Sei sulla pagina 1di 321

Il libro

I n Egitto al tempo di Ramses II giardini e palazzi dorati si stagliano accanto


a capanne grigie e case di mattoni crudi, dove le pietre e i metalli preziosi
vengono imitati con la pittura.
Nei campi il sicomoro dalla vasta chioma e le tamerici abbelliscono con le loro
macchie verdi il nero della terra arata; e poi risate, canti e musica riempiono gli
appartamenti reali, mentre per le strade si incontrano schiavi con fagotti sulle spalle,
artigiani e donne civettuole che amano adornarsi.
La storia si intreccia con la leggenda, ma basandosi su reperti archeologici,
iscrizioni e antichi papiri, Montet dipinge un brillante quadro della valle del Nilo del
tempo, quando il volto di Ramses è scolpito ovunque nella pietra. Dai gesti più
semplici ai riti più elaborati, dai costumi ai valori di un popolo solare, amante della
vita ed estremamente devoto, che non si tira indietro di fronte al lavoro perché teme la
carestia e ben conosce il valore di una terra unica al mondo.
Per la prima volta un volume ricostruisce in modo sorprendentemente realistico la
vita di tutti i giorni in un periodo così lontano e pieno di fascino: un appassionante
viaggio tra i profumi e i colori dell’antico Egitto, all’epoca del suo massimo splendore
e del suo faraone più grande.
L’autore

PIERRE MONTET (1885-1966) è stato un noto egittologo francese. Ha partecipato


ed è stato direttore di vari scavi archeologici, contribuendo alla scoperta di numerose
necropoli e tombe egizie, tra cui la tomba di Psusenne II a Tani e le tombe regie di
Biblo, con una serie di antiche iscrizioni. Nel corso della sua carriera accademica è
stato professore di Egittologia presso l’Università di Strasburgo e il Collège de France
di Parigi.
Pierre Montet

LA VITA QUOTIDIANA IN
EGITTO AI TEMPI DI RAMSES
(1300-1100 a.C.)
La vita quotidiana in Egitto ai tempi di Ramses
Cronologia

Periodo arcaico: 3100-2700 circa a.C.

Antico regno: 2700-2200 circa

Primo periodo
2200-2000 circa
intermedio:

Medio regno: 2000-1750 circa

Secondo periodo
1750-1550 circa
intermedio:

Nuovo regno: 1550-1070 circa

• XVIII dinastia: 1550-1295 circa

• XIX-XX dinastia
1295-1070 circa
(epoca ramesside):

Terzo periodo
1070-745 circa
intermedio:

Età tarda: 745-332 circa

• XXVI dinastia
672-525
saitica:

Epoca tolemaica: 332-30 a.C.


Prefazione
di Jean Yoyotte

Una nuova ristampa di un’opera a quasi mezzo secolo dalla sua prima
edizione non è una circostanza molto diffusa, in un campo delle scienze
storiche che, come gli altri settori dell’orientalismo, ha conosciuto un enorme
arricchimento dal punto di vista della documentazione e un radicale
rinnovamento dei metodi e delle problematiche, nella seconda metà del XX
secolo. La scelta di pubblicare questa ristampa si giustifica innanzitutto in
base al successo grazie al quale L’Egitto ai tempi di Ramses è stato tradotto in
una ventina di lingue e ristampato tante volte nel corso degli anni. La relativa
«vecchiaia» del manoscritto consegnato dall’archeologo che aveva scavato
Tanis, allora (1946) futuro professore al Collège de France ma già stimato per
il suo stile, ha prodotto uno scarto sempre crescente rispetto allo stato delle
fonti e degli studi. Ciò ha richiesto un notevole aggiornamento bibliografico,
a cura di Guillemette Andreu, che permetterà al lettore di accedere a messe a
punto e a raccolte di illustrazioni che gli consentiranno di cogliere de visu le
immagini scolpite e dipinte della vita quotidiana degli antichi Egizi che le
parole di Pierre Montet avevano saputo animare meravigliosamente.
Il talento di scrittore di questo egittologo consiste in un’arte di raccontare
nella quale abitualmente Montet impegnava tutta la sua scienza multiforme
ma anche la sua fantasia, e le sue fantasie hanno segnato una tappa nella
storia della divulgazione egittologica come in quella del mestiere di storico
dell’Antichità. In campo propriamente scientifico, l’opera di Montet è stata
segnata da un elemento di carattere relativamente raro, troppo raro presso gli
studiosi: una inclinazione a marciare fuori dai sentieri battuti, che talvolta si
spingeva fino alla provocazione. Nei suoi libri rivolti ai profani, come nei
suoi articoli specialistici e nei corsi che tenne al Collège de France, che si
rivolgesse al grande pubblico come ai colleghi, preferì le esperienze dirette, i
luoghi personalmente frequentati, le iscrizioni da lui copiate, i testi letti e
riletti sugli originali alla consultazione o compilazione indiretta delle
interpretazioni e commentari altrui.
I migliori passi – e ce ne sono molti – di una vita in Egitto ai tempi di
Ramses da cui l’autore, seguendo il ritmo della sua vita e dei colori delle sue
fonti, parte saggiamente in viaggio verso altri regni e altre epoche sono il
frutto in molti casi dell’avventura personale di uno scavatore ed epigrafista
appassionato ma anche di un amante delle lettere francesi classiche. La
generazione di universitari alla quale appartiene ci ha risparmiato il gergo
filosofeggiante o sociologizzante. I suoi gusti spontanei lo hanno dispensato
dalle pompe accademiche.
I testi egizi sono citati assai spesso. La traduzione parola per parola di
solito rigorosamente seguita è attenuata grazie a traduzioni in cui è passato il
senso profondo che Pierre Montet aveva della situazione concreta o dallo
stato d’animo che egli attribuiva all’autore egizio dell’iscrizione geroglifica o
del manoscritto ieratico. È noto che Montet aveva sostenuto la sua tesi di
dottorato sulle Scene di vita privata nelle tombe dell’Antico Impero.
All’università di Lione era stato allievo di Victor Loret, un altro studioso dai
percorsi inconsueti che aveva dedicato molti lavori alla storia naturale:
censimento della flora, dei quadrupedi domestici e selvatici, dei volatili da
cortile e della selvaggina... Aggiungiamo che Montet era nato dalle parti del
Pas-de-Calais e che per tutta la vita possedette e condusse personalmente
alcuni ettari di vigneto nel Beaujolais. Le sue pagine sulla vita in campagna, e
in particolare sulla vendemmia, e quelle dedicate al cibo, comprese le feste,
sono di un’autenticità gioiosa che poteva essere solo sua.
Come archeologo eseguì i suoi scavi innanzitutto nelle città di Biblo, la
Gebel del Libano, il porto dal quale fin dalle prime dinastie partivano i
carichi di legname di conifere delle quali l’Egitto era povero. Da giovane
aveva rintracciato nel deserto arabico fra il Nilo e il mar Rosso le iscrizioni
lasciate dagli imprenditori e dai viaggiatori egizi lungo i letti dello Uadi
Hammama. Il capitolo sui viaggi certamente ha goduto dei ricordi delle
spedizioni fuori dall’Egitto. Il cantiere in cui Montet si impegnò per più di un
quarto di secolo fu Tanis, nella zona nordorientale del Delta. Vi proiettò e
prolungò il suo sogno a proposito delle relazioni epiche che avevano unito
l’Egitto e le popolazioni semitiche ipotizzando con entusiasmo che
quell’enorme sito nascondesse Avaris, la capitale degli Hyksos venuti
dall’Asia e la città che Ramses II aveva fatto costruire per sé. Il lettore deve
essere avvertito che gli scavi successivi hanno accertato senza possibilità di
dubbio che Avaris e la Casa di Ramses si trovavano altrove (a Qantir e Tell
el-Dab-’a) ma anche che quando rievoca il lavoro degli orafi e le parures
della mummia, Montet lo fa sulla base dell’esperienza ricavata esumando con
le proprie mani le sepolture intatte dei re taniti della XXI e XXII dinastia.
Invitiamo anche il lettore ad apprezzare la messa in scena della vita degli
abitanti delle paludi, in quanto Pierre Montet è stato il solo egittologo a
risiedere, sportivamente, nel Basso Delta umido e fangoso.
Si imporranno verifiche opportune nella bibliografia recente a proposito
di dettagli nella documentazione e interpretazioni troppo fantasiose. Ma per
sognare intorno al quotidiano dell’Antico Egitto e all’entusiasmo di un
egittologo perduto fra i testi, le immagini, i siti e i paesaggi, Le vite
quotidiane in Egitto ai tempi di Ramses conserva un’efficacia piena di
allegria e di scienza in azione.
Introduzione

Gli antichi Egizi erano esigenti con gli dèi e con i morti più che con se
stessi. Quando intraprendevano un nuovo «castello di milioni di anni»,
quando a Ovest di Tebe edificavano le loro «dimore di eternità» si
procuravano le pietre, i metalli e i legnami di qualità a caro prezzo e molto
lontano. Niente era abbastanza bello o abbastanza solido. Ma vivevano in
case di mattoni crudi dove le pietre e i metalli erano imitati con la pittura. I
templi e le tombe sono dunque durati più delle città e le nostre raccolte
contengono, perciò, più sarcofagi e più stele, più statue di re e di dèi che
oggetti fabbricati per i bisogni dei vivi, più testi rituali e libri dei morti che
memorie e romanzi. È possibile, in queste condizioni, cercare di descrivere la
vita quotidiana dei sudditi del Faraone o si è inevitabilmente costretti alle
osservazioni superficiali e ai giudizi puerili 1 dei viaggiatori greci e romani? I
moderni tendono a credere che gli Egizi nascessero già avvolti in bende da
mummia. Gaston Maspero è arrivato a scrivere, quando ha tradotto i primi
canti d’amore, che non è facile rappresentarsi un Egizio innamorato in
ginocchio davanti all’amante. In realtà gli Egizi debordavano di riconoscenza
verso gli dèi, signori di tutte le cose, perché era bello vivere sulle rive del
Nilo; per la stessa ragione hanno cercato tutti i mezzi per godere i beni di
questo mondo anche nella tomba.
Hanno creduto di riuscirci coprendo le pareti della propria tomba di
bassorilievi e pitture che rappresentavano il personaggio sdraiato nel
sarcofago mentre viveva nel suo ambiente, con la moglie e i figli, i parenti, i
servi, una legione di artigiani e contadini. 2 Egli percorreva tali spazi a piedi o
in lettiga o in barca. Poteva limitarsi a godere dello spettacolo, bene insediato
in poltrona, mentre tutto davanti a lui si agitava; oppure prender parte
all’azione, salire su un canotto, lanciare frecce contro gli uccelli che si
nascondevano fra i papiri, arpionare pesci grandi quasi quanto un uomo,
spiare le anatre selvatiche e dare il segnale ai cacciatori, inseguire con le sue
frecce gli orici e le gazzelle. Tutti i suoi intimi tengono ad assistere alla sua
toilette. Il manicure si impadronisce delle sue mani, il pedicure dei suoi piedi,
un intendente gli presenta un rapporto e dei guardiani spingono verso di lui
dei valletti infedeli con gesto rude. Musici e danzatrici si preparano a
incantare i suoi occhi e le sue orecchie. Nelle ore calde della giornata gioca
volentieri con la moglie a giochi che ricordano i nostri scacchi o il nostro
gioco dell’oca.
Per accontentare il committente, il decoratore non doveva dimenticare
nessuna corporazione. La popolazione che si raccoglieva sulle rive delle
paludi si dedicava soprattutto alla caccia e alla pesca. Il papiro forniva i
materiali necessari per costruire non solo le capanne ma soprattutto i leggeri
canotti, così comodi per inseguire attraverso le piante acquatiche i coccodrilli
e gli ippopotami, per raggiungere la macchia dove gli uccelli avevano
stabilito la loro repubblica e riconoscere i luoghi ricchi di pesci. Prima di
partire per una spedizione, i cacciatori avevano provato i canotti e avevano
così avuto occasione di misurare la propria forza e la propria destrezza.
Incoronati di fiori e armati di una lunga pertica, si gettavano reciprocamente
in acqua insultandosi. Di ritorno al villaggio, riconciliati, costruivano e
riparavano le reti e gli altri strumenti da pesca, conservavano il pesce e
allevavano i volatili. I coltivatori seminavano e aravano, strappavano il lino
dal terreno, mietevano e legavano i covoni che gli asini trasportavano al
villaggio. Poi i covoni venivano distesi a terra per essere calpestati dai buoi e
dagli asini; talvolta anche dai montoni. Si separava la paglia dal grano.
Intanto alcuni preparavano le mole mentre altri misuravano il grano e lo
portavano nei granai. Appena terminati questi lavori, l’uva era maturata.
Bisognava allora vendemmiare, spremere, riempire e sigillare le vaste anfore.
Da un capo all’altro dell’anno, i mugnai pilavano e frantumavano il grano e
consegnavano la farina ai fornai e ai panettieri.
Gli artigiani lavoravano la terra, la pietra, il legno e i metalli. Siccome il
legno era raro, gli utensili che servivano agli agricoltori, ai vignaioli, ai birrai,
ai panettieri, ai cuochi erano di terracotta. Il vasellame migliore era di pietra.
Si usavano soprattutto il granito, lo scisto, l’alabastro, le brecce. Le coppe di
piccole dimensioni erano di cristallo.
Gli Egizi amavano adornarsi. Dai laboratori orafi uscivano collane,
bracciali, diademi, anelli, pettorali e amuleti. Questi gioielli venivano
conservati in scrigni. Le fanciulle della casa li toglievano da questi
nascondigli e si adornavano per brevi momenti. Scultori eseguivano l’effigie
del padrone di casa in piedi o seduto, solo o con la famiglia, nell’alabastro o
nel granito, nel legno d’ebano o di acacia. I falegnami fabbricavano armadi e
cassapanche, letti, poltrone e bastoni. Infine i carpentieri tagliavano e
facevano a pezzi gli alberi, costruivano barche, zattere, battelli che
consentivano di circolare in tutto l’Egitto, centralizzare i raccolti, frequentare
i pellegrinaggi di Abido, di Pé o di Dep. Come dice il naufrago, quando era
stato gettato nell’isola del buon serpente, non c’è cosa che non vi si trovi.
Manca solo tutto ciò che potrebbe rievocare la specifica attività praticata
dal padrone della tomba da vivo. Che essa appartenesse a un militare o a un
cortigiano, a un barbiere o a un medico, a un architetto o a un visir,
ritroviamo ovunque le stesse scene. Solo diversamente distribuite. Le
didascalie geroglifiche che le inquadrano o che decorano gli spazi liberi fra
un personaggio e l’altro definiscono quasi negli stessi termini le operazioni e
riproducono gli stessi dialoghi, le stesse frasi, le stesse canzoni. Testo e
immagine, tutto viene dalla stessa fonte. Esisteva dunque un repertorio a
disposizione degli artisti incaricati di decorare le tombe. Da questo repertorio
ognuno assumeva ciò che preferiva e lo adattava alle proprie esigenze. Esso
appare già costituito agli inizi della IV dinastia ed è stato arricchito in tutto il
corso dell’Antico Impero da artisti che non erano privi né d’immaginazione
né di umorismo. Un passante approfitta dell’assenza del pastore per
mungerne la vacca. Un’agile scimmia afferra un servo che allunga la mano
verso un paniere pieno di fichi. Un ippopotamo femmina sta partorendo
mentre un coccodrillo aspetta pazientemente che il piccolo sia nato per farne
un solo boccone. Un ragazzo tende a suo padre un pezzo di corda lungo come
la mano per legare un canotto. Si potrebbe prolungare l’elenco. Gli artisti non
hanno mai perso di vista lo scopo iniziale che era quello di rappresentare le
opere e i giorni di un vasto territorio.
Tale repertorio non fu mai sostituito. Se ne ritrovano i temi principali
nelle tombe dell’Impero di Mezzo a Beni-Hassan, a Meir, a El Bersheh, a
Tebe, ad Assuan. Era ancora in uso qualche secolo dopo, quando i Faraoni
risiederanno a Tebe. Vi fece ricorso anche l’artista che decorò all’inizio
dell’età tolemaica l’elegante monumento a forma di tempio in cui riposa un
notabile dell’antica città degli otto dèi, Petosiris, che da vivo rivestiva la
carica di «grande dei cinque», sacerdote di Thoth e di altri dèi. Queste tombe
però non rappresentano l’eterna e fastidiosa ripetizione di una decorazione
creata e portata alla perfezione all’epoca delle grandi piramidi. A Beni-
Hassan i giochi, le lotte, le battaglie, il deserto hanno molto più spazio che in
precedenza. I guerrieri del nomo si esercitano, assediano fortezze. Era già
stato fatto un primo passo. Alle scene del vecchio repertorio si intrecciava
adesso la rappresentazione degli avvenimenti che avevano segnato l’epoca
della carriera del personaggio che si voleva onorare. Beduini venuti
dall’Arabia si erano presentati al governatore del nomo dell’Orice per
scambiare una polvere verde con cereali e per dimostrare le loro buone
intenzioni avevano offerto una gazzella e uno stambecco catturati nel deserto.
Nella tomba di Khnumhotep questa scena è rappresentata fra la caccia e la
sfilata delle truppe. 3 Il governatore della Lepre non ha voluto ricevere
visitatori venuti così da lontano. Aveva ordinato a scultori che avevano il
laboratorio nelle vicinanze della cava d’alabastro di Hat-Nub, non lontano
dalla sua residenza, un suo ritratto statuario alto tredici cubiti. Quando la
statua venne completata e poté uscire dal laboratorio, venne posta su una
specie di slitta. Centinaia di uomini, giovani e vecchi, disposti in quattro file,
la trascinarono lentamente fino al tempio per una strada sassosa, stretta,
difficile, fra due siepi di pubblico che ne scandivano il procedere con grida e
applausi. 4 Nelle tombe dell’Antico Impero, in verità, si assistette a trasporti
di statue che però erano a grandezza naturale e destinate a decorare le tombe.
Non era mai stato necessario mobilitare tutti gli uomini validi di un’intera
provincia: si trattava di episodi banali del culto funerario. Ma Thuty-hotep ha
scelto per stupire tutti coloro che avrebbero visitato la sua tomba un fatto
assolutamente eccezionale che desse un’idea particolarmente solenne della
sua fortuna e del favore di cui godeva presso il palazzo del re.
Durante il Nuovo Impero, i temi che adornano le tombe di privati
formano tre grandi serie. Innanzitutto, le scene tratte dall’antico repertorio,
aggiornate in base ai cambiamenti numerosissimi intercorsi in un millennio.
In secondo luogo, scene storiche. Un visir come Rekhmarê, un primo profeta
di Amon come Menkheperrê, un fanciullo reale come Huy erano stati
coinvolti in avvenimenti importanti. A Sua Maestà erano stati presentati
dignitari stranieri, cretesi, siriani o neri che desideravano essere «nell’acqua
del re» o che venivano a implorare il soffio della vita. Avevano levato
imposte, reso giustizia, sorvegliato i lavori, istruito le reclute. Un tempo si
faceva incidere sulla tomba una narrazione della vita del defunto: adesso la si
raccontava con le immagini. Infine, la pietà verso gli dèi fino allora trascurata
cominciò a ispirare numerose rappresentazioni. Si diede molto spazio alle
cerimonie della sepoltura. Ne vedremo tutte le peripezie, la confezione di
mobili funerari che potrebbero riempire un intero magazzino, la formazione
del corteo, la traversata del Nilo, la deposizione nella tomba, la gesticolazione
delle prefiche, gli ultimi addii.
I templi sono un grande libro di pietra in cui tutte le superfici sono state
utilizzate dall’incisore. Le architravi, i fusti delle colonne, le basi, i montanti
delle porte sono rivestiti di personaggi e geroglifici come le pareti interne ed
esterne. Nei templi più completi, che sono quelli di bassa epoca, i testi e le
scenette trattano solo di liturgia. Più anticamente il tempio non era solo la
casa del dio ma anche un monumento elevato alla gloria del re. Faraone è
figlio del dio. Ciò che ha fatto si è realizzato con il permesso del dio e spesso
con il suo soccorso. Ricordare i fatti principali di un regno era dunque un
modo per onorare gli dèi. Le scene tratte dalla vita del re si intrecciano quindi
con quelle religiose. Si ricorderà soprattutto ciò che il re aveva fatto per
abbellire il santuario e compiacere gli dèi, una spedizione al paese degli
incensi, gli episodi della guerra di Siria, di Libia e di Nubia da cui si tornava
carichi di bottino e preceduti da prigionieri che sarebbero diventati schiavi
del tempio. Le cacce reali, le sortite del dio in mezzo a una folla ammirata
completavano la collezione di immagini il cui interesse era arricchito da testi
che ne davano la definizione e trascrivevano le affermazioni, gli ordini, i
canti.
Descrivere la vita quotidiana dell’antico Egitto è dunque un’impresa di
quelle che possono essere condotte a buon fine anche se saremo sempre
condannati a ignorare certi aspetti. I monumenti non ci hanno consegnato
solo dei bassorilievi e delle pitture, delle statue e delle stele, dei sarcofagi e
degli oggetti di culto, il che è già molto, ma documenti di ogni genere.
Certamente al mobilio funerario di Tutankhamon o di Psusennes 5
preferiremmo quello di un palazzo di Ramses: in fondo i bisogni del morto
erano ricalcati su quelli dei vivi. Più di una volta, del resto, mani pietose
avevano deposto nella tomba oggetti che il defunto aveva portato o utilizzato
e ricordi di famiglia.
È evidente che non potremo attingere a una documentazione che ricopre
più di tremila anni senza certe precauzioni. Le cose erano cambiate, anche se
forse più lentamente nell’Egitto dei Faraoni che in altre civiltà. Il Nilo, che
portava la vita lungo le sue rive, era un signore imperioso e i suoi comandi
non variavano. Ma le tecniche, le istituzioni e le credenze e i costumi non
erano rimasti immutati. Questa verità che non è contestata da nessun
egittologo è però assai trascurata nella pratica. In alcuni lavori recenti, testi di
tutte le epoche sono citati alla rinfusa. Talvolta si tenta di spiegare le oscurità
di un testo antico con citazioni di Diodoro o di Plutarco quando non di
Giamblico. Si continua a indicare i mesi dell’anno con nomi che sono entrati
nell’uso assai più tardivamente. Così si diffonde l’opinione che l’Egitto sia
rimasto uguale a se stesso dall’inizio alla fine di una storia interminabile.
Per evitare questo rischio bisogna innanzitutto scegliere esattamente
un’epoca. Dopo avere eliminato i due periodi intermedi, la lunga decadenza
consecutiva alla guerra degli Impuri, la rinascita saitica in cui l’Egitto era
veramente troppo occupato a mummificare animali sacri e a copiare libri di
magia e il periodo tolemaico che non riguarda solo gli egittologi, l’autore ha
pensato di volta in volta al periodo delle grandi piramidi, a quello del
Labirinto, ai tempi gloriosi dei Thutmose e degli Amenhotep, a quello
intermedio del disco con i raggi che finiscono con delle mani, alla XIX
dinastia e alla XX che ne è il naturale prolungamento. Sono tutti periodi
affascinanti. L’Antico Impero è la giovinezza dell’Egitto. Vi figura tutto ciò
che l’Egitto ha creato di grande e originale. Eppure, noi abbiamo scelto
l’epoca di Seti e dei Ramses che si prestava meglio alle nostre intenzioni. È
un periodo assai breve, che inizia intorno al 1320 a.C. con un aumento
demografico. Gli Egizi volevano garantirsi una progenitura numerosa che
avrebbe posto fine alle contese per la successione e avrebbe introdotto più di
un cambiamento. Fino allora i signori delle due terre erano stati menfiti o
tebani o erano cresciuti nei nomi del Medio Egitto fra Coptos e il Fayum.
Adesso per la prima volta il trono di Horo era occupato da uomini del Delta i
cui antenati servivano da almeno quattrocento anni un dio che godeva di
cattiva fama perché aveva ucciso il figlio: il dio Seth. L’epoca di cui stiamo
parlando si concluse intorno al 1100 a.C. con un altro rinnovamento delle
nascite grazie al quale l’Egitto congedò definitivamente sia la discendenza di
Ramses sia il suo dio. 6 Questi due secoli sono stati illustrati da tre regni
magnifici, quelli di Seti I, Ramses II e Ramses III. L’Egitto aveva già un
lungo passato dietro di sé. I suoi nuovi signori assicurarono, dopo una crisi
abbastanza grave, la pace religiosa che venne turbata solo intorno al 1100. I
suoi eserciti avevano riportato vittorie brillanti. Il paese era stato coinvolto
dalle vicende delle altre nazioni più che nelle epoche anteriori. Numerosi
sono gli Egizi che vivevano all’estero e più numerosi ancora gli stranieri che
vivevano in Egitto. I Ramessidi erano stati grandi costruttori. Gli Hyksos
avevano distrutto tutto sul loro passaggio. I re tebani non avevano completato
il rinnovamento delle regioni devastate: avevano lavorato molto a Tebe ma
dopo l’eresia la loro opera doveva essere ripresa. La sala ipostila di Karnak, il
pilone di Luxor, il Ramesseum e Medinet Habu con altri edifici grandi e
piccoli rappresentano, nella città dalle cento porte, il contributo più grandioso
di Ramses I e dei suoi successori. Essi non trascurarono nessuna parte del
loro vasto impero. Dalla Nubia a Pi-Ramses e a Pitum furono fondate molte
città e furono ingranditi, restaurati e anche creati molti edifici.
Questi monumenti, queste tombe di re e regine, soprattutto dei
contemporanei, forniscono una documentazione molto abbondante. Per
completarla abbiamo moltissimi papiri che risalgono ai secoli XIII e XII,
romanzi, opere polemiche, raccolte di lettere, elenchi di lavori e di operai,
contratti, verbali e, più prezioso di tutti, il testamento politico di Ramses III.
Ecco le fonti che abbiamo tenuto continuamente sotto gli occhi nel comporre
la nostra opera. Ciò non significa che ci siamo vietati di utilizzare fonti più
antiche o più recenti. Protestando contro la tendenza, manifestata in molte
opere, di considerare l’Egitto come un blocco unico di tremila anni e di
applicare a tutta la civiltà dei Faraoni elementi accertati solo per una data
epoca, non abbiamo dimenticato che molti usi, molte istituzioni, molte fedi in
Egitto hanno avuto una vita lunghissima. Quando un autore classico è
confermato da un bassorilievo menfita abbiamo il diritto di credere che
almeno su questo punto gli Egizi dell’epoca ramesside si comportavano come
i loro antenati e come i loro successori. Abbiamo dunque attinto a tutte le
fonti ogni volta che ritenevamo possibile farlo senza inserire falsi colori nel
quadro che presentiamo della vita quotidiana in Egitto ai tempi di Ramses.
1. Ad esempio Giovenale, Satira XV; Erodoto, II, 35.
2. Montet, Les scènes de la vie privée dans les tombeaux égyptiens de l’Ancien Empire, Strasbourg
1925.
3. Newberry, Beni-Hasan, I, London 1893, tavv. 28, 30, 31, 38.
4. Griffith e Newberry, El Bersheh, I, London 1894, tavv. 13, 17.
5. Carter, The tomb of Tut-Ankh-Amun, 3 voll., London 1923-1933. Montet, Tanis, Paris 1942, cap.
VII.
6. Su quest’epoca, si veda Montet, Le drame d’Avaris, Paris 1941, capp. III e IV.
I
L’abitazione

Le città
Le città faraoniche ormai sono ridotte a colline di polvere disseminate di
cocci di terracotta e frammenti minuscoli. Non dobbiamo stupircene perché
città e palazzi erano costruiti in mattoni crudi. Alcuni di essi erano in
condizioni meno deludenti quando gli studiosi che avevano accompagnato
Napoleone Bonaparte avevano preso i loro rilievi. Nei tempi moderni, molte
distruzioni si sono aggiunte a quelle del passato perché gli indigeni non solo
hanno continuato a sfruttare il sebakh fra le rovine e a trarne blocchi di pietra
ma hanno preso la cattiva abitudine di cercare antichità. Solo di due città
possiamo parlare con conoscenza di causa perché sono due città effimere.
Fondate in base a una decisione dell’autorità reale, furono abbandonate
altrettanto improvvisamente dopo una breve esistenza. La più antica, Hetep-
Sanusrit, fu creata nel Fayum per iniziativa di Sanusrit II e durò meno di un
secolo. L’altra, Akhetaton, fu la residenza di Amenhotep IV dopo la sua
rottura con Amon. I suoi successori vi rimasero fino a quando Tutankhamon
ricondusse la corte a Tebe. Sarà dunque utile parlarne prima di iniziare a
descrivere le città ramessidi.
La città di Sanusrit, chiusa in una cinta muraria che misurava
trecentocinquanta metri per quattrocento, era stata concepita per ospitare
molte persone in uno spazio ridotto. 1 Un muro robusto divideva lo spazio in
due sezioni, una per i ricchi e l’altra per i poveri. Il tempio sorgeva fuori delle
mura. La parte povera era attraversata da un viale di nove metri attraversato
ad angolo retto da numerose altre strade più strette. Le case erano
raggruppate l’una contro l’altra in modo da presentare la facciata dalla parte
della strada. Camere e corridoi erano incredibilmente esigui. Il quartiere
elegante era percorso da strade spaziose che conducevano al palazzo e agli
alloggi dei grandi funzionari, vasti circa cinquanta volte più di quelli
popolari. Le abitazioni e le strade occupavano tutto lo spazio. Gli Egizi hanno
sempre amato i giardini. Harkhuf, l’esploratore che condusse dalla Nubia, per
il suo piccolo sovrano, un nano danzatore, racconta di avere costruito una
casa, scavato un bacino e piantato alberi. Una dama vissuta all’epoca di
Sanusrit ci dice, sulla sua stele, quanto aveva amato gli alberi. Ramses III ne
piantò dappertutto. Ma qui non era previsto niente per rendere le passeggiate
più gradevoli.
La residenza di Akhenaton era una città di lusso. 2 Fra il Nilo e i monti si
apriva una vasta zona semicircolare. Un viale parallelo al fiume attraversava
la città da un capo all’altro tagliando altri viali che conducevano al fiume, alla
necropoli e alle cave d’alabastro. Il palazzo ufficiale, il tempio, gli edifici
amministrativi, i magazzini formavano il quartiere centrale. Nelle strade, case
modeste si alternavano con altre più lussuose che gli archeologi hanno
attribuito ai vari membri della famiglia reale.
Vasti spazi erano stati riservati a vivai d’alberi e giardini, sia nelle
proprietà private sia nei terreni urbani. Gli operai della necropoli e delle cave
erano alloggiati a parte, in un villaggio circondato da un muro. La città è stata
abbandonata così improvvisamente che non c’era stato il tempo per
modificare quanto avevano fatto i suoi primi abitanti.
Nelle città che avevano già un lungo passato – di gran lunga le più
numerose – regnava invece un’estrema confusione. Men-Nefer, «stabile è la
bellezza» – del re o del dio – che i Greci chiamavano Menfi, si chiamava
anche Onkh-taui, «la vita delle due terre», Hat-ka-ptah, «il castello del doppio
di Ptah», e Nehet, «il sicomoro». Ognuno di questi nomi poteva essere
impiegato per indicare l’insieme dell’agglomerato ma in origine essi
designavano sia il palazzo reale e i suoi annessi sia il tempio di Hathor, nota a
Menfi come «la dama del sicomoro». Lo stesso si può dire per Tebe, la città
dalle cento porte di Omero. Inizialmente essa si era chiamata Iat, come il
quarto nomo dell’Alto Egitto che ne dipendeva. Durante il Nuovo Impero si
era affermato l’uso di chiamarla Opet, che alcuni traducono con «harem» e
altri con «cappella» o «castello». L’immenso insieme dei monumenti che ai
nostri giorni viene denominato villaggio di Karnak, a partire dai tempi di
Amenhotep III era detto l’Opet di Amon. 3 Un viale di sfingi lo collegava al
tempio di Luxor, l’Opet meridionale. Ognuno dei due Opet era circondato da
una cinta di mattoni crudi in cui si aprivano numerose porte monumentali di
pietra con portali di pino del Libano armati di bronzo incrostato d’oro. In
caso di pericolo, le porte venivano chiuse. Piankhi racconta che le porte delle
città venivano chiuse al suo avvicinarsi. Ma in tempo di pace i testi che
conosciamo non alludono mai alla chiusura delle porte e siamo autorizzati a
credere che si potesse entrarvi e uscirvi liberamente, sia di giorno sia di notte.
All’interno, abitazioni, magazzini, depositi oggi scomparsi occupavano
buona parte dello spazio compreso fra il tempio e le mura. Giardini e orti
allietavano la vista. Greggi di Amon pascolavano nei parchi. Uno di quei
giardini è stato rappresentato su una parete della sala degli Annali da colui
che lo aveva creato, Thutmose III, con alberi e arbusti importati dalla Siria. 4
Fra le due cinte di mura, su entrambi i lati del viale di sfingi e lungo il fiume,
si succedevano gli edifici ufficiali e i palazzi. Ogni re voleva avere il suo. Le
regine, i principi, i visir e i grandi funzionari non erano molto meno
ambiziosi. Poiché la città continuò a ingrandirsi nel corso delle tre dinastie, è
probabile che le case più modeste e quelle della classe più povera si
distribuissero in mezzo alle dimore opulente, invece di formare, come a
Hotep-Sanusrit, un quartiere separato.
Di fronte a Karnak e a Luxor, sulla riva occidentale, si sviluppava una
seconda città, Tjamé, che si potrebbe meglio definire una successione di
monumenti circondati da case e magazzini, imprigionati da muraglie di
mattoni crudi che in molti punti misuravano trecento metri per quattrocento e
più. 5 Le mura di Amenhotep III misuravano non meno di cinquecento metri
di lato. Queste grandi costruzioni di terra alla base erano larghe una
quindicina di metri e potevano superare i venti metri di altezza. Esse
nascondevano quasi completamente l’interno lasciando scorgere solo le punte
degli obelischi, i cornicioni dei pilastri, le corone delle statue colossali. La
maggior parte di queste città sono state trattate spaventosamente, dagli
uomini e dal tempo. I colossi di Memnone si innalzano in mezzo ai campi di
grano, ma non erano nati per questo splendido isolamento. Essi adornavano la
facciata di un tempio grandioso premuto da ogni lato da costruzioni di
mattoni dove abitava una numerosa popolazione e stavano ammassate
immense quantità di merci. I colossi hanno sfidato i secoli. Il resto si è ridotto
a poveri resti. Altrove le statue colossali hanno subito la sorte del resto. Le
vestigia portate alla luce in qualche veloce campagna di scavi spariscono
altrettanto rapidamente sotto le coltivazioni. Solo il monumento di Ramses III
a Medinet Habu, il Ramesseum, più a nord e quello ancora più a nord di Seti
I, naturalmente insieme al tempio a terrazze della regina Hatshepsut, ci hanno
lasciato resti imponenti. È soprattutto a Medinet Habu che ci si rende conto
dell’aspetto che dovevano presentare queste città cintate quando erano
nuove. 6 Una barca depositava il visitatore ai piedi di una scala doppia; poi si
varcava, fra due garitte di guardie, una recinzione di pietra piuttosto bassa
adorna di scanalature, che un camminamento separava dalla recinzione di
mattoni crudi. In quest’ultima si apriva una porta fortificata costituita da due
alte torri simmetriche separate da uno spazio di sei metri che precedeva un
edificio la cui apertura bastava per il passaggio di un carro. I bassorilievi che
decoravano le pareti esaltavano la potenza del Faraone. Teste degli eterni
nemici dell’Egitto, Libici, Arabi, Neri, Nubiani, sostenevano mensole. Fra
quelle mura ci si doveva sentire abbastanza a disagio. Nelle stanze più in alto
i temi trattati sono più gradevoli. Lo scultore ha rappresentato Ramses servito
dai suoi favoriti, che accarezza il mento di una bella Egizia. L’edificio
comunque era solo un rifugio in caso di eventuali sommosse. Il palazzo e
l’harem si trovavano un po’ oltre, accanto al tempio. Di solito vi
stazionavano solo le guardie.
Varcata la porta, ci si trovava in un cortile spazioso chiuso in fondo dal
muro di una terza cinta che chiudeva il tempio, il palazzo, l’harem, cortili e
vari edifici. Piccoli alloggi ammassati sui due lati di un viale centrale
circondavano da tre lati questa terza cinta di mura. Il clero del tempio e molti
laici vivevano stabilmente in questa città dove risiedeva il re, quando si
trasferiva sulla riva sinistra con le sue mogli e i numerosi domestici.
Di questa natura erano il castello di Ramses, sovrano di On nel territorio
di Amon; il Ramesseum; le venti o trenta città reali della riva sinistra. Il loro
aspetto esterno era dei più austeri. All’interno, c’era un intreccio abbastanza
piacevole di meraviglie architettoniche, palazzi dorati e capanne grigie.
Quanto l’Egitto poteva offrire di meglio a proposito di equipaggi, principi e
principesse talvolta attraversava come un lampo i cortili e i viali. Le risate, i
canti e la musica riempivano gli appartamenti reali. Quando la festa era finita
la porta fortificata lasciava ormai passare solo i greggi, le file di schiavi con
fagotti sulle spalle o sulla testa, soldati, contabili, muratori, artigiani che, fra
polvere e rumore, si distribuivano fra magazzini e laboratori, scuderie e
macelli, mentre gli studenti e gli apprendisti andavano a ricevere la loro
razione di scienza e di colpi di bastone. 7
Le città del Delta non erano da meno rispetto a quelle dell’Alto Egitto né
per l’antichità né per lo splendore dei loro monumenti. Devastate dagli
Hyksos, trascurate dai re della XVIII dinastia, furono restaurate, ingrandite,
abbellite dai Ramessidi. Ramses II amò molto il Delta orientale. Questa
regione era stata la culla della sua famiglia ed egli ne apprezzava il clima
soave, le radure, le grandi distese d’acqua, i vigneti che producevano un vino
più dolce del miele. Sulle rive del ramo tanitico, in una radura spazzata dal
vento, sorgeva una antica città di teologi, centro del culto del dio Seth e sede
di una scuola artistica originale fin dalla più remota antichità. Si chiamava
Hat-uârit e gli Hyksos ne fecero la loro capitale. La città vegetava da quando
Ahmose li aveva scacciati. Ramses vi si insediò appena ebbe completato le
cerimonie dovute a suo padre e immediatamente cominciò le grandi opere
che avrebbero ricondotto vita e prosperità alla regione e fatto dell’antica città
una incomparabile residenza reale. 8 Come a Tebe, il tempio e altri edifici
erano circondati da una grande muraglia di mattoni in cui si aprivano quattro
porte da cui strade e canali si dipartivano verso i quattro punti cardinali. Da
Assuan erano stati fatti giungere, senza riguardo né per la distanza né per le
difficoltà, blocchi di inusitata grandezza per costruire il sancta sanctorum e
moltiplicare stele e obelischi tutti perfettamente cesellati. Leoni dal volto
umano, dall’espressione spaventosa, di granito nero e sfingi di granito rosa si
fronteggiavano lungo i viali lastricati con blocchi di basalto. Leoni sdraiati
vegliavano davanti alle porte. Diadi e triadi, colossi in piedi e seduti, molti
dei quali rivaleggiavano con quelli di Tebe e superavano quelli di Menfi,
erano allineati davanti ai pilastri.
Il palazzo splendeva d’oro, di lapislazzuli, di turchesi. Ovunque
brillavano i fiori. Strade bene ombreggiate attraversavano una campagna ben
coltivata. Merci giunte dalla Siria, dalle isole, dalla terra di Punt si
ammassavano nei magazzini. Distaccamenti di fanteria, compagnie di arcieri,
carri, equipaggi della flotta erano acquartierati nei pressi del palazzo. Molti
Egizi erano venuti ad abitare vicino al sole: «Che gioia risiedere laggiù –
afferma lo scriba Pabasa – non c’è niente da desiderare di più. Il piccolo è
come il grande [...] Tutti sono eguali quando devono presentare la loro
richiesta». Agli Egizi si affiancavano, come nelle altre grandi città, i Libici e i
Neri. Ma soprattutto pullulavano gli asiatici, prima dell’Esodo ma anche
dopo.
Vivevano nel Delta i discendenti dei figli di Giacobbe e altri nomadi che,
avendo ottenuto il permesso di risiedere in Egitto, non se ne volevano andare,
i prigionieri provenienti da Canaan, Amor, Naharina, i cui figli qualche volta
riuscivano a diventare agricoltori o artigiani liberi. Ben presto la città reale si
trovò accerchiata da una città molto più estesa dove le case si alternavano ai
magazzini. I nuovi quartieri ebbero il loro tempio circondato, come il grande,
da una cinta muraria di mattoni. Fu necessario riservare uno spazio anche al
cimitero, 9 perché gli Egizi del Delta non avevano, come quelli del Sud, la
possibilità di seppellire i morti nel vicino deserto. Costruivano invece le loro
tombe e quelle dei loro animali sacri in città, fuori delle mura o anche al loro
interno, a due passi dal tempio. Poiché lo spazio era limitato, non era più
possibile innalzare monumenti grandiosi come quelli di Menfi. Le tombe
erano piccole sia a Tanis sia ad Athribis, qualunque fosse il rango del
personaggio cui erano destinate.
Ramses II non lasciò molto da fare ai suoi successori, in tema di
costruzioni. Ramses III si era dedicato principalmente a curare e aumentare i
giardini e i vivai d’alberi: «Io ho fatto fruttificare la terra intera – diceva –
con gli alberi e le piante. Ho fatto in modo che gli umani potessero sedersi
alla loro ombra». 10 Nella residenza del suo illustre avo, aveva creato giardini
immensi, allestito spazi per passeggiate in campagna, piantato vigneti e
oliveti, fiancheggiato la via sacra di fiori splendenti. 11 A On il re aveva fatto
pulire bene i laghi sacri del tempio «togliendo via tutte le sozzure che vi si
erano accumulate da quando esiste la terra». Aveva rinnovato dappertutto
alberi e piante. Aveva creato aiuole in modo da offrire al dio Tum vino e
liquori, un uliveto che produceva «il primo olio d’Egitto per far salire la
fiamma nel tuo palazzo sacro». Il tempio di Horo, già in pessime condizioni,
era ormai il principale. «Ho fatto prosperare il bosco sacro che si trovava
all’interno della sua cinta di mura. Ho fatto rinverdire il papiro come nelle
paludi di Akh-bit (dove Horo era vissuto da bambino). Era caduto in
abbandono dall’antichità. Io ho fatto prosperare il bosco sacro del suo tempio.
L’ho messo al suo posto esatto, che era stato raso al suolo. Ho fornito i
giardinieri per farlo prosperare in modo da produrre libagioni e offerte di
liquori.» 12
Voleva dire unire l’utile al dilettevole. Erodoto ha osservato che il tempio
di Bubaste circondato da grandi alberi era uno dei più gradevoli da
contemplare di tutto l’Egitto. Non c’è dubbio che nel XII secolo un
viaggiatore avrebbe potuto provare, in molte città egizie, la stessa
impressione gradevole. L’austerità delle grandi mura di mattoni era
compensata dalle macchie di verde. Sulle rive dei rami del Nilo i cittadini
gustavano la frescura all’ombra dei grandi alberi. Nelle corti del tempio i fiori
valorizzavano la bellezza delle sculture.
Per gli animali, le piante e anche gli uomini era necessaria molta acqua.
Non sarebbe stato possibile procurarsela in quantità nel canale fuori dalle
mura, anche quando questo canale, come a Medinet Habu o a Pi-Ramses,
arrivava nei pressi della porta monumentale. Nella maggior parte delle città
murate sorgeva un serbatoio di pietra. 13 Una scala consentiva di accedere al
livello dell’acqua in ogni stagione. L’esistenza di pozzi è attestata almeno a
partire dal Nuovo Impero. Ne sono stati scoperti nelle proprietà private e nei
quartieri urbani. 14 Ce n’erano almeno quattro all’interno delle mura di Pi-
Ramses, di pietra e di accurata costruzione. 15 Il più piccolo, a ovest del
tempio, aveva un diametro di dieci metri. Vi si scendeva lungo una scala
rettilinea coperta di ventitré gradini ai quali, all’interno del pozzo, seguiva
una scala a spirale di una dozzina di gradini. Il più grande, a sud del tempio,
era di cinque metri di diametro. Vi si scendeva attraverso una scala coperta di
quarantaquattro gradini a due rampe separate da un pianerottolo di riposo.
Nel pozzo stesso si poteva continuare a scendere grazie a una scala di ferro à
cheval e riempire le giare anche nei periodi di secca. Negli altri periodi era
più semplice far salire l’acqua tramite una carrucola fino al serbatoio
collegato attraverso un canaletto di scolo a un secondo serbatoio di pietra
nello stesso tempio. Nella parte orientale della città abbiamo scoperto
numerose canalizzazioni di terracotta di diversi modelli profondamente
interrate. La più importante era fatta di vasi senza fondo che si intersecavano
ed erano accuratamente cementati. Non è stato finora possibile seguire queste
canalizzazioni per tutta la loro estensione, né scoprire il loro punto di
partenza e di arrivo. Non solo non possiamo datarle ma ignoriamo se
servissero a portare l’acqua potabile o a evacuare quelle usate. Abbiamo
voluto comunque segnalare l’esistenza di queste opere che dimostrano come
l’amministrazione dei Faraoni non fosse indifferente né al benessere degli
abitanti né alla salute pubblica.
Il dominio reale o divino esercitava intorno a sé una potente attrazione.
Nelle epoche di torbidi, coloro che avevano paura forzavano la cinta di mura
e non volevano più andarsene. Costruivano le loro case nei parchi e nei
giardini, distruggendo le belle prospettive volute dai primi costruttori, e
invadevano persino i sagrati dei templi appollaiandosi sulle mura fino a
ostacolare lo svolgimento delle cerimonie e la sorveglianza delle sentinelle.
Un medico che esercitava sotto il regno di Cambise, Uadj-hor-resné, ebbe il
dolore di constatare che un gruppo di stranieri si era insediato nel tempio di
Neith, la signora di Sais. 16 Poiché poteva parlare direttamente al gran re,
ottenne che Sua Maestà scacciasse tutti quegli indesiderabili, facesse
abbattere le loro case ed eliminare le loro immondizie in modo che si
potessero celebrare le feste e le processioni come in passato. Uno stregone di
nome Ged-hor che viveva a Hathribis constatò che semplici privati avevano
costruito le loro capanne di mattoni crudi sopra le sepolture dei falchi sacri. 17
Ma non aveva relazioni elevate come il medico saitico: fece dunque ricorso
alla persuasione e riuscì a convincere gli invasori ad andarsene trasferendosi
in una zona vantaggiosa, da lui indicata. Si trattava, in realtà, di una palude
ma anche a questo trovò rimedio: abbattere le case degli intrusi per colmare
le paludi. Così per la brava gente di Hathribis venne preparato un
insediamento ben collocato, pulito e comodo, appena un po’ umido nei
periodi di piena. A Tanis, abbiamo personalmente constatato l’invasione del
tempio a opera delle abitazioni. Ne abbiamo trovate nei cortili e sulle mura.
Un certo Panemerit, un personaggio importante, fece costruire la sua casa nel
cortile principale del tempio, addossata al pilastro perché le sue statue
beneficiassero delle cerimonie sacre. 18 Panemerit è vissuto in epoca anche
più tarda di quella del medico di Sais o dello stregone di Hathribis. Ma
l’Egitto è una terra abitudinaria: daremo le prove di questa affermazione.
Crediamo che i fatti che abbiamo denunciato in base a documenti tardivi si
siano ripetuti più di una volta nel corso dei secoli. Approfittando della
disattenzione o della debolezza delle autorità, gli abitanti lasciavano i
quartieri più sfavoriti per mettersi al riparo delle alte mura e forse per poter
partecipare ai saccheggi, se ce n’era l’occasione. Quando le autorità
tornavano a vigilare, i parassiti venivano spazzati via. Il tempio, la città reale
riprendevano il loro splendore fino alla prossima occasione. Al tempo di Seti
I, del grande Sesostri, di Ramses III, nessuno avrebbe osato insediarsi in un
terreno riservato ma ciò poté verificarsi fra i regni di Merenptah e Seti-Nekht
e sotto gli ultimi Ramessidi si vide ben di peggio.

I palazzi
I contemporanei ammiravano molto il palazzo reale di Pi-Ramses. La loro
descrizione però è purtroppo rimasta nel vago: non è nota esattamente
nemmeno la sede precisa della costruzione. Gli scavi in proposito non hanno
fornito nessuna informazione positiva. È noto che nel Delta sorgevano altre
residenze reali. Tracce di un palazzo sono state trovate a Quantir, un villaggio
ombreggiato di bei palmizi a venticinque chilometri da Pi-Ramses in
direzione sud. 19 Mentre attendeva la sua fidanzata, la figlia del re hittita che,
in pieno inverno, attraversò l’Asia Minore e la Siria per andargli incontro, il
Faraone ebbe l’idea galante di far costruire nel deserto, fra l’Egitto e la
Fenicia, un castello fortificato dove si recò ad aspettarla. Nonostante la
situazione isolata, questo castello rigurgitava di tutto ciò che si poteva
desiderare al mondo. Ognuno dei suoi quattro lati era posto sotto il patrocinio
di una divinità: Amon sorvegliava l’occidente, Setekh il mezzogiorno,
Astarte il levante e Uadjit il Nord. In onore del re d’Egitto e della sua sposa
asiatica aveva messo insieme due divinità egizie e due asiatiche, dato che
Seth aveva adottato l’acconciatura e il perizoma dei Baal e non somigliava
quasi più al dio egizio. Le quattro statue avevano dei nomi come se fossero
esseri viventi, Ramses-Miamun, Vita, Salute, Forza, Montu nelle due terre,
Fascino dell’Egitto, Sole dei principi sostituivano i termini di dio, araldo,
visir e pasha. 20 All’interno della sua città che sorgeva a occidente di Tebe,
Ramses III aveva un palazzo che chiamava la sua casa di piacere, le cui
tracce sono state salvaguardate e studiate dagli archeologi dell’Istituto
orientale dell’università di Chicago. 21 La facciata di questo palazzo si
affacciava sul cortile interno del tempio. I bassorilievi che la decoravano e
che si scorgevano fra le colonne del peristilio erano stati scelti assai
accuratamente per esaltare la potenza del re. Ramses massacrava i suoi
nemici con un colpo di mazza. Seguito da una splendida scorta, visitava le
scuderie. Assumeva il comando delle sue truppe dall’alto del carro e rivestito
delle sue armi da guerra. Infine assisteva insieme all’intera corte alle lotte e
alle esercitazioni dei suoi soldati migliori. Al centro della facciata si apriva il
balcone delle apparizioni reali, riccamente decorato e preceduto da quattro
colonnette papiriformi assai slanciate che sostenevano una cornice a tre piani.
Il disco alato planava sul piano inferiore, quello intermedio era occupato da
palme e quello superiore completato da urei col disco solare. Da qui il re si
mostrava quando il popolo era autorizzato ad ammassarsi nel cortile per la
festa di Amon e distribuiva le ricompense. Il balcone comunicava con gli
appartamenti reali. Essi comprendevano, al centro, varie sale a colonne una
delle quali faceva da sala del trono, camera del re e sala da bagno. Questa
parte centrale era isolata, grazie a un vestibolo, dagli appartamenti della
regina, che comprendevano parecchie camere e stanze da bagno. Lunghi
corridoi rettilinei facilitavano il transito e anche la sorveglianza, perché
Ramses III, ammaestrato dall’esperienza, era diffidente.
La decorazione interna della sala del trono doveva essere austera a
giudicare dalle tavolette smaltate scoperte più di trent’anni fa e dai frammenti
di bassorilievi recentemente scoperti dalla missione americana. Il re è
ovunque rappresentato in piedi sotto forma di una sfinge e dai suoi nomi
geroglifici. I nemici dell’Egitto sono rappresentati legati dinanzi a lui. Sono
vestiti delle loro ricche vesti decorate di ornamenti barbari e rappresentati con
cura nelle loro fisionomie, acconciature, gioielli. I Libici sono tatuati, i Neri
hanno orecchini, i Siriani portano al collo medaglioni. I nomadi chasu
trattengono indietro i lunghi capelli con un pettine. 22 Non è improbabile che
le camere del re e della regina fossero decorate con temi più gentili.
L’area coperta dall’abitazione reale non era vasta. Era un quadrato con
meno di quaranta metri di lato. Certamente il re non vi risiedeva a lungo
perché poteva alloggiare dall’altra parte del fiume. Nel Delta non aveva che
l’imbarazzo della scelta. Menfi, On, Pi-Ramses, non chiedevano che di
accoglierlo. Aveva cominciato a edificare una nuova costruzione fra On e
Bubaste, nel luogo che gli Arabi chiamavano Tell el Yahudieh, dove sono
state scoperte delle tavolette smaltate del genere di quelle trovate a Medinet
Habu. 23 Il tempo ha provocato tali danni al palazzo di Seti e dei Ramessidi
che non possiamo fare a meno – se vogliamo farci un’idea meno sommaria
del palazzo di un faraone del Nuovo Impero – di trasferirci col pensiero nella
residenza di Akhenaton, di poco anteriore. I pavimenti delle sale a colonne
rappresentavano uno stagno ricco di pesci, tappezzato di ninfee, su cui volano
uccelli acquatici e sulle cui rive sorgono canneti e papiri. Vitelli balzano in
mezzo alle zolle e fanno alzare in volo le anatre selvatiche. Sui fusti delle
colonne si arrotolano viti e vilucchi. I capitelli e le cornici erano abbelliti da
incrostazioni smaglianti. Sulle pareti erano dipinte scene di vita famigliare. Il
re e la regina stavano seduti uno di fronte all’altra, Akhenaton su una
poltrona e Nefertiti su un cuscino. Sulle sue ginocchia stava un neonato; la
primogenita delle principesse circondava con le braccia il collo della sorellina
minore. Altre due piccole principesse giocavano sedute per terra. 24 Con una
certa esagerazione si è detto che in tutta l’arte egizia non esiste un’altra scena
altrettanto incantevole. In realtà, gli stagni, i papiri, gli uccelli, gli animali che
trottano o saltano fanno parte del repertorio più usuale. A Medinet Habu
abbiamo visto il re circondato da graziose favorite. Ci sentiamo di affermare
con una certa sicurezza che i palazzi dei Faraoni sotto la XIX e la XX
dinastia erano decorati con altrettanto lusso. Come ai tempi di Akhenaton, le
pareti, i soffitti e i pavimenti, le colonne e i cornicioni dipinti di freschi colori
erano una gioia per l’occhio e per lo spirito. La ricchezza del mobilio, il lusso
delle vesti e dei gioielli completavano un insieme estremamente elegante.

Le case
I personaggi più importanti si sforzavano di imitare il lusso e gli agi delle
case dei re. Le loro residenze di città o di campagna, che potevano anche
superare un ettaro di superficie, erano circondate, come il dominio divino e
reale, da un muro alto e robusto che si varcava attraverso una porta di pietra
per raggiungere l’abitazione del signore, mentre porte secondarie, semplici
aperture, davano accesso ai giardini e alle zone della proprietà. Così si
presentava, a Bubaste, la casa in cui la perfida Tbubui attirò il suo amante. La
casa di Apuy assomigliava a un piccolo tempio. La facciata era preceduta da
un portico a colonne papiriformi. L’architrave sosteneva un cornicione
decorato con motivi di palme. La porta d’ingresso aveva gli stipiti decorati di
pietre da taglio e l’architrave decorata a palme. 25 La casa in cui il re Aÿ
ricevette e ricompensò la moglie di Neferhotep aveva un portico a colonne
che sostenevano un tetto leggero che sporgeva su tutti i lati e si reggeva alle
estremità su colonne alte e sottili che formavano un peristilio intorno alla
casa. 26 Possiamo farci un’idea dell’aspetto esteriore di queste due abitazioni
grazie ai dipinti che Apuy e Neferhotep avevano fatto eseguire nella loro
tomba. Per la disposizione interna, bisogna visitare gli scavi di El Amarna.
Dal portico d’ingresso si passava nel vestibolo prima di entrare nelle stanze
di rappresentanza il cui tetto era sostenuto da colonne. A queste sale
pubbliche si accedeva attraverso stanze d’ingresso dove sono state trovate
casse di mattoni che servivano probabilmente da armadi per la biancheria e le
vesti; accanto si trovavano depositi dove erano conservati provviste e
rinfreschi. Gli appartamenti dei padroni di casa con la loro stanza da bagno e
i gabinetti occupavano il resto dell’edificio. I muri della stanza da bagno sono
rivestiti di pietra. In un angolo è stata trovata una lastra di pietra circondata
da una paratia di mattoni, da dietro la quale un servo poteva gettare
dell’acqua sul padrone che si bagnava. Questi, dopo il bagno, andava a
sedersi su un sedile vicino per farsi frizionare. Il gabinetto, dietro la stanza da
bagno, era imbiancato a calce e provvisto di un sedile forato, di calcare,
posato su dei cassonetti di mattone contenenti sabbia. 27 Ogni casa un po’
confortevole era circondata da vari cortili. Uno di essi conteneva i silos a
forma di alveare. Le scuderie e i canili erano a nord. A est erano distribuite di
solito la cucina, la panetteria e le casette di mattoni dei servi che erano
costretti a fare un lungo tragitto per portare i piatti ai loro padroni e
raggiungevano le sale di ricevimento da un ingresso di servizio. Le casette di
solito erano divise in quattro stanze con un ingresso, un ambiente centrale col
tetto sostenuto da una colonna e in fondo la cucina e una camera. La famiglia
si ammassava in questo spazio ristretto, che divideva con gli animali. Si
poteva salire sul tetto con una scala. Le case degli intendenti, all’estremità del
quartiere, erano spaziose e confortevoli. 28 In genere l’acqua potabile era
fornita da un pozzo di pietra.
I giardini erano divisi in quadrati e in rettangoli da viali che si
intersecavano perpendicolarmente, diritti, affiancati da alberi, ombreggiati da
vigneti, rallegrati da fiori che gli Egizi curavano molto. Anna aveva raccolto
nel suo giardino quasi tutti gli alberi che spuntavano nella valle del Nilo, la
palma da dattero, la palma dum, il cocco che veniva chiamato palma da
cocco, il sicomoro, il fico, il balanite, il giuggiolo, il melograno, il persea,
l’acacia, la tamerice, il salice, il tasso, e alcuni altri che non sono stati
identificati, in tutto diciotto specie. 29 Anche Rekhmarê coltivava nel suo
giardino circondato da solide pareti tutte le specie di alberi e piante note al
suo tempo. 30 Spesso sotto gli alberi si allestiva un chiosco in materiali leggeri
ma non privo di una certa eleganza. I padroni vi consumavano i pasti durante
l’estate. Ovunque sorgevano baracche di legno dove si tenevano le bevande
in fresco, in grandi zirs nascosti sotto le foglie accanto a tavole e scansie dove
i servi avevano depositato artisticamente tutte le raffinatezze della cucina
egizia.
Non si può immaginare un giardino senza stanza per la piscina, che di
solito era di forma quadrata o rettangolare e pavimentata a mattoni. La
superficie era coperta di ninfee; le anatre vi si bagnavano. Vi si accedeva con
una scala e quasi sempre una barca aspettava gli abitanti che vi si volessero
allietare. 31
Le case abitate dalla classe media in genere erano a più piani e talvolta
avevano dei silos sui tetti. Nessun ornamento rallegrava la facciata. La porta
era inquadrata fra due stipiti e un’architrave di pietra era posta in angolo. Il
pianterreno prendeva luce solo dalla porta. Le finestre, di solito due, quattro o
addirittura otto per piano, erano piccole, quadrate, provviste di una tenda per
proteggere gli abitanti da calore e polvere.
Abbiamo trovato a Tanis una cornice di finestra di pietra che non
superava il cubito per lato. La tenda poteva essere sostituita da una lastra con
aperture a intaglio. Sempre a Tanis abbiamo trovato i due cartigli intagliati
del re Merenptah inseriti in una finestra quadrata. Su alcuni dipinti tebani,
abbiamo trovato strisce orizzontali tracciate sui muri come se fossero state
fatte con delle panche o completate da assi. Ci siamo spiegati l’esistenza di
queste strisce a Tanis dove abbiamo constatato che i muratori distribuivano la
malta a strati orizzontali mentre i giunti verticali erano riempiti
semplicemente di fango. Il muro alla fine appariva rigato orizzontalmente da
lunghe strisce bianche.
Le stanze a pianterreno di solito erano affittate ad artigiani. Era così, ad
esempio, a Tebe, nella casa di un certo Thuti-nefer. Le donne filavano e gli
uomini facevano andare il telaio. Nella stanza vicina si macinava il grano e si
faceva il pane. I proprietari stavano al primo piano in una stanza spaziosa
illuminata da finestrelle poste in alto, sostenuta da colonne a forme di loto. La
porta doveva essere decorata da piastre smaltate, a meno che il legno non
fosse scolpito direttamente. Sulle pareti non si distingue più niente ma gli
Egizi avevano l’abitudine di coprire di dipinti tutte le superfici disponibili. A
Tanis in una casa di epoca recente con le pareti interne stuccate ho raccolto
delle piastre su cui erano disegnati battelli e danzatrici. Senza dubbio si tratta
di una moda più antica e abbiamo ragione di credere che le stanze delle case
assomigliassero alle stanze delle tombe tebane sul cui soffitto era dipinta una
vigna mentre sulle pareti erano raffigurate una caccia, un viaggio nella città
santa di Osiride e altre scene di genere.
Il secondo piano aveva il soffitto così basso che gli occupanti non
dovevano nemmeno alzarsi sulla punta dei piedi per toccarlo con la punta
delle dita. È in una stanza di questo piano che il padrone faceva la sua
toilette. Si sedeva su un sedile e i servi gli portavano una brocca e un catino,
un ventaglio e uno scacciamosche. Gli scribi gli sedevano vicino per leggere
la posta e registrare gli ordini. Altri servi andavano e venivano per la scala e
nei corridoi portando in testa fagotti e giare piene d’acqua sospese ai due lati
di un bilanciere posato su una spalla. 32
Nella casa di un certo Mahu, la distribuzione dei piani rispondeva agli
stessi princìpi. Nel pianterreno erano ammassate delle giare. Al primo piano
si trovava la sala da pranzo. Il secondo piano era pieno di scudi, armi e vari
utensili. Mahu era capo della polizia, quindi abbiamo ragione di credere che
egli passasse la notte in quella stanza in modo da poter correre
immediatamente all’assalto dei briganti se veniva convocato all’improvviso
in piena notte.
In genere i tetti erano piatti e raggiungibili con una scala fissa o mobile.
Alcuni, come Thuty-hotep, vi collocavano dei silos per il grano. Altri
sistemavano sui lati un traliccio di sicurezza, per i bambini o per proteggersi
dagli sguardi indiscreti quando vi passavano la notte all’aperto. Nebamon e
Nakhti avevano fatto costruire sui loro tetti delle appendici a forma di
triangolo rettangolo che sono state interpretate come bocche per l’aria. Ma
anche le case a tetto puntuto non erano ignote in Egitto. In una tomba di Abu-
Roach, contemporaneo del re Den, che viveva nei pressi dell’attuale Cairo
circa due millenni prima dei Ramessidi, ho trovato due pezzi di un gioco
d’avorio che rappresentano case con il tetto inclinato formato da due triangoli
e due trapezi. 33 Questa copertura decisamente progredita stupisce in un’epoca
così antica e poteva essere stata ideata solo in un paese dove pioveva e il
legname era abbondante. Ora, in Egitto piove abbastanza solo nella zona
costiera, dove ai nostri giorni le case sono coperte da terrazze. È dunque
probabile che i giochi di Abu-Roach riproducano un tipo di abitazione
straniera rispetto all’Egitto. Non abbiamo alcuna prova che all’epoca dei
Ramessidi tale abitazione fosse in uso in nessun punto del territorio.
Nemmeno a Tebe le abitazioni erano così ammassate e il terreno così
prezioso da impedire di piantare qualche albero, in cortili interni o davanti
alle facciate delle abitazioni. Da Nebamon due palme sembravano uscire dal
tetto eppure erano cariche di datteri. Una casa molto più alta che larga,
rappresentata nella tomba 23 di Tebe, è compresa fra due filari di alberi.
Un’altra, nota come tomba 254, è preceduta da tre melograni che escono da
cassoni di terracotta decorati con motivi a vari colori e da due palme dum. 34
Gli Egizi, anche di classe modesta, facevano del loro meglio per avere
abitazioni comode e piacevoli e per difendersi dai nemici del riposo
domestico numerosissimi nel loro paese: gli insetti, i topi, i ramarri e i
serpenti. Il papiro medico Ebers ci ha tramandato alcune ricette utili. 35 Per
eliminare gli insetti dalla casa bisognava lavarla con una soluzione di natron
oppure cospargerla di un prodotto detto bebit schiacciato su del carbone. Se si
poneva all’ingresso di una tana di serpente del natron, oppure un pesce secco,
la tilapia nilotica, oppure dei semi di cipolla, il serpente non ne uscirà. Il
grasso di rigogolo è eccellente contro le mosche, le uova di pesce contro le
pulci. Se si mette grasso di gatto sui sacchi o sulle balle, i topi non si
avvicineranno. Se si bruciano escrementi di gazzella nel granaio o si spalma
la soluzione su mura e pavimenti della casa i roditori non mangeranno il
grano.
Ecco un sistema infallibile per impedire i furti dei nibbi. Si piantava per
terra un ramo di acacia e si diceva: «Un nibbio ha rubato in città e in
campagna... Vola, cuocilo, mangialo». Dicendo queste parole sul bastone di
acacia dopo avervi posto una focaccia si impediva al nibbio di rubare.
Per purificare l’aria delle stanze guardaroba c’era una fumigazione
efficace ma non alla portata di tutti: bisognava mescolare incenso, resina,
trementina e altri prodotti esotici ed egizi. Questa ricetta, come le precedenti,
attesta il desiderio di tenere la casa pulita e igienicamente sicura. Questo
naturale desiderio deve avere indotto le autorità a prendere misure generali
per evacuare le acque sporche ed eliminare i rifiuti domestici: ma in
mancanza di documenti non possiamo dire niente in proposito.

I mobili
Nelle stanze di rappresentanza del palazzo, comprese le case dei ricchi, i
mobili consistevano essenzialmente in sedie e sedili. Ce n’erano di assai
semplici, simili a una cassa dotata di uno schienale non più alto di una mano.
I lati erano decorati da un’incrostazione di scaglie delimitata dalla bacchetta
egizia. La ricchezza dei materiali, la qualità del lavoro potevano compensare
la semplicità dell’oggetto. Molto più eleganti e confortevoli erano le poltrone
intagliate a quattro piedi a forma di leone, con un alto schienale e due
braccioli. Per il re e la regina, non bastava ancora. Il diritto e il rovescio dello
schienale erano decorati con temi del repertorio della grande scultura, incisi
nel legno, nel cuoio o nel metallo sbalzato, in oro, argento, rame e con
incrostazioni di pietre preziose. Il re, in forma di grifo o di sfinge, protetto
dall’ureo, l’avvoltoio o il falco, lacera con gli artigli un Asiatico o un Nero.
Esseri grotteschi come quelli che si facevano venire a caro prezzo da Punt o
dall’Alto Nilo danzavano al suono del tamburello. Il re riceveva dalle mani
della regina un fiore che la faceva amare. La regina appendeva al collo del
marito una collaretta. Davanti ai braccioli erano poste delle teste di leone, di
falco o di donna. Fra i piedi, le piante simboliche del Nord e del Sud
spuntavano da una base e si intrecciavano intorno a un grande geroglifico che
significava l’unione. 36
Si costruivano due tipi di sgabello. I più semplici avevano i piedi
verticali, i più lussuosi li avevano incrociati a X, che finivano a testa di
anatra. Anche le sbarre finivano a testa di animale. A terra venivano stese
stuoie e ovunque erano sparsi cuscini. 37 Si disponevano cuscini dietro la
schiena e sotto i piedi delle persone sedute in poltrona. Quando gli invitati
erano più numerosi dei sedili, gli ultimi venuti, i più giovani, si sedevano sui
cuscini o anche direttamente sulle stuoie.
La sala da pranzo, quando era distinta dalla stanza di rappresentanza,
conteneva dei sedili e dei tavolinetti per gli invitati, tavoli e scansie per i cesti
di frutta, i piatti di carni e verdure, le giare e i vasi. Erano mobili numerosi
ma piccoli. Gli Egizi non hanno mai avuto l’idea di fabbricare grandi tavoli
intorno ai quali i convitati potessero radunarsi: mangiavano da soli o a gruppi
di due.
Nelle epoche più antiche si utilizzavano due tipi di vasellame: il tipo
comune era in terracotta, quello di lusso in pietra. Le pietre utilizzate erano
soprattutto lo scisto nero o blu e l’alabastro, meno spesso la breccia rossa, il
granito per i vasi di grandi dimensioni, il cristallo di rocca per i bicchieri. Con
vari materiali si fabbricavano vasi cilindrici o ovoidi, bicchieri piccoli e
grandi, coppe, piatti, contenitori a becco, brocche, zuppiere, vasi a piede.
Artigiani più ricchi di immaginazione scolpivano nella pancia del recipiente
la reticella che sosteneva il vaso o gli davano la forma di una nave o di un
animale. 38
Non si smise mai di fabbricare bei vasi di pietra. Le tombe del Nuovo
Impero ne hanno fornito serie importanti: ma più spesso si usava vasellame
d’oro e d’argento. Si facevano anche acquamanili per uso profano. 39 Si
preparavano infusioni calde in bollitori simili alle nostre teiere, dotati di un
passino interno appeso davanti al becco. Se si preferiva si poteva versare la
bevanda calda attraverso un passino nella tazza del consumatore. Il famoso
bicchiere con la capretta del tesoro di Bubaste era adattissimo a contenere del
latte. Questi contenitori potevano avere forme assai diverse: bicchieri col
fondo arrotondato e un becco, coperchi rotondi con un’impugnatura e un
becco, bicchieri sostenuti da un lungo manico un po’ come i misurini dei
nostri lattai. I crateri e le coppe a ovolo erano adatti alla crema e ai dolci.
Ramses III non avrebbe mai accettato di partire per una campagna se il suo
ufficiale d’ordinanza non avesse portato per lui un contenitore d’oro ad ansa
capace di contenere circa tre litri e una caraffa. 40 Quelli che non potevano
permettersi questo vasellame di gran lusso si accontentavano di quello di
terracotta. Da qualche tempo i vasai si erano messi a produrre dei bei pezzi di
vasellame fine sui quali si dipingevano motivi geometrici o floreali o scene
vivaci come quelle che vediamo incise su vasi di metallo: un uccello che
divora un pesce, animali in corsa.
Fin dall’inizio del Nuovo Impero, l’Egitto riceveva dall’estero, dalle
isole, dalla Siria e dalla Nubia, oggetti di pura rappresentanza di metallo e
pietre preziose, crateri, anfore, tavolinetti assolutamente inutilizzabili che
servivano da pretesto per radunare tutta la flora e la fauna reale o
immaginaria. I templi raccoglievano la maggior parte di quegli oggetti
preziosi ma il Faraone teneva per sé qualche bell’esemplare. Il gusto per gli
oggetti esotici si diffuse per tutta la popolazione. Gli orafi egizi si misero a
fabbricarne. Il principe Qenamon, preposto alle funzioni superiori, aveva fra i
doveri della sua carica quello di presentare al re i doni del capodanno. Nella
sua tomba ha fatto disegnare la raccolta completa di quei doni fabbricati nei
laboratori reali. 41 In particolare si nota un mobile sul quale spunta una foresta
di palme dum e di palmette siriane insieme a ninfee e margherite. Scimmie si
arrampicano sui rami per cogliere i cuori di palma. Altri pezzi sono più
conformi al gusto tradizionale. Statue d’ebano o d’ebano e oro rappresentano
il re e la regina con attributi vari, su un piedistallo, in un armadio, oppure
sfingi a testa umana o di falco, oppure capre, gazzelle sdraiate su un tavolo, o
ancora cassapanche. Credo che tutti questi oggetti dovessero ammobiliare i
palazzi reali e che molti di essi fossero disposti nelle stanze di
rappresentanza.
Nelle camere da letto il mobile più importante era il letto. Ce n’erano di
molto semplici: una cornice di legno che sosteneva un traliccio posato su
quattro piedi. I piedi spesso erano scolpiti a forma di zampe di toro o di
leone. La tomba di Tutankhamon ha conservato tre letti sontuosi ognuno dei
cui quattro lati è formato da un animale completo: una vacca, una pantera o
un ippopotamo. La stanza conteneva anche degli armadi di legno arricchiti da
incrostazioni dove si disponevano biancheria e vesti. Gli oggetti da toilette,
gli specchi, i pettini e le forcine, le parrucche, si conservavano in scatole e
cofanetti di forme diverse; i prodotti di bellezza, gli unguenti, i profumi in
cofanetti di ossidiana o d’avorio. Le stanze riservate ai membri della
famiglia, ai ragazzi e alle fanciulle potevano contenere strumenti musicali e
scatole di giochi.
Gli uffici erano ammobiliati con armadi di tipo speciale dove si
chiudevano i manoscritti, i rotoli di pergamena e di papiro e i materiali per gli
scribi. Quando un papiro era coperto di scrittura lo si arrotolava, lo si legava
e sigillava. I rotoli erano legati in pacchi, i pacchi riposti in contenitori di
cuoio a loro volta conservati negli armadi. 42 Gli scribi non avevano bisogno
di tavoli: si limitavano a distendere il papiro sulle ginocchia. Se necessario,
scrivevano in piedi, tenendo il papiro nella mano sinistra senza piegarlo.
Quando dovevano uscire, facevano conservare tutto il necessario per scrivere
in una specie di sacco rigido a fondo piatto, dotato di una chiusura lampo e di
una cinghia a tracolla.
I mobili delle cucine comprendevano tavoli a quattro piedi e recipienti di
ogni forma e dimensione di terracotta spessa. I fornelli erano di terracotta
refrattaria. I fornelli di metallo retti sui lunghi piedi sui quali fiammeggiavano
le oche credo non fossero usati nei templi e non facevano nemmeno al caso di
un modesto cuoco.
Nelle case più povere, in cui un’intera famiglia si ammassava in venti
metri quadrati o anche meno, il mobilio si riduceva a qualche stuoia e qualche
pezzo di vasellame. In questi ambienti qualche cassa o credenza costituiva
una dimostrazione di agiatezza.
1. La pianta si trova in Petrie, Illahun, Kahun and Gurob, tav. 14.
2. Descrizione generale della città e degli edifici principali in Pendlebury, Les fouilles de Tell el
Amarna, Paris 1936. Pianta sommaria, 63.
3. Pianta generale di Karnak, Topographical bibliography, II, 2, 98.
4. Wr. Atl., II, 30, 31.
5. Topographical bibliography, II, 112; Robichon e Varille, En Égypte, copertina.
6. The Oriental institute of the university of Chicago, communications, nn. 15, 1, 28; n. 18,
frontespizio.
7. Si vedano ad esempio le processioni rappresentate nei templi di Medinet Habu e di Abido
(Medinet-Habu, Wr. Atl., II, 184-190).
8. Montet, Le drame d’Avaris, Paris 1941, capp. II e IV.
9. Montet, Tanis, Paris 1942, 9, 23, 107, 128.
10. Papyrus Harris I, 78, 8.
11. Ibid., 6.
12. Ibid., 27-29.
13. Chassinat, Dendara, I, tav. 15; Robichon e Varille, Le temple du scribe royal Amenhotep, fils de
Hapou, Le Caire 1936, 35.
14. Pendlebury, op. cit., 114, 140.
15. Fougerousse, Le grand puits de Tanis, Kêmi, V, 71-103.
16. Posener, La première domination perse en Égypte, Le Caire 1936, 15-16.
17. Ann. S.A.E., XVIII (1918), 145.
18. Kêmi, VIII.
19. Ann. S.A.E., XXX, 40, 41.
20. Bibl. aeg., VII, 12; cfr. Drame d’Avaris, 135-136.
21. The Oriental institute of the university of Chicago, communications, n. 7, 1-23.
22. Ann. S.A.E., XI (1910), 49-63.
23. Pap. Harris, I, 29, 8; Montet, Tanis, II.
24. Petrie, Tell el Amarna, 2-4; Davies, Mural painting in the city of Akhenaten, J.E.A., VII, tavv. 1
e 2.
25. Mem. Tyt., V, 28-29. Per la casa di Tbubui, Maspero, Contes populaires, IV ed., 147.
26. Davies, Neferhotep, 14.
27. Pendlebury, op. cit., 127-149.
28. Ibid., 152-153.
29. Wr. Atl., I, 60; Mém. Miss. fr., XVIII, I. Urk., IV, 1046-1047.
30. Wr. Atl., I, 278, Giardino di Min-nekht.
31. Giardino di Rekhmarê: Wr. Atl., I, 3; di Sebekhotep, ibid., I, 222; di Amenemheb, ibid., I, 66; di
Qenamon, Davies, Ken-Amun, 47; affresco del museo britannico, 37983, in Wr. Atl., I, 92.
32. Davies, The town house in ancient Egypt, Metropolitan Museum studies, I, maggio 1929, 233-
255.
33. Uno di questi pezzi è al museo del Cairo, l’altro al Louvre, cfr. Kêmi, VIII.
34. Davies, op. cit., 242, 243, 246, 247.
35. Pap. Ebers., ricette 840, 852, tavv. 97-98.
36. Bei sedili assai ben conservati sono stati tratti dalla tomba di Yuia e Tuiu e da quella di
Tutankhamon. Nei templi e nelle tombe, ne sono state trovate graziose rappresentazioni. Ad esempio:
Mem. Tyt., V, 5, 9, 25; ibid., IV, 7; Th. T.S., I, 15-16; ibid., V, 41, 43.
37. Affresco del palazzo di Akhenaton, Pendlebury, op. cit., 14; J.E.A., VII.
38. Una straordinaria raccolta di questi vasi estratti dai sotterranei della piramide a gradini può
essere visitata a Saqqarah. Per quelli che provengono da Abu-Roach, si veda Kêmi, VIII.
39. Montet, Vases sacrés et profanes du tombeau de Psousennès, Monuments Piot, XXXVIII
(1941), 17-39; Maspero, Essais sur l’art égyptien, Paris 1912, 189-216; Edgar, The treasure of tell
Basta, Musée égyptien, II, 93, 108; Vernier, Cat. Caire, Bijoux et orfrèvreries, 104, 106.
40. Medinet-Habu, 38, 55.
41. Davies, Ken-Amun, 13, 20.
42. Montet, Vie privée..., tav. 13 e 145.
II
Il tempo

Le stagioni
L’anno per gli Egizi non era il tempo necessario a una rivoluzione solare
ma quello necessario a produrre un raccolto. Essi chiamano renpy, «essere
fresco, vigoroso», l’anno e renput i prodotti dell’anno.
In Egitto il raccolto dipendeva dall’inondazione. Tutti gli anni all’inizio
di giugno il paese soffriva della siccità. Il Nilo non trasportava più acqua. Il
deserto minacciava di inghiottire la valle. Gli uomini erano colti da estrema
ansietà. L’atteggiamento degli Egizi di fronte alla generosità della natura era
intessuto di gratitudine e paura. Si temeva di mutilare il dio quando si
estraeva una pietra da una cava, di soffocarlo interrando i semi, di ferirlo
zappando, di decapitarlo mietendo le spighe. L’inondazione non era mai
mancata a memoria d’uomo: talvolta era stata troppo violenta, talvolta era
stata scarsa, quasi sempre benefica, ma l’esperienza, mai smentita, non
rassicurava completamente le popolazioni rivierasche: «Quando ti si implora
per ottenere l’acqua dell’anno, si vede il forte con il debole. Ogni uomo è
chiamato con i suoi strumenti. Nessuno resta indietro rispetto al vicino.
Nessuno indossa una veste. I figli dei grandi non esibiscono eleganza e non si
sente più cantare di notte». 1 La pietà degli Egizi aveva subito schierato il
Nilo, Hapi, fra gli dèi. Veniva rappresentato come un uomo ben nutrito dalle
mammelle pendule, il ventre pieno di pliche di grasso sostenuto da una
cintura e sandali ai piedi: tutti segni di ricchezza. In testa aveva una corona di
piante acquatiche. Le sue mani diffondevano segni di vita o sostenevano un
vassoio di offerte che scompariva letteralmente sotto le anatre, i mazzi di fiori
e le spighe. Molte città portavano il suo nome: era detto padre degli dèi. Non
bisognava essere meno generosi con lui che con le altre divinità e Ramses III
non mancò a questo compito. A On, per tutto il suo regno, e a Menfi nel
corso di tre anni, istituì o rinnovò i libri di Hapi dove erano registrate enormi
quantità di viveri e prodotti. Si fabbricavano migliaia di piccoli Hapi d’oro,
argento, rame e piombo, turchese, lapislazzuli, porcellana e altre materie
ancora, e anche sigilli, pendenti e statuette di Repyt, la moglie di Hapi. 2 Nel
momento in cui si doveva manifestare la piena, le offerte dovevano essere
presentate al dio in molti templi e i libri del Nilo venivano gettati in un lago
del tempio di Ra-Harakhté a On, che veniva chiamato Qebehu come il Nilo
all’altezza della cataratta. Forse vi si gettavano anche le statuette. 3 Si
ricominciava due mesi più tardi quando la piena aveva raggiunto l’apogeo. Il
Nilo che aveva ricoperto l’intera valle e scorreva fra i due deserti,
trasformando le città e i villaggi in isole e isolotti e le strade in dighe,
cominciava docilmente a decrescere. Quattro mesi dopo la prima
manifestazione della piena, era completamente rientrato nel suo letto. Questo
periodo di quattro mesi costituiva la prima stagione dell’anno, akhit,
l’inondazione.
Appena la terra era emersa dall’acqua, i contadini si diffondevano per i
campi e senza lasciare alla terra il tempo di indurirsi seminavano e aravano.
Quindi, per quattro o cinque mesi, dovevano semplicemente irrigare. Veniva
poi il tempo della mietitura e quindi l’incameramento e la battitura dei cereali
e altri lavori. Dopo la stagione dell’inondazione c’era dunque la stagione
dell’uscita, perit, poi una della raccolta, shemu. Tre stagioni invece di quattro,
come per gli Ebrei e i Greci.
Per quanto il fenomeno dell’inondazione fosse regolare, sarebbe stato
difficile fissare l’inizio dell’anno solo in base all’osservazione della piena.
Ma all’epoca in cui il Nilo cominciava a gonfiarsi, si produceva, sempre alla
stessa data, un fenomeno che poteva ben guidare i fondatori del calendario.
La stella Sirio, il cui nome egizio era Sopedet, che non era stata vista da
lungo tempo, appariva per un istante a oriente appena prima del sorgere del
sole. Gli Egizi associarono ben presto i due fenomeni e attribuirono
l’inondazione alle lacrime di Iside. La stella appariva così come una
manifestazione della dea che divenne in questo modo la patrona dell’anno. Il
giorno in cui si levava la stella fu il primo dell’anno. Questa equazione venne
consegnata ai libri della casa di vita, una specie di conservatorio delle
tradizioni e delle conoscenze che rimase in attività dall’Antico Impero fino
alle epoche più recenti. 4 Il calendario che Ramses III aveva fatto incidere su
una parete esterna del suo tempio a Medinet Habu specifica che la festa della
dea Sopedet, celebrata al sorgere dell’astro, coincideva con la festa di
capodanno. 5 In una canzone d’amore l’amante paragona la sua bella alla
stella che brilla all’inizio dell’anno perfetto, renpit nefert. 6 Esisteva infatti
anche un anno incerto, zoppicante, renpit gab, in cui il dio Shu non si alzava,
l’inverno sostituiva l’estate e i mesi andavano per conto loro. Ma il pubblico
non lo accettava: «Preservami – dice lo scriba – dall’anno zoppo!». 7 Gli
agricoltori, i cacciatori, i pescatori, gli esploratori, i medici, i sacerdoti tenuti
a celebrare la maggior parte delle feste a epoca fissa, in una parola tutti
coloro che avevano occupazioni regolate dalla natura, usavano scandire il
tempo con l’anno perfetto, un anno in cui i mesi e le stagioni restavano
sempre allo stesso posto, in cui akhit può designare solo i quattro mesi
durante i quali il Nilo è fuori dal suo letto, perit il tempo della semina che
coincide con la stagione fresca e shemu il tempo dei raccolti e delle giornate
calde. Per questo, del Faraone si diceva che era un rinfresco durante lo
shemu, un angolo riscaldato dal sole nella stagione di perit. 8 I minatori che
estraevano le turchesi dal Sinai sapevano che non bisognava aspettare i mesi
di shemu perché nella cattiva stagione le montagne erano come incandescenti
e ciò alterava il colore delle gemme. 9 I medici e i veterinari sapevano che
certe malattie o disturbi tornavano periodicamente, le une in perit le altre in
shemu. Essi spingevano la precisione fino a indicare che un determinato
rimedio doveva essere impiegato nel terzo e quarto mese di perit e un altro
ancora solo nei due primi mesi della stessa stagione. Alcune preparazioni
invece erano efficaci per tutto l’anno, in akhit come in perit e in shemu. 10
Per esigenze di comodità, le stagioni furono rese di uguale durata e divise
in dodici mesi di trenta giorni che ancora all’epoca dei Ramessidi, come nella
più remota antichità, venivano designati in base al loro ordine nella stagione:
primo, secondo, terzo, quarto mese di akhit, di perit o di shemu. I nomi tratti
dalle feste mensili sono stati in uso solo in epoca saitica. Cinque giorni
supplementari furono aggiunti alla fine del quarto mese di shemu per
completare il numero di 365 giorni. Come ci si organizzava per mantenere in
ordine il calendario e impedire che il capodanno ritardasse un giorno ogni
quattro anni? I documenti faraonici non ce lo dicono. Strabone dice un po’
stranamente che si aggiungeva un giorno a intervalli determinati quando le
frazioni eccedenti di giorno che avanzavano ogni anno formavano una
giornata intera. 11 Quello che c’era da fare di meglio era aggiungere un giorno
ogni quattro anni ed è quanto si verificava, indubbiamente, quando l’Egitto
aveva la fortuna di essere governato da re come Seti I o suo figlio. È possibile
che il giorno supplementare sia stato dimenticato nell’epoca dei torbidi.
Allora il disordine travolgeva il calendario fino al momento in cui un Faraone
illuminato dai dotti della casa di vita rimetteva il calendario in accordo con la
natura e faceva nuovamente coincidere il capodanno con la festa di Sopedet.

Le feste e le vacanze
Il primo giorno dell’anno non era solo la festa della dea Sopedet ma una
festa celebrata universalmente. Nel tempio di Up-Uayt, in quel giorno la
famiglia offriva doni al padrone. 12 Si dovrà intendere probabilmente che il
personale del tempio presentava al dio le offerte portate dagli abitanti del
villaggio nei giorni precedenti. Il principe Qenamon ha fatto copiare nella sua
tomba i doni sontuosi da lui offerti al re in occasione del capodanno. 13
Basterà questo per sostenere che tutti gli Egizi si scambiavano doni e auguri
all’inizio dell’anno? Le feste erano numerosissime, in tutto il corso dell’anno
ma soprattutto in akhit, quando i lavori agricoli erano sospesi. La grande festa
di Opet cadeva a metà di questa stagione e durava circa un mese. Non mi
sento di affermare che tutti si prendessero un mese di vacanza ma è certo che
una folla immensa acclamava il grande vascello sacro di Amon e lo scortava
dalla riva quando risaliva da sud verso l’Opet. Per assistere alla festa di
Bubaste, gli Egizi abbandonavano volentieri le loro occupazioni, salivano
sulle barche, le donne con dei crotali, gli uomini con flauti. Fino all’arrivo,
non smettevano di danzare e cantare e rivolgere battute a quelli che
incontravano. Si diceva che durante la festa si beveva più vino che per tutto il
resto dell’anno. La festa di tekhi, un termine che significa «ebbrezza», era
celebrata il primo giorno del secondo mese e non si poteva mancare. Il primo
giorno del primo mese della stagione delle semine era festeggiato in tutto il
paese. In ogni nomo, in ogni città, bisognava festeggiare almeno una volta
all’anno il dio che ne era il signore e protettore. Siccome gli dèi egizi erano al
tempo stesso buoni viaggiatori e molto ospitali, ogni tempio di una certa
importanza ospitava parecchi dèi. Ptah di Menfi aveva un dominio a lui
spettante nel tempio di Karnak e Uadjit, signora di Imit, in quello di Tanis.
Gli abitanti che non potevano sottrarsi al dovere di festeggiare la divinità
locale non potevano nemmeno trascurare gli dèi amici. Vestiti a nuovo e unti
d’olio, si recavano al tempio, presentavano qualche offerta e potevano
permettersi di bere, mangiare e gridare più del solito. Certe feste erano così
venerabili che, anche se il dio non aveva santuari nel tempio vicino,
bisognava almeno fare una festa nella sua casa, non intraprendere alcun
nuovo lavoro e astenersi da qualsiasi attività. Il fellah e l’artigiano avrebbero
potuto dire, come il ciabattino del proverbio, che il signor curato per ogni
predica aveva un santo nuovo.
Sembra inoltre che il primo giorno di ogni decade fosse una specie di
domenica. Nella stele dell’anno VIII innalzata a On nel tempio di Hathor,
Ramses II si rivolge a tutti gli artigiani che hanno abbellito i suoi templi e i
suoi palazzi: «Ho riempito per voi i granai di ogni ricchezza, gallette, dolci,
carni, sandali, vesti, profumi per ungere le vostre teste ogni dieci giorni, abiti
per tutto l’anno, sandali per i vostri due piedi tutti i giorni». 14 Non si poteva
pretendere che uomini che avevano fatto una toilette accurata e consumato un
pasto più ricco del solito si mettessero subito al lavoro.

I giorni fasti e nefasti


Una volta compiuti i propri doveri verso gli dèi e osservato il riposo
domenicale, l’Egizio non poteva ancora liberamente darsi ai piaceri o
occuparsi di cose utili. I giorni erano suddivisi in tre categorie, buoni,
minacciosi e ostili a seconda degli avvenimenti che li avevano contrassegnati
ai tempi in cui gli dèi vivevano sulla terra. Alla fine del terzo mese
dell’inondazione, Horo e Seth avevano interrotto la loro spaventosa lotta. Al
mondo era stata data la pace. Horo aveva ricevuto l’Egitto in piena proprietà.
Il deserto in tutta la sua estensione era diventato appannaggio di Seth. Gli dèi
erano lieti e davanti agli dèi placati e riconciliati – poiché la contesa si era
estesa a tutti gli abitanti del cielo – Horo si era messo in testa la corona
bianca e Seth quella rossa. Furono tre giorni felici. E felice fu anche il primo
giorno del secondo mese di perit, quando Ra, con le sue braccia potenti,
aveva sollevato il cielo, e il 12 del terzo mese della stessa stagione, perché
Thoth aveva sostituito la maestà di Tum nel bacino delle sue verità del
tempio.
Ma Seth non aveva tardato a ricominciare con i suoi misfatti. Il 3 del
secondo mese di perit, Seth e i suoi compagni si erano opposti alla
navigazione di Shu. Quello era un giorno minaccioso, come il 13 dello stesso
mese, quando l’occhio di Sekhmet, la dea che lanciava le epidemie, era
diventato terribile. Il giorno 26 del primo mese di akhit era non solo
inquietante ma decisamente infausto perché era l’anniversario della grande
battaglia di Horo contro Seth. I due dèi avevano assunto forma umana e
avevano cominciato a colpirsi da tutte le parti, poi si trasformarono in
ippopotami e passarono tre giorni e tre notti in quelle condizioni finché Iside,
madre del primo e sorella del secondo, li costrinse ad abbandonare quella
forma grottesca lanciando il suo arpione. Il giorno della nascita di Seth, che
era il terzo degli epagomeni, era nefasto. I re lo passavano interamente fino a
notte senza occuparsi di niente, nemmeno delle cure personali. Anche il
comportamento dei privati seguiva la natura dei giorni. Nei giorni nefasti era
meglio non uscire di casa al tramonto o di notte oppure in un’ora qualsiasi del
giorno. Poteva essere vietato fare il bagno o salire in barca, intraprendere un
viaggio, mangiare del pesce o un qualsiasi prodotto proveniente dal mare,
uccidere una capra, un bue o un’anatra. Il 19 del primo mese di perit e in
parecchi altri giorni non ci si poteva avvicinare alle donne, se non si voleva
essere divorati dalle infezioni. C’erano giorni in cui non si doveva accendere
il fuoco in casa, altri in cui era imprudente ascoltare canti gioiosi, pronunciare
il nome di Seth, dio litigioso, brutale e licenzioso. Chi pronunciava quel
nome – se non di notte – rischiava liti eterne in famiglia.
Che cosa informava l’Egizio su quello che poteva fare e quello che
doveva evitare a ogni costo? Certamente la tradizione, ma per rinfrescargli la
memoria e chiarire i casi dubbi c’erano i calendari dei giorni fasti e nefasti.
Possediamo parti estese di uno di questi calendari e alcuni frammenti di altri
due. 15 Se avessimo la fortuna di trovare un calendario completo credo che vi
leggeremmo in una eventuale introduzione su quale autorità si basano i
consigli e i divieti. Gli oracoli non mancavano in Egitto. I calendari dei giorni
fasti e nefasti provenivano certamente da templi che ospitavano oracoli;
certamente si contraddicevano e ciò consentiva all’Egizio che aveva
assolutamente bisogno di uscire, viaggiare, lavorare in un giorno non
consentito, di consultare un altro oracolo che riteneva fausti i giorni che il
primo classificava come nefasti. Le azioni di Seth avevano lasciato nei luoghi
votati a Osiride, a Horo e ad Amon un ricordo odioso ma a Papremis 16 e in
tutta la zona orientale del Delta, al centro, nell’undicesimo nomo, nell’Alto
Egitto, a Nubit e a Ossirinco, ovunque dove si onorava Seth, quelle stesse
azioni erano ritenute gesta gloriose e il loro anniversario non poteva che
essere un giorno fausto. Supponiamo dunque che il nostro Egizio non avesse
modo di consultare un altro oracolo o che credesse solo nel suo:
probabilmente alla fine del calendario gli veniva spiegato come trarsi
d’impaccio, come fare l’amore senza rischi, fare il bagno senza essere
attaccato da un coccodrillo, incontrare un toro senza morire sul colpo.
Bastava recitare la formula adatta alla circostanza, toccare un amuleto o
meglio ancora recarsi al tempio e presentare una modesta offerta.

Le ore
Gli Egizi, che dividevano l’anno in dodici mesi, dividevano anche il
giorno e la notte in dodici ore. Non sembra invece che abbiano diviso l’ora in
unità più brevi. Il termine at, che traduciamo con «istante», non corrisponde a
nessuna durata definita. Le ore avevano dei nomi. La prima ora del giorno si
chiamava «la brillante», la sesta si chiamava «la diritta», la dodicesima «Ra si
riunisce alla vita». La prima ora della notte era «la sconfitta dei nemici di Ra»
e la dodicesima «quella che vede la bellezza di Ra». 17 Si sarebbe tentati di
credere che la durata delle ore così definite cambiasse di giorno in giorno, ma
non era così. Le ore del giorno e della notte erano eguali all’epoca degli
equinozi. Il resto del tempo gli Egizi sapevano che il sole era o in ritardo o in
anticipo. Ciò non li turbava come noi non siamo imbarazzati dal constatare
che le sei del mattino o le otto di sera rappresentano realtà ben diverse
d’inverno e d’estate.
I nomi che abbiamo citato avevano corso solo fra sacerdoti e studiosi. Ne
abbiamo trovato l’elencazione nelle tombe perché la corsa del sole nei dodici
territori del mondo inferiore fa parte dei temi abituali delle decorazioni
funebri. Gli ignoranti si traevano d’impaccio indicando le ore con numeri.
Questa osservazione ci induce a chiederci se gli Egizi fossero curiosi di
sapere l’ora e se ne avevano i mezzi. Una certa categoria di sacerdoti era
detta unuyt, un termine che deriva da unut, «ora», come se essi dovessero
darsi il cambio d’ora in ora per garantire una specie di adorazione perpetua.
Un funzionario del re Pepi I afferma di avere calcolato tutte le ore di lavoro
richieste dallo Stato come calcolava le derrate, il bestiame, i rifornimenti
versati a titolo d’imposta. 18 Nella sua lettera a Harkhuf, il re Neferkara
raccomanda all’esploratore che accompagna a corte il nano danzatore di
sistemare intorno a quel prezioso personaggio uomini esperti in grado di
contare tutte le ore. 19 Sarebbe forse esagerato affermare, in base a questi testi,
che gli strumenti per la misurazione del tempo fossero diffusi. Neferkara era
solo un ragazzo quando scriveva a Harkhuf e forse ingenuamente aveva
immaginato che gli strumenti che aveva visto a palazzo fossero a
disposizione di tutti. Comunque, apparecchi di questo tipo esistevano anche
allora: possiamo vederli nei nostri musei, e risalgono a epoche che vanno
dalla XVIII dinastia ai periodi più recenti.
Di notte, si poteva determinare l’ora osservando le stelle e utilizzando un
regolo con una fenditura e due squadre munite di filo a piombo. Bisognava
essere in due, l’osservatore e il testimone, che dovevano collocarsi
esattamente nella direzione della stella polare. L’osservatore utilizzava un
prospetto già fissato e valido per un periodo di soli quindici giorni in cui
poteva leggere che una determinata stella nota doveva trovarsi nella prima
ora esattamente al disopra di un punto a metà del testimone, che in un’altra
ora un’altra stella doveva trovarsi sopra il suo occhio sinistro, o destro. 20
Quando era impossibile osservare le stelle, si utilizzavano dei vasi conici
alti circa un cubito, con un buco nel fondo. 21 Il loro contenuto e il diametro
del buco erano calcolati in modo che l’acqua potesse uscire dal vaso
esattamente in dodici ore. L’esterno del recipiente spesso era decorato con
figure astronomiche e scritte suddivise orizzontalmente: in alto le divinità dei
dodici mesi, al di sotto i trentasei decani, ancora più in basso la dedica
dell’oggetto e infine, in una nicchia, il cinocefalo, l’animale sacro al dio
Thoth, il dio degli studiosi e degli scribi. Il buco per l’evacuazione si apriva
fra le sue gambe. All’interno, dodici strisce verticali separate da pannelli
eguali occupati dai segni della vita, della durata e della stabilità presentavano
a intervalli pressoché uguali dei buchi non molto profondi. Ogni striscia
doveva servire per un mese. Ma i buchi erano sempre dello stesso numero e
quindi li si poteva impiegare indifferentemente in qualsiasi periodo.
La clessidra poteva servire giorno e notte, ma in un paese come l’Egitto
in cui il sole non si nasconde, era preferibile ricorrere a uno gnomone. Se ne
facevano di due tipi. Sugli uni si misurava la lunghezza dell’ombra, sugli altri
se ne annotava la direzione. 22 Questi strumenti interessavano ben poco il
pubblico. È del tutto eccezionale che ci venga tramandata l’ora in cui si è
svolto un avvenimento piccolo o grande. Di una giovane donna leggiamo che
suo figlio era nato alle quattro del mattino, ma si trattava della moglie di un
sacerdote. 23 La settima ora del giorno era in corso quando Thutmose III
raggiunse le rive del lago di Qina in Siria e vi si accampò, ma il cronista non
ci dice se tanta precisione fosse stata ottenuta grazie all’uso di uno
gnomone. 24 La semplice osservazione del sole poteva indicare che era stata
superata la metà del giorno. Quando il cronista arriva al racconto della
battaglia, riferisce semplicemente che nell’anno XXIII, nel primo mese
dell’estate, il 31, giorno della festa di Ra, Sua Maestà si era alzato di buon
mattino. Nel racconto della fuga di Sinuhit, il narratore si limita a espressioni
abbastanza imprecise quali: «la terra si illuminò», «nell’ora del pasto della
sera», «all’ora del crepuscolo», che sono adatte alla situazione perché un
fuggiasco certo non aveva bisogno neanche del meno ingombrante degli
strumenti per misurare il tempo. 25 Ma si incontrano le stesse espressioni, o
altre assai simili, nel bollettino della battaglia di Qadesh e nei verbali di
interrogatorio riportati nel papiro Abbott che riferisce un’inchiesta
giudiziaria. Persino queste sommarie indicazioni mancano nei quadri che
rappresentano un visir che riceve gli esattori delle imposte, dei capi di uffici o
dei delegati stranieri ricevuti da un re. Spesso si dice che il Faraone riunisce il
suo consiglio ma si trascura di annotare l’ora, anche approssimativa. Diodoro
afferma che il re si alzava di buon’ora e che il suo tempo era rigorosamente
diviso fra il lavoro, la pietà e il riposo. 26 L’affermazione non è
necessariamente inesatta ma i fortunati sudditi del Faraone non dovevano
avere altrettanta fretta. Essi si fidavano, in definitiva, degli stimoli del loro
stomaco e della posizione del sole in cielo per sapere l’ora durante il giorno.
Clessidra e gnomone non erano strumenti familiari né a civili né a militari.
Facevano parte dell’arredo dei templi in cui i religiosi li consultavano per le
minuziose pratiche del culto.

