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LA MAFIA IN SICILIA

“SI MUORE GENERALMENTE


PERCHE’
SI E’ SOLI
O PERCHE’
SI E’ ENTRATI IN UN GIOCO TROPPO GRANDE.
SI MUORE SPESSO
PERCHE’ NON SI DISPONE DELLE NECESSARIE
ALLEANZE,
PERCHE’ SI E’ PRIVI DI SOSTEGNO.
IN SICILIA LA MAFIA
COLPISCE I SERVITORI DELLO STATO
CHE LO STATO
NON E’ RIUSCITO
A PROTEGGERE”.
GIOVANNI FALCONE.
INTRODUZIONE
Giornali, libri, film , si
dilungano sulla crudeltà
della mafia. Certamente
esiste, ma non è mai fine
a se stessa. In questo
trattato non pretendo di
costituire la sintesi di
tutto quanto si sa della
mafia, né di tutto quanto
Falcone, Borsellino sanno
della mafia, ma soltanto
di un certo numero di
cose che sono riuscito a
raccogliere da varie
testimonianze, su quella cosa incredibile chiamata Cosa
Nostra ma soprattutto come i giovani di oggi la vivono e la
combattono.
La mafia è un fenomeno criminoso, localizzato in Sicilia,
basato su una complessa e organizzata rete di complicità,
ricatti, delitti e violenze in sfondo economico. Il termine
mafia ha etimologia incerta: a parte derivazione
manifestamente infondata, è possibile che esso risalga all’
arabo mahyas, millanteria; in ogni caso, il significato attuale
deriva secondo il Pitrè da un’ estensione, avvenuta dopo il
1860, del termine già usato in un rione palermitano, detto il
Borgo (dove significava: violenza, superiorità, coraggio e
perfezione). Nel 1863 la ripetuta rappresentazione del
dramma popolare dialettale “ I Mafiusi di la Vicaria “ di
Giuseppe Rizzotto fece divenire il termine corrente.
Il termine mafia venne quindi inizialmente utilizzato per
indicare una organizzazione criminale originaria della Sicilia,
più precisamente definita come Cosa Nostra. Comunque solo
dal diciannovesimo secolo il fenomeno della mafia si
localizzò in Sicilia, basandosi sulla costituzione di squadre e
controsquadre di armati al servizio di ceti antagonisti o di
gruppi politici in lotta.
In definitiva, la mafia si pone come organizzazione
sostitutiva e corrente rispetto all’ autorità legale, per
realizzare un’ “ordine” fondato su “accordi” tra amici.
Il fenomeno della mafia ha subito negli ultimi decenni una
profonda trasformazione, sia a opera del collegamento con
le forme di gangsterismo americano, sia a opera delle
trasformazioni economiche siciliane, per adeguarsi alle quali
la mafia pare avere assunto carattere settoriale per attività
produttive in luogo dell’ originario carattere geografico e
agrario. La mafia, quindi, ha costituito e continua a
costituire in Italia un vasto interesse per i politici, ma anche
per la letteratura (infatti di questo argomento ne hanno
trattato Luigi Capuana e Leonardo Sciascia.)
Il 10 febbraio 1986 si è aperto a Palermo il cosiddetto “
processo di mafia “ il più grosso procedimento della storia
giudiziaria italiana, contro ben 474 persone imputate di una
grande varietà di reati, tra i quali 90 omicidi, rapine ed
estorsioni, produzione e smercio di droga in Italia e all’
estero, pesanti collusioni con il mondo economico e politico.
La definizione di “ processo di mafia “ se da un lato appare
eccessiva rispetto a un fenomeno dalle lontane radici
storiche e dalle complesse ramificazioni internazionali palesi
e occulte, dall’ altro coglie intuitivamente un dato di rilievo.
Si tratta della presa di coscienza generalizzata della
pericolosità del fenomeno mafioso come elemento d’
arretratezza e freno nella vicenda della Sicilia in particolare
e dell’ intero paese, nonché della sua preoccupante
evoluzione-articolazione negli ultimi decenni.

Probabilmente anche questa incipiente volontà di superare


le reti di omertà, connivenze, silenzi e certamente le
lacerazioni provocate dalla sanguinosa guerra tra “ famiglie
rivali “ è all’ origine di un fatto del tutto insolito nella storia
della mafia: la collaborazione con gli inquirenti dei cosiddetti
“ pentiti “ le cui rivelazioni hanno permesso di conoscere (e
quindi meglio combattere) l’
organizzazione criminale. Tra i
principale “ pentiti “ va
ricordato “ il boss perdente “
Tommaso Buscetta, dal 1984
deciso a collaborare con la
giustizia.
(TOMMASO BUSCETTA)

Dalle sue rivelazioni. si è


cominciato a capire qualcosa della mafia italiana, che
denomina se stessa Cosa Nostra.
CAP 1
COSA NOSTRA

1.1 Le origini

Prima di trattare della violenza,


manifestazione tangibile di Cosa Nostra, dei
messaggi e dei messaggeri dell’
organizzazione e degli innumerevoli intrecci
tra vita siciliana e mafia è opportuno fare un
po’ di storia.
“Cosa Nostra” nacque tra i primi del
diciannovesimo secolo dal ceto sociale dei
massari, dei fattori e dei gabellotti che
gestivano quotidianamente i terreni della

(GABELLOTTO SICILIANO)

