrant, valle dello Chavanon. Luce impalcato 360 m, interasse piloni 300m. (Anno 2000). Coordinate
45.624937°N; 2.479924°E.

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2) I ponti a travata, caratteristiche progettuali e applicazioni
2.1. Tipologie di impalcato

In questa trattazione si considerano i ponti a travata a parete piena, i quali possono


essere classificati in:

 Ponti con impalcato a graticcio;


 Ponti a cassone;
 Ponti a graticcio cassonati;

2.1.1 Ponti con impalcato a graticcio

Sono costituiti da un numero variabile di travi longitudinali, le quali sono tra


loro affiancate e collegate mediante degli elementi irrigidenti (traversi).

Figura 2.1 Sezione di un ponte con impalcato a graticcio

Come si vede dalla fig. 2.1 le travi principali sono poste a un certo interasse i e i traversi
posti a interasse j formando quindi una struttura portante a graticcio che può essere
definita da maglie rettangolari i x j.

Quando si hanno luci di modesta lunghezza è possibile utilizzare travi prefabbricate


in cemento armato precompresso, mentre in caso di luci più lunghe è conveniente
utilizzare travi saldate a doppio T in acciaio

Per quanto riguarda il comportamento strutturale, gli impalcati a graticcio si


differenziano da quelli cassonati per la rigidezza torsionale ridotta delle travi che lo
compongono. In questo caso gli impalcati a graticcio non vanno a contrastare le
sollecitazioni torcenti grazie alla rigidezza torsionale dei singoli elementi e della
sezione composta da travi e soletta. Quando questi elementi sono sottoposti ad una

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forza verticale eccentrica rispetto al baricentro dell’impalcato, la sollecitazione di
momento torcente risultante è contrastata mediante una asimmetrica ripartizione dei
carichi sulle singole travi mediante i traversi.

2.1.2 Ponti a cassone

Questa tipologia di ponte è caratterizzata dalla presenza di pareti piane, finalizzate a


formare una sezione scatolare chiusa. In questo modo si conferisce al cassone, a
differenza dei ponti a graticcio, una rigidezza torsionale elevata. Sono realizzate in
acciaio le pareti laterali verticali e quella inferiore, mentre la chiusura in testa è
realizzata mediante una soletta in calcestruzzo che ha anche la funzione di costituire
il piano stradale.

Tra i vantaggi di questa tipologia si hanno:

• Effetto estetico gradevole;


• Possibilità di sfruttare l’interno del cassone per il passaggio degli impianti;
• Utilizzo di pile più snelle rispetto agli impalcati a graticcio;

Questa tipologia si è evoluta nel tempo a partire da una sezione aperta verso una
soluzione a cassone subendo un'evoluzione in relazione alla necessità di riduzione, a
parità di larghezza dell'impalcato, dei pesi propri strutturali. Ciò lo si è ottenuto
incrementando il rapporto tra la larghezza dell'impalcato e la larghezza del nucleo del
cassone, comportando tuttavia non sempre sostanziali vantaggi nei confronti
dell'assetto statico per azioni torcenti. La soluzione attualmente più utilizzata è
rappresentata di seguito.

Figura 2.2 Sezione di ponte a cassone (da quaderni tecnici Anas)

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2.1.1 Ponti a graticcio cassonati

In questo caso si ha un impalcato a graticcio dove le travi longitudinali sono collegate


attraverso una controventatura orizzontale, in corrispondenza delle piattabande
inferiori. Si hanno così delle sezioni di tipo scatolare in cui il controvento stesso
funziona da piastra inferiore, le anime delle travi come piastre verticali e infine la
soletta corrisponde alla piastra di chiusura. Il numero di sezioni scatolari che si
possono realizzare dipende dal numero di travi longitudinali; in fig. 2.3 sono
rappresentate due coppie di travi collegate in maniera da realizzare due cassoni rigidi
a torsione.
Figura 2.2 Ponte a cassone in acciaio e soletta in cls

Figura 2.3 Sezioni scatolari

2.2. Elementi costitutivi di un ponte

Gli elementi che compongono un ponte sono molteplici, e concorrono alla sua
funzionalità. Oltre a sostenere i carichi di progetto sia statici che dinamici, devono
essere garantiti gli standard previsti per la viabilità servita: sicurezza, illuminazione e
smaltimento delle acque. Di seguito si riportano le descrizioni dei principali elementi
che caratterizzano un ponte con impalcato a travata metallica con parete piena.

2.2.1 Soletta superiore

Nella generalità dei casi, i ponti a travata sono costituiti da una struttura portante
inferiore e da una serie di elementi strutturali superiori che hanno la funzione di
supportare l’intero piano viario. Questi elementi sono costituiti da una soletta in
cemento armato, oppure da una struttura portante in acciaio detta piastra ortotropa

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(ponti di grande luce). Si riporta di seguito un esempio di soletta superiore realizzata
in cemento armato (fig. 2.3)

Figura 2.3 Sezione tipo di un impalcato per ponti stradali

La soletta in cemento armato ha il compito di:

 Sostenere e trasferire i carichi verticali alla struttura principale inferiore,


derivanti dal piano viario
 Collaborare con la struttura portante in direzione longitudinale

Solitamente la soletta è gettata in opera utilizzando come casseri delle coppelle


prefabbricate in calcestruzzo “Predalles” (di varia larghezza (120 o 240 cm). Queste
sono disposte trasversalmente all’asse dell’impalcato e sono appoggiate in
corrispondenza delle travi (impalcati a graticcio) o in corrispondenza delle pareti
verticali (impalcati a cassone). Si dispongono inoltre, all’interno delle lastre
prefabbricate, tralicci elettrosaldati in acciaio che hanno il compito di evitare
puntellamenti garantendo sufficiente inerzia. I tralicci sono dimensionati per
sopperire al carico del peso proprio della coppella, del getto e degli eventuali
macchinari presenti durante la fase si getto. Dato che una lastra singola non può
coprire la lunghezza massima dei singoli impalcati si deve far attenzione alle sezioni a
sbalzo, le quali devono essere gettate solo quando sono adeguatamente
controbilanciate.

Figura 2.4 Disposizione delle coppelle prefabbricate

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La resistenza traversale della soletta è garantita da barre di armatura superiori e
inferiori, disposte trasversalmente all’asse dell’impalcato. È possibile inserire
l’armatura all’interno delle lastre prefabbricate e lo spessore di queste deve essere
adeguato al ricoprimento dei ferri. Alternativamente si possono disporre i ferri al di
sopra delle lastre. Per dare un ordine di grandezza si definiscono spessori di 5 cm per
lastre senza armatura trasversale e spessori di 6-7 cm in caso contrario. Le coppelle
devono essere interrotte in corrispondenza degli appoggi delle pile per consentire
l’inserimento degli elementi di connessione tra la soletta e la travatura portante.

La soletta gettata in opera è generalmente inclinata, rialzata nella parte centrale, con
una pendenza del 2,5% per garantire il deflusso delle acque piovane e due parti rialzate
alle estremità per la realizzazione dei marciapiedi, le barriere e le eventuali reti di
protezione.

La fase di getto è solitamente suddivisa in due fasi: nella prima fase si getta la parte
interna della soletta; nella seconda fase si gettano le parti rimanenti. La procedura ha
il vantaggio di ridurre il peso del getto quando il calcestruzzo, non ancora indurito,
non collabora con la struttura portante. Nella seconda fase si procede con il
montaggio degli elementi di completamento (velette, impianti, tubazioni, etc.)
semplificandone il montaggio

Figura 2.5 Fasi di getto della soletta

Il progetto deve tenere conto delle varie fasi esecutive e dei fenomeni lenti nel
calcestruzzo (ritiro e fluage). In particolare si deve tenere in conto i seguenti aspetti:

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 Durante la fase di getto, il carico è sostenuto dalla travata senza il contributo
della soletta collaborante;
 Una non uniforme distribuzione dei pesi del getto sulle travi portanti causa
abbassamenti differenziali tra le travi del graticcio, con le deformazioni che
diventano permanenti a maturazione avvenuta;
 Nei ponti a cassone, il getto asimmetrico della parte esterna della soletta
provoca torsioni che si ripercuotono nello stato tensionale in esercizio. Questo
effetto può essere sfruttato nei ponti in curva gettando la parte interna della
curva nella fase iniziale, per alleviare le torsioni dovute alla curvatura dell’asse;
 Le coppelle prefabbricate a sbalzo possono ribaltarsi se non controbilanciate
o vincolate adeguatamente;
 Dopo la presa avvengono i fenomeni di ritiro che generano fenomeni di
fessurazione nel calcestruzzo. Si ritiene opportuno gettare in un primo
momento le zone in campata, e in seguito quelle in appoggio. In questo modo
il getto iniziale provoca momenti negativi (fibre tese superiori) nelle sezioni di
appoggio.

Oltre alle già menzionate armature trasversali, è necessario disporre nella soletta
opportune armature longitudinali. Queste ultime contribuiscono alla resistenza della
struttura portante longitudinale e limita la fessurazione del calcestruzzo,
principalmente nelle zone di appoggio delle pile sollecitate a momento negativo.

2.2.2 Pacchetto stradale e impermeabilizzazione

Nel caso dei ponti stradali, al di sopra della soletta, si prevede un pacchetto composto
di pavimentazione stradale solitamente costituito da uno strato di tappeto di usura (3-
5 cm) e uno strato di binder (6-8 cm). Inoltre, deve prevedersi un adeguato sistema di
impermeabilizzazione. Gli strati impermeabilizzanti sono situati tra la soletta ed
eventuale pacchetto stradale. L’impermeabilizzazione si può ottenere con
l’applicazione di un rivestimento costituito da una malta polimerica a basso modulo
elastico sulla superficie superiore della soletta e sulla superficie dei marciapiedi;
alternativamente è possibile disporre guaine impermeabilizzanti in strati singoli o
doppi.

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2.3. Travatura in Acciaio

2.3.1 Struttura portante principale

La struttura portante principale è solitamente realizzata con travi in acciaio a doppio


T, o alternativamente con struttura a cassone. In entrambe le soluzioni si ha la
composizione di piattabande superiori, anime e piattabande inferiori (fig. 2.6).

Figura 2.6 Sezione tipo di una struttura a cassone in acciaio

Normalmente la travata è realizzata in una serie di conci prefabbricati assemblati fuori


opera, la loro lunghezza dovrà essere compatibile con il trasporto in cantiere. Si
prevede un assemblaggio mediante saldatura o tramite giunzioni bullonate (ad attrito).
I conci, assemblati fuori opera, vengono in seguito calati mediante una gru nella
posizione di esercizio. Alternativamente si posizionano i conci singolarmente
medianti sistemi di puntellatura provvisoria, e quindi collegati nella posizione di
esercizio. L’assemblaggio della struttura portante permette la realizzazione di conci
con sezioni differenti, adeguando quindi gli spessori e le altezze delle piattabande. In
particolare, si hanno:

 Spessori maggiori delle piattabande inferiori nei conci in campata;


 Spessori maggiori delle piattabande superiori nelle zone di appoggio con le
pile;
 Anime di spessore maggiore nelle sezioni di appoggio con le pile e con le spalle;

12
La larghezza delle piattabande superiori deve prevedere il posizionamento delle
coppelle prefabbricate e delle connessioni tra acciaio e calcestruzzo. La suddivisione
in conci permette inoltre alla struttura di seguire lo sviluppo altimetrico del ponte,
oppure di creare delle contro-frecce di progetto con giunzioni inclinate.
Alternativamente si possono realizzare dei conci curvi attraverso il taglio curvo delle
anime della travata. Quando il ponte non è in piano dovrà prevedersi una piastra di
acciaio di spessore variabile in corrispondenza degli appoggi detta cuneo di
compensazione, in modo da garantire una superficie di contatto piana tra la piattabanda
inferiore e apparecchio di appoggio.

Figura 2.7 Cuneo di compensazione

2.3.2 Irrigidimenti longitudinali, trasversali e per carichi concentrati

Le piattabande che formano la struttura portante principale, sia essa a graticcio o a


cassone, sono sollecitate in esercizio da tensioni longitudinali e di taglio e possono
subire dei fenomeni di instabilità locale (o imbozzamento). Le piastre che
compongono la struttura portante devono essere stabilizzate con adeguati
irrigidimenti trasversali e/o longitudinali e saldati sulle piattabande da stabilizzare.
Questo tipo di irrigidimenti può essere realizzato con piatti rettangolari saldati, oppure
con profili a T o angolari quando è richiesta maggiore rigidezza. Nella pratica
progettuale si inseriscono degli irrigidimenti posti ad interasse a in corrispondenza
delle anime dei ponti a cassone o a graticcio, in modo da suddividere l’anima nella
zona compressa in sotto-pannelli di dimensione a x b.

13
2.3.3 Traversi

I traversi hanno la funzione di collegare le travi principali di un impalcato a graticcio


e contribuiscono alla ripartizione dei carichi verticali su di esse. I traversi sono
realizzati con trave a parete piena, oppure mediante una struttura reticolare. Va
considerato il caso con l’asse del ponte non perpendicolare all’asse degli appoggi in
corrispondenza di spalle o pile, con una disposizione consigliata come in fig. 2.8.
Durante la fase di modellazione strutturale si deve considerare la non perpendicolarità
tra i traversi e le travi principali. La non perpendicolarità fra l’asse del ponte e l’asse
degli appoggi induce momenti torcenti sull’impalcato.

Figura 2.8 Disposizione dei traversi

2.3.4 Diaframmi

I diaframmi sono irrigidimenti trasversali situati nelle sezioni in corrispondenza delle


spalle e delle pile, e la loro tipologia di funzionamento dipende dal tipo di impalcato
su cui sono previsti (a graticcio o a cassone) e dalla sezione in cui si trovano (pila o
spalla). Nel caso dei ponti a cassone, i diaframmi di pila hanno il compito di irrigidire
il cassone soggetto al carico concentrato proveniente dall’appoggio. I diaframmi,
invece, trasferiscono anche le forze trasversali che provengono dalla soletta. I
diaframmi sono costituiti da piastre di acciaio, saldate e irrigidite. Devono essere
inoltre previste delle aperture per il passaggio degli impianti e per le operazioni di
ispezione.

14
Figura 2.9 Diaframmi di pila e di spalla di un ponte a cassone

Nel caso dei ponti a graticcio la soletta ha grande rigidezza in direzione trasversale,
assorbendo quasi del tutto le sollecitazioni dovute al vento, alla forza centrifuga, e al
sisma. L’eccentricità tra l’azione trasversale trasmessa dalla soletta e la reazione degli
appoggi crea un momento torcente nella sezione di spalla o pila che viene assorbita
dal diaframma. Si possono realizzare strutture reticolari o travi a parete piena. Bisogna
prestare particolare attenzione quando l’asse del ponte non è perpendicolare agli assi
degli appoggi. I diaframmi vanno ad impedire parzialmente le rotazioni delle travi
attorno al proprio asse perpendicolare; si ha quindi che le travi principali possono
trasferire momenti flettenti ai traversi.

Figura 2.10 Sezione trave – diaframma

2.3.5 Controventature orizzontali

Le controventature orizzontali possono essere principalmente le seguenti


funzioni:

 impedire lo sbandamento laterale delle travi di un graticcio durante le fasi di


getto
 chiusura scatolare degli impalcati a cassone durante la fase di getto;

15
 chiusura scatolare degli impalcati a graticcio per formare impalcati a graticcio
cassonati.

Negli impalcati a graticcio la controventatura e posta superiormente e collega le


piattabande superiori ai diaframmi di spalla e di pila. Questa è realizzata per evitare
fenomeni di sbandamento laterale delle piattabande superiori compresse delle travi
principali durante la fase di getto. Quando il calcestruzzo è indurito, il compito è
assolto dalla soletta e i controventi possono essere rimossi.

Figura 2.11 Controventature degli impalcati a graticcio

Negli impalcati a graticcio cassonati i controventi sono disposti inferiormente per


collegare la piattabanda inferiore, la controventatura inferiore insieme alle anime delle
travi e alla soletta superiore definendo la sezione scatolare chiusa torsiorigida
dell’impalcato. In questo caso non è necessario disporre una controventatura
superiore come per i ponti a graticcio durante la fase di getto; nei ponti a cassone la
controventatura inferiore dei traversi è solitamente sufficiente alla stabilizzazione della
piattabanda compressa. Nei ponti a cassone la soletta funge da elemento di chiusura
superiore. Il controvento superiore e disposto solo per le fasi di getto in cui la soletta
non è ancora collaborante. Inoltre, i traversi impediscono alle anime del cassone di
piegarsi sotto l'effetto dei carichi verticali, durante la fase di getto.

2.3.6 Connettori

I connettori sono posizionati nei piani di contatto tra soletta e piattabande superiori
della travatura in acciaio. la loro funzione è quella di trasmettere le forze taglianti
orizzontali di scorrimento fra acciaio e calcestruzzo (per questo chiamati connettori a
taglio). Diverse sono le tipologie utilizzabili, anche se il sistema più frequentemente
utilizzato è quello dei connettori a piolo muniti di testa, detti Nelson (figura). Metodi

16
di calcolo dei Pioli muniti di testa e di altri sistemi di collegamento sono presenti nelle
normative attualmente in vigore sia nazionali che europee.

Figura 2.11 Connettori Nelson a piolo muniti di testa

Figura 2.12 Elementi principali della sovrastruttura

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2.4. Sottostrutture

Le strutture inferiori portanti del ponte sono rappresentate dalle pile e dalle spalle.
Questi sono elementi verticali il cui compito è quello di riportare in fondazione i
carichi che sono trasferiti dall’impalcato. Le pile sono gli elementi intermedi, mentre
le spalle sono elementi di estremità. Sia le pile che le spalle sono realizzate in cemento
armato, questo per conferire una maggiore rigidezza e resistenza a compressione.

2.4.1 Pile

Le pile sono elementi più semplici, con molta meno varietà rispetto agli impalcati. le
pile oltre a essere realizzate in cemento armato possono essere realizzate più
raramente in acciaio per particolari specifici obiettivi, per esempio se è necessario un
tempo breve di realizzazione o in caso di geometrie particolari. Le pile sono costituite
da una ciabatta di fondazione e da un fusto in elevazione. Il trasferimento dei carichi
in fondazione effettuato, normalmente, attraverso palificate di grande diametro
(D=1,0 – 1,4 m). Il fusto è notevolmente diverso nel caso di impalcati a graticcio e
impalcato a travata; nel primo caso infatti, la larghezza in testa deve essere sufficiente
per garantire un punto di appoggio per le travi. Per impalcati a cassone, i fusti possono
avere dimensioni più ridotte e geometrie meno vincolate. Nel caso dei ponti a
graticcio, per ridurre il peso del calcestruzzo delle elevazioni, è possibile prevedere
una struttura di sostegno a pilastri, in tal caso è necessario realizzare un collegamento
superiore, detto pulvino, per irrigidire la struttura e garantire punti di appoggio per le
travi (fig. 2.13).

L'appoggio delle travi avviene sempre attraverso dei dadi in cemento armato detti
baggioli. I baggioli servono da raccordo verticale tra pulvino e quota di appoggio delle
travi. Infatti, di frequente, le travi non sono posizionate alla stessa quota di appoggio;
i baggioli evitano un getto del pulvino a gradini. Un'altra importante funzione dei
baggioli è quella di consentire di posizionare, sotto le travi, i martinetti idraulici per il
sollevamento delle travi durante le operazioni di manutenzione. Ai lati esterni si
prevede il posizionamento di ritegni sismici in calcestruzzo per evitare lo scalzamento
durante l'azione sismica. In questo caso la funzione dei ritegni sismici non è quella di
resistere alle ordinarie azioni sismiche trasversali, bensì quella di evitare lo
scalzamento in caso di rottura dei vincoli trasversali per questo progettati. Nelle nuove

18
normative (capitolo 4 NTC), le pile sono diventate l'elemento nodale per la
distribuzione delle azioni sismiche. Il loro dimensionamento deve rispondere alle
opposte esigenze di resistenza ultima (sezioni maggiori) e snellezza (sezioni minori),
ricercando sempre le massime prestazioni in duttilità, cioè uno spostamento ultimo
ritardato in campo elasto-plastico prima di arrivare alla rottura.

Figura 2.13 Pulvino: sistema di irrigidimento della struttura per garantire punti di appoggio alle travi

2.4.2 Spalle

Così come le pile, le spalle sono caratterizzate da una struttura in elevazione e da una
ciabatta di fondazione. Inoltre, assolvono alla doppia funzione di sostegno
dell'impalcato e di sostegno del terreno dietro la spalla. Per questo motivo, le
elevazioni sono realizzate con muri pieni controterra. Nella zona superiore, in
corrispondenza dell'appoggio della travata, le elevazioni devono ridurre lo spessore
per l’interferenza della travata. Il muro superiore risultante è chiamato paraghiaie (vedi
fig. 2.14), evita che il terreno si riversi sulla travata. L’estradosso segue, quindi, lo

19
sviluppo trasversale della travata stessa. La distanza tra il bordo dell'impalcato e il
paramento del paraghiaie deve essere dimensionata in funzione delle deformazioni
termiche e delle deformazioni orizzontali sismiche di progetto. Qui, per ripristinare la
continuità del pacchetto stradale, ma sempre consentendo gli spostamenti della
travata, devono essere previsti giunti di dilatazione dimensionati per le deformazioni
previste. Il raccordo di terreno, della quota stradale al livello del terreno sorpassato, è
permesso dai muri d'ala laterali. I muri, della ciabatta di fondazione, si elevano fino
alla quota di progetto

Figura 2.14 Muro superiore risultante

In alternativa, per ponti che collegano strada in rilevato, è possibile prevedere spalle
di tipo passante. Il fusto in elevazione e realizzato attraverso pali di fondazione di
grande diametro che dal terreno esistente proseguono sino alla quota del pulvino,
permettendo il passaggio del terreno in rilevato a tergo della spalla.

Figura 2.15 Muri d'ala laterali delle spalle

20
3) Il ruolo degli appoggi e dei sistemi di vincolo nei ponti:
sistemi tradizionali e sistemi innovativi
Gli appoggi sono dei dispositivi di vincolo che realizzano i collegamenti tra l’impalcato
e le sottostrutture. Questi elementi strutturali consentono la trasmissione dei carichi
e permettono l’assorbimento delle traslazioni e delle rotazioni. Nei ponti realizzati
mediante strutture composte, gli appoggi trasferiscono le azioni e consentono gli
spostamenti causati da:

 Temperatura;
 Ritiro e viscosità;
 Sollecitazioni sismiche;

e le rotazioni prodotte da:

 Azione in curva;
 Carichi da traffico;
 Carichi da vento;
 Disallineamenti degli appoggi in fase di costruzione.

3.1. Disposizione degli appoggi

La disposizione degli appoggi deve essere effettuata in modo da realizzare le


condizioni di vincolo teorico ipotizzate in progetto. Se consideriamo il caso più
semplice della singola trovata dove a un’estremità sono presenti due appoggi fissi e
l'altra estremità due appoggi mobili longitudinalmente (fig. 3.1), si ottiene che questa
disposizione degli appoggi è accettabile solo se le dilatazioni trasversali dell'impalcato
sono piccole. In ogni caso è errato ripartire le forze orizzontali in maniera uniforme
fra gli appoggi, pertanto uno solo di essi dovrà essere progettato per resistere alla
totalità della forza orizzontale.

Figura 3.1 Disposizione degli appoggi

21
Nel caso in cui si abbiano delle deformazioni trasversali non trascurabili (fig 3.2), il
ponte avrà un appoggio fisso ed uno mobile unidirezionale in una estremità. Non è
prevista la disposizione di uno o più appoggi mobili solo in senso trasversale accanto
ad un appoggio fisso.

Figura 3.2 Disposizione degli appoggi

Nel caso particolare in cui si abbia una soletta obliqua (fig. 3.3), l'asse di rotazione
degli appoggi non è costante. Dovranno essere usati appoggi a cerniera sferica,
disponendo un solo appoggio fisso ed un solo appoggio unidirezionale.

Figura 3.3 Disposizione degli appoggi con soletta obliqua

Quando si è in presenza di un ponte curvo (fig. 3.4) la guida dell'appoggio


unidirezionale deve essere diretta verso l'appoggio fisso, poiché la direzione dello
spostamento non è perpendicolare all'asse di rotazione. In questo caso è consigliabile
l’uso degli appoggi a rullo. Data la configurazione geometrica si hanno dei movimenti
radiali dovuti alle variazioni termiche, oltre al ritiro e movimenti tangenziali dovuti a
precompressione e deformazioni viscose.

Figura 3.4 Disposizione degli appoggi in un ponte curvo

22
Nei ponti curvi continui si possono avere movimenti tra loro non congruenti tra cui
dei movimenti radiali dovuti a variazioni termiche e ritiro, oppure movimenti
tangenziali dovuti a precompressione e deformazioni viscose (fig. 3.5). L'adozione di
appoggi unidirezionali può far insorgere forze indesiderate che si ripercuotono sulle
sottostrutture. In entrambe le soluzioni nasceranno delle forze orizzontali in
corrispondenza degli appoggi unidirezionali. Bisognerà tener conto di queste forze
nel predimensionamento degli appoggi stessi e delle sottostrutture del ponte.

Figura 3.5 Casi particolari per un ponte continuo in curva

Dalle considerazioni sopra riportate si può evincere che non è possibile accoppiare
sullo stesso asse di appoggio dei dispositivi di vincolo che abbiano caratteristiche di
deformabilità differenti. Inoltre gli appoggi in gomma andranno disposti con lato
minore parallelo all'asse della trave per consentire una maggiore flessibilità e
possibilità di rotazione. Infine, si ricorda che la disposizione degli appoggi in una
struttura da ponte deve essere e sempre finalizzata alla possibilità di ispezione e
sostituzione degli stessi.

3.2. Descrizione e classificazione dei dispositivi di appoggio

Negli ultimi anni i dispositivi di appoggio nei ponti hanno avuto una evoluzione
tecnologica significativa. Questi prima della metà del 20º secolo erano progettati come
degli appoggi fissi o scorrevoli in una sola direzione. Nell’esempio riportato in figura
3.6 è illustrato un vincolo costituito da una piastra di base collegata rigidamente alla

23
sottostruttura, la quale, a sua volta, è collegata alla piastra superiore con delle sfere
interposte in maniera da consentire lo scorrimento orizzontale.

Figura 3.6 Dispositivo di appoggio unidirezionale

Attualmente i dispositivi di appoggio sono concepiti come dei vincoli tridimensionali.


Nelle zone sismiche gli apparecchi di appoggio hanno il compito di isolare la struttura
dal moto sismico del suolo.

Gli appoggi si possono classificare in base a:

 Principio fisico utilizzato;


 Gradi di libertà;
 Trasmissione del carico;
 Materiale.

Tra i principi fisici utilizzati ci sono quelli del rotolamento, strisciamento e


deformazione; descritti di seguito:

 Rotolamento

Mediante il rotolamento tra una superficie piana ed una cilindrica si ottiene la


rotazione attorno alla generatrice lungo la quale le due superfici sono a contatto (fig.
3.7).

Figura 3.7 Rotolamento tra due superfici

24
Se il rotolamento avviene tra una superficie piana ed una sferica (oppure tra due
superfici sferiche) a contatto tra loro in un punto, mediante il rotolamento si ottiene
la rotazione relativa attorno ad un asse qualsiasi passante per il punto (due gradi di
libertà).

 Strisciamento

Lo strisciamento avviene tra due superfici sferiche (fig. 3.8), una convessa e una
concava, ottenendo la rotazione attorno ad un asse qualsiasi (tre gradi di libertà).

Figura 3.8 Appoggio a strisciamento

Mediante lo strisciamento fra due superfici piane si ottiene lo spostamento in una


direzione qualsiasi e la rotazione attorno alla perpendicolare tra i piani (tre gradi di
libertà).

Tra le superfici a contatto è posto uno strato di teflon, un materiale a bassissimo attrito
che permette lo strisciamento tra gli elementi. Se dotato di guide si può ottenere un
appoggio monodirezionale, mentre per ottenere una cerniera cilindrica è sufficiente
sostituire alla calotta sferica un settore di cilindro.

 Deformazione

In questo caso sia la rotazione che la traslazione possono essere ottenute mediante la
deformazione di un elemento con idonee caratteristiche fisiche e prestazionali.

Figura 3.9 Gomma Armata

25
Oggi il materiale più comunemente usato è la gomma armata (fig. 3.9), questa
consente di realizzare dispositivi di appoggio più semplici e meno costosi.

La traslazione è consentita per una distorsione a taglio della gomma, mentre la


rotazione è consentita attraverso lo schiacciamento della stessa. Poiché la gomma è
molto deformabile si inseriscono delle lamierine metalliche per evitare un eccessivo
schiacciamento. Questi sono comunque degli appoggi imperfetti, poiché consentono
dei movimenti generando una forza ed una coppia.

Considerando i gradi di libertà consentiti si classificano i dispositivi di appoggio in


fissi e mobili.

Quelli fissi trasmettono tutte le forze e quindi non consentono alcun spostamento;
nel caso consentano la rotazione attorno ad un asse orizzontale si chiamano appoggi
‘’a cerniera cilindrica’’, mentre se consentono la rotazione attorno a due assi
orizzontali si dicono ‘’a cerniera sferica’’. Da ciò si evince che il numero di gradi di
libertà di un appoggio fisso può essere 1 o 2.

In particolare, l’appoggio fisso oscillante con contatto lineare (fig. 3.10) è basato sul
principio di rotolamento e permette la rotazione attorno ad un asse. Quelli in
commercio sono in grado di resistere ad azioni verticali da 200 a 15000 kN.

Figura 3.10 Appoggio fisso oscillante con contatto lineare

Gli appoggi fissi oscillanti a contatto puntuale realizzati mediante calotta sferica (fig.
3.11) sono anch’essi basati sul principio di rotolamento e consentono la rotazione
attorno ad un asse qualsiasi in un piano; quelli in commercio sono in grado di
supportare azioni verticali da 500 a 10000 kN. In questo caso la capacità di ruotare è
assicurata da basamento lavorato a forma di calotta sferica e un elemento sovrastante
realizzato come un settore di sfera, il contatto tra i due elementi metallici, levigati a
specchio, è impedito dall’interposizione di un foglio sagomato di Teflon. Questo

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materiale di tipo plastico ha la capacità di resistere ad elevati carichi verticali ed avere
un coefficiente di attrito molto ridotto, favorendo coì lo slittamento tra le due
superfici a contatto. La traslazione è assicurata da un secondo elemento orizzontale
tra il settore di sfera e la piastra di testa che può rimanere fissa, anche in questo caso
tra i due elementi è interposto uno strato di Teflon.

Figura 3.11 Appoggio fisso oscillante con contatto puntuale

Gli appoggi mobili invece consentono il movimento orizzontale secondo una


direzione, in questo caso si dicono unidirezionali o in due direzioni (multidirezionali).
Gli appoggi mobili possono essere a cerniera cilindrica o sferica a seconda che
consentano la rotazione attorno ad un asse orizzontale determinato o qualsiasi, questo
tipo di appoggio possiede da 2 a 4 gradi di libertà. Gli appoggi mobili unidirezionali
permettono lo spostamento in una sola direzione. Sono pertanto muniti di dispositivi,
detti barre di guida, atti a trasmettere le forze orizzontali nella direzione ortogonale a
quella dello spostamento consentito. Un esempio di realizzazione con le varie
componenti è riportato in fig. 3.12.

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Figura 3.12 Appoggio mobile unidirezionale con barra guida

Gli appoggi mobili multidirezionali, invece, sono simili a quelli unidirezionali ma


privati della guida di scorrimento. In questo caso il basamento e la piastra di testa si
possono muovere in qualsiasi direzione l’una rispetto all’altra.

In fig. 3.13 è riportato un esempio di realizzazione di appoggio sferico


multidirezionale composto da una piastra di base concava, una piastra convessa e una
lastra di materiale PTFE (Teflon) lubrificato, sulla quale può scorrere liberamente la
piastra superiore. La piastra di base è fissata alla sottostruttura (pila, spalla, colonna,
etc,) e la piastra superiore è fissata all’impalcato. Questa tipologia di dispositivo è
progettata per permettere tutti i movimenti orizzontali, senza nessuna reazione ad
eccezione dell’attrito interno.

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Figura 3.13 Appoggio Multidirezionale

Gli appoggi in gomma armata costituiscono un caso particolare avendo caratteristiche


comuni sia agli appoggi fissi che mobili. Consentono infatti rotazioni attorno ad un
qualsiasi asse (tre gradi di libertà) e lo spostamento in due direzioni (due gradi di
libertà). Gli spostamenti impressi producono delle forze di richiamo che tendono a
far riprendere agli appoggi la lo loro configurazione indeformata. Questi dispositivi
sono costituiti da strati uniformi di materiale elastomerico (gomma naturale o
sintetica) e piastre di acciaio legate da un processo di vulcanizzazione. Da un punto
di vista prestazionale essi presentano elevata durata e richiedono una manutenzione
limitata.

I principali tipi di appoggi, descritti nella normativa di riferimento europea EN 1337-


3 sono (fig. 3.14):

 Tipo B (1): hanno strati elastomerici sia in cima che alla base dell’appoggio.
Questa tipologia non è sicura contro lo slittamento, tuttavia la compressione
data dai carichi verticali offre un minimo di resistenza.
 Tipo B/C (1/2): hanno unno strato elastomerico in cima e uno strato di
acciaio alla base. Questa tipologia è sicura contro lo slittamento in quanto lo
strato di acciaio alla base risulta collegato alla sottostruttura tramite bulloni.

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L'ancoraggio in una sola direzione consente la facile installazione e
sostituzione, pertanto in molti paesi e l'unico tipo di appoggio utilizzato per i
ponti ferroviari.
 Tipo C (2): hanno strati di acciaio sia in cima che alla base e garantiscono
resistenza contro lo slittamento in entrambe le direzioni.

Figura 3.14 Tipologie di appoggi elastomerici

La base degli appoggi risulta connessa alla sottostruttura in c.a. tramite tirafondi,
mentre la lastra superiore è connessa alla flangia inferiore della trave tramite bulloni
precaricati. Dato che in molti ponti la flangia inferiore della trave non risulta
orizzontale, è necessario inserire un piatto cosicché le forze verticali non provochino
azioni orizzontali.

Figura 3.14 Collegamento degli appoggi elastomerici alla struttura

Tuttavia, la soluzione di bullonare la flangia inferiore non risulta sempre la migliore


poiché si possono verificare urti tra i bulloni e gli irrigidimenti della trave. Per evitare
questa problematica è opportuno saldare il piatto dell’appoggio alla flangia inferiore
della trave in acciaio, in questo caso i bulloni sono inseriti in appositi fori, senza
presollecitazione per non danneggiare il piatto.

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Si ricorda comunque che:

 I bulloni utilizzati nei fori filettati non sono trattati nella EN 1993;
 La saldatura con la flangia inferiore presenta problemi di durabilità, e la
rottura per fatica è probabile nel caso di ponti ferroviari;
 Questo tipo di connessione è sconsigliato in zone ad alta pericolosità
sismica poiché non consente spostamenti di grande entità.

Il numero degli strati in acciaio dipende dall’altezza totale che varia dai 10 ai 400 mm,
con un numero di strati di materiale elastomerico da 1 a 16. Gli appoggi possono
avere forma rettangolare o circolare e le loro dimensioni variano dai 200 ai 1200 mm.
Possono resistere alle forze orizzontali nelle stesse direzioni e le deformazioni sono
limitate a circa 40 mm. Per questo motivo gli appoggi elastomerici non possono essere
utilizzati come appoggi fissi.

Figura 3.15 Deformazioni causate dalle forze applicate sugli appoggi elastomerici

La distorsione totale di progetto deve essere limitata a:

ߝ௧,ௗ = ‫ܭ‬௅ ∙ (ߝ௖,ௗ + ߝ௤,ௗ + ߝ௔,ௗ )

dove:

 εc,d è distorsione causata dalla compressione;


 εq,d è distorsione causata dalla deformazione orizzontale;
 εa,d è distorsione causata dalla rotazione;
 KL è un coefficiente che dipende dal tipo di carico (1.5 per i carichi
variabili ed 1 per gli altri; in generale si raccomanda un valore pari ad 1).

31
La distorsione causata dalla compressione si valuta con la seguente espressione:
1.5 ∙ ‫ܨ‬௭,ௗ
ߝ௖,ௗ =
G ∙ ‫ܣ‬௥ ∙ ܵ

dove:

• Fz,d è il carico verticale di progetto;


• G è il modulo di taglio dell’elastomero (solitamente 0.9 Mpa);
• Ar è l’area trasversale ridotta dell’appoggio;
• S è il fattore di forma.

Ar e S sono calcolati come:

‫ݒ‬௫,ௗ ‫ݒ‬௬,ௗ ܽᇱ ∙ ܾᇱ
A௥ = ‫ܣ‬ଵ ∙ ቀ1 − ᇱ + ᇱ ቁ , ܵ=
ܽ ܾ 2 ∙ ‫ݐ‬௜ ∙ (ܽᇱ + ܾᇱ )

dove:

• a’, b’ sono le dimensioni longitudinali e trasversali della piastra di


acciaio;
• A1 è l’area trasversale della piastra di acciaio, ridotta dalla presenza dei
fori;
• v sono i massimi spostamenti trasversali y e longitudinali x;
• ti è lo spessore di ogni strato di elastomero.

