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Edizioni il Molo

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Disegno di copertina realizzato da Gaetano Porcasi.
Gaetano Porcasi è nato a Partinico (PA) nel 1965. Fin da piccolo ha
manifestato uno straordinario e innato talento artistico che ha arricchito,
modellato e sviluppato frequentando, prima, l’Istituto d’Arte di Monreale
e, successivamente, l’Accademia di Belle Arti di Palermo, dove ha
conseguito la laurea col massimo dei voti.
Ultimati gli studi Gaetano Porcasi ha iniziato la sua carriera di docente
presso l’Istituto Statale d’Arte di Sassari, poi presso il Liceo artistico di
Tempio Pausania e presso l’Istituto Statale d’Arte di Alghero. Tornato in
Sicilia ha ottenuto la cattedra di discipline pittoriche presso l’Istituto
Statale d’Arte di Monreale e, finalmente, presso il Liceo scientifico
“Santi Savarino” di Partinico dove contribuisce incisivamente nella
realizzazione di percorsi didattici che promuovono nei giovani cultura,
legalità e impegno civile.

Grafica di copertina realizzata dallo Studio Grafico di Edizioni il Molo.


Simona Mazza
Vincenzo Calcara

Dai memoriali di
Vincenzo Calcara:
Le cinque entità rivelate a
Paolo Borsellino
Prima Edizione
© Edizioni il Molo, 2014
Via Bertacca, 207 - 55054 Massarosa (LU)
Tel e Fax 0584.93107

Tutti i diritti riservati


Collana Narrativa
ISBN: 978-88-96920-72-5
a mio padre
Roberto

e ai miei figli
Rakim e Shaquille
Se possiedi due soldi soltanto: uno risparmialo,
per comperarti il pane.
ricorda che devi nutrire il tuo corpo.
L’altro spendilo per regalarti un fiore,
ricorda che devi nutrire anche il tuo spirito.
Proverbio

Vincenzo Calcara ha voluto regalarci un “fiore” il cui fresco


profumo nutrirà lo spirito di chi si addentrerà nella lettura di
questo libro.
Prefazione di Salvatore Borsellino
tratto dalla prima parte del memoriale di
Vincenzo Calcara

Ho conosciuto di persona Vincenzo durante la trasmissio-


ne Top Secret, ma quasi mi sembrava di conoscerlo da tanto
tempo. Me ne avevano parlato la moglie e i figli di Paolo che
hanno continuato ad aiutarlo e stargli vicino da quando lo
Stato, nella sua costante opera di scoraggiamento dei testi-
moni di Giustizia, dei collaboratori di Giustizia e dei (pochi)
veri pentiti, lo ha abbandonato al suo destino. Me ne aveva
parlato già lo stesso Paolo negli ultimi mesi della sua vita,
quando stava raccogliendo le sue rivelazioni nello stesso
periodo in cui ascoltava anche Gaspare Mutolo e Leonardo
Messina, ma con Vincenzo Paolo aveva stabilito un rappor-
to particolare perché era quello che gli aveva confessato di
avere avuto, dalla famiglia di Francesco Messina Denaro, la
famiglia che deteneva saldamente il controllo della zona di
Castelvetrano, alla quale apparteneva come uomo d’onore ri-
servato, l’incarico di ucciderlo con un fucile di precisione in
un agguato sulla statale tra Palermo e Agrigento. Gli uomini
d’onore riservati sono quelli che non rientrano nella normale
gerarchia blindata della famiglia mafiosa e la cui affiliazione
viene decisa direttamente dal capo famiglia, spesso sul mo-
dello e con i riti massonici, informando della sua qualità sol-
tanto i capi dell’organizzazione e restando poi segreti all’in-
terno dell’organizzazione segreta, che in tal modo riesce ad
agire come su di una scacchiera. Come dice Antonio Ingroia
“solo i capi di Cosa Nostra possono decidere, naturalmente in
maniera segreta, simili affiliazioni, che rimangono assoluta-
mente riservate rispetto agli altri aderenti alle varie famiglie
mafiose sparse nel territorio. L’uomo d’onore riservato serve
anche per difendersi del fenomeno dei collaboratori di giu-
stizia...” A essi vengono affidate le operazioni più delicate, e
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certamente l’assassinio di Paolo Borsellino era tra questi, nel
caso in cui, come spesso succede, non vengano svolte diret-
tamente dal capo famiglia insieme con gli uomini più fidati
ed esperti del gruppo di fuoco della famiglia stessa.
Come leggerete c’erano due piani alternativi per uccidere
Paolo, il primo prevedeva l’uso di un fucile di precisione ed
era affidato a Vincenzo Calcara, il secondo, l’uso di un’auto-
bomba e in questo Vincenzo avrebbe svolto soltanto un lavoro
di copertura. Da Palermo arrivò poi però, direttamente da
Totò Riina, il regista delle stragi, l’ordine che avrebbe dovuto
essere ucciso prima Giovanni Falcone e così i piani furono
momentaneamente accantonati. Vincenzo Calcara è uno dei
pochi collaboratori di Giustizia che possono veramente esse-
re chiamati pentiti. In lui, come leggerete dalle sue parole,
l’incontro con Paolo Borsellino provocò una profonda crisi e
un sovvertimento dei valori ai quali era stato indotto a crede-
re fin da bambino. Oggi per lui la Giustizia e il Bene sono al
di sopra di tutto ed è tanto più da ammirare in quanto quelle
Istituzioni nelle quali oggi lui crede fermamente le vede ogni
giorno infangate da chi, indegnamente, le occupa e quello
Stato che per lui rappresentava il nemico da combattere o nel
quale infiltrarsi capisce oggi come abbia contribuito all’as-
sassinio del “suo” Giudice e come non voglia e non possa,
perché esso stesso responsabile, rendergli Giustizia.
Oggi Vincenzo Calcara, uscito volontariamente dal pro-
gramma di protezione, vive con la nuova compagna e le quat-
tro figlie avute insieme con lei, dopo che la famiglia prece-
dente l’ha abbandonato a seguito della sua scelta.
Non ha una nuova identità, non ha un lavoro che gli per-
metta di vivere dignitosamente e di provvedere alla sua fa-
miglia, lo Stato e le Istituzioni nelle quali, nonostante tutto
crede fermamente, lo hanno abbandonato e rischia ogni gior-
no di cadere sotto la vendetta della mafia, che, diversamente
dallo Stato, non dimentica mai.
Del memoriale di Vincenzo Calcara si trovano tracce nelle
motivazioni delle sentenze, di diversi processi, del processo
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Calvi, al processo Antonov per l’attentato al Papa, al processo
Aspromonte, al processo per l’omicidio Santangelo, figlioccio
di Francesco Messina Denaro, ai processi Alagna+15 e Ala-
gna+30, alla sentenza del Giudice Almerighi*, nei quali tutti
si è dimostrata la piena attendibilità di Calcara nonostante i
numerosi tentativi di screditarlo. Ma Calcara non è stato mai
messo a confronto con altri pentiti come Leonardo Messina
o Gaspare Mutolo o come Giuffrè, che, quindici anni dopo
di lui, ha parlato di quelle stesse cose di cui lui aveva già
parlato tanti anni prima. Non è stato mai chiamato a depor-
re nel processo Andreotti 2**, anche se aveva parlato del
notaio Albano, ancora prima di Brusca, quando nessuno ne
conosceva neppure il nome, non è stato mai chiamato nel
processo Canale, non è stato mai utilizzato nell’istruttoria sui
Mandanti Occulti delle stragi del ’92 o nell’istruttoria del
processo, mai arrivato alla fase dibattimentale, sulla sottra-
zione dell’Agenda Rossa, nonostante egli stesso avesse por-
tato al tribunale di Caltanissetta le parti del memoriale dove
di quell’agenda proprio si parlava. Questa è una delle cose
che più irrita Vincenzo.

Salvatore Borsellino

* Almerighi fu il fondatore, insieme a Falcone dei Movimenti “collet-


ti verdi”. Eletto capo del Csm, fu costretto a dimettersi dopo due giorni.
* Il mafioso Gaspare Mutolo aveva rapporti con gli alti funzionari
del Sisde, uno su tutti Mario Fabbri e questa cosa fu rivelata dal pentito
Francesco Gasparini a Falcone e Ayala. Durante il processo del 1993, di-
chiarò di aver condotto il doppio gioco con Fabbri per avere informazioni
sulla caccia ai latitanti.
Di Brusca resta invece una storica dichiarazione “Sotto sotto, siamo
stati pilotati dai Carabinieri”.
È normale che i servizi segreti vengano in contatto con gli esponenti
mafiosi, a patto che trasmettano tali informazioni alle autorità competen-
ti, ma in realtà Fabbri frequentò Mutolo per oltre 10 anni senza mettere
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al corrente nessuno.
Mutolo aveva cominciato a collaborare nel 1992 per autonoma deci-
sione “perché Cosa Nostra ammazzava donne e bambini”. Incontrò Paolo
Borsellino il 1 luglio, dopo aver ricevuto l’autorizzazione del Procuratore
Pietro Giammanco. Mutolo vuole raccontare al giudice dei presunti rap-
porti fra Cosa Nostra e gli uomini delle istituzioni: il numero tre del Sisde
Bruno Contrada e il giudice Domenico Signorino, ma l’incontro viene in-
terrotto perché Borsellino viene convocato d’urgenza al Viminale, dove si
sta insediando il Ministro Mancino.

**DOSSIER PROCESSO ANDREOTTI/2. Da Mannoia a Di Mag-


gio, tutte le rivelazioni. Fino al bacio a Riina
PALERMO - Il primo ad alludere a un’“entità” senza svelarne il
nome fu Tommaso Buscetta a Giovanni Falcone nel 1984. Chi raccon-
tò che i boss consideravano Andreotti il loro santo in paradiso tanto da
chiamarlo “zio” fu il nisseno Leonardo Messina, che rivelò anche che
Andreotti era “punciutu”, ossia ritualmente affiliato a Cosa Nostra. Dopo
la strage di Capaci, Buscetta rivelò che l’entità di cui aveva taciuto a Fal-
cone era proprio Andreotti. Al viceprocuratore distrettuale di New York,
Richard Martin, del resto, mentre si definiva l’accordo di collaborazione
per far deporre Buscetta per la Pizza Connection, nel 1985, Buscetta ave-
va fatto riferimento ad Andreotti, “tra le cose difficili da digerire” che
si ostinava a non volere rivelare allora. Da Buscetta e Messina in poi
tutti i più importanti collaboratori di giustizia hanno riferito di rapporti e
patti con Andreotti. Francesco Marino Mannoia e Balduccio Di Maggio
sono gli unici testimoni oculari degli incontri con Bontate, il primo e con
Riina, il secondo. L’ultima rivelazione in ordine di tempo è quella di un
imprenditore in affari con la mafia, l’ingegner Benedetto D’Agostino. Ha
raccontato al processo che il “papa” della mafia, Michele Greco vedeva
Andreotti durante le proiezioni cinematografiche riservate in una saletta
di un hotel romano.
Maurizio Abbatino
Conferma la tesi del delitto Pecorelli come la vendetta a un ricatto.
Bartolomeo Addolorato
“In provincia di Trapani la mafia votava per gli andreottiani”.
Salvatore Annacondia

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A lui, nel corso di una confidenza fattagli nel carcere di Ascoli Pi-
ceno, nell’agosto del ’92, Marino Pulito, l’ex- boss della Sacra Corona
Unita, oggi anche lui collaboratore di giustizia, avrebbe detto di aver per-
sonalmente ascoltato una telefonata “in viva voce” tra Licio Gelli e Giulio
Andreotti. Oggetto della conversazione, l’aggiustamento di un processo
in cassazione a carico dei fratelli Amodeo, richiesto da Gelli e assicurato
da Andreotti.
Emanuele Brusca
In contrasto con il fratello Enzo, sostiene che fu Di Maggio, vestito a
festa, a dirgli che tornava dall’incontro Riina-Andreotti.
Enzo Brusca
Racconta che in un incontro in carcere con il padre Bernardo, il fra-
tello Emanuele gli riferì che Andreotti aveva chiesto un incontro a Riina.
Successivamente Emanuele Brusca vide Di Maggio vestito a festa, ma
non gli chiese il perché.
Giovanni Brusca
“Per quel che riguarda gli omicidi Dalla Chiesa e Chinnici, io credo
che non sarebbe stato possibile eseguirli senza scatenare una reazione
dello Stato se non ci fosse stato il benestare di Andreotti”. “Durante la
guerra di mafia c’erano morti tutti i giorni. Nino Salvo m’incaricò di dire a
Totò Riina che Andreotti ci invitava a stare calmi, a non fare troppi mor-
ti, altrimenti sarebbe stato costretto ad intervenire con leggi speciali”.
“Chiarisco che in Cosa Nostra c’era la consapevolezza di poter contare su
un personaggio come Andreotti”. Del bacio, però non sa nulla.
Tommaso Buscetta
Cita come fonte Tano Badalamenti, che, sebbene non “pentito”, tiene
a smentirlo. Assiduo frequentatore di uomini della Dc, è il primo non solo
a mettere nei guai Andreotti ma a stabilire un nesso tra i rapporti del se-
natore con Cosa Nostra e la fine del giornalista di Op, Mino Pecorelli. 
Antonio Calderone
Catanese, fratello di Giuseppe che fu capo della commissione regio-
nale di Cosa Nostra dal ’75 al ’77 sorregge alla lontana la testimonianza
del barman Vito Di Maggio sull’incontro Santapaola - Andreotti a Cata-
nia, alla presenza dell’onorevole Salvatore Urso. Ma di Andreotti non sa
nulla.
Tony Calvaruso

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La sua deposizione ha spinto Leoluca Bagarella a scrivere al presi-
dente del Tribunale per smentirlo. L’ex autista del boss, arrestato con lui
nel giugno del ’94, aveva detto: “Una sera, a cena vedendo in televisione
le immagini del senatore Andreotti, chiesi a Bagarella se veramente lui
era uno dei nostri e Bagarella mi rispose: si sta comportando da vero uomo
d’onore”. Nella stessa missiva Bagarella ha smentito anche Di Maggio.
Salvatore Cancemi
Riferisce sul delitto Pecorelli e racconta dei tentativi di aggiusta-
mento dei processi in Cassazione. Conferma Di Maggio sui rapporti tra
Riina, i Salvo, Lima e Andreotti.
Tullio Cannella
Nel novembre del ’93, Bagarella gli disse: “Mio cognato, Totò Riina,
è stato troppo buono con Andreotti, ha creduto alle sue giustificazioni.
Ha creduto al fatto che Salvo Lima e Ignazio Salvo non avessero fatto
abbastanza pressioni su di lui per il maxiprocesso. Se fosse stato per me,
io ad Andreotti gli avrei fatto fare la stessa fine”.
Dice che dopo gli omicidi di Salvo Lima ed Ignazio Salvo, Andreotti
avrebbe fatto giungere un messaggio a Riina, giustificandosi con lui per
il suo mancato interessamento per l’aggiustamento del maxiprocesso in
Cassazione. “Lima e Salvo - avrebbe fatto sapere Andreotti ai capi di
Cosa Nostra - non mi fecero alcuna pressione per il maxiprocesso”.
Federico Corniglia
È un falsario che racconta di un incontro tra Andreotti e Frank Cop-
pola negli anni ’70.
Gaetano Costa
Collaboratore di giustizia messinese, rivela che nel 1983 quando
era detenuto a Pianosa e minacciava di organizzare una rivolta, Leoluca
Bagarella, lo bloccò dicendogli che sarebbero stati trasferiti, cosa che
accadde perché “c’è di mezzo il gobbo”, riferendosi ad Andreotti.
Salvatore Cucuzza
“Andreotti ha fatto firmare un decreto in Algeria, anche scaduto. Sì,
d’accordo, però solo perché già cominciavano ad esserci collaboratori,
cominciavano ad esserci i processi, già c’erano carte”. “Martelli è stato
uno di quelli che ha capito che la barca stava affondando, come il sena-
tore Andreotti”. 
Benedetto D’Agostino

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Imprenditore, arrestato per mafia e poi scarcerato riferisce gli incon-
tri tra Giulio Andreotti e Michele Greco nella riservatissima sala proie-
zioni allestita da Italo Gemini, presidente dell’Anica Agis nel seminter-
rato dell’hotel Nazionale di Roma. 
Francesco Di Carlo
Nel gennaio del 1981, è Nino Salvo a fare direttamente a Di Carlo il
nome di Giulio Andreotti. “Ci incontrammo all’Hotel Excelsior, a Roma.
Era particolarmente elegante e io gli chiesi come mai. Mi rispose: Di po-
meriggio devo andare dal presidente Andreotti. Ci vado con Salvo Lima’”.
Identica indicazione anche per un secondo inconro con Nino Salvo.
Baldassare Di Maggio
Il protagonista dell’accusa che riassume in un episodio tutto il pro-
cesso: l’incontro del bacio, è tornato a delinquere nell’ottobre del ‘97;
Arrestato ha svelato il complotto destinato a far saltare il processo. Miste-
riosi emissari gli avevano offerto 6 miliardi per ritrattare.
Mario Santo Di Matteo
Ha riferito sui rapporti tra i Salvo e Andreotti. Ha inserito l’omicidio
di Ignazio Salvo nel quadro della vendetta per il mancato rispetto del pat-
to sul maxiprocesso, stipulato con Andreotti attraverso Lima. Al processo
si è avvalso della facoltà di non rispondere.
Giovanni Drago
Riferisce sul “segnale” voluto da Riina nel 1987 con il dirottamen-
to del voto di mafia dalla Dc al psi, ma parla anche degli “impegni” di
Martelli.
Giovambattista Ferrante
È uno dei killer di Lima. Riferisce che un suo amico, gestore di un
hotel a Terrasini, in provincia di Palermo, tenne l’albergo aperto d’inver-
no per ospitarvi Andreotti che vi arrivò senza scorta.
Orlando Galati Giordano
Nino Marchese, fratello del pentito Giuseppe gli disse, guardando la
tivù: “Quella gobba (di Andreotti) è piena di omicidi”. 
Gioacchino La Barbera
“Dopo l’omicidio Lima, Antonino Gioè mi disse: ‘Questo è uno dei
primi, adesso ne vedrai delle belle’. E fu così anche per Ignazio Salvo
che prima aveva aiutato Cosa Nostra, facendo da tramite con Andreotti,
per l’aggiustamento dei processi, e poi aveva voltato le spalle. In quello

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stesso periodo, fu fatta un’attività di verifica sugli spostamenti del se-
natore Andreotti ma era troppo scortato per ucciderlo”. La Barbera ha
confessato il delitto Salvo.
Antonio Mammoliti
Il pentito calabrese che si dichiara innocente, racconta di un favore
fatto dal capo della ‘ndrangheta Girolamo Piromalli a Stefano Bontate su
richiesta di Giulio Andreotti. Cessarono così i tentativi di estorsione ai
danni del petroliere Silvano Nardini, buon amico di Andreotti.
Antonio Mancini
Altro esponente della banda della Magliana racconta del delitto Pe-
corelli come di una necessità imposta per far sparire le carte compromet-
tenti sul sequestro Moro di cui il giornalista era venuto in possesso.
Giuseppe Marchese
Riscontra Mutolo e riferisce sulle attese per il felice esito in Cassa-
zione del primo maxiprocesso. “Figlioccio” di Riina era il destinatario
privilegiato di quelle rassicurazioni che arrivavano dall’esterno del car-
cere. E riferisce dell’ira dei capimafia quando gli ergastoli diventarono
definitivi.
Francesco Marino Mannoia
Il chimico delle cosche, vicinissimo a Stefano Bontate, raccon-
ta dell’incontro del boss con Andreotti in una riserva di caccia, prima
dell’omicidio Mattarella e riferisce, per avervi assistito, ad un secondo
incontro nella villa di uno degli Inzerillo. Mannoia ricorda che Andreotti
vi arrivò con un’Alfa blindata, quella dei Salvo, proveniente da Trapani.
Ma è sempre lui ad introdurre il mistero del quadro che il boss Pippo
Calò regalò ad Andreotti.
Leonardo Messina
Il pentito nisseno dice che Andreotti era un vero e proprio uomo
d’onore con tanto di giuramento rituale. Sostiene di averlo saputo da un
“picciotto” al quale lo aveva riferito il capomafia catanese Nitto Santa-
paola. Messina parla di processi “aggiustati” in Cassazione attraverso il
giudice Corrado Carnevale e si addentra sul tema mafia-massoneria.
Fabiola Moretti
Ha vissuto dal di dentro, come donna di Danilo Abbruciati, la vita
della Banda della Magliana. Racconta dei rapporti con Claudio Vitalone,
di Carnevale e del delitto Pecorelli. 

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Gaspare Mutolo
Racconta dei tentativi di far saltare il maxiprocesso, delle assicura-
zioni di Lima ai boss, dei buoni uffici di Carnevale e dell’omicidio Lima
come vendetta dei boss che punivano così Andreotti per non aver rispet-
tato i patti.
Francesco Onorato
Anche lui, sicario di Lima, spiega le ragioni del delitto e conferma il
racconto di Ferrante sull’hotel.
Francesco Pattarino 
Figlio naturale del braccio destro di Nitto Santapaola, Francesco
Mangion, racconta di un incontro avuto a Roma dal padre con Andreotti
per l’aggiustamento delle vicende giudiziarie di Santapaola. Da Santa-
paola prima e dal padre, dopo, avrebbe saputo del summit catanese nel
quale, all’hotel Nettuno, Andreotti avrebbe incontrato il numero uno del-
la mafia etnea. 
Gioacchino Pennino
Il medico, frequentatore dei salotti che contano, nipote di un ca-
pomafia e attivista politico della DC, conferma che il vassoio spedito in
dono al genero di Nino Salvo, Tani Sangiorgi, per le nozze con Angela
Salvo fu effettivamente mandato da Andreotti. Glielo confermò lo stesso
Sangiorgi.
Marino Pulito
Il suo racconto coincide con l’episodio riferito da Annacondia.
Giuseppe Pulvirenti
Fedelissimo di Santapaola, racconta del sostegno della cosca agli
andreottiani catanesi e dei rapporti con i politici palermitani.
Paolo Severino Samperi
Racconta del sostegno della mafia di Enna ad un candidato andre-
ottiano. 
Angelo Siino
Smentisce Di Maggio: “Quello racconta sciocchezze”. Ma parla
dell’incontro tra Bontate e Andreotti a Catania in una riserva di caccia
dei Costanzo, nel luglio del ’79. 
Vincenzo Sinacori
Anche a lui Gaetano Sangiorgi, genero di Nino Salvo, parlò del vas-
soio d’argento che gli era stato regalato da Andreotti in occasione delle

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sue nozze, e gli confidò di averlo fatto sparire. “Sia Sangiorgi che Matteo
Messina Denaro mi dissero che fu lo stesso Andreotti a volere il processo:
bastava che ammettesse di conoscere i Salvo, e si sarebbe salvato”.
Rosario Spatola
Racconta di mafia e massoneria e delle relazioni pericolose degli
andreottiani trapanesi. (e.b.)
(20 febbraio 1999)

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Prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro
Giovanni Paolo II

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Chi è Vincenzo Calcara

Questa citazione di Papa Wojtyla, il Pontefice tanto caro a


Donna Agnese Borsellino, rappresenta il perfetto incipit per
avviare una storia nella “storia”, che a oggi è stata segretata
all’opinione pubblica per ragioni sconosciute, ma compren-
sibili: vale a dire la scabrosa ruvidezza dei suoi contenuti,
in grado di scuotere un intero Paese dalle fondamenta, e di
colmare dei vuoti storici non indifferenti.
Il principale attore è un personaggio fuori dal comune,
abbagliato prima dal “miracolo Paolo Borsellino” e succes-
sivamente dal “miracolo Agnese”, che ha di fatto reso la sua
vita, un capolavoro indiscusso.
Parliamo di Vincenzo Calcara, il sicario di Cosa Nostra
destinato ad armare la sua mano contro l’allora scomodo pro-
curatore capo di Marsala, Paolo Borsellino, il quale osava
sfidare temerariamente la Mafia.
Nato a Castelvetrano nel 1956, Vincenzo ha trascorso la
prima parte della sua vita a delinquere. In gergo mafioso,
Vincenzo era quello che si definisce uomo “riservato”.
Ancora giovanissimo si era legato al boss di Castelvetra-
no, Francesco Messina Denaro. Era uno dei suoi “soldati”.
Nel giro di breve tempo, per i meriti dimostrati sul campo,
gli furono assegnate missioni molto delicate, che lo portaro-
no a operare in stretta collaborazione con i vertici “deviati”
di Stato, Mafia, ‘Ndrangheta, Servizi Segreti, Massoneria e
Chiesa, ovvero le 5 Entità di cui per primo ha parlato nei suoi
memoriali.
È solo nell’agosto 2013 che il numero due al Senato, *Pie-
tro Grasso, ex magistrato antimafia, (la sua posizione in seno
all’antimafia è spesso stata assai controversa), ha confermato
l’esistenza delle 5 Entità, sostenendo con forza l’importanza
dei memoriali lasciati da Vincenzo Calcara.
A parlare di Entità è stato pure Walter Veltroni, che in
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un’intervista ad Anno Zero, ha affermato: “Esiste un’entità,
che ha guidato i principali eventi stragisti italiani, dal delitto
Moro a Ustica, avvalorando le tesi di Calcara.”
Il 1 aprile 2014 Antonio Ingroia, pupillo del Giudice, du-
rante il processo “Borsellino Quater”, ho sottolineato l’im-
portanza delle rivelazioni di Calcara.
Evidentemente i tempi sono cambiati: c’è chi è passato
a miglior vita, chi ha rassegnato le dimissioni, chi latita, chi
è stato isolato, chi rischia la galera. Sarà questa la ragione
dell’improvvisa sterzata?
Le ipotesi sono tante, ma la cosa più importante è che
questo potrebbe essere il primo passo verso un radicale cam-
biamento.
A dire il vero, se il primo a parlare di Entità è stato Vin-
cenzo Calcara, anche altri collaboratori in passato ne aveva-
no dato conferma, uno su tutti Buscetta. Peccato poi che ab-
biano ritrattato e che le loro parole siano state, per così dire,
pilotate sapientemente da chi aveva interesse a mantenere
occulte certe scabrose verità.
Quando si tocca questo argomento, Vincenzo si surriscal-
da “Nessuno mi ha voluto sentire, si sono basati sulle chiac-
chiere dei pentiti “venduti” io avevo fornito tante prove: loro
no!”
Per inciso, dopo la morte di Agnese Borsellino il 5 mag-
gio 2013, Vincenzo Calcara è stato sentito a Caltanissetta.
Poi aggiunge: “È vero che hanno contribuito alla verità,
ma solo in parte, in quello che conveniva a loro e loro vo-
gliono solo protezione e aiuti dello Stato. Uccidevano e poi
pisciavano sopra i cadaveri.”

Sarà forse merito del sottile ricatto dello Stato, che in


cambio di protezione chiede silenzio o saranno altre le mo-
tivazioni, non c’è dato di saperlo, ma questo è il dato di fatto
sconcertante.
Da allora, infatti, nessuno ha mai parlato di Entità, né
tantomeno ci si è degnati di approfondire la pur rilevante
21
questione con uno dei pochi collaboratori che ne aveva re-
almente voglia e lo avrebbe fatto con cognizione di causa,
considerato il fatto che l’uomo ha vissuto in primo piano au-
tentici “pezzi” di storia.
La sua storia ci parla di nomi dalla portata nazionale e in-
ternazionale quali: Andreotti, Marcinkus, Papa Luciani, Ali
Agca, Paolo Borsellino, Calvi, tanto per citarne alcuni eccel-
lenti. Non si tratta certo di manovalanza da quattro soldi!
L’importanza della testimonianza di Vincenzo Calcara
trova altresì valore e forza nel fatto che l’uomo è uscito vo-
lontariamente dal piano di protezione dello Stato e oggi vive
degli umili proventi della sua campagna, oltre a qualche aiu-
to da parte della famiglia Borsellino, che nel corso degli anni
non solo non lo ha mai abbandonato, ma ha fatto sì che la
sua conversione potesse essere iniettata alla società civile,
attraverso la partecipazione a eventi di grande spessore, tutti
legati all’antimafia.
“Nella mia condizione di diseredato, senza protezione, io
possiedo più degli altri: possiedo la libertà di parlare che gli
altri non hanno.”
Così mentre da una parte c’è chi consuma l’infido dono
dell’esistenza nell’omertà e nella corruzione del “magna
magna” collettivo, Vincenzo ha deciso di infrangere il muro
dell’ipocrita connivenza e sarà questo libro l’occasione per
rovesciare il vaso di Pandora definitivamente.
Grazie, infatti, alla pubblicazione dei suoi preziosi me-
moriali, che vi lasceranno totalmente sbalorditi, è stato pos-
sibile chiarire alcuni tra gli aspetti più oscuri che hanno ca-
ratterizzato la nostra Repubblica durante il periodo stragista.
Andando a ritroso, si farà chiarezza sul fenomeno mafioso a
partire dall’Unità d’Italia, periodo in cui possiamo collocare
la nascita del sodalizio con altre Entità che hanno “deciso”
la storia e gli equilibri, a livello globale. “Cavour fu il primo
massone d’Italia” afferma Vincenzo. “Napoleone, Cavour e
Garibaldi intervennero in Italia durante il Risorgimento.”

22
Ora, se da una parte lo Stato si è collocato con la sua ve-
ste pulita, le dichiarazioni di Vincenzo fanno emergere le fal-
sità propinate per oltre 20 anni e la discrepanza fra due Stati,
come fossero due mondi in conflitto senza possibilità di tre-
gua. Questo doppio Stato, ha alimentato nel corso degli anni
un caparbio inganno e ha generato spargimento di sangue
innocente, rafforzato da un silenzio, che come atto di fede, ha
impedito a chi sapeva di portare alla luce le “verità”, in nome
dell’irragionevole ebbra simbiosi chiamata “Ragione di Sta-
to”, che sacrifica la verità e ipoteca ogni cambiamento. In
questa sede troverete un intreccio di situazioni in cui, come
fosse un fiume carsico, emergono o si inabissano le testimo-
nianze di inquisiti, giudici, faccendieri, uomini dei servizi
segreti, Maestri Venerabili, massoni, spie e spiati, mafiosi,
uomini di Chiesa, reclutatori e reclutati.
A squarciare il velo del silenzio è stato appunto Vincenzo
Calcara, uno dei pochi pentiti “veri” che, a dispetto della
sua incolumità, ha sempre cercato di anteporre la Verità alla
menzogna. Anche perché spesso la sola definizione “penti-
to” è totalmente antifrastica rispetto al suo significato (al-
meno nelle intenzioni), come fosse una specie di contenitore
inondato di rifiuti tossici di ogni genere. Nel corso degli anni
Vincenzo ha maturato un’intima e duplice conversione che
lo ha portato a ripudiare la mafia intimamente, e lottare ogni
giorno della sua vita per i principi opposti a essa. Si tratta di
una duplice conversione: una operata in nome della giustizia;
l’altra assolutamente intima.
La prima è scaturita dal naturale sentimento di paura, a
seguito dell’allontanamento volontario da Cosa Nostra e dal
rifiuto di portare a termine l’omicidio del giudice Paolo Bor-
sellino. La seconda è nata spontaneamente dopo la strage di
Via D’Amelio, grazie alla profonda analisi introspettiva che
lo ha definitivamente cambiato. “Mi ero reso conto che la
Mafia mi aveva usato. Tutti devono avere la verità davanti
agli occhi e soprattutto la possibilità di capire e io posso aiu-
tarli, perché conosco certi fatti.”
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Come mai il soldato di Francesco Messina Denaro si è
pentito? Come mai l’uomo scelto per uccidere lo scomodo
procuratore di Marsala, ha deciso di sottrarsi alla ragnatela
della Piovra?
Tutte queste e altre domande saranno pienamente sod-
disfatte nel corso della lettura. Quel che è certo è che “il
miracolo” è stato opera di un vero “uomo d’onore”, come
ama definirlo Vincenzo: Paolo Borsellino che attraverso il
suo coerente esempio, le parole e lo sguardo fermo come una
roccia, ha aiutato maieuticamente Vincenzo a tirare fuori la
parte più limpida della sua straordinaria essenza, portandolo
a rinunciare pienamente al male. Il miracolo è stato portato
avanti successivamente dalla dolce “Donna Agnese” moglie
di Paolo, che ne ha consolidato le fondamenta con amore e
abnegazione totale.
Vincenzo non ha terminato gli studi superiori, si è fer-
mato al quarto anno dell’istituto per geometra e si definisce
un “uomo ignorante” (anche se ride sotto i baffi). In realtà
la naturale intelligenza, la curiosità intellettiva e i racconti
di concreto vissuto con cui ci delizia, misti a sprazzi di pura
filosofia, o ascessi d’invereconda ira, quando si disonora il
nome della famiglia Borsellino, rivelano un uomo di spessore
e levatura non indifferente. Quando parla della sua “seconda
famiglia”, s’illumina d’immenso e non ha timore di lanciare
il guanto di sfida.
Anche durante i processi Vincenzo è una vera forza della
natura, un animale pronto a sfidare e aggirare tutti i tranelli
legali tesi dall’accusa e con il suo fare fiero e sprezzante rie-
sce a mettere in ginocchio chiunque. È un uomo passionale,
istintivo e simpatico. L’unico difetto: le donne. Saranno loro
le “affabulatrici”, le uniche a irretirlo grazie al profumo sotti-
le della seduzione cui Vincenzo proprio non riesce a sottrarsi
“mi fanno salire il sangue al cervello.”
“Certe istituzioni, sono state istituite per ingannare la
luce” dice Vincenzo. Sì perché tra i due mondi paralleli, in
24
cui legalità e male corrono sul filo di lana, sembra che il ca-
parbio inganno delle Istituzioni marce sia destinato a seppel-
lire tutto il bene che resta fuori dai suoi nefasti confini.
Quando parla, emergono tutte le contraddizioni del suo
carattere: è un prepotente e sentimentale, aggressivo e dol-
ce, religioso ma ha fatto in passato della religione ipoteca di
morte; è un uomo solare, estremamente solare e passionale
come ogni uomo del Sud, ma soprattutto ha coraggio da ven-
dere. “Mi piace rivolgermi a un uomo senza tremare.”
Vincenzo, “il bandito elegante” è divenuto “un’icona”
dell’antimafia per eccellenza, ma il suo nome resta ancora
troppo spesso confinato nel sottobosco dell’associazionismo,
nel calderone “embrionale” della rete in cui circolano libe-
re informazioni. Eppure rappresenta il mirabile connubio di
pentimento e devozione pura, speranza e coraggio. Un vero
esempio per le generazioni future e la società civile, tuttora
tiepide, che non riescono a sortire dal grigiore di una stagio-
ne troppo lunga e tristemente intrisa di sangue e di silenzio
fracido e infecondo.

*Note
Nel 2001 Pietro Grasso, il reggente della Procura Antimafia, riuscì
ad archiviare una grossa parte dell’inchiesta nominata “Sistemi crimina-
li” sui rapporti tra le Entità nei mesi delle stragi del 92-93.

25
Il contatto

Mi sono avvicinata casualmente alla figura di Vincenzo,


grazie a un contatto Facebook, che ne pubblicò i memoriali.
Non lo conoscevo e non conoscevo la sua storia, ma appe-
na lessi il contenuto dei suddetti memoriali ne rimasi rapita
ed estasiata e in me maturò il vivo desiderio di condividerli
con il mondo.
Era impossibile, infatti, che essi rimanessero racchiusi
nella ristretta cerchia di proseliti, nel cenacolo di noi fedeli
alla memoria di Paolo Borsellino.
La loro bellezza e la forza intrinseca del loro messaggio
hanno infatti valenza universale e non si possono relegare in
un angusto spazio temporale.
Ho studiato a lungo la storia di Vincenzo, l’ho inseguito,
ho sbirciato con ossessionante spirito investigativo (lui mi
dice che ho il piglio di una poliziotta), i blog e tutto ciò che
potesse contenere indizi utili ai fini dell’identificazione di
quest’uomo; ho parlato con amici del gruppo “Vincenzo Cal-
cara, le mie Verità”, poi finalmente un giorno, Vincenzo mi
invia una richiesta d’amicizia.
Chissà come mai! Io avevo provato più volte a chiederla a
lui, ma aveva raggiunto il limite massimo delle amicizie.
Forse però è intervenuto il destino o forse la misterio-
sa incognita, chiamata coincidenza che ultimamente sembra
volermi seguire passo passo in tutti gli avvenimenti cruciali
della mia vita.
La coincidenza, sì me la trovo dietro le spalle, pare quasi
di poterla sentire mentre mi giro di scatto per vedere se è die-
tro di me. Sono certa che qualcuno dall’alto mi voglia inve-
stire di un compito nettamente superiore alle mie possibilità
e per questo che, come gli antichi si rivolgevano alle Muse
per avere un’ispirazione, io mi rivolgo a lei perché delinei il
quadro deciso proprio dal fattore X.
26
Dopo aver superato il blocco iniziale, decido di contattare
Vincenzo perché mi piacerebbe che mi rilasciasse un’inter-
vista, però il fattore X, mi spinge a osare di più e dico all’ex
Killer che mi piacerebbe scrivere un libro sulla sua vita.
Vincenzo vuole sentire la mia voce, forse non si fida o
forse anche lui come me si lascia guidare dal mio stesso fat-
tore X. Ancora una volta per una strana coincidenza, arrivo
in anticipo e Vincenzo rassicurato dalle mie parole, dai miei
sentimenti, manda al diavolo gli altri “pretendenti” e decide
di affidarmi questo delicato compito, previa autorizzazione di
Manfredi Borsellino, “il discolo” figlio di Paolo e Agnese ed
erede designato da noi commilitoni, come degno successore
dei valori trasmessi dai genitori.
Vincenzo vuole che Manfredi sia informato e che ci aiu-
ti e ci consigli, come un moderno Virgilio, durante tutto il
processo di stesura del libro, affinché la memoria di Paolo e
Agnese venga esaltata e rispettata.
Io ho da subito assicurato di voler mettere a disposizione
la mia penna e il mio amore sincero per la famiglia Borsellino,
non m’interessano né gli onori della cronaca, né tantomeno il
denaro: esalto da sempre la bellezza della povertà materiale
così come la ricchezza dei sentimenti e dei valori.
Questa mia affermazione è stata la chiave che ha fatto
breccia nel cuore dei miei amici e confido nella presenza di
una mano invisibile che mi dia la giusta ispirazione affinché
i fatti narrati e la bellezza del messaggio siano l’avamposto di
una storia in evoluzione ed espansione che abbia un effetto
domino sugli animi nobili.

Che coincidenza: Io sarei dovuta andare a Palermo per i


tre giorni della commemorazione della strage di Via D’Ame-
lio. Sognavo già quei giorni, sognavo di abbracciare i miei
amici, molti di essi virtuali, sognavo di abbracciare il mio
adoratissimo “fratello” Manfredi, invece mio padre, malato
da diverso tempo, decide di aggravarsi alla vigilia della par-
tenza.
27
Mentre lotta tra la vita e la morte, incosciente e intubato,
al reparto di rianimazione del Policlinico Gemelli, gli dico
che non sono partita e gli scandisco le giornate parlando del-
la mia famiglia “adottiva” a Palermo “Papà oggi è il 18 Lu-
glio”, lui non sente o forse sì.
Il 19 luglio si aggrava, va in coma e io penso che forse ha
deciso di “omaggiarmi” scegliendo di lasciare questo mondo
proprio lo stesso giorno del mio adorato Paolo “Papà oggi è il
19, io sono a Roma, non sono partita”.
Lui sta malissimo, nonostante il coma risponde a certi
miei comandi, strizza gli occhi se glielo chiedo. È in coma,
non ha la forza di fare nulla, non so se quei gesti sono frutto
di una casualità o davvero ha percepito che gli sto accanto.
Papà decide di morire il 21 luglio, giorno in cui sarei ri-
entrata da Palermo: anche questa è una coincidenza.

Dedico questo libro a quattro uomini fondamentali: mio


Papà Roberto, Paolo Borsellino, Vincenzo Calcara e Manfre-
di Borsellino. Lo dedico inoltre a Salvatore Borsellino, Luigi
Furitano, che definisce la nostra amicizia “un patto ottocen-
tesco fra galantuomini”, a Lucia e Fiammetta Borsellino e
ai nostri figli, i “continuatori” che spero siano in grado di
raccogliere i frutti del nostro insegnamento.
Dalla morte di papà, ho instaurato con Vincenzo uno stra-
no rapporto “filiale” (cosa che lo fa simpaticamente irritare
perché differiamo solo 15 anni) e sebbene si tratti di figure
diametralmente opposte, sentirlo tutti i giorni per la stesura
del libro, mi dà l’impressione che ci sia una certa continuità
affettiva: mi sto aggrappando a lui, alla sua dolcezza, alla sua
forza, al suo coraggio e al suo cuore.
Con questo lavoro sono consapevole di inoltrarmi in un
campo minato, eppure documenti e prove fornite dal “mio
confidente”, come ama definirsi Vincenzo, sono tutt’altro che
approssimativi. Io sono la penna, un’osservatrice informata
dei fatti, lui è la memoria che descrive con acribia ogni sin-
gola circostanza.
28
I contenuti dei Memoriali di Vincenzo danno corpo alle
numerose tesi complottistiche ipotizzate e mai del tutto com-
provate dalla Storia e ci forniscono un quadro agghiacciante
del panorama nazionale e internazionale.
Non so come reagiranno i lettori, né se saranno abbastan-
za ricettivi da raccogliere e introiettare i contenuti dei Me-
moriali di Vincenzo.
Preciso soltanto che tutti i riferimenti e le minuziose ri-
costruzioni sono riscontrabili dalle carte processuali e certi-
ficati dalle sentenze.
Io sono rimasta colpita non solo dalle controversie del
personaggio Vincenzo, quanto dall’accurata documentazione
da lui esibita, che lontano dall’essere una rassegna di pampl-
hetistica faziosa, rappresenta una preziosa testimonianza.
Il mio tentativo è proprio quello di mettere a fuoco le mol-
teplici sfaccettature dei due personaggi e il rapporto esplicito
che li lega come uomini all’interno di una storia reale e dare
voce diretta ai personaggi, senza mediazioni di sorta.
Il linguaggio usato è altrettanto vario ho infatti voluto
mantenere integri i memoriali e i racconti di Vincenzo, in
tutta la loro fiera bellezza, senza toccare la freschezza della
dialogica di “strada” o le espressioni dialettali “italianizzate”
evitando la pericolosa contaminazione della prosa letteraria.
Si tratta di un uso “verghiano” del dialetto che porta qua-
si il lettore a “regredire” e vivere in prima persona i fatti
narrati, in maniera totalmente partecipe.
Il libro guarda il racconto dall’interno, è sì una ricostru-
zione storica, frutto tuttavia di uno sguardo non obiettivo, ma
si tratta quasi di un’imperterrita dichiarazione d’amore nei
confronti di chi ha lottato e lotta ancora oggi per estirpare il
“cancro mafioso” che attanaglia il Paese. Il “fardello” che
devo invece sopportare nel mio lavoro di scrittrice è quello di
recuperare fatti storici, talora ignorati, talora rimossi forza di
causa maggiore, se non addirittura adulterati nella memoria
collettiva “ufficiale” e sottrarmi alla tentazione di restare pa-
ralizzata dalla miniera di informazioni, quasi potessi essere
29
vittima di una sorta di sindrome di Sthendal che m’impedisce
ogni cosa.
Il libro altresì, ricostruisce fatti reali senza equivoci o
fraintendimenti e soprattutto senza censure rendendo nota
una storia assolutamente straordinaria e nascosta ai più per
“ovvi” motivi legati all’impatto che certe informazioni scioc-
canti potrebbero suscitare.
Io stessa, man mano che leggevo i racconti e i documenti
che mi mandava Vincenzo, restavo attonita, incredula e fra-
stornata per il peso delle notizie e chiedevo continuamente
conferma circa persone e fatti indicati. Vincenzo mi rispon-
deva “Ti consiglio di rileggere attentamente”. “Io ho letto at-
tentamente, ma davvero stai parlando di Andreotti? E Paolo
VI e Marcinkus e Ali Agca ecc?” Stentavo a credere ai miei
occhi!
“Vincenzo ma che cosa combinavi?” e lui “Nulla, sono
una persona normale.”