nobiltà siciliana e i braccianti che vi lavoravano. Era gente


violenta, che faceva da intermediario fra gli ultimi
proprietari feudali e gli ultimi servi della gleba d’ Europa e
per meglio esercitare il loro mestiere si circondavano di
scagnozzi. Questi gruppi divennero rapidamente permanenti
assumendo il nome di “ cosche “. Le cosche sono gruppi
diretti da una, o due, o tre persone autorevoli, di condizione
sociale superiore, a cui ordini agiscono dieci o dodici
membri. Le cosche alleate o rivali, operanti in aree
determinate (es. comuni) si propongono di conseguire
prestigio e guadagno mantenendosi ai margini della legge
operando estorsioni, intimidazioni (con tagli di alberi,
incendio di messi, sgozzamento di animali ecc…) ricatti nei
confronti di proprietari terrieri, di appaltatori, di operatori di
mercati di beni di consumo e di addetti in alte importanti
attività economiche.
Con l’ unità d’ Italia nella Sicilia della seconda metà del
diciannovesimo secolo si accelerò il processo, già iniziato in
precedenza, di smantellamento della struttura feudale
ancora esistente nelle zone rurali e nelle campagne. Questo
avvenne quando l’ economia siciliana fu integrata in quella
del resto del paese. Il governo piemontese inoltre si sostituì
alla struttura sociale siciliana, fino a quel momento
rigidamente divisa, senza però riuscire ad instaurare con
essa un rapporto positivo. Lo stato piemontese, non
riuscendosi a garantire un controllo diretto e stabile al
governo dell’ isola, cominciò a fare affidamento alle cosche
mafiose, le quali, ben conoscendo i meccanismi locali,
facilmente presero le veci del governo centrale.
Anche se non più con un regime feudale, nelle campagne
siciliane gli agricoltori erano comunque sfruttati. I grandi
proprietari terrieri risiedevano a Palermo o in altre grandi
città e affittavano i loro terreni a “gabellotti” con contratti a
breve termine, che, per essere redditizi, costringevano il
gabellotto a sfruttare i contadini. Per evitare rivolte e
lavorare meglio, al gabellotto conveniva allearsi con la
Mafia, che da un lato offriva il suo potere coercitivo contro i
contadini, dall’ altro le sue conoscenze a Palermo, dove si
siglavano la maggioranza dei contratti agricoli.
A partire dal 1891 in tutta la Sicilia gli agricoltori si unirono
in fasci, sorta di sindacati agricoli guidati da socialisti locali,
chiedevano contratti più equi e una distribuzione più
adeguata della ricchezza. Non si trattava di movimenti
rivoluzionari in senso stretto ma essi furono comunque
condannati dal governo di Roma. Poco prima che fossero
sciolti, la mafia aveva cercato di infilare alcuni suoi uomini in
queste organizzazioni in modo che, se mai avessero avuto
successo, essa non avrebbe perso i suoi privilegi. D’ altro
canto, però, continuò ad aiutare i gabellotti in modo che,
chiunque fosse uscito vincitore, lei ci avrebbe guadagnato
fungendo da mediatrice tra le parti. Quando fu chiaro che lo
stato sarebbe intervenuto con la legge marziale, la “
fratellanza “ si distaccò dai fasci e anzi aiutò il governo nella
sua repressione.
Con Giolitti si permise alle cooperative di chiedere prestiti
alle banche e di intraprendere da sole, senza gabellotti,
contratti diretti coi proprietari terrieri. Questo, insieme alla
nuova legge elettorale del suffragio universale maschile,
portò non solo alla vittoria di diversi sindaci socialisti in
varie città siciliane, ma anche all’ eliminazione del ruolo
mafioso nella mediazione per i contratti. Per stroncare il
pericolo “ rosso “, la mafia dovette allearsi con la chiesa
cattolica siciliana, anch’ essa preoccupata per gli sviluppi
dell’ ideologia marxista materialista nelle campagne. Nel
primo quindicennio del novecento si iniziano a contare le
prime vittime socialista ad opera della mafia, che colpiva
sindaci, sindacalisti, attivisti e agricoltori indifferentemente
e indisturbatamente.
Quando nel 1915 l’ Italia entra nella prima guerra mondiale,
vengono chiamati alle armi centinaia di migliaia di giovani di
tutto il paese. In Sicilia, a causa della chiamata alla leva, i
disertori furono numerosi. Essi abbandonarono le città e si
dettero alla macchia all’ interno dell’ isola, vivendo per li più
di rapina. A causa della mancanza di braccia per l’
agricoltura e delle sempre maggiori richieste di carne dal
fronte, moltissimi terreni vengono adibiti al pascolo. Queste
due condizioni fanno aumentare enormemente l’ influenza di
Cosa Nostra in tutta l’ isola. Aumentati i furti di bestiame e l’
abigeato, i proprietari terrieri si rivolsero sempre più spesso
ai mafiosi, piuttosto che alle impotenti autorità statali, per
farsi restituire almeno in parte le mandrie. I boss, nei loro
abituali panni, si prestano a mediare tra i banditi e le
vittime, prendendo una parcella per il loro lavoro. Moltissimi
quindi vanno a ingrossare le file dei banditi, altri entrano
direttamente nella mafia e altri ancora cercano di riformare i
fascio comunque partecipano ai consigli socialisti siciliani.
Fu in questo clima di tensione che il fascismo fece la sua
comparsa.
Il fascismo iniziò subito una campagna contro i mafiosi
siciliani, subito dopo la prima visita di Mussolini in Sicilia nel
maggio del 1924. E il 2 giugno dello stesso anno inviò in
Sicilia Cesare Mori, prima come prefetto di Trapani, poi a
Palermo dal 22 ottobre 1925, soprannominato il Prefetto di
ferro, con l’ incarico di sradicare la mafia con qualsiasi
mezzo. Dopo alcuni arresto eclatanti di capimafia anche i
vertici di Cosa Nostra non si sentivano più al sicuro e
scelsero tra due vie per salvarsi: una parte emigrò negli
USA, un’ altra restò in disparte. Fatto sta che Mori fu il primo
investigatore italiano a dimostrare che la mafia può essere
sconfitta con una lotta senza quartiere, come sosterrà
successivamente anche Giovanni Falcone.
Durante la seconda guerra mondiale, numerosi boss
italoamericani, in carcere negli USA, furono contattati dai
servizi segreti americani, per essere impiegati con la
promessa della libertà al fine di assicurare agli alleati il
controllo sull’ isola. Questi contatti avevano lo scopo di
facilitare lo sbarco alleato sulle coste siciliane e
successivamente, quando il controllo dell’ isola era affidato
agli alleati, a mantenere l’ isola stabile dal punto di vista
politico. In particolar modo, quando l’ isola tornò sotto il
controllo italiano, la mafia fu utilizzata, e quindi
involontariamente le si permise di riprendersi dopo l’ era
Mori, in funzione anti-comunista.
Dopo la seconda guerra mondiale, la società siciliana subì
una profonda trasformazione, con una riduzione del peso
economico dell’ agricoltura a favore di altri settori come il
commercio o il terziario del settore pubblico. In questo
periodo l’ amministrazione pubblica in Sicilia divenne l’ ente
più importante in fatto di economia. Cosa Nostra
naturalmente seppe sfruttare adeguatamente questo cambio
di tendenze. Per riuscirci dovette stringere maggiormente,
più di quanto aveva fatto in passato, i rapporti con la politica
e i politici del partito maggiore in Italia e in Sicilia, la
Democrazia Cristiana. Da questo patto la mafia traeva
guadagni nella gestione, data grazie ad appalti truccati,
dello sviluppo edilizio di infrastrutture e di nuovi quartieri
delle maggiori città, della riscossione delle tasse per conto
dello stato, dell’ assunzione di personale per gli enti statali e
in più poteva godere della più totale immunità. La
Democrazia Cristiana come partito ci guadagnava perché
Cosa Nostra, per via del controllo sul territorio, era in grado
di indirizzare grandi quantità di voti dove voleva, i politici
della Democrazia Cristiana come singoli invece ci
guadagnavano in quanto venivano corrotti con grandi
somme di denaro.
Sono gli anni del Sacco di Palermo, gli anni in cui Salvo Lima
era sindaco e Vito Ciancimino assessore ai lavori pubblici. In
4 anni vennero concesse 4205 licenze edilizie, di cui 3011
intestate alle stesse 5 persone, dei muratori che risultavano
nullatenenti e che si è poi scoperto essere dei prestanome.
Tutto avvenne anche grazie alla compiacenza di alcuni
grandi istituti di credito siciliani che finanziavano
imprenditori mafiosi a scapito di quelli onesti.
Un classico esempio dell’ immunità
raggiunta della mafia è il processo di
Bari istruito dal PM Cesare Terranova,
concluso in prima sessione l’ 11
giugno del 1969, nel quale erano sotto
accusa di associazione a delinquere 64
persone del clan
mafioso di Corleone, (CORLEONE)
tra i quali Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca
Bagarella, Calogero Bagarella e Luciano Liggio, con la totale
assoluzione di tutti gli imputati per insufficienza di prove.