La distorsione per la deformazione orizzontale è data da:


‫ݒ‬௫௬,ௗ
ߝ௤,ௗ = ≤1
ܶ௤

dove:

‫ݒ‬௫௬,ௗ = ට‫ݒ‬௫,ௗ

+ ‫ݒ‬௬,ௗ

è la deformazione tagliante

ܶ௤ è lo spessore nominale valutato come in figura 3.16

32
Figura 3.16 Valutazione dello spessore nominale del dispositivo di appoggio in gomma

Per la distorsione causata dalla rotazione si ha:


ܽᇱଶ ∙ ܽ௔,ௗ + ܾᇱଶ ∙ ܽ௕,ௗ
ߝ௔,ௗ =
2 ∙ ݊ ∙ ‫ݐ‬௜ଶ

dove:

ܽ௔,ௗ è l’angolo di rotazione lungo la dimensione longitudinale a

ܽ௔,ௗ è l’angolo di rotazione lungo la dimensione longitudinale b

݊ è il numero di strati elastomerici

Lo spessore minimo delle piastre di acciaio, considerando costante lo spessore degli


strati elastomerici, è ricavato dalla relazione:
‫ܭ‬௣ ∙ ‫ܨ‬௭,ௗ ∙ 2 ∙ ‫ݐ‬௜ ∙ ‫ܭ‬௛ ∙ ϒ௠
‫ݐ‬௦ = ≥ 2 ݉݉
‫ܣ‬௥ ∙ ݂௬௞

dove:

‫ܭ‬௣ = 1.3

‫ܭ‬௛ è uguale ad 1 per gli appoggi senza fori e 2 per gli appoggi con fori;

ϒ௠ è il fattore di sicurezza parziale assunto uguale ad 1. In zona sismica il valore


raccomandato è 1.15.

Un ulteriore limite è definito dalle rotazioni che devono essere limitate in accordo
alle seguenti relazioni:

33
Per appoggi rettangolari:
‫ܨ‬௭,ௗ ⋅ ݊ ⋅ ‫ݐ‬௜ 1 1 ܽᇱ ⋅ ܽ௔,ௗ + ܾᇱ ⋅ ܽ௕,ௗ
⋅൬ + ൰≥
‫ܣ‬ଵ 5 ⋅ ‫ ܵ ⋅ ܩ‬ଶ ‫ܧ‬௕ ‫ܭ‬௥,ௗ

Per appoggi circolari:


‫ܨ‬௭,ௗ ⋅ ݊ ⋅ ‫ݐ‬௜ 1 1 ‫ ܦ‬ᇱ ⋅ ܽ஽,ௗ
⋅൬ + ൰ ≥
‫ܣ‬ଵ 5 ⋅ ‫ ܵ ⋅ ܩ‬ଶ ‫ܧ‬௕ ‫ܭ‬௥,ௗ

dove: Eb = 2 GPa è il modulo di compressione dell’elastomero, mentre Kr,d = 3 è il


coefficiente di rotazione che può essere limitato pari a 3.

Inoltre, per assicurare la stabilità dovrà valere la seguente relazione:


‫ܨ‬௭,ୢ 2 ⋅ ܽᇱ ⋅ ‫ܵ ⋅ ܩ‬
<
‫ܣ‬௥ 3 ⋅ ܶୣ

E per evitare lo slittamento dell’appoggio, devono essere rispettate le seguenti


condizioni per forze orizzontali e carichi permanenti:
‫ܨ‬௫௬,ௗ < ߤ௘ ⋅ ‫ܨ‬௭,ௗ,௠௜௡
‫ܨ‬௭,ீ௠௜௡
≥ 3‫ܽܲܯ‬
‫ܣ‬௥

dove Fxy,d è la risultante delle forze orizzontali e Fz,min è la minima forza verticale
considerando la situazione di progetto o la situazione di carichi permanenti.

In ultima analisi si considerano gli appoggi realizzati con un disco elastomerico


interposto (pot bearings), come le precedenti tipologie devono essere in grado di
trasmettere i carichi verticali e orizzontali applicati tra la sovrastruttura e la
sottostruttura (traslazioni impedite) e consentire le rotazioni attorno a qualsiasi asse
(fig. 3.17).

Se si ha l’abbinamento con delle slitte che funzionano come superfici di scorrimento


si ottengono appoggi mobili unidirezionali o multidirezionali. La rotazione è sempre
consentita dalla deformazione elastica dell’elastomero confinato (può essere impiegata
gomma naturale o neoprene). Un esempio di realizzazione è riportato in fig. 3.18.

34
Figura 3.17

La componente più importante degli appoggi a disco elastomerico è costituita dalla


guarnizione interna in gomma. La norma EN 1337-5 descrive i tipi più frequenti di
guarnizioni e la loro resistenza all’usura definita in base allo scorrimento accumulato
(ST) massimo per effetto delle rotazioni. St è valutato come la somma dei movimenti
relativi tra la guarnizione interna e la parete del basamento risultante da rotazioni
variabili:

Lo scorrimento accumulato effettivo SA,d deve risultare:


‫ܦ‬
ܵ஺,ௗ = ݊௩ ∙ Δߙଶௗ ∙ ≤ ܿ ∙ ்ܵ
2
dove:

݊௩ è il numero di veicoli che transitano durante la vita utile dell’appoggio;

Figura 3.18 Appoggio mobile


Figura 3.17 unidirezionale a disco
Appoggio a disco elastomerico
elastomerico

Δߙଶௗ è la rotazione accidentale;

35
ܿ = 5 è un coefficiente sperimentale

‫ ܦ‬è il diametro del disco in gomma

La sollecitazione di contatto deve essere valutata considerando la forza assiale di


progetto NSd, la quale deve soddisfare la seguente condizione sotto la combinazione
fondamentale di azioni:
ߨ ଶ
ܰோ௞ 4 ∙ ‫݂ ∙ ܦ‬௘,௞
ܰௌௗ ≤ ܰோௗ = =
ߛெ ߛெ

ܰோ௞ è la resistenza caratteristica del cuscinetto elastomerico;

ߛெ = 1,3 è il coefficiente di sicurezza suggerito

D è il diametro del cuscinetto elastomerico;

݂௘,௞ = 60 ‫ ܽܲܯ‬è la resistenza di contatto caratteristica dell’elastomero.

Negli appoggi a disco elastomerico, la resistenza a compressione fe,k dell’elastomero


che porta a NRk è limitata dall’efficacia della guarnizione che impedisce l’estrusione
dell’elastomero tra il pistone e la parete del basamento.

3.3. Dispositivi di isolamento e dissipazione sismica

3.3.1 Isolatori Sismici

Gli isolatori sismici sono essenzialmente dei dispositivi di vincolo cedevoli


orizzontalmente che, oltre ad assolvere le funzioni classiche degli appoggi da ponte
precedentemente trattati (resistenza a carichi orizzontali e verticali, consentire
spostamenti e rotazioni) sono dotati di una certa rigidezza orizzontale che permette
di aumentare il periodo proprio della struttura e di conseguenza, diminuire la forzante
sismica in ingresso. In questo modo è possibile, durante l'evento sismico, far
svincolare l'opera rispetto alle strutture di base (spalle e pile) che si muovono insieme
al terreno, smorzando in questo modo la forza orizzontale inerziale trasmessa agli
impalcati.
Quindi, gli isolatori permettono un adeguato livello di dissipazione dell'energia
trasmessa dalla scossa sismica, aumentando lo smorzamento equivalente della

36
struttura e abbattendone di conseguenza lo spettro di risposta. Inoltre, questi
dispositivi devono avere la capacità di ricentraggio, cioè devono sempre garantire il
collegamento tra le sottostrutture e l'impalcato anche a seguito di spostamenti relativi
tra i due elementi, ritornando nella posizione iniziale a seguito dell'evento sismico e
assicurando il normale utilizzo dell'opera.

La tipologia di dispositivo più utilizzata per l’isolamento sismico dei ponti a travata è
quello elastomerico (isolatore HDRB, High Damping Rubber Bearing), il quale si presenta
simile ad un normale appoggio elastomerico con la sequenza di strati in gomma e
lamine in acciaio di rinforzo (come visto in precedenza) e con piastre metalliche
esterne vulcanizzate che ospitano le componenti per ancorare il dispositivo al resto
della struttura (viti, zanche e perni).

Figura 3.19 Isolatore sismico elastomerico

Anche in questo caso la modalità di movimento orizzontale è garantita dalla


deformabilità a taglio degli strati di gomma: per tale ragione, proprio come gli appoggi
elastomerici, ogni movimento imposto all’isolatore provoca un carico orizzontale di
risposta elastica, funzione della rigidezza orizzontale del dispositivo. Analogamente,
quando l’appoggio è sottoposto a un carico orizzontale, viene a generarsi una
deformazione orizzontale degli strati di gomma e quindi uno slittamento della
sovrastruttura. La gomma utilizzata è costituita di mescole con determinate proprietà
dissipative grazie alle quali, il dispositivo avrà la capacità di smorzare l’energia sismica
in ingresso durante i cicli di deformazione tagliante (le mescole utilizzate forniscono
un coefficiente di smorzamento equivalente minimo pari al 12%). Si ottiene che la
rigidezza orizzontale è direttamente proporzionale all'area della superficie utile del

37
dispositivo e alla durezza della mescola costituente la gomma, mentre è inversamente
proporzionale allo spessore totale della gomma (somma dei singoli strati).

È possibile utilizzare anche degli isolatori con capacità dissipativa aumentata,


denominati con l'acronimo LRB (Lead-Rubber Bearing). Anche questo tipo è
costituito da strati in acciaio e in gomma, ma con l'inserimento all'interno di uno o
più nuclei in piombo che hanno la funzione di aumentare in maniera significativa la
capacità dissipativa del dispositivo (fino al 40%) con una rigidezza iniziale notevole,
così da limitare gli spostamenti relativi tra impalcato e sottostrutture per le forze subite
nella fase di esercizio.

Figura 3.20 Isolatore sismico elastomerico con nucleo in piombo LRB

Questi dispositivi sono regolati, sia per quanto riguarda la progettazione che la
produzione, dalla normativa europea EN 15129 nella quale sono prescritte anche le
prove di qualifica e di collaudo da effettuarsi per le varie tipologie di prodotto.

Lo studio e i metodi di calcolo e modellazione per questi tipi di dispositivi saranno


trattati più approfonditamente nel capitolo dedicato all’analisi del ponte preso in
considerazione come caso di studio.

3.3.2 Dissipatori Sismici

Un altro approccio per aumentare la capacità dissipativa di una struttura, sia esistente
che di nuova costruzione, è quello di installare dei dispositivi agenti in un regime
dinamico che hanno la finalità di dissipare l'energia derivante dal sisma. Questi
dispositivi che possono essere inseriti all'interno dello schema strutturale vengono
chiamati in relazione alla loro funzione ''dissipatori sismici'', la cui progettazione e
produzione è definita dalla norma EN 15129 che ne prescrive anche le prove di
collaudo e di verifica. Nel caso i dissipatori sismici vengano installati all'interno di

38
strutture esistenti si parla di ''retrofitting simico'', tecnica che consente di assorbire
l'energia della vibrazione sismica convertendola in calore, e smorzando gli effetti di
risonanza nelle strutture che sono collegate al suolo rigidamente.

Le due tipologie maggiormente in uso relativamente ai dispositivi citati sono i


dissipatori sismici isteretici e i dissipatori sismici fluidodinamici.

I dissipatori sismici isteretici consentono di sfruttare la capacità dissipativa grazie a


componenti in acciaio opportunamente sagomate e con elevata duttilità. Questi
dispositivi possono essere accoppiati ad un appoggio mobile, oppure essere
posizionati all'interno di un sistema di ritenuta come i ritegni smorzanti o i controventi
dissipativi in modo da permettere uno smorzamento in una direzione unica o
variabile. Lo smorzamento avviene tra elementi sagomati ''a falce'', creando un
movimento di ''apertura-chiusura'' e generando così la completa plasticizzazione della
sezione in relazione al momento flettente agente. Questo sistema dinamico elasto-
plastico consente di sopportare il massimo spostamento sismico e assicurare la
massima dissipazione dell'energia simica.

Le caratteristiche fisiche da cui dipende il comportamento dinamico (spostamento,


carico, rigidezza, smorzamento) sono correlate essenzialmente al dimensionamento
del dispositivo (spessore, angolo di apertura, variazione del raggio di curvatura,
variazione di larghezza del profilo) che deve essere scelto in funzione dei requisiti di
progettazione e quindi in termini di domanda sismica.

Le estremità del dispositivo sono fissate al resto della struttura isolata mediante un
perno inserito all'interno di un anello di ancoraggio, e vincolato con una cerniera
sferica. L'elemento è caratterizzato da un'alta rigidezza iniziale per piccoli spostamenti,
ciò è essenziale per favorire un comportamento rigido in fase di esercizio. Il suo
comportamento ciclico non è influenzato dalla velocità di applicazione del carico, e
riesce a garantire una capacità di smorzamento superiore al 40%.

39
Figura 3.21 Dissipatore sismico isteretico

Un'altra tipologia di dissipatori sismici è rappresentata dai sistemi fluidodinamici, la


cui parte attiva è costituita da dei cilindri oleodinamici a movimento assiale all'interno
di un fluido siliconico viscoso, e per mezzo di un sistema di valvole interne, è possibile
garantire un comportamento dinamico. La legge fisica che governa questo tipo di
dispositivo è fortemente dipendente dalla velocità di applicazione del carico, e i suoi
parametri sono il carico assiale applicato e la conseguente capacità dissipativa.

I dissipatori fluidodinamici vengono inseriti nei sistemi strutturali quando è necessaria


un’elevata richiesta di dissipazione sismica (fino al 60%) e quando è necessario
diminuire in maniera significativa la reazione in presenza di spostamenti più lenti
(essendo il sistema viscoso, la reazione data dagli spostamenti in normale esercizio è
trascurabile).

Figura 3.22 Dissipatore sismico fluidodinamico, dipendente dalla velocità

40
Anche questi dispositivi sono dotati di due estremità dotate di un anello di ancoraggio
con cerniera sferica, la prima viene fissata alla struttura per la quale è richiesta la
dissipazione e la seconda alla struttura solidale con il movimento del terreno.

3.3.3 Ritegni Sismici

Infine, si descrivono altri dispositivi di dissipazione rappresentati dai cosiddetti ritegni


simici, utilizzati sia in strutture esistenti che di nuova costruzione.

I ritegni sismici sono dispositivi di collegamento rigido progettati per resistere e


trasmettere il carico orizzontale generato dall’azione sismica di progetto e sono
classificati essenzialmente in due tipologie: ritegni permanenti e ritegni dinamici. Per
ritegni permanenti si intendono tutti quei dispositivi di vincolo (ancoraggi meccanici,
chiavi di taglio, controventi, ritegni di fine-corsa, dispositivi di accoppiamento trave-
pilastro, ecc…) i quali agiscono sia in fase dinamica durante il sisma sia nella fase
statica in condizioni di esercizio. Inoltre, il loro comportamento non è influenzato
dalla velocità di applicazione del carico.

Invece, i ritegni di tipo dinamico sono dei dispositivi realizzati per resistere, con
comportamento viscoso, solamente in presenza di forze impulsive dovute al
terremoto. Gli spostamenti più lenti, dovuti alle condizione di esercizio, vengono
assorbiti con una reazione più lenta e trascurabile. I dispositivi di questa tipologia più
utilizzati sono gli ''shock transmitters'', costituiti da cilindri oleodinamici a doppio effetto,
i quali grazie alla sola viscosità dell'olio contenuto all'interno di essi, assicurano un
ritegno rigido tra le due strutture collegate in grado di resistere quando si presentano
azioni dinamiche di tipo impulsivo. È possibile installare questo tipo di dispositivo
nel caso sia necessario realizzare un collegamento rigido di tipo non dissipativo tra
due strutture separate o tra due elementi strutturali dello stesso edificio o costruzione
(trave-pilastro, pila-impalcato, ecc…). Il dispositivo avrà la capacità di attivarsi
unicamente nella fase dinamica dovuta alla forzante sismica, oppure dall’eventuale
carico dovuto al vento, e che renda possibili allo stesso tempo gli spostamenti lenti in
normale esercizio, come ad esempio le deformazioni termiche.

Ciascuna componente del dispositivo (cilindro, stelo, perni di estremità, ancoraggi alle
strutture esterne) dovrà quindi essere dimensionata per resistere alla forza massima

41
assiale e allo spostamento massimo che verranno applicati in corrispondenza di esso,
anche a fronte delle sollecitazioni più lente di esercizio.

Come si vede dalla figura 3.23, il collegamento di una estremità alla struttura esterna
è reso possibile grazie a un perno inserito in un anello di ancoraggio dotato di cerniera
sferica, la quale assicura al dispositivo la capacità di rotazione attorno ad ogni asse. La
legge fisica associata è quella tipica di forza-spostamento, il dispositivo è infatti
progettato come un ritegno rigido (per alte velocità di applicazione del carico), e non
fornisce dissipazione. Anche in questo caso si fa riferimento alla normativa europea
EN 15129.

Figura 3.23 Esempio schematico di ritegno sismico dinamico (shock transmitters)

3.4. Giunti di collegamento

I giunti di collegamento sono presenti tra gli elementi che costituiscono l’impalcato di
un ponte e rappresentano dei tratti di discontinuità strutturale. Sono detti anche giunti
di dilatazione poiché devono essere progettati per permettere traslazioni e rotazioni
relative causate solitamente da:

 Contrazioni della sovrastruttura;


 Ritiri ed assestamenti del calcestruzzo;
 Riduzione della capacità elastica in presenza di impalcati a travata realizzati in
calcestruzzo precompresso;
 Spostamenti dovute alle dilatazioni termiche;
 Spostamenti della struttura sotto carico;

42
 Spostamenti della struttura in seguito al verificarsi di un terremoto.

Dato che i giunti di dilatazione sono generalmente posizionati nell’ultima fase di


costruzione del ponte, i movimenti citati potrebbero essere già avvenuti prima della
loro installazione. Per tale motivo, i giunti di dilatazione dovranno sopportare
spostamenti di entità minore di quelli della struttura, soprattutto rispetto a quanto è
richiesto ai dispositivi di appoggio installati nella stessa posizione.

Un giunto realizzato correttamente deve essere:

 Molto resistente;
 Dimensionato per eccesso, per l’oggettiva difficoltà di valutare le forze di
impatto;
 Impermeabile o dotato di un sistema di raccolta delle acque;
 Durevole;
 Messo in opera e collaudato con la procedura corretta;
 Installato esattamente in corrispondenza del piano stradale.

La discontinuità strutturale tra l’impalcato e le parti restanti della struttura può essere
sopperita quindi da un apposito sistema di collegamento, per meglio assorbire gli
spostamenti relativi.

Si riportano alcune tipologie di giunto più utilizzate, e relativa descrizione (I quaderni


tecnici per la salvaguardia delle infrastrutture, Anas S.p.A., Volume II):

 Giunto a pettine

Il funzionamento del dispositivo di giunto a pettine è basato sulla contrapposizione


di due elementi metallici, configurati a pettine e tra di loro complementari. Ciascuno
dei due elementi è fissato sulla relativa testata della soletta, con idonei tirafondi. In
presenza di scorrimenti, di dilatazione o di contrazione, i due elementi metallici
vengono a compenetrarsi oppure ad allontanarsi, garantendo comunque, in ogni loro
configurazione, la continuità del piano stradale e la perfetta complanarità tra le
superfici del giunto e della pavimentazione. Una classificazione può essere condotta
in base alla modalità di posa dei pettini, a seconda che questi risultino poggiati su
entrambe le testate della soletta, oppure esclusivamente su una delle due testate. Nel

43
primo caso si può considerare uno schema statico di trave doppiamente appoggiata,
mentre nel secondo caso si può adottare uno schema di trave a mensola.

Figura 3.24 Schema di un giunto a pettine

Tale dispositivo di giunto richiede una particolare cura durante tutte le fasi di
installazione, poiché necessita di un elevato grado di accuratezza nei riguardi delle
operazioni di ancoraggio e di allineamento dei due elementi metallici contrapposti. Le
caratteristiche di impermeabilità del giunto possono essere ottenute tramite diversi
sistemi di tenuta all’acqua. Un primo metodo consiste nell’installazione di una
scossalina, inferiormente al dispositivo di giunto, all’interno dell’apertura strutturale.
La scossalina sarà quindi opportunamente connessa al sistema di smaltimento delle
acque meteoriche dell’intera struttura. Un secondo metodo è basato sulla
contrapposizione di due estrusi elastomerici a soffietto, ciascuno dei due applicato al
relativo elemento metallico, mediante processo di vulcanizzazione. In ogni caso, una
scossalina di raccolta delle acque deve essere comunque installata all’interno
dell’apertura strutturale, inferiormente al dispositivo.

Figura 3.25 Giunto a pettine

44
 Giunto in gomma armata

I giunti in gomma armata rappresentano la tipologia di giunto più diffusa in esercizio,


sui manufatti stradali. Possono essere suddivisi in tre categorie, a seconda dell’entità
degli scorrimenti consentiti:

- giunti di piccola escursione, fino a circa 50 mm;

- giunti di media escursione, da 50 mm a 400 mm;

- giunti di grande escursione, da 400 mm a 1000 mm.

Tali dispositivi sono costituiti da elementi di gomma, le cui dimensioni e sagomatura


variano a seconda delle prestazioni richieste. All’interno della struttura in elastomero
sono inseriti, mediante un processo di vulcanizzazione, idonei componenti metallici,
al fine di conferire al sistema adeguate rigidezza e resistenza. Il dispositivo risulta
protetto dagli agenti esterni e dalla corrosione, essendo le lamiere completamente
inglobate all’interno del rivestimento di gomma. Le armature presenti garantiscono
una adeguata portanza del dispositivo in corrispondenza dell’apertura strutturale ed
un idoneo collegamento tra le strutture e gli elementi costituenti il giunto stesso. La
domanda di spostamento richiesta, di dilatazione o di contrazione, è garantita
attraverso la deformazione elastica di componenti elastomeriche, precisamente
individuate, o di idonei profili elastomerici. Sulla superficie superiore del dispositivo,
perfettamente complanare con la pavimentazione stradale adiacente, sono
tipicamente presenti una serie di aperture o varchi trasversali, al fine di garantire lo
sviluppo delle suddette deformazioni elastiche. Normalmente tali dispositivi sono
fissati alla sottostruttura attraverso sistemi di ancoraggio meccanico – tasselli di acciaio
ad espansione – oppure chimico – tirafondi o barre filettate.

Figura 3.26 Schema di un giunto in gomma armata

45
 Giunto a tampone viscoelastico

Il giunto a tampone viscoelastico è un giunto di dilatazione e articolazione, composto


da legante bituminoso gommato ed aggregato basaltico, realizzato mediante un
procedimento a caldo. I suoi principali vantaggi consistono nel costo ridotto rispetto
ad altre tipologie di giunto aventi le medesime caratteristiche e nella semplicità di
esecuzione e riparazione. Può infatti essere sostituito senza apportare alcun danno né
alla pavimentazione stradale adiacente né alle strutture sottostanti. Fornisce buone
prestazioni nei confronti del contenimento del rumore e delle vibrazioni in esercizio,
essendo perfettamente complanare con la superficie stradale adiacente: in caso di
interventi di rifacimento del manto stradale può essere ricoperto in parte o
completamente dal conglomerato bituminoso ed anche essere soggetto a fresatura.
Garantisce il requisito di impermeabilità, grazie alla predisposizione di una apposita
scossalina di raccolta e convogliamento delle acque di infiltrazione: in fase di
realizzazione del giunto, possono eventualmente essere inseriti appositi tubi
trasversali di drenaggio. Non presenta alcun elemento amovibile, recando di
conseguenza un minimo impatto al comfort ed alla sicurezza degli utenti. La tipologia
di legante utilizzato garantisce l’elasticità del giunto nelle diverse condizioni climatiche
e di carico, cui potrebbe essere sottoposto nella sua vita utile.

Figura 3.27 Schema e immagine di un giunto viscoelastico

46
Si riportano, infine, alcune importanti regole di progettazione dei giunti riassunte nei
seguenti aspetti:

 La direzione degli spostamenti delle due parti di struttura adiacenti al giunto è


definita dalla direzione delle guide degli appoggi unidirezionali di ciascuna delle
due parti, se essi sono presenti;
 Nel caso non siano invece presenti appoggi mobili, la direzione di spostamento
da assumere in genere è quella in direzione dell’asse dell’impalcato;
 Si deve porre particolare attenzione nella valutazione degli spostamenti nel
caso di impalcato obliquo oppure in curva;
 Se l’impalcato si presenta con una certa obliquità o è realizzato in curva, lo
spostamento del giunto è pari alla differenza vettoriale degli spostamenti delle
due parti della struttura;
 L’entità degli spostamenti di ciascuna parte di struttura è proporzionale alle
distanze dai rispettivi punti fissi, in altre parole dagli appoggi o dai vincoli fissi
che la caratterizzano;
 Le componenti di spostamento devono essere compatibili con gli spostamenti
ammissibili del giunto.

Le regole indicate quindi fanno tutte riferimento alla giusta valutazione dell’intensità
degli spostamenti attesi, e di conseguenza al giusto dimensionamento del giunto per
evitare i danni dovuti ad una errata progettazione.

3.5. Ispezione e manutenzione dei dispositivi di vincolo

A conclusione di questo capitolo, si specificano alcuni aspetti e norme fondamentali


che devono essere prese in considerazione per una adeguata manutenzione dei
dispositivi di vincolo, affinché siano sempre garantite le condizioni di esercizio
ottimali. In genere gli appoggi devono garantire, come requisito di qualità iniziale, un
ciclo di vita utile di almeno dieci anni senza dover intervenire con la manutenzione (a
parte quella necessaria dopo il verificarsi di eventi eccezionali).

L’ispezione periodica, da eseguirsi ogni tre o cinque anni, comprende:

 Verifiche della capacità di spostamento residuo;

47
 Analisi di vulnerabilità sismica dei dispositivi sia per ponti in calcestruzzo
armato o struttura mista in acciaio;
 Verifica visiva di eventuali difetti o danneggiamenti;
 La verifica delle condizioni dei dispositivi di ritegno;
 Verifica dello stato e dello spessore residuo della protezione anticorrosiva;
 Verifica delle guarnizioni;
 La verifica delle condizioni delle superfici di scorrimento e di rotolamento;
 Eventuale presenza di danni nelle parti strutturali del ponte a contatto;

Le conseguenze all’ispezione possono essere in genere di tre tipi:

• Nessun provvedimento;
• Ulteriore ispezione più approfondita;
• Riparazione o sostituzione degli appoggi;

Infine, si segnala che il trasporto dei dispositivi copre aspetti molto importanti per
garantire le prestazioni attese e costituisce un aspetto molto innovativo specialmente
in alcune normative, come per esempio la già citata UNI EN 1337, la quale
rappresenta la sintesi data dall’esperienza di tutti i maggiori esperti europei del settore
e costituisce il documento più aggiornato sull’argomento.

48
4) Valutazione della vulnerabilità sismica nelle strutture da
ponte

L'Italia è un paese in cui la valutazione del rischio sismico degli edifici e delle strutture
in generale è un aspetto fondamentale e deve essere previsto il loro adeguamento
quando questo si renda necessario. Purtroppo, questa modalità di gestione del
patrimonio edilizio non è attuata di frequente, questo succede principalmente perché
si ha una sottovalutazione della pericolosità dei terremoti, soprattutto in funzione
della salvaguardia della vita umana. Tuttavia, siamo a conoscenza come gli eventi
sismici di una certa entità possano avere effetti distruttivi sulle strutture civili, oppure
sulle infrastrutture e sulle opere ad esse inerenti, compresi i ponti oggetto della
presente trattazione.

Figura 4.1 Danneggiamento di un ponte a seguito di un evento sismico, terremoto di Kobe (1995)

In seguito all’analisi di una serie di eventi sismici avvenuti sul territorio italiano negli
ultimi decenni, l'azione dello Stato e dei professionisti del settore si è posta l’obbiettivo
di classificare il territorio in diverse zone di intensità e pericolosità sismica, come sarà
meglio definito nel seguito; ogni zona ha determinate proprietà in funzione
dell’intensità e della frequenza dei terremoti passati. A ciascuna di queste zone
afferiscono specifiche norme, da seguire sia per la progettazione ex novo delle opere
civili, sia per l’adeguamento e il miglioramento delle stesse. La normativa antisismica
italiana, che pone la sua base su altre normative più avanzate livello europeo come gli

49
Eurocodici, prescrive norme tecniche in base alle quali una qualsiasi opera civile debba
essere in grado di sopportare senza danneggiamenti significativi gli eventi sismici di
intensità inferiore e debba resistere, senza collassare nel caso di accelerazioni dovute
a terremoti di intensità maggiore. Comunque, il principio cardine da tenere sempre in
considerazione per la progettazione delle strutture e dell’adeguamento delle opere
esistenti è sempre quello di salvaguardare le vite umane.

4.1. Approccio corrente alla progettazione ed alla verifica sismica

Attualmente le tecniche di progettazione sono basate sul concetto per cui realizzare
una struttura il cui comportamento resti in campo elastico, senza subire alcun danno
anche se sottoposta ad un terremoto di forte intensità, sarebbe un approccio non
certamente adeguato dal punto di vista economico. Questa considerazione fa
ovviamente riferimento alla progettazione di parti non critiche oppure non portanti
per la struttura in oggetto. Ciò significherebbe non sfruttare le risorse prestazionali di
cui tutti i materiali componenti una certa struttura sono dotati una volta entrati nel
campo di comportamento oltre il limite elastico. La pratica attuale quindi ammette
una certa tolleranza per quanto riguarda le deformazioni e il danneggiamento, anche
delle componenti strutturali portanti dell'edificio o dell’opera infrastrutturale in
questione. Quindi è ammesso il superamento del limite elastico da parte della
struttura, la quale potrà sperimentare stati di comportamento plastico fino ad arrivare
a un certo carico di rottura come indicato nel seguente grafico sforzo-deformazione.

Figura 4.2 Comportamento della struttura

50
Si suppone quindi che siano consentite, ad esempio nel caso di un edificio a telaio,
grandi deformazioni nelle travi e nei pilastri o la formazione al loro interno di cerniere
plastiche, mantenendo sempre l’equilibrio globale nella struttura. È preferibile che le
cerniere plastiche si formino sulle travi del telaio, e non tra i pilastri di piano. Anche
se venisse a verificarsi quest’ultima ipotesi, la struttura dovrebbe essere progettata in
maniera tale che vengano sempre a formarsi le prime cerniere plastiche nelle travi e
alla base dei pilastri come mostrato di seguito.

Figura 4.3 Esempi di formazione di cerniere plastiche nelle travi oppure nei pilastri

La tipologia di comportamento plastico descritta può ovviamente verificarsi in


maniera analoga anche nelle strutture da ponte: ad esempio le cerniere plastiche
possono formarsi anche alla base delle pile o delle spalle, a seguito di un evento
sismico il quale agisce con un moto in direzione prevalentemente orizzontale. In base
alla geometria della struttura e della direzione del sisma si possono osservare
comportamenti con una risposta differente, dove quello più comune è di tipo plastico
in forma concentrata come illustrato in figura 4.4.

Figura 4.4 Principali zone di formazione delle cerniere plastiche in una pila di un ponte

51
Inoltre, sussistono ulteriori limitazioni nella progettazione e verifica dei ponti in zona
sismica: se l’intensità del sisma fosse in grado di causare gravi danni o il crollo della
struttura ciò deve avvenire con tempistiche e modalità in maniera tale da permettere
a tutti utilizzatori della struttura il suo abbandono senza rischiare la vita. Questo
aspetto si materializza nella preferenza di un comportamento duttile della struttura al
contrario di uno fragile, con la conseguenza di dover prendere in considerazione
anche il comportamento non lineare dei materiali costruttivi, durante la progettazione
e analisi sismica.

Anche per la verifica sismica sussiste la distinzione dello studio analitico del
comportamento strutturale in campo lineare e non lineare, le analisi lineari sono
caratterizzate però da alcuni limiti di applicazione seppure siano lo strumento più di
larga diffusione e messo a disposizione negli ambienti professionali.

Le analisi non lineari invece, sia statiche che dinamiche, sono quelle che modellano
meglio il reale comportamento della struttura, soprattutto per la verifica in campo
plastico tenendo conto degli aspetti appena descritti. Anche se queste tipologie di
analisi sono caratterizzate da una maggiore complessità rispetto alle loro
corrispondenti lineari (sono di frequente oggetto di critica, dato che i risultati finali
sono dipendenti dalla scelta delle condizioni iniziali e ottenuti con vari metodi di
semplificazione), esse danno la possibilità di modellare in maniera più accurata e
aderente alla realtà il comportamento delle strutture e di simulare eventuali
danneggiamenti conseguenti ad un evento sismico.

4.2. La classificazione sismica attuale del territorio italiano

Fino al 2003 il territorio italiano era classificato in tre categorie sismiche, ciascuna
corrispondente a una diversa intensità. I decreti ministeriali emanati dal ministero dei
lavori pubblici tra il 1981 e il 1984 avevano censito complessivamente 2965 comuni
italiani su un totale di 8102, corrispondenti al 45% della superficie territoriale dove
vive il 40% della popolazione.

Nel 2003 sono stati stabiliti nuovi criteri per la suddivisione del territorio nazionale, a
seguito di studi ed elaborazioni più recenti relative all’analisi della pericolosità sismica.
In pratica viene valutata la probabilità che una certa zona del territorio venga
interessata da un sisma di una certa intensità o magnitudo in un periodo di tempo

52
stabilito (generalmente si assume un tempo di ritorno pari a 50 anni).
Conseguentemente a questa attività di rinnovamento è stata pubblicata l’Ordinanza
del Presidente del Consiglio dei ministri n. 3274 del 20 marzo 2003, sulla Gazzetta
Ufficiale dell’8 maggio 2003. Nel documento citato sono prescritti i principi alla base
dei quali l’intero territorio nazionale è stato suddiviso in quattro nuove macro-zone
sismiche.

Queste sono pericolosità crescente, e se ne riporta l’immagine indicante la


localizzazione sul territorio attraverso una legenda (fig. 4.5)

Le quattro zone così distinte sono ancora utilizzate per la divisione del territorio
regionale e nazionale, presentano le seguenti caratteristiche:

 Zona 1 - è la zona più pericolosa, dove possono verificarsi forti terremoti;


 Zona 2 - nei Comuni inseriti in questa zona possono verificarsi terremoti
abbastanza forti;
 Zona 3 - i comuni inseriti in questa zona possono essere soggetti a scuotimenti
modesti oppure possono verificarsi raramente forti terremoti;
 Zona 4 - è la zona meno pericolosa dove i terremoti sono rari e di piccola
intensità;

Antecedentemente al 2003, con la suddivisione in sole 3 zone, una parte del territorio
non era classificata: attualmente questa porzione è stata sostituita dalla zona 4. Questa
è la zona dove il rischio sismico è più basso rispetto alle altre, e ogni regione ha la
possibilità di prendere dei provvedimenti per ridurre il rischio sismico. Un altro
aspetto di innovazione è rappresentato dal fatto che a ciascuna zona è associato un
valore dell’azione sismica, a servizio della progettazione, espresso in termini di
accelerazione riferita alla forza tagliante su roccia:

 Zona 1 – 0,35 g = 3,43 m/s2

 Zona 2 – 0,25 g = 2,45 m/s2

 Zona 3 – 0,15 g = 1,47 m/s2

53
 Zona 4 – 0,05 g = 0,49 m/s2

Figura 4.5 Suddivisione in zone sismiche del territorio italiano

Le novità adottate con l’ordinanza più recente sono state pienamente approvate dagli
organi competenti e ulteriormente affinate, grazie alla collaborazione dei principali
centri di ricerca. Un aggiornamento dello studio di pericolosità su scala nazionale,
previsto dall’OPCM 3274/03, è stato recepito con l’Ordinanza del Presidente del
Consiglio dei Ministri n. 3519 del 28 aprile 2006.

Grazie a questo nuovo studio di pericolosità, allegato all’OPCM n. 3519, le regioni


vengono dotate di un nuovo strumento aggiornato per la classificazione sismica del
proprio territorio, mediante degli intervalli di accelerazione al suolo (denominata ag),
con probabilità di superamento pari al 10% in cinquanta anni, a cui vengono afferite
le quattro zone sismiche:

 Zona 1 – ag > 0,25 g

 Zona 2 – 0,15 < ag < 0,25 g

54
 Zona 3 – 0,05 < ag < 0,15 g

 Zona 4 – ag < 0,05 g

È utile comprendere la suddivisione delle zone con un indice nella pratica più
significativo, indicante il numero dei comuni appartenenti a ciascuna di esse:

 Zona 1 – 708 comuni

 Zona 2 – 2345 comuni

 Zona 3 – 1560 comuni

 Zona 4 – 3488 comuni

In base a questa classificazione si evince che il 38% dei comuni italiani ricade in zona
1 o in zona 2, le più alte nella classificazione sismica.

Questa nuova suddivisione in quattro zone è sicuramente più utile è più dettagliata
della precedente, per valutare preliminarmente il rischio sismico. Alcune regioni però
hanno adottato una classificazione differente del proprio territorio, ad esempio con
sole tre zone oppure con delle sottozone per meglio caratterizzare il livello di sismicità
di una determinata porzione di territorio e per adattare più approfonditamente la
normativa esistente a livello nazionale. A questo proposito le regioni hanno emanato
normative speciali in materia, per meglio definire questa suddivisione.

La classificazione dei comuni è in continuo aggiornamento, in relazione ai nuovi studi


di sismicità nei vari territori, e viene attualizzata conseguentemente per ogni comune
presente dagli organi di riferimento regionali. Essenzialmente, a ciascuna zona o
sottozona è associato un valore di pericolosità di base, sempre espressa in termini di
accelerazione massima su suolo rigido (ag). Si sottolinea che questo valore di
pericolosità di base non è influente sulla progettazione, per la quale invece si deve far
riferimento alle attuali Norme tecniche per le Costruzioni del 2018, che forniscono al
progettista indicazioni più accurate ed analitiche per la progettazione e la verifica
sismica.