30
Si ama ciò che non ci piace per poterlo cambiare
Paolo Borsellino

31
I Memoriali di Vincenzo Calcara e le Entità

“Non sono più Vincenzo di allora, ma Vincenzo di oggi”.


Quel dannato 19 luglio 1992 mi trovavo in un albergo di
lusso a Marino, vicino a Roma. Il Dott. Borsellino mi aveva
affidato all’Alto Commissario Antimafia Finocchiaro e vive-
vo blindato tra i lussi dell’hotel più esclusivo della zona. Il
giudice conosceva dettagliatamente le mie abitudini: sapeva
che mi piaceva la bella vita, che ero sempre pieno di soldi
e che per me sarebbe stato un sacrificio incommensurabile
rinunciare anche al più insignificante agio derivante dall’es-
sere “mafioso” eppure mi disse “vai a Roma, te lo meriti.” Ci
rimasi un mese.
Potevo girare liberamente in Hotel e ogni volta che ne
avevo voglia, mi ristoravo con un bel bagno in piscina o mi
rilassavo sulle eleganti panche in stile liberty poste sotto il
pergolato, mentre sorseggiavo un buon Frascati. Sì perché il
Dott. Borsellino ci teneva che stessi bene, lo Stato tuttavia
spendeva tanti, troppi soldi per me: credo di essere costato
oltre 60 milioni in un mese di permanenza all’Hotel di Mari-
no. Addirittura ero scortato 24 ore su 24, da 16 poliziotti che
si davano il cambio e a dire il vero mi sentivo un po’ in colpa
per questo trattamento di riguardo. In fondo non ero che un
collaboratore di giustizia, che aveva collezionato condanne
per reati di varia natura e che avrebbe dovuto uccidere il
giudice antimafia più famoso del mondo. Non ero di certo un
eroe. Non ero un crocerossino, né un missionario, né un car-
diochirurgo! Mi sembrava quasi un controsenso, l’aver vis-
suto da delinquente ed essere premiato dallo Stato in quella
maniera.
Certo, le mie rivelazioni sarebbero state utili al Paese,
ma quel briciolo di morale e dignità che mi erano rimasti, mi
sussurravano che tutto sommato stavo accampando privilegi
32
che non sarebbero dovuti spettare a me. Questi sentimenti
tuttavia rimasero latenti in me, che ero pur sempre combattu-
to dal dualismo morale “prendere o lasciare” e così continuai
a restare sospeso nell’eterno limbo, che mi poneva come una
creatura di mezzo, né carne né pesce; né santo né delinquen-
te, odiato dalla mafia e in fondo non amato dalle Istituzioni.
Come accennato, quando accettai di entrare nel piano di
protezione, un collaboratore di giustizia costava allo stato mi-
liardi, fra appartamenti, scorta e tutti i benefit del caso che
farebbero gola a qualsiasi essere umano, tanto che all’epoca
ci fu una vera e propria esplosione del cosiddetto pentitismo,
generato più dalla convenienza che dalla reale conversione.
La maggior parte dei pentiti, infatti, collaborava e colla-
bora per opportunismo e interesse. C’è tuttavia un rovescio
della medaglia che a me personalmente non è mai piaciu-
to. Quando sei sotto il programma di protezione sei bloccato
in tutto. Non puoi parlare, non puoi rilasciare interviste, sei
praticamente prigioniero. Il punto è che fa comodo pure alle
istituzioni deviate avvalersi di un pentito/pappagallo oppor-
tunamente ammaestrato, che parli solo quando e come vo-
gliono Lor Signori dei piani alti. Così dopo gli eventi luttuosi
che hanno portato alla morte del Dott. Borsellino, ho scelto di
uscire dal programma e adesso sono libero.
Ma torniamo a quel giorno, quel dannatissimo 19 Luglio.
Come ogni pomeriggio, mi ero sdraiato comodamente sul
divano. Poi verso le 15,30/16,00 dopo aver guardato la tv mi
ero addormentato. All’improvviso (non dico lo giuro, perché
non giuro mai, ma credetemi in nome dei miei figli, della mia
stessa vita e del mio onore) mi sono svegliato di colpo e ho
acceso la tv 5 minuti prima che parlasse della strage. Sentivo
una strana “angoscia” Nella mia vita, mi sono salvato tante
volte grazie alla mia sensitività naturale, quella che appunto
definisco “angoscia”, che a volte mi attanaglia inspiegabil-
mente e che si placa solo a dramma avvenuto. Sullo schermo
scorrevano le immagini della strage di Via D’Amelio! Mi sem-
brava si trattasse di un film di fantascienza, non ci credevo,
33
non realizzavo, non sapevo se ridere di una risata isterica o
piangere, fatto sta che scuotevo la testa nervosamente, come
se quel gesto reiterato potesse scacciare la visione dell’orrore
che mi si presentava davanti agli occhi. Provai a cambiare
canale, ma vedevo la stessa identica scena di guerra e morte
dovunque. Le immagini erano sempre le stesse, trasmesse a
ripetizione come un mantra. Oddio che strazio. Avrei voluto
sbattere la testa al muro, invece mi limitai ad accendere una
sigaretta dietro l’altra, mentre mi asciugavo la fronte bagnata
di sudore ghiacciato. Era l’ennesima manciata di martiri, vit-
time di mafia, non si contavano più...
In quelle maledette ore il tempo si era improvvisamente
fermato. Mi sentivo smarrito, addolorato in ogni particella del
mio essere e le lacrime correvano da sole sulle mie guance
rendendole calde come fuoco. Ancora oggi quando parlo del
Dott. Paolo Borsellino mi rabbuio, soffro di dolore e di rabbia
perché lo AMAVO davvero. Morirò di rabbia per la sua morte
e pure Gesù Cristo si è arrabbiato. La rabbia di uno che ama
non è censurabile, mai! Eppure qualcuno l’ha rimosso e io
non l’accetto.
Oggi dico con convinzione e con la consapevolezza che
le mie parole potranno avere, che la strage di Via D’Amelio
è stata un’esecuzione ordinata dalle alte sfere ed eseguita da
più persone.

Dopo l’incredulità iniziale, subentrarono in me un senso


di amara tristezza e sconsolante impotenza. Il mondo mi era
crollato addosso e all’improvviso avevo la sensazione di esse-
re pericolosamente solo. Il Dott. Borsellino era infatti la mia
ultima ancora di salvezza e oltre al dolore per l’affetto che
provavo, ero convinto di non avere più protezione alcuna, né
certezza per il mio futuro prossimo.
Lo avevo sentito 24 ore prima, pazzesco!
Ricordo che il 25 giugno aveva firmato la sua definitiva
condanna a morte, durante una conferenza stampa alla Bi-
blioteca di Palermo. Era mesto e fermo come non mai e con
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la voce rotta dalla commozione mista alla consapevolezza di
essere rimasto solo, pronunciò un discorso che lasciò tutti
interdetti, a cominciare da Donna Agnese, la dolcissima mo-
glie, la quale seguendo da casa, cominciò a balbettare “È
morto, è morto, se parla così, lo ammazzano.”
Lui parlava di Falcone e accusava lo Stato, il Paese, la
magistratura, il Csm affermando che qualche Giuda lo aveva
tradito. Anch’io lo avevo seguito ed ero rimasto sconvolto.
Ogni volta che ci telefonavamo, gli ripetevo: “Mi raccoman-
do Dott. Borsellino, sento puzza di bruciato.” e lui puntuale
mi rispondeva: “Tu sta tranquillo e sta sereno.” lui faceva
coraggio a me! Dopo il 25 giugno, le sue parole, almeno nei
contenuti, furono sempre le stesse, ma la voce no! Era triste,
cupa, era la voce di un condannato a morte, consapevole che
il boia lo aspettasse impietosamente dietro l’angolo. Era solo
questione di tempo, poco tempo, anzi troppo poco perché riu-
scisse a fare scacco al Re. Il giudice aveva capito di aver pro-
vocato diffidenze e incomprensioni fra i colleghi e di essere
sempre più delegittimato nel suo delicato operato.
Avrei dovuto incontrarlo per parlargli di una serie di di-
chiarazioni che aveva già trascritto sull’agenda rossa. Gli ar-
gomenti chiave erano: il viaggio in Calabria con i kalashni-
kov per conto della famiglia Nirta di San Luca; le 5 Entità,
l’attentato al Papa a Piazza S. Pietro, il caso Andreotti, lo
IOR di Marcinkus, i servizi segreti deviati e altre faccende di
grossa importanza. Adesso che l’avevano fatto fuori, con chi
avrei potuto parlare? Di chi mi sarei dovuto fidare? Non avrei
mai avuto risposta piena ai miei interrogativi.

La tragedia si era appena consumata e non c’era la ben-


ché minima possibilità di fermare gli eventi. Rimasi immo-
bile e paralizzato davanti alla tv come uno zombie in stato di
trance per tutto il giorno, ignorando i poliziotti e tutto quello
che mi circondava, mentre il senso tragico della realtà pren-
deva il sopravvento. Quando i miei sorveglianti bussavano,
inveivo con rabbia animalesca, battendo i pugni sul tavolo:
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“Lasciatemi stare, non mi disturbate fino a domani, voglio
restare solo. Non avete capito che hanno ammazzato Paolo
Borsellino?” Decisi addirittura di non mangiare e bere fino
al giorno successivo, intrappolato com’ero in quell’insolito
“taedium vitae”. Poi mi sdraiai sul letto e iniziai a guardare
il soffitto, fino quasi a bucarlo. Realizzai che il sogno stava
perdendo i suoi colori, le sue sfumature e stava lasciando
il posto alla realtà dolorosa, che mi paralizzava lasciandomi
quasi agonizzante. Stranamente però non avevo paura, anzi
addirittura cominciavo a ridere istericamente perché d’un
tratto mi sentivo libero, anzi liberissimo. “Dopotutto...” mi
dicevo “cosa può esserci di tanto tragico nel morire? Io sono
un uomo piccolo piccolo, nu picciotto di Castelvetrano che ha
peccato e fatto solo casini. Se muoio io, forse me lo merito,
almeno ti raggiungo con felicità.”
Io avrei dovuto uccidere Paolo Borsellino mesi prima, ma
avevo deciso di non farlo e gli avevo salvato la vita, anche a
costo di mettere a repentaglio la mia. Francesco Messina De-
naro, il capo dei capi, mi aveva affidato l’incarico di stenderlo
una volta per tutte. Doveva morire o con il fucile ad alta pre-
cisione o con l’autobomba. Noi del clan di Castelvetrano, non
eravamo certo dei semplici artigiani della morte, così aveva-
mo pianificato scrupolosamente le due varianti dell’attentato.
Nel primo caso Matteo Messina Denaro, figlio di Francesco
mi avrebbe coperto; nel secondo caso io avrei dovuto fare da
copertura a lui mentre premeva il telecomando. Matteo ed io
eravamo amici. Lui è il responsabile delle stragi di Firenze in
via dei Georgofili, dell’attentato fallito allo Stadio Olimpico,
del tentato attentato a Costanzo, della morte di Dalla Chiesa
per cui condannato all’ergastolo, ancora latitante.
Bisognava aspettare solo il benestare di Riina e Proven-
zano. Ricordo che Riina diceva “bisogna fare la guerra per
fare la pace” e la guerra non è tale se non ci scappa il morto.
Adesso il morto c’era scappato per la gioia di Cosa Nostra,
che poteva così sbandierare il suo potere e dettare legge.
Paolo Borsellino era una di quelle morti eccellenti che fa
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prestigio nel pallottoliere della Piovra.
Adesso era tutto finito, nonostante il mio tentativo, il mio
pentimento e l’autoaccusa, per la quale si erano aggiunti alla
mia pena altri due anni (concorso in associazione mafiosa),
Paolo Borsellino era morto. Non lo accettavo e ancora non lo
accetto!
In quel momento, la conversione che mi aveva portato
al pentimento, assunse delle sfumature nuove. Inizialmente
infatti era dettata da uno spirito oltre che di stima, anche di
convenienza (ero certo che la mafia mi avrebbe ucciso), im-
provvisamente tuttavia cominciò a elevarsi e svilupparsi in
modo assolutamente puro. Dopo lo shock iniziale, cominciai
a riflettere sulla mia vita e sugli errori passati e mi sembra-
va di vederla scorrere come una carrellata cinematografica,
dall’infanzia fino a quel giorno. “Chi sono io?” Pensavo a mia
mamma, a mio padre, ai miei fratelli, alla mia vita a Castel-
vetrano e alle mille malefatte. Ero lontano da Palermo e avrei
voluto esserci in quel momento per aggrapparmi a quel che
restava del mio amico Paolo, ma non potevo e ciò mi rendeva
ancora più impotente.

Cosa sta succedendo a Palermo?


Scene da Blitz Krieg, la guerra lampo.

19 luglio 1992. Siamo a Palermo in Via Mariano D’Ame-


lio, eppure sembra di essere nella routine di una Kabul asse-
diata dalle bombe. A Kabul c’è la guerra, a Palermo invece la
guerra vuole colpire solo le persone che credono di combat-
tere le Mafie con la legalità. In Via D’Amelio infatti non sono
state sganciate bombe con l’obiettivo di mettere in ginocchio
una nazione: il tritolo è stato piazzato per far tacere un uomo,
un singolo uomo coraggioso, che non ammette il ricatto pre-
potente di chi in quegli anni, tiene in pugno un intero Pae-
se in maniera sottile e alquanto subdola. Il 19 luglio è stato
assassinato uno dei più potenti giudici antimafia del mondo:
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Paolo Borsellino.
La scena che si apre agli occhi dei presenti è devastante e
cruenta e si resta attoniti nel constatare con quanta arbitraria
violenza sia stata condotta la strage dei poveri martiri moder-
ni. Oltre a Paolo Borsellino, muoiono il caposcorta Agostino
Catalano e gli agenti Emanuela Loi (prima donna a far parte
di una scorta e a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Wal-
ter Eddie Cosina e Claudio Traina. L’unico sopravvissuto è
Antonino Vullo.
A causare l’esplosione è stata una Fiat 126 contenente
circa 100 chilogrammi di tritolo, che era stata già notata i
giorni precedenti. A premere il radiocomando invece è qual-
cuno che risponde ai comandi delle 5 Entità.
C’è odore di morte ovunque in quella lunga maledetta
strada dove l’asfalto bolle sotto il sole di luglio. Ci sono ruderi
fumanti di auto distrutte dalla potente deflagrazione, allarmi
d’antifurto impazziti, colonne di fumo grigio che quasi copro-
no la vista e le solite persone che non resistono alla curiosità,
attratte come sono dall’immancabile gusto per il macabro.
Le facciate delle palazzine sono totalmente danneggiate,
mentre un monte di calcinacci bianchi tra i rottami sparsi,
quasi impediscono il passaggio. Poi c’è un dispiegamento di
forze dell’ordine provenienti da tutti i reparti. Gli uomini si
chiamano tra di loro e gridano ordini che nella concitazione
del momento sembrano solo rumori indistinti e ovattati che
si accavallano “Generale, Generale!!!” Le pantere corrono
a sirene spiegate, seguite dalle macchine dei pompieri che
arrivano di corsa, facendo vuoto tra la folla e si fermano di
fianco alle altre vetture arrivate sul posto. I militari di corsa
cercano di spegnere ogni focolaio d’incendio, ma sembrano
anche loro impantanati e quasi stentano a capire le priorità,
tanta è la devastazione. Sopra le macerie e in mezzo a quel
polverone macabro e raccapricciante, lavorano intanto le gru
dei pompieri e dozzine di uomini cercano di portare aiuto o
quanto meno di sgomberare la zona, per quello che riesco-
no a intravedere, attraverso un’aria resa sempre più buia dal
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fumo. C’è chi corre lungo la via, chi fugge come se volesse
rimuovere in fretta la vista dell’orrida scena, chi allontana i
curiosi e i soliti reporter improvvisati, che come falchi cer-
cano di catturare il primo fermo immagine “Che cosa c’è da
filmare?” grida un poliziotto “Ci sono corpi mutilati, ma che
vuole filmare?”
Sembra un calvario senza possibilità di resurrezione.
Ovunque ci sono resti umani sparpagliati sull’asfalto, fetore
di morte misto alla polvere esplosiva, pezzi di arti e di corpi
riversi nel sangue, parti carbonizzate. Di Paolo Borsellino re-
sta solo il tronco. Nel viso è impresso uno strano sorriso. Lui
non ha paura neanche davanti alla morte, lo diceva spesso
“chi non ha paura muore una volta sola”. Dell’agenda rossa,
scrigno di tutti i segreti capaci di scandagliare e sovvertire gli
equilibri mafiosi, non c’è traccia. Qualche militare improvvi-
sa un cordone, per mantenere a distanza la folla di curiosi
attratti dal macabro spettacolo e il lavoro prosegue. Sopra il
cielo luttuoso di Palermo intanto gli elicotteri sorvolano la
città, facendo sempre la stessa spirale, mentre l’urlo inces-
sante delle sirene rende ancora più intensa la tragedia appe-
na consumata. I militari sembrano scioccati per la reiterata
strage, avvenuta dopo solo 55 giorni da quella di Capaci in
cui perse la vita il giudice Giovanni Falcone. Sono increduli
e rassegnati. Falcone e Borsellino erano i nemici principali
da eliminare.
Intanto gli abitanti di Via D’Amelio vengono fatti allonta-
nare in fretta e furia. Un uomo tiene per mano una donna che
sembra in trance, mentre si guarda intorno per capirci qual-
cosa. Alcuni di loro urlano “i mmazzarru” altri si avvicinano
alle macerie, altri ancora piangono, temono forse che lo spa-
valdo atto di forza possa incidere pesantemente sul futuro del
Paese? Certo che se si arriva a determinare la morte violenta
dei suoi più strenui difensori, ogni speranza sembra svanire.
Arriva anche Manfredi Borsellino, il figlio del giudice assas-
sinato, che vorrebbe aprirsi un passo tra la calca ondeggiante
di uomini, accorsi sul posto per salvare il salvabile.
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A lui viene negato l’accesso “all’area rossa” in cui giac-
ciono corpi malamente coperti da un velo pietoso. Viene con-
dotto in ospedale, dove poco dopo lo raggiungerà la madre.
Quel giorno la sua vita cambierà.
Cosa ci faceva Paolo Borsellino in Via D’Amelio?
In Via D’Amelio vive l’anziana madre del giudice Paolo
Borsellino, all’epoca Procuratore della Repubblica a Marsa-
la. Hanno aspettato che suonasse al campanello della sua
abitazione per attivare il telecomando. È lui lo scomodo ber-
saglio e anche stavolta le “Mafie”, non la mafia (essa da sola
ha il potere di decidere sui localismi ed è una pura fornitrice
di manovalanza), hanno scoccato la freccia e colpito il centro,
quel cerchio giallo come il pericolo. Le Mafie hanno deciso
di colpire anche i cerchi rossi del bersaglio: gli angeli della
scorta, anime che hanno scelto per professione e “missione”
di salvare la vita a quello scomodo cerchio giallo. Le mafie
hanno scavalcato ogni ostacolo che le impedivano il cam-
mino e non si sono poste il problema di fare i conti con l’ira
funesta della società civile. Del resto per loro, “machiavel-
licamente” il fine giustifica i mezzi e non esistono né pietà,
né sconti di sorta di fronte a certe questioni. Peccato che non
abbiano voluto ascoltare uno dei profetici aforismi di Bernar-
do Provenzano: “Se si vuole uccidere un uomo che diventa
più pericoloso da morto, meglio non ucciderlo.”

Così è stato. Sono passati ventuno anni, è cambiata una


Repubblica, ma le idee e la memoria di Paolo Borsellino
sono sorgente di acqua viva. La sua eredità morale e cultura-
le non moriranno mai. La sua professionalità, la sua libertà,
il fecondo lascito di un uomo desideroso di combattere con la
legalità i germi della violenza, sono macigni impossibili da
spostare fino a quando esisterà al mondo anche una singola
persona disposta a lottare per la verità.

Sul luogo della mattanza arriva pure un poliziotto, tra-


sferito alcuni mesi prima alla questura di Firenze per la sua
40
collusione con certi spacciatori di droga; infine si presenta
l’allora capitano dell’Arma dei Carabinieri, Arcangioli.
L’uomo viene filmato mentre si allontana e percorre tutta
via D’Amelio con in mano la borsa di Paolo Borsellino, (con-
tenente l’agenda rossa), appena estratta dai resti della Fiat
Croma blindata nella quale sedeva il giudice qualche istante
prima dell’esplosione.
A pensarci bene, c’è qualcosa di strano, perverso e dia-
bolico nella dinamica dell’attentato. Qualcuno non ha fatto il
suo dovere, ma perché?
Perché quella strada, che ha la forma di un imbuto na-
turale, non è stata transennata, visto che il giudice era solito
frequentarla? Gli agenti della scorta riferiscono che la via
era pericolosa ed era stato chiesto di procedere preventiva-
mente a una rimozione dei veicoli parcheggiati davanti alla
casa, ma come dichiarato da Antonino Caponnetto durante
un’intervista, la richiesta venne semplicemente glissata dal
Comune di Palermo.
Allora perché ci sono così tante macchine?
Perché chi doveva fare immediato rapporto e riferire, non
l’ha fatto? Non sarebbe stato il caso di aprire un procedi-
mento per inettitudine contro i responsabili di tali omissio-
ni, volontarie o involontarie, giusto per accertarne almeno la
natura?
C’era forse un piano deliberatamente architettato a tavoli-
no con Cosa Nostra, per far sì che tutte le forze convergessero
unite nell’insabbiare le prove che avrebbero potuto svelarne
dinamiche e protagonisti?
Perché dobbiamo convivere per forza con il terrorismo
omicida e con l’omertà di chi nasconde le cose? Perché que-
sto imbarbarimento? Io non trovavo risposte alle mie doman-
de, o per lo meno, le trovavo ma capivo che ancora una volta
la giustizia era stata sopraffatta dalle forze occulte nascoste
nel seno stesso dello Stato. In altre occasioni avevo palesato
il mio pensiero e le mie verità, ma in quel momento mi sen-
tivo tradito da me stesso, perché le mie parole, le mie ester-
41
nazioni e le mie stesse azioni, non erano riuscite a salvare la
vita al mio amico giudice.

Note
Nel luglio 2007 la Procura di Caltanissetta ha aperto un fascicolo per
scoprire se nella strage sono coinvolte anche persone legate agli apparati
deviati del SISDE, del resto le intercettazioni erano partite dal castello
dell’Utveggio, struttura presso cui si riunivano esponenti dei servizi se-
greti, legati a Bruno Contrada, nei pressi del Monte Pellegrino, giusto alle
spalle di Via D’Amelio. L’ipotesi di un coinvolgimento dei servizi segreti
italiani viene avanzata a seguito di una serie di strane coincidenze, a co-
minciare dalla maniera professionale e sofisticata con cui è stato portato
a termine l’attentato.
È proprio in quella data che Salvatore Borsellino, fratello del giudice
ucciso, scrive una lettera aperta, indirizzata all’ex Ministro dell’Interno
Nicola Mancino. Nella lettera, intitolata: 19 luglio 1992. Una strage di
stato, Salvatore Borsellino ipotizza che l’allora Ministro dell’Interno Man-
cino avesse conosciuto cause e mandanti dell’omicidio di Borsellino.

“Chiedo al senatore Nicola Mancino, del quale ricordo


negli anni immediatamente successivi al 1992 una lacrima
spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a
Palermo, di sforzare la memoria per raccontarci di che cosa
si parlò nell’incontro con Paolo nei giorni immediatamente
precedenti alla sua morte. O spiegarci perché, dopo avere
telefonato a mio fratello per incontrarlo mentre stava inter-
rogando Gaspare Mutolo, a sole 48 ore dalla strage, gli fece
invece incontrare il capo della Polizia Parisi e il dottor Con-
trada, incontro dal quale Paolo uscì sconvolto tanto, come
raccontò lo stesso Mutolo, da tenere in mano due sigarette
accese contemporaneamente... In quel colloquio si trova si-
curamente la chiave della sua morte e della strage di Via
D’Amelio.”

Note: Gaspare Mutolo era un pentito della mafia; Bruno Contrada, ex


numero tre del SISDE, è stato condannato in via definitiva per concorso
42
esterno in associazione mafiosa.
Mancino ha sempre sostenuto di non ricordare i fatti e per queste
ragioni pende su di lui l’accusa di falsa testimonianza e Salvatore Borsel-
lino riparte all’attacco con una seconda infuocata missiva:

“In merito alla persistenza delle lacune di memoria del


Sen. Mancino sull’incontro con Paolo Borsellino del 1º lu-
glio 1992, evidenti dalla sua risposta alle mie dichiarazioni e
preoccupanti per chi è stato chiamato alla vicepresidenza del
CSM, ritengo mio dovere fargli notare quanto segue. Se è vero
che le dichiarazioni di un pentito come Gaspare Mutolo non
possano assumere da sole valore probatorio se non suffraga-
te da solidi riscontri è anche vero che di riscontro ne esiste
almeno uno e incontrovertibile, dato che è siglato dallo stes-
so Paolo Borsellino. Nella sua seconda agenda, quella grigia
in possesso dei suoi familiari, che, essendo stata lasciata a
casa da Paolo il 19 luglio non ha potuto essere sottratta come
quella rossa, Paolo ha annotato: 1 luglio ore 19,30: Manci-
no. In quanto alla credibilità dello stesso Mutolo, il quale
riferisce la frase di Paolo durante l’interrogatorio: devo smet-
tere perché mi ha chiamato il ministro, manco mezz’ora e
torno, devo ricordare al Sen. Mancino che è proprio grazie
alle dichiarazioni di Gaspare Mutolo che il Dott. Contrada,
funzionario del SISDE, ha potuto essere condannato in via
definitiva dalla Corte di Cassazione. Inoltre lo stesso Vittorio
Aliquò ha dichiarato di aver accompagnato Paolo fino alla
soglia dell’ufficio di Mancino, ed è impossibile credere che
lo stesso non possa ricordare di avere incontrato non un qual-
siasi magistrato tra i tanti che quel giorno venivano a compli-
mentarsi per la sua nomina, ma un giudice a estremo rischio
di vita che in quei giorni era al centro dell’attenzione di tutti
gli italiani.”

L’uomo di mafia è Gaetano Scotto, della famiglia palermi-


tana dell’Arenella, che il 6 febbraio 1992 risulta aver telefo-
nato a un’utenza del Cerisdi (il centro studi che ha sede nel
43
castello Utveggio sul Monte Pellegrino che domina Palermo,
dove il Sisde aveva un ufficio “coperto” e da dove, secondo
molti, sarebbe stato premuto il detonatore dell’autobomba
che ha ucciso Borsellino) e parlato con un dirigente per 4
minuti; poi fu condannato all’ergastolo per quella strage.
L’uomo dello Stato è Lorenzo Narracci, all’epoca fun-
zionario del Sisde e fedelissimo di Bruno Contrada (allora
numero tre del servizio civile con delega all’antimafia, poi
condannato in Cassazione a 10 anni per concorso esterno in
associazione mafiosa). Narracci fu indagato con Contrada a
Caltanissetta in una delle inchieste sui “mandanti esterni”
delle stragi, poi archiviata nel 2002. Ora però è stato rico-
nosciuto sia da Spatuzza sia da Ciancimino jr: il pentito dice
che Narracci era presente nel garage in cui fu imbottita di tri-
tolo la Fiat 126 che poi sventrò via D’Amelio; il figlio di don
Vito dice di averlo visto in un hotel di Palermo dove erano
presenti anche suo padre e il “signor Franco”, l’uomo degli
“apparati” che lo assistè per trent’anni; quel giorno, nel bar
dell’hotel, Narracci avrebbe parlato con Scotto.
Chi ha ucciso allora Borsellino e gli uomini della scor-
ta? Sappiamo solo che in questi anni, le varie forze coinvolte
hanno giocato allo scaricabarile, facendo si che fra depistag-
gi, insabbiamenti, confusioni indotte ed errori giudiziari, po-
tessero avere la meglio sulla verità.
Nel luglio 2009, Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sin-
daco di Palermo Vito Ciancimino, dichiarò che avrebbe con-
segnato ai magistrati il famoso papello a firma di Totò Riina,
in cui si svelavano le condizioni poste dalla mafia allo Stato,
ma il bosso replicò immediatamente.

Giugno 1992
Verso la fine di giugno Paolo Borsellino rilascia questa
intervista al TG5.
“Come è cambiata la sua vita dopo la morte di Falco-
ne?”
Borsellino pensa. Poi dice: “La mia vita è cambiata. In-
44
nanzitutto perché dalla morte di questo mio vecchio amico e
compagno di lavoro è chiaro che sono rimasto particolarmen-
te scosso e sono ancora impegnato, a un mese di distanza, a
recuperare tutte le mie possibilità operative sulle quali il do-
lore ha inciso in modo enorme. È cambiata anche perché, sia
per la morte di Falcone, sia per taluni altri fatti, e mi riferisco
alle dichiarazioni ormai pubbliche di quel collaboratore che
ha parlato e ha detto di essere stato incaricato di uccidermi e
la notizia è arrivata alla stampa in concomitanza con la noti-
zia della strage di Capaci. Sono state estremamente appesan-
tite le misure di protezione nei miei confronti e nei confronti
dei miei familiari. È chiaro che in questo momento io ho visto
quasi del tutto, anzi, vorrei dire del tutto, pressoché abolita
la mia vita privata. Ho temuto nell’immediatezza della morte
di Falcone una drastica perdita di entusiasmo nel lavoro che
faccio. Fortunatamente, se non dico di averlo ritrovato, ho
almeno ritrovato la rabbia per continuarlo a fare.

“Ciancimino era nelle mani di Provenzano e Riina. Fa-


ceva il doppio gioco con le istituzioni e con la mafia. Era un
uomo di collegamento fra le due forze e il figlio ne è degno
erede”. Suo figlio Massimo è un doppiogiochista. A dire il vero
non c’era equilibrio fra i tre, fingevano un rispetto che non esi-
steva. Provenzano stesso temeva la furia animalesca di Riina
e si trasformò automaticamente nell’interlocutore di fiducia in
grado di gestire la Pax Mafiosa. Riina si era dato la zappa sui
piedi, si era bruciato, ma non lo aveva capito.

24 luglio 1992 Il giorno dei funerali.

Mentre fuori dalla cattedrale esplode la rabbia, i corpi


straziati dei martiri di Via D’Amelio, sono oramai chiusi nel-
le bare allineate e coperte dalla bandiera tricolore, ma i loro
sogni, le illusioni e le speranze non cessano di esistere, per-
45
ché c’è chi intende onorare il loro ricordo, portandone avan-
ti la lotta e non si tratta certo della classe politica o delle
Istituzioni, che dopo l’attentato si sono sbizzarrite nell’arte
del ricordo, ostentando quell’ipocrita e stantio sentimento di
cordoglio dettato solo dal protocollo. A lottare sono i cittadi-
ni stessi, mentre lo Stato ha deliberatamente omesso per 21
anni, che dietro la strage c’è stato lo zampino di alcuni dei
suoi infami rappresentanti: un trauma, sulla cui scia hanno
costruito la seconda Repubblica; un episodio che disonora il
Paese che ha ripreso il vecchio teorema della “mano invisi-
bile”.
Ancora più ipocritamente il lutto, per chi finge sgomento
postumo, si è mascherato dietro il becero senso di responsa-
bilità e consapevolezza per gli errori del passato, ma la car-
nevalata non si è mai retta su principi solidi, si è sempre
capito infatti che si trattava di una sedia dondolante su un
dirupo. Grazie al cordolo fatto di granitica connivenza, a oggi
i responsabili sono rimasti impuniti, chi doveva essere ascol-
tato non è stato messo in condizioni di farlo, incluso Vincenzo
Calcara e così continua a perpetrarsi l’inganno a danno della
popolazione civile, che ancora una volta, in nome di chis-
sà quale ragione di Stato, superiore a qualsiasi ragione dei
sentimenti e della verità, non ha la possibilità di conoscere
mandanti ed esecutori dell’ennesima tragedia tutta italiana.
Il 26 luglio, mentre l’Italia era messa in ginocchio dalle
stragi, il settimanale britannico “The Observer” scriverà:
“Il Paese è in uno stato di caos, in uno stato di guerra. Sta
rapidamente diventando la repubblica delle banane d’Euro-
pa. Ha il più alto tasso di omicidi della Comunità europea,
una corruzione tanto palese quanto dilagante, un’economia
malata, un Governo impotente, e una popolazione confusa e
angosciata.”

A oggi le Istituzioni continuano a mostrare una mendace


sensibilità verso le ferite mortali prodotte nel cuore stesso
della società civile, e fingono cecità, ma si tratta ancora una
46
volta di un inganno architettato a tavolino. Sono proprio i
rappresentanti del “cordoglio nazionale” i responsabili primi
degli eventi che piangono poi, nella loro tragicomica inter-
pretazione pubblica.
Dobbiamo allora abituarci alle bare? Certe situazioni cro-
nicizzate si ripeteranno? Dopo il ’93, le stragi sono termina-
te a costi incommensurabili, attraverso l’annientamento dei
suoi uomini più preziosi e grazie (si fa per dire) alla macabra
trattativa Stato/Mafia, in cui sono stati ridisegnati assetti ed
equilibri di potere e distribuiti regali a destra e manca. La
trattativa ha sospeso, di fatto, le stragi e ha fatto respirare lo
Stato, consentendo alla classe politica di rilegittimarsi agli
occhi dei cittadini. Questo effetto si è ottenuto grazie all’esi-
bizione sfacciata dello “scalpo” di Toto Riina, ma la mafia
in realtà non ha avuto vantaggi tangibili e di questo bisogna
preoccuparsi.
La morte di Borsellino ha reso possibile la realizzazione
di questo piano, di questo accordo perverso e se oggi pro-
nunciare “dietro le quinte” il suo cognome suscita imbarazzo
e paura, la farsa oleata continua parallelamente agli occhi
dell’opinione pubblica. C’è evidentemente un unico campo
all’interno del quale lo Stato muove e ha mosso i suoi sottili
interessi con altre entità deviate. Questa situazione ha attra-
versato la storia della nostra Repubblica, con una nequizia
così sottile che in pochi se ne sono accorti, ma adesso è arri-
vato il tempo di mettere un punto fermo su certe questioni di
interesse generale. In questo clima, l’involuzione autoritaria
che ha portato alle bombe, sarebbe servita ad attuare una
strategia della tensione volta a condizionare l’operato di certi
scomodi giustizialisti.

Oggi a distanza di 21 anni Vincenzo Calcara combatte nel


nome di Paolo Borsellino. La Prima Repubblica è stata mes-
sa in liquidazione, la seconda vacilla e di un’ipotetica terza
nulla c’è dato di sapere, ma Vincenzo non arretra di un passo
e continua a diffondere il virus infettivo della Verità.
47
Castelvetrano: la famiglia e le 5 Entità in combutta per
uccidere Paolo Borsellino

Castelvetrano, chiamata dialettalmente Castiedduvitranu


è una ruvida cittadina dell’entroterra siculo, in provincia di
Trapani, nata dopo la conquista dei Normanni. Essendo inse-
rita in una cornice prettamente rurale, la sperequazione cul-
turale e sociale fra i suoi abitanti, come del resto accade in
quasi tutti i paesi del sud, è molto forte. Ci sono stati i prin-
cipi Tagliavia (il loro nome si trasformerà successivamente in
Pignatelli e Aragona), c’è la borghesia arricchita, il popolino
contadino e nel paese sono anche nati personaggi di grosso
calibro culturale, come il filosofo e pedagogo Giovanni Gen-
tile o il Ministro Corona, ma soprattutto è a Castelvetrano che
esercita il suo vigile controllo, una delle famiglie storiche
appartenenti alle maglie della mafia.
Non si tratta dunque solo di una cittadina rurale ad alto
tasso malavitoso o semplicisticamente di una fucina di Capi
Cosca: è anche la sede storica, anzi il reale baricentro di
trattative losche condotte con certi apparati istituzionali ai
margini della legalità. A Castelvetrano infatti si incontrano
i “boss dei boss”: alcuni latitano e trovano protezione grazie
anche alla collusione dei suoi abitanti e proprio qui si deci-
dono le regole del gioco criminale.
Una delle primigenie famiglie è stata talmente potente e
radicata nel tessuto connettivo marcio, da aver decretato nel
1950, insieme all’Entità (tentacolare organizzazione composta
da: Chiesa, Istituzioni statali deviate, Massoneria, Servizi se-
greti deviati e Mafia), la condanna a morte dell’artefice della
prima strage di Stato, avvenuta a Portella della Ginestra il 1
maggio 1947, ovvero il bandito Giuliano.
In tempi più recenti un’altra “Famiglia”, in accordo con
la Commissione (insieme dei capi clan) e con le 5 Entità, ha
programmato e organizzato il piano per l’uccisione del giudice
Paolo Borsellino. Il potente clan che comanda tutta la zona
del Trapanese ha un nome tristemente noto: Messina Denaro.
48
In una famiglia che si rispetti i ruoli sono ben definiti.
C’è il Capo assoluto, che è appunto a capo delle ramificazioni
basilari, al suo fianco c’è il Consigliere, poi il Sottocapo, il
Capodecina, gli uomini strettamente riservati, i soldati e il
Businessman, che sono come delle proliferazioni ben ordi-
nate. Ogni ramificazione, anche l’ultima, è di estrema impor-
tanza affinché nessun ingranaggio possa minare il sodalizio
d’acciaio.
Il Capo Assoluto del mandamento di Trapani era Fran-
cesco Messina Denaro e io ero uno degli uomini riservati.
In questa organizzazione “tipo”, il Capo assoluto definisce
assetti e strategie in maniera tentacolare con gli altri vertici;
il Killer arma le sue mani e il businessman spartisce le fette
del bottino con il capo.
I Messina Denaro sono “l’ombra di Riina”, sono elementi
di spicco di Cosa Nostra e di loro si fidavano ciecamente an-
che i Provenzano. Non c’è nulla nella zona limitrofa a sfuggi-
re di mano ai Messina Denaro: dal traffico di droga, alle armi,
ai contatti con gli apparati istituzionali deviati. La famiglia è
in grado di esercitare il suo potere in maniera libera, addirit-
tura sfrontata ed è per questo che nella città di Castelvetrano
hanno trovato degna protezione durante la latitanza, alcuni
tra i boss più ricercati, come Provenzano detto Binnu u trat-
turi, arrestato nel 2006 dopo 43 anni e Giovanni Brusca. La
famiglia di Castelvetrano è infiltrata in due continenti ed è in
contatto con la mafia dei “cugini d’America”, appellata “Our
thing”, la Cosa Nostra d’oltreoceano, nata come un’associa-
zione di mafiosi siciliani emigrati negli Stati Uniti alla fine
del XIX secolo, il cui fiore all’occhiello era Lucky Luciano.
Di questa Entità ho parlato a lungo, così come ne hanno
parlato anche altri “collaboratori di giustizia”, ma per anni
la notizia è stata sottaciuta a causa forse della sua pericolosa
potenza esplosiva in grado di sovvertire l’ordine istituito e
rovesciare l’impalcatura di sangue, costruita da chi masche-
randosi dietro lo Stato, in realtà opera in direzione opposta.
L’obiettivo delle cinque Entità è il dominio del mondo a livel-
49
lo politico, economico ed egemonico e questo disegno risale
all’epoca dello sbarco degli Alleati in Sicilia. Nessun compo-
nente delle Entità ha un ruolo ancellare: tutti concorrono alla
stessa misura, con ruoli diversi, ma intrusivi nell’applicazio-
ne del “Dogma”.