(SALVATORE RIINA)

E’ ovvio quindi che la mafia fino alla fine degli anni settanta,
quando questa situazione iniziò a cambiare, lo stato non
voleva che si parlasse.
Negli anni seguenti, pertanto, grazie alla debolezza della
repressione, la mafia prospera in tutti i settori dell’
economia. Si comincia a parlare di mafia dei supermercati, di
mafia degli appalti e subappalti, di mafia dei negozianti, di
mafia delle tangenti… come se esistesse una miriade di
organizzazioni, una accanto all’ altra. Come se la mafia non
fosse indivisibile.
La verità evidentemente è un’ altra. E’ sufficiente
soffermarsi un attimo sulla grande guerra di mafia per
capire il carattere unitario di Cosa Nostra. L’ origine di tale
guerra risale agli inizi degli anni Settanta, quando alcune
famiglie realizzano vere e proprie fortune grazie al traffico di
stupefacenti. Gaetano Badalamenti, all’ epoca uno dei pochi
grandi boss in libertà, getta le basi del commercio con gli
Stati Uniti. Salvatore Riina, il corleonese se ne accorge, ecco
gettati i presupposti per lo scatenamento della guerra di
mafia.
La guerra si concluse con l’ eliminazione sistematica di tutti
coloro che sono considerati ostili alle mire di supremazia dei
Corleonesi e dei loro alleati. Da tale spaventoso bagno di
sangue, costato diverse centinaia di morti, Cosa Nostra è
uscita con una struttura come mai prima di allora rafforzata,
compatta, compartimentata, rigidamente gerarchica e
clandestina. I ribelli e i più recalcitranti erano stati eliminati
uno dopo l’ altro.