A partire dalle norme tecniche del 2008, infatti, è stato modificato il ruolo che la
classificazione sismica aveva per i fini progettuali. In pratica è stata introdotta una
nuova metodologia per definire la pericolosità sismica di un sito e le correlate azioni

55
sismiche di progetto, sia per le nuove costruzioni che per gli interventi di
miglioramento e ripristino da effettuare sulle costruzioni esistenti. In particolare, in
base al sito di costruzione ci si deve riferire ad una accelerazione di riferimento
individuata in relazione alle coordinate geografiche ed in funzione della vita nominale
(VN) dell’opera. Si ottiene quindi un valore riferito alla pericolosità del sito, definito
per ogni punto del territorio nazionale, il quale è stato suddiviso attraverso l’utilizzo
di maglie quadrate di 5 km di lato indipendentemente dai confini amministrativi
comunali interessati. Nei punti rilevati della maglia sono noti i parametri necessari alla
costruzione degli spettri di risposta, in relazione ai diversi stati limite di riferimento.
Mediante una interpolazione dei dati relativi ai quattro punti interessati dalla maglia
del reticolo, è possibile risalire alle caratteristiche dello spettro del sito interessato in
maniera da avere i valori di input necessari alla progettazione strutturale. Inoltre, sono
necessari dei dati correlati alla vita ed al tipo di opera (sia di nuova costruzione che
esistente), insieme a tutte le altre caratteristiche geometriche e strutturali.

A valle delle novità appena descritte, sia come classificazione sia riguardo l’aspetto
normativo, tutte le regioni italiane (compresa anche la Sardegna) sono classificate in
base al rischio sismico. C’è quindi la prescrizione di progettare, su tutto il territorio
nazionale, le nuove costruzioni ed intervenire sulle esistenti attraverso il metodo
semiprobabilistico agli Stati Limite considerando anche l’azione simica agente sul sito
di costruzione. Solo limitatamente alle costruzioni ordinarie presenti nei siti ricadenti
in zona 4, per le costruzioni di tipo 1 e 2 e di classe d'uso I e II, la norma consente
l'eventuale utilizzo della precedente metodologia di calcolo alle tensioni ammissibili
di cui al D.M. 16 gennaio 1996, ma obbliga comunque a tenere conto dell'azione
sismica con l'assunzione di un grado di sismicità convenzionale. La classificazione
sismica in base alla zona sismica di appartenenza del comune è sempre utile anche se
destinata solo all’uso degli enti preposti per il controllo e la pianificazione.

Si riporta la classificazione sismica più recente, in cui alle diverse zone sismiche è
anche associato un livello di pericolosità, concetto esposto nel paragrafo seguente.

56
4.3. La pericolosità sismica nelle Norme Tecniche per le Costruzioni
(NTC 2018)

All’interno delle Norme Tecniche per le Costruzioni sono indicati i principi


fondamentali per la progettazione e la verifica in zona sismica, ed una serie di tabelle
utili a definire l’azione sismica. Di seguito è riportato un estratto dell’allegato A alle
suddette norme, a complemento della descrizione sulle metodologie per la
progettazione sismica attuale.

‘’Le Norme Tecniche per le Costruzioni (abbreviate nel seguito con la sigla NTC) adottano un
approccio prestazionale alla progettazione delle strutture nuove e alla verifica di quelle esistenti. Nei
riguardi dell’azione sismica, l’obiettivo è il controllo del livello di danneggiamento della costruzione a
fronte dei terremoti che possono verificarsi nel sito di costruzione. L’azione sismica sulle costruzioni è
valutata a partire da una pericolosità sismica di base, in condizioni ideali di sito di riferimento rigido
e con superficie topografica orizzontale. Le valutazioni della pericolosità sismica di base devono
derivare da studi condotti a livello nazionale, su dati aggiornati, con procedure trasparenti e
metodologie validate. I dati utilizzati per le valutazioni devono essere resi pubblici, in modo che sia
possibile la riproduzione dell'intero processo.

La pericolosità sismica di base, nel seguito chiamata semplicemente pericolosità sismica, costituisce
l’elemento di conoscenza primario per la determinazione delle azioni sismiche: le sue attuali fonti di
riferimento sono indicate nel seguito del presente paragrafo. La pericolosità sismica in un generico sito
deve essere descritta in modo da renderla compatibile con le NTC e da dotarla di un sufficiente livello
di dettaglio, sia in termini geografici sia temporali. Tali condizioni possono ritenersi soddisfatte se i
risultati dello studio di pericolosità sono forniti:

 In termini di valori di accelerazione orizzontale massima ag e dei parametri che permettono


di definire gli spettri di risposta ai sensi delle NTC, nelle condizioni di sito di riferimento
rigido orizzontale sopra definite
 In corrispondenza dei punti di un reticolo, chiamato reticolo di riferimento, i cui nodi
costituenti sono sufficientemente vicini (non distano tra di loro più di 10 km) ed
univocamente definiti
 Per diverse probabilità di superamento in cinquanta anni e/o diversi periodi di ritorno TR,
ricadenti in un intervallo di riferimento compreso almeno tra trenta e 2475 anni, estremi
inclusi

57
L’azione sismica così individuata viene successivamente variata, nei modi chiaramente precisati dalle
NTC, per tener conto delle modifiche prodotte dalle condizioni locali stratigrafiche del sottosuolo
effettivamente presente nel sito di costruzione e dalla morfologia della superficie. Tali modifiche
caratterizzano infatti la risposta sismica locale. La disponibilità di informazioni così puntuali e
dettagliate, in particolare il riferimento a più probabilità di superamento, consente di:

 Adottare, nella progettazione e verifica delle costruzioni, valori dell’azione sismica meglio
correlati alla pericolosità del sito, alla vita nominale della costruzione e all’uso cui essa è
destinata, consentendo così significative economie e soluzioni più agevoli del problema
progettuale, specie nel caso delle costruzioni esistenti
 Trattare le problematiche di carattere tecnico-amministrativo, connesse alla pericolosità
sismica, adottando una classificazione riferibile anche a porzioni territoriali dei singoli
comuni’’

4.3.1 Azioni di Progetto

‘’Le azioni di progetto si ricavano, ai sensi delle NTC, dalle accelerazioni ag e dalle
relative forme spettrali. Le forme spettrali previste dalle NTC sono definite, su sito di
riferimento con terreno rigido orizzontale, in funzione dei tre parametri:

 ag accelerazione orizzontale massima del terreno;


 FO valore massimo del fattore di amplificazione dello spettro elastico in
accelerazione orizzontale;
 T*C periodo d’inizio del tratto a velocità costante dello spettro elastico in
accelerazione orizzontale.

Le forme spettrali previste dalle NTC sono caratterizzate da prescelte probabilità di


superamento e vite di riferimento della struttura. A questo scopo occorre allora
fissare:

 La vita di riferimento VR della costruzione;


 Le probabilità di superamento nella vita di riferimento PVR associate a
ciascuno degli Stati Limite considerati.

Per individuare infine, in base ai dati di pericolosità sismica disponibili, le


corrispondenti azioni sismiche. A completamento delle informazioni necessarie, si
dovrà tenere conto anche della geometria della struttura, delle sue dimensioni, della

58
sua regolarità e di una valutazione delle sue risorse di duttilità. Solo così le azioni
sismiche saranno univocamente definite e descritte in maniera corretta.

Per un qualunque punto del territorio non ricadente nei nodi del reticolo di
riferimento, i valori dei parametri ag, FO, T*C, di interesse per la definizione
preliminare dell’azione sismica di progetto, possono essere calcolati come media
pesata dei valori assunti da tali parametri nei quattro vertici della maglia elementare
del reticolo di riferimento contenente il punto in esame (di maglia di dimensioni non
maggiori di 10 km), utilizzando come pesi gli inversi delle distanze tra il punto in
questione ed i quattro vertici.

4.4. Effetti del sisma sulle strutture da ponte

Dopo aver descritto in maniera generale l’approccio della progettazione antisismica


in Italia, in base alla normativa attuale e alle azioni sismiche di progetto da considerare,
si riporta una descrizione degli effetti che un terremoto può causare sui ponti,
tipologia strutturale studiata nella presente trattazione.

Come già visto nei capitoli introduttivi, i ponti sono delle strutture che possiedono
schemi strutturali relativamente semplici rispetto ad altre tipologie di opere civili.
Anche i ponti che apparentemente presentano una struttura complessa, come per
esempio i ponti strallati, sono rappresentabili attraverso geometrie e vincoli
abbastanza semplici.

Figura 4.7 Esempio di schema statico semplificato di un ponte strallato

La proprietà descritta rappresenta un duplice aspetto in relazione alla risposta e alle


prestazioni sismiche che i ponti possono offrire, sia in senso negativo che positivo. Il
vantaggio di avere uno schema statico semplificato consiste nel fatto che sia possibile
sviluppare analisi e modelli teorici più aderenti al reale comportamento della struttura
soggetta al sisma. Si ottiene quindi che la risposta teorica è maggiormente assimilabile

59
a quella reale, confrontata in relazione a sistemi strutturali ad elevata iperstaticità,
come gli edifici. D’altro canto, l’aspetto negativo risiede nel concetto che i sistemi
strutturali degli edifici, rappresentando dei sistemi più complessi, possono mettere al
riparo da conseguenze disastrose anche per i terremoti di forte intensità grazie alla
numerosa sovrabbondanza di vincoli costituenti e conseguente iperstaticità. Come
noto, le strutture da ponte sono spesso isostatiche o con una iperstaticità più limitata
rispetto agli edifici, i quali, al contrario, hanno possibilità di attingere la loro resistenza
oltre il limite elastico in maniera estesa sulla struttura.

I danni che possono verificarsi sui ponti sono di notevole entità, presentando delle
caratteristiche peculiari rispetto ad altri tipi di strutture: oltre a quelle inerenti alla
perdita di vite umane (caratterizzante ogni opera civile), un ponte danneggiato
provoca spesso un forte impatto negativo sulla gestione della viabilità, sull’economia
e sulle eventuali vie di soccorso. In relazione a ciò, i ponti sono da sempre ritenuti
degli snodi infrastrutturali critici e di notevole importanza nel campo delle strutture
esistenti. I danneggiamenti dei ponti a seguito di un evento sismico sono molto
frequenti, e nei paragrafi successivi si descrivono, seppur in maniera non esaustiva, le
cause e le conseguenze dirette su questo tipo di struttura, riportando anche alcuni
esempi di ponti danneggiati gravemente e situati in zone del mondo dove l’intensità
sismica è relativamente superiore a quella italiana.

4.4.1 Cause dei danneggiamenti osservati sui ponti

Nella maggior parte dei casi, a partire dall’analisi dei danni osservati sui ponti
provocati dai vari eventi sismici che si sono succeduti sia in Italia che all’estero, si può
dedurre come le rotture subite dalla struttura siano riconducibili a difetti progettuali.
Di frequente, l’inefficienza rilevata in una struttura da ponte e non, è messa in
relazione ed è diretta conseguenza delle norme progettuali e delle analisi generalmente
in uso fino agli anni ’70, non certamente caratterizzate dall’affinamento di analisi e
progetto possibili attualmente.

Si riportano di seguito gli errori più comuni commessi durante le fasi di progettazione
e realizzazione della struttura:

 Sottostima degli spostamenti;


 Sottostima delle forze sismiche;

60
 Non considerazione della riserva della struttura in campo plastico.

Con il primo punto si intende che la stima degli spostamenti in presenza di forze
orizzontali, con la presenza di sezioni in calcestruzzo interamente reagenti invece che
fessurate (come invece avviene nella realtà), risulta in gran parte ridotta rispetto a
quelli verificatosi in maniera effettiva.

Inoltre, la sottostima delle forze derivanti dall’azione sismica genera uno


sbilanciamento tra il rapporto dei carichi statici e forze simiche e un conseguente
dimensionamento non corretto degli elementi strutturali. Si ottengono quindi alcuni
elementi strutturali con sezioni inadeguate o non sufficienti per resistere alle
sollecitazioni in condizioni particolari, con prevalenza dell’azione sismica.

Infine, la mancata considerazione della riserva in senso plastico per l’operatività della
struttura non consente di tener conto di ulteriori riserve di resistenza da parte della
struttura grazie alla duttilità del materiale con cui è stata costruita. Ciò comporta che
le eventuali rotture non avvengono in maniera controllata, potendo avvenire in parti
dell’opera non previste in fase progettuale e causando un collasso globale della
struttura.

4.4.2 Effetti della sottostima degli spostamenti

In fase progettuale, può accadere di aver stimato per difetto gli spostamenti attesi
durante le condizioni di operatività della struttura. Questo accade quando è presente
una lunghezza non adeguata della sede di appoggio delle campate sulle spalle o sulle
pile, oppure per un dimensionamento errato dei giunti. Nel primo caso le sedi sono
più corte, e quando la struttura è soggetta a forti terremoti si può verificare la perdita
di appoggio da parte dell’impalcato o spostamenti relativi eccessivi che pregiudicano
l’operatività della struttura. Un giunto mal progettato, invece, provoca di frequente
un effetto di martellamento tra i conci costituenti l’impalcato oppure tra le parti
periferiche del ponte e le eventuali strutture adiacenti.

61
Si riportano di seguito delle immagini semplificative, raffiguranti gli effetti dei danni
indotti da questo tipo di errori progettuali. Nelle seguenti immagini si riporta uno
scivolamento dell’impalcato e gli effetti del martellamento delle parti costituenti la
sovrastruttura.

Figura 4.8 Perdita d'appoggio dell'impalcato (Terremoto in Cile, 2010)

Figura 4.9 Martellamento dell'impalcato sulla struttura

62
L’immagine seguente mostra invece i gravi danneggiamenti derivanti dal
martellamento di due sezioni dell’impalcato, come conseguenza di un
dimensionamento dei giunti inadeguato.

Figura 4.10 Martellamento tra due sezioni dell'impalcato

4.4.3 Effetti della sottostima delle forze sismiche

Quando si considerano delle forze dinamiche derivanti dal sisma più basse di quelle
reali, il progettista è portato ad un sottodimensionamento degli elementi strutturali
portanti oppure all’omissione di vincoli adatti a resistere a forze orizzontali oltre che
a quelle verticali derivanti dai normali carichi gravitazionali. Ancora più critico, e
degno della massima attenzione, è il caso di strutture realizzate nei decenni passati
quando le forze sismiche non sono affatto prese in considerazione al momento del
progetto e della realizzazione dell’opera.

L’assunzione di forze sismiche sottostimate produce quindi un rapporto tra carichi


statici e forze sismiche non corretto, che condiziona negativamente il
dimensionamento degli elementi strutturali. Le forze agenti nelle due direzioni si

63
combinano come riportato nel seguente schema di esempio, dove sono rappresentati
i momenti flettenti:

Figura 4.11 Combinazione delle forze di progetto agenti nelle due direzioni, verticale ed orizzontale

Se tale combinazione di forze agenti non viene considerata, si ottiene una stima
globale per difetto delle forze agenti sulla struttura. Come conseguenza di ciò si ha un
dimensionamento errato di travi, pile e spalle con la presenza di armature non
adeguate e relativa lunghezza di ancoraggio dei ferri. Durante il sisma possono quindi
verificarsi delle rotture per flessione o per taglio con forza di intensità anche molto
minori rispetto a quelle previste inizialmente (per le quali si era previsto il collasso).
Inoltre, possono venire a mancare dei vincoli orizzontali in grado di contenere gli
spostamenti della struttura nella direzione del sisma. I danni conseguenti interessano
quindi gli elementi strutturali e portanti, come si può evincere dalle seguenti immagini
di esempio:

Figura 4.12 Rottura con fessurazione dovuta alla sottostima delle forze agenti sulla struttura

64
Figura 4.13 Rottura per flessione delle pile (Terremoto di Kobe, viadotto Fukae 1995)

Figura 4.14 Rottura per pressoflessione e taglio nelle pile (Terremoto di San Fernando, California 1971)

65
Figura 4.15 Rottura per taglio della pila e conseguente (Terremoto Northridge, California 1994)

Figura 4.16 Rottura per taglio delle pile (Terremoto Loma Prieta, California 1989)

66
4.4.4 Effetti dovuti alla mancata considerazione della riserva plastica della struttura

Questo tipo di errore progettuale è presente prevalentemente nelle strutture meno


recenti, a causa della sola considerazione del campo elastico dell’opera costruita. In
questo l’eventuale collasso strutturale non avviene nella modalità prevista in fase di
progetto. Per ovviare a questa problematica, nelle normative più recenti è stato
introdotto il concetto di gerarchia delle resistenze per il progetto delle nuove opere
(capacity design). Anche se non riguarda strettamente il presente lavoro di tesi, si riporta
un estratto delle più aggiornate Norme Tecniche per le Costruzioni 2018 (§ 7.2.2), per
comprendere i principi basilari della progettazione in campo plastico.

‘’Le costruzioni soggette all’azione sismica, non dotate di appositi dispositivi dissipativi, devono essere
progettate in accordo con i seguenti comportamenti strutturali:

 Comportamento strutturale non dissipativo


 Comportamento strutturale dissipativo

Nel comportamento strutturale non dissipativo, cui ci si riferisce quando si progetta per gli Stati
Limite di Esercizio, gli effetti combinati delle azioni sismiche e delle altre azioni sono calcolati,
indipendentemente dalla tipologia strutturale adottata, senza tener conto delle non linearità di
comportamento (di materiale e geometriche), se non rilevanti.

Nel comportamento strutturale dissipativo invece, cui ci si riferisce quando si progetta per gli Stati
Limite Ultimi, gli effetti combinati delle azioni sismiche e delle altre azioni sono calcolati, in funzione
della tipologia strutturale adottata, tenendo conto delle non linearità di comportamento (quelle di
materiale sempre, quelle geometriche quando rilevanti e comunque sempre da considerare quando
precisato).

Gli elementi strutturali delle fondazioni, che devono essere dimensionati sulla base delle sollecitazioni
ad essi trasmesse dalla struttura sovrastante, devono avere comportamento non dissipativo,
indipendentemente dalla risposta della struttura ad esse relativa e su di esse gravante.

Nel caso la struttura abbia comportamento strutturale dissipativo, si distinguono due livelli di
capacità dissipativa o Classi di Duttilità (CD):

 Classe di Duttilità Alta (CD ‘’A’’)


 Classe di Duttilità Alta (CD ‘’B’’)

67
La differenza tra le due classi risiede nell’entità delle plasticizzazioni cui ci si riconduce in fase di
progettazione. Per ambedue le classi di duttilità, onde assicurare alla struttura un comportamento
dissipativo e duttile, evitando rotture fragili (ad esempio per sollecitazioni di taglio) e la formazione
di meccanismi instabili imprevisti, si fa ricorso ai procedimenti tipici della gerarchia delle resistenze.

Si localizzano dunque le dissipazioni di energia per isteresi in zone specifiche, a tal fine individuate
e progettate, dette dissipative o critiche, effettuando il dimensionamento degli elementi non dissipativi
nel rispetto del criterio di gerarchia delle resistenze; l’individuazione delle zone dissipative deve essere
congruente con lo schema strutturale adottato.

Poiché il comportamento sismico della struttura è largamente dipendente dal comportamento delle sue
zone critiche, esse devono formarsi dove previsto e mantenere, in presenza di azioni cicliche, la capacità
di trasmettere le necessarie sollecitazioni e di dissipare energia. Tali fini possono ritenersi conseguiti
qualora le parti non dissipative ed i collegamenti delle parti dissipative al resto della struttura
possiedano, nei confronti delle zone dissipative, una sovraresistenza sufficiente a consentire lo sviluppo
in esse della plasticizzazione ciclica. I collegamenti realizzati con dispositivi di vincolo temporaneo
devono essere in grado di sostenere una ben determinata forza, ottenuta assumendo un adeguato
coefficiente di sovraresistenza, a meno che tali dispositivi non colleghino due strutture isolate, nel qual
caso la forza di progetto è pari a quella ottenuta dall’analisi allo SLC (Stato Limite di Collasso).

Nel caso di collegamenti in semplice appoggio o di tipo scorrevole, il supporto deve essere dimensionato
per consentire uno scorrimento che tenga conto dello spostamento relativo tra le due parti della struttura
collegate, determinato in base alle azioni allo Stato Limite Ultimo; si deve tenere conto anche dello
spostamento relativo in condizioni sismiche tra le fondazioni delle due parti collegate. Non è mai
consentito fare affidamento sull’attrito conseguente ai carichi gravitazionali per assicurare la
trasmissione di forze orizzontali tra parti della struttura, salvo per dispositivi espressamente progettati
per tale scopo. I dettagli costruttivi delle zone critiche e delle connessioni tra queste zone e le restanti
parti della struttura, nonché dei diversi elementi strutturali tra loro, devono ricevere una particolare
attenzione ed essere esaurientemente specificati negli elaborati di progetto.’’

68
Nella pratica progettuale dei decenni passati accadeva di frequente che il progettista
non prendeva in considerazione le riserve della struttura in campo plastico, oltre
quello elastico. Come conseguenza di ciò, nelle strutture progettate con questa
metodologia, le rotture non avvengono per flessione (in forma duttile) ma bensì
possono presentarsi con comportamento fragile (per taglio) ed in maniera
incontrollata e diffusa in tutta la struttura, come illustrano alcune delle precedenti
immagini ed anche la successiva:

Figura 4.17 Esempi di rotture per taglio diffuse nella struttura

4.4.4 Regole generali di progetto

Dopo aver descritto i possibili danneggiamenti che può subire un ponte, compresi i
difetti e le lacune di progettazione più comuni, si elencano infine in maniera sintetica
dei criteri generali di progetto da considerare affinché la struttura sia adeguata a
sopportare delle forze sismiche in ingresso:

 Rigidezza e resistenza delle pile uguale nelle due direzioni in pianta: differenze
in direzione longitudinale e trasversale generano inefficienze;
 Luci corte: grandi luci generano sforzi assiali elevati sulle pile con conseguente
riduzione di duttilità;
 Cerniere plastiche nelle pile: il progetto dovrebbe favorire la formazione delle
cerniere plastiche nelle pile, piuttosto che alle estremità delle travi, e in
posizioni accessibili per ispezioni e riparazioni.

69
 Orientamento di spalle e pile nella direzione normale alla linea d’asse del ponte:
impalcati sghembi generano rotazioni nel piano orizzontale e incrementano gli
spostamenti;
 I ponti dovrebbero essere diritti: curvature in pianta della linea d’asse complica
notevolmente la risposta;
 Impalcato continuo con il minor numero di giunti possibili: impalcati in
semplice appoggio sono soggetti a scivolare dalla sede di appoggio;
 Terreno di fondazione composto da roccia o alluvionale compatto: terreni
soffici amplificano gli spostamenti e possono generare fenomeni di
scivolamento, erosione o liquefazione (fondazioni in alveo);
 Pile di uguale altezza: la non uniformità in altezza genera variazioni di rigidezza
e concentra il danno sulle pile più rigide.

4.5. Pericolosità, esposizione e vulnerabilità

Per la definizione del rischio simico sono di fondamentale importanza i seguenti tre
concetti fondamentali:

 Pericolosità
 Esposizione
 Vulnerabilità

La pericolosità rappresenta la probabilità che in un dato luogo venga a manifestarsi


un terremoto di una determinata intensità. Più questa probabilità è alta e più la zona
interessata è soggetta a sismi di forte intensità. Nell’immagine seguente è raffigurata
la mappa di pericolosità sismica stimata per l’Italia, riferita ai multipli
dell’accelerazione gravitazionale g:

70
Figura 4.18 Mappa di pericolosità sismica del territorio italiano

Grazie alla conoscenza della frequenza e dell’energia associate al sisma che sono
proprietà di un certo territorio, ed associando un valore di probabilità al verificarsi di
un terremoto di una certa magnitudo (in un certo intervallo di tempo), si può definire
quindi la pericolosità sismica. Un territorio avrà un grado di pericolosità sismica tanto
più elevato in relazione alla probabilità che, a parità di un certo intervallo di tempo,
venga a verificarsi un sisma di una certa magnitudo. Si può definire quindi la
pericolosità sismica come la probabilità che in un dato luogo ed in un definito
intervallo di tempo si verifichi un terremoto che superi una certa soglia correlata alla
cosiddetta accelerazione di picco (chiamata PGA) determinata a priori in base

71
all’intensità o alla magnitudo. La mappa appena illustrata mostra quindi questa
probabilità.

Per esposizione si intende una quantificazione del danno economico causato alle
strutture interessate dal rischio simico: dipende quindi dalla presenza in termini
quantitativi di patrimonio costruttivo a rischio, e di conseguenza la possibilità di subire
un danno (oltre a quello economico si considera la possibile perdita di vite umane,
beni culturali di interesse storico e altre categorie). Questo parametro si attesta con
un valore molto alto in Italia, tenendo conto dell’alta densità abitativa e dalla presenza
di un patrimonio storico e culturale tra i primi al mondo. L’obiettivo fondamentale in
termini di prevenzione sismica è quello di salvaguardare le vite umane. In base a
quanto descritto è di primaria importanza calcolare il numero di persone soggette al
rischio sismico in una determinata zona, ossia i decessi e i feriti determinati dal
verificarsi di un evento eccezionale. Le cause di perdita di vita umana possono essere
classificate come eventi del tipo: crollo di edifici, ponti e altre costruzioni, incidenti
stradali, attacchi cardiaci e altro. A questi si vanno ad aggiungere altri aspetti legati al
terremoto quali cadute di rocce, frane, maremoti, inondazioni ed incendi. In base a
degli studi svolti a seguito di terremoti avvenuti nel mondo è stato rilevato che la
mortalità causata, è dovuta per il 25% dei casi per motivi non correlati a crolli
strutturali e corrispondenti a fenomeni ed eventi successivi innescati dall’evento
principale. Si pone però la difficoltà di quantificare la pericolosità di un sisma in
relazione alle vite umane, in ogni intervallo di tempo. La quantità di persone residenti
in un certo luogo può variare in base alla regione, dal tipo di territorio (campagna o
città) e dipende ovviamente dalla numerosità del nucleo familiare. Di seguito si riporta
un grafico della protezione civile raffigurante la notevole variazione del numero di
persone presenti in una abitazione durante il giorno:

Figura 4.20 Persone presenti negli edifici durante le 24h

72
Da quanto descritto si evince che l’esposizione è il parametro meno controllabile e
più complesso da quantificare.

La vulnerabilità, infine, è l’aspetto più correlato alla verifica sismica e per questo verrà
approfondito nel presente capitolo. Si può definire come la quantità di strutture
danneggiate o distrutte a causa del terremoto analizzato. Oltre a questo parametro
viene anche considerato quello del livello di danno relativo alle strutture e la
classificazione per tipologie dello stesso. Si può affermare che quanto più un edificio
o una struttura sono vulnerabili (per caratteristiche costruttive particolari,
progettazione non conforme, materiali scadenti o tecniche costruttive inadeguate,
scarsa manutenzione), tanto maggiori saranno i danneggiamenti e perdita di
funzionalità conseguenti le oscillazioni a cui la struttura sarà sottoposta durante
l’evento sismico. Si rimanda al successivo paragrafo più specifico la trattazione della
vulnerabilità.

Andando a combinare i parametri descritti, si giunge alla definizione di rischio


sismico. Si possono definire tre livelli:

 Basso
 Medio
 Alto

Questi indicatori si possono interpretare in diversa maniera: ad esempio un


determinato territorio è associato ad elevato rischio sismico essendo caratterizzato da
eventi di forte intensità oppure perché le strutture presenti nella zona considerata
sono state progettate mediante metodi di calcolo di vecchia concezione non
assicurando la resistenza necessaria (come per esempio i numerosi centri storici
presenti sul territorio italiano).

4.6. La vulnerabilità sismica

In Italia le conseguenze e i danni che può provocare un terremoto, a parità di energia


rilasciata, sono molto più alti rispetto a quello che si verifica in altre zone del mondo
ad elevata sismicità come la California e il Giappone. Questo è dovuto essenzialmente
all’alta densità abitativa e alla considerevole fragilità del patrimonio edilizio nazionale.

73
A causa di ciò l’Italia possiede un rischio medio-alto secondo la classificazione
introdotta precedentemente, in relazione alla frequenza e all’intensità dei fenomeni
che si susseguono nel tempo nella nostra nazione.

La differenza fondamentale è che proprio la vulnerabilità è il parametro ad essere più


elevato a differenza degli altri paesi, a causa della fragilità delle opere edilizie (non
progettate e costruite adeguatamente nei decenni passati), dei sistemi infrastrutturali,
del sistema industriale, del sistema produttivo ed anche delle reti di servizio. Con
queste premesse una valutazione sismica delle opere esistenti compresi i ponti si
prefigura come una attività essenziale a difesa della sicurezza.

A seguito di un evento sismico è relativamente semplice valutare la vulnerabilità delle


strutture: si devono rilevare i danni prodotti, associandoli all’intensità della scossa
subita. Richiede maggiore attenzione, invece, la valutazione della vulnerabilità di un
edificio antecedentemente il sisma e la conseguente stima dei danni attesi.
Generalmente, la vulnerabilità sismica di una qualsiasi opera civile indica in che
quantità può essere soggetta a subire un certo livello di danno durante un terremoto
di magnitudo assegnata. È di rilevante importanza, quindi, la valutazione dei danni e
la determinazione della loro intensità in relazione all’equilibrio globale della struttura
interessata oppure per scongiurare un pericolo immediato per le vite umane. Un grave
danneggiamento della struttura può compromettere in maniera irreversibile la sua
funzionalità, mentre in altri casi un livello di danno più basso può essere facilmente
riparabile.

Per quanto riguarda i ponti e viadotti, essendo opere di interesse strategico, questo
aspetto è di fondamentale interesse poiché una rete stradale deve essere sempre
percorribile per garantire ad esempio la tempestività dei soccorsi, quando sono
necessari a seguito di eventi di grande intensità. Si prefigura quindi la necessità di
classificare il livello di danno, che rappresenta insieme ad altri aspetti uno dei passaggi
essenziali per una valutazione della vulnerabilità sismica funzionale all’obbiettivo
prefissato.

4.6.1 Definizione di vulnerabilità sismica

La vulnerabilità sismica di un’opera edilizia può essere definita in maniera più rigorosa,
come un carattere comportamentale della struttura stessa descritto mediante la legge

74
di causa – effetto dove la causa è l’evento sismico e il danno costituisce gli effetti. È
quindi necessario individuare un parametro che rappresenti l’intensità di un sisma e
uno che ne descriva gli effetti su una certa struttura che questo ha prodotto. In
letteratura sono presenti diverse possibilità per la scelta di questi due parametri,
compresi i modi per correlarli. Anche riguardo la vulnerabilità sismica è possibile
utilizzare diversi metodi che possiedono finalità diverse, attraverso idonei strumenti
analitici che possono essere differenziati e classificati in funzione delle diverse
necessità in modo da valutare gli effetti sulle opere considerate.

La causa principale di perdita di vite umane durante il verificarsi di un sisma è senza


dubbio il crollo degli edifici, a seguito del collasso strutturale. Con l’obiettivo di
diminuire la perdita di vite umane è necessario aumentare la sicurezza di tutte le
costruzioni, limitando il più possibile il danneggiamento. Se questo concetto viene
esteso a tutte le opere civili, la normativa vigente per le costruzioni in zona sismica
prevede principalmente i seguenti requisiti prestazionali:

 Non presenza di danni a seguito di eventi a bassa intensità;


 Non siano presenti danneggiamenti negli elementi strutturali rilevanti, a
seguito di eventi a media intensità;
 Non collassino nel caso di forti terremoti.

I tre criteri appena citati hanno principalmente la finalità di salvaguardare le vite


umane, e solamente in seconda battuta quella di mantenere l’integrità degli edifici.

Se si vuole valutare la vulnerabilità degli edifici e di qualsiasi costruzione civile su tutto


il territorio nazionale è necessario quindi ricorrere a metodi statistici, mediante dei
parametri omogenei caratterizzanti gli edifici stessi disponibili pubblicamente. Grazie
a questo tipo di ricerche ed elaborazioni dei dati ricavati, è possibile ricavare dei valori
indice utili a definire la vulnerabilità sismica di un sito o di una serie di opere civili
aventi caratteristiche comuni.

4.6.2 Classificazione dei danni conseguenti il sisma

A seguito di un sisma un’opera civile può presentare diverse tipologie di danno, e


subire principalmente:

 Danni strutturali

75
 Danni non strutturali

I danni strutturali afferiscono direttamente agli elementi portanti dell’opera,


identificabili in pilastri, travi e muri portanti negli edifici in muratura e spalle o
appoggio nel caso specifico dei ponti. I danni non strutturali invece interessano delle
parti che non causano la perdita di stabilità della costruzione: come per esempio i muri
divisori negli edifici in muratura o a telaio, ed elementi di secondaria importanza come
i marciapiedi e altri elementi di arredo nello specifico caso dei ponti.

Il danno derivante dal terremoto avviene principalmente in seguito alle oscillazioni


che la struttura subisce, in maniera ciclica durante l’evento sismico, caratterizzato da
movimenti del terreno orizzontali e in alcuni casi anche verticali. Nel caso in cui la
struttura è in grado di assorbire notevoli deformazioni, ha la possibilità di mantenere
una condizione di equilibrio seppur in presenza di gravi danni evidenti. Altrimenti si
arriverà al collasso inevitabile della struttura con eventuale perdita di vite umane oltre
che di funzionalità per la costruzione.

In ogni caso i parametri che maggiormente definiscono il danno per una data struttura
sono la durata e l’intensità del terremoto, da mettere in relazione alle caratteristiche di
risposta alle sollecitazioni sismiche. L’entità dei danni non è però di facile
determinazione, poiché questi dipendono da vari fattori quali la tipologia di materiali
utilizzati (muratura, calcestruzzo armato o acciaio), età, organizzazione della struttura
(ad esempio la regolarità in pianta con l’altezza oppure no), dalla condizione e le
caratteristiche della zona dove l’opera è stata realizzata (tipo di terreno e presenza di
altre costruzioni vicine). Inoltre, la resistenza di alcuni elementi strutturali può
dipendere dal numero di cicli nel tempo ai quali sono sottoposti, portando a una
rottura per fatica della struttura indipendentemente dalla forza e dalle sollecitazioni
sismiche.

Anche se la definizione del livello di danno associati alle strutture da esaminare


comporta difficoltà ed incertezze, si riporta nei paragrafi successivi una trattazione
specifica con particolare attenzione alle strutture da ponte in relazione alle diverse
parti strutturali.

76
4.6.3 Definizione dei livelli di danno per le strutture

Considerando quanto esposto in precedenza, il passo fondamentale per definire la


vulnerabilità sismica di una struttura è la definizione dei valori associati alle soglie di
danno. In proposito sono possibili diversi approcci che possono essere sia correlati
tra loro, sia indipendenti. Generalmente può essere utile prendere in considerazione
il parametro scelto anche per la definizione della vulnerabilità, così da renderlo
funzionale per la caratterizzazione della risposta e del danno subito dagli elementi
strutturali analizzati.

Una procedura attualmente in uso per le strutture da ponte è quella denominata


HAZUS_FEMA (U.S. Federal Emergency Management Agency, 1999), la quale si
pone l’obiettivo di definire una metodologia per la stima dei danni a seguito di un
sisma per quanto riguarda le infrastrutture di trasporto. Si evidenzia, infatti, come il
danneggiamento strutturale di un ponte causi una significativa compromissione della
rete viaria di cui fa parte, specialmente quando questo è funzionale all’attraversamento
di fiumi o altre infrastrutture come una ferrovia. Quando un ponte perde questa sua
funzione primaria di attraversamento a seguito di un rilevante evento sismico, sono
spesso compromesse le azioni di soccorso poiché rappresenta quasi sempre una
struttura strategica con una bassa densità di presenza sul territorio.

Per questa tipologia di strutture la procedura citata definisce a priori quattro livelli di
danno, oltre a quello iniziale (livello 0):

 Danno lieve o minore (slight minor damage)


 Danno moderato (moderate damage)
 Danno esteso (extensive damage)
 Danno completo o collasso (complete damage)

I quattro livelli di danno si riferiscono sia alla perdita di funzionalità di parti strutturali,
sia a un danno al materiale dei componenti della costruzione in base alle diverse
situazioni.

Nello specifico dei ponti, tipologia di struttura trattata in questa sede, la parte più
critica in relazione alla vulnerabilità sismica sono proprio gli appoggi di cui verranno
analizzati i livelli di danno nel paragrafo 4.7.

77
Si riporta di seguito per completezza e in maniera sintetica, una descrizione dei livelli
di danno per i ponti stradali contenute nella procedura HAZUS_FEMA (contenuta
nel paragrafo 7.1.2 Definitions of Damage States).

4.6.4 Definizione dei livelli di danno per ponti stradali

Il danno di lieve entità comprende:

 Fessurazioni ridotte e scheggiatura superficiale (denominata spalling) della


spalla, fessurazioni nelle connessioni a taglio (chiavi di taglio) delle spalle,
fessurazioni ridotte e scheggiature sulle cerniere, scheggiature ridotte alle pile
(danno esteriore), fessurazioni minori alla soletta o nell’impalcato.

Il danno moderato è caratterizzato da:

 Fessurazioni per rottura a taglio limitate in qualche pila (con scheggiatura)


senza danneggiare seriamente la parte strutturale, moderati movimenti delle
spalle (< 5 cm), fessurazioni estese e scheggiature delle connessioni a taglio,
qualche connessione con fessurazione relativamente alle chiavi di taglio,
bulloni piegati, rottura dei ritegni senza movimento relativo della sede, limitati
movimenti o limitate rotture di alcuni tipi di appoggio.

Affinché la struttura sia soggetta a un danno esteso si devono presentare:

 Pile danneggiate e non collassate, rottura a taglio, rotture interessanti la parte


strutturale, significativi spostamenti residui alle connessioni, sovrapposizione
della soletta, spostamenti della spalla, differenti sovrapposizioni alle
connessioni, rottura delle connessioni a taglio sulla spalla.

Infine, il collasso, detto anche danno completo, si ha quando:

 Le pile e le connessioni hanno la totale mancanza dell’appoggio, e può avvenire


quasi certamente il collasso dell’impalcato e la rottura delle fondazioni

I livelli di danno citati si possono associare, secondo dei criteri, al livello funzionale
della struttura interessata o altrimenti alle tempistiche necessarie per il corretto
ripristino della funzionalità del ponte, conseguente la tipologia di danno che è venuto
a determinarsi.