Solo di recente Pietro Grasso, numero due in Senato ed ex


giudice antimafia, ha squarciato il velo del silenzio, parlan-
do delle Entità in una scioccante intervista. Per l’occasione,
ha confermato la tesi portata avanti con forza da me in tutti
questi anni.
La cosa che tuttavia mi sorprende, è che nessuno a oggi
ha tirato in ballo una delle Entità più potenti, cioè la Mas-
soneria, nonostante sia noto il detto: In Italia non si muove
una foglia che la Massoneria non voglia. Essa è autorizzata
dallo Stato deviato che sfrutta i fratelli massoni onesti ed è in
collegamento con le altre entità forti.
Note
Intervista a Pietro Grasso
Che dietro la morte di Falcone e di alcuni personaggi politici eccel-
lenti non vi fosse solo la mafia, in tanti l’hanno pensato, detto e tentato di
dimostrare negli anni. Tuttavia, mai un procuratore si era spinto così oltre
come Pietro Grasso, titolare della Procura antimafia di Palermo.
Le dichiarazioni da lui rilasciate il 6 gennaio scorso, in occasione
della commemorazione dei trentuno anni dalla morte di Piersanti Matta-
rella, sono fra quelle destinate a fare storia grazie ai tanti elementi evi-
denziati da Grasso. Senza mezzi termini, quest’ultimo parla di “qualche
altra entità” che ha dato il proprio apporto alla mafia nell’indicare la
modalità dell’omicidio Falcone.
“Chi ha indicato a Riina questa modalità con cui si uccide Falcone?
Finché non si risponderà a questa domanda – asserisce Grasso – sarà
difficile cominciare a entrare nell’ordine di effettivo accertamento della
verità che è dietro a questi fatti”. E in effetti, la verità dei fatti sembra
essere lontana ancora anni luce.
È solo di pochi giorni fa la notizia dell’individuazione dell’attenta-
50
tore dell’Addaura, laddove il 21 giugno 1989 una bomba sarebbe dovuta
esplodere per uccidere il giudice Falcone. Si è scoperto solo oggi che il
mancato attentato fu dovuto al passaggio di qualcuno che notò movimenti
sospetti sull’isola. L’attentatore è stato riconosciuto nel boss Angelo Ga-
latolo, già condannato in primo grado per la vicenda.
A incastrare l’uomo è stato il Dna prelevato dal sudore ritrovato su
uno degli oggetti lasciati sull’isola nella fretta di scappare.
L’individuazione del boss Galatolo appare però solo un frammento
del complicato puzzle che si cela dietro la morte dei giudici Falcone e
Borsellino. Il fatto che un uomo della mafia siciliana fosse l’attentatore
dell’Addaura non deve ingannare. Quando il procuratore Grasso parla di
“altre entità”, non può riferirsi che a centri di potere di cui in Italia si ha
una certa conoscenza.
In tutte le stragi italiane c’è sempre stato un connubio molto forte,
e addirittura evidente come nel caso Calvi, fra criminalità organizzata,
servizi segreti deviati e massoneria.
Quando si parla di “entità”, il riferimento è a queste tre forme di
potere, così come traspare da uno dei più importanti documenti relativi ai
fatti di mafia quale il “Memoriale Calcara”, quest’ultimo nato dalle rive-
lazione di Vincenzo Calcara, che tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli
anni ’90 diventò collaboratore proprio di Borsellino e Falcone, stringendo
col primo anche un intenso rapporto di amicizia.
Quando Grasso parla di “entità”, dunque, è molto probabile che il
suo riferimento sia alle rivelazioni di Calcara, messaggio evidente se re-
lazionato ai due giudici.
Quello del Procuratore antimafia potrebbe essere null’altro che una
sorta di “messaggio in codice” per rivelare, ma allo stesso tempo “non
rivelare” nomi e circostanze che detengono una certa importanza per le
indagini in corso.
Seguendo infatti l’ipotesi portata avanti in queste righe, ne traspare
l’importanza delle parole di Grasso: se la mafia (un’entità) è stata sup-
portata da altre entità, queste non potrebbero che essere apparati deviati
dello Stato o addirittura della massoneria, assieme alla mafia considerati
parte di quel triangolo simbolo dello scandalo P2 avvenuto nei primi anni
’80.
Fra l’altro, esiste una pista che gli inquirenti impegnati sulla strage

51
di Via D’Amelio (dove perse la vita Borsellino) stanno seguendo, vale a
dire la possibile identificazione di un uomo dei servizi segreti accanto
all’auto che sarebbe stata riempita di tritolo e che causò la morte di sei
persone.
Nello specifico, l’uomo del Sisde sarebbe stato Lorenzo Narracci, il
quale sarebbe stato riconosciuto dal pentito di mafia Gaspare Spatuzza.
E proprio sulla rilevanza delle parole dei pentiti, fra cui Ciancimino jr.,
e sulle possibili trattative fra Stato e mafia, di cui tanto si parla proprio
grazie alle rivelazioni del figlio dell’ex sindaco di Palermo, si sofferma
Grasso con affermazioni che assumono una certa rilevanza.
Per la prima volta, infatti, un Procuratore antimafia parla di “improv-
vide iniziative istituzionali portate avanti da frange particolari dell’ammi-
nistrazione statale, anche se non identificate”.
Comincia così, per le indagini sulla morte di Falcone e Borsellino,
una nuova pagina fatta di dubbi che mano a mano tendono a sgretolarsi
per lasciare spazio alla luce della verità, la stessa che chiarirebbe il ruolo
dell’allora colonnello Mori (accusato di essere stato parte fondamentale
delle trattative Stato-mafia), secondo Grasso presente alle riunioni con
Ciancimino padre solo dopo l’attentato a Falcone; oppure utile a chiarire
tanti altri obiettivi da parte della mafia fra i quali Mannino, Purpura, Mar-
telli, Salvo Andò, Antonio Di Pietro, Carlo Vizzini, il capo della mobile
di Palermo Arnaldo La Barbera, Sergio De Caprio (il famoso capitano
Ultimo) e anche l’attuale Procuratore antimafia di Palermo.
Quello disegnato da Grasso è un quadro inquietante, denso di col-
legamenti e di riferimenti “nascosti” per i non addetti ai lavori, ma an-
che pieno di speranza con la consapevolezza che molte nubi si stanno
diradando. E tutto questo avviene nel giorno della commemorazione di
Piersanti Mattarella, un’altra vittima eccellente di mani ancora oggi mi-
steriose. Ma questa è un’altra storia o forse solo un frammento parte di
una stessa verità.
di Pasquale Ragone

52
Castelvetrano: la capitale della Cupola

A Castelvetrano si respira un’aria atemporale, come se


ogni particella fosse intrisa di mafia fino al midollo. Certe
strade possono ancora chiamarsi carraie, sono sterrate e pol-
verose, a volte putride. Qui tutti sembrano indifferenti, addi-
rittura avvezzi all’aria di morte che si respira, tanto che non
si avvertono distinzioni sociali e culturali tra gli abitanti, tut-
ti pericolosamente omologati e allineati sulla stessa linea di
pensiero, fatta di passiva accettazione della realtà mafiosa.
Anche i bambini, assiepati nei cortili come cuccioli, im-
parano a respirare da subito quella stessa aria e grazie a que-
sto meccanismo, gli innocenti diventano vittime del sistema
mafioso senza neanche rendersene conto. La mafia infatti ti
consuma dentro, bacando tutto ciò che hai in testa. Una delle
sue caratteristiche è quella di gestire e manipolare ogni cosa,
ponendosi fintamente a salvaguardia dei deboli: peccato che
in realtà il suo potere si nutra proprio della fragilità altrui.
La mafia si manifesta con una visione assolutamente sim-
bolica del mondo, fatta di paura che rasenta il terrore, di finta
fratellanza e solidarietà di convenienza. Si presenta con una
facciata falsa, quando in realtà vive in un mondo sommerso
in cui può tutto e ostenta tutto con un perverso gioco di ri-
mandi e significati nascosti.
È così sottile e penetrante che tutti la interiorizzano pe-
ricolosamente, tanto che crescendo confondono e osservano
con obbediente religiosità i ciechi precetti imposti da questi
malefici distributori “d’aria infetta”, come fossero i Dieci Co-
mandamenti. I loro ideali sono già segnati, sanno già a chi ri-
volgere la futura gratitudine, sanno già a chi legarsi per avere
aiuto e sussistenza: non sanno però di far parte di un cerchio
sottile fatto di menzogne e sottomissione, da cui è difficile
uscirne fuori indenni.
Tutto questo è reso possibile soprattutto grazie al sottile
inganno recitativo dei boss mafiosi, i quali amano presentarsi
agli occhi dei cittadini come fossero pii benefattori. Addirit-
53
tura, per colorire meglio la loro immagine “sacra” sciorinano
nel ventaglio interpretativo, finta compassione e finta religio-
sità, corredando il tutto con frasi di accompagnamento che
ben sostengono l’ipocrita devozione.
Questi diavoli travestiti da angeli riescono a trasmette-
re certi valori con l’inganno, dando un’immagine totalmente
traviata di se stessi allo scopo proprio di irretire quante più
persone, soprattutto i loro soldati. Una delle più oleate mas-
sime del Capo mafia è “Che la Madonna t’accompagni” con-
dita ovviamente da postura e gesti misericordiosi. È una frase
buona per ogni occasione, anche quando si deve commissio-
nare un omicidio. Sì perché l’uomo d’onore sostiene spesso la
tesi della necessità del male, di fronte a un bene superiore,
citando magari parabole bibliche in cui Dio si vede costretto
a vendicarsi degli uomini per liberarli dal peccato.
Sono nato a Castelvetrano, la città delle più eccelse ispi-
razioni mafiose, dove è morto il bandito Giuliano e in cui è
avvenuta la prima Trattativa Stato-Mafia. Come ho già detto,
io ero il prescelto, l’uomo incaricato di uccidere Paolo Bor-
sellino. Castelvetrano è come un guazzabuglio dentro il cal-
derone oscuro che condensa il meglio del peggio. È l’ideale
fucina del terrore.
Sono cresciuto in via XX settembre da una famiglia assai
modesta e numerosa, in una casa slabbrata come il resto del
quartiere, che si allunga in una specie di borgata calcinosa.
La via è il naturale proseguimento di via Santissima Trini-
tà, dove c’è la diga omonima e prosegue fino alla suggesti-
va Fontana della Ninfa. La diga appartiene ai Saporito, una
delle famiglie più ricche della zona, le cui proprietà sono da
sempre gestite dal sottocapo della famiglia di Castelvetrano,
tale Giuseppe Clemente. La famiglia Saporito è storicamente
una di quelle “intoccabili” e deve la sua impermeabilità alla
vicinanza con i potenti delle cosche. Anche Saverio Furnari,
l’uomo di “grandi segreti” controllava le loro proprietà. Lui
era un Capodecina, un assassino o meglio un vero animale, il
carnefice del gruppo di fuoco di Castelvetrano, famoso per la
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totale assenza di sentimenti e pietà.
I Saporito erano in società con il diabolico Architetto Toro
e con Messina Denaro. Quest’ultimo controllava le proprietà
del senatore di Forza Italia Antonio jr D’Alì*, (sottosegreta-
rio all’Interno durante il Governo Berlusconi tra il 2001 e il
2006).
Da via XX Settembre, a trecento metri parte via Alberto
Mario: qui vivevano Francesco e Matteo Messina Denaro.
Castelvetrano è un paese vigile, il cuore pulsante della
memoria “mafiosa” ad alti livelli, in cui tutti sembrano alli-
neati dentro le sue istanze generose, come dire “al rovescio”.
Qui la solidarietà omertosa è contagiosa. Qui il modello da
seguire è prettamente uno, segnato da confini netti, certi. Qui
permane il modello di una sicilianità arroccata su certi ideali
distorti della “famiglia”: purtroppo si tratta spesso di ideali
pericolosi, frutto dell’ignoranza e forieri di morte, tanto che
oggi dico mestamente “in Sicilia non si può essere onesti”.

*Giuffrè ha detto ai pm di avere saputo da Bernardo “Binnu” Proven-


zano, il capo mafia di Corleone, che D’Alì era “a disposizione”, Cannella
ha parlato di quando Bagarella voleva riuscire a organizzare un partito
nei primi anni ’90, “Sicilia Libera”, e Giuseppe Marceca, sentito anche
durante l’istruttoria, a Trapani era uno dei riferimenti certi di questa nuo-
va formazione politica a quanto pare assieme a Tonino D’Alì che però
poi scelse di candidarsi con Forza Italia. Mentre Cosa Nostra siciliana
pensava a creare un partito, da Milano arrivò l’annuncio della discesa in
campo di Berlusconi e dalla provincia di Trapani, la terra del boss Matteo
Messina Denaro, partì l’ordine di appoggiare il nuovo partito di Forza
Italia come ha anche spiegato ai magistrati un altro pentito, l’ex reggente
della cosca di Mazara del Vallo, Vincenzo Sinacori. Fin qui le nuove ac-
cuse contro il senatore che si aggiungono a quelle già depositate.

3 dicembre 1956, Vincenzo Calcara

Mia madre stava per partorire il suo ottavo figlio ma le


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cose non si mettevano bene. In Sicilia, all’epoca, i figli si fa-
cevano nascere in casa, con l’aiuto di una levatrice e chiama-
re il dottore, per di più “nu masculu” in un paesino dell’en-
troterra, era quasi un tabù.
Il travaglio era lungo e faticoso e mia mamma Giuseppi-
na correva seri rischi. Ad assisterla c’erano zia Giuvanna e
mio padre che insisteva nel farmi nascere a casa, preoccupa-
to com’era di difendere l’onore di casa. Solo quando si rese
conto della gravità della situazione, si decise a chiamare il
dottore, mentre le comari freneticamente spargevano la voce
per tutto il quartiere: “Giuseppina sta muriennu e puru u
picciriddu.” Erano già tutte pronte per fare a piula, il pianto
del lutto, tutte insieme in un concerto di suoni gutturali e
nasali stridenti.
Io ero quasi soffocato dal cordone ombelicale e la mam-
ma stava per morire, stremata nelle forze. Era così stanca
che vedeva e sentiva cose irreali, mentre lo sconforto le stava
togliendo ogni forza e ogni volontà. La scelta era difficile: o
lei o il bambino. Senza un minimo di esitazione, mio padre
decise che era meglio che vivesse lei, tanto di figli ne aveva-
no abbastanza. Io, che secondo loro ero già privo di vita, fui
buttato come un oggetto senza valore in una stanza u rimazzi-
tu, una specie di ripostiglio. La stanza era illuminata solo da
una fioca candela. Mi misero sopra un tavolo freddo, nella già
fredda giornata di dicembre e ritornarono da mia mamma.”
Un rimmazzito era il luogo ideale per stivare ogni cosa:
qualche giara vuota, un catino per il bucato, il rozzo tavolo
dove venivano ammucchiate un po’ di cose, tele incerate, for-
me di formaggio nelle scansie e perfino un bimbo morente,
una specie di immondizia organica che giace tra gli oggetti
degradati, come fosse parte dell’arredo del nudo retrobotte-
ga. Tutto questo dava alla stanza un caravaggesco senso di
pietà.
Mi lasciarono dunque nel rimmazzito, livido, segnato dal-
la morte, solo senza il conforto della mamma, che era già
provata dalla stanchezza.
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A un certo momento, l’istinto guidò zia Giuvanna a torna-
re per rendermi l’ultimo saluto. Io ero ancora adagiato rozza-
mente sul tavolo. Sembravo morto, ma zia Giuvanna sentì un
respiro flebile da qualche parte.
Ero vivo! Corse subito dal dottore “U picciriddu si movi!”
e lui: “No, signora, sono solo contrazioni nervose. È morto.”
Zia Giuvanna non era una persona arrendevole: tanto
fece, che il dottore scese giù e io fui salvato.
Mia zia ha assistito alla nascita di tutti noi. Eravamo otto
figli, quattro maschi e quattro femmine. Io ero l’ultimo e pesa-
vo quasi cinque chili, per questo mia madre stava morendo.
Lei era la sorella della mia nonna materna, una Catalano
pura! Una razza e un nome importante nel nostro paese. Per
tutti noi era una persona davvero speciale.
Mia nonna era morta di parto a 29 anni, quando mia madre
ne aveva solo tre e con lei era morto anche il neonato. A farle
da mamma era stata proprio Zia Giuvanna, dal momento che
era l’unica figlia femmina in mezzo a tre fratelli. La coccola-
va e la accudiva amorevolmente per non farle sentire il peso
del grave lutto. A distanza di qualche anno, per una strana
coincidenza, pareva che anche mia mamma fosse destinata
a fare la stessa misera fine, anche perché all’epoca era assai
facile morire di parto, ma fu proprio la determinata voglia di
non accettare il ritorno del passato, a guidare l’istinto di mia
zia. Spesso mi diceva “Ah, Enzuccio mio, tu eri morto! Meno
male ca ti muvisti!”
Mi voleva davvero bene, eppure io non le risparmiavo le
mie monellerie e una volta le rubai pochi spiccioli dal porta-
foglio. Me lo ricordo ancora come fosse ieri: le davo i bacetti
e me la coccolavo, poi quando si girò, arraffai tutti i soldini
per comprarmi le caramelle e i dolci: le solite tentazioni, che
da grande avrei attribuito a cose ben più significative.
Non appena si rese conto della mia ennesima marachella,
si affacciò dalla finestra urlando “Disgraziatu, vieni ca, ca te
suonu.” poi, a tempesta finita mi afferrò per mano e mi disse
amorevolmente: “Come, Enzuccio? Ti ho salvato la vita e tu
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mi rubi i soldi? Tu si vivu grazie a mia e quannu moru, mi
devi dire na missa cantata.” alla sua morte fui felice di ono-
rare il suo desiderio.
Qualche tempo dopo mi preparò una bella pezza di for-
maggio primo sale e me la regalò “Enzuccio, ogni volta che
vieni da me, te ne mangi un pezzo, accompagnato dal pane
di casa”.
In poche parole ero il più viziato della famiglia e questo
fatto della nascita a rischio a dire il vero, mi aveva solo fatto
comodo, perché era la scusa più facile da sbandierare quan-
do volevo impietosire la mia famiglia, che quasi mi aveva
fatto morire.
“Enzuccio, quanto mi hai fatto soffrire alla nascita, anco-
ra me lo ricordo.” Mamma Giuseppina mi raccontava spesso
l’episodio della nascita e ogni volta la stavo ad ascoltare in-
cantato o meglio, estasiato dalla dolcezza delle sue parole,
gentilmente sillabate. Mi sedevo accanto e mi nutrivo in reli-
gioso silenzio del racconto che mi celebrava. Ogni volta come
se fosse stata la prima.
Lei aveva un debole per me, e mi difendeva con le unghie
e con i denti, con tutti, anche mettendosi contro mio padre.
Quando lui mi alzava la voce, lo guardava con occhi neri e
torvi, tanto da fargli paura. Così, mentre gli altri fratelli si
prendevano le botte, a me non torceva neanche un capello.
Poveracci! erano un pò invidiosi di questa preferenza.
Come dargli torto? Ma non era colpa mia se io ero il suo
cocco. Sopra ogni cosa, non sopportavano il giorno del mio
compleanno, perché mamma organizzava sempre una festa
in grande stile. Per lei era un giorno particolare, indimenti-
cabile, visto che ero stato l’unico figlio a rischiare la morte
e pretendeva che tutti lo ricordassero insieme con lei con la
stessa identica intensità. Era convinta che dietro la mia sal-
vezza ci fosse la mano di Dio e voleva fare grandi feste, molto
più grandi di quelle degli altri fratelli e sorelle. Tutto qua.
Mica capiva che loro soffrivano! Li obbligava a festeggiarmi
nel migliore dei modi, ma loro schiattavano d’invidia.
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Ero davvero molto legato a lei e al nido materno, la casa
dove ho trascorso parte della mia vita, da cui mi sono dovuto
staccare inevitabilmente per colpa delle mie scelte sbagliate
e ricambiavo in pieno l’amore benevolo di mia mamma.
Lei era una donna molto furba e come tutte le donne sici-
liane era il vero “capofamiglia”. Davanti agli estranei fingeva
di essere sottomessa come un agnellino ed era addirittura
remissiva, ma poi a casa se lo sbranava senza pietà. Io le ri-
cordavo tanto il suo amatissimo fratello Nino, che si sarebbe
fatto ammazzare per la famiglia. Lui era un autentico uomo
d’onore, un Catalano e io ero come lui in ogni singolo gesto.
Mio padre invece era un uomo di campagna, energico, ir-
ruento e di limitata cultura. Si alzava all’alba tutte le mattine
per faticare nei campi e per questo aveva sviluppato un fisico
robusto e aitante. Il lavoro se lo portava a casa ogni sera sulla
sua pelle, piena di segni e sulle mani piene di calli rugosi.
Quando si arrabbiava, era violento, sbatteva i pugni e si
agitava come un forsennato, ma era sempre mia madre ad ave-
re l’ultima parola. Ricordo che durante la guerra si era unito
ai partigiani e aveva ammazzato tanti tedeschi. Poi scappò a
piedi per tornare in Sicilia. Ci mise 24 giorni. Quanto tornò,
aveva i piedi gonfi e tanto dolore nel cuore.

La nostra vita è un mistero. Io sarei dovuto morire prima


di nascere e stavo facendo fare la stessa fine a mia madre.
Questa è la mia storia: è stato il caso a non volere la mia
morte.

Il nido

Ricordo ancora la mia casa di Castelvetrano nei minimi


dettagli. Al piano terra c’erano un’ampia sala, poi la cucina,
anch’essa ampia e rotondeggiante. Aprendo una porticina di
legno spesso, ci si affacciava in un cortile immerso in una
specie di imbuto geometrico, al cui centro si trovava un bel
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pozzo e un albero di melograno. Non capisco perché mio pa-
dre l’abbia tagliato. Io amavo i melograni, dolcissimi e succo-
si. Li sgranavo e li mettevo in una grossa ciotola condendoli
con tanto zucchero. Che delizia!

Passavo le mie giornate con gli altri ragazzi, giocando nel-


la piccola gobba ingiallita, dove le donne andavano a stende-
re i panni sull’erba. Si giocava in mille modi tra gli spiazzali
ampi, nei cortili invasi dal sole, ammusati sui praticelli riar-
si, tra le scarpate svanite nella luce, oppure si andava al bar
degli studenti per ascoltare un po’ di musica al juke box o
magari a giocare a carte accucciati tra i gradini di marmo.
Stavamo sdegnosamente arroccati come se la zona fos-
se di nostra proprietà, sfoggiando atteggiamenti minacciosi
e annoiati, tipici di chi è nato in un disperato paesino del
meridione, così bastava un ghigno d’intollerabile teppismo
sociale per far capire a chiunque che quello era il nostro ter-
ritorio.
Non mi facevo mai mancare caramelle e cioccolata. Io ne
andavo matto e se non potevo comprare la mia dose quoti-
diana di leccornie, la rubavo con estrema naturalezza, poi mi
sdraiavo tutto soddisfatto come un lucertolone a prendere il
sole tra le scanalature di qualche pietra. In seguito sarei stato
goloso di pistole, tanto quanto lo ero di caramelle.
Ricordo che una volta mia madre mi incaricò di andare a
comprare patate e farina alla bottega dove di solito si serviva.
Non c’erano molti soldi a casa, anzi si faceva fatica a tirare
avanti. Conoscendo la mia debolezza verso i dolciumi e la
mia naturale inclinazione a mentire, raccomandò ai bottegai
di non darmi per alcun motivo i dolciumi, anche se avessi
detto che mamma mi aveva dato il permesso. Quando arrivai,
vidi un ventaglio di lecca lecca colorati: quanto erano belli,
accattivanti. Avevo l’acquolina in bocca e li guardavo con gli
occhi fuori dalle orbite, come in trance. Dopo lo stordimento
chiesi patate e farina e ci aggiunsi con nonchalance anche
un paio di lecca lecca. I padroni, non si fecero impietosire,
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così cominciarono a urlarmi addosso “bugiardo, bugiardo”
e io approfittando di un attimo di distrazione, afferrai tutto
il ventaglio e me la diedi a gambe levate. Arrivato sul pra-
ticello, me li mangiai tutti... uno a uno. Erano belli colorati,
saporiti, squisiti. Li leccavo piano piano per gustarli meglio.
Dopo il ventesimo, mi venne un gran mal di pancia. Ma io ero
soddisfatto a prescindere. Quando arrivai a casa, confessai la
marachella a mia madre, la quale, umiliata andò a saldare il
debito. Le dissero che erano 30 i lecca lecca, invece erano
20. Lo sapevo perché li avevo contati tutti mentre li mangia-
vo. Che farabutti. Ero un bambino. Se me ne avessero regala-
to uno non ne avrei rubati venti.”

L’infanzia turbolenta
“Io sono un uomo normalissimo”

Sono Vincenzo Calcara u picciuttieddu ri Castelvetrano,


ho in comune con i boss più onorevoli dell’isola, il comune
di residenza.
Grazie alle mie potenti amicizie, da giovane potevo van-
tare centinaia di conoscenze di ogni estrazione sociale e ri-
uscivo a trovarmi a mio agio con ciascuno di essi. Ero un
ragazzone sanguigno, dall’eleganza quasi teppistica: aitante,
forte come un leone, dagli zigomi sporgenti e una deliziosa
bocca a cuore. Sono sempre stato fiero dei miei zigomi per-
ché conferiscono luce al viso ed è per questo che ho sempre
evitato ogni increspatura della barba, che come carta vetrata
potesse nasconderne la perfezione del tratto.
Io sono nato per amare le donne, anzi per amarle tutte:
le volevo ammaliare e sedurre, peccato che esse siano state
il mio unico vero tallone d’Achille e che la mia debolezza di
fronte al loro fascino mi abbia causato spesso enormi casini.
Chissà come, loro riuscivano sempre a trovare quel pertugio
nascosto in grado di rendermi vulnerabile al loro charme, con
la conseguenza che più di una volta sono state le donne a
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condurre il gioco e io mi sono fatto condurre da loro come un
babbeo. Sapevo di essere attraente e di piacere alle donne,
così prima di uscire mi agghindavo per benino, giusto per
valorizzarmi ancora un po’. Avevo una camminata spavalda
e sicura, abiti di gran qualità, ma soprattutto un portafogli
sempre zeppo di profumati contanti, che sventagliavo davanti
alle donne e agli amici. Ero una specie di asso pigliatutto,
prepotente, aggressivo e istintivo come pochi, che aveva avu-
to la fortuna di essersi trovato al posto giusto, al momento
giusto.
Ma cosa era successo nella mia infanzia per portarmi a
diventare quello che ero?
Già da piccolo ero insofferente alle regole e alle leggi,
come molti ragazzini della mia età e del mio paese, tanto che
a 9 anni ero già un malandrino, esperto di tutte le bassezze
possibili e immaginabili: rubavo, raccontavo bugie di ogni
genere, scappavo dal collegio, a volte ero pure violento. Ep-
pure ero timorato di Dio, come tutti i mafiosi del resto. Solo
che lo ero davvero.
Non si trattava di una comoda costruzione architettata a
tavolino per sedurre i poteri forti. Ero davvero così. Questa
latente religiosità, si è ripresentata in futuro e mi ha portato
alla conversione, quando si è operata una scissione inevita-
bile dentro di me. Dopo il pentimento, infatti ho abbandonato
definitivamente quel mondo, in cui tutto era predeterminato,
che mi aveva dominato con le tacite regole interne, dettate
dal “Padrino” e sono rinato!

La “Spiata”

Nessuno dei miei è diventato uomo d’onore, ma la cul-


tura dell’omertà e del silenzio, del disprezzo per l’autorità
dello Stato apparteneva a noi e all’intero paese. L’ignoranza e
la paura, nella mia famiglia producevano chiusura, silenzio,
vergogne da contadini. Come quella volta che portai a casa i
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Carabinieri, quando avevo 7-8 anni. Una sera di marzo gio-
cavo per la strada con gli amici. Stava facendo ormai buio. A
circa 100 metri da casa mia i Carabinieri avevano sistema-
to un posto di blocco. Ogni tanto fermavano qualcuno e gli
chiedevano i documenti. Stavo per rientrare quando vidi da
lontano mio fratello più grande che arrivava sulla sua bella
moto lucente, di cui andava tanto fiero. Correva veloce e la
moto col carburatore potenziato e senza bollo, ovviamente
non era in regola. Quando sollevarono la paletta dell’alt, mio
fratello rallentò e fece finta di fermarsi. Controllò la faccia
dei Carabinieri e appena fu sicuro di non conoscerli, si stese
col petto sul serbatoio, appoggiò i piedi sulla targa posteriore
per nasconderla, accelerò e sparì in un baleno. I Carabinieri
non fecero in tempo a salire sulla macchina, che mio fra-
tello era scomparso. Io ero lì e avevo visto tutta la scena.
Mi sentivo orgoglioso di mio fratello. Su picciuttazzu non si
smentiva mai. L’aveva combinata ai Carabinieri. Sembrava
un bel gioco, dove a vincere era il più furbo. Mi avvicinai
sorridente con lo sguardo di chi sa le cose e non vede l’ora
di parlare, tipo il primo della classe davanti alla maestra del
cuore “È stato bravo mio fratello eh?” I Carabinieri mi guar-
darono come fossi Babbo Natale che porta un regalo. Ecco
che gli avevo regalato l’occasione per rifarsi e pigliare quel
delinquentino che li aveva fatti fessi.
“Ah perché tuo fratello era?”
“Sì mio fratello era.” dissi tutto soddisfatto e zelante, fa-
cendo di sì con la testa energicamente. Mi aspettavo un pre-
mio come minimo, che ne so, un bel vassoietto di dolciumi.
“E dove abita tuo fratello?”
“Venite, vi ci porto io a casa mia.” volevo che vedesse-
ro dove viveva l’eroe. Li accompagnai fin dentro casa. Mio
fratello era già arrivato e come se li vide davanti, sbiancò
manco fossero dei fantasmi. I carabinieri gli fecero la multa
per il bollo, l’eccesso di velocità e non so che altro. Mentre
discutevano, capivo che la faccenda aveva preso una brutta
piega, ma non sapevo ancora quanto brutta. Appena se ne
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andarono, tutti insieme appassionatamente mi riempirono di
botte. Me ne diedero a cascata mio fratello e anche gli altri
fratelli. Ricordo ancora oggi le sberle, il dolore, la rabbia,
l’umiliazione. Sì, l’umiliazione finale. Perché non si accon-
tentarono di picchiarmi, vollero svergognarmi. “Hai portato
a casa i Carabinieri infame, queste cose li fanno gli infa-
mi.” Infame in Sicilia è un insulto sanguinoso. Nei giochi dei
bambini, se qualcuno rivelava un segreto del gruppo, partiva
subito il coro, infame, infame, infame. Non si trattava solo di
uno scherzo, una presa in giro, ma qualcosa di più cattivo,
pesante, che continuava per un giorno intero. Un marchio
inaccettabile da non farsi appiccicare mai. E i miei fratelli
e mio padre l’insulto lo ripeterono a me. Così m’inculcarono
fino al midollo, che queste cose non si fanno, e io dopo le
botte che avevo preso, cominciai a odiare i Carabinieri, la
polizia e tutte le forze dell’ordine in generale. Erano i nemici
giurati della società. A dire il vero, i miei non conoscevano
l’omertà di Cosa Nostra. Semplicemente avevano la mentalità
della maggior parte delle famiglie siciliane, qualcosa che si
trasmette e io assorbii facilmente questi precetti al rovescio.
Da quel momento imparai anche il sistema di aggirare molti
divieti.

Le ostie di Padre Bartera

Passavo le giornate aspettando l’ora dei pasti, ma più che


altro ero goloso e la mia faccia si rischiarava quando sentivo
anche solo il suono delle posate. Non ero un vero intenditore,
ero solo ghiotto all’inverosimile. Guardavo, osservavo tutto e
cercavo di scovare soprattutto i rifugi segreti in cui venivano
custodite le caramelle e tutte le delizie che mi facevano gola.
Uno dei tanti che ne pagò le conseguenze fu Padre Bartera.

Avevo nove anni, rubavo spesso, soprattutto roba da man-


giare. Ricordo che avevo sempre una spasmodica fame e non
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mi assalivano grandi sensi di colpa... Una volta rubai al prete
le ostie e le caramelle che teneva in sagrestia. Frequentavo la
chiesa e credevo alla religione: i Misteri di Gesù, Dio Padre
Onnipotente... Facevo anche il chierichetto e servivo le mes-
se. Però la tentazione delle ostie e delle caramelle era troppo
forte, tanto che un giorno, tutto da solo, le rubai tutte. Man-
giai tutte le ostie, chissà, pensavo che sarei diventato santo
all’ennesima potenza, le caramelle invece le divisi con i miei
compagni di giochi. E qualcuno di loro, naturalmente, lo rac-
contò al Parroco che mi chiamò e mi domandò con un’espres-
sione da far paura al diavolo e una vociaccia arrugginita, se
il ladro fossi stato io. Vedendolo così infuriato, negai senza
pensarci troppo. Ma lui non si convinse. Seppe attendere il
momento giusto: l’immancabile appuntamento con la confes-
sione. Era una domenica mattina, e quando fu il mio turno,
mi avvicinai a lui, mi inginocchiai, ma sempre deciso a non
parlare. Peccato che avessi un punto debole: Temevo le pu-
nizioni Divine, credevo nell’esistenza dei diavoli e di tutte
quelle cose che questo fetente di un prete ci insegnava.
Lui cominciò: “Dimmi la verità Enzo, sennò finisci all’in-
ferno e il fuoco eterno ti mangerà, ti mangerà, ti mangeràààà
l’Anima!”
Oddio, lo diceva con tanta enfasi che pareva posseduto
da qualche satanasso.
“Se hai fatto questo torto a Gesù, me lo devi dire e ti devi
pentire. Gesù è misericordioso e saprà perdonarti! Sei stato
tu a rubare l’ostia sacra di Gesù? Dimmi, sei stato tuuu?”
“Padre, avevo fame, e... me le sono mangiate!”
“E le caramelle?” diceva con un tono di voce due decibel
più alto.
“Le ho mangiate metà io e l’altra metà l’ho data agli amici
miei.”
Il parroco mi fece un predicozzo e mi disse che per guada-
gnarmi il perdono di Gesù, avrei dovuto dire cento Ave Maria
e cento Padre Nostro. L’idea del fuoco eterno mi riempiva
d’angoscia e di terrore, però duecento orazioni mi sembrava-
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no un po’ eccessive. Ci pensai un istante con una faccia da
ebete ammuccalapuna e arrivai alla conclusione che erano
niente in confronto al fuoco eterno. Mi inginocchiai su una
panca della chiesa e cominciai a recitare le preghiere, tutto
trafelato per la paura delle fiamme vicine. Mi dispiaceva di
avere fatto arrabbiare Gesù, e sentivo il pentimento come un
dovere. Congiunsi le mani e dissi le preghiere, tutte, ci im-
piegai qualche ora, restando sempre inginocchiato. Capivo
che per uno sbaglio così grave era necessario farsi perdonare
bene. Così, tornato in pace con Dio, con Gesù e con lo Spiri-
to Santo, oltre che con la mia coscienza, mi sentivo conten-
to. Mi ero appena alzato da quella scomoda posizione, tutto
anchilosato e mi stavo incamminando lungo la navata della
chiesa, quando il Parroco mi chiamò invitandomi a seguirlo
in sacrestia. Non ero neanche arrivato che stù cornuto mi ri-
empì di botte... un sacco e con cattiveria. Io non capivo bene
il perché: Le preghiere le avevo dette, Dio era contento, io
avevo pagato il mio debito anche con la mia coscienza... Per-
ché allora anche le botte? Quel giorno imparai che il Parroco
seguiva le sue regole personali, che non corrispondevano a
quelle di Madre Chiesa e che il tipo di vita che predicava,
era del tutto irreligioso.
Per sicurezza non gli dissi mai più la verità in confessio-
ne. Col cavolo che mi futtia un’altra volta! Questo Parroco si
chiamava Padre Bartera.
All’età di 15 anni mi vendicai di lui bucandogli tutte le
ruote della sua macchina di colore verde. Era verde come la
paura che mi aveva fatto provare quel giorno.

Da quel momento la mia vita fu un’escalation di monel-


lerie e ribellioni. A 10 anni, possedevo già un bel carattere
tosto. Ero insofferente agli ordini e alle prepotenze. Sembrerà
strano, ma avevo già capito che gli altri impartivano ordi-
ni solo per realizzare i loro comodi. Io non accettavo questo
strapotere del cavolo e rifiutandomi di obbedire, guadagnavo
solo un mucchio di botte, ma non me ne fregava niente. Più
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me le davano, più covavo una rabbia incontrollabile, mista a
un senso di frustrazione, che presto avrebbe definito il mio
carattere. A darmele erano i miei fratelli più grandi, mentre
mio Padre si limitava a mettermi in castigo. Per lui sentivo al
tempo stesso il dovere biblico del rispetto, della serie onora il
padre e la madre”, ma anche un forte sentimento di rancore.
Solo mia madre, per la quale provavo una grande venera-
zione, mi difendeva. Sentivo il suo affetto, la sua vicinanza. E
io l’amavo e la rispettavo come nessun altro. Per lei ero En-
zuccio, invece per gli altri ero Enzo, Vicenzu, Vicè, a secon-
da dei casi. I miei fratelli e mio padre mi utilizzavano come
fattorino affidandomi varie commissioni, per il resto rappre-
sentavo solo un problema, un rompicoglioni, un fastidio, na
camurria, na zicca che li rendeva nevrastenici. Molto presto
capii che rifiutare di obbedire ai miei fratelli più grandi e a
mio Padre, significava solo prenderle di santa ragione e che
se volevo rispetto, insieme a uno spazio nella vita, dovevo
guadagnarmeli con la prepotenza e con la forza utilizzando
soprattutto la furbizia. Ma quello che capii ancor di più era
che se volevo qualcosa non dovevo chiederla, dovevo pren-
dermela.”

Di monellerie in monellerie

Non potrò mai dimenticare l’affetto ricevuto da un cane,


e soprattutto non potrò mai dimenticare quel momento in cui
dovetti ucciderne uno a sangue freddo!
Avevo 11 o 12 anni, avevo marinato la scuola, insieme ad
altri otto compagni. I miei genitori, poveretti, cercavano di ri-
sparmiare il più possibile pur di mandarmi a scuola, certi di
tenermi lontano dalle cattive frequentazioni e dalla violenza
di strada, ma io me ne fregavo di tutto e a scuola proprio non
ci volevo andare.
Quel giorno, io e gli otto teppistelli, ci avviammo dal pa-
ese verso la campagna, per evitare di incontrare professori
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o genitori. Camminando, giocando e correndo, ci venne una
gran fame. A me venne un’idea. Dissi ai miei compagni che
avremmo dovuto trovare un contadino che lavorava la terra.
“Di sicuro avrà il fiasco dell’acqua e la roba da mangiare.
Mentre lui lavora, entriamo dentro il pagliaio e gli rubiamo
tutto.” Sapevo che i contadini tenevano il cesto con pane e
formaggio nei pagliai, perché lo vedevo quando accompagna-
vo mio padre che lavorava la nostra campagna. Gli amichetti
furono d’accordo. Finalmente scorgemmo un contadino nei
campi. A cinquanta metri da lui c’era il pagliaio. Dissi al più
coraggioso dei miei compagni di venire con me e agli altri di
aspettare in lontananza, pronti per scappare in caso di peri-
colo. Noi due ci trascinammo lentamente fino al pagliaio ed
entrammo, senza farci vedere dal contadino impegnato a zap-
pare. Dentro trovammo un bel pezzo di pane, formaggio e una
bottiglia di acqua. Vidi poi in un angolo un cuccioletto. A me
i cagnolini piacevano tanto! Ne ero innamorato. Così invece
dell’acqua e del formaggio, presi il cagnolino. Ordinai al mio
compagno di raccogliere tutto quello che trovava e gli racco-
mandai di uscire dopo di me tenendosi ben nascosto. Il mio
era un compito un po’ più difficile: strisciare per terra con il
cagnolino stretto tra le mani era pericoloso, perché poteva
abbaiare e mettere in allarme il contadino. Piano, piano, mi
allontanai dal pagliaio, con molta cautela. Stavo per raggiun-
gere gli altri, quando il mio amico si fece scoprire dal conta-
dino e allora scappammo di grande corsa. Il mio amichetto,
mollò in terra pane, formaggio e acqua, ma io il cuccioletto lo
portai con me. Ci allontanammo dalla campagna e, una volta
al sicuro, litigammo per quel tenero fagottino dallo sguardo
acquoso. Ognuno avrebbe voluto portarselo a casa propria,
ma ero io a comandare e il cane lo tenni con me. Ne vole-
vano uno? Che andassero a rubarselo per conto loro! Portai
il cagnolino a casa e dissi a mia madre di averlo trovato per
strada in mezzo ai secchioni, povero, abbandonato, senza la
mamma. Sapevo che fare leva sulla pietà funzionava e sapevo
anche che la verità era meglio non dirla mai, perché portava
68
solo guai.
Quanto era carino! Era un meticcio intelligentissimo, di
colore nero, con una macchiolina bianca. Volli chiamarlo
PIRU ( pera, in dialetto siciliano). Quando diventò più gran-
de, mio padre se lo portò in campagna. Girava sempre per la
proprietà, non oltrepassava mai il confine e non permetteva a
nessuno di avvicinarsi. Sapeva ricambiare l’affetto con lealtà
e fedeltà, più di certi esseri umani.
Il mio amore per i cani e la storia di PIRU, molti anni
dopo servirono a Cosa Nostra per mettermi alla prova e fu
una prova davvero dura, che non dimenticherò mai.

La prima prova di Cosa Nostra

La triste vicenda accadde negli anni ’80. Mi trovavo con


il consigliere di Francesco Messina Denaro, il solito noto Ar-
chitetto Toro, che mi aveva da sempre protetto sotto la sua
ala.
Mi chiese di accompagnarlo a Madonna Bona, paesino
che distava circa tre chilometri da Castelvetrano, perché
doveva incontrare uno di quei loschi affaristi con cui aveva
qualche conto in sospeso. In campagna c’era un cane, un bel
cane nero e grosso che abbaiava come un matto a causa for-
se della nostra presenza. Io mi ero avvicinato a lui e subito
si era calmato: avevo questa capacità di ammansire i cani,
come S. Francesco. Chissà, forse percepivano il mio amore.
Io infatti ho sempre avuto un debole per i cani e non sono
mai riuscito a vivere senza di loro, tanto che oggi ne possiedo
cinque, a cui sono estremamente affezionato.
Il consigliere conosceva di me vita, morte e miracoli; sa-
peva che da bambino avevo rubato il cucciolo “Piru” ed era
consapevole della mia “umana debolezza” verso gli animali.
Fu per questo che decise di mettermi alla prova, quell’infa-
me.
Scese dalla macchina, aggiustandosi il collo della giacca
69
con aria da capo clan e poi mi disse in tono serafico: “Ma
come? Hai ancora sti’ sentimenti verso gli animali? Lo sai
che un uomo d’onore non deve avere sentimenti?” mi disse
fissandomi con aria di sadica sfida.
Mi guardava con un sorriso sardonico a denti stretti,
oscenatamente ammiccante e con degli occhi torbidi, dietro
i quali si nascondevano sentimenti oscuri. Sapeva che ero
unito a lui dal legame di mafia e che in qualità di soldato non
avevo voce in capitolo su certi ordini, anche se apparente-
mente illogici. Lo sapeva, ma mi voleva mettere alla prova.
Per lui e per Cosa Nostra del resto tutto è codificato.
Mentre mi osservava sorridendo, per cercare di cogliere
ogni mia umana debolezza, con lo sguardo di chi indovina e
tace, estrasse la sua lucente 38 Special a sei colpi, una pisto-
la a tamburo, e continuò a penetrarmi con occhi di ghiaccio,
ma stavolta con un’espressione seria e ferma. Si era vestito
da capo “Spara a stu cani!” mi disse senza esitare.

Io non capivo, ero frastornato, perché dovevo uccidere il


cane, che minchia aveva fatto? Il mio capo mi stava ordinan-
do di uccidere un cane che non aveva fatto niente. Era folle?
Stava scherzando? Mi resi conto ben presto che faceva sul
serio.

“È giunta l’ora di passare dall’insegnamento alla pratica.


Vediamo se tu ancora ami i cani.” disse “Ma l’hai capito che
non devi avere sentimenti per nessuno? Sto’ cane abbaiava e
ci poteva mordere. Basta cu sti cazzu di sentimenti! Spara, ti
ho detto! Sei forse uno che ammazza gli amici? No, perché se
non lo ammazzi, disubbidisci a un amico, anzi all’Amico con
la A maiuscola. Se te lo chiede un Amico, devi ammazzare
pure la tua famiglia, i tuoi genitori, tuo fratello, i tuoi figli.
Che cosa hai da temere uccidendo sto cazzo di cane! Cosa
hai da perdere?”
“Niente, io sono un soldato e obbedisco” risposi fredda-
mente, mentre dentro di me ribollivo dalla rabbia e il cuore
70
mi batteva come un tuono. “Vossia ha ragione” mi limitai ad
annuire, anche perché in quel momento ogni gesto e ogni pa-
rola mi ripugnavano tanto da impedirmi di aggiungere altro.
Non avevo scelta e non mi restava altro che fare buon viso
a cattivo gioco. Soldato? Soldato? Mi rendevo conto di essere
un soldato, vittima dell’impazzimento di un pensiero contorto
di un esaltato, che mi chiedeva cosa? Ammazzare un povero
animale indifeso come prova di fedeltà!
In quel momento avrei sparato volentieri a lui anzichè
al cane e lo avrei centrato in piena fronte o sulla nuca senza
esitazione. Gli avrei voluto dire: “Tu sei cattivo, sei un ani-
male.” poi prevalse in me la furbizia, una delle qualità che
non può mai mancare a un bravo mafioso.
Il Capodecina Furnari, l’animale umano, sapeva che noi
due eravamo insieme: se lo avessi ammazzato sarebbero im-
mediatamente risaliti a me e Cosa Nostra mi avrebbe fatto
fuori senza lasciare tracce. Dovevo essere più intelligente di
Toro.
In quel momento eravamo Davide e Golia e io avevo deci-
so di appellarmi alla mia istintiva furbizia per risolvere senza
traumi, il quesito proposto dallo scaltro uomo. Quella scelta
obbligata però mi faceva sentire impotente. Sì perché non
potevo ammazzalo e invece lo avrei fatto ben volentieri!
Io odio sentirmi impotente, mi devasta il solo pensiero di
non poter agire liberamente. Avevo una rabbia che se ancora
ci penso, mi ribolle il sangue. Decisi di fingere indifferenza
e misi in pratica i suoi stessi sporchi insegnamenti mafiosi,
affidandomi ciecamente alla mia forte personalità e alla luci-
dità del vero uomo d’onore.
Agli occhi miei, in quel momento lui era il Diavolo in per-
sona, ne aveva indossato la maschera e aveva toccato nel vivo
uno dei sentimenti più nobili che nutrivo verso gli animali,
ma se volevo sopravvivere dovevo adeguarmi al suo cinismo.
Così, mentre lui indossava la veste del capo, io decisi
di indossare quella dell’uomo tutto d’un pezzo. Camuffai la
rabbia sfoderando un bel sorriso di circostanza, celai tutto il
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disprezzo che avevo, dietro occhi impenetrabili e lo accon-
tentai, servendo su un piatto d’argento la vita di quel povero
cane. “Come no! Io ammazzu tutti i cani ca vole vossia. Che
problema c’è?” avevo accettato un fiore con falsa cortesia
perché io lo odiavo a morte, ma quello scemo aveva bevuta
la mia farsa.
Pum. Sparai un colpo secco al cane sperando che non
avesse sofferto troppo.
Quell’episodio segnò tutta la lunga catena di episodi fu-
turi: ma come prima cosa mi conquistai la sua stima e la sua
totale fiducia.