La notte
Gli sposi delle classi agiate dormivano in camere separate. C’era una
volta un re che non aveva figli ed era molto triste. Ne chiese uno agli dèi del
suo tempo che esaudirono la sua preghiera. Passò la notte con sua moglie che
concepì. 27 L’autore del «Principe predestinato» non si sarebbe espresso in
questi termini se il re avesse avuto l’abitudine di passare la notte con la
moglie. Sugli ostraca sono frequenti le scene di gineceo. 28 Il marito è
assente. I soli personaggi sono donne e bambini. La donna è di solito sdraiata
su un letto e vestita di abiti trasparenti oppure è seduta, occupata a farsi la
toilette con l’aiuto di una serva oppure ancora allatta un bambino. Il letto è
l’elemento essenziale dell’arredo. I piedi del letto qualche volta hanno la
forma del dio Bes, un dio dal volto digrignante, venuto dai paesi del Sud, che
proteggeva dagli incidenti domestici, in particolare dalle cadute. Gli oggetti
di toilette stanno sotto il letto, insieme a uno sgabellino. Le travi sono
sostenute da colonnette a forma di papiro. Ghirlande di foglie naturali o
artificiali si attorcono intorno alle colonne arrampicandosi fino al tetto. La
camera del marito era ammobiliata come quella della moglie, con un letto, un
tavolinetto e uno sgabello. Cassapanche contenevano le vesti e gli oggetti da
toilette.
Gli Egizi si preoccupavano molto dei loro sogni e il Faraone era il primo
anche in questo. Il principe Thutmose era andato a caccia e si era
addormentato, stanco, all’ombra della sfinge: in sogno vide il dio che gli
ordinava di sbarazzarlo della sabbia che lo soffocava e gli prometteva di
compensarlo con un regno prospero. 29 Il principe non si fece ripetere
l’ordine. Nelle circostanze più gravi, il Faraone teneva conto dei sogni.
Nell’anno V di Merenptah, i Tirseni, i Sardani, i Lici, gli Achei e i Libici
attaccarono il Delta in massa. Il re avrebbe voluto marciare contro di essi ma
Ptah gli apparve in sogno e gli ordinò di restare e inviare truppe nei territori
occupati dai nemici. 30 Quando il sogno non sembrava chiaro, il Faraone
convocava degli interpreti. La fortuna di Giuseppe consistette nel riuscire a
interpretare il sogno delle vacche grasse e delle vacche magre e quello delle
spighe. Un reuccio etiope – ma l’Etiopia era un altro Egitto – vide nel corso
della notte due serpenti, uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra. Si
risvegliò: i serpenti erano spariti. Era un sogno. Gli interpreti decisero che un
brillante avvenire fosse riservato al sognatore che, già possedendo l’Alto
Egitto, avrebbe ben presto conquistato l’Egitto del Nord ed esibito sulla sua
testa l’avvoltoio, simbolo del Sud e il cobra, simbolo del Nord. 31
I privati, che non avevano interpreti ufficiali, potevano consultare
un’opera del genere di quella che copre il papiro Chester Beatty III, che è di
epoca ramesside. 32 L’opera è divisa in due sezioni. La prima comprendeva i
sogni dei seguaci di Horo, considerati l’élite degli Egizi. Sotto Ramses non ci
si poteva nascondere che i Setiani erano assai numerosi e influenti perché la
famiglia reale discendeva direttamente dal dio Seth e i fondatori della dinastia
erano stati suoi sacerdoti. Bisognava dunque fare buon viso a cattivo gioco. I
Setiani scambiavano cortesie con i sacerdoti e i fedeli di Amon e di Horo i
quali però, in fondo, detestavano i Setiani. Essi dicevano che le contese, le
ingiurie, il sangue erano il loro pane quotidiano e non distinguevano le donne
dagli uomini, certamente nel ricordo di quello che questo dio impudente una
notte aveva fatto a suo nipote Horo. 33 Un Setiano, anche quando era davvero
un «conoscente del re», restava un uomo del popolo. Da morto non sarebbe
diventato un abitante dell’occidente, sarebbe rimasto nel deserto a fare da
preda ai rapaci. I sogni dei seguaci di Seth erano dunque trattati a parte, nella
seconda sezione. Se l’opera fosse completa, disporremmo forse di molte altre
sezioni. All’epoca di Erodoto, in Egitto c’erano sette oracoli, ognuno dei
quali aveva i suoi procedimenti divinatori. 34 Ma della seconda sezione,
attualmente ci resta solo l’inizio. Solo grazie ai sogni dei seguaci di Horo,
dunque, possiamo sapere, nonostante numerose lacune del papiro, che cosa
sognavano gli Egizi e come interpretavano i loro sogni.
In un gran numero di casi l’interprete procedeva per analogia. Un bel
sogno annunciava un vantaggio, uno brutto, una catastrofe. Se il sognatore
aveva visto che gli si dava del pane bianco, tutto bene: le cose gli sarebbero
andate bene. Se si vedeva con la faccia di leopardo, avrebbe fatto il superiore.
Se si vedeva con un personaggio più importante, la previsione era buona: era
il suo genio protettore che l’avrebbe innalzato. Invece, non era bene sognare
di bere della birra calda, perché significava perdere dei beni; se ci si pungeva
con una spina, era segno di menzogna, se si avevano strappate le unghie, si
sarebbe stati privati del lavoro delle proprie braccia. Se si sognava di perdere
i denti, sarebbe morta una persona cara. Se si guardava un pozzo, si sarebbe
stati gettati in prigione. Se si saliva sull’albero di una nave, si veniva innalzati
da un dio. Se si ricevevano i viveri del tempio, era il dio a inviare la vita. Se
si veniva tuffati nel Nilo, si veniva lavati dai propri peccati. Ma non tutti i
casi erano così semplici. L’interpretazione sarebbe stata alla portata di tutti e
la chiave dei sogni non sarebbe servita a niente. Ecco dunque qualche caso in
cui il sogno ha significati imprevisti. Se il sognatore vedeva se stesso
accarezzare sua moglie al sole, era brutto segno: il dio gli avrebbe mandato la
miseria. Se spezzava pietre, era segno che Dio era cieco per lui, mentre se
guardava dal balcone, Dio avrebbe ascoltato la sua preghiera. Fare il pilota in
un battello non era, in sé, un fatto sgradevole. Il principe Amenhotep si
dedicava spesso a questo esercizio. Ma annunciava la perdita di un processo.
Non è facile spiegare come mai vedere degli asiatici in sogno annunciava la
protezione dell’amore di un padre defunto. Qualche volta l’interprete si trae
d’impaccio con un giuoco di parole. Mangiare carne d’asino significava
presagio di accrescimento della propria condizione perché asino e grande
sono omonimi. Ricevere un’arpa è cattivo segno perché «arpa» (boiné) fa
pensare a «cattivo» (bin). I sogni osceni, assai frequenti, non annunciano, di
solito, niente di buono. Chi si vede in atto di fornicare con un nibbio subirà
un furto, probabilmente perché il nibbio è ladro, al punto che esisteva anche
una formula per impedire al nibbio di rubare. Non bisognava mai sentirsi
troppo sicuri quando si sognavano cose divine. Far bruciare resine per il dio
era un atto lodevole ma la potenza del dio si sarebbe rivolta contro chi lo
faceva in sogno.
L’uomo che aveva fatto un sogno allarmante non doveva disperare. Le
vacche magre e le spighe bruciate erano un avvertimento di cui bisognava
tener conto, più che l’annuncio di una catastrofe ineluttabile. In casi di questo
tipo bisognava invocare Iside che sarebbe accorsa e avrebbe difeso il
sognatore dalle sgradevoli conseguenze procurate da Seth, il figlio di Nut. Si
poteva prendere del pane con un po’ d’erba verde, o umettarsi con della birra,
aggiungere un po’ d’incenso e strofinarsi il volto con questa miscela. Così
tutti i brutti sogni venivano cancellati.
1. Maspero, Hymne au Nil, 3, 8, 12.
2. Pap. Harris, I, 37b 1, 41b 6; 54a 2, 56a 12.
3. Moret, La mise à mort du dieu en Égypte, Paris 1927, 10, 13.
4. Decreto di Canope, Urk., II, 138.
5. Medinet-Habu, III, 152.
6. Pap. Chester Beatty, I, verso C I.
7. Pap. Anastasy IV, 10, 1, 3.
8. Inno a Sesostri III. Sete, Lesestücke, 67.
9. Iscrizione dell’ingegnere Horurrê, Kêmi, II, 111-112.
10. Pap. Ebers, 18, 2; 61, 4-5; 61, 65; Papiro medico di Berlino, 11, 12; Pap. Hearst, 2, 17; 10, 11.
11. Strabone, XVII, 46.
12. Siut, I, 278 (secondo contratto di Hâpi-Gefai).
13. Davies, Ken-Amun, 38-39.
14. Ann. S.A.E., XXXIX, 219, 399.
15. Pap. Saltier IV, studiato da Chabas, Le calendrier des jours fastes et néfastes de l’année
ègyptienne, Paris e Chalon 1870 e Bibliothèque égyptologique, XII, 127 e Budge, Facsimilé of Eg.
Hieratic papyri in the Br. Mus., II, tavv. 88 ss. Griffith, The Petrie Pupyri, 62 e tav. 25.
16. Su Seth (come Ares) a Papremis, si veda Erodoto, II, 59, 63.
17. Sulle ore del giorno: Chassinat, Edfou, III, 214, 229. Le ore della notte in: Bucher, Les textes
des tombes de Thoutmosis III et d’Amenophis II, 8-77.
18. Urk., I, 106 (Uni 36).
19. Urk., I, 130.
20. Erman-Ranke, Ægypten und ægyptisches Leben im Altertum, 399, 402; R.-W. Sloby, Primitive
methods of measuring time, J.E.A., XVII (1931), 166-178.
21. J.E.A., XVII, tavv. 19, 22, Kêmi, VIII.
22. J.E.A., XVII, 170-174.
23. Maspero, Études égyptiennes, I, 185-186.
24. Urk., IV, 655.
25. Sinuhit, B, 10, 12, 20; Bibl. æg., VII, 30. Bulletin de Qadesh, 5.
26. Diodoro, I, 70.
27. Pap. Harris, 500, IV, 1, 2.
28. J. Vandier d’Abbadie, Les ostraca figurés de Deir et Medinek, 2337, 2339, 2342, 2344, 2347.
29. Maspero, Histoire, II, 294, 295.
30. Ibid., 433, 444.
31. Urk., III, 61, 62.
32. Gardiner, Hieratic papyri in the British Museum, third series, London 1935, vol. II, tavv. 5, 8.
33. Ibid., vol. I, 20, 21.
34. Erodoto, II, 83. Sourdille, Hérodote et la religion de l’Égypte, Paris 1910, cap. VI.
III
La famiglia

Il matrimonio
Ogni capofamiglia possedeva una casa, grande o piccola, ammobiliata
con splendidi oggetti o poche stuoie. «Fondare una casa» e «prendere
moglie» erano espressioni sinonime. Il saggio Ptahhotep consiglia ai suoi
discepoli di fare e l’una e l’altra cosa in tempo utile. 1 Il primogenito dei due
fratelli del racconto aveva una moglie e una casa; il minore, che non aveva
nessuna proprietà, viveva presso il fratello in condizione servile: si occupava
del bestiame e dormiva nella scuderia. Ahmose, prima di segnalarsi
nell’assedio di Hauârit, da giovane aveva condotto la dura vita del marinaio,
dormendo in un’amaca come un veterano. Approfittò di una sospensione
delle ostilità per rientrare nella sua città d’origine, Nekhabit, a fondarvi una
casa e prendere moglie. Ma non avrebbe goduto a lungo la pace del focolare.
La guerra ricominciò. I reclutatori del Faraone non avevano dimenticato che
Ahmose era un valoroso e gli fecero sapere che non si poteva fare la guerra
senza di lui. 2
Un personaggio al servizio della regina ci dice che la sua sovrana gli
aveva dato in moglie una delle dame del suo seguito e gliene aveva proposta
un’altra quando era rimasto vedovo. Non se ne lamentava perché la regina
aveva fornito la dote a entrambe le sue protette. 3 Si deve ipotizzare che in
molti casi fossero i genitori o i superiori a decidere i matrimoni. Ma i canti
d’amore conservati nei papiri di Londra e di Torino suggeriscono che i
giovani godessero di notevole libertà.
Un ragazzo ha notato una bella fanciulla: «Nera è la sua chioma, più nera
della notte, più delle bacche del pruno. Rosse sono le sue labbra, più del
diaspro rosso, più dei datteri maturi. I suoi seni sono ben piantati sul suo
petto». 4 Ed eccolo «innamorato». Per attirare l’attenzione della bella, inventa
uno stratagemma: «Voglio sdraiarmi a casa fingendomi malato. I miei vicini
entreranno a farmi visita. Mia sorella sarà con loro. E si burlerà dei medici,
lei che conosce il mio male!». 5 L’astuzia non ebbe successo. Il galante si
ammalò davvero, come nella celebre poesia di André Chénier: «Sono sette
giorni che non ho visto mia sorella. Il languore è penetrato in me. Mi sento
appesantito nella mia carne. Il mio corpo non riconosce più se stesso.
Nemmeno i più grandi medici potrebbero placare il mio male con i loro
rimedi. I sacerdoti non riuscirebbero a far niente. La mia malattia non è
scoperta. Ciò che ho fatto, vedete, è ciò che mi fa vivere. Il suo nome è ciò
che mi sostiene. Gli andirivieni dei suoi messaggeri mi risuscitano. Mia
sorella mi giova più di tutti i farmaci. È più utile dei libri. La mia guarigione
dipende dalla sua visita. Se la vedo, sono in buona salute. Se apre gli occhi, la
mia carne ringiovanisce. Se parla, sono forte. Io l’abbraccio e lei scaccia il
male da me. Ma non è apparsa davanti a me ormai da sette giorni». 6
La fanciulla non è insensibile alla vista di un bel ragazzo. «Mio fratello ha
turbato il mio cuore con la sua voce.» 7 Ma pensa all’avvenire e conta su sua
madre. «È nel vicinato della casa di mia madre ma io non posso recarmi da
lui. Farebbe bene mia madre ad occuparsene al posto mio.» 8 La ragazza spera
che il galante capirà e farà il primo passo: «Se mandasse un messaggio a mia
madre! Fratello mio, sono votata alla dea Or come sposa. Vieni a me, che io
veda la tua bellezza. Mio padre e mia madre sono lieti. Tutti gli uomini ti
acclamano e ti applaudono, fratello!». 9
Il «fratello», da parte sua, è pronto ad amare e invoca a sua volta la dea
«Or», la signora della gioia, della musica, dei canti, delle feste e dell’amore:
«Adoro Nubit, esalto Sua Maestà, esalto la Signora del cielo. Adoro Hathor e
acclamo la mia signora. Le rivolgo un rapporto e lei ascolta la mia
invocazione. Mi destina una dama. È venuta di persona per vedermi. Quanto
è grande ciò che mi accade! Io esulto, sono felice, divento grande!». 10
Gli innamorati si sono visti e compresi ma le parole decisive non sono
ancora state dette. La ragazza è lacerata fra il timore e la speranza. «Passavo
nelle vicinanze di casa sua. Ho trovato la porta aperta. Mio fratello stava in
piedi accanto a sua madre, con tutti i suoi fratelli e sorelle. Il suo amore ha
catturato il cuore di tutti quelli che passavano per la strada. Il galante perfetto
che non ha eguali, un “fratello” che ha una natura elevata! Mi ha guardato
mentre passavo. Ero sola a rallegrarmi. Come ha esultato il mio cuore nel
giubilo, quando mio “fratello” mi ha vista. Dio voglia che mia madre conosca
il mio cuore. Ella mi si avvicinerebbe. O Nubit, poni questo progetto nel suo
cuore. Io corro da mio fratello e lo annuso [gli Egizi baciavano con il naso,
non con le labbra come facevano i Greci e faranno gli stessi Egizi in epoca
più recente, per imitazione] davanti ai suoi compagni.» 11 Intanto, gli alberi e
gli uccelli del giardino ricevono le confidenze dell’innamorata che già si
immagina padrona di casa, mentre passeggia sottobraccio all’amato. 12
Se le cose non vanno in fretta come vorrebbero gli interessati, nella loro
naturale impazienza, se sorgono ostacoli, essi vengono dai giovani stessi. I
parenti sono consenzienti, sembrano approvare la scelta dei loro figli e
resistono solo formalmente. Un Faraone aveva intenzione di dare sua figlia
Ahuri in moglie a un generale di fanteria e suo figlio Nenoferkaptah in marito
alla figlia di un altro militare, ma lo fece effettivamente solo quando si
accorse che quei giovani si amavano davvero. 13 Il principe predestinato
arrivò in una città di Naharina dove dei ragazzi della sua età si erano dati
appuntamento per tentare una scalata. Il re del paese aveva deciso di dare sua
figlia all’ardito scalatore che fosse arrivato per primo alla finestra della bella
che risiedeva su un castello appollaiato su una montagna. Il principe si inserì
nei ranghi. Si fece passare per figlio di un ufficiale egizio costretto a lasciare
la casa paterna. Suo padre si era risposato. La sua matrigna lo detestava e gli
rendeva dura la vita. Vinse il concorso. Il re, furibondo, giurò che non
avrebbe dato sua figlia a un transfuga egizio. La principessa non era dello
stesso parere. Quell’Egizio, che aveva solo scorso, aveva colpito il suo cuore.
Se non le fosse stato dato in marito, ne sarebbe morta. Davanti a quella
minaccia, l’opposizione del padre ben presto si attenuò. A questo punto
accolse benevolmente il giovane straniero, si interessò alla sua storia, sempre
ignorando di avere davanti il figlio del Faraone, subì il suo fascino divino, lo
abbracciò teneramente, lo accettò come genero e lo colmò di doni. 14
Nei canti d’amore il giovane chiama l’amata «sorella» e la fanciulla,
parlando del suo corteggiatore, dice «fratello». Abbiamo però notato che gli
innamorati non abitavano sotto lo stesso tetto e che i parenti del giovane non
erano gli stessi della giovinetta. Dopo il matrimonio, l’uomo continuerà a
chiamare la moglie sonit e non himit. 15 Questa moda si è affermata alla fine
della XVIII dinastia. Non sappiamo quando è finita ma certamente durò per
tutto il Nuovo Impero. In tribunale si andava meno per il sottile e si usavano i
termini son, hay e himit con il significato che avevano sempre avuto: fratello,
marito e moglie. Eppure i Greci e sulla loro scorta molti storici moderni
hanno sostenuto che i matrimoni fra fratello e sorella erano normali
nell’Antico Egitto. 16 Alcuni Faraoni hanno sposato la propria sorella e anche
la propria figlia, ma a questo proposito si potrebbe ripetere quello che i
giudici reali dissero a Cambise quando egli chiese loro se la legge autorizzava
chi lo volesse a sposare la propria sorella. Nessuna legge lo permetteva, ma
una legge permetteva al re di fare tutto quello che voleva. 17 Fino a ora non è
stato possibile avanzare un esempio di un Egizio, nobile, borghese o plebeo,
che avesse sposato la propria sorella, né per parte di padre né per parte di
madre. Sembra che sia stato permesso il matrimonio dello zio con la nipote,
perché nella tomba di Amenemhat la figlia di sua sorella, Baket-Amon, stava
seduta a fianco di suo zio come se fosse sua moglie. 18
Nei testi e nei documenti figurativi, comunque, si parla raramente del
matrimonio. Quando il Faraone del romanzo di Setna-Khamois decise di
unire i suoi figli, disse: «Che si accompagni Ahuri alla casa di Nenoferkaptah
questa notte stessa! Che la si accompagni con ogni specie di bei doni!». Così
fu fatto e adesso è la giovane donna a parlare: «Essi mi portarono in sposa
alla casa di Nenoferkaptah. Il Faraone ordinò che mi si portasse una ricca
dote in oro e argento e tutti i componenti della casa reale me la
presentarono». 19 Il trasferimento della fanciulla con la sua dote dalla casa
paterna a quella del fidanzato costituiva dunque l’elemento essenziale della
cerimonia. Immagino che questo corteo non fosse meno pittoresco né meno
rumoroso delle processioni di portatori di offerte che avevano luogo nei
templi, dei cortei di stranieri che sollecitavano di entrare nell’acqua del re e
delle sepolture che gli Egizi concepivano come un cambiamento di domicilio.
È probabile che il fidanzato aprisse il corteo, dato che sappiamo che Ramses
II andò ad aspettare in un castello di sua proprietà fra l’Egitto e la Fenicia la
figlia del re Hattusil la quale aveva attraversato parte dell’Asia Minore e tutta
la Siria in pieno inverno per diventare la «grande sposa reale». Gli Egizi
tendevano alla burocrazia; dunque è possibile che gli sposi si presentassero
anche davanti a un funzionario che registrava i loro nomi e la costituzione di
un patrimonio coniugale. Quando una donna sposata doveva presentarsi in
tribunale, veniva chiamata col suo nome seguito da quello del marito:
Mutemuia, moglie dello scriba dei libri sacri Nesiamon. Un ostracon di Tebe
precisa che il marito contribuiva al patrimonio coniugale per i due terzi e la
moglie solo per un terzo. In caso di decesso di uno dei congiunti, il
sopravvissuto aveva l’usufrutto di tutto ma poteva disporre solo della parte
per la quale aveva contribuito. 20 Ad esempio un barbiere cedette a uno
schiavo il suo magazzino commerciale e gli diede in moglie sua nipote
orfana. Quest’ultima ricevette una dote prelevata dal patrimonio personale del
barbiere che in precedenza aveva diviso i suoi beni rispetto a quelli della
moglie e della sorella, facendo registrare tale divisione. 21
Ci sembra impossibile che la religione fosse lasciata fuori da un atto
importante come il matrimonio. Quando un uomo sposato andava in
pellegrinaggio ad Abido, portava sempre con sé la moglie. Assai spesso gli
sposi andavano al tempio insieme. Così Neferhotep, capo delle greggi di
Amon, era assistito da sua moglie, la padrona della casa, la lodata di Hathor,
dama di Cusa e cantatrice di Amon mentre adorava Ra nel momento in cui il
dio saliva da oriente e Harakhté quando scendeva all’orizzonte occidentale.
Suppongo dunque, malgrado l’assenza di documenti probatori, che gli sposi e
forse tutto il loro parentado entrassero nel tempio del dio locale, gli offrissero
un sacrificio e ne ricevessero una benedizione.
Quando gli scribi e i sacerdoti avevano svolto il loro compito e gli sposi
avevano preso possesso del loro domicilio, gli invitati si separavano. Anche
in questo caso ci permettiamo una supposizione, tenendo conto del fatto che
gli Egizi amavano i pranzi di famiglia. Prima di lasciare gli sposi a se stessi,
probabilmente si faceva festa, si beveva e si mangiava bene, almeno quanto il
patrimonio delle famiglie o la loro vanità lo permettevano.

La donna
I pittori e gli scultori ci danno un’immagine simpatica della famiglia
egizia. Il padre e la madre si tengono per mano o alla vita. I figli,
rappresentati tutti piccoli qualunque fosse la loro età, si stringono ai
genitori. 22 Sotto il regno di Akhenaton divenne di moda rappresentare le
effusioni della coppia reale. Il re e la regina divoravano i figli di baci e questi
rispondevano carezzando con le loro manine il mento del padre o della
madre. Quest’uso tramontò, insieme all’eresia di cui era stato una
manifestazione o un effetto. A partire dalla XIX dinastia l’arte egizia
recuperò la sua austerità, ma nelle pitture tombali marito e moglie sono
sempre rappresentati uno accanto all’altra, uniti per l’eternità come amiamo
immaginare che fossero stati uniti durante la vita.
La letteratura non è tenera con la donna egizia. Frivola, civettuola e
capricciosa, incapace di mantenere un segreto, mentitrice e vendicativa,
naturalmente infedele: i romanzieri e i moralisti hanno visto in lei il
ricettacolo di tutti i peccati e di tutte le malizie. 23 Un giorno che il re Snefrui
si annoiava a morte, per distrarlo si pensò di far navigare sullo stagno del
parco reale una ventina di giovinette vestite solo di una reticella. Una delle
rematrici perse un gioiello di turchese nuovo e smise di remare: «Continua,
disse il re, te lo sostituirò. – Preferisco il mio vaso alla copia» rispose la bella.
E il re cedette immediatamente. Convocò il suo mago che con un
procedimento molto originale – posando la metà dell’acqua sull’altra metà –
ritrovò il gioiello perduto. 24 L’Enneade degli dèi scorgendo Bytau solo nella
valle dell’Abete ebbe pietà della sua solitudine e gli fece dono di una donna
che non aveva eguali perché l’acqua di tutti gli dèi era in lei. La donna gli
disobbedì immediatamente e poi lo tradì. Bytau resuscitò e si trasformò in
toro. Sua moglie intanto era diventata la favorita del Faraone e ottenne,
profondendosi in tenerezze con il suo signore e padrone, che il toro venisse
immolato. Egli si trasformò in persea e la donna volle che lo si tagliasse.
Quando era un semplice servo di campagna presso il fratello maggiore, Bytau
aveva fatto la prima esperienza della malvagità delle donne. Era l’epoca della
semina. La terra era emersa dall’acqua e pronta per essere arata. I due fratelli
erano andati in campagna, poi erano mancate le sementi. Bytau era tornato a
casa da solo a prendere del grano. Tornando dal granaio mentre portava
facilmente un peso enorme fu scorto dalla cognata che all’improvviso fu colta
da ammirazione e desiderio: «Vieni, passiamo un’ora sdraiati insieme. Ti
darò bellissime vesti». Bytau divenne come la pantera del mezzogiorno: «Tu
per me sei come una madre e tuo marito per me è come un padre. Ah! Le
cattive parole che mi hai detto non le ripeterai mai più ed esse non usciranno
mai dalla mia bocca!». E se andò lasciando la colpevole umiliata e piena di
rancore. Il marito era un uomo collerico e scriteriato. La malvagia creatura
ebbe facile gioco a far credere ad Anupu che suo fratello aveva tentato di
sedurla attribuendo a se stessa la ripulsa del virtuoso giovane. E questo non le
bastò: si sarebbe sentita placata solo quando il preteso seduttore fosse stato
punito con la morte. 25
In tempi antichissimi, la moglie di un maestro di cerimonie ingannava il
marito con un giovane che copriva di doni. Anche la moglie di un sacerdote
di Ra ingannava il marito: aveva popolato la sua casa di tre figli adulterini e
si scusava affermando che il padre di quei fanciulli era il dio Ra in persona
che aveva così voluto dare all’Egitto tre re pii e benevoli. 26 La moglie che il
sacerdote di Ra aveva scelto, Ruddidit, un giorno si adirò con la sua serva e la
scacciò. La serva, che aveva indovinato tutto, avrebbe voluto informarne chi
di dovere ma ebbe la cattiva ispirazione di parlarne prima con il fratello che
ricambiò la sua confidenza con una vigorosa punizione. 27 Ed ecco una nobile
dama, Tabubuit, che era una ierodula e non una donna di strada, pretendere
che il suo amante prima diseredasse, poi uccidesse i propri figli. 28 Un’altra
nobile dama, avendo notato Verità, un bel giovane, si diede a lui. Una volta
soddisfatto il suo capriccio, si occupò così poco del suo amante da lasciarlo
mendicare alla porta di casa sua e lasciò passare del tempo prima di rivelare
al proprio figlio che quel mendicante era suo padre. 29
In questi racconti egizi, le donne non valgono molto. È l’uomo a essere
affettuoso, fedele, devoto ed equilibrato. Ma gli stessi racconti mostrano
anche il Faraone come un essere limitato e balzano, costretto a ricorrere, a
ogni piè sospinto, a scribi e maghi. Erano le leggi del genere. In realtà molti
re egizi furono valorosi in guerra e abili nel gestire gli affari di Stato, e molte
Egizie furono spose irreprensibili e madri tenere. Tale fu la giovane donna di
cui conosciamo la storia grazie a una stele del Museo britannico:
«O sapienti, sacerdoti, principi, nobili e umani, voi tutti che entrate in
questa syringe, orsù, ascoltate quello che vi si trova. L’anno IX, il quarto
mese dell’inondazione, il 9, sotto Tolomeo XIII, fu il giorno della mia
nascita. L’anno XXIII, il terzo mese dell’estate, il primo giorno del mese, mio
padre mi diede in moglie al gran sacerdote Pcherenptah, figlio di Petubasti.
Fu molto doloroso per questo sacerdote che io abbia concepito da lui per tre
volte senza partorire un maschio, ma solo femmine. Dunque pregai con
questo sommo sacerdote la maestà di quel dio benevolo, donatore di figli a
chi non ne ha, Imhotep, figlio di Ptah. Egli udì i nostri lamenti perché
esaudisce sempre coloro che lo pregano... In ricompensa [delle opere pie del
sommo sacerdote] ho dunque concepito un figlio che ho partorito nell’anno
VI, il terzo mese dell’estate, il 5, alla prima ora del giorno sotto la regina
Cleopatra, il giorno della festa delle offerte che si pongono sull’altare di quel
dio augustissimo, Imhotep soprannominato Petubasti. E tutti si rallegrarono.
L’anno VI, il secondo mese dell’inverno, il 6, fu il giorno in cui approdai [in
cui morii]. Mio marito, il sommo sacerdote Pcherenptah, mi portò nella
necropoli. Mi dedicò tutti i riti che si riservano agli esseri perfetti. Mi seppellì
in forma eccellente e mi mise a giacere nella mia tomba dietro a Rakoti». 30
Sottoposta alla volontà del padre e ai desideri del marito fin nella tomba,
la sventurata Taimhotep perì nel fiore degli anni, rimpianta dal marito che
non badò a spese per assicurarle una degna sepoltura.
A confronto con questa commovente storia è istruttivo leggere il lamento
che un vedovo rivolge alla moglie defunta su un papiro del Museo di Leyda:
«Ti ho preso in moglie quando ero giovane. Sono stato con te. Poi ho
conquistato tutti i gradi ma non ti ho abbandonata. Non ho fatto soffrire il tuo
cuore. Ecco che cosa ho fatto quando ero giovane e quando esercitavo tutte le
funzioni più elevate del Faraone, Vita, Salute, Forza non ti ho abbandonata
dicendo, al contrario: “Che tutto sia diviso con te!”. Quando qualcuno veniva
a parlarmi di te, io non ne accettavo i consigli dicendo invece: “Io faccio
secondo il tuo parere!” [...]. Ora, vedi, quando ho ricevuto la carica di istruire
gli ufficiali dell’esercito del Faraone e i suoi equipaggi, li mandai a sdraiarsi
sul ventre davanti a te, facendo deporre davanti a te ogni sorta di cose buone.
Non ti ho nascosto niente dei miei guadagni fino a questo giorno della mia
vita... Non sono mai stato sorpreso a farmi beffe di te come fa il contadino
che entra in casa altrui... I miei profumi, i dolciumi con le vesti non li ho fatti
portare in un’altra casa, ma ho detto: “Mia moglie è là!” perché non volevo
darti dolore [...] Quando ti sei ammalata della malattia che hai avuto, ho fatto
venire un medico ufficiale che ha fatto il necessario e ha fatto quello che gli
hai detto di fare. Quando ho seguito il Faraone che andava verso Sud, ecco
come mi sono comportato con te. Ho passato otto mesi senza mangiare né
bere come un uomo delle mie condizioni. Quando ho raggiunto Menfi, ho
chiesto un congedo al Faraone, mi sono recato nel luogo dove ti trovavi [alla
tua tomba] e ho pianto molto con i miei davanti a te. Ora ecco sono passati tre
anni. Io non mi preparo a entrare in un’altra casa, cosa che un uomo come me
non era obbligato a fare [...] Ecco, non mi sono trasferito in casa di nessuna
delle mie sorelle». 31
Questo marito modello, questo vedovo inconsolabile, fa chiaramente
capire che molti al suo posto avrebbero agito diversamente, cioè che
avrebbero ripudiato, una volta diventati alti funzionari, la moglie di modeste
condizioni che avevano sposato quando erano modesti impiegati, che
comunque si sarebbero presi delle libertà e che una volta diventati vedovi non
si sarebbero sfiniti per tre anni in pianti e lacrime. Quando si è stati così
pazienti, si è anche autorizzati a intenerirsi un po’ su se stessi.
I romanzi ci informano che la donna infedele era punita con la morte.
Anupu, il maggiore dei fratelli, quando ebbe compreso, un po’ tardivamente,
che cosa era successo, prese il lutto per il fratello minore; poi rientrò a casa,
uccise la moglie e la diede in pasto ai cani. 32 Baytu, alla fine del romanzo,
intentò un processo contro sua moglie davanti ai magistrati di Sua Maestà,
Vita, Salute e Forza. Non possediamo il testo del giudizio emesso ma gli
Hathor avevano predetto che la donna sarebbe morta di coltello. 33 La moglie
di Ubainer che lo ingannava e lo prendeva in giro fu bruciata e le sue ceneri
gettate nel Nilo. Anche il suo complice venne punito: 34 era la legge.
«Guardati – consiglia lo scriba Any – dalla donna che esce di nascosto, non
seguirla, né lei né una sua pari. La donna che ha il marito lontano, ti manda
biglietti e ti chiama tutti i giorni quando non ha testimoni. Se riesce ad
avvilupparti nella sua rete, commetterai un crimine che attira la pena di morte
appena lo si conosce, anche se non lo avessi consumato fino in fondo.» 35
L’adulterio del marito, invece, non era oggetto di alcuna sanzione, almeno
per quanto ne sappiamo. L’uomo aveva diritto a tenere presso di sé delle
concubine. Un capitolo funerario si propone lo scopo di riunire tutta la
parentela nella necropoli. Vi leggiamo che la famiglia comprende il padre, la
madre, gli amici, gli alleati, i figli, le mogli, una creatura indicata con il
termine int-hnt, che finora non è stato interpretato, i servi e altre persone
care. 36 Sono noti casi di poligamia, anche se non molto numerosi. Uno dei
banditi che avevano partecipato al saccheggio delle tombe aveva avuto
quattro mogli, due delle quali ancora vive quando il tribunale si occupò di lui,
e si fecero sentire. 37 In un paese in cui il bastone aveva un posto di rilievo nei
rapporti, il marito aveva il diritto di battere la moglie, il fratello la sorella, ma
a condizione di non abusarne. L’insulto era punito. Un individuo venne
richiamato dai giudici a promettere di non insultare più la moglie se non
voleva ricevere cento colpi e perdere ogni diritto ai beni comuni. Era stato il
padre della donna a chiedere la protezione delle autorità a favore della
figlia. 38 E fece bene, ma non bisogna dimenticare che Mâruf era egizio e che
più di una creatura astuta forse aveva giocato un brutto tiro al marito con il
sostegno delle autorità.

I figli
Lo scriba Any consiglia ai suoi lettori di sposarsi presto e avere molti
figli. Il consiglio era però superfluo. Gli Egizi amavano i bambini.
«Raggiungerai il tuo paese in due mesi – annuncia il buon serpente al
naufrago –, ti riempirai il petto dei tuoi figli e passerai a miglior vita nel
focolare della tua famiglia.» 39 Chi visiti le tombe di Menfi, Amarna o Tebe e
osservi le stele di Abido o i più vari gruppi scultorei vedrà ovunque dei
bambini. Un grande proprietario come Ti, visitando i suoi terreni, arriva in un
punto dove può vedere delle mietitrici e notare come i suoi terreni vengono
lavorati. Subito una stuoia viene stesa a terra e vengono portati dei sedili. La
famiglia si raccoglie intorno al suo capo: i bambini tengono in mano la canna
del padre. Se a Ti fa piacere salire su un canotto per seguire i pescatori o
dimostrare la sua destrezza a spese degli uccelli annidati nelle alte ombrelle o
perché è il momento di onorare, in mezzo alle zolle di papiro, Hathor, la bella
dea, la signora di Imau e del Sicomoro, la sua gioia non sarà completa se non
avrà con sé sua moglie e i suoi figli. I ragazzini si esercitano, con successo, a
lanciare il giavellotto e l’arpione. Quando Amenhotep II era ancora un
delizioso fanciullo, già si esercitava in prove di forza e suo padre ne era
orgoglioso. 40 I figli del pastore accompagnavano il padre nei campi. Se il
vecchio aveva sete, il piccolo si issava sulla punta dei piedi per alzare la
brocca fino alle sue labbra. I figli degli artigiani andavano di qua e di là per la
bottega cercando di rendersi utili. Akhenaton e la regina Nefertiti si facevano
accompagnare dalle principesse nelle loro uscite in pubblico. Quando
rimanevano a palazzo, le principesse stavano accanto ai loro genitori non solo
nelle ore di riposo ma anche quando i genitori si occupavano degli affari di
Stato. Si arrampicavano sulle ginocchia del re e della regina non temendo di
accarezzare loro il mento. Le più grandi partecipavano alla consegna delle
decorazioni. Colti dalla tenerezza, i felici genitori stringevano le più piccole
fra le braccia e le divoravano di baci. Lo stesso Ramses II era fiero dei suoi
centosessanta e più figli. Strabone osserva con stupore un costume specifico
degli Egizi, al quale essi tenevano moltissimo: allevavano tutti i figli che
nascevano loro. 41 Questa fecondità delle famiglie, contrastante con la
tradizione greca, dipendeva dalla fertilità del paese e dalla clemenza del
clima. Come dice Diodoro, i figli praticamente non costavano niente ai
genitori. Finché erano piccoli, andavano scalzi e nudi, i ragazzini con una
collana, le bambine con un pettine e una cintura. Tutti si nutrivano con poco,
di rametti di papiro e di radici crude o cotte. 42
Se tutti i figli erano bene accolti, il desiderio di avere un maschio era
universale. Sappiamo già che cosa pensava in proposito il gran sacerdote di
Ptah, Pcherenptah. «C’era una volta un re – comincia la storia del principe
predestinato – al quale non nasceva un secondogenito maschio. Il suo cuore
ne era attristato. Chiese un figlio agli dèi del suo paese che decisero di
concederglielo.» Il figlio maschio aveva il compito di far vivere il nome di
suo padre e il dovere, ricordato da cento iscrizioni, di seppellirlo e curarne la
tomba. 43
Gli Egizi erano molto ansiosi di conoscere l’avvenire e per prevedere
quello dei neonati disponevano di una costellazione di sette divinità che
venivano chiamate Hathor. Esse si presentavano, invisibili, al capezzale del
neonato e decretavano come sarebbe morto, senza possibilità di appello.
«Morrà di coltello» dissero della fanciulla che gli dèi vollero assegnare come
compagna a Bytau. 44 Per il figlio che il re aveva desiderato così a lungo
decretarono: «Morirà per colpa del coccodrillo o del serpente o anche del
cane». 45 Siccome avevano trascurato di dire a che età si sarebbe prodotto il
fatale incidente, la vita del povero principino era stata regolata di
conseguenza fino al momento in cui, diventato adulto, il giovane fece notare
che tutte le precauzioni erano inutili perché era impossibile eludere il destino.
Che lo lasciassero agire liberamente! Non sappiamo se gli Hathor si
scomodavano per tutti i bambini, ma ogni padre di famiglia era in grado di
stabilire l’oroscopo del proprio figlio. «Insieme ad altre invenzioni – disse
Erodoto – gli Egizi hanno trovato a quale divinità appartengono ogni mese e
ogni giorno e in base al giorno di nascita conoscono la sorte loro riservata, il
giorno e il modo della propria morte.» 46 In base al calendario dei giorni fasti
e nefasti, chiunque nascesse il 4° giorno del primo mese di perit sarebbe
morto a un’età più avanzata del proprio padre. Era un giorno fausto. Era
anche molto vantaggioso nascere il 9 del secondo mese di akhit, perché si
sarebbe morti di vecchiaia, e ancor più il 29, perché si sarebbe morti
circondati dal rispetto. Invece il 4, il 5 e il 6 dello stesso mese non facevano
presagire niente di buono. Coloro che nascevano in quei giorni sarebbero
morti di febbre o d’amore o di ubriachezza. Chi nasceva il 23 doveva temere
il coccodrillo; il 27 non era certo preferibile: in questo caso, bisognava
temere il serpente. 47 Le circostanze in apparenza più insignificanti erano
gravide di conseguenze. Il papiro medico Ebers registra alcuni casi. Se il
bambino dice «Hii» vivrà, se dice «Mbi» vivrà. Se fa sentire una voce d’abete
morirà, se volge il viso verso il sole morirà. 48 Gli Egizi sapevano che Osiride,
trasportato sulla riva di Biblo, era stato assorbito da un abete miracoloso. Un
grido infantile che evocasse il rumore dell’abete, famigliare a chi aveva
viaggiato in Siria, era dunque di buon auspicio.
Più o meno rassicurati, i genitori si affrettavano a dare un nome al proprio
figlio. Gli Egizi non potevano farne a meno perché non avevano nomi di
famiglia. La figlia del Faraone quando adottò il neonato che aveva trovato nel
cesto gli diede semplicemente un nome che sarebbe diventato illustre. Molti
hanno immaginato, già nell’antichità e poi in tempi più recenti, che questo
nome dovesse rievocare le circostanze del ritrovamento e si sono accaniti a
trovarne l’etimologia. Moshe però non significa «salvato dalle acque». È
semplicemente la trascrizione dell’egizio mose, l’elemento finale dei nomi
Thutmose, Ahmose e altri dello stesso genere. La principessa che aveva
salvato un bambino che riteneva orfano si era semplicemente sostituita ai
genitori dandogli il nome.
I nomi degli Egizi talvolta erano molto brevi: Ti, Abi, Tui, To. Talvolta
erano composti da un’intera frase: «Ged-Ptah-iuf-ânkh: Ptah ha detto che
vivrà». Qualche volta dei nomi comuni, aggettivi o participi, si sono
trasformati in nomi propri: Jiâu, il bastone, Chedon, l’otre, Nekhti, il forte,
Chery, il piccolo, Ta-mit, la gatta. La maggior parte dei genitori preferivano
porre i loro figli sotto la protezione di una divinità. I figliocci del dio Horo si
chiamavano Hori, quelli del dio Seth, Seti, quelli di Amon, Ameni. Lo storico
Manetone si raccomandava al dio tebano Montu. Il nome poteva indicare che
il dio era soddisfatto, il che ha favorito la proliferazione degli Amon-hotep,
Khnum-hotep. Pta-hotep (che indica che Amon, Khnum o Ptah precedeva il
fanciullo), e Amonemhat (secondo il quale Amon ne era il protettore o il
padre). I Sanusert, che i Greci hanno trascritto come Sesostris, erano figli
della dea Usert, i Siamon, del dio Amon. Mutnegem significa che la dea Mut
è soave. Possiamo così dedurre il credito goduto nella storia dalle diverse
divinità. La signora di Biblo nell’Impero di Mezzo divenne madrina di molte
Egizie. Fra l’avvento di Ramses I e la guerra degli Impuri incontriamo molti
Seth-nekhti, Seth-emuia (Seth nella barca di [Ra]), perché la famiglia
regnante era fiera di discendere direttamente dall’uccisore di Osiride. Dopo la
guerra, Seth divenne un dio detestabile e nessun bambino ne portò più il
nome. Anche il re era un dio e la sua protezione era molto efficace. Sotto la
XVIII dinastia sono attestati degli Geserkarêsenb, dei Menkheperrêsenb, dei
Nimârênekht. Poi i Ramses-nekht si moltiplicarono per due dinastie.
Come si è visto, il repertorio era vasto. La scelta dei genitori poteva
essere guidata da una circostanza esterna, ad esempio da un sogno. Setna
Khamoîs non aveva figli maschi. Sua moglie passò la notte nel tempio di
Ptah. Il dio le apparve in sogno e le fece una raccomandazione; la donna si
affrettò a obbedire e concepì. Suo marito a sua volta sognò che il figlio si
sarebbe dovuto chiamare Senosiris. 49
I genitori che avevano scelto un nome per il proprio figlio non dovevano
far altro che farlo registrare dall’autorità competente. «Ho partorito questo
piccolo che sta davanti a me» dice la principessa Ahuri, moglie di
Nenoferkaptah. «Gli fu dato il nome di Merab che venne iscritto sui registri
della casa di vita.» 50 La casa di vita di cui avremo occasioni di riparlare più
volte era una specie di Istituto egizio dove astronomi, pensatori e storici
conservavano tutte le nozioni fino allora acquisite e lavoravano ad
accrescerne il tesoro. Queste ambizioni non erano incompatibili con funzioni
anche più umili. La casa di vita accoglieva forse, accanto agli studiosi, dei
semplici scribi che registravano le nascite, i matrimoni e le morti. Questa
supposizione non è stata convalidata e forse potremmo ritenere, sulla scorta
di Maspero, che si portassero i bambini alla casa di vita per far fare loro
l’oroscopo e sapere quali precauzioni prendere per contrastare il più possibile
i cattivi presagi del destino. Infatti Merab, figlio di Nenoferkaptah e di Ahuri,
non era un ragazzino qualsiasi. In ogni caso, le autorità civili tenevano
certamente un registro delle nascite, dei matrimoni e delle morti. Nei
documenti giudiziari, gli accusati e i testimoni sono chiamati col loro nome
seguito da quello del padre e della madre e con l’indicazione del mestiere. Se
i nomi che si potevano dare a un bambino erano molti, altrettanto numerosi
erano gli omonimi. Amenhotep, gran favorito del re Amenhotep III, era
soprannominato Huy. C’erano tanti Amenhotep, e anche gli Amenhotep
soprannominati Huy erano numerosi. Il favorito di Amenhotep III aveva
preso l’ottima abitudine di aggiungere al proprio nome e soprannome il nome
di suo padre, Hapu. Queste aggiunte non erano casuali: assumevano carattere
ufficiale. Sono un’ulteriore prova che le autorità cercavano di tenere in ordine
le registrazioni dello stato civile.
Il bambino in tenera età viveva con la madre che lo portava in genere
contro il petto, in una specie di bisaccia legata al collo che lasciava le mani
libere. 51 Lo scriba Any rende omaggio alla devozione delle madri egizie:
«Rendi a tua madre tutto quello che ha fatto per te. Dalle pane in abbondanza
e sostienila come lei ti ha sostenuto. Ha retto un peso grave, con te. Quando
sei nato, per sei mesi ti ha portato sostenuto alla nuca e per tre anni il suo
seno è stato nella tua bocca. Non provava disgusto davanti alle tue
sozzure». 52 Le regine e forse altre donne di alto rango non si davano tanta
pena. La madre di Qenamon aveva il titolo di grande nutrice, per ricordare
che aveva allevato il dio. Questo dio, che non è altri che il Faraone
Amenhotep II, rimase riconoscente per tutta la vita alla sua nutrice: andava a
farle visita e si sedeva sulle sue ginocchia come quando era piccolo. 53 I
principini spesso erano affidati a dignitari che erano invecchiati al servizio
del re. Paheri, principe di Tjeni e governatore di Nekhabit, è rappresentato
nella sua tomba in atto di tenere sulle ginocchia un bambinello nudo, che ha
la guancia destra coperta da un ricciolo. E il fanciullo reale Uagi-mose.
L’importante governatore aggiunge ai suoi titoli quello di nutritore del
fanciullo reale. 54 Un veterano delle guerre di liberazione, Ahmose di
Nekhabit, racconta: «Ho raggiunto un’eccellente vecchiaia, in mezzo a coloro
che vivono accanto al re... La divina sposa, la grande sposa reale Mâkarê ha
rinnovato i miei favori. Sono io che ho allevato la sua figlia maggiore, la
fanciulla reale Neferure quando era ancora lattante». 55 Il vecchio militare non
poté dedicare molto tempo alla bambina alla quale è attribuito un altro padre
nutritore, il capo architetto Senmut al quale si deve uno dei più bei templi
dell’intero Egitto, Deir el-Bahari, e che ha edificato anche gli obelischi di
Karnak. Il grande artista e la fanciulla si intendevano a meraviglia. Questa
reciproca tenerezza è stata rappresentata con forza e semplicità dagli scultori.
Una statua di Senmut ha l’aspetto di un cubo interamente coperto da
geroglifici da cui emergono solo la testa del padre nutritore e, davanti, quella
della piccola principessa.
Veniva il giorno in cui i bambini non si accontentavano più di una
semplice collana come unica veste. Al ragazzo si davano un perizoma e una
cintura e alla ragazzina un abito. La consegna di questi attributi era un
passaggio importante nella vita dei bambini. Vecchi cortigiani come Uni o
Ptah-Chepses non avevano mai dimenticato di avere legato la cintura al re.
Quel giorno probabilmente coincideva con l’ammissione alla scuola. Invece i
figli dei contadini e degli artigiani restavano a casa, a imparare a sorvegliare
il bestiame, a maneggiare gli strumenti del mestiere nel quale erano nati.

I servi e gli schiavi


Non è sempre facile distinguere, fra le persone che gravitavano intorno a
un personaggio, quelle che lo assistevano nelle sue funzioni da quelle che
erano al suo servizio o appartenevano alla sua famiglia. Gli Egiziani però non
li confondevano. Hâpi-Gefai, nomarco di Siut, usava sia i beni della casa di
suo padre, cioè la sua fortuna personale, sia i beni che amministrava per
conto dello Stato. Con i beni della casa di suo padre retribuiva gli addetti al
suo culto funerario. Ma il culto funerario era solo la continuazione della vita
presente. Possiamo dunque immaginare che i servi fossero retribuiti da chi li
impiegava, con i suoi beni personali.
Molti termini della lingua egizia corrispondono ai nostri termini di
domestico o servo: gli ascoltatori, quelli che ascoltano l’appello, gli scalchi,
ubau, quelli il cui nome è determinato oppure scritto per un vaso, gli shemsu.
Quest’ultimo termine si indica con un segno complicato formato da una lunga
canna ricurva, da una stuoia o una coperta arrotolata e attaccata a una cintura
e da una scopetta. Lo shemsu accompagnava il padrone nelle sue uscite e
quando questi si fermava, distendeva la stuoia al suolo, consegnava il grande
bastone in mani sicure e di tanto in tanto dava un colpo con la scopetta. Il
padrone poteva allora ricevere gli intendenti e ascoltare i rapporti. Un altro
shemsu portava i sandali durante la marcia. Nelle fermate, asciugava i piedi
del padrone 56 e lo calzava. Gli scalchi, o ubau, erano addetti ai pasti e
servivano a tavola. Erano nella migliore posizione per raccogliere confidenze,
far scivolare un suggerimento e quindi erano importanti. Gli scalchi del
Faraone facevano parte di tutte le più importanti commissioni d’inchiesta.
Tutti quelli che abbiamo citato finora erano – se non andiamo errando –
dei lavoratori liberi. Potevano lasciare il servizio del padrone, esercitare un
mestiere, acquistare una proprietà e se ne avevano i mezzi potevano anche
farsi servire a loro volta. Bytau – dopo che il fratello gli ebbe fatto torti
particolarmente gravi – dichiarò che non voleva più servirlo. Anupu poteva
ormai curare da sé il suo bestiame. In questo caso, signore e servo erano
fratelli ma possiamo ipotizzare che anche se fra i due non ci fossero stati
legami famigliari, Bytau avrebbe comunque lasciato il posto. La donna che
aveva dato alla luce tre re, Ruddidit, in seguito a una lite con la sua serva,
l’aveva fatta frustare. La serva se ne andò senza dare spiegazioni. È vero che
venne punita, prima dal fratello, poi dal coccodrillo, strumento della vendetta
divina, ma perché voleva rivelare al re il segreto di Ruddidit e non per avere
lasciato il posto. Naturalmente il padrone poteva licenziare il servo ancor più
facilmente.
Invece le persone chiamate hemu o beku, almeno al tempo del Nuovo
Impero, potevano essere considerate veri e propri schiavi. Non solo erano
trattate duramente, ma se fuggivano venivano inseguite. Uno scriba scrive al
suo superiore che «due uomini sono fuggiti davanti al capo della scuderia
Neferhotep, che li ha fatti battere. In seguito hanno disertato e non c’è
nessuno per arare. Così il padrone deve essere informato». 57 Due lavoratori
erano fuggiti dalla residenza di Ramses, o perché erano stati battuti, o per
amore della libertà. Il capo degli arcieri Ka-kem-ur, di Tjeku, venne mandato
a cercarli. Partendo da Pi-Ramses arrivò al recinto di Tjeku il giorno dopo. I
due erano stati visti dirigersi verso Sud. L’ufficiale si presentò alla fortezza in
tempo per apprendere che i fuggitivi avevano varcato le mura a nord del
migdol di Seti-Merenptah. Si rinunciò a inseguirli ulteriormente e ci si limitò
ad archiviare la vicenda. 58 Non tutti gli schiavi avevano tanta fortuna. Nella
tomba di Neferhotep, davanti al padrone uno scriba fa l’appello degli schiavi.
Uno di essi ha le mani legate ed è tirato con una cavezza. Altri due sono
puniti e un guardiano si prepara a legarli. La scena potrebbe essere intitolata:
«Il ritorno dei fuggitivi». 59
Quasi sempre gli schiavi erano di origine straniera. Catturati nel corso di
una campagna vittoriosa in Nubia, in Libia, nel deserto orientale o in Siria,
venivano assegnati dal Faraone o dal suo araldo a colui che li aveva catturati,
se si trattava di un atto individuale, oppure suddivisi fra i guerrieri se si era
trattato della cattura di un gruppo di nemici. Il valoroso Ahmose nel corso del
suo lungo servizio aveva così catturato diciannove schiavi, dieci donne e
nove uomini, molti dei quali portavano nomi stranieri: Pa-Megiaiu, Pa-Amu,
Istarummi, Hedit-Kush. Gli altri schiavi che portavano nomi egizi forse erano
stati donati ad Ahmose in occasione della campagna del Delta a meno che il
loro padrone non ne avesse cambiato i nomi cananei o nubiani in nomi egizi,
come accadde a Giuseppe. 60
Il padrone poteva affittare o vendere il suo schiavo. Un uomo che avesse
bisogno di vesti poteva affittare per due o tre giorni i servizi di una schiava
siriana. Non si dice che cosa ci si aspettasse da questa schiava, ma il prezzo
richiesto era molto elevato. 61 Un cittadino di Tebe fu sospettato di avere
partecipato al saccheggio di tombe perché aveva aumentato improvvisamente
il suo tenore di vita. Il giudice interroga sua moglie: «In che modo ha
acquistato gli schiavi che aveva con sé?». La donna risponde: «Non ho visto
con che denaro li ha pagati. Era in viaggio quando era con loro». 62 Un papiro
del Cairo pubblicato di recente fornisce qualche indicazione su come si
acquistava uno schiavo. Un mercante di nome Raia propone al suo cliente
l’acquisto di una giovane schiava siriana. Si accordano. Il prezzo viene
pagato non in argento o in oro ma in merci diverse valutate in base al valore
corrispondente in argento. Si fanno giuramenti davanti a testimoni, che
vengono registrati dal tribunale. Lo schiavo diventa proprietà di colui che l’ha
pagato e gli conferisce subito un nome egizio. 63
Quando il governo cominciò a reprimere i saccheggi di tombe, molti
schiavi furono riconosciuti colpevoli. Il tribunale non li risparmiò,
infliggendo loro una duplice o triplice punizione col bastone, ma anche gli
imputati liberi non erano trattati meglio. Il padrone batteva lo schiavo ma si
potevano battere anche i pastori, gli impiegati, i contribuenti recalcitranti.
Pochi erano coloro che, come un certo Negem-ab, vissuto sotto l’Antico
Impero, potevano dire di non essere mai stati bastonati dalla loro nascita in
presenza di superiori. 64 Chi sa, del resto, se questo fortunato mortale non
aveva ricevuto in segreto e senza testimoni più di un colpo di bastone di cui
certo non si vantava. Insomma, se si tiene conto degli ostacoli che
impedivano alla gente di estrazione modesta di emergere dalla propria
condizione, concluderemo che non c’era molta differenza fra la situazione dei
liberi delle classi più basse e quella di coloro che chiamiamo schiavi.
Abbiamo già citato un documento in cui si certifica che l’ex schiavo di un
barbiere ottenne dal padrone un atto di affrancamento, gli succedette nel
mestiere e ne sposò la nipote. Gli schiavi che sapevano arrangiarsi riuscivano
dunque a emergere dalla loro condizione per fondersi nella massa della
popolazione.

Gli animali domestici


Il cane, che era compagno e ausiliario dell’uomo a caccia, aveva accesso
alla casa del padrone. Si insediava educatamente sotto la sua sedia e dormiva
con un occhio solo, come fanno i cani. 65 Il cane da pastore non lasciava mai il
padrone che gli ordinava, con la voce e con il gesto, di radunare il gregge e
guidarne la marcia. 66
I cani da pastore e i cani da guardia erano tutti del tipo levrieri, con
gambe lunghe e lunga coda, il muso allungato, le orecchie abbastanza grandi
e cascanti ma qualche volta erette e puntute. Sotto il Nuovo Impero non si
vedono più i levrieri africani con la coda all’insù né i cani da guardia di taglia
media con le orecchie diritte e ancor meno i bassotti di moda sotto l’Impero
di Mezzo. Oltre ai levrieri era diffusa una razza di taglia piccola chiamata
ketket. Un ketket venne presentato al principe predestinato che aveva chiesto
un vero cane, rifiutando con indignazione l’animaletto.
I levrieri erano spesso portati al guinzaglio ma potevano anche essere
lasciati liberi. Un altro animale domestico, la scimmia, si arrogava il diritto di
sorvegliarli. Ad esempio in casa di Montu-hir-khopeshef 67 vediamo una
scimmia che afferra la corda del cane e la tiene ben tirata. Il gesto non è
gradito al cane che si volta per protestare, forse non solo con la voce.
I cani avevano dei nomi. Sotto la I dinastia un cane era chiamato Neb,
«signore». Venne sepolto accanto al padrone ed è stata recuperata la stele con
il suo nome e la sua immagine. Il re Antef aveva dato ai suoi quattro cani dei
nomi berberi. Ne era così fiero da farli rappresentare su una stele che si può
vedere al museo del Cairo. Egli aveva fatto innalzare davanti alla sua tomba
una statua oggi perduta che è descritta in un rapporto dei magistrati sui furti
nelle tombe reali. Il cane Bahika, termine che in lingua berbera significa
orice, stava in piedi, fra le gambe del re. Ad Abido c’era una tomba di cane,
in mezzo alle tombe di donne, arcieri e nani. Ce n’era un’altra a Siut, da cui
proviene il cane di calcare del Louvre che non ha l’aria di un guardiano
rassicurante, nonostante la campanella che gli pende dal collare.
Gli Egizi non hanno rifiutato ai cani gli onori funebri o divini, ma va
osservato che gli artisti non hanno mai rappresentato l’uomo nel gesto di
accarezzare l’animale o di giocare con esso. Le distanze erano sempre
conservate.
La scimmia si è forse avvicinata maggiormente al cuore dell’uomo. Era
entrata in casa ai tempi dell’Antico Impero. Divertiva tutti con le sue smorfie
e i suoi salti e anche con gli scherzi in cui aveva come compari i nani e i
gobbi che allora facevano sempre parte del personale di una grande casa. I
nani più apprezzati erano quelli che venivano da lontano. Harkhuf conquistò
la riconoscenza del sovrano e la celebrità fra gli egittologi portando con sé da
una missione nel Sud un nano che danzava il dio. Un simile evento non si era
verificato dai tempi del regno di Asesi, un secolo prima. Una delle tombe più
lussuose che circondano la piramide di Chefren è quella del nano Senb. I
nomarchi di Menat Khufu tenevano ancora presso di sé nani e gobbi ma ai
tempi del Nuovo Impero non se ne incontravano più né alla corte dei re né
nelle case dei privati. Invece il favore della scimmia rimane immutato. V.
Loret ha trovato nella tomba di Thutmose III un cinocefalo mummificato che
vi si trovava più che in rappresentanza del dio della scrittura e della scienza,
perché, avendo divertito il re in vita, si sperava che potesse fare altrettanto nel
regno osiriaco, come la mummia del cane posta all’ingresso della tomba di
Psusennes. Le scimmie erano affezionate alla sedia del padrone. 68 In
mancanza di nani e gobbi erano i bambini di casa e i piccoli neri i suoi
compagni abituali e talvolta le sue vittime. 69 Quando i frutti erano maturi, le
scimmie qualche volta si arrampicavano sugli alberi. 70 Certamente
mangiavano più datteri e fichi di quanti non ne cogliessero ma il giardiniere
non se ne irritava. L’Egitto era fertile e tutti dovevano pur vivere. Amon
aveva creato tutti gli esseri e Hapi offriva le sue acque a tutto ciò che viveva.
La scimmia andava abbastanza d’accordo con il cane e con il gatto, meno con
l’oca del Nilo che aveva un carattere litigioso e in certe occasioni la puniva. 71
Il gatto non sembra essere riuscito a introdursi in casa fino all’Impero di
Mezzo. Si rifugiava nelle paludi e saccheggiava i nidi, come la genetta e altri
piccoli carnivori che vivevano a spese degli alati. 72 La concorrenza dei
cacciatori non lo disturbava. Intanto che questi scivolavano senza rumore fra i
papiri, prima che avessero lanciato i loro boomerang, il gatto era già balzato
sulla preda e aveva messo a segno due colpi. Stringeva un’anatra selvatica fra
i denti e intanto aveva afferrato una coppia di rigogoli. 73 Senza rinunciare alla
propria indipendenza di carattere né dimenticare i propri istinti di cacciatore,
era diventato ospite della casa dell’uomo. Cominciò ad accettare di stare
seduto sotto la sedia dei padroni poi, più ardito del cane, a saltare sulle loro
ginocchia e a farsi le unghie sulle loro belle vesti di lino. 74 Accettò addirittura
che gli si mettesse il collare. Questo ornamento non aveva niente di
sgradevole ma quando lo si legava al piede della sedia mettendo fuori dalla
sua portata una tazza di latte, evidentemente ci si voleva burlare di lui. Allora
rizzava i peli, tirava fuori le unghie e tirava il collare con tutte le sue forze. 75
Normalmente andava d’accordo con gli altri animali domestici, con la
scimmia come con l’oca smon. Su un piccolo monumento, vediamo un’oca e
una gatta che si fronteggiano. La loro calma è impressionante ma non bisogna
dimenticare che rappresentavano il potente dio Amon e la sua paredra Mut.
Consapevoli del loro ruolo di animali sacri, sapevano comportarsi
adeguatamente. Ma erano anche capaci di usare zampe e becco e non è certo
che in caso di lite fosse sempre il gatto a uscire vincitore dal conflitto. 76
Gli Egizi non ignoravano che il gatto era il terrore dei topi. 77 Per legarlo
alla casa il padrone sapeva che non c’era niente di meglio che fargli dono di
un bel pesce che il gatto divorava sotto la sua sedia. 78 Un giorno Apuy andò
sul suo battello, che aveva la forma di un’anatra, a caccia di uccelli acquatici
con la moglie e un servo e portò con sé un gatto, lo stesso che abbiamo visto
farsi le unghie sulla veste del padrone. Come i suoi antenati selvatici,
l’animale si lancia all’assalto dei nidi ma i padroni, al momento debito,
riusciranno a richiamarlo e riportarlo a casa. 79
Fra i volatili di cortile gli Egizi individuarono ben presto l’oca del Nilo,
smon, che i naturalisti chiamano chenalopex. 80 Invece di allevarle in recinti,
gli Egizi le lasciavano entrare in cortile, in giardino e persino in casa. Perciò
Khufu quando volle dimostrare il proprio sapere di mago che pretendeva
addirittura di rimettere a posto una testa tagliata pensò di far portare
innanzitutto uno smon. Con il gatto l’oca divideva lo spazio privilegiato
protetto dalla sedia del padrone. Dotata di carattere molto indipendente, essa
non abusava di questo privilegio e spesso tornava a divertirsi sulle sponde del
Nilo. I suoi misfatti erano numerosi: nella stagione calda rovinava i datteri, in
quella invernale i frutti delle palme dum, per il resto dell’anno inseguiva i
contadini non permettendo loro di seminare in pace. Eppure gli Egizi, che la
chiamavano animale malvagio, che avevano rinunciato a metterla in trappola
e a offrirla alla tavola degli dèi, erano indulgenti con essa, erano divertiti
dalla sua ghiottoneria, dal suo carattere aggressivo, dal suo verso rauco. 81
Forse in certe occasioni sapeva dimostrarsi una guardiana vigile e
incorruttibile quanto il cane. Se poi era il caso di punirla il cane se ne
incaricava volentieri, anche a rischio di qualche beccata.
1. Ptah-hotep (ed. Dévaud), massima 21.
2. Urk., IV, 2-3.
3. Urk., IV, 30, 31.
4. Louvre, C 100, Maspero, Études égyptiennes, I, 257, 8.
5. Pap. Harris, 500, Chants d’amour, II, 9, 11; W.-M. Muller, Die Liebespoesie der alten Ægypten.
6. Alan H. Gardiner, The Chester Beatty papyri, n. 1, tavv. 25, 6-26, 2.
7. Ibid., 22, 8.
8. Ibid., 22, 8; 23, 1.
9. Ibid., 23, 2-4.
10. Ibid., 24, 4-7.
11. Ibid., 24, 10-25, 6.
12. Pap. Harris, 500, Chants d’amour, IV, 2; V, 3.
13. Maspero, Contes populaires, IV ed., 128.
14. Ibid., 197, 203.
15. Davies, Neferhotep, 36, 37; Mem. Tyt., IV, 5; V, 5-7. Non bisogna dimenticare che i termini che
indicano i rapporti di parentela nella lingua egizia hanno, accanto al loro significato preciso, un senso
più esteso. Iôt, padre, significa qualche volta anche antenato. Sn e snt, fratello e sorella, indicano
talvolta anche i membri di un gruppo. Il verbo snsn significa essere associati.
16. Maspero, Contes populaires, IV ed., 129, nota I: 1; Moret, Le Nil et la civilisation égyptienne,
110, 318-319.
17. Erodoto, III, 31.
18. Th. T.S., I, 4: A2, XLVIII, 50.
19. Maspero, Contes populaires, IV ed., 130.
20. J. Cerny, La constitution d’un avoir conjugal en Égypte, Bull. I.F.A.O., 1937, 41 ss.
21. Linage, in Bull. I.F.A.O., XXXVIII, 233, 599.
22. Un esempio fra tanti: Mem. Tyt., IV, I.
23. Ptah-hotep, ed. Dévaud, 309, 310.
24. Maspero, Contes populaires, IV ed., 29, 31.
25. Ibid., IV ed., 3, 21.
26. Ibid., 38, 40.
27. Ibid., 43.
28. Ibid., 148, 169.
29. Papyrus Chester Beatty, n. 11, retto 4-5.
30. Br. Mus., n. 1027; Maspero, Études égyptiennes.
31. Pap. di Leyda, 37; Sethe e Gardiner, Egyptian Letters to the dead.
32. Pap. d’Orbiney, VIII, 7, 8.
33. Ibid., IX, 8, 9.
34. Pap. Weaster; Maspero, Contes populaires, IV ed., 28.
35. Papiro morale di Boulaq, II, 13, 17. Maspero, Histoire, II, 502. La stessa minaccia la
registriamo nelle Massime di Ptah-hotep, ed. Dévaud, 287-288. «È un momento breve come un sogno.
Si guadagna la morte, a volerlo conoscere.»
36. Coffin texts, cap. 146, t. II, 180 ss.
37. Br. Mus., 10052. XV, 4. Anche un altro ladro di tombe risulta poligamo (Peet, Meyer papyri, 13
E, 6); cfr. Erman-Ranke, Ægypten... 177.
38. Bull. I.F.A.O., 1937, 41, 599.
39. Naufragé, 168-169.
40. Bull. I.F.A.O., XLI, 31.
41. Strabone, XVII, 2, 5.
42. Diodoro, I, 80.
43. Si vedano ad esempio le raccomandazioni di Hâpi-Gefai a suo figlio, all’inizio dell’iscrizione
dei contratti (Siut, 1, i, 269, 272).
44. Pap. d’Orbiney, IX, 8-9.
45. Pap. Harris, 500, V-IV, 3, 4.
46. Erodoto, II, 82.
47. Pap. Sallier IV (Bibliothèque égyptologique, t. XII, 153, 154, 160, 161).
48. Pap. Ebers, 97, 13, 14 (ricette) 838, 839.
49. Maspero, Contes populaires, IV ed., 156, 157.
50. Gardiner, The house of life, J.E.A., XXIV (1938), 175; cfr. Maspero, Contes populaires, IV ed.,
130, nota 1.
51. Bassorilievo di Berlino, 14506, Wr. Atl., I, 387.
52. Papiro morale di Boulaq, VI, 17 ss.; cfr. Maspero, Histoire, II, 502, 503.
53. Davies, Ken-Amun, tav. 51 e 9.
54. Paheri, 4.
55. Urk., IV, 34.
56. Davies, Ken-Amun, 35: gruppo di servi dietro la sedia del loro padrone.
57. Bibl. æg., VII, 3.
58. Ibid., VII, 66, 67.
59. Davies, Neferhotep, 43.
60. Urk., IV, 11.
61. Gardiner, Four papyri of the 18th dynasty from Kahhun, AZ XLIII, 27869.
62. Pap. Br. Mus., 10052, XI, 4, 9. Un’altra accusata afferma di essersi procurata i suoi schiavi con
i prodotti della sua proprietà (Ibid., X, 11 ss.).
63. Gardiner, Lawsuit arising from the purchase of slaves, J.E.A., XXI (1935), 140-146.
64. Urk., I, 75.
65. Davies, Five theban tombs, II, 25, 26, 27, 28.
66. Mem. Tyt., V, 34.
67. Davies, Five theban tombs, 4.
68. Miss. fr., V, 547.
69. J. Vandier d’Abbadie, Catalogue des Ostraca figurés de Deir el-Medineh, 2035, 2037, 2038,
2040.
70. Ibid., 2003, 2004.
71. Wr. Atl., I, 123.
72. Newberry, Beni-Hasan, IV, 5.
73. Br. Mus. 37977 in Wr. Atl., I, 423.
74. Mem. Tyt., V, 25.
75. Miss. fr., V, 552, sull’ostracon 21443 di Berlino (Erman, La religion des Égyptiens, tav. 11), un
gatto gioca con una scimmia.
76. Archives du Museum d’Histoire naturelle de Lyon, XIV, 21; tomba 217 a Tebe.
77. Ostracon 2201 di Deir el-Medineh.
78. Mem. Tyt., I, 10.
79. Mem. Tyt.,V, 30.
80. Kuentz, L’oie du Nil, archives du Muséum d’Histoire naturelle de Lyon, XIV, 1-64.
81. Bibl. æg., VII, 102 (Pap. Lansing, 3, 5, 8).
IV
Le occupazioni domestiche

La pulizia
Gli antichi Egizi erano assai puliti e curavano molto sia il loro corpo sia i
loro abiti e le loro abitazioni. 1 Quando Sinuhit rientra in Egitto dopo la grazia
una delle gioie che prova è quella di togliersi le vesti di lana multicolore che
portava presso i Beduini. 2 Come Ulisse dai Feaci, allontana gli anni dalla sua
carne. Si depila, si pettina, si friziona non più con unguenti d’albero ma con
incenso di prima qualità, forse contenuto in un vaso di ossidiana e oro come
quello che il re di Biblo Abichemu aveva ricevuto in dono da Amenemhat III,
e indossa vesti di lino. 3
Ci si lavava più volte al giorno, la mattina appena alzati, prima e dopo i
pasti principali. Il materiale per la toilette era composto di solito da un catino
e da un vaso a becco che abitualmente si depositava sotto il tavolino dei cibi.
Il nome del catino, shâuti, sembra derivato da shâ, sabbia, e quello del vaso,
hesmenyt, dal natron, hesmen. Probabilmente si metteva del natron nell’acqua
del vaso e della sabbia nel catino. L’acqua per pulirsi la bocca era disinfettata
con un altro sale detto bed. Con il nome di suabu, derivato da uâb, «pulito,
puro», si indicava una pasta solidificata contenente una sostanza sgrassante e
schiumosa, ad esempio della cenere o dell’argilla da spurgo. 4
Dopo un primo lavaggio, gli uomini si affidavano al barbiere, al pedicure,
al manicure, le donne al parrucchiere. Il risveglio del re era un avvenimento,
a corte. I personaggi più importanti si facevano una gloria di assistervi e un
merito di essere puntuali. 5 Anche i visir, gli alti magistrati, i governatori
avevano il loro risveglio cerimoniale. I fratelli e i clienti si radunavano
intorno al capo. Gli scribi si accoccolavano per registrare gli ordini, con la
penna alzata, o dispiegavano un lungo foglio di papiro che conteneva nomi,
cifre, lavori fatti o da fare. Pedicure e manicure si impadronivano dei piedi e
delle mani. Il parrucchiere radeva la barba e tagliava i capelli. Usava una
lama a curve molteplici e a uncino, più comoda del rasoio in uso nell’Impero
di Mezzo che aveva la forma di una cesoia da falegname. I rasoi venivano
conservati in astucci di cuoio provvisti di un’ansa e gli astucci in eleganti
cofanetti d’ebano dove prendevano elegantemente posto anche le pinze, le
lime e le forbici del pedicure e del manicure. 6 Il nostro personaggio usciva
ben pulito, con la barba corta di forma squadrata e i capelli rasati o almeno
rinfrescati. Era il momento di introdurre altri specialisti, esperti di droghe che
portavano essenze e unguenti in vasi di cristallo, alabastro, ossidiana sigillati
e, in sacchetti chiusi da un cordoncino, della polvere verde (malachite) e la
polvere nera (galena) con la quale si truccavano gli occhi allungandoli
secondo il gusto egizio. 7
Così si difendevano anche gli occhi delicati dalle oftalmie provocate dal
riverbero solare, dal vento, dalla polvere e dagli insetti.
I prodotti di bellezza abbondavano. Per combattere i cattivi odori del
corpo nella stagione calda ci si poteva frizionare per più giorni di seguito con
un unguento a base di trementina (sonté) e incenso (ânti) che si mescolava
con semi non precisati e profumo. Altri prodotti dovevano essere applicati nei
luoghi dove due parti del corpo si univano. C’erano prodotti per abbellire e
rinnovare l’epidermide, per rassodare le carni e altri per combattere macchie
e foruncoli del viso. Ad esempio per rassodare le carni si usava la polvere
d’alabastro, quella di natron, il sale del nord mescolato con miele. Altre
ricette sono a base di latte d’asina. Anche il cuoio capelluto era oggetto di
cure continue. Si trattava di evitare i capelli grigi, di evitare l’ingrigimento
delle sopracciglia, di combattere la calvizie, di farsi rispuntare i capelli. Per
questa igiene era perfetto l’olio di ricino. Sappiamo anche di una ricetta
contro la peluria e i peli superflui e di un’altra a disposizione delle donne che
volessero far cadere i capelli della rivale. 8
Un preparato particolarmente interessante, inserito alla conclusione di un
trattato di chirurgia, ha un titolo abbastanza ambizioso: «Per trasformare un
vecchio in un giovane». Ci si procurano degli spicchi di fiengreco (la helba
araba). Quando sono secchi, li si perfora separando gli spicchi dai semi. Con
questi semi e una eguale quantità di frammenti di polpa si fa una pasta e si fa
evaporare l’acqua restante, si lava, si fa seccare il tutto. Se si impasta la
polvere così ottenuta e la si riscalda, si vedrà che sulla superficie si formano
delle piccole macchie d’olio. A questo punto si tratta di toglierlo, chiarificarlo
e versarlo in un vasetto di pietra dura, ad esempio di ossidiana. Con questo
prezioso olio si ottiene un incarnato perfetto; con lo stesso sistema
scompaiono la calvizie, le macchie di vecchiaia, gli sgradevoli segni dell’età
e i rossori spiacevoli che alterano la pelle. 9
E un prodotto che è stato impiegato con successo milioni di volte. Ha il
solo difetto di essere lungo da preparare, di poter essere ottenuto solo in
piccole quantità e quindi di costare caro. I poveri andavano da un barbiere
che operava all’aperto, sotto gli alberi. In attesa del turno, chiacchieravano o
facevano un sonnellino senza nemmeno sdraiarsi, con la schiena curva e la
testa fra le braccia, la fronte sulle ginocchia, qualche volta in due sullo stesso
sgabello. Quando era il suo turno, il cliente si sedeva su uno sgabello a tre
piedi e affidava la sua testa al barbiere che lo mandava via liscio come un
ciottolo lavorato dall’acqua. 10
La toilette delle donne agiate era un avvenimento importante, come quella
dei loro mariti. Un bassorilievo ci fa assistere a quella di una favorita reale. 11
La dama prende posto su una poltrona confortevole, con schienale e braccioli.
Tiene in mano uno specchio composto da un disco di argento lucido con il
manico d’ebano e oro a forma di colonna papiriforme. La pettinatrice intanto
non rimane inattiva. Con dita sottili e agili confeziona una serie di treccioline,
anche se i capelli della favorita sono piuttosto corti. Con una forcina d’avorio
ferma le ciocche su cui non sta lavorando. Questo lavoro richiedeva tempo.
Per far pazientare la signora, un servo le porta una coppa in cui versa il
contenuto di una fiala. «Al tuo ka» le dice mentre la padrona porta la coppa
alle labbra. Più modestamente, la moglie di Anupu, contadino piccolo
proprietario, si acconcia da sola mentre il marito e il cognato sono nei campi:
non ama essere disturbata. Se si alzasse potrebbe scompigliarsi l’acconciatura
e dovrebbe ricominciare tutto da capo. 12

L’abbigliamento
Mentre si procedeva alla sua toilette, l’uomo stava nella tipica tenuta da
mattino, con la testa nuda, i piedi nudi, un corto perizoma e nessuno o pochi
gioielli. Una volta completata la toilette, avrebbe potuto tenere il perizoma da
mattino anche se doveva uscire, mettendosi però uno o più paia di bracciali,
un anello e una collana a cinque o sei fili di perle chiusi da due fermagli a
testa di falco. Aggiungendo un pendente di giada o di cornalina appeso a un
lungo cordone il nostro Egizio era perfettamente presentabile e poteva andare
a visitare le sue proprietà, ricevere uomini d’affari, andare in qualche ufficio.
Poteva anche sostituire il perizoma con un gonnellino a sbuffo e calzare
sandali. 13 I sandali erano noti dalla più remota antichità ma si stava attenti a
non usarli a sproposito. Il vecchio re Narmer camminava a piedi nudi scortato
dai suoi camerieri, uno dei quali reggeva un paio di sandali. Uni prese delle
misure per impedire ai soldati intenti al saccheggio di sottrarre i sandali dalle
mani dei passanti. 14 Dalle mani e non dai piedi. I contadini quando avevano
una commissione da fare portavano i sandali in mano o appesi a un bastone e
li indossavano una volta arrivati a destinazione. Durante il Nuovo Impero e in
particolare sotto i Ramessidi se ne faceva maggior uso. Si facevano sandali di
papiro intrecciato, di cuoio e addirittura d’oro. Dalla punta della suola partiva
un cordoncino che passava fra il primo e il secondo dito e si univa, sul collo
del piede, ad altre cinghie che formavano una specie di staffa e si annodavano
dietro il tallone. Se la suola era d’oro, erano d’oro anche le cinghie. In questo
caso dovevano rischiare di ferire chi portava quei sandali soprattutto se li
portava solo ogni tanto. 15 I papiri medici ci informano che gli Egizi avevano
spesso mal di piedi. 16
Alcuni uomini portavano vesti sostenute da bretelle che andavano dal
petto alle caviglie ricadendo diritte e senza ornamenti. 17 A questa tenuta
austera, la maggior parte degli Egizi preferiva la veste pieghettata di lino che
lasciava libero il collo, modellava il dorso e si allargava verso le braccia.
Anche le maniche, piuttosto corte, erano svasate. Al di sopra di questa veste
si annodava un’ampia cintura composta di una sciarpa pieghettata dello
stesso tessuto disposta in modo che ricadesse formando una specie di
grembiule triangolare. La tenuta di gala era completata da una grande
parrucca arricciata che circondava bene la testa e dall’esibizione di lussuosi
gioielli, collane e gorgere, pettorali a doppia catena, braccialetti ai polsi e ai
bicipiti, sandali ai piedi. 18
L’abbigliamento di una gran dama non era molto diverso da quello del
marito. Comprendeva una sottilissima camicia e una sopravveste bianca
pieghettata trasparente come quella degli uomini che si annodava sul seno
sinistro e lasciava scoperto quello destro, aprendosi sopra la cintura e
scendendo fino ai piedi. Le maniche adorne di frange lasciavano scoperti gli
avambracci lasciando ammirare le mani lunghe e sottili e i polsi carichi di
bracciali. Ce n’erano di molti tipi: rigidi con due placche d’oro cesellato unite
da una cerniera. Anelli d’oro massiccio, cascate di perle, trecce o nastri d’oro.
La parrucca arricciata copriva la schiena e le spalle e i capelli erano adorni di
un bel diadema di turchese, lapislazzuli e oro splendente, annodato
posteriormente con due cordoncini decorati da ghiandine. Sull’edificio
complicato dell’acconciatura si reggeva in equilibrio, come per miracolo, un
cono. Non ne conosciamo la composizione ma riteniamo che consistesse in
una pomata profumata. Non era, però, appannaggio delle sole donne: anche
gli uomini ne portavano spesso di simili. 19
L’abbigliamento che abbiamo descritto era compatibile soltanto con
l’ozio più assoluto. Il popolo dei lavoratori era vestito con abiti più pratici. I
contadini, gli artigiani si accontentavano come un tempo di un perizoma
semplice tenuto fermo da una cintura larga come una mano senza ricami né
ornamenti e senza le ghiandine che abbellivano il perizoma degli Asiatici. Le
persone di condizione modesta, però, amavano i gioielli e gli ornamenti come
i privilegiati. In mancanza di quelli d’oro, portavano gioielli di ceramica o di
bronzo. Le musiciste di professione portavano, come le dame, l’ampia veste
trasparente oppure non indossavano niente altro che dei gioielli, collana,
bracciali e orecchini e una cintura. Le serve di casa, che spesso è difficile
distinguere dai bambini, giravano nude, soprattutto quando i padroni
ricevevano degli invitati e all’ammirazione dei quali esse offrivano
arditamente il loro piccolo corpo esile e agile.

Il cibo
Gli Egizi che conoscevano il valore della loro terra e non lesinavano nel
lavoro, temevano la carestia. Sapevano che un’inondazione troppo debole o
troppo violenta era seguita da cattivi raccolti. Il dovere principale del governo
consisteva soprattutto nel costituire un consistente approvvigionamento che
garantisse la sussistenza nel periodo fra un raccolto e l’altro, come Giuseppe
consigliò al Faraone dopo avere interpretato il suo sogno delle spighe. Questo
elementare dovere fu certamente trascurato negli anni che precedettero la
caduta dei Ramessidi. Una donna, interrogata sulla provenienza dell’oro che
era stato trovato in casa sua, risponde: «L’abbiamo avuto in cambio dell’orzo,
nell’anno delle iene quando c’era la fame». 20 A quei tempi infuriava la guerra
degli Impuri. I banditi erano ovunque, nei templi, nei palazzi, nelle proprietà
e uccidevano, stupravano, incendiavano. I contadini consegnavano i loro
prodotti a peso d’oro. Sciagure di quel tipo facevano rimpiangere l’invasione
degli Hyksos. Ma fra questi due spaventosi periodi, gli Egizi avevano vissuto
con larghezza. Sotto Seti e soprattutto sotto i grandi Ramses II e III
l’abbondanza era estrema. Sui bassorilievi dei templi e nelle pitture delle
tombe private, ovunque si vedono offerte accumulate e personaggi che
spingono avanti bestiame. Nel grande papiro Harris che ci offre particolari
della generosità di Ramses III nei riguardi degli dèi, si parla di prodotti
alimentari almeno quanto di metalli preziosi, vesti e profumi. Tutto ciò
dimostra quanto gli Egizi tenessero al cibo e lo dimostravano anche quando
erano in viaggio. Sinuhit trova, nel paese di Iaa, in Siria, fichi e uva, più vino
che acqua, miele e olio, tutti i frutti, orzo e amidonnier, innumerevoli greggi,
cioè tutte le risorse di una ricca proprietà egizia. «Facevo focacce come al
solito, avevo vino tutti i giorni, carne, pollame arrosto oltre alla selvaggina
che catturavo con le tagliole che venivano sistemate per me, senza parlare di
quello che mi portavano i miei levrieri.» 21 In Egitto non avrebbe potuto avere
di meglio. Nemmeno il naufrago nell’isola del mar Rosso era finito male:
«Trovai là dei fichi e dell’uva, verdure, porri magnifici, cetrioli e angurie e
meloni allo stato naturale, pesci e volatili. Non c’è niente che non vi si
trovasse». 22
Torniamo in Egitto per fare l’inventario delle sue risorse alimentari.
Cominciamo dalla carne. Gli Egizi sono sempre stati grossi mangiatori di
carne. Le pareti delle tombe sono coperte di scene di macelleria e di
processioni di animali destinati al consumo alimentare. Il bue era il maggior
fornitore di carne. Col nome di iua si indicava il bove africano, un animale di
grandi dimensioni, veloce e, in genere, con vaste corna. Con una dieta
appropriata diventava enorme e pesante e lo si faceva abbattere quando quasi
non poteva più camminare, come si vede nelle processioni di Abido e di
Medinet Habu. 23 Il conduttore che gli aveva infilata una corda fra naso e
labbro inferiore si faceva obbedire facilmente. Il bestiame di pregio era
decorato con piume di struzzo fissate alle corna e con nastri doppi.
All’ingresso del tempio il corteo era accolto da un sacerdote che tendeva
verso di esso un fornello per la resina acceso. La scena era così definita:
«Consacrare il bove puro di bocca per la pura macellazione del tempio di
Ramses-Miamun che raggiunge Ta-ur». I verificatori accettavano solo bestie
sane e ripetevano l’esame dopo la macellazione.
Ungiu erano detti dei buoi molto più piccoli e in genere senza corna o con
corna assai corte, e nega dei buoi con belle corna, alti ma di carattere più
irriducibile degli iua e ribelli all’ingrasso. Infatti venivano rappresentati
sempre magri. Alcune espressioni che indicano categorie di animali da
macello sono di difficile interpretazione, come «buoi della bocca delle
greggi» o «buoi di quita» (una piccola unità di misura del peso). Il bue detto
herysa doveva essere il più bello di tutta la stalla. Qualche volta si citano i
buoi da lavoro di Siria e quelli del paese di Kush. 24
Sotto l’Antico Impero un importante contributo alimentare era fornito dal
piccolo bestiame del deserto. Gli Egizi vi cacciavano l’orice, la gazzella e le
antilopi, ben lieti se le potevano catturare vive per poi cercare di
addomesticarle nei loro parchi. Questo tipo di allevamento non era più molto
praticato ai tempi dei Ramessidi. Ramses III inviò dei cacciatori nel deserto a
catturare degli orici. Nel corso del suo regno offrì al gran tempio di Amon 54
orici, 1 bubalo, 81 gazzelle. In un elenco complementare troviamo la
segnalazione di 20.602 buoi, 367 orici, stambecchi e gazzelle. 25 Nella
processione di Abido, si nota un bell’orice con corna diritte, stranamente
chiamato bue d’orice della stalla di Ramses. Ogni tanto l’orice sostituiva il
bue nelle scene di macellazione. Ma non ne ho mai visti nelle scene di
macellazione associate alla rappresentazione di un banchetto. Se ne può
concludere che degli animali del deserto non si tenesse conto per
l’alimentazione ma si ritenesse onorevole offrire in sacrificio agli dèi un orice
o una gazzella in ricordo del tempo in cui gli Egizi vivevano di caccia più che
di allevamento. Nessun documento che io conosca consente di affermare che
si mangiasse la carne di maiale, di capra, di montone, ma nemmeno il
contrario è sicuro, perché anche nell’Alto Egitto si incontravano questi
animali nelle fattorie.
Quando il bove era stato introdotto nel macello, il compito del pastore era
finito e cominciava quello dei macellatori. 26 Essi, in quattro o cinque,
attaccavano risolutamente il loro avversario e ne venivano a capo con un
metodo che non era cambiato dai tempi più antichi. Per cominciare si
afferrava il piede sinistro della vittima con un nodo scorsoio gettando l’altro
capo della corda sulla schiena. Un uomo afferrava il capo della corda
costringendo il piede legato ad alzarsi da terra. L’animale si trovava quindi in
una posizione instabile. Un grappolo umano gli si attaccava addosso. Il più
coraggioso gli saltava sul collo afferrandolo per le corna e gli tirava indietro
la testa, un altro si appendeva alla coda, un altro ancora cercava di sollevargli
una zampa posteriore. Appena il mostro era stato rovesciato, lo si metteva
nell’impossibilità di rialzarsi legandogli insieme le zampe didietro e quella
davanti già chiusa nel nodo scorsoio. L’altra restava libera ma non poteva
essere di alcuna utilità all’animale vinto che ritardava il momento del suo
trapasso raggomitolandosi. Un uomo robusto gli afferrava la testa, la
rovesciava e la teneva ferma con le corna a terra e la gola libera. I macellai
non avevano altri strumenti che un coltello con un solido manico e
arrotondato ai due lati per non perforare la pelle, un po’ più lungo di una
mano, e una cote attaccata a un lato del loro perizoma. Il macellaio capo
salassava la vittima raccogliendone il sangue in un vaso. Se la scena si
svolgeva nel macello di un tempio, un sacerdote si avvicinava e versava sulla
ferita un liquido contenuto in un acquamanile. Forse il sacerdote era anche un
funzionario del servizio d’igiene. Il macellaio gli metteva sotto il naso la
mano intrisa di sangue, dicendo: «Ecco questo sangue!». «È puro»
rispondeva il funzionario che si era chinato per rendersene conto più
esattamente.
A questo punto l’animale veniva fatto a pezzi con una rapidità
straordinaria. La zampa destra rimasta libera quando l’animale era stato
abbattuto era la prima parte tagliata via. L’aiutante la teneva verticale in
modo da facilitare il compito del macellaio che tagliava i tendini e
introduceva il coltello nelle giunture. La gamba tagliata veniva consegnata
intera ai portatori mentre si staccava la testa dal corpo e si fendeva il corpo
per scuoiarlo ed estrarre il cuore. Le zampe posteriori venivano fatte in tre
pezzi, la coscia, sut, il garretto, iua e il piede, inset. Successivamente si
estraeva la carne delle costole facendole in pezzi: il filetto, che era la parte
più pregiata, e il controfiletto. Fra le interiora il fegato e la milza erano i pezzi
più apprezzati. Il macellaio usava la precauzione di sollevare
progressivamente l’intestino per svuotarlo. Il lavoro procedeva fra
esclamazioni e ordini: «Sbrigati, compagno! Su, in fretta! Falla finita con
quella zampa; falla finita con quel cuore!». Quando si arrivava in un tempio,
l’arrivo del maggiordomo o anche il suo solo nome facevano raddoppiare lo
zelo: «Su, in fretta, sbrigati compagno, fai uscire questa schiera di costolette
prima che il maggiordomo lo debba fare direttamente sulla tavola! Ecco il
filetto. Posalo sul tavolino!». L’interpellato rispondeva senza mostrare alcuna
impazienza: «Farò come vuoi, farò come vuoi». Qualche volta il macellaio
parla fra sé e sé perché l’aiutante l’ha lasciato solo: «È difficile fare tutto da
solo!».
Il pollo e la gallina non erano ancora noti ma l’allevamento e la
consumazione del pollame erano praticati su larga scala. Il grande papiro
Harris ne enumera centinaia di migliaia. In una donazione in cui si registrano
3.029 quadrupedi, i volatili sono 126.250. Nell’elenco figurano 57.810
piccioni, 25.020 uccelli acquatici catturati nelle paludi, 6.820 oche ro, 1.534
oche terp. I volatili ovaioli erano 4.060, quelli detti «grandi bastoni» 1.410, le
gru 160, le quaglie pârt raggiungono la cifra considerevole di 21.700 e 1.240.
Questo elenco è limitato se confrontato a quello che si può costituire in base
allo spoglio delle scene di caccia e di allevamento delle tombe dell’Antico
Impero e dell’Impero di Mezzo. Si distinguevano tre specie di gru, giat, âiu e
ga, alle quali si aggiungevano le «damigelle» ugiâ. Le oche, anatre, piccioni
e alzavole si suddividevano in una quindicina di specie che certamente non
erano scomparse ai tempi dei Ramessidi, ma gli allevatori si erano decisi a
concentrare i loro sforzi sul piccolo numero di animali più profittevoli. 27
Sulla stele di Piankhi si legge che l’Etiope, dopo avere conquistato
l’Egitto, non accettò di ricevere alla sua tavola i principi del Sud e del Delta
che erano libertini e mangiatori di pesci, il che per il palazzo reale era cosa
abominevole, con l’eccezione del solo Nemarot che mangiava solo pesce
forse perché risiedeva in una città di teologi, Shmunu. 28 Il menu del defunto,
ai tempi del Nuovo Impero come nell’antichità, prevedeva solo pesce. In certi
nomi, in certe città e in certi periodi era vietato mangiare questo o quel pesce.
Ciò dimostra che se Piankhi non scherzava a proposito del puro e
dell’impuro, la popolazione nel suo complesso, anche nei templi, non esitava
a nutrirsi di pesce evitando, io credo, le specie poco gradevoli come il pesce
bu, «il disgustoso», il pesce shep, «il rimpianto». Gli abitanti del Delta e
quelli che abitavano sulle rive del lago Fayum erano pescatori professionali.
Un gruppo di granito trovato da Mariette a Tanis rappresenta due uomini con
barba e capelli folti che camminano con lo stesso ritmo di passo recando un
tavolo da cui sporgono dei magnifici muggini. Il papiro Harris registra
notevoli quantità di pesci fra i viveri distribuiti nei templi di Tebe, On e
Menfi: 441.000 pesci completi fra i quali muggini, mormyres, clarias,
batensoda, che sono pesci di taglia media, grossi chromis e latès così pesanti
che ci volevano due uomini per portarli. 29 Passavano una pertica in mezzo
alle branchie e se la mettevano sulla spalla camminando a passo allegro
mentre la loro preda spazzava il terreno con la coda. Era cibo sufficiente a
nutrire intere famiglie.
Le verdure erano comprese nel calendario di Medinet Habu sotto la
denominazione generale di renput, «prodotti annuali». Erano distribuite su
tavoli o raccolte in mazzi. A parte si segnalavano le cipolle e i porri, noti
dalla più remota antichità. Un mercante dell’Antico Impero dice al suo cliente
che si presenta con in mano un pane: «Posalo e ti darò delle belle cipolle
(hegiu)». I porri (iaquet) sono citati nel papiro medico Ebers, nella storia di
Khufu e dei maghi, e il naufrago ne raccoglie nella sua isola, dove trova
comunque di tutto. Anche l’aglio era molto apprezzato. Erodoto afferma che
gli operai che lavoravano alla costruzione della piramide di Cheope
mangiarono l’equivalente di 1.600 talenti di ravanelli, cipolle e agli. È
possibile che l’informazione sia esatta anche se non venne certamente incisa
sul monumento come credeva Erodoto. In ogni caso, mazzi d’aglio sono stati
trovati nelle tombe tebane. Il nome geroglifico per aglio, khizan, è stato
individuato da V. Loret nel grande papiro Harris e nella versione copta della
Bibbia. 30 Ramses III ne fece distribuire grandi quantità nei templi. Gli Ebrei
in viaggio verso la terra promessa rimpiangevano i cetrioli, le angurie, i porri,
le cipolle e gli agli che in Egitto ricevevano in abbondanza. 31 Le angurie, i
cetrioli e i meloni compaiono assai spesso sui tavoli da offerta accanto a
mazzi di papiro che alcuni studiosi hanno scambiato per asparagi. Gli autori
classici hanno creduto che la religione vietasse di mangiare fave e ceci per
insegnare agli uomini – come afferma Diodoro – a privarsi di qualche cosa. 32
Invece nelle tombe sono stati trovati fave, piselli e ceci. I sacerdoti di On e di
Menfi mangiavano fave sotto il regno di Ramses III. 33 È vero che la pianta
del cece ricorda stranamente la testa del falco, in particolare quella che
culmina il terzo dei canopi che era detto Qebehsenuf. Non era questa una
buona ragione per astenersi dal mangiarne se non, forse, in certe località e in
certi giorni. Le lattughe erano coltivate negli orti, vicino a casa, e
abbondantemente innaffiate. Era la pianta sacra al dio Min la cui statua
spesso figurava accanto alle aiuole di lattuga. Ma il dio itifallico non era il
solo ad apprezzare la lattuga. L’autore della contesa fra Horo e Seth racconta
che Iside, recatasi nel giardino di Seth, chiese al giardiniere di quali verdure
si era nutrito Seth. «Non ha mangiato nessuna verdura qui con me – rispose il
servo – a eccezione delle lattughe.» L’indomani Seth tornò nel giardino
secondo la sua abitudine quotidiana e mangiò ancora delle lattughe. Seth
passava per un libertino ma Min gli dava certamente dei punti. Si era notato
che la lattuga aumentava il desiderio degli uomini per le donne e rendeva le
donne più feconde. Quindi se ne faceva grande consumo. Sui tavoli delle
offerte le belle lattughe verdi non erano rare. Le si consumava certamente
come fanno ancor oggi gli Arabi, crude, con un po’ d’olio e sale. 34
Gli antichi Egizi, meno favoriti dei moderni, non conoscevano né le
arance né i limoni né le banane. Pere, pesche, mandorle e ciliege apparvero
sui tavoli da offerta solo in epoca romana. Ma in tutte le epoche d’estate
poterono saziarsi di fichi, datteri, fichi di sicomoro, più piccoli e meno buoni
dei fichi. I datteri non erano di qualità molto buona in Egitto, tranne che nella
zona di Tebe. Quelli della palma dum, commestibili, servivano soprattutto
per la preparazione di medicine. La noce di cocco era una curiosità molto
apprezzata da qualche privilegiato. Il melograno, l’olivo e il melo, introdotti
al tempo degli Hyksos, continuarono a essere coltivati e davano buoni frutti.
L’olio d’oliva serviva per l’illuminazione il che non significa che non lo si
usasse in cucina. Prima di conoscere l’olivo, gli Egizi coltivavano altri alberi
da olio, in particolare il moringa bak. All’elenco degli alberi da frutto
possiamo aggiungere il mimusops, il balano e il giuggiolo. Non bisogna
dimenticare che molti nomi di alberi e piante non sono stati identificati e
quindi non possiamo stilare l’elenco completo delle risorse degli Egizi in
tema di frutta e verdura. Le classi povere si accontentavano qualche volta di
masticare l’interno dei rami di papiro, come si fa oggi con quelli della canna
da zucchero, e i rizomi di altre piante acquatiche di cui nelle tombe sono state
trovate delle coppe piene. 35
Il latte era un’autentica rarità. Lo si raccoglieva in vasi di terracotta di
forma ovale protetti da una zolla d’erba per tener fuori gli insetti, evitando di
chiudere completamente l’apertura. Molti termini designano i latticini, crema,
burro, formaggio, ma la loro traduzione non è sempre sicura. Si metteva del
sale in certe medicine e in certi piatti per diete particolari. Non abbiamo
ragione di credere che non venisse usato su larga scala. Per addolcire bevande
e cibi si usavano il miele e i semi di carrubo. 36 Il segno nogem, che significa
dolce e dolcezza, rappresenta un baccello di questo albero. Gli Egizi si
spingevano nel deserto alla ricerca del miele e della cera delle api selvatiche.
Era un mestiere specializzato. I cacciatori di miele si accompagnavano con i
cercatori di resina di terebinto, frequentatori degli uadi. Il re cercava di
proteggerli dai pericoli che correvano avventurandosi lontano dalla valle del
Nilo facendoli accompagnare da arcieri. Ma gli Egizi allevavano le api anche
nei loro giardini, in giare di terracotta che servivano da arnie. L’allevatore
circolava in mezzo alle api senza timore, allontanandole con le mani per
prelevare le cellette. Il miele era conservato in grandi vasi di pietra sigillati. 37

La cucina
I materiali per cucinare erano molto rudimentali. Comprendevano
essenzialmente dei fornelli mobili in terracotta di forma cilindrica, alti circa
un metro, con una porticina in basso che serviva a dare aria e a togliere la
cenere. All’interno, una griglia o delle sbarre sostenevano il combustibile.
Naturalmente c’era un passaggio per il fumo, ma i disegnatori non hanno mai
rappresentato un fornello con un camino. Il tutto era completato da una
marmitta a due manici di profondità variabile e dal diametro un po’ maggiore
di quello della caldaia. Se necessario, i cuochi facevano a meno del fornello.
Posavano la pentola direttamente su tre pietre sotto cui bruciava della legna o
del carbone. Esistevano anche bracieri di metallo in forma di cassetta senza
fondo, non molto alti. Sulla tavola bucherellata si distribuiva il combustibile.
Nella tomba di Psusennes ho trovato un piccolo braciere risalente a Ramses
III che corrisponde a questa descrizione. Il tiraggio era necessariamente
difettoso. Il cuoco, sorvegliando la preparazione, era costretto a usare
continuamente un ventaglio per animare il fuoco. 38
Il carbon fossile non esisteva né in Egitto né nei paesi vicini. I cuochi,
come tutti gli artigiani che avevano bisogno di un forno – vasai, ceramisti,
bronzisti – avevano a disposizione solo carbone di legna e legname. Il
carbone di legna, giâbet, è citato nei contratti di Siut come un genere di
valore. Le quantità di carbone registrate nel calendario di Medinet Habu e nel
papiro Harris sono più modeste. Lo si trasportava in sacchi o cesti.
Per fare il fuoco, gli Egizi avevano quello che chiamavano legno da
fuoco. Era un’altra merce rara. Un tempio importante come quello di Karnak
disponeva di soli sessanta pezzi al mese, due al giorno. Era noto dalla più
remota antichità perché un segno geroglifico appartenente al repertorio più
antico ne rappresenta un’immagine rimpicciolita. Era un oggetto composto da
due parti, una bacchetta dalla punta affilata e rigonfia alla base da una specie
di svasatura. Arrivava dai paesi del Sud. Il naufrago del romanzo, nella sua
isola del mar Rosso, ha la fortuna di trovarne uno e subito accende il fuoco,
prepara un olocausto per gli dèi e un pasto per se stesso. Nelle famiglie egizie
che non partecipavano alle distribuzioni pubbliche probabilmente accendere
il fuoco era un’operazione abbastanza complicata. Non si poteva far altro che
chiedere aiuto a un vicino cortese e tenere da parte un po’ di brace accesa.
Oltre ai fornelli e ai bracieri, alle provviste di combustibile e di legna da
fuoco, il materiale per cucinare comprendeva pentole, padelle, brocche e
giare di terracotta, pacchetti e sacchi, cesti e panieri per il trasporto delle
provviste, tavoli a tre o quattro piedi per tagliare o macinare la carne o il
pesce o per scegliere le verdure, tavoli bassi per lavorare accoccolati, graticci
dove si appendevano carne e pollame.
In lingua egizia ci sono due verbi per indicare la cottura degli alimenti:
psy e acher. Il primo si usava sia per il latte sia per le carni e potremmo
tradurlo con «bollire». In certi casi, si posava una marmitta profonda sul
focolare. I pezzi di carne affioravano dai bordi, quindi possiamo pensare che
galleggiassero nel brodo ma non sappiamo se le carni lesse fossero servite
direttamente o a pezzi insieme a verdure e condimenti o trasformate in
polpette o inserite in gallette. Gli Egizi non ci hanno lasciato libri di cucina
ma ci possiamo fare un’idea della loro abilità in materia attraverso i papiri
medici che ci hanno tramandato le ricette contro le malattie e i disturbi
intestinali. Non ignoravano che il burro e la crema (smy), il grasso d’oca e
quello di vitello erano adattissimi a confezionare cibi. 39 Nella cucina di
Rekhmarê, la marmitta posata sul fornello era troppo bassa per preparare un
lesso. Quando il cuoco vi pone il grasso, secondo la «didascalia», un aiutante
mescola il contenuto della pentola con uno strumento dotato di un lungo
manico che non sappiamo se terminasse con una forchetta o con un
cucchiaio. Probabilmente si tratta di un umido.
Il termine acher si usa per gli arrosti. Il pollame di solito veniva cucinato
alla griglia. Il cuoco prima spiumava e svuotata l’oca o l’anatra, poi tagliava
la testa, le punte delle ali e le zampe, la infilava nello spiedo e lo sosteneva
sopra un braciere basso. Non erano solo i volatili a essere cucinati così,
perché il cartiglio definisce acher, «arrostita», anche un pezzo di carne non
identificato. Il filetto, il cui nome significa «carne di prima scelta», e il
controfiletto, hà, probabilmente erano arrostiti allo spiedo.
Ecco che cosa Erodoto ci segnala a proposito del pesce e del pollame.
«Essi mangiano certi pesci seccati al sole e crudi, altri salati, che tirano fuori
dalla salamoia. Fra gli uccelli, mangiano crudi le quaglie, le anitre e gli
uccellini che in precedenza preparano con il sale. Tutto il resto degli uccelli e
dei pesci lo mangiano arrosto o lesso.» 40 I documenti figurativi e i testi
confermano la testimonianza. I muggini, i chromis, i mormyres venivano
portati in canestri e gettati a terra. Un uomo seduto su uno sgabello di legno
afferrava un coltello e li faceva a pezzi per metterli a seccare. Il padrone di
casa e sua moglie si interessavano all’operazione senza nemmeno turarsi il
naso. Si mettevano da parte le uova del muggine per preparare la bottarga. 41
Grandi quantità di pesci fatti a pezzi venivano inviate ai templi insieme ai
pesci cosiddetti completi, che probabilmente erano freschi. I templi
ricevevano dei vasi pieni di pesci insieme con del cosiddetto legno di vela,
termine che si riferisce a un procedimento di conservazione di cui non
sappiamo niente. Qualche volta accanto al luogo dove si fanno seccare i pesci
si facevano a pezzi anche degli uccelli acquatici, evidentemente per farli
salare e seccare. Gli uccelli acquatici inviati al tempio potevano essere vivi o
completi e quindi mangiabili entro un tempo assai breve o invece fatti a pezzi
e seccati, e perciò conservabili per un certo tempo. 42

La panetteria
Nel vocabolario dell’Antico Impero si possono contare almeno quindici
parole che indicavano tipi di pane e di dolci. Altre ne possono essere
individuate qua e là nei testi. Non siamo assolutamente in grado di stabilire in
che modo questi pani e questi dolci differissero in base alla farina usata, alla
forma, al grado di cottura, ai materiali, quali miele, latte, frutti, uova, grassi o
burro, incorporati. La farina proveniva da tre cereali, l’orzo, iot,
l’amidonnier, bôti, e il frumento, sut. I ricchi tenevano le provviste di grano a
fianco della casa o sul tetto. Si poteva macinare il grano e fare il pane a
domicilio. Lo stesso si faceva nei templi ma è egualmente possibile che
mugnai e panettieri liberi lavorassero autonomamente per una clientela di
gente modesta. I grani liberati dalle impurità venivano affidati a un gruppo di
lavoratori che comprendeva più donne che uomini. 43 Il primo lavoro spettava
agli uomini. Si poneva un po’ di grano in un mortaio di pietra e due o tre
uomini robusti lo schiacciavano con gesti cadenzati, con pesanti pestelli
lunghi due cubiti. Le crivellatrici prendevano il grano così fatto a pezzi,
mettevano da parte la crusca per gli animali e consegnavano il resto alla
mugnaia. Non era ancora entrata nell’uso la pietra conica. L’apparecchiatura
consisteva in una doccia a due scompartimenti e in una grossa pietra. Il grano
era posto nello scompartimento superiore. La mugnaia piegata in due
trascinava la grossa pietra sul grano e cacciava la farina nello scompartimento
inferiore. Si setacciava e si ricominciava finché la farina aveva raggiunto la
finezza voluta, il tutto cantando: «Che tutti gli dèi di questo paese diano al
mio signore forza e salute!». Si preparava soltanto la quantità di farina
necessaria al pane della giornata. I panettieri lavoravano sul tavolo a fianco
dei mugnai e talvolta in mezzo a loro. Senza perdere tempo, una donna
disponeva al di sopra di un focolare degli stampi conici in modo che l’interno
fosse lambito dalla fiamma. Con l’aiuto di un ventaglio ravvivava il fuoco e
si proteggeva gli occhi con la mano libera. Quando gli stampi avevano
raggiunto una temperatura adatta, venivano posti su una tavola con dei buchi
rotondi e riempiti con la pasta che intanto era stata preparata con l’aggiunta
del lievito. Si infornava e si aspettava. Quando il pane era cotto, lo si toglieva
dallo stampo. I pani si contavano, perché in Egitto si contava tutto, e si
portavano i cesti pieni ai fortunati che avrebbero mangiato il pane.
Questa preparazione era in uso fin dall’Antico Impero. Era lenta e
imponeva l’impiego di molte persone che bisognava almeno nutrire, se non le
si pagava. Un bambino arriva con la sua scodellina in mano mentre sua
madre sta stendendo la pasta con le palme delle mani. La supplica di dargli
un dolce perché ha fame. Gli si dà dell’ippopotamo rimproverandolo di
mangiare più di uno schiavo del re. 44 Durante il Nuovo Impero si operava
nello stesso modo ma con più forni, dove si potevano cuocere più pani
contemporaneamente. 45 In ogni tempo, comunque, gli Egizi hanno fatto
cuocere delle gallette sottili sulla sabbia calda, come ancor oggi fanno i
Beduini.