1.2 L’ organizzazione e le regole di Cosa Nostra


L’ organizzazione di Cosa Nostra è formata da mafiosi che si
definiscono uomini d’ onore. L’ uomo d’ onore deve parlare
soltanto di quello che lo riguarda direttamente, solo quando
gli viene rivolta una precisa domanda e solo se è in grado e
ha diritto di rispondere. L’ uomo d’ onore ha l’ obbligo di dire
la verità perché la verità costituisce per lui una regola di
sopravvivenza, quando è libero e maggiormente quando non
lo è più. Se l’ obbligo di dire la verità in presenza di un uomo
d’ onore non è più rispettato dai mafiosi, è segno
inequivocabile che o sarà lui a morire o sarà il suo
interlocutore ad essere soppresso.
Ecco perché si parla poco all’ interno di Cosa Nostra, ecco
perché è inutile e superfluo spettegolare di cose che si sanno
poco e male e di persone che non hanno nulla a che fare con
la famiglia di appartenenza. Egli è autorizzato a parlare
quando solo di quanto concerne il cerchio ristretto delle sue
competenze. Altrimenti si pone al di fuori delle regole e a
quel punto non lo protegge più niente e nessuno. Le regole
costituiscono l’ unica salvaguardia del mafioso.
Gli uomini d’ onore sono in Sicilia probabilmente più di
cinquemila. Scelti dopo una durissima selezione, obbediente
a regole severe, dei veri professionisti del crimine. Anche
quando si definiscono soldati, sono in realtà dei generali. O
meglio cardinali di una chiesa molto meno indulgente di
quella cattolica. Le loro scelte di vita sono intransigenti.
Cosa Nostra costituisce un mondo a sé che va compreso
nella sua globalità. Con riferimento soprattutto al principio
di rispetto della verità, vitale per l’ organizzazione.
Un altro esempio conferma la razionalità delle regole su cui
si basa la mafia. E’ norma che il figlio di un uomo d’ onore
ucciso da Cosa Nostra non possa essere accolto nell’
organizzazione cui apparteneva il padre. Perché? Per il
famoso obbligo di dire la verità.
Nel momento in cui entra a far parte di Cosa Nostra, il figlio
avrebbe il diritto di sapere perché suo padre è stato ucciso, il
diritto di esigere spiegazioni che sarebbero fonte di grossi
problemi. Allora si è deciso di vietarne l’ ammissione proprio
per evitare di doversi trovare nella necessità di mentirgli.
Questa regola ed altre analoghe rappresentano l’
esasperazione di valori e di comportamenti tipicamente
siciliani. Nella vita quotidiana se ne riscontrano moltissimi
esempi. Così, in Sicilia, è buona regola non girare armati, a
meno di essere pronti a servirsi dell’ arma. Se uno porta con
sé la pistola, sa che deve usarla, perché sa che colui che gli
sta di fronte, lui, lo farà. La pistola si porta perché serve a
sparare e non a intimidire.
Non è un caso che appena un uomo d’ onore ha espresso il
desiderio di collaborare sia stato battezzato in modo anche
troppo rivelatore “pentito”, “delatore”, “infame”, mettendo
in bella mostra la cultura del peccato che ci assilla, la
mancanza di pragmatismo che ci affligge.
L’ organizzazione è decisamente conservatrice. Il continuo
richiamo dei mafiosi al Vangelo è solo un espediente, non c’
è dubbio, ma esprime anche il conformismo di Cosa Nostra
riguardo ai tradizionali valori cristiani. Un uomo che ha
avuto più di una moglie o intrattiene relazioni extraconiugali
note in pubblico, che non è quindi capace di autocontrollo
sul piano sessuale e sentimentale, non è un uomo affidabile
nemmeno sul piano “professionale”.
L’ unica donna veramente importante per un mafioso è e
deve essere la madre dei suoi figli. Le altre “sono tutte
puttane”.
La mafia ha sempre nutrito una profonda diffidenza verso l’
ostentazione del libertinaggio e della ricchezza. Non per
moralismo, ma quanto sintomi di inaffidabilità. Non bisogna
però pensare che i mafiosi conducano una vita francescana.
Svolgono un lavoro duro, che richiede costanza, coraggio e
crudeltà, ma ciò non impedisce loro di godere dei vantaggi
della ricchezza e dei piaceri del sesso.
Una cosa sono le regole, che vanno formalmente rispettate,
un’ altra la loro applicazione pratica.
Negli ultimi tempi si sono registrati alcuni mutamenti degli
uomini d’ onore. Il vecchio mafioso contadino aveva costumi
austeri consoni al suo contesto. Il mafioso urbano di oggi ha
assimilato la cultura del consumismo e si è adeguato ai
canoni del mondo moderno, diventando funzionale a esso. La
vita degli uomini d’ onore è condizionata da tali valori. La
dignità, per esempio, rimane molto importante. Un mafioso
che tenta di impiccarsi nella cella del carcere è destinato a
essere eliminato, poiché ha dimostrato di non essere capace
di sopportare la durezza della vita carceraria e quindi, in
generale, una qualsiasi situazione difficile. Un mafioso che
lascia trapelare dei segni di disagio psicologico e quindi
dimostra mancanza di sicurezza, rischia di essere messo a
tacere per sempre. In un gruppo come la mafia, che deve
difendersi dai nemici, chi è debole o malato deve essere
eliminato.
Tanto ci aiuta a capire perché il mafioso non parla, non
lascia trapelare una emozione o un sentimento.
L’ atteggiamento nei confronti della morte è ancor più
significativo. Per un uomo d’ onore morire assassinato non è
certo piacevole, ma può essere fonte di grande prestigio. I
suoi discendenti possono essere fieri di lui. Misurarsi con
una persona di prestigio è fonte di gloria, ucciderla ancora di
più, esserne uccisi è onorevole.
La cultura della morte non appartiene solo alla mafia: la
Sicilia ne è impegnata. Da noi il giorno dei morti è festa
grande: offriamo dolci che chiamano teste di morto, fatti di
zucchero duro come pietra. Solitudine, pessimismo, morte
sono i temi della nostra
letteratura, da Pirandello a
Sciascia.
Entrare quindi a far parte
della mafia equivale a
convertirsi a una religione.
Al momento dell’
iniziazione, il candidato o i
candidati vengono condotti
in una stanza, in un luogo appartato, alla presenza del
“rappresentante” della “famiglia” e di altri semplici uomini
d’ onore. Spesso questi ultimi sono schierati su un lato,
mentre gli iniziandi stanno dall’ altro. A volte i candidati
vengono tenuti chiusi in una stanza per alcune ore e sono
poi fatti uscire uno per volta. A questo punto il
rappresentate della famiglia espone ai futuri
uomini d’ onore le norme che regolano l’ organizzazione,
affermando prima di tutto che quella che comunemente
viene detta mafia si chiama, in realtà, Cosa Nostra. Avverte
quindi i nuovi venuti che sono ancora in tempo a rinunciare
all’ affiliazione e ricorda loro gli obblighi che comporta l’
appartenenza all’ organizzazione fra cui: non desiderare la
donna di altri uomini d’ onore; non rubare; non sfruttare la
prostituzione; non uccidere altri uomini d’ onore, salvo in
caso di necessità; dimostrare sempre un comportamento
serio e corretto; non parlare con estranei di Cosa Nostra;
non presentarsi mai da altri uomini d’ onore da soli.
Esaurita la spiegazione dei comandamenti, il rappresentante
invita i nuovi venuti a scegliersi un padrino tra gli uomini di
onore presenti. Ha quindi luogo la cerimonia del giuramento
che consiste nel chiedere a ognuno con quale mano spara e
nel praticargli una piccola incisione sul dito indice della
mano indicata, per farne uscire una goccia di sangue con cui
viene imbrattata una immagine sacra: molto spesso quella
dell’ Annunziata, la cui festa cade il 25 marzo e che è
ritenuta patrona di Cosa Nostra. All’ immagine quindi gli
viene dato fuoco e l’ iniziato cercando di non spegnerlo
mentre la fa passare da una mano all’ altra, giura
solennemente di non tradire mai le regole di Cosa Nostra,
meritando in caso contrario di bruciare come l’ immagine.
Il rappresentante o capo famiglia spiega quindi al neofita i
livelli gerarchici della famiglia, della provincia e di Cosa
Nostra nel suo insieme.
Non tutti posso aderire a Cosa Nostra. Questa università del
crimine impone di essere valorosi, capaci di compiere azioni
violente e, quindi, di saper uccidere. Ma non è questa la
qualità fondamentale. Sapere uccidere è condizione
necessaria, ma non sufficiente. Molte altre devono essere
soddisfatte. L’ appartenenza a un ambiente mafioso, i legami
di parentela con uomini d’ onore costituiscono nella fase
iniziale un grande vantaggio.
La cellula base di Cosa Nostra è la “famiglia” con i suoi valori
tradizionali: onore, rispetto dei vincoli di sangue, fedeltà,
amicizia… Può contare anche duecento o trecento membri,
ma la media è di circa cinquanta. Ogni famiglia controlla un
suo territorio dove niente può avvenire senza il consenso del
capo. Alla base vi è l’ uomo d’ onore, o il soldato, che ha un
suo peso nella famiglia indipendente dalla carica che vi può
ricoprire. (Personaggi leggendari in seno a Cosa Nostra come Don Calò
Vizzini o Giuseppe Genco Russo o Vincenzo Rimi sono rimasta per tutta la
vita soldati, a dispetto della loro influenza e del loro prestigio. Lo stesso è
avvenuto nel caso di Tommaso Buscetta).

I soldati eleggono il capo, che


chiamano rappresentante, in quanto
tutela gli interessi della famiglia nei
confronti di Cosa Nostra. L’ elezione si
svolge a scrutinio segreto ed è
preceduta da una serie di sondaggi e
contatti. Quasi sempre l’ elezione
conferma all’ umanità il candidato
prescelto. Una volta eletto, questi
nomina un vice e a volte anche uno o
(GENCO RUSSO) più consiglieri.
Tutto ciò pone in rilievo quanto gerarchizzata sia la mafia.
Altro livello gerarchico: i capi delle diverse famiglie di una
medesima provincia nominano il capo di tutta la provincia,
detto rappresentate provinciale. Questo vale per tutte le
province con l’ eccezione di Palermo, dove più famiglie
contigue su uno stesso territorio sono controllate da un
“capo mandamento”, una specie di capo zona, che è anche
membro della famosa Commissione o Cupola Provinciale. A
sua volta la Cupola nomina un rappresentante alla
Commissione Regionale, composta da tutti i responsabili
provinciali di Cosa Nostra: è questo il vero e proprio organo
di governo dell’ organizzazione.

Secondo recenti stime fornite dall’ Eurispes sembra che il


giro di affari di Cosa Nostra ammonti a quasi 13 miliardi di
euro. Il traffico di stupefacenti era un’ impresa che non
differiva in modo sostanziale da qualsiasi altra attività
commerciale, da commercio, per esempio, di pellami. Di
conseguenza, ciascuno uomo d’ onore poteva occuparsene a
titolo personale senza renderne conto a nessuno, trattandosi
di un’ attività – per così dire – privata. E a complicare le
cose, al traffico di stupefacenti si affianca spesso il
commercio illegale di armi.
Traffico di droga uguale riciclaggio. E’ impensabile che i
profitti derivanti dal commercio di stupefacenti giungano ai
beneficiari per vie legali. Poiché le manovre finanziare
necessarie per riciclare il denaro sporco non possono venire
effettuate integralmente dalle organizzazioni interessate –
cui fanno difetto le competenze tecniche necessarie -, il
compito è affidato a esperti della finanza internazionale, i
cosiddetti “colletti bianchi”, che si pongono al servizio della
criminalità organizzata per trasferire capitali di origine
illecita verso paesi più ospitali, i ben noti “paradisi fiscali”.