Mentre l’Architetto Toro sfoggiava un sorriso burocratico,


che tradiva un’inconfessato senso di soddisfazione cosmi-
ca, io ero divorato dallo sgomento e dall’incredulità. Lui era
convinto che io avessi obbedito ai suoi ordini, ma non aveva
capito di essersi salvato solo perché qualcuno sapeva che
eravamo insieme e che la mia muta approvazione non era
altro che una tattica di sopravvivenza.
Dopo il brutale atto, lui mi si avvicinò dicendo sommes-
samente: “Ricordati che quando uccidi non devi provare ri-
morsi.”
Una volgare espressione ottenebrava i suoi lineamenti,
che mi apparivano sempre più ripugnanti, poi aggiunse in
tono smielato: “Tu sei l’amore mio!” stavolta sembrava un
angelo, tanto era dolce e zuccherato quel maledetto, “tu sei
dentro al mio cuore, non sai quanto ti voglio bene. hai vinto
la tua debolezza per amore mio, ti rendi conto, di quanto sei
speciale? Sai Enzino, un cane è un essere di Dio che bisogna
rispettare ed educare, bisogna essere pazienti e perseveranti,
ma bisogna fargli capire chi è il capobranco. E il capobranco
non è lui. Hai capito cosa ti voglio dire?”
“Certo, vossia” risposi manifestando una grande padro-
nanza delle mie emozioni.
“Bravo Vincenzino! Vedi cosa significa obbedire? Tu po-
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tevi essere libero di scegliere, ma hai obbedito al capobranco
e alle sue regole ferree! Sei una bestia ammansita. Diventerai
un killer spietato e perfetto!” poi aggiunse tutto soddisfatto:
“Sarei capace di trasformare anche S. Franscesco in un kil-
ler in grado di uccidere gli animali strappandogli il cuore a
morsi.”
Mi strinse la mano callosa. Dapprima la pressione fu leg-
gerissima, poi divenne sempre più forte e fui quasi contagiato
da quel contatto che non voleva accennare a diminuire e che
significava approvazione totale.
Mi abbracciò e mi baciò e io lo avrei amato se non mi
avesse costretto a compiere quell’assurdo gesto. Invece più
tardi mi sarei vendicato.
La stessa cosa capitò con mio fratello maggiore.

La prima “partita”

In una partita a scacchi, il momento cruciale è quello


centrale, quando apparentemente le forze sono pari. I pezzi
sono sparsi sul tavolo, non si è ancora arrivati a codificare
la strategia dell’avversario e ogni giocatore sta elaborando
tutti i ragionamenti possibili e immaginabili per fare scacco
matto. In questo momento ogni buon giocatore deve essere
abbastanza audace da sferrare l’attacco finale, ma anche tan-
to lucido da percepire ogni debolezza dell’avversario e pre-
vederne le mosse.
Avendo da sempre percepito la mia vita come una scom-
messa fondata sull’azione e sulle conseguenze di certi com-
portamenti, decisi di giocare la mia prima partita a scacchi
con mio fratello.

Avevo dieci o forse undici anni, un giorno mio fratello più


grande (ne aveva 11 più di me), tornò dal lavoro, si sistemò
a tavola con noi e iniziò a dare ordini a destra e sinistra, con
quel tono da capo famiglia del cavolo che mi faceva imbe-
73
stialire. Prima di sedersi mi consegnò le scarpe e mi ordinò
di metterle a posto. A me già mi giravano, poi cominciò a
mangiare tutto zitto, come fosse un re e io il servetto e dopo
due minuti, sto padre padrone dei miei stivali disse: “Enzo
passami l’acqua” la bottiglia era più vicina a lui e per pren-
derla doveva solo allungare il braccio, ma così non avrebbe
soddisfatto il suo senso di superiorità frustrata, (anche per-
ché comandava solo a casa) sto’ stronzo preferiva farsi servire
dal più piccolo!
Io le altre cose le facevo, anche se protestavo, ma di pren-
dergli l’acqua che gli stava proprio davanti non mi andava,
gli risposi in tono sgarbato: “Perché non ce la fai a prenderla
da sola?”
Lui subito mi mollò uno schiaffone: “Non devi rispondere
al fratello maggiore.”
Incassai il ceffone e lo insultai con una rabbia tale che
parevo un indemoniato.
Che razza di uomo era? “Cornuto!” gli ringhiai, lo sapevo
che per lui era una bella offesa. A quel punto mio fratello si
arrabbiò davvero: “Ah se ho capito bene, cornuto mi dici?”
disse sbavando per la rabbia e mi riempì la faccia di schiaffi.
Era una furia. Più mi picchiava e più gli dicevo cornuto e
gli ridevo in faccia, mentre le guance rosse mi dolevano. Mi
diede un sacco di botte.
Non mollai: “Cornuto, cornuto, cornuto, sei cento volte
cornuto, cornuto!” lo esasperai a forza di dirgli cornuto. Se
lui era prepotente, io ero più irritante dell’ortica. Alla fine si
incazzò di brutto, perché non cedevo. Fuori di sé, prese una
corda e me la legò sotto le spalle. Mi trascinò fuori in cortile
e mi calò dentro il pozzo. Subito mi immerse con l’acqua a
mezzo busto.
“Adesso vediamo se mi dici ancora cornuto.”
Mentre prendevo aria tra una caduta libera e l’altra, stril-
lavo: “Cornuto!” con tutta la voce che avevo, strozzata nella
gola per tutta l’acqua che mi stava facendo prendere “Cornu-
to, ma no una volta sola, ma mille volte cornuto sei!” io mi
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stavo incazzando più di lui. Avevo freddo, lì dentro era buio,
e mio fratello era uno grandissimo stronzo.
Piano, piano, mi abbassò ancora una volta dentro l’acqua:
“Avanti, dimmi ancora cornuto che ti faccio annegare.”
“Cornuto, cornuto, cornuto.”
Lui mi calò ancora più giù e l’acqua mi arrivò fino al collo
“Lo sai che ti ammazzo proprio, ti faccio annegare.” gridava
con un tono da nazista. Quando il dolore e non parlo solo di
dolore fisico, si impadronisce di te, esterni reazioni impen-
sabili. “Cornuto cornuto.” Stavo già annaspando con l’acqua
sotto il mento e parlare mi costava fatica. Se fossi stato furbo,
avrei cercato di pormi in maniera diversa, scusandomi ma-
gari per averlo offeso, ma proprio non ci riuscivo, mi aveva
talmente fatto imbufalire che avevo letteralmente perso il
controllo e ogni briciolo di orientamento psicologico, a tal
punto non mi importava nulla della mia stessa vita. Lui in-
vece insisteva nel perpetrare quella tortura sadica, sperando
forse che avessi detto ciò che voleva dicessi. Mi fece affon-
dare anche la testa. Ero stremato, immerso nell’acqua, nella
bava e pieno di dolori alle ossa. Ormai cornuto non riuscivo
a dirlo più, ma soddisfazione non gliene davo. Allungai la
mano fuori dell’acqua e feci il segno delle corna. Non potevo
parlare, e allora gli dicevo cornuto con le dita. A quel punto
capì che non c’era niente da fare e mi tirò fuori. Comportarsi
così con me era peggio. Non sopportavo ordini, non volevo
farmi schiacciare e odiavo i prepotenti. Se mi prendevano
con le buone ero ubbidiente e leale. Se mi davano ordini sen-
za spiegazioni, come faceva la maggior parte delle persone
che mi stavano attorno (spesso erano ordini cretini), piuttosto
mi facevo prendere a botte, ma non li eseguivo. Soprattutto
non facevo le cose che gli adulti, per primi non volevano fare.
A loro non piacevano, perché dovevo farle io? Da grande io
comandavo e questo stronzo di fratello ubbidiva, io ordinavo
e lui eseguiva.
Mi sarei vendicato di lui e di tutti quelli che avevano
osato pestarmi i piedi quando ero un ragazzino indifeso. Ma
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di queste cose parlerò più avanti.

Il collegio

Se fossi nato solo pochi anni fa, probabilmente la mia vi-


vacità e la mia ribellione innata sarebbero state diagnosticate
come una “sindrome di iperattività”, curabile con qualche
seduta dallo strizzacervelli, rigorosamente a pagamento, un
bel certificato da esibire a scuola per le “difficoltà di con-
centrazione e l’incapacità di stare fermo”, avrei avuto l’in-
segnante di sostegno e magari qualche pasticca americana
che mi contenesse. Invece sono nato nel 1956, in un paesino
dove al massimo ti bollavano come bambino “caratteriale” e
se potevano ti spedivano in collegio.

Pagai presto sulla mia pelle le infami etichette e così vis-


si anche la traumatica esperienza del collegio.
Ero ancora un bambino, ma già avevo capito che per ag-
girare molti divieti e molti ordini che non mi piacevano, ba-
stava saper mentire, evitando di tradirsi. Volevo fare quello
che volevo, invece che quello che dicevano gli altri. Non ero
cattivo, ma solo molto vivace, per la mia famiglia, anche trop-
po. Fare atti vandalici, furti e marinare la scuola era quasi
un’abitudine e per farlo mi ero circondato delle amicizie giu-
ste. Ogni giorno ne combinavo qualcuna delle mie: a scuola
non ci volevo andare, scappavo perché mi piaceva divertirmi,
tanto ero convintissimo che non mi servisse a niente, se non a
tenermi fermo e buono per cinque ore e per me era insoppor-
tabile. Preferivo dunque passare la mattina a rubare qualcosa
da mangiare nei negozi di generi alimentari (preferibilmente
i dolci). Inoltre facevo sempre a botte: ne davo e ne prendevo
a iosa; mi capitò più volte persino di litigare da solo contro
due e a quel punto mio padre, stanco di sentire giorno per
giorno lamentele e accuse, per castigarmi mi spedì in col-
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legio dalle suore, nella cittadina di Partanna, famosa per gli
orfanotrofi-lager, con la speranza che così avrei imparato a
rigare dritto. Ma non è che dalle suore ne combinai di meno!
Le loro regole mi piacevano poco perché non somigliavano
affatto alle mie.
Il pensiero di ogni giorno era la fuga, e infatti riuscii a
scappare ben due volte: la prima volta, la notte di Ognissanti
nel 1967.
Durante la giornata, le monache usavano andare al cimi-
tero a dire le preghiere per i morti. Si portavano dietro anche
un paio di bambini e quella volta scelsero me e il mio ami-
co Santuzzu. Era piccolo, magro. Al cimitero la gente pas-
sava davanti e vedendoci con certe facce da fame ci faceva
l’elemosina, fino a riempire sacchi di monetine che le suore
mettevano dentro a un borsone nero... Qualche persona, an-
che a me e a Santuzzu, dava qualche moneta scambiandoci
per orfani, (ignobile motivo per cui le suore ci portavano con
loro). Il nostro compito era quello di pregare come dei poveri
penitenti e lo facemmo per quasi tutto il giorno mettendo da
parte tanti soldini. Alla fine, la borsa delle suore era piena
e io e Santuzzu avevamo le tasche piene di monete. E così,
verso sera, rientrammo in collegio ricchi e contenti.
Con Santuzzu cominciammo a fare progetti per il giorno
dopo. La scuola si trovava fuori dal collegio, a un centinaio
di metri e avevamo pensato di spendere quei soldini lungo
il tragitto per comprarci caramelle e cioccolatini. La nostra
felicità, però, durò meno che poco, spezzata dal guazzabuglio
di voci di quelle malefiche arpie di suore cattive, che ci or-
dinarono di consegnare i nostri soldi: “Avanti, tirateli fuori!”
Io protestai dicendo che dopo una giornata intera trascorsa al
cimitero a pregare, quei soldi erano nostri, perché li avevamo
guadagnati noi! Era la verità e sarebbe stata la cosa più giu-
sta da fare. Ma niente.... ci dissero: “I soldi appartengono al
collegio!” La mia resistenza fu ricambiata con tanti di quegli
schiaffi, che alla fine dovetti rassegnarmi e li consegnai. Vidi
così andare in fumo la paga di un giorno di preghiere al cimi-
77
tero! Avevo il cuore gonfio dal desiderio di lustrarmi gli occhi
con tutte le cose che mi sarei potuto comprare e quelle stron-
ze invece mi avevano tolto tutto. Ero incazzato nero! Ancor
di più quando, come premio di consolazione, una monaca ci
diede venti lire per me e per Santuzzu. Ci rimasi malissimo!
Ero più che arrabbiato, furibondo!
Osservai la suora che metteva la borsa dentro un arma-
dio. Aspettai una mezzoretta e poi presi Santuzzu sotto brac-
cio e schioccando con le labbra per fargli capire che solo io
sapevo cosa bisognava fare, gli dissi: “Rubiamo tutti i soldi e
scappiamo. Ci riprenderemo tutto quello che ci hanno preso
e pure il doppio!” dissi poggiandomi sullo stipite rosicchiato
della porta. Lui, arrabbiato quanto me, si lasciò convincere
senza sforzo. Mi disse tirando su le sopracciglia: “Sì, sì, buo-
no, buono è!”
Dopo un paio d’ore, quando le suore si allontanarono,
entrammo nella stanza, aprimmo l’armadio che custodiva la
borsa piena di soldi, li versammo in un’altra borsa fino a ri-
empirla e fuggimmo via dal collegio.
Prima di scappare volli però dare un’ultimo sguardo a
quei poveri ragazzini che non erano stati audaci quanto me:
stavano accucciati nell’oscurità più profonda e malinconica,
stipati come bestie in uno stanzone. Erano almeno quaranta,
tutti distesi in fila in quegli scomodi lettini, con indosso delle
sottane bianche. Parevano dei fucilati!

Arrivammo fino alla stazione dei treni, avevo una fame


e un sonno tali che non mi reggevo più in piedi. Comprai
un biglietto per Castelvetrano (ricordo che costava cinquanta
lire). Con Santuzzu ci salutammo abbracciandoci, baciando-
ci e augurandoci buona fortuna. Era proprio una bella sera,
c’era un freschetto che rendeva allegra l’atmosfera. Mi misi
ad aspettare sotto la pensilina tutto soddisfatto e aspettai il
treno della salvezza.
Un’ora dopo, scesi dal vagone col passettino lesto lesto,
senza sfilare le mano dalla saccoccia piena di soldi e quando
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arrivai a casa consegnai metà del bottino a mia madre, che non
si capacitava della cosa. Tutto concitato, le raccontai quello
che era successo e lei non smetteva di baciarmi, mentre le
parlavo senza sosta. Dopo due giorni, i miei naturalmente mi
riportarono in collegio. Feci resistenza, provai a spiegare a
mia madre che non era una buona idea: “Mamma, se mi porti
in collegio, le monache mi ammazzano di botte perché ho ru-
bato questi soldi!” Avevo tanta paura perché conoscevo bene
quelle suore. “Non ti preoccupare, ci parlo io alle suore e non
ti faranno niente!” Mia madre mi voleva bene, però non cre-
deva che mi avrebbero picchiato. Mio padre di riprendermi
a casa non voleva saperne, ero troppo monello: per lui ero un
problema senza soluzione. Mi riaccompagnarono in collegio
e quando arrivammo, mia madre e io entrammo quasi in pun-
ta di piedi. Come era prevedibile, le suore ci accolsero festo-
samente: “Enzo, sei tornato? bravo! Su vieni qua” e davanti
a mia madre mi accarezzarono. Mia madre ingenuamente mi
dice: “hai visto che non ti fanno niente?”
“No.”
“Mamma, adesso che sei qui tu, non mi fanno niente, ma
quando tu te ne vai, loro mi gonfiano di botte io le conosco,
non lasciarmi qua, andiamo via!” non mi credette! Appena
mia madre andò via, le monache fecero passare ancora dieci
minuti, per essere sicure, e poi, disgraziate, mi presero, tut-
te e quattro insieme per un gomito. Camminavano di fretta
mettendo un piede davanti all’altro, con certe facce così cat-
tive che si vedeva che erano peggio delle bestie. Neanche a
dirlo mi riempirono di botte, guardandomi fisso con gli occhi
iniettati di sangue e quasi ridevano di me. In realtà ridevano
per la ragione che non mi era stato possibile fare qualcosa
contro la loro volontà. Più tardi incontrai anche il mio amico,
Santuzzu. I suoi genitori lo avevano riportato dentro lo stes-
so giorno della fuga. Era bianco come uno straccio e con la
bocca fece una smorfia come se stesse per piangere. Aveva
gli occhi nudi e gonfi, poverino, aveva preso più botte di me...
l’avevano massacrato, perché era rientrato prima, mentre la
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ferita era più fresca. La moina delle botte e le lagne non era-
no servite a nulla. Ce ne tornammo quatti quatti nella stanzi-
na scrostata, più acciaccati di prima e lì mi affacciai deluso
dalla mia finestrella: non si vedeva nessuno, si sentiva solo
qualche rumore che veniva dalla strada centrale. Mi addor-
mentai triste e sconsolato. Sapevo però che non sarei rimasto
a lungo in quell’inferno.
A gennaio del 1968 ci fu il terremoto. Quella notte scap-
pai nuovamente dal collegio e tornai a Castelvetrano a piedi.
Ricordo che mia mamma quando mi vide pianse di gioia !!

Il padrino Alberto: uomo d’onore all’antica

Le qualità di una persona sono valori fondamentali, indi-


pendentemente dall’uso che una persona ne voglia fare, spes-
so però subentra la scelta, che quasi sempre non è dettata
dalla lucidità, ma avviene quasi per caso. In quel preciso
istante, la scelta ti condiziona la vita, entra nel tuo metabo-
lismo e ti porta a compiere dei passi prestabiliti. Io scelsi
di seguire gli insegnamenti del Padrino Alberto e oggi sono
quel che sono anche per averlo fatto.

Da adolescente frequentavo diversi uomini d’onore, co-


noscevo le famiglie malavitose del paese e loro conoscevano
me. Fra le mie amicizie c’erano i Sant’Angelo (Lillo fu uc-
ciso) e altra gente “rispettabile” nei cosiddetti circuiti del
malaffare.

Se le mie continue ruberie, le liti, le botte e le ribellioni


adolescenziali, per i miei genitori erano solo fonte di preoc-
cupazioni, per un amico della mia famiglia, non erano difetti,
ma doti da incanalare, sulle quali si poteva lavorare di fino. Il
suo nome era Alberto: “Uomo d’Onore all’antica”. Lo conob-
bi che avevo dieci anni, mi dimostrava sempre benevolenza

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quando veniva a trovarci. Non sembrava scandalizzarsi come
gli altri per quello che combinavo. Rimproveri me ne faceva,
ma perlopiù con toni comprensivi, piuttosto che arrabbiati e
frustranti. Fu lui a regalarmi la prima bicicletta e spesso mi
donava un po’ di denaro. Ma soprattutto mi stava ad ascolta-
re, quando spiegavo le mie ragioni, facendomi sentire impor-
tante, o almeno così mi sentivo io ai suoi occhi. Si dimostrava
sempre orgoglioso delle mie azioni e dei miei comportamenti,
cosa che alimentò la mia autostima in maniera esponenziale.
Inoltre era il solo che credeva nel mio futuro.
Era prodigo di consigli e ogni giorno mi dava dei piccoli
insegnamenti: insomma una specie di educazione alla vita
che accettavo ben volentieri da un uomo che per me era come
un secondo padre, tanto da poter dire a fronte alta, che il
Padrino Alberto è stato il primo, e l’unico, dopo mia madre,
a occuparsi di me in maniera assolutamente disinteressata.
In realtà i suoi insegnamenti erano volti a creare un mostro
a sua immagine e somiglianza, capace solo di volgere la sua
attenzione alla forza immane del denaro e alla ferocia esecu-
tiva.
Quando fu il momento, si offrì addirittura di farmi da pa-
drino di cresima.
Gli piacevo anche perché conosceva la storia della mia
razza, e da ragazzo era innamorato di mia madre (mio padre è
stato sempre all’oscuro di questo feeling tra lui e mia madre).
La mamma di mia mamma era una Catalano, veniva da una
famiglia di uomini d’onore che poi emigrò negli Stati Uniti.
Gente di spessore, che prima della guerra nessuno osava toc-
care. Il sangue, le origini, le radici, sono importanti per Cosa
Nostra. Mio padrino Alberto era un Uomo d’Onore all’antica,
questo lo capii molto più tardi. Tra i componenti della mia
famiglia, solo in me aveva visto le doti giuste, e solo a me
aveva fatto da padrino. Gli rivolgevo la parola chiamandolo
proprio “Parrino”, alla siciliana e gli davo del “Vossia” me-
ritava tutto il mio rispetto. Lui sebbene “mafioso”, aveva una
certa nobiltà d’animo. Mi insegnava molte cose, un poco con
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i rimproveri, un poco con storie esemplari. Ricordo ancora
che si sforzava di smorzare il mio temperamento caliente,
insegnandomi a controllare gli istinti. Io infatti ero uno che
trovava ogni occasione per azzuffarsi, ma fu proprio lui a far-
mi capire che il ricorso alla violenza avrebbe dovuto essere
sempre e comunque l’ultima risorsa. Mi spiegò che al male,
bisogna anteporre le cose belle e mi fece capire regole di vita
assolutamente convincenti. Nonostante la sua stretta sorve-
glianza, il mio carattere indipendente mi portava tuttavia a
commettere ancora molti errori. Il padrino insisteva a dirmi
di non rubare, di non accompagnarmi a certi delinquenti, di
pensare prima di agire. Io invece, già a tredici, quattordici
anni, volevo rifarmi subito di quello che non avevo avuto,
perché fondamentalmente ero avido di vita.
Il padrino mi dava ogni settimana più soldi di quanti ne
servissero a un ragazzo della mia età’, ma io andavo a ruba-
re lo stesso, giusto per dimostrare a me e agli altri che non
avevo paura, che ero coraggioso e forte, che se c’era da osare,
osavo. La mia era però una delle forme più pericolose del
coraggio: quella che si nutre di curiosità, di cieca ambizione
e della voglia di sperimentare cose ignote o impreviste sen-
za ragionarci sopra, tanto per mettere alla prova il valore. A
quattordici anni avevo vizi costosi: donne, sigarette, scom-
messe alle carte. In realtà non avevo un grande bisogno di
soldi, però mi piaceva rischiare per averli!
Più tardi mi resi conto che i soldi, quelli veri (spesso
iniettati di sangue), si fanno con certi lavoretti speciali, a
quel punto ero già compromesso, perché non appena ebbi la
percezione che il compenso aumentava, cominciai a sentirmi
pericolosamente padrone del mondo.
Ricordo ancora la sensazione che provai quando all’im-
provviso fui catapultato da un ambiente di campagna fatto di
rigore e privazioni, a quello della business class in cui tutto
potevo, in cui scendevo disinvoltamente dal taxi per recarmi
in alberghi di lusso e ristoranti d’elite.
Vivevo in una dimensione quasi surreale, che a volte mi
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dava ansia, vuoi perché temevo di svegliarmi e perdere tutto,
vuoi perché al lusso non c’ero abituato, ci dovevo fare il callo
e non era facile pensare che un passo falso, potesse portarmi
di nuovo nella feccia e nella vita da miserabile che avevo
condotto fino a qualche tempo prima. Purtroppo nella mafia
si corre questo rischio; basta poco per cadere dal piedistallo,
basta una parola sbagliata, uno sgarro anche minimo. Devi
mantenere sempre la soglia d’attenzione alta, devi essere lu-
cido, avere intuito e una massiccia dose di fredda diploma-
zia.
Perché del resto, mi sarei dovuto accontentare di avere
solo un pezzo del mondo che sognavo, quando avrei potuto
averlo tutto? Di colpo non mi bastava nulla di ciò che avevo e
non volevo neanche ricordare le privazioni che avevo dovuto
accettare per essere nato in una famiglia modesta. Chi cazzo
mi poteva impedire di stringere il mondo tra le mani, adesso
che il mio carattere emergeva e godevo di solide protezioni?

L’unico modo per raggiungere i miei obiettivi era quello


di allontanarmi sempre più da quel mondo di galline schele-
trite e lavorare sodo.
Cominciai a frequentare un locale di Castelvetrano, il bar
degli studenti, frequentato da piccoli malavitosi: ladri, rapi-
natori, ragazzi pericolosi. Passavamo giornate intere sbragati
sulle panche, a giocare a flipper, dediti con odiosa incoscien-
za a progettare mille modi (poco leciti ovviamente) per ra-
cimolare quattrini. Fra tutti, io ero il più giovane, sempre
disponibile a seguire gli altri se il rischio valeva la pena,
senza neanche pensare alle conseguenze della mia eccessiva
tracotanza.
Il mio Padrino incaricava gli amici suoi di seguirmi e
spiava cosa facevo, dove andavo e con chi andavo. In buona
sostanza, cercava di farmi capire che i miei compagni, più
vecchi di me, mi usavano per il loro tornaconto. Mettevano
avanti me, quando non avevano il coraggio di rischiare. Il
Padrino mi faceva sempre la morale, mi diceva: “Ti capisciu
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Vincenzo, sei un ragazzo impulsivo, tu una cosa la pensi e la
fai, ma devi imparare a riflettere di più.”
Ignorando i suoi insegnamenti, conobbi in fretta la prigio-
ne minorile, il Malaspina di Palermo. Tuttavia, ci restai poco,
appena due mesi, e dentro fui trattato bene, perché almeno
in quell’occasione mi sforzai di mettere in pratica i suoi saggi
precetti.

Un giorno gli parlai delle prepotenze subite da parte di


mio fratello maggiore, che anni prima, mi aveva calato dentro
il pozzo e che non ne potevo più di soccombere a causa della
sua insana autorità. Il Padrino, dopo avermi ascoltato atten-
tamente si limitò a dire che un ragazzo della mia età, (avevo
diciassette anni) non doveva permettere a nessuno di pic-
chiarlo. Invece mio fratello continuava a menarmi, anche per
i motivi più banali, anche solo se mi vedeva in compagnia di
qualcuno che non gli piaceva. Era più grande, più forte e più
prepotente di me. Quando lui mi disse che non avrei dovuto
mai più permettergli di maltrattarmi, gli chiesi: “Parrino, per
non farmi picchiare, lo devo ammazzare?” a me sembrava
veramente l’unico modo.
Lui mi rispose: “Vincenzo, ci sono altre strade, non si
ammazza un fratello!” mi spiegò che prima di giungere a
uccidere, avrei dovuto provare a guadagnarmelo il rispetto.
Pensai che mio fratello avrebbe dovuto capire che ero capace
di difendermi, facendogli passare la voglia di picchiare. Ci
pensai sopra per giorni, finché fu proprio lui a darmi lo spun-
to per mettere in atto il mio piano: si era messo in testa, non
so perché, che dovevo rientrare non più tardi delle nove di
sera. E se arrivavo dopo, mi picchiava. Ciò accadeva spesso
e una sera, che avevo osato sfidarlo, lo fece con più cattiveria
del solito. Cercai di difendermi, ma non potevo reggere il
confronto; lui pesava almeno venti chili più di me, era un
cristone! Aveva ventotto anni e io diciassette, in confronto ai
suoi pugni, i miei sembravano carezze di un pugile atterrato.
“Tu massimo alle nove devi essere a casa!” mi ordinò.
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Risposi con aria di sfida: “E perché? Chi sei tu, per dirmi
questo, papà?”
Lui continuò: “...e domani sera guai a te se torni tardi, te
ne do più di questa sera!”
Questo avvertimento fu il suo errore perché mi spinse
a decidere di organizzarmi per affrontarlo. Infatti, il giorno
dopo andai in un negozietto nella piazza del paese e comprai
un coltello a scatto, lungo 44 centimetri: un gran bel coltel-
lo. Quella sera lo avrei certamente colto di sorpresa. Ormai
non ne potevo più! E così, quella sera, invece che alle nove,
tornai a casa a mezzanotte, proprio con l’intenzione di provo-
carlo. Lui mi aspettava, come previsto. Appena oltrepassai la
porta, lo vidi in piedi in mezzo alla stanza. Stava per scagliar-
si contro di me, ma non gli lasciai il tempo di colpirmi. Gli
saltai addosso, tirando dalle sordide saccocce il coltellaccio
e glielo puntai alla gola, ringhiando, come una belva ferita.
“Dai, picchiami bastardo, cornuto, picchiami... che ti ta-
glio la gola!” lo insultai, tenendogli il coltello puntato con-
tro la gola, mentre lui implorava pietà. Come poteva pensare
che avrei avuto pietà di lui, dopo tutti quegli anni passati
a inghiottire rospi amari a casua del suo insulso bullismo!
Implorava e basta e io invece mi divertivo ad alimentare la
mia sete di vendetta con una ferocia inaudita. La lama lo
graffiò sfiorandolo, ma avrei voluto conficcargliela dentro la
carne tutta quanta, fino a forargli i polmoni. Mi controllavo
a stento e mi divertivo a martoriare quel cane maledetto. Se
solo avessi avuto più coraggio, gli avrei bruciato i testicoli e
gli avrei piantato una vite nel cranio a quel fottuto bastardo.
Quella era la conseguenza di anni di umiliazioni, di botte,
di imposizioni forzate. Mi venne in mente quando mi calò
dentro al pozzo, e tutte le prepotenze e le violenze subite.
Basta! Doveva imparare a rispettarmi e doveva impararlo una
volta per tutte. A voce alta e ferma gli dissi: “D’ora in poi tu
mi lasci stare in pace, altrimenti ti sgozzo come un agnel-
lo!” mio fratello non si aspettava quella mia reazione. Per
lui ero il fratello più piccolo, quello che lui aveva sempre
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dominato, mi considerava ancora un bambino... Quella sera
sentì la forza della mia rabbia, la voglia di rivincita, la mia
determinazione e la mia Cattiveria. Diventò bianco, pallidis-
simo. Disse: “Ah così ragioni? D’ora in poi tu non hai più un
fratello, mai più!” Nelle sue parole si leggevano stupore, ira
e paura. Adesso che aveva capito che non avrebbe potuto più
usare le mani, tirava in ballo il sentimento e il legame di san-
gue! Pensai che non mi interessava avere un fratello che mi
picchiava ogni sera, appena lo vedevo. “Sì? e neanche tu ce
n’hai più un fratello!”, gli urlai. “Ma chi minchia credi di es-
sere?”. Lo lasciai andare, tenendo sempre il coltello puntato
contro di lui. Quella notte finalmente capì che era arrivato il
tempo di lasciarmi stare per sempre, ne valeva della sua vita!
Avevo seguito il consiglio di mio padrino: mi ero guadagnato
il rispetto, senza versare il sangue di un fratello.
Molti anni dopo e quando fui latitante, questo mio fra-
tello mi restò vicino, sempre disposto a darmi una mano, af-
fascinato dal mio spessore di Uomo d’Onore e dal rispetto
che da ciò scaturiva (che inoltre lo illuminava di luce rifles-
sa). Entrammo in sintonia, ma l’estrema conseguenza del suo
comportamento portò a un ribaltamento delle parti: Io ordi-
navo, lui obbediva, io decidevo e lui eseguiva! Non ci sareb-
bero stati più limiti alla mia sete di giustizia. Non per questo
gli risparmiai la mia sottile vendetta, dopo anni di soprusi e
vessazioni.

Le vendette postume

Ero cresciuto con la rabbia in corpo e quando la rabbia


si trasforma in sete di rivalsa, improvvisamente ti trovi a un
bivio: o diventi un frustrato oppure alimenti una spasmodica
ambizione che ti fa credere onnipotente. Io non ero certo il
tipo da nascondermi dietro alle frustrazioni da femminuccia,
così decisi di conquistarmi il mondo a modo mio, prendendo
semplicemente ciò che volevo, senza neppure chiedere per-
86
messo e rompendo il culo a chi osava fermarmi.
Ma per lavorare meglio a mente serena, dovevo di volta in
volta liberarmi del fastidioso sassolino nella scarpa, ovvero
farla pagare a quegli stronzi che si erano frapposti fra me e
i miei obiettivi o semplicemente avevano abusato di me in
quanto soggetto debole.
L’ansia dell’attesa o meglio della rivalsa mi dava un senso
di infinita eccitazione.

Da piccolo ero attaccabrighe; crescendo peggiorai e il


mio bullismo mi portò a usare la violenza per gestire ogni
situazione che non ero in grado di controllare con la ragione
e con la voce.
Questa sete di vendetta, mista alla violenza, col passare
del tempo fece affacciare alla mia memoria tutti gli episodi
subiti da bambino, presentandomeli davanti come qualcosa
di imperdonabile. Cominciai dunque a reagire come fossi un
toro a cui il torero sventola il drappo rosso.

Come apparecchiai le mie piccole vendette

Nel 1991 decisi di vendicarmi di mio fratello, a sangue


freddo, come il cinese che aspetta il cadavere passare sulla
riva del fiume. Anche per lui provavo lo stesso odio viscerale
che avevo provato verso il consigliere che mi aveva costretto
a uccidere il povero cane. A oggi non sono mai riuscito a
dominare questo sentimento di rabbia, mi sforzo, ma è un
sentimento talmente radicato che non riesco proprio a libe-
rarmene.
A quell’epoca ero latitante e spesso mi travestivo da mo-
naco per sfuggire ai controlli della polizia. Ero davvero bravo
a calarmi nel ruolo mistico, tanto da conquistare la fiducia e
il rispetto di tutti coloro i quali mi si avvicinavano, certi di
avere davanti un uomo di Chiesa.
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Una sera mi trovavo a Castelvetrano e decisi di farmi
ospitare da mio fratello maggiore “Stasera devo dormire da
te.” Lui aveva due figli maschi e due femmine e provava un
debole per il secondogenito, un bambino che tra le altre cose
mi somigliava tanto. Anche io gli volevo bene, gli regalavo
spesso dei soldini, lo accarezzavo come fosse figlio mio. Lui
aveva 11 anni, pressappoco la stessa età che avevo io quan-
do mio fratello mi gettò dentro il pozzo di casa nostra. La
faccenda del pozzo proprio non mi era mai andata giù, così
stretto da un rigurgito di sentimenti bassi e ignobili, decisi
di servigli la mia lucida vendetta su un bel piattino. Cono-
scevo bene tutte le campagne e tutti i fondi di Castelvetrano,
perché spesso mi nascondevo con il sacco a pelo durante la
latitanza. Le avevo ispezionate con cura e avevo notato un
podere in cui si trovava un bellissimo pozzo.
Dissi a mio fratello: “Senti, accompagnami in campagna
che devo incontrare una persona e portiamo u picciriddu così
non destiamo sospetto.” Le zone erano spesso presidiate dai
posti di blocco delle forze dell’ordine, visto l’alta presenza
mafiosa nelle zone limitrofe.
Muoversi con un bambino al seguito era la cosa più si-
cura, perché gli sbirri non pensano che un latitante si possa
aggirare portandosi un ragazzino.
Quando ero stato arrestato in Germania (ero il corriere
della coca) mi ero procurato un passaporto falso, sottratto
a un certo Cirame Santo di Bronte. Ricordo di averlo fatto
ubriacare e averglielo sfilato con estrema facilità. Ebbene
giravo con quei documenti in maniera indisturbata, ma era
sempre meglio non rischiare.
Avevo premeditato tutto. Ero schifosamente geloso di
quel bambino perché, mio fratello lo amava come non aveva
mai amato me alla sua età. Quella sua dolcezza mi faceva
piacere ma anche rabbia, una rabbia incontrollabile di cui
adesso mi vergogno anche solo ad ammetterla. E dire che
aveva 11 anni più di me e poteva farmi da papà. Se avesse
dato anche a me un quarto dell’amore che dava al figlio, lo
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avrei amato e onorato fedelmente per tutta la vita, invece io
continuavo a lesinare affetto e ricevevo in cambio prepotenze
di ogni genere.
Anche io avevo due figli maschi: uno in Sicilia e uno in
Germania, ma non mi ero fatto conoscere da loro per tutelarli
da possibili vendette trasversali. Per questo lo odiavo dop-
piamente. Lo odiavo perché non mi aveva voluto abbastanza
bene e lo odiavo perché poteva esternare i suoi sentimenti al
figlio maschio, mentre io avevo dovuto lasciare i miei senza
nemmeno farmi conoscere.
Arrivammo sul luogo prescelto per la vendetta. Gli feci
notare quel meraviglioso pozzo in pietra che si ergeva in mez-
zo alla campagna. Era profondissimo e buio: io guardavo il
buio e il buio guardava me.
Come d’abitudine avevo addosso due pistole, una davanti
e una dietro. “Guarda quanto è profondo il pozzo. È più pro-
fondo del nostro, vero?” gli dissi “Eh, sì Vincenzo. Con tutta
sta campagna, c’è bisogno di tanta acqua.”
Era il mese di luglio. Il piccolo aveva chiesto il permesso
di allontanarsi per raccogliere della frutta “Sì, gioia mia, tor-
na fra cinque minuti. Ora vatti a pigghiari i ficu.” non aveva
visto le due pistole.
Mi avvicinai a mio fratello e con fare rabbioso gli ringhiai
“Vieni ca gioia, ora butti tuo figlio dentro il pozzo, perché se
non lo fai oggi, muori tu e tuo figlio insieme a te.”
“Ma che stai dicendo? Sei impazzito? Cosa dici, che cos’è
questa storia?”
Avevo preparato una corda lunga oltre 20 metri “Adesso
prendi tuo figlio e sai cosa devi fare? Lo devi legare e gli devi
fare provare le stesse cose che hai fatto provare a me quando
avevo la sua stessa età, brutto cornuto.”
“Se non lo fai, ammazzo te e purtroppo sarò costretto ad
ammazzare pure lui, perché è testimone. Poi vi butto nel poz-
zo a tutti e due.”
A dire il vero, parlavo con le parole, non con il cuore.
Perché anche se agivo per rabbia, volevo bene a tutti e due.
89
Volevo solo rinfrescargli la memoria e fargli capire quello che
avevo provato da bambino. Per raggiungere lo scopo dove-
vo necessariamente sacrificare il sentimento per la ragione,
cosa che mi era stata insegnata da Cosa Nostra e che in futuro
avrebbe segnato e salvato la mia vita in più di un’occasione.
Lui non poteva percepire né il mio turbamento, né le mie
reali intenzioni: stava davanti a un fratello che dava segni
evidenti di squilibrio e non se ne capacitava.
Volevo solo dargli una lezione, mettergli paura, ecco cosa
volevo! Nient’altro che questo.
“Pezzo di merda...” mi disse subito mio fratello, con la
bava alla bocca dalla rabbia “era una storia chiusa quella del
pozzo, che cazzo c’entra sta cosa adesso?”
“Te la ricordi ancora, dopo tutti questi anni?” urlai.
“Io neanche mi rendevo conto di averti fatto soffrire,
stronzo! Tu mi ammazzi? Va bene. Ma ricordati che ti penti-
rai per tutta la vita e morirai con il rimorso. Ma come? Io in
questi anni ti ho coperto, ho rischiato persino la vita per te
e tu mi ricambi in questo modo? Ma che razza di uomo sei?
Forza, stronzo! spara a me e a mio figlio, se hai coraggio.
Spara prima a me e poi a lui e sparagli sulla fronte così soffre
poco, pezzo di farabutto!”
Ebbe coraggio e mi fece una gran tenerezza.
Io continuavo a tenere la linea dura: “Vuoi fare il corag-
gioso con me? Inginocchiati!” gli strillai. “Che cazzo di uomo
sei? Adesso tremi come una femminuccia, hai smesso di es-
sere uomo, adesso che io sono più forte di te?”
“Inginocchiarmi, io?” rispose “Davanti a te? Mancu se
t’ammazzi. Tu sei peggio di un animale, almeno io mi sono
pentito per quello che ti ho fatto, tu invece continui a cova-
re odio come una bestia feroce. Io non tremo, non mi fermo
e non mi inginocchio, stronzo! Se hai il coraggio spingimi
avanti e buttami nel pozzo e se indietreggio uccidimi, io non
ho paura!”
Buttai subito la pistola e lo abbracciai. Lui piangeva
come un bambino. Mi voleva davvero bene, ma io mi dovevo
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liberare di quell’ultimo peso che avevo nel cuore.
“Come posso dimostrare che ti voglio davvero bene?” mi
disse con gli occhi ancora bagnati di lacrime. Non risposi,
non c’è n’era bisogno.

Non fu quella l’unica volta in cui decisi di pareggiare i


conti con il mio passato, vendicandomi di chi mi aveva cau-
sato sofferenza.
Un giorno ero con la moto in una strada di campagna e
fermo sulla trazzera, vidi un vecchietto con una macchina
FIAT 1.100 che mi faceva cenno di fermarmi. Mi fermai e
riconobbi quel cornuto di maestro che mi dava le bacchettate
alle elementari. Mi disse: “Per favore mi aiuti a mettere la
ruota di scorta perché ho bucato” e aveva in mano il cric. Lui
di me non si ricordava più ed era difficile riconoscermi dopo
oltre 10 anni. Gli risposi: “Perché no, mi dia il cric.” dopodi-
ché mi guardai attorno per verificare che non ci fosse nessu-
no e con il cric gli distrussi tutta la macchina... tutti i vetri...
sportelli... la cappotta... ecc. ecc. Lui gridava... “disgraziato
cosa stai facendo... pazzo.” mi guardava quasi impietrito dal
terrore mentre io inveivo come una bestia feroce “Tu sei quel
cornuto bastardo del Maestro Marotta non è vero? Non ti ri-
cordi di me!” Lui di me non si ricordava... Gli sbraitai: “Ti è
finita bene! Avrei tanta voglia di prendere le tue mani e rom-
pertele con questo cric! Mi fai pena”... e poi scappai! Oggi
mi vergogno un po’ per essermi accanito contro un vecchio
indifeso, ma del resto anche lui aveva esercitato il suo ruolo
impari con me, quando ero solo un bambino.
Non ero stato un alunno facile per lui. Ricordo che tra le
tante monellerie, una su tutte superò ogni limite: quando ero
in terza elementare, avevo letteralmente buttato dalla finestra
un compagno di scuola. Non fu un volo esagerato, si trattava
infatti di una finestra su un piano rialzato, ma certo non era
una cosa ammissibile, almeno in un contesto scolastico dove
ci si dovrebbe comportare in un certo modo. Quello stronzet-
to mi faceva sempre le smorfie e mi aveva messo il sopranno-
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me di Carcarazza... gli dicevo di smetterla ma lui continua-
va insieme ai suoi amichetti Carcarazza, Carcarazza, ovvero
gazza. Mi avrebbe dovuto mettere in punizione, quello sì, ma
le bacchettate se le poteva risparmiare.

Gli insegnamenti del padrino Alberto


e l’ingresso a Cosa Nostra

Crescendo, la fiducia che il mio Padrino Alberto nutriva


verso di me aumentò in maniera esponenziale, tanto che mi
prese a lavorare con lui nel Patronato/Sindacato Encal* che
gestiva. Lui non mi sfruttava come si faceva e si fa ancora
oggi con i garzoni di bottega. Anzi, dopo qualche anno di
zelante impegno sotto la sua conduzione, si ritirò in pensione
e lasciò l’attività nelle mie mani. Lavorare al Patronato, alla
fine, servì più a me, per gli insegnamenti e le conoscenze che
feci, di quanto avesse guadagnato lui a tenermi. Eseguivo i
suoi ordini alla lettera, con grande solerzia e mi davo un gran
da fare per dimostrargli la mia fedeltà, il mio riconoscimento
e il mio impegno.