Le bevande
La birra era la bevanda nazionale degli Egizi. 46 Si beveva birra ovunque,
a casa, nei campi, in barca, nei ritrovi. Quando Sinuhit, graziato, si reca in
barca dai Cammini di Horo a Ity-taui, si riabitua alla vita egizia bevendo birra
della quale era privo da tanto tempo. La birra egizia era fatta con orzo o
frumento e datteri. La si preparava con macine da mulino analoghe a quelle
per il pane ma più grandi, con un cesto e tutto un assortimento di giare e
catini di terracotta. Si cominciava col fare dei pani. Come nelle panetterie, si
formava una piramide di stampi intorno a un focolare. Intanto si preparava
una pasta detta uagit, «la fresca», che si versava negli stampi arroventati dove
rimaneva solo il tempo necessario per dorare la crosta. L’interno doveva
restare crudo. Questi pani semicotti erano fatti a pezzi in un grande bacile e
mescolati con un liquido zuccherino ricavato dai datteri. Si mescolava a
lungo e si filtrava. Subito il liquido cominciava a fermentare. Restava allora
da travasarlo nelle giare chiudendo il tutto con un piatto e un po’ di stucco.
Le giare così preparate potevano viaggiare. Per il consumo, la birra veniva
travasata in caraffe che potevano contenerne un litro o due. I bevitori avevano
dei bicchieri di pietra, porcellana o metallo. La birra amara che i Nubiani
fabbricavano, più o meno con lo stesso sistema, si conservava poco tempo. Al
re defunto si promettevano pani che non si sarebbero spezzati e birra che non
sarebbe inacidita. Ciò significa che la birra dei vivi inacidiva spesso.
Da quando l’Egitto aveva la fortuna di essere governato da una famiglia
del Delta, gli amanti del succo della vite, un dono di Osiride che gli Egizi non
avevano mai trascurato, erano più numerosi che mai. A quei tempi si faceva
un gran commercio di vino. Un funzionario del palazzo reale incaricato di
provvedere all’approvvigionamento raggiunse le dipendenze di Pi-Ramses in
tre battelli, il suo e alcune chiatte fornite dal castello millenario di Usirmarê.
Imbarcava 21 persone, 1.500 giare di vino sigillato, 50 giare di una bevanda
detta chedeh, 50 di un’altra bevanda detta paur, insieme a ceste d’uva e
melograno e ad altre ancora di contenuto non precisato. 47 Possiamo supporre
che una di queste bevande fosse succo di melograno e l’altra un liquore
derivato dal vino. In ogni caso il chedeh è spesso citato accanto al vino. I
giovani studenti si inebriavano con l’uno e con l’altro, facendo adirare i
vecchi scribi.
Nel Ramesseum è stata trovata una gran quantità di giare da vino,
naturalmente infrante, che portavano le tracce di una scrittura ieratica vergata
con l’inchiostro recante interessanti indicazioni sulla loro provenienza. 48
Quasi tutte le vigne erano nel Delta, soprattutto nella regione orientale. Si
legge anche «buon vino dell’ottava volta» o «vino della terza volta» oppure
«vino dolce». Credo che il vino dolce fosse vino nuovo e terza e ottava volta
indichino rispettivamente la terza e l’ottava travasatura. Le travasature
frequenti dovevano impedire l’alterazione del vino; un altro sistema era la
cottura. Un dipinto di Beni-Hassan, non molto ben conservato, mi sembra
possa rappresentare questa operazione. 49 Ignoro se gli Egizi, come i Greci,
cospargessero di resina l’interno delle giare. Non è probabile, perché del vino
apprezzavano soprattutto la dolcezza, superiore a quella del miele.

I pasti
Abbiamo completato l’elenco delle risorse principali di cui disponevano
le famiglie egizie per alimentarsi nel corso dell’anno. Ci mancano i
documenti che ci permetterebbero di descrivere nei particolari un pasto
domestico. Una cosa però è certa: gli Egizi mangiavano seduti, da soli o a
due, davanti a un tavolinetto sul quale si raccoglievano provviste varie: carni,
volatili, verdura e frutta o sistemate in circolo fette di un pane conico alla
maniera del kougelhopf alsaziano. I bambini si sedevano su cuscini o sulla
stuoia direttamente.
La famiglia non si radunava per la prima colazione del mattino. Il padre si
faceva servire alla fine della toilette. Prendeva pane, birra, una fetta di carne
tagliata dalla coscia e un dolce (chens). Anche la madre faceva colazione
mentre si faceva pettinare o subito dopo. Su un dipinto tebano, 50 la serva
porge un bicchiere alla padrona la cui mano è ancora occupata dallo specchio.
Accanto c’è un tavolino che sostiene un paniere e due vasi.
Il menu dei pasti principali comprendeva probabilmente carni, pollame,
verdure e frutta di stagione con pane e dolciumi, il tutto innaffiato
abbondantemente di birra. Non è certo che gli Egizi, anche di classe elevata,
abbiano mangiato carne a ogni pasto. Non bisogna dimenticare che l’Egitto è
un paese caldo e che il commercio al dettaglio vi era ben poco sviluppato.
Potevano far abbattere un bue solo coloro che erano certi di poterlo
consumare in tre o quattro giorni, i grandi proprietari con molto personale, i
grandi templi, coloro che davano un banchetto e la gente modesta solo in
occasione di feste e pellegrinaggi. Conosco un solo bassorilievo che
rappresenti persone intente a consumare il pasto: è nella tomba di El Amarna
e i commensali sono Akhenaton e la sua famiglia. 51 Il re addenta una spalla
arrotolata e la regina un pezzo di un volatile. La regina madre porta qualcosa
alla bocca mentre con l’altra mano tende un boccone a una delle principessine
seduta vicino a lei su un cuscino. Accanto ai commensali vediamo tavoli
carichi di provviste ma né piatti né coppe né vassoi né caraffe. Ciò è tanto più
sorprendente in quanto le nostre raccolte archeologiche comprendono
vasellame numerosissimo che permetterebbe di consumare minestre, puree,
piatti misti accompagnati da salse, composte, dolci morbidi e creme. Penso
dunque che a un certo momento venissero distribuiti agli invitati non solo
piatti ma anche coltelli, cucchiai e forchette perché oggetti di questo genere
esistono nei nostri musei, anche se non sono frequentissimi. Il Louvre
possiede una bella serie di cucchiai di legno con i manici fantasiosamente
decorati che forse non furono mai usati. Ho trovato, nel piano superiore della
tomba di Osorkon II, un cucchiaio la cui parte concava era retta da una mano
circondata da un tubo di metallo. Notiamo d’altra parte che un servizio da
toilette composto da una brocca e una catinella spesso era posato sotto il
tavolinetto carico di cibi. 52 Ciò dimostra che gli Egizi a tavola si servivano
molto delle dita.
Il pomeriggio doveva essere spezzato da una colazione servita verso le
quattro o le cinque e seguita da una nuova seduta di lavoro, o di divertimento.

La veglia
In autunno e in inverno i contadini rientravano dai campi al calar della
notte e si aspettavano di trovare la casa illuminata. Entrando nella sua casa
immersa nelle tenebre, Anupu ha immediatamente il presentimento di una
catastrofe. Anche i contadini tenevano la luce accesa la sera. Studenti e
artigiani nelle giornate brevi continuavano il lavoro alla luce delle lampade. 53
Nelle lampade di solito ardeva olio di ricino oppure olio d’oliva. I nostri
musei sono pieni di strumenti per l’illuminazione. In una tomba della I
dinastia ho trovato una bella lampada di pietra a forma di una navicella di
papiro, provvista di un anello orizzontale per il passaggio dello stoppino. 54
Altre lampade sono a forma di giglio. Al Louvre sono conservate delle
piccole coppe piatte e rotonde di terracotta in cui è rimasto un pezzetto di
stoppino di corda ancora annerito, probabilmente cosparso di grasso. Sono
lampade di tipo comunissimo di cui si servivano anche gli operai delle
necropoli per lavorare nelle tombe. Si usavano anche delle candele che si
accendevano nei templi, la notte di capodanno, la notte della festa uaga.
Erano oggetti di valore perché i funzionari del tempio, incaricati della loro
sorveglianza, ricevevano una bella somma per consegnarle, dopo che erano
state già usate, al sacerdote del doppio Hâpi-Gefai che ne illuminava la statua
del suo committente. 55 Si augurava ai morti di avere la lampada accesa fino
all’alba e gli si offriva, allo scadere dei cinque giorni epagomeni, cinque
oggetti di forma conica provvisti di un manicotto di forma un po’ simile a un
albero. La parte superiore, cosparsa di cera, poteva essere accesa; queste
lampade illuminavano il morto nella sua solitudine ma non esistono prove
che servissero anche per i vivi. 56
Queste scarse informazioni non ci forniscono molte indicazioni sui
sistemi d’illuminazione delle abitazioni. Le veglie non erano molto lunghe.
Gli Egizi si alzavano col giorno e andavano a dormire presto, tranne che nel
caso dei sacerdoti e delle guardie del turno di notte. Il re Amenemhat I
narrando il colpo di Stato che lo aveva istruito sull’ingratitudine degli uomini
spiega che dopo il pasto di mesyt, al calar della notte, si era concesso un’ora
di piacere, poi si era sdraiato sul suo letto in preda alla fatica e non aveva
tardato ad addormentarsi. 57 Dopo il pasto serale, dunque, gli Egizi restavano
un’ora o due a chiacchierare intorno a una lampada fumosa, poi il silenzio
calava sulla casa.

I banchetti
Le occupazioni di un ricco Egizio gli lasciavano molto tempo libero, che
non faceva fatica a impiegare. Poteva farsi tentare di volta in volta dalla
caccia nel deserto, dalle passeggiate, dai pellegrinaggi, dalla pesca e dalla
caccia in palude, dai pubblici ritrovi. Ma aveva a portata di mano anche altre
distrazioni per niente trascurabili, di cui ci occuperemo adesso.
Uno dei maggiori piaceri degli Egizi consisteva nel radunare parenti e
amici in gran numero per una colazione o un pranzo. Nelle tombe sono
spesso rappresentati i banchetti offerti nelle dimore eterne, nei castelli
perpetui. I convitati erano ombre ma questi banchetti sono l’immagine di
quelli che i proprietari delle tombe avevano celebrato quando erano sulla
terra. Questi dipinti e qualche testo di moralisti o romanzieri ci permettono di
descrivere un pasto di una casa benestante.
Il pasto era naturalmente preceduto da un gran daffare nei ripostigli, in
cucina e in tutta la casa. Si era abbattuto un bue, col sistema che abbiamo
visto, e lo si era fatto a pezzi. Si erano preparati gli arrosti, gli umidi e le salse
e arrostite delle oche allo spiedo. La birra era pronta in giare, come i vini e i
liquori. I frutti erano disposti a piramide nelle ceste e nelle zuppiere, e il tutto
era tenuto ben protetto da insetti e polvere. Le coppe d’oro e d’argento, il
vasellame d’alabastro e di terracotta dipinta erano stati tirati fuori dagli
armadi. L’acqua fresca era negli appositi recipienti. La casa era stata lavata,
spolverata, lustrata, i viali dei giardini spazzati, eliminate tutte le foglioline.
Erano stati convocati musicisti, cantanti e danzatori dei due sessi. I portieri
erano all’erta. Dovevano solo arrivare gli invitati.
Se erano attesi dei personaggi di rango, i padroni di casa stavano in piedi
vicino all’ingresso e attraversavano il giardino con i loro ospiti. Così
facevano i sacerdoti quando il re si recava al tempio. Il padrone di casa
stesso, se tornava dal palazzo con gli onori del sovrano, trovava i suoi raccolti
alla porta principale. Poteva accadere che i padroni di casa restassero nella
stanza di rappresentanza come il Faraone nella sala delle udienze. Gli invitati
in questo caso erano ricevuti dai figli del padrone di casa e dai domestici.
Gli Egizi erano di una cortesia instancabile e inesauribile. Erano capaci di
esaurire, nell’elogiarsi, sulle stele destinate alla posterità, tutte le risorse del
vocabolario; nei riguardi del loro ospite gli invitati dovevano usare press’a
poco i termini che leggiamo su un papiro di epoca ramesside. «Che la grazia
di Amon sia nel tuo cuore! Che egli ti procuri una vecchiaia felice e ti faccia
passare l’intera vita nella gioia e raggiungere gli onori più elevati! Le tue
labbra sono sane, le tue membra forti, il tuo occhio vede lontano. Sei vestito
di lino. Tu possiedi un equipaggio, con una frusta d’oro in mano. Hai delle
redini nuove. Hai attaccato dei puledri di Siria. I neri corrono davanti a te
secondo le tue indicazioni. Scendi da un battello di abete adorno a prua e a
poppa. Arrivi al tuo bel castello fortificato che ti sei fatto costruire. La tua
bocca è piena di vino e birra, di pane, carne e dolci. I buoi sono fatti a pezzi.
Il vino dissigillato. Un canto soave risuona a casa tua. Il tuo profumiere
diffonde le gomme, il tuo capogiardiniere è presente con ghirlande. Il tuo
capo delle oasi ti presenta le quaglie, il tuo capo dei pescatori, dei pesci. La
tua barca è arrivata dalla Siria carica di cose buone. La tua stalla è piena di
vitelli, le tue filatrici prosperano. Tu sei stabile e i tuoi nemici cadono. Quello
che si dice di te [di male] non esiste. Tu entri nell’Enneade degli dèi e ne esci
trionfante!» 58
Gli ospiti potevano scegliere fra più formule. Potevano, con tono
lievemente protettivo, mormorare «benvenuti, benvenuti» o «pane e birra»,
oppure invocare su chi arrivava la benedizione degli dèi: «In vita, salute e
forza. Nei favori di Amonrasonter. Io chiedo a Pra-Harakhté, a Seth e a Nefti,
a tutti gli dèi e a tutte le dee del distretto soave di concederti la salute, la vita
e che io possa vederti in buona salute e stringerti fra le braccia!». 59 Ecco un
augurio per un cortigiano: «Io chiedo a Pra-Harakhté, dall’alba al tramonto, a
tutti gli dèi di Pi-Ramses, il grande ka di Pra-Harakhtén, che ti concedano di
essere nei favori di Amonrasonter il ka del re Banrê-Miamun, vita, salute,
forza, tuo buon signore, vita, salute, forza tutti i giorni». 60
Quando gli auguri e i complimenti erano esauriti, e ci si erano scambiati
gli abbracci, si prendeva posto. I padroni di casa si sedevano su sedili con lo
schienale alto incrostati d’oro, d’argento, di turchese, di cornalina e di
lapislazzuli. Sedili altrettanto lussuosi erano messi a disposizione di alcuni
invitati; gli altri si accontentavano di sgabelli a X o a piedi verticali. Nelle
case umili, ci si sedeva semplicemente su tappeti. Il sedile preferito delle
giovinette era costituito da cuscini di cuoio decorati e ricamati. Gli uomini
sedevano da una parte e le donne dall’altra. 61 Il moralista Ptahhotep, che la
sapeva lunga, raccomandava ai giovani e persino agli uomini maturi invitati
in una casa amica di non guardare troppo dalla parte delle donne. 62 Ma non
era una regola assoluta. Quando donne e uomini si mescolavano, le coppie
non si separavano. L’invitato poteva, se voleva, restare vicino a sua moglie. I
servi e le serve si mettevano a circolare fra gli invitati distribuendo fiori e
profumi. Le serve erano sempre giovani e graziose. Portavano una veste
trasparente che non nascondeva niente dei loro fascini. In genere sul corpo
portavano solo una collana a gorgiera e una cintura. Ben presto tutte le donne
e tutti gli uomini tenevano in mano un fiore di loto e in testa avevano un cono
di colore bianco. Le serve li confezionavano con una crema profumata che
attingevano da una grande coppa. I padroni di casa, le fanciulle di casa, le
serve portavano tutti in testa questo accessorio indispensabile in un
ricevimento. A questo alludevano, nei complimenti che abbiamo prima citato,
le parole: «Il tuo profumiere diffonde le gomme». Nessun giorno di festa
poteva fare a meno di profumi, necessari anche per dissimulare gli odori della
birra, del vino e delle griglie. Le serve che portavano il cono sulla testa non
ne sembravano affatto imbarazzate nei gesti. I disegnatori, che non evitavano,
nemmeno in una tomba, di rievocare episodi divertenti o grotteschi, non
hanno mai mostrato la caduta, che sarebbe stata penosa, di questo accessorio
profumato. Mentre lo fabbricavano, le serve, con agili mani, rimettevano a
posto la collana di un invitato che mostrava di esserne disturbato.
Ecco finalmente venuto il momento di servire tutto ciò che il cuoco e il
pasticciere avevano preparato per il ricevimento. C’era di che soddisfare i più
esigenti perché il vecchio Ptahhotep, che pure raccomandava agli invitati di
essere discreti negli sguardi e nelle parole, consigliava di accontentare i
visitatori al meglio dei propri mezzi. Così ci si meritavano le lodi degli dèi e
una buona reputazione. Per ottenere questo risultato alle gioie del palato
doveva associarsi il piacere delle orecchie. Nello stesso momento che i
convitati si accomodavano i musicisti entravano con i loro strumenti. In ogni
tempo gli Egizi hanno amato la musica. L’amavano già prima dell’invenzione
di qualsiasi strumento, quando sapevano solo battere le mani per sostenere la
voce. Il flauto, l’oboe, l’arpa erano già comparsi all’epoca delle piramidi. Li
si combinava a due o a tre: si poteva associare l’arpa con uno degli altri
strumenti o usare tutti e tre gli strumenti insieme con la voce o con la mano.
A partire dal Nuovo Impero e in parte seguendo l’esempio dei popoli vicini,
le risorse strumentali sono in netto progresso. Le arpe diventano più
voluminose, il corpo sonoro è raddoppiato di volume e le corde sono più
numerose. Si cominciano a costruire delle arpe portatili, arpe di grandezza
media a un piede e arpe monumentali che sono vere e proprie opere d’arte
coperte di ornamenti floreali o geometrici, arricchite da una testa di legno
dorato che si adatta alla base o è infilata all’estremità superiore. La cetra è
d’importazione asiatica. Gli Amu nomadi si presentano a Menat Khufu dal
governatore del nomo dell’Orice suonando la cetra. Musici stranieri suonano
talvolta una cetra a piede di grandi dimensioni. Le cetre portatili, spesso
molto eleganti, sono a sole cinque corde. Il flauto doppio non era più, come
in passato, formato da due canne parallele sistemate l’una contro l’altra, ma si
componeva di due canne poste ad angolo acuto. Il liuto è composto da una
scatoletta lunga dove sono praticati sei oppure otto buchi, piatta da ambo i
lati e dotata di un lungo manico adorno di nastri su cui erano tese quattro
corde. I tamburelli erano rotondi o quadrati ma servivano soprattutto nelle
feste popolari e religiose, come gli altri strumenti a percussione, i crotali e i
sistri, anche se la dea Hathor alla quale erano dedicati proteggeva i banchetti
e la musica. I crotali, in egizio menat, erano composti da tue tavolette uguali,
d’avorio o di legno, legate a una collana. I sistri consistevano in una testa di
Hathor piantata su un manico. Le corna erano sostituite da due appendici
molto lunghe, di metallo, fra le quali erano stati tesi dei fili di metallo che
attraversavano dei piccoli cembali, sempre di metallo. Agitando i sistri si
producevano delle note tenute e delle altre brevi adatte ad accompagnare o
ritmare il canto. I crotali corrispondevano alle nostre nacchere. Coloro che ai
nostri giorni applaudono con entusiasmo l’«Argentina» o un’altra ballerina
spagnola possono facilmente immaginare gli effetti che gli Egizi ricavavano
dai sistri e dai crotali. Le cantanti potevano anche accompagnarsi da sole con
il battito delle mani. La danza completava le attrazioni. Qualche volta
interveniva anche un’acrobata; rovesciandosi all’indietro e spargendo a terra i
capelli. 63
Quando l’appetito era appagato, i canti, la musica e la danza
prolungavano ulteriormente la riunione. Si consumavano nuove delizie con
più gioia perché si trattava ormai solo di soddisfare la ghiottoneria. I cantanti
talvolta improvvisavano versi che celebravano la generosità dell’ospite e la
bontà degli dèi. «[...] La sua perfezione è in tutti i cuori [...] Ptah ha fatto
questo con le sue proprie mani per l’unzione del suo stesso cuore. I canali
sono pieni di acqua nuova. La terra è inondata dal suo amore.» «È un giorno
felice – diceva un altro – quello in cui si pensa alla bellezza di Amon. Com’è
soave lanciare un’acclamazione fin nell’alto dei cieli!» Era importante
ringraziare gli dèi ma nessuno ignorava che è per un tempo molto breve che
noi godiamo dei loro beni. Bisognava dunque approfittare di un bel giorno in
cui la clemenza degli dèi e la generosità dell’ospite si completavano
armoniosamente. L’arpista di Neferhotep ricordava queste verità in occasione
di un banchetto:
«I corpi vi si recano fin dal tempo del dio e le giovani generazioni ne
prendono il posto. Finché Ra si alzerà la mattina e Tum scenderà a Manu, i
maschi genereranno, le donne concepiranno, i nasi respireranno, ma ciò che
oggi è nato un giorno scenderà nello stesso luogo. Dacci un giorno felice, oh
sacerdote. Si spargano profumi di prima qualità, essenze per il tuo naso,
ghirlande e gigli per le tue spalle e per il petto della tua amata sorella seduta
al tuo fianco, che di fronte a te si diffondano il canto e la musica dell’arpa.
Trascura tutti i mali e pensa solo ai piaceri finché arriverà quel giorno in cui
bisogna approdare alla terra dell’amica del silenzio. Dacci un giorno felice,
Neferhotep, giusto di voce, eccellente padre divino dalle mani pure. Ho udito
tutto ciò che è accaduto [agli antenati]. Le loro [mura] sono state distrutte. Le
loro fortificazioni non esistono più. Essi stessi sono come colui che non è mai
esistito dal tempo del dio. Le tue mura sono solide. Tu hai piantato i sicomori
sulla riva del tuo bacino. La tua anima resta sotto di essi e beve la loro acqua.
Segui il tuo cuore con decisione finché sei sulla terra. Dà del pane a chi non
ha proprietà, in modo da conquistare una buona fama per sempre. Dacci un
giorno felice... Immagina quel giorno in cui sarai condotto al paese che
unisce gli uomini. Assolutamente nessun uomo vi ha mai portato i suoi beni.
Non se ne può far ritorno». 64
Un altro arpista insiste sull’inutilità degli sforzi umani per vincere la
morte. L’Egitto già ai tempi di Ramses era un paese antico e tutti già
potevano vedere quale sorte era stata riservata alle piramidi! «Gli dèi che
sono stati qui in passato e adesso riposano nelle loro piramidi, le mummie e i
mani che sono sepolti anch’essi nelle piramidi, che hanno costruito castelli,
non esistono più, non esistono più nemmeno le loro roccaforti! Che cosa è
stato di loro?... Ho udito le parole di Imhotep e di Hardidif che si cantano in
canti in gran numero. Le loro mura sono state distrutte, le loro fortezze non ci
sono più, come se non fossero mai esistite. Nessuno celebra più le loro
qualità, i loro beni.»
«Segui il tuo cuore finché esisti. Metti incenso sulla tua testa. Vestiti di
lino. Ungiti di ciò che c’è di più meraviglioso fra le essenze del dio [...] Segui
il tuo cuore e la tua felicità finché starai in terra. Non dar pena al tuo cuore
finché venga anche per te quel giorno in cui si supplica ma il dio il cui cuore
non batte più non ascolta coloro che lo implorano...» 65
In epoca più recente non ci si limitava a contrapporre, con le parole, le
gioie della vita alla tristezza del regno dei morti e a esortare i convitati ad
approfittarne. Secondo gli autori greci, che questa volta sembrano bene
informati, nei banchetti delle case più ricche, alla fine del pasto, si
mostravano delle figurette di legno scolpite e dipinte in una bara, che
imitavano con estrema precisione un morto, mummificato naturalmente, non
in forma di scheletro come potrebbero immaginare i moderni. A Tanis ho
trovato io stesso, in una casa privata, delle statuette rappresentanti delle
mummie, che intatte dovevano essere lunghe circa un cubito e che forse
erano servite per quest’uso. L’ospite mostrava dunque la statuetta agli invitati
dicendo loro: «Guarda e bevi, e cogli il piacere perché una volta morto sarai
anche tu così». Così facevano gli Egizi quando si trovavano insieme a bere. O
almeno così affermano Erodoto e Plutarco. Luciano, che parla da testimone
oculare, afferma che i morti presenziassero addirittura ai banchetti. Di bene in
meglio. Niente però dimostra che Neferhotep avesse invitato dei morti a
sedersi fra i vivi o fatto circolare una piccola mummia e ancor meno uno
scheletro d’argento mobile, come quello dell’opulento Trimalcione. 66
Del resto i convitati obbedivano volentieri all’esortazione delle melodiose
arpiste. Col pretesto di celebrare un giorno felice, talvolta la riunione di
famiglia si trasformava in un’occasione di grandi bevute. Ecco ad esempio il
racconto di un ricevimento da Paheri e sua moglie. 67 I padroni di casa stanno
seduti l’uno di fianco all’altra. Una scimmia arrampicata sulla gamba della
sedia di Paheri prende dei fichi da un canestro e li sgranocchia. I servi stanno
indietro. Su dei bei sedili, l’uno di fronte all’altra, stanno seduti i genitori di
Paheri. Gli zii, i cugini, gli amici stanno seduti sulle stuoie, ma non sono
dimenticati. I servi circolano fra loro portando delle coppe di forma ovale e
altri passano in mezzo alle signore invitate. «Al tuo Ka – dice uno di essi
tendendo una coppa piena – bevi fino a inebriarti. Abbi un giorno felice!
Ascolta quello che ti dice la tua compagna.» La quale aveva appena detto al
servo: «Dammi diciotto misure di vino. Ecco! Ne voglio fino all’ebbrezza».
Un altro servo è altrettanto insinuante: «Non ti preoccupare. Ecco, te la lascio
[la brocca di vino]». La vicina che aspettava il suo turno interviene dicendo:
«Bevi, dunque, non fare la difficile. Permetti che il bicchiere arrivi fino a me?
Ecco, è il principe del bere». Più in là, due invitate dimenticate dai servi
fanno il gesto di respingere un’offerta immaginaria. Da Paheri ci troviamo a
Nekhabit, alla fine della guerra di liberazione. Questi provinciali si
divertivano un po’ rozzamente. Ma a Tebe non si praticava maggiormente
quella moderazione che secondo Plutarco era sempre necessaria. Non è raro
vedere nelle scene di banchetto un invitato che per il troppo bere e mangiare
ha il mal di testa e la nausea. 68 Dalla bocca gli esce un liquido disgustoso. I
vicini, non troppo impressionati dall’incidente, reggono la testa del malato o
della malata. Se necessario, lo stenderanno su un letto. Le tracce del
malessere saranno immediatamente eliminate e la festa potrà continuare.

I giochi
Certo non tutti i giorni si celebravano banchetti. Quando erano soli, il
padrone e la padrona di casa amavano soggiornare in giardino sotto un
chiosco leggero e bere bevande fresche respirando il dolce vento del nord,
oppure facevano un giro in barca nel loro lago dandosi ai piaceri della pesca
con la canna. Una distrazione molto apprezzata dagli sposi era il gioco della
dama. Si giocava con una scacchiera rettangolare divisa in trenta o trentatré
caselle. Le pedine nere o bianche avevano press’a poco la forma del pedone
del nostro gioco di scacchi. I giocatori si accomodavano sugli sgabelli con un
cuscino sotto i piedi. Spesso gli sposi giocavano l’uno contro l’altra. Il padre
è assistito dalla figlia che gli mette un braccio intorno al collo. Petosiris gioca
con gli amici dopo pranzo aspettando il momento di rinfrescarsi nella sala
della birra. I Tebani non aspettavano quel momento e preferivano bere mentre
giocavano a dama. 69 Non sappiamo come il gioco fosse regolato, ma
dovevano contare i lanci di dadi e non le manovre libere come nella nostra
dama.
Nelle età più antiche i giochi erano più numerosi e vari. Il più apprezzato
era il gioco del serpente mehen che si giocava su un tavolino su cui era inciso
o intarsiato un serpente arrotolato su se stesso, con la testa al centro e il corpo
diviso in parti. I giocatori disponevano di tre leoni, di tre leonesse, di palle
bianche e rosse.
Quando la partita era finita, tutto il materiale era riposto in uno scrigno
d’ebano. Questo gioco non è più attestato dopo l’Antico Impero. 70 Non
possiamo nemmeno affermare che fosse stato abbandonato. Due tombe della
I dinastia ci hanno tramandato le più belle serie di leoni e leonesse d’avorio e
anche degli strani pezzi di un gioco d’avorio che rappresentano ad esempio
una casa composta di tre edifici col tetto a punta oppure somigliano al re e
alla torre dei nostri scacchi. I pedoni sono dei cilindri con l’estremità
superiore arrotondata completata da un bottoncino. È difficile credere che gli
Egizi, che erano dei giocatori, abbiano dimenticato tutti i giochi inventati dai
loro ingegnosi antenati per adottarne solo uno o due. Le coppie di sposi e gli
amici giocavano per divertimento, ma anche i nemici potevano, con il gioco,
risolvere una contesa. 71
I giochi dei bambini non richiedevano grandi impianti. I ragazzi se erano
in molti si dividevano in due campi. In ogni campo ogni giocatore passava il
braccio intorno al corpo del compagno che lo precedeva. I primi due si
affrontavano con i piedi incrociando le mani e cercavano di farsi cadere.
Quelli che stavano indietro incoraggiavano il capofila: «Il tuo braccio è molto
più forte del suo. Non cedere!». Gli altri rispondevano: «Il campo è più forte
di te. Abbattili, compagno!».
Il gioco del capretto a terra era una specie di salto degli ostacoli. 72 Due
ragazzi si sedevano a terra uno di fronte all’altro, con le braccia e le gambe
tese, le dita della mano bene allargate, il tallone sinistro sulla punta del piede
destro e formavano un ostacolo che gli altri giocatori dovevano cercare di
saltare senza farsi prendere. I giocatori che formavano l’ostacolo
naturalmente cercavano di afferrare la gamba del saltatore e di mandare «il
capretto per terra». Il saltatore non era autorizzato a fare delle finte e
annunciava la partenza dicendo: «Tienti bene! Eccomi, compagno, arrivo!».
Altri ragazzi gareggiavano in velocità ma correre sui piedi sarebbe stato
troppo facile! Correvano sulle ginocchia, a gambe incrociate, tenendosi i
piedi con le mani. Si giocava anche al lancio del giavellotto su un bersaglio
disegnato a terra. Questo bersaglio portava, non sappiamo perché, il nome del
dio Sechemu, il dio della spremitura, che era un dio molto rispettabile. Ci si
sarebbe potuto aspettare che portasse quello del dio uccisore di Osiride.
Anche la lotta era apprezzata. Se si era in numero sufficiente, una parte dei
giocatori formava una specie di torre e ognuno stendeva le braccia sulle
spalle del vicino. Gli altri dovevano saltare sulla torre senza farsi prendere dal
guardiano.
Qualche volta il gioco provocava degli incidenti. Il ragazzo maldestro o
baro era punito a pugni e calci o addirittura legato come un delinquente. I
suoi carnefici lo colpivano con bastoni che finivano con una mano.
Le ragazze preferivano i giochi di destrezza e abilità. Le piccole salivano
sulla schiena delle più grandi e si lanciavano delle palle. Lottavano anche a
prendersi per la vita. Ma il passatempo preferito era la danza. Ogni giovinetta
doveva saper danzare, non solo quelle che sarebbero diventate delle
professioniste. Si appendevano una pallina alla treccia e impugnavano uno
specchio o un bastone scolpito preso a prestito dai ragazzi. Così adorne,
saltavano e si contorcevano in mezzo alle compagne che facevano cerchio
intorno cantando e battendo le mani. Una canzone, che non abbiamo
interpretato completamente, invoca Hathor, la patrona di tutti i piaceri. Ecco
un tipo di danza non privo di imprevisti. Due ragazze grandi si mettono una
contro la schiena dell’altra e allungano le braccia a destra e a sinistra. Altre
quattro ragazze premendo i piedi contro i piedi delle due afferrano le quattro
mani tese e si alzano irrigidendo il corpo. A un comando, tutto l’insieme
ruotava almeno tre volte, finché una caduta non interrompeva il gioco.
Nelle stanze dell’harem si trovavano quasi sempre delle arpe, delle cetre,
dei liuti e dei tamburelli. 73 Non a caso. Credo che dopo il pasto serale la sera
trascorresse in famiglia rallegrata dal canto, dalla musica e dalla danza. E
anche dai racconti. Un papiro del museo di Berlino detto papiro Westcar
mostra Cheope distratto, poi, prodigiosamente, interessato dalle storie di
maghi che i suoi figli raccontano a turno. Possiamo pensare che questo
passatempo reale fosse condiviso da tutti.
1. Erodoto, II, 37. Qualche volta sono rappresentate delle lavandaie: Wr. Atl., I, 57. Farina, La
pittura egiziana, 165.
2. Sinuhit B., 291-292.
3. Ibid., 293-295. Montet, Byblos et l’Égypte, 610.
4. Jéquier, Les frises d’objets.
5. Ad esempio, il visir Ptahmose, stele 88 di Lione, pubblicata da Varille, Mélanges Loret, Bull.
I.F.A.O., 1930, 497.
6. Quibell, The tomb of Hesy, tav. 21.
7. Jéquier, op. cit.; Lucas, Ancient egyptian materials e Pap. Ebers, 65, 10-11, ricette 453-463; 66,
7-9, industrie, II ed.; 79-84, ricette 464-465; 66, 15, ricette 468.
8. Pap. Hearst, 10, 4-11, ricette 144-148; Pap. Ebers, 86, 4, ricette 705; 87, 3-16, ricette 714-720.
Pap. Ebers, 67, 3. Pap. Hearst, 10, 15, 15, 1, ricette 157-158.
9. V. Loret, Pour transformer un vieillard en jeune. Mélanges Maspero, I, 853-877.
10. Wr. Atl., I, 44.
11. Coire cat. gén., Bénédite, Objets de toilette; Erman-Ranke, Ægypten... tav. 17. Analogamente:
Farina, La pittura egiziana, 17.
12. Pap. d’Orbiney, 2, 9, 3, 2.
13. Davies, Five theban tombs, 4, 26. Th. T.S., V, 9, 10: IV, 17. Mem. Tyt., 1, 12, 18; IV, 7, 8, 11;
V, 30.
14. Urk., I, 102.
15. Due paia di sandali d’oro sono stati trovati nella tomba di Psusenne: Montet, Tanis, 156.
16. Pap. Ebers, 78, 4 ss., ricette 616, 617, 620; 81, 2 ss.; 647, 648. Pap. Hearst, 12, 8, ricette 173-
205.
17. Davies, El Amarna, IV, 26. Medinet-Habu, 75, 112.
18. Davies, Neferhotep, 36, 37, 41, 50. Th. T.S., IV, 6, Mem. Tyt., IV, 1, 5; V, 1, 9, 25.
19. Davies, Neferhotep, 15, 36, 37, 50, 52. Mem. Tyt., IV, 1, 5; V, 1, 7, 9, 25.
20. Pap. Br. Mus., 10052, XI, 7-8; cfr. Vandier, La famine dans l’Égypte ancienne, Le Caire 1931.
21. Sinuhit, B., 86-88.
22. Naufrago, 47-52.
23. Wr. Atl., II, 185-188. Medinet-Habu, 173.
24. Pap. Harris, I, 13, 7-8; 20a, 3-11; 35b, 8-14; 51a 13.
25. Pap. Harris, I, 20a, 13-15; 71b, 9-10.
26. Montet, Vie privée..., cap. V e per il Nuovo Impero, Wr. Atl., 188, Med. Habu, 173.
27. Med. Habu, 148, 160, 152. Pap. Harris, I, 20b, 53b.
28. Urk., III, 54 (Piankhi, 150-153).
29. Pap. Harris, I, 20b, 12-21a; I, 65c, 7-8.
30. V. Loret, L’ail chez les anciens Egyptiens, Sphinx, 1905, 135-147.
31. Numeri, XI, 5.
32. Erodoto, II, 38; Diodoro, I, 2, 33.
33. V. Loret, La flore pharaonique, n. 152, 128-129, 157.
34. Pap. Chester Beatty, I, II, 10-12; L. Keimer, Die Gartenpflanzen im alten Ægypten, 1-6.
35. Diodoro, I, 34.
36. V. Loret, La flore pharaonique, n. 146. Il visir Rekhmara centralizzava anche la raccolta dei
semi del carrubo e del miele (Urk., IV, 1040-1041). Medinet-Habu, 146, 1, 281, 286. Pap. Harris, I, 28,
46, 48.
37. Steindorff und Wolf, Die Thebanische Gräberwelt, Leipzig 1932, 18.
38. Davies, Ken-Amun, 58-59; Wr. Atl., I, 255, 286, 325-326, 356.
39. Pap. Ebers, 6, 14, 10, 12, 13, 13, 20, 20. Pap. Hearst, 2, 12, 3, 12, 32.
40. Erodoto, II, 77.
41. Wr. Atl., I, 84; Mem. Tyt., I, 22, 11. Bull. Inst. d’Egypte, XXI, 215.
42. Pap. Harris, I, 16, 20b, 36a, 65c; Mem. Tyt., I, 26; Wr. Atl., I, 16, 22.
43. Wr. Atl., I, 180, 356; Montet, Vie privée..., 231-236; Davies, Five theban tombs, 38.
44. Th. T.S., II, 11.
45. Pendlebury, Les fouilles de Tell el Amarna, 139.
46. Montet, Vie privée, 242-254: Davies, Ken-Amun, 58; Th. T.S., II, 8-10; Davies, Five theban
tombs, 39.
47. Bibl. æg., VII, 41-42.
48. AZ, LVIII, 25.
49. Newberry, Beni-Hasan, II, 6; Bull. I.F.A.O., IX, 8, 9.
50. Farina, La pittura egiziana, 17.
51. Davies, El Amarna, III, 4-6.
52. Th. T.S., III, 6. Bassorilievo della tomba di Haremheb, Berlino 20365.
53. Erman-Ranke, Ægypten..., 218.
54. Kêmi, VIII.
55. Siut I, contratti V, VII e IX.
56. Davies, A peculiar of N.K. lamp, J.E.A., X, 9-14. Cfr. Urk., IV, 117: «Che si possa accendere la
lampada per te, durante la notte, finché non ricompaia il sole!».
57. Maspero, Les enseignements d’Amenemhât I à son fils Sanouasrît I, 10.
58. Bibl. æg., VII, 37, 38. Auguri analoghi in: Bibl. æg, VII, 24.
59. Bibl. æg., VII, 5-6; Ann. S.A.E., XL, 605.
60. Bibl. æg.,VII, 7.
61. Le scene di banchetto sono frequenti nelle tombe tebane: Paheri, 6-7; Davies, Neferhotep, 18;
Th. T.S., 1, 6, 15; III, 4-6; III, 21; Mem. Tyt., I, 15; IV, 5; Wr. Atl., I, 7; 1, 10; 8, 9, 91.
62. Ptah-hotep, ed. Dévaud, massime 18, 277, 288.
63. Ai richiami della nota 61 si devono aggiungere: Wr. Atl., I, 145; Davies, El Amarna, V, 5 e V.
Loret, «Note sur les instruments de musique de l’Égypte ancienne», in L’Encyclopédie de la musique a
cura di Lavignac, Paris 1913, 1-34; T. Gérold, Histoire de la musique des origines à la fin du XIV
siècle, Paris 1936, cap. I. Un acrobata: Wr. Atl., I, 179. Un’altra: Maspero, Histoire, II, 529.
64. Br. Mus. 37984. Bénédite, Le tombeau de Neferhotpou; Miss, fr., V, tav. 4, 529-531 e Maspero,
Études égyptiennes, I, 172-177.
65. Maspero, Études égyptiennes, I, 178 ss. (Leida K 6).
66. Erodoto, II, 78; Plutarco, Iside e Osiride, 17; Luciano, De Luctu, 21; Petronio, Satiricon, 34.
67. Paheri, 7.
68. Davies, Neferhotep, 18; Wr. Atl., I, 392 (Bruxelles E 2877); Wr. Atl., I, 179.
69. Wr. Atl., I, 49, 418; Bull. I.F.A.O., XXVII, tav. 7 (Tomba 219 a Deir el-Medineh); Lefebvre,
Petosiris, 50; Piankhi, 133.
70. Montet, Vie privée..., 372-376; Junker, Giza, IV, 37.
71. Maspero, Contes populaires, IV ed., 142 («Setna-Khamoïs e les momies»). Ibid., 2 («Emprise
de la cuirasse»).
72. Montet, Vie privée..., 368, 372. Una diversa spiegazione del «gioco del capretto a terra» è stata
data da un egittologo egizio, Zaki Saad, che si basa sui suoi ricordi infantili, in «Khasa Lawiza», Ann.
S.A.E., XXXVI, 212 ss.
73. Davies, El Amarna, VII, 18.
V
La vita in campagna

I contadini
Per lo scriba tutti i mestieri manuali erano spregevoli ma quello di
agricoltore era il peggiore di tutti. Le persone vi si consumavano in fretta
come gli strumenti di lavoro. Battuti e sfruttati dai padroni e dagli agenti del
fisco, derubati dai vicini, dai banditi, ingannati dagli elementi, mandati in
rovina dalle cavallette, dai roditori, da tutti i nemici del genere umano: tale
era l’uomo dei campi. 1 E sua moglie poteva essere gettata in carcere, i suoi
figli presi in pegno.
Fanno di lui della sventura la compiuta rappresentazione.
Ma i Greci, che venivano da un paese povero dove si otteneva scarso
raccolto a prezzo di un duro lavoro, la pensavano ben diversamente. Quando i
campi sono stati seminati, diceva Erodoto, il contadino [egizio] deve solo
aspettare tranquillamente il tempo della mietitura. Diodoro rincara la dose
scrivendo: «In generale presso gli altri popoli l’agricoltura richiede grandi
spese e molte cure. Solo presso gli Egizi viene esercitata con pochi mezzi e
poco lavoro!». 2 Fra gli Egizi che frequentavano le scuole c’erano dei fautori
del ritorno alla terra. Erano i folli all’intenzione dei quali lo scriba ha
composto il suo sinistro quadro. Il contadino dell’oasi del sale non ci viene
dipinto come uno sventurato. Lungo è l’elenco dei buoni prodotti della terra
che ha ammassato sugli asini per venderli a Nennisut. Con il prodotto di
quella vendita vuole portare buoni dolciumi a sua moglie e ai suoi figli. Un
malvagio, vedendo passare la piccola carovana, si impadronisce degli asini e
del carico. Ma in alto ci si interessa a lui. Se avessimo la fine della storia,
vedremmo certamente la giustizia del re esercitarsi a suo favore. Nemmeno il
maggiore dei due fratelli reso celebre da un altro racconto può dirsi un povero
diavolo. Ha una casa, dei campi, del bestiame, strumenti da lavoro, frumento,
tutto di proprietà. Sua moglie vive come una signora, sta a casa mentre il
marito e il cognato lavorano nei campi e può attardarsi a fare toilette. Ha tutto
il tempo per mettere a posto la casa, preparare il pasto della sera e accendere
la lampada prima del ritorno del marito al quale presenterà la brocca e il
catino.

L’irrigazione dei giardini


Quando abbiamo descritto la casa degli Egizi abbiamo osservato il loro
amore per i giardini. In città come in campagna, ogni proprietario voleva
averne uno e coltivarvi verdura e frutta. Il lavoro richiesto dall’irrigazione era
il più impegnativo e il solo, fra i lavori del giardino, sul quale siamo
abbastanza informati. L’orto era diviso in piccole aiuole da canaletti che si
tagliavano ad angolo retto. A lungo, ancora durante l’Impero di Mezzo, i
giardinieri andavano a riempire nella cisterna le giare rotonde di terracotta
che servivano a innaffiare: le portavano sospese a due a due su un bilanciere
e le versavano nel canaletto che distribuiva l’acqua nell’intero giardino. Era
un lavoro lungo e faticoso. 3 L’invenzione dell’altaleno dovette essere un
progresso importante. 4
Si piantava a terra, in riva all’acqua, un grosso pilastro verticale alto circa
due volte un uomo. Poteva servire all’uomo un grosso albero, se era
sistemato nel posto giusto. Poi si sistemava una grossa pertica in modo che
oscillasse in tutte le direzioni. Alla parte più grossa della pertica si attaccava
una pesante pietra. A quella più piccola si attaccava un recipiente di latta o di
terracotta con una corda lunga cinque o sei cubiti. L’uomo agiva sulla corda
per riempire il recipiente e sollevarlo all’altezza di un canaletto dove lo
svuotava per ricominciare. Nel giardino di Apuy erano all’opera quattro
altaleni contemporaneamente. Il cane del giardiniere sorvegliava con la coda
dell’occhio il tragitto dei secchi d’acqua. La resa di queste macchine
primitive era soddisfacente, come dimostra il fatto che venivano sempre
impiegate. Ma sembra che gli Egizi del Nuovo Impero le abbiano usate solo
per l’irrigazione dei giardini. Non abbiamo ancora visto quadri che le
rappresentino all’opera nei campi. La ruota da vasi il cui scricchiolio sembra
ormai inseparabile dalla campagna egizia non figura invece mai nei
documenti faraonici. Non sappiamo quando fu introdotta nella valle del Nilo.
Bei pozzi di grande diametro sono stati scoperti nella necropoli dei sacerdoti
di Thoth a Ermopoli non lontano dalla tomba di Petosiris, ad Antinoe e nel
tempio di Tanis. Il primo era certamente stato scavato per ricevere una
saqqieh ma forse è più antico della tomba di Petosiris che a mio parere risale
al regno di Tolomeo Sotere.

La vendemmia
Ogni orto conteneva almeno qualche pianta di vite, schierata contro il
muro di cinta o lungo il viale centrale. I sarmenti si arrampicavano sui
sostegni formando una volta da cui pendevano in piena estate i bei grappoli
dai chicchi blu così apprezzati dai cittadini. Nel Delta la coltura della vite era
molto più sviluppata, e si trattava di uva da vino più che di uva da tavola.
Dalla più remota antichità erano celebri i vini della Palude (meh) di Imit a
nord di Faqus, della Peschiera (ham) di Sin nella regione di Peloso, e il vino
di Abech che veniva conservato in giare di tipo speciale protette da un
cuscinetto di vimini citato nell’iscrizione. Prima che questa iscrizione fosse
stata inventata, il prodotto della vite di Seba-Hor-khenti-pet veniva
trasportato in giare sigillate fino alla residenza del Faraone tinita. Grandi
bevitori di vino, in quanto provenienti da Avaris, fra Imit e Sin, i Ramessidi
avevano ulteriormente sviluppato la coltura della vite e il commercio del
vino. Al regno di Ramses II risalgono la maggior parte dei frammenti di giare
di terracotta raccolti al Ramesseum, a Qantit, in tombe tebane che
permetterebbero di stabilire una carta provvisoria della viticoltura egizia se la
geografia faraonica non fosse stata ancora a uno stadio infantile. 5 Ramses III
così si esprime: «Ti ho fatto dei vigneti da vino nelle oasi del sud e del nord,
senza contare altri nella parte meridionale in gran numero. Si sono
moltiplicati nel Delta a centinaia di migliaia. Li ho provvisti di giardinieri
presi fra i prigionieri dei paesi stranieri come ho fatto con le cisterne che ho
scavato e che ho coperto di ninfee; il liquore e il vino sono come l’acqua che
si estrae per essere data al tuo volto a Tebe la vittoriosa». 6
Della coltivazione della vite, della vita del suo coltivatore conosciamo
solo un episodio: la vendemmia. 7 I vendemmiatori si diffondevano sotto i
pergolati. Staccavano con le dita, senza coltelli, i grossi grappoli coi chicchi
blu e ne riempivano i cesti senza schiacciarli perché il cesto non era a tenuta
stagna, poi andavano, cantando, con il cesto in testa, a gettare l’uva nel tino.
Poi tornavano alla vigna. Da nessuna parte, che io sappia, si impiegavano
animali per il trasporto dell’uva. Nelle zone dove la vite era coltivata in
grande era pratico usare le barche per trasportare i cesti dalla vigna alla
cantina sempre per evitare di schiacciare prematuramente l’uva e perdere il
succo prezioso.
I bacili per la raccolta erano bassi e rotondi. Non sappiamo di che
materiale fossero fatti. Il legno deve essere escluso. Gli Egizi, che non
sapevano fabbricare tini, non erano nemmeno capaci di costruire bacili di
legno, anche se dopo tutto la costruzione di una barca era altrettanto difficile.
Io credo che i bacili fossero di pietra. Lo stucco, la terracotta, la ceramica
avrebbero procurato inconvenienti mentre la pietra dura, che poteva essere
lucidata come il granito e lo scisto, permetteva di ottenere bacili
perfettamente stagni e di facile conservazione. Talvolta i bacili erano posati
su un piedistallo alto due o tre cubiti, decorato con un bassorilievo. Da due
punti diametralmente opposti partivano due colonnette o due pertiche forcute
se il proprietario non aveva pretese di eleganza, che sostenevano una
travicella da cui pendevano cinque o sei corde. Quando avevano portato una
quantità sufficiente d’uva, i vendemmiatori entravano nel bacile e
attaccandosi alle corde, probabilmente perché il fondo non era piatto,
calpestavano vigorosamente i grappoli. Nella cantina di Mera, visir del re
Pepi I, due musicisti seduti su un tappeto cantavano accompagnandosi con i
loro crotali di legno per stimolare i vendemmiatori e farli danzare al loro
ritmo. 8 Non c’è ragione perché quest’uso sia stato abbandonato. Tuttavia nel
Nuovo Impero questi ausiliari sembrerebbero scomparsi. Dopo tutto i
vendemmiatori potevano cantare mentre danzavano nel bacile. Il succo
scendeva in un catino sottostante attraverso due o tre aperture.
Quando la spremitura aveva dato tutto quello che poteva, i grappoli
schiacciati erano messi in un sacco robusto con due pertiche, in alto e in
basso. Quattro uomini tenevano l’insieme sollevato sopra un mastello e,
facendo girare le pertiche in senso inverso, torcevano il sacco. Questo sistema
aveva due inconvenienti. Gli operatori reggevano il peso del sacco e intanto
agivano sulle pertiche. Al minimo spostamento, il vino cadeva a terra. Perciò
fra i quattro operatori stava un aiutante per impedire le oscillazioni o per fare
oscillare contemporaneamente il mastello del vino. Durante il Nuovo Impero,
i vendemmiatori usavano un frantoio composto di due montanti solidamente
infissi a terra in cui alla stessa altezza erano praticati dei fori dove si
introducevano le estremità dei sacchi della vendemmia. Si facevano passare
le pertiche in uno strappo praticato a questo scopo e a questo punto si doveva
solo stringere. La forza degli operatori veniva impiegata più utilmente e
nessun goccio di vino andava perduto. 9
Raccolto in catini ad apertura larga, il vino veniva travasato in giare a
fondo piatto dove subiva la fermentazione, alla fine della quale veniva
travasato in giare preparate per il viaggio, lunghe e puntute, munite di due
orecchie e di un collo stretto che veniva tappato con dello stagno. Le giare
venivano portate a spalla e quando erano molto grandi e pesanti erano
sospese a una pertica e sostenute da due persone. L’inevitabile scriba
assisteva a tutti i lavori. Contava i canestri di mano in mano che venivano
portati dai vendemmiatori e poi scriveva sulla giara le indicazioni (annata,
provenienza, nome del proprietario) che riportava sui suoi registri. Il
proprietario qualche volta teneva a sorvegliare personalmente vendemmia e
spremitura. La sua presenza veniva notata e i vendemmiatori intonavano canti
in sua lode. Così nella cantina di Petosiris: «Vieni, signore nostro, vedrai le
tue vigne nelle quali il tuo cuore si compiace mentre i tuoi vendemmiatori,
davanti a te, spremono l’uva. Abbondante è l’uva sulle viti. In essa c’è molto
succo, più che in qualsiasi altro anno. Bevi, inebriati, facendo quello che ti
piace. Le cose andranno come tu vuoi. La signora di Imit ha fatto crescere le
tue vigne perché vuole il tuo benessere».
«I vendemmiatori tagliano le vigne; i loro figli portano la loro parte. È
l’ora ottava del giorno, “quella che fa incrociare le braccia”. Viene la notte.
Scende sui grappoli un’abbondante rugiada notturna. Dobbiamo affrettarci a
spremerla e a portarla alla casa del nostro signore.»
«Ogni cosa arriva da Dio. Il nostro signore berrà con soavità ringraziando
Dio per il tuo ka.»
«Facciamo una libagione a Sha (il genio della vigna) perché egli doni uva
abbondante per un altro anno.» 10
Gli Egizi non erano ingrati ma erano previdenti e approfittavano delle
buone disposizioni che la loro pietà suggeriva alla loro divinità per chiederle
nuovi favori. Talvolta si notava accanto al bacile l’immagine di un serpente
con la gola gonfia, pronto all’attacco. Poteva avere in testa il disco fra le
corna, come Iside o Hathor, e stare in un elegante naos o nei pressi di una
zolla di papiro. Mani pietose avevano posto accanto a esso un tavolinetto con
dei pani, un mazzo di lattuga, uno di loto e due calici. Il serpente altri non era
che la dea Renutet, dea delle messi dalla quale dipendevano, oltre ai granai, le
vesti, l’uva, le cantine. La sua festa principale aveva luogo all’inizio della
stagione di shemu, che segnava l’inizio della mietitura. I vendemmiatori la
festeggiavano a loro volta quanto si concludeva la spremitura dell’uva.

L’aratura e la semina 11
La coltivazione dei cereali restava, ai tempi dei Ramessidi, quella
essenziale. I campi d’orzo e grano si succedevano dalle paludi del Delta alle
cateratte. I contadini egizi erano soprattutto degli aratori. Finché l’Egitto
restava coperto dalle acque, per i quattro mesi della stagione akhit, non
avevano molto da fare ma appena il Nilo rientrava nel suo letto bisognava
approfittare dei giorni in cui la terra, ancora molle per l’inondazione, si
lasciava lavorare facilmente. In alcuni dipinti venivano rappresentati i lavori
di aratura e pozzanghere d’acqua visibili in secondo piano fanno capire che
non si aspettava nemmeno che il Nilo fosse completamente rientrato nel suo
letto. Solo a questa condizione si era dispensati dai lavori preparatori che la
terra richiedeva in Europa. È il momento scelto dall’autore del racconto dei
due fratelli per dare inizio alla sua storia. Il maggiore dice al minore:
«Andiamo a preparare le bestie per arare. Ecco che la terra è emersa
dall’acqua ed è pronta per essere arata. Tu dunque andrai ai campi con la
semente in mollo che cominciamo l’aratura domani mattina». A queste
parole, il fratello minore si sentì obbligato a fare tutti i preparativi di cui il
maggiore gli aveva parlato. Quando la terra si illuminò l’indomani mattina,
essi andarono nei campi con le sementi e cominciarono ad arare. 12 Seminatori
e aratori operavano, come si è visto, insieme o piuttosto, contrariamente a
quello che accade nelle nostre regioni, prima si seminava e poi si arava per
ricoprire la semente di terra e non per tracciare i solchi. 13 Il seminatore
riempiva di semi un cesto a due anse alto un cubito e quasi altrettanto lungo.
Venendo dal villaggio, lo portava sulla spalla e, arrivato sul campo, se lo
appendeva al collo con una corda abbastanza lunga in modo da potere
attingere facilmente i semi che spargeva al suolo.
Ai tempi di Ramses l’aratro era ancora lo strumento rudimentale messo a
punto dai primi aratori. Anche in epoche più recenti non si vide altro. Era in
grado di intaccare solo un terreno molto morbido, senza erbe cattive né pietre.
Due manicotti verticali tenuti insieme da un altro legno sostenevano un ceppo
al quale era adattato il vomere, di metallo o forse di legno. Il timone era
fissato fra i due manicotti e spingeva contro il ceppo al quale era fissato
tramite una corda. Una traversa di legno fissata all’estremità del timone era
posata sulla nuca dei due animali che trainavano l’aratro, attaccata alle corna.
A essere impiegate per l’aratura erano le vacche, mai i buoi. La loro
piccola dimensione dimostra che quel lavoro non richiedeva un grave sforzo.
Sappiamo che le vacche che lavoravano in campagna davano poco latte.
C’erano dunque abbastanza vacche per soddisfare le esigenze dei
consumatori di latte e dei contadini. I buoi erano riservati ai funerali:
trainavano i sarcofagi e i grossi blocchi di pietra. Se dunque si arava con le
vacche, è perché per questa operazione la loro forza era sufficiente. Non si
rinunciava al loro contributo perché la diminuzione della produzione di latte
era solo transitoria.
I conduttori in genere erano due. Il lavoro più faticoso era quello
dell’uomo che reggeva i manici. Partiva con il corpo eretto e tenendo il
manico con una mano faceva schioccare la frusta con l’altra. Appena le bestie
si erano messe in movimento piegava il corpo in due e afferrando il manico a
due mani spingeva sul vomere con tutte le sue forze. Il suo compagno doveva
solo guidare il tiro ma invece di precederlo camminando a ritroso gli stava a
fianco camminando nello stesso senso. Qualche volta questo collaboratore
era un ragazzo nudo, con la guancia destra coperta dalla chioma, che portava
un piccolo cesto. Non era ancora in grado di maneggiare una frusta o un
bastone. Per farsi obbedire poteva ricorrere solo alle grida. Qualche volta era
la moglie del contadino a spargere il seme.
Non sempre quelle lunghe giornate di lavoro andavano esenti dagli
incidenti. I due fratelli del racconto avevano esaurito le sementi. Bytau
dovette tornare in tutta fretta a casa. Altrove si era determinato uno di quei
fastidiosi incidenti previsti dallo scriba che odiava la campagna. Una vacca
inciampa in un ostacolo e cade rischiando di spaccare il timone e far cadere
anche la compagna. Il conduttore accorre e libera la povera bestia
sollevandola. In un istante, il tiro riparte di gran lena. 14
La campagna egizia era un po’ monotona ma non priva d’alberi, come è
ancor oggi. Il sicomoro dalla vasta chioma, i perséas, le tamerici, i giuggioli,
i balani abbellivano con le loro macchie verdi il nero della terra arata. Questi
alberi fornivano il legname per gli strumenti agricoli. La loro ombra era
l’amica dell’aratore che appena arrivato sul campo attaccava ai rami di un
sicomoro l’otre che di tanto in tanto andava ad accarezzare, riponeva nel suo
tronco il cesto con le provviste e un grande recipiente d’acqua fresca. Poi
bisognava lasciar respirare un po’ le bestie. Intanto gli aratori si scambiavano
le loro riflessioni: «Che bella giornata! Fa fresco. Il tiro è forte. Il cielo fa
quello che vogliamo. Lavoriamo per il principe». Il principe, Paheri, viene a
sorvegliare personalmente il lavoro. Scende dal carro mentre lo scudiero gli
tiene le redini e calma i cavalli. Un aratore lo scorge e avvisa i suoi
compagni: «Affrettati, primo, comanda alle vacche. Fai fermare il principe
per vederle». Nella tenuta dello stesso Paheri non c’erano abbastanza vacche
per tutti i vomeri e si temeva che, aspettando un giorno di più, la terra si
seccasse troppo. Quattro uomini sostituirono il tiro e afferrarono il timone
consolandosi del loro duro lavoro col canto: «Noi facciamo; eccoci. Non
avere paura per il terreno. Fa così bello!». Il conduttore, un semita, che
potrebbe essere un prigioniero di guerra, come i suoi compagni, contento
della sua sorte azzarda uno scherzo: «Come tutto va bene, piccolo mio. Bello
è l’anno quando è esente da calamità. L’erba è vivace sotto i vitelli. Tutto va
bene!». 15
Venuta la sera, le bestie venivano staccate e riconfortate con parole buone
e cibo: «Hu [l’eloquenza] è nei buoi. Sia [la saggezza] nelle vacche. Diamo
loro da mangiare, in fretta». 16 Gli animali facevano ritorno al villaggio e gli
aratori si prendevano l’aratro in spalla. Se li avessero lasciati sul campo, non
erano sicuri di ritrovarli. Come dice lo scriba: «Non lo troverà [il suo tiro] al
suo posto. Passerà tre giorni a cercarlo e lo troverà in mezzo alla polvere ma
non troverà il cuoio che c’era prima. I lupi l’hanno fatto a pezzi». 17
L’aratro non era il solo sistema per interrare il seme. A seconda dei
terreni, si potevano impiegare la zappa e la mazza. La zappa era rudimentale
come l’aratro. Era composta da un manico, una pala di legno e una traversa.
Componeva una A maiuscola con un lato più lungo dell’altro. La zappa si
consumava più facilmente dell’aratro e l’agricoltore doveva passare spesso la
notte a ripararla. Questa prospettiva non comprometteva il suo buonumore:
«Farò più lavoro del padrone – dice un operaio – Silenzio!». L’altro replica:
«Amico mio, affrettati al lavoro. Ci farai liberare in breve tempo!». 18
Nei terreni che erano rimasti immersi in acqua a lungo ci si poteva
risparmiare tutta questa fatica, lasciandovi libere delle greggi dopo avere
sparso il seme. Buoi e asini erano troppo pesanti. Nei tempi più antichi si
usavano le greggi di pecore. Il pastore prendeva un po’ di cibo in mano e lo
porgeva alla pecora di testa che lo seguiva docilmente e si trascinava dietro il
resto del gregge. Per ragioni che ignoriamo, nel Nuovo Impero si preferì
usare i maiali ed è proprio un gregge di maiali che Erodoto vide in azione. 19
L’interramento dei semi suggeriva agli Egizi delle idee molto serie, o per
meglio dire funebri. I Greci avevano notato che nel periodo dell’interramento
gli Egizi celebravano cerimonie analoghe a quelle funebri e di lutto. Alcuni
ritenevano stravaganti questi usi, altri li giustificavano. 20 I documenti
faraonici a noi accessibili e in base ai quali ho descritto i lavori della stagione
di perit contengono poche tracce di questi riti. I pastori che arrivavano sui
campi con le loro greggi intonavano un compianto che continuavano quando
gli animali calpestavano le spighe sparse sul terreno:

Il pastore è nell’acqua in mezzo ai pesci.


Si intrattiene con il siluro,
Si saluta con il mormyre
Occidente! Dov’è il pescatore, il pescatore d’Occidente? 21

A. Moret ha ritenuto per primo che queste strofe non fossero uno scherzo
di contadini che compiangevano il pastore che sguazzava nel fango. Infatti il
fango non era territorio dei pesci e meno ancora lo erano l’aia asciutta e le
spighe che vi erano sparse. Il pastore occidentale di cui si parla è l’«annegato
della prima volta», Osiride tagliato a pezzi da Seth e gettato nel Nilo dove il
lepidottero, il phagre e l’ossirinco avevano ingoiato i suoi genitali. In
occasione della semina e della battitura del grano, dunque, si rievocava il dio
che ha donato all’uomo le piante utili e che si identificava con tali piante al
punto che spesso veniva rappresentato con delle spighe e degli alberi che
spuntavano dal suo cadavere.
Erodoto credeva ingenuamente che dopo l’aratura e la semina il contadino
incrociasse le braccia fino alla mietitura. Se lo avesse fatto, il raccolto
sarebbe stato gravemente compromesso perché anche nel Delta non pioveva
abbastanza perché si potesse fare a meno di irrigare i campi. Nell’Alto Egitto
soprattutto la terra si sarebbe subito disseccata e i cereali sarebbero appassiti
come l’orzo nell’orto di Osiride, se abbandonati a loro stessi. L’irrigazione
era dunque un compito impellente. E quello che Mosè ricorda al suo popolo
quando fa balenare ai suoi occhi i vantaggi che l’attendono nel paese di
Canaan: «Perché il paese di cui entrerai in possesso non è come il paese
d’Egitto da cui siete usciti in cui gettavi nel campo il seme e lo annaffiavi col
piede come un orto, ma il paese al quale passate per possederlo è un paese di
monti e di valli innaffiato d’acqua che piove dal cielo». 22 Da questo passo si
ricava che l’acqua era trasportata e distribuita sui campi con una macchina
mossa con i piedi ma né i testi né i documenti figurativi ci permettono di
credere all’esistenza di uno strumento di questo tipo. È probabile che gli
ingegneri che regolavano le chiuse del lago Meris le aprissero quando gli
agricoltori avevano bisogno d’acqua. I canali così si riempivano. Grazie
all’altaleno o, più faticosamente, con i maiali l’acqua era distribuita nei
canaletti. A seconda delle esigenze li si apriva e chiudeva, se ne costruivano
di nuovi, si costruivano delle dighe e tutto ciò con i piedi, perché in un
dipinto tebano vediamo che il fango utilizzato per la fabbricazione della
terracotta veniva calpestato con i piedi.

La mietitura
Quando le spighe cominciavano a ingiallire, i contadini temevano che i
loro campi venissero invasi dai loro nemici naturali, i padroni o i loro
rappresentanti, un nugolo di scribi, agrimensori, impiegati e guardie che
innanzitutto si precipitavano a misurare i campi. 23 In seguito si misurava il
grano con il moggio e ci si poteva fare un’idea esatta di quello che il
contadino doveva consegnare agli agenti del tesoro o agli amministratori di
un dio come Amon, che possedeva le terre migliori del paese.
Il proprietario o il suo rappresentante era uscito di buon’ora da casa sua,
guidando personalmente il suo carro con le redini ben ferme. I servi lo
seguivano a piedi portando sedili, stuoie, sacchi e casse, tutto ciò di cui
avevano bisogno i misuratori per la loro ispezione e anche molto di più. I
carri venivano fermati nei pressi di un gruppo di alberi. Uomini venuti non si
sa da dove staccavano i cavalli, li legavano ai piedi di un albero e portavano
loro acqua e foraggio, allestendo anche dei ripiani per depositare tre
contenitori. Dalle casse traevano pane e cibi vari che distribuivano su vassoi e
in ceste e persino il necessario per la toilette. Lo scudiero si sdraiava
all’ombra e si addormentava sapendo che poteva disporre di qualche ora di
tranquillità. Il signore stava già in mezzo agli agrimensori. Indossava una
veste di lusso, parrucca, camicia a maniche corte annodata in vita sopra il
perizoma, gorgiera, canna e scettro. Ai piedi calzava sandali e per proteggere
i polpacci dalle erbe pungenti portava dei gambali a strisce. Gli aiutanti si
accontentavano di un perizoma, alcuni portavano sandali, altri erano a piedi
nudi. Nella proprietà di Menna, gli agrimensori indossavano sopra il
perizoma una camicia a maniche corte e un gonnellino pieghettato. Portavano
gli strumenti della loro professione, rotoli di papiro, palette, sacchi e cartelle
da cui si estraevano calamai e penne, rotoli di corda e paletti lunghi tre cubiti.
Quando si operava nella proprietà di Amon, che era il più opulento e il più
avido degli dèi egizi, il cordoncino veniva arrotolato su un pezzo di legno che
terminava in una testa d’ariete perché l’ariete era l’animale sacro al dio.
Il capo degli agrimensori individuava il limite del campo e, invocando il
grande dio che stava nel cielo, posava il suo scettro che richiamava l’insegna
del nome tebano mentre si distendeva e si tendeva la corda. I ragazzi
facevano grandi gesti per allontanare le quaglie che volavano sopra le spighe
già piene. Sarebbe sbagliato credere che questa operazione raccogliesse solo
gli interessati: accanto a coloro che lavoravano si ammassavano i curiosi e i
consiglieri. Gli stessi esecutori sarebbero stati ben presto stanchi se una serva
devota non avesse portato una colazione, mentre un pasto consistente veniva
preparato sotto il sicomoro.
La mietitura e la battitura avrebbero occupato gli operai agricoli per
parecchie settimane. La popolazione normale non sempre era sufficiente. Per
la proprietà dello Stato e quelle delle divinità principali si reclutavano gruppi
mobili che cominciavano il lavoro nei nomi del sud. Quando avevano finito,
dovevano solo risalire un po’ verso nord per trovare dei campi pronti per
essere mietuti. Quando tutti i cereali erano rientrati nell’Alto e Medio Egitto,
la mietitura era appena cominciata nel Delta. L’esistenza di queste corvées
che passavano di regione in regione per mietere è attestata da un decreto di
Seti I che ne esenta il personale del suo tempio di milioni d’anni di Abido. 24
I mietitori tagliavano le spighe con una falce con il manico corto che si
afferrava saldamente con la mano. La lama, piuttosto larga dalla parte del
manico, finiva in punta. Non si cercava di tagliare le spighe vicino al terreno.
L’operaio si curvava appena, afferrando una bella manciata nella mano
sinistra, tagliava appena sotto le spighe e le posava a terra, lasciando sul
posto le spighe decapitate. Le donne che seguivano i mietitori raccoglievano
le spighe in canestri e le trasportavano alla fine del campo. Alcune di queste
donne portavano un piatto in cui posavano il grano caduto a terra. È poco
probabile che la paglia sia stata trascurata ma non abbiamo nessuna
informazione in proposito. I proprietari sono talvolta rappresentati in atto di
mietere e raccogliere le spighe senza nemmeno togliersi la loro bella veste
bianca a pieghe. Si sarebbe tentati di credere che inaugurassero il lavoro per
lasciarlo subito ai veri mietitori. In realtà i decoratori hanno rappresentato un
episodio della vita futura nei campi di Ialu dove non mancava niente ma tutti
dovevano coltivare il loro giardino. 25 In generale i padroni si limitavano ad
assistere alla mietitura. Così fa Menna, seduto su uno sgabello a X all’ombra
di un sicomoro, con le provviste a portata di mano.
Il lavoro iniziava all’alba e finiva la sera. Sotto il sole di mezzogiorno, i
mietitori si interrompevano di tanto in tanto riponendo la falce sotto il braccio
e vuotavano una brocca d’acqua: «Dà molto per il contadino e dammi l’acqua
per placare la mia sete». 26 Un tempo i lavoratori erano più esigenti: «Della
birra – dice uno – per chi taglia l’orzo» (l’orzo, besha, con il quale si
fabbricava birra). 27 Quelli che si interrompevano troppo spesso venivano
subito rimproverati dal sorvegliante: «Il sole brilla, lo abbiamo visto. Non
abbiamo ancora ricevuto niente dalle tue mani. Hai fatto un covone? Non ti
fermare a bere per questo giorno, prima di avere lavorato».
Mentre i mietitori faticavano duramente, qualche uomo restava seduto
all’ombra con la testa sulle ginocchia. Chi erano? Operai che avevano eluso
la sorveglianza, curiosi o servi del padrone che aspettavano la fine
dell’ispezione? Si scopre anche, seduto su un sacco, un musicista che suona
un flauto doppio. È una vecchia conoscenza perché nella tomba di Ti che
risale all’Antico Impero un musico con un flauto lungo due cubiti seguiva i
mietitori. Un operaio stazionava davanti a lui e battendo le mani senza
abbandonare la falce cantava la canzone dei buoi, poi un’altra che cominciava
con: «Mi sono messo per strada!». Il malumore del sorvegliante era più
apparente che reale. Da Paheri non c’era il flautista ma i mietitori
improvvisavano un dialogo cantato: «Che bella giornata! Esci da terra. Si alza
il vento del Nord. Il cielo lavora per i nostri cuori. Il nostro lavoro è quello
che amiamo».
Gli spigolatori non aspettavano che tutto il campo fosse mietuto per
raccogliere le spighe cadute o mendicarne un supplemento. Erano donne e
ragazzi. Una donna tende la mano accompagnando le parole al gesto:
«Dammi una sola manciata. Sono venuta la sera. Non farmi la cattiveria di
ieri, di giorno!». Un mietitore sollecitato negli stessi termini risponde un po’
bruscamente: «Fuori, con quello che hai in mano. Hai visto che per questo si
viene scacciati». Nei tempi più antichi si usava concedere ai lavoratori, alla
fine della campagna, l’orzo o l’amidonnier che potevano falciare in una
giornata. Quest’uso continuò in tutti i tempi faraonici. Da Petosiris quando i
mietitori lavoravano per conto del padrone dicevano: «Io sono il buon
coltivatore che porta il grano e riempie due granai per le annate cattive per il
suo padrone con il lavoro delle sue braccia, con tutte le erbe del campo
quando viene l’akhit». Adesso era venuta la loro volta: «Due volte felici
quelli che oggi fanno prosperare il campo. Abbandonano quello che fanno, i
contadini!». In un altro gruppo si dichiara che il salario è modesto ma che
vale la pena di essere comunque raccolto: «Un piccolo mannello in un giorno,
lavoro per questo. Se tu fai la fatica di mietere un covone, i raggi del sole
cadranno su di noi per inondare il nostro lavoro». 28
Per timore dei furti e per non abbandonare agli alati una parte troppo
rilevante, si trasportava il raccolto di mano in mano che i mietitori
procedevano. Il trasporto nella regione di Menfi si svolgeva a dorso d’asino.
Guidata dagli asinai, la squadra degli asini arrivava al trotto sollevando nubi
di polvere. I mannelli erano gettati in una bisaccia di corda. Quando le due
metà erano piene si aggiungevano nuovi covoni che venivano legati con
corde. Gli asini portavano il carico allegramente preceduti da asinelli che
galoppavano in tutte le direzioni, di cui nessuno si occupava, e seguiti dagli
asinai che scherzavano o recriminavano maneggiando il bastone: «Ho portato
quattro bicchieri di birra!», «Io con i miei asini ho sollevato 202 sacchi
mentre tu restavi seduto». 29
Nell’Alto Egitto poteva accadere che si impiegassero asini, 30 ma nella
maggior parte dei casi erano gli uomini a garantire il trasporto. Forse per non
prolungare indefinitamente questa corvée, ci si era decisi a tagliare le spighe
molto in alto lasciando la paglia sul posto. I trasportatori disponevano di un
sacco a rete, teso su un’armatura di legno e dotato di due anelli di
sospensione. Quando il sacco era pieno e non vi si poteva più aggiungere
nemmeno un pugno di spighe si infilava negli anelli una stanga lunga quattro
o cinque cubiti e si fissava il tutto con un nodo. Due uomini prendevano la
stanga in spalla e si dirigevano verso l’aia sempre cantando come se
volessero dimostrare allo scriba che la loro sorte non era peggiore della sua:
«Il sole arde dietro di noi. A Shu daremo il prezzo dell’orzo in pesci!». Un
personaggio particolarmente servizievole finge di credere che se i portatori
non vanno più in fretta saranno raggiunti dall’inondazione: «Sbrigatevi, con
quelle gambe! L’acqua sta arrivando e raggiungerà le ceste!». Esagerava
perché le prime onde dell’inondazione si sarebbero fatte aspettare almeno due
mesi. 31
La coppia era appena partita che se ne presentava un’altra. Un portatore si
era caricato del sacco. L’altro che aveva afferrato la stanga sembrava disposto
a rallentare il ritmo del lavoro perché osserva: «La stanga non sta sulla mia
spalla. Com’è dura, cuor mio!».
Le spighe venivano sparse sul suolo accuratamente battuto. Quando se ne
era versato uno strato abbastanza spesso, buoi e uomini armati di forcone o di
frusta invadevano l’aia. Mentre i buoi calpestavano il terreno gli uomini
rimestavano continuamente le spighe con le forche. Il caldo e la polvere
rendevano questo lavoro gravosissimo. Intanto il bovaro incitava le bestie:
«Calpestate per voi, calpestate per voi. La paglia è il vostro cibo, il grano è
per i vostri padroni. Non fermatevi. Fa così fresco!». Ogni tanto un bue
abbassava l’enorme testa e si riempiva la bocca di quello che trovava, paglia
o grano, ma nessuno trovava da ridire. 32
Con le forche, una volta portati via i buoi, si poteva fare una prima
separazione sommaria della paglia dal grano. Le impurità, più leggere del
grano, salivano alla superficie e con una scopetta era possibile eliminarne la
maggior parte. Per completare la scelta si usavano utensili simili a palette. Gli
operai afferravano la paletta per il manico, la riempivano di grano e si
alzavano sulla punta dei piedi alzando le braccia quanto potevano per lasciar
cadere il frumento. Il vento portava via la pula. 33
Il grano veniva pulito: era il momento in cui si facevano avanti gli scribi
con il necessario per scrivere e i misuratori con il moggio. Guai al contadino
che avesse nascosto parte del raccolto o che, anche se in buona fede, non
potesse consegnare agli uomini di legge tutto quello che le dimensioni del
suo campo consentivano di esigere. Veniva sdraiato al suolo e colpito
ritmicamente e forse lo aspettavano sventure ancora peggiori. Gli uomini di
corvée se ne andavano dall’aia con il loro moggio pieno di frumento,
passavano davanti agli scribi ed entravano in un cortile stretto fra alte mura
dove si trovavano i silos imponenti fino a minacciare il cielo. Erano
costruzioni a forma di pan di zucchero, accuratamente passate a calce
all’interno e imbiancate all’esterno. Più tardi tutti coloro che dovevano
prelevare il grano si sarebbero serviti di una porticina a pianterreno.
Nell’insieme, questi pesanti lavori si svolgevano allegramente. I colpi di
bastone venivano dimenticati in fretta. Il fellah c’era abituato. Si consolava
pensando che il bastone nel suo paese non risparmiava molta gente e
accarezzava di tanto in tanto anche spalle ben più dure delle sue. Quello che
dice il Salmista si sarebbe potuto applicare agli Egizi: «Coloro che seminano
con le lacrime mieteranno con canti di allegria. Quello che marcia piangendo
quando porta il seme, torna con allegria portando i suoi covoni». 34 Si era
pianto sul divino pastore quando si interrava la semente; adesso era possibile
rallegrarsi ma bisognava condividere questa gioia con gli dèi. Mentre si
mondava il grano ci si metteva sotto la protezione di un singolo idolo che
aveva la forma di una mezzaluna rigonfia nella parte centrale. 35 Ai nostri
giorni, i contadini del Fayum piantano in cima al tetto o sulla porta di casa,
all’epoca della battitura del grano, una specie di manichino accompagnato da
spighe, che chiamano aruseh, la fidanzata, al quale offrono una coppa, delle
uova e del pane. Si è pensato con una certa verosimiglianza che l’idolo a
forma di mezzaluna fosse una aruseh. Ciò non dispensava i proprietari
dall’offrire alla dea-serpente Renutet che abbiamo già visto onorata dai
vendemmiatori: covoni di grano, pollame, cetrioli e angurie, pane e frutta. A
Siut, tutti i mezzadri offrivano le primizie del raccolto al dio locale, Op-uyart.
Certamente il dio locale riceveva queste offerte ovunque. Il re stesso
presentava un covone di grano a Min, dio della fecondità, davanti a una
massa di popolo, nel corso di una festa celebrata il primo mese della stagione
di shemu. 36 Dal più grande al più piccolo, tutti ringraziavano gli dèi signori di
tutte le cose e aspettavano con fiducia la nuova inondazione che avrebbe
riaperto il ciclo dei lavori agricoli.

Il lino
Il lino spuntava alto e vigoroso. In genere lo si coglieva in piena fioritura.
Sui documenti colorati, nella tomba di Apuy e in quella di Petosiris, gli steli
terminano in una piccola macchia azzurra: in mezzo al limo spuntavano i
fiordalisi. 37 Per strappare il lino, si isolava una manciata, la si afferrava a due
mani, in alto, facendo molta attenzione a non spezzare le fibre. La si girava
dall’alto al basso per farla cadere a terra, poi si pareggiavano gli steli in
basso. Poi i contadini spargevano le manciate a terra, nei due sensi, ottenendo
dei mazzi che culminavano dai due lati con dei fiori e che venivano legati in
mezzo con una corda confezionata sul posto con qualche stelo sacrificato.
Sappiamo che le fibre sono più belle, più resistenti se il lino è strappato prima
della completa maturazione. Del resto, un testo afferma con estrema
precisione che si procedeva così. Bisognava però lasciare da parte una parte
del raccolto per ottenere i semi non solo per i futuri raccolti ma anche per le
medicine.
Gli uomini portavano i mazzi sulla spalla, i bambini in testa. I più
fortunati che avevano degli asini riempivano le bisacce e raccomandavano
vivamente all’asinaio di non lasciar cadere il carico. Alla fine del trasporto, i
portatori trovavano un uomo che protetto dall’ombra già batteva la sua
manciata di lino contro una tavola inclinata e gli gridavano: «Sbrigati, non
parlare troppo, vecchio, perché gli uomini del campo vanno in fretta». Il
vecchio rispondeva: «Quando me ne porterai 1.109 le pettineremo!». La
serva di Ruddidit, evidentemente spinta da un diavolo, va a trovare suo
fratello proprio mentre stava svolgendo questo lavoro, per raccontargli i
segreti della sua padrona. Egli la batte proprio con il necessario per punire gli
indiscreti. 38

I nemici delle coltivazioni


Già sappiamo che i raccolti erano minacciati da non pochi nemici.
Quando l’orzo aveva prodotto le spighe e il lino era in fiore, il temporale e la
grandine una volta colpirono i campi di tutto l’Egitto, gli uomini e gli
animali. Era la settima piaga d’Egitto, e siccome il cuore del Faraone restò
duro, siccome il frumento e il farro che sono tardivi erano stati risparmiati, il
vento d’Oriente apportò una nube di cavallette che divorarono quello che la
grandine aveva risparmiato: non restò erba nei campi né verde sugli alberi.
Contro questi nemici, il contadino poteva solo invocare i suoi dèi e più in
particolare il dio cavalletta. Ma poteva difendersi efficacemente contro due
ospiti sgradevoli che visitavano gli orti e i giardini in primavera e in autunno:
il rigogolo, genu, e la ghiandaia, surut. 39 Questi uccelli utili, poiché
distruggevano molti insetti, erano temibili perché ghiotti di frutta. Gli artisti li
rappresentano mentre svolazzano sugli alberi da frutta. I cacciatori riuscivano
a catturarli stendendo sugli alberi una vasta rete i cui angoli erano sostenuti
da paletti. Le reti non impedivano agli uccelli di posarsi sull’albero. Quando
gli uccelli si erano raccolti in buon numero, i bambini si avvicinavano
lentamente e facevano cadere i paletti. La rete avvolgeva l’albero e i suoi
ospiti. I cacciatori si introducevano in quella leggera prigione, coglievano gli
uccelli come se fossero frutti e li mettevano in gabbia. Ciò evitava loro
l’impiego di trappole a molla, note dalla più remota antichità e sempre in
uso. 40
Le quaglie arrivavano in Egitto a folte ondate nel periodo della
migrazione ed erano così stanche da cadere al suolo. Naturalmente si
preferiva catturare degli uccelli in buona salute. Un dipinto del museo di
Berlino ci mostra un gruppo di sei cacciatori che impiegano una rete a maglie
fitte tese su una cornice rettangolare. L’abbigliamento dei cacciatori merita
attenzione. Calzano sandali per non pungersi con le stoppie e hanno una
sciarpa bianca intorno al corpo. Quando le quaglie passavano in massa sui
campi mietuti i cacciatori si mostravano all’improvviso agitando le sciarpe e
provocavano il panico nello stormo che smetteva di volare e si abbatteva
sulla rete. A molte quaglie si imprigionavano le zampe nella rete e strette
dalle loro compagne esse non potevano liberarsi in tempo. Quattro cacciatori
sollevavano la rete e altri due compagni afferravano le quaglie che
volevano. 41 Le quaglie erano certamente apprezzate dalle famiglie contadine
ma non le disdegnavano nemmeno gli dèi. Amon ne ricevette 21.700 durante
il regno di Ramses III. 42 Questo numero è all’incirca un sesto del numero
totale degli uccelli offerti al dio nello stesso periodo.