La strategia criminosa di Cosa Nostra è duplice: da una parte


cerca di garantirsi il controllo del territorio in cui risiede,
attraverso una imposizione fiscale alle attività commerciali e
industriali della zona ( il pizzo o racket) e la feroce e
immediata punizione di chiunque osi contravvenire alle
disposizioni che essa dirama, mentre dall’ altra cerca di
corrompere il potere politico ed i funzionari dello Stato
attraverso l’ offerta di denaro e voti, per ottenere l’ impunità
e una sponda all’ interno del sistema, da poter usare a
proprio vantaggio. Questo connubio di impunità e controllo
garantisce ai mafiosi la possibilità di affrontare qualunque
nemico, sia esso malavitosi o istituzionale, da una posizione
di forza, sicuri di avere in ogni caso un rifugio protetto e
degli amici a cui ricorrere: a volte sfruttando perfino le forze
dello Stato stesso.
CAP 2

2.1 Guerra di Mafia

Quando la mafia passò dal contrabbando di sigarette al


traffico di stupefacenti, la struttura di comando tradizionale
si indebolì e nel 1978 scoppiò una guerra interna alla mafia,
tra la vecchia mafia storica, composta principalmente dalle
famiglie affiliate ai Bontade, ai Badalamenti e ai Buscetta, e
quella dei Corleonesi. Questi ultimi furono un gruppo
dirigente estremamente feroce, che per dimostrare il suo
potere compì una serie di omicidi eccellenti eliminando tutte
le personalità dello Stato
che potevano costituire un
ostacolo.
Ricordiamo la strage di Via
Carini in cui Carlo Alberto
Dalla Chiesa (prefetto di
Palermo), Emanuela Setta
Carraro (moglie di Carlo
Alberto Dalla Chiesa),
Domenico Russo (agente di
polizia) furono uccisi dalla
Mafia.

(GENERALE ALBERTO DALLA CHIESA)


Dalla Chiesa è stato ucciso perché rappresentava comunque
un pericolo troppo grosso. Non ancora ovviamente per l’
originalità e la quantità delle informazioni in suo possesso,
ma per l’ impronta estremamente personalizzata e
impegnativa che era stata data alla sua nomina a prefetto di
Palermo. Dalla Chiesa era pericoloso perché aveva investito
tutto il suo impegno e la sua grande professionalità nella
nuova carica e doveva quindi a ogni costo ottenere risultati
significativi. Si può immaginare la preoccupazione di Cosa
Nostra, cui certamente non era sfuggito con quale decisione
il generale aveva combattuto l’ avversario nella lotta al
terrorismo e la determinazione con cui aveva riaffermato l’
autorità dello Stato.
Al momento dell’ arrivo di Dalla Chiesa a Palermo, i giornali
avevano esaltato le sue capacità professionali, il suo
coraggio, la sua disinvoltura. Poi ci fu chi si stupì che fosse
stato assassinato durante uno spostamento mentre era
praticamente senza scorta, a dispetto dell’ importanza della
carica di cui era investito.
Le efferatezze commesse durante la guerra di mafia di
quegli anni, però, spinsero anche alcuni mafiosi a
consegnarsi allo stato. Fra questi c’ era il boss Tommaso
Buscetta, che nel 1984 incontrò per la prima volta Giovanni
Falcone. Buscetta scelse di fidarsi di quel magistrato e
cominciò a parlare: sulle sue rivelazioni Falcone, e
Borsellino e il suo team – il famoso Pool antimafia ideato da
Rocco Chinnici – istituirono contro Cosa Nostra i
maxiprocessii di Palermo, con oltre 1.400 imputati,
sferrando il primo vero, duro colpo a Cosa Nostra. Il
maxiprocesso era iniziato il 10 febbraio 1986 e si era
concluso in primo grado il 16 dicembre 1987 con 342
condanne, 2665 anni di carcere e 19 ergastoli (tra cui
Luciano Liggio, Bernardo Provenzano e Salvatore Riina), il
30 luglio 1991 la sentenza d’ appello ridimensionò le
condanne, ma la Cassazione il 30 gennaio 1992 riconfermò
le condanne del primo grado che divennero realtà
giudiziarie.
Dopo questo primo processo ne seguirono altri, vi fu una
stagione di veleni interni alla magistratura e alla politica
italiana mentre la mafia cercava di riprendersi: nei primi
anni Novanta il clan dei Corleonesi, che si era imposto nella
guerra di mafia dei primi anni Ottanta, riorganizzò ciò che
restava di Cosa Nostra e, dopo l’ introduzione dell’ articolo
41 bis che induriva il carcere per i reati di mafia, iniziò una
stagione di ritorsioni terroristiche con la strage di via
Gergofili a Firenze, la bomba al Padiglione di Arte
Contemporanea di Milano e i due attentati a Roma. Infine il
16 ottobre 1993 ci fu l’ ultimo tentativo (fallito) di fare un
attentato allo Stato da parte di Cosa Nostra: venne
parcheggiata un’ autobomba in via dei Gladiatori a Roma,
fuori dallo stadio Olimpico. Fortunatamente la bomba non
esplose.
I più famosi e terribili attentati restano però le stragi di
Capaci, 23 maggio 1992, e via d’ Amelio, 19 luglio 1992,
nelle quali hanno perso la vita Giovanni Falcone e Paolo
Borsellino insieme alle loro scorte.
Il primo fu ucciso da una
terribile esplosione
avvenuta sull’ autostrada
che collega l’ aeroporto
chiamato (oggi Falcone –
Borsellino) con Palermo,
all’ altezza di Capaci.

(STRAGE DI CAPACI )