*Il Padrino Alberto Casesi aveva iniziato Vincenzo Calcara alla via
del crimine di rispetto. Il suo impiego nel Patronato in realtà consisteva
nel gestire, in maniera illecita, alcune pratiche, come le pensioni di inva-
lidità; posizione assai utile per guadagnare il consenso della gente.
In quello stesso periodo, l’Architetto Toro, amico del mio Padrino e
parente alla lontana di “Lucianeddu” Liggio della cosca du Zu Luca Lig-
gio, mi disse: “Vincenzo alla domenica vieni nel mio locale e dai un’oc-
chiata se qualcuno fa casino. Tieni d’occhio i ragazzi, controlla la cassa.
Una cosa facile.
Ci andai per parecchio tempo quando l’ufficio del Patronato era chiu-
so. Per Toro era solo un modo per tenermi d’occhio e capire se accettavo
la sua autorità. Non ci furono mai problemi.

La mia indole indomita e istintiva mi portava a commette-


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re errori su errori e a collezionare reati giusto per il gusto del-
la trasgressione, così nel tempo libero, puntualmente sviavo
dai saggi consigli del mio Padrino. Uno dei furti che misi a
segno servì a Cosa Nostra per mettermi alla prova. Ai tempi
in cui le auto non potevano circolare la domenica nel 1973,
sempre insieme al mio amico Mario Bevilacqua, organizzai
un furto in una villetta isolata. Questa villetta apparteneva a
un certo Barbera (ricordo solo il cognome) che si occupava
della custodia delle macchine sequestrate dai Carabinieri.
Siccome la domenica le macchine stavano ferme e la villetta
era vuota, perché gli abitanti andavano al mare, il colpo non
presentava grandi rischi. Dovevamo solo entrare, prendere
quello che c’era da prendere e andarcene tranquilli.
Ignoravamo che questo Barbera appartenesse a Cosa
Nostra ed era intoccabile. Ancora nulla sapevo di “Uomini
d’Onore” e delle regole che li tengono legati. Capivo solo che
il furto sarebbe stato facilissimo. In pieno giorno, forzammo
la porta e entrammo a casa. Rovistammo negli armadi, fin-
ché trovammo i gioielli della moglie, anelli e monili d’oro,
un fucile automatico, una ventriera con cartucce a lupara,
elica e mitraglia. A me le armi interessavano più dei soldi.
Nella divisione del bottino, volli per me fucile e cartucce. In
cambio lasciai a Mario Bevilacqua, due terzi dei gioielli. Lui
fu molto soddisfatto della spartizione, e io pure. A cose fatte,
andai a nascondere il fucile e le cartucce nella campagna
di mio padre. Non raccontai niente al mio Padrino, perché
disapprovava la mia amicizia con Bevilacqua e continuava a
dirmi di lasciarlo perdere. “Quello non mi piace, ha una fac-
cia da ladro.” borbottava. Io tacevo, perché sapevo che con-
siderava i furti roba da uomini da poco conto. Nel giro della
malavita, grazie a Mario Bevilacqua, si sapeva che io detene-
vo questo fucile. Il mio Padrino mi chiese spiegazioni circa
delle voci che gli erano giunte. Io negai sempre! “Vincenzo,
se dici così, va bene. Ma ricordati che se non è come dici,
lo vengo a sapere. Prima o poi la verità la so sempre!” era
verissimo! Con l’astuzia e l’intelligenza, con gli informatori,
93
con le domande e i complimenti, quello che voleva sapere su
di me, lui, lo veniva a sapere sempre. Non ero io a raggirare
lui, ma il contrario. Quello che non sapevo era di avere fatto
uno “sgarro” che poteva costarmi la vita. Barbera si era la-
mentato del furto, con alcuni Uomini d’Onore e aveva chiesto
di sguinzagliare certi fidi segugi. Il mio Padrino indagando
venne a sapere cosa era realmente successo.
Quel coglione del mio amico Mario Bevilacqua si era
vantato del furto, come uno stupido. Alcuni uomini d’onore lo
avevano interrogato, con le buone, gli avevano allungato una
manciata di soldi, lo avevano trattato bene, mostrandosi gen-
tili e diplomatici fino a farlo confessare quasi senza sforzo, e
lui se l’era cantata. Aveva spifferato che il fucile ce lo avevo
io, che non sapeva dove l’avevo messo perché non glielo ave-
vo detto e tutte le menate del caso.
Il mio Padrino convinse la Famiglia a mettermi alla pro-
va. Fu la mia punizione! Due settimane dopo, fui avvicinato
da un gruppetto di persone. Tra loro c’erano: il consigliere
comunale, cioè il famoso Architetto Toro, Vincenzo Luppino,
segretario della Dc di Castelvetrano e presidente della squa-
dra di calcio del paese che giocava in promozione,Vincenzo
Santangelo, e u zu Cicciu, cioè Francesco Messina Denaro, il
più vecchio del gruppo che allora aveva circa cinquant’anni.
Con uno di essi, Francesco Luppino, organizzai successiva-
mente una rapina alla Cantina Sociale di Castelvetrano nel
1979.

Mi chiesero di seguirli fuori città, con modi amichevoli.


“Vincenzo, facciamoci una passeggiata, ti va?! “Unni iemu?”
chiesi, ma non ebbi risposta. Siccome li conoscevo molto
bene, come persone influenti, ed ero in buoni rapporti con
loro tramite il mio Padrino Alberto, accettai l’invito senza
problemi. Andammo in macchina fuori del paese, in aperta
campagna, vicino al vecchio aeroporto dove atterravano gli
Americani nella seconda guerra mondiale. Arrivati, scen-
demmo dalla macchina, le loro facce e le loro voci cambiaro-
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no improvvisamente espressione e tono.
Bruscamente, mi chiesero dove avevo messo i gioielli e il
fucile rubato a Barbera. Mi schiaffeggiarono e mi minaccia-
rono. Soprattutto, volevano sapere dove avevo nascosto il fu-
cile, perché erano sicuri che l’avessi io. A me sembrò oppor-
tuno tacere l’evidenza, come diceva il mio Padrino. Negai di
possedere un fucile, di aver rubato, di conoscere i ladri. Loro
aumentarono la dose di botte e relative minacce. Mi arrivò un
pugno allo stomaco che mi fece piegare a metà, eppure con la
boxe che facevo, ero abituato anche a incassare.
“Attento, ragazzo o fai una brutta fine! Ti conviene parla-
re e raccontare tutto!”
Era gente pericolosa e prepotente e proprio per questo
ormai avevo deciso di non dire niente, neanche se mi ammaz-
zavano. Con la forza da me, nessuno ha mai avuto soddisfa-
zione. A un certo punto, Santangelo e Luppino tirarono fuori
i coltelli a scatto, e me li puntarono sulla gola.
“Per te è finita. O parli o ti ammazziamo!” Sentivo la pun-
ta che premeva contro la pelle e la mia rabbia che cresceva.
Voleva uccidermi? Va bene! Il mio odio ebbe il sopravvento
sulla paura. Sputai in faccia a Santangelo, cominciai a in-
sultarli, tanto non avevo più niente da perdere: “Bastardi!
cornuti, figli di puttana!” mentre li riempivo di insulti, mi
accorsi che Toro e Messina Denaro, sorridevano. I coltelli si
allontanarono dalla mia gola e l’Architetto iniziò a parlare,
tranquillo, senza più minacciare. Era un abile incantatore,
un personaggio fuori dal comune. Mi fece la morale su come
dovevo comportarmi nella vita ecc. ecc. Lasciandomi capire
che mi liberava perché avevo resistito alle minacce e mostra-
to il mio valore, non perché ero innocente.
“Io...” continuò, “sono amico di tuo Padrino Alberto. Fat-
ti aiutare da lui e mettiti sulla buona strada. Ascolta i suoi
consigli. Ricordati, quando si tocca una persona, si deve sa-
pere chi si tocca. E tu a diciassette anni queste cose non le
sai.” Mi congedarono e tornai finalmente a casa, da solo, a
piedi, mezzo arrabbiato e mezzo stupito. Loro apprezzarono e
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vollero premiare il mio coraggio. Sapevano benissimo che il
ladro ero io, ma il fucile non doveva essere tanto importante
perché me lo lasciarono. In buona sostanza avevano voluto
studiare la mia reazione e gli era piaciuta. Credo avessero
gradito anche la mia strafottenza e perfino il fatto che avevo
reagito sputando. Anche se mi lasciarono andare, io tuttavia
li odiavo! Mi avevano messo le mani addosso, mi avevano
puntato i coltelli alla gola, e per questo comunque li odiavo!
Si erano permessi di alzare le mani su di me, e questo per me
fu molto grave perché avevo giurato che non lo avrei mai più
permesso a nessuno.

I pastori

1974. All’età di 18 anni, per vendetta prima e per amore


dopo, mi trovai in guerra con due famiglie di pastori. La pri-
ma volta la causa fu la vigna di mio padre. Un giorno di aprile
mentre ero a casa con mia madre, arrivò mio padre tutto scon-
volto. Ripeteva convulsamente queste parole: “Lo ammazzo,
lo ammazzo!” poi raccontò che tre giorni prima aveva litigato
con un pastore e mentre parlava piangeva di rabbia. Questo
pastore era un tipo prepotente e “coraggiosamente” testardo,
di quella testardaggine infantile e contadina di chi intende a
ogni costo riaffermarsi di fronte a un’ingiustizia.
Aveva litigato con mio padre perché le sue pecore pa-
scolavano nella nostra campagna distruggendo il seminato.
Papà, in un primo momento aveva sopportato, però dopo una,
due, tre volte non ce la fece più a sopportare. Quindi aveva
affrontato il pastore che reagì alle sue proteste aggredendolo
con un bastone. Mio padre, vedendosi minacciato aveva tira-
to fuori dalla borsa l’accetta e il pecoraio era scappato, ab-
bandonando persino le sue pecore. Poi, furibondo si scagliò
contro le pecore brandendo l’accetta e ne aveva uccise sette
o otto, per la rabbia. Una volta tornato a casa, non ci parlò
di questo episodio. Fino a quando, tre giorni dopo, il pastore
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assicuratosi che mio padre non si trovasse nei paraggi, prese
a bastonate le sue vigne e ne distrusse una buona metà. In
quella stagione i grappoli sono ancora molto giovani e anche
solo toccandoli possono cadere a terra.
Quando mio padre tornò in campagna vide sfumare sotto
ai suoi occhi, il frutto di un anno di lavoro: un danno che
ammontava a milioni di lire. Non riusciva a darsi pace, aveva
paura che il pastore gli potesse rovinare anche l’altra metà.
Tornato a casa, raccontò dell’accaduto e disse: “Facciamo
così: stanotte andiamo tutti a dormire in campagna e vedia-
mo se torna. Se si presenta a rovinare nuovamente le vigne
lo uccidiamo!” con mio padre io avevo rapporti difficili, non
sopportavo la sua autorità, però era sempre mio padre e mi
aveva trasmesso il suo dolore. Sentivo, anch’io un odio pro-
fondo verso il pastore che era stato un vigliacco.
Mia madre disse: “Enzo lascialo qui con me!” e mio padre,
che, in quel momento, non pensava ad altro che alla vigna ri-
spose: “No! Viene pure lui!” anch’io avrei voluto andare, ma
mia mamma convinse mio Padre a lasciarmi con lei, dicendo
che aveva paura di restare a casa da sola. Bugie, per tenermi
lontano dal pericolo. Mia madre nonostante le mie forti espe-
rienze di vita: furti, riformatorio, liti e zuffe, sentiva il biso-
gno di proteggermi! Ero il più piccolo di otto fratelli (quattro
femmine e quattro maschi) e lei temeva sempre che potesse
accadermi qualcosa di brutto. A quel punto, la chiamai in di-
sparte e le dissi: “Mamma, adesso ti confido un segreto, però
non dirlo a papà! Io ho un bel fucile con le cartucce a lupara,
nascosto in campagna, e funziona alla perfezione. Lo vado
a prendere, mi metto in prima fila e guai a chi si avvicina a
papà e ai miei fratelli. Gli sparo! Li proteggo io, non ti pre-
occupare! E poi... non serve discutere ancora, perché anche
se non vuoi, ci vado lo stesso!” Mia madre non mi aveva mai
visto tanto deciso, lei non conosceva la mia aggressività. Mi
disse: “Enzo, sei come mio fratello Nino quando protegge-
va tutti noi!” Per me quello era un bel complimento perché
sapevo che suo fratello era un uomo molto forte, rispettato e
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coraggiosissimo. “Va bene!”, disse mia madre, “tu sai quello
che fai, non ho più paura!” Giunto in campagna insieme ai
miei tre fratelli e mio padre, recuperai il fucile, lo caricai
davanti a loro e tutti mi chiesero come lo avevo avuto. Mio
padre mi guardava con un’espressione strana. Lo guardai con
occhi scintillanti e mi accorsi che provavo più odio io che lui,
contro il pastore.
“Papà”, gli dissi, “andiamoci a casa da quel bastardo e
ammazziamoli tutti!” ero accecato dall’odio!
“Enzo sei pazzo? calmati!”
“Pazzo? Come pazzo? Ma hai visto cosa ti hanno combi-
nato? Dai, andiamo ad ammazzarli tutti!” stavo esagerando
perché mi sentivo il difensore dell’onore di famiglia. Deci-
demmo di piazzarci a cento metri uno dall’altro, circondando
le vigne e io mi misi nel punto più esposto, con l’arma pron-
ta, caricata a pallettoni. Trascorremmo l’intera notte così, al
freddo. Non accadde nulla, del pastore nemmeno l’ombra.
La mattina dopo, in silenzio, tornammo a casa e lessi la gioia
negli occhi di mia madre.
Andai dall’architetto Toro, quella stessa mattina, e gli
raccontai tutto. Gli confidai l’odio che ancora covavo dentro.
“Architetto, ha visto cosa ha fatto quel bastardo a mio
Padre? Gli ha rovinato la vigna! Pastore maledetto! Lo devo
ammazzare, deve morire!”
Toro mi guardò, fece un sorriso e, immediatamente dopo
mi diede uno schiaffo.
“Che c’è?” domandai stupito, non capivo perché, volen-
do difendere l’onore della famiglia, mi fosse arrivato quello
schiaffo.
“Enzuccio, ancora non hai imparato che devi controllare
la tua impulsività?”
“Ma che devo essere vigliacco? Ha visto cosa ha fatto
quello?”
“Sì lo so! Però tu non dovevi neanche dirlo che lo vuoi
ammazzare!”
“Architetto, merita proprio di morire quello lì!” insistevo
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sia per l’odio che ancora provavo verso il pastore, sia perché
volevo capire fino in fondo l’atteggiamento di Toro, che dopo
avermi schiaffeggiato era rimasto calmo. Eravamo nel suo uf-
ficio
“Vedi, Enzuccio, tuo padre ha ragione, non meritava que-
sto torto. Però è stato lui a dare modo al pastore di fargli lo
sgarbo.”
Sì! Papà aveva ucciso le pecore, ma il primo sbaglio lo
aveva commesso il pastore che aveva fatto brucare il semi-
nato.
“Architetto io mi devo vendicare! Qualcosa gliela devo
fare a quel maledetto! Lo sgarbo non è solo verso mio Padre,
ma anche verso la mia famiglia e verso me!”
“Va bene! Organizzati!” mi disse, “Ma non lo devi am-
mazzare! Lo so che ne saresti capace... però non farlo! Co-
munque una piccola vendetta la puoi avere.”
“Che vendetta?”
“Pensaci bene, vendicati, senza ammazzare.”
Ci pensai un poco: “Architetto, gli ammazzo tutte le pe-
core!”
“Bravo! Visto che hai capito? Stavo per dirtelo io. Fal-
lo!”
Aspettai ancora tre giorni, poi di notte arrivai con la mia
moto truccata, ben camuffato, a due chilometri dalla abita-
zione del pastore, isolata in mezzo alla campagna. Ci vole-
va prudenza, sapevo che il pastore era armato. Col fucile in
spalla caricato a lupara mi avvicinai fin dove pascolava il
gregge. Mi nascosi dietro a un grande masso, presi la mira e
cominciai a sparare a bruciapelo su quel gregge. Con cinque
colpi ne ammazzai una ventina. Al terzo colpo, da dentro la
casa, risposero a fuoco. Di notte, al buio, non era facile ve-
dermi al riparo del masso. Mantenni la calma, ricaricai il
fucile e tirai ancora in mezzo al gregge. Finite le cartucce
indietreggiai e mi allontanai felice e contento. Nessuno mi
aveva visto! La vendetta era compiuta! A quel bastardo non
rimaneva che contare le pecore morte...
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La seconda volta che dovetti affrontare dei pecorai, fu a
causa di una ragazzina: Maria Teresa. Aveva 16 anni, ma an-
che quattro fratelli, il maggiore dei quali di 25 anni...
Avevo una moto truccata abbastanza veloce e con quel-
la andavo a prendere Maria Teresa e la portavo in un posto
solitario, vicino a una stradetta tutta buche, tra le fratte. Era
un posto nascosto agli occhi della gente, ma principalmente,
nascosto agli occhi della sua famiglia. Non facevamo l’amore,
perché la mentalità permetteva di farlo solo dopo sposati. Le
volevo bene e ne ero innamorato. Sì, mi piaceva molto, Maria
Teresa, era proprio carina, aveva un bel fisico e anche un bel
viso. Mi ricordo ancora i grandi progetti che facevamo, grandi
progetti, molto più grandi di noi. Il nostro tempo trascorreva
per lo più baciandoci. Ricordo ancora che mi limitavo a sfio-
rarla tra le pieghe dei suoi vestiti grezzi, cercando di imma-
ginarla nuda, ma mi limitavo solo a questo, sebbene provassi
un sentimento forte: un miscuglio di desiderio, dolcezza e
sfinimento. Il tepore della sua carne acerba mi dava alla testa
e avrei vouto assaporarla del tutto, ma proprio non si poteva.
Dapprima erano carezze semplici, quasi istintive, poi fu un
succedersi di carezze, frenate solo dalla mia testarda voglia
di rispettarla. Anche lei si lasciava trasportare da questo pa-
thos, con cuore selvaggiamente pieno e senza opporre troppa
resistenza. Maria mi guardava quasi senza espressione, come
se volesse essere portata a compiere un salto avanti, ma non
ne avesse il coraggio. Era come un fuscello al vento, però
neanche lei voleva contravvenire alla regola dell’obbedienza
e così ci limitammo solo e sempre a baci e carezze.
Un giorno qualcuno ci vide. C’è sempre qualcuno che
non sa farsi i fatti suoi e racconta. E questo qualcuno andò a
raccontarlo proprio ai suoi fratelli. Quel giorno ci baciavamo,
nel solito posto, quando, improvvisamente, arrivò Giovanni,
il fratello maggiore. Diede uno schiaffo alla mia ragazza. Io
gli saltai subito addosso. Avevo fatto un po’ di allenamento
di boxe e mi fu molto utile in quella occasione, ero agile e
i cazzotti li sapevo sferrare bene. Ma lui, disgraziatamente,
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era più forte e grosso di me e, alla fine, presi più botte di
quante ne diedi. Incattivito, perché voleva difendere l’ono-
re della sorella, non contento, tirò fuori una pistola e me la
puntò contro. “Per questa volta, non ti ammazzo!” mi disse,
“Appena ti vedo la prossima volta con mia sorella, ti sparo in
testa. Anzi, meglio che non ti vedo più, perché se ti incontro
anche solo per strada rischi di morire ammazzato!” voleva
intimorirmi e ci riuscì benissimo, puntandomi un’arma con-
tro. Lo odiai! Non potevo fare niente in quella situazione e mi
mantenni calmo. “Va bene, va bene! Tua sorella non la vedo
più! non ti preoccupare!” portò via sua sorella lasciandomi lì
a rimuginare la vendetta. Che voleva questo? Io Maria Teresa
l’amavo, mica la prendevo in giro! E lui... mi aveva picchiato
e minacciato. Mi aveva puntato la pistola! E in quel momento
decisi che doveva provare la stessa paura, o di più. Lui, natu-
ralmente non poteva sapere che io possedevo un fucile...
Quella sera andai in campagna a dissotterrare l’arma. Mi
infilai un berretto. Mi camuffai per non farmi riconoscere al
buio e mi recai davanti l’abitazione della mia fidanzatina.
Era un casolare in periferia. Caricai il fucile automatico con
cinque colpi a lupara e sparai contro la sua porta e le sue
finestre. Mentre ad alta voce gli dicevo: “Cornuto esci fuori!
Uscite fuori!” poi scappai. Queste sono offese gravissime in
Sicilia! Il padre della ragazza e i suoi fratelli non presentaro-
no denuncia. Fecero le loro indagini e non ci misero troppo a
capire che il colpevole ero io. Il fratello sapeva cosa mi aveva
fatto. Venne avvisata anche la mia famiglia. Si mobilitarono
tutti: mio padre zii e parenti. Seguirono liti e discussioni...
Alla fine, si calmarono tutti, in considerazione del fatto che
ero molto giovane e che ero stato minacciato con la pistola,
per cui riconobbero che avevo le mie ragioni per avere rea-
gito in quel modo. Il fratello della ragazza aveva sbagliato, io
pure e la faccenda si chiuse lì.
Però io ancora pensavo a quella ragazza. Come potevo
dimenticarla da un giorno all’altro solo perché mi proibivano
di vederla? A lei non la lasciavano uscire di casa, e seppi che
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le davano pure le botte...
Cercavo sempre di creare le occasioni per incontrarla,
anche per strada e frequentavo la zona dove ciò sarebbe po-
tuto accadere più facilmente... e un giorno la vidi. Era tutta
bella vestita di colori vivaci, tutta pettinata, insieme a sua
mamma, al suo fratellino più piccolo e a un ragazzo che cono-
scevo di vista, di un paio d’anni più grande di me. Aveva un
atteggiamento confidenziale con Maria Teresa e, a un certo
punto, le poggiò una mano sulla spalla. Sentii il sangue sa-
lirmi alla testa per la gelosia. Sì, la gelosia, quel sentimento
plebeo che avrei successivamente cercato di rimuovere dal
mio essere! L’avevano fatta fidanzare, pur di tenerla lontano
da me! E con chi poi? Con uno scuro, peloso, brutto e mezzo
scemo che, spesso, era oggetto di derisione da parte mia e dei
miei amici. Adesso lui, quel coso insignificante, abbracciava
la mia Maria Teresa e io no. Il sangue mi ribolliva al solo
pensarci. Mi allontanai senza farmi notare. In testa avevo una
sola idea. “Tu”, pensavo “fidanzata con nessuno!”
Di questo ragazzo sapevo molte cose, anche dove abitava
e che strada faceva per andare a trovare Maria. Passarono
pochi giorni, e io, come al solito, mi trovai in piazza dove
c’era un juke-box, che funzionava con le cento lire. Calava
la sera, piovigginava e c’era un bel venticello. Pensavo di
entrare a ripararmi in un bar, quando vidi lui, quell’inelegan-
te babbeo, che camminava a passo svelto, vestito bene, con
la faccia tipica della sonnolenza. Ero appoggiato pigramente
sul muro della piazza chiacchierando con i miei amici, quan-
do mi accorsi che lo scemo aveva un disco in mano. Allora
si usava regalare un 45 giri alla fidanzatina. Subito pensai
che presto l’avrebbe incontrata e le avrebbe regalato quel
disco. Lui non si accorse di me che lo pedinavo a distanza.
Non fu difficile perché camminava tranquillo. Era mio solito
girare armato o di coltello, o di pistola, che mi ero procurato
qualche settimana prima, frequentando la malavita. Per sua
sfortuna, quella sera avevo sia l’uno che l’altra. Continuai
a seguirlo fino a una stradetta stretta, poco illuminata, fian-
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cheggiata da muri. Lo raggiunsi, lo presi alle spalle di sor-
presa, lo spinsi dentro a un cortile, al buio e lo scaraventai
al suolo. Non gli lasciai neanche il tempo di capire cosa gli
stesse accadendo. Gli puntai la pistola in faccia e il coltello
alla gola. Restò sbalordito perché non si aspettava certo di
venire aggredito. Dallo spavento svenne! “Guarda che mezzo
uomo volevano dare a Maria Teresa!” gli mollai tre, quattro
ceffoni e cominciai a scuoterlo per farlo riprendere. Dopo un
poco si svegliò, terrorizzato. Presi il disco e glielo spaccai
sulla testa: “Bastardo dove stai andando? Tu a Maria Teresa
non la devi neanche toccare, hai capito?” Lui era sconvolto,
piagnucolava e si scusava.
“Mi hanno fatto fidanzare, non è colpa mia!”
“Infame, cornuto, Maria Teresa è la mia ragazza, appar-
tiene a me. Non lo sapevi che era la mia ragazza?”
“No! Non sapevo niente!” e continuò a piangere.
“Cornuto, a Maria Teresa la devi lasciare, altrimenti ti
ammazzo, ti sparo e ti scanno. Non solo a te ma anche a tutta
la tua razza!” singhiozzava, cercava le parole per calmarmi
scusandosi.
Cominciò a farmi pena e non c’è niente di meno afrodisia-
co che provare pena.
“Enzo, va bene! Non la voglio più Maria Teresa!”
“Bravo, così mi piaci!” lo aiutai a rialzarsi, cercai di
scuotergli la terra dai vestiti... lo minacciai ancora, senza
puntargli le armi. Adesso sai cosa devi fare! Te ne vai a casa
da Maria Teresa, e dici a tutti che il fidanzamento per te è
chiuso. Stai attento e non parlare di questo fatto, perché ti
ammazzo!” Era terrorizzato, per la fifa gli occhi gli tremava-
no! Prima di mandarlo via mi toccò addirittura rincuorarlo un
po’, anche con la rabbia che avevo addosso.
Fui talmente bravo che se ne andò rivolgendomi uno di
quei sorrisetti inoffensivi da piccolo contadinotto.
Era stata una questione d’onore, mica una stupidaggine
da niente. Quando arrivò da Maria Teresa, il cretino scoppiò
a piangere: “Enzo mi vuole ammazzare. Aiutatemi o mi ucci-
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de!” Doveva ancora smaltire lo spavento. Il padre e il fratello
di Maria Teresa erano persone dure. Videro questo ragazzo
che piangeva, come una femminetta e invece di consolarlo,
lo cacciarono via.
Dopo questo fatto, dimenticai Maria Teresa! Non sop-
portavo l’idea che si era fidanzata, perché lei, se mi avesse
amato davvero, anche se la sua famiglia la costringeva, non
avrebbe dovuto cedere!

Una piacevole scoperta: il sesso

Non avevo ancora compiuto 14 anni, che già comincia-


vo a sentire i primi richiami della carne. Non che fossi par-
ticolarmente precoce, ma il fatto di frequentare ragazzi più
grandi di me, aveva finito per farmi desiderare di compiere il
grande passo verso la liberazione: il sesso.
Avevo un po’ di timore in realtà, ma contavo sulla mia
spavalderia malandrina per superare ogni reverenziale dub-
bio.
Fu così che mi trovai davanti alla casa delle “fantasie
erotiche”, un appartamento degradato che si trovava non
troppo lontano da casa mia.
Mi aprì la porta Rosaria, di professione “puttana”. Lei mi
avrebbe avvezzato, mi avrebbe reso uomo a tutti gli effetti.
Io andai in avanscoperta. Rosaria era una bella signora
di circa 40 anni. Come prima cosa la spogliai con lo sguar-
do, mentre il mio corpo emanava un’aria precocemente virile.
Aveva dei bei glutei fasciati di seta e un seno immenso.
Mi portò su per le scale e mi chiese “Quanti anni hai? È
la prima volta che fai l’amore?” Aveva avvertito la mia vo-
glia ingenua, da ragazzino. Io ero un po’ imbarazzato e con il
cuore in tumulto, ma con la solita aria da teppistello le dissi
candidamente “Sì, ma non ti preoccupare che ho già capito
tutto e mi sento già eccitato.”
Immediatamente, mi venne voglia di tirarlo fuori e di
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consumare avidamente quel rapporto, mentre lei stava an-
cora seduta sul divano rosso, come una Bovary soddisfatta.
Le toccai il seno e poi le tirai giù la sottana, pronto com’ero a
penetrarla fino in fondo, ma quasi non riuscivo a sbottonarmi
i calzoni, per l’eccitazione.
In tutto ciò lei rideva con aria di sfida, come tutte le put-
tane, ma poi quando mi avventai su di lei, smise. Credo pro-
prio che non pensasse che un giovane della mia età potesse
comportarsi così bene a letto.
“Bravo” mi disse, dandomi un buffetto sulle guancie “hai
davvero capito come si fa.”
Decisi pure di coinvolgere il coglione di mio fratello, che
era più grande di me di circa due anni, ma evidentemente
non aveva né il mio appetito, né la mia tempra.
A malapena lo convinsi a venire con me “Camina, scimu-
nitu” gli gridai.
Non fece in tempo a entrare, che già era fuori, in preda
all’affanno, stordito, in disordine e con l’aria da minchione.
Quel cretino di mio fratello era uscito ancora mezzo nudo,
senza neppure sapere dove mettere le mani per rimettersi in
ordine dopo aver consumato il rapporto. Si meritava gli sfot-
tò! Che figuraccia che mi ha fatto fare.
“Rosaria, come si è comportato stu babbu?”
“Miii, pareva un cunigghiu, non è come te” rispose la
donna ridendo grassamente. Già me lo immaginavo mentre
annaspava sopra di lei come un animale eccitato alla prima
occasione.
Neanche a dirlo, ci presi così tanto gusto, che ogni occa-
sione era buona per rubare 500 lire dalla borsa di mia madre,
per soddisfare le mie esigenze primarie.
“Che ti sei fissato con me? Vuoi stare qui fino a domani
mattina?” mi diceva, dal momento che per me non era mai
abbastanza, ma poi mi stringeva fino quasi a farmi scricchio-
lare le ossa, mostrando lo stesso rispetto che si ha per un
figlio ormai un po’ adulto.
“Perché, ti dispiace?”
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“Avanti un altro” gridava allegramente dopo avermi dato
il solito buffetto.

Quanto mi piaceva fare l’amore!!! Dapprima lo feci mec-


canicamente, come si impone con una prostituta, ma ben
presto aggiunsi un pizzico di ardore.
Durante le cerimonie sessuali seguivo i suoi consigli
come uno scolaretto diligente e in men che non si dica, si
instaurò fra me e Rosaria, un certo legame d’affetto. Lei mi
sorrideva scanzonata (forse in fondo le piaceva fare sesso con
un ragazzino, così spesso mi faceva lo sconto). “Vincenzo, se
oggi non hai tutti i soldi, non ti preoccupare, me li porti la
prossima volta.”
Era diventata una piacevole e avida abitudine e un’ansia
spasmodica di soddisfare i sensi si era impadronita di me,
tanto che se un giorno mancavo all’appuntamento, mi sentivo
male. Sentivo il bisogno fisiologico di ripetere ogni giorno
quella splendida sensazione di piacere che il sesso mi provo-
cava: era afrodisiaco!
La notte nei sogni, la mattina al risveglio, il mio pensiero
era costantemente occupato dal desiderio di possedere Ro-
saria e lei faceva sesso con me, non solo per soldi, ma per
piacere. Quando arrivavo a casa sua di corsa, allegramente
mi accoglieva con un abbraccio caloroso “Mi stai simpatico,
Vincenzo, ti voglio bene.”

Durante uno dei nostri incontri, Rosaria mi disse che il


suo compleanno era vicino. Decisi di farle subito un’insolita
sorpresa: mi presentai da lei con un mazzo di rose, che ov-
viamente avevo rubato (per me era una follia comprare i fiori,
andavano rubati e basta).
Neanche a dirlo, la donna si emozionò e le vennero le
lacrime agli occhi. Non credo che qualcuno le abbia mai re-
galato un fiore. Mi baciò con tenerezza, esprimendomi tutta
la sua struggente gratitudine.
“Vincenzo, vieni qua, facciamo l’amore e questa volta
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non paghi.”
Lei era divorziata e faceva questo mestiere antico come il
mondo, per mantenere la figlia.
L’unica cosa di cui oggi mi vergogno è che mi portai a
letto pure la ragazza. Era troppo bella per poterle resistere,
ma forse non avrei dovuto superare il delicato confine, dato
che avevo instaurato con la madre un rapporto di sincera sti-
ma e amicizia. Ogni volta che la incontravo la salutavo con
affetto e la difendevo dalle calunnie o dagli atteggiamenti
inopportuni di certi uomini, che come le bestie, pensavano di
poterla usare a loro piacimento, privandola pure della dignità
di donna, che tutto sommato aveva.
Ancora adesso mi chiedo che fine abbia fatto Rosaria.

Il carcere: 1970 e 1977

In gioventù sono finito in carcere due volte. Del resto non


era difficile prevedere che il mio carattere difficile mi avreb-
be portato presto o tardi ad avere un approccio molto intimo
con la giustizia. La mia prima occasione si presentò quando
avevo solo 14 anni. Fui sbattuto al carcere Malaspina di Pa-
lermo, dove avrei dovuto scontare una pena detentiva di 40
giorni per furto d’auto. Si trattò di un’esperienza traumatica,
terribile.
Come prima cosa mi portarono in cella d’isolamento per
6 giorni (I primi giorni i detenuti non possono avere contatti
con nessuno). Io già fumavo e l’unica cosa che mi mancava
davvero era la sigaretta: morivo dal desiderio di gustarmene
una, di tirare una boccata a pieni polmoni, lasciandomi av-
volgere dalle spire del fumo e andavo praticamente in crisi
d’astinenza.
In galera le guardie si alternavano tra un cambio turno
e l’altro, così cercai di usare tutta la mia astuzia per indi-
viduare fra di loro, il soggetto più malleabile, cui potermi
appoggiare nei momenti di bisogno o anche solo per avanzare
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qualche piccola richiesta.
Un secondino mi prese a ben volere, era un uomo simpa-
tico. A poco a poco riuscii a conquistarmi quella protezione
che mi permetteva di muovermi a mio agio. Mi passava le si-
garette e una volta mi procurò un intero pacchetto, facendomi
promettere che non avrei parlato e di certo non l’avrei fatto
vista la cortesia che mi faceva. Dopo 6 giorni mi misero con
altri detenuti e lì mi “accoppiai” con uno che poi venne ucci-
so. Il suo nome era Giuseppe Lonardo. Lo incontrai anche nel
carcere di Trapani nel 1977, insieme al fratello Francesco,
più grande di lui.

Cosa ho imparato in quel luogo di traviati?


Ho imparato a distinguere le persone per bene da quelle
non per bene e da questa consapevolezza, ho imparato a es-
sere un delinquente senza innocenza.

Non avevo fatto in tempo a diventare padre che dopo un


mese ero finito in carcere. A febbraio del 1980 infatti, la Cor-
te d’Appello di Palermo mi condannò a 15 anni per l’omicidio
Tilotta. Che scandalo!!! Prima assolto per mancanza di prove,
poi condannato! Ciononostante rimasi a piede libero in atte-
sa della sentenza della Cassazione. Fu un boccone duro da
digerire, ancor di più perché non avrei potuto godermi mia
figlia.
A dire il vero, non avevo cercato la paternità. Io avevo
solo 19 anni e dopo una delle più classiche “fuitine” avevo
messo incinta una ragazza. Lei non mi piaceva più di tanto,
perché era una gatta morta, una puritana che non sorrideva
mai, tutto l’opposto mio, che ero totalmente disinibito. Eppu-
re ci andavo a letto volentieri. A quell’età non si bada troppo
per il sottile. Il punto è che proveniva da una famiglia di
delinquenti (il padre mi voleva uccidere) e il matrimonio fu
quasi una tappa obbligata. Il fiore all’occhiello della famiglia
erano tuttavia lo zio e la nonna, entrambi galeotti della peg-
giore specie. Erano stati condannati per sequestro di persona
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e omicidio. Incontrai lo zio nel carcere di Trapani, dove sta-
va scontando l’ergastolo. Ricordo che addirittura la “dolce”
nonnina nel carcere ci morì.
Se per la sua famiglia si trattava di nozze riparatrici, per
mia madre si trattava di un gesto di rispetto verso il nascitu-
ro. Io invece non ero d’accordo sul matrimonio, ma non avevo
scelta e voce in capitolo. In ogni caso riuscìi a spuntarla al-
meno sull’opzione di sposarmi in municipio.
Il giorno delle nozze era già all’ottavo mese di gravidanza.
A letto con lei non mi divertivo affatto e oltretutto mi trat-
tava sempre male, per cui decisi di tradirla con un’altra don-
na che era una furia della natura. La mia amante era matta e
pericolosamente innamorata di me, al punto che si divertiva
a pianificare l’omicidio perfetto dei nostri rispettivi consorti,
nei minimi dettagli. “Enzo, facciamo così. Io lo ammazzo e
fingo un incidente d’auto, poi metto sotto tua moglie, oppure
potremmo farli conoscere e fingere che sono diventati amanti
e sono scappati insieme, mentre in realtà li uccidiamo e li
seppelliamo insieme.”
Era sempre molto entusiasta e mi divertiva fare l’amore
con lei aggrovigliandomi mentre profanavamo il talamo nu-
ziale. Le chiedevo: “Dove fai l’amore con tuo marito?”
“Qui.”
“Ok, allora facciamolo anche noi.”
Quando stavo a letto con lei portavo sempre le pistole
perché ero certo che se il marito ci avesse scoperto mi avreb-
be ammazzato. Come succede nell’enfasi del momento, non
feci abbastanza attenzione e misi incinta pure lei.
(Nel gennaio1980 dalla mia prima moglie nacque mio fi-
glio, nell’aprile 80 diventai nuovamente padre e a giugno 81
ci fu il seguito).
Si trovava con me nel carcere trapanese anche un avvoca-
to penalista amico della famiglia di Campobello di Mazzara,
finito agli arresti dal 1975 perché implicato nel sequestro
Corleo.
Fuori dal carcere, l’avvocato continuava a intrattenere
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rapporti di amicizia e subordinazione con Messina Denaro e
mi proteggeva sotto tutti i punti di vista. U zu Ciccio continua-
va a tranquillizzarmi dopo la condanna “Non ti preoccupare
Enzino, che sistemiamo tutto. Abbiamo in mano il presidente
della Cassazione, un avvocato massone come l’architetto Toro
e pure il cancelliere. Sono tutti dalla nostra parte.”
Effettivamente il cancelliere e il presidente vennero in-
quisiti: entrambi abitavano in delle villette molto elitarie
all’interno di un residence.
Io comunque, all’interno del carcere continuavo a vivere
da Re. Un esempio su tutti è il fatto che mentre gli altri dete-
nuti svolgevano lavori umili, a me venne assegnato il privile-
giato compito di scrivano: Andavo per le celle, nelle gabbie
dove quei poveri disgraziati erano rinchiusi come animali
feroci e raccoglievo le loro necessità. Tutto qui. Quando mi
vedevano, mi chiamavano urlando a squarciagola per chie-
dermi questo e quel favore, e io mi sentivo fiero del ruolo di
responsabilità che mi avevano assegnato, provando al tempo
stesso una gran pena per quelle anime perse che si appella-
vano a me in tono lamentoso.
Si trattava di un lavoro semplice, dignitoso e soprattutto
regolarmente retribuito con tanto di busta paga.
Mesi prima del processo, l’avvocato venne liberato e deci-
se di difendermi a titolo gratuito. Grazie a lui venni assolto.
Era il 12 dicembre 1978.

4 ottobre 1979 iniziato, combinato

I miei rapporti con l’ambiente mafioso erano oramai ben


consolidati (un altro uomo eccellente con cui ero solito ave-
re rapporti era Nunzio Spezia), ma l’episodio più importante
della mia “carriera” avvenne il 4 ottobre 1979.
In quella data storica prestai il giuramento attraverso cui
diventai automaticamente uomo d’onore. Io avevo compiuto
solo qualche rapina e reati di moderata entità e non sapevo
110
cosa volesse dire uomo d’onore, ma Cosa Nostra aveva indi-
viduato in me il giusto “germe” mafioso e così fui elevato al
rango di uomo riservato. Entrai nella totale fiducia della fami-
glia: un’apertura di credito eccezionale. Una cosa non mi era
ancora chiara: avere a che fare con certa gente mi avrebbe
trasformato in un assassino e in un ricattatore.

Era una bella mattina d’autunno e io andavo in giro come


sempre vestito bene e impaccato di soldi. Mi sentivo uno spi-
rito libero in grado di conquistare il mondo. La sera sarei
stato ricevuto dai pezzi grossi del paese e il mio umore era
alle stelle.
In quel momento ero potenzialmente ciò che Cosa Nostra
voleva che fossi e di conseguenza essa aveva preparato accu-
ratamente ogni mossa affinché potesse ottenere la mia totale
capitolazione.
All’orario stabilito mi presentati nell’ufficio dell’Archi-
tetto Toro: “Alora Vincenzo, non ti fai vedere più, mi sfuggi,
eppure in queste settimane ti ho pensato.”
“A me?”
“A te, ma non solo a te.” voleva incuriosirmi.
“Dica, dica,” gli risposi.
“Non so se te ne sei reso conto, ma tu sei una persona che
merita, una persona importante.”
Il complimento confermò il mio pensiero, voleva accat-
tarmi con le belle maniere. Solo che non capivo per quale
impresa in particolare voleva accattarmi.
Era inalterabile e discreto e al tempo stesso calcolatore
e adulatore, capace altresì di compiere le azioni più abiet-
te per ottenere dei risultati: ovvero, quelli di avanzare nella
gerarchia di Cosa Nostra usando ogni strumento. Io ero lo
strumento e solo dopo tanto tempo avrei capito quanto fosse
repellente e mostruoso quell’uomo.

L’Architetto Toro declamava le sue frasi condendole con


gesti lenti e solenni, tanto che mi pareva un imperatore ro-
111
mano, pronto a convocare la sua discendenza per cedere una
porzione del regno. Restai modesto di fronte agli elogi, come
mi aveva sempre insegnato mia madre (sappiate che io ero un
mammone, adoravo mia madre.)
“Tutti siamo importanti.” minimizzai.
“No, non è così. Tu per me sei importante. Ricordi quan-
do ti picchiammo per sapere dove avevi nascosto il fucile?
Ti mettevo schiaffi ma il cuore mi piangeva perché a te ci
tenevo. Sei convinto che ti ho sempre voluto bene?”
“Come no, convintissimo.”
“Ho sempre saputo che tu sei un uomo degno di questo
nome, perché uomo si nasce. Tu sei il fiore della tua fami-
glia, e lo dico senza disprezzare i tuoi tre fratelli, tuo padre.
Tu sei migliore di loro” capivo che mi voleva coinvolgere in
qualcosa di grande, che voleva legarmi a lui più di quanto
lo fossi già. Toro mi feci discorsi sulla società, le categorie
di persone, il posto che ognuno occupa nella gerarchia e le
regole tacite del malaffare.
“Con gli uomini,” continuò, “quando ci vuole la frusta,
ci vuole. Si possono usare metodi tranquilli, ma all’occor-
renza si può usare il tritolo o si possono causare decine di
vittime.”
Parlava lentamente. La sua sublime capacità oratoria,
condita da un accento siciliano marcatissimo, era qualcosa
che mi lasciava a bocca aperta.
“In ogni caso, le cose belle devono andare sempre avanti.
Ma se uno è buono, una persona di valore, non vuol dire che
è scemo. Perché la vita è fatta in modo che il più grosso si
mangia il piccolo, e l’uomo deve seguire la natura, non può
andarci contro. Tu, io, siamo fatti per stare meglio degli altri,
perché il leone è fatto per mangiarsi il cervo. Non abbiamo
colpa se nasciamo per mangiare il cervo.”
“Stasera,” diceva “voglio stare con te e parlare, Vincen-
zo, stasera sei più importante della mia famiglia.”
“Via Architetto, più importante della sua famiglia.”
“Hai ragione, non ti dico più importante della mia fami-
112
glia, ma sullo stesso piano sì. Perché a te ci tengo come la
mia famiglia.”
“Non capisco, cosa ho fatto di bello” certo, parlavo bene
di lui, avevo superato prove e trabocchetti, ero sempre dispo-
nibile quando aveva bisogno di me, mostravo grande fedeltà.
“Vincenzo, tu sei leale, e oggi questo è un dono che pochi
hanno. Tu hai dimostrato di averlo. Ti ricordi il fatto del fuci-
le? Tu non parlasti nonostante le botte. Il tuo amico invece ci
raccontò ogni cosa. Vedi che sei diverso? Però hai un sacco
di difetti, sei impulsivo (era vero) ma le tue doti frantumano
i tuoi difetti. Adesso è ora che diventi meglio di come sei. Io
sono rispettato per come sono e anche per gli amici che mi
portano bene.” Trascorremmo la serata a fare discorsi morali,
anzi, li fece solo lui, mentre io mi sforzavo di capire dove
volesse andare a parare. Una cosa sola mi fu chiara, cioè
quell’uomo stava cercando di comprarmi e per farlo aveva
bisogno di creare un ambiente favorevole.