78
4.7. Definizione dei livelli di danno per gli appoggi

Nel documento citato, contenente la procedura HAZUS_FEMA, non sono fornite


indicazioni per la valutazione dei livelli di danno per gli appoggi da ponte. Si riporta
quindi una ricerca sintetica sui vari casi di studio e dei documenti o pubblicazioni che
trattano questo aspetto. Gli studi riportano essenzialmente conclusioni simili con
livelli e tipologia di danno equiparabili, a partire dal fatto che tutti fanno emergere che
nel caso degli appoggi il livello di danno è presentato in maniera quantitativa come lo
spostamento relativo tra le parti e qualitativo attraverso la loro deformazione. È
possibile quindi descrivere le caratteristiche e i valori di spostamento relativo ai livelli
di danno per le 3 macrocategorie tipologiche di appoggio (ad attrito, in acciaio ed
elastomerici con e senza acciaio interposto), e una descrizione degli ipotetici danni
risultanti dai vari livelli di relativo danneggiamento.

4.7.1 Appoggi ad attrito

Per questa tipologia di appoggio non è presente in letteratura o ricerche pubblicate


una catalogazione esauriente dei livelli di danno, poiché con l’aumentare dello
spostamento tra impalcato e strutture di sostegno, quali pile e spalle, si ha
essenzialmente un graduale scivolamento del primo elemento fino alla completa ed
improvvisa perdita di appoggio. Questa tipologia di vincolo è associata
prevalentemente alle spalle, la cui variabilità geometrica non consente la
classificazione e la definizione di una modalità di danneggiamento comune per tutti i
ponti con questi supporti. Infatti, in questo caso non sussistono delle parti che si
deformano in maniera crescente o subiscono una rottura progressiva. Da ciò si evince
che si arriva a un danno concreto del dispositivo solo quando lo spostamento
raggiunge e supera un certo limite con conseguente perdita dell’appoggio. Una
modalità di analisi potrebbe essere quella di quantificare il danno mediante una scala
di spostamenti relativi, che però non sarebbero facilmente misurabili e assimilabili
anche per ponti che possiedono uno schema statico comparabile. Per queste ragioni
si considera avvenuto il collasso della struttura, a partire dall’impalcato che scivolerà
per mancanza dell’appoggio, quando è raggiunto un certo spostamento limite
(determinato da considerazioni geometriche della conformazione della sommità delle
spalle e delle pile). Questo spostamento sarà l’unico preso in considerazione e potrà
quindi essere associato ad un livello di danno completo.

79
4.7.2. Appoggi in acciaio

I valori medi di spostamento per gli appoggi in acciaio, in direzione longitudinale


solidale con l’impalcato, possono essere quantificati come:

 6 mm
 20 mm
 40 mm
 255 mm

Questi si riferiscono progressivamente ad un livello di danno lieve, moderato, esteso


e infine a un danno completo corrispondente al collasso. In una pubblicazione di John
B. Mander ed altri ricercatori (University at Buffalo, State University of New York, 1996) è
stato osservato che una deformazione longitudinale di 6 mm negli appoggi fissi in
acciaio provoca la formazione di fessure all’interno della base di fissaggio realizzata in
calcestruzzo. Questo è sicuramente un primo livello di danno da attenzionare,
rilevabile anche in maniera diretta o a posteriori mediante prove specifiche in loco.

Ad una deformazione di 20 mm si può osservare un danneggiamento nel dispositivo


di appoggio e grandi deformazioni nei bulloni di ancoraggio. Si assume quindi questo
spostamento per il secondo livello di danno.

Si ha un completo danneggiamento dei bulloni in corrispondenza di uno spostamento


di 40 mm, e può avvenire il distacco, il ribaltamento e la relativa perdita dell’appoggio.
Si riporta di seguito il grafico forza ciclica - spostamento, raffigurante lo studio e le
prove effettuate:

Figura 4.21 Risposta degli appoggi in acciaio analitica e sperimentale

80
Quando si ha una deformazione o scivolamento di 255 mm si considera che questa
sia superiore alla tipica superficie di appoggio garantita dal dispositivo in acciaio posto
sulle strutture di sostegno, causando quindi la rottura completa e il conseguente
scivolamento dell’impalcato.

Questa tipologia di appoggi in acciaio si comporta in maniera simile nella direzione


trasversale e si possono utilizzare gli spostamenti massimi già definiti nella direzione
longitudinale. Gli appoggi mobili hanno un comportamento assimilabile a quanto già
descritto, si ricorda che in questa categoria rientrano ad esempio quelli oscillanti a
contatto lineare o quelli a rullo cilindrico. Quindi, i valori appena citati di spostamento
possono essere i medesimi anche per la valutazione del livello di danno di questi altri
dispositivi.

Figura 4.22 Scivolamento del vincolo a cerniera in acciaio

4.7.3. Appoggi elastomerici

Il comportamento degli appoggi elastomerici, sottoposti a una forza longitudinale o


orizzontale, è determinato dallo scivolamento mediante movimenti di corpo rigido
causati dalla formazione di fessure all’interno del materiale. Se non si arriva alla
situazione citata, è relativamente semplice quantificare lo spostamento relativo per
questa tipologia di dispositivi di appoggio. Per tale ragione, il verificarsi delle prime
fessurazioni nell’appoggio potrebbe essere abbinato al primo livello di danno,
individuato con il relativo spostamento. C’è però il problema che questa metodologia
non può essere applicata facilmente nella pratica, poiché è molto improbabile che
queste fessure vengano individuate a seguito di una ispezione visiva diretta. Inoltre, è

81
sicuramente una procedura non pienamente applicabile ai fini della modellazione con
un software, il quale fornisce solitamente, come output, misure inerenti alle forze e gli
spostamenti e non sempre restituiscono lo stato fessurativo come risultato.

Con queste premesse si pone la necessità di fissare degli opportuni valori di


spostamento per gli Stati Limite di danno per gli appoggi in Neoprene. I valori
significative di spostamento si possono ricavare nello studio: ‘’Analitycal Fragility Cuves
for Highway Bridges in Moderate Seismic Zones’’ di Bryant G. Nielson e di seguito riportati:

 30 mm
 100 mm
 150 mm
 255 mm

Al primo spostamento limite di 30 mm è abbinato un livello di danno lieve (potrebbe


essere sufficiente solamente un riallineamento dell’impalcato).

Il secondo valore di spostamento di 100 mm si fa corrispondere ad un livello di danno


moderato: possono verificarsi fessure nel materiale o rotture nel perno di ritegno (se
presente), ciò può accadere finché non avviene lo scivolamento relativo tra appoggio
e relativa sottostruttura (spalla o pila) o altrimenti tra appoggio ed impalcato.

In corrispondenza di una deformazione pari a 150 mm si ha certamente la formazione


di fessure, e sarà quindi necessario ripristinare il dispositivo nella sua condizione e
funzione strutturale originaria, prima di riallineare l’impalcato. A questo spostamento
si associa il livello di danno esteso, che può avvenire soprattutto quando l’impalcato
non è ben vincolato alle relative sottostrutture.

Figura 4.23 Scivolamento dell’impalcato su appoggio elastomerico

82
Infine, per lo spostamento di 255 mm, relativo al danno completo, valgono le stesse
considerazioni fatte per gli appoggi in acciaio. Questo valore di spostamento
caratterizza, infatti, in maniera netta lo stato limite ultimo di danno. Si ipotizza che
questo stato limite superi il più delle volte la lunghezza di scorrimento assicurata dalla
superficie di appoggio tipica e che sia superiore allo spostamento utile a garantire la
corretta funzionalità e integrità del dispositivo di appoggio. Per questo caso
particolare si espongono di seguito delle opportune considerazioni puramente
geometriche derivanti dal tipo di dispositivo utilizzato e la struttura da ponte
considerata nel suo insieme.

4.7.4. Analisi del livello di danno completo degli appoggi in neoprene

Quando devono essere verificati degli appoggi elastomerici in neoprene dei ponti
esistenti, di frequente non si è a conoscenza delle tecniche esecutive con cui essi sono
stati realizzati, a causa della mancanza dei progetti originali. In particolare, il vincolo
di appoggio potrebbe essere realizzato interponendo un cuscinetto di neoprene tra
l’impalcato e le strutture di sostegno, senza alcun legame o connessione tra le parti
strutturali come rappresentato di seguito:

Figura 4.24 Appoggio in neoprene interposto tra l'impalcato e la spalla, senza alcuna connessione

Un altro metodo di realizzazione è quello di fissare una parte dell’appoggio nella trave
dell’impalcato, al momento del getto di calcestruzzo necessario alla sua realizzazione
tramite un perno resistente ad attrito come illustrato di seguito:

83
Figura 4.25 Appoggio in neoprene inserito nella trave di impalcato

La differenza delle due tecniche costruttive consiste nel diverso comportamento tra il
sistema struttura di sostegno (spalle e pile) – appoggio – impalcato, conseguente uno
spostamento orizzontale che si verifica quando il ponte è soggetto a una forza come
il sisma.

Quando si ha l’appoggio semplicemente interposto, infatti, è più facile che avvenga


uno scivolamento relativo delle parti, poiché non sono presenti vincoli di
collegamento tra gli elementi strutturali a contatto (non si considera la forza di attrito
perché da sola non è sufficiente a resistere ad una rilevante forza sismica). Nel caso
dell’appoggio fissato, invece, la possibilità di scivolamento è limitata dalla presenza
del perno resistente all’interno della trave. Per tale ragione, prima di arrivare allo
spostamento relativo è possibile una rottura dell’appoggio, nel caso in cui la forza di
attrito orizzontale sia superiore o meno alla resistenza del materiale costituente
l’appoggio stesso.

Come conseguenza di quanto descritto, nel caso in cui si voglia effettuare una
modellazione a scopo di analisi degli appoggi in neoprene nelle strutture esistenti con
la definizione dello stato limite ultimo di collasso, è opportuno considerare le due
possibilità realizzative:

 Collasso per mancanza di appoggio, a causa dello scivolamento dell’impalcato


relativo alle strutture di sostegno;
 Collasso per rottura del materiale, con il quale è stato realizzato il vincolo di
appoggio.

84
Al primo stato limite ultimo di danno completo si assegna un valore di spostamento,
ricavabile mediante considerazioni geometriche, come già descritto per l’appoggio ad
attrito. Invece per il secondo stato limite si attribuisce uno spostamento al collasso di
255 mm, già definito in precedenza per lo stato limite di danno completo.

È opportuno quindi considerare entrambe le possibilità di risposta della struttura, se


non si ha un livello di conoscenza accurato del ponte di cui si deve valutare la
vulnerabilità sismica.

Dopo aver esplicitato lo stato di spostamento finale per la tipologia di appoggi


considerati, presente o meno nei suoi livelli di definizione del danno iniziale,
quest’ultimo sarà poi correlato, nel caso fosse necessario, con i metodi valutativi dello
stato funzionale della struttura e agli eventuali interventi di ripristino e manutenzione.

Nella pratica corrente, è sempre necessario che un ingegnere esprima un parere


tecnico nella determinazione dei livelli di danno che comunque può essere influenzato
da vari fattori oggettivi e facilmente rilevabili quali il tipo, l’età e alle condizioni
generali del ponte studiato.

4.7.5. Comportamento degli appoggi in neoprene armato

Si riporta alla fine di questa rassegna, il comportamento sotto una forzante sismica
degli appoggi elastomerici in neoprene armato, tipologia che assicura maggiori
prestazioni e per questo attualmente utilizzata nei ponti a campata di recente
costruzione. Come già descritto nel capitolo precedente, questo tipo di appoggi
consistono in degli strati di materiale elastomerico (Neoprene) e strati interposti di
acciaio di rinforzo, i quali sono collegati alle strutture mediante ancoraggi meccanici
sia superiormente che inferiormente. In questo modo viene realizzato un tipo di
vincolo intermedio tra gli apparecchi strettamente di tipo fisso e quelli di tipo mobile
consentendo deformazioni in qualunque direzione del piano orizzontale, ma allo
stesso tempo generando reazioni elastiche di intensità proporzionale alle
deformazioni stesse. Questo tipo di appoggi sono quindi i più idonei a sostenere delle
forze di tipo sismico e dovrebbero essere utilizzati al posto di quelli elastomerici
semplici o armati.

Come già visto, la normativa attuale prevede forzanti sismiche significativamente


maggiori rispetto a quelle previste all’epoca di realizzazione della maggior parte dei

85
ponti presenti sul territorio italiano. Nel caso in cui sia necessario sostituire il
dispositivo di appoggio, senza intervenire come adeguamento della struttura, è
necessario considerare le forzanti sismiche introdotte in fase di progettazione del
ponte oggetto dell’intervento e reperibili negli elaborati progettuali originari. Qualora
non si disponesse di tale informazione, prima di procedere alla scelta dell’appoggio
occorre valutare la forzante sismica prevista in fase di progetto secondo i dispositivi
normativi dell’epoca.

Noti il carico verticale massimo allo stato limite ultimo di collasso, la rotazione
massima, gli spostamenti non dovuti a carichi orizzontali (di natura termica o di altra
natura) e le forze orizzontali massime previste in sede di progetto originario, si ricerca
nelle tabelle fornite dalle case produttrici l’appoggio più idoneo. Individuato un
possibile appoggio, la rigidezza orizzontale (Ko=Fh/h) e verticale (Kv=FSLU/v) devono
essere confrontate con le corrispondenti del dispositivo di appoggio preesistente.
Anche questa informazione dovrebbe essere presente nella documentazione di
progetto del ponte. In caso contrario, la si deve ricavare secondo un progetto simulato
basato sui dati reperibili. Inoltre, tra la rigidezza del nuovo dispositivo e quella di
progetto dell’appoggio preesistente deve intercorrere uno scarto massimo del 10%,
affinché l’intervento di sostituzione possa essere riguardato come intervento locale e
non di adeguamento.

Questi dispositivi devono essere ben assicurati alla struttura mediante gli ancoraggi
meccanici in acciaio per evitare anche in questo caso il collasso della struttura,
determinato dallo scivolamento dell’impalcato.

Figura 4.27 Appoggio elastomerico dotato di ancoraggi meccanici

86
4.8. La fragilità strutturale

Al termine di questo capitolo dedicato all’ analisi della vulnerabilità sismica delle
strutture da ponte si riporta il concetto della fragilità strutturale, che riguarda
essenzialmente la valutazione della sicurezza sismica correlata alla fragilità degli
elementi strutturali più critici e più sensibili alle forze derivanti da un sisma.

Gli strumenti analitici più utilizzati per questa finalità sono denominati ‘’curve di
fragilità’’, le quali hanno essenzialmente la funzione di rappresentare graficamente la
vulnerabilità sismica di una struttura correlata a una certa probabilità.

4.8.1. Le curve di fragilità

Le curve di fragilità (fragility curves in inglese, abbreviato con la sigla FC) esprimono la
probabilità che una struttura possa o meno raggiungere o superare determinati livelli
di danno, assoggettata ad un evento sismico di intensità assegnata. Inoltre, le curve di
fragilità possono essere un utile strumento di anticipazione e prevenzione, in relazione
ad un terremoto di intensità definita, dato che è possibile associare uno o più
parametri sismologici ed una probabilità che si verifichi un certo livello di
danneggiamento della costruzione. Si riporta di seguito un esempio di alcune
generiche curve di fragilità per la valutazione del danneggiamento di un ponte, in
funzione dell’accelerazione rilevata al suolo:

Figura 4.28 Esempio di curve di fragilità

87
Grazie a questo tipo di approccio si ricava un'analisi appropriata della vulnerabilità di
una struttura relativamente ad ogni suo componente critico, ed al proprio livello di
danno in funzione dell'intensità sismica che può verificarsi in quella determinata zona.
Per tale ragione, le curve di fragilità sono un adeguato strumento di misura
prestazionale delle strutture e fungere quindi come un utile strumento di
pianificazione e prevenzione prima che si verifichi il sisma.

In questo caso la fragilità è definita come la probabilità di perdita funzionale e


conseguentemente dell’integrità di una certa componente di una struttura fino ad
arrivare al collasso completo, per un moto sismico definito. La forza del terremoto è
definita mediante dei parametri, i quali sono o meno correlati tra loro.

Come la maggior parte dei sistemi di analisi esistono due diversi tipi di approccio:
empirico ed analitico. Il primo rende una stima prestazionale della costruzione senza
utilizzare strumenti analitici o computazionali, basandosi quindi su osservazioni e
stima dei parametri a livello macroscopico facilmente individuabili e quantificabili con
un’ispezione visiva. Il secondo metodo consiste invece nella realizzazione di un
dettagliato modello della struttura, il più delle volte agli elementi finiti (FEM), e di
eseguire quindi delle analisi esaurienti relativamente al comportamento durante
l’evento sismico. Si può eseguire l’analisi in maniera lineare mediante uno spettro di
risposta oppure non lineare di tipo pushover (forze statiche) o time history (forze
dinamiche simulate con l’applicazione di un accelerogramma). Si devono inoltre
definire i criteri di giudizio e di controllo per la valutazione della performance del
modello associato alla struttura reale.

4.8.2. Utilizzo delle curve di fragilità

Dopo aver definito le curve di fragilità relative a vari elementi strutturali, e definito i
parametri ad esse correlate mediante l’uso di diversi metodi analitici, descritti
successivamente, si ottiene un risultato come rappresentato nel seguente grafico
esemplificativo:

88
Figura 4.29 Utilizzo di una curva di fragilità

I due assi della curva indicano rispettivamente in ascissa il parametro corrispondente


all’intensità sismica (qui indicato come accelerazione di picco al suolo PGA, Peak
Ground Acceleration), e in ordinata la probabilità assoluta che può essere espressa anche
in percentuale.

La curva rappresenta quindi sul piano la correlazione che sussiste tra le due grandezze
citate. Nell’esempio specifico illustrato, definita con la sigla PGA, una generica
accelerazione al suolo relativa ad un sisma di una data intensità, il corrispondente
valore in ordinata è quello che si riferisce alla probabilità di raggiungimento del livello
di danno attribuito alla curva, per quel valore di PGA. Dal grafico esemplificativo si
deduce che questa probabilità sia circa del 70% (0,7 in termini assoluti).

Le curve di fragilità devono essere definite a seguito di una analisi approfondita della
struttura studiata in funzione dei livelli di danno: per ognuno di essi si disegna cioè la
curva di fragilità corrispondente, dalla quale è quindi ricavabile la probabilità che
l’opera subisca un certo tipo di danno, in funzione del parametro scelto per indicare
l’intensità sismica. In questo tipo di analisi la vulnerabilità sismica è presentata in
conseguenza alla probabilità di accadimento di specifici stati di danno, classificati
come lieve, moderato, esteso e completo. Il livello di danneggiamento è funzione della
gravità e dell’estensione delle lesioni riscontrabili negli elementi strutturali. Nel campo
di studio trattato nella presente tesi, gli stati di danno sono limitati analiticamente e in
maniera oggettiva mediante la domanda di spostamenti limite per i dispositivi di
appoggio a seguito di test sperimentali e ricerche pubblicate.

Si riportano di seguito altri esempi di curve di fragilità corrispondenti ai diversi valori


limite per i parametri di danno citati. In questo caso si considera la PGA con valori
generici relativi all’intensità della scossa sismica. È facile notare che per valori bassi di

89
danneggiamento la curva si appiattisce verso l’alto, mentre per valori maggiori ha un
incremento di pendenza ma con valori più bassi. Cioè, considerando gli estremi, se
avviene un terremoto debole non si avrà certamente un danno completo per la
struttura data, mentre avverrà certamente un danno lieve per un terremoto di forte
intensità. Nella parte mediana ci sono quindi i vari valori intermedi di probabilità che
avvenga un certo tipo di danno.

Figura 4.30 Esempio di Curve di fragilità per i 4 stati limite di danno

4.8.3. La probabilità definita in relazione alla domanda e alla capacità strutturale

Come visto, le curve di fragilità sono legate alla probabilità che la struttura analizzata
superi o meno uno stato di danno o uno stato limite definiti in funzione dell’intensità
del sisma considerato. La curva è definita in funzione di diversi parametri sismici, tra
cui l’accelerazione spettrale, lo spostamento spettrale o la già citata accelerazione di
picco al suolo (PGA). Le curve relative agli stati limite e ai livelli di danno possono
essere espresse confrontando la domanda sismica, indice prestazionale richiesto alla
struttura in funzione dell’azione sismica, che può essere quantificata in relazione alla
capacità della struttura stessa, la quale si presenta in termini di resistenza o
spostamento delle varie parti costituenti la costruzione.

La probabilità che la domanda della struttura sia superiore alla sua capacità può essere

ܵௗ
espressa in termini probabilistici, mediante la seguente funzione:

‫ ܨ‬ሺܵௗ ሻ = P ൤ ≥ 1൨
ܵ௖

dove:

90
 F(Sd) indica la probabilità che la domanda sia maggiore della capacità
 Sd è la domanda sismica
 Sc è la capacità strutturale

Come già illustrato, per indicare Sd si utilizza l’accelerazione di picco al suolo. La


probabilità che venga superato uno stato limite di definizione del livello di danno può
di conseguenza essere espressa, mediante passaggi analitici, con la seguente relazione:

ܵ
ln ቀ ௗ ቁ
ܵ௖
‫ ܨ‬ሺܵௗ ሻ = Φ ൦ ൪
ඥߚௗଶ + ߚ௖ଶ

In cui:

 Φ è la funzione di distribuzione cumulata normale standard


 Sd è il valore mediano della domanda, espresso in termini di accelerazione
 Sc è il valore mediano della capacità strutturale per lo stato limite considerato
 βc e βd sono le deviazioni standard rispettivamente di Sc e Sd

I due ultimi parametri citati possono considerarsi costanti, anche se alcune ricerche
indicano una variabilità della domanda spettrale in funzione del periodo e del fattore
di smorzamento della struttura. La deviazione standard può essere assunta pari a 0,6
sulla base di studi accreditati.

4.8.4. Formulazione analitica delle curve di fragilità

Ogni curva di fragilità può essere espressa come segue, includendo tutti i parametri

1 ܲ‫ܣܩ‬
da considerare:

‫ ܨ‬ሺܲ‫ܣܩ‬ሻ = Φ ൤ ln ൬ ൰൨
ߚ ‫ܣ‬௜

dove i termini sono:

 Φ è ancora la funzione di distribuzione cumulata normale standard, la stessa


della precedente espressione della curva di fragilità,

91
 PGA è il valore mediano della domanda, espresso in termini di accelerazione
orizzontale di picco al suolo massima del sito in cui è situata la struttura,
 Ai è il valore mediano della capacità strutturale, espresso ancora in termini di
accelerazione. Per questo specifico termine verrà restituita un'espressione
necessaria per il suo calcolo,
 β è la deviazione standard assunta costante e con valore pari a 0,6 (valore
ricavato dal metodo HAZUS)

In relazione ai livelli di danno definibili per gli appoggi, non sono descritti dei valori
di accelerazione ma bensì sono definiti dei valori di spostamento con intensità
crescenti per ogni livello. Si devono quindi esprimere questi livelli in funzione del
valore mediano della capacità strutturale Ai, imponendo l’uguaglianza tra capacità e
domanda. È possibile quindi ottenere la seguente formulazione per il parametro di
accelerazione considerato:

‫ܥ‬஼ 2ߨ ‫ܥ‬௖ ∙ Δ௜ ‫ܭ‬ଷ஽


‫ܣ‬௜ = max ቐ ; ∙ ඨ ∙ ቑ
ܵ ∙ ߟ ∙ ‫ܨ‬଴ ܵ ∙ ߟ ݃ ‫ܨ‬଴ ∙ ܶ௖

dove:

 Cc è la capacità del ponte, normalizzata rispetto al peso


 S, η, F0 e Tc sono parametri dello spettro di risposta
 g è l’accelerazione di gravità
 ∆i è lo spostamento limite in relazione al tipo di danno, le due formulazioni di
capacità portante sono correlate mediante questi termini
 K3D rappresenta un coefficiente per considerare gli effetti tridimensionali della
struttura

Quando l’impalcato scorre sui rispettivi dispositivi di appoggio, oppure quando si è


in presenza di appoggio di attrito puro, la capacità della struttura è dipendente
dall’utilizzo indiretto del coefficiente d’attrito µ ed è variabile in relazione alla tipologia
di impalcato e a quella degli appoggi sia in termini funzionali che di materiale
utilizzato. Da queste considerazioni si ricava l’espressione che esprime generalmente
l’uguaglianza tra la capacità e la forza di attrito agente garantita dal peso dell’impalcato:

‫ܥ‬௖ ∙ ܹ = ߤ ∙ ܹ

92
In cui:

 Cc è la capacità strutturale, normalizzata rispetto al peso dell’impalcato


 W è il peso dell’impalcato
 µ è il coefficiente di attrito

Semplificando W, si ricava:

‫ܥ‬௖ = ߤ

Denominando ∆ lo spostamento dell’impalcato, ciò si può riassumere graficamente


come di seguito:

Figura 4.31 Capacità del ponte nel caso di scorrimento degli appoggi

Il metodo presentato per definire le curve di fragilità è utilizzabile nella maggior parte
dei casi, poiché il funzionamento delle tipologie di appoggio è essenzialmente
governato da un valore del coefficiente di attrito, di cui si riportano i relativi valori tra
i vari tipi di materiali che costituiscono la struttura:

 Tra calcestruzzo e calcestruzzo: 0,60


 Tra calcestruzzo e acciaio: 0,45
 Tra acciaio e acciaio 0,30
 Tra calcestruzzo e neoprene: 0,45

Il coefficiente K3D è ricavabile dalla seguente espressione relativa ai ponti a campata:

0,9 ∙ ‫ߤ ܤ‬௟
‫ܭ‬ଷ஽ = ඨ1 + ∙
‫ܮ‬ ߤ௧

Con:

93
 B è la lunghezza dell’impalcato
 L è la lunghezza della campata
 µt è il coefficiente di attrito in senso trasversale
 µl è il coefficiente di attrito in senso longitudinale

realtà i valori dei due coefficienti di attrito coincidono: ߤ௟ = ߤ௧ = ߤ


Nella maggior parte dei casi, data la simmetria dei vincoli di appoggio in campata, in

Valori tipici del parametro K3D sono riassunti nella seguente tabella, tratta dagli studi
di Basöz e Mander:

Figura 4.31 Valori tipici del coefficiente K3D secondo Bözos e Mander

Dopo che sono note le curve di fragilità e il loro andamento, si otterrà una valutazione
globale e di facile consultazione della vulnerabilità dell’opera analizzata. Nella pratica,
in relazione all’evento sismico studiato, di intensità corrispondente alla relativa
accelerazione al suolo (PGA), si può subito dedurre con l’ausilio del grafico
probabilistico delle curve di fragilità, se la struttura o una specifica parte di essa
subiscano o meno un certo livello di danno.

4.8.5. Costruzione delle curve di fragilità

Si può infine illustrare il procedimento generale per la costruzione delle curve di


fragilità per i ponti a campata, oggetto del seguente studio, facendo riferimento ai
dispositivi di appoggio esaminati. Si fa riferimento ai seguenti punti da applicare
successivamente nella procedura:

 Definizione dei livelli relativi al tipo di danno che si vuole considerare, in


relazione alle caratteristiche di capacità delle parti più vulnerabili del ponte dal
punto di vista sismico (gli appoggi), relazionandole con i vari livelli di danno;
 Costruzione di un adeguato modello numerico - computazionale della
struttura analizzata con un software specifico (modello agli elementi finiti,
FEM);

94
 Costruzione di un modello accurato anche per ognuno degli elementi
strutturali più vulnerabili durante il sisma: gli appoggi;
 Definizione dei parametri sismici da utilizzare all’interno dell’analisi;
 Procedere all’analisi non lineare della struttura, per simulare meglio la risposta
del ponte sotto l’azione sismica;
 Ottenimento dei risultati, al fine di stabilire una correlazione tra la capacità
portante della struttura ed il parametro di accelerazione del suolo (PGA) in
base alla metodologia appena esposta;
 Calcolo della probabilità che la domanda strutturale superi la capacità, in
funzione dei diversi livelli di PGA;
 Costruzione delle curve di fragilità, sempre in funzione della probabilità di
accadimento dello specifico danno scelto, parametro definito all’inizio.

95
5) Metodi di analisi sismica e definizione della domanda
sismica
5.1. Principali tipologie di analisi sismica

Nel corso degli anni, con l’avanzare delle conoscenze e la consapevolezza del rischio
sismico, sono state utilizzate diverse metodologie per analizzare le strutture e
sottoporle a verifica, non solamente per i carichi verticali gravitazionali, ma anche

Figura 5.1 Forze agenti gravitazionali e orizzontali per un edificio con struttura a telaio

per quelli orizzontali di tipo dinamico causati dal verificarsi di un sisma.

Quindi, oltre ai carichi statici verticali, è necessario considerare quelli orizzontali


indotti dall’accelerazione del sisma per tutte le strutture civili. A differenza delle
forze statiche che hanno una variazione nulla o molto lenta nel tempo, quelle
sismiche hanno un carattere fortemente dinamico e agiscono rapidamente in un
lasso di tempo limitato, ridotto a pochi secondi. Le considerazioni che possono
essere fatte su questo aspetto per gli edifici sono ovviamente assimilabili anche alle
strutture da ponte, nelle quali le forze orizzontali hanno effetti molto importanti
sulla funzionalità della struttura stessa.

I metodi maggiormente utilizzati in fase di verifica e progettazione, per la


valutazione ed analisi delle forze gravitazionali verticali e simiche orizzontali, sono
caratterizzati da aspetti particolari oltre che da un differente livello di complessità
applicativa. Questi procedimenti presentano diversi gradi di approssimazione a

96
causa delle difficoltà di ricavare una rappresentazione delle forze dinamiche
derivanti dal terremoto.

Nei successivi paragrafi si riporta una descrizione qualitativa dei diversi metodi
utilizzati per l’analisi sismica, delineando anche le loro peculiarità applicative. Tra i
metodi descritti, quelli utilizzati nel seguito per il caso applicativo, saranno
caratterizzati in maniera più approfondita.

I metodi e le tipologie di analisi sismica possono essere classificati essenzialmente in:

 Analisi statiche o dinamiche


 Analisi lineari o non lineari

In base a questa distinzione fondamentale, si possono attuare delle combinazioni tra


i vari metodi, a seconda del livello di definizione e precisione che si vuole ottenere
per lo studio e la valutazione della risposta sismica della struttura analizzata in
relazione a un particolare evento sismico ed alle informazioni note sulla struttura e
sul sito di costruzione.

5.1.1 Analisi lineari e non lineari

Come detto, una distinzione primaria avviene tra le analisi di tipo lineare e non
lineare. In entrambi i casi la finalità è quella di calcolare le deformazioni, gli
spostamenti e le sollecitazioni che si verificano negli elementi strutturali a seguito del
sisma. Per le analisi lineari si fa riferimento alla risposta e al comportamento elastico
della struttura relativamente alla sua geometria, al tipo di materiale e altri parametri.
Dato che nella realtà tutte le strutture possiedono una riserva in campo plastico non
lineare, è possibile far riferimento a degli opportuni coefficienti al fine di considerare
nelle analisi anche il comportamento oltre il limite elastico e successivamente
confrontare i risultati con dei valori limite prefissati in relazione alla tipologia di
elemento o alla prestazione che si vuole ottenere.

Però, in alcuni casi questo tipo di analisi non sono adeguate a delineare un
comportamento realistico della struttura. Ciò avviene quando si è in presenza di
geometrie irregolari o non standard, per le quali si ha un comportamento duttile
concentrato solo in alcune parti della struttura e non distribuito uniformemente. Si
possono, inoltre, verificare degli errori nel caso di edifici molto alti, anche se

97
regolari, a causa delle notevoli deformazioni e conseguente escursione in campo
plastico durante il terremoto.

Per tenere conto degli aspetti appena citati, si fa riferimento proprio alle analisi non
lineari, le quali consistono nell’applicare forze orizzontali crescenti fino a
raggiungere un livello di danno definito o, alternativamente, mediante l'integrazione
delle equazioni di moto. Per i due casi è necessario procedere alla modellazione della
struttura considerando le sue proprietà elasto-plastiche che saranno meglio definite
in seguito. In questo modo si considera il comportamento non lineare della
struttura in maniera completa e puntuale; ciò facendo ricorso alle leggi costitutive
dei materiali e a quelle di tipo geometrico in relazione alle caratteristiche fisiche delle
sezioni, come, ad esempio, le leggi momento - curvatura di un elemento trave o
pilastro anche in funzione del tipo e dell’intensità della sollecitazione applicata. Con
questa modalità di procedere si riescono quindi ad ottenere dei risultati più precisi e
aderenti alla realtà, infatti si possono, in tal modo, individuare e introdurre nel
calcolo anche le caratteristiche di resistenza e dissipazioni energetica che non
possono essere considerate con una progettazione o verifica strutturale limitate nel
campo elastico. Al termine di queste considerazioni introduttive si evince come
l'analisi non lineare consenta una descrizione più accurata della risposta sismica di
una struttura, ciò è particolarmente importante per la valutazione della vulnerabilità
delle strutture esistenti, oltre che nel caso di una nuova progettazione.

5.1.2 Analisi statiche e dinamiche

La seconda suddivisione citata tra analisi statiche e dinamiche consiste nella modalità
in cui le forze dinamiche derivanti dal sisma sono applicate al modello analitico della
struttura.

Quando si effettuano analisi statiche i carichi agenti sulla struttura sono costanti o
quasi costanti nel tempo. Questo tipo di analisi è utilizzato principalmente per
strutture caratterizzate da una geometria per lo più regolare e di cui sono state
formulate ipotesi semplificative in fase inziale: per esempio, nel caso di strutture
regolari intelaiate, a setti portanti o miste, i piani possono essere considerati
infinitamente rigidi (shear type). Invece, nelle analisi di tipo dinamico si ha che le

98
forzanti sono definite in funzione del tempo mediante delle leggi temporali e
variano rapidamente in funzione del moto sismico. Si deduce quindi che le
sollecitazioni presentano caratteristiche dinamiche e possono essere definite
utilizzando approcci differenti in base alla linearità o non linearità della metodologia
di applicazione delle forze.

5.1.3 Risultati ottenibili dalle diverse tipologie di analisi

I risultati ottenibili dalle tipologie di analisi appena citate, sia statiche che dinamiche
e lineari o non lineari, presentano delle caratteristiche differenti in termini di
precisione e affidabilità che sono state studiate da un punto di vista teorico e con
relative prove su strutture reali.

Molto di frequente si hanno differenze tra i risultati di analisi statiche e dinamiche


nell’ordine del 20% - 30%, e questo è del tutto normale in relazione alle
caratteristiche delle analisi effettuate. Queste diversità sono presenti oltre che tra
analisi statiche e dinamiche, anche tra metodi statici e dinamici non lineari, a causa
delle limitazioni stesse dell’analisi statica. Infatti, quest’ultima concentra solitamente
la massa totale in un solo modo principale di vibrazione della struttura. L’ipotesi
non si può considerare sempre affidabile, se non per strutture molto regolari sia in
pianta che in altezza. In alcuni casi questa problematica può presentarsi in maniera
più significativa nel caso in cui il modo principale attivi solo una parte non
predominante in termini di massa, per esempio solo il 50% del totale. In una analisi
di tipo dinamico, invece, le azioni corrispondenti a ciascun modo devono essere
combinate in termini quadratici (o comunque non lineari), dunque devono essere
calcolati più modi per attivare una percentuale di massa significativa (di Norma
>85%) e di conseguenza l’azione globale massima al piede della struttura potrebbe
presentare una intensità minore nel caso statico comparato a quello dinamico.

Queste considerazioni non devono comunque far pensare che l’analisi statica risulti
sempre limitante in confronto all’analisi dinamica. Infatti, l’intensità della forza di
taglio alla base della struttura non rappresenta l’unico parametro per ottenere una
valutazione attendibile dell’azione sismica. La grande limitazione dell’analisi statica è
quella di considerare la forza derivante del sisma mediante delle forze laterali
equivalenti, definite in maniera ben precisa, e trascurando il contributo dei singoli

99
modi di vibrare oltre a quello principale. Nel caso in cui i modi successivi hanno una
rilevanza importante, in termini di massa coinvolta, la distribuzione reale delle
sollecitazioni sugli elementi ottenuta in analisi dinamica potrebbe non
corrispondere, in gran parte, rispetto a quella dell’analisi statica utilizzata per la
stessa struttura. In presenza di schemi strutturali molto irregolari sia in pianta che in
elevazione e che presentano molti modi di vibrare per attivare una percentuale
significativa di massa partecipante, è pertanto molto consigliato condurre un'analisi
dinamica.

Nei paragrafi successivi si riporta una visione complessiva dei tipi principali di
analisi sismica più utilizzati nella pratica, andando a illustrare brevemente i tratti
significativi di quelle di tipo lineare comparandole con le corrispondenti versioni
non lineari; queste ultime saranno descritte in maniera più dettagliata e operativa per
poi essere utilizzate anche nel caso di studio.

5.2. Analisi statica lineare

Come già accennato, l’analisi statica lineare fa uso di forze statiche equivalenti
orizzontali, assumendo come prima ipotesi che la risposta dipenda unicamente dal
modo principale di vibrazione della struttura, considerato per questo lineare.

Figura 5.2 Primo modo di vibrare tipico di una struttura shear type, assunto lineare

Le forze applicate ad ogni piano si considerano equivalenti alle forze inerziali


prodotte dall’azione sismica, e la loro intensità è funzione delle masse considerate in
corrispondenza di ogni piano e dell’altezza a partire dallo spiccato di fondazione.

100
Figura 5.3 Distribuzione lineare delle forze nell'analisi statica

In questo tipo di analisi non è contemplato il comportamento non lineare della


struttura, quindi il calcolo degli spostamenti e le sollecitazioni derivanti dal sisma
dipendono unicamente da leggi elastico-lineari.