L’allevamento degli animali


Gli Egizi delle origini hanno esitato a lungo prima di riconoscere gli
animali che valeva la pena di addomesticare. L’uomo e il cane si sono alleati
in vista della caccia. Il bue e l’asino sono stati riconosciuti adatti al trasporto.
La lana dei montoni era apprezzata dai Beduini mentre gli Egizi la temevano
per i loro morti e anche per i vivi. Ai montoni preferivano le capre. Oltre a
questi animali, ben presto addomesticati come i maiali, gli Egizi catturavano
a caccia e poi allevavano nei loro parchi le gazzelle e i cervi, gli orici, i
bubali, gli addax, gli stambecchi e persino le odiose iene. 43 Anche sotto
l’Impero di Mezzo il governatore dell’Orice allevava nelle sue stalle qualche
rappresentante della specie a cui il suo nomo era intitolato. Durante il Nuovo
Impero si tornò su questi tentativi. A uno studente viene detto: «Sei più
malvagio del bubalo del deserto che vive correndo. Non impara ad arare e
non calpesta l’aia in buon ordine. Vive di quello che fanno i buoi ma non sta
con essi». 44 La maggior parte degli allevatori però si limitava a crescere la
maggior parte degli animali amici dell’uomo: il cavallo, il bue e l’asino, la
capra e il montone, il maiale, le oche e le anatre. 45 Il cammello era ignoto agli
abitanti del Delta orientale. Il gallo apparve più tardi. Altri animali erano
oggetto di cure attente e addirittura affettuose ma nei templi e per ragioni
religiose. Qui parliamo solo dell’allevamento a scopi agricoli.
Ai tempi di Ramses il cavallo era stato introdotto in Egitto ancora
recentemente, nonostante i tributi di guerra imposti ai popoli asiatici, e non
era ancora molto diffuso. 46 Huy possedeva una stalla, distinta dallo stabbio
per i buoi e dal locale per gli asini, ma Huy, fanciullo reale di Kush, era un
alto personaggio nella gerarchia statale. 47 Era uno di quei privilegiati che
quando erano convocati a palazzo o andavano a passeggio o visitavano le
loro proprietà arrivavano sul carro. I proprietari di cavalli non osavano
montarli. Solo due o tre volte, a nostra conoscenza, un artista egizio ha
rappresentato un uomo a cavallo. 48 I Beduini erano più coraggiosi: in
battaglia, quando il carro non riusciva più ad avanzare, staccavano i cavalli,
ci balzavano sopra e fuggivano al galoppo. Nei pascoli i cavalli non si
mescolavano agli altri animali.
La stalla per i buoi era posta non lontano dalla casa del padrone e dai
silos, all’interno della stessa recinzione. I servi ci dormivano, per proteggere
il bestiame dai ladri ed essere sul posto fin dal mattino. In quelle modeste
costruzioni di fango, nere dentro e fuori, si scavavano un angolo per
prepararsi i pasti e conservare le provviste. Si muovevano portando carichi
pesanti davanti o dietro le loro mandrie. Per sentirsi più leggeri, distribuivano
il fardello in parti eguali in giare, cesti, panieri che attaccavano a stanghe. Se
avevano un solo pacco da trasportare, lo portavano sulla schiena sospeso a un
bastone. Bytau conduceva questa vita, ma era un ragazzo robusto. Le donne
lo guardavano con occhio di favore. La maggior parte dei pastori, però, erano
poveri diavoli sfiniti da una vita di lavoro, calvi e con la barba irsuta, qualche
volta panciuti, spesso di una magrezza paurosa e malaticci. In una tomba di
Meir, un disegnatore impietoso li ha rappresentati senza alcun
abbellimento. 49
Era una vita molto monotona. Quando il pastore amava le sue bestie non
si stancava di parlare loro. Sapeva i luoghi dove spuntava l’erba che amavano
e ve le portava. Le bestie approvavano e lo ricambiavano delle sue cure
crescendo, ingrassando, partorendo vitelli in gran numero. In certi casi
servivano al pastore anche per altre funzioni.
La traversata della palude è stato sempre un momento difficile. Un vitello
poteva annegare dove uomini e animali adulti si reggevano in piedi. Il pastore
se lo caricava in spalla per le zampe ed entrava con decisione in acqua. La
madre seguiva lamentandosi, con gli occhi dilatati dall’ansia. Le altra vacche
non l’abbandonavano. I saggi buoi, spinti ordinatamente dagli altri pastori,
avanzavano in buon ordine. Se l’acqua era profonda, nelle vicinanze dei
canneti e dei ciuffi di papiro, c’era da temere la presenza dei coccodrilli. Un
tempo i pastori sapevano che cosa bisognava dire per trasformare il nemico in
un vegetale inoffensivo o accecarlo. 50 Questa scienza, a mio parere, non era
andata persa ma i documenti recenti sono muti in proposito. Una tomba di El
Bersheh ci ha tramandato la canzone di un pastore che aveva percorso molti
paesi: «Voi avete spinto avanti i buoi per tutti i sentieri. Avete calpestato la
sabbia. Adesso passate sull’erba e mangiate piante fronzute. Eccovi sazi. Le
cose vanno bene per i vostri corpi». 51 Nella proprietà di Petosiris, il pastore
aveva dato alle vacche dei nomi poetici, la Dorata, la Brillante, la Bella, come
se fossero l’incarnazione della dea Hathor che possedeva tutti questi epiteti. 52
La monta, la nascita dei vitelli, le lotte fra i tori erano, insieme agli
spostamenti, le principali occasioni in cui il pastore poteva dimostrare la sua
sapienza e la sua devozione. Se falliva, tanto peggio per lui. Se un coccodrillo
afferrava un vitello, se un ladro portava via un bue, se l’epidemia devastava
la mandria, non poteva ricorrere a spiegazioni. Il colpevole era sdraiato a
terra e bastonato. 53
Un’eccellente precauzione contro il furto era rappresentata dalla
marchiatura del bestiame, cui si ricorreva soprattutto nella proprietà di Amon
e delle principali divinità e in quelle reali. Vacche e vitelli venivano radunati
in un angolo della radura e ogni bestia veniva afferrata con una corda. I
pastori le legavano le zampe e la rovesciavano a terra come per abbatterla.
Gli operatori arroventavano il ferro su un fornello e lo imprimevano sulla
spalla destra. Gli scribi, naturalmente, erano presenti con tutta la loro
apparecchiatura e i pastori baciavano rispettosamente la terra davanti a quei
rappresentanti del potere. 54
Un gruppo di capre invade una macchia di alberi che sta per essere
abbattuta e in un istante la spoglia di tutta la verzura. 55 Le capre si affrettano
ma il boscaiolo arriva immediatamente. Sferra il primo colpo d’ascia senza
che le capre pensino a lasciare la partita. I capretti saltano via. I capri non
perdono tempo, ma già il capraio che porta fieramente un bastone simile allo
scettro di Tebe chiama il gregge a raccolta. Sospende a un palanco il suo
grosso sacco per fare da contrappeso a un capretto. Ha con sé anche un flauto
ma nessun Teocrito, nessun Virgilio ha mai cantato sulle rive del Nilo gli
amori dei pastori e dei caprai.
L’allevamento del pollame occupava appositi locali che non hanno
cambiato forma fra l’Impero Antico e quello Nuovo. Si entrava in un cortile
decorato da una stele e da statue di Renutet. Da una parte c’erano un
magazzino pieno di giare e fagotti e una bilancia per pesare il grano, dall’altra
uno spazio delimitato da una griglia occupata al centro da una pozza. Le oche
e le anatre vi si bagnavano o passeggiavano sui suoi bordi quando il servo
portava loro il cibo. 56

Gli abitanti delle paludi


Le paludi occupavano gran parte della valle del Nilo. Rientrando nel suo
letto, ogni anno, il fiume lasciava al confine delle terre coltivate delle grandi
pozzanghere che conservavano l’acqua fino alla stagione di shemu. Queste
paludi erano coperte di ninfee, fiancheggiate da papiri e altre piante
acquatiche. Le zolle di papiro erano talvolta così folte da non lasciar filtrare
un raggio di luce e così alte che gli uccelli annidati in mezzo a esse vi si
ritenevano al sicuro. I più agili eseguivano esercizi di acrobazia aerea. Una
femmina cova le uova, una civetta, immobile, aspetta la notte. Ma i nemici
delle creature alate, la genetta e il gatto selvatico, si arrampicavano lungo gli
steli fino ai nidi. Padre e madre lottavano con coraggio contro l’aggressore
mentre gli uccellini invocavano disperatamente aiuto e scuotevano le ali
implumi. Pesci agili si infilavano fra i papiri: si notano soprattutto i muggini,
i siluri, i mormyres, l’enorme latès, il chromis appena meno grosso e il pesce
fahaka che la natura, secondo Maspero, ha creato in un accesso di buon
umore. Il batensoda nuotava all’indietro: amava quella posizione al punto da
avere il ventre scuro e il dorso più chiaro. Un ippopotamo femmina aveva
trovato un posto tranquillo per partorire. Un coccodrillo spia ipocritamente e
aspetta il momento buono per divorare il neonato in un sol boccone a meno
che il maschio non torni in tempo. Allora si scatenerà una battaglia all’ultimo
sangue in cui il coccodrillo non sarà in vantaggio. L’ippopotamo lo afferrerà
fra le sue mandibole formidabili e inutilmente il nemico cercherà di
mordergli una zampa. Perderà l’equilibrio e il suo corpo sarà fatto in due
pezzi. 57
Più si saliva verso nord, più le paludi diventavano estese, e più le zolle di
papiro si infittivano. Il nome egizio del Delta, mehit, indica anche una palude
fiancheggiata da papiri. Questa lingua, così ricca di sinonimi per designare gli
oggetti naturali, aveva altri termini che indicavano la palude cosparsa di
ninfee, sha, quella dove crescevano le canne, sekhet, quella popolata di
uccelli, iun, e le pozzanghere d’acqua residue dall’inondazione, pehu. Queste
paludi erano il paradiso dei cacciatori e dei pescatori. Quasi tutti in Egitto
praticavano occasionalmente la pesca e la caccia in palude, anche i futuri
scribi. Le signore e le fanciulle applaudivano i colpi più abili, felici di portare
a casa un bell’uccello vivo. I ragazzini diventavano molto presto abili nel
lancio del boomerang e dell’arpione. Per loro era un passatempo da dilettanti,
ma nel nord la popolazione viveva della palude.
Ne traeva innanzitutto il necessario per costruire la propria abitazione e
praticare il proprio mestiere. Quando si erano strappati abbastanza steli di
papiro li si legava in mazzi e si tornava al villaggio chini sotto il fardello,
qualche volta inciampando. Poi si spargeva il raccolto e si sceglievano i fusti
con cui costruire la propria capanna. Le case di mattoni in questa regione
erano sostituite da case di papiro calafate con fango. Le pareti erano
evidentemente sottili, lo stucco cadeva facilmente ma era altrettanto facile
tappare i buchi. Con le fibre di papiro si fabbricavano corde di ogni
dimensione, stuoie, sedili e gabbie che si vendevano alla gente di terraferma.
Con corde e fusti di papiro si costruivano le barche eleganti e pratiche senza
le quali era impossibile cacciare e pescare. Ma prima di lanciarsi alla
conquista della selvaggina, bisognava saggiare il materiale nuovo. Incoronati
con fiori campestri e adorni di una collana di ninfee, gli abitanti salivano sulla
propria barca e la dirigevano verso una lunga gaffa biforcuta. Il
combattimento iniziava con ingiurie spesso violente. Piovevano minacce e
colpi. Si poteva temere che il gioco degenerasse ma ognuno cercava solo di
far cadere l’avversario in acqua o rovesciargli la barca. Quando restava solo
un combattente in piedi sulla sua barca la festa era finita. Vincitori e vinti
rientravano al villaggio e, riconciliati, riprendevano il loro mestiere che
secondo il satirico egizio era il più duro di tutti. 58
I pescatori che volevano intraprendere una battuta più lunga salivano su
una barca di legno con un albero con corde tese fra le gomene per farvi
seccare il pesce fatto a pezzi. Un uccello da preda si posava sull’albero. 59
C’erano molti sistemi di pesca. Il pescatore solitario si stabiliva con delle
provviste su una barchetta e quando aveva trovato un posto tranquillo
lasciava galleggiare la sua lenza. Un bel clarias ha morso l’amo e il pescatore
tira con precauzione e colpisce la sua preda con una mazza. Nelle paludi poco
profonde si sistemavano delle nasse semplici a forma di bottiglia o delle
nasse a due scompartimenti. I muggini attratti dall’esca trovavano l’ingresso,
urtavano contro i giunchi ma non riuscivano a uscire. Ben presto la nassa si
trasformava in un vivaio. Il pescatore certo del successo temeva soltanto il
suo vicino che lo spiava e che sarebbe stato capace di tornare sul posto per
primo. Con il guadino ci volevano pazienza e una mano molto sicura. Il
pescatore si fermava in un punto molto pescoso, immergeva il meccanismo e
aspettava. Quando i pesci vi erano entrati, doveva sollevare il guadino
velocemente ma non bruscamente a rischio di trovarsi la rete vuota. La pesca
con la paranza richiedeva una decina di uomini, almeno due barche e
un’immensa rete rettangolare provvista su un lato di galleggianti e sull’altro
di pesi di pietra. Si tendeva la rete su un lago e vi si catturavano i pesci. Poi la
si portava lentamente a riva con il suo carico. L’approdo era un momento
delicato perché il sinodonte, che era un pesce agile e vigoroso, saltava spesso
fuori dalla rete per tornare nel suo ambiente. Il pescatore doveva afferrarlo al
volo. 60 Contro un enorme latès, così grande che la sua coda spazzava il suolo
quando due pescatori lo portavano appeso a un remo, l’arma migliore era
l’arpione 61 che si usava anche per dare la caccia all’ippopotamo: ma quello
del pescatore si sarebbe spezzato come un giocattolo sul corpo del mostro.
Bisognava ricorrere a uno strumento solido composto da un uncino di ferro
infilato in una lancia di legno, legato con una corda a una serie di
galleggianti. Quando l’arpione aveva raggiunto la preda il legno si spezzava e
l’uncino penetrava nella carne del mostro che fuggiva. I cacciatori
recuperavano i galleggianti e tiravano la corda per abbreviare la distanza.
L’ippopotamo girava verso il cacciatore la sua testa enorme, mostrava le
mandibole capaci di fare a pezzi un canotto ma era finito a colpi di arpione. 62
La caccia col boomerang era più uno sport da ricchi che un lavoro da
battellieri. Apuy sale su una barca di lusso a forma di gigantesca anatra. La
maggior parte dei cacciatori si accontentava invece di un canotto di papiro di
tipo comune. Era utile avere a bordo un’oca del Nilo addestrata a fare da
richiamo. Il cacciatore lanciava il boomerang che terminava in una testa di
serpente. Lo strumento e la sua vittima tornavano al punto di partenza. I
compagni del cacciatore, sua moglie, i figli, immediatamente lo afferravano.
Un bambino, affascinato, dice al padre: «Principe ho catturato un loriot!».
Ma un gatto selvatico da solo ne aveva presi tre. 63
La caccia con le reti permetteva di catturare un gran numero di uccelli
vivi in un sol colpo. Era uno sport di gruppo. Principi e persone di alto rango
non disdegnavano di parteciparvi come capi o come sentinelle. Si sceglieva,
in un terreno piatto, uno stagno di forma rettangolare o ovale, lungo qualche
metro. Da entrambi i lati di questo stagno si stendevano due reti rettangolari
che potevano, se unite, coprirlo interamente. Bisognava trovare il sistema per
calare i due teli all’improvviso e insieme, in modo che gli uccelli posati sullo
stagno restassero prigionieri. Si piantavano in terra quattro pali, due a sinistra
e due a destra dello stagno. Vi si attaccavano i due lati della rete i cui bordi
esterni erano collegati due a un grosso palo posto a una certa distanza
sull’asse dello stagno e due a una corda lunga una ventina di metri o più.
Quando la trappola era pronta per funzionare, una sentinella si nascondeva in
una macchia a poca distanza con le gambe nell’acqua o si sedeva dietro a un
paravento in cui erano praticati dei fori. Uccelli ammaestrati complici dei
cacciatori passeggiavano sulle rive dello stagno su cui in breve tempo si
posavano grandi quantità di anatre. Tre o quattro cacciatori intanto avevano
afferrato la corda per la manovra e stavano abbastanza lontani dallo stagno da
non spaventare gli uccelli che al minimo rumore si sarebbero alzati in volo.
La sentinella alzava un braccio o sventolava una sciarpa. A quel segno, i
tiratori si proiettavano indietro bruscamente tutti insieme e mettevano in
funzione la trappola. I due teli si sollevavano e afferravano il gruppo di
uccelli che veniva fatto prigioniero. Inutilmente i più vivaci cercavano di
scrollarsi via la rete dibattendosi. I cacciatori, che per il violento sforzo erano
caduti a terra, non gliene lasciavano il tempo: si alzavano e accorrevano con
le gabbie. Quando erano piene, se sotto la rete restavano altri uccelli,
intrecciavano loro le ali sovrapponendo loro le piume, in modo da trasportarli
fino al villaggio. 64
Tutte queste manovre richiedevano abilità, pazienza, talvolta coraggio ma
queste qualità sarebbero state inutili se i cacciatori non avessero goduto dei
favori di una divinità che chiamavano Sekhet, «Radura», e che aveva
l’aspetto di una contadina vestita de la robe fourreau e lunghi capelli che le
coprivano le spalle. Anche la rete era appannaggio di una specifica divinità, il
dio «Rete», figlio di «Radura». I lavori che abbiamo appena descritto erano
sotto la protezione della dea «Radura». I pesci, gli uccelli erano suoi ma ella
non era avara e li distribuiva volentieri ai cacciatori e ai pescatori suoi protetti
e amici. 65

La caccia nel deserto


La caccia nel deserto poteva essere un passatempo per nobili e principi
ma anche un mestiere. Si può dire infatti che non esista tomba decorata il cui
padrone non sia stato rappresentato nell’atto di trafiggere con le sue frecce
inesorabili le antilopi e le gazzelle spinte in un terreno pieno di ostacoli, come
in una riserva. D’altra parte, gli arcieri che garantivano la sicurezza nei
deserti, gli addetti alla montagna dell’oro di Coptos quando si recavano
presso il gran sacerdote di Amon Menkheperrêsenb a rendere conto della loro
missione, venivano scortati da un addetto alla caccia che portava uno
splendido bottino: uova e piume di struzzo, struzzi e gazzelle vivi, animali
uccisi. 66 Ramses III aveva costituito dei gruppi di arcieri e cacciatori
professionali incaricati di accompagnare i raccoglitori di resina e miele e
intanto catturare degli orici per presentarli al ka del dio Ra in tutte le sue
feste, perché l’offerta degli animali del deserto restava, in piena epoca storica,
come ai tempi in cui l’uomo viveva soprattutto di caccia, quella più grata agli
dèi. 67
Tutti i cacciatori, amatoriali o professionali, cercavano di risparmiarsi la
fatica di inseguire indefinitamente una selvaggina che la natura aveva dotato
di buone zampe col rischio di diventare selvaggina a propria volta, per le iene
e gli animali da preda. Conoscendo i costumi degli animali, i luoghi dove
andavano a bere i cacciatori, cercavano di attirarli in un terreno
appositamente preparato per catturarli o massacrarli comodamente. Si
sceglieva un fondovalle dove forse un po’ di umidità alimentava un resto di
vegetazione e con pareti ripide da cui non si potesse fuggire né a destra né a
sinistra. Su dei paletti si stendevano delle barriere di reti separate da una
distanza suggerita dall’esperienza ma che non riusciamo a valutare sulla base
dei documenti pittorici. La rete di fondo era continua e vietava la fuga. Dalla
parte opposta si lasciava un’apertura per il passaggio degli animali e dei
cacciatori. All’interno si deponevano cibo e acqua. 68 Subito il recinto si
riempiva. Gli animali si abbandonavano alla gioia di vivere come se la loro
vita non avesse i minuti contati. Buoi selvatici saltavano in tutte le direzioni.
Struzzi danzavano salutando il sorgere del sole. Una gazzella allattava il suo
piccolo. Un asino selvatico allungava il collo per dormire. Una lepre fiutava il
vento su un monticello. 69
Un tempo i cacciatori partivano a piedi: il signore era a mani vuote. Gli
uomini della sua scorta si distribuivano i viveri, gli archi, le frecce, le gabbie,
le corde e i cesti. Un servo teneva al guinzaglio levrieri e iene appositamente
saziate e addestrate per la caccia. Da quando si era diffuso l’uso del carro, il
signore partiva sul carro, come per la guerra, con il suo arco e le frecce. Gli
shemsu seguivano a piedi portando, su un palanco, caraffe, otri pieni e cesti,
sacchi e corde. Quando il piccolo gruppo era arrivato a destinazione, il capo
scendeva dal carro con le sue armi. Un servo teneva la muta dei levrieri al
guinzaglio. 70 Si era da tempo rinunciato alle iene che i cacciatori dell’Antico
Impero erano riusciti ad ammaestrare.
La selvaggina era sorpresa improvvisamente da una pioggia di frecce e
dall’irruzione di feroci levrieri. Gli sventurati animali cercavano invano una
via di fuga. Le barriere e le alte pareti li isolavano nel luogo del loro
massacro. Ecco che già erano stati colpiti buoi selvatici e cervi. Uno struzzo
si difendeva a colpi di becco dal cane che lo assaliva. Una femmina incinta
partoriva fuggendo. Un levriero mozzava il capo al piccolo appena nato. Un
orice si lanciava in un balzo disperato ma cadeva nelle fauci del suo nemico.
Un levriero abbatteva una gazzella e la sgozzava. Secondo un dipinto della
tomba di un certo Usir, sembra che nel recinto siano state collocate delle
trappole ma il dipinto è troppo mal conservato perché se ne possa descrivere
il meccanismo. L’esistenza di queste trappole è però certa. Se il cacciatore
non avesse avuto a disposizione altro che le frecce e i cani, come avrebbe
potuto portar via tanti animali vivi, come fanno lo stesso Usir e Amenemhat?
71
Di ritorno dalla caccia, essi portano legati per una zampa uno stambecco,
una gazzella, un orice, uno struzzo, tutti in grado di camminare. Un aiutante
porta a spalla una piccola antilope. Altri tengono per le orecchie delle lepri
che sembrerebbero morte. Una iena appesa a una pertica per le quattro
zampe, con la testa penzolante, morta lo è di certo. Non avevano perso
tempo, ma altri cacciatori, sdegnosi del profitto o amanti delle difficoltà, non
esitavano a inseguire le antilopi col loro carro veloce come il lampo. Così
faceva l’infaticabile principe Amenhotep. Anche un certo Usirhat andava a
caccia col carro nell’immenso deserto, guidando da solo e tirando con l’arco.
Davanti a lui spinge un gregge di antilopi che nella sua fuga trascina con sé
delle lepri, una iena, un lupo. Tornerà carico di spoglie. 72
1. Bibl. æg., VII, 104 (Lansing, V, 7; VII, 7); Ibid., VII, 83 (Saltier, I, V, VI, 9).
2. Erodoto, II, 14; Diodoro, I, 36.
3. Montet, Vie privée..., 258-260.
4. Rappresentazioni in Davies, Neferhotep, tavv. 46-47; Mem. Tyt.,V, tavv. 28-29; analisi in Davies,
Neferhotep, 70.
5. La maggior parte di questi nomi si ritrovano in Spiegelberg, Bemerkungen zu den hieratischen
Amphorinschriften des Ramesseums; AZ, LVIII, 25; cfr. Montet, Drame d’Avaris, 153-154 e Mem. Tyt.,
V, 19. Nelle Strade di Horo, a est del Delta, si praticava la coltura della vite.
6. Pap. Harris, I, 7, 10, 12.
7. Rappresentazioni in Paheri, tav. 4; Wr. Atl., I, 338, 355, 282, 165; Th. T.S., III, 30; Davies,
Neferhotep, tav. 48; Mem. Tyt., I, 22; V, 30, 68, 345, 12, 230. Lefebvre, Petosiris, tav. 12.
8. Montet, Vie privée..., 267.
9. Si può trovare una buona rappresentazione nella tomba di Puyemrê in Mem. Tyt., II, 12.
10. Petosiris, testi 43 e 44.
11. Rappresentazioni della coltivazione dei cereali: Mem. Tyt., I, 18 (Nakht), Mem. Tyt., V, 30
(Apuy); Th. T.S., III, 9; Wr. Atl., 424 (Br. Mus. 37982); Wr. Atl., 231, 234 (Menna); Wr. Atl., I, 9, 51,
193-195 (Khœmhat); Wr. Atl., 1, 83, 385, 422, 261, 58, 279, 366, 20, 11, 14, 142, 61, 112, 19; Paheri,
3.
12. Orbiney, II, 2.
13. Si operava così già durante l’Impero Antico: Montet, Vie privée..., 183 ss.
14. Wr. Atl., I, 112 (Panehsy).
15. Paheri, 3.
16. Petosiris, 13.
17. Bibl. æg., VII, 104 (Pap. Lansing).
18. Paheri, 3.
19. Erodoto, II, 14; Wr. Atl., I.
20. Da Iside e Osiride, 70.
21. Montet, Vie privée..., 191; Moret, La mise à mort du dieu en Égypte, Paris 1927, 33-35.
22. Deuteronomio, 11, 10-11.
23. Scene di misurazione: Th. T.S., III, 10; Wr. Atl., I, II, 191, 232; cfr. Suzanne Berger, «Some
scenes of land measurement», J.E.A., XX, 54 e tav. X.
24. Bibl. æg., IV, n. 4 e J.E.A., XIII, 193 ss.
25. Wr. Atl., I, 14, 19.
26. Petosiris, iscrizione 52.
27. Montet, Vie privée..., 202.
28. Petosiris, iscrizioni 51 e 52.
29. Bassorilievo di Leida, cat. n. 50 (Wr. Atl., XX, I, 422). I bassorilievi menfiti dell’Impero Antico
mostrano il raccolto sempre trasportato a dorso d’asino (Montet, Vie privée..., 206).
30. Wr. Atl., I, 61 (Panehsy).
31. Paheri, 3. Rappresentazioni analoghe in Wr. Atl., I.
32. Wr. Atl., I, 193, 346, 231.
33. Mem. Tyt., I, 120 e gli stessi riferimenti della nota 32.
34. Salmo 126, 5.
35. Mem. Tyt., I, 64 e Miss Winifred S. Blackmann, «Some occurrence of the Corn-aruseh», J.E.A.,
VIII, 235.
36. Gauthier, Les fêtes du dieu Min, 225.
37. Mem. Tyt., V, 30; Wr. Atl., I, 19, 422 (Leiden, cat. n. 50), 193, 346. La raccolta del lino è
rappresentata anche nelle tombe dell’Impero di Mezzo a Beni-Hassan, El Bersheh e Meir; cfr. Petosiris,
tav. 13.
38. Maspero, Contes populaires, cit., 43.
39. Gaillard, «Sur deux oiseaux figurés dans les tombeaux de Beni-Hassan», Kêmi, II, 19-40.
40. Montet, Vie privée..., 260-265.
41. Wr. Atl., I, 33 (Berlino, n. 18540).
42. Pap. Harris, I, 20b, 8.
43. Gaillard, «Les tâtonnements des Égyptiens de l’Ancien Empire à la recherche des animaux à
domestiquer», Revue d’éthnographie et de sociologie, 1912.
44. Pap. Lansing, tavv. 3, 8, 10.
45. Il principe di El Kab, Renny, registra 122 buoi, 100 montoni, 1.200 capre, 1.500 maiali (Urk.,
IV, 75).
46. Ramses III si era sforzato di aumentare il bestiame egizio: «Ho fatto per te [Amon] delle
mandrie nel sud e nel nord, con buoi e pollame e bestiame piccolo a centinaia di migliaia, con degli
addetti ai buoi, degli scribi, degli addetti al bestiame cornuto, dei ghafir e numerosi pastori dietro di
essi» (Pap. Harris, I, 7, 9). L’orice è sempre un’offerta gradita agli dèi e infatti Ramses III inviò dei
cacciatori per catturarli nel deserto (Pap. Harris, I, 28).
47. Th. T.S., IV, 8.
48. Ostracon Deir el-Medineh, 2159; Maspero, Histoire, t. II, 219 (cavaliere della tomba di
Horemheb al museo di Bologna).
49. Maspero, «Égypte», in Ars Una.
50. Montet, Vie privée..., cap. III.
51. Newberry, El Bersheh, I, 18.
52. Lefebvre, Petosiris, testi 46, 48.
53. Mem. Tyt., II, 12 (Puyemrê); Wr. Atl., I, 264 (Anna).
54. Th. T.S., III, 31; Wr. Atl., I, 183 (Userhat).
55. Mem. Tyt.,V, 30 e 34.
56. Wr. Atl., I, 395.
57. Montet, Vie privée..., cap. I; Wr. Atl., I, 433 (Br. Mus. 37977); Wr. Atl., I, 117 (Baki); Wr. Atl.,
I, 343 (Senemiôt); Mem. Tyt., I, 24 (Nakht); II, 9 (Puyemrê); Wr. Atl., I, 2 (Menna).
58. Montet, Vie privée..., 73; Mem. Tyt., II, 15, 18, 19. Satira dei mestieri, §§ 19 e 20.
59. Wr. Atl., I, 250.
60. Wr. Atl., I, 250 (Horemheb); Mem. Tyt., V, 30 e 35 (Apuy); Mem. Tyt., II, 65 (Puyemrê);
Montet, Vie privée..., 23-41.
61. Wr. Atl., I, 354, 117, 40, 343, 70, 294, 2, 183, 77; Mem. Tyt., I, 24; Davies, Ken-amun, 51.
62. Th. T.S., tav. I e 28 (Amenemhat); Wr. Atl., I, 271 (Amenemheb).
63. Mem. Tyt., V, 30: Mem. Tyt., I, 24; Wr. Atl., I, 1, 2, 343, 423.
64. Montet, Vie privée..., 42; Mem. Tyt., V, 30; Wr. Atl., I, 184, 24, 344; Mem. Tyt., I, 22-23; Mem.
Tyt., II, 15; Wr. Atl., I, 249.
65. Montet, Vie privée..., 6-8, 66. Nel tempio di Edfu, la dea Sekhet dice al re: «Io ti dono tutti gli
uccelli nel loro stagno» (Edf., II, 164).
66. Th. T.S., V, 9.
67. Pap. Harris, I, 28, 3-4.
68. Th. T.S., II, 6-7; Th. T.S., I, 9; Wr. Atl., I, 53; Mem. Tyt., II, 7; Davies, Five theban tombs, 12,
22, 40.
69. Davies, Ken-amun, 48.
70. Davies, Five theban tombs, 12.
71. Davies, Five theban tombs, 23-24; Wr. Atl., I, 53, 32.
72. Wr. Atl., I, 26.
VI
Le arti e i mestieri

La nazione egizia non comprendeva solo agricoltori, scribi e sacerdoti. In


questo caso, le piramidi, i templi e gli ipogei non sarebbero mai sorti. La
principessa Khnumit non avrebbe potuto porre sui suoi capelli neri un
diadema che sembra opera delle fate. Estrarre da una cava una scheggia di
granito lunga più di trenta metri, trasportarla da Assuan a Tebe, tagliarla in
forma di obelisco, incidervi geroglifici perfetti e infine innalzarla su un
piedistallo era uno sforzo durissimo, che pure gli Egizi potevano compiere in
sette mesi e che fu ripetuto più volte per ogni regno sotto tutto il Nuovo
Impero. Gli scribi ritenevano questi straordinari artigiani molto inferiori a
loro. Cercheremo di farci un’idea del loro lavoro e del loro genere di vita.

I cavatori
L’Egitto ospitava nei due deserti che fiancheggiavano la valle del Nilo
stupende rocce che fornivano agli architetti, agli scultori e ai gioiellieri i
materiali per le opere più grandi e per quelle più piccole. Il calcare si trovava
dappertutto fra Menfi e Iunyt, a sud di Tebe. Il più fine, il più bianco veniva
estratto dalle cave di Roiau, non lontano dalla fonte di Heluan. Anche il
calcare delle montagne tebane era di buona qualità. La quarzite rossa, come il
legno di cedro mery, veniva dalla Montagna Rossa, dominio di Hathor a
nord-est di On. Era una cava già pienamente sfruttata sotto la XII dinastia.
Mescolandosi agli operai che si avviavano dal loro villaggio alla cava, il
disertore Sinuhit riuscì a fuggire dall’Egitto. Sotto Ramses II vi si lavorava
più che mai. Un giorno vi si scoprì un blocco più lungo di un obelisco di
granito come non ne erano più stati visti dai tempi del dio, sotto gli occhi del
Faraone che si era recato nel deserto di On, negli annessi del dominio di Ra.
Tutti credettero che Sua Maestà l’avesse creato personalmente con i suoi
raggi. Il re lo fece lavorare dai suoi operai migliori. Esattamente in un anno, il
blocco assunse la forma di una statua colossale che ricevette il nome di
Ramses il dio. Il direttore dei lavori fu compensato in oro e argento. Tutti
coloro che avevano preso parte ai lavori parteciparono dei favori del re. Sua
Maestà vegliava tutti i giorni su di loro. Quindi si lavorava con estremo zelo.
Un’altra cava fu scoperta a fianco della prima. Ne furono estratti altri colossi
per il tempio di Ptah a Menfi, per i templi di Ptah e di Amon di Ramses. 1
Un’arenaria meno bella di quella della Montagna Rossa ma di buona qualità
abbondava nei tre nomi del sud. La regione di Assuan era la regione del
granito. Se ne estraevano tre varietà, il rosa, il grigio e il nero a poca distanza
dalla città e nelle isole di Abu, Satit e Senmut. Anche un obelisco, un
sarcofago, un colosso osiriaco attestano l’attività dei cavatori antichi. Le
incisioni preparatorie si vedevano dappertutto. La regione del granito si
estendeva ampiamente verso sud. Partendo da un luogo detto Idaber, verso
Occidente, si raggiungevano, in tre giorni di marcia, le cave di diorite
abbandonate dai tempi dell’Impero di Mezzo. La regione era così desolata, lo
sfruttamento imponeva tali fatiche e tali sacrifici che i Ramessidi, che pure
non risparmiavano i prigionieri di guerra, non tentarono nemmeno di
riprendervi il lavoro. 2 Nell’Impero di Mezzo, potevano procurarsi con minori
spese pietre eccellenti, l’alabastro di Hat-Nub, a poche ore dalla capitale
abbandonata da Akhenaton e più a sud, nella valle di Rohanu, a tre giorni da
Coptos, uno scisto arenoso nero che poteva essere ben lucidato, il bekhen, la
breccia verde e la breccia universale. In quasi tutte le cave antiche pullulano
le iscrizioni, ma quelle incise nella valle di Rohanu sono le sole che, invece di
limitarsi a elenchi di nomi e titoli, sono ricche di particolari pittoreschi. 3
Lo sfruttamento non era né costante né regolare. Quando aveva bisogno
di pietra di bekhen, il Faraone inviava una spedizione che faceva epoca nel
suo regno perché mobilitava migliaia di uomini. Ramses IV superò tutti i suoi
predecessori organizzando una potente spedizione nel corso della quale
mobilitò 9.368 uomini. Il re l’aveva preparata minuziosamente consultando i
libri della casa di vita e inviando una spedizione preventiva. Lo stato
maggiore comprendeva tredici grandi personaggi fra i quali il sacerdote di
Amon assistito dai suoi scalchi. Seguivano 20 scribi dell’esercito, dei tecnici
di valore ai quali si chiedeva di risolvere problemi quali innalzare un
obelisco, elevare un colosso di trenta cubiti, costruire una rampa di mattoni
crudi o, d’altra parte, problemi amministrativi organizzando ad esempio una
spedizione in Siria. I capi delle scuderie, gli scudieri, gli scudieri degli
equipaggi erano in tutto 91, i graduati 50 e i funzionari di varie categorie
ancora 50. Notiamo con stupore la presenza di 200 capi delle squadre di
pescatori, che certamente si spiega col fatto che la stazione di shemu in cui
era svolta la spedizione non era favorevole alla pesca. Il grosso del gruppo
era formato da 5.000 soldati, 2.000 uomini venuti dai templi, 800 ausiliari
stranieri (Aperu). 900 funzionari del governo centrale facevano parte degli
effettivi ma si limitavano ad accompagnare la spedizione a distanza. Molti
carri trainati da buoi scortavano questo vero e proprio esercito. Gli specialisti
propriamente detti, un capo degli artisti, tre capomastri delle cave, 130
cavatori e tagliatori di pietre, 2 disegnatori e 4 incisori rappresentavano solo
una piccola parte del gruppo. Il grosso dei partecipanti era occupato a
trascinare pietre su delle specie di slitte o a portare i viveri. La maggiore
preoccupazione dei capi era di nutrire migliaia di uomini in pieno deserto,
distribuire a ognuno di essi un po’ d’acqua, un po’ di birra, un po’ di pane,
attribuire agli specialisti e ai capi un menu un po’ più saporito e infine
ringraziare degnamente gli dèi signori della montagna di bekhen, in primo
luogo Min, Horo e Iside, senza i quali la missione sarebbe fallita. Missione
che consisteva in quello che gli Egizi, nel loro stile immaginoso, chiamavano
cambiare il deserto in una regione coltivata, la strada in canale. Ma che gioia
doveva essere poter scrivere su una stele che in quel viaggio nemmeno un
asino era caduto, nemmeno una persona aveva avuto sete, nessuno aveva
avuto un momento di scoramento. In realtà, quegli uomini sottoposti al lavoro
forzato, abbeverati di birra e nutriti di pane come in Egitto nei giorni di festa
non avrebbero nemmeno avuto il diritto di lamentarsi. 4
Il metodo di lavoro era estremamente primitivo. Non si faceva la fatica di
attaccare un filone roccioso ed estrarne dei blocchi calibrati. Si sceglievano,
fra i blocchi staccati, quelli che già avevano le dimensioni desiderate e
potevano essere usati per costruire un sarcofago o un coperchio, una statua o
un gruppo scultoreo. I primi arrivati portavano via i pezzi che giacevano sul
bordo della strada. I successivi erano costretti a scalare le pendici facendo
rotolare i blocchi dall’alto al basso. Molto spesso i blocchi si spezzavano e si
era costretti a raccogliere dei semplici frammenti. Un direttore dei lavori di
nome Mery ebbe l’idea veramente geniale di scavare sul fianco della collina
un sentiero in salita per farvi scivolare giù i blocchi. L’invenzione ebbe
successo e l’ingegnoso ingegnere ricavò dalla sua impresa dieci statue da
cinque cubiti. Una cosa che non si era mai vista. Ma per mettere a punto il
procedimento c’era voluta addirittura una decina di secoli. 5
Abili nel cogliere i segni dell’intervento divino, gli Egizi che si erano
avventurati nel deserto erano sempre in caccia del minimo incidente che ai
loro occhi assumeva le proporzioni di un miracolo. Mentre i cavatori
erravano per la montagna di bekhen alla ricerca di un coperchio adatto al re
Nebtauirê, una gazzella li rese guardinghi: «Una gazzella gravida apparve
sulla strada volgendo la faccia verso gli uomini che stavano di fronte a lei. I
suoi occhi guardavano coloro che cercavano di catturarla ma non si voltò
indietro finché non ebbe raggiunto il luogo della montagna sacra dove si
trovava un coperchio di sarcofago. Essa partorì su di esso. I soldati del re che
avevano visto tutto le tagliarono il collo. Ci si accampò, si offrì un olocausto
e si ridiscese in pace. Era la maestà di questo dio venerabile, signore dei
deserti, che aveva fatto dono a suo figlio Nebtauirê, che egli viva in eterno,
per la sua soddisfazione, perché figurasse vivente sul suo trono per sempre e
facesse un’infinità di giubilei». 6
La pietra era stata trovata, trasferita intatta sulla strada, posata su una
sorta di slitta e pronta a partire: i capi della spedizione potevano dare il
segnale della partenza, dopo avere innalzato agli dèi della montagna di
bekhen, il più augusto dei quali era Min, signore di Coptos e di Ipu, un
monumento degno di lui. Vi si era tenuti tanto più in quanto dopo quello della
gazzella si era verificato un altro miracolo. Si scoprì in mezzo alla valle una
cisterna che misurava dieci cubiti di lato, piena d’acqua fino ai bordi. Si
presero delle misure allo scopo di impedire alle antilopi di contaminarla e
tenerla nascosta ai nomadi. «I soldati dei re precedenti erano andati e venuti
accanto ad essa ma nessun occhio l’aveva scorta, nessun volto d’uomo si era
imbattuto in essa. Essa si era aperta solo per Sua Maestà [...] Quando coloro
che sono in To-mery, i Rekhyt che sono in Egitto, a nord come a sud,
udranno questo poseranno la loro fronte a terra. Proclameranno la perfezione
di Sua Maestà per sempre ed eternamente.» 7
Per ordine di Sua Maestà, «questa stele fu innalzata per Min suo padre,
signore dei deserti di questa montagna sacra, primitiva, prima stazione del
sole levante, palazzo divino dotato della vita di Horo, nido divino dove
questo dio si rallegra, suo luogo puro di godimento che sta sui deserti della
terra divina affinché il suo ka sia contento e che il dio sia esaltato nel suo
cuore esercitando la regalità sul grande trono che è in testa ai troni, perché
siano innalzati i monumenti del dio perfetto, signore della gioia, grande di
paura, grande d’amore, erede di Horo nelle due terre, che ha nutrito Iside, la
divina madre di Min, la grande incantatrice, per la regalità dell’Horo delle
due rive, il re del sud e del nord, Nebtauirê, che possa vivere eternamente
come Ra».
Egli dice: «La mia Maestà ha fatto uscire il principe visir, capo dei lavori
che riempie il cuore del re, Amenemhat, con un esercito di 10.000 uomini dai
nomi del sud, da Uabut, per portargli un blocco venerabile, una pietra
preziosa, la più pura che stia in questa montagna, cui Min ha dato solidità, per
essere un sarcofago, rievocando l’eternità più dei monumenti che sono nei
templi dell’Alto Egitto, in una spedizione del re, capo delle due terre per
portargli dai deserti di suo padre Min l’oggetto dei suoi desideri». 8
Finalmente, venti giorni dopo il suo arrivo, la spedizione ripartiva per
l’Egitto portando la bellissima pietra lunga otto cubiti e larga quattro, alta
due, dopo aver sacrificato buoi e antilopi e bruciato resina di terebinto in
onore del dio benevolo.
Gli Egizi cercavano sempre di fare lo sforzo minimo necessario e
praticavano questo metodo semplice ovunque fosse possibile. È lecito credere
che anche la scoperta del blocco di arenaria più alto di un obelisco nelle cave
della Montagna Rossa sia stato un dono di Hathor. Quando era necessario,
non esitavano ad attaccare la roccia e a scavarvi gallerie. 9 Il duro lavoro che
essi si imponevano per scavare le tombe sotterranee della montagna tebana
conseguiva un duplice risultato, procurando ai defunti la loro casa d’eternità e
ai vivi pietre di ogni formato. Molti cavatori e tagliatori di pietre erano
prigionieri di guerra o condannati, ma sappiamo di molti Egizi che
esercitavano questa professione. Quando, sotto l’ultimo dei Ramessidi, tutti
questi lavoratori si resero conto che l’Egitto era lacerato dalla guerra civile
spezzarono le loro catene, si misero a disposizione dei nemici di Amon e,
spargendosi in tutto il paese, commisero delitti e sacrilegi. Il che dimostra che
anche in passato erano tutt’altro che soddisfatti della loro sorte.

I minatori
L’oro era largamente distribuito fra il Nilo e il mar Rosso. Tre punti sono
da segnalare come particolarmente interessanti. Spesso nei testi e nel papiro
Harris si parla dell’oro di Coptos. 10 In realtà quell’oro si trovava nella
montagna di bekhen. La natura aveva fatto le cose per bene raggruppando
nelle vicinanze di una sorgente d’acqua, all’incrocio fra alcune piste nel
deserto, a uguale distanza dal Nilo e dal mare le miniere d’oro e le cave che
fornivano una pietra molto apprezzata dagli scultori che poteva servire anche
da pietra di paragone. La regione era frequentata dagli addetti alle montagne
aurifere di Coptos, dai capi dei cacciatori che catturavano struzzi, lepri e
gazzelle, dagli agenti di polizia di Coptos responsabili della sicurezza di
coloro che viaggiavano nel deserto trasportando metalli preziosi.
Altre regioni aurifere erano molto favorite rispetto alla montagna di
bekhen. Un giorno il re Seti, che stava studiando le questioni poste dalle
montagne del deserto, provò il desiderio di vedere le miniere da dove veniva
l’oro. 11 Dopo avere esplorato i canali che le alimentavano partendo da Edfu,
Sua Maestà fece una tappa lungo la strada per consigliarsi col suo cuore.
Diceva: «Com’è penosa la strada senz’acqua! Come è possibile camminare
con la gola secca? Chi ne estinguerà la sete? La terra è lontana. Il deserto è
vasto. L’uomo che ha sete si lamenta sulle alture. Come se la caverà? Troverò
il modo di farlo vivere. Essi ringrazieranno Dio nel mio nome lungo gli anni
a venire. Le future generazioni trarranno gloria da me a causa della mia
energia perché io sono il previdente che si volge verso il viaggiatore».
Sua Maestà, dopo aver tenuto questi discorsi nell’intimità del suo cuore,
percorse il deserto per cercare dove si potesse scavare un pozzo. Dio guidò i
suoi passi per fargli raggiungere quello che desiderava. Un gruppo di
tagliatori di pietre ricevette l’ordine di scavare un pozzo nella montagna per
confortare lo stanco e rinfrescare chi ardeva di sete in piena estate. Il tentativo
riuscì perfettamente, così che il re poté scrivere: «Ecco, Dio ha realizzato la
mia richiesta. Ha fatto scendere per me l’acqua sulla montagna. Il cammino
spaventoso grazie agli dèi è soave durante il mio regno».
Era solo l’inizio. Il re intendeva fondare una vera e propria città dal
grande nome di «Menmaatra che distribuisce l’acqua in grande quantità come
i due abissi di Abu». Ma non poteva esistere una città senza tempio. Il
direttore dei lavori ordinati dal re ebbe l’incarico di costruirne uno. I cavatori
delle necropoli si misero al lavoro e ben presto ai piedi della montagna si
innalzò un tempio di modeste proporzioni che per la purezza delle sculture e
delle iscrizioni non è inferiore alle altre opere di quest’epoca. Vi si adoravano
molte divinità, Amon, Ra, Osiride, Horo, l’Enneade degli dèi presenti nel
tempio, di cui faceva parte anche il re. Seti lo inaugurò personalmente e
rivolse agli dèi questa preghiera: «Onore a voi, grandi dèi che avete fondato il
cielo e la terra sulla base delle vostre idee, che mi favorite per la durata
dell’eternità e fate durare il mio nome per sempre. Perché io sono benevolo.
Sono buono nei vostri riguardi. Veglio sulle cose che amate [...] Fortunato chi
agisce in base ai discorsi del dio, perché i suoi piani non falliranno. Bisogna
agire secondo la vostra parola perché siete voi i signori. Ho dedicato a voi la
mia vita e le mie forze, a cercare il mio bene in voi. Concedete che i miei
monumenti durino più di me e che il mio nome duri su di essi». I minatori
d’altra parte supplicavano continuamente gli dèi per il re che, scavando una
cisterna e costruendo un tempio in cui gli dèi si sarebbero compiaciuti, aveva
realizzato un’opera senza pari. Dicevano l’un l’altro: «Amon, concedigli
l’eternità, moltiplicagli la durata. Dèi che siete nella sorgente, gli donerete la
vostra durata, perché ci ha aperto il cammino per la strada che era chiusa
davanti a noi. Noi ci passiamo e stiamo bene. Quando la raggiungiamo, ci fa
vivere. Il cammino che ci era accessibile è diventato un buon cammino.
Grazie a lui la marcia dell’oro è come la vista del falco».
Il tempio era stato nominato proprietario delle miniere. Tutto l’oro
prodotto dalla montagna doveva esservi trasportato prima di andare ad
accrescere il tesoro reale. Un comandante e un gruppo di arcieri avevano
l’incarico di proteggere il tempio e i suoi lavoratori. Né gli altri cercatori
d’oro che circolavano nel deserto, né gli arcieri, né le guardie dovevano
cambiare neanche minimamente le disposizioni date dal re. Nessuno aveva il
diritto di requisire per qualunque ragione gli operai che lavavano l’oro per
conto del tempio o di toccare l’oro stesso «che è la carne degli dèi». I re che
avrebbero tenuto conto delle volontà di Seti sarebbero stati fortificati da
Amon, Harakhté e Ptah Tatenen. «Essi governeranno le terre con dolcezza.
Domineranno il deserto e la Terra dell’Arco. I loro ka saranno duraturi. Essi
sazieranno coloro che abitano la terra. Ma guai a tutti coloro, re e persone
private, che saranno sordi alle mie parole. Osiride li perseguiterà, Iside
perseguiterà le loro donne e Horo i loro figli con l’aiuto di tutti i principi di
To-Giuser che collaborano con lui.»
La situazione dei minatori che il re inviava in Nubia era ancor meno
invidiabile. 12 «C’è molto oro, si diceva, nella terra d’Ikaïta – a Est della
seconda cataratta – ma a causa dell’acqua la strada è particolarmente
penosa.» Quando alcuni degli operai che lavoravano l’oro si mettevano in
viaggio, solo la metà di essi giungeva a destinazione. Gli altri morivano di
sete per la strada con gli asini che correvano avanti. Non trovavano la loro
razione di bevande né all’andata né al ritorno con l’acqua degli otri. Dunque
non si poteva trasportare l’oro di quel paese per mancanza d’acqua. I re di un
tempo, diceva un rapporto del fanciullo reale di Kush, avevano tentato di
scavare dei pozzi ma senza successo. Nemmeno il padre di Ramses, il re
Menmaatra, che aveva ottenuto successi a est di Edfu, aveva avuto fortuna.
Aveva cominciato a scavare un pozzo di 120 cubiti ma aveva dovuto
abbandonarlo in corso d’opera prima che l’acqua si facesse vedere. Questo
fallimento non scoraggiò gli ingegneri che, agli inizi del regno di Ramses II,
sicuri che il sostegno di Hapi, padre degli dèi, non sarebbe mancato al suo
figlio beneamato, ripresero il lavoro questa volta con successo. L’acqua che
era nella Duat obbedì al re e salì nel pozzo. I minatori non morivano più
lungo la strada ma il lavoro restava spaventosamente faticoso. Secondo
Diodoro, che siamo costretti a citare in mancanza di testi più antichi, 13 si
riscaldava la roccia per renderla più friabile, poi la si attaccava con punte di
metallo seguendo la direzione del filone aurifero. I frammenti staccati
venivano portati all’ingresso della galleria, schiacciati e lavati finché la
polvere non diventava pulita e brillante. Tale polvere, trattata chimicamente,
dava un oro molto puro. Ma l’oro dei gioielli egizi di solito era mescolato con
argento, rame e altre impurità. 14
Gli Egizi trovavano nel Sinai la preziosa turchese, mafaket, 15 usata dai
gioiellieri e altre pietre composte di rame, come la malachite, sechmet. 16 Lo
sfruttamento delle miniere era iniziato ai tempi del vecchio re Sanekht e sotto
i Ramessidi era più attivo che mai. In questo caso non c’era il problema della
mancanza d’acqua. I Beduini che in passato spesso attaccavano i minatori e i
trasportatori erano stati repressi o resi docili. Restavano gli inconvenienti del
genere di quelli rivelatici da un ingegnere della XII dinastia, di nome
Horurrê, dipendenti dalla situazione oggettiva. Questo ingegnere, incaricato
di fare ricerche nella miniera, l’aveva raggiunta nel terzo mese di perit,
quando la stagione favorevole era già trascorsa. Il giorno successivo al suo
arrivo, aveva incontrato i tecnici più esperti che gli avevano detto,
unanimemente: «Nella montagna c’è turchese per l’eternità, ma è il colore
che deve preoccuparci in questa stagione. Abbiamo sempre sentito dire la
stessa cosa: le gemme della miniera si presentano bene in questa stagione ma
è il colore che manca loro in questa cattiva stagione di shemu». «Durante il
shemu – aggiunge Horurrê – il deserto è ardente. Le montagne sono come
incandescenti e il colore ne viene alterato.» L’ingegnere aveva completato il
suo lavoro alla fine dell’inverno. Il grande caldo non era ancora giunto ma
non si sarebbe fatto attendere a lungo e avrebbe coinciso con il periodo di
lavoro più intenso. Ma il desiderio di servire il re, la fiducia che riponeva
nella signora del cielo, Hathor, che era anche la signora delle turchesi e la
protettrice dei minatori, preservarono Horurrê dallo scoramento. Tutto il suo
personale era arrivato al completo e senza aver subito perdite. Fin dai primi
scavi, non si ebbero più preoccupazioni. Tenendo sempre lo stesso ritmo,
Horurrê completò il suo lavoro nel primo mese di shemu senza avere notato
che il caldo guastasse il colore delle turchesi. E tutto felice concluse: «Avevo
raccolto questa gemma preziosa. Avevo avuto successo più di chiunque
prima di me e al di là di ciò che mi era stato ordinato. Non si poteva
assolutamente chiedere di meglio. Il colore [delle turchesi] era perfetto e gli
occhi erano in festa [nel contemplarlo]. La gemma era anche più bella che
nella stagione normale [...] Abbiate dunque fiducia in Hathor. Abbiate
fiducia. Vi troverete bene. Riuscirete ancor meglio di me. La prosperità sarà
in voi». 17
Così, grazie all’attività degli ingegneri, alla tenacia di un personale
sperimentato e anche allo zelo dei commercianti, di cui parleremo in un altro
capitolo, l’Egitto ammassava nei suoi magazzini grandi quantità di materie
utilizzabili per l’industria: pietre, metalli, legname. Vediamo adesso gli
operai al lavoro nel laboratorio.

Il lavoro nei laboratori


Se si consultano i numerosi dipinti delle tombe del Nuovo Impero che
rappresentano il lavoro nei laboratori e le didascalie che li accompagnano, si
sarebbe tentati di credere che tutti i mestieri fossero raccolti in un unico
locale: scultori su pietra e su legno, vasai, orafi, gioiellieri e lapidari,
costruttori di vasi di metallo e di armature, carrozzieri e falegnami. Può
trattarsi di un artificio compositivo. Quei lavori così diversi erano sorvegliati
da un direttore generale che veniva rappresentato come enorme mentre gli
artigiani che si affaticavano sotto il suo sguardo erano dei nani. Una leggenda
geroglifica ne chiarisce l’attività. Ecco ad esempio la didascalia di un certo
Duauneheh, direttore del dominio di Amon: «Venire per ispezionare il
laboratorio, per aprire le due case dell’oro e dell’argento, per organizzare tutti
i lavori che dipendono dal direttore ecc. [...]». 18 È lecito supporre che i
laboratori specializzati si aprissero tutti insieme su una strada come nei bazar
del Cairo e di Damasco e che il direttore li ispezionasse a turno ma si può
notare d’altra parte che una statua di legno o anche di pietra è decorata da
intarsi e inserti, che i carri, i mobili, le armi avevano parti scolpite, o
arricchite d’oro e di pietre preziose, che un vaso di pietra poteva essere
arricchito con oro, turchesi e lapislazzuli. O lo stesso artigiano possedeva più
di una tecnica oppure più specialisti lavoravano uno accanto all’altro e
cooperavano a produrre lo stesso oggetto fino a completarlo.

Gli scultori
Gli scultori su pietra preferivano però isolarsi. Nel laboratorio del già
citato Duauneheh, completavano una porta monolitica composta da due
stipiti, un’architrave e una cimasa, la facciata di un edificio con aperture a
intaglio e una colonna monolitica a capitelli palmiformi come le colonne di
Tanis e Ahnas. Alcuni maneggiavano un’accetta, altri uno scalpello, altri
ancora uno strumento per levigare e lavoravano in piedi o seduti su uno
sgabello o su un pezzo di granito. Senza aspettare che avessero finito, i
disegnatori, con un calamo in una mano e la tavolozza nell’altra, tracciavano i
contorni dei geroglifici che sarebbero stati poi incisi e dipinti in blu o verde.
Nel laboratorio di Rekhmarê, che dipendeva anch’esso dal dominio di
Amon, 19 erano in corso di esecuzione un colosso rappresentante un re seduto
su un sedile squadrato dallo schienale basso, un colosso in piedi, appoggiato
a un pilastro, una sfinge e una tavola per le offerte. Gli artisti si erano
sistemati sulle zampe della sfinge o sul tavolo per le offerte o anche su
un’impalcatura mobile di legno che permetteva di lavorare il volto e la
capigliatura dei colossi. Gli uni roteavano il maglio e lo scalpello, gli altri
strofinavano il granito col brunitoio. Il disegnatore tracciava col calamo i
geroglifici del pilastro dorsale. Il pittore applicava il colore con un pennello
intinto in una boccetta. Ci chiediamo se operazioni così diverse potessero
avere effettivamente luogo contemporaneamente. Effettivamente lo scultore
che cesellava qualche particolare del volto e l’incisore occupato a vergare i
geroglifici del pilastro o del piedestallo non si infastidivano reciprocamente
ma la lucidatura poteva essere eseguita solo dopo che lo scultore e l’incisore
avessero completato la loro parte di lavoro. Il pittore veniva per ultimo.
L’autore del quadro dunque potrebbe avere raggruppato in uno stesso
laboratorio artigiani che vi avevano lavorato successivamente. Ma vedremo
lo stesso sistema di lavoro anche in altri casi. Certamente gli Egizi amavano
cominciare le loro opere contemporaneamente da varie parti. Veniva certo il
momento in cui il brunitoio urtava il bulino o lo scalpello. Partiva un grido.
Chi credeva di avere la priorità insultava l’intruso che rispondeva con una
battuta. La statua completata a tempo di record era pronta per essere inviata al
tempio o al palazzo per attestare davanti alla folla ammirata il favore che il re
dedicava al suo servo o l’amore che il dio tributava al Faraone.
Il trasporto della statua al tempio era occasione di una vera e propria
festa. Era anche un trionfo della tecnica e dell’organizzazione, in particolare
quando la statua era colossale e la strada malagevole. Una statua di alabastro
alta 13 cubiti doveva essere portata da un laboratorio dei sobborghi della
città, sulla strada per le cave d’alabastro, a un edificio chiamato dal nome del
suo fondatore «l’amore di Thuty-hotep è durevole a Unit». 20 Era grazie a un
inaudito favore del re che l’edificio aveva ricevuto il nome di un singolo e
che una statua di quel tipo era stata eseguita e veniva trasportata con tanta
solennità. Innanzitutto essa venne posata su una specie di slitta robusta, che
consisteva in due grosse assi sollevate da una parte tenute insieme da robuste
traverse e da corde. L’alabastro è una pietra tenera e quindi i trasportatori per
precauzione avevano posto dei cuscini in tutti i punti in cui lo strofinio delle
corde avrebbe potuto danneggiarla. A questa struttura che sosteneva un peso
di cinque o sei tonnellate venivano attaccate quattro corde molto lunghe che
venivano trainate dai portatori divisi in quattro gruppi, composti
rispettivamente da uomini che venivano dall’Occidente della provincia,
dall’Oriente, dalla fanteria e dagli uomini del tempio.
Due uomini non temevano di aumentare ulteriormente il peso della statua.
Il primo, seduto sulle sue ginocchia, faceva oscillare l’incensiere verso il viso
d’alabastro e lo circondava di fumo di terebinto. Il secondo diffondeva a
gocce l’acqua di un acquamanile come si faceva nei templi davanti alle statue
degli dèi. Accanto alla statua vediamo dei portatori d’acqua che gettano
acqua sul suolo per renderlo scivoloso. Altri portatori sostengono una robusta
asse che sembra servisse a facilitare il traino ma di cui non è chiaro l’uso.
Si dà il segnale della partenza. La responsabilità della manovra spettava al
direttore dei lavori di costruzione della statua e al suo aiutante che
comunicavano i loro ordini a uomini che sapevano parlare, cioè che sapevano
preparare l’attenzione di quell’esercito di addetti al traino, galvanizzandoli
con un discorso che si concludeva con un irresistibile haya. La statua si
muoveva e si avviava per la strada che i cavatori avevano liberato dalle pietre
che la rendevano malagevole. Una folla immensa era accorsa, ammassandosi
ai bordi della strada per godersi lo spettacolo. Gruppi di soldati facevano ala,
battelli accompagnavano il corteo scivolando lungo il canale parallelo alla
strada. Marinai e passeggeri univano le loro voci a quelle della folla. Lungo
le banchine erano stati allestiti dei punti di ristoro. Per coloro che dovevano
lavorare, come per quelli che si limitavano a urlare e guardare, c’erano
provviste che permettevano di riprendere le forze. L’eroe del giorno, Thuty-
hotep, venuto in portantina, scortato dai suoi figli, da qualche soldato e
qualche servo con ventagli e stuoie, assisteva personalmente all’apoteosi.
Pensava che mai la sua provincia aveva assistito a uno spettacolo così bello:
«I principi che avevano lavorato in passato, gli amministratori che avevano
agito per l’eternità all’interno di questa città che ho dotato di altari sul fiume
non avevano immaginato quello che ho fatto, che farò per me. Avrò
completato la mia opera per l’eternità quando questa mia tomba sarà stata
terminata nelle sue opere di eternità, per sempre».
La scena che abbiamo appena descritto si è svolta nell’Impero di Mezzo
ma è molto meno eccezionale di quanto non pensasse il governatore della
Lepre. Se ne svolgevano di simili ogni volta che il re autorizzava un privato a
far trasportare la propria statua in un tempio e anche in occasione del
trasporto delle statue reali. Gli Egizi amavano questi lavori di massa. Tutti
gridavano molto e bevevano anche di più e tutti rientravano a casa contenti
della propria giornata. Un certo Qenamon ricevette un favore ancor più
grande, dato che le statue portate in corteo erano tre. 21 Una vera folla le
accompagnò in mezzo al fumo del terebinto gridando e gesticolando. Gli
uomini portavano rami di papiro, le sacerdotesse di Hathor, signora di Tebe,
agitavano i loro sistri e i loro crotali e gli acrobati si esibivano in mille salti.

Orafi, gioiellieri e lapidari


L’industria dei vasi di pietra, che aveva raggiunto un’autentica perfezione
già ai tempi della I dinastia, fioriva ancora all’epoca dei Ramessidi.
Dall’alabastro, dallo scisto, dalla breccia si ricavavano giare, brocche, anfore,
bicchieri, coppe e bacili talvolta arricchiti con figure umane o animali. Gli
utensili erano assai semplici. Lo strumento più caratteristico era un trapano
con il manico di legno foderato di cuoio nella parte superiore. L’artigiano lo
ruotava fra le mani tenendo il blocco di pietra stretto fra le ginocchia.
Talvolta si producevano dei guasti: a forza di scavare si perforava la parete
ma il guaio era riparabile. Si tagliava via la parte deteriorata e la si sostituiva
con un altro pezzo. Nella tomba di Tutankhamon abbiamo trovato pezzi che
attestano più abilità che gusto, ai quali preferiamo ad esempio la bella anfora
rappresentata nella tomba di Puyemrê 22 adorna solo di una breve iscrizione
geroglifica.
La lavorazione del metallo impiegava un gran numero di artigiani. Il
tesoro di Bubaste, con i suoi vasi d’oro e argento, le sue patere, i suoi
orecchini e braccialetti, i gioielli della tomba di Siptah, quelli del Serapeum,
conservati al Louvre, costituiscono senza dubbio per il periodo dei Ramessidi
un insieme meno ricco e vario della straordinaria collezione di Tutankhamon
e di quella di Psusennes. Ma se consultiamo il grande papiro Harris che
enumera i doni di Ramses III agli dèi ci accorgiamo che a ogni passo si parla
di oro, argento, rame e lapislazzuli e turchesi vere. Le porte dei santuari
tebani erano d’oro e rame che brillava come oro. Alcune statue erano rivestite
d’oro. Certe tavole per le offerte e certi crateri erano d’argento. I decreti
emanati a favore di Amon erano incisi su grandi tavole d’oro, argento o rame.
Il lusso della grande casa e dell’imbarcazione sacra sfidava ogni descrizione.
Il tempio di Tum a On possedeva una bilancia d’oro che non aveva simili dai
tempi del dio. Un severo cinocefalo in oro fuso appollaiato sul suo supporto
sorvegliava la pesatura. Si parla di statue del Nilo di ventun materiali diversi.
Le statue di lapislazzuli e di turchese erano 13.568, quelle d’oro e le altre
erano la metà, quantità comunque rispettabile. Non c’era tempio che non
possedesse un tesoro. Per farci un’idea dell’attività degli operai del metallo
dobbiamo aggiungere tutto ciò che i re e i privati possedevano a casa propria
e portavano su di sé.
Nei laboratori si cominciava col pesare l’oro e l’argento, poi lo si
consegnava a coloro che l’avrebbero lavorato. 23 Le bilance servivano solo a
quest’uso, almeno in questo mondo, e poi a pesare l’anima alla presenza di
Osiride e degli dèi dell’Amentit. I cereali erano misurati a staia, i lingotti di
rame asiatico venivano contati: non erano ritenuti degni della pesatura. La
bilancia era fatta di una colonna su cui era infilata la testa di Maat, la dea
Verità, provvista di un coltello di metallo e di un’asta munita al centro di una
lancetta alla quale erano appesi due piatti uguali sostenuti da una corda
triplice.
Al momento di pesare, bastava appoggiare l’asta con tutti i suoi accessori
sul coltello e verificare se i piatti erano in equilibrio. I pesi avevano la forma
di un bue accoccolato. Il metallo veniva presentato in forma di anello.
L’operatore fermava con la mano le oscillazioni dei piatti e con una torsione
del corpo controllava la posizione della bilancia che doveva coincidere con la
verticale. Lo scriba, che aveva estratto dall’astuccio la tavoletta e il calamo,
registrava i risultati alla presenza del capo degli artigiani del tempio, che si
impadroniva dell’oro appena pesato e lo consegnava agli artigiani.
Questi avevano poi bisogno di fili per le catene, di lastre e nastri per i
gioielli smaltati, di grandi lastre per i vasi e le coppe, di tubi per i bracciali e
di lingotti. 24 Prima di tutto bisognava dunque fondere il metallo per ottenere
quelle diverse forme e introdurlo, a tale scopo, in un crogiolo che veniva
posato su un fornello. Gli Egizi fondevano l’oro e l’argento a fuoco vivo. Una
mezza dozzina di uomini schierati in cerchio intorno al focolare ne
attizzavano la fiamma soffiando in lunghi tubi che terminavano con un
manico di terracotta, in cui si apriva un forellino. Scherzavano e si facevano
non pochi meriti perché quel lavoro era faticosissimo. Questo metodo,
antichissimo, fu migliorato all’inizio del Nuovo Impero. I tubi venivano
applicati a degli otri posati a terra e muniti di una corda che apriva e chiudeva
una finestra praticata nella parte opposta. Il soffiatore saliva su due otri
gemelli. Tenendo una corda in ogni mano, pesava alternativamente sull’una e
sull’altra e abbandonava la corda quando si appoggiava all’otre in modo da
scacciare l’aria fuori dal tubo. Così due uomini riuscivano a fare il lavoro di
sei. 25 Quando il metallo stava fondendo, due uomini che non temevano né il
caldo né il fumo, afferravano il crogiolo con due pinze di metallo. Si
spezzava l’angolo e il metallo scendeva nelle lingottiere allineate su un
tavolo. Se ne ricavavano dei cubi che venivano consegnati a operai i quali
operavano con una grossa pietra che serviva da incudine e una pietra
maneggevole che faceva da martello. Ottenevano, con questi semplici
strumenti, fili, barrette e lastre. La martellatura induriva il metallo anche se
esso era purissimo. Lo si rendeva di nuovo malleabile cuocendolo. L’operaio
afferrava la lastra con una pinza e ravvicinava a un fornello che ravvivava
con una cannuccia a bocca. Si immettevano i fili in una trafila per renderli più
sottili. Questi semplici procedimenti davano luogo a poco a poco a tutte le
forme di cui l’orafo poteva avere bisogno. A questo punto restava da tagliare
i pezzi e radunarli. L’operaio che doveva costruire una coppa d’oro o
d’argento si sedeva su uno sgabello davanti a un servo ben piantato per terra
e martellandola abilmente dava alla piastra la forma desiderata. Quando la
costruzione era completata, cominciava la decorazione. La grammatica
decorativa degli Egizi era di una ricchezza infinita. Potevano rivestire un
cratere o un’anfora di motivi geometrici o floreali comprendenti scene di
caccia o religiose o limitarsi, in un accesso di sobrietà, a una breve iscrizione
geroglifica perfettamente incisa su un vaso di forma purissima. Dopo i
ritocchi finali e un’ultima rifinitura, il pezzo finito era esposto su una scansia
che alla fine della giornata era coperta degli oggetti più vari.

La lavorazione del legno


Il falegname usava l’acacia, il carrubo, il ginepro e altri legni locali non
identificati, l’ebano che veniva dai paesi del sud e i legnami siriani, il pino e
l’abete ash e un legno che somigliava alla quarzite della montagna rossa mer.
Con la sega manuale si sezionavano i tronchi in tavole. I carpentieri con asce
dal lungo manico ottenevano le travi. L’accetta, composta da uno scalpello di
metallo con un manico lungo da una mano a un cubito serviva allo stesso uso
della nostra pialla. Con un succhiello mosso da un archetto si praticavano i
fori rotondi. Si scavavano le mortase con scalpello e mazza che servivano
anche all’assemblaggio. Il banco da falegname era ancora ignoto. Per segare
un pezzo di legno nel senso della lunghezza lo si attaccava a un piolo piantato
a terra. I movimenti della sega potevano provocare delle vibrazioni e a lungo
andare la rottura del legno. Per ovviare a questo inconveniente si legava la
parte alta della tavola e quella del piolo che restavano separati grazie a un
bastone al quale si appendeva un grosso peso. Ma se il pezzo non era troppo
grosso l’operaio lo teneva fermo a terra con una mano e con l’altra faceva
andare la sega. Faceva lo stesso se lavorava con l’accetta, aiutandosi con il
piede. Per l’assemblaggio, si preferivano i cavicchi e i tenoni di legno alla
colla e ai chiodi di metallo che servivano preferibilmente a fissare sul legno
le lastre di metallo. Sempre con l’accetta si facevano sparire le piccole
imperfezioni dopo il montaggio. La lucidatura veniva per ultima. Talvolta il
mobile o la cassapanca venivano affidati a un pittore per la decorazione. 26
Due grandi mobili fabbricati sotto la direzione di Apuy per il tempio del
re divinizzato Amenhotep I dimostrano a che punto potesse spingersi la
ricchezza della decorazione e permettono di spiegare come si lavorava. 27
Sono alti circa due volte un uomo. Il primo è arricchito da un podio che si
raggiungeva tramite una scala a cinque gradini. La trabeazione era sostenuta
da colonne a forma di papiro e adorna di un ureo. Il tetto aveva la solita
forma bombata. Sulla facciata, Horo e Seth annodavano le piante che
simboleggiavano il nord e il sud intorno al santo re. L’altro naos era a tre
piani. Ogni piano era sostenuto da colonnette e quello inferiore era lasciato
vuoto perché vi si potessero sistemare un letto col capezzale e uno sgabello,
un tavolo e uno specchio. La facciata degli altri piani era traforata e scolpita.
Vi si osservano l’emblema di Hathor, dei cartigli reali, i feticci di Iside e
Osiride, dei falchi incoronati, Bes che suona il tamburo, Tueris che si
appoggia al suo amuleto. Gli artigiani che costruivano questi naos erano degli
autentici acrobati. Coloro che incidevano i geroglifici delle due grandi
colonne non avevano bisogno di alzarsi dal suolo ma quelli che operavano
sulle trabeazioni dovevano arrampicarsi coi loro strumenti su per le colonne.
L’uno posava i piedi su strisce di tessuto legate sotto il capitello, l’altro sul
capitello stesso ed entrambi si reggevano con una mano all’ureo della
trabeazione usando la mazza con la sola mano restante. Sul secondo naos,
l’arrivo inatteso di un sorvegliante aveva colto gli artigiani di sorpresa. In
basso, un uomo seduto sul gradino più alto non sembrava avere fretta di
afferrare lo strumento. Un altro si arrampicava agilmente aiutandosi con le
colonnette per mettere la maggiore distanza possibile fra la sua persona e
l’agente dell’autorità. Dalla parte opposta il pittore si divertiva a
scarabocchiare il volto del suo vicino che non chiedeva di meglio. Il
sorvegliante gli era passato accanto senza vederlo perché tutta la sua
attenzione era attratta interamente da un operaio che dormiva sdraiato davanti
a un lavoro non completato. Il sorvegliante lo rimprovera, uno degli uomini
che si erano appollaiati al piano superiore è talmente impressionato da
quell’appello che perde l’equilibrio. Sul tetto due uomini erano già balzati sui
loro strumenti. Il primo apre un buco, il secondo lucida il legno, un terzo
scuote il compagno addormentato. Nell’Antico Egitto come ai nostri giorni si
preferiva il lavoro in gruppo a quello solitario. Se si voleva il rendimento
bisognava ricorrere a sorveglianti attenti e numerosi, che disponessero di un
vocabolario molto ricco e non esitassero a servirsi del bastone, e di
sorveglianti che sorvegliassero i sorveglianti.
Dai tempi del Nuovo Impero fioriva un nuovo mestiere, quello del
carrozziere, che rappresentava una specializzazione di quello del
falegname. 28 Il carro era fatto essenzialmente di legno. Le ruote non avevano
mai cerchi di metallo ma delle lastre metalliche talvolta venivano applicate
alla cassa. Le parti del carro erano numerosissime: una composizione poetica
ne enumera una cinquantina senza esaurire l’elenco. La cosa più difficile era
ottenere delle ruote perfettamente rotonde. Le ruote erano a quattro o sei
raggi. Il cerchio era fatto di numerosi segmenti segati da una tavola di
spessore adeguato e assemblati.
Un’altra specializzazione del mestiere di falegname era la fabbricazione
degli archi, delle frecce e dei giavellotti, dei bastoni e degli scettri di ogni
genere usati dal Faraone, dai dignitari religiosi, militari e civili, e degli
strumenti musicali. 29 Qualche volta era necessario ottenere delle aste
perfettamente diritte, in altri casi era necessario conferire loro una curvatura
elegante e indeformabile. Nel laboratorio di Menkheperrêsonb un uomo
afferra un arco, il suo vicino soppesa una freccia e verifica che sia ben diritta.
Per curvare i rami li si riscaldava prima di scortecciarli e li si introduceva in
una specie di primitivo banco consistente in un piolo biforcuto piantato a
terra le cui due biforcazioni erano tenute insieme strettamente. Il ramo
riscaldato veniva introdotto in questa morsa: a questo punto gli operai gli
conferivano la curvatura desiderata con l’aiuto di una sbarra. 30 I bastoni, gli
scettri, gli strumenti musicali potevano essere decorati come i mobili, con
intarsi e placche sovrammesse oppure ancora con una testa scolpita. Una testa
femminile in legno, posseduta dal Museo del Louvre, era infilata su
un’arpa. 31 I bastoni di Tutankhamon erano arricchiti da impugnature d’avorio
o ebano che avevano la forma di un nero o di un asiatico.

La lavorazione del cuoio


L’industria del cuoio risaliva all’Impero Antico. Un industriale di
quell’epoca, Uta, fabbricava sandali, fogli di pergamena per i funzionari che
con un programma in mano dirigevano le cerimonie religiose e profane,
portamanoscritti. Si continuava a fabbricare tali oggetti e in più si
producevano caschi, redini, faretre, scudi di cuoio consolidati da chiodi, bordi
e lastre di metallo. Si era imparato a sbalzare il cuoio e a decorare le faretre e
gli scudi con ornamenti tratti dal repertorio decorativo siriano ma eseguiti con
un’eleganza mai raggiunta nei paesi d’origine. 32 Gli Egizi però praticavano
solo la conciatura con il grasso che noi chiamiamo scamosciatura. Si
tendevano le pelli in tutti i sensi su un banco per poi immergerle in un bagno
d’olio. Poi le si ritirava dal bagno e quando cominciavano ad asciugarsi le si
martellava per far penetrare l’olio. Così la pelle assumeva le caratteristiche
del cuoio, diventava morbida, impermeabile all’acqua e immarcescibile.

La condizione degli artisti e degli artigiani


In tutti i laboratori, gli oggetti che di mano in mano venivano completati
erano esposti su tavoli o posati su scaffali per essere sottoposti
all’approvazione del direttore dei lavori ed essere giudicati degni di
approdare nei magazzini del dio o del re. Inoltre esistevano delle esposizioni
generali in cui venivano esposti i prodotti dell’industria egizia. Nella tomba
di Qenamon è riprodotto una specie di catalogo illustrato dei doni offerti al re
in occasione del capodanno. 33 Nel tempio di Karnak si trova un altro catalogo
mirabilmente inciso di tutto ciò che il re aveva dedicato ad Amon. 34 La
statuaria era riccamente rappresentata da statue reali schierate nel loro naos
che si innalzava su una barca di tipo arcaico, statue rappresentanti uomini e
donne in piedi, seduti, inginocchiati, da sfingi con teste umane e di falco, con
o senza corona; l’animalistica era rappresentata da ritratti di gazzelle, orici,
stambecchi. Ai vasi di pietra che ricordavano i tempi più antichi si
aggiungevano anfore arrotondate poste su piedi minuscoli. Erano
particolarmente apprezzati i crateri e le coppe a piede, con la parte panciuta
decorata e l’interno contenente un piccolo giardino artificiale formato da loti,
papiri, crisantemi, melograni che circondavano una rana appollaiata su un
piedestallo. C’erano anche salsiere a forma di uccello. Qualche volta
l’impugnatura era a forma di testa d’anatra rivolta verso l’interno perché il
contenuto l’attirava o perché vi galleggiava un anatroccolo. Ancora più
straordinari sono i grandi crateri che facevano da piedestallo a una fortezza
siriana dotata di difensori o a un edificio in cui delle pantere cercavano di
penetrare per afferrare un bell’uccello posato sul tetto. Il mobilio consisteva
soprattutto di cassapanche, poltrone e sgabelli. Gli orefici avevano esposto
collane a più fili con il fermaglio decorato da piante fiorite. I fabbricanti di
armi e carrozze avevano inviato carri con tutti gli accessori, gualdrappe,
redini, archi, spade, fruste, scudi, cotte di maglia, astucci per l’arco, faretre,
asce, pugnali, caschi. Fra gli oggetti di uso quotidiano, citeremo specchi,
parasoli di piume di struzzo con il manico d’ebano e oro, teste d’uccello col
becco lungo e il manico che simula un collo immenso di cui non ci
spieghiamo l’uso certamente perché non ne avevano. Infatti si era
progressivamente imposto l’uso di mobili di pura rappresentanza con la parte
superiore irta di palmizi carichi di frutti dove giocava una famiglia di
scimmie. Era davvero una bella mostra. Gli operai del laboratorio reale e di
quello di Amon avevano ben meritato le lodi del loro signore umano e divino.
A questo punto ci dobbiamo chiedere se questi ammirevoli artigiani,
molti dei quali erano artisti, fossero ricompensati secondo il loro merito.
Quando Puyemrê, secondo profeta di Amon e direttore generale dei lavori del
tempio di Amon, si fece presentare le opere eseguite nei suoi laboratori e
ricevette il direttore delle arti e il direttore dei lavori, i suoi subordinati gli
dissero: «Ogni cuore è felice di ciò che ti accade», ma Puyemrê non ebbe una
parola di ringraziamento. Guardò quelle meraviglie di ingegnosità e di
tecnica come guardava i cesti di offerte, i campioni di minerali, i prodotti
alimentari raccolti dagli esattori delle imposte. 35 Niente dimostra che abbia
avuto una parola gentile, un’espressione di lode per gli operai più abili.
Quando visitò il laboratorio del tempio di Amon, Rekhmarê ci fa sapere che
nella sua qualità di direttore dei lavori insegnava la strada a tutti i suoi
uomini, ma in questa occasione ci ricorda i suoi titoli e qualità, senza pensare
minimamente a farci conoscere quelli di coloro che avevano lavorato meglio.
Il sorvegliante parla agli artisti come a semplici manovali: «Fate agire le
vostre braccia, compagni. Facciamo quello che elogia quel magistrato
completando i monumenti del suo signore nella proprietà di suo padre Amon,
il cui nome durerà su di essi, per tutti gli anni a venire». 36 Il laboratorio aveva
lavorato per la gloria di Amon, del re, del visir o del profeta ma la produzione
era anonima e i posteri dovevano ignorare il nome dei maestri ai quali
spettava il merito principale. Nessuno sembrava dubitare che un grande
scultore è un dono degli dèi.
Eppure nell’anno VIII del suo regno Ramses II fece innalzare in un
tempio di On, in occasione della sua visita alle cave della Montagna Rossa e
della scoperta di un blocco colossale, una stele in cui si vantava
dell’interessamento da lui mostrato per tutti coloro che prendevano parte alla
costruzione delle sfingi, delle statue in piedi, sedute, inginocchiate di cui egli
popolava tutti i santuari egizi: «Ascoltate quello che vi dico. Ecco i beni che
possedete. La realtà è conforme alle mie parole. Sono io, Ramses, che ho
creato e fatto vivere le generazioni. Cibi e bevande sono davanti a voi e non
resta niente da desiderare [...] Io miglioro la vostra situazione per dire che
lavorate per me con amore, per me che sono fortificato dai vostri
ringraziamenti. Ricche provviste vi vengono consegnate per i lavori, nella
speranza che viviate per realizzarli [...] Ci sono granai di cereali perché non
permetto che passiate un solo giorno senza viveri. Tutti voi siete pagati per
un mese.
«Ho riempito per voi magazzini di ogni genere di cose, dolci, carni,
gallette, per nutrirvi, sandali, abiti, profumi vari per ungere le vostre teste
ogni dieci giorni perché siate vestiti tutto l’anno, perché abbiate buone
calzature ai piedi tutti i giorni, perché nessuno fra voi passi la notte nella
paura della miseria. Ho posto uomini di diverse categorie a garantire la vostra
alimentazione anche negli anni di carestia, gente delle paludi, per portarvi
pesce e selvaggina, altri uomini come giardinieri per fare il conto [di quanto
vi è dovuto]. Ho edificato un laboratorio per modellare il vasellame dove la
vostra acqua si rinfrescherà nella stagione di shemu. Battelli navigano per voi
da nord a sud con orzo, amidonnier, frumento, sale, fave, senza fermarsi mai.
«Ho fatto tutto ciò dicendo: “Finché esistete, siete pronti come un solo
cuore a lavorare per me”». 37
Il re vuole dunque far durare il suo nome con monumenti che sfidino
l’eternità ma vuole anche che i suoi artisti siano ben nutriti e opportunamente
vestiti e che siano felici di lavorare per un sovrano generoso. Luigi XIV
attribuiva pensioni e cariche. Un Faraone poteva fare ciò che faceva ad
esempio Ramses, costituire un’immensa proprietà coltivata da un personale
numerosissimo le cui entrate facevano vivere gli artisti di un laboratorio
come quello di On. Tuttavia noi elogeremmo ancor più volentieri il più
illustre dei Faraoni se avesse individuato, fra tanti buoni artigiani, qualche
vero artista e gli avesse attestato la soddisfazione della corte con una di quelle
scene di ricompensa i cui protagonisti sono sempre un alto funzionario, un
cortigiano, un sommo sacerdote. Lo scriba aveva forse ragione a dire: «Non
ho mai visto uno scultore in un’ambasceria, un fonditore incaricato di una
missione, ma ho visto il fabbro al lavoro vicino alla gola del forno. Le sue
dita sono come zampe di coccodrillo, e puzza come le uova di pesce!». 38
Potremmo cercare di raggranellare qualche prova di una considerazione
rivolta agli artisti più originali. La stele che fece incidere un artista
dell’Impero di Mezzo dimostra quale giudizio egli desse di se stesso:
«Io conosco il segreto delle parole divine, la conduzione delle feste. Ho
praticato ogni magia senza lasciarmi sfuggire niente. Niente di ciò che è in
relazione con queste materie mi è ignoto. Io sono il capo del segreto. Io vedo
Ra nelle sue manifestazioni». 39
La liturgia, la mitologia, tutti gli attributi reali e divini dovevano essere
familiari all’artista. Non era merito da poco. I Fenici, che copiavano
abilmente i modelli egizi, a questo proposito commettevano errori che
avrebbero certamente urtato il pubblico egizio. Il nostro artista loda poi la sua
tecnica:
«Del resto sono un artista eccellente nella mia arte, un uomo al di sopra
del comune per le mie conoscenze. Conosco il procedimento di una statua
[rappresentante un uomo], l’atteggiamento della donna, la statura del [...], la
posa di colui che colpisce con il giavellotto, lo sguardo lanciato al proprio
secondo, l’aria stanca di chi si sta svegliando, il moto del braccio del
lanciatore, l’atteggiamento inclinato del corridore. So fare applicazioni che
resistono al fuoco e non si sciolgono nell’acqua.
«Nessuno si distingue in queste abilità tranne me e il mio figlio maggiore.
Quando il dio ha ordinato, io lavoro, egli lavora e se la cava bene. Ho visto le
opere eseguite di sua mano senza ricorso al direttore dei lavori tutte in pietre
preziose e poi in oro e argento e persino avorio ed ebano...»
Speriamo che meriti così grandi non siano stati riconosciuti solo da colui
che li possedeva. Nella tomba di uno dei numerosi Amenemhat a Tebe spicca
un quadro che non ha forse eguali nel repertorio a noi noto. 40 Amenemhat
invita con la voce e con il gesto quattro uomini seduti su stuoie di fronte a lui
a dividersi le ricche offerte esibite alla loro portata, pane, carne, pollame,
verdure e frutta, bevande e profumi. Uno di questi quattro uomini è il
disegnatore Ahmose, un altro, uno scultore di statue il cui nome non ci è stato
tramandato. Questo pasto in immagine veniva offerto agli artisti che avevano
decorato la tomba come una ricompensa suprema. Gli artisti dovevano
trovarvi gli stessi vantaggi che procurava ad Amenemhat la vista delle
ricchezze raffigurate nella sua tomba. Già all’epoca delle piramidi un
maggiordomo di nome Meni si vantava di avere ben remunerato coloro che
avevano partecipato alla costruzione e decorazione della sua tomba: «Ogni
uomo che ha fatto questo mai se ne pentirà. Artista o tagliapietre, l’ho
ricompensato!». 41 Il primo profeta di Nekhabit, Setau, sotto Ramses IX affidò
la decorazione della sua tomba a un artista eminente, Meryré, di cui si
compiace di proclamare l’originalità e i meriti: «Ha fatto le iscrizioni con le
sue stesse dita quando venne a decorare la tomba di Setau [...] Quanto allo
scriba dei libri divini, Meryré, non è un [semplice] copista. È il suo cuore che
lo ispira. Non ha maestri che gli forniscono modelli, lo scriba abile, forte
delle sue dita e intelligente in ogni materia». 42
Si può dunque affermare che i re, i principi, il clero, il pubblico «in una
parola», non erano ingrati nei confronti di coloro che lavoravano per la loro
gloria. Li pagavano e li ringraziavano secondo le idee e con i mezzi del
tempo. Un artista che visse al tempo di Ramses III e Ramses IV ed ebbe
modo di decorare una grande tomba di Deir el-Medineh è rappresentato in
pieno lavoro mentre dipinge le statue del re Amenhotep I e di sua madre. 43
Abbandonando lo stile un po’ compassato che aveva impiegato per eseguire
l’incarico, si è rappresentato in un atteggiamento del tutto naturale,
accoccolato su un piedestallo con i piedi nudi incrociati, quello sinistro visto
dal di sotto, sopra il destro, i lunghi capelli sciolti sulle spalle, il pennello in
una mano e la tavolozza nell’altra. Questo quadro non passò inosservato. Un
allievo ne fece una copia su una scheggia di calcare che è giunta fino a noi. 44
Meno bella del modello, questa copia è preziosissima perché porta, prima del
nome dell’artista, i titoli di principe e di scriba. Sembra che artisti
contemporanei di Akhenaton come Gehutimosis e Huya siano stati
personaggi ricchi e considerati. Alla fine del periodo ramesside un pittore
raggiunse una posizione considerabile equivalente a quella del governatore di
una provincia.

Muratori e piccoli mestieri


Adesso passiamo a mestieri più duri, esercitati soprattutto da stranieri,
prigionieri o liberi, o più umili, che non valsero mai a nessuno il titolo di
principe.
Il muratore egizio era essenzialmente occupato a costruire e assemblare
mattoni crudi. Ogni città era circondata da una cinta di mura profonda una
quindicina di metri e alta una ventina. Solo le porte erano di pietra mentre le
mura erano di mattoni. Anche gli edifici amministrativi e le case private,
come i muri di recinzione, erano composti molto più di mattoni che di pietra.
Quando Ramses II intraprese la costruzione della sua città preferita, Ramses,
che gli Egizi preferivano chiamare Pi-Ramses, e dei magazzini di Pithom,
convocò i figli d’Israele, impose loro dei capi corvées e li costrinse con una
dura oppressione a fare mattoni. 45 Era un lavoro sgradevole ma niente affatto
difficile. Si prendeva del fango del Nilo e lo si mescolava a sabbia e paglia
triturata. Perché la mistura fosse adatta bisognava inumidire questi materiali,
calpestarli a lungo e mescolare periodicamente il tutto con una vanga.
L’operaio calava questa miscela nello stampo che teneva vicino a sé, lo
riempiva con precisione, toglieva l’eccedenza con una paletta di legno, poi
sfilava velocemente lo stampo senza rovinare il mattone. Quindi lasciava
seccare l’impasto per otto giorni dopo i quali il mattone poteva essere usato.
In genere gli operai si mettevano a lavorare vicino a una cisterna. Altri operai
li rifornivano d’acqua o andavano nei campi dopo la mietitura per strappare le
stoppie con cui fare la paglia da triturare. Quando il Faraone pretese che i
figli d’Israele andassero a prendere la paglia senza diminuire il numero di
mattoni da tornire tutti i giorni, si trattò di un penoso aggravamento della loro
sorte ma le recriminazioni potevano solo attirare sulle loro schiene il bastone
dei capi della corvée. I mattoni venivano trasportati su due tavole uguali
appese a un’asta.
La stessa parola iqdu indica due mestieri in apparenza molto diversi, il
muratore e il vasaio. Tuttavia, il primo era chiamato iqdu inebu, «muratore
dei muri», e il secondo iqdu negesit, «muratore in piccolo». 46 Entrambi
usavano lo stesso materiale, il fango del Nilo, ma la vera ragione è fornita per
la lingua egizia. La radice qed significa «rotondo». Le case primitive erano
rotonde come dei vasi. Il vasaio impastava la pasta con i piedi, poi poneva il
blocco d’argilla sul tornio, un semplice disco di legno che si faceva girare su
un perno. Il blocco, sotto le sue dita agili, prendeva la forma di un vaso
panciuto, di un bicchiere, di una brocca, di una tazza o di una di quelle grandi
giare con il fondo a punta dove si conservavano il vino e la birra o di quelle
altrettanto grandi a fondo piatto simili a sacchi. 47 Quando il tornio aveva fatto
quello che doveva, il vasaio completava la modellatura con le dita. Si
portavano i vasi al forno, una specie di camino rotondo alto all’incirca il
doppio di un uomo e largo due cubiti, almeno secondo i documenti figurativi,
ma bisogna ricordare che i disegnatori egizi non tenevano molto conto delle
dimensioni relative degli esseri e delle cose. Durante il Nuovo Impero non ci
si accontentava di fabbricare vasi di forma più o meno elegante e di colore
uniforme. I vasai sapevano dipingere sulle brocche e sulle giare motivi
diversi mutuati dal repertorio degli incisori o tratti dalla loro fantasia, fregi
con figure geometriche e floreali, pampini, elementi vegetali, un trampoliere
che divora un pesce, un toro al galoppo. 48 La clientela modesta poteva
permettersi, in mancanza di oggetti di metallo, un vasellame non privo di
bellezza.
Il barbiere andava in giro di quartiere in quartiere, si metteva a un
incrocio, in un punto ombreggiato che subito veniva invaso dai clienti. 49
L’attesa poteva essere lunga ma talvolta l’abbreviavano un cantante o un
narratore. Anche litigare era un sistema per passare il tempo. È quello che
fanno due uomini seduti schiena contro schiena sullo stesso sgabello ma non
sempre la distribuzione dello spazio era eguale. Mentre un cliente era seduto
comodamente, il suo concorrente stava sul bordo e rischiava di cadere alla
prima spinta. Indifferenti a questa competizione altri clienti preferiscono
dormire col mento appoggiato sulle ginocchia e la testa sprofondata fra le
braccia incrociate.
L’uno dopo l’altro i clienti andavano a sedersi sullo sgabello a tre piedi,
con le mani posate educatamente sulle ginocchia, e affidavano la testa al
barbiere che li liberava dei capelli e della barba. Una coppa a piede conteneva
dell’acqua saponata. Il rasoio aveva una lama un po’ meno lunga di una
mano, di forma irregolare, e aveva un dente d’arresto. I barbieri per i ricchi
possedevano un assortimento di pinze e pinzette, forbici e rasoi che
portavano in sacchi di cuoio e schieravano in eleganti cofanetti d’ebano.
Operavano a domicilio e godevano di una condizione rispettabile. Alcuni
erano anche medici. Nella corte celeste figurava un dio barbiere. Ma il
barbiere per la gente del popolo ispirava più pietà che invidia. 50

Padroni e operai
Il gran sacerdote di Amon Rome-Roy merita di essere citato come
esempio del buon padrone egizio. «Oh sacerdoti, scribi della casa di Amon,
servi eccellenti delle offerte divine, panettieri, birrai, pasticcieri che entrerete
in questo laboratorio che sta nella casa di Amon, pronunciate il suo nome
ogni giorno accordandomi un buon ricordo, glorificatemi a causa delle mie
buone azioni perché sono stato un brav’uomo.
«Ho trovato questa stanza completamente in rovina, le sue pareti cadenti,
le parti di legno marce, gli stipiti che erano di legno erano in disgregazione
come i dipinti che ne coprivano i bassorilievi. L’ho restaurata interamente,
facendola più vasta di prima, più alta e più larga. Ho fatto stipiti di pietra
arenaria e ho adattato delle porte di autentico abete. Ne ho fatto un
laboratorio confortevole per i panettieri e i birrai che vi stanno. Ho fatto tutto
questo lavorando meglio di prima per la protezione del personale del mio dio
Amonrasonter.» 51
Un altro gran sacerdote di Amon, Bakenkhonsu, sembra avere meritato lo
stesso elogio: «Sono stato un buon padre per i miei subordinati istruendo i
giovani, dando la mano a quelli che avevano delle sventure e garantendo
resistenza a quelli che si trovavano nel bisogno e facendo cose utili nel suo
tempio nella mia qualità di direttore dei lavori a Tebe per conto di [...]
Ramses II». 52 Speriamo che i subordinati, se fossero stati interrogati, non li
smentissero. La morale corrente vietava di far lavorare gli operai e i servi
oltre il ragionevole. 53 Ma è altrettanto vero che il popolo dei lavoratori aveva
più volte ragione di protestare. Le sue proteste talvolta assumevano il tono
della rivolta. Gli operai ricevevano la loro razione di viveri e vesti in una, o
due, oppure quattro volte. Gli imprevidenti, probabilmente senza fare eccessi,
esaurivano le provviste prima della nuova distribuzione: «Crepiamo di fame e
mancano ancora diciotto giorni al mese prossimo». 54 Gli operai si
radunavano, vicino a un edificio, e dicevano: «Non torneremo, ditelo ai vostri
capi che sono radunati laggiù». Un impiegato spiega la loro situazione:
«Andammo per sentirli e ci dissero parole vere». Gli affamati si portarono in
folla verso i magazzini, ma non tentarono di forzare le porte. Uno di loro
arringò la folla con queste parole: «Veniamo qui spinti dalla fame, spinti
dalla sete, senza più un filo di stoffa, senza più olio né pesce né verdure.
Inviate al Faraone il nostro padrone, inviate al re il nostro Signore perché ci
fornisca i mezzi per vivere!». Questa rivendicazione venne ripetuta davanti a
un magistrato ma i suoi compagni temettero per lui ed erano pronti a dire che
tutto sommato le cose andavano bene. Altri rifiutarono di disperdersi se non
si fosse fatta una distribuzione immediata. Che i magistrati deliberarono,
convocando uno scriba e dicendogli: «Ecco il grano che hai ricevuto, danne
alla gente della necropoli». Si fece dunque venire Pe-Montunebiat e furono
distribuite delle razioni di grano ogni giorno!
Così la minaccia di sciopero fu scongiurata. La sorte degli operai non
doveva essere troppo penosa quando i padroni ritenevano di dover costruire,
come Bakenkhonsu e Rome-Roy, alloggi e laboratori comodi e bene aerati,
quando i viveri e le vesti venivano distribuiti regolarmente e qualche
distribuzione supplementare calmava la preoccupazione degli imprevidenti. I
giorni di festa e le vacanze erano frequenti. Non è affatto improbabile che gli
operai più seri e abili potessero diventare sorveglianti e capomastri,
ammassare qualche bene e finire i loro giorni come piccoli proprietari o
piccoli imprenditori. Ma all’epoca dei torbidi, della lotta di Amon contro
Seth, gli operai soffrirono prima e più degli altri.