A dire il vero era un comportamento assai tipico della mia


zona e lui stava mettendo in piedi la tattica nel più classico
dei modi: da una parte c’era l’adulazione, che serve ad acqui-
sire la complicità, dall’altra la tendenza a rimarcare gli errori
commessi, per finire, la soluzione che ovviamente consiste
nell’affidarsi totalmente ai protettori di turno. Avevo impa-
rato fin dalla tenera età, che se non si accettano determinate
regole, si finisce per restare isolati.
“Senti Vincenzo, vai al bar e prendi due caffè e fatti dare
un bicchiere pieno di zucchero. Mi raccomando eh, e lo zuc-
chero gli dici che glielo paghi a parte.” Mah, sto fatto proprio
non lo capivo. Seguendo i suoi ordini andai al bar, presi i
caffè e lo zucchero. Tornai indietro e dopo dieci minuti ero di
nuovo nell’ufficio del cinema.
“Siedi Vincenzo, siedi.” sistemai i bicchieri per versare il
caffè, Toro mi bloccò prima. “No, no, io a te lo devo versare.”
Continuai a osservarlo, ma non capivo cosa stava facendo.
Seguiva una specie di cerimoniale, che mi sembrava oscuro.
113
Lui era un uomo importante e superbo, rispettato dalla gente
e di solito non perdeva tempo a versare caffè agli amici.
“Vincenzo, lo zucchero metticelo tu.”
“Va bene, lei quanto ne vuole?”
“Metti, metti.” versai un cucchiaio di zucchero nel suo
caffè e mi fermai.
“Basta?” ricordavo che di solito ne prendeva uno solo.
“No, metti, metti.” al terzo cucchiaino mi fermai anche se
lui non aveva detto niente. “Poi diventa troppo dolce Archi-
tetto.” dopo il quinto cucchiaino lui era sempre sorridente.
Mi disse: “Siccome me lo versi tu, lo zucchero è ancora più
buono e a me piace assaporarmelo.” continuai a mettere zuc-
chero, finché il caffè sparì. Ci rimase una pasta marrone che
a me faceva schifo. Non sapevo che dire. Sentivo devozione
e rispetto per il sindaco, era troppo superiore e intelligente,
quindi un senso ci doveva essere per forza, e non volevo fare
domande cretine.
“Architetto, vado avanti?”
“Continua, non ti preoccupare. Voglio lo zucchero e vo-
glio che ce lo metti tu. Stai attento a non farlo andare fuori
perché è la cosa più dolce che c’è nella vita, e stasera lo vo-
glio mangiare. E siccome ci tengo ancora di più se me lo versi
tu, non lo devi sprecare.”
Fui costretto a spianare la montagnetta per non farlo usci-
re, finché il bicchiere fu pieno. “Fermati un po’, così adesso
sono contento. Lo sai da quanti anni aspetto questo momen-
to? Vossia, mi permette, adesso se lo beve tutto? Io non ci
credo, comunque, caso mai c’è il mio caffè, zucchero ancora
non ce ne ho messo.”
“Lascialo stare il tuo caffè Vincenzo.” prese il bicchieri-
no in mano.
“Dammi la cucchiaina.” la afferrò, la infilò fino in fondo
nel suo bicchiere, e la uscì fuori con lo zucchero attaccato. Se
la mise tutta in bocca, e mi guardò.
“Ah bello.” tirò fuori la cucchiaina dalla sua bocca, la
riaffondò e la uscì di nuovo piena di fanghiglia dolce, poi la
114
alzò davanti alla mia faccia.
“Toh assaggia com’è.” capivo che stava facendo una cosa
importante, una specie di messa, un rito sacro. Ero contento,
orgoglioso che mi faceva partecipare al Gotha della Masso-
neria, perché da solo non sarei riuscito ad arrivare dove ero
arrivato. Assaggiai e posai il cucchiaino pensando che fos-
se finito. L’Architetto mi ordinò: “Dammi l’altra cucchiaina,
quella pulita.” gliela passai, lui la infilò prima nel suo bic-
chiere, la tirò fuori inzuccherata, la mise nel mio caffé e lo
condì bene come piaceva a lui.
“Adesso prendiamoci il caffè come si deve.”
“Prego, vossia se lo può bere anche tutto.”
“No Vincenzo. Prima tu, ma solo tre sorsettini. Scegli tu
se bere uno, due o tre sorsettini, non di più mi raccomando.”
io ne presi tre, bagnandomi appena le labbra. La maggior
parte del caffè restò a lui.
“Com’è?”
“Buono, un po’ raffreddato.”
Gli passai il bicchiere e lui lo vuotò, si bevve tutto in un
colpo solo. Mi sforzavo di capire il senso, ma non era molto
chiaro. Stavo li fermo, imbarazzato.
“Vincenzo, hai capito niente? Ti sembrano cose da paz-
zi?”
“No, cose da pazzi no. Vedo che abbiamo bevuto dallo
stesso bicchiere e dalla stessa cucchiaina, e per me è una
cosa bellissima perché stimo vossia, sono onorato. Mi ha dato
il privilegio di bere con me, sono veramente contento. Glielo
dico perché lo sento.”
“Ah perché lo senti. Ma tu che pensi veramente di me?”
“Tutte cose belle. Vossia merita il rispetto della gente. È
una persona di valore e mi rendo conto dagli insegnamenti di
mia madre e mio padre...”
“Quelli sono sempre i migliori, ricordalo...”
“Che Lei è molto più intelligente e più importante di
me.”
“Vincenzo, tu sai che la vita la conosco meglio di te. E ti
115
dico che sono onorato io di te, perché tu non sapendo com’è
la vita veramente, mi hai risposto come se lo sapevi già. Tu
stesso hai detto le parole che dovevo dire io, e cioè che ogni
uomo ha il suo valore, e tu ne hai tanto. Secondo te, chi ha
più valore di noi due?”
“Che domanda, Vossia naturalmente.”
“Ne sei convinto?”
“Certo, vossia ha rispetto e influenza e sa molte più cose
di me. Non c’è paragone.”
“Tu stai dicendo che io sono il più importante tra noi, e
allora ti posso spiegare perché ho bevuto tutto il caffè. Desi-
dero che la persona che mi sta a cuore assaggi le cose dolci
dalla mia bocca. Io di tuo non ho preso niente, tu invece hai
preso la mia saliva, e te l’ho data perché sapevo che mi rite-
nevi più importante. Per questo ti ho dato una cosa che mi
appartiene. Tu hai bevuto tre sorsi e io tutto perché a me ne
spetta di più. Tu ne hai bevuto tre sorsi, il numero perfetto,
però il più spetta a me. Se io non volevo che lo bevessi, tu
neanche una goccia ne bevevi, perché nella vita ognuno beve
quello che si merita.” Io ero colpito dalla ritualità e dalla sa-
cralità dei suoi gesti, mi sembrava una cosa fuori dal mondo,
ma ben presto mi resi conto che faceva parte di un codice
prestabilito.
In verità, i rituali massonici si assomigliano, anche se non
sono tutti uguali, in quanto vengono personalizzati di volta
in volta. Questo rituale, l’Architetto Toro lo aveva studiato
apposta per me, perché in seguito ho saputo che non si era
comportato così con gli altri che aveva combinato. La storia
del caffè la usò solo con me.
“Vincenzo, dimmi pure se sei convinto di quello che dico.
Se non sei d’accordo dimmelo, non c’è niente di male, mica
mi offendo.”
“Vossia, sono daccordissimo.”
“Perché pensi che mi comporto in questo modo?”
“Vossia ha presente il numero cento? Io di cento non toc-
co niente, perché sono convinto che quello che ha fatto lei è
116
cento, non ho dubbi, sicuramente. È giusto e so che l’ha fatto
perché mi vuole bene.” Sapevo accattivarmi la simpatia con
belle parole, me lo aveva insegnato mia madre. L’Architetto
mi ascoltava mentre parlavo e mi guardava negli occhi, mi
puntava fisso. A un certo punto sembrava commosso gli ven-
nero gli occhi lucidi. Disse: “Vincenzo sei il mio pupillo, sei
proprio il mio pupillo. Ricordati che, qualsiasi cosa succede
tra noi, se ti arrosto non ti mangio, ti voglio veramente bene.
Mi hai dato una prova che a me ci tieni veramente.” Conti-
nuava a guardarmi fisso, gli scintillavano gli occhi e io ogni
tanto li abbassavo perché mi sentivo puntato, e lui subito mi
riprendeva. “Lo sai che gli occhi li abbassano solo i traditori?
Guardami. Li abbasserai quando te lo dirò io, ora no. Sai che
la bibbia la conosco bene, contiene cose interessanti e altre
meno importanti. Io le ho imparate da gente molto più intel-
ligente di me. Devi leggerla anche tu, la Bibbia, soprattutto
l’Antico Testamento.” Lo preferiva perché c’è scritto occhio
per occhio dente per dente, il nuovo invece dice porgi l’altra
guancia, cose che uomini come lui e come me non potevano
accettare. “Domani,” continuò, “è un giorno importante per
te, Vincenzo non dimenticarlo mai. È il 4 ottobre del 1979
una data più importante della tua data di nascita. Stasera hai
bevuto dalla mia tazza, hai mangiato la mia saliva e ti posso
dire che di estranei sei il primo. Sai che ho fiducia in te e
io garantirò per te. Domani devi bere dalla stessa tazza di
persone come me e te, anzi meglio di noi. La vera famiglia è
quella di uomini fatti come noi e domani io sarò il tuo garante
nella tua nuova famiglia. Tu mi vedi importante. Ma perché
lo sono? Perché altri mi fanno importante come io faccio im-
portante a te. Domani ti presenterai a casa mia e conosce-
rai altre persone della famiglia. Lo conosci Messina Denaro
Francesco? Zu Cicciu? No? C’era anche Lui quando ti chie-
demmo del fucile che avevi rubato. Lo sai chi è veramente u
zu Cicciu? Come potere, qui e nella provincia di Trapani è il
massimo. In questa Provincia non si muove foglia che u zu
Cicciu non voglia. Hai mai sentito parlare del bandito Giulia-
117
no? È morto qui a Castelvetrano, perché era un cane sciolto.
Non aveva famiglia, non aveva forza. Lo sai cos’è la mafia,
quando parlano di mafia? La mafia è Cosa Nostra, le cose no-
stre son nostre, è una famiglia, una potenza, e tu sei degno di
essere dentro questa potenza. Ti spiego adesso qualche cosa,
domani saprai tutto. La nostra patria è la famiglia, e va difesa
fino all’ultima goccia di sangue. Hai capito Vincenzo?”
“Sì, sì, ho capito.”
“Bene, domani alle dieci vieni a casa mia, ed entrerai
nella nostra famiglia. Mi raccomando non parlare con nessu-
no e sii puntuale, la puntualità è degli uomini. Domani il 4
Ottobre, ricordati sempre questa data, domani saprai.”
Ci salutammo e me ne tornai a casa. L’indomani arrivai
puntuale a casa dell’Architetto nervoso ed eccitato. Volevo
fare bella figura, soprattutto mostrarmi sveglio e rispettoso,
e non far pentire l’Architetto di avermi voluto. Davanti alla
porta trovai ad attendermi l’Architetto, mi guidò dove mi at-
tendevano diverse persone compreso il Capo Assoluto della
famiglia, Messina Denaro Francesco, e il Capo Decina del
gruppo di fuoco Saverio Furnari. Ci sistemammo intorno al
tavolo. L’Architetto mi chiese se ero destro o mancino.
“Con che mano spari?”
“La destra.”
Il rito procedeva e tutti sembravano assorti dalla sacralità
del momento. Io ero seduto, ansioso per quello che stava per
succedere e ogni tanto mi agitavo nervosamente sulla sedia
emettendo leggeri scricchiolii. L’Architetto impugnò un lun-
go ago. Lo scaldò sul fuoco poi mi fece porgere la mano de-
stra. Mi punse l’indice e fece cadere tre goccie di sangue in
una immaginetta sacra di S. Antonio che teneva nella mano
sinistra. Mi sembrava un rito sadico, un gioco assurdo, ma
come tutti i riti era evidentemente necessario, anzi obbligato-
rio. Diede fuoco al santino, lo appoggiò sulle mie mani unite
e mi fece giurare sempre di essere fedele alla sacra famiglia,
di dire sempre la verità e osservare il giuramento per la vita,
pena la morte. Insomma alla crudeltà veniva assegnato il ruo-
118
lo d’onore.
Finita la cerimonia, mi spiegarono la struttura della fa-
miglia. Messina Denaro Francesco era il capo assoluto.
Mi dissero che io dovevo ritenermi alle dirette dipendenze
dell’Architetto Toro senza osservare intermediari gerarchici.
Non avevo capi, sottocapi, oltrepassavo tutti e rispondevo
solo all’Architetto Toro. Poi ascoltai alcune regole inderoga-
bili dell’organizzazione. Ero a tutti gli effetti un uomo d’ono-
re riservato. La cosa che mi dissero per ultima fu questa: la
famiglia riteneva che il fine giustifica sempre i mezzi, e in
caso di necessità considerava lecito uccidere un innocente e
perfino un bambino. Parlammo solo di queste poche regole,
perché l’architetto contava di continuare la mia istruzione
nelle settimane seguenti. Le occasioni per spiegarmi come si
comporta un uomo d’onore non gli mancarono.

La rapina

Come accennato, nel 1979 organizzai una rapina alla


Cantina Sociale di Castelvetrano insieme a Francesco Lup-
pino, altro uomo di malaffare. Luppino era un uomo della
famiglia di Campobello (vicina ai Riina) affiliata con quella
di Castelvetrano di Messina Denaro. Preparammo con cura il
piano e portammo a segno l’impresa abbastanza facilmente.
Grazie alla rapina incassammo la bellezza di 10 milioni in
contanti, oltre a una notevole quantità di assegni che vennero
dati al Tilotta, il quale, altrettanto onestamente li rubò tutti.
In seguito venne ucciso in carcere e c’è chi afferma che se
l’era meritato. Peccato che io fui accusato del suo omicidio
(anche se ero innocente).
Luppino, il postino dei veleni, venne arrestato nel 2013
e condannato per traffico di droga, uno dei capi d’accusa ri-
guardava la sua collusione con chi giocava meglio e da più
tempo, ovvero con il simbolo stesso del potere: Matteo Messi-
na Denaro. Fu inoltre accusato per i pizzini i foglietti di carta
119
con il quale boss mafiosi fanno pervenire agli affiliati ordini
o comunicati. Le nostre strade si sarebbero incontrate ancora
in futuro e sempre in circostanze illegali.

Droga e Banca Vaticana

Non c’è più niente di più bianco, pulito, semplice e reddi-


tizio della droga. Non c’è mercato che regge meglio di quello
della coca. La coca è un bene assoluto, essenziale, primario
che non teme inflazione e non scarseggia mai. Chi possiede
la Coca possiede una ricchezza immediata in grado di sfi-
dare anche il titolo più quotato in borsa. Si tratta dell’inve-
stimento più sicuro del mondo, che non si può paragonare a
nessun altro. Non esiste mediazione alcuna quando si tratta
la Coca, sei automaticamente in grado di reggere il mondo
sulle tue spalle. Con pochi chili si fanno milioni senza rischi.
Per lucrare attraverso la Coca devi però possedere almeno
tre requisiti essenziali: devi essere furbo, armato e organiz-
zato. Non si tratta di un’organizzazione improvvisata, ma del
lavoro di un notevole numero di persone che seguono delle
regole ferree e che sanno piazzarsi al punto giusto, affinché
l’intero processo fili nella maniera giusta, imponendo così un
prodotto puro che consente di far girare la loro economia a
dismisura e ovunque.

Ai tempi della cosiddetta Pizza Connection, la mia fami-


glia e le altre famiglie del palermitano, all’inizio degli anni
ottanta, grazie all’eroina guadagnavano miliardi, dando vita
così alla nuova borghesia mafiosa. Acquistava morfina grezza
dai Turchi, la raffinava in Sicilia e dopo averla trasformata
la vendeva. Il ricavato dei soldi veniva dato nelle mani del
notaio Albano che li versava tramite il suo fraterno amico, il
vescovo Marcinkus, longa manus e ombra di Paolo VI, alla
banca Vaticana e investiti sia in Italia che in Sud America
(nei Caraibi). Feci presente questa cosa, ma non fui preso in
120
debita considerazione.
Anche Francesco Saverio Mannoia, durante una video-
conferenza a New York aveva toccato l’argomento Vaticano/
Cosa Nostra.

Avevo sentito dire da Stefano Bontade e da altri uomini


d’onore della mia famiglia che Pippo Calò, Salvatore Riina,
Francesco Madonia e altri dello stesso gruppo corleonese
avevano investito somme di denaro a Roma attraverso Licio
Gelli che ne curava gli investimenti e che parte del denaro
veniva investita nella “Banca del Vaticano”. Di queste cose
parlavo con Bontade e Salvatore Federico che erano i ma-
nager della nostra famiglia. In sostanza Bontade e Inzerillo
avevano Sindona, gli altri avevano Gelli.

I traffici di coca: da Firenze a Milano

1980. Verso la fine degli anni ’80 la famiglia di Castelve-


trano e l’architetto Toro mi mandarono a Firenze. Nel capo-
luogo toscano mi sarei dovuto mettere in contatto con Miche-
le Lucchese che, aveva un subappalto per la costruzione di
un grosso supermercato. Dovevo fare da guardiano e curare
i suoi interessi. Rimasi un paio di mesi. Sembrerà strano, io
lavoravo a piede libero, controllando gli operai, ma allo stes-
so tempo ero condannato e sorvegliato speciale. Non potevo
entrare e uscire dopo le ore venti e appena arrivai a Firenze,
mi dovetti subito presentare alle forze dell’ordine. Non che
la cosa mi preoccupasse a dire il vero, anche perché il Luc-
chese aveva in mano il comandante dei carabinieri, che mi
permetteva di fare ciò che volevo (tutto ciò è una sentenza
documenta). Successivamente il Lucchese venne da Milano
e mi portò con sé.
1981/82. Fiumicino e Linate sono le porte d’ingresso più
facili per la droga e si sa che chi fa muovere la droga fa muo-
vere il mondo. A muoverla erano i soliti noti e io ero il solito
121
soldato. Gli arrivi sono all’ordine del giorno e in molti si chie-
dono come sia possibile eludere la ferrea sorveglianza.
Adesso vi spiego come funzionano certe cose.
Da una parte la polizia di frontiera cerca in ogni modo di
individuare i corrieri e i nascondigli, sempre più originali a
dire il vero, dall’altro le leve giuste vengono poste nei luoghi
nevralgici. Io ero una di quelle leve.
Ero stato assunto a lavorare dentro la dogana ai voli inter-
nazionali all’aeroporto di Linate-Milano, la migliore piazza
per lo smercio della coca. Svolgevo la mia mansione dentro il
varco doganale dell’Aeroporto di Milano come se fossi incen-
surato. In quel periodo ero già stato condannato dalla corte
di appello di Palermo a quindici anni di carcere ed ero sorve-
gliato speciale, quindi non dovevo muovermi dal Comune di
Castelvetrano. Ma a Cosa Nostra e ai “servizi segreti deviati”
niente è impossibile. Ricordo che ero munito di tesserino che
portavo attaccato al petto e giravo in tutto l’aeroporto come un
onesto cittadino, senza essere controllato né dai Carabinieri,
né dai Finanzieri, proprio per svolgere il mio compito: occu-
parmi della movimentazione della droga. Facevo tutto quello
che volevo. Andavo finanche nella pista dove atterravano gli
aerei. Grazie a questo tesserino, che solitamente viene ri-
lasciato dal Prefetto dopo numerose indagini, ero riuscito a
far entrare (tramite due Turchi) quintali e quintali di morfina
base. Gli arrivi avvenivano ogni 3/4 giorni. La droga veniva
stivata nel cargo o nascosta altrove, e bastava attrezzarsi di
carta carbone per farla sparire dai metal detector. Fatto sta
che non era affatto difficile portarla a domicilio. Questa mor-
fina base, veniva accumulata dentro la villa del fraterno ami-
co dell’Architetto Toro, Lucchese Michele, che era un vero
e proprio manager della droga e della logistica. Io personal-
mente mi occupavo di trasferire il carico presso il suo ufficio.
La droga veniva successivamente caricata su un camion che
si imbarcava dal porto di Genova con destinazione Palermo
(dai 20 ai 30 kg). Infine veniva raffinata ad Alcamo, dove si
trovavano dei laboratori altamente specializzati, presso cui
122
lavoravano chimici d’eccezione.
L’avallo della mafia in tutto ciò garantiva che le forniture
di droga non venissero mai stoppate. Sono i vertici a orga-
nizzare nel dettaglio l’oleata macchina del traffico: acquisto,
trasporto, ripartizione e distribuzione in maniera frenetica.
Si trattava di un assioma semplice sia nella teoria sia nel-
la pratica, anche se di tanto in tanto qualcosa si inceppava.
Successivamente la raffineria abusiva di Alcamo ven-
ne scoperta e furono condannati il sindaco di Castelvetra-
no, nonché l’uomo che mi avrebbe fatto andare in Australia
(di cui non farò nomi per motivi strettamente legali). Costui
peccò d’ingenuità e fece il grossolano errore di inviarmi una
lettera scritta di suo pugno in cui indicava nome, cognome e
indirizzo.

La strage di Alcamo

Secondo la ricostruzione del quotidiano “Repubblica”


Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo erano stati accu-
sati ingiustamente, uno degli investigatori rivelò che le con-
fessioni erano state estorte con le torture.
Ci sono voluti 36 anni e oggi la sezione per i minorenni
della Corte d’appello di Catania, ha assolto con formula pie-
na Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo, condannati a
14 e 22 anni per la strage nella caserma di Alcamo Marina
(Trapani) del 26 gennaio 1976, in cui morirono i carabinieri
Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo. Il processo di revisio-
ne era scaturito dopo che un ex carabiniere, Renato Olino,
spiegò che le confessioni erano state estorte con le torture
e lo scorso febbraio la Corte d’appello di Reggio Calabria
aveva scagionato Giuseppe Gulotta - rimasto in carcere per
22 anni, mentre Ferrantelli e Santangelo si erano rifugiati
in Brasile prima che le condanne diventassero esecutive.
Altre due persone furono coinvolte: Giuseppe Vesco e Gio-
vanni Mandalà, entrambi deceduti. Vesco si sarebbe suici-
123
dato in carcere nell’ottobre ’76, ma di lui il pentito Vincenzo
Calcara ha riferito che è stato assassinato in cella.
Ora l’avvocato Baldassare Lauria, che con il professor
Giovanni Aricò ha assistito Ferrantelli e Santangelo nel
processo di revisione, ha annunciato che, nella qualità di
presidente dell’organizzazione non governativa “Progetto
Innocenti”, ha chiesto di essere sentito dalla Commissione
parlamentare antimafia.
Le nuove emersioni processuali dimostrano un legame tra
la strage di Alcamo Marina e i sequestri di Nicola Campisi e
Luigi Corleo (quest’ultimo suocero dell’esattore Nino Salvo,
ndr), avvenuti nel luglio del 1975. Campisi venne rilasciato
dopo circa un mese e dietro pagamento di un riscatto di set-
tanta milioni di lire; di Corleo non si seppe mai più nulla,
gli inquirenti ritengono che sia stato ucciso col metodo della
lupara bianca.
Della strage di Alcamo Marina si era interessato anche
Peppino Impastato, ucciso il 9 maggio 1978 a Cinisi. Nelle
ore successive al delitto, i carabinieri, guidati dal colonnello
Antonio Subranni, sequestrarono nell’abitazione della mam-
ma dell’attivista di Democrazia Proletaria, Felicia Impasta-
to, una serie di documenti. Tra questi, come risulta nei verbali,
c’era anche una cartella su Alcamo Marina. Cartella mai re-
stituita alla famiglia (al contrario degli altri documenti), come
ha recentemente affermato il fratello, Giovanni Impastato.
Le indagini, all’epoca della strage, furono coordinate dal
colonnello Giuseppe Russo, poi ucciso a Ficuzza, nel Pa-
lermitano, nell’agosto ’77. Per il suo assassinio, così come
è accaduto per la strage, furono incolpati e condannati tre in-
nocenti: Salvatore Bonello, Rosario Mulè e Casimiro Russo,
pastori di Camporeale, assolti dopo che l’avvocato Alfredo
Galasso chiese e ottenne la revisione del processo.
Recentemente Walter Veltroni, membro dell’Antimafia,
ha sostenuto che dietro la strage di Alcamo Marina ci sareb-
be lo zampino di Gladio. Falcetta e Apuzzo avrebbero ferma-
to, il giorno prima di essere uccisi, un furgone che trasporta-
124
va armi, presumibilmente con a bordo uomini della struttura
segreta.
Quindici anni dopo la strage, ad Alcamo Marina, la polizia
scoprì un arsenale nella disponibilità di due militari dell’Ar-
ma: l’appuntato Vincenzo La Colla, che è stato caposcorta
dell’ex ministro ai Beni culturali Vincenza Bono Parrino,
all’epoca presidente della Commissione Difesa del Senato, e
il brigadiere Fabio Bertotto (più volte impegnato in missioni
in Somalia). Furono accusati di essere gli armieri della cosca
mafiosa di Alcamo e poi scagionati perché appartenenti en-
trambi ai Servizi. La Colla ha patteggiato una pena solo per
l’accusa di detenzione illegale di armi.

Redazione La Repubblica (20 luglio 2012)

Fu un Omicidio-suicidio. “io ero suo amico. Mi avevano


detto di allontanarmi da lui per il mio bene, me lo disse pure
l’avvocato.”
Durante il processo vennero condannati uomini innocen-
ti, il ragazzo, Giuseppe Vesco e altre 4 persone vennero ar-
restate. Giuseppe venne torturato in carcere “È una prassi
assai comune in galera. Ti aprono la cella e ti permettono
di uccidere o abusare di un detenuto. A volte sono proprio
i secondini ad ammazzare. Si tratta di persone corrotte. Poi
fanno credere che si è trattato di suicidio, ma non è così, altre
volte ti iniettano sostanze tossiche e fanno finta che sei morto
di infarto o roba simile.”

La cresima

Quando lavoravo all’aeroporto di Milano, l’Architetto Toro


mi invitò alla cresima del figlio Salvatore, in segno di affetto
e stima verso di me. La cresima si sarebbe svolta alla Chiesa
madre di Castelvetrano, una bellissima cattedrale del centro
125
storico del mio paese. Ricordo che era il mese di Maggio,
un mese piuttosto tranquillo per quanto riguarda l’arrivo dei
carichi di droga portati dai turchi. Approfittai della relativa
calma per prendere otto giorni di ferie e fare contento l’Ar-
chitetto Toro. Lucchese mi aveva commissionato per l’occa-
sione un “pizzino” da recapitare all’amico.
I pizzini erano il modo più sicuro per veicolare messaggi
e documenti segreti, perché i telefoni scottavano. Come detto
in precedenza, Toro aveva una società vinicola ed era in affa-
ri con Messina Denaro. Avrebbe dovuto firmare i documenti
riservati, certamente legati ai rapporti d’affari, e consegnare
nuovamente il plico a me. Lucchese mi affidò anche il suo
regalo per la cresima di Salvatore: un bracciale d’oro di al-
tissima fattura.
Quando andai a trovare Toro a casa, mi dimostrò senti-
menti d’affetto inimmaginabili. Mi trattò come un uomo di
famiglia, con la stessa enfasi e l’impeto che si riserva alle
persone più care. Oltretutto mi sovrastava con la sua stazza,
visto che era decisamente più alto e robusto di me (che non
sono comunque piccolo).
Io ero arrivato il giorno prima del grande evento ed ebbi
l’onore di partecipare all’esclusivo pranzo, riservato agli
“eletti”. Fra gli esponenti di quella società “decollata”, che
si chiamava Cosa Nostra c’erano Furnari, uomo da sempre
incaricato di eseguire volgari esecuzioni, Matteo Messina
Denaro e pure Zu Ciccio. Anzi, a dire il vero, fu lui a fi-
nanziare la festa e volle organizzarla in grande stile, come
d’usanza fra i veri boss.
“Per questa festa non baderò a spese, pago tutto io” ci
tenne a sottolineare e come si sa, la parola du zu Ciccio era
di per sé un ordine indiscutibile.
Poi, a mo’ di corredo, c’erano le signore dei boss, fatue e
allegre come sempre, che esibivano il lusso più sfavillante.
Alcune stavano sedute sulle poltrone di seta, altre si racco-
glievano al fresco nel bellissimo giardino, su tutte era im-
pressa l’espressione perfettamente inalterabile del potere.
126
Al termine della cerimonia kitsch, l’Architetto Toro mi
disse, con un sorriso stagnante “Abbraccia e ringrazia Luc-
chese da parte mia e dagli questa busta.”
L’interminabile cerimonia in stile mafioso, continuò con
una cena, che era in realtà il proseguimento naturale del
pranzo. Nella bellissima villa arrivò ogni ben di Dio: portate
su portate, pietanze succulente poste su vassoi d’argento e
champagne su tintinnanti calici, da fare invidia a un sultano.
Non avevo mai visto niente di simile! Non aveva badato a
spese. Fu una delle cerimonie più esclusive che avessi mai
visto.

Dalla massoneria alla scoperta delle Entità

I miei racconti sono iniziati con il rito della mia iniziazio-


ne alla massoneria, che era quasi un obbligo per gli uomini
d’onore riservati. Adesso che siamo arrivati al nucleo della
storia, parlerò della preparazione e dell’esecuzione dell’at-
tentato al papa, della successiva uccisione e occultamento del
cadavere di uno dei due esecutori turchi, dell’avvelenamento
di Papa Luciani (e dei motivi per i quali è stato eliminato),
della complicità con la criminalità mafiosa del Maresciallo
dei Carabinieri di Paderno Dugnano, della cricca di cardinali
che pilotava Monsignor Marcinkus e del notaio Albano.
Non ho inserito questi nomi altisonanti per incuriosire il
lettore, ma per fare luce su fatti imbarazzanti su cui la diplo-
mazia ancora sonnecchia.

1981, Michele Lucchese era un imprenditore e manager


di sicura estrazione mafiosa. A stabilire la partecipazione di
Lucchese ai fatti di mafia erano state la sentenza Alagna +30
e la sentenza Almerighi, che fecero “stecca” nel coro e in cui
erano state esibite tutte le prove del caso.
Si occupava di politica, ma innanzitutto era un uomo di
grande fiducia di Messina Denaro Francesco. Anzi era il suo
127
filo diretto, il suo collegamento con la capitale Lombarda.
Lucchese e l’Architetto Toro erano grandi amici del boss.
Fu Zu Ciccio ad affidarmi a lui, precisandomi che sarei
dovuto stare alle sue dipendenze ed eseguire i suoi ordini.
il Padrino avrebbe mantenuto sempre la supervisione delle
operazioni, ma mi affidava a Lucchese perché in quel mo-
mento a Milano avrei rappresentato l’uomo giusto al posto
giusto.
I rapporti fra Lucchese e le Entità erano così consolidati,
da legittimare la convinzione che fosse un vero tramite, un
fiore all’occhiello, proprio come il notaio Albano, lo era per il
suo ruolo di tramite con il Vaticano. Nello specifico, lui rap-
presentava Francesco Messina Denaro, con il quale aveva in-
trattenuto da sempre rapporti, non propriamente episodici.
Nessun pentito conosceva e conosce Lucchese come me.
Ben presto entrai nelle sue grazie al punto che mi fece
stabilire la residenza a casa sua, e diventai automaticamente
l’uomo di fiducia di uno dei più potenti “monopolizzatori” del
narcotraffico nostrano.
Dal momento che apparteneva a una Loggia Massonica
segreta, aveva chiesto autorizzazione a Messina Denaro Fran-
cesco affinché mi preparassi a conoscere le regole del Rito
Scozzese (rito strettamente legato alla massoneria americana).
Si tratta di regole che hanno tante declinazioni, tutte volte
ad assoggettare l’affiliato, che si concretizzano in precetti da
seguire con attenzione messianica.
Tutto all’interno della Massoneria è codificato e tutto ciò
che si fa, non può esulare da tali regole.
Solo dopo questo rito sarei potuto entrare anch’io, insie-
me a lui nella Loggia Massonica e sarebbe stato un passaggio
fondamentale, perché la Massoneria “facilita i rapporti”, ov-
vero i patti d’affari.
U zu Cicciu disse di sì! E il Lucchese iniziò da subito
a insegnarmi le prime regole fondamentali della Massone-
ria. Chiunque entri nel gruppo, non può abbandonarlo e si
sottopone a un voto che deve rispettare a costo della propria
128
vita. Ricordo ancora certi discorsi. Si parlava di Gran Mae-
stro Venerabile, Gran Segretario, la Grande Luce, 33° Grado,
in sonno, poi si spiegava come si saluta e si riconosce un
Fratello Massone, in che modo ci si riunisce nel Tempio etc.
etc. Ricordo che in un’occasione, quando Toro era venuto a
trovare Lucchese a Milano, questi mi disse di salutarlo con
il Rito Massone. Toro si mise a ridere ed era contento che
anch’io diventassi massone.
Questa mia appartenenza alla Massoneria si è rivelata uti-
lissima. Per esempio, ho potuto salvare l’occhio di mia figlia
Fiammetta, che necessitava di essere curato con medicinali
costosissimi. Devo ringraziare un medico in particolare.
Una volta avevo notato che questo dottore era stato sa-
lutato con Rito Massone da una persona che era andata a
trovarlo. Capii immediatamente che era un nostro fratello.
Un giorno decisi di presentarmi da lui come un fratello “in
sonno” (anche se “in sonno” si è sempre fratelli), lo salutai
da Massone e lui mi diede gratis quelle medicine necessarie
per mia figlia.

La sentenza Almerighi

Fui assolto in pieno dal Tribunale di Roma presieduto dal


Giudice Mario Almerighi, per l’accusa di calunnia aggravata
a danno dell’ex Maresciallo dei carabinieri Giorgio Donato.
Nel 1998, per colpa della sua denuncia, fui costretto a lascia-
re il programma di protezione. Lo stabiliva la nuova severis-
sima legge sui collaboratori di giustizia, a causa della quale
non solo avrei rischiato di incorrere in gravi sanzioni, ma so-
prattutto di vedere invalidati anni di onesta e riconosciuta
attendibilità processuale. Fuori dal programma, in attesa di
giudizio io, la mia compagna e le mie quattro bambine, ci tro-
vammo ad affrontare enormi difficoltà. Senza documenti non
avevo la possibilità di trovarmi un lavoro regolare. Fummo
pure costretti a iscrivere le nostre figlie presso delle scuole
129
private, ovviamente molto più costose di quelle pubbliche.
La mia compagna poi soffriva di un handicap alla vista che
non le consentiva di lavorare e la seconda delle mie bambi-
ne, dopo aver perso la vista dall’occhio sinistro a causa di un
incidente, aveva bisogno di sottoporsi a continui interventi e
cure. Spese che senza un’identità, non avrei potuto affronta-
re. Eppure anche davanti alle difficoltà non avevo mai perso
la voglia di gridare al mondo la Verità, neanche quando mi
avrebbe fatto più comodo tacere e godere dei privilegi desti-
nati agli “oculati” collaboratori di giustizia.
Addirittura avevo fatto condannare il padre di Matteo
Messina Denaro, quando era latitante, anzi quando era il
latitante più pericoloso dopo Bernardo Provenzano e Cosa
Nostra non dimentica. Siamo sempre in pericolo, sia io che
la mia famiglia.
Sebbene mi abbiano considerato troppo estroso ed esube-
rante, per fortuna sono sempre riuscito a convincere i giudici
sulla veridicità delle mie dichiarazioni.
Per quanto riguarda Giorgio Donato, avevo raccontato
tutto del suo ruolo ambiguo, coinvolgendolo in particolare
nella ricostruzione del mio viaggio da Castelvetrano a Roma,
in quell’incrocio degli affari tra mafia, massoneria, politica e
Vaticano.
Mentre svolgevo il mio compito di corriere della droga
all’Aeroporto di Milano, mi era stato chiesto di tornare a Ca-
stelvetrano perché avrei dovuto eseguire un “lavoretto” per
conto del boss Messina Denaro.
Quello del corriere è un mestiere redditizio, remunera-
tivo, rischioso, tanto da farti vivere costantemente stretto
da una scarica di adrenalina, che ti fa sentire eccitato 24
ore su 24. Più sei spregiudicato, più acquisti una posizione
nella nicchia della leadership: è come un passaporto sicuro
per accedere ai piani alti, ai gradini sociali che nessuno è in
grado di salire. Uno dei requisiti essenziali per “crescere”
di posizione è la crudeltà, quella che ti permette di essere
lucido anche quando ti lasceresti coinvolgere dai sentimenti.
130
La crudeltà non solo è un elemento fondamentale per la tua
sopravvivenza come uomo, ma serve anche a conservare il
potere faticosamente acquisito grazie alle tue capacità.
Solo se riesci a essere il primo fra i peggiori, puoi preten-
dere di diventare il primo fra i migliori.
Avevo capito bene questi essenziali comandi, così come
avevo intuito che non bisogna mai apparire gregario o senti-
mentale allo sguardo di chi ti sta davanti, anche se si stratta
del tuo migliore amico. Ogni elemento di debolezza può es-
sere infatti usato contro di te al momento opportuno, perché
la Mafia non ha pietà.
Inolre il trauma per aver ucciso il cane mi aveva inse-
gnato, marchiandolo a fuoco nel mio animo, che all’interno
della Mafia vince il capobranco e il capobranco è quello che
ringhia e azzanna per primo!
Era un precetto crudele, ma tutto sommato sentivo che
dovevo interiorizzarlo se volevo arrivare alla meta.
Essendo un uomo ambizioso per natura, infatti non mi
sarei mai sottratto di fronte a nessuna occasione che mi aves-
se permesso di farmi notare dai vertici, ritagliandomi magari
una fetta consistente all’interno del potere mafioso.
Io ero fortunato perché oltretutto avevo la possibilità di
dimostrare il mio valore a Lucchese, che mi aveva accolto
nella sua prigione dorata.

La riunione mafiosa in casa Lucchese

Un giorno a casa sua si tenne una riunione di capi Mafia.