L’ esplosione fu provocata da un enorme quantità di tritolo


che gli esecutori piazzarono in un tunnel sotto l’ autostrada.
Con Falcone morirono la moglie e i suoi agenti di scorta.
Paolo Borsellino morì in
circostanze analoghe, a
seguito dell’ esplosione di
un’ autobomba
parcheggiata sotto casa
della madre, azionata dal
citofono che il magistrato
avrebbe usato per
(STRAGE VIA D’AMELIOO) citofonare la madre.
L’ esplosione fece morire tutti quelli che vi erano intorno,
alcune parti del corpo sono state ritrovate su dei palazzi
vicini al luogo del massacro.
In memoria dei due è stata eretta una stele ai bordi dell’
autostrada Palermo – Capaci. Il lavoro svolto da Borsellino
nei 57 giorni che hanno separato la strage di Capaci da
quella di Via d’ Amelio, ha rappresentato l’ alto senso del
dovere che ha accompagnato i due magistrati nel loro
percorso professionale.
2.2 Falcone e Borsellino
Falcone e Borsellino: due
nomi, un solo luogo del nostro
immaginario collettivo, a
testimonianza di una tragedia
che ha colpito tutti, un intero
popolo. E’ difficile scindere
questo binomio, impossibile
parlare di Giovanni, senza
immediatamente ricordare Paolo. Erano uniti in vita, legati
da un “mestiere” che per loro era missione: liberare la
società civile dall’ oppressione di una “mala pianta” – la
mafia – che nasce, vive prospera nello stesso umore
nutritivo prodotto dalla Sicilia. Giovanni Falcone e Paolo
Borsellino sono ora inscindibili nella nostra memoria. Come
accade per quanti diventano simbolo contro la loro stessa
volontà, eroi soltanto per aver voluto esercitare il diritto di
affermare le proprie idee, per aver rifiutato la via facile dell’
accomodamento e del quieto vivere. La loro fine, orribile e
tragica, li ha fusi insieme. Così che oggi, quasi naturalmente,
il viaggiatore che si avvicini alla Sicilia sentirà i loro nomi
prima ancora di mettere piede nell’ Isola. Al momento dell’
atterraggio sarà la voce del comandante ad informare che
“tra pochi minuti atterreremo all’ aeroporto Falcone –
Borsellino”. I siciliani, i siciliani onesti amano quei
magistrati caduti a meno di due mesi l’ uno dall’ altro. I
mafiosi li rispettano, come li temevano quando erano vivi.
I pentiti. “Invenzione” di Falcone, quando nessuno osava
pensare alla eventualità che uno strumento rilevatosi
essenziale contro il terrorismo potesse risultare praticabile
nella lotta alla mafia. Falcone portò in Italia un Buscetta
pentito che doveva aprire la strada al ripensamento di tanti
altri boss. Basto questo per segnare tanti punti, innanzitutto
l’ esito del primo maxiprocesso: una disfatta per Cosa
Nostra.
Già, il maxiprocesso. Fu
forse allora che Falcone e
Borsellino firmarono la
loro condanna a morte. I
due ragazzi avevano
giocato a calcio con
coetanei pi “arruolati” dai
boss, si ritrovavano
insieme a contrastare un
mondo che conoscevano e conoscevano la chiave di lettura.
Per questo poterono dialogare coi collaboratori, riuscirono
ad ottenerne la fiducia offrendo in cambio la semplice
“parola d’ onore” che avrebbe fatto il possibile per aiutarli.
Eppure Falcone e Borsellino non dovevano vedersela solo coi
“bravi ragazzi” che maneggiano pistole, eroina e tritolo. La
storia della vita e della morte di questi due eroi siciliani non
lascia spazio a dubbi e ambiguità: Giovanni e Paolo non
erano molto amati neppure nelle stanze che contavano.
Ovvio, si trattava di ostilità che si manifestava in modo
diverso.
Eppure quella ostilità pesava esattamente quanto le
pallottole.
Falcone, considerato il
“nemico numero uno della
mafia”, l’ etichetta gli resterà
attaccata per sempre.
Circondato da un alone
leggendario di combattente
senza macchia e senza paura,
il giudice Giovanni Falcone,
cinquanta due anni , ne ha
trascorsi undici nel bunker del Palazzo di Giustizia di
Palermo a far la guerra a Cosa Nostra. Il 13 marzo 1991 il
giudice Falcone è stato nominato direttore degli Affari penali
del ministero di Grazia e Giustizia a Roma. Lontano da
Palermo. Le ragioni per quali Falcone ha scelto Roma come
nuova sede di lavoro sono diverse: nella capitale di Cosa
Nostra non poteva più disporre dei mezzi necessari alle sue
inchieste e il frazionamento delle istruttorie aveva
paralizzato i giudici del pool antimafia. Conscio di non essere
più in grado di inventare nuove strategie, l’ uomo del
maxiprocesso, che aveva trascinato in tribunale i grandi
capimafia, non poteva rassegnarsi a rimanere inerte.
Il clima del capoluogo siciliano è cambiato. In questa città
impenetrabile e misteriosa, dove il bene e il male si
esprimono in modo ugualmente eccessivo, si respira un
senso di stanchezza , il desiderio di ritornare alla normalità.
Mafiosi regolarmente condannati sono tornati in libertà per
questioni procedurali, alcune facce fin troppo note
ricompaiono nei ristoranti più alla moda. Le forze dell’ ordine
non hanno più lo smalto di un tempo. I pool di magistrati
sono ormai svuotati di potere, il fronte ha smobilitato.
La sua enorme capacità di lavoro e la sua abnegazione erano
oggetto di ammirazione. Per undici anni, comunque, è
vissuto nell’ atmosfera artificiale delle corti di giustizia, delle
carceri, degli uffici superprotetti. Non usciva mai, vedeva il
sole soltanto attraverso i finestrini blindati della sua Alfa
Romeo. Davanti alla sua abitazione due poliziotti montavano
la guardia giorno e notte.
Falcone diventerà un magistrato da manuale, un servitore
dello Stato che dà per scontato che lo Stato debba essere
rispettato – non è uno Stato ideale e immaginario, ma
questo Stato, così com’è. Cercando solo di applicare la legge,
si è trasformato in un personaggio disturbante, un eroe
scomodo.
Giovanni Falcone, siciliano, anzi palermitano, conosce
perfettamente il lessico e le piccole cose, dei gesti e dei
mezzi gesti che a volte sostituiscono le parole. Sa che ogni
particolare nel mondo di Cosa Nostra ha un significato
preciso, si riallaccia a un disegno logico, sa che nella nostra
società dei consumi, si potrebbe pensare che le rigide regole
della mafia offrano una soluzione, una scappatoia non priva
di dignità, e ha di conseguenza imparato a rispettare i suoi
interlocutori anche se sono criminali.
Egli è stato l’ unico magistrato che si sia occupato in modo
continuo e con impegno assoluto di Cosa Nostra. E’ il solo in
grado di comprendere e spiegare perché la mafia siciliana
costituisca un mondo logico, razionale e implacabile. Più
logico, più razionale, più implicabile dello Stato. Ma Falcone
spinge il paradosso più in là: di fronte all’ incapacità e alla
mancanza di responsabilità del governo, si è dovuto erigere
a difensore di certi mafiosi contro lo Stato, soprattutto dei
pentiti, vittime di vendette trasversali. Cosa Nostra uccide
ad essi padre, madre, parenti e amici per aver rotto il fronte
del silenzio ed essi hanno dovuto aspettare una legge del
1991 per poter beneficiare di un programma di protezione
ufficiale, per vivere. Lui meglio di chiunque può combattere
la mafia perché la conosce e la comprende.
La mafia sistema di potere, metafora del potere, patologia
del potere. La mafia che si fa Stato dove lo Stato p
tragicamente assente. La mafia organizzazione criminale che
usa e abusa dei tradizionali valori siciliani. La mafia che, in
un mondo dove il concetto di cittadinanza tende a diluirsi
mentre la logica dell’ appartenenza tende, lei, a rafforzarsi;
dove il cittadino, con i suoi diritti e i suoi doveri, cede il
passo al clan, alla clientela, la mafia, dunque, si presenta
come una organizzazione dal futuro assicurato.
Il contenuto politico delle sue azioni ne fa, senza alcun
dubbio, una soluzione alternativa al sistema democratico.
CAP 3
3.1 La Risposta dello Stato alla Mafia