Il commercio e la moneta
Nelle proprietà dello Stato e in quelle dei grandi dèi si teneva una
contabilità molto precisa delle derrate e dei prodotti che entravano
quotidianamente e che venivano consumati dal personale. Formavano un
circuito chiuso. I magazzini e i depositi rigurgitavano di merci che però erano
destinate all’uso di una frazione soltanto della popolazione. Quando erano
soddisfatti tutti i bisogni della popolazione, l’eccedente poteva essere
destinato alla commercializzazione. Oppure due grandi proprietà si
scambiavano direttamente i loro prodotti, oppure i prodotti di una proprietà
erano venduti a negozianti che li smerciavano a loro rischio e pericolo.
Accanto alle grandi proprietà collettive esisteva una massa di proprietà
private grandi, medie e piccole di allevatori o produttori di frumento, frutta,
verdura, che dovevano procurarsi abiti, mobili, oggetti di lusso ed esibizione
e che potevano farlo solo vendendo l’eccedenza del loro raccolto e dei loro
allevamenti. Esistevano anche artigiani liberi che vivevano di quello che
fabbricavano nel laboratorio di cui erano proprietari. Esistevano poi anche dei
mercanti che non producevano niente ma acquistavano e rivendevano tutto
ciò che non si produceva nel paese. Tutto questo mondo di compratori,
venditori e commercianti si incontrava nei mercati. Un contadino aveva
caricato i suoi asini di tutti i buoni prodotti dell’oasi del sale. Se non fosse
stato svaligiato lungo la strada, e avesse potuto raggiungere con il suo carico
la città di Nen-nisut, avrebbe esibito sulla piazza il suo natron, i suoi uccelli
acquatici, i suoi pesci secchi e li avrebbe scambiati con dolciumi, stoffe e
abiti. Fu invece straordinariamente sfortunato. In tempi normali, quando la
polizia faceva buona guardia tutti arrivavano al mercato senza ammassarsi.
Nella tomba di Khaemhat, 55 l’artista aveva rappresentato dei mercanti che
esibivano pacchi e cesti gesticolando e gridando, seduti e in piedi. Questi
mercanti hanno un aspetto particolarissimo: hanno la testa enorme e una
capigliatura abbondante e ribelle. Anche i clienti che arrivavano con il sacco
in spalla gesticolavano e certamente disponevano di un vocabolario non
meno ricco e salace di quello dei mercanti. L’arrivo di una nave straniera
proveniente dall’Alto Nilo o dalla Siria attirava – oltre ai molti curiosi sempre
divertiti alla vista degli stranieri dalle vesti multicolori e della loro
paccottiglia – i mercanti che aprivano uno spaccio e vendevano le provviste
ai Fenici i quali in cambio cedevano un corno decorato o una testa infilata su
una zanna d’elefante. 56
Lo scambio delle merci era facilitato dall’abitudine che era stata assunta
molto presto di valutare le derrate e i prodotti manifatturieri con una unità di
misura detta shât. Su un documento della IV dinastia una casa è valutata in
shât. 57 Su un papiro della XVIII, una schiava e i servizi di una schiava per un
tempo determinato sono valutati con lo stesso sistema. 58 Questa unità era
però soltanto ideale. Negli ambienti ufficiali non si pensò mai a tagliare delle
rondelle di metallo di peso uniforme esattamente controllato e punzonarle;
ma i commercianti e il pubblico conoscevano il peso di oro, d’argento o di
rame che corrispondeva a una shât. Non si poteva dunque scambiare merci
contro monete ma chi voleva, per esempio, vendere una casa e si era
accordato con un acquirente sul suo valore in shât, riceveva bestiame o grano
per un valore equivalente. Questo era il caso più semplice. Se si scambiavano
animali o oggetti di valore non equivalente, bisognava valutare la differenza
in shât e trovare una merce che una delle parti potesse fornire e l’altra
accettare. La cosa spesso provocava discussioni. Sembra che la shât sia
caduta in disuso verso l’epoca dei Ramessidi perché non rendeva più facili le
transazioni. Non se ne parla mai nel grande papiro Harris dove si annotano
esattamente in deben di 90 grammi e in qites di 9 grammi l’oro, l’argento, il
rame e le pietre preziose senza indicarne il valore. Su questo documento,
come altrove, ad esempio nel calendario di Medinet Habu, si enumerano i
moggi di cereali, i cesti di frutta, i sacchi o panieri di diversa grandezza per
altri prodotti. Gli animali, gli alberi sono calcolati per specie. Quando si
enuncia il numero dei buoi, dei buoi selvatici, degli orici, dei bubali e delle
gazzelle, si sommano questi numeri per fare il totale dei capi di bestiame e lo
stesso si fa per il pollame senza però fissarne il valore in nessuna forma. Se
qualcuno avesse voluto farlo, avrebbe espresso il valore in base al peso d’oro,
d’argento o di rame. Il prezzo di un bue andava da trenta a centotrenta deben
di rame, un sacco di amidonnier (bôti) equivaleva a un deben di rame. 59 Ma
in generale l’acquirente non era in condizione di fornire del rame, ancor
meno dell’argento o dell’oro. Questa transazione commerciale in metalli
preziosi ebbe luogo solo sotto gli ultimi Ramessidi quando il saccheggio dei
templi e delle tombe ebbe rimesso in circolazione quantità abbastanza grandi
di quei tre metalli sepolti da secoli negli ipogei o riservate nei templi.
Un ladro impiega un deben d’argento e cinque qites d’oro nell’acquisto di
un terreno; per due deben d’argento un altro acquista due buoi. Lo schiavo
Dega fu pagato due deben d’argento più sessanta di rame. Cinque vasi di
miele vennero acquistati per cinque qites d’argento e un bue per cinque qites
d’oro. 60 Prima di questo periodo di anarchia, gli acquirenti, in mancanza di
metallo, pagavano con derrate che il venditore accettava e che a loro volta
venivano valutate in base al peso in oro, in argento o in rame. Lo scriba
Penanuqit aveva venduto un bue valutato centotrenta deben di rame e
ricevette una tunica di lino del valore di sessanta deben, dieci sacchi e tre
moggia e mezzo del valore di venti deben, delle perle di una collana del
valore di trenta e due tuniche da dieci deben. 61 Una tebana che aveva
acquistato una schiava da un mercante al prezzo di quarantun deben
d’argento enumera davanti ai magistrati diversi articoli alcuni dei quali, come
delle pezze di stoffa, aveva fornito direttamente e altri, come oggetti di
bronzo e di rame, erano stati forniti da persone diverse. 62
Lo Stato stesso non aveva altri metodi di regolazione del commercio.
Unamon andò a negoziare un acquisto di legna dal re di Biblo Zekerbaal e
ottenne subito sette pezzi di legno per i quali lasciò la sua nave in pegno. Si
fece spedire da Tanis delle brocche e dei bacili d’oro, cinque brocche
d’argento, dieci pezze di lino reale, cinquecento rotoli di papiro, cinquecento
pelli di bue, cinquecentoventi sacchi di lenticchie, trenta cesti di pesce secco
e in un altro invio cinque pezzi di lino reale, un sacco di lenticchie e cinque
cesti di pesce secco. 63 La storia non ci dice a quale peso d’oro e d’argento
equivalesse tutta questa mercanzia. Il re di Biblo in apparenza non se ne
interessava. Mandava a tagliare gli alberi, li faceva trasportare sulla riva e
infine li consegnava all’inviato di Amon, ma in precedenza gli aveva fatto
una scena spaventosa. Possiamo certamente credere che l’Egizio come il
Siriano avesse a sua volta convertito queste merci in oro e argento e che le
due parti fossero equivalenti. In ogni caso l’assenza di una autentica moneta
rendeva le transazioni faticose. Ciò spiega la mimica espressiva dei venditori
nella tomba di Khaemhat e le interminabili discussioni che avevano
preceduto la conclusione del mercato fra il re di Biblo e il suo acquirente
egizio.
1. Stele dell’anno VIII trovata a On: Ann. S.A.E., 219.
2. Engelbach, «The quarries of the western nubian desert and the ancient road to Tuskha», Ann.
S.A.E., 1938, 369; cfr. Sethe, Die Bau- und Denkmalsteine der alten Agypter und ihre Namen, Berlin
1933, 49.
3. Couyat e Montet, Les inscriptions hiéroglyphiques et hiératiques du ouâdi Hammâmât, Le Caire
1912.
4. Ibid., iscrizioni 231-237, 240, 223, 12, 222, 219 e 87, 1, 10.
5. Ibid., iscrizione 19; cfr. 24.
6. Ibid., iscrizione 110.
7. Ibid., iscrizione 191.
8. Ibid., iscrizione 192.
9. Lucas, Ancient egyptian materials and industries, II ed., London 1934, 63.
10. Th. T.S., IV, 4. Iscrizione di Ameni a Beni-Hassan (Newberry, Beni-Hassan, I, 8); Pap. Harris,
I, 12-7. Carta delle miniere d’oro del museo di Torino.
11. Iscrizioni del tempio di Radesieh: Golenischeff, R., Recueil de travaux, XIII, 75 ss. e Bibl. æg.,
IV, n. 4.
12. Secondo una stele di Ramses II trovata a Kuban, 108 chilometri a sud di Assuan, attualmente al
museo di Grenoble: Tresson, La stèle de Kouban, Le Caire 1922.
13. Diodoro, III, 11-13.
14. Le statuette trovate nel sarcofago di Hornekht a Tanis (Kêmi, IX, nn. 94-102) sono
evidentemente di oro molto impuro.
15. Lucas, Ancient egyptian materials and industries, 352; V. Loret, «La turquoise chez les anciens
Égyptiens», Kêmi, I, 99-114.
16. Lucas, op. cit., 348; Newberry, in Studies presented to F.Ll. Griffith, 320.
17. Loret, op. cit., in Kêmi, I, 111-113.
18. Lepsius, Denkmäler, III, 26, I; cfr. Wr. Atl., 1, 64, 341, 342.
19. Wr. Atl., I, 5.
20. Newberry, El Bersheh, I, 16-16.
21. Davies, Ken-Amun, 38-40.
22. Mem. Tyt., II, 23.
23. Th. T.S., V, 11, III, 8.
24. Vernier, La bijouterie et la joaillerie égyptiennes, Le Caire 1907, II parte.
25. Wr. Atl., I, 316-317; Newberry, Rekhmara, 18. Si veda il seguito delle operazioni nei laboratori
degli orafi in Th. T.S., III, 8; V, 11-12; Mem. Tyt., II, 23; IV, 11; Wr. Atl., I, 263, 59, 50, 229.
26. Montet, Vie privée..., 298-311; Wr. Atl., I, 314-315, 420, 384; Mem. Tyt., IV, 11.
27. Mem. Tyt., V, 37.
28. Th. T.S., V, 11-12, III, 10; Mem. Tyt., II, 23; Wr. Atl., I, 307, 227.
29. Th. T.S., V, 12.
30. Montet, Vie privée..., 311-314.
31. Encyclopédie photographique de l’art, «Les antiquités égyptiennes du Louvre», 74-77.
32. Montet, Vie privée..., 315-318; Wr. Atl., 312-313; Newberry, Rekhmara, 17-18.
33. Davies, Ken-Amun, 13-24.
34. Wr. Atl., II, 25; Urk., IV, 626-642.
35. Mem. Tyt., II, 37-38.
36. Urk., IV, 1154.
37. Stele dell’anno VIII di Ramses II: Ann. S.A.E., 1939. Satira dei mestieri in § 111 di Pap.
38. Sallier, II, 3, 9; Pap. Anastasy, VII, 1, 1.
39. Louvre, C 14; cfr. Sottas, in Recueil des travaux, XXXVI, 153.
40. Th. T.S., I, 8.
41. Urk., I, 23.
42. Recueil de travaux, XXIV, 185.
43. Tomba 359, a Tebe, cfr. AZ, XLII, 128-131.
44. Ostracon 21447 di Berlino in AZ, LIV, 78; cfr. Robichon e Varille, Le temple du scribe royal
Amenhotep fils de Hapou, Le Caire 1936, 9, dove si contesta che a un pittore rinomato potessero venire
attribuiti i titoli di principe e di scriba.
45. Wr. Atl., I, 319-321; Esodo, I, 11-16; cfr. A. Mallon, Les Hébreux en Égypte, Roma 1921, 134-
138.
46. Satira dei mestieri, § VIII, Wb., V, 75 e II, 385.
47. Davies, Ken-Amun, 59.
48. Th. T.S., III, 1.
49. Wr. Atl., I, 44.
50. Montet, in Kêmi, IV, 178-189; satira dei mestieri.
51. Lefebvre, Histoire des grands prêtres d’Amon de Karnak, 161-162.
52. Ibid., 128.
53. Nella confessione negativa, Libro dei morti, 125 A, frase 6, il defunto dichiara: «Non ho
costretto ogni giorno la gente a lavorare oltre quello che poteva fare».
54. Maspero, Histoire, II, 540-541; Pap. di Torino, 42, 2-3, 46-17.
55. Wr. Atl., I, 200.
56. Daressy, «Une flottille phénicienne, d’après une peinture égyptienne», Revue archeologique,
1895, 286-292 e tavv. 14-15; Montet, Réliques de l’art syrien, 12.
57. Urk., I, 157; Sottas, Étude critique sur un acte de vente immobilière au temps des pyramides,
Paris 1913.
58. Gardiner, «Four papyri of the 18th dynasty from Kahun», AZ, 1906, 27-48.
59. Gardiner, The Chester Beatty papyri, n. 1, London 1931. 43-44.
60. Pap. 10052 del Br. Mus., tav. 11, 14-30; Pap. 10053, V°, tav. 111, 6-16.
61. Pap. Chester Beatty, I, V° D e 43.
62. Gardiner, «A lawsuit arising from the purchase of two slaves», J.E.A., 1935, 142.
63. Ounamon, II, 40-42 (Bibl. æg., I).
VII
I viaggi

Gli spostamenti all’interno del paese


Contrariamente all’opinione generalmente diffusa, gli antichi Egizi
viaggiavano molto. Fra i villaggi e il capoluogo del nomo, fra i capoluoghi e
la residenza centrale gli andirivieni erano continui. Le grandi feste religiose
richiamavano pellegrini da tutto l’Egitto. Alcune città come Coptos, Silè,
Sunu, Pi-Ramses, Menfi erano animate in tutte le stagioni da viaggiatori che
partivano per miniere e cave, verso le oasi, verso l’Asia e la Nubia e
tornavano carichi di prodotti stranieri.
I meno privilegiati conoscevano come modo di viaggiare solo il sistema
che Jean-Jacques Rousseau riteneva il più gradevole di tutti, andavano a
piedi. Sceglievano un abbigliamento leggero: un bastone, un perizoma e dei
sandali. 1 Sinuhit non aveva con sé niente di più quando, temendo di essere in
pericolo di vita, attraversò il Delta da ovest a est facendo numerosi zig-zag
per raggiungere i Laghi Amari. Chiamato dal fratello Anupu, lasciò il suo
villaggio con un bastone, dei sandali e una veste e delle armi e raggiunse la
valle dell’albero Ash, nei pressi di Biblo. 2 Il contadino dell’oasi del sale che
si recava a Nen-nisut camminava a piedi dietro gli asini carichi di ogni specie
di prodotti. Avrebbe avuto la risorsa di salire su uno di essi, a rischio di
provocare, come il mugnaio di La Fontaine, l’irrisione dei passanti. Ebbe una
sorte penosa perché un individuo che abitava in una località isolata e non era
alla prima esperienza come bandito lo saccheggiò facilmente. I soldati erano
il terrore dei viaggiatori. Quando incontravano un uomo privo di armi, con un
sacco di farina e i suoi bei sandali in mano, avevano l’abitudine di derubarlo
lasciandolo nudo per la strada. Uni prese delle misure per vietare questi
abusi. 3 Un nomarco di Siut sostiene che ai suoi tempi il viaggiatore sorpreso
dalla notte poteva addormentarsi tranquillamente lasciando al proprio fianco,
in strada, le sue provviste e le sue capre. Gli bastava, come protezione, la
paura che ispiravano i suoi gendarmi. 4 Gli crediamo, ma le precauzioni che
alcuni amministratori prendevano dimostrano proprio l’esistenza del
brigantaggio e dunque dei rischi corsi dai viaggiatori.
Le strade erano numerose, almeno quanto i canali, perché tutte le volte
che si scavava un canale, i residui dello scavo permettevano di fare una
massicciata di terra alta tanto da non essere sommersa al tempo
dell’inondazione. La manutenzione dei canali veniva assicurata insieme a
quella delle strade. Occupandosi dei primi ci si procurava la terra per riparare
le brecce delle seconde. Queste dighe servivano alla circolazione dei pedoni,
agli andirivieni delle greggi e delle mandrie, al trascinamento delle barche.
Non conosciamo nessuna parola egizia che significhi «ponte», ma esiste
almeno un disegno di un ponte sul bassorilievo che rappresenta il ritorno di
Seti I dopo la sua campagna trionfale in Palestina. Gettato su un lago dalle
rive coperte di canneti e popolato di coccodrilli, questo ponte collegava due
edifici militari, uno sulla riva asiatica e l’altro su quella africana. 5 Doveva
essere fatto di pilastri, architravi e tavole. Evidentemente non furono mai
lanciati ponti sul grande Nilo e nemmeno sui rami secondari del Delta.
Nemmeno sui canali i ponti di pietra o di legno dovettero essere numerosi.
Quando si trattava di attraversare un canale o una palude poco profonda
bestie e persone non esitavano a entrare nell’acqua. Molti Egizi sapevano
nuotare. I Tentiristi si tuffavano nel Nilo e lo attraversavano tranquillamente
senza temere i coccodrilli ma non tutti erano in grado di farlo. 6 I cacciatori di
uccelli acquatici e i pescatori avevano, secondo la satira dei mestieri, una
gran paura del mostro. Per i personaggi più importanti far varcare le acque a
chi non aveva una barca era un dovere imperioso come quello di dare pane
agli affamati e vestire gli ignudi. A Tebe e nelle grandi città, quello di
traghettatore era un mestiere. Un passatore accusato di essere complice dei
ladri di tombe venne chiamato in tribunale. 7 Gli dèi che si erano ritirati
nell’isola di mezzo ordinarono al passatore, il dio Anti, di rifiutarsi di
traghettare Iside. 8 Sinuhit in fuga trovò sulla riva un canotto senza timone e
se ne impadronì per attraversare il fiume.
Per gli spostamenti brevi, i ricchi utilizzarono a lungo la portantina. Era
uno strumento pomposo ma lento, dispendioso e scomodo. I portatori
cantavano al ritmo dei loro passi: «La preferiamo piena che vuota»; ma
bisognava pagarli, o almeno nutrirli. 9 Durante il Nuovo Impero, il re saliva in
portantina solo in occasione di certe cerimonie. Così fece Horonemheb per
celebrare il suo trionfo. Normalmente il re, come i privati, preferiva il carro.
Carro e cavalli erano articoli abbastanza di lusso ma facevano parte di quel
patrimonio che chiunque augura agli amici e desidera per sé: «Tu possiedi un
equipaggio, con una frusta d’oro in mano. Hai delle redini nuove. Hai
attaccato dei puledri di Siria. I neri corrono davanti a te secondo le tue
indicazioni». 10 Il secondo profeta di Amon, Amenhotep-sisé, si prepara a fare
una passeggiata. 11 Il suo carro elegante e solido decorato con figure in
bassorilievo e a tutto tondo è trainato da due cavalli, privi di morso e di
paraocchi. La bardatura per il cavallo comprendeva principalmente due
grandi strisce di cuoio, una applicata in mezzo al collo, molto fastidiosa per il
cavallo, l’altra che passava sotto il corpo, e una cavezza alla quale erano
attaccate le redini. Amenhotep-sisé guidava personalmente i cavalli, senza
scudiero, preceduto da servi. Una squadra di shemsu lo segue senza troppo
sforzo portando tutto ciò che sarà necessario al signore quando vorrà riposare
e fare un po’ di toilette.
Un carro era utile per fare visita al palazzo del re o del visir, per un giro
d’ispezione in campagna, per andare a caccia. Non permetteva di spingersi
molto lontano in buone condizioni. Il vero mezzo di trasporto nell’antico
Egitto era la nave. Il fanciullo reale Dedefhor parte in battello da Menfi,
passa per Khentkhetyt, per spingersi nel Nord a visitare un indovino che abita
a Dedi-Snefru e sempre in barca lo porta a corte. Quando Sinuhit, graziato,
riceve il suo lasciapassare per le Vie di Horo percorre in battello l’intera
distanza che separa l’istmo di Suez dalla residenza di Ity-taui a Sud di Menfi.
Occupa il tempo del viaggio consumando buoni pasti confezionati sotto i suoi
occhi. Quando un Egizio andava ad Abido in pellegrinaggio mobilitava
spesso un’intera flottiglia. 12 I passeggeri salivano su una barca di tipo
arcaico, molto rialzata davanti e didietro. Lo scopo del viaggio non aveva
evidentemente niente di profano. I passeggeri si accomodavano su sedili in
una cabina a forma di naos, come in un chiosco di giardino. Davanti alla
cabina c’era un tavolino con dei cibi. La parte anteriore serviva da macello e
da cucina. Si faceva a pezzi il bue, si preparava la birra per offrire ai
viaggiatori il piacere di consumarla fresca. Questa barca che non aveva né
remi né vele era rimorchiata da una barca motrice. Il suo equipaggio era
composto solo da due marinai, uno preposto al cavo d’attacco di cui regolava
l’estensione e l’altro alla manovra dei due timoni di legno dipinto che
finivano con una testa di Hathor, signora dei paesi lontani, protettrice dei
viaggiatori. La barca motrice era dotata di un albero maestro consolidato da
due gomene attaccate davanti e didietro. Il centro era occupato da una grande
cabina adorna di una trabeazione, con le pareti coperte di dipinti. Il timone
poggiava su un piccolo albero maestro e su una tacca scavata nella parte
posteriore. Il pilota lo manovrava con un braccio. Talvolta sulla pala erano
dipinti due occhi, organi molto utili a un timone che doveva evitare gli
ostacoli. Quando si scendeva lungo la corrente o si attraversavano grandi
distese d’acqua e non c’era vento non si poteva evitare di remare. I rematori
potevano essere dieci o dodici, spesso di più. Il capitano, a prua, reggeva una
grande picca che gli permetteva di sondare il fondale. Il secondo stava sul
tetto della cabina con una frusta con la quale di tanto in tanto accarezzava le
spalle dei rematori pigri. Lo stato maggiore era completato dal pilota. Se si
risaliva la corrente si alzava la vela unica, una grande tela rettangolare spesso
più larga che alta, tesa fra due pennoni, che si manovrava con numerose
corde. I rematori restavano sui loro banchi. I capi si arrampicavano su per le
corde, per osservare meglio. Finché si navigava sul Nilo si poteva sperare in
un viaggio relativamente rapido e senza storia. Se si doveva entrare nei
canali, che non erano navigabili in tutte le stagioni, bisognava informarsi. Il
re Khufu voleva andare al tempio di Ra, signore di Sakhebu, in una località
nel secondo nomo del Delta, ma nel canale dei due pesci non c’era acqua. Il
suo amico mago gli promette: «Farò venire quattro cubiti d’acqua nel canale
dei due pesci». Uni, che non aveva maghi al suo servizio, era però riuscito a
viaggiare in barca nella stagione della secca. Il lago Meris era stato destinato
proprio a fornire acqua sia all’agricoltura sia alla navigazione ma ignoriamo
con quale meccanismo.
Le barche che risalivano il Nilo fino alla Nubia erano vere e proprie case
galleggianti. La dahabieh del fanciullo reale di Kush era una lunga barca a
forma di mezzaluna che non si immergeva nell’acqua né davanti né
didietro. 13 Un solo albero al centro sosteneva una vela immensa tramite
numerosi cordami. Invece di un timone sull’asse, qui c’era un timone a
babordo e uno a tribordo, non del tutto arretrato, attaccato a un grande palo e
contro lo scafo. I passeggeri erano alloggiati in una grande cabina centrale a
cui era annesso una specie di box per i cavalli. Due cabine più piccole si
trovavano una davanti e una didietro.
La proprietà era probabilmente estremamente parcellizzata. I ricchi tebani
avevano beni nel Delta. Amon possedeva fattorie e persino città non solo in
tutto l’Egitto ma anche in Nubia e in Siria. Il tempio di Abido fondato da Seti
aveva proprietà in Nubia. Queste grandi collettività e i ricchi privati
disponevano, per centralizzare le loro risorse, importare ed esportare, di una
vera e propria flottiglia composta da grandi barche a fondo piatto anch’esse a
forma di mezzaluna dotate di una o due cabine nella parte centrale. 14 I
documenti pittorici ci danno solo un’idea incompleta del numero e della
varietà delle barche che scendevano e risalivano il Nilo, perché i termini che
significano barca nella lingua egizia erano moltissimi. Esistevano chiatte per
il trasporto dei grossi blocchi provenienti dalle cave, degli obelischi, delle
statue colossali. Una statua di Thutmose III fu oggetto, in occasione del suo
trasporto, di riguardi davvero degni di un re. Era ospitata in un naos e
incensata. La barca che la conteneva era attaccata a una barca motrice. 15
Chiatte senza cabina servivano soprattutto al trasporto del bestiame. Le
barche con cabina centrale servivano al trasporto dei cereali. Le barche erano
spinte verso le banchine; poi si sistemava un piano inclinato dotato di
traverse distanziate a intervalli regolari. I portatori si schieravano in colonna
uno per uno e svuotavano i loro cesti cantando per marciare al passo e
ingannare la noia: «Passeremo la giornata a trasportare l’orzo e il bôti? È
giorno. I granai sono strapieni. Ci sono dei mucchi pronti per la loro bocca.
Le navi sono così cariche che l’orzo scivola fuori. Si vorrebbe che facessimo
più in fretta. Davvero, i nostri cuori sono di metallo?». 16 Quando la flottiglia
arrivava a destinazione il piano inclinato veniva risistemato. Il bestiame e le
merci venivano scaricati sulla banchina. I mercanti arrivavano, allestivano un
tavolo o delle scansie, accendevano un fornello e i marinai, bevendo e
mangiando, festeggiavano la fine del viaggio.

I viaggi nel deserto


Il deserto ispirava agli Egizi paura e rispetto. Essi non avevano
dimenticato che i loro antenati l’avevano percorso in lungo e in largo prima
di stabilirsi nella valle del Nilo. Una delle loro divinità più importanti, Min,
che aveva i suoi principali luoghi di culto a Ipu e a Coptos, regnava su tutta la
regione compresa fra questa città e il mar Rosso. La sua residenza preferita
era «una montagna venerabile, primordiale, la prima fra le terre degli Akhetiu
(l’Akhit era chiamato il paese posto al di là delle terre conosciute dagli
Egizi), il palazzo divino dotato della vita di Horo, nido divino dove prospera
questo dio, sua fortezza sacra di divertimento che è la regina delle montagne
della terra divina». 17 Ogni specie di rischi insidiava il viaggiatore che si
avventurava impreparato in quel territorio sacro: la fame, la sete e i brutti
incontri. Il leone, che un tempo si spingeva fin nei pressi della valle del Nilo
ad attaccare i buoi, era scomparso, ma il lupo, la pantera, il leopardo, erano
ancora presenti, e temibili. Un giorno Horemheb si trovò di fronte una iena di
grandi dimensioni. Quel guerriero, per fortuna, ne aveva già viste altre e non
era disarmato. Tese il braccio sinistro verso il mostro tenendo la picca con la
mano destra e guardandolo fisso lo costrinse a fare marcia indietro. 18 La
regione a est di Eliopoli era infestata dai serpenti che si nascondevano nella
sabbia. Certi viaggiatori avevano intravisto esseri strani, grifi con una testa
umana sulla schiena, pantere alate, ghepardi con il collo più lungo di una
giraffa, levrieri con le orecchie quadrate e la coda eretta come una freccia. 19
Si potevano incontrare le tribù beduine, come quella che una volta si presentò
al principe di Menat Khufu. Essa comprendeva guerrieri con giavellotti, archi
e frecce, donne e bambini, guidati da uno sceicco e da un sacerdote che
suonava la cetra. 20 Quella tribù era pacifica e voleva solo scambiare le
polveri verde e nera con le quali si fabbricavano ciprie per trucco e colliri con
del grano. Ma altri Beduini pensavano solo al saccheggio. Per garantire la
sicurezza dei viaggiatori del deserto si era pensato ad allestire delle cappelle.
In una di esse è stato scoperto, sul limitare delle piste che vanno da Eliopoli
al mar Rosso, un gruppo scolpito rappresentante Ramses III e una dea,
coperto di iscrizioni per la maggior parte tratte da una vecchia raccolta dove
si parla delle mogli di Horo. 21 I viaggiatori se ne erano in grado leggevano le
iscrizioni: forse era sufficiente che le guardassero o le toccassero. Poi
continuavano per la loro strada certi di beneficiare degli sguardi che gli dèi
tenevano fissi sul re stesso.
Talvolta però si perdevano nel deserto: perché non erano riusciti a
garantirsi la protezione degli dèi o perché non avevano avuto comunque la
mano felice. «Il mio signore – dice un certo Antef, il quale sotto Amenemhat
I aveva avuto l’incarico di raggiungere le cave di bekhen – mi aveva inviato a
Rohanu per portare indietro questa pietra meravigliosa quale nessuno ne ha
trovato di simile dai tempi del dio. Nessun cacciatore ha mai scoperto la sua
posizione né è riuscito a raggiungerla. Ed ecco che sono otto giorni che
percorro questo deserto e non riesco a trovarla. Mi sono prosternato davanti a
Min, Mut la grande maga e a tutti gli dèi del deserto. Per loro ho bruciato del
terebinto. La terra si illuminò il mattino e venne un secondo giorno e noi
apparimmo su questa montagna del Rohanu superiore.» 22 Il capo aggiunse
che il suo gruppo non si disperse nel corso di quei percorsi erranti e non
dovette lamentare nessuna morte. Ma tutti l’avevano scampata bella.
Quel bravo ingegnere aveva fatto l’apprendistato alla vita nel deserto a
proprie spese. Certi Egizi passavano tutta la vita a fare l’inventario delle
risorse e delle vie d’accesso al deserto, probabilmente perché amavano la vita
nomade. Un certo Sankh, capo dei soldati del deserto, intendente per l’Egitto,
capo degli arpionatori del fiume, dirigeva delle spedizioni nelle quali aveva
costituito un tale approvvigionamento in otri, abiti, pane, birra e verdure
fresche che parve avere trasformato la valle di Rohanu in una verde radura e
la montagna di bekhen in una distesa d’acqua. A sessant’anni, capo di una
famiglia che, come quella del patriarca Giacobbe, comprendeva settanta
giovani, percorreva ancora il deserto da Taâu a Menat Khufu fino al Grande
Verde [il mare] cacciando uccelli e mammiferi. 23 A questi esploratori
infaticabili dobbiamo le carte come quella posseduta dal museo di Torino che
giustamente sono state definite le più antiche del mondo. Esse sono state
disegnate a partire dalla regione delle cave e delle miniere d’oro dette di
Coptos. Le terre pianeggianti sono dipinte in rosso vivo, le montagne in ocra
scuro. Dei passi disseminati lungo le piste indicano la direzione. Un castello
indicava la sede delle rovine dove il re Seti aveva innalzato una stele. 24
Abbiamo parlato degli sforzi di Seti e di suo figlio per trovare dell’acqua
in quel paese della sete. Ramses III ricorda orgogliosamente di avere fatto
costruire una grande cisterna nel deserto di Ayan facendola circondare da
mura solide come una montagna di bronzo... I portali dell’ingresso erano
d’abete, le serrature e i catenacci di bronzo. 25
In alcuni uadi del deserto orientale spuntava un albero prezioso, il
terebinto, la cui resina, sonté, veniva arsa nei templi, nei palazzi e nelle case.
Ma l’incenso, che si acquistava nel paese di Punt, era più gradito agli dèi.
Quando finalmente il naufrago si convinse che il serpente che regnava
sull’isola dove era stato gettato dalla tempesta era meno malvagio di quanto
sembrava, gli promise della resina di terebinto. Ma il serpente, sorridendo di
quella ingenuità, gli rispose: «Tu non hai molto incenso, pur essendo entrato
in possesso del terebinto. Ma io, sono il sovrano di Punt!». 26 L’incenso non
era sempre disponibile ma se questo mancava la resina di terebinto, gettata
sulle braci accese degli incensieri, produceva un odore grato alle narici degli
dèi e anche a quelle degli uomini. Non era superfluo bruciarla quando si
abbattevano gli animali nei cortili dei templi e anche nelle case la si usava per
disinfettare gli appartamenti, lottare contro gli insetti e le infezioni e anche
per la toilette. Le api amavano frequentare le radure di terebinto. Due specie
di cacciatori si radunavano intorno a esse: gli uni raccoglievano la resina e le
talee che sarebbero state interrate nei giardini dei templi, gli altri il miele
selvatico di cui si faceva grande uso. Ramses III aveva creato dei corpi di
polizia e di arcieri per scortare quelle carovane. Grazie a lui i viaggiatori si
sentivano sicuri nel deserto inospitale, come nel To-mery, la terra amata. 27

I viaggi a Biblo
Gli Egizi concepivano il mare, iôm, come un dio bramoso. Quando scorse
la bella creatura che gli dèi avevano assegnato a Bytau come compagna,
questo dio Iôm invase le terre per ghermirla, essi però, che non arretravano
davanti ai pericoli del deserto, osavano affrontare anche questo dio terribile. I
loro marinai conoscevano bene la riva siriana. Ai tempi in cui gli dèi
vivevano ancora sulla terra, la bara di Osiride, gettata nel Nilo da Seth, era
scesa lungo il ramo tanitico. Il mare l’aveva respinta fino a Biblo dove un
albero l’aveva accolta. Iside si recò in quel luogo miracoloso. Si mise accanto
a una fontana nell’ora in cui le serve della regina venivano a riempire le
giare, acconciò loro la capigliatura e fece loro sentire l’odore squisito che
emanava dalla sua persona. Sedotta da tanta gentilezza, la regina di Biblo rese
alla dea l’albero sacro che conteneva il corpo del suo sposo. Le relazioni,
iniziate così felicemente, non si sarebbero mai interrotte. Gli Egizi
sbarcavano nel piccolo porto di Keben portando offerte per la signora di
Biblo e le costruirono un tempio con l’aiuto degli abitanti del luogo. Al re
offrivano doni di benvenuto, vasi di alabastro, gioielli, amuleti e se ne
andavano con la resina, tavole e assi e persino navi completamente
equipaggiate: infatti il termine kebenit, derivato dal nome egizio di Biblo,
Keben, indica solo le navi che navigano in mare. Gli Egizi e gli Asiatici si
battevano ovunque si incontrassero, sul Sinai come in Palestina, sul Carmelo,
nel Retenu superiore, ma in Siria c’era un luogo, uno solo, dove i primi erano
bene accolti: era Biblo. Una volta degli Egizi vi furono massacrati, ma gli
autori dell’attentato non erano commercianti né marinai del posto ma Arabi,
avventurieri delle sabbie, gli eterni e perfidi nemici dell’Egitto. 28
Con il tempo gli Egizi avevano ampliato la loro zona d’influenza. Le loro
spedizioni ai tempi dell’Impero di Mezzo andavano da Beirut a Qatna, a
Ugarit e lasciavano in ricordo del loro passaggio statue e sfingi. Ma Biblo
mantenne sempre un posto privilegiato. I suoi re erano fieri di detenere il
titolo di principe egizio e della loro cultura egizia. Si facevano edificare
tombe a imitazione di quelle faraoniche popolandole secondo le idee egizie e
in parte con oggetti preziosi direttamente inviati da Ity-taui. Non sappiamo
se, durante l’invasione degli Hyksos, gli abitanti di Biblo abbiano tradito i
loro amici caduti in disgrazia. In ogni caso, i viaggi marittimi furono interrotti
e le persone pie si dovettero chiedere come procurarsi gli abeti âsh il cui
legname serviva per fare i sarcofagi dei sacerdoti e la resina per imbalsamarli.
Il ritiro dai commerci ebbe altre gravi conseguenze, perché le barche sacre,
gli alberi maestri con le banderuole eretti davanti ai templi, che superavano di
molti cubiti le trabeazioni dei pilastri, e molti altri mobili e oggetti erano di
legno d’abete. Ma quei tempi odiosi lasciarono il posto a tempi migliori.
Appena l’Egitto ebbe ripreso possesso del suo territorio, tornò a Biblo.
Thutmose III vi fece tappa durante le sue campagne trionfali e ottenne dal suo
alleato più legname e più imbarcazioni di quanti gli antichi Faraoni avessero
mai chiesto. Più tardi, quando la Siria complottò con i nemici dell’Egitto,
Ribaddi restò fedele ad Amenhotep III e al suo successore. Ramses II fece
incidere delle stele distribuite lungo il fiume del Cane, fra Beirut e Biblo.
Nella valle dell’Ash, dove un narratore del suo tempo aveva ambientato le
avventure di Bytau, fondò una città cui diede il suo nome. Nella stessa Biblo,
nel tempio, fece innalzare delle stele. A quei tempi il re di Biblo si chiamava
Ahiram. Come tutti i suoi sudditi, parlava e scriveva l’egizio e per la sua
lingua usava una scrittura alfabetica inventata forse nella stessa Biblo
derivata dalla scrittura ieratica semplificata. 29
I Faraoni guerrieri della XVIII dinastia insistettero sul fatto che i loro
messaggeri percorrevano la Siria in tutte le direzioni senza essere molestati.
Certamente quei messaggeri erano ricevuti amichevolmente a Biblo ma un
po’ più tardi, sotto gli ultimi Ramessidi e agli inizi della XXI dinastia, le cose
erano molto cambiate. Il re Zekerbaal, lontano successore di Melcandro che
era stato così cortese con Iside, non esitò a proporre all’inviato egizio di
mostrargli le tombe di numerosi messaggeri di Khaemhat, il decimo dei
Ramessidi, che erano morti a Biblo dopo lunga prigionia. 30 Unamon, più
fortunato, ottenne, dando prova di pazienza, di lasciare il porto con il suo
carico di legname ma dovette il suo successo alla protezione del dio Amon-
del-viaggio che aveva avuto la buona idea di mettere nei suoi bagagli.
Il caso di Unamon, bisogna riconoscerlo, era comunque piuttosto
speciale. Incaricato dal gran sacerdote di Amon di procurarsi un oggetto di
legno per la nave sacra del dio, l’Amonusirhat che, in piena stagione delle
inondazioni, navigava sul Nilo fra Karnak e Luxor, fra le acclamazioni di una
folla immensa, si era innanzitutto recato a Tanis, presso Smendes e sua
moglie Tentamon che non erano ancora riconosciuti come re e regina ma
erano già signori del paese. Gli fu data una barca attrezzata comandata dal
capitano Mengabuti e meno di quindici giorni dopo egli entrò nel gran mare
di Siria. Fece scalo a Dor, la città dei Saccali, e mentre faceva salire a bordo
un po’ di provviste, dieci cesti di pane, una giara di vino, una spalla di bue,
uno dei suoi marinai disertò con il tesoro, cinque deben d’oro e trentuno
d’argento. Sconvolto, Unamon scese e andò a trovare il re del paese, Badil, e
lo mise al corrente della disavventura: «Che tu sia di buono o di cattivo
umore – gli rispose il Saccalo – non ne so niente del caso di cui mi parli. Se
dunque il ladro che è sceso dalla tua nave e ha preso il tuo denaro è un uomo
del mio paese, ti rimborserò con il mio tesoro in attesa che trovi il ladro in
persona, ma se colui che ti ha derubato è uno dei tuoi, se fa parte del tuo
equipaggio, resta qui qualche giorno in modo che io lo possa cercare!». La
risposta era onesta ma di lì a nove giorni non erano ancora stati trovati né il
ladro né il denaro. Unamon riuscì a prendere in prestito trenta deben
d’argento e sbarcò a Biblo su un’imbarcazione che aveva trovato a Tiro. Il re
Zekerbaal rifiutò di riceverlo per ventinove giorni. Si decise a farlo solo
quando il dio tebano Amon, che si era impadronito di un uomo del seguito,
parlò per bocca sua e gli ordinò: «Porta il dio dell’alto. Porta il dio
messaggero di Amon che è con lui. Mandalo. Lascialo partire». L’indomani
Unamon salì a palazzo e trovò il re assiso sul suo trono che girava la schiena
al balcone dietro al quale si frangevano le onde del grande mare di Siria.
L’incontro non fu cordiale. I fatti davano torto a Unamon. Invece di arrivare
come un messaggero ufficiale in una nave armata da Smendes e di esibire le
sue credenziali, era sceso da una nave qualsiasi presa a nolo, senza carte.
Unamon riuscì a spiegare che era venuto ad acquistare il legname per la barca
sacra di Amonrasonter. Il re rispose: «Un tempo i miei eseguirono questa
missione perché il Faraone, Vita, Salute, Forza, mandava sei navi cariche di
prodotti dell’Egitto che erano poi venduti nei miei magazzini. Forse che tu mi
porterai mai quanto mi è dovuto?». La discussione continuò in questi termini:
«Fece portare il libro di ragione dei suoi padri e lo fece leggere in mia
presenza. Sul suo libro si trovarono in tutto mille deben d’argento. Mi disse:
“Se il sovrano d’Egitto fosse il mio signore e io il suo servitore non avrebbe
mandato oro e argento per dire: ‘Fa’ quel che ti comanda Amon’ senza
portare i barakat perché è quello che faceva a mio padre. Ma io, certamente,
non sono tuo servitore, non sono il servitore di chi ti ha mandato...”».
Unamon rispose esaltando la potenza di Amonrasonter, signore della vita e
della salute. «Signore dei tuoi padri», disse al re, «che hanno trascorso la vita
a servire Amon. E anche tu – continuò l’inviato – sei servo di Amon. Se tu
dici, io farò, io faccio per Amon se ti occupi del suo caso vivrai sano e in
buona salute sempre. Sarai il benefattore di tutto il suo paese. I tuoi uomini ti
augureranno le cose di Amonrasonter.» Dopo questa conversazione,
Zekerbaal caricò su una nave una testa di prua, una testa di poppa, un altro
pezzo di legno e quattro travi che inviò in Egitto con una lettera di Unamon.
Smendes e Tentamon ricambiarono con merci varie, oro e argento. Unamon,
personalmente, ricevette il necessario per vestirsi e mangiare. Il re era
soddisfatto. In mancanza delle benedizioni di Amon, di cui il messaggero
pretendeva che egli si accontentasse, e senza preoccuparsi molto delle sue
minacce, immagazzinò le merci egizie, convocò trecento uomini, altrettanti
buoi e diede loro dei capi. Fece abbattere degli alberi e, finito l’inverno, li
fece trascinare sulla riva. A questo punto sembrava che Unamon dovesse
partire con il suo legname: ma le cose non erano così semplici. Zekerbaal non
riteneva di essere stato pagato adeguatamente. Unamon, serissimo, lo sfidò a
fare incidere su una stele: «Amonrasonter mi ha inviato un messaggero,
Amon-del-viaggio, Vita, Salute, Forza, con Unamon, suo messaggero umano,
per il legname della nave sacra di Amonrasonter. Io l’ho tagliato. L’ho fatto
caricare. L’ho trasportato con le mie navi e i miei equipaggi. Ho fatto loro
raggiungere l’Egitto per ottenere cinquant’anni di vita più di quanti non mi
spettassero per destino. Così sia!». «Più tardi – aggiunse l’arguto Unamon –
quando un altro Egizio leggerà questa stele, tu riceverai l’acqua dell’Amentit
e di tutti gli dèi che ci vivono!» È giusto, concesse il re sconfitto, e Umamon
promise che il primo profeta di Amon, dopo un circostanziato rapporto in
proposito, gli avrebbe mandato dei doni.
I commentatori moderni in genere hanno fatto osservare come questo
racconto riveli che l’Egitto era debole e disprezzato ai tempi di Smendes.
Anche all’epoca del suo potere, tuttavia, il Faraone non aveva mai ritenuto il
re di Biblo un vinto, uno schiavo costretto a consegnare gratuitamente il suo
legname. Il messaggero egizio si presentava con lettere ufficiali, con oro e
argento, con merci. Il re di Biblo incassava e consegnava il legname. Poi ci si
scambiavano benedizioni e ringraziamenti. Il Faraone aggiungeva dei doni
che non gli costavano niente, come degli amuleti o una sua statua. Il re di
Biblo, lusingato, riceveva la statua e vi faceva incidere in fenicio l’auspicio
che la dea di Biblo gli aumentasse gli anni di regno. Le cose andavano avanti
così dai tempi del dio.
Uscendo dal porto di Biblo, Unamon sfuggì fortunosamente ai Saccali
che gli avevano teso un trabocchetto, poi cadde nelle mani dei Ciprioti che lo
volevano uccidere. Il papiro è lacerato verso la fine, quindi non sappiamo
come si sia sottratto a quest’ultimo pericolo ma evidentemente ci riuscì. I
popoli del mare cominciarono a far parlare di sé sotto il regno di Ramses II.
Fin da quei tempi, la loro presenza costituì per i navigatori egizi un pericolo
supplementare, anche se i traffici non si interruppero mai veramente.
Abbiamo una testimonianza precisa di Ramses III in proposito: «Io ti [ad
Amon] ho fatto edificare barche, mezzi di trasporto, battelli con archi e con
tutta l’attrezzatura, sul Grande Verde. Li ho riforniti di capi degli arcieri, di
capitani accompagnati da numeroso equipaggio, senza lesinare, per
trasportare i beni della terra di Fenicia e dei paesi stranieri dalle estremità
della terra ai tuoi grandi magazzini in Tebe la vittoriosa». 31 Notiamo che il
Faraone non contava solo su Amon. Compagnie di arcieri adeguatamente
comandate e bene armate dovevano difendere le navi da ogni aggressione e
far rispettare a terra i messaggeri.

I viaggi nel mar Rosso


La destinazione dei viaggi nel mar Rosso era il paese di Punt al di là dello
stretto di Bab el-Mandeb, sulla costa dei Somali, di fronte alla costa araba.
Era il paese dell’incenso. Il buon serpente che conosciamo grazie al racconto
del naufrago si proclama sovrano di Punt e signore dell’incenso ânti. Gli
Egizi frequentavano Punt fin dai tempi del dio. Avevano anche organizzato,
fin dai tempi dell’Impero Antico, una linea di navigazione che collegava
Biblo sulla costa siriana alla riva di Punt, gli Scali dell’abete agli Scali
dell’incenso. 32 Le navi partivano da Biblo, raggiungevano il litorale egizio,
risalivano il ramo tanitico del Nilo fino a Bubaste, raggiungevano attraverso
un canale lo uadi Tumilat che può essere considerato come il ramo più
orientale. L’uadi non era navigabile tutto l’anno ma poteva, nelle epoche di
piena, trascinare le galere degli Egizi che affondavano assai poco nell’acqua.
Attraversando i Laghi Amari, le galere raggiungevano il fondo del golfo di
Suez e proseguivano la loro lenta navigazione fino al paese di Punt. I
Beduini-che-sono-nelle-sabbie che, per quanto barbari, trasportavano
viaggiatori e merci dalla Siria all’Arabia per via di terra, tentarono di
impedire il funzionamento della linea marittima. Pepi I inviò varie spedizioni
contro i Beduini ma gli attentati ripresero ogni volta. Sembra che dopo il
regno di Pepi II i re abbiano rinunciato per un certo periodo ai viaggi, che
ripresero sotto l’Impero di Mezzo e furono ancora interrotti durante
l’occupazione degli Hyksos. La regina Hatshepsut ne riprese la tradizione che
dopo di lei fu mantenuta da Thutmose III, Amenofis II, Horonemheb, Ramses
II e Ramses III. 33 Per porre la sua residenza del Delta in collegamento con il
mar Rosso, Ramses II restaurò a caro prezzo il canale dei due mari di cui si
sono trovate le tracce scavando il canale attuale. Lungo quel canale
sorgevano le città di Pi-Ramses, Bubaste e Pithom e stele di granito erette su
un alto piedestallo che spiegavano ai meravigliati navigatori la gloria del re e
l’ardimento dei suoi disegni. 34
Supponiamo che le navi provenienti dalla Siria scaricassero viaggiatori e
merci sulle banchine di Pi-Ramses e ne imbarcassero altri per il paese di
Punt. Erano dei Kebenit, cioè delle navi di tipo fenicio, costruite a Biblo e
vendute agli Egizi dai Libanesi oppure prodotte nei cantieri navali egizi ma
con legnami importati dalla Siria e sul modello delle navi di Biblo stessa.
Alcune rappresentazioni che le raffigurano sono giunte fino a noi. La più
antica risale a Sahurê, la seconda alla regina Hatshepsut. 35 Ma nell’intervallo
di più di un millennio che separa i due sovrani la tipologia delle navi quasi
non si era trasformata. Un lungo scafo munito di uno sperone nella parte
anteriore, in quella posteriore si innalzava e incurvava per finire in un’enorme
ombrella. I posti d’osservazione erano due, uno davanti e l’altro didietro. Due
anche i timoni, uno da ogni lato nei pressi della parte posteriore della nave.
Un’enorme cordame sostenuto da quattro pali biforcuti collegava le due
estremità dello scafo. Un unico albero maestro sostenuto da quattro corde si
innalzava non lontano dal centro e sosteneva un’unica vela più larga che alta.
L’equipaggio era numeroso perché appena il vento non gonfiava più la vela i
marinai correvano ai remi. Questi marinai erano uomini esperti «che avevano
visto la terra, erano prudenti più delle fiere, sapevano prevedere la tempesta
prima che scoppiasse». Rappresentanti di Sua Maestà, scribi, soldati
viaggiavano con loro. La nave era carica dei prodotti egizi che gli indigeni di
Punt apprezzavano di più, oggetti d’abbigliamento di lusso, specchi e armi.
La flotta partiva salutata dal re, entrava nei canali, superava Pitum dove gli
Ebrei penavano a fare mattoni e raggiungeva il Grande Verde. Sull’una o
sull’altra delle due rive della Terra divina una sentinella aveva visto le navi
egizie e ne annunciava l’arrivo. Il re, la regina e i capi uscivano dalle capanne
costruite su palafitte in una laguna, salivano su asini e andavano incontro ai
viaggiatori.
Gli abitanti del luogo erano alti come gli Egizi, ma con le spalle larghe e
la testa rotonda. Avevano le barbe intrecciate come quelle degli dèi della
valle del Nilo e dei Faraoni. La sola differenza era che la loro barba era
naturale e quella degli Egizi posticcia. Portavano al collo un medaglione
rotondo come quello di moda presso i Siriani. La regina era una persona assai
strana: è rappresentata come un ammasso di carni tremolanti di cui ci si
chiede come facesse a camminare. Sua figlia, benché giovane, non era molto
diversa. I disegnatori egizi guardavano con gli occhi sgranati quel mondo
nuovo per loro. Avranno annotato un abbozzo dei loro ospiti su un pezzo di
papiro, in fretta, o avranno atteso di essere smontati da bordo per fissare il
ricordo della spedizione? È certo, comunque, che ne avevano un quadro
vivissimo e che hanno riprodotto con scrupolosa fedeltà tutto quello che
meritava di essere annotato, il re, la regina, il villaggio e i suoi abitanti, i
pesci e i crostacei.
Subito veniva montata una tenda e si scambiavano frasi di benvenuto. Gli
indigeni adoravano con rispetto Amon-Ra, il grande e antichissimo dio che si
spingeva verso i paesi stranieri; erano lieti di incontrare gli Egizi e sapevano
benissimo che cosa volevano. Fingevano però di stupirsi e chiedevano: «Per
quale ragione vi siete spinti fino a questo paese ignoto agli uomini? Siete
scesi dal cielo? Avete navigato per acqua o per terra? Com’è fertile la Terra
divina che adesso calpestate! È Ra, il re di Tomery. Non c’è trono che sia
lontano per Sua Maestà. Noi viviamo del respiro che Essa ci dà!». Secondo
gli ordini del palazzo Vita, Salute e Forza ai sovrani venivano offerti del pane
e della birra, del vino, carne e frutta e tutte le cose che si trovavano a Tomery.
Diamo qui di seguito l’elenco delle cose che gli Egizi avrebbero portato
via: non perdevano certamente nel cambio. Tutti i bei tronchi di Tonutir,
mucchi di grani d’incenso, alberi per l’incenso verde, ebano e avorio, oro
fresco di Amu, tre profumi (tishepses, khasyt e ihmet), terebinto, collirio
nero, due specie di scimmie, levrieri, pelli di pantera del sud, servi con i loro
figli. Tutti prodotti preziosi ma dopo tutto anche le carovane che venivano
dall’Alto Nilo portavano ebano, avorio, pelli di pantera e altri prodotti; ciò
che invece esse non trasportavano e che valeva il viaggio, con le sue fatiche e
i suoi pericoli, erano i grani d’incenso e soprattutto i trentun alberi da incenso
imballati con le loro radici e la terra d’origine. Non ci stupiremo dunque che i
fortunati navigatori siano stati accolti con acclamazioni quando sbarcarono ad
Apit-esut. I portatori lieti di faticare al servizio del re, si rivolsero agli alberi
vivi come a esseri sacri: «Siate felici con noi, alberi da incenso, che eravate
nel Tonutir, nella proprietà di Amon che sarà la vostra residenza. Makarê (la
regina) vi farà crescere nel suo giardino sui due lati del suo tempio, come suo
padre ha ordinato».
Gli abitanti di Punt avevano chiesto ai loro visitatori se fossero arrivati
per via di terra o per via di mare. Per andare dall’Egitto a Punt effettivamente
si poteva scegliere fra due itinerari. Prima dei Ramessidi e anche prima della
regina Hatshepsut, sotto l’XI dinastia, un esploratore di nome Henu era
andato dall’Egitto a Punt e ne era tornato viaggiando sia per terra sia in nave.
Il suo signore l’aveva incaricato di acquistare incenso fresco dagli sceicchi
del deserto. Probabilmente aveva sfruttato la paura che incuteva il Faraone. Il
suo viaggio aveva dunque un duplice scopo, commerciale e politico: «Io sono
partito da Coptos – egli disse – lungo la strada che aveva fissato sua Maestà. I
soldati che erano con me appartenevano al sud, nella proprietà di Uabut, da
Gebelin fino a Shabit. Tutte le funzioni reali, la gente di città e di campagna
riunita marciava dietro di me. Gli esploratori aprivano la strada per abbattere
i nemici del re. I figli del deserto facevano da guardie del corpo. Tutti i
funzionari di Sua Maestà erano ai miei ordini. Essi corrispondevano con dei
messaggeri. Con un unico ordine. Sua Maestà si collegava con milioni».
«Partii con un esercito di tremila uomini. Ho trasformato la strada in
fiume, il paese rosso in un angolo di radura. Ho dato un otre, un bastone, due
giare d’acqua, venti pani a ogni uomo, tutti i giorni. Le giare erano trasportate
da asini. Quando uno era stanco, lo sostituiva un altro. Ho fatto dodici
cisterne nello uadi, due cisterne a Idahet, che misuravano venti cubiti per
trenta. Ne ho fatta un’altra a Iaheteb che misurava dieci cubiti per lato, nel
punto dove le acque si incontravano.
«E finalmente sono arrivato al Grande Verde. Ho fatto questa nave e l’ho
equipaggiata completamente. Ho fatto per essa una grande offerta di buoi
selvatici, di buoi africani e di bestiame piccolo. Dopo essere entrato nel
Grande Verde ho fatto quello che aveva ordinato Sua Maestà e gli ho
riportato indietro tutti i prodotti che avevo trovato sulle sue rive della Terra
divina (Tonutir). Sono tornato passando per Uag e per Rohanu. Gli ho portato
pietre magnifiche per le statue dei santuari. Mai cose simili erano giunte alla
residenza reale. Mai niente di simile era stato fatto da nessuna persona
conosciuta dal re dai tempi del Dio.» 36
Come si è visto, si era trattato di una spedizione molto impegnativa. Henu
aveva attraversato il deserto con tremila uomini. Guidato dai figli del deserto
e restando in collegamento con la residenza reale, si era diretto verso sud-est
invece di prendere la strada più comune che andava diritto a Oriente.
Scavando cisterne per la strada, era giunto al punto del litorale dove più tardi
sarebbe sorto il piccolo porto di Berenice. Là aveva costruito una nave, a suo
dire, certamente con materiali importati dal Libano e giunti via mare. Aveva
raggiunto il paese di Punt, aveva visitato le due rive della Terra divina,
acquistato incenso e tutti i prodotti di quei paesi. Sulla via del ritorno, la nave
lo depositò a Qosseir da dove egli passò nella valle di Rohanu e si fermò non
per riposare ma per preparare un carico di pietre destinate ad alimentare i
laboratori degli scultori. Henu aveva impiegato davvero bene il suo tempo e
aveva meritato che il suo nome fosse citato fra gli esploratori dell’antichità
perché il romano Elio Gallo, sotto il regno di Augusto, fece molta fatica a
ripeterne le imprese. 37
Approfittando dell’esperienza acquisita, le spedizioni di Punt sotto
Ramses III utilizzavano sia la via di terra sia quella di mare. Questo re aveva
organizzato le sue spedizioni senza risparmiare i mezzi. La flotta
comprendeva molte grandi navi e le barche di scorta. Il personale era
composto da marinai, arcieri, con i loro comandanti, e gli addetti
all’approvvigionamento. Erano state imbarcate enormi quantità di viveri e di
merci, per nutrire l’equipaggio e per facilitare i commerci. Secondo il
cronista egizio, questa flotta non partì dal mar Rosso ma dal mare di Mu-
qedi, che può essere solo il golfo Persico perché Mu-qedi, l’acqua del paese
di Qede, nel Naharina, è il nome che gli Egizi davano all’Eufrate. 38 È
possibile che Ramses III fosse riuscito a trascinare gli abeti del Libano fino
all’Eufrate come un tempo aveva fatto Thutmose III 39 e che avesse costruito
una flotta sulle rive di quel fiume. Forse aveva trattato con il re di Babilonia
per raggiungere un’intesa in base alla quale i suoi soldati e funzionari, giunti
all’Eufrate, poterono imbarcarsi e continuare il viaggio su navi babilonesi. In
ogni caso la flotta che portava gli inviati di Ramses III dovette scendere
lungo l’Eufrate e circumnavigare l’enorme penisola arabica per raggiungere –
senza incidenti, grazie al timore che il nome del Faraone ispirava – il paese di
Punt.
Le cose tutto sommato andarono come ai tempi della regina Hatshepsut.
Gli Egizi presero contatto con gli indigeni, consegnarono loro i doni del
Faraone, quindi caricarono le navi e le barche dei prodotti di Tonutir, di tutte
le meraviglie misteriose delle sue montagne; soprattutto non dimenticarono
l’incenso secco. Poi risalirono lungo il mar Rosso fino al golfo di Suez e
raggiunsero la valle del Nilo attraverso il canale di Pithom. Ma nel frattempo
i figli dei capi di Tonutir erano sbarcati nella regione di Berenice oppure in
quella di Qosseir con i loro prodotti. Formarono una carovana, caricarono le
merci sugli asini e anche sugli uomini e giunsero in perfette condizioni fino
alla montagna di Coptos, si imbarcarono a Coptos per via di fiume e
raggiunsero finalmente Tebe in festa. «Ci fu una sfilata dei prodotti e delle
meraviglie – concluse il re – alla mia presenza. I figli dei loro principi
salutavano la mia faccia, baciavano la terra, si prosternavano in mia presenza.
Io li ho dati all’Enneade di tutti gli dèi di questo paese per soddisfare i loro
principi al mattino.»
Benché non lo si dica esplicitamente, si può ipotizzare che i carovanieri
arrivassero a Coptos o a Tebe insieme a coloro che avevano continuato il
viaggio in nave. La decisione di utilizzare due itinerari di viaggio aveva
evidentemente lo scopo di aumentare le occasioni di ricevere i prodotti di
Punt, perché grandi erano i rischi del viaggio per mare. Molte navi perirono
trascinando con sé uomini e beni, senza che un solo sopravvissuto potesse
raccontare come il naufrago poeta: «Sopravvenne la tempesta mentre
eravamo nel Grande Verde prima che riuscissimo a toccare terra. Si levò il
vento e poi raddoppiò. Spingeva un’ondata alta otto cubiti. Mi sono afferrato
a una tavola. Ecco che la nave va a fondo. Di quelli che vi si trovavano non
ne resta nemmeno uno!».
Era un bel viaggio, ma gli Egizi sotto Ramses II ne avevano compiuti di
ancor più remoti e più audaci, di cui gli autori classici avevano comunque
sentito parlare. Gli Egizi usavano da sempre la pietra blu, il lapislazzuli, che
non si trova nei deserti africani. 40 Tutto il lapislazzuli noto agli antichi è stato
fornito da un solo paese, la Battriana, dove si poteva arrivare dalla Siria e
dall’Egitto per via di terra e forse ancor più comodamente scendendo lungo
l’Indo e seguendo la costa, come dovette fare Nearco, fino alla foce
dell’Eufrate. Gli Egizi non andavano in cerca del lapislazzuli nel suo
territorio d’origine: si accontentavano di acquistarlo in una città detta Tefrer 41
che, se non m’inganno, è Sippar, città fortificata posta su un canale che
collega il Tigri all’Eufrate, che in questa regione scorrono vicinissimi. In
Egitto si sapeva che il lapis proveniva da Tefrer e il nome di questa città era
dato anche a una pietra della stessa origine ma che non è stata identificata.
Ora, un certo anno, il Faraone, che si trovava nel Naharina ed era intento
a ricevere l’omaggio dei principi stranieri, vide venire verso di lui il re di
Bakhtan, il re di Battriana in persona, che gli offrì la sua stessa figlia e dei bei
doni, sollecitandone l’alleanza. Il Faraone accettò e rientrò a Tebe con la
principessa. Qualche tempo dopo, un emissario del re di Bakhtan gli chiese
udienza e informò il Faraone che la sorella della principessa era malata. Il
Faraone mandò nel paese di Bakhtan uno dei suoi medici migliori, scelto
dalla casa di vita, ma la principessa non guarì e un nuovo emissario rifece il
lungo viaggio dal Bakhtan all’Egitto. Poiché il medico non aveva avuto
successo, non restava altro da fare che inviare a Bakhtan un dio. Fu scelto il
dio Khonsu, che regge i destini. Questi partì su una grande imbarcazione,
scortato da cinque piccoli battelli, e arrivò a Bakhtan in un anno e cinque
mesi, il che non è inverosimile se si pensa che la flottiglia dovette attraversare
tutto il mar Rosso, circumnavigare l’Arabia, seguire la costa degli Ittiofagi e
risalire l’Indo fino a un punto in cui i passeggeri potessero sbarcare per
raggiungere la residenza del re di Bakhtan. Il dio vi rimase tre anni e nove
mesi. Poi il re, un po’ a malincuore, gli permise di ripartire per l’Egitto con
numerosi doni e una forte scorta di soldati e cavalli. Il primo messaggero di
Bakhtan era arrivato a Tebe nell’anno XV. Il dio rientrò nella sua dimora
nell’anno XXXIII. Nell’intervallo si situano il primo viaggio dell’emissario,
il suo ritorno con il medico egizio, il secondo viaggio e il secondo ritorno con
il dio e, infine, i tre anni e nove mesi di attesa del ritorno del dio in Egitto. La
distanza fra Tebe e Bakhtan era stata coperta cinque volte.
La stele del Louvre dove sono narrati questi avvenimenti ha tutto il tono
di un documento ufficiale. 42 Esordisce con un protocollo reale i cui tre primi
nomi sono tratti dal protocollo di Thutmose IV, il primo sovrano del Nuovo
Impero a sposare una principessa straniera, mentre i due cartigli sono identici
a quelli di Ramses II. Non crediamo che questa sia una ragione valida per
attribuire al documento una data tardiva considerando la storia
completamente inventata. I re dell’antichità si scrivevano molto fra loro e i
medici egizi erano molto richiesti all’estero. 43 Il ricordo delle spedizioni di
Sesostris nel mare Eritreo era ancora vivo ai tempi di Alessandro Magno. 44
Non è affatto inverosimile che Ramses abbia voluto comunicare direttamente
con il paese dal quale l’Egitto riceveva da secoli marmi preziosi e tanto
apprezzati dagli scultori e dal pubblico.
1. Coffin texts, I, 10.
2. Orb., XIII, 1.
3. Uni, 19-20.
4. Siut, III, 10-11.
5. Maspero, Histoire, II, 123.
6. Strabone, XVII, 44. Alcuni dèi nuotatori sono rappresentati nella tomba di Merreruka e su una
patera del generale di Busennes Undebaunded.
7. Papiro 10052 del Br. Mus., tav. XIII, 1-15.
8. Pap. Chester Beatty, I, V, 3-6 (Horo-Seth).
9. Montet, Vie privée..., 379-380.
10. Bibl. æg, VII, 37. Cfr. più sopra, p. 139.
11. Th. T.S., III, tav. VI.
12. Th. T.S., I, tav. XII; Miss. fr., V, 582, 517; Wr. Atl., I, 308.
13. Th. T.S., IV, tavv. XI-XII.
14. Th. T.S., IV. tavv. XXXII; Wr. Atl., I, 199, 323; El. Am., I, 29.
15. Wr. Atl., I, 129.
16. Paheri, tav. III.
17. Ham., 192.
18. Wr. Atl., 121; Miss. fr., V, 277 e tav. III.
19. Newberry, Beni-Hasan, I, tav. XXX, 11, tav. IV.
20. Wr. Atl., II, tav. VI.
21. Ann. S.A.E., XXXIX, 57.
22. Ham., 199.
23. Ham., I.
24. Riprodurre in Bibliothèque égyptologique, X, 183-230; cfr. Gardiner in The Cairo scientific
journal, VIII, 41.
25. Pap. Harris, I, tav. 77-7-8.
26. Naufrago, 149-151.
27. Pap. Harris, I, tav. 28, 3-4, tav. 48, 2.
28. Montet, Le drame d’Avaris, 19-28, 35-43.
29. Montet, Byblos et l’Égypte, 236-237, 295-305. Dunand. Byblia Grammata, Beirut 1945.
30. Unamon, II, 51-52. Il racconto di Unamon si trova tradotto integralmente in Maspero, Contes
populaires, IV ed., 217-230.
31. Pap. Harris, I, tav. VII, 8.
32. Montet, Le drame d’Avaris, 26-28.
33. Il documento principale sui viaggi degli Egizi nel paese di Punt si trova nel tempio di
Hatshepsut a Deir el-Bahari (Naville, Deir el-Bahari, III, 69-86 e Urk., IV, 315-355). Per questi viaggi
sotto Thutmose III, cfr. Urk., IV, 1097, Wr. Atl., I, 334; sotto Amenofis II, Wr. Atl., I, 347-348; sotto
Horonemheb, Wr. Atl., II, 60; sotto Ramses II e Ramses III, Pap. Harris, I, 77-78.
34. Montet, Le drame d’Avaris, 131-133.
35. Ibid., 21.
36. Ham., 114.
37. Strabone, XVI, 22.
38. Questa espressione si trova solo nel Papiro Harris I e in una stele di Thutmose I (Gauthier,
Dict. Geogr., III, 33). Il termine Muqedi di solito è tradotto con acqua rovesciata, perché gli Egizi
avevano notato che l’Eufrate scorreva in senso contrario al Nilo, più o meno da nord a sud. Gli Egizi
che amavano i giochi di parole scrivevano il nome del paese di Qede come participio del verbo qdy.
39. Iscrizione di Thutmose III nel Gebel Barkal, AZ, LXIX, 24-39: cfr. C.R. Académie des
Inscriptions, 1933, 331.
40. Lucas, Ancient egyptian materials and industries, II ed., 347.
41. Il lapislazzuli di Tefrer è citato già sotto l’Impero di Mezzo nell’iscrizione di un viaggiatore di
nome Khety (J.E.A., IV, tav. IX), in un elenco di pietre preziose (Chassinat-Palanque, Fouilles
d’Assiout, 108 e 212) e in una di Ramses II (Piehl, Inscr. hiér., I, 145d). Ho trovato nella tomba di
Psusennes una collana di lapislazzuli montata su oro che comprende una perla con un’iscrizione in
caratteri cuneiformi sulla quale M. Dhorme ha decifrato il nome di un paese vicino a Elam, di un re e di
una principessa (C.R. Ac. des Ins., 1945).
42. La stele del principe di Bakhtan è tradotta integralmente nei Contes populaires, cit., di Maspero.
Una traduzione più recente e una fotografia della stele sono state pubblicate a cura dell’abate Tresson in
Revue biblique, 1933.
43. Tel Ogiahorresne, medico di Sais, che Cambise chiamò presso di sé (Posener, Première
Domination perse en Égypte, 1-2).
44. Arrien, L’Inde, V, 5; Diodoro, I, 55; Strabone, XVI, 4, 4.
VIII
Il faraone

Il dovere essenziale dei re


L’arte di far vivere gli uomini in società obbediva in Egitto a regole un
po’ particolari. Se gli dèi sceglievano come sovrano Vita, Salute, Forza un
essere nato dalla loro carne, il paese conosceva pace e prosperità.
Un’inondazione generosa faceva spuntare dalla terra l’orzo e l’amidonnier.
Le greggi si moltiplicavano. L’oro, l’argento e il rame, il legname prezioso,
l’avorio, l’incenso e i profumi, le pietre affluivano dai quattro punti
dell’orizzonte. Ma tutto cambiava se la condizione originaria non era più
rispettata. La terra d’Egitto andava alla deriva. Non c’era più nessuna autorità
perché tutti volevano comandare. Il fratello uccideva il fratello e ben presto –
vergogna suprema – lo straniero diventava il padrone. Il Nilo smetteva di
inondare le terre. Il popolo non aveva più da mangiare. Non ne arrivava più
dalla Siria né da Kush. Non si presentavano più offerte nei templi degli dèi,
che distoglievano lo sguardo da coloro che erano stati infedeli.
Il primo dovere del Faraone era dunque quello di attestare la sua
riconoscenza agli dèi signori di tutte le cose. Un luogo comune che si legge
all’inizio di molte stele ufficiali afferma che Sua Maestà si trovava a Menfi, a
On, a Pi-Ramses o a Tebe, intento a fare ciò che piace agli dèi, a restaurare
ciò che era in decadenza, a costruire nuovi santuari, a renderne più solide le
mura, a popolarli di statue, a rinnovarne l’arredo e le barche sacre, a innalzare
obelischi, a coprire di fiori gli altari e le tavole delle offerte, a superare in
generosità i re precedenti. Ascoltiamo la preghiera e la confessione di Ramses
III: «Rendiamo omaggio a voi, dèi e dee, signori del cielo, della terra,
dell’oceano, dal grande passo nella barca di milioni [di anni], accanto al loro
padre Ra il cui cuore si rallegra quando vede la loro perfezione per rendere il
Tomery [...] Egli è lieto, si ringiovanisce a vederli grandi nel cielo, potenti
sulla terra, che danno il respiro ai nasi tappati».
«Io sono vostro figlio che le vostre braccia hanno prodotto. Voi mi avete
posto come sovrano Vita, Salute, Forza di tutta la terra. Avete fatto per me la
perfezione sulla terra. Io svolgo le mie funzioni in pace. Non faccio riposare
il mio cuore intento alla ricerca di ciò che è utile ed efficace per i vostri
santuari. Con grandi decreti stabiliti in tutti gli uffici preposti alla scrittura
costituisco loro dotazioni di uomini, terre, bestiame, navi. Sul Nilo
galleggiano le loro zattere. Ho reso la prosperità ai vostri santuari che un
tempo erano in decadenza. Ho istituito per voi offerte divine in più di quelle
che esistevano davanti a voi. Ho lavorato per voi nelle vostre case d’oro con
l’oro, l’argento, il lapislazzuli e la turchese. Ho controllato i vostri tesori. Ho
riempito i vostri granai di mucchi d’orzo e di grano amidaceo. Vi ho fatto
costruire castelli, santuari e città. I vostri nomi sono incisi per l’eternità. Ho
dotato i vostri santuari anche di un gran numero di uomini. Non ho portato
via gli uomini né i capi che si trovavano nei santuari degli dèi anche se ci
sono stati dei re che l’hanno fatto per iscriverli negli elenchi dell’esercito e
degli equipaggi. Ho emanato dei decreti per stabilire [queste volontà] in terra
a uso dei re che verranno dopo di me. Vi ho consacrato offerte composte di
ogni specie di cose buone. Vi ho fatto dei depositi per le feste, pieni di cibi.
Vi ho fatto dei vasi smaltati d’oro, d’argento, di rame a milioni. Ho costruito
le vostre barche che sono sul fiume con la loro grande dimora rivestita
d’oro.» 1
Dopo questo preambolo, Ramses enumera ciò che ha fatto nei principali
templi d’Egitto. Già si era dilungato sulle donazioni che aveva concesso a
favore di Amon, signore dei troni delle due terre, di Tum, signore delle due
terre di On, di Ptah, il grande, che sta a sud del suo muro, e delle loro
paredre. Spogliando se stesso e l’Egitto a favore degli dèi, Ramses III non
aveva avuto un comportamento innovativo. Da quando esistevano i faraoni, si
poteva dire pressoché di ognuno di essi quello che si legge sulla stele di
Amada. «Questo re è un benefattore grazie ai lavori che ha intrapreso per tutti
gli dèi costruendo i loro templi, modellando le loro immagini.» 2 Ramses II
appena incoronato concepì l’ambizioso progetto di comportarsi come un
figlio pietoso riguardo ai suoi padri divini come suo padre carnale Menmaatra
Seti-Merenptah, che aveva avviato importanti lavori nella città di Anhur e di
Unnefer che da quando erano sospesi la facevano sembrare, in certi punti, un
cantiere e in certi altri un ammasso di rovine. I segnali di confine della
proprietà divina non erano stati piantati a terra solidamente e chiunque poteva
strapparli. Ramses dunque convocò, tramite il sigillatore reale, i cortigiani, i
nobili reali, i capi dell’esercito, gli addetti ai lavori e i conservatori della casa
dei libri e rivolse loro questo discorso: «Vedete, vi ho fatto chiamare a causa
di un’idea che mi è venuta alla mente. Ho visto le costruzioni della necropoli
e le costruzioni che sono in Abido. I lavori che vi sono stati avviati sono
rimasti incompiuti dall’epoca del loro iniziatore fino ad oggi. Quando un
figlio è salito al posto di suo padre non ha riparato il monumento di colui che
l’aveva generato. Allora mi sono detto: “Porta sicuramente buona sorte
restaurare ciò che è caduto in rovina. Fare il bene è cosa utile. Così il mio
cuore mi spinge a fare cose utili a favore di Merenptah”. Farò dire per
l’eternità dei tempi: “È stato un figlio che ha fatto ‘vivere il suo nome’”». Il
re prosegue a lungo sullo stesso tono e conclude: «È bello fare monumenti su
monumenti, due buone cose in una. Tale è il figlio, tale era colui che l’ha
generato». La proposta del re suscita l’entusiasmo dei consiglieri. Dopo
averli ascoltati, Sua Maestà diede ordine di affidare i lavori agli architetti.
Scelse i soldati, i muratori, gli incisori, gli scultori e i disegnatori, lavoratori
di tutte le corporazioni per costruire il santo dei santi di suo padre, per
rimettere in piedi tutto quanto era caduto in rovina nella necropoli. E fece una
volta per tutte l’inventario dei suoi campi, coltivatori e greggi. Nominò dei
sacerdoti con le loro attribuzioni ben definite, un profeta... Poi, rivolgendosi
direttamente al re suo padre, Usirmare, ricordò quello che aveva fatto per lui
e per il suo tempio: «Tutto andrà bene per te finché io esisterò, finché
Ramses-Miamun, che la vita gli sia donata come Ra, il figlio di Ra, vivrà». Il
re Menmaatra parlandogli come un padre al figlio gli assicurò che aveva
difeso la sua causa davanti a Ra e che tutti gli dèi, Ra, Tum, Thoth e Unnofre
e la grande Enneade divina esultavano a causa di quello che Sua Maestà
aveva fatto. 3
Nelle affermazioni del grande Ramses c’è un solo aspetto contestabile.
Ha avuto torto ad accusare indistintamente i suoi predecessori. Un secolo e
mezzo prima di lui, Menkheperrê aveva trovato il tempio di Ptah tebano in
uno stato indegno di un dio così importante. Le pareti erano di mattoni, le
colonne e le porte di legno, e tutto andava cadendo in rovina. Sua Maestà
ordinò di ridisegnare il tempio. Lo fece ricostruire in bella e bianca pietra
arenaria. Il muro di cinta fu consolidato per l’eternità. Le porte nuove erano
di abete, i cardini di rame d’Asia. «Mai niente di simile era stato fatto prima
di Sua Maestà», disse condividendo l’illusione cara a tutti gli Egizi, «l’ho
fatto più grande di prima. Ho purificato la sua grande dimora d’oro dei paesi
montuosi, tutti i suoi vasi d’oro, d’argento e di tutte le specie di pietre
preziose, i tessuti di lino bianco, i profumi di cose divine per fare ciò che gli
piace nelle feste che segnano l’inizio delle stagioni che hanno luogo in questo
santuario [...] Ho riempito il suo tempio di tutte le buone cose, buoi, pollame,
resina, vino, doni, verdura, quando Sua Maestà tornò dalle montagne di
Retenu.» 4
Dopo avere onorato gli dèi, restaurato gli antichi santuari e averne
costruiti di nuovi con i prodotti più rari e aver loro assicurato una rendita, il
re non aveva ancora fatto abbastanza. Doveva impegnarsi personalmente,
sorvegliare l’esecuzione dei suoi ordini e, quando i lavori erano terminati,
inaugurare il tempio e dedicarlo agli dèi. 5 Egli lanciava intorno a sé dei semi
di besin, colpiva dodici volte con la mazza la porta del tempio, consacrava il
naos con il fuoco, correva intorno alle mura con un vaso in ogni mano o, in
altri casi, con un remo e una squadra. Oppure a fianco del bue Apis. Inoltre
partecipava direttamente ad alcune cerimonie religiose. In occasione della
grande festa di Opet, il re non poteva evitare di apparire sulla nave sacra
lunga più di cento cubiti che veniva rimorchiata da Karnak a Luxor. La festa
di Min, agli inizi della stagione di shemu, era altrettanto popolare. Il re
doveva prendervi parte tagliando una manciata di bôti. Ramses III, in
particolare, non poteva delegare quel compito a nessuno perché l’anniversario
della sua incoronazione cadeva nello stesso giorno. Quando intraprese la
conquista dell’Egitto, Piankhi cominciò col festeggiare al suo paese, Napata,
la festa del capodanno. Arrivato a Tebe al momento della grande navigazione
di Amon, fece la scorta al dio. 6 A partire da questo momento, le battaglie e le
cerimonie si alternarono fino alla vittoria finale. Agli abitanti di Menfi, egli fa
dire: «Non vi chiudete. Non combattete la residenza di Shu nella sua prima
volta. Quando io entro, è lui che entra. Quando io esco, è lui che esce. Non è
possibile respingere i miei passi. Io presenterò offerte a Ptah e alle divinità
del Muro Bianco. Io onorerò Sokari nel suo scrigno misterioso. Io
contemplerò Colui che è a sud del suo muro. E tornerò indietro in pace [...]
lasciando il nomo del Muro Bianco intatto senza che i suoi fanciulli
piangano. Guardate i nomi del Mezzogiorno. Non vi è stato massacrato
nessuno, tranne gli empi che avevano bestemmiato Dio». 7 Dopo averla
espugnata, egli purificò la città con sale e profumi, si recò al tempio di Ptah,
si purificò nella camera di purificazione, celebrò tutte le cerimonie riservate
ai re, entrò nel tempio e offrì a suo padre Ptah Risanbuf una grande offerta.
Le cerimonie ripresero dopo On. Dopo avere compiuto vari atti
preliminari che dovevano permettergli di presentarsi degnamente nel
santuario interno e avere ricevuto gli omaggi del gran sacerdote e ascoltato la
preghiera che allontana dal re i nemici, Piankhi superò la scala della grande
balconata per vedere Ra nel castello del Pyramidion. Da solo aprì la serratura,
scostò i battenti e contemplò suo padre, la barca di Ra e quella di Tum. Poi
richiuse le porte, vi spalmò dell’argilla e vi impresse il sigillo reale. I
sacerdoti si prosternarono davanti a Sua Maestà e gli augurarono lunga vita e
prosperità. 8
Piankhi voleva dimostrare agli Egizi di essere quanto loro, se non più,
rispettoso delle antiche usanze. Ma tutto quello che racconta, l’avevano già
fatto i Ramessidi prima di lui. Quando attraversavano una città, i Ramessidi
entravano nel tempio e adoravano gli dèi. Ovunque il Faraone era come a
casa sua. Ovunque poteva vedere sui muri l’immagine di un Faraone nell’atto
di offrire agli dèi l’acqua, il vino, il latte, presentare l’immagine della verità,
bruciare grani di terebinto nell’incensiere. Del resto Ramses I e suo figlio
erano stati, prima di sedersi in trono, sommi sacerdoti di Seth e legati a vario
titolo al culto dell’ariete di Mendes e di Uagit, la dea-serpente onorata nella
loro città natale e nelle località vicine. 9 Ramses II stesso all’inizio del suo
regno portava il titolo di gran sacerdote di Amon. Ciò non gli impedì di
nominare quasi immediatamente un gran sacerdote titolare al quale un re
della sua età, così amante dei piaceri, della caccia e della guerra, era
certamente ben felice di cedere i minuziosi obblighi connessi alla carica. 10
Ma nemmeno Ramses II, come i suoi predecessori e i suoi successori, evitò
mai gli obblighi che ogni Faraone aveva contratto verso gli dèi in forza del
suo stesso titolo. In questo modo egli acquistava, certo a caro prezzo, la pace
del paese dal momento che il popolo dei lavoratori era tutto sommato
incapace di autentiche rivolte e che coloro che avrebbero potuto davvero
turbare l’ordine avevano invece tutto l’interesse a conservarlo.

La toilette reale
Il risveglio del re era certamente al centro di una cerimonia. Un alto
funzionario di nome Ptah-mose ricorda di essersi sempre alzato presto la
mattina, tutti i giorni, in modo da essere il primo a salutare il suo signore. 11
Non conosco nessuna rappresentazione del risveglio del re ma nella tomba di
Ptahhotep si può osservare come un personaggio importante si facesse
manipolare dal barbiere, dal manicure e dal pedicure in presenza dei membri
della sua famiglia e dei suoi dipendenti. Per il re non si poteva certo fare di
meno.
L’abbigliamento del re non era solo più sontuoso di quello dei principi,
dei capi civili e militari, ma doveva indicare la qualità di colui che lo
indossava. Il re non compariva mai in pubblico a testa nuda: portava sempre
un’acconciatura. Portava i capelli corti proprio per poterla cambiare
facilmente. L’acconciatura più semplice era costituita da una parrucca
rotonda decorata da un diadema che si annodava didietro e ricadeva sulla
nuca. Su questo diadema si attorceva un ureo d’oro la cui gola gonfia si
ergeva al centro della fronte. La corona del Sud, quella del Nord, la doppia
corona erano già acconciature da cerimonia. La prima consisteva in un alto
berretto che si assottigliava in alto e terminava in un rigonfiamento, la
seconda era una berretta che posteriormente si assottigliava in uno stelo
rigido mentre dalla base di questo stelo partiva un nastro di metallo che si
spostava in avanti formando una spirale. La doppia corona era una
combinazione delle prime due. Il re indossava spesso, soprattutto in
occasione delle parate militari e in guerra, un casco azzurro anch’esso adorno
di un ureo, con due nastri sulla nuca.
Corone e casco posavano direttamente sulla testa. Il nems era abbastanza
ampio da contenere la parrucca rotonda. Si poteva formarlo con un tessuto
che cingeva la fronte, passava sotto le orecchie, ricadeva da entrambi i lati del
volto sul petto e formava, posteriormente, una tasca che finiva a punta in
mezzo alla schiena. Questo tessuto era bianco a righe rosse. Si poteva anche
posare sulla testa del re un nems già pronto. Esso era tenuto insieme da una
striscia d’oro, particolarmente necessaria quando sopra il nems veniva posta
la doppia corona oppure la corona del Nord o quella del Sud. Sul nems si
potevano porre anche due piume alte e rigide o un atef composto dal berretto
dell’Alto Egitto affiancato da due piume elastiche e posato su due corna
d’ariete fra le quali brillava un disco d’oro e che reggevano degli urei a loro
volta sormontati dal disco. È evidente che queste acconciature erano riservate
alle cerimonie in cui il re restava quasi del tutto immobile.
La tenuta da cerimonia prevedeva anche una barba posticcia che imitava
la barba a treccioline in uso fra gli abitanti di Punt, la Terra divina, così
chiamata perché da essa provenivano molte grandi divinità egizie. Questa
barba era collegata tramite due supporti all’acconciatura, qualunque essa
fosse. Il re di solito si faceva radere la barba e i baffi ma qualche volta
portava invece una barba corta, di forma quadrata.
L’elemento essenziale dell’abbigliamento del Faraone – come degli Egizi
di tutte le condizioni – era il perizoma che però il re portava pieghettato e
spesso fermato da una larga cintura adorna di un fermaglio di metallo con il
cartiglio reale inciso con bei geroglifici. Qualche volta dalla cintura pendeva
un gonnellino a forma di trapezio allungato che poteva essere interamente di
metallo oppure poteva essere di metallo solo il contorno e l’interno allora era
di fili di perle. Alla base oppure tutto intorno a destra e a sinistra di questo
gonnellino c’erano degli urei col disco solare. Il re non disdegnava di
camminare a piedi nudi ma disponeva di un ricco assortimento di sandali di
metallo, cuoio e vimini. 12
I gioielli e gli oggetti decorativi completavano questo abbigliamento
sommario. Le collane del re erano le più diverse. Spesso consistevano in fili
di pezzetti d’oro forati in mezzo, oppure fili di perle o di palline, chiusi da un
fermaglio piatto posato sulla nuca da cui partiva una specie di toson d’oro di
grande effetto formato da catene e catenelle. Queste collane erano creazioni
relativamente recenti. La collana classica comprendeva più fili di perle
sostenuti fra due fermagli a testa di falco che si legavano alla nuca con due
cordoncini. Le perle dell’ultimo filo erano a lacrima, le altre rotonde o ovali.
Queste collane spesso pesavano alcuni chilogrammi. Come se ciò non
bastasse, il re si appendeva al collo, con una catena doppia, un pettorale a
forma di facciata di tempio e portava anche almeno tre paia di braccialetti,
uno vicino alle spalle, uno ai polsi e uno alle caviglie. 13 Talvolta su tutto
questo infilava una veste lunga, leggera e trasparente, a maniche corte, con
una cintura analoga, chiusa sul davanti.

Il re al lavoro
Diodoro, che si vantava di avere esaminato accuratamente le vicende
narrate negli Annali dei sacerdoti egizi, afferma che la vita pubblica e privata
dei re era scandita secondo norme severe. Il re si svegliava la mattina presto e
leggeva la posta. Faceva il bagno, indossava le insegne della regalità, offriva
un sacrificio, ascoltava le preghiere e le esortazioni del sommo sacerdote,
storie edificanti; poi il suo tempo era diviso fra le udienze, le sedute di
tribunale, la passeggiata e i piaceri. Doveva mantenersi sobrio e agire in tutto
secondo le leggi. Non se ne lamentava ed era lieto della sua sorte, obbedendo
a quelli che erano costumi consolidati. 14 Certo il comportamento dei Faraoni
non fu sempre così edificante come Diodoro ama credere, ma l’uso del tempo
da lui riferito corrisponde probabilmente a verità e i fatti che conosciamo
confermano le sue affermazioni.
Molti re hanno certamente eseguito il loro lavoro con coscienza e rigore.
Si facevano leggere la posta, si informavano sugli avvenimenti, dettavano
risposte e se necessario convocavano il loro consiglio. La formula: «Si venne
a dire a Sua Maestà...» è presente in moltissime stele ufficiali. Nella maggior
parte dei casi i contenuti di queste informazioni riguardano le imprese dei
nemici del re. Il re Psammetico II si trovava a Tanis a sacrificare agli dèi del
luogo quando venne informato che il nero Kuar aveva preso le armi contro
l’Egitto. 15 La guerra e la pace dipendevano dunque da lui ma le questioni
tecniche non lo lasciavano indifferente. Abbiamo visto Seti preoccupato di
rifornire di acqua i cercatori d’oro che sfruttavano la regione a est di Edfu.
Questa questione preoccupava il re a tal punto che andò personalmente a
rendersi conto delle sofferenze degli uomini che lavoravano, privi d’acqua,
sotto un sole ardente. 16 Ramses IV, che voleva innalzare dei monumenti ai
suoi padri, agli dèi e alle dee dell’Egitto, si documentò sui libri della casa di
vita a proposito delle vie d’accesso alla montagna di bekhen, quindi percorse
personalmente la montagna sacra. 17 La grandezza di Ramses II lo
schiacciava: si limitò quindi a studiare nel suo palazzo di Hatkaptah i sistemi
per trovare l’acqua nello spaventoso deserto di Ykayta. Si sedette su un trono
d’oro, indossò il diadema e le due piume e disse al sigillatore reale che stava
al suo fianco: «Chiama i grandi che sono davanti [alla sala perché] Sua
Maestà possa informarsi dei loro pareri. Proporrò loro direttamente il
problema». Furono immediatamente trascinati di fronte al dio buono come
dei malfattori, perché nessuno, nemmeno i suoi consiglieri, potevano
contemplare il volto augusto del Faraone senza provare terrore. Baciarono la
terra e furono resi partecipi del problema. Avrebbero violato i più elementari
princìpi della cortesia se avessero risposto direttamente e cercato di affermare
i loro saperi. La gloria dell’operazione che si doveva tentare sarebbe andata
tutta al re. Essi risposero dunque come i cortigiani convocati da Ramses
qualche mese prima per annunciare loro che voleva completare il tempio di
Abido, con un elogio incondizionato di quel re senza pari i cui progetti,
concepiti durante la notte, si sarebbero realizzati la mattina stessa, dopo avere
rievocato il fallimento dei tentativi anteriori e recenti: «Se tu dici a tuo padre
Hapi, padre degli dèi, di far salire l’acqua sulla montagna, egli farà tutto
quello che dici secondo i piani che si elaborano davanti a noi perché tutti i
tuoi padri divini ti amano più di qualunque altro re dai tempi di Ra».
L’udienza era finita. I tecnici si sarebbero messi all’opera e avrebbero tenuto
continuamente al corrente il re. Una stele di granito avrebbe reso eterno il
successo dell’impresa. 18
La nomina degli alti funzionari e dei dignitari di rango evidentemente
spettava al re. La scelta del sommo sacerdote di Amon era estremamente
importante. I Ramessidi non avevano dimenticato il conflitto che aveva
contrapposto la monarchia al clero del dio più potente e più ambizioso.
Ramses II si era addirittura attribuito, all’inizio del suo regno, il titolo di gran
sacerdote. Dopo essersi poi deciso, in breve tempo, a nominare un sommo
sacerdote, scelse al di fuori del clero di Amon un personaggio che non poteva
comunque essere il primo venuto perché era il sommo sacerdote di Anhur nel
nomo Thinita. Il re doveva averlo incontrato quando aveva visitato le
costruzioni iniziate da suo padre in quella santissima regione. Prima di
decidere, aveva consultato, con una tecnica il cui meccanismo in parte ci
sfugge, lo stesso dio. Gli aveva nominato il personale di corte, i capi dei
soldati, i profeti degli dèi, i dignitari della sua casa che stavano di fronte a lui.
Amon non si mostrò soddisfatto di nessuno di essi e mostrò di approvare solo
il nome di Nebunnef: «Siigli benevolo», disse il re concludendo la cerimonia,
«perché egli ti reclama». A quelle parole i cortigiani e il gruppo dei Trenta
insieme lodarono la bontà di Sua Maestà prosternandosi più volte davanti al
quel dio buono ed esaltando le sue anime con lodi che salirono al cielo.
Quando il concerto di lodi ebbe fine, il re consegnò al nuovo pontefice i suoi
due anelli d’oro e il suo bastone di argento dorato. Tutto l’Egitto fu informato
che corpi e beni del dominio di Amon gli erano stati assegnati. 19

Il diritto di grazia
I Ricordi di Sinuhit ci riferiscono il solo esempio a noi noto di un
colpevole graziato dal Faraone. Ma il narratore spiega lungamente come
erano andate le cose. Il re non si era limitato a sospendere la pena di Sinuhit
permettendogli di rientrare nel regno. Volle vederlo. L’avventuriero era
arrivato alla stazione della strada di Horos, al confine, dopo avere lasciato i
suoi amici Beduini e avere loro distribuito i doni inviati dalla corte e si era
consegnato ai soldati che lo accompagnarono in barca alla residenza di Ity-
taui. Il palazzo era stato informato dell’arrivo. I fanciulli reali si affollavano
nella sede del corpo di guardia. I cortigiani incaricati di introdurre i visitatori
nella sala delle colonne avevano avviato Sinuhit nella direzione giusta e il
suddito giunse davanti al sovrano, che stava seduto sul grande trono nella sala
d’argento dorato. Sinuhit si gettò a terra. L’enormità della sua colpa lo
invase. «Ero come un uomo afferrato dalle tenebre. La mia anima era venuta
meno. Le mie membra trasalivano. Il cuore non mi stava più in petto.
Sperimentai la vita insieme alla morte.»
Sinuhit fu fatto alzare. Il re, che gli si era rivolto duramente, si addolcì e
lo invitò a parlare. Sinuhit non abusò del permesso e concluse il suo breve
discorso dicendo: «Eccomi davanti a te. Tu sei la vita, che la Tua Maestà
faccia come vuole».
Il re fece entrare i fanciulli reali. Mentre si preparavano non poté
impedirsi di far notare alla regina come Sinuhit fosse cambiato. A forza di
vivere in mezzo agli Asiatici, era diventato simile a loro. La regina lanciò un
grido di stupore e i fanciulli reali approvarono tutti insieme l’osservazione del
re. «Non è più lui, in verità, mio signore Sovrano.» Poi portarono i crotali e i
due tipi di sistri che servivano a segnare il tempo e li presentarono al re
dicendo: «Che le tue due mani siano su queste belle cose, oh re, posa gli
ornamenti di Hathor. Che la Dorata dia vita al tuo naso, che la Dama delle
stelle si unisca a te!». Dopo essersi prodotti in lunghi elogi, chiesero il
perdono di Sinuhit, che aveva agito senza discernimento. La dea, alla quale
appartenevano i sistri e i crotali, che era detta anche la Dorata e la Dama delle
stelle, era la dea della gioia, delle danze e dei banchetti. In questo caso
intervenne per preparare la grazia che il re avrebbe concesso al colpevole
pentito. Questo intervento doveva essere normale in questi casi. Alla fine
Sinuhit uscì dal palazzo non solo graziato ma più ricco: gli vennero assegnati
una casa e cibi squisiti donati dal re. 20

Le ricompense reali
Un cortigiano ha definito una volta il Faraone «colui che moltiplica i
beni, che sa donare. Era un dio, anzi il re degli dèi, e riconosceva chi lo
riconosceva, compensava chi lo serviva, proteggeva i propri sostenitori. Era
Ra il cui corpo visibile era il disco e che vive per l’eternità». 21 Durante le
guerre di liberazione e nel corso della conquista della Siria, il Faraone dovette
attribuire l’oro del valore a più di un coraggioso. Una volta presa l’abitudine,
anche i civili ebbero la loro parte.
Le ricompense potevano talvolta essere attribuite anche a un singolo, ma
di solito si aspettava di convocare a palazzo più personaggi per consegnare
loro le ricompense. Allora si indossavano i propri abiti migliori. Quando i
premiati uscivano di casa per salire sul carro, i servi e i vicini facevano ala
accanto alla porta per acclamarli. Davanti al palazzo, in un parco, si
lasciavano i carri. Gli scudieri parlavano fra loro o con le guardie e ognuno
esaltava il suo padrone e i favori che lo avrebbero onorato. «Per chi si fa
questo festeggiamento, piccolo mio? – Si fa questo festeggiamento per Ay, il
padre divino, e per Taia. Eccoli, che sono diventati persone d’oro.» Un altro,
che non aveva sentito la risposta, chiedeva a sua volta: «Chi è il festeggiato?
– Ecco una bella domanda! Quello che sta facendo il Faraone, Vita, Salute,
Forza, è a favore di Ay, il padre divino, e di Taia. Il Faraone Vita, Salute,
Forza ha dato loro milioni di cose? Guarda verso la finestra. Vedremo che
cosa sarà fatto per Ay, il padre divino». 22 Quando tutti erano arrivati, il re si
presentava al balcone delle apparizioni che sporgeva da una sala a colonne.
Dall’esterno si scorgevano le stanze in fila degli appartamenti reali
ammobiliati con sedili e scrigni sontuosi. I doni erano deposti su tavoli che
poi venivano spinti davanti al re e venivano rinnovati appena era necessario.
Nel resto del palazzo i servi continuavano il loro solito andirivieni. Altri
conversavano tranquillamente. Donne cantavano, danzavano, suonavano
l’arpa. Nel cortile, i porta-ombrelli, i porta-ventagli, dei funzionari
schieravano i futuri decorati e li introducevano a mano a mano ai piedi del
balcone. Il personaggio salutava il re ma solo con il braccio e ne pronunciava
l’elogio senza prosternarsi. Il re rispondeva elogiando il suo servo e ne lodava
la fedeltà, l’abilità, la devozione. Talvolta gli concedeva un avanzamento
dicendo: «Tu sei il mio grande servitore, che ha seguito le istruzioni
riguardanti tutte le missioni che hai fatto e di cui sono soddisfatto. Ti
consegno questa funzione dicendo: “Tu mangerai il pane del Faraone Vita,
Salute, Forza tuo signore nel tempio di Aton”». Poi gli lanciava delle coppe e
delle collane d’oro. I funzionari afferravano al volo quegli oggetti preziosi e
immediatamente appendevano al collo del decorato tre o quattro collane.
Appesantito ma pieno di gioia e di riconoscenza, questi raggiungeva l’uscita
scortato dai funzionari che portavano gli oggetti che non gli avevano potuto
appendere addosso. Dei subalterni trasportavano i cibi. Gli scribi registravano
il tutto. Fuori dal palazzo il decorato incontrava gli amici, i servi e i
subordinati che gli manifestavano la loro gioia. Risaliva sul carro e rientrava
a casa scortato da un rumoroso corteo che si ingrossava a ogni passo. Era
accolto dalla moglie che alzava le braccia al cielo davanti a tanta ricchezza.
Altre donne suonavano il tamburello danzando e cantando. Entravano anche i
parenti e gli amici e i festeggiamenti sarebbero durati a lungo, in quella
casa. 23
Le cerimonie di ricompensa non erano privilegio esclusivo degli uomini.
Ay, il padre divino che abbiamo visto ricompensato da Akhenaton, era
diventato Faraone. Adesso era lui a distribuire le ricompense. Dopo avere
decorato Neferhotep, scriba e responsabile delle greggi di Amon, aveva
deciso di concedere un’onorificenza a sua moglie Meryt-Re. La cerimonia
ebbe luogo in una casa di campagna del re, un cubo di mattoni con piccole
finestre quadrate sui lati e una finestra grande sulla facciata, preceduta da un
balcone a colonne. Il giardino che circondava quella semplice dimora era
piantato a vigneti schierati lungo il viale i cui pampini si arrampicavano su
colonnette di stile uguale a quelle dell’abitazione. Vasi, cesti, pile di piatti
erano allineati lungo il muro. Meryt-Re, bellissima nella sua veste
trasparente, con un cono profumato sui capelli, si avvicinò alla facciata e
ricevette nelle sue stesse mani una collana che il re le gettò dalla finestra. A
questa cerimonia molto intima assistettero pochi testimoni. Una donna
applaudiva, un’altra baciava la terra, si portavano fiori, una musicista
assoldata per la circostanza beveva senza smettere di agitare il sistro. Due
bambini erano riusciti a scivolare all’interno del giardino e guardavano
incuriositi la scena, attirando però l’attenzione di un ghafir che li minacciò
con il bastone. Terminata l’udienza, Meryt-Re rientrò a casa a piedi dando il
braccio a un uomo non identificato, forse il marito o un funzionario incaricato
di accompagnarla per volontà del re. Portava ancora al collo le collane del re.
Dietro la coppia si era formato un corteo dove rivediamo la suonatrice di
sistro, adesso insieme a due fanciulle nude. Dei servi si erano divisi le giare, i
pacchi e i cesti che avrebbero permesso di celebrare con un buon pasto un
così gran giorno. I doni più preziosi erano stati riposti in uno scrigno. 24
Queste udienze di ricompensa potevano anche svolgersi all’aria aperta
perché il personaggio premiato era troppo importante perché il Faraone si
accontentasse di lanciargli qualche collana dall’alto di un balcone, o più
semplicemente perché il pubblico era troppo numeroso. In mezzo a un ampio
cortile si costruiva, con materiali leggeri, un baldacchino che abili ebanisti
trasformavano in uno splendido oggetto di lusso e di gran gusto. Da un
piedestallo adorno di bassorilievi che rappresentavano dei Siriani, dei Libici o
dei Neri inginocchiati in atto di tendere le mani supplicando o calpestati dal
re trasformato in grifone, si levavano quattro colonne papiriformi scolpite e
cosparse di incrostazioni dall’alto al basso che reggevano una trabeazione a
più piani su cui posava un tetto bombato. Il Faraone saliva la scala protetta da
sfingi con la testa di falco e sedeva su un sedile di straordinaria magnificenza.
Il personaggio atteso era Horemheb, che sarà a sua volta re e che, come alto
comandante militare, aveva dato aiuto a dei Beduini perseguitati da altri
nomadi. Aveva catturato tutta la tribù degli aggressori e raggiunto la
residenza insieme ai prigionieri e a coloro che aveva difeso e che venivano a
chiedere umilmente il favore di passare attraverso il territorio egizio con le
loro greggi, come era tradizione secolare. Gli uni e gli altri avrebbero assistito
alla glorificazione di Horemheb. Il generale, in alta uniforme, alzava le
braccia in segno di esaltazione mentre i funzionari gli appendevano al collo
collane e collane e altri funzionari, camminando ricurvi, ne portavano altre su
vassoi. I subordinati di Horemheb indicavano la lunga fila di prigionieri. Gli
uomini, con barba e capelli fluenti e abbondanti, i lineamenti tesi, facevano
smorfie di dolore: avevano le mani chiuse nelle manette. Le donne erano state
lasciate libere e avanzavano con dignità. Un soldato teneva per mano una
madre di famiglia con una veste a volanti che portava un bambino appeso alla
spalla e un altro più piccolo in una bisaccia. Un’altra donna sembrava voler
conversare con il soldato che la precedeva. Ancora più interessanti di questi
prigionieri che sarebbero stati destinati a fare mattoni o a cavar pietre erano i
cavalli che un ufficiale egizio teneva per le briglie.
Dopo essere stato ricompensato, Horemheb si mise a difendere la causa
dei nomadi che, senza il suo intervento, sarebbero stati spogliati delle loro
greggi e di tutti i loro beni. Sempre decorato delle sue collane, tenendo diritto
il ventaglio col manico, egli arringò il Faraone esaltandone la potenza e
spiegò la vicenda. Poi si volse verso l’interprete il quale spiegò ai nomadi che
il Faraone autorizzava il loro soggiorno. C’erano dei Libici riconoscibili dalla
piuma piantata sulla testa e dai capelli piuttosto corti sulla fronte, dalla
grande bocca che copre tutto un lato del viso, insieme a Siriani che
indossavano una veste a maniche lunghe e un’ampia sciarpa. Essi attestavano
la loro riconoscenza con una mimica espressiva alzando le braccia al cielo e
tendendole verso il Faraone e gli si prostravano davanti. In un vero e proprio
accesso di delirio, si rotolavano nella polvere. 25
Horemheb aveva ben meritato la sua onorificenza. Non ci sentiamo di
dire altrettanto del sommo sacerdote di Amon, Amenhotep, che Ramses IX
riconobbe suo eguale spogliandosi delle sue ricchezze per consegnarle nelle
mani del premiato. La cerimonia ebbe luogo in un chiosco in cui il re e il
sommo sacerdote stavano in piedi, faccia a faccia, separati solo dalle scansie
cariche di doni. Il sommo sacerdote era a testa nuda mentre il re, con il casco
azzurro in testa, posava i piedi su una stuoia; ma l’artista che ha rappresentato
la scena a Karnak ha attribuito loro la stessa statura. I doni erano importanti:
dieci deben d’oro, venti d’argento, provviste per un banchetto, venti arpenti
di terre coltivate. Le concessioni strappate al re valevano molto di più perché
Amenhotep si fece concedere poteri straordinari che in pratica sottraevano la
ricchissima proprietà di Amon a ogni controllo. Essa diventava così uno Stato
nello Stato. Con un lungo e paziente sforzo, i sommi sacerdoti di Amon,
perseguitati da Akhenaton e guardati con sospetto da Ramses II, avevano
recuperato l’influenza che erano riusciti a conquistare ai tempi della regina
Hatshepsut e dei Thutmose. 26

L’accoglimento degli ambasciatori stranieri


L’accoglimento degli ambasciatori stranieri era ancor più della
distribuzione delle ricompense una cerimonia che permetteva di esibire
potere e ricchezza e che blandiva l’orgoglio del Faraone, soprattutto quando
si ammettevano in una sola udienza delegati provenienti dai quattro punti
dell’orizzonte. I Ramessidi ricevevano sempre Nubiani, Neri, abitanti di Punt,
Libici, Siriani, gente proveniente dal Naharina. Non ricevevano più da Creta
gli uomini dal perizoma multicolore, i lunghi capelli arricciati che portavano
rhyton, vasi a forma di cono, bicchieri ad ansa, crateri con decorazioni
floreali e chiedevano di entrare nelle acque del re. Quelle ambascerie erano
cessate ma la fama del re aveva raggiunto, in Oriente, paesi di cui i Thutmose
e gli Amenhotep non avevano mai sentito nemmeno parlare: la Media, la
Persia, la Battriana, le rive dell’Indo. Per l’accoglienza degli ambasciatori si
innalzava un chiosco per il re, in mezzo a una piazza. La guardia, i porta-
parasole, gli scribi circondavano il chiosco. I delegati si schieravano sui
quattro lati, dietro una massa di oggetti preziosi. Gli scribi registravano gli
oggetti, poi li facevano portare nei magazzini del vicino tempio. 27 In cambio,
il re concedeva loro il soffio di vita e talvolta consegnava doni più ricchi di
quelli che aveva ricevuto. Il Faraone si compiaceva infatti di considerarsi
come una montagna d’oro offerta a tutti i paesi. Non poteva fare a meno di
sovvenzionare i principi indigenti che si volevano alleare alla sua famiglia col
matrimonio o con altre proposte ma erano sicuramente pronti, se se ne
presentava l’occasione, a passare dalla parte dei suoi rivali.