5.2.1 Analisi statica lineare nelle Norme Tecniche per le Costruzioni del 2018

L'approccio previsto dalle attuali norme tecniche consiste nel considerare solamente
il primo modo di vibrare della struttura, nelle due direzioni principali. Il primo
passaggio è quello di individuare il periodo T1, corrispondente al modo principale di
vibrazione della direzione considerata. Il valore di T1 deve essere inferiore a 2,5 TC
ed a TD, valori dello spettro di riposta meglio precisati in seguito. Inoltre, per
eseguire l’analisi statica lineare, l’edificio deve essere il più possibile regolare in
altezza, in modo da ottenere dei risultati attendibili per le sollecitazioni. Per
costruzioni civili o industriali che non superino i 40 m di altezza, la cui massa sia
approssimativamente uniformemente distribuita lungo l’altezza, il periodo T1 può
essere stimato, in assenza di calcoli più dettagliati, utilizzando la formula seguente:

 = 2 ∙ √

dove d è lo spostamento laterale elastico del punto più alto dell'edificio, espresso in
metri, dovuto alla combinazione di carichi definita in normativa, applicata nella
direzione orizzontale.

L’entità delle forze si ottiene dall’ordinata dello spettro di progetto corrispondente al


periodo T1 e la loro distribuzione sulla struttura segue la forma del modo di vibrare
principale nella direzione in esame, valutata in modo approssimato. La forza da

101
applicare a ciascuna massa della costruzione è data dall’espressione:

∙ ∙
 =
∑  ∙ 

Dove:
   ∙ ∙ 

=


Definisce la massima forza di taglio alla base della costruzione in entrambe le


direzioni, e i termini utilizzati nell’espressione rappresentano:

 Sd(T1) è l’accelerazione corrispondente all’ordinata dello spettro di risposta


di progetto per il periodo T1
 W è il peso complessivo della costruzione
  è un coefficiente pari a 0,85 se la costruzione ha almeno tre orizzontamenti
e se T1 è minore a 2TC. E’ posta pari a 1 in tutti gli altri casi
 g è l’accelerazione di gravità

Il metodo di tipo grafico per ricavare Sd(T1) a partire dallo spettro di risposta è

Figura 5.4 Metodo grafico per ricavare l’ordinata spettrale corrispondente al periodo T1

raffigurato di seguito:

Considerando la formula di partenza che definisce le forze Fi si deduce, nel caso di


edificio multipiano, come la forza di taglio sia distribuita con intensità proporzionale
alla quota in corrispondenza dei singoli piani in base alle forze d’inerzia associate al
modo di vibrare fondamentale. I termini presenti nell’espressione indicano le

102
seguenti grandezze:

 Fi è la forza da applicare alla massa i-esima

 Wi e Wj sono i pesi, rispettivamente, della massa mi e della massa mj (ossia


quelle corrispondenti ai piani i e j)

 zi e zj sono le quote, rispetto al piano di fondazione, delle masse mi e mj


(ovvero le altezze dei piani i e j rispetto a quelle della fondazione)

Si può rappresentare schematicamente come segue:

Figura 5.5 Forze statiche equivalenti applicate sulla struttura

5.2.2. Affidabilità dei risultati ottenuti con l’analisi statica lineare

Una volta definiti i carichi agenti sulla struttura, si esegue l'analisi statica per
calcolare gli spostamenti e le sollecitazioni risultanti. I risultati ottenuti saranno
affidabili solamente per strutture che presentano un unico modo di vibrare
principale nelle due direzioni considerate, cioè la massa partecipante al primo modo
deve essere molto alta (>90% della massa totale). Da ciò si evince che questo tipo di
analisi più semplificata è applicabile solamente per edifici che non presentano grandi
altezze, senza predominanti effetti di natura torsionale come per esempio accade
nelle strutture da ponte. Per questi motivi, l'analisi statica lineare non verrà presa in
considerazione per il caso di studio che verrà analizzato in seguito.

103
5.3. Analisi dinamica lineare

L’analisi dinamica lineare, detta anche analisi spettrale modale, è considerata la


procedura standard nella pratica progettuale per ottenere le azioni sismiche di
progetto. In questo tipo di analisi viene considerata la totalità dei modi di vibrare
che hanno un contributo predominante nella risposta, cioè quelli associati a una
massa partecipante significativa. Secondo la normativa attuale la somma delle masse
modali efficaci, e quindi quelle che partecipano attivamente ai modi di vibrare della
struttura, deve superare il limite dell'85% della massa totale, è inoltre possibile tener
conto solamente dei modi con massa partecipante superiore al 5%

A differenza dell'analisi statica lineare , più adatta a modelli strutturali piani, questo
metodo è applicabile anche ai modelli tridimensionali più complessi. Il primo
passaggio è quello di calcolare i modi di vibrare della struttura, come si vede nel
seguente esempio grafico nel caso di tre gradi di libertà:

Figura 5.6 Modi di vibrare di una struttura a telaio 2D

Il numero di modi di vibrare, detti anche forme modali, si può fissare anche in
partenza. La ricerca di questi modi è un problema agli autovalori e agli autovettori
che richiede calcoli onerosi specialmente per modelli tridimensionali associati a
strutture di una certa complessità, per questo la soluzione viene ottenuta con utilizzo
di software di calcolo strutturale.

Come passaggio successivo è necessario individuare l'azione sismica, mediante l'uso


di uno o più spettri di risposta in base allo stato limite preso in considerazione.
L'aspetto più comune degli spettri di risposta è raffigurato di seguito:

104
Figura 5.7 Spettri di risposta corrispondenti ai diversi Stati Limite

Nella presente trattazione non si descrive in maniera dettagliata la procedura per il


calcolo e la determinazione degli spettri di risposta. Si sottolinea comunque che gli
spettri presenti in normativa e quindi utilizzati comunemente nella pratica
professionale sono di tipologia elastica, cioè non viene considerato il
comportamento duttile della struttura che influisce molte volte in maniera
significativa sulla performance strutturale. Per questo motivo si fa uso del
coefficiente q di abbattimento dello spettro per tenere conto del comportamento
più o meno duttile della struttura, ricavando così lo spettro di progetto.

Di seguito si riporta un esempio di spettro di risposta abbattuto con vari valori di q,


si nota subito che per q=1 si ha lo spettro elastico di partenza. Le Norme
suggeriscono il fattore di struttura da utilizzare per le varie tipologie strutturali, oltre
che in funzione della regolarità in pianta ed in altezza.

105
Figura 5.8 Spettri di risposta abbattuti tramite il fattore di struttura q

Una volta ricavato lo spettro inelastico di progetto, è possibile definire in maniera


completa l’azione sismica a cui è sottoposta la struttura in funzione dei vari
parametri e proseguire il procedimento di analisi.

Con le funzioni spettrali ricavate, si applica quindi l'input sismico al modello


strutturale mediante la combinazione delle forme modali ottenute.

Figura 5.9 Combinazione delle forme modali

Mediante questa procedura è possibile ottenere il massimo valore statisticamente più


probabile per qualsiasi effetto sulla struttura (genericamente chiamato E), sia per
quanto riguarda gli spostamenti che le sollecitazioni. Ci sono diverse formule
statistiche per il calcolo delle sollecitazioni, tra cui si riportano, senza descriverle in
dettaglio, le due più utilizzate nella pratica:

106
 SRSS (radice quadrata della somma dei quadrati delle risposte modali)
 CQC (combinazione quadratica completa)

Nei modelli strutturali spaziali è opportuno utilizzare la CQC, poiché in questo caso
è frequente avere dei modi con periodi molto vicini tra loro. In generale conviene
una impostazione progettuale che mira ad avere una struttura con impalcato rigido e
con comportamento disaccoppiato, con rotazioni planimetriche minime.

5.3.1. Applicabilità dell’analisi dinamica lineare

A differenza dell'analisi statica lineare, nel caso dell'analisi dinamica lineare i


parametri di risposta vengono ricavati esaminando il comportamento dinamico della
struttura a partire da tutte le forme modali necessarie al calcolo. Vengono
considerati anche i modi di ordine superiore al principale, considerato nell'analisi
statica. Per quanto riguarda gli effetti torsionali e accidentali ai quali può essere
soggetta una struttura, è possibile tenerne conto amplificando le sollecitazioni su
ogni elemento resistente attraverso un fattore definito dalla normativa. Inoltre, a
differenza di quanto avviene nell'analisi statica non lineare, vengono considerate
anche le risorse duttili della struttura mediante l'utilizzo di un fattore scalare
chiamato ''fattore di struttura q''. In ultima analisi si evidenzia la necessaria
consapevolezza che dall’analisi dinamica è possibile ottenere una valutazione del
comportamento dinamico della struttura solamente in termini di risposta massima e
non è possibile ottenere un risultato in relazione alla frequenza ed al numero di cicli
a cui è soggetta la struttura.

Questo tipo di analisi viene, in questa sede, eseguito con apposito software al fine di
avere un confronto diretto con i metodi di analisi non lineare descritti nei paragrafi
successivi.

5.4. Analisi non lineari utilizzate per la struttura da ponte esaminata

Come visto, le metodologie per lo studio di una struttura sotto l'azione del
terremoto fanno riferimento ad analisi lineari e non lineari. Con l’analisi lineare sia
statica che dinamica si possono ottenere risultati accettabili con discreta semplicità e
accuratezza, per questo sono utilizzate comunemente per le strutture di non elevata

107
complessità. Tuttavia, quando i singoli elementi di una struttura richiedono
prestazioni in campo plastico, i metodi lineari che sono calibrati per il dominio
elastico risultano inadeguati per descrivere il comportamento strutturale, poiché in
questo caso la fase non lineare viene stimata solo in modo approssimativo con
l’utilizzo del fattore scalare q.

Ove si voglia esaminare in maniera più approfondita la risposta simica di una


struttura si deve valutare il suo comportamento non lineare e la sua evoluzione
temporale. Le tipologie di analisi più utilizzate che meglio descrivono questi aspetti,
comprendono l’analisi statica non lineare e l’analisi dinamica non lineare che
saranno trattate in dettaglio nei paragrafi successivi.

Entrambe le tipologie di analisi rappresentano i due approcci considerati per lo


studio della vulnerabilità sismica del ponte preso in analisi nel caso di studio. La
scelta di queste due tipologie di analisi dipende dall’esigenza di studiare e descrivere
il comportamento strutturale dinamico nel modo più accurato possibile, in ogni suo
aspetto e particolarità superando le semplificazioni imposte dall’analisi lineare.

5.5. Analisi statica non lineare

L’analisi statica non lineare, denominata anche analisi pushover, è presentata nelle
Norme Tecniche delle Costruzioni anche se non in maniera molto approfondita.
All’interno della normativa sono riportati diversi paragrafi e indicazioni riguardanti
le procedure di analisi statica non lineare diffuse nell’intero documento, in base ai
casi analizzati e alla sezione corrispondente. In questa sede si preferisce descriverle
nei loro aspetti applicativi principali, facendo principalmente riferimento alle
strutture da ponte.

5.5.1. Aspetti principali dell’analisi statica non lineare

In confronto all’analisi dinamica non lineare, più complessa e che sarà descritta in
seguito, l’analisi statica non lineare, al contrario, è proposta come una metodologia
relativamente semplice e più rapida per predire il comportamento della struttura
analizzata: si ottengono stime abbastanza inerenti al comportamento reale, per
questo motivo incluse nella normativa attuale. L’analisi pushover rappresenta uno

108
strumento molto utile al fine di ottenere importanti informazioni inerenti sia la
capacità resistente complessiva della struttura, oltre che per valutare l’eventuale
formazione di meccanismi di collasso in punti specifici: si riescono quindi ad avere
delle informazioni inerenti la distribuzione della domanda plastica (o inelastica) nella
struttura in tempi più ristretti rispetto a quelli necessari per un'analisi dinamica non
lineare, certamente più onerosa in termini computazionali.

Date le premesse, questo metodo ha assunto sempre più importanza ed è spesso


utilizzato nella pratica professionale in ambito di progettazione e verifica di
vulnerabilità sismica delle strutture esistenti.

La procedura di pushover consiste operativamente nei due seguenti passaggi


essenziali:

 La determinazione di una curva forza - spostamento, detta curva di capacità


o curva di pushover ottenibile attraverso una cosiddetta analisi di spinta.
 Il calcolo dello spostamento massimo di un punto scelto inizialmente sulla
struttura, causato da un sisma definibile mediante uno spettro elastico in
accelerazione.

L'analisi statica non lineare è finalizzata alla realizzazione del primo punto, invece
per il secondo è possibile attuare diversi approcci: quello più utilizzato e menzionato
anche nella normativa è chiamato metodo N2, che verrà descritto in seguito nei suoi
passaggi fondamentali.

La traduzione letterale del termine pushover è letteralmente “spingere oltre’’,


indicando proprio il principio cardine di questa procedura che consiste appunto
nello spingere la struttura o una sua parte fino a raggiungere il suo collasso tramite il
formarsi di un meccanismo labile, oppure finché non si raggiunge un valore limite
relativo a un determinato spostamento. Questo procedimento è attuato attraverso
l’utilizzo di forze con intensità crescente o alternativamente mediante un sistema di
spostamenti, sempre crescenti in modo positivo. Pertanto, vengono applicate queste
forze monotone che aumentano nella direzione orizzontale alla struttura, la quale è
sempre soggetta ai carichi gravitazionali, quindi si può ottenere una valutazione della
resistenza complessiva della struttura esaminata.

Come già accennato, la capacità strutturale può essere rappresentata graficamente in

109
un piano avente in ascissa il valore della sollecitazione di taglio alla base totale, e in
ordinata lo spostamento di un punto significativo scelto a priori. Un esempio è
riportato in figura 5.10 in relazione allo spostamento massimo dell’ultimo piano di
un edificio schematizzato come telaio shear-type, questo tipo di grafico è chiamato
comunemente curva di capacità o curva di pushover.

Il termine Vb rappresenta il taglio alla base, mentre dc è lo spostamento del punto


scelto chiamato “punto di controllo sulla struttura’’, come sarà meglio definito in
seguito insieme alla forma della curva. Ad ogni modo, questa capacità strutturale è
destinata a essere confrontata con la domanda sismica richiesta durante il terremoto,
sempre definita mediante lo spettro di risposta, in modo da ottenere una valutazione
affidabile della sicurezza sismica della struttura data dal rapporto capacità/domanda.

Figura 5.10 Esempio di una generica curva di capacità (curva di pushover) per la determinazione
dello spostamento massimo riferito a un telaio shear-type

5.5.2. Caratteristiche dell’analisi statica non lineare

Questa tipologia di analisi è basata sul principio che, in particolari condizioni, sia
possibile ricondurre la risposta sismica di una struttura complessa a quella di un
oscillatore semplice con un solo grado di libertà, equivalente alla struttura di

110

Figura 5.11 Oscillatore ad un grado di libertà equivalente alla struttura di partenza


partenza. Se ne riporta di seguito una rappresentazione schematica:

I termini rappresentati nei due sistemi, sono:

 m* la massa equivalente del sistema ad un grado di libertà


 F* la forza equivalente del sistema ad un grado di libertà
 F il sistema di forze applicato alla struttura reale
 Vb la forza tagliante applicata alla base della struttura reale, causata dal sisma
 d* lo spostamento equivalente del sistema ad un grado di libertà
 dc lo spostamento massimo nella struttura reale

Questa premessa implica che la struttura abbia un comportamento associato ad un


solo modo di vibrazione, che deve rimanere costante anche per tutto il periodo di
applicazione dei carichi. L'ipotesi, però, non può essere sempre considerata corretta,
dato che il comportamento della struttura sarà comunque dipendente da modi
vibrazionali superiori al primo. Questa semplificazione è proprio l'aspetto principale
dell'analisi statica non lineare, ed è generalmente accettata nella pratica professionale
e in ambito di ricerca.

Inoltre, i metodi più utilizzati in ambito di analisi statica non lineare non
considerano il fatto che le forze applicate dovrebbero variare ad ogni passo
dell'analisi, poiché queste provocano degli effetti sulla configurazione di equilibrio
strutturale. Per tener conto di questo aspetto sono stati elaborati degli adattamenti
del metodo, considerando una distribuzione delle azioni in funzione del danno
generato sugli elementi, detto pushover evolutivo o adattivo. In questo modo si tiene
quindi conto della plasticizzazione della struttura, che varia al crescere dello
spostamento del punto di controllo scelto in partenza. Ad esempio: il progredire
delle plasticizzazioni negli elementi portanti verticali (pareti, setti o pilastri) induce
uno spostamento del baricentro delle rigidezze dei piani che, fisso il baricentro delle
masse, produce effetti torsionali.

111
Di seguito è riportato un esempio illustrativo di una distribuzione di forze adattive,
correlata alla curva di pushover associata, questo approccio è necessario solamente in
casi di studio particolari, per esempio in presenza di strutture con forma irregolare.

Figura 5.12 Curva di pushover e distribuzione adattiva di forze associata

Dal grafico si vede come la distribuzione delle forze sia in partenza lineare, proprio
in corrispondenza della risposta lineare della struttura, e in seguito varia durante il
tempo di analisi con l’incremento dello spostamento. In ogni caso, gli attuali e più
utilizzati metodi di analisi non lineare sono correlati a una distribuzione fissa delle
forze. Questa può essere costante, lineare, oppure proporzionale alla massa o ad una
forma modale della struttura. Nella pratica si assumono delle distribuzioni costanti o
lineari, dalle quali si ottengono curve di capacità con caratteristiche differenti come
mostrato nell’esempio:

Figura 5.13 Comparazione della curva di capacità con distribuzione costante e lineare delle forze applicate alla struttura

112
Nel primo caso, con un profilo di carico uniforme, la curva di capacità, a fronte di
un maggior livello di carico, mostra uno spostamento ultimo minore. Al contrario,
con il profilo di carico triangolare, la curva di capacità mostra un livello di carico
minore, sia allo snervamento che ultimo, e uno spostamento maggiore.

In quest'ultimo caso è consigliabile utilizzare un profilo di carico proporzionale al


primo modo di vibrare, quando la struttura permane principalmente in campo
lineare - elastico; invece per deformazioni maggiori è possibile caratterizzare la forza
sismica dinamica applicando delle forze proporzionali alle masse. Se durante
l'applicazione del carico si venisse a verificare un danneggiamento negli elementi
della struttura, è consigliabile utilizzare un profilo di carico uniforme lungo l'altezza.
A tal proposito le NTC 2018 si esprimono come segue (§ 7.3.4.2):

‘’Si devono considerare almeno due distribuzioni di forze d’inerzia, ricadenti l’una nelle
distribuzioni principali (Gruppo 1) e l’altra nelle distribuzioni secondarie (Gruppo 2) appresso
illustrate.

Gruppo 1 - Distribuzioni principali:

Se il modo di vibrare fondamentale nella direzione considerata ha una partecipazione di massa non
inferiore al 75% si applica una delle due distribuzioni seguenti:

 Distribuzione proporzionale alle forze statiche di cui al § 7.3.3.2, utilizzando come


seconda distribuzione la a) del Gruppo 2,
 Distribuzione corrispondente a un andamento di accelerazioni proporzionale alla forma del
modo fondamentale di vibrare nella direzione considerata;

In tutti i casi può essere utilizzata la distribuzione corrispondente all’andamento delle forze di
piano agenti su ciascun orizzontamento calcolate in un’analisi dinamica lineare, includendo nella
direzione considerata un numero di modi con partecipazione di massa complessiva non inferiore allo
85%. L’utilizzo di questa distribuzione è obbligatorio se il periodo fondamentale della struttura è
superiore a 1,3 TC

Gruppo 2 – Distribuzioni secondarie:

a) distribuzione di forze, desunta da un andamento uniforme di accelerazioni lungo l’altezza


della costruzione;
b) distribuzione adattiva, che cambia al crescere dello spostamento del punto di controllo in

113
funzione della plasticizzazione della struttura;
c) distribuzione multimodale, considerando almeno sei modi significativi.’’

La curva di capacità ottenuta mediante questo tipo di analisi non lineare permette di
quantificare lo spostamento massimo di un punto scelto della struttura di partenza,
soggetta ad un effetto esterno come il sisma, e dopo averla resa equivalente a un
sistema a un solo grado di libertà. Per maggiore comprensione e semplicità di
applicazione del metodo, è utile quindi fare riferimento ad un sistema a un grado di
libertà detto SDOF, concetto meglio precisato nel prossimo paragrafo.

5.5.3. Sistemi SDOF e MDOF

Quando si procede all’analisi di spinta su una struttura, anche se è rappresentata da


un sistema con molteplici gradi di libertà (MDOF – Multiple degrees of freedom), viene
resa equivalente ad un sistema ad un solo grado di libertà (SDOF – Single degree of
freedom) come si è visto nella figura 5.11, dove un telaio a più piani e quindi a più
gradi di libertà è stato ricondotto ad un oscillatore semplice ad un grado di libertà.
Dopo aver effettuato questa trasformazione della struttura, si deve descrivere il suo
comportamento mediante il legame forza – spostamento (definito analiticamente
con la curva di capacità), e che può essere associato ad un sistema SDOF oppure ad
un sistema MDOF, utilizzando degli opportuni criteri di equivalenza per passare tra
i due tipi di sistema considerati per l’analisi statica non lineare.

Come già detto, l'obbiettivo di questa procedura è il calcolo dello spostamento


massimo di un punto di controllo definito sulla struttura, chiamato anche punto
prestazionale o performance point, fino al completo danneggiamento di uno o più
elementi della struttura. L'altro approccio duale è quello di imporre a priori uno
spostamento, e ricavare quindi l'insieme di sollecitazioni che vengono a generarsi.
Con questi metodi è quindi possibile valutare, mediante forze e spostamenti
incrementali, gli effetti che la struttura subisce a seguito di un terremoto reale.

I termini fisici equivalenti da considerare per il sistema SDOF non sono ovviamente
gli stessi del sistema MDOF, quindi dovranno essere definite una forza F*, una
massa m* e uno spostamento d* equivalenti al sistema reale mediante l'utilizzo di
specifici coefficienti, che saranno definiti in seguito.

114
Generalmente, le componenti di un sistema SDOF sono un elemento con massa
nulla che possiede però una rigidezza laterale k', il quale a sua volta è sovrastato da
un altro elemento con massa concentrata m'. Alla base di questo semplice sistema è
posto un vincolo di incastro perfetto, così come accade nella maggioranza degli
schemi strutturali, in base ai quali la costruzione è quasi sempre vincolata a una
fondazione molto rigida. Di seguito si riporta la classica rappresentazione
schematica di un sistema SDOF, comunemente adottata per la sua facilità di
comprensione:

Figura 5.14 Raffigurazione del sistema SDOF

115
Da come è evidenziato nella figura precedente, lo spostamento della massa m'
rispetto al suolo è dipendente dalla deformazione flessionale del fusto in funzione
della sua rigidezza k'. Il tipico caso assimilabile a una struttura reale per questo tipo
di sistema è quello delle pile di un ponte, poiché si ha buona parte della massa

Figura 5.15 Rappresentazione schematica di una pila da ponte con la rappresentazione dei carichi permanenti e accidentali

concentrata in sommità, in corrispondenza del pulvino, dell'impalcato (travi e


soletta) e dei carichi accidentali dovuti principalmente al traffico:

La rigidezza k è considerata solamente per il fusto della pila, in funzione della sua
sezione ed il relativo materiale di cui è costituita, la struttura è quindi paragonabile al
cosiddetto pendolo inverso (come ad esempio un serbatoio in elevazione di un
acquedotto) nel quale la parte predominante di massa è concentrata in sommità.
Relativamente ai ponti si possono considerare, sempre in questo contesto, anche le
spalle che reggono l’impalcato, le quali possiedono le stesse proprietà fisiche e
possono, per tale ragione, essere anch’esse assimilate a sistemi con un singolo grado
di libertà. In questo caso la massa è ricavabile considerando le porzioni relative alla
spalla, all’impalcato e a quelle dei carichi accidentali, la rigidezza invece è funzione
dalle caratteristiche geometriche della sezione.

Lo studio del sistema SDOF è condotto mediante l’adozione di una forza o sistema
di forze o spostamenti, con intensità crescente, nella direzione possibile

116
corrispondente all’unico grado di libertà disponibile, fino al raggiungimento di una
specifica condizione. Da un’analisi di questo tipo è quindi possibile prevedere il
comportamento della struttura soggetta a una determinata sollecitazione,
spingendosi fino al collasso oppure al raggiungimento di un limite prefissato. Il
valore definito in partenza della forza (o dello spostamento) non influisce sui
risultati finali dell’analisi. Con lo scopo di descrivere analiticamente il campo di forze
o di spostamenti è possibile utilizzare delle semplici relazioni scalari.

Se viene imposto uno spostamento, si ha:

 =∙

Nel caso di forza imposta, invece:

 =∙

I termini a e b definiscono i fattori scalari amplificativi degli spostamenti d o delle


forze f, e il loro valore è variabile, monotono crescente, nel corso dell’analisi. Una
volta definiti i valori dello spostamento d o della forza f, si incrementano
gradualmente i valori dei fattori a o b fino ad una soglia limite determinata, e per
ogni step fino a quello finale, si ricava il valore associato di D o di F.

Come già visto, il comportamento della struttura è generalmente descritto da un


legame forza-spostamento, nel quale la forza è rappresentata dalla sollecitazione di
taglio alla base mentre lo spostamento è quello relativo ad ogni elemento di massa di
mi. Comunque, la curva di capacità varia il suo andamento a seconda che le quantità
applicate siano degli spostamenti oppure un sistema di forze.

Se si vuole analizzare un sistema a più gradi di libertà MDOF, il cui classico esempio
è presentato da un edificio multipiano, il procedimento da attuare è il medesimo: in
questo caso si assume un sistema di forze (o di spostamenti) applicato
orizzontalmente all’altezza di ogni piano, come si vede dall’esempio:

117
Figura 5.16 Schema di applicazione delle forze o spostamenti a un telaio multipiano

In questo caso si fa riferimento alle stesse espressioni in forma vettoriale, dato che la
struttura esaminata non è più descritta in maniera adeguata mediante un solo grado
di libertà. I termini scalari moltiplicativi a e b sono gli stessi del caso SDOF.

Per gli spostamenti si ha:

 =∙

Con

 =  …  

E:

 =  …  

Mentre per le forze:

 =∙

Con:

 =  …  

E:

 =  …  

118
5.5.4. Parametri relativi a forza e spostamento

Affinché si voglia valutare in maniera adeguata la risposta della struttura è


indispensabile riferirsi a un solo parametro rispettivamente per la forza e lo
spostamento. Questa scelta non è imposta ed oggettiva ed è possibile che vada ad
influenzare la soluzione finale, ma nella pratica (specialmente nel caso di edifici)
sono comunemente utilizzati i seguenti parametri:

 Il taglio alla base


 Lo spostamento del baricentro dell’ultimo piano in altezza

Il parametro relativo allo spostamento non ha in realtà alcun fondamento teorico,


ma si ritiene che sia stato utilizzato fin dalle prime applicazioni dell’analisi pushover
relative allo studio delle pile dei ponti. Tuttavia, quasi sempre la scelta ricade su
questi due parametri e conviene seguire questa strada per ottenere confronti più
significativi tra le analisi e il comportamento di strutture diverse.

5.5.5. Trasformazione del sistema SDOF a sistema MDOF (e viceversa)

Le prestazioni antisismiche richieste da un sistema a più gradi di libertà sono nella


maggior parte dei casi differenti rispetto a quelle richieste a un sistema con un
singolo grado di libertà. Questo dipende dal fatto che nei modi di vibrare superiori
al primo avvengono dei fenomeni dovuti agli effetti torsionali, alla diversa
distribuzione delle rigidezze e resistenze relative ai singoli elementi strutturali e al
loro schema statico. Il comportamento effettivo dipende infatti da complesse
interazioni e per descriverlo accuratamente bisogna necessariamente far riferimento
all'analisi dinamica non lineare già menzionata, e che sarà descritta meglio in seguito.

Se si vuole utilizzare comunque l'analisi statica non lineare, si deve innanzitutto


definire un metodo per trasformare il sistema MDOF in sistema SDOF attraverso
delle relazioni che li leghino (ad esempio con il metodo N2, presentato
successivamente), così da confrontare gli spostamenti e le sollecitazioni dei due
sistemi corrispondenti.

Il metodo è caratterizzato dalla definizione di un coefficiente di partecipazione Γ,


con il quale è possibile operare la trasformazione delle grandezze caratterizzanti il
sistema SDOF, cioè m*, F* e d*, a quelle reali del sistema MDOF. Il coefficiente di

119
partecipazione Γ assume sostanzialmente la stessa funzione del coefficiente di
partecipazione modale delle analisi dinamiche, ed è relazionato alle masse e agli
spostamenti definiti per il sistema MDOF.

5.5.6. Controllo delle forze e degli spostamenti

Come già specificato, l'analisi statica non lineare è eseguita mediante un sistema di
forze o spostamenti, entrambi incrementali. I due approcci differiscono in base alla
presenza di effetti in campo plastico non lineare, all'interno dei materiali e in
funzione dello schema strutturale. Infatti, nel caso in cui la struttura avesse un
comportamento sempre in campo elastico, i risultati coinciderebbero, sia
considerando le forze che gli spostamenti.

La differenza consiste nel fatto che se si utilizzano queste forze incrementali, non
potrebbero essere rilevati gli effetti di softening in certe parti della struttura, oppure si
rischia di non considerare la risposta degli elementi strutturali con rigidità molto
bassa. Invece, controllando lo spostamento, si blocca la configurazione deformata
della struttura, o comunque può essere limitata, quindi il risultato può essere diverso
da quello teorico per una struttura che ha la possibilità di muoversi quando è
soggetta alle sollecitazioni derivanti dal sisma. È responsabilità di chi conduce
l'analisi e realizza il relativo modello di scegliere quale approccio applicare, in base
alle caratteristiche del carico a cui è riferita.

Nelle analisi che saranno eseguite sul ponte come caso di studio, saranno utilizzati
entrambi i metodi. Nello specifico, il metodo in controllo di forze verrà utilizzato
per le sollecitazioni verticali gravitazionali, dato che la loro intensità è nota in
partenza con l’analisi dei carichi statici. Invece, il metodo in controllo di spostamenti
sarà utilizzato per l’analisi di spinta orizzontale, che sarà funzione delle sollecitazioni
sismiche, in maniera da analizzare il comportamento della struttura fino al punto di
snervamento ed alla sua conseguente rottura con la formazione di un meccanismo
labile, situazione che si raggiunge con un valore di forza ignoto a priori e che sarà
rivelato dal risultato finale dell’analisi. Con questa finalità si spinge quindi la struttura
in direzione orizzontale con una forza applicata in un punto prefissato, monitorando
quindi i valori di spostamento del punto stesso.

Il risultato di questa procedura è la cosiddetta curva di capacità o curva di pushover,

120
già nominata in precedenza e che sarà studiata in maniera più dettagliata nel
successivo paragrafo.

5.5.7. Curva di capacità (o curva di pushover)

Come visto, la risorsa di resistenza di una struttura a seguito di un evento sismico si


può esprimere mediante la curva di pushover (o di capacità). La forma della curva è
dipendente dalla rigidezza totale k della struttura, oppure della sua inversa cioè dalla
flessibilità. Questi due parametri duali sono dati in funzione delle caratteristiche
geometriche e dei materiali costituenti gli elementi della struttura reale. L’andamento
della curva dipende dal tipo di distribuzione di forze, ed è rappresentata da una
funzione non lineare che restituisce una soluzione considerando l’espressione
seguente:

 =   

Dove D e F indicano rispettivamente i valori di spostamento e quelli delle forze,


inoltre se come di consuetudine alle forze si associa il taglio alla base Vb si ha:

 =   

Figura 5.17 Legame Vb - d nella curva di capacità

121
Nella maggior parte dei casi per strutture standard che, per esempio, hanno un
andamento regolare in altezza, la curva è analoga a quella rappresentata in figura

Figura 5.18 Andamento tipico di una curva di pushover

5.18. La struttura, soggetta all’analisi pushover, è sempre caratterizzata da un tratto


lineare iniziale dovuto all’esplicarsi della rigidezza iniziale elastica. In seguito, dopo il
primo snervamento, la curva assume un andamento curvilineo, in corrispondenza
della fase plastica non lineare. Come già detto, i valori di forza e deformazione
assunti dalla curva di pushover sono funzione delle caratteristiche capacitive di
resistenza e deformazione, riferite ai singoli elementi costituenti la struttura.
Essendo il comportamento iniziale di tipo lineare elastico, tornando alla condizione
iniziale, senza applicare ulteriori forze, non saranno presenti deformazioni residue.
Perciò con questa condizione le possibili caratteristiche non lineari della struttura
non influiscono sul risultato finale. Dopo la fase iniziale, quando la struttura entra
nella fase non elastica, si possono manifestare principalmente tre comportamenti,
identificabili schematicamente nella seguente figura:

122
Figura 5.19 Possibili andamenti della curva di pushover

Quindi, la differenziazione tra le varie curve di pushover afferenti a diverse strutture


avviene proprio nel ramo immediatamente successivo al punto di primo
snervamento dopo la fase elastica lineare: nello specifico può quindi esserci hardening
(primo ramo), softnening (terzo ramo) oppure un comportamento plastico perfetto
detto anche EPP (ramo intermedio).

I differenti comportamenti appena elencati sono dati dalle caratteristiche intrinseche


della struttura, come forma della stessa, e dai materiali utilizzati per la costruzione.
Inoltre, le varie curve sono variabili da un punto di vista quantitativo, in relazione al
valore di taglio massimo ammissibile alla base della struttura e al valore di
spostamento relativo al punto di snervamento o dell’instaurarsi della labilità, oppure
alla lunghezza dei rami elastici ed anelastici. Tutte le quantità elencate possono
essere espresse in termini assoluti o relativi, rispetto ad altre grandezze.

La curva, inoltre, non dipende dalla richiesta di resistenza sismica, infatti è


indipendente dall'azione sismica e la sua forma può rappresentare in maniera
approssimata un tipo di legame costitutivo della struttura. Nel caso in cui un
terremoto causa uno spostamento orizzontale di un punto della costruzione, si può
comprendere il suo comportamento su un punto di tale curva, e di conseguenza una
tipologia definita di danno, dato che la deformazione di tutti gli elementi è
dipendente dallo spostamento della struttura indotto dal moto sismico.

123
Nella pratica progettuale e di verifica delle strutture, è conveniente semplificare la
curva di capacità ottenuta a seguito dell'analisi di spinta, mediante un processo di
linearizzazione: è possibile utilizzare metodi di approssimazione bilineare oppure
trilineari (due o tre spezzate rettificate della curva). Nel grafico seguente è riportato
un esempio di bilinearizzazione, nel quale la curva di capacità, ottenuta rispetto al

Figura 5.20 Esempio di rappresentazione bilineare di una curva di pushover

sistema SDOF, diventa una spezzata a due tratti, che è detta bilineare equivalente.

La procedura di bilinearizzazione consiste in un procedimento di tipo grafico,


mediante il principio di equivalenza delle aree tratteggiate evidenziate in figura. La
curva di capacità che si ottiene è equivalente a quella iniziale, ma composta da tratto
lineare elastico iniziale con pendenza costante, e un secondo tratto costante con
pendenza nulla che definisce il tratto a comportamento perfettamente plastico.
Questa procedura grafica è definita anche da una procedura analitica, in modo da
avere dei valori numerici univoci a cui riferirsi, senza dover ricorrere all'uguaglianza
delle aree. Questa procedura fa proprio parte del metodo N2, già menzionato e che
sarà descritto nel prossimo paragrafo.

Questa semplificazione grafica non è però obbligatoria e possono essere seguite


procedure differenti che possono essere trovate in letteratura. Vale sempre il fatto
che più una curva approssimata si avvicina a quella di partenza reale, più si avrà una
descrizione accurata in termini di risposta della struttura. Però, con una maggiore
accuratezza nella rappresentazione grafica, si hanno maggiori difficoltà di

124
interpretazione del comportamento, quindi è opportuno operare una scelta in base
alla tipologia di struttura esaminata. Comunque, nella quasi totalità dei casi, la curva
avrà la forma di una spezzata, caratteristica di un comportamento elasto-plastico
perfetto (EPP), oppure elastica con andamento diversificato di hardening o
softening dipendente dalla struttura. Con questa rappresentazione bilineare, è
possibile individuare più semplicemente l'andamento dello spostamento del punto di
controllo e le caratteriste di resistenza e snervamento della struttura.

Come ultima osservazione di questo paragrafo si fa notare come sia possibile


interpretare le analisi lineari statiche e dinamiche, con spettro di risposta, come dei
casi particolari dell'analisi pushover. Come si vedrà in seguito, l’analisi statica non
lineare sarà considerata per una valutazione di vulnerabilità sismica della pila del
ponte preso come caso di studio applicativo del metodo, nel quale i risultati in
termini di spostamento verranno confrontati con quelli ottenuti mediante l'analisi
lineare modale della struttura completa.

5.6. Il metodo N2

Come già accennato, il metodo N2 si applica per il secondo step dell’analisi statica
lineare il quale ha la seguente finalità:

 Calcolo del massimo spostamento di un punto definito sulla struttura


(chiamato punto di controllo) a seguito di un evento sismico, funzione del
suo spettro elastico in accelerazione

Questo tipo di analisi lineare statica deve essere quindi considerata come un
passaggio preliminare per l’analisi del comportamento sismico della struttura. Al
contrario degli altri approcci utilizzati, le sollecitazioni che essa rappresenta e il
comportamento strutturale ottenuto come risultato finale sono correlati solamente
all’analisi di spinta compiuta con una forza statica, e non dipendono dalle forze
generate dal terremoto. Si sottolinea infatti, che nella descrizione del procedimento
di analisi statica lineare non sono stati usati i parametri sismici da normativa, e non è
stata definita alcun tipo di domanda sismica. Nelle fasi progettuali e di verifica
l'aspetto più importante è quello di caratterizzare l'insieme delle sollecitazioni alle
quali sarà sottoposta la struttura durante il sisma, e non a quelle massime assolute
che può sopportare come si potrebbe pensare.