All’ indomani delle stragi in Sicilia come in tutta Italia c’è


stato un risveglio della società civile che ha portato ad una
durissima presa di posizione nei confronti della mafia. La
paura, l’ omertà e la tradizionale veste di Cosa Nostra
sembravano essere scomparse per la maggior parte della
gente, stanca di tutto questo sangue. Migliaia di persone
scesero in piazza e nelle strade a manifestare, moltissime
finestre e terrazze furono coperte da lenzuoli e cartelli
contro la mafia, la cosiddetta “rivolta dei lenzuoli”. Quasi
ogni giorno, e quasi in ogni luogo, c’ erano lezioni sulla
legalità e di educazione civica, nelle quali il posto da
insegnante era preso da magistrati e giudici antimafia o da
parenti delle vittime. A questo va aggiunta la risposta
militare dello Stato che con l’ operazione “Vespri Siciliani”
inviò nell’ Isola ben 20.000 soldati per presidiare gli obiettivi
sensibili come tribunali, case di magistrati, aeroporti, porti…
Ci fu una riduzione dei crimini e anche
arresti eccellenti come Totò Riina e
Leoluca Bagarella. Inoltre la presenza
dell’ esercito liberava la polizia dai
compiti di sorveglianza in modo che tutte
le unità fossero usate per le indagini. A
tutto questo va aggiunto l’ arrivo a
Palermo, di Gian Carlo Caselli, come
procuratore della Repubblica, lo stesso giorno dell’ arresto di
Riina, il 15 gennaio 1993.

L’ azione della procura venne rilanciata, oltre che per i


motivi citati anche grazie all’ azione di questo magistrato
esperto.
In questo modo fu spezzato il
sistema grazie al quale la Mafia
poteva svolgere le sue attività
indisturbata.
Caselli è noto come procuratore
che ha gestito il processo di
Giulio Andreotti. Vicenda che è
ben narrata nel libro dello
stesso magistrato “Un
magistrato fuorilegge”.

(GIULIO ANDREOTTI)

Dall’ analisi del magistrato viene messo in luce che l’ Italia è


l’ unico paese in cui quando la magistratura attacca i poteri
forti, la stessa magistratura viene delegittimata.
Compito del Ministro di Giustizia è quello di difendere i
magistrati, riportare nel cittadino la fiducia nella
giurisdizione. Invece il messaggio che passa, e questo vale
anche per il giovane magistrato, è che attaccare i poteri più
forti alla fine non paga. Bisogna mettere in conto un attacco
massiccio, da parte dei media, da parte dei politici, da parte
di altri colleghi e da parte dal Ministero.
Quindi l’ Italia è davvero una situazione anomala. Se a ciò si
aggiunge che in Italia la giustizia non funziona, si può dire
che il cerchio è completo.

I processi si allungano all’ infinito e molti reati cadono in


prescrizione. Illuminante è proprio il caso Andreotti,
riconosciuto colpevole per i reati attribuitigli, tuttavia non è
condannato, poiché anche se è dimostrato che fino al 1980
ha fatto e ricevuto favori da Cosa Nostra, per la lunghezza
del processo, persosi in centinaia di migliaia di cavilli, rinvii,
lo statista, forse il più grande uomo politico italiano non è
stato condannato poiché i reati sono caduti in prescrizione.
Da quel momento è partita una massiccia campagna di
riabilitazione dell’ uomo politico, passata attraverso la
pubblicità di un noto fornitore di servizi telefonici e
culminata nel 2006 dove per poco Giulio Andreotti non è
stato eletto Presidente della Camera dei Senatori. Ma questa
delegittimazione, questo senso di sfiducia, riflette Caselli,
alla fine, porterà tutti sotto un cumulo di macerie, destra,
centro e sinistra. Un cittadino hai il diritto di sapere se ha
torto o ragione.
Questa anomalia, questa sensazione che un ladro di polli
venga messo in galera e che la chiave venga gettata nel
fiume e che invece chi viene condannato per reati di alta
finanza venga trattato con i guanti bianchi, potrebbe
scoraggiare qualsiasi magistrato dal compiere il proprio
dovere fino in fondo.
Un’ altra pubblicazione di Caselli da ricordare è “Sette anni a
Palermo” scritto insieme a Antonio Ingoia.

Il sostituto procuratore di
Palermo è considerato uno
degli allievi di Paolo
Borsellino e si lamenta e
spiega la caduta di tensione
nella lotta alla mafia.
(ANTONIO INGOIA)

L’ allontanarsi del momento emozionale dopo le stragi, l’


allentamento della strategia d’ attacco di Cosa Nostra ha
fatto illudere probabilmente che il problema mafia fosse
stato risolto con cattura di Riina, Bagarella, Santapaola,
insomma tutti i più famosi boss.
Ecco, in quel momento la questione mafia è diventata
sempre meno ritenuta importante a livello nazionale, è
andata in coda all’ agenda delle priorità nazionali, mentre
prima era in testa. La legislazione antimafia è diventata
meno efficace, gli strumenti a disposizione dei magistrati e
delle forze dell’ ordine sono oggi meno efficienti.
3.2 I giovani e la mafia

A partire dagli anni Novanta, Bernardo Provenzano, con l’


arresto di Totò Riina e Leoluca Bagarella, diviene il capo di
Cosa Nostra circondandosi solo di uomini di fiducia, come
Benedetto Spera. Cambia radicalmente la politica e il modus
operandi negli affari della mafia siciliana; i mandamenti più
ricchi cedono i loro guadagni a quelli meno redditizi in modo
di accontentare tutti evitando inutili guerre. Tutto è
controllato da un boss con il carisma di Provenzano che
gestisce in modo impeccabile l’ organizzazione. La mafia ora
non è più ricca come ai tempi dei grandi traffici
internazionali ed è per questo che in Sicilia è diventata più
oppressiva e capillare.
L’ 11 aprile del 2006, dopo
43 anni di latitanza,
Provenzano viene catturato
in un casolare a Montagna
dei Cavalli, frazione a 2 km
da Corleone.
(ARRESTO PROVENZANO)

Il 5 novembre 2007, dopo 25 anni di latitanza, viene


arrestato in una villetta di Giardinello, anche il presunto
successore di Provenzano, il boss Salvatore Lo Piccolo.
Il panorama siciliano non sembra essere cambiato: la
strategia di Cosa Nostra sembra essere cambiata, non è più
visibile come una volta ma ciò non significa che la mafia sia
stata debellata.