I piaceri reali: gli sport


La grande occupazione di un re era la guerra. I prìncipi vi si preparavano
fin dall’infanzia. Sesoosis, detto anche Ramses II, era stato abituato da suo
padre a sottoporsi, con i suoi compagni, a esercizi continui e grandi fatiche
fisiche. Nessuno di loro aveva il permesso di prendere cibo prima di avere
fatto centoventi stadi di corsa. In età virile quindi erano tutti degli atleti. 28 Il
poema di Qadesh e molti altri testi vantano la forza fisica del re, la sua
resistenza, la sua abilità, il suo coraggio, ma per conoscere i particolari
dell’educazione sportiva dei giovani principi dobbiamo ricorrere a una stele
di Thutmose III, 29 il valoroso guerriero, e soprattutto a un’altra, del suo figlio
e successore Amenhotep II, 30 che fu, secondo i medici che hanno esaminato
la sua mummia, un uomo di vigore eccezionale e del quale i contemporanei
dicevano: «È un re dal braccio così pesante che nessuno può tendere il suo
arco, né fra i soldati né fra gli sceicchi dei paesi stranieri né fra i grandi di
Retenu». 31 Ecco dunque come occupava il suo tempo un principe che per
nascita era chiamato a occupare il trono di Horo. Egli «aveva raggiunto i
diciotto anni ed era nel pieno delle forze. Aveva imparato a conoscere tutte le
opere di Montu. Non aveva eguali sul campo di battaglia. Aveva imparato
l’equitazione. Non aveva pari in questo numeroso esercito. Nemmeno un
uomo sapeva tendere il suo arco. Non poteva essere raggiunto in corsa». In
una parola, un atleta completo che aveva spinto la sua preparazione in tre
direzioni: era buon rematore, arciere e cavaliere.
«Era duro di braccio e infaticabile quando muoveva il remo e reggeva il
timone a poppa della sua nave reale, come capo di un equipaggio di duecento
uomini. Al momento di fermarsi, quando questi uomini avevano fatto la metà
di un percorso di navigazione non ne potevano più; le loro membra erano
deboli e fiacche. Invece Sua Maestà reggeva lo sforzo con il suo remo lungo
venti cubiti. Al momento di fermarsi, quando approdava con la barca reale,
aveva fatto tre giri di timone senza essersi mai riposato. Tutti si rallegravano
a vederlo così operare.»
Non bisogna dimenticare del resto che la funzione di pilota era diventata
meno dura da quando il timone era sostenuto a un’estremità da un albero e da
una mortasa praticata posteriormente nell’asse o sui fianchi quando i timoni
erano due. Durante l’Impero Antico i piloti reggevano i remi che servivano
da timone a due mani, senza alcun aiuto, e dovevano faticare enormemente
per lottare contro la corrente o cambiare direzione. Non c’è davvero ragione
per pensare che il principe abbia adottato il sistema antico ma la manovra del
timone, anche dopo i perfezionamenti prima indicati, richiedeva comunque
forza e tenacia.
Un buon arciere doveva conoscere bene il suo strumento: «Tese trecento
archi duri per paragonare il lavoro dei fabbricanti in modo da distinguere
l’operaio ignorante dal conoscitore». Dopo avere scelto un arco perfetto tale
che nessuno, tranne lui, sarebbe riuscito a tenderlo, così fece:
«Entrò nel suo padiglione settentrionale e trovò che vi erano stati allestiti
quattro bersagli in rame d’Asia spessi un palmo. Venti cubiti separavano un
palo dal successivo.
«Quando comparve su un tiro come Montu in tutta la sua potenza, Sua
Maestà afferrò il suo arco, impugnò quattro frecce contemporaneamente e
avanzò tirando sui bersagli come Montu, con la sua attrezzatura. Le sue
frecce uscivano dall’altra parte. Allora ne tirava un’altra.
«È una prova che non era mai riuscita a nessuno e che non si era mai
sentita raccontare, quella di tirare una freccia contro un bersaglio di rame e
farla uscire e cadere a terra, tranne che [al] re forte e potente reso vittorioso
da Amon.»
Il principe Akheperurê si limitava a rinnovare un’impresa di suo padre
Menkheperrê che a sua volta aveva perforato con le sue frecce una lastra di
rame. Ma si trattava comunque di una bella prodezza. Se, come Ulisse,
Akheperurê avesse dovuto tornare a casa assumendo l’aspetto di un
mendicante avrebbe comunque potuto, col suo braccio invincibile e il suo
arco incomparabile, punire coloro che saccheggiavano il suo palazzo e
insidiavano sua moglie.
Ogni valoroso guerriero amava i suoi cavalli, anzi tutti i cavalli, più di se
stesso. Il principe Nemarot regnava solo su una parte del Medio Egitto, ma
aveva una scuderia nella capitale di Shmunu. Durante l’assedio tutti avevano
sofferto, i cavalli come gli uomini. Piankhi, entrando nella città vinta, visitò
la scuderia. Vide i granai privi di foraggio e i cavalli affamati. Ne ebbe pietà
e si adirò constatando la cecità del suo avversario che aveva ridotto animali
così belli in quelle condizioni: «Com’è vero che vivo e amo Ra e che il mio
naso fiorisce in vita, l’avere affamato i cavalli è cosa dura per il mio cuore,
più di tutto il male che hai fatto con la tua malvagità. Non sai che l’ombra di
dio è su di me? Io non ho commesso colpe contro di lui. Sono nato da un
ventre divino. Dio mi ha fatto esistere già nell’uovo. Il seme divino è in me.
Io attesto secondo il suo ka che non agisco a sua insaputa. È lui che mi ordina
di agire». 32 Ramses III non si basava sui suoi funzionari per verificare se i
suoi cavalli erano ben tenuti e in condizione di combattere. Egli si recava
nella grande scuderia reale in alta uniforme, con la canna in una mano e uno
staffile nell’altra, in mezzo ai porta-parasole e ai porta-ventaglio e seguito dai
funzionari d’ordinanza. Risuonava lo squillo reale. Le guardie della scuderia
balzavano al loro posto e ognuna di esse si precipitava ad afferrare le redini di
una coppia di cavalli. Il re ispezionava gli animali uno dopo l’altro. 33
Il principe Amenhotep, fin dalla più tenera età, e molto prima di essere in
condizione di iniziare i lavori di Montu, dominava i bisogni del suo corpo.
Amava i cavalli e se ne vantava. E amandoli conosceva tutti i modi per
addestrarli. I successi che otteneva in questo campo giunsero alle orecchie di
suo padre. Il terribile Menkheperrê si sentì fiero e felice di quello che si
diceva del suo figlio maggiore e disse ai suoi cortigiani: «Che gli venga dato
il più bel tiro di cavalli della scuderia della Mia Maestà che si trova nel
[nomo] del Muro [bianco] e ditegli: “Occupatene, addestrali, esercitali,
fortificali. Ti scongiuriamo!”». Così incoraggiato e aiutato da Rechef e
Astarte, gli dèi del paese da dove venivano i cavalli, il giovane principe si
mise al lavoro. Ne fece dei cavalli senza pari, infaticabili, finché ne reggeva
le briglie. Non traspiravano pesantemente nemmeno dopo una lunga corsa.
La maggior parte di queste cavalcate si svolgeva nella regione a
Occidente di Menfi, nelle vicinanze delle grandi piramidi. Quando l’ureo
brillò sulla sua fronte, Amenhotep ordinò di allestire in quella zona
un’edicola dove fu eretta una grande stele di pietra bianca che ci ha
tramandato il ricordo di queste prodezze. Il figlio di Amenhotep, Thutmose,
volle rinnovarle. Egli amava esercitarsi contro i bersagli nei pressi della
grande sfinge, poi andava a cacciare gli animali del deserto. Una volta si
addormentò fra le zampe del mostro che gli era apparso, gli ordinò di
allontanare la sabbia che lo soffocava e di meritare così di sedersi sul trono di
Geb. Il principe non poteva evitare di obbedire e nemmeno di raccontare ai
posteri un sogno così meraviglioso. 34 Senza la pietà di questi giovani, non
sapremmo com’era avvenuta la loro preparazione alla loro funzione reale.

Le cacce reali
Tirare su bersagli di rame, cacciare le antilopi nel deserto vicino alle
piramidi sotto la protezione di Harakhté: erano questi i divertimenti
caratteristici dei principi. Sport più eccitanti attendevano il Faraone che
poteva, se lo voleva, varcare l’Eufrate e spostarsi a sud della cataratta a
misurarsi con le bestie feroci che non aveva più occasione di incontrare nei
due deserti che fiancheggiavano il Nilo egizio.
Nella valle dell’Eufrate dunque, in un luogo chiamato Niy, dove il fiume
scorreva tra due rocce, il re Menkheperrê e la sua scorta si scontrarono con
una mandria di centoventi elefanti. La battaglia cominciò nell’acqua. «Mai il
re aveva fatto una cosa simile dai tempi del dio.» Il più grande di questi
elefanti venne posto, certamente per volontà di Dio, di fronte a Sua Maestà
che si trovò in grande pericolo. Fortunatamente al suo fianco si trovava il suo
vecchio compagno d’armi Amonemheb che tagliò la proboscide del mostro.
Il suo signore gli assegnò l’oro della lode. Ma passò sotto silenzio la
devozione di Amonemheb nel racconto ufficiale che fece incidere sulla stele
di Napata, anche se dichiarò: «Ho detto cose senza alcuna simulazione. Qui
non c’è nessuna menzogna». Non avremmo mai conosciuto la verità se
Amonemheb non avesse scritto a sua volta un racconto, comunque troppo
breve, di quella caccia memorabile. 35 Ma chi ci dirà se un soldato di grado
più modesto di Amonemheb aveva preso parte all’avvenimento?
I testi a noi noti omettono di dirci se Seti e Ramses cacciassero l’elefante
sull’Eufrate e il rinoceronte fra la terza e la quarta cataratta ma il bassorilievo
di Medinet Habu rappresenta Ramses III in atto di cacciare il leone, il toro
selvatico, l’antilope. 36 Il re è equipaggiato come per la guerra e sta sul carro.
Sotto il ventre dei cavalli un leone ferito, steso sul dorso, con gli unghioni
tenta di strapparsi la freccia dal petto. Un altro leone, colpito da due frecce e
un giavellotto, va a nascondersi ruggendo fra le canne. Un terzo leone balza
da una macchia posta dietro al carro ma il re immediatamente si volta con il
giavellotto in mano e il nuovo aggressore non potrà evitare il colpo mortale.
Mentre cacciava nei pressi di una palude circondata da canneti ed erbe
alte, il gruppo del re inseguiva una mandria di tori selvatici. I soldati armati
come per una battaglia con archi, picche, spade e scudi erano schierati in riga.
Gli animali spaventati, costretti a fuggire in linea retta, venivano raggiunti dal
carro del re armato anche lui come per la guerra, con l’arco triangolare e una
picca. Un toro cosparso di frecce era caduto sulla schiena in una macchia e
percuoteva l’aria con le zampe. Un altro era rotolato sotto i piedi dei cavalli e
un terzo con un balzo disperato che gli tendeva la coda tentava di saltare in
acqua ma ricadeva sfinito sulle ginocchia.
La caccia all’antilope rispetto a questi inseguimenti appassionanti sembra
un semplice divertimento. Il re solo sul suo carro si avvia nel deserto senza
scorta. Non cerca, come i borghesi di Tebe o i cacciatori professionali, di
attirare le gazzelle in uno spazio chiuso, ma se scorge a distanza una mandria
di asini selvatici o di antilopi forza l’andatura in modo da raggiungerla.

Il re nell’intimità
Quando tornava da un lungo viaggio oppure rientrava da una gita
attraverso il deserto, il re poteva ristorarsi molto gradevolmente nei suoi
palazzi di Pi-Ramses, 37 Menfi o Tebe. Akhenaton amava talmente il suo
nuovo palazzo di Akhetaton da non uscirne quasi mai. Padre tenero, marito
fedele, figlio affettuoso, si allietava solo della compagnia della regina e delle
principesse. Esse lo accompagnavano nelle passeggiate ed entravano con lui
nel tempio, assistevano alla distribuzione delle ricompense, aiutavano il re a
ricevere i delegati stranieri e gli preparavano bevande e cibi piacevoli. La
regina prendeva la teiera e il passino per servirgli personalmente una tisana
calda. Quando la regina madre faceva visita ai suoi figli, la gioia era
completa. Anche la colazione del mezzogiorno e il pranzo serale erano
consumati in famiglia. 38 Ma non è certo che tutti i Faraoni si siano comportati
così. Akhenaton reagì contro molti usi e molte idee dell’epoca precedente che
dopo di lui rifiorirono. All’inizio della XVIII dinastia il re viveva molto meno
in famiglia. Il re Ahmose era andato a riposarsi sul suo divano e vi trovò la
lodatissima, graziosissima figlia reale, sorella reale, divina sposa, grande
sposa reale Ahmose Nefertari. Quali saranno stati gli argomenti di
quell’incontro? Il bene che potevano fare a coloro che stavano laggiù, ai
trapassati che rivendicavano l’acqua e le tavole delle offerte disposte per tutte
le feste del cielo e della terra. Leggermente stupita, la regina, che forse si
aspettava qualcosa di più galante, chiese: «Perché questi pensieri? A che
proposito facciamo questo discorso? Che cosa ti è entrato in cuore?». Il re le
rispose: «Mi sono ricordato della madre di mia madre, della madre di mio
padre, la grande sposa reale, la madre reale Teti-Sheri, dalla voce giusta la cui
tomba ipogea e il cui monumento oggi sono invasi dalla polvere di Tebe e di
Tini. Ti ho detto questo perché la Mia Maestà desidera farle innalzare una
piramide e un castello a To-giusir, nelle vicinanze del monumento della Mia
Maestà, di far scavare una cisterna, piantare alberi, offrire pani, e dotati di
uomini e terreni e gratificati di greggi e in più di sacerdoti, incaricati di
eseguire le cerimonie e di uomini che ne conoscono le proprie funzioni». 39
Ammiriamo la pietà religiosa del re, la dignità del suo linguaggio, i riguardi
che attesta alla moglie ma non possiamo impedirci di pensare che la regina
probabilmente avrebbe preferito parlare d’altro. Ramses II era meno austero.
I molti testi che parlano di Pi-Ramses, la residenza da lui fondata sulle rovine
di Avari nel Delta orientale, ne esaltano il fascino e la gaiezza. Si mangiava
bene, si beveva meglio. Il vino sapeva di miele. Si portavano corone di fiori e
si acclamava il re tutti i giorni. Insomma, un paradiso. 40 Anche ad Akhetaton
la vita scorreva in mezzo alle feste ma c’era almeno una differenza. Il re
eretico praticava le virtù famigliari come noi le intendiamo. I Ramessidi
amavano il cambiamento. Sotto Ramses II cinque donne, a nostra
conoscenza, si sono fregiate del titolo di grande sposa reale. Non è un numero
straordinario per un re che ha regnato sessantasette anni ma i suoi
centosessantadue figli dimostrano che non si era sicuramente attenuto
soltanto alle mogli ufficiali. L’esiguità dei nostri documenti non ci permette
di capire come si formasse l’accordo in tutta questa vasta parentela. Notiamo
soltanto un esempio di galanteria offerto dal gran re. Egli aveva concluso la
pace col suo avversario Hattusil, re degli Hittiti, ma le ostilità non erano
cessate. Tutte le volte che i soldati egizi incontravano dei soldati hittiti si
scatenava la battaglia. Hattusil prese una grande decisione. Si spogliò di tutti i
suoi beni e li inviò a Ramses II con la sua figlia beneamata alla testa. Il corteo
partì nella cattiva stagione ma il dio Sutekh, che non poteva rifiutare niente a
Ramses, suo remoto discendente, su sua richiesta fece un miracolo.
Arrivarono delle giornate estive. Un sole radioso illuminò il lungo viaggio
della principessa dalla sua capitale al centro dell’Asia Minore fino in Egitto.
E non era tutto. Ramses decise di innalzare un castello fortificato fra Egitto e
Fenicia, che chiamò Ramses-grande-di-vittoria, e lo pose sotto la protezione
di quattro divinità, due asiatiche, Sutekh e Astarte, e due egizie, Amon e
Uagit. Vi concentrò delle provviste, vi si recò personalmente ad aspettare la
principessa e la sua scorta e l’accompagnò alla sua residenza di Pi-Ramses
mentre il popolo manifestava rumorosamente la sua gioia di vedere una
principessa così bella e dei soldati egizi che per la prima volta potevano
fraternizzare con dei soldati hittiti. 41
I successori di Ramses II non tentarono di sottrargli questo vanto. Lo
stesso Ramses III, che pure era spinto dall’emulazione a eguagliare in tutto il
suo predecessore, si limitò a tre mogli e una decina di figli, ma amava molto
la compagnia delle donne. Giocava spesso a dama con graziose fanciulle
svestite che gli portavano fiori, bevande e cibi.
I re amavano anche passare il tempo con i compagni d’armi e di caccia e
con persone celebri per il loro sapere. Khufu una volta aveva invitato i figli e
ognuno di essi a turno gli raccontò una storia. Lo stesso Khufu venne a sapere
che ai suoi tempi viveva un sapiente che era anche un operatore di miracoli e
mandò uno dei suoi figli a cercarlo. Snefru fece venire a corte un sapiente che
leggeva nel passato e prevedeva l’avvenire. Molto più tardi, Amenhotep III
confessò a un saggio, che portava il suo stesso nome, le sue ansie e il suo
desiderio di vedere gli dèi.

Intrighi da harem
Il Faraone era considerato un dio, figlio legittimo di Amon, ma c’erano
anche gli empi che complottavano per la sua rovina in modo da abbreviarne il
regno e cambiare il corso naturale delle successioni. Verso la fine del regno
di Ramses III, una delle sue mogli che si chiamava Taia meditò di assicurare
la successione del vecchio re a suo figlio che il papiro giudiziario di Torino
indica con il nome, inesatto, di Pentaur. 42 La donna si accordò con un
maggiordomo, Pabakikamun, il cui nome significa servo cieco. Questi fece
da agente di collegamento fra le donne dell’harem devote a Taia e le loro
madri e sorelle che arruolarono persone disposte a ribellarsi ai loro signori. 43
Pensò di avere reclutato un alleato prezioso nella persona di un direttore di
greggi, Pen-hui-bin, e su sua richiesta gli procurò un libro del re Usirmarê
Miamun, il dio grande, suo signore Vita, Salute, Forza. 44 Con l’aiuto di
questo libro, Pen-hui-bin preparò cartigli e statuette di cera che avrebbero
dovuto esercitare effetti miracolosi sul Faraone e sui suoi sostenitori
indebolendoli o facendo loro dimenticare i propri doveri. Molti funzionari e
donne, infatti, aderirono al complotto. Un congiurato, capo degli arcieri di
Kush, fratello di una donna dell’harem che scriveva troppe lettere, sul verbale
del processo è indicato con il nome di Bin-m-Yat (Il male è a Tebe). Un altro
ufficiale è chiamato Mesed-su-Rê (Ra lo odia). 45 Senza dubbio prima del
dramma questi uomini si chiamavano «Il bene è a Tebe» e «Ra lo ama» ma in
seguito erano diventati indegni di nomi così lusinghieri. Molte persone
vennero a sapere del complotto, e molti parlarono troppo. Il dio Ra non ne
permise il successo. Non sappiamo come sia riuscito a ostacolare il complotto
dei malvagi, ma siamo informati che i principali colpevoli e i loro complici
vennero arrestati insieme a coloro che erano a conoscenza di quelle odiose
azioni e non le avevano rivelate. Venne costituito un tribunale che
comprendeva due tesorieri, un porta-ventaglio, quattro scalchi e un araldo. Ai
magistrati di professione, il Faraone preferì uomini della sua corte. In un
discorso preliminare il cui inizio ci è stato tramandato in cattivo stato, li
invitò a essere implacabili: «Che tutto ciò che hanno fatto ricada sulle loro
teste. Io invece, che sono protetto e tutelato per l’eternità, sto con i veri re che
stanno davanti ad Amonrasonter e davanti a Osiride, signore dell’eternità». 46
Il re non ebbe la mano felice nella scelta dei membri della commissione.
Due di essi e un ufficiale delle guardie rifiutarono di testimoniare quando
seppero che alcune donne erano fuggite e preferirono raggiungerle in un
luogo di malaffare. Ma non a lungo: furono scoperti, a loro volta, da persone
più serie. Come prima punizione ebbero tagliati naso e orecchie. 47 Così il re
Horonemheb puniva i magistrati e i prefetti che abusavano delle loro
funzioni.
Lo scriba, per registrare la punizione definitiva dei principali colpevoli
usa una espressione singolare. «Li hanno messi sul loro posto. Sono morti da
soli.» La frase potrebbe significare che quegli sventurati furono lasciati soli
nella sala del giudizio, in compagnia dei loro rimorsi e di un coltello affilato a
portata di mano. Probabilmente sapevano che cosa restava loro da fare. Ma
Gaston Maspero, sulla base dell’esame di una mummia portata alla luce a
Deir el-Bahari e nota come mummia del principe senza nome, ha suggerito
una spiegazione più drammatica. È la mummia di un uomo di venticinque-
trent’anni, di buona costituzione e privo di lesioni, che era stato sepolto senza
avere subito le operazioni che di solito si eseguivano per preparare
l’imbalsamazione. La massa cerebrale non era stata estratta e gli organi
interni erano intatti. «Mai un volto ha manifestato più fedelmente l’immagine
di un’agonia più impressionante e spaventosa. I tratti orribilmente contratti
indicano con quasi assoluta certezza che il disgraziato deve essere stato
seppellito vivo e quindi deve essere morto per asfissia.» 48 Forse qualche
lettore troverà la spiegazione troppo romanzesca, ma alla prima soluzione si
può obiettare che non esistono prove che in Egitto si sia mai permesso ai
colpevoli di punirsi autonomamente e che comunque per coloro che avevano
cercato di attentare al Faraone non poteva essere previsto nessun riguardo.

I pensieri reali
Un lungo regno e qualche disavventura del tipo di quella che abbiamo
appena raccontato potevano suggerire al Faraone il desiderio di comunicare ai
posteri la sua esperienza degli uomini. Molti sovrani hanno lasciato testi di
istruzioni, ad esempio il padre di Merikara, Sehotepibrê. 49 Ma né Seti, che
era entrato nell’Amentit nel vigore degli anni, né Ramses II, che non si era
mai stancato di svolgere il ruolo di dio fra gli uomini, ci hanno tramandato le
loro confidenze. Invece ci è giunto quasi intatto il lungo documento che
Ramses III ha dettato alla fine della sua vita. 50 Il re è consapevole di avere
lavorato bene; ha dedicato le migliori risorse del paese a ingrandire, abbellire
i templi del dio, soprattutto quelli di Amon a Opet, di Tum a Iun di Ra, di
Ptah a Menfi e delle loro paredre senza dimenticare quelli dei signori meno
importanti. Li ha dotati di numeroso personale bene addestrato, di proprietà e
di greggi. In occasione di ognuna delle loro feste ha inviato ai loro santuari
bevande e cibi. Ma non ha dimenticato gli uomini. Ha fatto regnare l’ordine e
la pace. Ha sconfitto duramente e arruolato nelle sue caserme i Libici che si
erano insediati come a casa loro in tutta la zona del Delta fra il Nilo
occidentale e il Sahara. I popoli del mare sono stati convinti per molto tempo
a evitare di approdare sui lidi egizi. Ha costruito intere flotte, inviato
innumerevoli spedizioni in tutte le direzioni per portare indietro incenso,
terebinto, turchese, oro, rame, ebano e avorio, abeti del Libano. L’Egitto è
diventato un giardino. Nessuno turba più la pace.
«Ho fatto vivere la terra intera con i suoi abitanti, Rekhyt, Payt e Henmyt,
uomini e donne. Ho strappato l’uomo alla sua miseria. Gli ho dato aria. L’ho
protetto contro il forte che l’opprimeva [...] La terra è stata sazia e felice
durante il mio regno. Ho fatto del bene agli dèi come agli uomini. Non mi
sono appropriato di niente in questo mondo.
«Ho concluso il mio regno sulla terra come sovrano delle due terre. Voi
siete miei servitori, sotto i miei piedi. Voi siete preziosi, per il mio cuore,
come le vostre azioni. Possiate leggere i miei decreti e le mie parole. E ora
riposo nella necropoli come mio padre Ra. Io mi accompagno alla Grande
Enneade degli dèi del cielo, in terra e nel Duat.» 51
Pur affidandosi ai suoi dèi, il re nutre una preoccupazione per suo figlio
che Ra stesso ha generato, il figlio di Amon uscito dalla sua carne, incoronato
signore delle due terre come Tatenen. Il mondo era indiscutibilmente sotto i
suoi sandali. Davanti a lui gli uomini baciavano la terra. Ma gli Egizi
avrebbero seguito il consiglio di colui che adesso si era confuso con gli dèi
che l’avevano creato chiedendo di essere seguito in ogni tempo, adorato,
esaltato e che la sua bellezza aumentasse come quella di Ra ogni mattino? Il
re moltiplica gli appelli a tutti gli dèi in favore di suo figlio, come se
indovinasse che i tempi migliori dell’Egitto faraonico erano ormai finiti. Ad
Amon diceva:
«Ascolta le mie preghiere, mio padre, mio signore. Io sono solo
nell’Enneade degli dèi che ti stanno accanto. Fai sorgere mio figlio come re
nella dimora di Tum [...] Sei tu che lo hai proclamato re quando era giovane e
l’hai scelto come sovrano Vita, Salute, Forza delle terre, al di sopra degli
esseri umani. Dagli un regno di milioni di anni [...] Dona la gioventù alle sue
membra e donagli figli quotidianamente. Tu sei lo scudo che lo circonda ogni
giorno. Poni la sua spada e la sua mazza al di sopra degli Asiatici abbattuti
sotto la paura che ne hanno, come se fosse Baal. Che egli possa a suo piacere
allargare le frontiere. Che le terre e i deserti abbiano terrore di lui. Dagli
Tomery con le acclamazioni. Allontana il male, le catastrofi, i disastri. Fa’
che la gioia dimori nel suo cuore, che si esclami, si canti e si danzi davanti
alla sua bella faccia. Metti l’amore per lui nel cuore degli dèi e delle dee, la
tenerezza e la venerazione per lui nel cuore dei Paiti [...]
«Fai in modo che ciò che predici si realizzi con sicurezza e solidità. Ciò
che tu dici si fa con splendida solidità. Possa attribuirmi una regalità di
duecento anni e consolidarla per mio figlio che è sulla terra. Rendi la sua
durata più lunga di quella di ogni altro re tenendo conto del bene che ho fatto
alla tua persona. Egli farà il re in base al suo ordine perché sei tu a
incoronarlo. Non si distoglierà da quello che fai, signore degli dèi. Concedi
dei Nili grandi e forti nel tuo tempo in modo da alimentare la sua regalità con
provviste numerose. Fai venire al suo palazzo sacro i re che ignorano l’Egitto
con il dorso ricurvo...» 52
Il re ripete la sua preghiera in termini altrettanto pressanti a Tum, a Ptah,
a tutti gli dèi e a tutte le dee della Grande Enneade. Le ultime righe del
documento saranno un appello supremo agli dèi e agli uomini per quel figlio
beneamato. Qualche saggio, come l’Egitto ne ha prodotto così
generosamente, avrà forse avvertito Ramses III che i flagelli che la sua
abilità, il suo coraggio e la sua fortuna avevano tenuto lontani sarebbero ben
presto precipitati su Tomery? Anticamente Khufu era stato avvertito allo
stesso modo che la sua dinastia sarebbe finita dopo tre generazioni. La
dinastia dei Ramessidi aveva solo circa settant’anni davanti a sé e gli ultimi
sarebbero stati molto spiacevoli, ma sotto altri signori l’Egitto avrebbe
vissuto ancora dei bei giorni.
1. Pap. Harris, I, 57, 3 ss.
2. Kuentz, Deux stèles d’Amenophis, II, 12.
3. Gauthier, «La grande inscription dédicatoire d’Abydos», AZ, XL, VIII, 52-66.
4. Urk., IV, 765.
5. Moret, Du caractère religieux de la royauté pharaonique, Paris 1903.
6. Piankhi, 25-26, Urk., III, 14.
7. Piankhi, 85-86, Urk., III, 27-28.
8. Piankhi, 103-105, Urk., III, 38-40.
9. Montet, Le drame d’Avaris, 108-110.
10. Lefebvre, Histoire des grands prêtres d’Amon de Karnak, 117 ss.
11. Stele 88 di Lione, Mélanges Loret, 505.
12. Rappresentazioni del re in costume da parata si trovano a Karnak, Luxor, Abido e in tutti i
templi. Si veda in particolare Medinet-Habu, 123-124.
13. Sulle mummie di Chechanq e di Psusennes a Tanis ho trovato una ricca collezione di costumi
reali: Montet, Tanis, 146-157.
14. Diodoro, 1.70.
15. Kêmi, VIII.
16. Iscrizione A del tempio di Radesieh, Bibl. æg., IV.
17. Hammamat, 240 e 12. Alan H. Gardiner, tuttavia, ritiene poco probabile che il re si sia recato
personalmente ad Hammamat (J.E.A., XXIV, 162).
18. È la stele di Kuban, attualmente conservata presso il museo di Grenoble e pubblicata da
Tresson: La stéle de Kouban, Le Caire 1922.
19. Queste informazioni ci sono state fornite dallo stesso Nebunnef Immite l’iscrizione della sua
tomba a Tebe, AZ, XLIV, 30-35 e Lefebvre, op. cit., 117 ss.
20. Maspero, Contes populaires, IV ed., 79-103.
21. Miss. fr., V, 496.
22. Davies, El Amarna, VI, 29-30.
23. Le cerimonie di ricompensa sono spesso rappresentate nelle tombe del Nuovo Impero: Davies,
El Amarna, I, 6, 30; III, 16-17; IV, 6; VI, 4-6, 17-2 D; Davies, Neferhotep, 9-13; Louvre C 213; Miss.
fr., V, 496; tomba 106 a Tebe (Porter et Moss., I, 134).
24. Davies, Neferhotep, 14-18.
25. Secondo i bassorilievi della tomba di Horemheb a Leida (Beschreibung der ægyptischen
Sammlung, IV, 21-24).
26. Lefebvre, Histoire des grands prêtres d’Amon de Karnak, 194-195. Inscriptions concernant les
grands prêtres d’Amon Romé-Roy et Amenhotep, tav. 11.
27. Le scene sono state studiate nei particolari nel testo di Montet, Les reliques de l’art syrien dans
l’Égypte du Nouvel Empire, Paris 1937, cap. I.
28. Diodoro, I, 53.
29. Stele ritrovata nel tempio di Montu a Erment, Ex oriente lux, 1939, 9.
30. Grande stele ritrovata a Giza, pubblicata da Varille, Bulletin I.F.A.O., XLI, 31 ss.
31. Kuentz, Deux stèles d’Aménophis, II, 6-7. Altri testi esaltano la forza fisica di Amenhotep II:
Urk., IV, 976-977, Ann. S.A.E., XXVIII, 126; Medamud, 1326-1327, 145; Bulletin of the metropolitan
Museum of arts, 1935, II, 49-53.
32. Piankhi, 64-69, Urk., III, 21-22.
33. Medinet-Habu, 109-110.
34. Così fece sulla stele eretta fra le zampe della grande sfinge, pubblicata da Erman,
Sitzungsberichten pr. AK (philosophish-historischen Classe 1904, 428-444).
35. Secondo la stele di Napata, pubblicata da Reissner, Inscribed Monuments from Gebel Barkal,
AZ, LXIX, 24-39 e l’iscrizione di Amenemhat, Urk., IV, 890.
36. Medinet-Habu, 35, 116, 117.
37. Poema di Qadech, ed. Kuentz, 338-339.
38. Davies, El Amarna, III, 30-34, 4, 6, 18, 13; IV, 15.
39. Cairo, Cat. gén. 36002.
40. Montet, Le drame d’Avaris, 116-129.
41. Secondo la stele del matrimonio di Ramses II, Ann. S.A.E., XXV e Bibl. æg., VII, 12; cfr.
Montet, Drame d’Avaris, 134-135.
42. T. Devéria, Le papyrus judiciaire de Turin et les papyrus Lee et Rollin, Paris 1868, e
Bibliothèque égyptologique, V.
43. Pap. judiciaire de Turin, col. IV, 2-6.
44. Pap. Lee n. 1 e pap. Rollin.
45. Pap. judiciare de Turin, col. III.
46. Ibid., col. III.
47. Ibid., col. VI.
48. Maspero, Momies royales, 782; Histoire, II, 480.
49. Scharff, Der historische Abschnitt der Lehre für König Merikaré, Monaco 1936: Maspero, Les
enseignements d’Amenemhait I er à son fils Sanouasrit I er, Le Caire 1914. Anche dei privati, soprattutto
durante l’Impero di Mezzo, hanno pubblicato insegnamenti che combinano l’elogio del re con il
consiglio di servirlo con assoluta devozione. Cfr. Kuentz, Deux versions d’un panégiryque royal;
Studies presented to F.Ll. Griffith, London 1932.
50. È il Papiro Harris I, di cui è stata in seguito pubblicata un’edizione migliore, Bibl. æg.
51. Pap. Harris, I, 79, 1-5.
52. Ibid., 22, 3-23, 4.
IX
L’esercito e la guerra

Vantaggi e inconvenienti del mestiere militare


Gli scribi giudicavano la condizione militare molto al di sotto della loro
ma i loro allievi talvolta, abbagliati da vane apparenze, preferivano la spada e
l’arco e soprattutto il carro trainato da due cavalli scalpitanti al calamo e alla
tavolozza. A quei giovani insensati bisognava indicare la miseria della vita
del soldato. Fra gli esercizi di stile che l’epoca ramesside ci ha tramandato la
descrizione di queste miserie occupa un posto importante. Il futuro ufficiale
di fanteria veniva scelto fin dalla culla. Appena era alto due cubiti, veniva
rinchiuso in una caserma e sottoposto a un addestramento così duro che ben
presto la sua testa e il suo corpo erano cosparsi di piaghe che non guarivano
più. Se riposava, veniva battuto come una pergamena. Quando infine era
ritenuto pronto a combattere la sua vita diventava un incubo: «Vieni che ti
racconto le sue spedizioni in Siria, le sue marce attraverso le montagne. Si
porta in spalla il suo pane e la sua acqua, come un asino. Ha le vertebre della
schiena tutte storte. Beve acqua salmastra e dorme mezzo sveglio. Quando
raggiunge il nemico è come un uccello preso in trappola. Non ha più forze in
tutto il corpo. Quando è venuto il momento di rientrare in Egitto, è come un
legno roso dai vermi. Sta male e spesso lo coglie la paralisi e deve farsi
trasportare su un asino. Le sue vesti sono portate via dai ladri e i soldati
d’ordinanza scappano via». 1 Queste fatiche erano risparmiate all’ufficiale che
combatteva sul carro. All’inizio questi, quando riceveva due bei cavalli
provenienti dalla scuderia reale e cinque uomini d’ordinanza, non stava più
nella pelle dalla gioia e correva a farsi vedere in città. Provocava le persone
che osavano non mostrargli ammirazione. Ma aveva finanziato il corredo di
due dei suoi cinque uomini e adesso doveva acquistare un carro. Il timone
costava tre deben d’argento e la cassa cinque. La piccola fortuna ereditata da
suo padre e sua madre se ne andava interamente in quelle spese. Provocava
nuove liti. Cadeva ed era ferito. I suoi cavalli venivano abbandonati in un
fosso proprio mentre i suoi capi passavano per l’ispezione. Veniva
condannato alla bastonatura e veniva sbattuto a terra, calpestato e colpito
cento volte. 2
Questo quadro non è sincero: dimostra soprattutto che i letterati non
amavano i militari i quali, probabilmente, li ricambiavano. I vecchi soldati
che dopo tante campagne in Siria, in Nubia o in Libia potevano rientrare nel
loro paese e terminare la loro esistenza in un pensionamento confortevole,
come Ahmose, figlio di Abana, o che avevano ottenuto una sinecura a corte
come Ahmose di Nekhabit, non avevano un ricordo così penoso del loro
servizio attivo: «Il nome di chi è stato valoroso nelle sue azioni – dice il figlio
di Abana – non scomparirà mai da questa terra». Il mestiere pagava. Dopo
ogni azione vittoriosa si divideva il bottino. Il valoroso il cui nome era stato
segnalato all’araldo reale riceveva terreni in città e schiavi dei due sessi in
occasione delle confische operate ai danni dei nemici del re. Ahmose ne
ricevette diciannove e ottenne più volte l’oro del valore in forma di collane e
coppe simili a quella di Thuty sulla quale fu incisa in geroglifici la scritta:
«Donata dal favore del re Menkheperrê al nobile principe, padre divino,
amato dal dio che riempie il cuore attraverso tutti i paesi stranieri e le isole
del Grande Verde, che riempie i magazzini di lapislazzuli, argento e oro, il
preposto ai paesi stranieri, quello ai soldati, il lodato dal dio buono, quello cui
il signore delle due terre assicura la sopravvivenza, lo scriba reale Thut». 3
Anche un altro soldato di carriera, Didu, che era stato a sua volta preposto
ai deserti a Occidente di Tebe, messaggero reale per tutti i paesi stranieri,
porta-stendardo della guardia di Sua Maestà, comandante della nave Mery-
Amon e infine capo della polizia, ricevette in più di una occasione l’oro della
lode. Portava, appese al collo con un cordoncino, sopra la gorgiera, delle api
e un leone d’oro. 4 Un altro porta-stendardo suo contemporaneo che
rispondeva al pomposo nome di Neb-Kêmi (signore d’Egitto) aveva ricevuto
un braccialetto d’argento dorato. 5
Ancora più fortunato, il porta-stendardo Nebamon raggiunse la vecchiaia
servendo il Faraone con coraggio e fedeltà senza incorrere mai in alcuna
punizione o alcun rimprovero nel corso della sua lunga carriera. Sua Maestà,
che ne aveva conosciuto i meriti, aveva deciso di procurargli una vecchiaia
onorata in una bella casa a due piani, dotata di un cortile interno all’ombra di
una palma. Ne dipendevano domestici, greggi, terreni e servi, garantiti da
qualsiasi requisizione dei funzionari reali. Gli venne conferito il titolo di
amakh. Il Faraone, che non aveva voluto sottrarlo completamente dal servizio
attivo, l’aveva nominato capo della polizia nel settore occidentale della città.
Quei titoli e quei beni gli furono conferiti nel corso di una vera e propria
presa d’armi. Quando era porta-stendardo, Nebamon si trovava, come Didu,
che abbiamo già citato, a bordo di una nave da guerra, la Mery-Amon. Il suo
stendardo, del resto, rappresentava una nave con una cabina centrale, un
timone e del sartiame. Tutto l’equipaggio venne in barca a vedere la
premiazione del suo antico comandante. Gli ufficiali stavano seduti su
sgabelli a X. Gli uomini in piedi, gomito a gomito, formavano quattro
schiere. Nebamon restituì lo stendardo che aveva portato quando era
compagno del signore delle due terre nei paesi stranieri del Sud e del Nord e
adorò lo stendardo. Poi un ufficiale, porta-ventaglio del re, gli consegnò un
nuovo stendardo rappresentante una gazzella con una piuma di struzzo sulla
schiena, caratteristico dei funzionari di polizia operanti a ovest di Tebe, e una
colonnetta a forma di palma un po’ più lunga di una mano che forse
conteneva la copia del decreto reale riguardante Nebamon. Dopo questa
consegna, i Megiaiu sfilarono davanti al loro nuovo capo. Due funzionari, il
capitano dei Megiaiu, Teri e il luogotenente Mana gli si presentarono con i
gomiti e le ginocchia a terra. Gli venne presentata una serie di bandierine,
alcune quadrate, altre a forma di semicerchio, sulle quali senza dubbio erano
scritti il nome, il numero o un segno distintivo delle unità che componevano
il corpo dei Megiaiu. Infine la tromba suonò a raccolta gli uomini
chiamandoli alla sfilata. In testa marciava il porta-stendardo seguito dagli
arcieri che precedevano la fanteria pesante armata di picca e scudo.
Passando davanti a Nebamon, gli arcieri presentarono l’arco con la mano
destra. Poi se l’attaccarono al collo in modo da tenere le mani libere e
marciarono stringendo i pugni. 6
Questi uomini indubbiamente non avevano niente da lamentarsi dei loro
sovrani. Sappiamo molte meno cose sugli ufficiali subalterni e sui soldati
semplici che non avevano i mezzi per farsi costruire una grande tomba e
decorarla con immagini che rimandavano agli episodi della loro vita militare.
Queste immagini però ci suggeriscono qualcosa anche sulla sorte della
truppa. I funzionari superiori, scribi reali e scribi delle reclute, come Tjanuni,
Horemheb, Amenemheb, si mostravano molto preoccupati del cibo dei
soldati. Il cibo abituale consisteva in pane, carne di manzo, vino, gallette,
verdure e ogni specie di buone cose che potessero sostenere i soldati. Guidati
dai loro graduati, gli uomini arrivavano in buon ordine, ognuno con una
borsa. Varcavano una porta e in una corte trovavano anfore, cesti pieni di
gallette, polpette e pezzi di carne. Uomini anziani, vestiti di bianco, stavano
seduti a terra dietro i cesti: erano certamente panettieri e cuochi. Gli scribi
progressivamente registravano gli uomini e le razioni. 7
Fra gli incarichi di Nebamon, quando fu promosso comandante dei
Megiaiu, c’erano la sorveglianza, l’istruzione e l’addestramento delle reclute.
Praticava questa sorveglianza beatamente, seduto su uno sgabello assistito da
due ufficiali d’ordinanza che tenevano a sua disposizione un altro sgabello,
una sacca, dei sandali e delle canne. In sua presenza degli scribi portavano e
registravano provviste, sigillavano giare di vino, marchiavano buoi. 8 È
probabile che tutti quei viveri non fossero destinati solo a Nebamon ma alle
truppe poste ai suoi ordini perché Nebamon era il responsabile delle reclute.
I Ramessidi vollero, come i loro predecessori, che i soldati fossero ben
nutriti e bene equipaggiati e fecero ciò che dipendeva da loro perché fossero
contenti della loro sorte. Perciò Ramses II rimprovera severamente il suo
esercito per averlo abbandonato solo in mezzo ai nemici, col solo aiuto di
Amon:
«Come siete stati vili, miei carristi! Non ho proprio ragione di essere fiero
di voi. Eppure non ce n’è uno solo di voi al quale non ho fatto del bene nel
mio paese. Non mi sono forse alzato come un signore? Non eravate poveri? E
io vi ho fatti grandi, col mio ka, ogni giorno. Ho assicurato al figlio il bene
del padre. Ho allontanato il male da questa terra. Vi ho alleviato delle
imposte e vi ho dato altre cose che in passato vi erano state tolte. Placavo il
desiderio di chiunque lo esprimesse [...] Nessun signore ha fatto per i suoi
soldati quello che la Mia Maestà ha fatto per voi. Io vi ho permesso di
risiedere nelle vostre città senza servire per me come funzionari o come
carristi. Permettevo a questi ultimi di avviarsi verso le loro città dicendo: “Li
troverò comunque sempre in battaglia e all’ora delle marce”». 9
Ramses avrebbe potuto chiedersi se non avesse reso addirittura la vita
troppo facile alle sue truppe, ma il terzo della dinastia aveva continuato per la
stessa strada. Qualche anno dopo la sua ascesa al potere, il nemico battuto
ovunque non osava più mostrarsi. I soldati erano diventati delle specie di
redditieri che potevano risiedere in una città di loro scelta con le loro famiglie
e disponevano di molto tempo libero: «Ho permesso ai soldati e ai carristi di
insediarsi nel mio tempo. I Sardani, i Qahaq (mercenari di origine libica)
nelle loro città dormivano sdraiati sulla schiena. Non avevano più niente da
temere, né il guerriero nubiano né il nemico siriano. Le armi e gli archi erano
riposti nelle stanze dei magazzini. Essi erano saziati, abbeverati, pieni di
elogi. Le loro donne e i loro figli potevano vivere con loro ed essi non
dovevano mai guardarsi le spalle. Avevano il cuore tranquillo. Ero con loro
come la garanzia e la protezione della loro carne». 10 Insomma, quello che
Erodoto dice dell’esercito egizio dell’epoca di Psammetico, era vero per
quello dell’epoca dei Ramessidi. C’erano due specie di guerrieri che erano
detti calasiri ed ermotibi corrispondenti ai fanti, meshau, e ai carristi, tent-
heteri, dei Ramessidi. Non imparavano altro mestiere che quello delle armi e
se lo tramandavano di padre in figlio. Erano tutti proprietari. Agli uomini
della guardia reale spettavano razioni supplementari di grano, di carne e di
bue. 11

Il servizio interno
Quando i re tebani iniziarono la guerra di liberazione contro gli Hyksos, il
loro esercito non comprendeva solo Egizi: pensarono di arruolare anche
prigionieri. Nel reggimento comandato dallo scriba reale Tjanuni al tempo di
Thutmose I troviamo uno squadrone di valorosi ben diversi dalle reclute
indigene. 12 Gli Egizi erano alti e snelli, con le spalle larghe e il ventre piatto.
Quegli stranieri erano di membra grosse e avevano i capelli lunghi sul collo.
La cintura stretta faceva sembrare enorme il loro ventre, comunque
sporgente. Si attaccavano alla schiena e ai polpacci delle code di pantera.
Provenivano certamente dai paesi meridionali ma non erano Neri. Nelle
esercitazioni avanzavano a grandi passi tutti insieme, portando avanti la mano
destra che stringeva un bastone. Akhenaton addirittura preferiva gli stranieri.
Nella sua guardia personale, che lo aspettava all’uscita del palazzo e lo
accompagnava al tempio, figuravano più stranieri, Libici, Neri che Egizi. 13
Con Horonemheb, comparvero nell’esercito egizio gli Hittiti e, con Seti, i
popoli del mare. La guardia di Ramses II era interamente composta da
Sardani. 14 Erano uomini robusti, magri e ben fatti. I disegnatori egizi, che
erano dotati di molta capacità di osservazione, hanno colto acutamente i
lineamenti che li distinguevano dagli Egizi dal volto regolare e dal profilo
netto, dai neri col volto più orizzontale, dai Libici ossuti, dai Semiti dal naso
aquilino. Dai dipinti di una parete del tempio di Abido si potrebbe supporre
che il Faraone avesse irreggimentato contro la coalizione che lo minacciava
anche degli Europei. I successi dell’esercito di Ramses III contro i Libici e i
popoli del mare permisero al re di fare molti prigionieri che subito vennero
marchiati come bestiame, con il sigillo del suo nome, inquadrati,
irreggimentati e sottoposti alla disciplina egizia. 15
L’addestramento consisteva in marce collettive e combattimenti corpo a
corpo. Uno dei piaceri del re era lo spettacolo delle lotte e dei concorsi
istituiti fra i soldati meglio addestrati, che poi venivano invitati a corte. 16 I
principi portavano il ventaglio con il manico. Un pendente, fermato fra i
capelli, scendeva sulla loro guancia fino a coprirla. A essi si univano principi
stranieri, come farà il transfuga Hadad, il nemico di Davide. I Siriani si
distinguevano per la larga sciarpa annodata intorno al corpo, i lunghi capelli
trattenuti da un nastro e la barba. I Neri portavano pesanti orecchini e una
piuma di struzzo fra i capelli. Gli Hittiti e i Libici avevano indossato le vesti
da parata e salutavano il Faraone a una sola voce: «Tu sei come Montu,
Faraone Vita, Salute, Forza, nostro buon signore. Amon ha sottoposto a te
questi stranieri che venivano contro di voi, da malvagi».
I combattenti scendevano nell’arena. Innanzitutto si scontravano due
uomini armati di bastone, che indossavano il perizoma militare caratterizzato
da un largo panno di forma triangolare con la punta rivolta in basso, che
ricadeva sul davanti. L’avambraccio sinistro era munito di una bretella, la
mano sinistra era protetta da un guanto di cuoio, il mento e le due guance da
una robusta fascia che si attaccava a una fascia frontale. Uno dei campioni si
inchinava verso il principe reale, capo supremo dell’esercito, che lo
incoraggiava dicendo: «Al mio cuore, al mio cuore, oh combattente». L’altro
alzava entrambe le braccia al cielo, poi la lotta aveva inizio. I due avversari si
somministravano grandi colpi di bastone proteggendosi il viso con il braccio
sinistro e si lanciavano sfide del tipo: «Stai attento, ti farò vedere la mano di
un combattente».
Agli schermidori seguivano i lottatori. Un egizio sollevava il suo
avversario libico che gli mordeva la mano. Il primo urlava: «Attento siriano
che mordi con la bocca! Il Faraone Vita, Salute, Forza, mio signore, è con
me, contro di te!». Dobbiamo credere che il Faraone avrebbe interrotto la
lotta per punire il contendente sleale o semplicemente che quel
comportamento scorretto non avrebbe impedito il trionfo del campione egizio
sostenuto dagli auspici del suo signore? Adesso i due contendenti si
affrontavano e quello di sinistra sollevava la gamba dell’avversario e gli
annunciava in linguaggio militaresco che lo avrebbe gettato a terra davanti al
Faraone.
Poi un egizio, forse il vincitore del combattimento precedente, si
misurava con un nero. L’arbitro egizio incoraggiava il compatriota anche se
questo non era molto regolare: «Stai attento, che sei di fronte al Faraone Vita,
Salute, Forza, il nostro buon signore!». Il campione sollevava il nero per la
vita e lo incollava al suolo unendo al gesto la parola: «Eccoti sollevato,
sporco nero! Adesso ti abbatterò a pezzi davanti al Faraone». Terzo tempo. Il
nero toccava terra con le ginocchia e le spalle. Certamente aveva rinunciato,
perché il suo vincitore si rialzava sollevando le braccia e proclamando la
propria vittoria in questi termini: «Amon, il dio verdeggiante, il vincitore
degli stranieri, il grande reggimento Orsimarê-è-la-guida ha conquistato tutta
la terra!».
L’amor proprio degli Egizi era così soddisfatto. Possiamo chiederci come
la corte accogliesse il trionfo degli stranieri quando accadeva che fossero i
più forti. Ma l’autore del bassorilievo che ha riprodotto questa scena della
vita dei soldati non ci informa esplicitamente né delle reazioni del pubblico
né delle ricompense concesse ai vincitori. Invece ha accuratamente descritto i
principi stranieri che osservano lo spettacolo in seconda fila. La loro
espressione impassibile non fa presagire niente di buono.

L’esercito in guerra
L’esercito egizio durante la XIX e la XX dinastia ha avuto molte
occasioni per mostrare il proprio valore. Secondo i racconti e i bassorilievi
ufficiali, in particolare quelli che descrivono le imprese di Seti in Palestina e
quelle di Ramses III contro i Libici e contro i popoli del mare, le spedizioni
belliche costituivano un dramma in quattro atti: I. Distribuzione delle armi e
partenza dell’esercito. II. Una grande battaglia in campo aperto. III. Assedio e
conquista di una città. IV. Ritorno trionfale. Sotto i Ramessidi, le cose spesso
andavano così. Ma la vittoria non era, anticamente, più certa e costante che
nei tempi moderni. Gli Egizi non parlavano volentieri delle loro sconfitte, ma
sappiamo che ne subirono di molto amare. Nell’ultimo periodo della XVIII
dinastia, i soldati del re hittita Šuppiluliuma sconfissero e inseguirono gli
Egizi attraverso la Siria per vendicare l’uccisione del principe che si era
recato in Egitto rispondendo all’appello della vedova del Faraone. 17 Ma il
periodo di cui ci occupiamo fu, nell’insieme, glorioso per gli eserciti egizi.
Seguiamoli nella loro marcia irresistibile.

La convocazione e la distribuzione delle armi


Prima di lanciare il paese in guerra, il Faraone di solito sentiva il parere
dei suoi consiglieri anche quando era deciso a fare esclusivamente di testa
sua. Così fece Kamose, uno dei liberatori dell’Egitto, quando decise, ispirato
da Amon, di attaccare gli Hyksos che occupavano tutto il Delta e i nomi
dell’Alto Egitto e avevano recentemente mostrato l’ambizione di estendere il
loro dominio e di imporre il culto del loro dio Setekh anche nell’Egitto
rimasto indipendente. I consiglieri, persone timorate, avrebbero preferito
aspettare e temevano di peggiorare una situazione non certo brillante ma cui
si erano abituati. Ma prevalse il parere del re e la guerra fu decisa. 18 Non
sappiamo se un messaggero notificò agli Hyksos la volontà del Faraone o se
gli occupanti compresero le intenzioni dei Tebani solo vedendone gli eserciti
avanzare verso nord. I re dell’antico Oriente si scrivevano molto, si inviavano
enigmi, minacce, reclami, denunce, si annunciavano reciprocamente le
nascite, i lutti, gli intrighi degli uni e degli altri. Un trattato formulato
correttamente, con preambolo, articoli in gran numero e conclusione, constatò
la fine delle ostilità fra Hittiti ed Egizi nell’anno XXI del regno di Ramses III.
Esso fu creduto a lungo il più antico trattato del mondo. Adesso ne
conosciamo alcuni altri ma per il momento non possediamo nessun
documento destinato a notificare a un’altra potenza lo stato di guerra. Ritengo
però probabile che esso venisse notificato perché durante le ostilità come
vedremo gli avversari si scambiavano messaggi.
Quando la guerra sembrava imminente, il Faraone preparava la fanteria e
il suo equipaggio, i Sardani, che Sua Maestà aveva catturato e condotto via
grazie alle sue vittorie, li armava e comunicava loro il metodo di
combattimento. I Sardani costituivano un corpo speciale di cui il Faraone si
riservava il comando. Il grosso dell’esercito, composto da Egizi, Siriani,
Libici e da meridionali, era distribuito in più corpi. I testi del tempo di Seti
citano il corpo di Amon, noto anche con il nome di «Arco valoroso», quello
di Ra, detto «Il Braccio numeroso», e quello di Sutekh, «Arco potente». 19 Un
quarto corpo, quello di Ptah, per quanto ne sappiamo venne fondato all’inizio
del regno di Ramses II.
La distribuzione delle armi e dell’equipaggiamento si svolgeva in forma
solenne e il re vi assisteva personalmente. 20 Ramses III aveva preso posto su
un podio a balconata e appoggiando il braccio su un cuscino riceveva i saluti
e ascoltava i discorsi dei suoi ufficiali. Poi prese la parola: «Si estraggano le
armi, si espongano le armi per punire con il valore di mio padre Amon i paesi
ribelli che non riconoscono l’Egitto!». Era in veste da cerimonia, perizoma di
lusso, sandali ai piedi. Il fanciullo reale, lo scriba reale, vari ufficiali superiori
erano radunati accanto a lui. Le armi erano schierate per categorie: i caschi
che coprivano la testa e la nuca, dotati di visiera e di due cordoncini che
partivano dal cimiero e finivano con delle ghiandine decorative, gli archi
triangolari, le faretre, le cotte di maglia a maniche corte che proteggevano
l’intero busto, le spade a forma di falce con il lungo manico completato da un
pomolo che gli Egizi chiamavano «khopesh», braccio. I soldati, che
indossavano un semplice perizoma con il pannello triangolare, arrivavano in
colonna, in fila per uno, a mani vuote, ricevevano le armi e se andavano
mentre numerosi scribi annotavano i loro nomi e le armi.
Verso il XIII secolo, gli Egizi avevano finito per adottare le armi dei loro
antichi nemici siriani. Non li avevano battuti solo con le proprie armi. I
caschi che Ramses III faceva distribuire ai suoi uomini e che sono
rappresentati cromaticamente in una stanza della sua tomba, somigliano
molto ai caschi dei guerrieri siriani che ben conosciamo dalle scene di
battaglia del carro di Thutmose IV, dalle processioni dei portatori stranieri di
offerte e infine dalle opere originali siriane. 21 La forma è la stessa. Gli Egizi
avevano semplicemente sostituito la coda di cavallo con dei cordoncini
completati dalle ghiande. Il dio Seth, che a quei tempi spesso veniva
chiamato Sutekh, il più asiatico degli dèi egizi, indossava un casco analogo,
adorno di un disco solare sul davanti, due corna affilate e un lungo nastro
attaccato alla sommità, completato appena al di sopra del suolo da un fiore
triangolare. Sutekh era un dio guerriero e quindi si potrebbe sostenere che il
casco dei soldati non era altro che quello del dio, trasformato per uso pratico,
ma non bisogna dimenticare che Sutekh si era adeguato alla moda asiatica e
assomigliava a Baal coma a un fratello.
I guerrieri asiatici usavano da tempo l’arco triangolare. Gli Egizi ne
avevano cambiati molti. In origine si servivano dell’arco a doppia incurvatura
che nell’Impero Antico avevano sostituito con uno a una sola curva; ma
l’antico modello non era uscito completamente dall’uso. Con un arco di
questo tipo Thutmose III e Amenhotep II trapassavano i loro bersagli di rame.
A questo punto, l’intero esercito egizio era dotato dell’arco triangolare forse
più facile da fabbricare in serie. È poi dimostrato che la spada a forma di
falce era di antica derivazione asiatica. 22 Tutti i re di Biblo, nell’Impero di
Mezzo, se ne facevano depositare un esemplare di lusso nella tomba. Un
gruppo di guerrieri siriani ne presentò alcune al sommo sacerdote di Amon,
Menkheperrêsenb. Thutmose III ne raccolse dei mucchi in Siria: gli Egizi si
resero conto che si trattava di un’arma pericolosa. Il re l’adottò per sé e tutti
ne seguirono l’esempio.
Anche la cotta di maglia fu inventata in Siria. 23 Era una specie di
giacchetto di cuoio che recava delle placchette di metallo. La maggioranza
dei Siriani del carro di Thutmose III indossava la cotta di maglia. Alcuni la
sostituivano con delle larghe fasce incrociate sul petto. La cotta non
proteggeva i vili soldati di Retenu dalle frecce del Faraone ma gli Egizi
avevano osservato che presentava diversi vantaggi.
Il carro, che svolgeva un ruolo importantissimo nelle guerre di quel
tempo, è un altro importante prestito che gli Egizi mutuarono dalla Siria. 24
Non sappiamo esattamente quando i Siriani conobbero per la prima volta il
cavallo né quando fu inventato il carro. Sui documenti dell’Impero di Mezzo,
sia siriani sia egizi, non sono citati. Il racconto di Kamose non ne parla ma a
partire dagli inizi della XVIII dinastia, il cavallo e il carro risultano usati da
entrambi gli avversari. La priorità spetta ai Siriani perché i nomi egizi del
carro e delle sue parti, del cavallo e dei suoi finimenti sono tratti dal
vocabolario semitico. Anche le decorazioni più frequenti rappresentate sulle
casse dei carri, le palmette, gli animali l’uno rivolto contro l’altro, i grovigli
di spirali sono di origine asiatica. Ma i carri del Faraone e dei principi, «dove
tanto oro sporgeva a sbalzo» esibivano un lusso che anche i personaggi più
importanti del Retenu non avrebbero potuto permettersi. 25 Anche i finimenti
erano abbelliti da dischi d’oro e rinforzati col metallo. Tanta eleganza e tanta
ricchezza, però, non devono far dimenticare che quel lusso non era in sintonia
con la funzione pratica dei finimenti che consisteva nell’utilizzare al massimo
la forza del cavallo, disciplinandola. I finimenti da testa erano composti dalla
museruola e da due montanti che si riunivano in una coccarda, dal frontale,
dalla testiera e dai paraocchi. Sulla testa era posata una specie di berretta da
cui sporgevano fiori artificiali o piume di struzzo. Le redini partivano dal
morso. Al nostro moderno collare corrispondeva un finimento formato da tre
pezzi principali, una striscia piuttosto larga, di forma rotonda, che copriva il
garrese, una più sottile che passava sotto il corpo, piuttosto lenta, e una più
aderente, appoggiata contro il pettorale. Il resto del corpo era libero.
Banderuole attaccate un po’ dappertutto ondeggiavano al vento. Dischi d’oro
brillavano sul cuoio. Sui paraocchi era incisa l’immagine di Sutekh, signore
dei cavalli.
L’equipaggio del carro comprendeva due uomini, lo scudiero e il
combattente. Il primo reggeva una frusta che spesso era a sua volta un
oggetto di lusso. Il combattente disponeva di arco, frecce, di una decina di
giavellotti contenuti in una faretra e un astuccio fissato alla cassa. La
piattaforma della cassa distava circa un cubito e mezzo dal suolo ed era
posata direttamente sull’asse senza molle interposte. Queste macchine si
rovesciavano facilmente sulle strade pietrose della Siria. L’equipaggio però,
se aveva potuto prevedere l’incidente, aveva il tempo di balzare a terra perché
la cassa era aperta sul didietro. Quando il carro era smontato, gli occupanti
potevano staccare i cavalli e balzar loro addosso. Così facevano i Siriani.
Anche gli Egizi facevano lo stesso, se era il caso, o almeno così ritengo,
perché i loro disegnatori quando descrivevano una scena di battaglia non
concepivano nemmeno l’idea che un carro egizio potesse ribaltarsi.
I Sardani quando il Faraone li incorporò al suo esercito rimasero quali
erano al tempo in cui combattevano contro di lui. Avevano mantenuto il loro
perizoma, lo scudo rotondo, la spada a lama triangolare e il casco a forma di
scodella rovesciata culminante in un cimiero adorno del disco e della
mezzaluna. Lo stesso possiamo dire dei Filistei riconoscibili nell’esercito del
Faraone per il loro diadema di piume. I Siriani non disprezzavano
l’armamento degli Egizi, perché era molto simile al loro. Alcuni avevano
conservato il medaglione e il perizoma decorati da ghiande. Anche i Neri
erano rimasti fedeli all’arco a doppia curva che i loro antenati usavano da
secoli; molti usavano anche i giavellotti di legno.

L’ordine di marcia
Adesso l’Egitto era pronto a battersi. Il suo esercito stazionava nelle
pianure del Delta e ancora una volta si preparava a mettersi ordinatamente in
marcia e a varcare, attraverso il ponte di Sile, il lago dei coccodrilli che un
disegnatore dei tempi di Seti ha rappresentato su una parete di Karnak. Un
reggimento di fanteria apriva la marcia. 26 Gli uomini erano incolonnati uno
per uno e avanzavano parallelamente in gruppi di sette od otto. Seguivano i
trombettieri, il cui strumento di rame o d’argento, lungo appena un cubito e
diritto, poteva emanare solo poche note non molto sonore. Il tamburo era
noto ma non l’ho mai osservato in scene di guerra mentre figura nel corso
della presentazione delle reclute e nelle feste, il che fa pensare che fosse
riservato a uso interno.
Poi veniva un gruppo di ufficiali addetti alla persona del re, quindi un
primo carro sul quale spiccava l’insegna dell’ariete culminante nel disco che
garantiva all’intero esercito la protezione della principale divinità tebana.
Questo carro era seguito da un altro gruppo di ufficiali. Preceduto da due
porta-parasoli che camminavano a piedi, avanzava infine il carro del re che
Ramses guidava personalmente. Un leone avanzava, nelle vicinanze dei
cavalli, senza guinzaglio. Tutto l’esercito segnava il passo, i fanti di tutte le
categorie, i carri e gli uomini dell’approvvigionamento che guidavano gli
asini carichi di pacchi e giare o i carri trainati da sei buoi. Il deserto era vasto.
La Palestina era un paese povero. Gli Egizi sapevano, per esperienza, che
l’esercito avrebbe vissuto a lungo solo di quello che aveva portato con sé.
Guerrieri e carri sfilavano lungamente attraverso le piste e raggiungevano
la prima fonte d’acqua detta «Hupana», nei pressi di un migdol e di una
costruzione detta «del Leone». 27 Di sorgente in sorgente si raggiungeva, a
seconda dei casi, Bir-Sabé e Hebron oppure Gaza, in riva al mare. Le
spiagge, le dune, i palmizi si succedevano a questo punto fino alle vicinanze
di Megiddo dove il terreno diventava pietroso e mosso. Si profilavano poi i
giardini di Tiro e Sidone che permettevano di godere un riposo incantevole.
Nella pianura di Beirut si trovavano fonti abbondanti. A quel punto si
cominciavano a scorgere le cime innevate delle alte montagne, che
dominavano i pendii coperti di pini e abeti. In meno di una tappa si passava
nei pressi di un torrente veloce e gelido che scorreva davanti alle stele incise
all’inizio del regno di Ramses II e già consumate dal tempo. Dopo avere
attraversato qualche villaggio di pescatori, boscaioli, contadini, l’esercito
raggiungeva un altro fiume molto simile al primo. Le sue acque ogni anno si
arrossavano del sangue di un dio. Era il momento di affrontare la montagna
ma proseguendo lungo la costa si raggiungeva, dopo una breve tappa, la città
santa di Kapni, abitata da mercanti avidi e astuti sempre pronti a vendere il
loro legname e ad affittare le loro barche agli Egizi. Valeva la pena di
fermarvisi e chiedere la protezione della dea dei luoghi, che somigliava come
una sorella alla Hathor di Menfi e di Iunit. Adesso l’esercito volgeva le spalle
al mare e attraversava foreste spingendosi sempre più in alto per raggiungere
il deserto. La montagna innevata, così lontana quando si costeggiava il mare,
non sembrava più alta delle piramidi contemplate da Menfi. Finalmente una
brezza deliziosa rinfrescava i soldati stanchi. L’altopiano finiva
improvvisamente e si apriva su una radura verdeggiante ben coltivata quanto
le pianure d’Egitto, cosparsa di borghi altrettanto numerosi, percorsa in tutte
le direzioni da freschi ruscelli. Tutti si rendevano conto che Qadesh ormai
non era lontana.

La battaglia
Il nemico poteva accontentarsi di praticare una guerra difensiva al riparo
delle sue roccaforti. Se si sentiva in grado di affrontare l’invasore in aperta
campagna, si usava proporre un giorno e un luogo per la battaglia e tener
conto delle opportunità dell’avversario. Quando l’Etiope Piankhi inviò il suo
esercito verso il nord per attaccare gli Egizi, ricordò all’esercito quest’uso,
anzi questa legge, in una famosa istruzione:
«Non attaccate di notte ma secondo la regola del gioco, combattete a
vista; annunciate la battaglia da lontano. Se [l’avversario] dice che i soldati o
la cavalleria di un’altra città è in ritardo, restate finché il suo esercito sia
arrivato. Combattete finché lo dirà. Se i suoi alleati si trovano in un’altra
città, si ritardi per aspettarli. Ai principi che egli porta con sé come aiutanti, i
Libici, suoi combattenti fedeli, annunciate il combattimento dicendo: “Tu,
qualunque sia il tuo nome, che comandi le truppe, attacca ai carri i migliori
corsieri della tua scuderia, schiera i tuoi uomini in battaglia. Imparerai che il
dio che ci manda è Amon”». 28
Questa istruzione di Piankhi non fu sempre accettata, 29 anche se era
conforme alla legge della guerra quale l’Antichità e il Medio Evo l’hanno
sempre praticata o almeno raccomandata. Montaigne riferisce che in seguito a
un’astuzia del legato Lucio Marcio: «Gli anziani del Senato, memori dei
costumi dei loro padri, accusarono quella pratica come nemica del loro antico
stile che, essi affermavano, poteva combattere in virtù non di astuzia e di
sorpresa e di incontri notturni o fughe organizzate o cariche inopinate, ma
entrando in guerra solo dopo averla denunciata e spesso avendo stabilito l’ora
e il luogo della battaglia». 30 Dagli Egizi agli antichi Romani, gli usi non
erano cambiati. Grazie a Montaigne ci rendiamo conto di che cosa il capo
etiope intendesse per «regola del gioco». Gli avversari dovevano prendere
posizione l’uno di fronte all’altro senza barare, senza nascondere le loro forze
né le loro intenzioni e intraprendere la lotta a eguali condizioni, come i
giocatori che hanno lo stesso numero di pedine all’inizio della partita. Dio
avrebbe dato la vittoria al migliore.
Abbiamo la prova che gli Egizi avessero adottato questa pratica leale ben
prima di Piankhi grazie all’epiteto che talvolta è attribuito al dio guerriero
Seth: «l’annunciatore della battaglia»; 31 e ancor più chiaramente grazie al
racconto della battaglia di Megiddo che l’esercito di Thutmose III combatté
contro una coalizione asiatica. 32
L’esercito egizio era arrivato il 16 del primo mese di shemu alla città di
Yiehem. Sua Maestà ordinò di chiamare a consiglio i suoi valorosi soldati e
spiegò loro che il vile caduto di Qadesh insediatosi a Megiddo aveva raccolto
intorno a sé i grandi del paese che in passato si trovavano nell’acqua
dell’Egitto a partire dal Naharina e che aveva detto: «Mi preparo a
combattere Sua Maestà qui a Megiddo». «Ditemi che cosa pensate», aggiunse
il re. I consiglieri fiutarono un’insidia. La strada che portava da Yiehem a
Megiddo ben presto si restringeva: bisognava marciare incolonnati, uomini e
cavalli. L’avanguardia sarebbe stata impegnata nella battaglia quando la
retroguardia non era ancora uscita da Aluna. Sarebbe stato preferibile
prendere un cammino più tortuoso, che avrebbe permesso di raggiungere
Megiddo da nord e tutti insieme. Questo piano ragionevole fu respinto dal
Faraone che esclamò: «Com’è vero che vivo, che Ra mi ama, che mio padre
Amon mi favorisce, che il mio naso fiorisce in vita e in durata, la Mia Maestà
marcerà per la strada di Aluna. Vada chi vuole per la strada che avete detto.
Perché i nemici che aborriscono Ra penseranno: “Sua Maestà va per un’altra
strada e si allontana per paura di noi”». Quest’arringa conquistò
immediatamente gli oppositori che dissero a Sua Maestà: «Eccoci, seguiremo
la Tua Maestà ovunque andrà. Il servo starà dietro al suo signore».
Alla luce delle istruzioni di Piankhi la situazione che il consiglio di guerra
doveva esaminare era chiara. Il caduto di Qadesh aveva inviato un messaggio
al Faraone per proporgli un giorno e un luogo per la battaglia. I consiglieri
diffidavano ma Menkheperrê ritenne indegno di sé e delle divinità che
l’amavano e lo proteggevano di adottare una decisione non conforme alle
usanze. Gli avvenimenti successivi gli diedero ragione. L’esercito entrò nella
valle stretta con il re alla sua testa e la riempì completamente. Sempre
diffidenti, gli ufficiali supplicarono il loro signore di dar loro ascolto e non
procedere prima che l’avanguardia avesse superato il punto più pericoloso.
Ma anche questa precauzione si rivelò inutile. I nemici distribuiti fra Taanakh
e Mageddo non tentarono di contrastare i movimenti dell’esercito egizio che
poté così prendere posizione per il combattimento a sud di Mageddo verso la
metà della giornata e prepararsi tranquillamente alla battaglia che doveva
cominciare il mattino dopo. Le regole del gioco erano state rispettate.
Anche i consiglieri però rispettavano il loro ruolo invitando il Faraone a
mostrarsi prudente. L’esercito che avevano davanti era al comando del re di
Mitani ma comprendeva un gran numero di Amu, eterni e perfidi nemici dei
quali un re dell’XI dinastia diceva, nelle istruzioni da lui composte per suo
figlio Merikara: «Quanto al vile Amu [...] non può restare fermo, i suoi piedi
non smettono mai di muoversi. Combatte dal tempo del dio, senza essere né
vincitore né vinto. Egli non annuncia mai il giorno della battaglia come colui
che si prepara a un tiro mancino». 33 L’Amu, che ben conosceva boschi e
montagne, fuggiva la battaglia in campo aperto per cui non aveva forze
sufficienti. Egli attaccava lateralmente l’esercito egizio per sparire subito. Le
sue armi migliori erano il segreto e la sorpresa. Eppure anche quando gli
Egizi avevano un avversario alla loro altezza la sorpresa poteva svolgere un
ruolo importante. Avrebbe potuto averne uno disastroso per gli Egizi davanti
a Qadesh quando Ramses II e il suo esercito andarono allo scontro con
l’esercito hittita. 34
Il vile caduto di Khatti aveva coalizzato contro l’Egitto tutti i paesi
settentrionali a partire dall’estremità del mare. Ai soliti avversari del Faraone,
che venivano da tutta la Siria fino all’Eufrate, si erano aggiunti i popoli
dell’Asia Minore, i Dardani, Ilio, Keshkesh, Qarqesh, i Lici e alcuni popoli
europei come i Misi. Il re di Khatti si era spogliato di tutti i suoi beni pur di
portarli con sé a combattere. Essi coprivano i monti e le valli: erano numerosi
come un’invasione di cavallette. Tutte quelle forze stavano nascoste a nord-
est di Qadesh. Gli Egizi che credevano i loro nemici ancora attardati nella
regione di Aleppo perché i loro esploratori non li avevano ancora segnalati da
nessuna parte, avanzavano senza timore nella valle dell’Oronte. Ramses, che
aveva varcato il fiume a guado, apriva la marcia con la sua scorta seguito dal
corpo di Amon. Il corpo di Ra attraversava l’Oronte al guado di Shabtun,
quello di Ptah aspettava che il guado fosse libero, nella sua postazione di
Irnam. Il corpo di Sutekh, buon ultimo, si sforzava di raggiungere gli altri ma
si trovava ancora a parecchi giorni di marcia.
Mentre il re si trovava a Shabtun, due Shasu, due di quei Beduini che
erano il terrore delle carovane che circolavano fra la Siria e l’Egitto e dei
coltivatori vicini all’istmo di Suez, si presentarono per dire a Sua Maestà, da
parte dei loro fratelli, che si volevano staccare dal re di Khatti per diventare
servi del Faraone. «Dove sono dunque i vostri fratelli», chiese il Faraone, «e
quali informazioni portate a Sua Maestà?» I Beduini risposero: «Essi sono nel
luogo dove si trova il vile re di Khatti perché il caduto di Khatti sta nel paese
di Aleppo, a nord di Tunip. Ha troppa paura del Faraone Vita, Salute, Forza
per spingersi a sud perché ha sentito dire che il Faraone risaliva verso nord».
Mentivano: erano spie agli ordini del caduto di Khatti venute a informarsi
della posizione degli Egizi di cui cercavano di allentare la vigilanza con false
informazioni.
Il re infatti decise di accamparsi a nord di Qadesh sulla riva occidentale
dell’Oronte. Nella pianura si tracciò un vasto rettangolo costeggiato da una
specie di palizzata di scudi o di elementi a forma di scudo. Al centro, vennero
allestite una grande tenda per il re e tre tende più piccole e un po’ ovunque
ancora altre tende. Il leone del re, legato per una zampa a un archetto,
sonnecchiava sdraiato a terra. I cavalli erano stati staccati per farli mangiare.
Gli asini erano stati liberati dai carichi e si rotolavano nella polvere,
scalciavano, accennavano dei passi di galoppo. I soldati sistemavano le armi
e le bilance mentre entravano nuovi carri trainati da buoi. Gli ufficiali
superiori si erano sistemati in baracche di legno con il tetto sostenuto da una
colonna e dotate di una porta, come delle case. All’interno, su appositi
supporti, c’erano bacili e catini. Gli addetti avevano tirato fuori i fornelli, i
tavoli, gli sgabelli e le stuoie. Gli uomini di fatica, diretti da un graduato,
toglievano la polvere con una scopetta e pulivano tutto con dell’acqua. Altri
andavano e venivano spingendo degli asini, o portando oggetti imballati
appesi a un bilanciere. Accanto alle baracche un cavallo tuffava la testa nella
mangiatoia. Un garzone di scuderia calmava altri due corsieri che
scalpitavano. Lo scudiero, comodamente insediato sulla cassa del suo carro,
dormiva profondamente. Un soldato beveva. Nessuno pensava al pericolo. 35
Ma una pattuglia egizia aveva catturato due esploratori del caduto di Khatti e
li aveva portati alla presenza del re assiso sul trono d’oro posto, in suo onore,
sul podio. Il bastone era un mezzo infallibile per far parlare la gente. I
prigionieri confessarono tutto ciò che si voleva da loro: «Apparteniamo al re
di Khatti, è lui che ci ha mandato a vedere dove Sua Maestà si era
accampato». «Ma dov’è, il caduto di Khatti? Ho sentito dire che si trova nel
paese di Aleppo a nord di Tunip!» «Ecco, il vile re di Khatti che viene con le
numerose nazioni che stanno con lui [...] Sono più numerosi della sabbia del
mare. Eccoli in posizione, pronti a combattere nei pressi di Qadesh-il-
Vecchio.» Il re esclamò furioso: «Eccoli nascosti nei pressi di Qadesh-il-
Vecchio e i miei capi stranieri non lo sanno e nemmeno gli ufficiali del paese
dei Faraoni che stanno con loro! E adesso ci dicono che stanno arrivando!». I
consiglieri riconobbero che erano stati commessi degli errori: «Non va bene,
è stato un grave errore quello che hanno commesso i capi stranieri e gli
ufficiali del Faraone Vita, Salute, Forza che non ci hanno informato del luogo
dove stava il vile caduto di Khatti nel loro rapporto quotidiano al Faraone
Vita, Salute, Forza». Il visir venne incaricato di fare affrettare gli elementi
attardati a sud di Shabtun per guidarli nella località dove stava Sua Maestà
ma mentre questo riuniva il suo Consiglio il vile caduto di Khatti si avvicinò
con i soldati, l’equipaggio e tutti gli alleati. Essi varcarono a sud di Qadesh
un guado che era rimasto indifeso. Colti di sorpresa i soldati e i carri egizi
fuggirono disordinatamente. I nemici fecero prigionieri persino fra la scorta
di Sua Maestà.
In quel rischioso passo, Sua Maestà si levò come suo padre Montu e
afferrò il suo equipaggiamento da battaglia. Indossò la corazza: era come
Baal al suo momento. Lo scudiero Menna quando vide quanti carri
circondavano il suo signore si mise a tremare: il cuore lo abbandonò e le sue
membra furono pervase dal timore. Disse a Sua Maestà: «Mio buon signore,
valoroso sovrano, grande protettore dell’Egitto nel giorno della battaglia,
eccoci soli in mezzo ai nemici. I soldati e gli equipaggi ci hanno
abbandonato. Come farai a metterti in salvo? Fai che siamo puri. Salvaci,
Usirmarê!».
Sua Maestà rassicurò il suo compagno: non aveva paura. I soldati
l’avevano abbandonato e ammassavano bottino invece di prendere posizione.
Non c’erano più né principi né scudieri né guide né ufficiali ma Ramses non
aveva edificato invano tanti monumenti, tanti obelischi a suo padre, riempito
di tanti prigionieri i suoi castelli di milioni di anni, spedito navi cariche di
prodotti esotici. L’appello del re risuonò fino a Tebe. Adesso aveva un alleato
che valeva più di milioni di uomini. Ramses lanciò frecce alla propria destra
guardandosi sulla sinistra. I duemilacinquecento carri nemici furono abbattuti
con i loro cavalli. I soldati non si trovarono più le mani per servirsene. Il
cuore era caduto loro nel ventre: non riuscivano più a tirare né ad afferrare la
spada. Il re li spinse in acqua come coccodrilli. Quelli che strisciavano non si
sollevavano più. Il vile re di Khatti, che assisteva, in mezzo ai suoi soldati e
ai suoi carri montati da tre guerrieri, al combattimento di Sua Maestà volse le
spalle tremando. I suoi soldati, i suoi equipaggi, i suoi alleati, il re di Irtu, il re
di Mesa, il re di Aluna, il re di Licia, quello di Dardania, il re di Karkemish e
quello di Qerqesh, quello di Aleppo e i suoi stessi fratelli, tutti batterono in
ritirata impressionati dal valore del Faraone gridando: «Si salvi chi può». Sua
Maestà correva dietro di loro come un grifone e li caricò cinque volte, simile
a Baal nell’istante della sua potenza. Appiccò il fuoco alla campagna di
Qadesh perché il luogo che era stato calpestato dalla loro moltitudine fosse
irriconoscibile.
I soldati finalmente arrivarono quando la battaglia era ormai vinta dalla
forza e dal coraggio del Faraone e anche da qualche altra causa di cui il
nostro autore non ha creduto opportuno informarci. Il Faraone li ricoprì di
sarcasmi: «Nessuno di voi era presente... nessun uomo si è alzato per metter
mano con me mentre combattevo. Io attesto il ka di mio padre Amon...
Nessuno di voi è venuto per affermare le sue imprese nella terra d’Egitto...
Gli stranieri che mi hanno visto renderanno noto il mio nome fino alle
contrade più lontane finora ignote».
Docilmente i soldati rendevano grazie al valore del loro signore. I suoi
nobili, i suoi equipaggi esaltavano la forza del suo braccio: «Il magnifico
combattente dal cuore fermo che tu sei ha salvato il tuo esercito e i tuoi carri.
Tu sei il figlio di Amon che agisce con le tue braccia. Tu hai legato la terra di
Khatti con il vigoroso braccio. Hai spezzato la schiena di Khatti per
sempre!».
Il re rispose con nuovi rimproveri: «È bello il nome di colui che ha
combattuto bene. Si rispettava l’uomo a causa del suo braccio fin dai tempi
più antichi ma io non farò del bene a nessuno di voi perché mi avete
abbandonato quando ero solo in mezzo ai nemici».
Questi rimproveri non erano così terribili. L’esercito aveva perso
l’occasione di ottenere delle ricompense. Un altro re, Piankhi, ebbe occasione
di infuriarsi con il suo esercito, che pure aveva combattuto bene e aveva
costretto Tefnakht a fuggire verso nord con gli scarsi resti delle sue truppe ma
il re avrebbe voluto catturare o annientare d’un sol colpo tutti i suoi nemici.
Quando l’esercito ebbe compreso che il suo capo era deluso, prese tre
fortezze difese con accanimento. Piankhi lo venne a sapere ma il suo cuore
non ne fu placato. Un giorno Sua Maestà comparve sul suo carro trainato da
due cavalli sulla piattaforma della sua imbarcazione. Furioso come una
pantera, rinnovò le invettive contro i suoi soldati: «Aspettate il mio
messaggero per combattere quelli? Forse dovrà passare un anno intero prima
che il mio terrore dilaghi nel Delta?». Tutti i soldati furono colpiti da un
estremo dolore. 36
Ma il vile, caduto re di Khatti inviò un messaggero per esaltare il nome
del Faraone come quello di Ra dicendo: «Tu sei Sutekh, Baal in persona, la
paura che emani è come un fuoco nel paese di Khatti!». Il messaggero
portava una lettera che chiedeva l’armistizio: «Il servo qui presente parla e ti
dice che tu sei il figlio di Ra in persona. Ti ha dato tutte le terre riunite in una.
La terra di Kêmi, la terra di Khatti, eccole al tuo servizio. Sono tutte ai tuoi
piedi, oh Prâ, il tuo venerabile padre te le ha date per esercitare in noi la
regalità... È bene massacrare i tuoi servi?... Ecco che cosa hai fatto ieri. Ne
hai massacrati milioni... Non lascerai eredità. Non fare brigantaggio dei tuoi
beni, oh re potente, glorioso di combattere. Concedici un respiro!». 37
Allora Sua Maestà si affrettò a convocare i capi dell’esercito, i suoi
equipaggi e i suoi nobili e fece loro comprendere che cosa il vile re di Khatti
gli aveva proposto. Senza esitare un solo istante essi dissero a una sola voce:
«È una cosa buona, estremamente buona, la pace, sovrano, nostro signore!».
Era il grido del cuore; ma subito essi si corressero dicendo: «Non c’è niente
di male nella pace, se sei tu a farla. Chi ti saluterà nel giorno della tua ira?». 38
Il re volle dare ascolto a quelle parole. L’esercito egizio mosse in pace
verso sud senza avere preso Qadesh di cui aveva potuto scorgere le mura
scanalate dietro un’ansa del fiume Oronte.
Il Faraone si era sottratto di stretta misura a un disastro totale. Male
informato sulla posizione degli Hittiti, privo di esploratori e di protezione ai
fianchi aveva lanciato il suo esercito nel cuore del paese nemico. Dovette la
salvezza al coraggio della guardia reale composta soprattutto di Sardani: il
lettore avrà osservato, del resto, che i rimproveri del re erano rivolti
soprattutto agli Egizi. È possibile che gli Hittiti una volta entrati nel campo
del Faraone abbiano pensato solo a saccheggiare e siano rimasti vittime della
loro avidità che tramutò un successo in sconfitta. Il loro re comunque era ben
lieto di ottenere la partenza di quel grande esercito.
Altre campagne militari ebbero un risultato più netto, come ad esempio la
grande battaglia vinta da Ramses III contro i Libici. 39 Come il suo avo, il re
pagò di persona. Lanciò al galoppo i cavalli del suo carro e si attaccò le redini
alla cintura per tendere meglio l’arco. Portava in testa un casco da soldato,
braccialetti alle braccia e due collane ai polsi. Sul petto gli si incrociavano
due larghe fasce che sostenevano una faretra aperta mentre l’astuccio dei
giavellotti era appeso al carro. L’ufficiale che stava dietro al re non
combatteva ma reggeva la caraffa e il bicchiere d’oro che abbiamo notato alla
partenza dall’Egitto. I Filistei, arruolati nell’esercito egizio, si fecero onore
contro i Libici. Il capo libico Meshesher, figlio di Kapuro, si vide perduto. I
suoi cavalli erano crollati. Il suo scudiero, trafitto da una lancia, era caduto
dal carro. Egli si volse così verso il Faraone e alzando un braccio e tendendo
l’indice si riconobbe sconfitto. I suoi soldati si arresero a gruppi interi
tenendo la lunga spada verticale come un cero e tendendo il braccio sinistro
con la palma della mano girata verso il suolo. 40 I popoli del mare erano
venuti, ai tempi di Ramses III, in orde innumerevoli, per mare e per tutte le
vie che portavano in Egitto. 41 Le donne e i bambini arrivavano su carri a
ruote piene fissate da una bietta, trainati da bufali. Lunghe imbarcazioni
adorne a prua con una testa di leone o di uccello e con la poppa rilevata
arrivavano stracariche di guerrieri. Lo scontro fu terribile, sia per mare sia per
terra. Il re era sceso dal suo carro per prendere meglio la mira con l’arco.
Tutto il seguito era sceso con lui: gli ufficiali che portavano l’arco, la faretra,
il giavellotto, i servi che si dividevano il servizio da toilette, il cuscino
imbottito, le borse da cui sarebbero state tratte le vesti di ricambio e tutto ciò
che sarebbe servito per riparare al disordine della battaglia.
Quando la vittoria fu sicura, il re salì su un palco per abbracciare con lo
sguardo tutto il campo di battaglia. Alcuni tesero dei parasole per fargli
ombra, altri schierarono gli stendardi sotto il palco. I principi e i capi
dell’esercito vennero a congratularsi con il loro sovrano, mentre iniziavano le
lunghe operazioni di censimento che avrebbero permesso di valutare la
vittoria. Come ai tempi di Ahmose, ogni guerriero che aveva ucciso un
nemico gli tagliava la mano, e se l’ucciso era un Libico, il membro, e
presentava il trofeo agli araldi del re. Tutto ciò veniva ammassato insieme
alle armi raccolte sul suolo della battaglia, nei pressi del palco, e
pazientemente contato da un esercito di scribi. I prigionieri legati o incatenati
per il collo venivano presentati al re. I capi erano riservati ad altre cerimonie.
Gli uomini validi venivano marchiati a fuoco: aspettavano a piccoli gruppi e
si alzavano quando era venuto il loro turno. Soldati armati fino ai denti erano
pronti a schiacciare qualsiasi tentativo di ribellione ma gli sconfitti
sembravano rassegnati alla loro sorte. 42 Una volta marchiati a fuoco, Denanei
(Dénanaens) e Filistei andavano ad accrescere l’esercito faraonico che
progressivamente si svuotava di soldati egizi perché al momento sembrava
più comodo far fare la guerra agli altri.

La guerra d’assedio
Molto spesso la guerra assumeva la forma dell’assedio perché il nemico
non aveva avuto l’audacia di affrontare l’esercito egizio o perché dopo la
battaglia in campo aperto gli erano rimasti abbastanza guerrieri per difendere
le sue fortezze. Esse di solito sorgevano su un monte scosceso. I primi
ostacoli erano costituiti da un fossato pieno d’acqua e da una palizzata. La
foresta vicina offriva riparo ai fuggiaschi e a coloro che non avevano avuto il
tempo di raggiungere le mura prima della chiusura delle porte. Vi spingevano
le loro mandrie di bufali preferendo le zanne degli orsi alle frecce degli Egizi.
Le immediate vicinanze della fortezza di solito erano coltivate. Le viti e i
fichi coprivano le pendici del monte: arbusti fioriti fiancheggiavano i sentieri.
Gli Egizi prima di ritirarsi avrebbero tagliato gli alberi utili come
imponevano le usanze. 43
Le fortezze siriane consistevano di alte torri che sostenevano una vasta
piattaforma sporgente provvista di feritoie e di lunghe mura che seguivano i
contorni del terreno, in cui si aprivano porte e finestre. Non poche città erano
difese da due o tre cinte di mura. Qualche volta una torre faceva da
piedestallo a un’altra e quest’ultima a una terza. In cima alla torre più alta
sventolava una bandiera. 44
Gli Egizi crivellavano di frecce le feritoie e spingevano i fuggiaschi
davanti a sé. Quelli che si trovavano già al riparo si sporgevano tendendo le
mani per portare in salvo i ritardatari. I difensori lanciavano frecce, giavellotti
e pietre.
Altri aspettavano con la spada in pugno. Il sacerdote bruciava della resina
su un fornelletto con il manico simile a quelli che gli Egizi chiamavano akh
per chiedere aiuto agli dèi della città e teneva la mano alzata come Mosè nel
combattimento con Amalec. Talvolta la sporgeva fuori dalle merlature verso i
guerrieri del piano inferiore per incoraggiarli. Tutti i mezzi di difesa
restavano inoperanti. Le vicinanze della fortezza erano cosparse di cadaveri. I
difensori venivano uccisi sul posto di combattimento. Gli Egizi arrivavano ai
piedi delle mura, sfondavano le porte a colpi d’ascia e alzavano le scale: la
prima linea era subito occupata.
Quando le cose erano arrivate a questo punto, agli assediati che tenevano
alla vita non restava altro da fare che desistere dalla difesa e addolcire, a
forza di doni, la ferocia dei vincitori. Il capo di Amar volgeva il suo braciere
per le resine verso Ramses III e con il braccio sinistro accennava un gesto di
adorazione: «Dacci il soffio di vita che noi possiamo respirare di figlio in
figlio grazie alla tua potenza». 45 I capi uscivano uno a uno. Alcuni
strisciavano sui gomiti e sui ginocchi. Altri portavano dei crateri con fiori
artificiali, delle anfore decorate a figure di animali a tutto tondo, dei gioielli.
Quegli oggetti erano molto apprezzati dal re e dai sommi sacerdoti che li
avrebbero raccolti nei tesori dei templi. Altre munificenze interessavano tutto
l’esercito, come il grano, il vino e il bestiame o le armi. I soldati erano nutriti
ed abbeverati tutti i giorni come gli Egizi normali nei giorni di festa. Le città
siriane erano ricche di cavalli. L’élite dei guerrieri si spostava sui carri. Nella
sola città di Megiddo, Thutmose III catturò i carri rivestiti d’oro dei vili
caduti di Qadesh e di Megiddo e ottocentonovantadue carri. Quei principi
avevano raccolto una vera e propria coalizione contro l’Egitto, aggregando
alleati persino dal territorio dell’Eufrate. Quei principi lontani, Thutmose li
rimandò indietro in sella a degli asini con la testa girata verso la coda della
loro cavalcatura. La vittoria aveva messo il Faraone di buon umore.
Le pendici del Libano erano coperte di foreste. Dai tempi del dio, gli
Egizi andavano a Biblo ad acquistare il legname per le barche divine, per gli
alberi maestri che si innalzavano, adorni di banderuole, davanti ai pilastri dei
templi, per tanti altri usi sacri e profani. I legni più apprezzati erano quello
dell’abete ash, più puntuto della barba delle spighe e diritto come una lancia,
quello rosso del cedro, mer, quello del carrubo, sesnegiem, e un legno non
identificato che veniva detto uân, che forse era ginepro. Signori della Siria,
gli Egizi intensificarono lo sfruttamento delle foreste. Sotto Thutmose III i
soldati percorsero le montagne tagliando gli alberi. I capi siriani trascinavano
i tronchi sulla spiaggia con i buoi. Sulle navi, costruite in serie, si facevano
salire i principi del Libano con i buoni prodotti della Terra divina. 46 Per gli
Egizi della XIX dinastia, la Siria non era altro che una colonia da sfruttare.
Gli Hittiti gliela contendevano e gli stessi Siriani cercavano di difendersi ma
tutti gli anni enormi quantità di prodotti e merci prendevano la via
dell’Egitto. Seti riuscirà a costringere gli emiri libanesi a tagliare abeti per
lui. 47

La guerra di Nubia
La guerra contro i paesi meridionali dovette avere il carattere di una
specie di passeggiata militare. Gli Egizi individuavano gli accampamenti. Gli
uomini erano vestiti di pelli di pantera, armati di scudo e di un grande
coltello. Le donne, che portavano i piccoli in una gerla, radunavano i figli e
correvano a nasconderli fra le palme. La lotta, ineguale, finiva naturalmente a
vantaggio degli Egizi, che si preparavano a prelevare un ricco bottino perché
i popoli meridionali erano molto industriosi e costruivano mobili barbarici e
sontuosi d’ebano, oro e avorio. Nelle loro capanne avevano grandi provviste
di piume di struzzo, zanne d’elefante, pelli di pantera, corna e profumi. 48

Il ritorno trionfale
Il Faraone aveva mostrato la sua potenza fino ai confini estremi della
terra. Tutto ciò che il sole inonda dei suoi raggi era stato testimone dei suoi
successi. Aveva fissato la sua frontiera dove voleva. Così avevano decretato
suo padre Amon-Ra e tutti gli dèi suoi padri. Non gli restava altro da fare che
tornare al suo caro paese di Tomery raccogliendo le acclamazioni del popolo,
le adulazioni dei sacerdoti che si preparavano a coprire di nomi e cifre le
pagine del loro libro d’ingresso, dedicare agli dèi la parte migliore del
bottino, compensare i valorosi e punire i ribelli per dare l’esempio a tutta la
terra.
L’esercito si schierava per il ritorno press’a poco nello stesso ordine che
aveva adottato alla partenza. I prigionieri di rango precedevano il carro del re
con le mani chiuse in manette talvolta modellate a forma di pantera e la corda
al collo. Quasi tutti avevano le braccia legate dietro la schiena o al di sopra
della testa. 49 I festeggiamenti avevano inizio appena messo piede sul suolo
egizio. I profeti, ammassati davanti al ponte di Sile, tendevano mazzi di
fiori. 50 Alcuni dei capi prigionieri sarebbero stati massacrati nel corso di una
solenne cerimonia. Amenhotep II, simile a Ercole, ne abbatté otto davanti alla
sua nave. Sei furono impiccati a Tebe davanti alle mura del tempio e altri due
a Napata «in modo da mostrare le vittorie di Sua Maestà per sempre ed
eternamente in tutte le terre e in tutte le montagne del paese dei neri». 51 Nel
momento estremo i vinti rinnovavano il gesto di sottomissione, i Libici
alzando l’indice, gli altri voltando la palma della mano verso il carnefice.
Dopo la vittoria di Ramses III, il vecchio re libico Kapuro aveva scritto al
Faraone per chiedergli la grazia per suo figlio caduto in mano agli Egizi e
proporgli di subire il supplizio al suo posto. 52 Invano. I Libici erano diventati
così minacciosi che il cuore del Faraone non volle aprirsi alla clemenza.
Disse Ramses III nel suo testamento politico: «Essi avevano preso sede in
Egitto, catturando le città della costa occidentale da Hatkaptah fino a Qarban.
Avevano raggiunto tutta la riva della grande corrente impadronendosi delle
città del distretto e dei buoi per molti anni. Erano in Egitto. Ma io li ho
distrutti massacrandoli in una sola volta [...] io li ho costretti a passare la
frontiera dell’Egitto. Ho portato via il resto in numeroso bottino, a colpi di
pungolo, spingendo come volatili, davanti ai miei cavalli, le loro donne e i
loro figli a miriadi, le loro bestie a milioni. Ho irreggimentato i loro principi.
Ho dato loro comandanti degli arcieri e capitribù. Li ho marchiati come
schiavi col sigillo del mio nome». 53
Quando i nemici scelti per il supplizio erano stati giustiziati, un’altra
cerimonia veniva celebrata nei templi, nel corso della quale si decideva la
sorte dei prigionieri e si consacrava il bottino.
Vennero esposti davanti alle immagini degli dèi i tesori strappati al vile
paese di Khatti. Erano crateri e anfore, rhyton e tazze d’oro e d’argento, tutti
cosparsi di pietre preziose, analoghi a quelli che i Siriani assediati offrivano
ai vincitori consegnando loro la propria città e a quelli che in tempo di pace i
delegati di Retenu, Amar o Naharina consegnavano come contributi di guerra
o in cambio del diritto a entrare nelle acque del re. A questo punto arrivava il
re trascinando i prigionieri con le mani legate e la corda al collo; erano Neri.
Libici, Siriani, genti di Amu, Amoriti e Hittiti.
I prigionieri ammettevano la sconfitta. Il Faraone era come il fuoco che
corre quando manca l’acqua. Sopprimeva qualsiasi ribellione, qualsiasi
bestemmia che uscisse dalla bocca. Levava il respiro dalle narici. Il Faraone
riconosceva che suo padre Amon gli aveva concesso la vittoria sui popoli
nemici e restituiva agli dèi quello che gli avevano dato facendo dono ai loro
templi di una parte dei prigionieri e dei tesori. 54
1. Bibl. æg., VII, 26.
2. Bibl. æg., VII, 27.
3. Urk., IV, 999. La coppa è pubblicata in Vernier, La bijouterie et la joaillerie égyptienne, tav. 20.
4. Champollion, Notices descriptives, 527-528; Urk., IV, 995.
5. Urk., IV, 997.
6. La carriera e le ricompense di Nebamon ci sono note in base ai testi e ai dipinti della sua tomba a
Tebe (n. 90); Th. T.S., III, si veda soprattutto tavv. 24-29.
7. Urk., IV, 911; Wr. Atl., I, 186, 280.
8. Th. T.S., III, 21, 31-33.
9. Poema di Qadesh, ed. Kuentz, 172-185.
10. Pap. Harris, I, 78.
11. Erodoto, II, 164-168; Diodoro I, 73.
12. Wr. Atl., I, 236.
13. Davies, El Amarna, III, 31, 39; Wr. Atl., II, 13.
14. Bassorilievo del tempio di Ramses II ad Abido; Kuentz, La bataille de Qadech, tav. 22; Wr.
Atl., II.
15. Pap. Harris, I, 76.
16. Ciò che segue è suggerito da Medinet-Habu, 112.
17. Cavaignac, Šuppiluliuma et son temps, Paris 1932, 70-72 (Annales de Šuppil, 27).
18. Tavoletta Carnavon, in J.E.A., III, 95-110; Montet, Drame d’Avaris, 94.
19. Secondo la stele di Seti I trovata a Beisan, Mélanges V. Loret, Bull. I.F.A.O., XXX.
20. Ciò che segue si ispira a Medinet-Habu, 29.
21. Montet, Les reliques de l’art syrien, 32-33; Kêmi, IV, 200-210.
22. Ibid., 34-36.
23. Wr. Atl., II, 1.
24. Montet, op. cit., 37-38.
25. Medinet-Habu, 16, 31, 62. Per i paraocchi decorati con un’immagine di Sutekh, ibid., 25; Wr.
Atl., II, 18.
26. Medinet-Habu, 17-31.
27. Wr. Atl., II, 34, 40, 43, 44.
28. Urk., III, 8 (Piankhi, 9-12).
29. J.E.A., XXI, 219-223.
30. Essais, ed. Firmin-Didot, I, 20. Devo questo riferimento a M. Jean Yoyotte. Per altri esempi
analoghi, si veda Montet, Drame d’Avaris, 29, 215.
31. Libro dei morti, 125 B, frase 25: «Oh, annunciatore di combattimento [serkheru] che esci da
Unes». Unes è una città di Seth.
32. Urk., IV, 649 ss.
33. Pap. 1116 A del museo dell’Ermitage, 91-98; Montet, Drame d’Avaris, 29.
34. Quello che segue è tratto dal Poema; si veda soprattutto il Bulletin di Qadech: Kuentz, La
bataille de Qadech, Le Caire 1928; Wr. Atl., II.
35. Secondo un bassorilievo della tomba di Horemheb a Saqqarah, distribuito fra i musei di
Bologna e Berlino; Wr. Atl., I, 386 e J.E.A., VII, 33.
36. Urk., III, 14-17.
37. Poema di Qadesh, 295-320.
38. Ibid., 323-330.
39. Medinet-Habu, 18-20.
40. Ibid., 72.
41. Ibid., 32, 37.
42. Ibid., 42.
43. Montet, Les reliques de l’art syrien, 5-10.
44. Medinet-Habu, 95.
45. Ibid., 94.
46. Montet, Reliques, 10-11.
47. Wr. Atl., II, 34-35.
48. Medinet-Habu, 9; Wr. Atl., II, 165-166.
49. Medinet-Habu, 10-11, 24.
50. Wr. Atl., II, 39.
51. Kuentz, Deux stèles d’Amenophis II, 19-20.
52. Medinet-Habu, 85-86 (poema sulla seconda guerra di Libia, versi 26-34). Per la scena: Ibid., 75.
53. Pap. Harris, I, 77.
54. Montet, Reliques, 22-26.
X
Gli scribi e i giudici

L’amministrazione
Fin dalle origini l’Egitto godette di un’amministrazione intelligente. Già
sotto la I dinastia gli impiegati del re imprimevano sui tappi delle giare,
servendosi di un cilindro, i loro nomi e titoli. Tutti i personaggi a noi noti
grazie a una statua o a una stele o alla loro tomba hanno almeno un titolo.
Alcuni potevano citarne alcune decine. Nel periodo dell’Impero Antico i titoli
e i nomi indicanti una funzione erano abbastanza numerosi da riempire un
volume. Ci è giunto un manuale egizio per le gerarchie dell’età ramesside. 1
Esso pone ai primi posti gli dèi e le dee, gli spiriti, il re regnante, la sposa del
re, la madre divina del re e i fanciulli reali. Seguono i magistrati, il primo dei
quali era il visir, e tutti coloro che avevano la fortuna di vivere accanto al
sole, i figli reali, i capi principali delle truppe, gli scribi dei libri della
biblioteca reale, maggiordomi, araldi, porta-parasole e porta-ventaglio, scribi
reali preposti alla casa bianca, lo scriba superiore dei ruoli della corte
suprema, gli scribi dei contributi. Una seconda serie comprende i
rappresentanti del Faraone all’estero, nelle provincie e nelle città, i
messaggeri reali in tutto il paese, l’addetto al sigillo della casa del mare e
quello alle foci dei canali. Gli impiegati qualificati formavano un’autentica
legione. Ognuno di questi alti funzionari disponeva a sua volta di un
numeroso personale. I governatori dei nomi cercavano di vivere nella loro
residenza come il Faraone nella sua capitale e vi organizzavano una casa a
imitazione della casa reale. Un dio come Amon che possedeva ricchezze
immense aveva creato un corpo accuratamente gerarchizzato per
amministrarle. 2 Il primo profeta aveva presso di sé un maggiordomo, un capo
della casa, un ciambellano, un cameriere, degli scribi, un capo dei marinai e
dei servi. Il secondo profeta aveva i suoi funzionari, addetti alla sua persona.
Il quarto profeta sarebbe stato il più sciagurato degli uomini se non avesse
avuto una piccola corte che l’accompagnava in tutte le sue apparizioni.
Bisogna adesso elencare il popolo dei direttori, dei superiori, degli scribi che
si distribuivano tutte le operazioni, tutti gli abbellimenti che i membri
dell’alto clero decidevano. I funzionari più importanti di questo gruppo erano
i direttori e gli scribi del tesoro, il responsabile del sigillo del tesoro, lo scriba
del sigillo divino della casa di Amon. Un dio meno universalmente noto ma
tuttavia molto importante come Min, signore di Ipu e di Coptos, disponeva,
oltre che di un clero numeroso, di un personale amministrativo considerevole,
composto da scribi, direttori dei lavori, addetti alle greggi, alla biancheria, ai
trasporti, magazzinieri e contabili. 3 Come in tutti i paesi, l’amministrazione
egizia tendeva a dilatarsi più che a ridursi. Ramses III aveva arricchito gli dèi
da un capo all’altro del suo regno durato trentun anni. A ogni estensione delle
conquiste egizie corrisposero nuovi impieghi. Erano necessari sempre più
scribi per esigere le imposte, trasferirle, organizzare gli schiavi, garantire la
manutenzione dei canali e dei camini, delle banchine e dei depositi.