Si trattava di un summit in cui formicolavano certi uomini
di spicco, che avevano deciso di mettere il loro nome nelle
pagine della più triste storia della Sicilia. In quell’apparta-
mento che sembrava più che altro un centro di irradiazio-
ne della cultura mafiosa c’erano Vincenzo Culicchia, depu-
tato al consiglio regionale in Sicilia, Stefano Accardo detto
«cannata», Vincenzo Furnari, Enzo Leone, componente del
131
Consiglio Regionale della Sicilia, Antonino Marotta e il mio
padrino, l’architetto Toro: quanto basta per fare saltare l’Ita-
lia nel giro di poche ore. Su un tavolo della villa di Messina
Denaro si trovavano due valigie, una delle quali conteneva
ingenti quantità di denaro. Dopo aver sistemato le valigie,
tutti i presenti, tranne Messina Denaro, ci recammo all’ae-
roporto di Punta Raisi, dove era già tutto predisposto per il
trasporto del carico. Nell’aeroporto di Punta Raisi lavoravano
i fratelli Cintorino Antonio e Adolfo di Cinisi, sul primo dei
quali risulta un rapporto dei carabinieri per fatti di associa-
zione mafiosa e rapina aggravata in concorso con Giuseppe
Fidanzati, la cui famiglia era in rapporto con l’Accardo Ste-
fano “Cannata”.
Francesco Messina Denaro rimase tuttavia nella sua abi-
tazione. Arrivati a Fiumicino, trovammo ad attenderci una
scorta d’eccezione che ci sarebbe stata alle costole per tutto
il tempo. Era composta da tre auto di grossa cilindrata: due,
quelle su cui viaggiavano i prelati e le valigie con i dieci
miliardi, avevano targa straniera (Città del Vaticano) quindi
coperte da immunità, l’altra con targa di Roma era occupata
da chi, armato, doveva fare la scorta. Fra gli illustri presenti
c’erano il Monsignor Paul Marcinkus, direttore dello IOR, un
altro cardinale e il notaio Francesco Albano.
Donato viaggiava nell’auto su cui si trovavano le auto-
rità. Ci dirigemmo poi verso l’abitazione del notaio Albano
nei pressi della Via Cassia: i vertici sulle prime due auto e
noi uomini “riservati”sulla terza. Quel giorno ero travestito
da carabiniere e mi trovavo in compagnia appunto del mare-
sciallo Giorgio Donato, con il quale, e lo voglio sottolineare in
questa sede, ero partito da Milano. Restammo di vedetta fino
a quando non ricevemmo l’ordine di allontanarci. Ricordo
benissimo che mentre ero di guardia con il Maresciallo Do-
nato sotto l’abitazione del notaio Albano, vidi sopraggiungere
anche Roberto Calvi, che avevo conosciuto di vista presso
l’aeroporto di Milano, se non ricordo male nel febbraio 1981.
Feci osservare al Lucchese che a Roma avevo riconosciuto
132
la stessa persona che poco prima avevo visto all’aeroporto di
Milano e lui mi disse “Ah, tu fisionomista sei?” dopo di che
ripartimmo insieme fino a Paderno Dugnano, dove mi trovavo
in stato di sorvegliato speciale. Chi avrebbe dovuto control-
lare i miei movimenti era proprio il maresciallo Donato ed è
per questo che il militare qualche anno dopo mi ha querelato,
presentando una raffica di ridicole ricusazioni cavillose per
impedire che la verità saltasse fuori. Però non è mai riuscito
a dimostrare che io mentivo, perché le sue bugie si sono sgre-
tolate come castelli di sabbia.
In verità, il maresciallo era uno spregevole borghese e un
uomo corrotto: non mi controllava mai, anzi... la domenica
andavo ad apporre la firma di presenza in caserma, mentre
la sera mi attardavo a giocare a carte con lui. Pensate che
fantasia aveva di controllare proprio me!
Mi dava le pacche sulle spalle “Bravo Vincenzo, ti com-
porti da vero uomo” diceva e invece era un vigliacco e un
lurido ipocrita che ha ritrattato tutto al momento opportuno,
pur di non perdere i suoi privilegi. Miserabile.
Fu Lucchese, che agiva su mandato dell’Architetto Toro,
a organizzare la nostra partenza da Milano.
Io in qualità di “soldato”non sarei stato autorizzato a far-
gli domande, ma siccome ero diventato di famiglia, mi spiegò
questo e molti altri segreti scottanti, come per esempio, che
il notaio Albano faceva parte dell’Ordine dei Cavalieri del
Santo Sepolcro insieme a Marcinkus ed è per questo che si
conoscevano bene. Il Lucchese mi disse pure che le valigie
contenevano circa dieci miliardi, soldi della “famiglia” che
dovevano essere investiti e poi riciclati, in Sud America e ai
Caraibi, tramite il notaio Albano, il vescovo Marcinkus e la
Banca Vaticana. Albano era riuscito a cementare un’alleanza
d’acciaio con i poteri forti. Era eccezionale a gestire tangenti,
intimidazioni e a infiltrarsi nel tessuto connettivo degli appa-
rati statali. Albano avrebbe dunque accompagnato gli uomini
e relative valigette piene di soldi nella sua riservatissima vil-
la di campagna, per concludere un accordo tra le parti sulle
133
modalità e le garanzie del riciclaggio.
Ricordo benissimo che all’aeroporto l’onorevole Culic-
chia, aveva salutato l’alto prelato con una bella stretta di
mano, mentre l’Architetto Toro, gli aveva addirittura baciato
l’anello, in segno di rispetto e soprattutto di affiliazione.
In tutti questi anni il maresciallo Giorgio Donato ha cer-
cato di smentire le mie dichiarazioni, ma non è stato creduto.
Addirittura ha sempre affermato di avermi visto solo il primo
giorno in cui mi presentai alla caserma di Paderno Dugnano,
dove mi ero recato per rispettare l’obbligo di sorveglianza.
Bugiardo!!! Ancora oggi mi viene da ridere, però il sentimen-
to che prevale è quello della rabbia. Sì, la rabbia perché c’è
gente che continua ad arrampicarsi sugli specchi e si accani-
sce a negare l’evidenza dei fatti. Queste persone indegne non
meriterebbero di esistere e la cosa peggiore è che riescono
anche a guardarti negli occhi e continuare a mentire. Io ho
sempre preso le debite distanze dai loro deliri negazionisti e
continuerò a farlo.
Come accennato, il maresciallo nella sua infame esca-
lation di bugie e di “non so” o “non ricordo”, per paura di
essere inguaiato in qualcosa di veramente grosso, aveva detto
di non avermi mai più visto e di aver controllato i miei spo-
stamenti nei brogliacci che regolano le presenze dei militari
in caserma, da cui non si sarebbe mai assentato - questo lo
diceva lui- nei primi sei mesi dell’anno 1981.
Ammise poi di aver conosciuto il Lucchese, ma in circo-
stanze di tutto rispetto: lo avrebbe infatti incontrato nel 1966,
mentre svolgeva servizio d’ausilio nelle zone terremotate.
Davanti ai giudici disse che si recava a Selinunte e Castel-
vetrano con gli altri commilitoni durante il giorno di riposo e
di aver conosciuto pure l’Architetto Toro e il Cannata ucciso
a Partanna nel luglio del 1989, che gli erano stati presentati
come rispettabili imprenditori e uomini politici.
In realtà gli investigatori riuscirono a smontare le folli tesi
del maresciallo. Come prima cosa scoprirono che nel 1981, il
Maresciallo aveva fatto richiesta di licenza straordinaria per
134
i giorni dall’11 al 22 aprile, in occasione delle festività pa-
squali e il 10, 11, 12 maggio. Poi due brigadieri, Notaristefa-
no e il Pasca, allora sottoposti del Donato, confermarono che
“il Maresciallo Donato faceva in caserma ciò che voleva”.
Il Notaristefano disse ai giudici: “Non ricordo se tra no-
vembre e dicembre del ’94 Donato sia venuto in caserma a
controllare i brogliacci. In ogni caso avrebbe dovuto esse-
re autorizzato superiormente.” poi aggiunse che, sebbene si
fosse congedato nel 1984, si era introdotto nel suo ex ufficio
e aveva approfittato dell’acquiescenza dei suoi ex sottoposti
per disporre dell’archivio di servizio a suo piacimento.
Da qui, le parole asciutte di Almerighi, che era stato op-
portunamente edotto sui fatti reali. Se questo era il rapporto
tra il maresciallo Giorgio e i suoi dipendenti, quando ormai
era un semplice cittadino non facente più parte dell’Arma,
a maggior ragione tale era il rapporto quando egli era il Co-
mandante della Stazione.
Notaristefano smentì pure che Donato avesse lasciato il
recapito di riferimento, in occasione di quelle vacanze pa-
squali. Questi, invece, spiegando la sua assenza con le con-
suete vacanze trascorse a Bitonto presso la sua famiglia,
aveva assicurato di aver comunicato i riferimenti per farsi
rintracciare. Poi si scoprì che il memoriale esplosivo che re-
gistrava gli incarichi all’interno della caserma era compilato
in modo approssimativo e a volte infedele, fino ad accertare
che il 23 aprile, il maresciallo Giorgio Donato era assente
ingiustificato.
Fin qui, si tratta di illeciti di una certa entità, ma più si
andava avanti e più saltavano fuori gli inghippi. Ad esempio,
non si capivano i legami fra Donato e Stefano Accardo detto
Cannata.
Che cavolo di legami poteva avere con uno che era stato
indagato per ben diciotto omicidi, e poi prosciolto?
Lui lo sapeva bene che razza di delinquente fosse eppure
lo frequentava. Addirittura anni dopo, quando non era più
in servizio, gli procurò due giubbotti antiproiettile, costati
135
750.000 lire, su richiesta di Lucchese.
Per fortuna il giudice Almerighi sposò in toto la mia tesi e
non si fece infinocchiare da Donato, che non fu creduto.
A un certo punto Almerighi disse, e io ne fui estrema-
mente soddisfatto: “Chi in effetti all’interno della famiglia di
Castelvetrano poteva essere impiegato in una operazione di
tale delicatezza se non i soggetti più importanti e affidabili
della famiglia anche sotto il profilo politico, quali il Culic-
chia e il Leone, due deputati regionali, il Vaccarino già sin-
daco di Castelvetrano? Chi altro vi poteva partecipare se non
altri tre personaggi di spicco della famiglia, quali il Morotta,
il Furnari e l’Accardo?”
Ancora una volta avevo vinto!
In realtà il Maresciallo aveva molto da perdere, in quanto
uomo delle Istituzioni, io invece non avevo niente da perdere,
perché avevo già perso tutto, inclusa la mia libertà. Bastereb-
be solo questo per far capire che non ho mentito circa i fatti
da me riferiti: ho detto solo e soltanto la tremenda verità.

Almerighi mi dà ragione

Nel traffico internazionale di stupefacenti era coinvolto


anche l’Architetto Toro, l’uomo più subdolo che abbia mai
conosciuto (che almeno dai Messina Denaro certe cose te le
aspettavi!). Quel farabutto l’ha sempre spuntata: secondo me
gode ancora di protezioni forti. Addirittura fu trovata una sua
foto che lo ritraeva al centro tra Accardo Stefano e Lucchese
Michele e ci fu pure un testimone che asserì di aver visto i tre
uomini nell’estate del 1982 in S. Marinella di Selinute. Ele-
mento che va a incastrarsi anche con la deposizione “bomba”
del maresciallo Donato.
Lui invece continua a costruire il suo castello di bugie e
ogni volta per suffragarle esibisce prove false!
Il giudice Almerighi mi diede ragione e nella sentenza
affermò “l’episodio narrato dal Calcara, lungi dall’apparire
136
seccamente smentito in processo, è invece assistito da ele-
menti che ne ritagliano una qualche verosimiglianza storica.
L’intero resoconto del Calcara non evidenzia rancori né tra-
disce propositi di vendetta. Il passaggio frequente nei dicta
d’esame e di confronto per narrazioni di circostanza incon-
suete e talora superflue, le spontanee correzioni e le franche
ammissioni di non ricordare sono tutti indicatori opposti alla
menzogna e costituiscono dati di vantaggio dell’intrinseca at-
tendibilità del dichiarante.”
Per me fu una vera gioia! Ero stato considerato attendi-
bile mentre il resto del mondo, mafioso ovviamente, cercava
di diffamarmi in ogni modo. Era una tecnica che la mafia
conosceva benissimo e i suoi uomini potevano insegnarla
all’università. Quando si diffama qualcuno (e le istituzioni
sono d’accordo), non si aprono indagini, né inchieste, anzi si
montano castelli di panna costruiti su menzogne alle quali
tutti fingono di credere e non c’è mai nessuno che alzi il dito
per dire “io so, io conosco la verità,” perché in quel momento
la verità non è essenziale, non è l’obiettivo da perseguire,
è qualcosa di casuale e marginale che non può e non deve
prevalere.

L’attentato a Papa Giovanni Paolo II

Su ordine di Lucchese Michele, il 12 Maggio 1981 da


Milano presi il treno per Roma. Mi fu detto che avrei dovuto
incontrarmi all’interno della stazione Termini, al binario n°
3 per essere precisi, con il Capo Decina della Famiglia di
Castelvetrano, del gruppo di fuoco, Saverio Furnari, e con
Santangelo Vincenzo uomo d’onore fratello di Lillo Santange-
lo, a sua volta “figlioccio” del Nostro Capo Assoluto France-
sco Messina Denaro. “Insieme a loro c’è Antonov, un uomo
bulgaro in stretto collegamento con la Mafia Turca e con Cosa
Nostra. Questo Bulgaro è una persona fidata e importante.
Basta. Non posso anticiparti niente. Ti dico solo che nella
137
Città Eterna sta per scoppiare una bomba che rimarrà nella
Storia! Caro Enzuccio, preparati, so che non mi deluderai.”

Tutti insieme andammo a far colazione e dopo di che, ci


avviammo nei pressi di San Pietro. Il Furnari, l’animale, mi
disse: “Adesso mettiti completamente a disposizione di An-
tonov ed esegui alla perfezione tutto ciò che lui ti dice!” Qua-
si all’imbocco di Piazza San Pietro, Antonov scelse un punto,
a suo dire nevralgico. Poi affermò “in questo punto noi due ci
dobbiamo incontrare di pomeriggio.”
Verso le 16, il pomeriggio del 13 maggio 1981, un’ora,
un’ora e mezzo prima dell’attentato al Papa, mi incontrai sul
luogo deciso da Antonov per l’appostamento (Ricordo che la
Piazza a quell’ora era quasi piena di fedeli). Mi disse: “In
questo preciso posto ti porterò due persone di nazionalità tur-
ca e le porterai dove ti hanno ordinato.” poi aggiunse: “En-
triamo dentro la Piazza che mi devi accompagnare per una
cinquantina di metri e dopo torni al posto stabilito, ma sappi
che ancora ci vuole circa un’ora prima che mi vedi arrivare
con i turchi.”
Dopo averlo accompagnato dentro la piazza, per una cin-
quantina di metri, Antonov affermò: “Tu i due Turchi non li
conosci, ma loro in questo momento ti hanno visto insieme a
me e hanno l’ordine di seguire solo te.” mi disse ancora: “Se
succede un imprevisto e io non li posso accompagnare da te,
loro verranno da te nel posto dove tu ti trovi (che indicai loro)
e ti diranno queste parole: “Ciao Antonov” dopo di che con
questo Rosario che adesso ti do e che fin d’ora devi tenere
sempre nella mano sinistra “Li saluti con la mano sinistra.”
Antonov mi informò del fatto che i due turchi erano armati.
La piazza era stracolma di gente. Non ci si poteva quasi muo-
vere. Faceva caldo. E quella ressa ti toglieva il fiato. Io ero
lì, nel posto stabilito, ad aspettare che il Bulgaro mi portasse
i due Turchi. Papa Wojtyla stava compiendo il suo solito tra-
gitto attraverso la folla. Ricordo un mare di mani e di sguar-
di a cercare la benedizione del Papa. A un certo punto, in
138
lontananza, nel rumore generale, sentii un colpo fortissimo,
come uno scoppio. Forse uno sparo. Per un attimo, il silen-
zio. La gente era confusa, disorientata e impaurita. Qualcuno
cominciò a gridare: “Gli hanno sparato! Gli hanno sparato!”
Finalmente cominciai a capire di cosa si trattava. In un atti-
mo si scatenò il putiferio. Ricordo un casino enorme. Gente
che urlava, gente che correva, gente che piangeva. Io invece
restai al mio posto, come mi era stato ordinato. Poco dopo,
saranno passati una decina di minuti, venti al massimo, vidi
arrivare Antonov di corsa. Con lui c’era un Turco.
L’uomo era sconvolto, mi ordinò di andare via subito con
il Turco. Io non sapevo cosa sarebbe successo a S. Pietro,
avevo solo l’incarico di condurre gli stranieri sul treno per
Milano”.
Camminare, tra quelle urla assordanti, con quella folla
che si accaniva in cerca di una via d’uscita, mi era quasi
impossibile, ma dopo una serie di sgomitate prepotenti, mi fu
possible individuare un minuscolo varco, che per me rappre-
sentava l’unica via di fuga e di salvezza. Appena Antonov mi
vide urlò: “Vattene! Vattene immediatamente! Portati via il
Turco!” nonostante strillasse, riuscivo a malapena a percepi-
re i suoi comandi, offuscati com’erano dalla foga e dalle grida
dei fedeli. Era sudato, agitatissimo, aveva la faccia sconvolta.
Lo presi con me. Insieme ci dirigemmo di corsa alla stazio-
ne Termini. L’appuntamento era sempre al binario numero 3.
Arrivati nel luogo prefissato, vidi che Furnari e Santangelo
erano già lì ad aspettarmi, seduti su una di quelle panche
grige della stazione. Tutto come previsto. Avevano già pronti
i biglietti del treno per Milano. Furnari mi disse con una spe-
cie di sorriso stereotipato: “Enzo, rilassati. Non c’è bisogno
di correre. Il treno è in ritardo di un’ora” (chi di competenza
se vuole può riscontrare questo ritardo). Gli occhi gli luccica-
vano e mi sembrava felice ma al tempo stesso interrogativo e
non riuscivo a capirne le ragioni. Partimmo tutti e quattro da
Roma che era già sera tarda. La vecchia stazione scomparve
ai nostri occhi, mentre il rullare meccanico delle rotaie e il
139
fischio inalterabile del treno, ci accompagnarono per tutto il
viaggio.
La mattina del 14 arrivammo in stazione a Milano. Lì ci
divididemmo. Io, quella sera, avevo un appuntamento a casa
di Michele Lucchese. Furnari e Santangelo invece si presero
in consegna il Turco e non seppi altro. Li salutai, li abbrac-
ciai e mi avviai all’esterno della stazione.

L’attentato: continuità fra la politica di Luciani e Giovan-


ni Paolo II

Come accennato, la sera avevo appuntamento a casa del


Lucchese a Paderno Dugnano (territorio sicuro e controllato
meticolosamente dal nostro amico, il maresciallo dei Carabi-
nieri, Giorgio Donato). Appena mi vide, Lucchese mi chiese
di raccontargli per filo e per segno tutto quello che avevo
fatto e visto nella mia “giornata romana”. Io, con pazienza in-
finita, gli relazionai tutti i dettagli dell’operazione, compresa
l’agitazione che avevo notato sul volto di Antonov.
“Michele, non mi avevi mica detto che si doveva fare un
attentato al Papa.” Lui sorrise. In realtà, avevo capito che
il mio compito era solo quello di prendere in custodia i due
Turchi terroristi che il Bulgaro, persona fidata e importante
mi avrebbe consegnato, e dopodiché li avrei dovuti portare a
Paderno Dugnano e fargli fare la fine di “Lu Sceccu”, cioè la
fine dell’Asino (Un Asino si usa fino a che serve è nato per
essere usato, dopo, quando non serve più, si uccide!)
“Allora?” mi disse Lucchese, per indurmi a raccontare
tutto nel dettaglio.
“Furnari e Santangelo sono con il Turco. Lo stanno por-
tando nel luogo che gli ho indicato.”
“Bravissimo! Enzo, non ho voluto che partecipassi anche
tu all’omicidio del Turco. Ho preferito che stessi qui, a far-
mi compagnia. Spero che capirai. Ora però, fammi fare una
telefonata.”
140
Lucchese prese in mano la cornetta e compose un nume-
ro. Realizzai fin da subito che dall’altra parte del filo c’era il
Comandante dei Carabinieri, Giorgio Donato.
Ricordo queste parole: “Azione avviata!” Dopo aver ter-
minato la telefonata, si voltò verso di me con aria soddisfatta:
“La zona è sotto controllo. Questo amico è troppo in gam-
ba!”
Quella sera del 14 Maggio, in attesa che arrivassero Fur-
nari e Santangelo, che erano andati via con una macchina
insieme al Turco per ucciderlo, io rimasi con Lucchese a dia-
logare, e in quella circostanza mi disse: “Enzo, ci sono un
paio di cose che devi sapere. Papa Wojtyla aveva intenzione
di seguire il solco appena tracciato da Papa Luciani, e cioè
rompere gli equilibri all’interno del Vaticano. Ti rivelo una
cosa. Papa Luciani era intenzionato a fare una vera e propria
rivoluzione all’interno del Vaticano. Lui voleva fare una “Ri-
voluzione” all’interno della “holding” del Vaticano e raddriz-
zare il suo gregge fatto di uomini spregiudicati che operavano
in nome della Chiesa! Voleva che la Chiesa fosse più povera,
disinnescandone le mine finanziarie e ridimensionandone la
ricchezza. Per questo aveva studiato un piano mirato ad aiu-
tare le famiglie povere del mondo, innanzitutto quelle Italia-
ne ovviamente. Tutto ciò si doveva fare tramite e per mezzo
della Banca del Vaticano, che dopo avrebbe voluto dare in
mano e farla gestire a persone Laiche con l’insegnamento di
Gesù: Dare A Cesare quel che è di Cesare. Papa Albino Lucia-
ni non sopportava l’idea che una cordata di Cardinali e Ve-
scovi gestissero tramite lo I.O.R. tali enormi ricchezze e con-
solidassero il blocco di potere che nel tempo stava minando
l’immagine della Romana Chiesa. Già alla morte di Paolo VI
(protettore del trio Sindona-Calvi-Marcinkus), Papa Luciani,
aveva manifestato una certa avversione verso i tre uomini,
sentimento rafforzato quando il giornalista Mino Pecorelli
aveva pubblicato i nomi degli esponenti vaticani affiliati alla
massoneria, tra cui Marcinkus. La prima cosa che aveva già
deciso di fare è stata quella di rimuovere alcuni cardinali che
141
gestivano, usavano e manipolavano il vescovo Marcinkus,
sfruttando non solo la capacità che aveva a gestire lo I.O.R.,
ma anche e soprattutto i contatti e le potenti amicizie a livello
europeo e internazionale che il Vescovo Marcinkus aveva. Se
Papa Luciani non fosse morto, da lì a pochi giorni sarebbero
stati rimossi e sostituiti immediatamente sia Marcinkus che
altri quattro Cardinali e forse anche, se non erro, il Segreta-
rio di Stato o il Segretario del Papa. Al loro posto sarebbero
subentrati altrettanti Vescovi e Cardinali di massima fiducia.
Costoro, in gran segreto, avevano preparato insieme a Papa
Luciani un piano ben preciso. Dopo essersi inseriti ognuno
al posto giusto, si sarebbero attivati subito per distribuire il
90% delle ricchezze del Vaticano in diverse parti del mondo,
in modo tale da costruire case, scuole, ospedali etc... Il 10%
delle rimanenti ricchezze sarebbe stato affidato e fatto gestire
allo Stato Italiano per conto e in base ai bisogni della Chiesa.
Insomma, voleva fare una vera e propria rivoluzione e coglie-
re tutti di sorpresa!
Purtroppo, il Povero Papa non ha potuto portare a termine
il proprio piano, in quanto uno dei Cardinali di fiducia lo ha
tradito ed è andato a raccontare tutto a Marcinkus e agli altri
Cardinali! Costoro, appena vennero a conoscenza della cosa,
si attivarono immediatamente e con la loro diabolica intelli-
genza riuscirono, senza lasciare nessuna traccia, a uccidere
il loro Papa con una grande quantità di gocce di calmante,
grazie anche all’aiuto del suo medico personale.”
“Michele, e chi sarebbero questi quattro cardinali?”
“Enzo. Io ti posso riferire quello che mi ha detto il notaio
Albano.”
“E che dice il notaio?”
“Dice che erano quattro le “anime nere” che si aggiravano
dentro il Vaticano ed esercitavano un forte potere sfruttando
le doti manageriali del Vescovo Marcinkus. Mi ha fatto quat-
tro nomi. Innanzitutto il Cardinale Macchi, uno dei prediletti
di Papa Paolo VI, che l’aveva anche ordinato Suo Segretario.
Faceva parte dei cavalieri del Santo Sepolcro, proprio come
142
il Vescovo Marcinkus”.
“Cardinal Macchi! Questo nome non mi è nuovo... Ma
certo! Ha lo stesso nome di un mio compagno delle elemen-
tari! E chi altri?”
“La seconda “anima nera” era il Cardinal Villot, Vallot o
Vellot, scusami ma adesso non ricordo bene...”
“Che nome strano! Non termina nemmeno con una voca-
le. Deve essere straniero.”
“Esatto, Enzo. Questo Cardinale, pur non essendo Italia-
no, ha fatto delle cose straordinarie e ha salvato la finanza del
Vaticano, quella finanza che Papa Luciani voleva distrugge-
re.
Poi c’era il Cardinale Benelli...”
“Benelli! Come la marca della mia prima moto! Si chia-
mava proprio così. Mi ricordo ancora. Me la regalò Casesic,
il mio padrino di Cresima...”
“Per ultimo mi fece il nome del Cardinale Gianvio, che
mi sembra fosse anche Segretario. Tutti e tre comunque fa-
cevano parte dell’Ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro.
Enzuccio, figghiu miu, devi capire che questi quattro Car-
dinali avevano in mano lo I.O.R. e le finanze del Vaticano!
E avevano pure un filo diretto proprio con il notaio Albano
che, come ben sai, all’interno di Cosa Nostra è come un fiore
all’occhiello.”
“Senti, Michele, una curiosità. Ma l’altro Turco, che fine
ha fatto?”
“L’altro turco, a quanto pare, tu non l’hai neppure incon-
trato. Si chiama Ali Agca. L’altra notte ha pernottato in un
albergo a Palermo, prima di arrivare a Roma per l’attentato.
Devi sapere che tutte e due i Turchi sono stati addestrati in
Sicilia da uomini di Cosa Nostra. Nel caso, dopo l’attentato,
fosse riuscito a fuggire, c’era già pronto un piano per ucci-
derlo!” quella di sviluppare piani alternativi era una delle
strategie più diffuse all’interno di Cosa Nostra: consisteva
nell’elaborare soluzioni di risoluzione o a volte di tampo-
namento, in modo da consentire ai suoi uomini di muoversi
143
come virus che si adattano alle peggiori evenienze, nel caso
in cui le autorità avessero intuito i movimenti. L’addestra-
mento ero meticoloso e consisteva nel pianificare con atten-
zione maniacale ogni signolo dettaglio, anche il più insignifi-
cante e studiare le eventuali falle. Ma la cosa più difficile era
quella di tenere a mente tutto ed eseguire i comandi con una
freddezza smisurata.
L’uomo era stato scelto per uccidere il Papa dalla super
commissione formata non solo da Cosa Nostra, ma dalle 5
entità riunite. A oggi nessun pentito ha mai voluto parlare
della Supercommissione, al cui vertice c’era Paolo VI. Ma
vi rendete conto che lo vogliono beatificare? Altro che Santo
Paolo VI, quello è Santo Diavolo Paolo VI. Altro che Santo
cattolico, era uno scandalo cattolico!

Le morti eccellenti: Calvi

Andammo avanti a parlare ancora per un paio d’ore, fino


a notte inoltrata, finché non sentimmo arrivare Furnari e San-
tangelo.
Alla morte di Luciani seguirono altre morti eccellenti le-
gate alle mura leonine, come quella di Sindona*, avvelenato
nel supercarcere di Voghera con una tazzina di caffè corretta
al cianuro e Calvi, l’uomo che volevano “raddrizzare”, morto
suicida (in realtà fu un finto suicidio) sotto il ponte dei Frati
Neri a Londra, un giorno prima del commissariamento del
Banco Ambrosiano, che era una specie di monarchia asso-
luta.
Calvi è stato ucciso perché ha causato, volontariamente o
involontariamente, danni grossi nel riciclare i soldi di Cosa
Nostra. Li ha investiti male e si è fidato delle persone sba-
gliate. Oltre ad arrecare un danno a Cosa Nostra aveva dan-
neggiato anche i Servizi Segreti e la Massoneria, per questo
era diventato da vivo, un “uomo morto”.
La sua condanna a morte fu decisa nell’estate del 1981.
144
Per l’occasione c’erano Provenzano, il capo della ‘Ndranghe-
ta Francesco Nirta, Francesco Messina Denaro, istituzioni
deviate, la solita massoneria e i servizi segreti.
Lui era finito in manette il 21 maggio 1981 e probabil-
mente si sarebbe salvato se fosse rimasto isolato e lontano da
tutti, ma questo avrebbe fatto fallire il piano di vendetta di
quanti lo volevano cadavere.

Note.
Più volte aveva tentato di salvarsi la pelle, cercando di trovare una
sponda in Vaticano e allo Ior, ma tutti i suoi tentativi finirono nel vuoto.
Messo in libertà provvisoria in attesa del processo, cercò aiuti ed entrò
in contatto con il finanziere Carboni, considerato in buoni rapporti con
Calò. Carboni fu una figura chiave nella fuga del banchiere, che prima
di approdare a Londra passò per Roma, Venezia, Trieste, la Jugoslavia e
l’Austria. Qui l’ultimo incontro, il 15 giugno 1982. Tre giorni prima della
sua uccisione. Quando si distrugge un uomo della sua portata, un altro è
stato già creato al suo posto.

All’epoca, l’Entità Chiesa faceva operazioni disinvolte e


spesso illegali in combutta con i poteri forti ed era circondata
da vescovi massoni. Ad agire con delega diretta era Marcin-
kus, il “sorvegliato speciale”, che al di là del colonnato e
oltre le divise blu cobalto, manovrava l’alta finanza mondiale.
Famosa era una sua massima che rende bene l’idea del per-
sonaggio “Si può vivere in questo mondo senza preoccuparsi
del denaro? Non si può dirigere la Chiesa con le Avemaria.”

Marcikus faceva anche parte del consiglio d’amminstra-


zione della consociata dell’Ambrosiano alle Bahamas: la
Overseas di Nassau.

Cosa volevano i nuovi papi?

Insomma, se avevo capito bene il Papa aveva subito l’at-


145
tentato perché voleva portare avanti gli stessi obiettivi di
Papa Luciani, e cioè: rompere gli equilibri all’interno del Va-
ticano, perché aveva voluto raccogliere l’eredità di Luciani.
Dopo l’attentato era stato in parte bloccato perché aveva
capito di non poter andare avanti: era circondato da persone
troppo impure! Ciononostante, anche se in maniera più blan-
da, aveva continuato a dare fastidio alla Mafia, soprattutto
quando durante una visita in Sicilia nel 1993 scomunicò i
mafiosi. I boss si erano particolarmente risentiti per l’encicli-
ca Veritatis Splendor e avevano risposto alla “provocazione”
facendo esplodere bombe davanti a due Chiese romane.
Giovanni Paolo II era nel mirino di tutte le forze occul-
te perché sentendo la necessità e l’urgenza di percorrere un
sentiero di profonda revisone, rappresentava un pericolo su
più fronti: era avverso ai “rossi” per la sua radicata lotta con-
tro il comunismo; ma era avversario al Vaticano stesso, in
quanto degno erede della volontà politica di Papa Luciani,
soprattutto per i suoi tentavi di far luce sulle ombre dello Ior.
Poichè Ior, Vaticano e Mafia avevano tutti gli stessi interessi,
era chiaro che Giovanni Paolo II fosse sin da subito un uomo
morto.
Per intenderci:
1) Il Vaticano ha usato la mafia allo scopo di capitaliz-
zare e veicolare meglio i suoi ingenti interessi economici e
il modo più sicuro per farlo, era quello di orientare le masse
cattoliche, (soprattutto all’inizio del secolo scorso), quando
ancora esse erano facilmente assoggettabili.
2) Il Vaticano si servì e si serve della mafia, facendo cre-
dere che essa sia invenzione del comunismo.
3) Lo Stato si servì e si serve ancora della mafia.
4) Gli Stati Uniti si servirono e si servono ancora della
mafia: come quando le chiesero aiuto durante la finta libera-
zione realizzata con lo sbarco del 10 luglio.

Devo dire che oggi, dopo il pontificato apparentemente


tranquillo di Papa Benedetto XVI, temo per Papa Francesco,
146
perché anche lui sta dando dei segnali forti in direzione del
cambiamento. Mi ha colpito soprattutto una frase pronuncia-
ta durante l’omelia del 28 aprile “Siate controcorrente”. Se-
condo me potrebbe correre qualche rischio anche se i tempi
sono diversi. Papa Bergoglio del resto è un uomo furbo e sa
guardarsi bene. Secondo me farà una piccola rivoluzione, ma
saprà muovere i suoi passi in maniera scaltra.

Il dialogo con Lucchese continua

Io e Lucchese parlammo a lungo di questi fatti. Insieme a


lui avevo trasportato i famosi dieci miliardi, avevo vissuto in
prima persona le vicende più scottanti, come la cena con An-
dreotti e Marcinkus, durante la quale avevo ucciso un uomo
e discorremmo pure del caso Calvi, per citare qualche epi-
sodio. In virtù della considerazione che nutriva verso di me,
mi aveva sempre impedito di partecipare a cose “basse” di
mafia, i lavori sporchi che di solito vengono commissionati ai
pivellini. Mi diceva: “Quando si uccide un uomo, deve essere
un uomo forte.” insomma, anche quella volta mi tenne con sé
perché mai avrebbe accettato che il suo pupillo si sporcasse
le mani per un turco di poco conto.

L’uccisione del turco

Furnari e Santangelo avevano ucciso il Turco lasciandolo


steso sul ciglio di una stradina di campagna che distava circa
1 Km dalla casa di Lucchese (Calderara, frazione di Pader-
no Dugnano). Quando si presentarono a casa dissero queste
parole: “Tutto a posto.” dopo di che, il Lucchese, mi ordi-
nò di andare con Furnari e Santangelo a seppellire il Turco.
Era buio pesto. Arrivammo sul luogo in cui giaceva il corpo
dell’uomo. Lo spogliammo completamente e lo trascinammo
per alcune decine di metri in aperta campagna, dove c’era un
147
campo di granoturco.
Con badili e pale, scavammo una fossa profonda circa due
metri e vi buttammo il Cadavere, cospargendolo di benzina e,
se non ricordo male, anche dell’acido. Poi lo seppellimmo in
quell’infossatura del terreno! A poca distanza bruciammo i
vestiti, perché era necessario fare sparire ogni traccia e ogni
prova che riportasse a noi, incluso il passaporto.

La nostra conversazione continuò per almeno due ore.


Spesso mi chiamava “figghiu miu”, ma non avrei mai imma-
ginato che il suo rispetto verso di me lo portasse a confidarmi,
da lì a breve, alcuni dei segreti più importanti nella storia
della nostra Repubblica: l’esistenza di una forza oscura chia-
mata Entità.
Il Lucchese amava parlami al balcone la sera, con un bel
bicchiere di vino, al fresco e lontano da orecchie indiscrete.
Quella sera mi trovai a respirare a pieni polmoni un’aria
piuttosto sinistra, che mi lasciava presagire imminenti cam-
biamenti, di cui però ignoravo i contenuti.
Non ero più un qualunque sottoposto alla sua mercé, ero
l’uomo coraggioso, dai riflessi pronti, che aveva agito in ma-
niera istintiva e risolutiva. In poche parole, si poteva fidare
di me e della mia naturale inclinazione all’azione, oltre che
della mia intelligenza operativa. Quando mi parlò delle Enti-
tà, rimasi sconvolto perché i fatti prescindevano da tutto ciò
che avrei minimamente immaginato. Mi parevano discorsi
talmente surreali da rasentare la fantascienza.

Le Entità

Durante una delle “variopinte” riunioni a casa di Lucche-


se con Provenzano e il Vescovo, i vertici parlarono dell’ucci-
sione di un personaggio molto importante. Non era la prima
volta che nella sua abitazione avvenivano incontri di questo
tipo: era uno snodo nevralgico perfetto, dove la cricca in-
148
visibile di intoccabili decretava ogni sorta di speculazione.
Come sempre si trattava di una cena per soli uomini; nel pie-
no rispetto del canone di ogni classico rituale mafioso. Le
donne avrebbero conferito certe sfumature che la Mafia non
voleva, interessata com’era a operare nel sottogoverno, fra
uomini dalle brillanti carriere provenienti da settori “chiave”
di altissimo livello.
Anche io ero presente e complice di ciò che succedeva:
di certo questa era una chiara dimostrazione di fiducia nei
miei confronti, eppure guardavo con un certo sospetto tutte
quelle facce di “maschi” divorati dall’ambizione più schifosa
e degenere.
Fu dopo aver constatato di persona la stima che il Luc-
chese aveva nei miei confronti, che decisi di forzare la mano
e chiedere qualcosa che non avrei mai chiesto prima di allo-
ra. Di solito, all’interno di Cosa Nostra non si fanno domande
ai superiori, ma oramai avevo deciso di dare quel colpo di
reni e superare ogni reticenza. Gli domandai: “Cosa Nostra
è invincibile?”
Quella sera io servivo da bere. Come prima cosa, salutai
con riverenza Andreotti, che era uno specchiato galantuo-
mo e lui, dopo aver risposto democraticamente al saluto, mi
chiese con il solito fair play parlamentare: “Posso avere un
succo di pera?” Seppi che ne era particolarmente goloso.
Dissi a Zu Michele “Ma che bella riunione!” e lui mi ri-
spose “Vincenzino, come faccio a non dirti come stanno le
cose? Lo sai perché siamo invincibili?”
“Se ci sono Andreotti, Provenzano e Zu Binnu, vuol dire
che Cosa Nostra è davvero invincibile” ma in realtà non ave-
vo ancora capito nulla o per lo meno mi mancava quell’unico
tassello indispensabile per ricostruire la tessera dell’intricato
mosaico. All’epoca Lucchese era in politica, era un’assessore
del Psd, dunque alla cena non potevano mancare politici di
spicco. Ricordo bene che fra i presenti c’era pure l’onorevole
socialista Luigi Longo.
A un certo momento il Lucchese mi disse, con un cer-
149
to velato senso di sicurezza: “Adesso ti spiego tutto. Cosa ti
dice la parola Entità?” Io cadevo dalle nuvole, perché per
me era una cosa assolutamente nuova. A quel punto comin-
ciò a spiegarmi tutto per filo e per segno. Iniziò col parlarmi
delle Entità, concetto a me totalmente sconosciuto prima di
allora.
Non solo, mi fece toccare, prove alla mano, la veridicità
dei fatti raccontati. Io ero incredulo perché mai avrei imma-
ginato che potesse esistere nulla di così grave nella realtà.
Mi sembrava più che altro roba da fiction, da film: invece era
tutto vero.
Tutte queste informazioni le avrei successivamente rife-
rite al Dott. Paolo Borsellino, che aveva subito provveduto a
registrarle nell’agenda rossa, insieme ad altri fatti che aveva
registrato dopo aver navigato a fondo nelle “fogne” criminali
del nostro paese.
Dal quel momento in cui ascoltai i racconti del Lucchese,
divenni complice tacito delle losche trame delle Entità e ne
assaggiai i rapporti di forza.

Le 5 Entità

Non troverai mai la Verità se non sei disposto ad accetta-


re anche ciò che non ti aspettavi
Eraclito

Per scrivere i fatti che leggerete di seguito, ho passato al


setaccio sia la mia memoria personale, sia tutti gli atti, ho
spulciato decine di documenti e articoli a mia disposizione,
fino a trarne dei memoriali di indiscutibile valore storico, che
potrebbero essere una preziosa risorsa per il futuro o magari
potrebbero indicarci una via per dissolvere i torbidi dubbi
sul nostro passato recente.
Cosa si rischia a leggere questo libro? Si rischia di sa-
pere! E sapere vuol dire conoscenza e coscienza al tempo
150
stesso.
Leggere può essere pericoloso.
Conosco bene i fatti, così come conosco gli strumenti e
le categorie che servono a darne una visione organica e so-
prattutto veritiera, anche perché la verità è molto diversa da
quella che ci è stata inculcata dalla storia stessa e la parola
“Storia” è spesso uguale alla parola confusione, almeno in
un paese come il nostro dove non decade mai il silenzio di
Stato, dove si può affermare senza pericolo di smentite, che
nello Stato continua a permanere una forte volontà omissiva,
spesso insormontabile. Si tratta nello specifico, della chiara
volontà di soffocare nel silenzio le storie più imbarazzanti
che potrebbero destare imbarazzi e far crollare l’intero siste-
ma: peccato che lo Stato non abbia fatto i conti con persone
come me che non intendono tacere.
Per ricostruire la storia reale, senza equivoci e censure,
tralascerò qualsiasi tipo di commento, anche perché i fatti
raccontati parlano da soli e mi affiderò alla sola mediazione
della mia memoria. Mi chiedo quante persone, in Italia, sia-
no al corrente di questi fatti, quanti organi di informazione
li abbiano riportati. La risposta è quasi retorica: nessuno o
quasi, anche perché l’imperativo dei poteri forti non è certo
quello di informare.
Si tratta di rivelazioni scomode, adulterate volontaria-
mente nella memoria collettiva (spesso deforme), che offrirò
perché è giusto che i cittadini sappiano certe cose e grazie
alle quali si apriranno scenari di cui solo i più informati sono
a conoscenza.
Sottolineo fin da subito, che di tutto mi si potrà accusare,
tranne che io abbia taciuto o distorto i fatti narrati: fatti che
possono essere dimostrati e comprovati in ogni dettaglio e
che solo oggi possono essere rivelati, grazie a qualche cam-
biamento epocale nei vertici, che ha permesso qualche spira-
glio di apertura. Non si tratta di pettegolezzi o indiscrezioni,
ma di fatti reali, orrendi, per stomaci forti.
Io sono stato il primo a parlare delle Entità, dopo di me
151
c’è stato Buscetta, che ha fatto stranamente retromarcia ed è
stato subito messo a tacere. Buscetta ha accennato anche al
triunvirato e alla Super Commissione (che hanno rilevanza
nazionale e internazionale), ma qualcosa o qualcuno gli im-
pedisce di proseguire e difatti le sue dichiarazioni, anche in
questo caso, non hanno avuto più seguito.
Perché parlo?
Parlo perché sono stato vicino al potere e alle cose se-
grete!
Dove risiede dunque il nocciolo duro del potere?
Ecco la mia Verità!
Le Entità sono forze occulte reali, concrete, che agiscono
e influenzano ogni aspetto della vita quotidiana, sia a livello
politico, sia finanziario. Hanno come punto di forza l’estre-
mizzazione perversa del concetto di “fratellanza”.
Il messaggio che mandano è: non cambiare.
Perché il cambiamento li vedrebbe cadere dal piedistallo
e questa affermazione trova riscontro nel fatto che i “martiri”
dello Stato sono da sempre stati uomini che pretendevano di
cambiare le cose.
Le Entità rappresentano un matrimonio di convenienza
tra gli interessi economici e politici di più forze occulte ed
esercitano il loro potere attraverso l’uso dei soldi, la rapacità
e la capacità di intimidazione, tanto che a oggi nessuno è
stato in grado di contrastarle del tutto.
E se in un certo senso esse hanno contribuito, seppure
in maniera sporca al decollo di certi settori, di contro hanno
portato alla totale cristallizzazione dei poteri.
Le Entità sono come delle idee polifoniche di platonica
memoria (es l’idea del palazzo è più importante del palazzo
stesso: il palazzo può crollare, l’idea no).
Le Entità esercitano con spregiudicatezza alleanze solide
per governare la cosa pubblica, come uno Stato dentro lo Sta-
to, in maniera mafiosa.
Le Entità si inseriscono negli ingranaggi dello Stato per
deformare il normale andamento delle cose e destabilizzare i
152
centri del potere.
Le Entità sono tutte all’interno della “Mamma Idea” e
vige una regola molto importante: ogni Idea è autonoma, nes-
suna può interferire sulle altre, se necessario si aiutano e
usano qualsiasi mezzo, anche il più crudele, per raggiungere
l’obiettivo comune.
Finora è stata sempre colpita l’Idea Cosa Nostra, che è
il braccio armato della “Mamma Idea”, il cui obiettivo negli
anni ’90 era quello di trovare nuovi referenti politici per piaz-
zarsi ai palazzi alti.
Quasi tutte le altre idee, soprattutto quella dei pezzi de-
viati delle Istituzioni, anche se di minore portata, sono di
altissima qualità, perché sono formate da uomini di altissimo
livello che non sono secondi agli uomini di Cosa Nostra.
Le idee di Cosa Nostra e dei pezzi deviati delle Istituzioni
sono sempre collegate (es l’omicidio di Salvatore Giuliano).
Gli uomini delle Idee prestano giuramento.
Al vertice di ogni Idea c’è una Commissione (i compo-
nenti di ogni Commissione non superano le 12 persone).
In ogni Commissione c’è un Triumvirato:
1) un Capo Assoluto.
2) Persone che non sono da meno del Capo Assoluto.
Le tre persone di ogni Idea sono collegate e formano la
Suprema Commissione, che viene chiamata “Mamma Idea”.
All’interno di ogni Commissione, solo quel Triumvira-
to è a conoscenza delle altre Idee, mentre gli altri che sono
all’oscuro di tutto e che vedono le situazioni, possono solo
fornire informazione e niente altro.
Per ognuno dei Membri del Triumvirato viene addestrata
una “persona ombra” che sostituisce chi nel frattempo muo-
re.
Una delle persone del Triumvirato, ad esempio un Capo
Famiglia, forma il suo futuro erede.
Nel Triumvirato ogni persona ha il diritto sacrosanto di
scegliere la persona per farsi sostituire e questo accade an-
che nella Suprema Commissione.
153
Le “Ombre” che sono pronte a sostituire, sono in parte
costruite e in parte tramandate.
Questo Triumvirato fa parte della Suprema Commissio-
ne.
Ci sono quindici persone “Ombra” che hanno il compito
di sostituire un membro, come “clonare” ( Argomento deli-
cato nda).
Dentro il Vaticano c’è un’Idea.
Io non ho fatto in tempo a sapere da chi sono stati “co-
struiti” gli uomini ombra pronti a sostituire tutti gli uomini
della Commissione.

Calvi, Brusca e Cancemi

Parlando con i due giudici, accennai la storia dei dieci


miliardi di Zu Cicciu Messina Denaro, consegnati diretta-
mente da me a Marcinkus, ma mantenni un certo riserbo nel
parlare di Roberto Calvi, perché avevo paura per me e per
lui. La sua morte poteva essere messa in relazione con lo Ior
di Marcinkus e riguardava in parte anche i soldi da destinare
a Solidarnosc. Anche il Dott. Borsellino voleva che verba-
lizzassi quelle dichiarazioni ma fu ucciso prima che potessi
farlo. Così dopo l’attentato di Via D’Amelio, quando venni
interrogato da altri giudici, misi una pietra tombale sul di-
scorso Calvi.
Secondo alcune indagini, Calvi, l’elemosiniere di tutti i
grandi partiti, sarebbe stato ucciso per aver sottratto dei ca-
pitali alla mafia, contravvenendo così a un patto d’onore. Te-
scaroli, il p.m. del processo sulla strage di Capaci, ha sempre
creduto a questa tesi e mi ritengo in parte responsabile del
suo credo. Il p.m. aveva compreso infatti che lo Ior non era
soltanto il porto in cui transitavano politica e tangenti del ma-
laffare, ma una “lavanderia” di denaro sporco dove boss, pa-
drini, politici (soprattutto maggiorenti della Dc), faccendieri
e prestanomi, avevano modo di operare, protetti com’erano
154
dal sottobosco di “innominabili” che vegliavano dall’alto.