125
Al fine di ottenere questo tipo di risultato sono stati proposti vari metodi di seguito
nominati e descritti in maniera sintetica:

 Metodo CSM e Metodo CSM semplificato, acronimo dell’anglosassone


Capacity Spectrum Method; il metodo si basa sulla definizione, per via iterativa,
del punto di funzionamento quale intersezione fra la curva di capacità e
quella della domanda.
 Metodo DCM, acronimo inglese di Displacement Coefficient Method, o metodo
del coefficiente di spostamento; il metodo si basa sulla determinazione dello
spostamento del punto di controllo tramite una correzione della stima del
punto di funzionamento, ottenuta con il metodo CSM, attraverso l’utilizzo di
una serie di coefficienti atti a descrivere la deviazione del comportamento
strutturale reale dal comportamento lineare.
 Metodo MPA, acronimo inglese di Modal Pushover Analysis; il metodo si basa
su un sistema di forze definite attraverso le prime due-tre forme modali
 Metodo N2, dove N2 sta per “non lineare’’ con la lettera “N’’ e “2’’ per i
sistemi utilizzati, ossia i sistemi 1GDL e nGDL; il metodo è basato sul CSM
e fa utilizzo degli spettri anelastici per la definizione della domanda sismica

Quest’ultimo è quello scelto dalla normativa italiana e dagli Eurocodici e per questo
verrà descritto di seguito nei suoi passaggi fondamentali.

5.6.1. Condizione iniziale

Nel metodo N2 sono utilizzati, nella maggior parte dei casi, elementi
monodimensionali con plasticità concentrata alle estremità, ossia vengono utilizzate
le cosiddette cerniere plastiche. È utile quindi dotarsi come dato iniziale del
diagramma momento – curvatura delle sezioni in corrispondenza dei nodi strutturali
(in genere trave-pilastro), con la finalità di ottenere una risposta del modello

126
Figura 5.21 Esempio di diagramma momento - curvatura
numerico aderente a quella della struttura esistente.

Le sollecitazioni subite dalla struttura saranno definite mediante la domanda sismica,


rappresentata dallo spettro elastico in accelerazione. Si considera il piano nel quale in
ordinata sono indicate le accelerazioni spettrali Se, definite in funzione
dell’accelerazione di gravità come multiplo del suo valore g, mentre in ascissa è
presente il periodo naturale della struttura T, espresso in secondi:

Figura 5.22 Spettro iniziale elastico di partenza

Il coefficiente di smorzamento ξ è anch'esso considerato, è infatti un valore fissato


per ogni spettro di risposta come dato iniziale mediante dei parametri necessari alla
sua definizione.

5.6.2. Formulazione della domanda sismica

Utilizzando lo spettro elastico di risposta appena presentato, nel quale in ascissa


sono sempre indicati i periodi T e in ordinata le accelerazioni spettrali chiamate Sael,
in quanto elastiche, si determina lo spettro elastico in spostamento nel cosiddetto
formato ADRS (Acceleration Displacement Response Spectrum). Esso è sempre definito in
relazione alla domanda sismica iniziale per la struttura, ma è ora associato ad una
misura di spostamento e non più di accelerazione.

Nel caso di un sistema elastico ad un grado di libertà (SDOF), è necessario applicare


l’espressione seguente per trasformare lo spettro di partenza in quello ADRS:
!
 = ! ∙ $
4#

127
Dove Sael e Sdel corrispondono ai valori di accelerazione e di spostamento entrambi
ricavati dallo spettro elastico, in funzione del periodo T e allo smorzamento definito
in partenza. La trasformazione è presentata nei due grafici successivi:

Figura 5.23 Trasformazione dallo spettro iniziale nel formato A-T allo spettro nel formato ADRS

Dopo la trasformazione, i periodi sono sempre ricavabili anche nel nuovo piano
ADRS con delle rette radiali a partire dall’origine, la cui pendenza corriponde al
valore (2π/T)², con T espresso sempre in secondi. Come si vede nel secondo grafico
appena presentato, la retta associata al periodo TC nel piano ADRS passa per il
punto dello spettro dove si ha il passaggio tra il tratto con accelerazione costante e
quello a velocità costante.

Anche nell’applicazione di questo metodo, così come nelle analisi di tipo dinamico
lineare, è previsto l’uso di uno spettro anelastico sempre nel formato ADRS. Il
passaggio può effettuarsi attraverso l’introduzione di un fattore di abbattimento
dello spettro Rµ, il quale è correlato alla dissipazione isteretica della struttura nel
campo duttile e generalmente non è lo stesso utilizzato nelle analisi modali di tipo
lineare. La trasformazione è rappresentata di seguito:

128
Figura 5.24 Trasformazione da spettro elastico ADRS (in alto) in spettro anelastico ADRS (in basso)
Nel caso di sistema inelastico ad un grado di libertà SDOF, caratterizzato mediante
la funzione bilineare forza-spostamento definita con la curva di capacità,
l’accelerazione spettrale Sapl e lo spostamento spettrale Sdpl presenti rispettivamente
in ordinata e ascissa del piano ADRS sono quindi determinabili considerando il
fattore Rµ:
$ *
$% = ; % = ∙
&µ &µ 

Nella seconda espressione è presente il fattore di duttilità µ, ricavabile dal rapporto


tra il massimo spostamento δu, e lo spostamento corrispondente al punto di
snervamento della componente strutturale considerata δy.
+,
*=
+-

Mentre il fattore Rµ come già specificato, è un termine che consente di ottenere uno
spettro di domanda ridotto di tipo anelastico rispetto a quello elastico in origine, ed
è correlato alla duttilità che a sua volta dipende dalla dissipazione energetica della
struttura.

Per il fattore Rµ sono proposte, in letteratura, varie formulazioni tra cui quella di
Vidic T., Fajfar P., Fischinger M., [1994] riportata di seguito (sono state operate
diverse semplificazioni in relazione al metodo N2 qui descritto):

&µ = * − 1 ∙ + 1 ;  < 0
0

&µ = * ;  ≥ 0

Il fattore di riduzione Rµ non ha perciò un valore sempre costante, ma è variabile


linearmente in funzione del rapporto tra i periodi T e Tc e del valore di µ (in

Figura 5.25 Andamento del fattore Rµ in relazione al rapporto T/Tc e al fattore di duttilità µ

129
ordinata).

Tc definisce anche in questo caso il periodo dello spettro per il quale si passa dal
tratto di accelerazione costante a quello a velocità costante. In base alle precedenti
relazioni che definiscono Rµ , si deduce che per T>Tc gli spostamenti del sistema
anelastico corrispondono a quelli del sistema elastico, invece per T<Tc gli
spostamenti non sono gli stessi tranne che in situazioni particolari. Nel grafico
riportato di seguito si riportano gli spettri nel piano ADRS, in funzione del fattore di
duttilità µ:

Figura 5.26 Spettri di risposta inelastici al variare di Rµ

Se µ=1 si avrà ovviamente anche Rµ=1 e lo spettro ADRS corrisponde a quello


elastico, con il colore rosso nella parte alta del grafico. Gli spettri in basso
corrispondono ad un fattore di duttilità µ=3 e µ=5, ai quali corrispondono i relativi
fattori di riduzione Rµ, che saranno maggiori del valore unitario.

Anche in questo grafico si evidenziano le rette radiali Tc, corrispondenti ai periodi


caratteristici (TB, TC, TD) degli spettri di domanda anelastici, e la loro pendenza è
variabile in funzione della duttilità µ. Inoltre, si nota che per tutti gli spettri siano essi
anelastici o elastici vale la seguente relazione:

 0  = % 0 

Ovvero che qualsiasi punto compreso tra Tc e Td, gli spostamenti elastici e inelastici
sono coincidenti, confermando quindi l’espressione precedente.

130
5.6.3. Definizione della curva di capacità strutturale

Come visto, la capacità sismica della struttura analizzata è rappresentata mediante la


curva di pushover, dove la struttura è soggetta a forze e spostamenti incrementali in
direzione positiva. La curva è definita con i due parametri considerati che sono lo
sforzo di taglio alla base della struttura e lo spostamento del punto di controllo
scelto in sommità. La funzione di due variabili così ottenuta è quindi rappresentata
sul piano “spostamento del punto di controllo - taglio alla base’’, ed è sempre
ottenuta mediante un'analisi di spinta non lineare. Con l'azione del sistema di forze
applicato, la struttura e tutti i suoi singoli elementi sono portati progressivamente al
punto di snervamento del materiale di cui sono costituiti. Alla fine dell'analisi si
ottiene quindi questa curva incrementale dalla quale si intuisce come la struttura
perda progressivamente la sua rigidezza fino al punto di perdita totale di resistenza
con conseguente collasso. Il grafico appena ottenuto è però rappresentativo di un
sistema a più gradi di libertà (MDOF), e con l’obiettivo di applicare il metodo N2 è
necessario trasformarlo convertendo tutte le grandezze a quelle relative al sistema
corrispondente con un solo grado di libertà (SDOF). Questa conversione è
necessaria poiché le modalità di conversione dello spettro elastico in formato ADRS
e la successiva trasformazione in spettro anelastico sono sempre correlate a un
sistema a un singolo grado di libertà.

È intuitivo che questo tipo di trasformazione presupponga una redistribuzione delle


forze applicate e di conseguenza delle tensioni, le quali vengono a generarsi negli
elementi strutturali durante l'analisi statica non lineare. Queste forze però non
possono essere redistribuite in maniera univoca per qualsiasi tipo di struttura, ma ci
sono diverse interpretazioni che possono portare anche a dei risultati conclusivi
molto differenti. Generalmente si assume che il vettore di queste forze sia
proporzionale ai corrispondenti spostamenti dei nodi ai quali è applicato in relazione
alla massa i-esima della struttura. Di seguito si riporta l'esempio di un telaio
multipiano shear-type nel quale ad ogni livello, dotato di massa concentrata, è
applicata una forza incrementale:

131
Figura 5.27 Distribuzione delle forze proporzionali alle masse di piano

Si utilizza quindi l’espressione seguente:

4 =5∙6∙∆

i cui termini rappresentano:

 P è il vettore delle forze laterali;


 p è il fattore moltiplicativo incrementale delle forze;
 M è la matrice diagonale delle masse del sistema, nella quale sono presenti i
valori delle masse mi di ogni piano;
 ∆ è il vettore degli spostamenti scelti, che, per convenzione, si considerano
quelli corrispondenti alla prima forma modale della struttura.

Sono possibili distribuzioni di forze e spostamenti di tipo uniforme (1) oppure


lineare (2).

Figura 5.28 Distribuzione di forze o spostamenti uniforme e lineare

132
5.6.4. Trasformazione del sistema MDOF al sistema SDOF

Per quanto descritto la struttura dovrebbe essere modellata con un singolo grado di
libertà (SDOF), ma vista la grande variabilità di configurazioni strutturali che
possono trovarsi nella pratica, ciò può non essere sempre realizzabile. In questo
caso è quindi necessario stabilire una relazione che definisca il procedimento
analitico di trasformazione della relazione forza-spostamento del sistema MDOF
(relativo al modello creato per l'analisi sismica) a quella relativa di un sistema

Figura 5.29 Passaggio da sistema MDOF a sistema SDOF

equivalente SDOF.

Dopo aver ricavato la relazione forza-spostamento definita dalla curva di pushover


del sistema MDOF, è necessario trasformare la relazione trovata in funzione di un
sistema SDOF equivalente. Nel seguito si riportano i vari passaggi necessari ad
ottenere la suddetta trasformazione MDOF-SDOF.

Una volta risolto il sistema MDOF disponiamo di:

• Un vettore F = {f1… fi… fn} rappresentante la distribuzione di forze


applicate;
• Un vettore ∆ = {δ1... δι... δn}corrispondente ai relativi spostamenti;
• Una matrice M (diagonale) delle rispettive masse mi (i = 1,…n);

Il taglio alla base, coincidente nei due sistemi, è, ovviamente, dato da:

Vb = ∑fi

La massa m* del sistema equivalente è data da:


n

m* =
 i =1
mi· fi
fn

133
Il fattore Γ per forze e spostamenti è dato da:
n

Γ=
 i =1
mi· fi
n
 i =1
mi· fi ²

Possiamo quindi ricavare la forza ultima F* del sistema equivalente SDOF:


Vb
F* =
Γ· fn

E lo spostamento ultimo D* del sistema equivalente SDOF:


D
D* =
Γ· fn

Lo spostamento al limite elastico Dy* sarà:

Dy* = D*/µ

Mentre la rigidezza nella fase elastica del sistema SDOF:

k*= F*/ Dy*

ne consegue che il periodo equivalente del sistema SDOF è:


m*
T * = 2π
k*

Tuttavia, per la determinazione del fattore di duttilità µ, è necessario procedere alla

Bilinearizzazione della curva di capacità come descritto nel paragrafo successivo.

Si evidenzia come ci sia la possibilità di considerare qualsiasi forma congruente per il


vettore degli spostamenti ∆ sia che esso sia costante o lineare, scegliendo di volta in
volta in base alla configurazione della struttura di partenza. Le componenti del
vettore degli spostamenti si possono considerare normalizzate, quindi lo
spostamento in corrispondenza del livello più in alto è fissato con valore unitario
mentre gli altri ai livelli inferiori sono ricavati in base a delle proporzioni, scegliendo
come pesi le altezze di interpiano rispetto alla quota di base. In ogni caso la scelta
della forma del vettore degli spostamenti deve essere adeguata alla forma della
struttura analizzata.

134
5.6.5. Bilinearizzazione della domanda sismica

Affinché si voglia ottenere una rappresentazione semplificata della curva di capacità


del sistema SDOF equivalente è necessaria, come già detto, una bilinearizzazione
della funzione sempre come successivo passaggio del metodo N2. Quando si
effettua l'analisi pushover inerente a un sistema MDOF associato a una struttura
reale, la curva risultante si presenterà in generale con un andamento abbastanza
continuo crescente e monotono. Questa forma della curva non è però di facile
interpretazione nella pratica, perciò si prevede l’attuazione di un procedimento
grafico, già accennato nel presente capitolo, basato sul concetto di equivalenza
energetica espressa dall’ uguaglianza delle aree sottese dalla bilineare finale e dalla
curva di capacità iniziale, oltre che sulla definizione del punto di snervamento o di
rottura del sistema:

Figura 5.30 Procedura grafica di bilinearizzazione

La procedura consiste essenzialmente nell’imporre una pendenza costante per il


primo tratto e una pendenza pari a zero per il secondo tratto della curva.

La curva bilineare che si vuole ottenere deve incontrare la curva iniziale in


corrispondenza di un livello di forza pari a 0,6 F*bu, dove F*bu rappresentante la
massima forza raggiunta dalla curva. In questo modo si ricava anche la rigidezza
dell’oscillatore SDOF elastico perfettamente plastico equivalente corrispondente alla
pendenza del primo tratto.

135
Si può dimostrare che se è presente un moderato strain-hardening (incrudimento del
materiale), questo non influisce in maniera significativa sulla domanda di
spostamento, invece, nel caso opposto di soft-hardening si ha un aumento
significativo degli spostamenti massimi. Se viene considerata quest'ultima situazione
si conduce una progettazione o una verifica sismica con condizioni più restrittive e a
favore di sicurezza. In ogni caso il metodo presentato oltre a essere presente nelle
NTC, è generalmente accettato per ottenere la bilinearizzazione della curva di
capacità e conseguentemente per il suo l’utilizzo nello studio del comportamento
sismico di una struttura.

Dopo aver ricavato la curva bilineare si definisce il periodo elastico associato:

:∗ ∙ -∗ :∗
 ∗ = 2# ∙ 9 = 2# ∙ 9
-∗ ∗

dove:

 T* è il periodo elastico
 m* è la massa del sistema equivalente SDOF
 D*y è lo spostamento al punto di snervamento ricavato per il sistema
equivalente SDOF
 F*y è la forza di snervamento ricavata per il sistema equivalente SDOF
 k* è la rigidezza ricavata per il sistema equivalente SDOF

5.6.6. Trasformazione della curva di capacità bilineare in formato A-D

Come passaggio conclusivo è necessario trasformare il diagramma bilineare appena


ottenuto in formato F-D (Forza - Spostamento) in formato A-D (Accelerazione -
Spostamento), in modo da ottenere il confronto diretto con lo spettro anelastico nel
piano ADRS, già ricavato in partenza in funzione della domanda sismica.
La trasformazione si ottiene con la seguente relazione, nella quale Sa rappresenta
l’accelerazione spettrale:
∗
$ = ∗
:
5.6.7. Valutazione delle performance strutturali

Lo step conclusivo del metodo N2 consiste nella valutazione del punto di performance

136
della struttura, chiamato Sd, realizzando il confronto tra la sua capacità e la domanda
sismica. Sd rappresenta sia il risultato finale del procedimento, sia il valore finale a
completamento della valutazione della risposta sismica della struttura mediante
l'analisi statica non lineare. Nel punto di performance o funzionamento della
struttura si ha l'uguaglianza tra la domanda sismica caratteristica del sito di
costruzione e la capacità della struttura, ottenendo una valutazione attendibile della
risposta reale del sistema.

Operativamente si riportano sullo stesso piano nel formato A-D (Sd - Sa) gli spettri
di domanda sia elastico che inelastico e la curva di capacità bilineare, già ricavati in
precedenza. Oltre a questi elementi si disegnano, per considerazioni successive,
anche le rette dei periodi calcolati rispettivamente di pendenza Tc e T*.

Figura 5.31 Definizione della domanda sismica per via grafica

Si considera l'intersezione della retta uscente dall’origine e corrispondente al periodo


T*, già calcolato nella fase di bilinearizzazione della curva di capacità, e lo spettro
elastico di domanda: come si vede dal grafico il punto che si ricava definisce in
ordinata il valore spettrale Sael che corrisponde all'accelerazione richiesta da abbinare
al comportamento elastico, mentre in ascissa è presente il corrispondente
spostamento spettrale elastico Sdel. Queste due grandezze sono dipendenti tra loro
tramite la stessa espressione che lega lo spettro iniziale in termini di accelerazione e
quello in termini di spostamento.
!
 = ∙
4# ! $

137
A questo punto si confrontano tra loro i due valori dei periodi T* e Tc,
corrispondenti alla pendenza delle relative rette sul grafico, si considerando i
seguenti casi:

 T*>Tc
 T*<Tc

Quando si ha una risposta di tipo elastico, lo spostamento di performance Sd


corrisponde proprio a quello elastico calcolato con l’espressione precedente, dato
che la duttilità strutturale non influisce sul comportamento della struttura. In questa
situazione non è necessario confrontare i due periodi per ottenere Sd, poiché il
modello non sperimenta alcuno stato di inelasticità causato dalla domanda spettrale,
a cui corrisponde la richiesta di prestazione sismica.

Quando il comportamento della struttura valica il limite elastico, con T*>Tc allora si
ha che Sd=Sdel, ossia gli spostamenti richiesti elastico e inelastico coincidono, come
già visto rispetto al criterio di equivalenza degli spostamenti.

Nel caso T*<Tc la duttilità richiesta dalla struttura è ricavabile mediante la seguente
espressione:
0
µ = ; ∗ − 1 +1
∗
Il termine q* o q(T*) è definito come di seguito (i termini usati sono già stati
definiti):
$  ∗  ∙ :∗
; ∗ = ;  ∗  =
-∗

In base al periodo T* del modello bilineare la procedura descritta distingue in


sistemi rigidi se di breve durata (T*<Tc) e sistemi flessibili se di medio-lunga durata
(T*≥Tc).

Inoltre, sussiste una distinzione in base ai valori ottenuti con le seguenti espressioni:

 Se(T*)
 Fy*/m

In entrambi i casi di sistema rigido e flessibile, si presentano le possibilità di


posizione relativa indicate dalle relazioni:

138
 Se > Fy*/m*
 Se(T*) ≤ Fy*/m*

Per il sistema rigido la domanda di spostamento anelastico dmax*, corrispondente


all’ascissa del punto di intersezione fra la curva di capacità bilineare del sistema
SDOF equivalente e lo spettro di domanda anelastico, è maggiore di quella de,max =
SDe(T*) richiesta, dal medesimo sistema, in regime elastico lineare.

Per il sistema flessibile invece la domanda di spostamento anelastico dmax*, richiesta


dal sistema SDOF equivalente, è la stessa del massimo spostamento de,max = SDe(T*)
che il sistema subirebbe con un comportamento elastico lineare.

Figura 5.32 Sistema rigido, caso 1

Figura 5.33 Sistema rigido, caso 2

139
Nei successivi grafici (Analisi Pushover, Emanuele del Monte, Unifi) si riportano le varie
possibilità, sovrapposti alla curva di capacità bilineare, sono presenti lo spettro
elastico iniziale e quello inelastico, ottenuto con un generico fattore di riduzione q.

Figura 5.34 Sistema flessibile, caso 1

Figura 5.35 Sistema flessibile, caso 2

140
Al termine delle valutazioni grafiche esposte in precedenza, nel caso di q*>1, si può
determinare analiticamente la domanda di spostamento inelastica come:
 0
 = ∙ <1 +  ; ∗
− 1  ∙ =
;∗ ∗

In ogni caso, la domanda inelastica Sd può essere ricavata per via grafica (fig. 5.36),
indipendentemente dal valore assunto da T* relativamente a Tc, come intersezione
tra la curva di capacità bilineare e lo spettro di domanda inelastico funzione del
fattore di duttilità µ secondo l’espressione mostrata in precedenza.

Lo spostamento trovato è in genere denominato punto prestazionale o performance


point (si può abbreviare con PP o P.P.).

Figura 5.36 Performance point

5.6.8. Calcolo del performance point per il sistema MDOF

Nel caso in cui la struttura analizzata sia sempre stata considerata un sistema SDOF
la procedura del metodo N2 termina qui e il valore di spostamento ottenuto Sd* è
proprio quello di performance point per la struttura. Se invece il modello realizzato
è definito mediante un sistema MDOF, è possibile ottenere lo spostamento
massimo Sd,max del punto di controllo scelto con la seguente relazione, che fa uso del
coefficiente di partecipazione modale:

,?$@ = ∗ ∙ A

5.6.9. Valutazioni finali delle prestazioni antisismiche della struttura

Dopo aver calcolato lo spostamento massimo del punto di controllo, si dovranno


valutare le prestazioni della struttura sotto sisma. In particolare, sarà necessario

141
valutare la compatibilità degli spostamenti nelle parti che presentano un
comportamento duttile e delle resistenze dove è presente un comportamento fragile
del materiale o della configurazione strutturale. Si effettua quindi una valutazione
delle prestazioni in corrispondenza dello spostamento massimo calcolato Sd, max, sia
da un punto di vista locale, sia globale su tutti gli elementi della struttura. Ciò può
essere fatto mediante una ulteriore analisi pushover, con controllo dello
spostamento, nella quale viene assegnato al punto di controllo uno spostamento
proprio pari al performance point già calcolato.

Da questa nuova analisi si otterrà, oltre alla solita curva di capacità (la quale
presenterà un ramo più o meno esteso di quella iniziale, ma è ora ininfluente) una
nuova configurazione deformata della struttura e quindi i valori degli spostamenti e
dei parametri della sollecitazione, in relazione allo spostamento di performance
definito. In questo modo si può procedere ad effettuare tutte le verifiche e le
considerazioni per il caso di studio.

Infine, si fa notare come in questa trattazione si è fatto riferimento solamente a


modelli bidimensionali, che descrivono in maniera soddisfacente il comportamento
della maggior parte di configurazioni strutturali. Però, nel caso si voglia applicare il
metodo a un modello tridimensionale per strutture complesse, si dovranno eseguire
due analisi pushover separate nelle due direzioni orizzontali, ottenendo i vari
parametri come gli spostamenti o movimenti relativi tra i piani, rotazioni dei nodi e
collegamenti, sollecitazioni negli elementi fragili etc. Con questi risultati, ottenuti da
ciascuna delle due analisi indipendenti, sarà possibile quindi eseguire una
combinazione quadratica (SRSS) calcolando così gli effetti massimi sulla struttura.

5.6.10. Considerazioni sui limiti e sulle semplificazioni imposte dal metodo N2

A conclusione della descrizione del metodo N2 e più in generale dell’analisi


pushover, si riportano alcune considerazioni, ricavate dalla letteratura
sull’argomento, relative al fatto che si è in presenza di una procedura semplificata di
analisi sismica ed è quindi soggetta ad alcune limitazioni applicative.

L’analisi pushover è basata su un’ipotesi di partenza abbastanza restrittiva, e cioè che


il sistema di spostamenti sia indipendente dal tempo. Questa assunzione rende il
metodo di analisi non affidabile per strutture nelle quali i modi di vibrare superiori al

142
primo sono predominanti in relazione alla massa eccitata, e dove la formazione delle
prime cerniere plastiche causa un significativo cambiamento delle caratteristiche
dinamiche globali. In letteratura si trovano diversi approcci per superare questa
limitazione, anche se in modo parziale: uno di questi è chiamato Modal Pushover (A
modal pushover analysis procedure for estimating seismic demands for buildings; Anil K. Chopra,
Rakesh K. Goel, 2001) che consiste principalmente nel considerare due forme di
spostamento separate ed effettuare un inviluppo dei risultati ottenuti. L’altra
possibilità, decisamente più onerosa e complessa in termini computazionali, è quella
già descritta in precedenza di Adaptive Pushover nella quale come visto si ha una
variazione delle forze laterali ad ogni passo dell’analisi (Adaptive Spectra-Based Pushover
Procedure for Seismic Evaluation of Structures; Balram Gupta M.EERI, Sashi K. Kunnath,
2001).

L’altro aspetto che presenta delle criticità è presentato dal metodo per ricavare la
domanda di spostamento per il sistema SDOF equivalente: come visto questo valore
è funzione del periodo iniziale T* del sistema e può risultare inaccurato e non
determinabile univocamente. Infatti, T* dipende dal primo tratto elastico della curva
bilineare di capacità per il sistema SDOF, il quale a sua volta è associato a un sistema
idealizzato e approssimato della struttura reale. Inoltre, gli spettri anelastici utilizzati
nel metodo sono ricavati, per periodi più lunghi, sull’ipotesi di ugual spostamento
che si ritiene generalmente applicabile solamente per strutture situate su terreni
compatti e quindi più rigidi, che presentano dei cicli isteretici più regolari e completi
(Consistent inelastic design spectra: Strength and displacement; T.Vidic, P.Fajfar, M.Fischinger,
1994). Ciò comporta che se la struttura fosse situata nelle immediate vicinanze di
una faglia, si potrebbero ottenere spostamenti anelastici più piccoli con dei cicli di
isteresi caratterizzati da una forma schiacciata con rilevante deterioramento di
rigidezza e resistenza. Per ovviare in parte a questo problema è stato proposto
l’utilizzo di spettri anelastici adattati con dei fattori di correzione. In presenza di
strutture con periodi bassi, gli spostamenti anelastici sono più sensibili al variare
della loro entità, rispetto ai periodi medio-lunghi. Conseguentemente, si ha una
stima degli spostamenti più approssimata nel caso di periodi medio-corti, ma ciò
risulta ininfluente poiché queste grandezze sono piccole e non influenzano in
maniera significativa il risultato finale.

143
Infine, si evidenzia che, se nel caso il metodo venga utilizzato per modelli strutturali
3D, si potrebbero ottenere risultati per lo più inaffidabili per strutture flessibili
torsionalmente. In tale occasione infatti non si ha un modo principale di vibrare, ma
se ne hanno diversi che partecipano attivamente alla risposta, e risultano quindi
significativi per la valutazione complessiva del comportamento dinamico della
struttura. In questa eventualità è stato proposto di utilizzare due eccentricità
effettive e adeguate al modello realizzato con due analisi pushover separate:
l’inviluppo di queste può dare un risultato confrontabile alle analisi di tipo dinamico.

5.7. Analisi dinamica non lineare

L’analisi dinamica non lineare è indubbiamente il metodo più completo che rende i
risultati migliori in termini della risposta sismica della struttura analizzata. Esso
presenta però molte difficoltà di utilizzo e grande onere computazionale. In questo
tipo di analisi la risposta della struttura, durante l’evento sismico, è ricavata mediante
l’integrazione diretta delle equazioni di moto in determinati intervalli di tempo
ricavati dalla time history del sisma. È sicuramente più accurata dell’analisi non lineare
di tipo pushover, dato che permette di integrare step by step le equazioni di moto di
un sistema a più gradi di libertà e non c’è più la necessità di convertire il sistema
originario MDOF in un sistema SDOF.

Nonostante sia considerata la più completa tra le due analisi non lineari, possiede
alcune criticità che si possono presentare nella pratica professionale.
In particolare, si evidenziano i seguenti aspetti:

 I parametri definiti per l’analisi influenzano il risultato in maniera notevole;


 Questi parametri non sono univoci e il loro utilizzo non è sempre semplice;
 Sono necessarie molteplici analisi, mediante diversi accelerogrammi, al fine di
ottenere un comportamento dinamico realistico della struttura analizzata;
 L’onere computazionale per questo tipo di analisi è rilevante e necessita di
processori molto prestanti, in caso contrario i tempi di calcolo sono molto
lunghi;
 Sussistono delle difficoltà nell’interpretazione dei risultati, e il loro confronto
diretto con i metodi classici di analisi dinamica lineare modale;

144
 Anche la comparazione dei risultati con gli altri metodi di analisi non lineare,
tra cui quella di tipo statico pushover, mette in luce alcune differenze spesso
non trascurabili in termini di valori numerici rilevati per gli spostamenti e le
sollecitazioni a cui sono sottoposti gli elementi strutturali.

I vantaggi dell’analisi dinamica non lineare sono invece:

 Utilizzo di parametri sismici di input affidabili e dettagliati, mediante l’utilizzo


di accelerogrammi spettro – compatibili simulati o reali, riferiti al sito di
costruzione;
 Utilizzo di accelerogrammi virtuali e accelerogrammi reali registrati durante
un evento simico, procedimento non realizzabile con le altre tipologie di
analisi statiche e dinamiche;
 La risposta del modello strutturale è molto aderente al comportamento reale,
non solo perché la forza applicata non è più statica, ma anche perché in essa
sono contenute tutte le non linearità dei componenti strutturali.

L'analisi della storia temporale può essere avviata da un modello tridimensionale


della struttura (utilizzando un software specifico, ad esempio SAP2000). In linea di
principio, il modello tridimensionale sarà lo stesso del modello creato per l'analisi
pushover, quindi si definiscono gli accelerogrammi di riferimento da utilizzare. Per
rappresentare accuratamente le forze e ottenere una serie di risultati estesi, è
necessario che questi ultimi siano ben caratterizzati per la successiva analisi statistica,
cosa impossibile mediante un singolo accelerometro isolato (ad esempio, 7
accelerogrammi sono sufficienti). Ovviamente, per rappresentare tutti gli elementi a
cui è assegnato un comportamento non lineare, deve essere utilizzato un modello
costitutivo non lineare e l'energia dissipata dalla struttura nel ciclo di isteresi deve
essere considerata in maniera corretta. Per quanto riguarda le caratteristiche di ogni
accelerogramma, ogni normativa le definisce in maniera dettagliata e analitica,
compreso il numero minimo di accelerogrammi da considerare.

Nel grafico seguente è riportato un accelerogramma di esempio.

145
Figura 5.37 Accelerogramma esemplificativo

Dal grafico si nota come l’accelerazione varia in funzione del tempo di durata del
sisma, riportato in ascissa. Il valore iniziale corrisponde ad una accelerazione pari a
zero così come il tempo, per poi aumentare gradualmente l'intensità fino a giungere
in un determinato istante, a partire dal quale si ha il progressivo annullamento e il
termine dell’azione sismica. L’accelerogramma è quindi una simulazione numerica e
grafica di ciò che accade proprio in termini di accelerazione durante il terremoto, in
funzione di questo parametro è quindi possibile calcolare la sollecitazione e gli
spostamenti della struttura ad ogni istante dell’evento.

5.7.1. Analisi dinamica non lineare nelle norme tecniche per le costruzioni

Di seguito si riporta in maniera diretta quanto è specificato all’interno delle Norme


Tecniche delle Costruzioni del 2018, in relazione alla definizione delle analisi di tipo
time histories (§ 7.3.4.2):

‘’Gli stati limite, ultimi e di esercizio, possono essere verificati mediante l’uso di storie temporali del
moto del terreno artificiali o naturali. Ciascuna storia temporale descrive una componente,
orizzontale o verticale, dell’azione sismica; l’insieme delle tre componenti (due orizzontali, tra loro
ortogonali, ed una verticale) costituisce un gruppo di storie temporali del moto del terreno. La
durata delle storie temporali artificiali del moto del terreno deve essere stabilita sulla base della
magnitudo e degli altri parametri fisici che determinano la scelta del valore di ag e di SS. In assenza
di studi specifici, la parte pseudo-stazionaria dell’accelerogramma associato alla storia deve avere
durata di 10 s e deve essere preceduta e seguita da tratti di ampiezza crescente da zero e decrescente

146
a zero, in modo che la durata complessiva dell’accelerogramma sia non inferiore a 25 s. Gli
accelerogrammi artificiali devono avere uno spettro di risposta elastico coerente con lo spettro di
risposta adottato nella progettazione.

La coerenza con lo spettro di risposta elastico è da verificare in base alla media delle ordinate
spettrali ottenute con i diversi accelerogrammi, per un coefficiente di smorzamento viscoso equivalente

Figura 5.38 Esempio di accelerogramma simulato sovrapposto allo spettro di risposta elastico di riferimento

Β del 5%. L'ordinata spettrale media non deve presentare uno scarto in difetto superiore al 10%,
rispetto alla corrispondente componente dello spettro elastico, in alcun punto del maggiore tra gli
intervalli 0,15s ÷ 2,0s e 0,15s ÷ 2T, in cui T è il periodo proprio di vibrazione della struttura in
campo elastico, per le verifiche agli stati limite ultimi, e 0,15 s ÷ 1,5 T, per le verifiche agli stati
limite di esercizio. Nel caso di costruzioni con isolamento sismico, il limite superiore dell’intervallo
di coerenza è assunto pari a 1,2 Tis, essendo Tis il periodo equivalente della struttura isolata,
valutato per gli spostamenti del sistema d’isolamento prodotti dallo stato limite in esame. L’uso di
storie temporali del moto del terreno artificiali non è ammesso nelle analisi dinamiche di opere e
sistemi geotecnici. L’uso di storie temporali del moto del terreno generate mediante simulazione del
meccanismo di sorgente e della propagazione è ammesso a condizione che siano adeguatamente
giustificate le ipotesi relative alle caratteristiche sismogenetiche della sorgente e del mezzo di
propagazione e che, negli intervalli di periodo sopraindicati, l’ordinata spettrale media non presenti
uno scarto in difetto superiore al 20% rispetto alla corrispondente componente dello spettro elastico.
L’uso di storie temporali del moto del terreno naturali o registrate è ammesso a condizione che la
loro scelta sia rappresentativa della sismicità del sito e sia adeguatamente giustificata in base alle
caratteristiche sismogenetiche della sorgente, alle condizioni del sito di registrazione, alla magnitudo,
alla distanza dalla sorgente e alla massima accelerazione orizzontale attesa al sito.

147
Le storie temporali del moto del terreno registrate devono essere selezionate e scalate in modo tale che
i relativi spettri di risposta approssimino gli spettri di risposta elastici nel campo dei periodi propri
di vibrazione di interesse per il problema in esame. Nello specifico la compatibilità con lo spettro di
risposta elastico deve essere verificata in base alla media delle ordinate spettrali ottenute con i diversi
accelerogrammi associati alle storie per un coefficiente di smorzamento viscoso equivalente Β del 5%.
L'ordinata spettrale media non deve presentare uno scarto in difetto superiore al 10% ed uno scarto
in eccesso superiore al 30%, rispetto alla corrispondente componente dello spettro elastico in alcun
punto dell’intervallo dei periodi propri di vibrazione di interesse per l’opera in esame per i diversi
stati limite.’’

L’analisi dinamica non lineare sarà utilizzata per l’analisi sismica della struttura da
ponte esaminata all’interno della presente trattazione e nello specifico sarà utilizzata
la cosiddetta ‘’Fast Nonlinear Analisys - FNA’’ mediante il software SAP2000. Con
questa finalità sono stati utilizzati sette diversi accelerogrammi corrispondenti ad
altrettante analisi dinamiche non lineari, relativi allo spettro di risposta del sito
considerato, per una durata totale di 30 secondi ciascuno.

5.7.2. Fast Nonlinear Analisys (FNA)

A conclusione della panoramica delle tipologie di analisi sismica più utilizzate, si


descrive l’analisi FNA, certamente più recente e innovativa rispetto alle altre: in
ambito accademico italiano le sue caratteristiche teoriche e applicative sono state
riportate nell’articolo denominato “La potenzialità delle FNA nell’analisi dinamica non
lineare di strutture dotate di sistemi avanzati di protezione sismica” a cura di Stefano Sorace,
Gloria Terenzi e Leonardo Bandini della Scuola di Ingegneria di Firenze. È un tipo
di analisi dinamica non lineare indirizzata a tipologie di strutture specifiche,
specialmente quelle dotate di dispositivi in cui si ha la dissipazione delle forze
sismiche agenti.

Negli ultimi anni si è assistito a una forte propensione, da parte delle normative
sismiche, allo svolgimento di analisi sismiche innovative anche in campo non lineare
sia statico, come la già citata analisi pushover, che dinamico con l’integrazione
diretta delle equazioni di moto. Per tale ragione, è necessaria una conoscenza
esauriente delle tecniche di risoluzione numerica e computazionale, riferite al
comportamento in campo plastico non lineare delle strutture. Questa tipologia di

148
analisi, riferita a sistemi di semplice interpretazione, dove è possibile considerare i
singoli elementi mediante modelli isteretici a plasticità concentrata, è realizzabile con
software e codici di calcolo di ampia diffusione come per esempio SAP2000 e altri,
senza doversi rivolgersi ad altri strumenti di calcolo più complessi, utilizzati per lo
più in ambito accademico con finalità di ricerca.