Il reclutamento e la formazione dei funzionari


Il fondatore della XIX dinastia, Pa-Ramses, era riuscito nel corso di una
lunga carriera a cumulare importanti funzioni civili, titoli religiosi e comandi
militari nella regione orientale del Delta. Chiamato a Tebe dal re
Horonemheb per dirigere i lavori del tempio di Opet, passò a suo figlio Seti
che aveva già raggiunto la piena maturità la maggior parte dei titoli e delle
funzioni. 4 I funzionari di grado inferiore imitavano i grandi. Un certo
Neferperit che faceva parte della scorta reale quando il Faraone si trovava
nelle montagne di Retenu aveva fatto venire in Egitto quattro vacche di razza
fenicia, due di razza egizia e un toro, tutti destinati al castello di milioni di
anni. Ottenne per il fratello il posto di custode della piccola mandria e per il
figlio quello di portatore dei vasi da latte. Non solo questi impieghi erano
garantiti ai titolari per tutta la vita ma dovevano restare in famiglia ed essere
tramandati di padre in figlio, di erede in erede. 5 Nessuno ci trovava niente da
ridire. Tutti i padri di famiglia aspiravano a fare altrettanto. In una formula
rivolta ai visitatori delle tombe si legge: «Se volete lasciare i posti in eredità
ai vostri figli, allora dite [...]». Chi si comportava male in una tomba si sente
rivolgere questa grave minaccia: «Egli non sarà. Suo figlio non prenderà il
suo posto». La legge prevedeva che il funzionario disobbediente fosse privato
dell’impiego e punito severamente e inoltre punito anche nei figli che
sarebbero stati ridotti alla condizione di lavoratori manuali o di servi. 6 Da
questi testi non si deve dedurre però che incarichi gravidi di responsabilità,
che richiedevano grandi capacità, fossero assegnati automaticamente al figlio
del titolare appena questi moriva. I figli dei funzionari entravano
nell’amministrazione quando uscivano dalla scuola e salivano di grado in
grado a secondo del loro zelo, del loro talento e spesso della potenza del loro
protettore.
La scuola di solito faceva parte del tempio. Il futuro gran sacerdote di
Amon frequentava per dodici anni la scuola delle scritture che si trovava nel
tempio della Dama del cielo. 7 All’interno del territorio spettante al
Ramesseum, a Tanis, a Deir el-Medineh e in altri santuari, sono stati trovati
degli ostraca e dei papiri identificabili come compiti di studenti. Gli studi
cominciavano molto presto. Bakenkhonsu aveva solo cinque anni quando
venne mandato a scuola ma suo padre, che era un importante sacerdote e
nutriva grandi ambizioni per il figlio, forse l’aveva spinto più di quanto non
si facesse abitualmente. Comunque non passava molto tempo fra quando i
bambini smettevano di circolare completamente nudi, per indossare la loro
prima cintura, e il giorno in cui andavano a scuola per la prima volta.
Sappiamo già che il futuro ufficiale era sottratto ai genitori da
giovanissimo ma normalmente le scuole prevedevano allievi esterni. Il
piccolo scolaro portava con sé un cesto di pane e una brocca di birra che la
madre gli preparava tutte le mattine. 8 Nel tragitto di andata e ritorno da casa a
scuola, aveva tutto il tempo di litigare e battersi con i compagni. Un racconto
egizio ci parla di un ragazzo talmente dotato da superare i compagni più
grandi i quali riuscirono a scoprirgli un difetto. Un giorno gli chiesero: «Di
chi sei figlio? Non hai padre?». Siccome non rispondeva, cominciarono a
coprirlo di insulti e di colpi ripetendo: «Di chi sei figlio? Non c’è nessun
padre a casa tua!». 9
Prima di tutto il ragazzo imparava a leggere e a scrivere. Il papiro era un
materiale troppo prezioso per distribuirlo agli scolari. Per gli esercizi essi
ricevevano delle tavolette di calcare accuratamente lucidate sulle quali
venivano tracciate delle righe o dei quadretti. A Tebe ci si accontentava di
scaglie di pietra tagliate grossolanamente. Erano i loro quaderni dei compiti.
Si esercitavano a tracciare segni isolati, geroglifici o lettere corsive, piccoli
disegni che copiavano da frammenti più vasti. Avevano anche dei quaderni di
appunti per le lezioni. Alcuni avevano delle date. Se fossero state abbastanza
numerose e complete, potremmo ipotizzare quanti giorni impiegasse uno
scolaro per studiare, per imparare a memoria, ad esempio, un’opera classica
come un inno al Nilo o le istruzioni di Amenemhat. 10
Quando aveva sciupato una sufficiente quantità di quei materiali poco
costosi, lo scolaro promosso studente era autorizzato a ricopiare su un bel
papiro intatto non una parte di un’opera ma un’opera completa. Il ragazzo,
accoccolato, srotolava una parte del rotolo nuovo, largo quanto una pagina
del modello da copiare. Dopo aver preparato l’inchiostro rosso e quello nero
e avere scelto nel suo astuccio i calami adatti, cominciava a copiare un
racconto o una raccolta poetica o morale oppure degli esempi di lettere. I
titoli e i capoversi dei capitoli erano scritti in rosso, il testo normale in nero.
Ma ogni scriba era anche un disegnatore e un pittore: per delle specie di
miniature usava inchiostro verde, azzurro, giallo o bianco.
L’educazione non consisteva semplicemente nello studio della
grammatica e della scrittura, nella conoscenza dei testi classici, delle storie
divine e di un po’ di disegno. I funzionari egizi avevano occupazioni
estremamente varie e passavano da un compito all’altro con una
impressionante facilità. Uni fu innanzitutto un funzionario di polizia e un
giudice, poi si dedicò a procurare pietre, a costruire navi, a garantire la
manutenzione dei canali, e allo scoppio della guerra svolse la funzione di
capo di Stato maggiore. Bisognava dunque che gli studenti si iniziassero nella
conoscenza delle leggi e dei regolamenti, della storia e della geografia e nelle
tecniche principali. C’erano concorsi e diplomi? Siamo tentati di crederlo
vedendo le domande che lo scriba Hori pone a uno dei suoi confratelli che
voleva cogliere in fallo: quale razione spetta alle truppe in guerra? Quanti
mattoni sono necessari alla costruzione di una rampa di determinate
dimensioni? Quanti uomini ci vogliono per trasportare un obelisco? E per
innalzare un colosso? Come si organizza una spedizione militare? E, per
finire, pose una serie di domande sulla geografia della Siria. Queste domande
delineano un intero programma di studi. 11
L’ardore nello studio naturalmente era estremamente variabile, in tutti
questi scribi potenziali. Spesso i maestri si avvilivano nel vederli pigri.
«Scrivi con le tue mani», non smetteva di ripetere lo scriba Amenmose,
«discuti con quelli che ne sanno più di te [...] Esercitandosi tutti i giorni si
diventa forti [...] Se sei negligente anche un giorno solo, sarai colpito.
L’orecchio del giovinetto è sulla sua schiena. Ascolta solo chi lo colpisce.
Permetti al tuo cuore di ascoltare le mie parole. Ti saranno utili. Si può
insegnare anche a danzare alle scimmie. Si addestrano i cavalli. Si rapisce il
nibbio dal suo nido. Si fa volare il falco. Non dimenticare che discutendo si
progredisce. Non trascurare gli esercizi di scrittura. Impegnati ad ascoltare le
mie parole e le troverai utili.» 12 Questo pedagogo credeva, o mostrava di
credere, che i soli nemici dello studio, nel cuore del giovinetto, fossero la
pigrizia e la testardaggine. Ma visto che si potevano addestrare ed educare
anche gli animali, sperava, facendo appello all’ambizione e al buon senso e
soprattutto a energiche punizioni, di ricondurre l’allievo dissipato sulla via
trionfale che porta alle funzioni più elevate. Purtroppo i giovani Egizi
avevano però anche inclinazioni più funeste: «Mi si dice che trascuri gli
esercizi di scrittura», dice un altro maestro, brontolone quanto Amenmose ma
più informato, «e che ti dedichi piuttosto alla danza. Passi di osteria in
osteria. L’odore della birra accompagna ogni tuo passo [...] Sei come una
cappella priva del suo dio, come una casa senza pane. Ti si incontra che sbatti
contro i muri. Gli uomini fuggono davanti a te. Se riuscissi a capire che il
vino è abominevole, se potessi dimenticare il bicchiere! Ma tu non riconosci
la tua stessa grandezza». 13 C’è di peggio. La facilità con cui in Egitto gli
uomini potevano introdurre delle concubine sotto il tetto domestico,
acquistare o affittare degli schiavi, impediva in una certa misura lo sviluppo
delle case di malaffare. Ma comunque esse esistevano e i loro clienti non
erano spinti solo a bere più del giusto ma vi incontravano danzatrici, cantanti
e musiciste di professione che di solito erano donne facili, anche se erano
cantanti di Amon. In queste case si poteva ascoltare anche musica straniera.
Si cantava, si recitava con l’accompagnamento del tamburello e dell’arpa, e
ci si iniziava ad altri piaceri, per poi ritrovarsi sulla strada in atteggiamento
abbietto e rotolare nella spazzatura – nonostante vani sforzi di camminare
incespicando – o farsi coinvolgere in sgradevoli contese. 14

Buoni e cattivi magistrati


Gli uomini di legge, anche del grado più infimo, erano temuti dalla
popolazione degli artigiani e dei fellah. Troppo spesso la loro visita
annunciava una bastonatura in piena regola, la confisca di modeste ricchezze.
I moralisti raccomandavano agli agenti dell’autorità di usare moderazione e
clemenza: «Non frodare sulla esazione delle imposte ma non essere
soprattutto troppo duro. Se nell’elenco dei maggiori arretrati trovi un povero,
dividilo in tre parti. Poi lasciane indietro due e chiedigliene una sola». 15
Alcuni funzionari hanno ricordato, sulla stele della loro tomba o su una statua
eretta nel tempio sotto lo sguardo del loro dio, di essersi ispirati ad analoghe
massime. Dice il visir Ptahmose: «Ho fatto ciò che gli uomini lodano e che
gli dèi approvano. Ho dato pane agli affamati. Ho saziato chi non aveva
niente». 16 Un altro visir, Rekhmarê, ha accuratamente amministrato la
proprietà reale, ha popolato i templi di statue e si è fatto costruire una
magnifica tomba ma ha anche protetto il debole contro il forte, difeso la
vedova priva di parentela, collocato i figli nei posti che erano stati dei padri. 17
I subordinati del sommo sacerdote di Amon, Bakenkhonsu, non ebbero da
lamentarsi del loro capo, almeno a credere a quanto egli ha affermato: «Sono
stato un padre per i miei subordinati, ho istruito i loro giovani dando la mano
agli sventurati, garantendo l’esistenza degli indigenti. Non ho terrorizzato i
servi, sono stato un padre per loro... Ho garantito il funerale a chi non aveva
eredi, una bara a chi non aveva niente. Ho protetto l’orfano che mi invocava e
ho preso in mano gli interessi della vedova. Non ho scacciato il figlio dal
posto di suo padre, non ho strappato il bambino alla madre... Ho aperto le
orecchie a coloro che dicevano la verità, ho allontanato quelli che erano
carichi di iniquità». 18 Anche Khâemhat, già scriba reale e capo dei granai,
scese verso la necropoli dopo essersi discolpato sulla terra. Contro di lui non
era stato possibile avanzare accuse... Quando era giunto nella grande sala di
giustizia, tutti i suoi atti sacri, in base all’asta della bilancia, erano stati trovati
equilibrati dagli dèi che vi abitavano. Thoth l’aveva discolpato davanti al
tribunale di tutti gli dèi e dee. 19
Queste affermazioni sono certamente confortanti. Ma un vecchio sovrano
che ben conosceva gli uomini mette suo figlio in guardia contro i giudici in
questi termini: «Sai bene che non sono clementi, quando si tratta di giudicare
i poveri». Horonemheb, vecchio militare che garantì l’interim fra i
discendenti di Akhenaton e Ramses I, non si faceva illusioni. Sapeva che
negli anni torbidi successivi alla rivoluzione religiosa gli scribi, i collettori di
imposte e tutte le autorità anche modeste avevano torchiato indegnamente la
gente umile derubando il pubblico e il Faraone. Quando li chiamava a
rispondere dei loro atti davanti a un tribunale, coloro che avrebbero dovuto
proteggere il contribuente accettavano denaro per assolvere il criminale e
condannavano l’innocente troppo povero per corromperli. Horonemheb, che
cercava un’occasione per schiacciare l’ingiustizia e punire la menzogna,
promulgò un editto contro i prevaricatori. Ogni magistrato che fosse stato
riconosciuto colpevole di avere abusato della sua carica veniva condannato al
taglio del naso e alla deportazione in una specie di campo di concentramento
situato a Sile nell’istmo di Suez. 20
In un decreto pubblicato abbastanza di recente, Menmaatra si rivolge
abbastanza bruscamente ai visir, ai grandi, ai giudici, al figlio reale di Kush,
ai capi degli arcieri, agli addetti all’oro, ai principi, ai capitribù del sud e del
nord, agli scudieri, ai capi delle scuderie, ai porta-parasole, ai custodi della
casa del re e a tutti gli inviati in missione. Si trattava di proteggere contro tutti
questi funzionari il tempio di milioni d’anni che il re aveva appena consacrato
ad Abido e dotato munificamente di beni, personale e greggi. Il re aveva delle
buone ragioni per temere che i pastori, i pescatori, gli agricoltori e gli
artigiani fossero vittime di esazioni, che chi non ne aveva il diritto pescasse
negli stagni e cacciasse nei terreni di caccia e confiscasse le barche,
soprattutto quelle provenienti dalla Nubia, cariche di prodotti del sud. Ogni
funzionario che si fosse impadronito dei beni appartenenti al tempio sarebbe
stato punito con un minimo di cento colpi di bastone e avrebbe dovuto
restituire centuplicato quello che aveva sottratto a titolo di risarcimento con
gli interessi. In certi casi, la pena era di duecento colpi e cinque fratture. Si
poteva arrivare anche all’ablazione del naso e delle orecchie, o all’arresto del
colpevole che veniva consegnato come coltivatore al personale del tempio. 21
Possiamo restare sorpresi nel vedere il re mostrare tanto rigore contro gli
agenti della sua amministrazione a favore di privilegiati che formavano uno
Stato nello Stato. Bisogna però riconoscere che i funzionari non sempre
esibivano un rispetto illimitato per i privilegiati del clero. 22 Ma possiamo
legittimamente chiederci se le esazioni contro un artigiano o un coltivatore
libero fossero represse con la stessa severità. La storia del contadino dell’Oasi
del Sale, per quanto incompleta, dimostra per lo meno che il re desiderava
davvero governare con equità.

Il mantenimento dell’ordine
Sotto gli ultimi Ramessidi, a Tebe e certamente in tutto l’Egitto si
svolsero scene incredibili. Furti, abusi di potere, delitti ce n’erano stati in
tutte le epoche anche sotto i migliori sovrani ma non si erano ancora viste
bande organizzate saccheggiare i templi dove giacevano immense ricchezze
che tutto sommato erano protette soprattutto dall’ingenuità della popolazione.
Fin dall’Antico Impero, gli Egizi avevano l’abitudine di incidere a grandi
caratteri e in una posizione adeguata un avvertimento che informava tutti
coloro che si comportavano male in una tomba, che danneggiavano o
sottraevano le statue, i dipinti e le iscrizioni e tutti gli oggetti dell’arredo
funebre che le loro cattive azioni non sarebbero rimaste impunite: «Chi farà
qualsiasi cosa contro questi, il coccodrillo lo attacchi in acqua, il serpente
sulla terra. Le cerimonie a lui destinate non saranno mai celebrate. Solo Dio
lo giudicherà». 23 Molto più tardi un nomarca di Siut che aveva buone ragioni
per temere che la sua tomba non sarebbe stata rispettata perché a sua volta
aveva usurpato una tomba più antica, vi aveva fatto incidere un avvertimento
più circostanziato: «Tutti gli uomini, tutti gli scribi, tutti i dotti, tutti i
borghesi e le persone comuni che grideranno in questa tomba, danneggeranno
le sue iscrizioni, spezzeranno le sue statue si esporranno all’ira di Thoth, il
più acuto degli dèi, apparterranno al coltello dei carnefici del re che hanno
sede nei grandi castelli. I loro dèi non riceveranno il loro pane». Invece al
visitatore rispettoso vengono inviate benedizioni che gli promettono di
diventare un vecchio della sua città, un amakhu del suo nomo. 24
Gli Egizi del Nuovo Impero non avevano perso la fiducia in queste scritte
minatorie. Menmaatra trovò dell’acqua nel deserto accanto a delle miniere
d’oro e vi costruì un santuario dedicato ad Amon-Ra e ad altre divinità, non
solo per ringraziarle ma anche per proteggere coloro che andavano a lavare
l’oro e che dovevano consegnarlo al tesoro reale. Ai futuri re che avrebbero
rispettato le decisioni di Menmaatra, Amon, Harakhté e Tatenen avrebbero
concesso di governare la terra con cuore soave e di abbattere i paesi stranieri
e la Terra dell’Arco, ma il re che avesse travolto quei piani avrebbe dovuto
risponderne a On, davanti a un tribunale che non viene citato. Al principe che
consigliasse al suo signore di requisire i minatori destinandoli ad altri
compiti, «la fiamma brucerà le carni. Il fulmine divorerà le sue membra. Ogni
uomo che sarà sordo ai suoi ordini, che Osiride gli stia dietro, che Iside stia
dietro a sua moglie, che Horo stia dietro ai suoi figli, con i principi di
Togiuser che svolgono le loro missioni». 25 Herihor, gran sacerdote di Amon,
aveva collocato la sua statua nel tempio perché restasse accanto al dio e lo
salutasse quando usciva in processione. Guai a chi l’avesse spostata anche
dopo molti anni: «Egli apparterrà all’ira di Amon, di Mut e di Khonsu. Il suo
nome non esisterà più nel paese d’Egitto. Morirà di fame e di sete». 26
Amenhotep III aveva emanato un decreto che regolamentava il castello di ka
del suo favorito Amenhotep, figlio di Hapu. La fondazione era posta sotto la
protezione di Amonrasonter per tutto il tempo in cui la terra fosse
sopravvissuta. Coloro che avessero commesso colpe contro di essa si
sarebbero esposti all’ira di Amon: «Egli li consegnerà al fuoco del re nel
giorno della sua collera. Il suo ureo vomiterà la sua fiamma sulla loro fronte,
distruggerà la loro carne e ne divorerà il corpo. Diventeranno come Apopi la
mattina del primo giorno dell’anno. Non potranno nutrirsi delle offerte dei
morti. Nessuno verserà per loro l’acqua del fiume. I loro figli non
occuperanno i loro posti. Le loro donne saranno stuprate sotto i loro occhi
[...] Saranno consegnati al coltello nel giorno del massacro. I loro corpi
deperiranno perché avranno fame e non avranno cibo». 27
In ogni paese, tutto deve essere coerente. La paura degli dèi, l’orrore delle
punizioni postume hanno difeso i templi e le tombe finché a occidente di
Tebe vigilava una polizia onesta ed efficiente. Ma a un certo punto la polizia
dimenticò il suo dovere e allora le scritte terrificanti persero tutto il loro
potere.
I primi atti di saccheggio ebbero luogo, per quanto ne sappiamo,
nell’anno XIV del regno di Ramses IX ma non furono certo i primi. Per anni
e anni le tombe furono saccheggiate senza che il principe di kher, cioè della
necropoli, dalla quale dipendevano la polizia, i Megiaiu e un numeroso corpo
di custodi alzasse un dito per porre fine a tali pratiche. Fu invece il principe
della città, Paser, che alla fine in queste vicende non era coinvolto
direttamente, a denunciare lo scandalo in un rapporto al visir e a una
commissione di alti funzionari. Il rapporto era estremamente allarmante. Il
principe del kher, Paura, chiamato direttamente in causa, fu costretto a
ordinare ai suoi collaboratori della polizia di intraprendere un’inchiesta. Si
verificò un gruppo di tombe nel quartiere settentrionale della necropoli,
innanzitutto quella del re Amenhotep I, il cui ricordo era caro a tutta la
popolazione della riva sinistra. Il principe Paser affermava nel suo rapporto
che essa era stata violata. Ma si sbagliava. La tomba del santo re era intatta,
come una tomba vicina al tempio di Amenhotep, assai nota perché ospitava
una statua rappresentante il re Antef con il suo cane Bahka fra le gambe. I
ladri avevano fatto un tentativo decisamente ardito contro altre due tombe ma
non erano riusciti a raggiungere la stanza funeraria. Invece l’operazione
contro la tomba del re Sekhemrê-Shedtaui, il figlio del sole Sobekemsaf,
aveva avuto successo. La sala dove questo re riposava con la moglie, la
regina Nubkhas, fu trovata vuota di tutto il suo contenuto. Altre cinque tombe
reali erano intatte ma su quattro tombe appartenenti ai cantori della casa di
adorazione di Amonrasonter, due erano state violate. Nel cimitero vicino
dove erano seppelliti i cantori, gli avi e la gente del paese, si presentava uno
spettacolo riprovevole. Tutte le tombe erano state violate. I banditi avevano
strappato le mummie dalle bare di legno o di pietra e le avevano lasciate
abbandonate a terra dopo aver strappato via l’oro e l’argento e rubato tutto
l’arredo funerario. Alcuni banditi furono arrestati e interrogati. Il principe
Paura inviò il verbale del loro interrogatorio alla commissione d’inchiesta.
Questi importanti personaggi non avevano proprio niente di che essere
fieri. Avrebbero dovuto avere un solo pensiero: mettere le mani sui banditi,
revocare, punire tutti coloro che, con la loro negligenza o perché complici, si
erano resi responsabili di quegli orrori. Invece mostrarono di irritarsi
innanzitutto contro il principe della città, Paser, che li aveva costretti a uscire
dall’inerzia e minacciava di inviare un rapporto al Faraone e farli arrestare
tutti. Per sbarazzarsi di quel personaggio gli mandarono un falso testimone,
un certo Pakharu, un operaio metallurgico che raccontò al principe di avere
saccheggiato, insieme alla sua banda, le dimore dei signori. Il principe del
kher, che evidentemente sapeva in che conto doveva tenere la fondatezza di
quella testimonianza, promosse un’inchiesta che ne concluse l’assoluto
mendacio. Poi la Commissione d’inchiesta si riunì sotto la presidenza del
visir e convocò l’operaio di cui si è detto e i suoi pretesi complici insieme
all’accusatore e a coloro che questi chiamava in causa. Il visir riassunse
l’intero caso e rese noti i risultati dell’inchiesta in questi termini: «Abbiamo
verificato i luoghi che il principe della città pretendeva fossero stati
danneggiati dagli operai del castello di Osirmarê Miamun. Li abbiamo trovati
intatti. Abbiamo constatato che tutto ciò che aveva detto era falso». Gli operai
furono interrogati e messi a confronto con Paser. Si constatò che
effettivamente non conoscevano nessuna delle dimore che sorgevano nella
sede del Faraone e che erano state citate nell’inchiesta del principe della città.
Paser fu dunque ritenuto colpevole di menzogna e gli operai che dipendevano
dal primo profeta di Amonrasonter, personaggio dei più sospetti, furono
rimessi in libertà e reintegrati nei loro posti. 28
Per quanto disposti a chiudere gli occhi sulle attività dei banditi, gli agenti
di polizia non avevano potuto evitare di arrestare alcuni di quelli che avevano
saccheggiato la tomba del re Sobekemsaf. Grazie alle trappole dell’inchiesta
che è giunta fino a noi possiamo dunque immaginare come essi operavano.
Un muratore di nome Amenpanofer che dipendeva dal gran sacerdote
Amonrasonter Amenhotep si era associato con altri sette artigiani, muratori
come lui o carpentieri, con un coltivatore e un battelliere, indispensabile
perché era necessario varcare più volte il Nilo con i prodotti dei furti senza
richiamare l’attenzione dei curiosi. Quei malfattori operavano già da quattro
anni quando decisero di attaccare la piramide di Sobekemsaf. «Essa non
somigliava affatto alle piramidi e alle tombe dei nobili che saccheggiavamo
abitualmente.» Dunque presero i loro strumenti di rame e si scavarono un
passaggio nella massa della piramide. L’operazione non durò sicuramente un
giorno solo ma essi riuscirono a raggiungere le stanze sotterranee. Accesero
quindi le torce, eliminarono gli ultimi ostacoli e si trovarono di fronte a due
sarcofagi, quello del re e quello della regina. Ma non erano là per fare
dell’archeologia. Senza esitare, sollevarono i coperchi dei sarcofagi, vi
trovarono le bare di legno dorato e le aprirono anch’esse. La nobile mummia
del re, sdraiata nella sua bara, aveva accanto una spada ed era probabilmente
adorna, come quella della regina Ahhotep, di palmette e scene di caccia. Il
volto era coperto da una maschera d’oro. Al collo della mummia erano appesi
collane e amuleti. Tutta la mummia era coperta d’oro. I banditi ammassarono
tutto l’oro, tutto l’argento, tutto il bronzo, tutti i gioielli e incendiarono le
bare. L’oro pesava 160 deben (circa 14 chilogrammi). Lo divisero in otto
parti e varcarono il Nilo. Ma forse chiacchierarono troppo o non riuscirono a
nascondere la loro spedizione a tutti: infatti Amenpanofer venne arrestato dai
sorveglianti della città che lo chiusero nell’ufficio del principe Paser. Il ladro
radunò i suoi venti deben d’oro e li consegnò allo scriba della banchina che
gli rese la libertà senza altra forma di processo. Amenpanofer raggiunse i
compagni che, molto onestamente, fecero una nuova distribuzione in cui ogni
parte comprendeva purtroppo solo diciassette deben e mezzo. Bisognava
dunque risarcirsi: la banda quindi riprese le sue operazioni finché le autorità
non decisero di arrestarla. «Ma – aggiunse il ladro – molte persone del luogo
saccheggiano le tombe come noi e sono come noi colpevoli.» I ladri vennero
trattenuti qualche tempo. I magistrati li costrinsero a confessare e li
accompagnarono alla piramide che avevano violato per ricostruire il delitto,
poi decisero di consegnare gli otto violatori al gran sacerdote di Amon, loro
capo, ma al momento di effettuare la consegna gli otto erano diventati solo
tre, ai quali si aggiunse un individuo appartenente a un’altra banda di
diciassette. Gli altri avevano preso il largo. I magistrati scaricarono il compito
di ritrovarli sul gran sacerdote.
Tre mesi dopo il muratore Amenpanofer, la cui madre era stata relegata in
Nubia, venne arrestato e trascinato in tribunale. Dopo una severa bastonatura,
fece nuove ammissioni. Disse di avere violato, con i suoi compagni, la tomba
di un terzo profeta di Amon. Erano in cinque e avevano portato via il
sarcofago di legno dorato abbandonando la mummia in un angolo della
tomba. Si erano recati insieme nell’isola di Amonemopet dove avevano
diviso l’oro bruciando la bara. Amenpanofer ricominciò, venne catturato, poi
rilasciato e ricominciò fino al nuovo arresto che lo portò davanti ai giudici. 29
I banditi che saccheggiavano le tombe dei re e dei privati agli inizi
provenivano dalle fila dei cavatori, dei muratori e degli artigiani che
lavoravano nella necropoli. Il gruppo ben presto si ingrossò con il contributo
di funzionari di grado inferiore che dipendevano dai templi occidentali e dal
kher e di membri del clero. Una banda che comprendeva un sacerdote, Pen-
un-heb, e quattro padri divini, Mery il vecchio, suo figlio Paisem, Semdy e
Pakharu, si fece la mano spogliando della collana una statua di Nefertum del
re Usirmarê Sotepenrê, il sommo dio. Questo gioiello, debitamente fuso,
procurò quattro deben e sei qiti d’oro. Fu certamente Mery il vecchio, in
qualità di decano, a fare le parti. 30 Un’altra banda di cui facevano parte
sacerdoti, scribi e valletti dei buoi aveva derubato la casa d’oro del re
Usirmarê Sotepenrê. Non sappiamo che cosa fosse la casa d’oro del re né
dove si trovasse. La porta esterna di granito d’Abu aveva la serratura di rame.
I portali erano coperti d’oro. Il monumento doveva essere poco sorvegliato. Il
sacerdote Kaukaroi e quattro confratelli vi si recarono più di una volta sempre
portando via dell’oro che scambiarono, in città, con del grano. Una volta un
pastore ebbe una lite con loro e li apostrofò in questi termini: «Perché non mi
date più niente?». Essi tornarono alla loro inesauribile riserva e ne riportarono
cinque qiti d’oro. Acquistarono un bue contro quei quarantacinque grammi
d’oro e ne fecero dono al pastore. Ma lo scriba dei libri reali Setuimose aveva
ascoltato i termini della lite e approfittò dell’occasione per dichiarare: «Vado
a fare rapporto al primo profeta di Amon». I sacerdoti non se lo fecero
ripetere due volte. In due spedizioni si procurarono quattro qiti e mezzo d’oro
con cui acquistarono il silenzio del bibliotecario. Il sacerdote Tutuy, che era
uno dei fedeli della casa d’oro, cercò di estendere la zona delle operazioni.
Insieme al sacerdote Nesiamon accorse alle porte del cielo e le incendiò dopo
aver prelevato tutto l’oro. 31 Una grande quantità di mobili preziosi scomparve
nello stesso modo. Un giorno i ladri sottrassero il reliquiario portatile del
primo profeta di Amon, Ramsesnekht, morto poco tempo prima. Un’altra
volta, un’altra banda sottrasse il reliquiario portatile di Usirmarê Sotepenrê, il
sommo dio, e le quaranta case del re Menmaatra Seti, depositate nel tesoro
del castello di Usirmarê. 32
I rapporti e gli interrogatori relativi a questi atti di saccheggio
formerebbero una cartella di notevoli dimensioni, ma essi citano solo vicende
di poca importanza perché non segnalano nemmeno una violazione di una
tomba reale. Invece quasi tutte le tombe della valle dei re e della valle delle
regine furono violate e saccheggiate prima dell’inizio della XXI dinastia, cioè
in meno di trent’anni. Per salvare le mummie dei Faraoni, i visir e i sommi
sacerdoti di Amon si rassegnarono a toglierle dai loro sarcofagi e a
depositarle senza gioielli né maschere d’oro, semplicemente avvolte in bende,
in modeste bare di legno che vennero poi sepolte in qualche nascondiglio. La
tomba di Tutankhamon fu quasi la sola a essere risparmiata, insieme a quella
della regina Ahhotep che si trovava nella regione dove si erano fatti la mano i
primi ladri. Mi sembra improbabile che le tombe degli Amenhotep, dei
Thutmose, dei Seti, dei Ramses siano state tutte saccheggiate da pochi
artigiani, anche organizzati in bande, che la polizia, in tempi normali, avrebbe
facilmente smantellato. Sotto gli ultimi due Ramessidi l’Egitto fu lacerato da
una crudele guerra civile che vide lo scontro fra clero e seguaci di Amon e
clero e seguaci di Seth distribuiti su tutto il territorio ma particolarmente
attivi e numerosi presso Coptos, a Oxirrinco, a Tell Modam e a Pi-Ramses.
Nel corso di questa guerra a mio parere le grandi tombe furono saccheggiate
dai partigiani di Amon o da quelli di Seth o da entrambi successivamente:
ognuno dei gruppi col pretesto di non lasciare tali masse di metalli preziosi
all’avversario. L’esempio veniva dall’alto: le persone modeste con i loro
mezzi modesti continuarono a prelevare i metalli preziosi dove si trovavano,
tanto più che l’anarchia aveva provocato uno spaventoso aumento dei prezzi.
Le derrate erano rare e si potevano acquistare solo in cambio di oro o argento.
Per un bue ci volevano quarantacinque grammi d’oro. I complici di un certo
Bukhâf ammisero che con la loro parte avevano acquistato terreni, frumento,
oppure schiavi. L’acquisto di uno schiavo non poteva passare inosservato
perché doveva essere registrato presso un apposito ufficio. Il giudice quindi,
quando veniva a sapere che persone di condizione modesta avevano
acquistato uno schiavo, le interrogava sulle loro risorse. A una Tebana di
nome Ary-nofer lo scriba del tribunale chiese: «Che cosa dici del denaro che
tuo marito Panehsy ti ha portato? – Non l’ho visto!». Il visir insistette: «Con
quali mezzi hai acquistato i servi che erano con lui? – Non ho visto il denaro
col quale li ha pagati. Era in viaggio quando era con loro». I magistrati le
posero un’ultima domanda: «Da dove veniva l’argento che Panehsy ha fatto
lavorare da Sobekemsaf?». «L’ho acquistato in cambio di orzo nell’anno
delle iene, quando la gente aveva fame!» 33
Il tribunale non sentì il bisogno di chiedere all’imputata che cosa
intendesse per «anno delle iene». Era un’espressione corrente ma ci pone
qualche problema interpretativo. Alcuni egittologi hanno ritenuto che in
quell’anno le iene si fossero spinte fino a Tebe, come talvolta in Europa i lupi
si sono spinti fino alla periferia delle grandi città. Altri hanno pensato che si
trattasse di una similitudine. L’anno delle iene fu forse l’anno in cui i nemici
di Amon si erano impadroniti di Tebe e ne avevano saccheggiato i templi e le
necropoli. La demoralizzazione era stata grave. Al padre di una donna che
faceva parte della banda di Bukhâf un ladro gridò: «Vecchio imbecille, buono
a niente, se sarai ucciso e gettato nel Nilo chi ti cercherà?». 34 Non a caso
Ramses III insisteva tanto nel raccomandare agli dèi, con toni patetici, di
concedere un regno fortunato a suo figlio. Prevedeva la catastrofe che si
sarebbe prodotta tre quarti di secolo dopo la sua morte. L’Egitto ne uscì
ridimensionato, dopo più di un quarto di secolo di disordini durante i quali si
assistette a fatti che non si erano prodotti nemmeno ai tempi degli Hyksos,
con artigiani, scribi e sacerdoti che spogliavano gli dèi e i morti.

In tribunale
Quando si riuscì a riportare l’ordine, ricominciò la repressione. Già sotto
Ramses IX, probabilmente, era stata nominata una commissione d’inchiesta
presieduta dal visir – che dopo il Faraone era il personaggio più importante
del regno – che aveva accertato l’estensione dei danni. Ci è parsa meno
interessata alla verità che desiderosa di impedire che si parlasse dei fatti.
Gruppi di banditi furono arrestati ma acquistarono la libertà con un po’ d’oro
e ricominciarono. Approfittavano del trasferimento dalla prigione del
principe della città a quella del sommo sacerdote per darsi alla macchia. Ma
dopo i nuovi saccheggi che si verificarono negli ultimi anni del regno di
Ramses IX si mise all’opera, questa volta con decisione, un’altra
commissione d’inchiesta che comprendeva anche il visir, alcuni coppieri
reali, un addetto al tesoro, due porta-parasole, scribi e araldi. Spesso i
querelanti consultavano la statua di un re santo per ottenere la restituzione di
un oggetto rubato o il pagamento integrale di una rendita. Ma la faccenda a
questo punto era troppo seria: il re santo venne messo da parte. I giudici
fecero ricorso solo a mezzi ben sperimentati per appurare la verità.
All’inizio di una seduta dedicata all’interrogatorio dei principali colpevoli
di atti di banditismo che avevano saccheggiato le grandi dimore, il visir disse
al pastore Bukhâf: «Tu partecipavi alla spedizione con la tua banda quando il
dio ti ha catturato e ti ha portato qui. Egli ti ha consegnato in mano al
Faraone. Dimmi tutti gli uomini che erano con te nelle grandi dimore!».
L’imputato non si fece troppo pregare per denunciare sei dei suoi compagni.
Ma al tribunale non bastò: il pastore venne bastonato e giurò che avrebbe
parlato. Venne così nuovamente interrogato in questi termini: «Dicci per
quale strada sei entrato nelle grandi dimore venerate». Egli affermò che la
tomba dove era entrato era già aperta e quindi venne sottoposto a una nuova
bastonatura alla quale pose fine dichiarando: «Giuro di parlare». Si riuscì a
strappargli tredici nomi, poi dichiarò: «Attesto in nome di Amon, attesto in
nome del sovrano che se si scoprirà che ho nascosto qualcuno di coloro che
erano con me ne riceverò anche la punizione!». 35 Cominciò allora la
monotona sfilata dei complici ai quali si aggiunsero altri individui i cui nomi
vennero pronunciati nel corso dell’istruttoria. Gli accusati giurarono di non
mentire, con la minaccia di venire relegati in Nubia o mutilati o «messi sul
legno». Abbiamo già incontrato questa espressione. Molti di coloro che
avevano complottato contro Ramses III furono condannati a questa pena.
Alcuni egittologi hanno ritenuto che volesse dire essere impalati ma non si
tratta di una interpretazione sicura. L’impalatura è rappresentata su alcuni
bassorilievi assiri ma mai su quelli egizi dove sono rappresentate invece,
talvolta, persone legate a un palo e pronte a subire la bastonatura. 36 Ritengo
dunque che il condannato «messo sul legno» venisse legato a un palo di
legno, forse fino a morte. Qualche volta l’accusato, interrogato dal giudice,
rispondeva: «Guai a me, guai alla mia carne!». Senza impressionarsi il
giudice poneva la domanda e se non trovava soddisfacente la risposta passava
alla bastonatura. Ve n’erano di più tipi perché abbiamo registrato tre termini
diversi, per indicarla: bagiana, nagiana e manini. Alcuni subivano
successivamente i tre supplizi di cui non sappiamo esattamente in che cosa
differissero. La bastonatura veniva applicata sulla schiena ma anche sulle
mani e sui piedi. Questo violento supplizio scioglieva molte lingue: spesso
ma non sempre. Il cancelliere sovente constatava che dopo due o tre
bastonature l’accusato non aveva ancora confessato. Probabilmente egli
restava a disposizione della giustizia. Talvolta il giudice, perplesso, non
avendo ottenuto né la confessione né le informazioni che si aspettava invitava
lo sventurato a esibire un testimone a sua discolpa. Era molto raro che un
imputato venisse rimesso in libertà. A un suonatore di tromba di nome
Amonkhâu il visir chiese: «Che strumenti hai usato, insieme al bruciatore di
resina Shedsukhonsu quando sei penetrato nella grande dimora da cui hai
portato via l’argento dopo la spedizione dei ladri?». Questi rispose: «Guai a
me! Guai alla mia carne! A Perpatjau, il suonatore di tromba mio compagno
di disputa con il quale disputavo, gli ho detto: “Ti uccideranno a causa dei
furti che perpetri nel kher...”». Venne interrogato dopo avere subito la
bastonatura dei piedi e delle mani e disse: «Non ho visto altri se non chi ho
già denunciato». Venne interrogato col nagiana, due volte, e col manini ma
insistette: «Non ho visto niente. Quello che ho visto, l’ho detto». Venne
nuovamente interrogato il giorno 10 del quarto mese dell’estate. Fu
riconosciuto innocente dei furti e restituito alla libertà. Lo sventurato se l’era
proprio meritata. 37
Grazie a questi documenti assistiamo a numerosi interrogatori ma i
giudizi di solito non ci sono stati tramandati. I disgraziati morirono sotto
tortura oppure finirono la loro povera vita nelle miniere e nelle cave.

L’accoglimento dei tributari stranieri


Come abbiamo visto, i pubblici ufficiali erano occupati soprattutto a
difendere la proprietà reale, a reprimere il banditismo, a giudicare e a esigere
le imposte. In tempo di carestia, disponevano l’approvvigionamento della
popolazione. Questi erano i compiti più frequenti. Talvolta compiti più
lusinghieri erano distribuiti a pochi privilegiati. Nessun compito ci risulta più
ambito di quello di accogliere al loro ingresso in Egitto e accompagnare di
fronte al Faraone i delegati dei paesi stranieri che venivano a consegnare i
loro tributi di guerra o a esprimere il desiderio di entrare nelle acque del re o
di far sapere in alto loco che in un paese lontano una principessa non riusciva
a guarire e che il solo modo per restituirle la salute era procurarle un medico
egizio o addirittura la presenza di un dio pietoso.
I delegati di Retenu, del Naharina, dei più remoti paesi dell’Asia
potevano arrivare per via di terra e in questo caso erano accolti dalle guardie
di frontiera delle strade di Horo, oppure per mare. Le loro navi somigliavano
a quelle degli Egizi, come è naturale dato che avevano imparato a costruirle
proprio dagli abitanti di Biblo.
Quando arrivavano in un porto, i capi siriani bruciavano incenso ed
esprimevano a grandi gesti la loro gioia per avere portato felicemente a
termine quel lungo viaggio, poi sbarcavano con le loro merci mentre gli Egizi
allestivano sulle banchine dei posti di ristoro con cibo e bevande, e subito
incontravano un funzionario egizio che li accompagnava dal visir.
Probabilmente una folla si ammassava a vederli passare. Gli artisti, che un
giorno avrebbero dovuto rappresentarli nella tomba del visir, li esaminavano
con grande attenzione. Gli uomini indossavano perizomi con ricami di lana
multicolore e adorni di ghiandine oppure lunghe vesti fissate davanti con un
laccio o dei ganci, oppure si erano drappeggiati addosso larghi scialli di lana.
Alcuni portavano un medaglione al collo. Le donne indossavano vesti a
volanti. I servi spingevano avanti cavalli, orsi, elefanti poco più grandi di un
vitello e portavano a spalla giare contenenti resina di terebinto, pece, miele,
olio, cesti pieni d’oro e lapislazzuli. Gli Egizi apprezzavano ancor di più i
prodotti artigianali come i carri, le armi, gli oggetti di lusso e i vasi metallici.
I Siriani eseguivano oggetti di straordinaria perfezione. Non si
accontentavano più, come all’inizio della XVIII dinastia, di anfore ad anse
floreali, coppe a ovolo e crateri contenenti un mazzo di piante artificiali ma
producevano immensi vasi a piede interamente rivestiti di motivi incisi o
intarsiati arricchiti da piante, teste umane o animali raccolte intorno al piede o
alla pancia o al coperchio. Alcune di queste anfore erano a tre pance o a tre
colli. I coperchi avevano la forma di una testa di Bes o di grifone. Altri crateri
formavano la base da cui sorgeva un edificio a tre piani oppure una sfinge a
testa di donna. A volte, invece, il cratere era sostenuto da due uomini posti
schiena contro schiena. Notiamo anche le teste, di Bes o di donna, inserite su
zanne d’elefante naturali o artificiali, rivestite a loro volta da ricche
decorazioni. Pezzi come questi non avevano alcuna funzione pratica,
servivano solo all’esibizione del lusso. Ma non per questo piacevano meno
agli Egizi, che nei loro laboratori facevano copiare i modelli più semplici.
L’interesse che gli Egizi nutrivano per questi prodotti stranieri può essere
valutato grazie alla cura con cui erano riprodotti, ad esempio nella tomba di
Amiseba. 38
I cortei di personaggi meridionali non erano certo meno pittoreschi di
quelli degli Asiatici. Avanzavano al suono del tamburello, carichi di collane,
di code di pantera attaccate alle braccia e col cranio rasato con tre soli ciuffi
di capelli residui. Le loro donne indossavano un gonnellino o una veste a
volanti e portavano ognuna quattro bambini in una gerla. Recavano scudi di
cuoio, avorio, piume e uova di struzzo, pelli di pantera, giare e involti. Legati
con delle corde trascinavano scimmie, ghepardi, giraffe dal lungo collo.
Nessuno di questi cortei può essere paragonato a quello che venne presentato
a Tutankhamon dal fanciullo reale di Kush Huy. 39 Il viceré, con le collane
d’oro donategli dal suo sovrano al collo, ricevette i collaboratori egizi che lo
salutarono inginocchiati e toccandogli i piedi o il vestito. La maggior parte
dei Nubiani aveva adottato il costume egizio conservando però qualche
carattere nazionale. I loro lunghi capelli formavano una specie di calotta
stretta in un diadema in cui infilavano una piuma di struzzo. Portavano grossi
anelli alle orecchie, si stringevano il collo in una collana di perle e i polsi in
braccialetti massicci. Alcuni indossavano sulla schiena una pelle di pantera
tenuta ferma da una cintura, una bretella e un panno sul quale si
distinguevano dei soli dardeggianti. I principi portavano disinvoltamente la
veste trasparente pieghettata e la gorgiera degli Egizi e calzavano i sandali. I
loro figli, come quelli degli Egizi, portavano sulla guancia sinistra una grossa
ciocca di capelli intrecciati. Alle braccia portavano code di pantera. I
portatori di offerte portavano alle orecchie dei semplici anelli con appesi dei
dischi d’oro.
Il gruppo comprendeva guerrieri che chiedevano, in ginocchio, il soffio di
vita, portatori di offerte con sacchetti e anelli d’oro posati su dei vassoi e pelli
di pantera, giraffe e buoi sulle cui corna immense figuravano delle mani. Un
gruppo di principi precedeva il re del paese che avanzava su un carro simile a
quello degli Egizi e degli Asiatici ma provvisto di uno splendido parasole di
piume di struzzo e trainato da due buoi privi di corna. Alcuni prigionieri con
le mani strette nelle manette e il collo incatenato seguivano il carro.
Chiudevano il corteo nere con i bambini più piccoli in una gerla e i più grandi
con la testa rasa secondo la moda del loro paese. Le donne erano nude fino
alla cintola. Come gli uomini portavano orecchini pendenti, code di pantera e
pesanti braccialetti.
Senza essere industriosi come i Fenici, i popoli meridionali erano
artigiani molto abili. Si potrebbe credere che i governatori egizi della Nubia,
chiamati figli reali di Kush, avessero fatto sforzi per sviluppare le arti
indigene quando si osserva con quanta soddisfazione Huy contempla le merci
esibite sotto i suoi occhi prima di presentarle a sua volta al sovrano. I Nubiani
costruivano non solo oggetti imitati da modelli egizi, sedili, letti, testate di
letto, carri, ma anche armi diverse da quelle egizie. I loro scudi di cuoio
circondati da un nastro di metallo e rinforzati con chiodi talvolta erano
decorati con scene tratte dal repertorio ufficiale. Vi si distingueva una sfinge
a testa d’ariete che calpestava i nemici. Il Faraone trafiggeva un Nubiano con
la lancia. Ma gli Egizi apprezzavano ancor di più le riproduzioni di villaggi
neri eseguite in oro, posate in ceste o su un tavolino. Vi si vedeva una
capanna a forma di piramide altissima, all’ombra di un folto di palme da
datteri e di palme dum. Ragazzi e scimmie si arrampicavano sugli alberi per
coglierne i frutti. Le giraffe e i loro guardiani percorrevano il villaggio alla
cui periferia si vedevano dei neri che salutavano. Il piede del tavolino era
decorato con dei neri legati a un palo e con sigilli reali. Al tavolo erano
appese pelli di pantera e catene. Era il pezzo principale dell’esibizione, il
capolavoro dell’oreficeria nubiana di ispirazione egizia.
Il figlio reale di Kush, che portava dai paesi del Sud quei tesori, oltre ai
lingotti d’oro, all’ebano e all’avorio, e che poteva vantarsi di aver fatto
regnare la pace, aveva ben meritato la sua ricompensa.
1. Maspero, «Un manuel de hiérarchie égyptienne», Études égyptiennes, II, 1-66.
2. Lefebvre, Histoire des grands prêtres d’Amon de Karnak, cap. II.
3. Gauthier, Le personnel du dien Min, Le Caire 1931.
4. Si veda la stele dell’anno 400 in Kêmi, IV, 210-212.
5. Urk., IV, 1020-1021.
6. Decreto di Nauri, Bibl. æg., IV.
7. Lefebvre, op. cit., 127-128.
8. Papyrus morale de Boulag, VII (Maspero, Histoire, II, 503).
9. Vérité et Mensonge, Pap. Chester Beatty, II, 5.
10. Maspero, Hymne au Nil, XIII e 19.
11. Pap. Anastasy, I, 13, 5 ss. in Gardiner, Eg. hieratic texts, Leipzig 1911, 16-34.
12. Bibl. æg., VII, 23-24. Testi analoghi in Bibl. æg., VII, 35.
13. Bibl. æg.,VII, 47.
14. Bibl. æg., VII, 47 (seguito del precedente). Pleyte e Rossi, Papiri ieratici di Torino; Pap. moral
de Boulag, 3-6, 11.
15. Pap. moral. de Boulag.
16. Mélanges Loret, Bull. I.F.A.O., XXX, 497.
17. Urk., IV, 1044-1046.
18. Lefebvre, op. cit., 127 ss.
19. Ann. S.A.E., XL, 605.
20. Maspero, Histoire, II, 347.
21. Bibl. æg, IV.
22. Bibl. æg., VII, 5. Storia di tre giovani ecclesiastici inviati a far parte dell’esercito.
23. Urk., I, 23.
24. Siut, I, 223-229. La tomba di Puyemrê a Tebe contiene lo stesso avvertimento (Kêmi, III, 46-
48).
25. Iscrizione del tempio di Radesieh, Bibl. æg, IV.
26. Lefebvre, op. cit., 213.
27. Stele 138 del Br. Mus. in Robichon e Varille, Le temple du scribe royal Amenhotep, fils de
Hapou, 3-4.
28. Questi avvenimenti sono noti in base al Papiro Abbott: Moller, Hieratische Lesestücke, III, 16
ss. e a quello Amherst e Leopold, pubblicati da J. Capart e Alan H. Gardiner, Bruxelles 1939.
29. Pap. Br. Mus. 10054, R° 2, 7.
30. Pap. Br. Mus. 10054, R° III, 7-9.
31. Pap. Br. Mus. 10053, V° 111, 6-16.
32. Pap. Br. Mus. 10403, I 6 ss. T. Eric Peet, The Mayer papyri A and B.
33. Pap. Br. Mus. 10052, II, 14-30; XI, 4-9.
34. Ibid., III, 16-17.
35. Ibid., I, 6; II, 16.
36. Nella tomba di Merreruka, A 4 sud.
37. Pap. Br. Mus. 1002, IV, 6-14.
38. Per i cortei di delegati dei paesi del nord si vedano le mie Réliques de l’art syrien dans l’Égypte
du Nouvel Empire, Paris 1937.
39. Th. T.S., IV, 23-30. Paragonare Wr. Atl., I, 35, 56, 224 (Amiseba); 247-248 (Haremheb); 265
(Anna); 270-284-285 (Amenmosé); 292, 293, 336, 337 (Rekhmara); Maspero, Histoire, II, 269 (tempio
di Neit Uely); Medinet-Habu, 11.
XI
L’attività nei templi

La devozione religiosa
Gli Egizi, secondo Erodoto, erano i più religiosi fra gli uomini. 1
Credevano che tutto l’universo appartenesse agli dèi, fonte di ogni prosperità,
che essi conoscessero i nostri desideri e potessero intervenire in ogni
momento nelle vicende umane. Se Ramses II abbandonato dai suoi soldati e
sorpreso dai nemici nelle vicinanze di Qadesh aveva potuto superare il
pericolo, è perché la sua voce era risuonata fino a Tebe ed era stata udita da
Amon. Se un tempo radioso aveva favorito, durante la cattiva stagione, il
viaggio della sua fidanzata, la principessa hittita, è perché Sutekh non poteva
rifiutargli niente. Se i cercatori di pozzi trovavano l’acqua nel deserto di
Ikayta è perché suo padre Hapi amava Ramses II più di tutti i re che avevano
regnato prima di lui. L’idea che gli dèi favorissero certi uomini incoraggiava
talvolta i desideri più folli. Si dice che il re Amenofis abbia voluto vedere gli
dèi già da vivo. 2 Il principe Hornekht figlio di Osorkon II e della regina
Karom pretendeva che il divino avvoltoio lo assistesse quando si univa alle
antilopi del deserto e agli uccelli del cielo, 3 evidentemente per comprenderne
il linguaggio riservato a pochi iniziati e i messaggi importanti che gli dèi si
compiacevano di affidare loro. Molti credevano addirittura che alcuni
privilegiati potessero comandare alla natura, al cielo, alla terra, alla notte, alle
montagne e alle acque, sopprimere gli ostacoli del tempo e dello spazio. 4 Ma
erano follie passeggere. Ramses III quando dettò il papiro Harris agli dèi
dell’Egitto, al principale come a quelli di minore importanza, chiese cose
semplici e ragionevoli: la felicità eterna per se stesso, per il figlio un futuro di
re potente e rispettato, un lungo regno e piene del Nilo generose. Credeva di
meritare quei doni perché gli dèi l’avevano posto nella carica che era stata di
suo padre come avevano collocato Horo al posto di Osiride. Egli stesso non
aveva oppresso e derubato nessuno e non aveva trasgredito agli ordini divini.
I desideri dei singoli, ricchi o poveri, erano desideri umili. Le persone che
non avevano figli chiedevano a Imhotep di concederne loro uno. Bytau,
quando era inseguito dal fratello diventato pazzo furioso, ricordava che
Harakhté sapeva distinguere il vero dal falso. Era noto che il dio si prendeva
cura dei poveri. Quando tutto congiurava contro di loro, egli restava un
sostegno, il giudice che non accetta doni e non influenza i testimoni. In
tribunale il povero che non aveva né oro né argento per gli scribi né vesti per
i loro domestici scopriva che Amon poteva trasformarsi in visir per far
risaltare la verità e garantire il trionfo del debole sul forte. 5 Gli scribi
contavano su Thoth per eccellere nella loro professione. «Vieni a me, Thoth,
ibis sacro, tu, dio che Shmunu ama, segretario dei nove dèi, vieni a me,
dirigimi, rendimi abile nella tua funzione perché la tua funzione è la più bella
di tutte. Si scopre che colui che vi eccelle è fatto principe.» 6
Questa pietà religiosa ardente quanto ragionevole spesso ci sconcerta. Il
gusto del lusso dedicato agli dèi è di tutti i tempi e di tutti i paesi. Ma la
ricchezza dei templi dell’Impero Nuovo sfida l’immaginazione. Dall’ascesa
al potere di Ahmose in poi vi si ammassavano tutto il superfluo, tutti i
risparmi dell’intero paese. Già sappiamo che tutti i re si posero come compito
fondamentale quello di creare nuovi santuari, ampliare e abbellire quelli già
esistenti restaurandone le mura e le porte, costruendo barche sacre e
innalzando statue, sostituendo il mattone con la pietra e il legname locale con
legnami esotici, ricoprendo con lamine d’oro le punte degli obelischi e le
mura della grande dimora, arredando tutte le stanze con mobili intarsiati
d’oro e cosparsi di pietre preziose. Certamente ai tempi di Akhenaton e forse
negli anni poco noti che precedettero l’ascesa al potere di Sethnakht ci fu
qualche distruzione e una specie di prova generale di quanto sarebbe stato
fatto in grande sotto gli ultimi Ramessidi, ma molti regni gloriosi e prosperi
si impegnarono con successo a riparare quelle miserie.
Come già i Greci e i Romani, anche noi ci meravigliamo del numero e
delle singolari forme delle divinità. L’illustrazione di un papiro del Museo del
Cairo ci mostra una sacerdotessa, figlia di re, Isitemheb, che si prosterna con
un movimento seducente sul bordo di una vasca davanti a un coccodrillo
allungato dall’altra parte sotto un salice. 7 Senza alcuna ripugnanza quella
sacerdotessa beveva l’acqua della vasca che serviva agli accoppiamenti del
mostro che l’osservava tranquillamente. Quel coccodrillo era il dio Sobek,
uno dei più diffusi, che aveva due principali centri di culto, uno al Fayum,
che i Greci chiameranno Coccodrillopoli, e l’altro a Sumenu, a sud di Tebe, e
santuari un po’ dappertutto.
Al coccodrillo gli abitanti di Menfi e di On preferivano il toro che i primi
chiamavano Api e i secondi Meruer. Il toro Api era riconoscibile per delle
caratteristiche che gli autori greci ci hanno tramandato. 8 Quando veniva
identificato, si annotava accuratamente la sua nascita e lo si introduceva
solennemente nel tempio di Ptah. Finché viveva veniva nutrito a sazietà di
cibi raffinati e coperto di onori. Quando moriva il popolo intero prendeva il
lutto. Veniva mummificato e sepolto come un principe in una tomba tutta
sua. A Shmunu gli ibis erano considerati sacri. 9 Un ibis privilegiato riceveva
onori divini. Dall’intero Egitto si concentravano a Shmunu gli ibis morti e
mummificati per essere depositati in un’immensa caverna. I falchi sacri erano
venerati ovunque e non solo nella città di Nekhen che i Greci chiamavano
Hierakonpoli, ma anche di fronte a Nekhen, a Nakheb e in tutti i luoghi che
gli Egizi oggi chiamano Damanhur (città di Horo) o Sanhur (protezione di
Horo) e in altri ancora, ad esempio Hathirib, in cui la necropoli è stata
ricostruita in tutta la sua integrità da Gied-her il salvatore a Tanis, dove la
nostra missione ha recuperato di recente degli scheletri di falco in piccole
giare. A Bast era una gatta a raccogliere gli omaggi della popolazione. Ad
Amit era il temibile serpente Uagit. I contadini della Tebaide offrivano allo
stesso serpente che chiamavano invece Renutet le primizie del raccolto.
Gli animali non avevano il privilegio esclusivo di quelle cure devote.
Anche i vegetali vi partecipavano. Coppie oppure uomini e donne isolati si
avvicinavano con rispetto a un sicomoro con le mani tese per raccogliere
l’acqua versata da una dea nascosta nell’albero. Ogni città aveva il suo bosco
sacro come aveva il dio locale che però non bastava per estinguere l’ardore
religioso. In ogni città anche poco importante al dio locale si associavano
altre divinità che un bel giorno erano venute da una città, vicina o remota.
Quando Ramses II fondò la sua residenza nel Delta orientale vi raccolse tutta
una compagnia divina. Amon affiancava Seth, suo nemico della vigilia e
dell’indomani, Tum di On e Ptah di Menfi, gli dèi del Delta e quelli dei
Siriani e dei Fenici perché gli Egizi, come se nel loro paese non avessero
abbastanza dèi, si erano messi ad adottare quelli dei paesi vicini. L’uccisore
di Osiride aveva scambiato la sua testa di levriero con una umana. Aveva
adottato la veste e gli attributi di Baal, un casco puntuto dove brillava il disco
solare da dove emergevano due corna affilate dalla cui cima ricadeva a terra
un lungo nastro, un perizoma ricamato e adorno di ghiandine. La sua paredra
era, invece della sorella di Isit, la cananea Anta. 10 Astarte, alla sua venuta in
Egitto, aveva ricevuto onori regali da tutte le divinità. 11 Ramses, che aveva
fatto costruire, per attendere la sua fidanzata, un castello fortificato fra Egitto
e Siria, non poteva lasciarlo privo di protezione celeste. Scelse due dèi egizi,
Amon e Uagit, e due asiatici, Sutekh e Astarte. 12 Dai tempi del regno di
Tutankhamon un dio falcone pare aver sostituito quell’antico patrono della
monarchia. 13 Menfi, dove un intero quartiere apparteneva ad abitanti originari
di Tiro, rappresentava una specie di sintesi di tutti i culti egizi e stranieri. 14
Tebe, la città dalle cento porte, avrebbe meritato di chiamarsi la città dai
cento dèi.

Il clero
Sappiamo che tutti i templi erano delle piccole città che ospitavano nella
loro cinta di mura dei funzionari, una polizia, degli artigiani e dei contadini
che vivevano come in una città normale. Dipendevano dal tempio ma non
erano religiosi. L’appartenenza al clero era riservata a coloro che erano detti
uâbu, puri, agli it neter, padri divini, al servo divino hemneter, all’uomo dal
rotolo, kheryhebet, che teneva nelle sue mani il programma della cerimonia
scritto su un rotolo di pergamena, ai membri dell’unuyt, il collegio composto
da almeno dodici persone poiché il termine unut significa ora. Questi religiosi
si davano il cambio a ogni ora in modo da garantire una costante adorazione,
giorno e notte. In molti templi un capo dei misteri si occupava di
rappresentazioni sacre di cui parleremo più avanti. Il sacerdote serri, ignoto
fra il clero di Amon, svolgeva un ruolo importante a On e a Menfi. A Tebe il
clero di Amon aveva alla sua testa quattro hemu neteru. Il primo servo
divino, nonostante la semplicità del suo titolo, era uno dei personaggi più
importanti dell’intero Egitto. A On il capo del clero di Tum si chiamava
grande veggente, ur ma, il capo del clero di Ptah a Menfi si chiamava capo
degli artisti, a Shmunu il capo del tempio di Thoth era detto il grande dei
cinque. In molti templi il personaggio principale era come presso Amon un
servo divino. Abbiamo mutuato dai Greci l’uso di chiamare questi hemu
neteru «profeti», perché avevano talvolta il compito di interpretare la volontà
degli dèi, ma questa non era la loro sola funzione e non siamo nemmeno certi
che fosse loro riservata. Qualunque fosse il loro nome, i sacerdoti del Nuovo
Impero tendevano a distinguersi dalla massa dei cittadini. Disdegnavano, ad
esempio, la veste pieghettata con le maniche e avevano adottato un perizoma
lungo. Andavano a torso nudo e si facevano radere oltre alla barba e ai baffi
anche i capelli.
Poiché ogni tempio spesso dava ospitalità a più divinità, i membri del
clero non restavano per sempre al servizio dello stesso dio. Seti, sommo
sacerdote di Seth, era anche il coordinatore delle feste di Banebded e di
quelle di Uagit che giudica le due terre. Nebunef, che era stato nominato
sommo sacerdote di Amon da Ramses II, in passato non aveva mai fatto parte
del clero di quel dio. Era sommo sacerdote di Anhur a Tjiny e di Hathor a
Dendera. Un secondo gran sacerdote di Amon, Anen, che non giunse mai al
grado più elevato, se ne sentì consolato quando venne nominato veggente
principale e sem a On di Mentu, una città del nomo tebano.
Al culto partecipava un gran numero di donne. Ogni tempio possedeva un
corpo di cantanti il cui compito consisteva nel cantare agitando il sistro o i
crotali durante le cerimonie. Queste donne non abitavano nel tempio ma in
famiglia perché la loro funzione ne richiedeva la presenza solo in determinati
giorni per poche ore. Invece le donne che componevano la Khenerit
dovevano risiedere nel tempio perché il termine khener indica sia una
prigione sia le parti più interne di un tempio o di un palazzo. Le loro superiori
si chiamavano la donna divina del dio, la mano divina o la divina adoratrice.
Talvolta si è ritenuto che le donne di questo harem divino costituissero un
collegio di cortigiane sacre come quello che esisteva a Biblo, una città
interamente permeata dell’influsso egizio. Non è provato però che in Egitto
esistesse una istituzione di questo tipo. Le cantanti di Amon qualche volta
avevano costumi piuttosto rilassati e frequentavano ambienti malfamati, ma
sarebbe ingiusto giudicare tutte le musiciste di Amon solo in base al solo
documento fornito dal papiro di Torino, 15 il quale comunque non dimostra
che le donne addette al tempio dovessero, come le donne di Biblo durante le
feste di Adone, concedersi agli stranieri e consegnare al tesoro del tempio i
guadagni che traevano da quel commercio.
Come i funzionari erano soprattutto reclutati nelle famiglie di funzionari,
così i sacerdoti erano quasi sempre figli di sacerdoti. 16 Bakenkhonsu, figlio di
un secondo profeta di Amon, ad esempio, fu mandato a scuola cinque anni in
previsione della sua ammissione al clero. I figli e i nipoti del sommo
sacerdote Rome-Roy erano tutti membri del clero. Suo figlio maggiore gli
restò accanto come secondo. Il figlio minore officiava in un tempio a
occidente di Tebe. Il nipote era già padre divino. Talvolta però le intenzioni
delle famiglie e la vocazione dei giovani venivano ostacolate. Una lettera
amministrativa ci informa che il visir aveva presentato tre giovani come
futuri sacerdoti nel castello di Merenptah, all’interno del tempio di Ptah. Un
funzionario poco rispettoso dei diritti dei religiosi, li requisì per inviarli nel
nord come ufficiali. Era un abuso di potere. Uno scriba segnalò
immediatamente il fatto e chiese il ritorno di quei giovinetti. 17
Gli studenti che intendevano entrare nel clero imparavano, come tutti i
fanciulli, la grammatica e la scrittura ma dovevano apprendere molte altre
nozioni. Dovevano conoscere le immagini degli dèi, i loro titoli, epiteti,
attributi, le loro leggende e tutto quanto riguardava la liturgia: non era cosa da
poco. 18 Alla fine degli studi subivano un esame. Colui che era stato giudicato
degno di entrare nella corporazione si toglieva le vesti, veniva lavato,
bagnato, cosparso di unguenti profumati, poi indossava i paramenti
sacerdotali e veniva introdotto nell’orizzonte del cielo. Pervaso del timore
della potenza divina, poteva finalmente avvicinarsi al dio nel suo santuario. 19

Il culto
Il culto celebrato in tutti i templi dell’Egitto a nome del re e a sue spese
era un atto segreto che si compiva senza la minima partecipazione pubblica,
nell’oscurità del sancta sanctorum. Il sacerdote qualificato innanzitutto si
purificava nella casa del mattino. Prendeva l’incensiere, lo accendeva e
avanzava verso il santuario purificando con l’odore del terebinto i luoghi
intermedi. Il naos contenente la statua di legno dorato del dio o della dea era
chiuso. Il sacerdote spezzava il sigillo d’argilla, tirava il catenaccio e aprendo
i due battenti rivelava l’immagine divina. Si prosternava, cospargeva la statua
di unguenti, la incensava e recitava inni di adorazione. Fino allora la statua
restava un oggetto inanimato ma il sacerdote le restituiva la vita
presentandole successivamente l’occhio strappato a Horo dal suo nemico
Seth e recuperato dagli dèi e una statuetta di Maat, la Verità, figlia di Ra. Poi
il dio veniva estratto dal naos. L’officiante procedeva alla sua toilette come
se la facesse al re. La lavava, la incensava, la vestiva, la profumava, la
ricollocava nel naos e le posava davanti gli elementi di un pasto che veniva
interamente consumato dal fuoco. Dopo le ultime purificazioni con il natron,
l’acqua e il terebinto, il culto poteva dirsi completo. Il sacerdote chiudeva il
naos, tirava il catenaccio e apponeva il sigillo, poi si ritirava arretrando e
cancellando le tracce dei suoi passi. 20
In cambio di quelle cure e di quei doni il dio donava al re la vita, non solo
la vita fisica ma quella in unione con Dio, con un avvenire di giubilo senza
fine per l’eternità. Il popolo che non partecipava a quel culto quotidiano si
accontentava di sapere che se il Faraone era apprezzato dai suoi padri divini
sull’Egitto si sarebbero diffuse ogni sorta di benedizioni. Si prendeva però la
rivincita in occasione delle uscite della divinità di cui parleremo in seguito
ma, in attesa di quelle giornate di letizia, chi lo volesse, in cambio forse di
una piccola offerta, poteva entrare nel castello del dio, attraversare i cortili e
il bosco sacro, avvicinarsi al parco dove saltavano liberamente l’ariete o il
toro che aveva il privilegio di incarnare il dio e alla vasca dove stava immerso
il coccodrillo di Sobek. Niente impediva a un egizio di origine popolare di
depositare ai piedi di una statua di Amon, se era tebano, di Ptah se si trovava
a Menfi, una piccola stele di calcare sulla quale accanto all’immagine del dio
si incidevano una o più orecchie (tre o nove, oppure molte, fino a
trecentosettantotto) e degli occhi. Era un sistema ingenuo per costringere il
dio ad ascoltare e osservare il supplice che chiedeva le grazie più diverse e si
rassegnava solo alla morte la quale non esaudiva chi l’implorava. 21
In tutti i templi si trovavano anche delle statue e delle stele dette
guaritrici. 22 Le stele erano decorate sul lato principale con l’immagine del
fanciullo Horo nudo, in piedi su un coccodrillo e con dei serpenti in mano e,
al di sopra del piccolo dio, con quella di Bes digrignante. Sul verso o alla
base della stele si raccontava come il fanciullo divino, in assenza di sua
madre, fosse stato morso da un serpente nelle paludi di Akhbit. Il signore
degli dèi, udendo le grida della madre, aveva incaricato Thoth di guarire il
ferito. Oppure si raccontava come Bastit fosse stata guarita grazie a Ra dalla
puntura di uno scorpione, oppure si ricordava come Osiride, gettato nel Nilo
da suo fratello, fosse stato salvato con un intervento soprannaturale dai denti
del coccodrillo. La statua o la stele venivano poste su un podio. Una vasca
piena d’acqua le circondava completamente e comunicava, tramite un
canaletto, con una seconda vasca scavata nella parte inferiore del podio.
Quando un uomo veniva ferito, si spargeva l’acqua sulla stele o sulla statua
che si impregnava così delle virtù delle formule e dei racconti ivi incisi. Poi si
raccoglieva l’acqua in basso e la si dava da bere al ferito con queste parole:
«Il veleno non entra nel suo cuore, non arde nel suo petto perché Horo è il
suo nome, Osiride il nome di suo padre, Neith la piangente il nome di sua
madre». Una volta guarito, il ferito ringraziava con una preghiera il santo che
era stato l’agente della sua guarigione, il che non lo dispensava naturalmente
dal consegnare un piccolo obolo al puro o al padre divino che aveva sparso
l’acqua.
Gli autori di quelle umili richieste umilmente presentate, però, non si
sentivano affatto a loro agio nelle sontuose dimore divine di Tebe, di Menfi e
delle altre grandi città. Avevano fede in Amon o in Ptah ma preferivano
incontrare quelle grandi divinità lontano dalle situazioni ufficiali, in santuari
a misura d’uomo. Gli operai della necropoli avevano adottato come loro
patrona una dea-serpente che chiamavano Merseger, l’Amica del silenzio,
che abitava di solito la sommità della montagna che dominava il villaggio e
quando si parlava della cima spesso non si sapeva se si trattava della dea o
del luogo dove essa abitava. Un impiegato della necropoli di nome Neferabu
un giorno invocò a testimoni di quello che diceva Ptah e la Cima. Ma
mentiva. Poco dopo, divenne cieco. Allora si accusò del suo peccato davanti
a Ptah che gli aveva fatto vedere l’oscurità in pieno giorno. Proclamò allora la
giustizia di quel dio che non trascurava nessuna azione. Ma intanto non
guariva. Allora si umiliò davanti alla Cima dell’Occidente, la grande e
potente. Questa sovrana venne a lui in forma di piacevole brezza e gli fece
dimenticare il suo male. «Perché la Cima dell’Occidente è indulgente con chi
la supplica.» 23 Il piccolo santuario di Merseger ebbe una fama che possiamo
valutare in base al gran numero di stele e di ex voto che vi sono stati trovati.
Ma la dea accettava volentieri la vicinanza di altri grandi dèi che avevano il
loro santuario nei pressi del suo. Un operaio decoratore si era ammalato e suo
padre e suo fratello si rivolsero ad Amon che salvava anche coloro che
stavano già nell’altro mondo. Il signore degli dèi venne come il vento del
Nord, come una brezza fresca a salvare lo sventurato perché non restava irato
nemmeno un giorno intero. La sua irritazione durava solo un momento e non
lasciava tracce. 24
Questi operai avevano adottato una patronessa, l’Amica del silenzio, e
adottarono inoltre, come patrono, il primo dei sovrani del Nuovo Impero a
farsi scavare la tomba nella valle dei re, Amenhotep I. 25 Era stato il primo
datore di lavoro e il primo benefattore della popolazione di Deir el-Medineh.
Il suo culto divenne rapidamente popolare e molti suoi santuari sorsero a
Tebe sulla riva sinistra. Sono state trovate anche le tracce di un tempio
dedicato ad Amenhotep Vita, Salute, Forza del giardino. Conosciamo i nomi
di altri tre Amenhotep chiamati rispettivamente «del sagrato», «navigante
sull’acqua» e «favorito di Hathor». La festa di questo generoso patrono
durava quattro giorni durante i quali gli operai, le loro mogli e i loro figli
cantavano e bevevano incessantemente. I sacerdoti che reggevano la statua
durante la processione, le facevano ombra, la sventagliavano e l’incensavano
erano tutti operai.
Gli operai avevano tanta fiducia in lui da chiedergli addirittura di dirimere
le loro contese. La sua era una giustizia di pace, più rapida e meno onerosa di
quella del visir e degli scribi. Una querelante così si esprime: «Vieni a me,
signore! Mia madre con i mie fratelli mi ha fatto causa». Il padre defunto
aveva lasciato alla querelante due parti di rame e una rendita di sette misure
di grano. La madre aveva trattenuto il rame e le consegnava solo quattro
misure. Un operaio aveva fabbricato una bara di cui aveva fornito il legno.
Lavoro e materiale valevano trentun deben e mezzo. Il padrone ne voleva
pagare solo ventiquattro. Un incisore era stato derubato delle sue vesti. Il
derubato depositava la sua accusa davanti alla statua del santo re: «Mio
signore, vieni oggi; i miei due abiti mi sono stati rubati!». Uno scriba legge
un elenco di case. Quando arriva a nominare quella dello scriba Amonnekht il
querelante afferma che i suoi membri erano presso sua figlia. Il dio chiamato
in causa risponde affermativamente. A un operaio veniva contestata la
proprietà di una casa. Ci si rivolse ancora alla statua che rispose attraverso
una forte inclinazione.
Forse per imitare la bontà del santo re, le divinità maggiori accettavano di
dare ai mortali un parere utile o di risolvere una contesa spinosa. Un capo
della polizia assisteva a una processione in onore di Iside. L’immagine divina
si inchinò verso di lui dall’alto della sua barca. In seguito la carriera
dell’uomo ebbe una rapida progressione. Nella capitale era soprattutto il
grande dio tebano a essere consultato. Un intendente di Amon era stato
accusato di appropriazione di fondi: il dio venne posto sulla sua barca e
trasportato in un punto speciale del tempio. Vennero stesi due scritti
contraddittori: 1° «Oh Amonrasonter, si dice che questo Thutmose nasconda
le cose che sono scomparse»; 2° «Oh Amonrasonter, si dice che questo
Thutmose non possieda nessuna delle cose scomparse». Poi si chiese al dio se
voleva giudicare la questione. Il dio disse di sì. I due scritti gli vennero posti
davanti e Amon a due riprese indicò quello che scagionava l’accusato.
Thutmose venne immediatamente reintegrato nella sua carica e ne ricevette
poi di nuove. Durante una processione, il gran sacerdote chiese ad Amon se si
poteva abbreviare l’esilio di alcuni condannati deportati nella grande oasi.
Egli fece «sì» con la testa. 26
Se il re degli dèi non disdegnava di rispondere a dei privati, a maggior
ragione gradiva di occuparsi dei supremi interessi dello Stato. Quando
Ramses II nominò un gran sacerdote di Amon, all’inizio del suo regno, il dio
assistette alla riunione del Consiglio in cui furono pronunciati uno dopo
l’altro i nomi dei candidati e di tutti coloro che erano in condizione di
occupare il posto. Egli fu contento quando sentì il nome di Nebunnef. Il gran
sacerdote Herihor consultò Shonsu su numerosi punti. In Etiopia il trono era
vacante. I principi sfilarono davanti ad Amon che indicò quello che voleva
insediare sul trono. 27
I documenti dei quali disponiamo non descrivono con la chiarezza che
sarebbe auspicabile come il dio manifestasse la sua volontà. Alcuni
egittologi, forse ricordandosi di un capitolo del don Chisciotte pensano che le
statue fossero oggetti meccanici articolati e quindi potessero, senza articolare
la risposta, alzare le braccia, agitare la testa, aprire o chiudere la bocca. Il
Museo del Louvre possiede probabilmente il solo esemplare noto di statua
parlante. È una testa di sciacallo con la mandibola inferiore mobile.
Normalmente questo Anubi aveva la bocca aperta ma la chiudeva se si tirava
una cordicella. 28 In altri casi la divinità interpellata arrivava trasportata dai
suoi sacerdoti. Se oscillava in avanti, approvava, se oscillava indietro
disapprovava. 29 Non è sempre chiaro che risultato avessero quelle
consultazioni. Quando il dio indicava un candidato possiamo ritenere che la
faccenda fosse decisa in anticipo. Quando il dio assolveva un accusato, la
causa era chiusa. I derubati dovevano continuare le ricerche in un’altra
direzione. Ma che cosa accadeva quando il dio indicava un colpevole? La
cosa più opportuna da fare in questo caso, per l’uomo in questione, era di
restituire gli oggetti rubati o di pagare la somma richiesta. Ostinandosi nel
negare rischiava di essere trattato come un ladro e un mentitore e di subire
quindi una doppia razione di colpi di bastone. Quando si trattava di dirimere
una contesa, possiamo ipotizzare che le parti avessero promesso di accettare
la decisione dell’oracolo, qualunque essa fosse. Nel tempio di Amon c’erano
due agenti di polizia e un carcere. Sulla riva sinistra i Megiaiu erano
certamente a disposizione del dio per eseguire i suoi decreti.
Le uscite del dio
I fedeli potevano quindi in ogni momento entrare in relazione con il dio
nel suo tempio, esprimergli le loro difficoltà, le loro angosce, la loro
gratitudine. Almeno una volta l’anno in ogni tempio il signore del luogo
usciva con grande solennità dal suo riparo e visitava la città e i suoi dintorni.
Quelle uscite del dio, attese con impazienza, tenevano tutta la città col fiato
sospeso. Alcune di esse avevano il privilegio di attirare la popolazione di
un’intera contrada. Erodoto vide delle barche cariche d’uomini e donne
recarsi a Bast per le feste di Bastit. Le donne agitavano senza posa i crotali.
Alcuni uomini suonavano il flauto. Gli altri cantavano battendo le mani.
Quando si attraversava una città, aumentava la vivacità. I pellegrini
lanciavano pesanti scherzi in direzione degli abitanti del posto che
rispondevano nello stesso modo, e molti, trascinati dall’esempio, lasciavano
la loro città e le loro faccende per partecipare alla festa. Ne valeva la pena
perché i settecentomila pellegrini, terminati i sacrifici, si davano ai piaceri.
Piaceri spesso grossolani e sempre rumorosi: secondo Erodoto – che forse
esagerava un po’ – si beveva più vino a Bast in una settimana di festa che in
tutto l’Egitto nel resto dell’anno. 30

L’uscita di Min
Nella capitale, la presenza del re e della corte dava ad alcune di queste
uscite divine la risonanza di una festa nazionale. Sotto Ramses III
l’anniversario dell’incoronazione coincideva con la festa di Min, signore di
Coptos e del deserto e dio della fecondità, che veniva celebrata nel primo
mese della stagione di shemu, quando iniziava la mietitura. 31 Il re era dunque
l’eroe della festa allo stesso titolo del dio. Splendente come il sol levante,
Ramses III usciva dal suo palazzo di Vita, Salute, Forza. Si recava in lettiga
dal palazzo alla dimora di suo padre Min per contemplarne la bellezza. La
lettiga era costituita da un ampio sedile posto all’interno di un baldacchino
culminante in una specie di cimasa e munito di quattro lunghe braccia. Per
portarla ci volevano almeno dodici uomini. I lati del sedile erano decorati da
un leone eretto e da una sfinge. Due dee alate proteggevano lo schienale.
Davanti al sedile veniva fissato uno sgabello con un cuscino. I figli reali e i
principali funzionari di Stato si contendevano l’onore di trasportare il veicolo
reale. Essi facevano ombra al loro signore con ombrelli parasole di piume di
struzzo e alzavano all’altezza del suo volto i ventagli. Un gruppo imponente
composto di figli reali e dignitari apriva la marcia. I suoi componenti si erano
divisi le insegne faraoniche, lo scettro, il flagello, una canna e un’ascia. Fra i
membri del clero si individuava l’uomo del rotolo che con il programma della
festa in mano l’avrebbe regolata in tutti i particolari. Un sacerdote agitava
l’incensiere in direzione del re per tutto il percorso perché doveva celebrare
milioni di giubilei e centinaia di migliaia di anni di eternità sul suo trono.
Davanti ai portatori marciava il figlio maggiore del re, l’erede presunto. La
seconda metà del corteo comprendeva servi e militari. Ritroviamo qui i
personaggi che abbiamo già osservato intorno al re quando prendeva la testa
dell’esercito, quando si precipitava in battaglia o si lanciava all’inseguimento
dei tori selvatici. Uno di essi portava lo sgabello di cui Sua Maestà si servirà
per posare a terra il piede. I militari erano armati di mazza, scudo e lancia.
Quando il corteo aveva raggiunto la dimora di Min, il Faraone scendeva e
si fermava di fronte alla cappella che conteneva la statua per celebrare il rito
della resina e della libagione. Poi presentava le offerte a suo padre che
rispondeva con il dono della vita. Le porte erano aperte: adesso era possibile
ammirare la bellezza del dio in piedi davanti al suo santuario. Il suo corpo e
le sue gambe, che Iside non aveva ancora separato, erano stretti in una
guaina, il dio indossava una berretta da cui spuntavano due piume rigide e un
nastro che scendeva al suolo. Il mento era decorato da una barba posticcia, il
collo da un pettorale. Il santuario di Min comprendeva parecchi elementi: una
capanna conica a forma di alveare molto simile alle abitazioni degli indigeni
del paese di Punt, collegata a un’esile colonna culminante in un paio di corna,
un albero maestro sostenuto da otto corde lungo le quali si arrampicavano dei
Neri e un’aiuola di lattughe. Min era un dio molto antico che aveva compiuto
una lunga migrazione prima di raggiungere Coptos, dov’era arrivato con un
bagaglio piuttosto eterodosso.
Poi si recitava un inno accompagnato dalla danza, mentre la statua estratta
dal naos veniva posta su una lettiga trasportata da ventidue sacerdoti. Non se
ne vedevano né la testa né i piedi perché la testa era mascherata da cortine
decorate da rosoni fissate alle stanghe. Altri sacerdoti agitavano da tutte le
parti dei mazzi di fiori, dei ventagli e degli ombrelli parasole. Altri
trasportavano le casse che contenevano gli attributi canonici del dio. Una
piccola squadra sollevava con una piccola lettiga l’aiuola di lattughe.
Adesso era il re a prendere la testa della processione. Aveva cambiato il
casco azzurro che aveva indossato uscendo dal palazzo con la corona del
Basso Egitto, aveva brandito la lunga canna e una mazza. Notiamo la
presenza della regina. Una nuova creatura intanto si era unita al corteo, un
toro bianco che portava fra le corna il disco solare culminante in due alte
piume. Il toro era un’incarnazione del dio che abitualmente veniva chiamato
il toro di sua madre. Un sacerdote con la testa rasata e il torso nudo incensava
contemporaneamente il re, il toro e la statua del dio.
Al seguito di questo gruppo distinguiamo innanzitutto i portatori d’offerte
e i porta-insegne. Erano le insegne degli dèi che avevano accompagnato Min
durante la sua migrazione e che adesso partecipavano a tutte le sue feste:
sciacalli, falchi, un ibis, un bue sdraiato, dei nomi e in particolare il nomo del
Basso Egitto, Khem, dove Min era a casa sua, una frusta e una mazza. Poi, in
corrispondenza dei vecchi compagni di Min, sfilavano i re antenati le cui
statue di legno dorato avanzavano portate a spalla da altrettanti sacerdoti. La
prima era quella del re regnante, la seconda quella del fondatore della
monarchia, Meni, seguita da quella del restauratore dell’unità, Nebkherurê, e
dalla maggior parte dei re della XVIII e della XIX dinastia. In questa
compagnia non era stata accettata la regina Hatshepsut che suo nipote
Thutmose III aveva buone ragioni di detestare. Erano stati tenuti lontani
anche Akhenaton e i suoi successori, sovrani poco gloriosi.
La processione si metteva in marcia per fermarsi più volte prima di
raggiungere la sua meta, un’edicola. Nel corso di quelle tappe, avrebbe
ascoltato un altro inno danzato del quale non capiamo molto ma il cui testo
era recitato meccanicamente, come una formula magica, anche dai sacerdoti
più dotti dell’epoca ramesside. Non per questo era meno sacro. Ricordiamo
solo che gli dèi danzavano per Min seguiti da un nero di Punt. Min qualche
volta era detto padre dei Neri e rappresentato col volto nero perché i suoi
originari sudditi erano più o meno meticci.
La statua e il corteo arrivavano finalmente nel luogo dove sorgeva
l’edicola e Min ivi prendeva posto. Due sacerdoti che portavano gli emblemi
dei geni dell’Est gli stavano di fronte mentre il Faraone presentava una
nuova, grande offerta. Ciò che si svolgeva in quel momento centrale era
illustrato da un passaggio di un inno che fu pronunciato più tardi: «Salute a
te, Min fecondatore di sua madre! Quanto è misterioso quanto tu gli hai fatto
nell’oscurità» e dal passaggio di un altro inno secondo il quale Min, toro di
sua madre, l’aveva fecondata e le aveva consacrato il suo cuore mentre il suo
fianco era presso il fianco di lei, incessantemente. 32 Il dio aveva fecondato
non solo la sua vera madre ma Iside che avrebbe dato alla luce Horo che
sarebbe stato incoronato re dell’Alto e Basso Egitto.
In ricordo di questo grande evento il re poteva indossare la doppia corona.
L’avvoltoio di Nekhabit adesso lo proteggeva al posto dell’ureo di Uagit.
Egli lanciava alcune frecce in direzione dei quattro punti cardinali per
abbattere i suoi nemici, quindi avrebbe dato la libertà a quattro uccelli detti
figli di Horo Amser, Hâpi, Duamutef e Qebehsenuf che avrebbero annunciato
a tutte le terre che il re, rinnovando quello che Horo aveva fatto per primo,
aveva posato sulla propria testa la corona bianca e la corona rossa. Quegli
uccelli erano ghiandaie che arrivavano dal nord ogni anno in autunno e
ripartivano in primavera.
L’ascesa al trono di un re pio e amato dagli dèi procurava ogni sorta di
benedizioni all’Egitto. Adesso si esaltava la fertilità del paese. Le statue
erano state posate a terra. Gli assistenti facevano cerchio intorno al re e alla
regina. Un funzionario consegnava al re una falce di rame damaschinato
d’oro e una zolla del cereale bôti con tutta la sua terra. Rappresentava i campi
che si estendevano a perdita d’occhio dal mare alla cateratta. Il re tagliava le
spighe molto alte, come facevano i mietitori della Tebaide mentre un
celebrante recitava un nuovo inno a Min-che-sta-sul-campo-coltivato.
L’antico signore del deserto, infatti, prima di conquistare Coptos si era
stabilito nella valle un tempo fertile che porta da questa città alla valle di
Rohanu. Aveva creato le erbe che fanno vivere le greggi. Si presentava un
mannello di bôti al dio e al re, che ne conservava una spiga. Si recitava un
ultimo inno in cui la madre di Min esaltava la forza di suo figlio, vincitore dei
nemici.
La cerimonia si concludeva così. La statua veniva riposta nuovamente nel
naos. Il re si congedava dal dio presentando l’incensiere, versando una
libagione e presentando nuove offerte. Min ringraziava brevemente. Poi il re
indossava nuovamente il casco azzurro che aveva all’inizio e rientrava a
palazzo.
Il dio e il re, i membri della famiglia reale, i sacerdoti e gli alti funzionari
erano, secondo le nostre conoscenze, i soli partecipanti alla solenne uscita di
Min. Il popolo è stato dimenticato dagli artisti che ne hanno rappresentato i
principali episodi sulle pareti di Karnak e di Medinet Habu. In questo periodo
dell’anno, del resto, gli agricoltori avevano molto da lavorare nei campi, ma
possiamo pensare che in città ci fossero anche persone libere dal lavoro che
potevano fare ala al passaggio di Min e del suo toro bianco.

La bella festa di Opet


La bella festa di Amon, a Opet, era, più di quella di Min, la festa di tutto
il popolo. Si svolgeva nel secondo e terzo mese dell’inondazione, quando le
acque raggiungevano il livello più alto, gli agricoltori non avevano niente da
fare e le barche navigavano facilmente non solo nel grande Nilo ma nei canali
e anche fuori da essi perché tutte le terre erano sommerse. 33 Non si circolava
più sulle dighe minacciate dai flutti ma tutte le barche e le zattere erano
impegnate.
Il punto di partenza era il tempio di Opet. 34 Contro il suo immenso
pilastro si erano sistemati i mercanti ambulanti che offrivano ai passanti
angurie, melagrane, uva e fichi di Barbaria, volatili eccellenti pronti per la
cottura o già cotti, pani. Nel tempio tutto il personale religioso era all’erta. La
prima cosa da fare era andare a prendere, nelle stanze dove giacevano sui loro
basamenti, le barche portatili della famiglia tebana. La barca di Amon era la
più grande ed era riconoscibile per le due teste d’ariete che ne adornavano la
prua e la poppa. La barca di Mut era adorna di due teste femminili che
indossavano una spoglia di avvoltoio perché il nome della sposa di Amon si
scriveva con il segno di un avvoltoio. La terza barca, caratterizzata da due
teste di falco, apparteneva a Khonsu. I portatori reggevano le barche sulle
spalle, superavano i cortili e i piloni, quindi entravano nel viale fiancheggiato
dalle sfingi a testa d’ariete che portava all’immenso edificio. Indossavano un
gonnellino largo sostenuto da una bretella, erano a testa nuda e rasata. Alla
loro testa marciava un suonatore di tamburo. Alcuni sacerdoti, con una pelle
di pantera sulla spalla, ardevano nell’incensiere della resina di terebinto e
lanciavano della sabbia brandendo parasoli e ventagli.
Una numerosa flotta era alla fonda davanti alla banchina. La barca di
Amon, quella della dea e quella di Khonsu non avevano niente in comune
con quelle portatili che erano appena state estratte dai loro ripostigli. Erano
veri e propri templi galleggianti lunghi centoventi o centotrenta cubiti, quindi
più lunghi della maggior parte delle barche che galleggiavano sul Nilo, e
soprattutto decorati con un lusso eccezionale. Quelle barche erano costruite
con autentico abete degli Scali e fatte per navigare nonostante il peso enorme
d’oro, argento e rame, turchese e lapislazzuli (quattro tonnellate e mezzo
d’oro) che era stato impiegato nella loro costruzione. La chiglia era decorata
come le pareti dei templi, con bassorilievi rappresentanti il re che eseguiva i
riti che conosciamo in onore di Amon. Al centro del ponte sorgeva la grande
casa incoronata da un baldacchino che sosteneva le barche portatili, le statue
e gli accessori trasportati ritualmente fuori dal tempio. La grande casa era
preceduta, come un tempio vero e proprio, da un paio di obelischi e da
quattro alberi decorati da bandierine. Ovunque sorgevano sfingi e statue. Due
giganteschi arieti erano appesi a prua e a poppa. Le imbarcazioni di Mut e di
Khonsu e la barca reale erano allestite più o meno allo stesso modo. Erano
appena un po’ meno grandi.
Quelle pesanti imbarcazioni non potevano muoversi da sole. Bisognava
innanzitutto rimorchiarle, il che richiedeva la mobilitazione di un intero
esercito composto da soldati in uniforme, vestiti del perizoma militare e
armati di picche, corte asce, scudi e guidati da un porta-insegne, e da marinai.
Prima di cominciare, si recitava un inno ad Amon, poi gli uomini designati
per il trascinamento afferravano i cavi incoraggiati dagli ufficiali e ancor più
dalla folla che si era data appuntamento sulla banchina. Le donne agitavano
sistri e crotali. Gli uomini battevano le mani e suonavano il tamburo per
accompagnare i canti dei Libici e quelli dei soldati. Gruppi di Neri danzavano
e facevano giravolte. In mezzo alla folla circolavano trombettieri e soldati
con una piuma fra i capelli.
Finalmente il momento più difficile era superato. Le navi sacre erano
state rimorchiate fino al grande Nilo, avanzando legate al rimorchiatore, a
vela o a remi, sotto la direzione di un capo che faceva schioccare la frusta.
Barche di ogni forma e dimensione scortavano la straordinaria processione.
Notiamo un grazioso piccolo battello a forma di uccello dotato di un timone
adorno di una testa umana, stracarico di provviste che un uomo metteva in
ordine mentre un altro confezionava una piramide di frutta e verdura.
Su entrambe le rive del Nilo i cittadini venuti da ogni regione
contemplavano lo spettacolo e prendevano parte alla festa a loro modo. Tende
e posti di ristoro sorgevano un po’ dappertutto. L’approvvigionamento
scorreva regolare. Arrivavano mandrie di buoi e vitelli, di gazzelle e
stambecchi, di orici e volatili, insieme a cesti di frutta e di terebinto per
purificare l’aria. Si abbattevano dei buoi che venivano prontamente fatti a
pezzi e i portatori dovevano fare solo pochi passi da quei macelli a cielo
aperto fino ai piccoli edifici a colonne graziosamente decorati dove erano al
lavoro i cuochi. I soldati libici continuavano a percuotere i tamburi. Gruppi di
danzatrici con il petto nudo facevano le loro giravolte mentre intorno a esse
venivano agitati sistri e crotali.
La meta di quella navigazione era l’Opet meridionale. Amon di Karnak
per qualche giorno sarebbe stato ospite di Luxor ma non sappiamo niente di
preciso sull’impiego del suo tempo. Amon era uno degli ultimi arrivati nella
folla degli dèi egizi. Si era insediato a Tebe in piena epoca storica e gli Egizi
gli avevano assegnato come compagna Mut e Khonsu come figlio perché era
necessario che il più potente degli dèi avesse una famiglia, ma non ci risulta
che gli venissero attribuiti dei miti. Amon aveva mutuato da Min alcune
attribuzioni e alcuni epiteti: probabilmente mutuò anche qualche elemento
della sua leggenda. È possibile dunque che nel corso di queste elaboratissime
feste venissero rappresentati episodi di una leggenda più o meno originale
riferita ad Amon e che forse in presenza del Faraone venisse rievocato
l’efficace aiuto che Amon aveva portato a Ramses II quando i vili soldati del
Khatti l’avevano accerchiato.
Il ritorno della flotta sacra comunque era l’ultimo episodio della festa. Si
toglievano dai battelli le barche portatili per riporle nello scrigno da cui erano
state estratte ventiquattro giorni prima. Lo stesso corteo preceduto da
tamburini percorreva nello stesso senso, forse con minore lena, il viale degli
arieti. Il re poteva essere più certo che mai di possedere tutti i beni che poteva
aspettarsi dagli dèi: «La durata di Ra, la funzione di Tum, gli anni d’eternità
sul trono di Horo nella gioia e nel valore, la vittoria su tutti i paesi, la forza di
suo padre Amon ogni giorno, la signoria regale delle due terre, la giovinezza
della carne, monumenti durevoli come il cielo per l’eternità, i Pavoncelli, il
cerchio del disco sotto il luogo della sua faccia».
Il popolo per quasi un mese aveva bevuto, mangiato, gridato e
gesticolato, si era riempito gli occhi di uno spettacolo magnifico e sentiva che
la sua prosperità, la sua stessa vita e la sua libertà dipendevano da quell’uomo
simile agli dèi che aveva scortato suo padre Amon fra i suoi due grandi
santuari.
La festa della Valle
La nave sacra di Amon usciva dalla rada per un’altra festa, quella della
Valle. 35 Allora essa attraversava il Nilo sospinta dagli dèi. A questo proposito
alcuni interpreti hanno pensato che il rimorchio fosse garantito da persone
travestite con delle maschere, come nelle cerimonie dell’Africa equatoriale.
Questa interpretazione è troppo banale. È come se si supponesse che i medici,
le ostetriche, le bambinaie e le nutrici che si occupavano della regina e del
suo neonato assumessero l’aspetto delle divinità che vediamo sulle pareti di
Luxor e di Deir el-Bahari. Tali rappresentazioni hanno un valore solo ideale e
dimostrano semplicemente con quale attenzione gli dèi seguissero tutti gli atti
del Faraone e in che misura gradissero la cura che egli si prendeva per
abbellire la città di Amon.
La festa della Valle, meno lunga della festa di Opet, durava dieci giorni. Il
re usciva dal palazzo in tenuta semplice, scortato dai porta-parasole e dai
servi. Prima di entrare nel tempio indossava un perizoma di lusso e la più
ricca delle sue acconciature che comprendeva insieme il disco solare, le
piume, l’ureo, le corna di bue e quelle di ariete: avrebbe così invitato Amon a
far visita agli edifici della riva sinistra. La sala ipostila del Ramesseum
sarebbe stata il suo principale luogo di riposo. Il re degli dèi vi avrebbe
ricevuto la visita degli dèi protettori dei morti. Una statua del santo re
Amenhotep I usciva in questa occasione dal suo tempio trasportata in lettiga
dai sacerdoti e circondata da flabelliferi che brandivano i ventagli dal lungo
manico e i parasoli. Una barca sacra l’aspettava in un canale vicino per
raggiungere l’Usirhat. 36 Le cerimonie che vi si svolgevano quando gli dèi vi
si erano dati appuntamento erano celebrate in onore dell’immenso popolo dei
morti che riposavano nelle tombe ipogee della montagna occidentale.