Eppure il 2007 è stato un anno di vittorie per lo stato. La


mafia non è sconfitta, mai così tanti arresti hanno provocato
numerosi disastri interni, rendendola allo sbando.
Corleone si è vista promotrice di una grande campagna
antimafia con l’ istituzione di numerose associazioni,
concretizzando questo lavoro e questo grosso impegno con
manifestazioni a carattere regionale ma anche nazionale.
Le cose stanno cambiando: con la politica contro l’ omertà e
il racket, i commercianti e gli imprenditori stanno imparando
a rivelare i soprusi che quotidianamente avvengono.
Anche i giovani stanno dando e avendo una loro reazione
alla mafia.
Un’ indagine rivela che tra i giovani di Palermo serpeggiano
pessimismo e diffidenza. Addirittura allarmante il giudizio
secondo il quale la Mafia sarebbe più forte dello Stato.
I giovani considerano lo Stato democratico debole perché
permette alla mafia di esistere. Lo Stato, secondo molti,
viene facilmente sconfitto dalla Mafia perché è colluso, se
non identificato con la stessa mafia.
Scuola e famiglia vengono cos’ individuate come le agenzie
educative per eccellenza che dovrebbero aiutare i giovani a
prendere coscienza che tra Mafia e Stato non può esserci
partita. Cioè scuola e famiglia dovrebbero fare propaganda
insegnando ciò che non è vero, ciò che i giovani stessi
possono verificare ogni giorno come falsa retorica. Uno stato
che regge sull’ illusione e la falsità, può davvero educare i
giovani? Se non si va alle radici del problema, continuerà ad
essere sempre vero che tra mafia e stato non può esserci
partita.
Mentre questi sono scoraggiati, ve ne sono altri che invece
lanciano il loro grido di libertà contro la mafia. Si ricorda
infatti a tale proposito lo sbarco
di molti giovani studenti a
Palermo, in occasione del
14esimo anniversario della
strage di Capaci, nella quale
morirono Giovanni Falcone, la
moglie Francesca Morbillo e gli
agenti di scorta Rocco Di Cillo, Antonio Montanaro e Vito
Schifani. Sono studenti di scuole medie e superiori,
provenienti da tutta Italia, ritrovatasi al porto di
Civitavecchia per imbarcarsi sulla prima “Nave delle
legalità”. In corteo hanno raggiunto l’ aula bunker del
carcere dell’ Ucciardone dove si sono confrontati con chi
combatte ogni giorno la criminalità organizzata.
Loro il giudice Falcone lo hanno conosciuto soprattutto
attraverso le parole degli insegnanti. E si sono preparati
durante l’ anno per questo giorno, lavorando su progetti
legati alla legalità.
Conoscenza ed
entusiasmo: gli
ingredienti con i quali
hanno affrontato questa
giornata importante e con cui hanno vissuto il momento
cruciale del “memorial day”.

A parlare sono stati i loro slogan: “Non ho paura delle parole


dei violenti, ma del silenzio degli Innocenti”. “Spezziamo la
mafia, riaccendiamo la speranza”. “Si può spezzare un fiore
ma non si può impedire la primavere”.
Ai giovani giunti a Palermo con le magliette bianche, con
impressa l’ immagine di Giovanni Falcone circondato da
ragazzi e la scritta “Il suo lavoro, il nostro presente. Il suo
sogno il nostro futuro, hanno riacceso la speranza nel cuore
degli adulti.
Conclusione
Sono un ragazzo
siciliano, fiero e
orgoglioso di esserlo.
Amo la mia Sicilia. i suoi
odori, i suoi colori, il suo
mare e la sua cultura.
Essere Siciliano non
significa essere
mafioso,

TRINACRIA SIMBOLO DELLA SICILIA)

seguire le leggi e le regole di Cosa Nostra, ma significa


essere libero, aperto, gioiosamente mediterraneo, rispettoso
non solo delle leggi dello Stato ma delle proprie origini.
Sono uno dei tanti giovani che credono ancora di poter
sconfiggere il potere mafioso, ci sentiamo in un certo senso
combattenti della legalità, ambasciatori dei veri valori;
siamo i discendenti di “Falcone” “Borsellino” e altri
magistrati che hanno avuto coraggio di dire “no” alla mafia e
di morire per far sentire il loro grido: lo Stato ha i mezzi per
sconfiggere la mafia.
“La Sicilia non dimentica”, “la Sicilia non si arrende”, “la
Sicilia combatte”, questo è il messaggio che ho voluto dare
in questa tesina.
Quando vivevo in Sicilia inorridivo di fronte alla brutalità, gli
attentati, alle aggressioni, guardavo a Cosa Nostra come all’
idra dalle sette teste; qualcosa di magmatico, di
onnipresente e invincibile; responsabile di tutti i mali del
mondo.
La mia curiosità per la mafia, già forte è aumentata da
quando abito in Toscana, perché all’ inizio ero additato come
“il siciliano” forse un potenziale “mafioso” e ho fatto di tutto
per far conoscere attraverso me il lato positivo della Sicilia,
dove abitano persone con valori e con una gran voglia di
cambiare e di uccidere le regole di Cosa Nostra.
Prima avevo un’ idea superficiale del fenomeno mafioso, ma
leggendo il libro su Falcone ed altri documenti che
trattavano questo argomento ho cominciato a guardarvi
dentro, perché mi hanno fornito numerosissime conferme,
sulla struttura, sulle funzioni di reclutamento e di Cosa
Nostra. Se da un lato mi hanno fatto comprendere che lo
Stato non è ancora all’ altezza di fronteggiare un fenomeno
di tale ampiezza, dall’ altro non si smette mai di avere
fiducia nello Stato e soprattutto nei suoi esponenti perché
quanto più lo Stato si disinteressa della Sicilia e le istituzioni
faranno marcia indietro, tanto più aumenterà il potere dell’
organizzazione.
La sola possibilità per lo Stato di segnare un’ inversione di
rotta consiste, nel garantire un livello minimo di convivenza
civile, una forma minima di contratto sociale. Una delle
precondizioni, delle clausole fondamentali di un simile
contratto di convivenza consiste nell’ assicurare l’
applicazione della legge e nel contrastare efficacemente.
Se non si realizzano queste condizioni, è inutile rifugiarsi
nell’ illusione generosa che lo sviluppo possa cancellare
come per magia la mafia. Solo il rigore professionale di
magistrati e investigatori darà alla mafia la misura che la
Sicilia non è più il cortile di casa sua e quindi servirà a
smontare l’ arroganza del mafioso che non s’inchina all’
autorità dello Stato.
I risultati si ottengono con impegno duro, continuo,
quotidiano. Senza bluff. Senza dilettantismi. Dato che la
legge che si sta combattendo è una vera e propria guerra coi
suoi morti e i suoi feriti, come tutte le guerre deve essere
combattuta con il massimo impegno e la massima serietà.
Solo in questo modo la Sicilia, la mia “Sicilia”, la Sicilia dei
“veri siciliani” potrà finalmente essere libera dai preconcetti
e dalla malignità di molti, soprattutto dalle “persone del
Nord”.

CON ONORE
(FIORDALISO UMBERTO)