Il recente e diffuso utilizzo di tecnologie avanzate per la protezione sismica delle


strutture, per le quali si prevede la messa in opera di dispositivi atti a diminuire
l’input sismico che operano quasi sempre con leggi in campo non lineare, ha portato
i vari software ad aggiornarsi ed aggiungere delle librerie per considerare dei nuovi
parametri di calcolo. Con queste considerazioni, si intuisce che il numero di elementi
finiti il cui comportamento avviene in campo non lineare sia piuttosto limitato, in
confronto alla totalità di elementi costituenti (per esempio la struttura completa di
un ponte), per i quali può essere sempre assunto un comportamento elastico ai fini
progettuali. Risulta quindi particolarmente conveniente, per le analisi dinamiche non
lineari, evitare di utilizzare un procedimento algoritmico di calcolo che passi per
l’assemblaggio delle matrici di rigidezza dell’intero sistema e relativa soluzione ad
ogni passo dell’intero sistema di equazioni di equilibrio (detto anche metodo ‘’Brute
Force’’), poiché si otterrebbe solamente una dilatazione dei tempi per l’elevato onere
computazionale richiesto, e la soluzione finale non avrebbe comunque un livello di
accuratezza più elevato.

Nel caso di modelli strutturali con un numero esiguo di elementi non lineari, come
appunto i dispositivi di smorzamento e isolamento sismico presenti nei ponti tra le
sottostrutture e l’impalcato già descritti qualitativamente nel capitolo dedicato, è
stata proposta da Wilson nel 1993 e in seguito da alcuni software commerciali, il
metodo risolutivo chiamato Fast Non Linear Analysis (abbreviato FNA), il quale è
basato proprio sugli effetti inelastici della struttura applicati in punti discreti del
modello associato.

Questa tecnica analitica di risoluzione non è dipendente dall’integrazione diretta


delle equazioni di moto, ma bensì opera con un approccio differente mediante
l’estensione al campo non lineare del metodo dell’analisi modale, facendo uso dei
cosiddetti vettori di Ritz (Load Dependent Ritz vector, LDR) che dipendono dal carico
applicato. Infatti, le forze non lineari sono trattate come carichi esterni e un set di

149
LDR viene generato per descrivere in maniera accurata gli effetti sulla struttura di
queste forze. Ad ogni step temporale nel quale viene discretizzata l’analisi dinamica,
solamente la risposta degli elementi a non linearità concentrata viene sottoposta a un
processo di calcolo iterativo incrementale, e al contrario le matrici di rigidezza e
smorzamento viscoso relative alla maggior parte del modello non sono aggiornate al
passo poiché sono considerate in campo elastico. Con questa procedura si ottiene
una drastica riduzione dei tempi di elaborazione, soprattutto nel caso di sistemi
strutturali con molti gradi di libertà, e si rende questo tipo di analisi alla portata dei
normali processori utilizzati in ambito professionale. Si può affermare che i tempi di
calcolo sono assimilabili a quelli di un’analisi modale, sempre nel caso di strutture
che presentino un limitato numero di elementi non lineari.

Nell’articolo sono presentate inoltre delle valutazioni circa la convergenza del


processo numerico ed il relativo impegno computazionale oltre che alcuni casi di
studio tra cui l’esempio di utilizzo di un dispositivo di isolamento elastomerico e
relativa caratterizzazione delle proprietà di rigidezza.

Figura 5.39 Caratterizzazione fisica di un dispositivo di


isolamento elastomerico

È dimostrato che i risultati ottenuti con l’analisi di tipo FNA sono coincidenti con
quelli ricavabili dall’integrazione diretta, con tempi di calcolo drasticamente ridotti,
sempre considerando delle strutture che presentino le caratteristiche specificate in
precedenza.

Un’applicazione pratica di questo metodo sarà eseguita per l’analisi sismica dinamica

150
per il ponte oggetto del caso di studio mediante accelerogrammi spettro-compatibili,
nel quale, come si vedrà, sono presenti degli appoggi elastomerici tra l’impalcato e le
sottostrutture che rappresentano proprio gli elementi non lineari considerati
maggiormente nelle fasi iterative dell’algoritmo risolutivo caratteristico della FNA.

5.8. Generalità della verifica sismica

Qualunque analisi si prenda in considerazione, il criterio fondamentale per eseguire


correttamente una verifica sismica è quello di confrontare domanda e capacità. La
domanda sismica, come noto, rappresenta l’insieme delle azioni alle quali una
struttura è sottoposta, durante un sisma, mentre la capacità è l’insieme delle sue
risorse di resistenza a contrasto dell’azione delle forze causate dal terremoto.
Quando la riserva di resistenza della struttura viene a mancare totalmente, si verifica
il collasso, come primo meccanismo che viene a verificarsi a causa delle
sollecitazioni derivanti principalmente dalle azioni sismiche orizzontali. Per evitare
questo fenomeno è necessario individuare e identificare la presenza di eventuali
danni strutturali confrontando la domanda e la capacità.

Per questo, dopo aver analizzato i tratti fondamentali dei possibili metodi di analisi
sismica utilizzati nella pratica professionale ed evidenziando quelli che saranno
utilizzati nello studio della struttura da ponte nella presente tesi, cioè quella di tipo
lineare dinamico e quelle non lineari sia di tipo sia statico (Pushover) che dinamico,
si passa alla descrizione dei parametri necessari per la verifica sismica in generale che
saranno in seguito meglio definiti per il caso di studio.

5.8.1. Parametri per la domanda, finalizzati all’analisi sismica di una struttura

Ai fini del calcolo della domanda sismica è necessario definire le caratteristiche del
suolo e altri parametri relativi alla vita e al tipo della struttura secondo le indicazioni
della normativa. A tal fine, lo strumento utilizzato è lo spettro in periodo e
accelerazione, nel formato riportato nelle NTC 2018. Per caratterizzare lo spettro di
riferimento sono necessari dei parametri preliminari definiti, alcuni dei quali comuni
a tutte le tipologie di opera, mentre altri possono essere più specifici, ad esempio per
particolari tipologie di strutture o per le caratteristiche particolari del terreno sul
quale sono ubicate.

151
5.8.2. Parametri per la capacità, finalizzati alla valutazione delle prestazioni sismiche

Una volta ottenuti i parametri di partenza per la definizione della domanda sismica,
è necessario quindi ottenere quelli relativi alla capacità. Con questa finalità vengono
presi definiti i principali meccanismi di collasso, i quali dovranno essere considerati
nelle verifiche degli elementi strutturali di un ponte:

 Collasso per creazione di un meccanismo alla base delle spalle e della pila;
 Collasso per rotazione ultima alla base delle spalle e delle pile;
 Collasso causato dalla perdita d’appoggio e scivolamento dell’impalcato;
 Collasso per rotture parziali o complete dei dispositivi di appoggio.

Quando si calcola la capacità, la resistenza dell'impalcato non viene considerata


perché è di diversi ordini di grandezza maggiore rispetto alla resistenza degli altri
elementi, soprattutto se si considerano i meccanismi di collasso appena elencati.
Infatti, tranne che per il suo contributo alla rigidità assiale a contrasto delle
sollecitazioni orizzontali, l'impalcato non contribuisce alla risposta sismica e il suo
comportamento rimane sempre in fase elastica.

5.9. Definizione della domanda sismica

Come si è visto, la verifica sismica è basata sostanzialmente sul confronto tra la


domanda e la capacità. La capacità di una struttura, e quindi anche di quella che sarà
analizzata, è definita tramite la realizzazione di un modello di analisi agli elementi
finiti (FEM) che verrà descritte nel capitolo successivo per la struttura in esame. La
domanda sismica è invece descritta, nella pratica, mediante gli spettri di risposta, e
quindi attraverso le informazioni e con i valori dei parametri ad essi collegati. Gli
spettri costituiscono uno strumento agevole in fase applicativa, ed è attualmente
quello più usato nelle fasi progettuali e di verifica. Nelle analisi non lineari time
history, sia la domanda che la capacità sono invece considerate in un unico processo,
mentre per l'analisi pushover il confronto viene effettuato in una fase successiva con i
metodi già descritti nello specifico nei precedenti paragrafi.

Per caratterizzare la domanda sismica di un luogo si fa sempre riferimento gli spettri


di risposta presenti nella normativa attualmente vigente. Per la loro definizione e per
la determinazione dei parametri numerici che li caratterizzano, ci si può affidare al
foglio di calcolo elettronico fornito ufficialmente dal Consiglio Superiore dei Lavori

152
Pubblici. Per la definizione della domanda sismica del ponte analizzato non sono
state utilizzate le tabelle in allegato alle Norme Tecniche per le Costruzioni del 2018
per la pericolosità sismica, dato che non sono necessari per il caso di studio. I valori
di riferimento saranno riportati nel prossimo capitolo dedicato all’analisi della
struttura presa in esame.

153
6) Ponte Mezzana – Perfetti Ricasoli: Modellazione FEM e
Analisi Sismica
6.1. Descrizione del ponte analizzato come caso di studio

Nel presente paragrafo si riporta una descrizione qualitativa relativa al ponte esistente
preso in considerazione come caso di studio. Sarà effettuata una modellazione agli
elementi finiti finalizzata all’analisi della risposta e alla valutazione della vulnerabilità
sismica della struttura.

6.1.1 Ponte ‘’Perfetti Ricasoli – Mezzana’’

Il ponte, denominato “Perfetti Ricasoli - Mezzana”, è una delle infrastrutture


principali della Strada Provinciale MPR (Mezzana – Perfetti Ricasoli) nell’area
metropolitana di Firenze realizzato nel 2019 nel comune di Sesto Fiorentino (FI)
come completamento della suddetta strada, andando a scavalcare la A1 in
corrispondenza della progressiva 279+65 km.

Figura 6.1 Localizzazione del ponte

Dal punto di vista dello schema statico strutturale, il suddetto ponte presenta due
campate, ciascuna di luce pari a 66,0 m. L’impalcato, la cui tipologia è a struttura mista
acciaio – calcestruzzo, ha una larghezza costante di 13,50 m (vedi fig. 6.2) per l’intero

154
sviluppo dell’opera ed è composto da due travi longitudinali a sezione variabile solidali
alla sovrastante soletta in cemento armato il cui spessore è costante ed è pari a 30 cm.

Figura 6.2 Sezione longitudinale del ponte

Figura 6.3 Vista aerea del ponte sovrastante l’autostrada A1

Dal punto di vista stradale (vedi fig. 6.4), la sezione trasversale, che ospita il piano
viabile di larghezza 10,50 m è composta da:

 due corsie di marcia da 3,75 m che costituiscono la sede stradale;


 due cordoli da 1,50 m, ciascuno per l’alloggiamento della barriera di sicurezza,
del parapetto e del marciapiede di servizio.

In questa sede sarà preso in esame il progetto originario. Tuttavia in corso d’opera
sono state apportate alcune varianti. In particolare, per agevolare le operazioni di varo,
le travate sono state poste in opera ad altezza costante.

155
Figura 6.4 Sezione tipo impalcato

La struttura principale dell’impalcato è costituita da due travi ad I ad interasse di 7500


mm, saldate composte in acciaio S355. Entrambe le travi in progetto presentano, a
cavallo della pila centrale, un tratto di circa ventotto metri ad altezza variabile da
4300mm (asse pila) ÷ 3000 mm (verso le spalle), mentre le parti restanti sono ad
altezza costante pari a 3000 mm (v. figura 6.2). Trasversalmente le travi principali sono
collegate tra loro da traversi reticolari lungo la sezione corrente e da traversi ad anima
piena in corrispondenza dei sostegni verticali (spalle e pila centrale).

Figura 6.5 Planimetria

156
La soletta ha spessore totale di 30 cm, è in conglomerato cementizio gettato (classe di
resistenza C32/40) gettato in opera su lastre tralicciate prefabbricate tipo predalles, con
i tralicci metallici di altezza 190 mm e fondelli in calcestruzzo armato (classe di
resistenza C35/45) di spessore 7cm. La connessione strutturale tra soletta e travi
metalliche è assicurata da pioli metallici tipo Nelson, opportunamente distribuiti lungo
le travi.

I dispositivi d’appoggio sono in gomma elastomerica; tali appoggi solidarizzano


l’impalcato alle spalle sia in senso trasversale che longitudinale, mentre, sulla pila il
grado di vincolo viene garantito solo in senso trasversale, lasciando libero lo
scorrimento relativo tra pila e impalcato in senso longitudinale. La disposizione dei
suddetti dispositivi d’appoggio è schematicamente rappresentata nella seguente figura.

Figura 6.6 Pianta dello schema degli appoggi

Le sottostrutture sono composte dalle due spalle e dalla pila in cemento armato
ordinario gettato in opera. Le travi sono continue sull’appoggio centrale. Le classi di
resistenza in progetto sono: C28/35 per i plinti di fondazione delle spalle, elevazione
delle stesse e plinto della pila; C32/40 per l’elevazione di quest’ultima.

Le spalle, del tipo tradizionale in c.a., presentano una pianta a forma di C, composta
dal muro frontale di spessore costante pari 2.30 m e dai muri laterali che, invece, sono
a spessore variabile, da 0.40 m in testa a circa 1.50m alla base. Completano le spalle,

157
il plinto di fondazione con pianta rettangolare di lati 15.80x16.00 m, con spessore
costante pari a 2.20 m.

La fondazione di ciascuna spalla è realizzata su 25 pali trivellati di grande diametro


∅1200, aventi lunghezza di 25m.

La pila centrale è costituita da un setto di spessore pari a 1.30 m. In verticale la sezione


del fusto pila è variabile con larghezza di 7.05 m alla base a 9.80 m in sommità. La
fondazione è composta da un plinto, avente dimensioni in pianta di 12.00x7.40 m e
spessore 2.00m. La fondazione è realizzata su 11 pali trivellati ∅1200 lunghi 24.00m.

Figura 6.7 Vista inferiore dell'impalcato e pila centrale

Per i pali di fondazione, sia delle spalle sia della pila, è stato utilizzato un calcestruzzo
con classe di resistenza C25/30. Per tutte le opere in cemento armato le armature
sono in acciaio B450C, come da normativa.

Si riporta di seguito una sintesi delle caratteristiche principali del ponte considerato
per l’analisi:

 Altezza max da terra: 8 m circa;

 Due campate di luce 66 m e 0.80m di retro-trave per uno sviluppo


complessivo di 133.60 m;

 Altezza delle travi variabile da 3.00 (in campata) a 4.30 m (in asse pila);

158
 Soletta in cemento armato gettato in opera su lastre prefabbricate,
spessore 23+7cm;

 Fondazioni della pila costituita da 11 pali ∅ 1200 mm di lunghezza


24.0 m;

 Fondazioni delle spalle costituite ciascuna da 25 pali ∅ 1200 mm di


lunghezza 30.0 m;

 Appoggi in gomma elastomerica (unidirezionali longitudinalmente sulla


pila).

La struttura in esame verrà descritta in maniera più approfondita nei successivi


paragrafi dedicati alla sua modellazione strutturale in ambito FEM, e alla sua
valutazione per la riposta e la vulnerabilità sismica.

6.2. Parametri per la domanda sismica

Il primo step finalizzato alla modellazione e all’analisi sismica di una struttura


esistente, come il ponte analizzato ai fini di studio, è quello di definire i parametri
relativi alla sismicità dell’area interessata dalla costruzione come definiti dalle NTC
2018.

Di seguito sono riportati i valori dei parametri sismici da normativa utilizzati:

Stato Limite: Stato limite di Salvaguardia della Vita (SLV)

 Vita nominale VN=50 anni

 Classe d’uso: IV

 Coefficiente d’uso cu=2,0

 Periodo di riferimento VR=100 anni

 Categoria di terreno: tipo C (categoria che la normativa descrive come formata


da “depositi di terreni a grana grossa mediamente addensati o terreni a grana fina
mediamente consistenti con spessori superiori a 30 m, caratterizzati da un graduale
miglioramento delle proprietà meccaniche con la profondità”); la categoria di terreno è
stata ricavata da prove geotecniche di tipo sismico in funzione delle cosiddette
‘’onde di taglio’’ non riportate in dettaglio nella presente analisi

159
In base a questi criteri si arriva alla definizione del tempo di ritorno dell’evento sismico
utilizzato per il calcolo della domanda sismica:

 Tr = 949 anni

Ciò significa che un terremoto dell’intensità scelta accade mediamente, cioè con una
probabilità statistica, una volta ogni 949 anni.

6.2.1 Spettro di risposta per il ponte ‘’Mezzana – Perfetti Ricasoli’’

Lo spettro di progetto è definito attraverso i seguenti parametri, alcuni già citati e


comunemente utilizzati per l’analisi sismica dei ponti.

La prima fase è l’individuazione della localizzazione del ponte e la descrizione della


pericolosità del sito:

 Regione: Toscana

 Provincia: Firenze

 Comune: Sesto Fiorentino

 Longitudine: 11.1635

 Latitudine: 43.8404

La zona in cui ricade il comune, secondo l’attuale suddivisione del territorio nazionale,
è:

 Zona 3

 Il foglio Excel, dato dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, utilizza le
coordinate ISTAT del comune per identificare il sito:

Figura 6.8 Localizzazione del sito

160
 Il controllo sul reticolo restituisce la correttezza dell’interpolazione effettuata,
poiché il sito in esame è interno alla maglia del reticolo:

Figura 6.9 Nodi del reticolo intorno al sito

La seconda fase consiste nella scelta della strategia di progettazione da adottare. In


questo caso si assume:

 Vita nominale della costruzione: 50 anni

 Coefficiente d’uso della costruzione: 2

Di conseguenza il periodo di riferimento per il ponte in oggetto risulta:

 Periodo di riferimento per la costruzione: 100 anni

A seguito dei valori inseriti si ottengono i periodi di ritorno per la definizione


dell’azione sismica a seconda dello stato limite (Stato Limite di Esercizio SLE o Stato
Limite Ultimo SLU) che si andrà a considerare, e la relativa probabilità di
accadimento:

 Stato limite di operatività: 60 anni (probabilità di accadimento 81%)

 Stato limite di danno: 101 anni (probabilità di accadimento 63%)

 Stato limite di salvaguardia della vita: 949 anni (probabilità di accadimento


10%)

 Stato limite di collasso: 1950 anni (probabilità di accadimento 5%)

Lo stato limite di operatività e lo Stato Limite di Danno fanno parte della categoria
degli Stati Limite di Esercizio (SLE), mentre lo Stato Limite di Salvaguardia della Vita
e lo Stato Limite di Collasso fanno parte della categoria degli Stati limite Ultimi (SLU).

Il sisma considerato per queste analisi è quello corrispondente allo Stato Limite di

161
Salvaguardia della Vita (SLV).

Viene qui presentato un grafico riassuntivo, che mostra la strategia di progettazione


scelta, in relazione a quella adottata per costruzioni ordinarie. Nel grafico, in grigio
sono raffigurati i punti di una strategia ordinaria mentre in rosso i punti di quella
selezionata. Si nota come i periodi di ritorno TR scelti nella strategia attuale siano più
elevati rispetto a quelli per una strategia ordinaria, fatto dovuto all’importanza
determinante delle opere considerate ed alla conseguente scelta dei parametri iniziali:

Figura 6.10 Strategia di progettazione scelta

L’ultima fase è la vera e propria determinazione dell’azione di progetto. Per prima


cosa è chiesto di inserire lo Stato Limite da considerare nella progettazione. In questo
caso:

 Stato Limite considerato: SLV

Successivamente vanno inseriti i parametri di risposta sismica locale, che


comprendono:

 Categoria di sottosuolo: C

 Categoria topografica: T1

Come ultimo passaggio è necessario inserire il coefficiente di struttura q0 per


considerare gli effetti inelastici della struttura ed arrivare quindi all’eventuale
definizione dello spettro di progetto inelastico allo Stato Limite Ultimo, a partire da
quello elastico definito allo Stato Limite di Esercizio. Le NTC2018 al §7.9.2.1
forniscono indicazioni sui valori da assumere per il fattore di comportamento q0. Nel
nostro caso assumeremo, in favore di sicurezza, un comportamento non dissipativo.
Quindi:

 Fattore q0 per le spalle e le pile: 1

162
In questo modo non si considerano escursioni in campo plastico delle sottostrutture.
Se, al contrario, questo fosse stato fatto, le azioni a cui essa sarebbe stata sottoposta
avrebbero presentato un’intensità ridotta, rispetto a quelle in realtà attribuite, poiché
un fattore di struttura maggiore di 1 abbassa i valori in ordinata dello spettro di
risposta, e quindi anche i valori di accelerazione a cui la struttura è soggetta.

A questo punto, dopo aver inserito tutti i parametri ed i valori nel software, si ottiene
come risultato il grafico dello spettro di progetto sia per la componente orizzontale
che quella verticale del sisma.

Figura 6.11 Spettri di risposta per la componente orizzontale e verticale

Le espressioni analitiche del grafico sono riportate nel riquadro seguente, estratto dalla
normativa:

163
Oltre ai grafici ed ai punti dello spettro di risposta, è presente anche un elenco di
valori numerici, i quali saranno utili nel seguito, tra cui:

 ag = 0,171 g

 F0 = 2,394

 Tc*= 0,311

 S = 1,859

 TB = 0,190

 Tc = 0,479

 TD = 2,284

6.3. Modelli FEM delle spalle, della pila centrale e degli appoggi

Nei ponti a più campate come quello oggetto dell’analisi, le spalle, le pile e gli appoggi
rappresentano gli elementi più vulnerabili all’azione sismica. Per questa motivazione,
viene svolta un’analisi preliminare per tali strutture considerate singolarmente.
Vengono quindi creati dei modelli agli elementi finiti costituiti solamente da queste
parti con idonea geometria, condizioni di vincolo e leggi costitutive dei materiali.
Generalmente la modellazione di tali elementi sarà costituita come rappresentato nella

164
figura seguente:

Figura 6.12 Modello schematico della sottostruttura e degli appoggi del ponte

6.3.1 Definizione dei materiali

Le prime proprietà della struttura da inserire nel modello agli elementi finiti sono i
materiali e le loro caratteristiche. Nel caso dell’analisi delle spalle e delle pile del ponte,
i materiali costituenti sono essenzialmente il calcestruzzo e la relativa armatura in
acciaio.

Per il calcestruzzo, come già riportato nella descrizione qualitativa del ponte nel
capitolo 2, si ha:

 Classe del calcestruzzo utilizzato per le spalle: C28/35


 Classe del calcestruzzo utilizzato per la pila centrale: C32/40

I principali dati da inserire (con le unità di misura coerenti, prima elencate):

Calcestruzzo C28/35

 Peso per unità di volume: 0,000025 N/mm3


 Modulo di elasticità: 32300 MPa
 Resistenza caratteristica cilindrica a compressione: 28,0 MPa

Calcestruzzo C32/40

 Peso per unità di volume: 0,000025 N/mm3


 Modulo di elasticità: 33300 MPa
 Resistenza caratteristica cilindrica a compressione: 32,0 MPa

Nel caso di analisi non lineari il comportamento dei materiali è descritto mediante
modelli non lineari, in generale basati sui parametri seguenti:

165
 fck: resistenza caratteristica del calcestruzzo
 Ecd = Ecm / ϒCE: modulo elastico del calcestruzzo (ϒCE=1,2)
 Fyk: tensione di snervamento caratteristica dell’armatura
 Es: modulo elastico dell’armatura

Relativamente all’acciaio che costituisce l’armatura della spalla e della pila, del tipo:

 Acciaio di armatura: B450C

I valori richiesti per l’analisi risultano:

 Peso per unità di volume: 0,000078 N/mm3


 Modulo di elasticità: 210000 Mpa
 Resistenza caratteristica a snervamento: 450 MPa
 Resistenza caratteristica ultima (a rottura): 540 MPa

6.3.2 Definizione del modello FEM delle spalle

Come primo step si definisce il modello delle due spalle del ponte, le quali hanno la
stessa geometria strutturale per entrambi i lati come rappresentato nelle figure
successive.

Figura 6.13 Sezione trasversale e longitudinale e pianta della spalla

166
Figura 6.14: Pianta delle spalle

Le due spalle sono costituite da platee in c.a di dimensioni in pianta 16,60x15,80 m


dello spessore di 2,20 m fondate su pali trivellati sempre in c.a del diametro di 120 cm
disposti in gruppi 5x5 con interassi nelle due direzioni di 3,50 e 3,70 m. Si hanno poi
le pareti disposte a C in modo da contenere il rilevato stradale, con un’altezza di 10,90
m, e costituire gli appoggi del ponte. Ovviamente si è dovuto considerare il peso del
terreno sulla fondazione e la relativa spinta sulle pareti laterali di contenimento.

Gli spessori alla base sono di 2,30 e 1,50 m e vanno rastremandosi con l’altezza.

La platea viene modellata con elementi tipo ‘’shell’’ a 4 o 3 nodi poggiati su suolo
elastico alla Winkler.

La costante di reazione viene assunta relativamente bassa in modo che la maggior


parte del carico venga trasmessa ai pali. Si è quindi assunto Kt = 0.005 KN/cm³.

167
Figura 6.15 Sistema di riferimento per gli elementi shell

Figura 6.16 Modellazione della platea della spalla. Sono evidenziate le molle che simulano il terreno alla Winkler

I pali sono stati modellati come elementi lineari tipo trave “frame” a sezione circolare
immersi in suolo elastico. Il palo risulta quindi soggetto lungo il fusto a reazioni
elastiche orizzontali e verticali, oltre ad una reazione elastica in punta. In realtà i pali

168
hanno lunghezze di oltre 20 m, in questa analisi semplificata la lunghezza è stata
ridotta a soli 6.0 m, calibrando le reazioni elastiche in modo opportuno per simulare
il comportamento effettivo. In particolare, la reazione verticale è stata concentrata
interamente in punta.

Anche le pareti delle spalle sono state modellate con elementi tipo “shell” e soggette
alle spinte del rilevato stradale.

Figura 6.17 Modellazione della spalla con relativa fondazione su pali

6.3.3 Definizione degli appoggi in corrispondenza delle spalle

I due appoggi elastomerici, posti sulla sommità ai muri delle due spalle, sono di
tipologia HDRB in neoprene armato con lamine metalliche alternate a strati in
gomma. Essi si possono deformare in direzione trasversale e longitudinale
all’implacato, cosi come in direzione verticale con una forza proporzionale alla loro
rigidezza. Si riporta di seguito una vista assonometrica in dettaglio dei suddetti
appoggi, con la relativa legenda delle varie parti costituenti e dei materiali utilizzati per
la realizzazione.

169
Figura 6.18 Vista assonometrica dell'appoggio HDRB tra spalla e impalcato

Figura 6.19 Legenda della vista assonometrica

Si riporta anche la vista in pianta e sezione del suddetto appoggio con le relative
dimensioni:

Figura 6.20 Vista in pianta e sezione degli appoggi in corrispondenza delle spalle

170
I parametri fisici degli appoggi, funzionali alla modellazione nel codice di calcolo sono
riportati di seguito:

I vincoli di appoggio possono essere inseriti nel modello delle spalle sui nodi fatti
coincidere in corrispondenza degli assi degli appoggi, inserendo un collegamento
(link) con comportamento non lineare equivalente caratterizzato da una forza elastica
variabile linearmente con la rigidezza k dell’appoggio reale, indicata nella tabella
precedente, e trasmessa fino ad un valore limite che rimane costante all’aumentare
dello spostamento. Il comportamento descritto, di tipo elasto-plastico perfetto (EPP)
per il materiale misto acciaio-neoprene dell’appoggio, è riassumibile nel grafico
seguente dove la rigidezza k rappresenta la pendenza del tratto lineare del legame
forza-spostamento:

Figura 6.21 Legame forza spostamento dell'appoggio in neoprene armato

171
Le proprietà di questo elemento che descrive il comportamento dell’appoggio in
neoprene armato sono quindi definite mediante un elemento link non lineare posto
in sommità in corrispondenza del nodo di collegamento tra spalla e impalcato. Nel
codice di calcolo del software SAP2000 i generici link sono elementi di collegamento
tra due nodi distinti oppure tra un nodo e il terreno, in questo caso si considera
ovviamente la prima tipologia. Essi possiedono i sei gradi di libertà indipendenti nello
spazio, a cui sono riferite le relative deformazioni di spostamento e rotazione.

Figura 6.22Gradi di libertà dell'elemento link a due nodi

L’elemento sarà quindi modellato assegnandoli un comportamento di tipo elasto -


plastico, rispondente al neoprene armato, in corrispondenza dei gradi di libertà
collegati alla deformazione longitudinale e trasversale del link individuate nella figura
precedente con le sigle u1j e u2j cioè quelle nelle direzioni in cui c’è spostamento
relativo tra spalla e impalcato.

Figura 6.23 Comportamento del link plastico non lineare

172
Dal punto di vista fisico, l’elemento link non lineare, considerato nel modello
completo del ponte, è caratterizzato dal ciclo isteretico raffigurato nel grafico forza –
spostamento (fig. 6.23) indicando con i il nodo in corrispondenza dell’appoggio della
pila e con j il corrispettivo nodo sull’impalcato superiore. L’area racchiusa dal grafico
rappresenta l’energia dissipata dal dispositivo di appoggio.

Nel caso degli isolatori, è possibile definire direttamente all’interno di SAP2000 il tipo
di link non lineare associato a questi dispositivi. Dopo aver selezionato i 4 elementi a
due nodi già definiti tra le spalle e l’impalcato, si seleziona il comando:

 Assign -> Link/Support -> Link/Support Properties

Figura 6.24 Definizione delle proprietà del link nel software (direzioni secondo gli assi locali dell’elemento)

Si inseriscono quindi i parametri fisici dell’appoggio in gomma armata, la rigidezza k


viene assegnata alle direzioni longitudinale e trasversale, mentre viene considerato
fisso lo spostamento verticale data l’elevata rigidità dell’appoggio in questa direzione.
I gradi di libertà rotazionali invece vengono lasciati liberi con una rigidezza pari a zero.

173
Inoltre, dato che l’appoggio è posto in corrispondenza dello spessore del muro di
spalla e non in un nodo superiore, è necessario definire un corpo rigido di
collegamento dell’appoggio con il nodo corrispondente alla spalla. Con questa finalità
dopo aver selezionato i due nodi del generico elemento frame a collegamento tra
appoggio e spalla si usa il comando:

 Assign -> Joint -> Costraints

E si definisce il corpo rigido ‘’Body’’ che ha la proprietà di avere i sei gradi di libertà
bloccati.

Figura 6.25 Definizione del corpo rigido

Si riporta la rappresentazione del vincolo di appoggio appena definito, a collegamento


tra la spalla e impalcato:

Figura 6.26 Appoggio e link rigido nella visualizzazione del software

174
6.3.4 Definizione del modello FEM della pila centrale

Come secondo step si definisce nel software la sezione della pila centrale in cemento
armato, questa ha la parte in elevazione composta da una lama a forma trapezoidale
con base minore si 7,05 m, base maggiore di 9,80 m e altezza di 5,60 m. La sezione
retta della suddetta lama ha uno spessore di 1,30 m e i lati corti eseguiti sono rettificati
con un raccordo circolare di raggio 0,65 m, come rappresentato nella figura 6.27. Il
relativo plinto di fondazione, la cui funzione è quella di ripartire le azioni trasmesse
dall’elevazione sugli undici pali ∅1200, ha dimensioni in pianta di 12,00x7,40m e
spessore di 2,00m.

Figura 6.27 Prospetto pila e pianta fondazione

175
Viene realizzato un modello agli elementi finiti (figura 6.28), in cui sia l’elevazione
della pila che il plinto di fondazione sono stati modellati con una serie di elementi
‘’shell’’ a tre o quattro nodi nelle porzioni angolari per poi assegnare il relativo spessore
ad ogni gruppo (figura 6.15). I pali sono stati modellati come elementi lineari tipo
trave “frame” a sezione circolare immersi in suolo elastico. Il palo risulta quindi
soggetto lungo il fusto a reazioni elastiche orizzontali e verticali, oltre ad una reazione
elastica in punta. Anche in questo caso in realtà i pali hanno lunghezze di oltre 20 m,
e in questa analisi semplificata la lunghezza è stata ridotta a soli 6.0 m, calibrando le
reazioni elastiche in modo opportuno per simulare il comportamento effettivo alla
Winkler in analogia a quanto fatto per le spalle.

Figura 6.28 Modellazione della pila con relativa fondazione su pali

176
6.3.5 Definizione degli appoggi in corrispondenza della pila centrale

I due appoggi elastomerici, posti sulla sommità della pila centrale, possono scorrere
in direzione longitudinale rispetto all’impalcato grazie a una slitta posta in posizione
centrale, mentre sono bloccati in direzione trasversale e il loro movimento è
consentito in funzione della rigidezza del materiale costituente, anche in questo caso
il neoprene armato. Si riporta di seguito una vista assonometrica in dettaglio dei
suddetti appoggi, con la relativa legenda delle varie parti costituenti e dei materiali
utilizzati per la realizzazione:

Figura 6.29 Vista assonometrica degli appoggi elastomerici tra pila centrale e impalcato

177
Si riporta anche la vista in pianta e sezione del suddetto appoggio con le relative
dimensioni:

Figura 6.30 Vista in pianta e sezione degli appoggi in corrispondenza della pila

178
I parametri fisici degli appoggi, funzionali alla modellazione nel codice di calcolo
sono riportati di seguito:

Figura 6.31 Parametri fisici degli appoggi della pila

A differenza degli appoggi tra spalle e impalcato, in questo caso il dispositivo è


modellato con un link lineare di tipo ‘’gap’’ poiché per la presenza della slitta vincolante
si può semplicemente considerare la rigidezza pari a zero in direzione longitudinale;
mentre in direzione trasversale l’appoggio si può considerare bloccato o comunque
con una rigidezza molto alta.

In pratica il vincolo si considera fisso in direzione verticale e trasversale, mentre si


lascia libero lo spostamento in direzione longitudinale all’impalcato.

Figura 6.32 Definizione del link gap nella schermata del software (secondo gli assi locali dell’elemento)

179
Nel modello il link appena definito a collegamento tra pila e impalcato, è così
visualizzato nel software:

Figura 6.33 Appoggio e link rigido nella visualizzazione del software

6.4 Modello FEM dell’impalcato

6.4.1 Modellazione delle travate in acciaio e dei diaframmi di spalla e di pila

Le travate in acciaio dell’impalcato sono saldate composte con sezione ad I ed anima


irrigidita con irrigidimenti verticali e longitudinali. L’altezza delle travi in campata ed
agli appoggi di spalla è di 3.00 m, mentre in corrispondenza della pila centrale l’altezza
raggiunge i 4.30 m con un raccordo ad arco di cerchio. Gli spessori di acciaio variano
a seconda delle varie sezioni, o conci, che compongono le travate. Le diverse sezioni
sono state saldate a piè d’opera prima del varo. Nel modello di calcolo ad elementi
finiti, le anime sono state modellate con elementi “shell”, mentre le piattabande
superiori ed inferiori, come pure gli irrigidimenti, con elementi frame a sezione
rettangolare schiacciata nei vari spessori.

180
Figura 6.34 Modellazione di una travata, vista estrusa

Con lo stesso criterio sono stati modellati i diaframmi di spalla e di pila, di cui si
riportano gli schemi:

Figura 6.35 Modello estruso dei diaframmi di spalla e di pila

181
6.4.2 Modellazione di trasversi e controventi

I traversi ed i controventi sono costituiti da aste calastrellate composte da profili ad L


accoppiati. Si osserva che nel ponte realizzato sono stati disposti solo controventi
superiori aventi la funzione di stabilizzare le travate rispetto a fenomeni flesso-
torsionali in fase di getto della soletta. Nel ponte effettivamente realizzato non sono
stati disposti controventi inferiori. Tali controventi servono a conferire rigidezza
torsionale all’intero impalcato ed è buona regola dell’arte prevederli, come è stato fatto
nel modello analizzato in questa sede.

Figura 6.36 Trasversi intermedi, vista estrusa

Figura 6.37 Disposizione dei controventi inferiori

182
6.4.3 Modellazione della soletta

La soletta è stata modellata con elementi “shell” dello spessore di 30 cm per le corsie
e di 45 cm per banchine laterali e marciapiedi. Per simulare la fase di getto della soletta,
in cui reagisce solo la travata in acciaio, si è creato un materiale cls fittizio senza peso
proprio. Il peso della soletta è stato inserito separatamente come carico di 1a fase sulle
travi. Per simulare in modo sufficientemente approssimato i fenomeni lenti a tempo
infinito (ritiro e fluage) si è considerato per il cls un modulo elastico ridotto pari al
50% del modulo istantaneo. Sulla soletta sono stati applicati i carichi della
sovrastruttura stradale (pavimentazione, barriere, ecc.) ed i carichi mobili secondo gli
schemi di normativa.

6.5. Analisi Statica e dinamica lineare modale del modello FEM

Dopo aver definito il modello completo del ponte (figure 6.38 e 6.39) si esegue
preliminarmente un’analisi statica ed una analisi dinamica modale allo SLV, per poi
confrontare i risultati con le analisi di tipo non lineare eseguite successivamente.

Figura 6.38 Vista del modello completo del ponte

Figura 6.39 Modello con le travate in acciaio evidenziate (soletta rimossa)

183
In via semplificativa, non vengono effettuate verifiche statiche locali e globali con
carichi concentrati sulla soletta in corrispondenza delle impronte delle ruote dei
veicoli (carico tandem), come, invece è previsto dalle Norme Tecniche. Non si tiene
inoltre conto di effetti secondari quali vento e frenata, essendo inferiori agli effetti
sismici.

I carichi considerati per l’analisi sono i seguenti:

Sono sta quindi considerate le seguenti cinque combinazioni di carico allo SLV ed
una allo SLE:

Si riporta la deformata nella condizione 1:

184
Figura 6.40 Configurazione deformata del ponte nella condizione 1

È stata poi eseguita un’analisi dinamica modale dell’intero complesso. Evidentemente,


la presenza di appoggi elastomerici alle spalle comporta il disaccoppiamento del moto
dell’impalcato da quello delle sottostrutture quali la pila centrale e le spalle.