I misteri
Le uscite degli dèi non si sarebbero prolungate per tanti giorni, non
avrebbero attirato tanto popolo se l’organizzatore della cerimonia non fosse
stato in grado di variare lo spettacolo. Alla lunga era facile stancarsi di
contemplare una barca dorata e di danzare al suono del tamburello. Per
ravvivare l’interesse si era da tempo pensato di rappresentare gli eventi più
movimentati della vita degli dèi o, ancor meglio, di farli rappresentare dagli
stessi pellegrini. Tutti gli Egizi sapevano che Osiride era stato un re benevolo,
che Seth l’aveva ucciso e gettato nel Nilo, che il suo cadavere si era arenato a
Biblo e aveva fatto ritorno al suo paese. Tutti dunque potevano interessarsi
alla rappresentazione di un dramma così grave e molti potevano addirittura
farvi da comparse lasciando i ruoli essenziali a dei professionisti.
Le rappresentazioni intorno a Osiride si manifestavano in tutto il loro
splendore soprattutto ad Abido e a Busiri. I costumi, le scene, gli accessori
venivano preparati da funzionari con cura minuziosa. 37 La rappresentazione
comprendeva una grande processione diretta dal dio Up-Uayt, l’apritore delle
strade. I nemici tentavano di opporsi alla marcia del dio ma la processione
vittoriosa riusciva a entrare nel santuario. Nel corso di una seconda festa, o di
un secondo atto, si rappresentava – o semplicemente raccontava – l’assassinio
del dio. I presenti si percuotevano con grande dolore. Una grande processione
si recava alla tomba. In un’altra seduta si assisteva al massacro dei nemici di
Osiride e tutto il popolo si rallegrava vedendo il dio risuscitato tornare ad
Abido nella barca neshmet e rientrare a palazzo. A Busiri si costruiva un
pilastro osiriaco con delle corde intrecciate. La folla danzava e saltava.
Gruppi di persone che interpretavano la parte degli abitanti delle due città
confinanti, Pe e Dep, si colpivano con pugni e calci annunciando l’arrivo di
Horo. A Sais dove Erodoto aveva visto delle rappresentazioni notturne sul
lago circolare, probabilmente si mimava l’intera passione del dio, compreso il
viaggio miracoloso a Biblo e la metamorfosi del dio in una colonna.
Erodoto aveva potuto visitare, a nord-est dell’Egitto, Papremis, una città
sacra a Seth, l’uccisore di Osiride. Ivi aveva assistito a una scena dello stesso
genere, il che non ci deve sorprendere perché Seth era un dio combattente. La
statua del dio era trasportata nel naos fuori dal territorio divino e sorvegliata
dai sacerdoti. Al momento di portarla indietro veniva sistemata su un carro a
quattro ruote. Più di mille individui armati di manganello aggredivano il
piccolo gruppo che proteggeva la statua e che poi riceveva rinforzi. La rissa
diventava spaventosa. Alla fine non si contavano gli occhi neri e le teste rotte
anche se la gente del posto insisteva nell’affermare che era solo un gioco. Si
trattava di rievocare come Seth avesse voluto entrare da sua madre
nonostante il rifiuto dei servi che non lo avevano riconosciuto. Respinto, Seth
era andato a cercare rinforzi e aveva allontanato coloro che lo avevano
ostacolato. 38
A Ombos, nell’Alto Egitto, Giovenale aveva assistito a una analoga
rappresentazione ma, meno chiaroveggente di Erodoto e accecato dal
disprezzo che gli ispiravano gli Egizi, pensò di avere assistito a un’autentica
battaglia fra due clan nemici. A suo dire un vecchio rancore divideva Ombos
e Tentyra perché ognuna delle due città odiava gli dèi dell’altra. Una di esse
era in festa. Tavoli e letti erano stati allestiti per sette giorni. Si danzava al
suono del flauto. Gli altri irruppero e immediatamente iniziò una battaglia a
pugni, poi a colpi di pietra e infine con lancio di frecce. I Tentyriti fuggirono
lasciando uno dei loro sul terreno. Gli Ombiti lo fecero a pezzi e lo
divorarono crudo. 39 Effettivamente, Ombos, che gli Egizi chiamavano Nubit,
era una città di Seth, Tentyra apparteneva a Hathor. Molti luoghi delle
vicinanze avevano assistito alle lotte fra la madre di Horo con i suoi amici e il
dio libertino e combattente. 40 Era una delle lotte che venivano rappresentate
ancora in epoca recente, con più grida che danni effettivi.
In tutte le provincie, in tutte le città, la liturgia, le leggende locali
fornivano un’ampia materia drammatica. Se pensiamo al lusso dei templi, al
numero dei sacerdoti e dei funzionari che partecipavano alle cerimonie
possiamo comprendere quanto il popolo egizio fosse amante degli scherzi.
Molti racconti ci mostrano il Faraone, il dio al quale ci si poteva avvicinare
solo tremando, colpito da cinquecento colpi di bastone, 41 tradito dalle sue
mogli, incapace di prendere una decisione da solo, schiavo dei suoi
consiglieri e dei suoi maghi, derubato dai suoi architetti. Anche gli dèi
mostrano tutti i difetti, tutti i vizi, tutti gli aspetti ridicoli della nostra povera
umanità. La loro assemblea doveva decidere se sarebbe stato Horo o Seth a
ereditare le funzioni di Osiride. Il problema era aperto da ottant’anni e i due
candidati aspettavano ancora la soluzione. La passione di Seth per i piaceri
aveva eguali solo nella sua stupidità e credulità. Horo piangeva come un
bambino quando veniva battuto. Neith, convocata dal signore dell’universo,
non trovava niente di meglio, per indicare quale peso desse alla sue decisioni,
di spogliarsi davanti a lui. 42 Il dio Shu un giorno, stanco di governare il
mondo, volò in cielo. Geb, che ne aveva raccolto la successione, meditò di
mettersi in testa l’ureo che aveva permesso a Shu di riportare tutte le sue
vittorie. Il vanitoso allungò la mano per afferrare lo scrigno che conteneva
l’ureo. Il serpente, figlio della terra, si eresse immediatamente e lanciò il suo
veleno contro il dio che, ferocemente bruciato, corse per ogni dove a cercare
un rimedio. 43
Nei drammi popolari che si recitavano nei templi, nello spazio interno o
davanti ai piloni o accanto alle vasche sacre, gli dèi dovevano essere trattati
con tono altrettanto famigliare. Si mimavano episodi di leggende divine ma
non ci si limitava a questo: si facevano parlare gli eroi e gli dèi. Nessuno di
questi drammi egizi è giunto fino a noi. Dobbiamo accontentarci di qualche
testo come il papiro drammatico del Ramesseum ricopiato da Sabacon da un
originale antico che attesta solo il titolo di alcune scene e alcune repliche o
brani di conversazioni scritti accanto alle scene di vita privata soprattutto
nelle tombe dell’Impero Antico. Ma l’esistenza di questo teatro può essere
ritenuta certa soprattutto da quando l’Istituto francese ha trovato a Edfu la
stele di un attore di mestiere che così si esprime: «Ho accompagnato il mio
maestro nelle sue tournées declamando senza errori. Ho dato la battuta al mio
maestro in tutte le sue declamazioni. Se egli era un dio, io ero un sovrano. Se
egli uccideva, io ridavo la vita». 44
Queste rappresentazioni teatrali erano senza dubbio una delle attrattive
principali di queste feste che si prolungavano per giorni e giorni senza
esaurire la pazienza del popolo egizio.

La casa di vita
La maggior parte dei templi comprendeva delle scuole, non solo
elementari ma di apprendistato, dove si formavano disegnatori, incisori,
scultori che avrebbero messo il loro talento al servizio della gloria del
Faraone e degli dèi. Comprendevano anche una biblioteca dove si
conservavano gli archivi del tempio e i testi di ogni specie compilati da un
esercito di scribi ma anche opere di morale e di letteratura di cui gli scolari
potevano avere bisogno e opere tecniche. Il re Neferhotep una volta
desiderava consultare i libri di Tum. I cortigiani gli dissero: «Che Tua Maestà
entri nella biblioteca e là potrà leggervi tutte le parole sacre». Il re trovò il
libro della casa di Osiride Khentiamentiu, signore di Abido. 45 Alcuni templi
ospitavano inoltre istituzioni più ambiziose che venivano chiamate case di
vita. 46
Si dice che il re Ramses IV fosse assiduo della casa di vita di Abido.
Consultando gli Annali di Thoth che vi si trovavano poté apprendere che
«Osiride è il più misterioso degli dèi. È la luna. È il Nilo. È colui che regna
nell’altro mondo. Tutte le sere il dio del sole scende verso di lui e forma
l’anima unita che governa il mondo e Thoth annota i suoi ordini». Sempre
consultando quegli annali che ben conosceva come se li avesse scritti egli
stesso, si era reso conto della varietà delle materie che vi erano trattate e delle
informazioni che vi si potevano attingere. Desiderando un sarcofago di pietra
di bekhen della valle di Rohanu, trovò negli annali i racconti delle precedenti
spedizioni che avevano procurato, per la piazza della Verità e per il tempio,
tanti sarcofagi e statue. Quando designò i principi, i militari e gli alti
funzionari che costituivano lo stato maggiore della sua spedizione, fece in
modo di non dimenticare di nominare anche uno scriba della casa di vita. Il
Ramses che ricevette l’ambasciatore del principe di Bakhtan, prima di
rispondergli ritenne opportuno consultare gli scribi della casa di vita. Sotto
Tolomeo Filadelfo era stato scoperto un nuovo ariete sacro. I sudditi di
Mendes inviarono al re una petizione con cui chiedevano di sottoporlo
all’esame degli scribi della casa di vita. Il decreto di Canopo ci informa che
tali scribi si occupavano di astronomia ma anche di politica. Infatti due scribi
della casa di vita parteciparono alla congiura contro Ramses III. Da questa e
altre testimonianze si può concludere che la casa di vita fosse un’assemblea
di dotti, teologi ed eruditi, dove si tutelavano le tradizioni religiose, si
redigevano gli annali dei re e dei templi e si registravano le scoperte
scientifiche e i progressi tecnici. Nel suo ambito fu inventata la criptografia.
Probabilmente in queste case nascevano e si sviluppavano scoperte di questo
tipo.
Il tempio oggi ci appare come l’autentico centro della vita egizia. Era
prima di tutto la casa del dio dove gli veniva reso il culto che i benefici che
tributava meritavano. Era anche un centro economico e intellettuale. Il clero
aveva creato all’interno dei templi laboratori e magazzini, scuole e
biblioteche. Nel tempio e solo nel tempio si potevano incontrare dotti e
filosofi, come accadde a Platone. Infine nel tempio sono nate e si sono
sviluppate le rappresentazioni che mettevano in scena le leggende e che
hanno sostituito, in Egitto, il dramma e la commedia.
1. Erodoto, II, 37.
2. Giuseppe Flavio, Contro Apione, I, 232 e 254-255.
3. Kêmi, IX, 40.
4. Così riteneva il sacerdote che propose a Nenoferkeptah di mostrargli un libro scritto
personalmente da Thoth nel romanzo di Setna (Maspero, Contes populaires, IV ed., 131).
5. Bibl. æg, VII, 16, 17.
6. Bibl. æg., VII, 60.
7. Kuentz, Quelques monuments du culte de Sobok, tav. 11, Bull. I.F.A.O., XXVIII, 113-172.
8. Erodoto, III, 28-29; Strabone, XVII, 1, 31; Plutarco, Iside e Osiride, 43; Ammiano Marcellino,
XXII, 14.
9. Erodoto, II, 67. La necropoli degli Ibis è stata recentemente scoperta nel deserto di fronte a
Shmunu presso la tomba di Petosiris.
10. Montet, Drame d’Avaris, 140-141 e tav. VI.
11. Alan H. Gardiner, The Astarte papyrus dans Studies presented to F.Ll. Griffith, 83.
12. Montet, Drame d’Avaris, 134.
13. Ibid., 142-143.
14. Bibl. æg., VII, 88-91.
15. Peyte e Rossi, Les papyrus hiératiques de Turin.
16. Hâpi-Gefai di Siut rivolgendosi ai membri del Consiglio del tempio dichiara: «Io sono figlio di
sacerdote come tutti voi» (Siout, I, 288).
17. Bibl. æg., VII, 5.
18. Min-mose, che visse sotto Ramses II, era capo dei segreti del cielo, della terra e della regione
sotterranea (Louvre C 218).
19. Erman, La religion des Égyptiens, 223.
20. Il rituale ci è noto in base a tre papiri del museo di Berlino e ai bassorilievi del tempio di Abido.
Moret, Le rituel du culte divin journalier en Égypte, Paris 1902.
21. H.-P. Bloch, «Remarques sur quelques stèles dites “à oreilles”», in Kêmi, II, 123-135.
22. Lacau, «Les statues “guérisseuses” dans l’ancienne Égypte», Monuments Piot XXV (1922);
Erman, La réligion des Égyptiens, 355: Lefebvre, «La statue guérisseuse du Louvre», Melanges Loret,
89 ss.
23. Stele 589 del Br. Mus. e stele 102 di Torino in Erman, Denksteine aus der thebanischen
Gräberstadt (Sitz. Berl. Ak., 1911, 1100).
24. Stele 23077 del museo di Berlino, Erman, op. cit., 1088-1097.
25. Cerny, «Le culte d’Amenophis I er chez les ouvriers de la nécropole thébaine», Bull. I.F.A.O.,
XXVII, 159 ss.
26. Naville, Inscription historique de Pidodjem III.
27. Urk., III, 94-95 (stele dell’incoronazione I, 18-19).
28. Boreux, Catalogue guide (Louvre, Antiquités égyptiennes, 534-535). Cfr. Loukianoff, «Une
statue parlante ou oracle du dieu Rê-Harmakhis», Ann. S.A.E., XXXVI, 187.
29. Cerny, «Questions adressées aux oracles». Bull. I. F. A.O., XXXV, 41; cfr. J.E.A., XI, 249-255;
XII, 176-185.
30. Erodoto, II, 59-60.
31. Secondo i bassorilievi di Medinet Habu e di Karnak, cfr. H. Gauthier, Les fétes du dieu Min, Le
Caire 1931.
32. Gauthier, op. cit., 230-231, 239-240. Lefebvre, Moret e Gauthier ritengono che il toro venisse
sacrificato ma non è mai stata trovata alcuna rappresentazione di questo sacrificio. Il vero ruolo del toro
è stato individuato da Jacobsohn, Die Dogmatische Stellung das Königs in der Theologie der alten Æg.
Gluckstadt; ci si può riferire anche a Pindaro (Strabone, XVII, 1, 19) ed Erodoto (II, 46) che hanno
parlato del toro di Mendes, Banibded.
33. Iscrizione pubblicata da Daressy, Recueil des travaux, XVIII, 181 ss.
34. Tutankhamon ha fatto rappresentare in bassorilievo, sulle pareti del tempio di Luxor, gli episodi
principali della festa: Wr. Atl., II, 189-202 (le tavole dispari sono fotografie, quelle pari disegni). Lo
stesso tema è stato trattato ai tempi di Ramses III, a Karnak (Ramses III, templi, 86-92).
35. Foucart, «La belle féte de la vallèe», Bull. I.F.A.O., XVIV, 1924.
36. Ibid., tav. 14; Wr. Atl., I, 118-119.
37. Stele 1204 del museo di Berlino, Schæfer, Die Osiris mysterien in Abydos, 11904; scena della
tomba di Khereuef a Tebe in Moret, Mystères égyptiens, Paris 1912, 11; stele di Ramses IV, Mariette,
Abydos, II, 54-55.
38. Erodoto, II, 63.
39. Giovenale, XV.
40. Nei pressi di Denderah si trovava «il luogo del massacro di Seth, di fronte a questa dea».
Brugsch, Dicct. géogr., 38 e Gauthier, Dictionnaire des noms géographiques, V, 84-85.
41. Il faraone Menkheperrê Siamon, nella «veridica storia di Setna» (Maspero, Contes populaires,
IV ed., 168-171).
42. La contesa fra Seth e Horo narrata nel Pap. Chester Beatty I.
43. G. Goyon, Les travaux de Chou et les tribulations de Geb Kêmi, VI. 1-42.
44. Stele di Edfu ancora inedita ma segnalata da Drioton, Ce que l’on sait du théâtre égyptien
(edizioni della rivista del Cairo, 1938). Probabilmente sono state individuate le tracce delle tribune in
cui si sistemavano gli spettatori.
45. Stele dell’anno 2 di Neferhotep (Mariette, Abydos, II, 28-30).
46. Gardiner, «The house of life», J.E.A., XXIV, 1938, 157-179, ha raccolto una sessantina di testi
relativi alla casa di vita.
XII
I funerali

La vecchiaia
Il saggio Ptahhotep e Sinuhit l’avventuriero ci parlano della vecchiaia
senza illusioni. La vecchiaia era l’età della bruttezza, della debolezza fisica e
morale. Ci si vedeva male, l’udito faceva difetto, non ci si ricordava più di
niente e appena si faceva qualcosa ci si stancava. Si mangiava senza trarre
giovamento dal cibo. 1 Ma come tutti gli uomini, anche gli Egizi speravano di
arrivare a quella età detestabile. Il vecchio che, a forza di cure, conservava un
aspetto giovanile e le sue facoltà intatte suscitava l’ammirazione universale.
Il gran sacerdote Rome-Roy proclama di essere giunto alla vecchiaia al
servizio di Amon ricolmo dei suoi favori: «Le mie membra sono piene di
salute. I miei occhi vedono bene. I cibi del tempio restano nella mia bocca». 2
A corte si era parlato di un «borghese» centenario che mangiava
robustamente cinquecento pani, una spalla di bue e beveva cento giare di
birra senza precisare se il tutto lo consumava in un giorno, un mese, una
stagione o un anno. Il vecchio, inoltre, era un mago colto e potente. Il
Faraone dunque pensò di farlo trasferire a palazzo, dove sarebbe stato nutrito
dei cibi squisiti offerti dal re e delle provviste destinate alla sua corte in attesa
di raggiungere i suoi padri nella necropoli. Il figlio stesso del Faraone,
incaricato di porgere l’invito, percorse la distanza in nave, poi in portantina
perché non si usavano ancora i carri. Trovò colui che cercava sdraiato su una
stuoia davanti alla porta. Un servo gli sventagliava la testa, un altro servo gli
strofinava i piedi. Ai complimenti del principe, il vecchio rispose
cortesemente: «In pace, in pace, Didifhor, figlio reale amato da suo padre!
Che tuo padre Khufu, giusto di voce, ti elogi e ti faccia salire di rango come
un uomo maturo. Possa il tuo ka sventare le imprese dei suoi nemici, il tuo ba
individuare il cammino segreto che conduce alla porta!». Il principe gli tese
le braccia, lo fece alzare, lo accompagnò alla banchina dandogli la mano. In
tre battelli i due con la scorta raggiunsero la residenza e subito vennero
ricevuti. Il re espresse il suo stupore di non avere ancora conosciuto il più
vecchio dei suoi sudditi. Con nobile semplicità esente da adulazione l’invitato
rispose: «Colui che viene è colui che è stato chiamato, Sovrano mio signore!
Sono stato chiamato ed eccomi. Sono venuto!». 3
Una vecchiaia felice non era caratterizzata soltanto dall’assenza di
malattie. Era necessaria anche la ricchezza o almeno l’agiatezza. Chi era
arrivato al grado di amakhu si era assicurato non solo il pane per la vecchiaia
ma anche un’eccellente sepoltura. Sinuhit al ritorno dall’esilio ricevette una
casa in proprietà degna di un cortigiano. Molti parteciparono alla sua
costruzione. La struttura portante fu costruita con legno nuovo e non con
legno da demolizione: «Mi hanno portato viveri dal palazzo, tre o quattro
volte al giorno oltre a quello che i figli reali continuavano a darmi». Adesso
Sinuhit, cui era stata attribuita l’offerta reale funeraria, sorvegliava la
costruzione della sua casa d’eternità. Poi l’arredò precisando minuziosamente
ogni aspetto del mantenimento della sua tomba e del suo culto funerario. 4 Era
un piacere tipico dei vecchi, almeno quando erano amici del re. Il re
accordava o rifiutava a suo piacere il bel titolo di amakhu. Ma poiché
secondo i suoi panegiristi era buono ed equo quanto onnipotente e informato
di tutto, si pensava che non lo avrebbe rifiutato a nessuno di coloro che lo
avevano servito adeguatamente. 5 Sul comportamento del re i personaggi più
importanti adeguavano il loro comportamento. I governatori delle città e delle
provincie, i capi dei profeti, i capi dei soldati disponevano di un personale
numeroso. Quando i suoi servi e i suoi impiegati diventavano vecchi ogni
signore pietoso assegnava loro un compito adeguato alle loro forze ridotte, il
cibo e il tetto, in attesa della sepoltura. Per non privare Sinuhit di quei beni
essenziali il Faraone, che non gli aveva perdonato la fuga finché Sinuhit era
nel pieno delle sue forze, lo autorizzò a rientrare quando seppe che era ormai
alle soglie della vecchiaia. L’Egitto rispettava i vecchi come i fanciulli. Non
voglio certo assicurare che mai, in quella terra benedetta, un erede frettoloso
abbia mai abbreviato i giorni di un antenato che proclamava con eccessiva
insistenza la sua intenzione di arrivare a centodieci anni. Ci furono anche dei
re detronizzati. Ma si ricordi che Amenemhat I, il quale aveva affidato la
direzione effettiva delle pubbliche vicende dopo vent’anni di regno a suo
figlio, visse tranquillamente una decina d’anni nel corso dei quali ebbe il
tempo di redigere dei consigli intrisi di disillusione. Apries, vinto e
detronizzato, avrebbe conservato la vita se non avesse esasperato gli Egizi
con crudeltà inutili. Nel complesso l’Egitto fu un paese dove i vecchi
vivevano abbastanza bene.
La pesatura delle azioni
Si ingannerebbe gravemente chi credesse che gli Egizi pensassero con
piacere al momento di lasciare il mondo dei vivi. Sapevano infatti che la
morte non tiene conto di nessuna protesta e non si lascia piegare da nessuna
preghiera. Non serviva a niente protestare che si era ancora giovani perché
essa «afferra il bambino nel seno di sua madre come l’uomo invecchiato». 6
Del resto «che cosa sono gli anni, per quanto numerosi, che si trascorrono
sulla terra? L’Occidente è una terra di sonno e di tenebre fitte, il luogo dove
giacciono quelli che stanno là. Dormono nelle loro bende e si risvegliano solo
per vedere i fratelli. Non si accorgono né del padre né della madre. Il loro
cuore ha dimenticato mogli e figli. L’acqua viva che la terra offre a chiunque
l’abiti per me è acqua stagnante. Essa sgorga vicino a colui che sta sulla terra
ma è stagnante per me l’acqua che sta presso di me». 7
La cosa migliore che un devoto si sentiva di dire dell’altro mondo è che
in esso si era liberi dei rivali e dei nemici e che finalmente si riposava.
C’erano anche degli scettici che osservavano come «nessuno sia mai tornato
per dire come stiano i defunti, che cosa manca loro per calmare il nostro
cuore fino a quando raggiungeremo il luogo dove essi sono andati». Questo
saggio diceva anche che tutte le tombe cadono in rovina a un certo momento
e che anche quelle degli antichi saggi è come se non fossero mai esistite. 8
Non ne conclude, però, che fosse inutile preparare la propria tomba con tanta
cura e pensare alla morte con tanto anticipo. Se l’avesse detto, non avrebbe
comunque convinto i suoi contemporanei che ai tempi di Ramses come
all’epoca delle piramidi, preparavano minuziosamente il loro passaggio da
questo mondo all’altro.
Una prova temibile aspettava tutti i defunti al loro ingresso nell’altro
mondo. Era la pesatura delle azioni. Il vecchio re che ha redatto le istruzioni
per Merikara mette in guardia il figlio contro i giudici che opprimono i
poveri. Questo argomento lo induce a parlare di altri giudici: «Non bisogna
credere che nel giorno del giudizio tutto sarà dimenticato. Non contare sulla
durata degli anni. Essi considerano la vita come un’ora. Dopo la morte
l’uomo sopravvive e le sue azioni vengono ammonticchiate accanto a lui. Chi
arriverà davanti ai giudici dei morti senza peccato alcuno sarà come un dio.
Avanzerà liberamente come i signori dell’eternità». 9 Setna, figlio del re
Usimarê, ebbe la straordinaria fortuna di entrare nell’Amentit da vivo. Vi
scorse «Osiride, il grande dio, seduto sul suo trono d’oro fino e incoronato
del diadema delle due piume, Anup, il grande dio, alla sua sinistra, il grande
dio Thoth alla sua destra, gli dèi del consiglio della gente dell’Amentit alla
sua sinistra e, alla sua destra, la bilancia posta a metà di fronte a loro, dove
essi pesavano i misfatti e i meriti mentre il grande dio Thoth faceva lo
scrivano e Anup li interrogava». Gli imputati venivano suddivisi in tre
gruppi. Quelli i cui misfatti erano più numerosi dei meriti erano consegnati
alla cagna Amait. Quelli i cui meriti prevalevano sui misfatti erano
accompagnati fra gli dèi del consiglio. Colui i cui meriti equivalevano alle
colpe avrebbe servito Sokar-Osiride, coperto di amuleti. 10
Gli Egizi sapevano bene che assai pochi si sarebbero presentati al giudice
supremo senza alcun peccato. Bisognava dunque ottenere dagli dèi
l’annullamento delle cattive azioni e la purificazione del peccatore. Tale
speranza era assai diffusa e spesso veniva manifestata nella letteratura
funeraria in questi termini:
«I miei peccati sono nascosti. Le mie colpe sono spazzate via, le iniquità
distrutte. 11 Tu hai deposto i tuoi peccati a Nennisut. 12
«La grande incantatrice ti purifica. Tu dichiari il tuo peccato che sarà
distrutto per te, per fare delle cose in ragione di tutto ciò che hai detto. 13 Che
sia reso omaggio a te, Osiride, a Dedu [...] Tu senti il suo discorso e cancelli
il suo peccato. Tu rendi giusta la sua voce contro i nemici ed egli è forte nel
suo tribunale sulla terra. 14
«Tu sei solido e i tuoi nemici cadono. Il male che si è detto di te non
esiste più. Tu entri davanti all’Enneade degli dèi ed esci giusto di voce». 15
Il capitolo CXXV del Libro dei Morti è interamente dedicato alla
liberazione dei peccatori dalle loro iniquità. Gli Egizi lo copiavano su un
papiro che veniva posto nella bara fra le gambe della mummia. Sembra di
leggere un resoconto anticipato del giudizio, ma di un giudizio in cui tutto
sarebbe andato per il meglio. La sala del tribunale si chiamava, non so
perché, «delle due verità». Osiride vi troneggia in una cappella. Le sue due
sorelle, Iside e Nefti, stanno in piedi dietro di lui. In fondo sono schierati
quattordici assessori. In mezzo si trova una grande bilancia sostenuta da un
piede decorato dalla testa della Verità, o dalla testa di Anubi o da quella di
Thoth. Un mostro si tiene pronto nei pressi della bilancia. Thoth, Anubi,
qualche volta Horo e le due verità si danno da fare in mezzo alla stanza. Il
defunto, che indossava una veste di lino, veniva introdotto da Anubi; salutava
il suo giudice e tutti gli dèi presenti: «Sia reso omaggio a te, grande dio,
signore delle due verità. Sono venuto davanti a te. Condotto davanti a te ho
visto la tua perfezione. Io ti conosco, conosco il tuo nome e conosco il nome
dei quarantadue dèi che sono con te in questa sala delle due verità che vivono
come guardiani dei malvagi, che si abbeverano del loro sangue in questo
giorno in cui si giudicano i caratteri davanti all’Essere buono». Poi
pronunciava una lunga dichiarazione d’innocenza composta di frasi negative:
«Io non ho commesso peccati contro gli uomini... Non ho maltrattato la mia
gente... Non ho fatto lavorare nessuno più delle sue possibilità... Non ho
calunniato Dio. Non ho trattato il povero con brutalità... Non ho affamato
nessuno... Non ho diminuito il contenuto del moggio... Non ho diminuito la
palma. Non ho frodato nella misurazione dei campi. Non ho sottratto niente
al contrappeso della bilancia... Non ho tolto il latte dalla bocca dei bambini...
Non ho fermato l’acqua nella stagione giusta... Non ho fermato l’uscita del
Dio». Dopo avere negato trentasei volte di avere commesso ciò che era
considerato male agli occhi dei devoti, il recitante concludeva affermando di
essere puro perché aveva il naso del signore dei respiri che fa vivere tutti gli
Egizi. Poi, quasi temendo di non essere creduto, ricominciava con le
proclamazioni d’innocenza rivolgendosi successivamente ai quarantadue dèi
che aveva salutato entrando e che portavano nomi terrificanti: Largo di passo,
Ingoiatore d’ombra, Spezzatore d’ossa, Mangiatore di sangue, Urlatore,
Annunciatore di battaglia, e dopo ogni nome negava un peccato. Aggiungeva
di non temere di cadere sotto il coltello dei giudici non solo perché non aveva
insultato Dio né oltraggiato la legge ma perché aveva fatto ciò che dicono gli
uomini e gli dèi approvano. «Egli ha accontentato il dio con ciò che ama. Ha
dato pane all’affamato e acqua all’assetato, vesti all’ignudo e prestato la sua
zattera a chi voleva varcare il fiume. È uno di coloro al quale si dice
“Benedetto, benedetto”, appena lo si scorge.» Aveva commesso molte altre
azioni pietose e lodevoli, ad esempio quando aveva avuto l’occasione di
sentire il dialogo fra l’asino e la gatta, che ci dispiace molto non conoscere. A
questo punto si traeva la conclusione pratica della prova. Su un piatto della
bilancia si metteva il cuore del giudicato, sull’altro una statuetta della Verità.
Ma guai se il cuore parlava per smentire il suo proprietario! Contro questo
rischio era stata composta l’invocazione che si legge nel capitolo XXX del
Libro dei Morti: «Oh cuor mio, cuore di mia madre, cuore delle mie forme!
Non ti levare contro di me come testimone, non ti opporre a me davanti al
signore della bilancia. Tu sei il mio ka che sta nel mio seno, il Khnum che
rende integre le mie membra. Non permettere che il mio nome maleodori,
non dire menzogne contro di me presso il dio!». Il cuore, così invocato,
ascoltava in silenzio le due confessioni. Il risultato era infallibile. Anubi
bloccava le oscillazioni e constatava che i due piatti si trovavano in
equilibrio; Thoth non doveva far altro che registrare la pesatura dichiarando
che il candidato aveva trionfato, che era giusto di voce, maa kheru. Il regno
di Osiride aveva un suddito in più. Il mostro, che sperava di nutrirsi del
nuovo arrivato, si rimetteva in attesa, deluso.
Gli Egizi credevano davvero che bastasse negare i propri peccati in una
pagina scritta per cancellarli dalla memoria degli uomini e degli dèi? In
alcune recenti opere sulla religione egizia si legge che il capitolo CXXV del
Libro dei Morti era un testo magico e il termine «magia» viene usato per
spiegare molte cose. Gli egittologi non dovrebbero mai dimenticare che
anche il trattato per trasformare un vecchio in giovane è definito «testo
magico». Ma quando si è fatto lo sforzo di studiarlo si è scoperto che il
trattato era semplicemente una ricetta per nascondere le rughe, i foruncoli, gli
arrossamenti e i disagi della vecchiaia. 16 Mi sembra che l’autore delle
istruzioni per Merikara, dichiarando che non era possibile ingannare il
giudice supremo, esprimesse l’opinione comune. Si potrebbe sostenere che
l’Egizio che si dichiarava puro e affermava con tanta convinzione di non
avere commesso alcun male si era liberato già da vivo del fardello dei suoi
peccati. Era questa convinzione a liberarlo del timore dell’altro mondo.
Si trattava, sostanzialmente, per il defunto, di essere proclamato maa
kheru, giusto di voce. Si poteva meritare questo titolo solo se si era perorata
la propria causa personalmente davanti a un tribunale. Innumerevoli Egizi di
cui leggiamo i nomi sulle stele, sui sarcofagi, sulle pareti delle tombe, sono
definiti così. Si è pensato che si trattasse di un devoto augurio che i vivi
formulavano per se stessi o per i loro parenti e amici ma che dovesse essere
esaudito solo nell’altro mondo, dato che maa kheru era praticamente
sinonimo di «defunto». 17 Tuttavia sappiamo che ci furono degli Egizi che
portarono questo epiteto ancora da vivi. Ad esempio Khufu, che i Greci
avevano accusato di empietà, viene detto maa kheru quando ascolta i suoi
figli narrare, uno dopo l’altro, storie di maghi. Tale fu Pa-Ramses quando
ebbe da Horonemheb l’incarico di dirigere le grandi opere per la costruzione
del tempio di Opet prima di diventare re Ramses I. 18 Lo stesso sappiamo del
grande comandante dei Ma Sheshonq, che non era ancora diventato il re
Sheshanq I. 19 Il gran sacerdote Bakenkhonsu venne definito giusto di voce
quando ottenne da Ramses II il favore di esporre le sue statue nel tempio
dove si confusero nel gruppo dei lodati. 20 A quei tempi aveva novantun anni
e visse ancora qualche tempo. Anche Ramses-nekht è definito «giusto di
voce» nell’iscrizione che leggiamo nello uadi Hammamat e che racconta la
grande spedizione inviata da Ramses IV alla montagna di bekhen nell’anno
III. Era ancora vivo nell’anno IV di un re che poteva essere solo Ramses IV o
Ramses V. 21
Questi esempi mi sembrano sufficienti a dimostrare che gli Egizi
diventavano maa kheru quando erano ancora vivi e vegeti. Ma come si
conquistava questo bel titolo? Osiride era stato il primo a fregiarsene.
Quando la sua devota sposa gli aveva restituito l’integrità e la vita, egli aveva
chiamato in causa il suo assassino Seth davanti al tribunale divino presieduto
dal dio Ra, facendolo condannare. 22 Iside non aveva voluto che le sue lotte e i
segni della sua devozione fossero travolti dall’oblio. Aveva dunque istituito
dei misteri santissimi che dovevano consolare e servire da esempio agli
umani. In quei misteri rappresentati ancora all’epoca di Erodoto si mettevano
in scena le sofferenze subite da Osiride. In tempi molto più antichi si
rappresentava la lotta combattuta dai sostenitori di Osiride per ottenere il
corpo del loro signore e il rientro trionfale ad Abido.
Poi si rappresentava il mistero del giudizio. Il capitolo XVIII del Libro
dei Morti ci riferisce anche l’elenco delle città privilegiate dove questo
mistero veniva recitato: On, Didu, Imit, Khem, Pé e Dep, Rekhti nel Delta,
Rosetau, un quartiere di Menfi, Naref nei pressi dell’accesso al Fayum,
Abido nell’Alto Egitto. Gli Egizi devoti pensavano evidentemente di
conquistare la salvezza con l’imitazione di Osiride. Si legge alla fine del
capitolo CXXV un consiglio che si poteva rivolgere solo a un vivo: «Recitare
questo capitolo puliti e in ordine, indossando un abito da cerimonia e sandali
bianchi, con gli occhi truccati con polvere nera, cosparsi d’incenso di prima
qualità, dopo avere fatto un’offerta completa, buoi, pollame, terebinto, pane,
birra e verdure». Il testo sacro aggiunge: «Chi avrà fatto questo per lui sarà
verde e verdi saranno i suoi figli. Sarà ben visto dal re e dai personaggi più
importanti. Non gli mancherà mai niente e alla fine diventerà la scorta di
Osiride».
Adesso possiamo rappresentarci più o meno questo mistero del giudizio
nel corso del quale gli Egizi ottenevano di essere liberati dai loro peccati.
Quelli che ritenevano di avere i giorni contati o perché vecchi e malati o
perché colti da uno di quegli avvertimenti segreti che talvolta Osiride inviava
a coloro che sarebbero presto entrati nel suo regno, 23 si recavano in massa in
una delle città che abbiamo elencato prima. Prendevano le precauzioni che
abbiamo indicato e soprattutto non dimenticavano di sostenere la spesa di
un’offerta completa.
La lettura del capitolo CXXV ci suggerisce che il mistero del giudizio
comprendesse due atti. Innanzitutto Osiride si faceva dichiarare innocente.
Rivolto al dio Ra dimostrava con trentasei frasi di non avere commesso del
male in nessun momento dell’anno. I fedeli facevano eco a quella
dichiarazione d’innocenza e si sentivano confortati dal giudizio che assolveva
il dio. Ma non abbastanza. Osiride lasciava il banco degli accusati per sedersi
su quello del giudice. I fedeli recitavano la seconda confessione negativa poi,
a turno, si avvicinavano alla bilancia. Si poneva su un piatto della bilancia un
cuore di lapislazzuli con il loro nome inciso, sull’altro l’immagine della verità
e tutti potevano constatare che i due piatti restavano in equilibrio.
L’invocante veniva riconosciuto solennemente giusto di voce e registrato.
Poteva a questo punto far ritorno alla sua dimora certo che le porte dell’altro
mondo si sarebbero aperte davanti a lui.

La preparazione della tomba


Con la coscienza finalmente tranquilla, ogni Egizio adesso poteva
dedicare le proprie attenzioni alla sua casa d’eternità.
I re vi si dedicavano da sempre con grande tempestività. La costruzione di
una piramide anche di medie dimensioni non era cosa da poco. Si inviavano
autentiche spedizioni che trasferivano sull’altopiano di Giza o di Saqqarah
blocchi di granito o di alabastro. Fin dagli esordi del Nuovo Impero la
necropoli reale era stata trasportata nella valle dei re a occidente di Tebe. I
discendenti di Ramses I, benché originari del Delta, avevano imitato coloro
che avevano sostituito e continuarono a far scavare nella montagna tebana gli
ipogei, lunghi anche un centinaio di metri, dalle pareti e dalle stanze percorse
da una strana decorazione. Vi si segue il viaggio notturno di Ra nelle dodici
regioni del mondo inferiore, la sua lotta contro i nemici della luce ma niente
ricorda le imprese del re da vivo. Niente si rivolge direttamente ai visitatori.
La tomba reale infatti non era destinata a ricevere visitatori, era un territorio
chiuso il cui ingresso doveva restare rigorosamente segreto. 24
Diverso era il caso delle tombe dei privati che di solito erano articolate in
due parti distinte. La parte inferiore, scavata in fondo a un pozzo, era
riservata al defunto. Quando questi era riposto nel sarcofago e le ultime
cerimonie erano state celebrate, l’ingresso della cripta veniva murato, il
pozzo riempito e nessuno avrebbe più dovuto turbare la solitudine del morto.
Al di sopra della cripta invece sorgeva un edificio aperto ai vivi. La facciata
si innalzava in fondo a un cortile dove alcune stele indicavano
all’ammirazione delle generazioni future le virtù del defunto e i servigi da lui
resi. Talvolta in questo cortile, accanto a una vasca, qualcuno era riuscito a
far spuntare un gruppo di palme o di sicomori. 25 Da questo cortile si entrava
in una stanza generalmente più larga che lunga abbellita da decorazioni
incantevoli. Il soffitto era adorno di motivi vegetali o geometrici dai colori
vivaci. Sulle pareti e sui pilastri erano rappresentati i momenti più
caratteristici della vita del defunto. Se era un grande proprietario, assisteva ai
lavori dei campi, dava la caccia alle antilopi nel deserto, lanciava il
boomerang contro gli uccelli acquatici, l’arpione contro gli ippopotami o
pescava. Se era un capo dei laboratori di Amon sorvegliava gli scultori, i
gioiellieri, gli ebanisti. Se era un magistrato riceveva le entrate della corona.
Se era un soldato istruiva le reclute. Lo vediamo ricevuto in udienza dal re,
mentre introduce a palazzo lunghe file di delegati stranieri provenienti da
paesi che non conoscevano l’Egitto, curvi sotto il peso dei loro tributi, venuti
a implorare il soffio di vita. Dopo aver fatto il giro della sala, il visitatore
entrava in un’ampia galleria. Da una parte vedeva il defunto che si recava ad
Abido in barca, dall’altra episodi di un funerale celebrato secondo le regole.
La galleria portava a un’ultima sala in cui l’argomento era la pietà per il
defunto che adorava gli dèi, offriva in loro onore libagioni d’acqua,
presentava un fornello acceso, recitava inni. In compenso consumava
provviste continuamente rinnovate, grazie alla sua pietà e previdenza. 26
Il sarcofago era naturalmente l’oggetto più importante dell’arredo
funebre. Da vivo Neferhotep aveva visitato più volte il laboratorio che aveva
fabbricato il suo. Aveva visto il suo futuro alloggio posato su due sgabelli e
gli artigiani in piedi o seduti che si occupavano di lucidarlo, inciderlo e
dipingerlo. Aveva visto il sacerdote aspergerlo con l’acqua santa. 27 Il re e le
persone più ricche non si accontentavano di una sola bara. La mummia di
Psusennes già protetta da una maschera d’oro era contenuta in un sarcofago
d’argento a forma di mummia che riempiva esattamente un altro sarcofago
anch’esso a forma di mummia, in granito nero. Quest’ultimo entrava
agevolmente in un ampio contenitore rettangolare decorato all’interno e
all’esterno con immagini delle divinità preposte alla sorveglianza della
mummia. Sul coperchio convesso era rappresentata l’immagine sdraiata del
defunto con gli attributi di Osiride mentre sotto il coperchio stava Nut, la dea
del cielo circondata dalle barche delle costellazioni. Il suo corpo minuto e
grazioso si allungava pochi centimetri al di sopra del sarcofago di granito
nero. Con i suoi occhi di pietra, il re si abbeverava eternamente della bellezza
della dea che gli dava un eterno bacio. Così veniva realizzato l’auspicio di
tutti gli Egizi: diventare abitanti del cielo, viaggiatori in mezzo alle stelle che
ignorano il riposo e ai pianeti che ignorano la distruzione. Sui fianchi dei
sarcofagi, del resto, si scolpivano degli occhi grazie ai quali il defunto vedeva
Ra oppure Osiride ma anche delle porte attraverso le quali poteva uscire dal
suo palazzo e rientrarvi a volontà.
La ricchezza e varietà dell’arredo dipendevano naturalmente dai mezzi
del defunto. Il mobilio della tomba di Tutankhamon sfida l’immaginazione:
letti da cerimonia e da riposo, carri e imbarcazioni, armadi e casse, poltrone,
sedie e sgabelli, tutte le armi, tutte le canne note ai suoi tempi, oggetti da
cerimonia, giochi, vasellame, oggetti liturgici. Come membro del regno di
Osiride, il re avrebbe dovuto ripetere gli atti di devozione che svolgeva da
vivo. Come capofamiglia e sovrano avrebbe continuato a ricevere i figli, i
parenti, gli amici, i sudditi e a ospitarli. A questo scopo, si preparava
abbondante vasellame da tavola. Si mettevano da parte, per depositarli nella
tomba, pezzi del vasellame reale e si preparavano pollame, carni, frutta,
cereali, liquidi, tutto ciò, insomma, che si mangia e si beve.
Il sarcofago era completato da uno scrigno di legno o di pietra e da
quattro vasi che noi chiamiamo, erroneamente, canopi. Essi erano destinati ad
accogliere gli organi estratti dal corpo durante la mummificazione ed erano
posti sotto la protezione di quattro dèi e quattro dee. Uno di questi dèi,
Amset, aveva la testa umana, Hapi la testa di un cinocefalo, Duamutef la testa
di uno sciacallo e Qebehsenuf la testa di un falco. Il coperchio del primo vaso
rappresentava dunque una testa umana e gli altri tre le teste dei tre animali.
Alcuni raffinati pensavano che tutto ciò non bastasse. Facevano costruire
piccole bare d’oro e d’argento composte, come quelle vere, di un contenitore
e di un coperchio. Vi si collocavano quattro pacchetti mummificati, poi le
quattro piccole bare venivano riposte in vasi d’alabastro.
I campi di Ialu sui quali regnava Osiride erano come il giardino del
Candido di Voltaire, il più bel luogo del mondo, ma bisognava coltivarli
come si coltiva una vera proprietà, arare, seminare, sarchiare e mietere,
occuparsi dei canali d’irrigazione e compiere altri lavori di cui non ci è chiara
l’utilità come trasportare sabbia da una riva all’altra. Questi lavori che un
proprietario terriero trovava naturali, parvero invece intollerabili a persone
che avevano passato la vita in ozio o esercitato un mestiere diverso da quello
dell’agricoltore. Nessun popolo ha mai creduto quanto gli Egizi che
l’immagine di una cosa o di un essere ne possedesse, in una certa misura, le
facoltà e le proprietà. Il rimedio alla fatica del lavoro nei campi venne subito
trovato. Bastava fabbricare delle statuette che potessero lavorare al posto del
defunto. Queste statuette, in terracotta verniciata o in bronzo, avevano la
forma di una mummia. Il volto qualche volta era fortemente individualizzato.
Abbiamo ragione di credere che si trattasse di piccoli ritratti. Se anche non si
badava alla rassomiglianza, lo scopo era comunque raggiunto perché
l’iscrizione indicava almeno il nome e il titolo del personaggio di cui teneva
il posto: «L’Osiride, primo profeta di Amonrasonter Hornekhti». Spesso un
testo più sviluppato definiva i lavori di cui la statuetta avrebbe dovuto
occuparsi. Ad esempio a proposito dell’Osiride N: «Oh questa statuetta
(ushebti) se l’Osiride N è contato, chiamato, designato per fare tutti i lavori
che vanno fatti là, nella necropoli, come un uomo fa per far prosperare i
campi, irrigare le rive, trasportare la sabbia dall’est all’ovest e viceversa,
strappare le erbe cattive come un uomo fa a suo vantaggio, “lo faccio io,
eccomi”, così tu dirai».
Una volta individuata questa possibilità, gli Egizi moltiplicarono queste
statuette per evitare eternamente le corvées incombenti. Tracciarono fra le
loro mani o sulla loro schiena utensili e sacchi. Ai lavoratori affiancarono
scribi e sorveglianti, perché dietro ogni gruppo di coltivatori si profilava
l’indispensabile funzionario. Infine si misero a fabbricare una massa di
piccoli oggetti e utensili in miniatura per tenerli a disposizione delle statuette,
bilancieri per i portatori d’acqua e sabbia, cesti e gerle. Questo materiale
portava scritto lo stesso nome delle statuette, in modo da non potere essere
rubato o utilizzato a scopi diversi da quelli desiderati dal cliente. 28 In base
alla stessa idea, si preparavano per il morto delle statuette di donne nude. I re,
i principi, avevano delle concubine e non volevano perdere tale buona
abitudine nell’altro mondo. Ne abbiamo trovate, ad esempio, nell’anticamera
di Psusennes. Alcune portavano scritto un nome regale, altre un nome di
donna. Ma saremmo portati a compiangere il re che avesse scelto da vivo le
concubine con lo stesso criterio con cui sceglieva le sue bambole. 29
Le mummie amavano gli oggetti di lusso come li amavano i vivi. Spesso
la mummia veniva decorata con i gioielli che il defunto aveva portato da
vivo, ma altre volte se ne fabbricavano di nuovi. Ecco l’elenco dell’apparato
necessario alla mummia di un re o di un personaggio importante: 30
La maschera, d’oro per il re e i principi del sangue, di cartone e stucco
dipinto per gli altri.
Un collare formato da due piastre rigide d’oro sbalzato rappresentante un
avvoltoio ad ali aperte.
Una o più collane d’oro, pietre preziose, perle di terracotta formate da più
fili di perle o piastrine con uno o due fermagli, talvolta munite di un pendente
d’oro e pietre calibrate, qualche volta di terracotta. Uno o più pettorali con
catena. Il motivo più frequente era lo scarabeo alato affiancato da Iside e
Nefti. Sui lati dello scarabeo si incideva la famosa invocazione al cuore:
«Cuore mio, cuore di mia madre, cuore delle mie diverse età, non
testimoniare contro di me, non opporti a me in tribunale, non far inclinare il
piatto a mio svantaggio davanti al custode della bilancia perché tu sei il ka
che è nel mio corpo, il dio Khnum che conserva intatte le mie membra. Non
permettere che il mio nome mandi cattivo odore... Non mentire contro di me
davanti al dio».
Altri scarabei alati e non alati, incisi ma non incorniciati, cuori di
lapislazzuli appesi a una catena e con il nome del defunto inciso sopra.
Braccialetti flessibili e rigidi, vuoti o massicci, per polsi, braccia, cosce e
caviglie. Astucci per le dita delle mani e dei piedi. Anelli per tutte le dita.
Sandali. Amuleti e statuette di divinità che si appendevano al pettorale o
direttamente al collo.
Le divinità incaricate di proteggere i morti erano principalmente Anup e
Thoth a causa del loro ruolo durante la pesatura delle azioni ma la scelta non
era limitata a loro. Si ricorreva anche al falco, all’avvoltoio con le ali aperte,
alle teste di serpente, perché il serpente era il guardiano della serratura che
teneva chiuse le porte delle varie zone dell’altro mondo, ai feticci di Osiride e
Iside, all’occhio ugia.
A tutti questi preziosi bisogna aggiungere le riproduzioni in miniatura di
una massa di altri oggetti come canne, scettri, armi, attributi reali o divini che
era bene tenere sempre a portata di mano.
Ordinare un materiale così complicato e costoso e sorvegliarne
l’esecuzione non era cosa da poco. L’avvenire del defunto, infatti, dipendeva
in larga misura, qualunque cosa abbia pensato qualche spirito più
problematico, dalla cura con cui aveva allestito la sua casa d’eternità,
scegliendone l’arredo e i gioielli. Lungi dall’essere un luogo di riposo e
tranquillità, l’altro mondo era un territorio pieno di insidie alle quali si
sfuggiva solo se si prendevano tutte le precauzioni necessarie.

I doveri del sacerdote del doppio


Il nostro vecchio egizio dunque sorvegliava la costruzione della sua
futura casa d’eternità. La decorava secondo i suoi gusti e i suoi mezzi facendo
costruire gli arredi da ebanisti e costruttori di carrozze. Dall’orafo si
procurava i gioielli e tutta una collezione di talismani e amuleti. A questo
punto non gli mancava nessuno degli oggetti necessari nell’altro mondo. Ma
non era ancora soddisfatto. Bisognava che i suoi discendenti si occupassero
di lui con devozione non solo eseguendo gli ultimi doveri e sistemandolo
nella sua nuova dimora ma nel futuro senza interruzione, di generazione in
generazione: «Ho trasmesso le mie funzioni a mio figlio – ha detto un nobile
egizio, quando era ancora vivo. – Ho fatto per lui testamento come mio padre
aveva fatto per me. La mia casa poggia sulle sue fondamenta, la mia
campagna è al suo posto. Essa non vacilla, tutti i miei beni sono al loro posto.
Mio figlio farà vivere il mio cuore su questa stele. Ha fatto per me un erede
da buon figlio». L’idea che il figlio facesse rivivere il nome del padre e di
tutti gli antenati è espressa molto spesso nei testi funerari. Hâpi-Gefai,
governatore di Siut, aveva designato suo figlio come suo «sacerdote del
doppio», cioè, nel nostro linguaggio, esecutore testamentario. I beni che il
figlio avrebbe ricevuto a questo titolo erano beni privilegiati che non avrebbe
condiviso con gli altri figli. Il figlio a sua volta non li avrebbe divisi fra i suoi
eredi ma li avrebbe destinati in blocco al figlio che avrebbe incaricato di
occuparsi della tomba dell’avo e di sorvegliare le cerimonie celebrate in sua
memoria partecipandovi personalmente. 31
Tali cerimonie si svolgevano soprattutto in occasione del capodanno e
della festa uaga che veniva celebrata diciotto giorni dopo, davanti alla tomba,
nel tempio di Up-Uayt signore di Siut e in quello di Anup, signore della
necropoli.
Cinque giorni prima di capodanno i sacerdoti di Up-Uayt si recavano al
tempio di Anup e consegnavano ciascuno un pane per la statua del tempio.
La vigilia di capodanno un funzionario del tempio di Up-Uayt dava al
sacerdote del doppio una candela che era già stata utilizzata nel tempio. Il
gran sacerdote di Anup faceva altrettanto e consegnava una candela che
aveva contribuito all’illuminazione del tempio di Anup a un personaggio che
veniva chiamato capo del personale della necropoli che si sarebbe recato alla
tomba con i custodi della montagna i quali incontravano il sacerdote del
doppio per consegnargli la candela.
Il giorno di capodanno, ogni sacerdote di Up-Uayt offriva un pane alla
statua di Hâpi-Gefai quando l’illuminazione del tempio si spegneva. Insieme
si incolonnavano dietro il sacerdote del doppio e celebravano la memoria del
defunto. Da parte sua, il capo della necropoli e i custodi offrivano pane e
birra ed eseguivano una cerimonia analoga. La sera di capodanno i funzionari
del tempio di Up-Uayt che la vigilia avevano offerto una candela ne offrivano
una seconda. Il gran sacerdote di Anup faceva altrettanto e la statua del
defunto, come la vigilia, veniva illuminata con candele santificate dal
precedente uso nel tempio.
Le stesse cerimonie si ripetevano con poche varianti per la festa uaga.
Nel tempio di Up-Uayt i sacerdoti offrivano ognuno un pane bianco per la
statua e formavano una processione dietro al sacerdote del doppio per la
gloria di Hâpi-Gefai. Una terza candela ardeva la notte davanti alla statua.
Anche i sacerdoti di Anup andavano in processione fino alla scala
monumentale che dava accesso alla tomba. Ognuno di essi depositava un
pane davanti alla statua che vi si trovava e che veniva nuovamente illuminata.
Il sacerdote di servizio dopo aver celebrato le cerimonie nel tempio
offriva alla stessa statua pane e birra. Un altro personaggio, il capo della
montagna, deponeva altro pane e caraffe di birra per la statua nelle mani del
sacerdote del doppio.
Hâpi-Gefai non accettava di essere dimenticato nemmeno in occasione
delle feste di inizio stagione, non prive di importanza anche se meno solenni
di quelle di capodanno. Il capo della necropoli e i guardiani della montagna si
radunavano presso il suo giardino funerario, prendevano la statua che vi si
trovava e la portavano al tempio di Anup. Ed ecco l’ultima esigenza del
defunto. Da quando era diventato capo del clero di Up-Uayt, Hâpi-Gefai
riceveva, tutti i giorni di festa, e sappiamo quanto fossero numerosi, carne e
birra e pretendeva che tali cibi fossero portati davanti alla sua statua alla sua
morte, sotto il controllo del sacerdote del doppio.
Queste prestazioni non erano gratuite. Per retribuirle, Hâpi-Gefai
rinunciava a vantaggi in natura di cui avrebbe potuto godere come
governatore o come capo del clero di Up-Uayt. Con ammirevole egoismo,
riduceva quindi le future prerogative di tali funzioni. Diminuiva le sue entrate
perché il suo erede avrebbe dovuto versare ogni anno ventisette giorni del
tempio. Un giorno del tempio era la trecentosessantesima parte di tutto ciò
che entrava al tempio in un anno. Il tempio di Up-Uayt era un santuario di
provincia ma le sue entrate dovevano essere rilevanti e i suoi eredi sarebbero
stati costretti a privarsi, a favore del personale del tempio, dell’equivalente di
circa un tredicesimo delle entrate di Up-Uayt. Il loro tenore di vita ne veniva
decisamente ridotto tanto più che anche il capitale veniva intaccato dalla
donazione di non pochi terreni. Il mantenimento della tomba dunque
rischiava di essere ancor più oneroso della sua costruzione e l’intero Egitto
rischiava di essere schiacciato sotto un fardello che si era caricato
volontariamente sulle spalle. Hâpi-Gefai imperturbabile faceva osservare che
i futuri principi non avevano diritto di modificare gli accordi che un principe
come lui aveva stipulato con i sacerdoti del suo tempo. In realtà, anche le
fondazioni funerarie meglio dotate cadevano in disuso nel giro di due o tre
generazioni, ovvero i loro patrimoni venivano stornati a favore di morti più
recenti. 32 Abbiamo visto come sia i re sia i privati credessero di fare un’opera
pia restaurando monumenti funerari e alimentando tavole delle offerte. Ma
molte di quelle fondazioni caddero definitivamente in rovina nel corso della
guerra degli Impuri. In seguito a questa guerra e all’anarchia che ne seguì,
l’Egitto si ritrovò se non in rovina almeno impoverito e del tutto incapace di
occuparsi dei morti più antichi.
La mummificazione
Niente tratteneva più su questa terra l’Egizio che, avvertito
tempestivamente da Osiride, aveva avuto il tempo di terminare la costruzione
e l’allestimento della sua casa d’eternità e che aveva stipulato gli accordi che
la devozione e il rispetto dei costumi gli ispiravano. Il giorno in cui
approdava sull’altra riva, secondo l’espressione degli Egizi che non amavano
usare il termine «morire», i parenti portavano il lutto per almeno settanta
giorni. Si astenevano da qualsiasi occupazione e restavano in casa prostrati e
silenziosi. Se dovevano uscire, si sporcavano il volto di fango come fece
Anupu quando pensò di avere definitivamente perduto il fratello minore e si
colpivano continuamente la sommità della testa con entrambe le mani. 33 Ma
un compito urgente li pressava, quello di consegnare il cadavere agli
imbalsamatori scegliendo il sistema di imbalsamazione. I sistemi, secondo
Erodoto e Diodoro, erano tre. Quello di prima classe richiedeva molto tempo
e molte cure. Si toglievano il cervello e tutti gli organi interni (tranne il
cuore) che dovevano essere preparati a parte in quattro pacchetti che
sarebbero stati riposti in quattro vasi canopi. Il corpo veniva accuratamente
lavato e gli organi estratti venivano sostituiti con aromi. Poi si cospargeva il
corpo con il natron, che si trovava in abbondanza nello uadi-Natron, la
prateria del sale, a occidente del Fayum e nella regione di Nekheb e che gli
Egizi usavano per gli scopi più diversi, in particolare per detergere la casa.
Nell’arco di settanta giorni, il corpo veniva lavato, poi avvolto in bende di
lino cosparse di gomma. Nel corso dell’intera operazione si usavano non
meno di quindici prodotti: la cera d’api per coprire le orecchie, gli occhi, il
naso, la bocca e l’incisione dell’operatore, la cassia e il cinnamomo, l’olio di
cedro, prodotto in realtà a partire dal ginepro, la gomma, lo henné, le bacche
di ginepro, le cipolle, il vino di palma e diverse specie di resina, la segatura di
legno, la pece e il catrame e naturalmente il natron che era l’agente
essenziale. Molti di questi prodotti erano di provenienza straniera in
particolare la pece e il catrame che venivano estratti dagli abeti del Libano,
per cui appena i viaggi per mare verso Biblo per qualche ragione venivano
interrotti, gli imbalsamatori e la loro ricca clientela precipitavano nella
desolazione all’idea di dover trovare prodotti sostitutivi. 34
Quando il lavoro era completato, il corpo era ridotto a uno scheletro
rivestito di pelle giallastra ma il volto non era del tutto irriconoscibile
nonostante le guance scavate e le labbra assottigliate. Dopo tanti secoli, la
mummia di Seti I ci permette di immaginare i lineamenti e l’espressione di
quel grande re. Lo stesso si può dire per molte altre mummie.
Era venuto il momento di vestire e adornare la mummia. Al suo collo si
appendevano le collane, i pettorali e gli amuleti. Le si facevano indossare gli
astucci per le dita, gli anelli, i sandali e i bracciali. Sulla ferita prodotta
dall’operatore che aveva estratto gli organi interni si posava una ricca foglia
d’oro sulla quale si incidevano o intarsiavano l’occhio ugia che aveva il
potere di guarire le piaghe e i quattro geni protettori dei canopi. Fra le gambe
della mummia si deponeva un esemplare del Libro dei Morti, l’indispensabile
guida per l’altro mondo. Poi il corpo e le membra venivano completamente
avvolti in bende di lino. Sul volto si applicava la maschera. Per i privati, la
maschera era di latta e stucco, per i re e pochi grandi personaggi, d’oro e
talvolta attaccata con dei fili a una veste di perle. 35 Il tutto era tenuto fermo
da un ultimo sudario fissato con strisce parallele. Invece che da questo
sudario la mummia di Sheshanq trovata a Tanis nell’anticamera della tomba
di Psusennes era protetta da una specie di imballaggio sul quale era stato
riprodotto in qualche modo, con delle foglie d’oro e dei sottili frammenti di
terracotta azzurra, il motivo decorativo inciso o scolpito sul sarcofago
d’argento. 36 Se nel frattempo gli ebanisti, i costruttori di carrozze e quelli di
armi e tutti gli specialisti che si erano divisi la committenza dell’arredo
funerario avevano lavorato con diligenza, era possibile, due mesi e mezzo
dopo il decesso, procedere all’inserimento nella bara e all’inumazione.

L’inumazione. La formazione del corteo


Una inumazione in Egitto era una cerimonia al tempo stesso lugubre e
pittoresca. 37 I membri della famiglia non esitavano a dare spettacolo
singhiozzando e gesticolando lungo il percorso del funerale. Si assumevano
prefiche e lamentatori professionali, temendo di non riuscire a mostrarsi
abbastanza addolorati. Le prefiche erano infaticabili. Col volto cosparso di
fango, il seno scoperto e la veste strappata, non smettevano di gemere e
colpirsi la testa. Le persone serie che partecipavano alla processione non si
abbandonavano a gesti così clamorosi ma camminando rievocavano i meriti
del defunto: «Che bella cosa gli è capitata... Riempiva il cuore di Khonsu a
Tebe al punto che questi gli ha permesso di raggiungere l’Occidente
accompagnato da generazioni e generazioni dei suoi servi». 38 A partire da
questo momento, il corteo funebre somigliava molto a una specie di
trasloco. 39 Una prima squadra di servi portava dolciumi e fiori, giare di
terracotta, vasi di pietra, scatole appese ai due lati di un bilanciere contenenti
le statuette e i loro materiali. Un gruppo più numeroso trasportava il mobilio
d’uso, sedili, letti, armadi, senza dimenticare il carro. Gli effetti personali, le
casse per i canopi, le canne, gli scettri, le statue, i parasole erano affidati a un
terzo gruppo. Gioielli, collane, falchi e avvoltoi con le ali aperte, uccelli con
la testa umana e altri oggetti di valore venivano messi in mostra su vassoi
esibiti come se non ci fosse niente da temere dai molti sfaccendati che si
affollavano a veder passare il corteo. Il sarcofago scompariva in un catafalco
trainato da una coppia di vacche aiutate da alcuni uomini. Il catafalco era
composto da pannelli di legno mobili o da una struttura a cui venivano appese
tende di stoffa ricamata o di cuoio e posato su una barca incorniciata dalle
statue di Iside e di Nefti a sua volta trasportata su una specie di slitta.

La traversata del Nilo


Il corteo lentamente arrivava sulle rive del Nilo dove lo aspettava
un’intera flottiglia. 40 La barca principale, la cui poppa e la cui prua
graziosamente curve all’interno terminavano in ombrelle di papiro, ospitava
un’ampia cabina tappezzata internamente di tessuti ricamati e strisce di cuoio
nella quale si sistemava il catafalco insieme alle statue di Iside e Nefti. Un
sacerdote con le spalle coperte da una pelle di pantera bruciava della resina.
Le prefiche si colpivano la testa. L’equipaggio era limitato a un marinaio che
tastava il fondale con una lunga pertica, perché la barca col sarcofago veniva
rimorchiata da un’altra barca il cui numeroso equipaggio era comandato da
un capitano che stava nella parte anteriore mentre sul retro il pilota reggeva il
timone. Questa barca motrice disponeva di una grande cabina. Le prefiche si
radunavano sul suo tetto e volgendosi in direzione del catafalco a seno nudo
continuavano a urlare e gesticolare. Ecco un esempio dei loro lamenti:
«Andiamo velocemente verso l’Ovest, nella terra di verità. Le donne del
battello di Biblo piangono molto, molto. In pace, in pace verso Occidente, oh
lodato, va in pace. A dio piacendo, quando il giorno si trasforma in eternità,
noi vedremo te che procedi verso questa terra che confonde gli uomini». Che
cosa c’entra in questo caso la nave di Biblo, kebenit, una nave costruita per il
mare mentre la barca del catafalco era costruita solo per attraversare il Nilo?
Possiamo indovinare un’analogia. Quando era riuscita a farsi restituire
l’albero sacro che conteneva il corpo del suo sposo Osiride, Iside l’aveva
portato su una nave in partenza per l’Egitto e là lo aveva abbracciato
inondandolo delle sue lacrime. Così le donne della famiglia esprimevano il
loro dolore, sulla barca, durante la traversata del Nilo.
Su altre quattro barche si imbarcavano le persone che avevano deciso di
accompagnare il defunto fino alla fine, e tutto l’arredo funebre. Coloro che
non volevano spingersi oltre restavano sulla riva e inviavano all’amico un
ultimo augurio: «Che tu possa approdare in pace all’Occidente di Tebe»
oppure «A Occidente, a Occidente, la terra dei giusti! Il luogo che amavi
geme nella desolazione!». Era il momento in cui la vedova faceva sentire la
sua voce dolente: «Oh fratello mio, mio sposo, amico mio, resta, rimani al tuo
posto, non ti allontanare dal luogo che è la tua dimora! Ahimè, tu te ne vai e
ti prepari a varcare il Nilo. Oh marinai, non affrettatevi, lasciatelo! Voi
tornerete alle vostre case, ma lui parte per il paese dell’eternità».

La salita alla tomba


Il convoglio era già atteso sull’altra riva dove si era raccolto un gruppo di
persone. 41 Erano stati allestiti negozietti provvisti di oggetti devozionali a uso
di coloro che non ne avevano portati abbastanza dalla città. Un uomo
afferrava la parte anteriore del canotto e si affrettava a far sbarcare i
passeggeri, il catafalco e tutto l’arredo. Si formava un nuovo corteo un po’
meno numeroso di quello che era partito dalla casa del morto ma secondo lo
stesso ordine. Una coppia di vacche trainava una slitta che trasportava una
barca di tipo arcaico. Iside e Nefti riprendevano il loro posto. I guidatori
erano armati di frusta: con loro avanzava un uomo con un rotolo in mano. Le
donne di famiglia, i figli, le prefiche si sistemavano dove potevano. Qualche
volta, c’era una donna che suonava i crotali. I colleghi del defunto, sempre
molto seri, con una canna in mano, camminavano ordinatamente seguiti dai
portatori e continuavano a parlare del loro amico, dei suoi gusti, assaporando
i loro ricordi e le loro riflessioni sui colpi della sorte, l’incertezza e la brevità
della vita umana. Il gruppo passava davanti ad alcune costruzioni fatte di
materiali leggeri accanto alle quali stavano degli uomini che brandivano dei
fornelli accesi. Il corteo superava dunque la zona delle terre coltivate e
arrivava ai piedi della montagna libica. Il terreno cominciava a salire e la
strada a farsi disagevole. Le vacche venivano staccate. A questo punto erano
gli uomini a trascinare il carico e a portare il catafalco se era necessario,
preceduti da un sacerdote che non smetteva di aspergerlo con il suo
acquamanile reggendo col braccio teso l’incensiere acceso. La dea Hathor in
forma di vacca usciva allora dalla montagna e scostava una zolla di papiro
miracolosamente spuntato sulle aride rocce per accogliere i nuovi arrivati.

L’addio alla mummia


Faticosamente il corteo arrivava davanti alla tomba. 42 Anche là erano stati
allestiti piccoli negozi dove gruppi di uomini preparavano dei fornelletti col
manico e mettevano dell’acqua a rinfrescare in grandi contenitori. Accanto
alla stele, la dea dell’Occidente era invisibile e insieme presente nella forma
di un falco appollaiato su una sbarra. Il sarcofago veniva estratto dal catafalco
e appoggiato alla stele. Una donna accoccolata accanto a esso lo teneva
stretto fra le braccia. Un uomo costruiva sulla testa un cono profumato simile
a quelli che si posavano sulla testa degli invitati in occasione dei ricevimenti.
Le prefiche, i figli, le persone di famiglia si colpivano la testa più
violentemente che all’inizio della cerimonia, ma i sacerdoti avevano un
compito più importante da svolgere. Avevano schierato su un tavolo non solo
gli elementi di un pasto, pani e caraffe di birra, ma degli strani strumenti,
un’accetta, un coltello a forma di piuma di struzzo, l’imitazione di una zampa
di bue, una tavolozza che sui lati finiva in due volute. Questi strumenti
sarebbero serviti al sacerdote per annullare gli effetti dell’imbalsamazione
restituendo al defunto l’uso delle sue membra e di tutti i suoi organi. Avrebbe
visto di nuovo, avrebbe aperto la bocca per parlare e per mangiare, avrebbe
mosso le braccia e le gambe.
Si avvicinava ormai il momento della separazione. Le esplosioni di dolore
raddoppiavano. La moglie cominciava a dire: «Io sono tua moglie Merit-Rê,
oh grande, non mi abbandonare. È dunque tua intenzione che io mi allontani
da te? Se me ne vado, tu resterai solo. Ci sarà qualcuno con te, al tuo seguito?
Tu che tanto amavi scherzare con me, taci e non parli!». Le donne le
facevano eco dicendo: «Sventura, sventura! Innalzate, innalzate lamenti senza
tregua. Il buon pastore è partito verso il paese dell’eternità. La gente si è
allontanata da lui. Adesso tu sei nel paese che ama la solitudine. Tu che
amavi aprire le gambe per camminare adesso sei imprigionato, avvolto,
fasciato. Tu che avevi tante stoffe fini, adesso dormi nelle tele della veglia!».
A questo punto bisognava scendere a sistemare nella cripta il sarcofago e
tutto l’arredo funebre. 43 Il catafalco era vuoto. I sacerdoti che l’avevano preso
in consegna per la cerimonia lo riportavano nella città dove altri clienti
l’avevano già richiesto. Si sistemava la bara a forma di mummia nel bacino
rettangolare di pietra che era stato da tempo scavato, scolpito e collocato al
suo posto. Tutto intorno venivano sistemati vari oggetti, canne e armi, forse
altri amuleti, poi si calava sul bacino il pesante coperchio di pietra. Accanto
al sarcofago si collocavano la cassa con i canopi, gli scrigni coi tesori e il
resto del mobilio. Soprattutto non bisognava dimenticare i prodotti che
sarebbero stati più utili al morto, i cibi e quelli che chiamiamo gli Osiridi
vegetanti. Erano delle cornici di legno con un fondo di stoffa grossolana in
forma di mummia di Osiride che venivano riempite di una miscela di orzo e
sabbia. Si innaffiava regolarmente la piccola zolla e l’orzo germogliava e
spuntava vigoroso. Quando aveva raggiunto l’altezza di dodici-quindici
centimetri lo si lasciava seccare e infine si avvolgeva il tutto in un panno. Si
sperava così di stimolare la resurrezione del defunto perché Osiride aveva
reagito così quando era risorto. Nelle età più antiche si otteneva lo stesso
risultato depositando nella tomba alcune giare composte di due pezzi. La
parte inferiore conteneva acqua, quella superiore aveva il fondo bucherellato
dove si depositava un tubero di ninfea le cui radici attraverso i buchi
raggiungevano l’acqua e i cui rami che uscivano dal collo, unico o triplo,
riuscivano a fiorire. Quest’usanza, assai diffusa durante l’Impero di Mezzo,
venne abbandonata a favore dell’Osiride vegetante. Il loto era la pianta di Ra.
Quella scelta dunque rappresentava una ulteriore vittoria della religione
osiriaca sull’antica religione solare. 44

Il pasto funebre
Dopo avere completato la preparazione della cripta, il sacerdote e i suoi
assistenti si ritiravano e un muratore ne murava la porta. I parenti e gli amici
che avevano accompagnato il defunto alla dimora d’eternità non si
separavano immediatamente, per rientrare a casa. Tante emozioni avevano
messo loro appetito. I trasportatori che avevano portato tanto carico per il
defunto avevano avuto la precauzione di munirsi anche di qualche provvista
per i vivi. Ci si radunava o nella tomba oppure nel cortile immediatamente
precedente o addirittura a una certa distanza in chioschi appositi costruiti in
materiale leggero. 45 Un arpista si volgeva verso il lato dove riposava la
mummia ed esordiva ricordando che dopo tutto quanto si era fatto per lui il
defunto si trovava in un’ottima situazione: «Tu fai appello a Ra, Kheper ti
ascolta e Tum risponde. Il signore dell’universo realizza ciò che ti piace... Il
vento dell’ovest spira diritto verso di te, al tuo naso. Il vento del sud si
cambia per te in vento del nord. Si dirige la tua bocca verso le mammelle
della vacca Hesat. Tu diventi puro per guardare il sole. Fai un’abluzione nella
vasca divina... Tutte le tue membra sono in perfette condizioni. Tu sei reso
giusto agli occhi di Ra. Sei durevole davanti a Osiride. Ricevi offerte in
buone condizioni. Tu ti nutri come sulla terra. Il tuo cuore si trova a suo agio
nella necropoli. Tu raggiungi la dimora in pace. Gli dèi della Duat ti dicono:
“Vieni al tuo ka in piena tranquillità”. Tutti coloro che si trovano nell’altro
mondo sono a tua disposizione. Sei chiamato a presentare le richieste al
grande. Tu fai la legge, Osiride Gianefer, il giustificato». 46
Un altro arpista innalzava in onore del divino padre Neferhotep frasi di
tono più malinconico. 47 Non si doveva dimenticare che il defunto era
veramente un privilegiato. Tante tombe erano cadute in rovina. Le loro
offerte non c’erano più, i loro pani erano contaminati dalla polvere ma «le
mura della tua tomba sono solide, tu hai piantato alberi intorno al suo stagno.
Il tuo ba resta sotto di essi e si abbevera alla loro acqua». Soprattutto,
l’arpista coglieva l’occasione per fare della filosofia dicendo: «I corpi vi si
recano dai tempi del dio e la giovane generazione ne prenderà il posto. Finché
il tuo Ra si alzerà il mattino e Tum tramonterà a Occidente, gli uomini
genereranno, le donne concepiranno e tutti i nasi respireranno. Ma tutto ciò
che è nato un giorno raggiungerà il suo posto». Bisognava dunque godere
della vita e stranamente l’arpista rivolgeva quel consiglio a colui che giaceva
nel sarcofago; ma i presenti ne facevano tesoro. Essi facevano onore al pasto
e rientravano in città ancora più rumorosi e soprattutto più allegri di quando
erano partiti.
Così si celebravano i funerali degli Egizi ricchi. Naturalmente per la gente
di condizione modesta non si facevano tante cerimonie. L’imbalsamatore non
si prendeva la pena di aprire il corpo per estrarne gli organi. Si limitava a
iniettare dal basso un liquido grasso proveniente dal ginepro e di salare il
corpo con del natron. Le famiglie più povere sostituivano l’olio di ginepro
con un disinfettante meno pregiato. La mummia così preparata veniva messa
in una bara che veniva poi trasportata in una vecchia tomba abbandonata che
serviva da tomba comune. Vi si ammassavano le bare fino al soffitto. La
mummia però non restava del tutto priva di ciò che le era necessario nell’altro
mondo. Nella bara si ponevano alcuni strumenti, dei sandali di trecce di
papiro, anelli di bronzo o di terracotta, braccialetti, amuleti, scarabei, ugia,
statuette di divinità sempre di terracotta. Ma c’era gente ancor più povera,
destinata alla fossa comune. A Tebe un cimitero per poveri sorgeva proprio in
mezzo al ricco quartiere funerario dell’Assassif. Vi si gettavano le mummie
avvolte in una tela rustica, gettandovi sopra un po’ di sabbia, e si passava in
fretta alla successiva. 48 Fortunato era chi, fra quella povera gente, si trovava a
essere nominato o rappresentato nella tomba di un visir o di un figlio reale di
Kush. Avrebbe continuato a servire il suo signore nell’altro mondo come
aveva fatto quand’era vivo e poiché a ogni lavoro spettava un salario, sarebbe
vissuto del suo lavoro godendo, in qualche misura, dei vantaggi promessi ai
favoriti della fortuna che al tempo stesso erano dei giusti.

I rapporti fra i vivi e i morti


Coloro che definivano l’Amentit come un luogo di riposo e di pace se ne
facevano un’idea troppo semplice e troppo bella. Il morto era in realtà un
essere diffidente e vendicativo. Temeva i ladri attirati dall’oro e dall’argento
depositati nella sua cripta, la malevolenza o l’indifferenza delle
numerosissime persone che si avventuravano nell’immensa città
dell’Occidente e dei funzionari addetti alla gestione della necropoli. A coloro
che non prendevano sul serio quelle funzioni minacciava pene terribili: «Li
consegnerà al fuoco del re nel suo giorno d’ira... Essi faranno naufragio nel
mare che ne inghiottirà i cadaveri. Non riceveranno gli onori dovuti ai
virtuosi. Non potranno nutrirsi delle offerte dei morti. Non sarà versata per la
loro libagione l’acqua del corso del fiume. I loro figli non erediteranno le loro
cariche. Le loro mogli saranno stuprate sotto i loro occhi... Non udranno le
parole del re il giorno in cui è lieto... Ma se, al contrario, sorveglieranno la
fondazione funeraria... tocchi loro tutto il bene possibile. Amonrasonter vi
concederà una vita lunga. Il re che regnerà ai tempi vostri vi ricompenserà
come sa ricompensare. Per voi si moltiplicheranno le cariche che riceverete di
padre in figlio, di erede in erede... Essi saranno sepolti nella necropoli dopo
aver raggiunto i centodieci anni di età e si moltiplicheranno per loro le
offerte». 49
C’erano anche dei morti malvagi, o perché trascurati dai loro discendenti
o perché amavano fare del male senza alcuna ragione. Gli dèi avrebbero
dovuto impedir loro di nuocere ma essi ne ingannavano la sorveglianza e
lasciavano le loro tombe per tormentare i vivi. 50 A quei morti e morte veniva
attribuita l’origine della maggior parte delle malattie. La madre li temeva per
il figlio: «Se sei venuta per abbracciare questo bambino, non te lo permetto.
Se sei venuta per cullare questo bambino, non te lo permetto. Se sei venuta
per portarlo via, nemmeno questo ti permetto». 51
Per paura o per devozione, gli Egizi visitavano comunque molto spesso le
case d’eternità. Genitori, figli, vedovi e vedove scalavano la collina portando
cibo e un po’ d’acqua che posavano su un tavolo per le offerte davanti alla
stele o fra le palme che ombreggiavano il cortile d’ingresso e, per
assecondare i desideri del defunto, pronunciavano questo augurio: «Migliaia
di pani e di caraffe di birra, di buoi e volatili, di grasso e di terebinto, di
bende e di corde e di tutte le cose buone e pure che porta il Nilo, che la terra
crea e di cui vive Dio al ka del tale, giustificato».
Qualche volta chi pregava sulla tomba di una persona cara era turbato da
una grave preoccupazione. Abbiamo prima citato la confessione di un marito
irreprensibile e vedovo fedele. Ne conosciamo i grandi meriti perché il
pover’uomo aveva dovuto superare molte prove. Niente gli riusciva più di
combinare, dopo che aveva perso sua moglie. Quindi decise di scriverle una
lunga lettera che è giunta fino a noi. Mettendo le cose in chiaro e ricordando
tutto ciò che aveva fatto per la defunta anche dopo la sua morte, esprimeva il
suo dolore per quei maltrattamenti: «Che male ho fatto per essere caduto
nella condizione in cui mi trovo? Che cosa ho fatto contro di te perché tu levi
la mano contro di me mentre io non ti ho fatto alcun male? Invoco a testimoni
gli dèi dell’Occidente e mi si giudicherà davanti a te in base a questo
scritto». 52
L’autore di questa lettera, che era vissuto sotto i primi Ramessidi,
obbediva a un antico uso attestato anche in base ad esempi più antichi e
dimostra che gli Egizi continuavano a credere all’efficacia di tale pratica.
Durante l’Impero di Mezzo si preferiva scrivere al morto sul recipiente che
conteneva i cibi a lui destinati per essere sicuri che la lettera non passasse
inosservata. Ad esempio si informava un antenato che si era formata una
congiura per sottrarre l’eredità a suo nipote. Il morto aveva tutto l’interesse a
opporsi a quelle manovre. Doveva dunque chiamare i membri della sua
famiglia e gli amici in aiuto di colui che altri voleva spogliare. Infatti il figlio,
fondando la propria casa, fondava anche quella degli antenati di cui faceva
rivivere il nome. Se la sua famiglia andava in rovina trascinava con sé gli
antenati come i discendenti.
Ma per quanto grande fosse la devozione degli Egizi per i loro defunti,
essa non bastava a mantenere la folla di coloro che riposavano nelle
necropoli. Nessuna minaccia, nessuna maledizione poteva costringere un
singolo a fare per gli antenati più remoti quello che faceva per i genitori o i
nonni. Un giorno o l’altro sarebbe successo quello che prevedeva l’arpista e
che un saggio dei tempi antichi aveva annunciato: «Coloro che hanno
costruito laggiù con del granito, che hanno costruito una sala in una
piramide... le loro tavole per le offerte sono vuote quanto quelle dei
miserabili che muoiono sulla paglia senza lasciare eredi». 53 Allora la
necropoli tendeva a diventare il luogo di ritrovo dei curiosi che passavano
davanti alle tombe leggendone le iscrizioni con indifferenza. Alcuni di essi
provavano il bisogno, come i turisti moderni, di lasciare una traccia del loro
passaggio precisando però di avere intenzioni devote. Gli scribi tale e talaltro
erano andati a far visita alla tomba di Antefoker e avevano pregato a lungo.
Altri si dicevano lieti di constatare che la tomba era in buono stato: «Essi
hanno riscontrato che il suo interno è come il cielo». Uno scriba dalle dita
abili, che non aveva eguali in tutta la città di Menfi, diceva modestamente un
certo Amenemhat, aveva visitato il monumento funerario del vecchio re
Giusir. Si meravigliava di avervi letto scritte mediocri e timorose il cui autore
avrebbe potuto essere una donna priva d’intelligenza più che uno scriba
ispirato da Thoth. Precisiamo subito che non criticava le scritte originarie
mirabilmente eseguite da artisti che erano anche dei dotti ma i graffiti
tracciati ai suoi tempi, senz’arte alcuna, da qualche visitatore ignorante o
frettoloso. Sotto Ramses II lo scriba del tesoro Hadnakhti andò a fare
un’escursione e si divertì a occidente di Menfi con suo fratello Panekhti, lo
scriba del visir. «Oh, tutti gli dèi a occidente di Menfi e tutti gli dèi che
regnano sulla terra sacra, Osiride, Iside e voi grandi spiriti che state a
occidente di Onkhtaui datemi un tempo di vita lungo abbastanza per servire il
vostro ka. Possa io ricevere una ricca sepoltura dopo una bella vecchiaia, in
modo da contemplare l’occidente di Menfi come uno scriba molto onorato e
come voi stessi.» «L’eroe di un romanzo composto in età recente ma
attribuito all’età di Ramses, Nenoferkaptah, sembrava stare su questa terra
solo per passeggiare nella necropoli di Menfi recitando le scritte delle tombe
dei Faraoni e le stele degli scribi della casa di vita e anche le scritte che vi
erano vergate e a cui si interessava eccessivamente.» 54 Questo Nenoferkaptah
aveva un rivale, dotto quanto lui e quanto lui curioso di antichità, Setna-
Khamuas, figlio di Usirmarê, cioè di Ramses II, che aveva scoperto a Menfi,
sotto la testa di una mummia, le formule magiche contenute nel papiro 3248
del Louvre. 55 Un’iscrizione scoperta di recente sul lato meridionale della
piramide di Unuas a Saqqarah ci informa che Ramses II aveva affidato al
figlio reale Khamuasit, gran sacerdote di On, il compito di riaffermare il
nome del re del sud e del nord Unas che non si trovava più sulla sua piramide
perché il figlio reale Khamuasit amava molto restaurare i monumenti dei re
del sud e del nord minacciati dalla rovina. 56
Chissà se quel saggio precursore di Mariette e degli studiosi addetti al
Servizio delle Antichità egizie sospettò mai che dopo secoli di oblio i
discendenti dei Barbari «che non conoscevano l’Egitto» avrebbero esplorato
a loro volta le necropoli del sud e del nord per far rivivere il nome dei suoi
antenati e dei suoi contemporanei e per conoscerli meglio? Speriamo che
coloro che hanno avuto la pazienza di leggerci interamente si facciano del
modo di vivere degli Egizi un’idea tutto sommato favorevole. Il popolo
egizio non è stato, come pensava Renan, un gregge di schiavi guidato da un
Faraone impassibile e da sacerdoti avidi e fanatici. Certamente il numero dei
diseredati, sotto i Ramessidi, era molto elevato. Si abusava certamente del
bastone. Ma il Faraone e i suoi funzionari spesso ci appaiono come dei
padroni tutto sommato umani. La religione rappresentava una consolazione e
ritengo comunque che nella vita del popolo minuto i momenti buoni
superassero quelli cattivi.
1. Massime di Ptah-hotep, prologo. Sinuhit B, 168-170.
2. Lefebvre, Grands prêtres d’Amon, 148.
3. Maspero, Contes populaires, III ed., 30-34.
4. Sinuhit B, 295-310.
5. Kuentz, Deux versions d’un panégyrique royal. Studies presented to F.Ll. Griffith, 39-110.
6. Pap. moral. de Boulag, III, 16.
7. Stele 1027 del Br. Mus. (Maspero, Études égyptiennes, t. 187-188).
8. Erman, La religion des Égyptiens, 277.
9. Papiro ieratico 1116 A, del museo dell’Ermitage, I, 52-57.
10. Maspero, Contes populaires, III ed., 133-138.
11. AZ, XLVII, 165.
12. De Buck, The egyptian coffin texts, 1 e 13.
13. Coffin texts, I, 146 (cap. 37).
14. Coffin texts, I, 151 (cap. 37).
15. Bibl. æg., VII, 38.
16. V. Loret. «Pour transformer un viellard en jeune homme», in Mélanges Maspero, 853 ss.
17. Erman, Religion égyptienne, 262.
18. Si vedano le due statue di Pa-Ramses trovate a Karnak da Legrain, in Ann. S.A.E., XIV, 29-40.
19. Gauthier, Livre des rois, III, 318.
20. Lefebvre, Grands prêtres d’Amon, 133-134.
21. Hammamat, 12; Lefebvre, op. cit., 264.
22. Erman, Réligion égyptienne, 101.
23. Si veda la lettera di Osiride a Ra in Pap. Chester Beatty I, tav. XV.
24. Anna, che visse sotto i primi Thutmose, racconta di avere diretto l’allestimento della tomba
reale in solitudine, senza essere né visto né sentito (Urk., IV, 57).
25. Si veda l’illustrazione pubblicata da Maspero, Histoire, cit., II, 516, sulla base della stele del
N.E. al museo del Cairo.
26. Per maggiori particolari, si veda l’introduzione di Th. T.S., t. 1.
27. Davies, Neferhotep, 27; Wr. Atl., I, 124.
28. Speleers, «Les figurines funéraires égyptiennes», Bruxelles 1923, in Kêmi, IX, 82-83.
29. Kêmi, IX, 78-79.
30. Secondo quello che ho constatato nella tomba di Psusennes. Montet, Tanis, 145, 157.
31. Secondo l’iscrizione dei contratti di Siut, Kêmi, III, 52-69.
32. Si veda la storia di un tempio funerario in Robichon e Varille, Le temple du scribe royal
Ammenhotep fils de Hapou, Le Caire 1936.
33. Pap. d’Orbiney, VIII, 6-7 e il Commentario di V. Loret in Kêmi, XI, 105-106; cfr. Diodoro, I,
72.
34. Erodoto, II, 86; Diodoro, I, 91; Lucas, Ancient egyptian materials and industries, II ed., cap.
VIII.
35. La maschera d’oro di Sheshanq è una notevole opera d’arte, Kêmi, XI, tavv. 14-15.
36. Kêmi, IX, 62-64 e tav. XIII.
37. Maspero, «Étude sur quelques peintures et sur quelques textes relatifs aux funérailles», Études
égyptiennes, I, 81-194.
38. Ibid., 134.
39. Maspero, Histoire, II, 512-513; Wr. Atl., I, 388-421.
40. Davies, Neferhotep, 22-33; Mem. Tyt., IV, 19, 24, 25.
41. Davies, Neferhotep, 20-21; Mem. Tyt., IV, 22.
42. Davies, Neferhotep, 24; Mem. Tyt., IV, 19, 21; Wr. Atl., I, 131, 166, 217.
43. Davies, Neferhotep, 25-26.
44. J.-G. Fraser, Atys et Osiris, Paris 1926, 112-113; Kêmi, IV, 161-168.
45. Maspero, Histoire, II, 523. Le scene di banchetto sono frequenti nelle tombe tebane. ma bisogna
distinguere quelle che rappresentano il banchetto successivo alla sepoltura da quelle che riproducono
una festa in famiglia. Su questo tema, si veda Gardiner, in Th. T.S., I, 36-41.
46. Varille, «Trois nouveaux chants de harpistes», in Bull. I. F. A.O., XXXV, 155-157.
47. Maspero, Études égyptiennes, I, 172-177.
48. Erodoto, II, 87-88; Erman, La religion des Égyptiens, 316-317; Maspero, Histoire, II, 525-526.
49. Robichon e Varille, Amenhotep fils de Hapou, 4-7.
50. Già all’epoca delle piramidi, il re temeva l’ira dei morti (pir. 63). Questa convinzione
sopravviveva ancora nel Nuovo Impero: papiro ieratico di Torino, 124, 13; Libro dei morti, cap. 92.
51. Erman, Zaubersprüche für Mutter und Kind, I, 9, 2, 6. Un’altra formula dello stesso genere si
trova in Ibid., II, 7, 12, 3.
52. Pap. 371 di Leida in Gardiner e Sethe, Egyptian letters to the dead.
53. Erman, Gespräch eines Lebensmüden mil seiner Seele, 60 ss.
54. Alan H. Gardiner, «The house of Life», J.E.A., XXIV, 175.
55. Maspero, Contes populaires, III ed., 102, nota 2.
56. Drioton e Lauer, «Une inscription de Khamouas sur la face sud de la pyramide d’Ounas à
Saqqarah», Ann. S.A.E., XXXVII, 210 ss.
Abbreviazioni principali

Ann. S.A.E.: Annales du Service des Antiquités de l’Égypte, 39 voll., Le


Caire 1900-1939.
AZ: Zeitschrift für Ägyptische Sprache und Altertumskunde, 80 voll.,
Leipzig 1863-1940.
Bull. I.F.A.O.: Bulletin de l’Institut français d’Archéologie orientale du
Caire, 38 voll., Le Caire a partire dal 1901.
Bibl. aeg.: Bibliotheca aegyptiaca, Bruxelles, a partire dal 1931, che
contiene in particolare:
I. Alan H. Gardiner, Late-Egyptian Stories.
V. V.-W. Erichsen, Papyrus Harris I.
VII. Alan H. Gardiner, Late-Egyptian Miscellanies.
Caire, Cat. gén.: Catalogue général des antiquités égyptiennes du musée
du Caire.
J.E.A.: Journal of Egyptian Archaeology, London (Exploration Society) a
partire dal 1914.
Kêmi: Kêmi, Revue de philologie et d’archéologie égyptienne et coptes, 9
voll., Paris 1928-1942.
Mem. Tyt.: Robb de Peyster Tytus Memorial Series (New York, a partire
dal 1917). Contiene:
I. N. de Garis-Davies, The tomb of Nakht at Thebes, 1917.
II. III. N. de Garis-Davies, The Tomb of Puyemrê at Thebes, 2 voll.,
1922-1923.
IV. N. de Garis-Davies, The Tomb of Two Sculptors at Thebes, 1927.
V. N. de Garis-Davies, Two Ramesside Tombs at Thebes, 1927.
Med. Habu: Oriental Institute of Chicago, Medinet-Habu:
I. Earlier Historical Records of Ramses III, by the epigraphic survey.
II. Later Historical Records of Ramses III, by the epigraphical survey.
III. The Calendar, the Slaughterhouse and Minor Records of Ramses III,
by the epigraphic survey.
Oriental Institute publications, J.-H. Breasted ed.
Miss, fr.: Mémoires publiés par les membres de la missione
archéologique française au Caire, 18 voll., 1884-1896, in particolare, tomo V
(varie tombe tebane fra cui ricordiamo Rekhmara studiata da Bénédite,
Maspero e Scheil) e XVIII, Boussac, Le tombeau d’Anna.
Topographical Bibliography: Topographical Bibliography of Ancient
Egyptian Hieroglyphic Texts, Reliefs and Paintings, by Bertha Porter and
Rosalind Moss, 5 voll., Oxford 1927-1937.
Th. T.S.: The Theban Tomb Series, edited by N. de Garis-Davies e Alan
H. Gardiner, 5 voll., 1915-1932. Contiene:
I. The Tomb of Amenemhet (n. 82).
II. The Tomb of Antefoker, Vizier of Sesostris I, and of His Wife Senet.
III. The Tombs of Two Officials of Thutmosis the Fourth (nn. 75 e 90).
IV. The Tomb of Huy, Viceroy of Nubia in the Reign of Tutankhamun (n.
40).
V. The Tomb of Menkheperrasonb, Amenmose and Another (nn. 86, 112,
42 e 226).
Urk.: Urkunden des ægyptischen Altertums, in Verbindung mit K. Sethe
und H. Schäfer herausgegeben von G. Steindorff:
I. Urkunden des alten Reiches (4 fasc.), Leipzig a partire dal 1902.
II. Hieroglyphische Urkunden der griechisch-römischen Zeit (3 fasc.).
III. Urkunden des älteren Aethiopenkönige (2 fasc.).
IV. Urkunden der 18. Dynastie (16 fasc.).
Wr. Atl.: Wreszinski, Atlas zur Altægyptische Kulturgeschichte, 2 Teile,
Leipzig a partire dal 1913.
Bibliografia

Il lettore troverà nella bibliografia che segue i titoli delle opere alle quali
attualmente può fare riferimento per conoscere i risultati più recenti della
ricerca egittologica. A parte abbiamo indicato gli studi sugli aspetti della
vita quotidiana e le ricerche storiche sull’epoca dei Ramessidi. Segue un
elenco di riferimenti a traduzioni di testi egizi, profani e religiosi, spesso
citati da Pierre Montet e per i quali disponiamo di una traduzione recente.
La maggior parte delle opere citate in questa bibliografia a loro volta
contengono bibliografie assai complete che ci è parso inutile ripetere.

Sulla civiltà e la storia dell’Egitto dei Faraoni:


Andreu, Guillemette, Images de la vie quotidienne en Égypte au temps
des pharaons, Hachette, Paris 1992 (trad. it. Sulle rive del Nilo. L’Egitto al
tempo dei faraoni, Laterza, Roma-Bari 2000).
Arnold, Dieter, Building in Egypt, Oxford University Press, Oxford-
New York 1991.
Assmann, Jan, Maât, L’Égypte pharaonique et l’idée de justice
sociale, Julliard, Paris 1989.
Baines, John e Jaromir Malek, Atlas de l’Égypte ancienne, Nathan,
Paris 1981 (trad. it. L’atlante dell’antico Egitto, De Agostini, Novara
1992).
Bonhême, Marie-Ange e Annie Forgeau, Pharaon. Les secrets d’un
pouvoir, Colin, Paris 1988.
Cenival, Jean-Louis de, Le Livre pour sortir le jour. Le Livre des
morts des anciens Égyptiens, Musée d’Aquitaine, Bordeaux 1992.
Daumas, François, La civilisation de l’Égypte ancienne, Arthaud, Paris
1967.
Derchain, Philippe, numerosi articoli sull’antico Egitto in Dictionnaire
des mythologies et des religions des societes traditionnelles et du monde
antique, a cura di Yves Bonnefoy, Flammarion, Paris 1981 (trad. it.
Dizionario delle mitologie e delle religioni, Rizzoli, Milano 1989).
Donadoni Roveri, Anna Maria (a cura di), Civiltà degli Egizi: la vita
quotidiana. Museo Egizio di Torino, Electa, Milano 1987.
Donadoni, Sergio (a cura di), L’uomo egiziano, Laterza, Roma-Bari
1990.
Dunand, Françoise e Roger Lichtenberg, Les momies. Un voyage dans
l’éternité, Gallimard, Paris 1991 (trad. it Le mummie, Electa-Gallimard,
Milano 1997).
Dunand, Françoise e Christiane Zivie-Coche, Dieux et Hommes en
Égypte, Colin, Paris 1991.
Eggebrecht, Arne et al., L’Égypte ancienne, Bordas, Paris 1986.
Erman, Adolf e Herman Ranke, La civilisation égyptienne, Payot,
Paris 1963.
Fischer, Henry George, L’écriture et l’art de l’Égypte ancienne, Paris
1986.
Franco, Isabel, Rites et croyances d’éternité, Pygmalion, Paris 1993.
—, Petit dictionnaire de mythologie égyptienne, Entente, Paris 1993.
Gardiner, Alan H., Egypt of the Pharaoh. An Introduction, Oxford
1961.
Golvin, Jean-Claude e Jean-Claude Goyon, Les bâtisseurs de Karnak,
C.N.R.S., Paris 1987.
—, e Sydney Aufrère, L’Égypte restituée, 2 voll., Errance, Paris 1991,
1994.
Grimal, Nicolas, L’Histoire de l’Égypte ancienne, Fayard, Paris 1988.
Harris, John (a cura di), The Legacy of Egypt, II ed., London 1971.
Helck, Wolfgang, Eberhard Otto e Wolfhart Westendorf (a cura di),
Lexikon der Ägyptologie, 7 voll., Wiesbaden, 1975-1992.
Helck, Wolfgang, Zur Verwaltung des Mittleren und Neuen Reichs,
Leiden 1958.
Histoire des Religions. 1. Religions antiques, religions de salut,
Encyclopédie de la Pléiade, Paris 1970.
Histoire universelle. 1. Des origines à l’Islam, Encyclopédie de la
Pléiade, Paris 1956.
Hornung, Erik, Les Dieux de l’Égypte. Le Un et le Multiple, Rocher,
Paris 1986 (trad. it. Gli dei dell’antico Egitto, Salerno editrice, Roma
1992).
Husson, Geneviève e Dominique Valbelle, L’État et les Institutions en
Égypte des premiers pharaons aux empereurs romains, Colin, Paris 1992.
Leclant, Jean et al., Les Pharaons, L’Univers des Formes, 3 voll.,
Gallimard, Paris 1978-1980 (trad. it. I faraoni, Rizzoli, Milano 1984-
1991).
Meeks, Dimitri e Christine Favard-Meeks, La vie quotidienne des
dieux égyptiens, Le Grand livre du mois, Paris 1993 (trad. it. La vita
quotidiana degli egizi e dei loro dèi, BUR Rizzoli, Milano 2018).
Posener, Georges in collaborazione con Serge Sauneron e Jean
Yoyotte, Dictionnaire de la civilisation égyptienne, Hazan, Paris 1959
(trad. it. Dizionario della civiltà egizia, il Saggiatore, Milano 1961).
Sauneron, Serge, Nous partons pour l’Égypte, Paris, ristampa 1980.
— e Jean Yoyotte, La Naissance du monde, Seuil, Paris 1959, pp. 19-
91.
Traunecker, Claude, Les Dieux de l’Égypte, Puf, Paris 1991.
Trigger, Bruce G. et al., Ancient Egypt: A Social History, Cambridge
1983 (trad. it. Storia sociale dell’antico Egitto, Laterza, Roma-Bari 1989).
Valbelle, Dominique, «L’Égypte pharaonique», in Naissance des Cités
(in collaborazione con Jean-Louis Huot e Jean-Paul Thalmann), Nathan,
Paris 1990, pp. 257-290.
—, L’égyptologie, Puf, Paris 1991.
—, La vie dans l’Égypte ancienne, Puf, Paris 1968 (trad. it. La vita
nell’antico Egitto, Xenia, Milano 1999).
Van der Boom, G.P.F., The Duties of the Vizier, Kegan Paul
International, London-New York 1988.
Vandier, Jacques, Manuel d’archéologie égyptienne, 6 voll., Picard,
Paris 1952-1969.
Vercoutter, Jean, L’Égypte ancienne, Puf, Paris 1982 (trad. it. L’antico
Egitto, De Agostini, Novara 2005).
Vernus, Pascal e Jean Yoyotte, Les Pharaons, MA éditions, Paris
1988.
Yoyotte, Jean, «La pensée préphilosophique en Égypte», in Histoire de
la Philosophie I, Encyclopédie de la Plèiade, Paris 1969, pp. 1-23.
—, Le jugement