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W.

Theodor Adorno, Filosofia della musica moderna con un saggio introduttivo di


Luigi Rognoni, trad. it. di Giacomo Manzoni, Einaudi, Torino 1959 (ed. orig.
Philosophie der neuen Musik, J.C.B. Mohr, Tübingen 1949).

“A chiunque sia stato educato sulla musica tedesca o austriaca è familiare, già in
Debussy, un senso di aspettativa delusa. L'orecchio ingenuo resta teso per tutto il
pezzo in attesa del “culmine”; tutto sembra un preambolo, un preludiare che precede
l'effettiva realizzazione musicale, l'epòdo [in metrica classica, il secondo verso di un
distico] che non arriva. L'orecchio deve orientarsi diversamente per comprendere
esattamente Debussy, per intenderlo non come un processo di stasi seguite da
risoluzioni, ma come vicinanza di colori e di superfici, al pari di un quadro: la
successione temporale non fa che esporre ciò che come significato è simultaneo. Così
lo sguardo spazia sulla tela. A questo provvede tecnicamente ciò che Kurt Westphal
[autore di Die moderne Musik, del 1928] ha definito l'armonia “priva di funzioni”:
invece di esprimere tensioni di gradi armonici nell'interno della tonalità stessa o per
mezzo di modulazioni, si distaccano di volta in volta complessi armonici, statici in sé
e permutabili nel tempo. […] La forma è imprecisa ed esclude ogni “sviluppo”,
predomina – anche in composizioni piuttosto estese – il “pezzo di carattere” derivante
dalla musica da salotto, a spese dell'elemento propriamente sinfonico, manca il
contrappunto, il colorismo è eccessivo e sovrapposto ai complessi armonici. Non
esiste “fine”: il pezzo cessa come il quadro da cui si distoglie l'attenzione”.