Sono stati esaminati 900 modi in grado di eccitare l’88% delle masse in direzione X
(trasversale rispetto all’asse del ponte) e l’85% in direzione Y.

Si riportano le rappresentazioni grafiche delle prime 3 forme modali, aventi,


rispettivamente, i periodi:

T1 = 2.092 sec (traslazione longitudinale dell’impalcato)

T2 = 1.208 sec (rotazione sul piano orizzontale dell’impalcato attorno all’appoggio di


pila)

T3 = 0.528 sec (inflessione delle travate sul piano verticale)

185
Figura 6.41 Configurazione deformata del ponte nella 1° forma modale

Figura 6.42 Configurazione deformata del ponte nella 2° forma modale

186
Figura 6.43 Configurazione deformata del ponte nella 3° forma modale

Dall’inviluppo dinamico allo SLV:

 ·  +  + µ · 
con  = µ = 0,3

Si ricava lo spostamento massimo dinamico agli appoggi di spalla pari a:

 = 15.2 

Si osservi che, nella relazione originaria di progetto del ponte realizzato, lo


spostamento agli appoggi è stato calcolato pari a 15.01 cm.

Lo spostamento sommitale della pila relativamente all’impalcato considerando


principalmente la direzione trasversale, nella combinazione sismica:

 +   + µ · 

risulta pari a 8,5 mm. Si osservi che tale valore è influenzato anche dalla deformazione
della fondazione che comporta uno spostamento di 5.3 mm. Si ricava che lo
spostamento per deformazione elastica della sola pila è di 3.2 mm.

187
Figura 6.44 Inviluppo dinamico [Ex+λΕy+µEz] allo SLU degli spostamenti sulla pila (cm)

6.6. Analisi pushover della pila centrale

6.6.1 Modellazione ipotizzata a telaio equivalente

Per il ponte studiato si realizza un’analisi Pushover solamente della pila centrale, la
quale è certamente l’elemento strutturale del ponte più sollecitato durante il sisma. Il
punto di controllo dello spostamento rilevabile è definito in sommità della pila in
posizione centrale. Nel software SAP2000, questo tipo di analisi, non è per il
momento supportato per elementi di tipo shell con cui è stata definita in partenza la
pila nel modello completo. Per tale ragione si procede a una discretizzazione della
struttura mediante elementi lineari, con una modellazione della tipologia ‘’a telaio
equivalente’’, in analogia a quanto previsto dalla normativa per le pareti murarie. Si
sono utilizzati elementi lineari, disposti in modo da formare un reticolo che simula la
parete come rappresentato nella figura successiva:

188
Figura 6.45 Telaio equivalente della pila centrale

Si è pensato di realizzare un telaio equivalente di questo tipo, e non più semplicemente


considerare la pila come un’unica asta di sezione assegnata, poiché in questo caso la
pila è costituita da un setto verticale a forma trapezoidale con la base minore

Figura 6.46 Assemblaggio dei layer di calcestruzzo e armatura per formare la matrice di rigidezza dell'elemento

189
all’incastro con la fondazione e quella maggiore agli appoggi del ponte. Tale setto
risulta tozzo con lunghezza maggiore dell’altezza e, poiché il ponte ha appoggi
scorrevoli in senso longitudinale e fissi in senso trasversale al proprio asse, in
condizioni sismiche impegna la pila a taglio-flessione nel piano della stessa, con
prevalenza degli effetti di taglio. È evidente che, in questo caso, una modellazione in
grado di rappresentare una plasticità diffusa (al posto di quella concentrata nella
sezione al piede) possa rappresentare meglio il reale comportamento della pila. In
letteratura sono stati sviluppati metodi analitici a partire dalle teorie “Modified
Compression Field Theory” (MCFT) e “Disturbed Stress Field Model” (DSFM),
sviluppate dai Proff. Frank J. Vecchio e Michael P. Collins (1986) dell'Università di
Toronto. In tali metodi il calcestruzzo viene modellato come un materiale ortotropo
con fessure spalmate rotanti, mentre le armature vengono rappresentate come un
materiale ortotropo con diverse rigidezze nelle direzioni delle barre di armatura. I vari
strati di calcestruzzo e barre vengono assemblati per formare un materiale elastico
anisotropo.

Tale metodo è implementato in EasyOver, l’applicativo di Straus7 per le analisi statiche


non lineari (analisi Pushover). Non disponendo di tale applicativo, in questo caso è
stata ideata una modellazione piana costituita da un reticolo di elementi lineari con
definizione di cerniere plastiche concentrate nei nodi, tali da fornire una migliore
rappresentazione del comportamento reale ed una plasticità diffusa. Ciò in analogia
alla modellazione a “telaio equivalente” in uso per le murature. Ovviamente nel c.a. esiste
la complicazione dovuta alla necessità di definire anche le armature. Con tale
modellazione è stato possibile utilizzare il SAP2000.

Le sezioni associati agli elementi lineari del telaio equivalente, definite sempre con il
materiale calcestruzzo C28/35, hanno dimensioni tali da equilibrare il materiale
comprese le armature della struttura originaria come si vede nella vista estrusa:

190
Figura 6.47 Vista estruso del telaio equivalente della pila

In particolare, le sezioni utilizzate per ogni elemento del telaio sono quelle riportate
nelle figure successive con l’indicazione dell’area di armatura espressa in cm2:

Figura 6.48 Sezioni in CA Utilizzate nel modello equivalente della pila

191
Figura 6.49 Posizionamento delle sezioni in CA nel telaio equivalente

Ognuna delle sezioni ipotizzate è stata definita nel software attraverso la funzione
‘’Section Designer’’, inserendo delle armature di area equivalente a quella reale.
In particolare si sono utilizzate armature φ26 in posizione verticale e armature φ16 e
φ20 in orizzontale. Inoltre si è considerato un copriferro di 9 cm, così come è indicato
nel disegno di progetto della pila. In sostanza si è cercato di introdurre armature
equivalenti a quelle effettive.

Figura 6.50 Definizione della Sezione 1.1 in SAP2000

192
6.6.2 Definizione dei vincoli del telaio equivalente

Si considera il telaio vincolato al terreno mediante un incastro ideale alla base,


rappresentato nel modello con molle di rigidezza molto alta da potersi considerare
infinita; come raffigurato di seguito:

Figura 6.51 Vincoli di Incastro alla base della pila

6.6.3 Definizione del carico verticale applicato sulla pila

I carichi provenienti dall’impalcato agiscono anche prima del verificarsi del terremoto,
e quindi prima dell’applicazione dei carichi sismici. Queste sollecitazioni possono
ricondursi ad una analisi di tipi pushunder (è la duale della pushover, questa volta con le
forze gravitazionali dirette verso il basso). Si utilizza il metodo di controllo delle forze
con valori che partono da un valore nullo con incrementi step by step fino ad arrivare
al valore massimo della sollecitazione applicata sulla struttura. Viene usato il metodo
di controllo delle forze poiché i carichi verticali sono statici, e definiti dai pesi propri
degli elementi strutturali e quelli provenienti dall’impalcato. Per tale ragione si utilizza
il tipo di solutore non lineare, impostandolo nella definizione dei carichi direttamente
nel software, il quale parte della condizione iniziale indeformata in assenza di forze ed
i risultati ottenuti corrispondono solo allo stato finale.

In questo caso oltre ai pesi propri considerati automaticamente dal software in base
al materiale si definisce il seguente carico permanente ricavabile dalla relazione di
progetto del ponte, applicato in corrispondenza di ognuno degli appoggi superiori
della pila:

 F = 8264,5 kN

6.6.4 Definizione delle cerniere plastiche

Per eseguire l’analisi pushover è necessario assegnare la non linearità alla struttura
considerata e ai suoi materiali costituenti, in corrispondenza di alcune parti scelte
all’interno della struttura che si prevede avranno un comportamento plastico. Se
questo passaggio non venisse effettuato, la soluzione ottenuta con il software

193
risulterebbe essere solamente in campo lineare così come il comportamento del
materiale.

In SAP2000 negli elementi frame, come quelli considerati nella discretizzazione della
pila, si può implementare la non linearità del materiale mediante la creazione di
cerniere plastiche. Questa implementazione del software è utilizzata proprio con la
finalità di eseguire un’analisi pushover. La cerniera plastica può essere inserita in
qualsiasi numero di posizioni sulla lunghezza dell’elemento. Si ottengono così le
cosiddette plasticità concentrate all’interno degli elementi della struttura, per cui si
considera che tutto l’elemento si comporti in campo lineare tranne alcune sue parti
alle quale è assegnata una specifica legge non lineare come schematizzato nella
seguente figura.

Figura 6.52 Esempio di cerniera plastica (plasticità concentrata)

In generale, ogni cerniera plastica è definita da un set di proprietà caratterizzanti un


legame non lineare che può essere a sua volta assegnato ad uno o più elementi frame.
In SAP2000 è possibile generare automaticamente le cerniere plastiche in base alle
caratteristiche già definite per la sezione comprensiva delle armature sia per gli
elementi trave, in questo caso gli elementi orizzontali, che per i pilastri corrispondenti
agli elementi obliqui del telaio equivalente.

In particolare, dopo aver selezionato gli elementi di cui si vogliono definire le cerniere,
si utilizza il comando:

 Assign -> Frame -> Hinges

194
Nella prima finestra si seleziona il valore ‘’0’’ e in seguito il valore ‘’1’’ per generare le
cerniere ai due estremi degli elementi selezionati, nella finestra successiva si seleziona
il materiale, in questo caso ‘’concrete’’ e il tipo di elemento ‘’Concrete Beams’’ con
grado di libertà ‘’M3’’ e in seguito ‘’Concrete Colums’’ dove i gradi di libertà
considerati sono ‘’P, M3’’ per la presenza dello sforzo normale.

Figura 6.53 Visualizzazione delle cerniere plastiche create in prossimità di un nodo generico del telaio equivalente

Le cerniere appena generate automaticamente sono definite in base alla normativa


americana ASCE (Seismic Evaluation and Retrofit Rehabilitation of Existing Buildings) nelle
tabelle 41-13, e le caratteristiche di ognuna possono essere richiamate con il comando:

 Define -> Section Properties -> Hinge properties

I valori di curvatura possono anche essere definiti manualmente in maniera


adimensionale e scalati secondo un fattore chiamato SF (scale factor), è possibile inserire
i dati all’interno dei campi caratterizzando così il comportamento non lineare della
cerniera plastica. Nell’immagine seguente si vede come il programma riporti in
automatico il disegno del diagramma momento-curvatura e il piano riferito
all’interazione di queste due grandezze. I valori inseriti di Immediate Occupancy (IO), Life
Safety (LS) e Collapse Prevention sono finalizzati solamente ad una indicazione grafica
nei risultati di analisi finali e non hanno influenza sulla soluzione.

195
Figura 6.54 Visualizzazione delle proprietà di una cerniera plastica sull'elemento trave

Come ultimo passaggio, dopo aver selezionato tutti gli elementi, si esegue il comando

 Assign -> Frame -> Hinge Overwrites

In questo modo si discretizzano gli elementi del telaio in prossimità dei nodi, per
ottenere una maggiore accuratezza dei risultati.

6.6.5 Definizione dell’analisi pushover

Per spingere la struttura nella direzione voluta, si considerano carichi laterali unitari.
È utilizzato il metodo di controllo degli spostamenti, dove il nodo monitorato è quello
posto in sommità della pila in posizione centrale e sarà quindi utilizzato per ricavare
la curva di pushover, risultato finale di questo tipo di analisi. Le forze unitarie poste
sul nodo considerato hanno la finalità di permettere al solutore di leggere uno
spostamento monitorato maggiore di zero per definire la distribuzione di forze per
l’analisi statica non lineare. Se queste forze non venissero definite, dal risultato
dell’analisi si avrebbe uno spostamento pari a zero. La condizione iniziale è quindi lo
stato tensionale definito con i carichi permanenti e gravitazionali già definiti in
precedenza. L’analisi statica di tipo non lineare avverrà quindi in direzione orizzontale
a partire dal campo tensionale già presente nella struttura in seguito all’applicazione
dei carichi gravitazionali. Inoltre, i risultati finali dell’analisi pushover vengono

196
visualizzati attraverso step successivi incrementali della forza applicata, in maniera da
osservare il progressivo comportamento del telaio equivalente alla struttura reale.

Prima di far partire l’analisi, si definisce il load case relativo alla forza di pushover
come mostrato di seguito:

Figura 6.55 Definizione della forza di pushover al nodo di controllo

6.6.6 Curve pushover di output

In generale, la curva di pushover ottenuta da un codice di calcolo agli elementi finiti


ha la seguente forma:

197
Figura 6.47 Curva di pushover
generica
Come noto, il primo tratto lineare della curva corrisponde ad un livello di intensità
sismica per cui la risposta è elastica. Il tratto elastico termina al valore di spostamento
u1, detto di snervamento, corrispondente alla formazione delle cerniere plastiche. Il

secondo tratto e i successivi corrispondono allo sviluppo del meccanismo plastico a


seguito del formarsi delle cerniere plastiche. Infine, si giunge al punto un, in
corrispondenza del quale avviene la rottura del sistema a causa della totale perdita di
resistenza e formazione di un meccanismo cinematico.

Il grafico ottenuto per il punto di controllo posto in sommità della pila è il seguente e
consiste in 13 step fino alla perdita di resistenza del sistema (le unità di misura sono i
Newton per la forza in ordinata e i millimetri per lo spostamento in ascissa):

Figura 6.48 Curva di pushover del telaio equivalente ottenuta come output del software

198
Come era lecito aspettarsi, la pila ha un comportamento molto rigido e si ha il
passaggio allo stato plastico e la conseguente formazione delle cerniere plastiche in
corrispondenza di uno spostamento del punto di controllo pari a circa 3 mm con una
forza applicata di circa 16248 kN. Lo stato ultimo di resistenza calcolato dal software
si raggiunge con uno spostamento di circa 12 mm ed una forza di taglio alla base di
circa 19430 kN.

Si riportano di seguito le visualizzazioni della deformata al punto di snervamento, di


uno step intermedio e dello stato di resistenza ultima e relativa formazione delle
cerniere plastiche.

Figura 6.49 Configurazione deformata del telaio equivalente al punto di snervamento con legenda in mm, e formazione delle
cerniere

Figura 6.50 Configurazione deformata del telaio equivalente in corrispondenze dello step 5

199
Figura 6.51 Configurazione deformata del telaio equivalente in corrispondente allo stato limite ultimo calcolato dal
software

6.6.7 Applicazione del metodo N2

Con il metodo N2, come già visto nel capitolo 5 dove sono stati descritti i vari tipi di
analisi sismica, è possibile effettuare un confronto diretto tra la domanda a cui la
struttura è sottoposta e la sua capacità di resistenza alle sollecitazioni. Di seguito si
descrive l’applicazione di tale metodo per il telaio equivalente della pila, e del quale si
è appena ricavata la curva di pushover.

Dopo aver ottenuto la curva di pushover si passa quindi all’applicazione del metodo
N2 per la ricerca del performance point per la struttura studiata e soggetta alla
sollecitazione sismica definita per il luogo in cui è situata.

I dati e gli strumenti di partenza, già definiti, sono quindi i seguenti:

 Curva di capacità relativa al punto di controllo definito in sommità del


telaio equivalente alla pila del ponte;

 Spettri di riposta elastici, nel formato periodo – accelerazione per il sito


considerato

Per eseguire la procedura, che prevederebbe calcoli manuali laboriosi, si fa riferimento


al foglio excel reperibile sul sito CSI, il quale in base ai dati esportati da SAP2000
permette di calcolare il punto di performance cercato mediante la procedura indicata
nelle NTC.

Come primo passaggio è necessario definire gli spettri elastici in accelerazione agli

200
stati limite SLV, SLC e SLD nel software, ed esportarli in forma tabellare.

Di seguito sono illustrati i tre spettri ottenuti in formato grafico:

Figura 6.52 Spettri elastici in accelerazione

È quindi possibile ottenere i grafici degli spettri in termini di spostamento, dove in


questo caso è presente il periodo in secondi in ascissa e lo spostamento in metri in
ordinata:

Figura 6.53 Spettro elastico in termini di spostamento

201
Il passaggio successivo è quello di trasformare la relazione di capacità forza-
spostamento che si è ottenuta con l’analisi pushover per un sistema a più gradi di
libertà (MDOF), ad una per un sistema ad un grado di libertà (SDOF) equivalente
come già descritto nel capitolo precedente. In questo caso è necessario, dopo aver
effettuato un’analisi di tipo modale del modello, esportare dal software le tabelle di
output denominate ‘’Modal Partecipating Mass Ratios’’ e ‘’Modal Partipation Factors’’

A questo punto si importa sempre in forma tabellare la curva di pushover ottenuta


con il software, rappresentante la capacità del sistema. Si riporta la tabella con i relativi
valori dei 13 step calcolati considerati prima della perdita di resistenza del telaio
equivalente:

Figura 6.54 Tabella di output della curva di pushover

A questo punto è possibile ricavare il fattore di partecipazione modale del sistema


SFOF equivalente pari a:

Γ = 0,003

In questo caso è richiesto il modo di vibrare con una massa eccitata significativa e lo
spostamento in direzione orizzontale (u1 nel software) del punto di controllo in
sommità del telaio equivalente pari a 2 mm, questo a conferma dell’alta rigidezza
dell’elemento strutturale considerato come già constato con l’analisi dinamica lineare
del modello completo.

202
Si riporta di seguito la schermata di output con i parametri calcolati:

In particolare, si ottiene un valore della massa dell’oscillatore SDOF equivalente pari


a m*= 6,81 N—sec²/mm e una rigidezza k*= 5327452 N/mm, da cui si può ricavare
il relativo periodo:

 Periodo del sistema equivalente SDOF:


∗
 = 2

= 0,007 
∗

203
Il periodo di oscillazione calcolato risulta T*<<Tc = 0,386 sec, indicando l’alta
rigidezza della struttura considerata riscontrabile anche dal sistema equivalente
SDOF.

Inoltre, si ottiene, dall’intersezione tra la retta T* e lo spettro elastico in termini di


spostamento, il corrispondente valore di spostamento spettrale in ordinata:

 Se(T*) = 3 — 10-6 m

Si ricava inoltre il parametro q* per lo spettro SLV considerato, che rappresenta il


fattore di riduzione che sarebbe necessario all’applicazione completa del metodo N2.
È definito dal rapporto:
 ! ∗ " ∙  ∗
 =

= 1,2 ∙ 10&'
$%

Era ragionevole aspettarsi questo valore da un sistema con questa grande rigidezza,
così come si può anche intuire dai grafici che definiscono la domanda in termini di
spostamento e la capacità.

Essendo q*<<1, si ottiene che la risposta del sistema è totalmente elastica, e si assume
che anche nel caso T*<Tc si abbia:

 d*max = d*e, max = Se (T*) = 3 — 10-6 m.

Il termine d*max indica il punto di prestazione della struttura, normalmente questo


rapporto è valido per le strutture che possiedono la disuguaglianza opposta e cioè
T*<Tc. La conferma che il comportamento del sistema sia completamente in campo
elastico è evidenziata dal fatto che proprio il primo tratto elastico della curva di
capacità bilineare, quello prima che avvenga lo snervamento, vada ad intersecare lo
spettro in termini di spostamento.

Dall’analisi grafica si ricava il risultato analitico Se(T*) < Fy*/m, in questa situazione
il tratto elastico della curva di capacità associata al comportamento della pila interseca
sempre lo spettro di risposta elastico indipendentemente dal valore di T*.

204
Si viene a definire una situazione come nell’immagine seguente, già illustrata nel
precedente capitolo per i sistemi rigidi:

Figura 2.55 Intersezione generale delle due curve nel ramo elastico (caso della pila)

Da quanto è stato descritto nel capitolo dedicato alle tipologie di analisi sismica, il
metodo N2 dovrebbe prevedere l’utilizzo del fattore di riduzione q* al fine di ottenere
lo spettro di risposta anelastico relazionato alla dissipazione di energia isteretica della
struttura duttile. Lo spettro inelastico ha valori di accelerazione in ordinata minori,
rapportati al caso elastico e funzione appunto del valore di q*. Per tale ragione la curva
rappresentativa dello spettro anelastico è posizionata più in basso, come si vede nel
seguente grafico generico:

Figura 6.56 Trasformazione da spettro elastico ad


anelastico

205
In questo caso specifico di analisi statica non lineare della pila non sarebbe stato
necessario il suo calcolo poiché come detto la risposta del sistema a livello di domanda
sismica è come detto totalmente elastica, essendo la struttura molto rigida e per di più
sollecitata nel proprio piano come visto dallo schema statico dell’impalcato che è
bloccato solo in direzione trasversale.

In conclusione, si può dire che dai valori ricavati con l’analisi pushover si evince
l’elevata rigidezza pre-picco del sistema equivalente realizzato per descrivere il
comportamento della pila, per questo motivo si ricava che la domanda di spostamento
è di molto inferiore alla capacità del sistema. Quindi non avverrà lo snervamento e la
conseguente rottura, con le sollecitazioni sismiche definite per il luogo di costruzione.

6.7 Analisi dinamica non lineare di tipo ‘’Time History’’ del ponte Mezzana -
Perfetti Ricasoli

6.7.1 Definizione degli accelerogrammi spettro compatibili

Come già illustrato nel capitolo dedicato alle varie tipologie di analisi sismica, per
effettuare un’analisi dinamica non lineare o time history del ponte è necessario definire
degli accelerogrammi spettro-compatibili del sito dove è presente la struttura
analizzata. Con questa finalità si utilizzano gli accelerogrammi, calcolati a partire dallo

Figura 6.57 Schermata di input del software SIMQKE_GR

206
spettro elastico attraverso il software SIMQKE_GR, che presenta una finestra di
input dei dati come illustrato in fig. 6.57.

Come si vede sono stati inseriti i parametri relativi allo spettro di partenza, e i seguenti
ulteriori dati di input per la generazione degli accelerogrammi simulati:

 TS: valore inferiore dello spettro di risposta desiderato

 TL: Valore superiore dello spettro di risposta desiderato

 TRISE: inizio della parte stazionaria dell’accelerogramma

 TLVL: durata della parte stazionaria, minimo 10s secondo NTC

 DUR: durata totale dell’accelerogramma

 NCYCLE: numero di iterazioni per meglio regolarizzare l’accelerogramma

 AGMX: accelerazione massima del terreno, impostata automaticamente

 NPA: numero di accelerogrammi statisticamente indipendenti da generare

 IIX: numero intero dispari che serve per iniziare la generazione casuale degli
accelerogrammi

 AMOR: coefficiente di smorzamento viscoso

Dalle norme NTC 2018 si ricavano le seguenti indicazioni per la generazione degli
accelerogrammi:

 la durata della parte pseudo - stazionaria degli accelerogrammi deve essere


almeno pari a 10s. Quindi TLVL >= 10

 il numero di accelerogrammi o, per analisi spaziali, di gruppi di


accelerogrammi deve essere almeno pari a 3. Quindi NPA >= 3, in questo
caso NPA = 7

 l'ordinata spettrale media non dovrà presentare uno scarto in difetto superiore
al 10%, rispetto alla corrispondente dello spettro elastico, in alcun punto del
maggiore tra gli intervalli 0,15s ÷ 2,0s e 0,15s ÷ 2T, in cui T è il periodo
fondamentale di vibrazione della struttura in campo elastico, per le verifiche
agli stati limite ultimi, e 0,15 s ÷ 1,5 T, per le verifiche agli stati limite di

207
esercizio.’ Quindi TS< 0,15 e TL>2,0 s o 2T ma <= 4 s (valore massimo nella
definizione dello spettro di risposta)

Nelle figure successive si riportano i 7 accelerogrammi simulati, ottenuti con il


software, dove la linea blu corrisponde allo spettro iniziale, la linea viola rappresenta
il limite oltre il quale deve stare l’accelerogramma per rispettare le condizioni imposte
delle NTC per le quali l’ordinata spettrale minima non deve essere inferiore a più del
10% dello spettro di progetto. Ognuno degli accelerogrammi simulati è campionato
con un passo di 0,01 s per un totale di 2000 punti e una durata di 20 secondi.

208
Figura 6.58 Accelerogramma 1

Figura 6.59 Accelerogramma 2

Figura 6.60 Accelerogramma 3

209
Figura 6.61 Accelerogramma 4

Figura 6.62 Accelerogramma 5

Figura 6.63 Accelerogramma 6

210
Figura 6.64 Accelerogramma 7

Gli accelerogrammi appena definiti, esportabili in file .txt, si inseriscono in SAP2000


mediante la finestra dedicata per l’importazione:

 Define -> Functions -> Time Hystory -> From file

Figura 6.65 Finestra Importazione del primo accelerogramma

211
6.7.2 Definizione dell’analisi time historye,

Per eseguire l’analisi time history del modello strutturale completo del ponte, si è
scelto di utilizzare il metodo FNA (Fast Non Linear Analysis) già descritto nel capitolo
dedicato alle tipologie di analisi sismica. Si ricorda che in questo metodo le uniche
non linearità sono concentrate nei soli link non lineari che in questo caso sono situati
in corrispondenza degli appoggi HDRB tra le sottostrutture e l’impalcato, già definiti
con il loro comportamento lineare nelle analisi preliminari statica e dinamica modale.
L’impostazione di questo tipo di analisi non lineare è basata sulla scelta dei modi
ottenuti con i vettori di Ritz (LDRV), considerando anche i carichi statici provenienti
dal peso proprio e dal carico strutturale della soletta.

L’altro passaggio da effettuare è quello di definire il numero di modi massimo da


utilizzare in questo tipo analisi. Per procedere correttamente bisogna considerare i
gradi di libertà totali, che sono corrispondenti a quelli presenti nella struttura e quelli
dei link non lineari presenti in corrispondenza degli appoggi. In totale sono stati
adottati 350 modi. Si riporta di seguito la finestra di definizione dei parametri appena
descritti per l’analisi modale con i vettori di Ritz:

Figura 6.66 Definizione analisi modale con i vettori di Ritz

212
Dato che la FNA è di tipo non lineare è possibile scegliere l’istante di tempo nel quale
far partire il calcolo. In questo caso le accelerazioni al suolo vengono introdotte non
a struttura indeformata, ma bensì dopo l’applicazione dei carichi statici. Con questa
finalità è necessario utilizzare una ulteriore time history per i soli carichi statici basata
su una funzione detta ‘’rampa’’, definita come:
1
( !) " = 0 ≤ ) ≤ 10
10
( !) " = 1 10 < ) ≤ 20

Nel software è definibile con il comando:

 Define -> Functions -> Time Hystory -> Ramp

Figura 6.67 Schermata di definizione Funzione rampa

Mediante questa funzione è possibile applicare gradualmente i carichi di tipo statico


nei primi 10 secondi, gli ulteriori 10 secondi permettono alla struttura di smorzarsi e
giungere al ventesimo secondo senza oscillazioni. Con questa finalità si applica al load
pattern dei carichi statici un coefficiente di smorzamento pari a 0,99. L’analisi time
history è suddivisa in 200 passi da 0,1 secondi per un totale di 20 secondi che è proprio
la durata dei singoli accelerogrammi simulati su base spettrale. Si definisce il carico

213
considerato al momento dell’analisi, che in questo caso è rappresentato dai pesi propri
strutturali del ponte e dal carico derivante dalla soletta considerato pari a 350 kN/m2.

Figura 6.68 Definizione load pattern per analisi FNA

Una volta definito il carico statico, partendo dalla condizione Dead viene applicata la
time history dell'azione sismica. Con questa finalità sono stati creati 7 load cases
indipendenti basati ciascuno su un diverso accelerogramma applicato separatamente
prima nella direzione x e poi nella direzione y. Si assegnano le 7 funzioni time histories
corrispondenti alle 7 eccitazioni della struttura:

 Eccitazione 1 -> Accelerogramma 1

 Eccitazione 2 -> Accelerogramma 2

 Eccitazione 3 -> Accelerogramma 3

 Eccitazione 4 -> Accelerogramma 4

 Eccitazione 5 -> Accelerogramma 5

 Eccitazione 6 -> Accelerogramma 6

214
Si impostano gli step dell’analisi non lineare con un passo di 0,005 secondi per avere
modo di analizzare ogni istante delle time histories dato che queste hanno un passo
di 0,01 secondi. Sono quindi utilizzati 4000 step di carico di 0,005 secondi per un
totale di 20 secondi.

Nella schermata seguente si riporta l’impostazione esemplificativa dell’analisi non


lineare riguardante il primo load case ‘’Eccitazione 1’’:

Figura 6.69 Definizione Load Case per il primo accelerogramma

Una volta completate queste fasi di impostazione dei dati, è possibile effettuare
l’analisi dinamica non lineare e ottenendo così una configurazione deformata del
ponte e relativi spostamenti e sollecitazioni per ogni nodo ed elemento del modello
FEM del ponte.

Figura 6.70 Esempio Visualizzazione di una deformata del ponte (Accelerogramma 1, T = 15 sec)

215
6.7.3 Parametri monitorati nelle analisi time histories

Una volta eseguita l’analisi dinamica non lineare, mediante ognuno degli
accelerogrammi simulati e le impostazioni precedentemente descritte è possibile
procedere all’analisi dei risultati più significativi. Nello specifico viene utilizzata la
funzione ‘’plot function’’ di SAP2000 che permette di tracciare e di visualizzare la
variazione di qualsiasi parametro di forza, spostamento o deformazione al trascorrere
del tempo di analisi (in questo caso della durata di 20 secondi). I parametri considerati
in questa sede sono quelli relativi agli spostamenti dei nodi in corrispondenza degli
appoggi tra le spalle, la pila e l’impalcato superiore. Si evidenzia che in questo caso il
comportamento dell’impalcato rimarrà sempre in campo elastico e subirà degli
spostamenti rilevabili rispetto alle sottostrutture, mediante la deformazione dispositivi
antisismici HDRB in corrispondenza degli appoggi.

Vengono quindi monitorati gli spostamenti più significativi che sono quelli in
direzione trasversale al ponte, in corrispondenza degli appoggi delle spalle e in
direzione longitudinale in corrispondenza degli appoggi, vincolati dalla guida, della
pila centrale.

Figura 6.71 Direzione dello spostamento trasversale monitorato per gli appoggi delle spalle

Essendo i dispositivi identici per forma e caratteristiche e posti alla stessa distanza
dall’asse di simmetria longitudinale del ponte è lecito aspettarsi che gli spostamenti di
quelli in corrispondenza delle spalle e della pila abbiano rispettivamente la stessa
intensità. Il nodo preso in considerazione come origine del sistema di riferimento per
il monitoraggio dello spostamento è quello posto all’estremo superiore dei link non
lineari definiti nel modello e associati ai dispostivi di appoggio.

216
Nel modello la direzione di spostamento considerata è quella in direzione X che è
appunto la direzione trasversale all’impalcato, così come è indicato dal sistema di
riferimento globale utilizzato dal software SAP2000.

Figura 6.72 Assi di riferimento del sistema globale di SAP2000

6.7.4 Modalità di acquisizione dei dati

Dopo aver definito i load cases relativi alle 7 time histories, ed aver avviato l’analisi
associata a ciascun accelerogramma, si ricavano gli spostamenti massimi dei singoli
appoggi nei 7 casi in modo da avere un buon numero di valori su cui operare le dovute
considerazioni. Per descrivere ciascuno degli spostamenti nodali analizzati sono
quindi generati sette diversi grafici, nei quali è presente un valore di tempo in ascissa
ed un valore di spostamento in ordinata espressi relativamente in secondi [s] e
millimetri [mm].

Figura 6.73 Unità di misura e piano utilizzato dal software per i diagrammi ''Plot Functions''

Gli spostamenti ricavati con il software avvengono in entrambe le direzioni,


trasversale e longitudinale all’impalcato, in funzione della sollecitazione imposta
dall’accelerogramma che può essere positiva o negativa. Gli spostamenti di ogni

217
nodo considerato possono essere nel sistema di riferimento globale +X, -X oppure
Y, -Y in funzione della direzione monitorata.

Nella funzione grafica definita con il software sono indicati automaticamente i valori
massimi per ognuna delle due direzioni opposte come si vede nel seguente grafico di
esempio:

Figura 6.74 Esempio di Plot Function relativa allo spostamento di un nodo, con indicazione dei valori estremi

Come si vede il valore massimo corrisponde al valore maggiore di spostamento lungo


la direzione +X, mentre il valore minimo corrisponde sempre all’intensità più grande
del movimento ma questa volta lungo la direzione -X. In corrispondenza di questi
due valori estremi è sempre indicato il tempo di analisi in cui avvengono, espresso in
secondi.

6.7.5 Spostamenti degli appoggi registrati durante le analisi time histories

Nelle successive tabelle si riportano i valori di spostamento massimi assoluti relativi


agli appoggi HDRB delle spalle in direzione X e quelli in direzione Y degli appoggi,
dotati di guida, sulla pila centrale. Come detto si prende in considerazione un solo
appoggio per ogni sottostruttura, essendo la struttura globale del ponte simmetrica e
quindi gli spostamenti corrispondenti sono pressoché coincidenti.

218
Figura 6.74 Spostamenti massimi longitudinali all’impalcato relativi dell'appoggio in corrispondenza della pila centrale

Figura 6.75 Spostamenti massimi trasversali all’impalcato relativi dell'appoggio in corrispondenza delle spalle

Dai valori di spostamento ottenuti, si ricavano gli spostamenti medi e massimi per i
due tipi di appoggio considerati:

 Spostamento medio dell’appoggio delle spalle in direzione -X: 1,8 mm

 Spostamento medio dell’appoggio delle spalle in direzione +X: 1,9 mm

 Spostamento medio dell’appoggio della pila in direzione -Y: 1,5 mm

 Spostamento medio dell’appoggio della pila in direzione +Y: 1,5 mm

Lo spostamento massimo assoluto è stato registrato per l’appoggio della spalla in


direzione +X pari a 5,4 mm.

Si riportano di seguito due grafici esemplificativi relative alle storie temporali,


relative al primo accelerogramma da cui sono stati ricavati rispettivamente gli
spostamenti trasversali (X) dell’appoggio di spalla e quelli longitudinali (Y)
dell’appoggio di pila.

219
Figura 6.75 Grafico temporale dello Spostamento longitudinale dell'appoggio sulla pila

Figura 6.76 Grafico temporale dello Spostamento trasversale dell'appoggio della spalla

Dai precedenti grafici si nota come lo spostamento longitudinale rilevato in


corrispondenza dell’appoggio tra pila e impalcato sia coerente alle accelerazioni
indotte dal terremoto simulato, essendo in presenza di una guida ipotizzata priva di
attrito. Mentre dal grafico dello spostamento relativo all’appoggio di spalla si denota
una certa irregolarità, dovuta alla risposta caratterizzata dalle proprietà di rigidezza e
smorzamento dell’appoggio in neoprene armato.

220
Infine, è evidente che l’entità degli spostamenti ricavati durante l’analisi time history
sono inferiori rispetto a quelli massimi ricavati nell’analisi dinamica lineare modale in
campo elastico poiché in questo caso di analisi non lineare gli appoggi sono stati
caratterizzati in campo non lineare anche in relazione allo smorzamento viscoso.

Infine, si nota che l’entità degli spostamenti massimi ricavati durante l’analisi time
history siano comparabili con l’analisi modale nel caso dello spostamento
longitudinale sugli appoggi della pila centrale. Sono invece inferiori per gli appoggi
elastomerici in corrispondenza delle spalle poiché in questo caso si è utilizzata
un’analisi dinamica non lineare, nella quale gli appoggi sono stati caratterizzati anche
in funzione dello smorzamento viscoso.

221
Bibliografia
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 Dott. Ing. Antonio Brencich, Gli apparecchi d’appoggio da ponte, Università degli Studi di Genova
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 ANAS, Quaderni Tecnici per la Salvaguardia delle Infrastrutture (Volumi sui Ponti)
 Alberto Roncaglia, Analisi di vulnerabilità sismica per ponti monocampata in calcestruzzo armato
 CSI Italia, Differenze tra analisi sismica statica e dinamica, pagina web di assistenza online
 Bryant G. Nielson, Analytical Fragility Curves for Highway Bridges in Moderate Seismic Zones, School
of Civil and Environmental Engineering Georgia Institute of Technology
 Sumit. A. Patel, Prof. A.R. Darji, Prof Dr. K.B. Parikh, Prof. Bhavik.R.Pate, Fragility analysis of high-
rise building structure
 Politecnico di Milano – Scuola Master Fratelli Pesenti, Dispense del corso di perfezionamento in
Ingegneria Sismica
 Dispense del corso ‘’Ponti e grandi strutture’’, Prof. Pier Paolo Rossi, Università degli Studi di Catania
 G.M. Calvi, Le parti costituenti di un ponte ed i relativi particolari costruttivi: i vincoli (appoggi e
giunti), Teoria e Progetto di Ponti, Università degli Studi di Pavia
 Donato Sabia, Effetti del sisma nelle strutture da ponte, Dipartimento di Ingegneria Strutturale e
Geotecnica, Politecnico di Torino
 Salvatore Giacomo Morano, Dispense del corso ‘’Teoria e progetto di ponti’’, Università di Firenze
 Emanuele Del Monte, L’analisi statica non lineare secondo il D.M. 14/01/2008, Dipartimento di
Ingegneria Civile e Ambientale, Università degli Studi di Firenze
 Stefano Sorace, Gloria Terenzi, Leonardo Bandini, Le potenzialità della “FNA” nell’analisi dinamica
non lineare di strutture dotate di sistemi avanzati di protezione sismica, Dipartimento di Ingegneria
Civile, Università di Udine e di Firenze
 Maria Pina Limongelli, Metodi di analisi sismica, Corso di perfezionamento in manutenzione,
risanamento, conservazione e consolidamento di strutture in muratura
 Norme Tecniche per le costruzioni 2018
 Presidenza del Consiglio dei ministri, Classificazione sismica, Dipartimento della Protezione Civile
 Presidenza del Consiglio dei ministri, Vulnerabilità, esposizione, pericolosità e rischio sismico,
Dipartimento della Protezione Civile