Più volte ho detto che il tramite tra Vaticano e Mafia era


il notaio Albano. Ebbene, anche Brusca e Cancemi lo cono-
scevano. Eppure Brusca, che sapeva certi segreti, non ha mai
parlato. Non dico che questi pentiti siano dei millantatori,
ma di sicuro si sono mossi per battere cassa e basta! “Bru-
sca, Giuffrè possono confermare la data, i tempi, le modalità,
insomma il piano per uccidere Paolo Borsellino. Loro sono
stati sentiti, io no. Ho chiesto di essere sentito, ma nessuno
mi ha dato ascolto.”

Oggi Brusca fa l’intellettuale, si veste in giacca e cravatta,


guardandoti con quella cazzo di aria da impiegato occhialuto
e altezzoso che vuole dare notizie uniche e sensazionali. Finge
di essere delicato e si crede superiore, sto stronzo! In realtà si
traveste pure lui da Angelo e per me è odioso e ripugnante. Si
è degradato ancora di più con il pentimento, perché finge una
moralità che non gli appartiene, mentre il suo vero obiettivo è
quello di attirare l’attenzione. È vero che ha contribuito a che
si sapesse parte della verità, ma ha pure omesso cose fonda-
mentali, come la sua conoscenza diretta del notaio Albano e
le Entità. Addirittura ha omesso di raccontare che curava gli
interessi stessi di Albano a San. Giuseppe Jato e a Borghetto.
Solo a pensarci mi sento incazzato nero. Non è possibile sa-
pere esclusivamente una parte delle cose, se le sai e ne dici
una parte sei infame, se non le dici perché le hai rimosse, sei
un pazzo e un criminale matricolato.
Questo suo cortocircuito, questa memoria “evaporata”
non mi hanno mai convinto.
Come si fa a tacere determinate cose?
Io non sono un visionario, né un pazzo, né un mitomane,
eppure a volte certi nemici dello Stato, quelli che ragionano
alla rovescia, cercano di farmi apparire tale e spostano le
prospettive delle cose per far prevalere le loro finte ragioni,
così si finisce per dar credito a un pentito di comodo come
155
Brusca, considerato un pentito di Serie A, in quanto boss
mafioso e se ne dà meno a uno come me, dunque un pentito
di Serie B, solo perché ero un “soldato”.
Eppure posso dire senza temere smentite, che sono arri-
vato a conoscere l’80/90% della verità.
All’infuori di Buscetta nessuno ha parlato delle Entità.
Saranno una ventina i pentiti che sanno della Suprema
Commissione, ma non ne vogliono parlare.
Conoscono dei collegamenti da Idea a Idea: le persone
riservatissime sanno tutto.
Non voglio dire con questo che tutti i pentiti tranne Bru-
sca e Cancemi, in percentuale, conoscano solo Cosa Nostra.
Non sanno altro, perché fra le migliaia di pentiti, c’è qual-
cuno che sa e conosce questa Suprema Commissione, ma ha
paura di parlare perché toccando questo tasto rischierebbe
la vita.
Il punto è che per pararsi la schiena, spesso i pentiti fin-
gono di collaborare e confessano solo quello che non possono
assolutamente negare, (anche perché solitamente la verità è
già nelle mani della magistratura). Ovviamente però cercano
di cucire delle versioni di comodo, concordate a tavolino, in
modo tale da salvare capre e cavoli.
Io ne parlo perché ho il mio asso nella manica.
Solo io non posso causare quel danno enorme a chi indaga
su queste cose e di queste cose parlavo con il Dott. Borsellino
che annotava tutto sull’Agenda Rossa.
Le verifiche compiute dagli investigatori sulla base delle
parole mie e successivamente su quelle di Mannoia, non tro-
varono mai piena conferma, dal momento che l’omertà condi-
ziona da sempre la verità, così certe figure hanno continuato
a esercitare in maniera subdola e senza restrizione alcuna,
le loro politiche infami e i processi di mafia si sono spesso
trasformati in pure carnevalate.
Tutti sapevano ad esempio, che Andreotti “il finto catto-
lico” e Calogero Mannino avevano legami con la mafia, ma
nessuno poteva dimostrarlo in tutta sicurezza. E a questo pro-
156
posito mi viene in mente un articolo di Pasolini sul Corriere
della Sera che ben descrive il mio pensiero “Io so, ma non ho
le prove.” Andreotti e non solo lui, recitava quotidianamente
una parte volta solo a celare una realtà, nascosta e segreta,
che non poteva essere divulgata.
Oggi penso che se avessi detto certe cose venti anni fa,
avrei provocato un autentico terremoto politico di magnitudo
10.
Tornando alla gerarchia mafiosa, non posso non soffer-
marmi sul triunvirato, un gruppo supersegreto formato da uo-
mini potenti i “Triumvirati”, che a loro volta si riuniscono in
una “Super Commissione” di 15 elementi, tre per ogni entità.
Al suo vertice, un ulteriore “Super Triumvirato” i cui compo-
nenti vengono eletti con voto segreto e con mandato a vita. Le
decisioni di queste figure dal potere assoluto, una volta prese
non sono discutibili.
Ognuna di esse agisce poi secondo modalità d’azione va-
riegate che vengono determinate dalle linee guida definite a
monte.
Cosa Nostra è il braccio più armato di tutte le entità e in
questo campo non è seconda a nessuno.
Nel Triumvirato, un gradino più giù, ci sono i soldati, per-
sone scelte riservatissime che si incontrano e devono sotto-
stare al Triumvirato stesso.
Le altre Idee fanno lo stesso e si incontrano con altri sol-
dati di altre Idee.
Alcuni componenti della Suprema Commissione hanno
partecipato a scrivere la Costituzione Italiana insieme ad
altri uomini puliti. “Loro” sono vicini a persone pulite che
hanno paura di attaccarli perché sentono il pericolo.
Quello che conta è la qualità di Queste Idee.
Nella ex Dc non superavano il 10/15% quelli che faceva-
no parte di queste Idee:
- l’80 % non ne fa parte;
- il 20% è camuffato.
Come dicevo, a unire le cinque unità c’è una nobile Idea
157
Madre che racchiude al suo interno le cinque idee corrispon-
denti alle cinque Entità”.
Le cinque Entità sono: Cosa Nostra, la Ndrangheta, e pez-
zi deviati di Istituzioni, Massoneria e Vaticano, quantificabili
gli ultimi, in un dieci per cento dell’organico.
Esse sono intimamente legate le une alle altre, come se
fossero gli organi vitali di uno stesso corpo. Hanno gli stessi
interessi. Cercano di favorire ad esempio, il consolidamento
di uno stato conservatore garante degli interessi di un’oli-
garchia ristretta, creando pertanto una ragnatela di interessi
spregiudicati per garantire prima di tutto la loro sopravvi-
venza. E per sopravvivere e restare sempre potenti, le Entità
si aiutano l’una con l’altra usando qualsiasi mezzo, anche il
più crudele.
Sono state e rappresentano tuttora, una potenza economi-
ca incredibile, capace di condizionare in alcuni casi il potere
politico italiano, anche quello formato da persone pulite.
Le Entità creano una fitta rete di penetrazione e spionag-
gio, sovversione ed eversione, vigilando su tutto anche con
mezzi poco ortodossi. Purtroppo si sono create delle situazio-
ni tali che il potere politico italiano non può fare a meno di
questi poteri occulti.
Ogni entità agisce in perfetta autonomia, senza subire
interferenze generate dalle altre, con regole al loro interno.
Non si tratta di una società anonima, senza volto, ma di un
apparato composto dal fior fiore dell’intellighenzia.
Negli anni ’80/90, fu costituita una rete trasversale di
uomini dei Poteri Occulti. Essi facevano parte delle Istitu-
zioni (comprese quelle Religiose) e hanno lasciato degli ere-
di. Questi eredi continuano a portare avanti ciò che hanno
ereditato.
Ma ecco nel dettaglio come si classificano le Entità:

1) Cosa Nostra è il braccio armato delle Entità, più pe-


ricoloso della ‘ndrangheta. Gli uomini di Cosa Nostra sono
come un esercito, sono radicati sul territorio e riducono ine-
158
vitabilmente la Sicilia a una terra martoriata. Incutono paura
al popolo siciliano e impongono la cultura dell’omertà.

La mafia non dimentica e non perdona. Chi tradisce o


rompe la regola del silenzio viene punito con la morte e an-
che la sua famiglia subisce la stessa sorte. La gerarchia ma-
fiosa è composta da un Capo assoluto, che decide ogni cosa,
e da una serie di figure a lui gerarchicamente inferiori, tutte
legati da un patto di iniziazione.
Ogni famiglia è autonoma nelle scelte locali, ma si rela-
ziona con il “Capomandamento”, ovvero il capo provinciale.
Il Padrino solitamente suddivide le attività da tenere sot-
to controllo fra i suoi uomini di fiducia e assegna loro i vari
segmenti e porzioni di territorio che essi amministrano per
conto suo.
L’insieme dei capiprovincia forma la Cupola (commissio-
ne regionale) tra i vertici, i nomi più importanti erano quelli
di Bontade e Badalamenti, Riina e Provenzano, per citarne
alcuni.
Come abbiamo accennato, le scelte locali vengono di-
scusse e decise in seno alle singole famiglie, nel caso invece
di decisioni importanti, come ad esempio, l’uccisione di un
personaggio emerito, un attentato, una strage, che prevedono
anche il coinvolgimento di enti statali e istituzionali deviati,
è necessaria l’approvazione congiunta della Commissione.
L’uccisione di Borsellino rientrava nella seconda scelta. In
realtà inizialmente la sua morte non rientrava nelle priorità
di Cosa Nostra: certo era un giudice scomodo, ma non tanto
da giustificare un tale dispiego di forze per la strage. Il pro-
gramma era quello di farlo uccidere da un sicario e io sem-
bravo essere l’uomo giusto.

A cambiare l’ordine delle cose, vi furono una serie di


episodi concatenati, per cui agli interessi della mafia, si ag-
giunsero anche quelli dell’imprenditoria (milanese) decisa a
ostacolare il giudice che aveva scoperto certi loschi intrallaz-
159
zi fra vertici di ogni sorta.
“Borsellino sarebbe stato ucciso prima o poi, se non da
me, da qualcun altro.”

2) La ‘Ngrangheta è divenuta potente grazie ai suoi meriti


e ai demeriti dei suoi rivali: svolge funzioni simili a quelle
della mafia. Mafia e ‘Ndrangheta sono due facce della stessa
medaglia: forniscono manovalanza e sicariato a pagamento e
forniscono protezione dietro il ricatto dell’assoggettamento,
in maniera terroristica, agendo nella profondità della radi-
ce stessa dei luoghi a lei sottomessi. Solitamente, Mafia e
‘Ndrangheta sono usate come il capro espiatorio delle Enti-
tà.
Anche nella ‘Ndrangheta, come nella Mafia esiste una
specie di successione dinastica per sangue o discendenza.
Si tratta di una delle regole base per evitare lotte intestine di
potere quando un capobastione muore o viene arrestato.
Non c’è alcuna differenza fra la Mafie che operano a Mi-
lano e quella di Roma, sono tutte collegate a doppia maglia
fra di loro. La mafia è alleata con la ‘ndrina calabrese. Fra
tutte le associazione sono le più temibili, anche se la Camor-
ra è altrettanto pericolosa: essa è alleata invece con la nuova
Camorra organizzata di Cutolo, il “cane sciolto”.

3) la Chiesa.
La Chiesa in Italia ha avuto da sempre un peso rilevante.
Non è mai stata “libera Chiesa in libero Stato” ma ha sempre
interagito nella società, nel bene e nel male, spinta troppo
spesso non dallo Spirito Santo, ma da altri interessi ben più
terreni. La porzione deviata interna al Vaticano, anch’essa
molto ben attecchita nel nostro paese, ne è stata spesso ga-
rantista.
È composta da Vescovi, Cardinali e Nunzi Apostolici.
Anche loro agli occhi di altri Vescovi e Cardinali, per fortuna
160
in maggioranza (ma nel passato in minoranza) appaiono puliti
e fedeli a Gesù Cristo e al Papa.
In realtà sono dei diavoli travestiti da santi, che sfruttano
la buona fede di tante persone. Il partito che rappresenta il
Vaticano è la Dc.
Con un metodo segreto che solo loro conoscono e grazie
alla loro diabolica intelligenza, anche se in minoranza, rie-
scono quasi sempre a ingannare e a manipolare quei Vesco-
vi e quei Cardinali che servono veramente con devozione e
umiltà la Chiesa.
In passato furono sguinzagliati a livello nazionale alcuni
Cardinali di prestigio, per inculcare nella mente del popolo
italiano, il convincimento che la mafia non esistesse e che
fosse solo un’invenzione dei comunisti, con l’intento di in-
dirizzare milioni di persone a votare lo “Scudo Crociato”, la
Democrazia Cristiana”.
Uno dei punti forti del Vaticano era la Banca dello IOR,
sulla quale transitavano migliaia e migliaia di miliardi ap-
partenenti alle cinque entità occulte, Cosa Nostra inclusa.
Da sempre i soldi del riciclaggio e i soldi della mafia,
ovvero della droga e dei traffici illeciti, hanno siglato storiche
alleanze che fungono da pericoloso collante, tanto più perico-
loso perché sfuggente e indimostrabile.
Il denaro, attraverso lo Ior, aveva la capacità di dilatarsi
come fosse fatto di materia gassosa: veniva depositato, rici-
clato, manovrato con grande maestria, reinvestito e ripulito
dalla esperta mano del “genio della finanza”, il Cardinale
Marcinkus, un sacerdote dalla inconsueta aggressività finan-
ziaria, che sapeva usare i giusti canali per le transazioni. In
realtà il religioso americano era solo uno strumento del Car-
dinale Macchi e del notaio Albano, vero perno dell’affare.
Lui probabilmente voleva aiutare il mondo cattolico in Suda-
merica, invece si fidò delle persone sbagliate e divenne un
complice involontario dei loschi affari.
A causa di ciò, il sistema dello Ior si trasformò in un si-
stema assolutamente poroso che avrebbe fatto acqua da tutte
161
le parti, senza che la falla si potesse chiudere del tutto.
Albano era un uomo determinato e cinico, un perfetto
agente in mezzo al crocevia degli interessi comuni di Mafia e
Vaticano. A questo ultimo venivano affidati ingenti beni im-
mobili (terreni, ville, tenute, palazzi) che venivano intestati
non solo a Cardinali e Vescovi, ma anche a uomini di Cosa
Nostra, a uomini della Massoneria, a uomini politici e anche
a parenti e amici che facevano da prestanome.
Se si vuole avere la prova di queste occulte convergenze,
basta controllare tutti gli atti notarili o i rogiti che il notaio
Albano ha fatto in vita sua.
Come detto, le anime nere che si aggiravano dentro il Va-
ticano esercitando un forte potere e la capacità di usare il
Vescovo Marcinkus erano:
1°) Il Cardinale Macchi
2°) Il Cardinale Villot
3°) Il Cardinale Benelli
4°) Il Cardinale Gianvio

Questi quattro Cardinali avevano in mano lo I.O.R. e le


finanze del Vaticano! Avevano pure un filo diretto con il no-
taio Albano che all’interno di Cosa Nostra era come un Fiore
all’occhiello, una cerniera tra i cardinali della Commissione
di controllo e la Mafia.

Per capire:
l’articolo 2 dello statuto dello I.O.R consente di aprire
conti correnti a chi vuole operare su una banca estera offsho-
re, che gestisce operazioni senza bisogno di rispettare accor-
di particolari e filtri antiriciclaggio. Una vera manna per le
Mafie che potevano contare su una cinghia di collegamento
assai sicura per conservare, “lavare” i soldi e riutilizzarli,
visto che una delle sue prerogative è la concretezza.

Le Entità erano riuscite a creare uno schermo invulne-


rabile.
162
4) La Massoneria: spesso viene considerata come qualco-
sa di astratto, di irreale, tanto i suoi precetti sono fuori dalla
portata dei comuni esseri mortali.
Eppure, ha da sempre avuto un ruolo assai rilevante nella
società, condizionandone diversi aspetti: chi gestisce il pote-
re in Italia deve venire a patti con la Massoneria. Essa, insie-
me alle altre Entità, si inserisce negli ingranaggi dei più alti
livelli dello Stato per degenerarne il normale andamento. La
Massoneria è sempre stata la copertura dei servizi segreti.
Questa Entità è stata creata attorno al 1866 all’insaputa
del Re, da un illustre Massone, il Conte Camillo Benso di
Cavour.
Essa non solo trattava e tratta di affari, ma in passato
aveva addirittura preteso di realizzare una revisione della
Costituzione. Durante la Prima Repubblica facevano parte
della Massoneria 45 parlamentari, due ministri, i vertici dei
tre Servizi segreti ufficiali, 195 alti ufficiali, 12 generali dei
carabinieri, 5 della Gdf, padroni di mezzi di informazione e
vertici della Magistratura.
La Massoneria viene definita strettamente collegata
all’Entità dei pezzi deviati delle Istituzioni. Questa Entità
della Massoneria deviata, all’interno della Massoneria pulita,
ha un grande potere ed enormi ricchezze e, per forza di cose,
chi gestisce il potere in Italia deve venire a patti con essa.
È in grado di penetrare nei gangli di tutti gli apparati di
potere, i suoi adepti infatti spaziano in quanto a conoscenze
forti con una trasversalità piuttosto ampia che ha come deno-
minatore comune appunto il controllo di tutti i settori chiave.
La loggia massonica più potente degli anni ’70 era la P2 di
Licio Gelli, uomo accreditato in Vaticano, forte dei rapporti
con Paolo VI e Marcinkus che era il ponte per gli investimen-
ti dall’estero.

5) I servizi Segreti deviati


Il ruolo dei Servizi segreti all’interno dell’Entità è quello
163
di partecipare alla progettazione di azioni di forza e al depi-
staggio, per intorbidire meglio le acque, grazie soprattutto a
una forte campagna di disinformazione e controinformazione.
I Servizi segreti deviati e le altre Entità possiedono dei ca-
nali di protezione e di comunicazione interna granitici e fan-
no muro insieme. La loro caratteristica consiste nella totale
compenetrazione tra malaffare ed economia, collusione tra
malavita e politica, in un meccanismo che ricorda le scatole
cinesi. Un’altra considerazione, banale ma trascurata, è che
insieme allo Stato deviato e alle altre Entità, i Servizi segreti
deviati sono orientati, sul nascere, non a stroncare i fenomeni
mafiosi o terroristici, ma a congelarli e selezionare le indagi-
ni al fine di mischiare le carte in tavola, creando un perverso
compromesso tra verità politica (falsa) e apatia sociale.
Una consistente porzione dei servizi deviati delle Istitu-
zioni sarebbe radicata in tutto il territorio italiano. Essa è
composta da uomini politici, servizi segreti, magistrati, giu-
dici e sottufficiali dei carabinieri, polizia ed esercito. Le idee
di Cosa Nostra e dei pezzi deviati delle Istituzioni sono da
sempre collegate.

Ancora sulle Entità

“Ciò che vi dico nelle tenebre, ditelo in piena luce, ciò che
vi si dice negli orecchi, predicatelo dai tetti”
S. Matteo

Le Entità sono un’organizzazione criminale che ha in


seno uomini di grandissima qualità, selezionati, preparati,
addestrati e pronti a causare danni enormi a chiunque, in ob-
bedienza alla logica mafiosa di “non trasformare l’ordine pre-
stabilito”. Questi uomini non sono secondi ai Soldati di Cosa
Nostra e vengono chiamati Gladiatori. Sono uomini riserva-
tissimi e di grandissima importanza, in quanto hanno giurato
di servire fedelmente lo Stato, ma in realtà il loro giuramento
164
è assolutamente falso. Agli occhi dei loro colleghi puliti, che
per fortuna sono in maggioranza, appaiono anch’essi puliti e,
con inganno, dimostrano lealtà verso le Istituzioni.
Sono a tutti gli effetti uno Stato dentro lo Stato. Detto ciò
è facile dedurre che il concetto di sicurezza nazionale è solo
una pura illusione. Essi hanno ereditato fin dal secondo con-
flitto mondiale una competenza enorme, che sfruttano per
depistare e omettere certe deflagranti verità. Anzi, sono stati
spesso essenziali nella perfetta realizzazione delle stragi di
Stato.
Le Entità, grazie ai loro collegamenti e alle loro fitte in-
filtrazioni tra i servizi deviati, hanno creato una rete capilla-
re all’interno dei posti di comando, divenendo una sorta di
monolita granitico. Le regole del gioco sono state da sempre
applicate con estrema intelligenza tattica, tanto che le Istitu-
zioni vengono costantemente penetrate, su diversi livelli, con
effetti devastanti. Uno su tutti è il fatto che le Entità si sono
poste al comando di tutto e sono state in grado di modificare
gli equilibri nazionali e internazionali.
Ciò che organizza L’Entità, si svolge in ambienti tal-
mente protetti da essere quasi impossibile ogni chiarimento
dall’esterno e la dimostrazione di tale controllo sta nel fat-
to che a oggi i colpevoli delle stragi di Stato non hanno un
nome.
Vogliamo del resto ritenere che tutte le forze dell’ordine,
senza esclusione: carabinieri, polizia, servizi segreti ecc, sia-
no state incapaci di svolgere il loro dovere o forse dobbiamo
credere che i responsabili siano stati lasciati liberi di agire
perché faceva comodo allo stesso Stato?
A oggi questo sospetto resta assolutamente attendibile.
In conclusione, la concentrazione di queste 5 forze chia-
mate Entità, ha colpito il cuore dello Stato Italiano e l’ha
centrato in pieno, grazie al controllo di tutti i mezzi a sua
disposizione. È riuscita così a smantellare dall’interno la cre-
dibilità, la forza e il potere stesso delle Istituzioni democra-
tiche vere, che agli occhi dei cittadini si sono trasformate in
165
statue di cera.

Il Dott. Borsellino e le sue intuizioni circa le Entità

Avevo fornito indizi tanto ficcanti al Dott. Borsellino (il


quale aveva avuto modo di riscontrare) che egli era riuscito a
comporre quasi tutti i tasselli del suo puzzle, un puzzle che
con la sua morte è stato deliberatamente scomposto da chi
non aveva interesse a che la verità venisse divulgata.
Questi riscontri li aveva scritti nella sua agenda rossa!
Egli aveva capito tutto! E posso far coincidere quel momento,
con la sua morte professionale.
Aveva capito che i personaggi legati alle Entità avevano
l’obiettivo di togliere autonomia e sicurezza al Paese.
La sua scoperta aveva messo in pericolo interessi forti e
quindi era un ostacolo e un pericolo per quello che poteva
ancora fare. Era inevitabile che l’essersi avvicinato a capire
la verità lo abbia portato alla morte.
Il giudice, lavorando in “apnea”aveva cominciato a deci-
frare alcune incognite, che erano come mine vaganti capaci
di deflagrare da un momento all’altro, pregiudicando l’intero
sistema deviato e degenere che coinvolgeva le 5 Entità. Era
sicuramente riuscito infatti a scoprire attori, protagonisti e
spalle e a dipanare il bandolo di una matassa assai compli-
cata.
Così come in preda a una nevrosi, dettata a dire il vero
dalla fretta, si immergeva senza sosta nelle sue scartoffie, fic-
cando il naso dovunque, intossicandosi di informazioni, date,
nomi, luoghi significativi, per poi unire i pezzi del collage,
verificando sempre che non vi fossero discrepanze o incon-
gruenze di sorta. Negli ultimi tempi era iperattivo, stava in-
collato al telefono, chiedeva incontri serrati, riunioni, inter-
rogatori con l’ostinata determinazione di chi sa che la verità
è a portata di mano, ma che anche il nemico corre la stessa
gara per vincere.
166
Paolo Borsellino aveva toccato con mano le Entità, la cui
esistenza era comprovata da una serie di indizi certi. Eppu-
re in questi anni lo Stato ha girato il suo sguardo ironico e
distratto altrove, perdendosi in lungaggini burocratiche o
semplicemente addentrandosi in un ginepraio di confessioni,
memorie, atti processuali o inchieste, il più delle volte fuor-
vianti. Questo meccanismo ha le spiegazione nel fatto che
certe Verità potrebbero fare tremare molte poltrone, ma io
intendo parlare e parlerò finché avrò fiato.

Le Entità hanno avuto un ruolo centrale nella definizione degli assetti
del paese e spesso ha usato la “strategia della tensione”: dal Piano Solo al
Sifar, da De Lorenzo a Miceli, Borghese, alla P2. Nei paesi anglosassoni,
la Massoneria è considerata un “servizio”. Non ha finalità di potere, non è
segreta, né riservata. Da noi invece, e questo la dice lunga, è elitaria.

Queste notizie così riservate, cioè che il Lucchese e il


Messina Denaro Francesco erano il braccio destro del trum-
virato della Commissione di Cosa Nostra, ero venute a sa-
perle tramite il notaio Albano che era di Casa nel Vaticano.
Insieme a questi Cardinali e Marcinkus, Albano era iscritto
nell’ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro e quindi uomo di
collegamento tra l’Entità di Cosa Nostra e l’Entità del Vati-
cano. L’uomo di punta dietro le mura leonine era Marcinkus,
cui Paolo VI aveva affidato il compito di trasferire all’estero
alcune partecipazioni insieme con un laico siciliano che ave-
va agganci forti negli Usa: Michele Sindona.
Sindona, Calvi e Marcinkus riuscirono a manipolare l’an-
damento della Borsa di Milano con le società del Vaticano,
facendo girare il denaro in maniera vorticosa e prima di essi
non si erano mai viste persone tanto capaci nel costruire ope-
razioni finanziarie così eclatanti. Nella Banca del Vaticano
sono transitati migliaia e migliaia di miliardi appartenenti
alle “Cinque Entità occulte compresa quella di Cosa Nostra”
(leggasi sentenza di assoluzione trasporto 10 miliardi).

167
Questi soldi venivano riciclati, diventavano puliti e inve-
stiti. Al notaio Albano, in qualità di notaio, venivano affidati
ingenti beni immobili sia della Chiesa che da potenti uomini
delle istituzioni (Se vogliono, chi di competenza può riscon-
trare ciò che dico!). Il Dott. Borsellino l’ha saputo riscontra-
re! Questi riscontri li aveva scritti nella sua Agenda Rossa!!!

**L’affare Calvi, Sindona, Ior e Banco ambrosiano, in cui emerse la


collusione tra mafia, alta finanza e politica, si concluse con un paio di
omicidi.
Sindona era stato processato e condannato per bancarotta fraudo-
lenta negli Stati Uniti e anche in Italia. Alla pena si era poi aggiunta
una condanna all’ergastolo per l’omicidio dell’avvocato Giorgio Ambro-
soli, (ne fu il mandante) il commissario liquidatore della Banca, ma due
giorni dopo la sentenza, il 20 marzo 1986 fu avvelenato nella sua cella
super sorvegliata e morì il 22 dello stesso mese, insieme con lui, era stato
condannato come mandante, il trafficante d’armi Roberto Venetucci, che
avrebbe messo in contatto il banchiere con il killer.

168
Il caso Antonov e le misteriose sparizioni:
si costituisce la commissione Mitrokin

Processo Antonov 17482. Fui immortalato in una foto a S.


Pietro e il Dott. Paolo Borsellino aveva visto quella foto poco
tempo prima che misteriosamente si volatilizzasse.
L’11 ottobre 1999 fu reso noto il “Dossier Mitrokin”, ov-
vero il sunto dei documenti che l’ex archivista del Kgb aveva
trasferito dalla Russia nel 1992. Nelle 261 schede si trovava-
no informazioni dettagliate su personaggi ed eventi di grande
rilevanza storica relative a veri o presunti agenti segreti dei
servizi russi. Il Dossier ebbe il merito di mettere in moto una
serie di indagini.
Nel mese di Maggio 1992, dopo che il Dott. Borsellino
aveva fatto arrestare una quarantina di persone (compreso
l’Architetto Toro), uscì un articolo sul Corriere della Sera
(che il Dott. Borsellino mi aveva fatto leggere) dove si diceva
“Calcara potrebbe scoperchiare il Mistero dell’attentato al
Papa”. Chi di competenza può, anzi deve riscontrare ciò che
è scritto in quest’articolo.) Nell’ordinanza di Custodia Cau-
telare di tutti gli arrestati, si parlava di molteplici argomenti
(dall’Associazione Mafiosa al traffico di stupefacenti) ma mai
dell’attentato al Papa, né dei dieci miliardi, né del traffico di
armi con la Calabria.
Non capivo perché avessero preso sotto gamba certe que-
stioni di così grande rilievo, ma oggi ritengo che la chiave di
lettura sia da individuare nel solito imbarazzante nesso che
lega gli interessi comuni di Stato e Mafia.
A conferma di ciò, basti pensare che nonostante la mia
partecipazione agli atti di mafia sia stata decisamente attiva,
non c’è mai stato un confronto con altri pentiti “eccellenti”,
quali Mutolo, Giuffrè e Leonardo Messina, vale a dire gli al-
tri stretti collaboratori della cerchia dei più intimi di Paolo
Borsellino.
Sono certo che qualcuno abbia interesse a che questo fac-
cia a faccia non avvenga.
169
Non conosco o meglio non posso provare le motivazioni
di questa reticenza, ma di certo essa si presta a molteplici
interpretazioni, quali: la paura di scavare meglio e far emer-
gere segreti inconfessabili che hanno macchiato di sangue
innocente la storia della nostra Repubblica.
Solo una persona era a piena conoscenza di tutte que-
ste informazioni: il Dott. Borsellino, che indagava in segreto.
Addirittura le riteneva così delicate e pericolose, da non aver
informato neanche il Dott. Natoli e il Dott. Lo Voi per garan-
tire la loro incolumità.
Il Dott. Borsellino mi chiese: “Oltre a me, a chi hai par-
lato del Papa?”
Risposi: “Come Lei sa, al Maresciallo Canale, oltre ad
avergli accennato dei dieci miliardi, gli ho anche accennato
il fatto del Papa.” il giudice fece una smorfia di rabbia e con
occhi scintillanti mi rispose: “Questi sono segnali che non mi
piacciono!” Poi aggiunse, come se avesse già previsto le con-
seguenze di tutto “Speriamo che non rubino il cadavere del
Turco che hai seppellito. Adesso mi attivo affinché tu possa
essere portato sul luogo dove si trova il cadavere”. Adesso che
il segreto del cadavere del turco era noto, era diventato pub-
blicamente urgente il suo ritrovamento, ma Borsellino aveva
intuito che qualche impedimento avrebbe di certo ostacolato
l’operazione. Era abituato al fatto che ogni progresso nelle
indagini, avrebbe avuto come conseguenza un regresso alle
stesse, dal momento che gli stessi apparati istituzionali, da
sempre ostacolavano la verità. Purtroppo non ci fu il tempo
di esibire quella che poteva essere una delle prove inconfu-
tabili della verità. Di lì a poco infatti il Dott. Borsellino venne
ucciso! Tutto ciò che ho detto al Dott. Borsellino e che adesso
sto scrivendo, l’ho anche detto al Dott. Priore 14 anni fa. Anzi
posso affermare di essere stato il primo a parlare di Antonov
con Priore. Innanzitutto gli raccontai che ero a S. Pietro il
giorno dell’attentato a Giovanni Paolo II, circostanza confer-
mata anche dalla Commissione Mitrokin, grazie a una foto
che mi ritraeva a S. Pietro il 12 Maggio. Quella foto, l’aveva-
170
no trovata Paolo Borsellino e l’alto Commissario Finocchiaro,
grazie a certi canali segreti, ma è sparita, come l’agenda ros-
sa e come il cadavere del turco complice di Ali Agca.”
La prima cosa che chiesi al Dott. Priore e al Dott. Ma-
rini fu quella di portarmi a Calderara, una frazione di Pa-
derno Dugnano, dove avrebbero potuto trovare il cadavere
del Complice di Ali Agca. Purtroppo quando arrivammo sul
posto, arrivò la conferma dell’esattezza dei presentimenti di
Borsellino. La mafia mi aveva anticipato e aveva fatto sparire
una prova micidiale. L’obiettivo era di certo quello di scre-
ditarmi!
Una persona del posto disse al Dott. Priore: “Nel mese di
Marzo 1992 ho visto alcune ruspe che hanno messo sottoso-
pra tutto il campo, da sempre seminato a granturco, perché
dovevano fare dei lavori”. Ripeto, conoscevo bene la zona
ancor prima di seppellire il Turco con le mie mani. Campo
completamente pianeggiante. Hanno cercato di insabbiare le
prove, mi hanno tolto tutte le prove, ma non hanno cancellato
la mia memoria. Sì, perché ricordo tutto e non posso credere
che un terreno abbandonato per dieci anni possa essere stato
sconquassato in quel modo, se non appunto per un obiettivo
preciso, quale il dissotterramento di un cadavere, per evitare
che le istituzioni potessero portare alla luce la macabra sco-
perta. Non vi dico la sensazione che provai quando vidi la
distesa di terra nuda e aperta. Fui investito da una fitta lungo
tutto il ventre, come se mi avessero accoltellato.
Badate bene: io avevo iniziato a collaborare nel Dicembre
1991, il cadavere era rimasto lì per dieci anni, dopo pochi
mesi, fatalità lo avevano fatto sparire! Il Dott. Priore c’era
rimasto malissimo. Mi aveva sempre creduto, anche perché
era sempre riuscito a trovare riscontri di tutto ciò che gli ave-
vo detto, compresa la misteriosa morte di Papa Luciani e i
miliardi riciclati dalla Banca Vaticana! (non mi ha mai de-
nunciato per calunnia, anzi...)
Eppure, sono stato creduto lo stesso, anche senza cada-
vere.
171
C’è pure chi ha insinuato una mia collusione con i servi-
zi segreti. Ricordo di aver letto da qualche parte “Vincenzo
era un pezzo dell’Entità, anche lui faceva parte dei servizi
segreti, all’interno di quel sistema così ben radicato e privo
di smagliature, che ancora oggi risulta impenetrabile. Se così
non fosse, non avrebbe mai potuto partecipare al meeting con
Marcinkus e Andreotti.”
Roba da pazzi! Io colluso con i servizi segreti! Questa
è un’ulteriore prova del fatto che qualcuno non vuole che
io parli! Se solo mi avessero dato la possibilità, così come
quando i servizi sono stati in grado di catturare Abu Omar,
sarei andato a Castelvetrano con un paio di uomini dei ser-
vizi segreti puliti e sarei stato in grado di acciuffare Matteo
Messina Denaro nel giro di 48 ore, perché solo io conosco i
metodi per catturarlo e avrei certamente individuato il suo ri-
fugio dorato e inaccessibile. Invece hanno preferito togliermi
il bisturi durante l’operazione e infangarmi con la storia della
collusione per rendere più credibili i loro meschini sforzi.

Il crimine una volta scoperto non ha altro rifugio che nella


sfrontatezza.
Tacito.

Che cosa era successo durante il misterioso viaggio in


Calabria?
Partimmo dalla Sicilia con un camion, scortatissimo,
dentro il quale erano stati stivati quintali di coca. Eravamo
i soliti noti: io, l’animale cioè il Furnari, Matteo Messina
Denaro e il sempre presente architetto Toro. Eravamo tutti
quanti armati fino ai denti e pronti a seccare a vista chiunque
ci ostacolasse in qualche modo. Il comando di Cosa Nostra
era infatti “Spara per primo e spara comunque”.
Ci imbarcammo senza troppe difficoltà, del resto avevamo
gli uomini giusti nei posti giusti e se ognuno avesse eseguito
172
con scrupolo il proprio semplice comando, il camion avrebbe
oltrepassato ogni varco, anche il più impensabile.
Proseguimmo dunque il nostro viaggio per la Calabria, in
quel territorio pieno di curve fitte che mi stava facendo ve-
nire il mal d’auto, fino a quando non ci trovammo nei pressi
di Brancaleone prima e successivamente a Bianco, frazione
della provincia di Reggio Calabria.
Qui scaricammo il camion senza troppi preamboli, all’in-
terno di una specie di cantiere edile di uno dei “nostri”, che
si trovava in un luogo piuttosto appartato.
Trovammo i fratelli Nirta, Francesco e Giuseppe e pure
l’avvocato Romeo che apparteneva alla famiglia di San Luca
(nota alla cronaca per gli innumerevoli sequestri di persona).
Uno dei fratelli, certo Sebastiano, era stato arrestato e con-
dannato in via definitiva proprio per una faccenda di seque-
stro. Se non ricordo male, un fratello si chiamava Bruno, ma
non vorrei insistere.
Dopo aver scaricato il camion ci intrattenemmo un po’ a
chiacchierare, come d’abitudine. Lasciammo la coca e cari-
cammo le armi di fabbricazione cinese, che servivano alla
famiglia di Castello per preparare un attentato eccellente.
Fui incuriosito dalla presenza di una cassa enorme: alta
un metro e mezzo e larga almeno un metro. Ci dissero di cari-
carla facendo estrema cautela e la cosa destò in me un dubbio
che presto si trasformò in certezza, ovvero che la fantomatica
cassa fosse piena di esplosivo.
Chi era il bersaglio?
La risposta era oramai abbastanza chiara: il tritolo avreb-
be dovuto uccidere quel maledetto giudice che stava proce-
dendo troppo spedito in direzione della Mafia; quel Borsalino
che voleva annientare la Piovra dalla radice.
L’esplosivo era un regaluccio per lui!
Lasciammo il camion al sicuro e u Zu Cicciu, insieme a
Francesco Nirta ci condussero a Bovalino, altro paesino in
provincia di Reggio Calabria (Per chi volesse approfondire
c’è pure una sentenza definitiva della Cassazione a proposito
173
di questa vicenda).
L’appuntamento era in uno dei più esclusivi ristoranti,
ovviamente meta prediletta dei capo clan locali. Ci servirono
portate esagerate, roba da banchetto nuziale. La carne era
la sovrana della tavola. C’era carne di tutti i tipi, cotta alla
brace, al sugo, soprattutto carne sarda speziatissima, cuci-
nata secondo un procedimento calabrese. Roba da leccarsi
i baffi.
Il banchetto si trasformò in un attimo in un covo di crapu-
loni, schifosi, quasi eccitati da tale ben di Dio. Mangiavano
come dei porci nel trogolo, con tale e tanta avidità da far
vomitare. Io ero disgustato fin dentro le viscere. Ero abituato
da sempre a gustare i cibi, ad assaporarli lentamente per far
godere tutti i sensi. Mi inebriavano il profumo, l’aroma, il
gusto, la consistenza e persino la vista, invece quegli zotico-
ni, arraffavano ogni porzione sgomitando e ridendo sguaiata-
mente. Ridevano, bevevano, parlavano ad alta voce mentre
mangiavano e spesso rivoli di bava ingorda inondavano le
loro laide bocche, che addirittura asciugavano con le mani-
che. Per non parlare di come toglievano i residui di cibo in
mezzo ai denti, con gli stuzzicadenti a vista o con le unghie!
Pulivano e rimettevano in bocca ogni singolo filino di carne.
Che schifo! Non conoscevano neanche l’uso dei tovaglioli, sti
animali.
Mi sarei alzato volentieri pur di non assistere a quello
spettacolo vomitevole e del resto non dico che mi si era ri-
stretto lo stomaco, ma l’appetito mi era del tutto passato.
Furnari, quel povero cafone, era il più animale di tutti,
ma da dove cazzo era uscito un simile beduino? Bah! Quel
porco mangiava e uccideva allo stesso modo.
Altro che uomini, erano carnivori!
L’unico a distinguersi in mezzo a quella specie di bolgia
dantesca era u Zu Ciccio, che era il più fine ed elegante. Mi
chiedevo da chi cazzo ero comandato. Anche l’architetto Toro
era discreto nel mangiare. Poveraccio, anche lui ogni tanto
mi guardava schifato, facendo dei cenni con le sopracciglia.
174
Ho fatto condannare tutti gli animali presenti a quella
zozza tavolata.
Dopo cena (i paesi all’epoca erano controllati dalla ‘ndri-
na) da Bovalino ci dirigemmo a S. Luca per fare una passeg-
giata e smaltire, loro l’abbuffata, io il disgusto.
Mi fermai sulla scalinata di una minuta chiesetta, inca-
strata tra le casette del paese, mentre i boss si erano riuniti
nella villa di Francesco Nirta (quello della famosa riunione a
Milano con Andreotti, in cui si decise di far fuori Calvi).
In quella riunione, Francesco rappresentava la “Famiglia
di S. Luca” per intero e pertanto potevano essere ammes-
si all’incontro solo Francesco e Giuseppe Nirta, l’Architetto
Toro, u Zu Cicciu e l’Avv. Romeo. Uno dei figli e noi uomini
“riservati” non potevamo assolutamente presenziare.
Decisi pertanto di sedermi sulla scalinata a pensare. Ci
restai per circa un’ora, il tempo che durò la riunione. A dire
il vero, il fatto di essere escluso mi dava parecchio fastidio,
ma cercai di allontanare questo sentimento di frustrazione
impegnando la mia mente a risolvere un rebus che mi si era
aperto.
Avevo intuito che dentro alle casse c’era dell’esplosivo,
ma volevo capire chi fosse il destinatario finale.
“Vaffanculo.” pensavo “Io faccio di tutto e sti stronzi non
mi fanno entrare. Ma prima o poi sarò in mezzo a loro e mi do-
vranno pure baciare le mani, altro che sbattermi fuori come
un cane.”
Ero certo che sarei riuscito a entrare nel ghota della Ma-
fia, sarebbe stata solo questione di tempo. Avevo tutte le ca-
ratteristiche, ero lucido, scaltro, riservato, non mi mancava
niente per scalare il successo.
“Io sono temprato per dormire a terra, in mezzo alla mer-
da e posso vivere negli alberghi di lusso, ma che ne sanno
questi. Non mi ammazza nessuno a me!” continuavo a rimu-
ginare, più sotto l’effetto di qualche bicchierino di troppo che
con la lucidità effettiva dell’uomo in pieno possesso di tutte
le sue facoltà mentali.
175
Quando ero latitante acchiappavo i conigli con le mani
e li mangiavo cucinandoli alla meno peggio. Portavo con me
sempre una borraccia d’acqua e due ampolline per l’olio e
il sale, in modo da condire ogni pietanza improvvisata. Ero
stato latitante in città e nelle campagne più sperdute, dunque
non avevo paura di niente e di nessuno, sarei stato in grado di
sopravvivere dovunque.
Un latitante deve tenere all’erta tutti i sensi e imparare
innanzitutto a sopravvivere con quello che c’è. Poi deve im-
parare a conoscere il territorio a menadito.
Non serve bere, mangiare, dormire: servono solo le muni-
zioni e un fucile efficiente per uccidere e difendersi. Al ter-
mine della riunione ci salutammo affettuosamente e ripren-
demmo il viaggio alla volta della nostra cara isola.
Ovviamente cercammo di prestare la massima attenzione
alla cassa, in modo che non si spostasse, anche perché il mi-
nimo urto ci avrebbe potuto far saltare in aria.
In Sicilia, a Gibellina per l’esattezza, ci aspettava in gran
segreto un fraterno amico.
A Gibellina lasciai Zu Cicciu, Toro e gli altri.
Quando sei latitante hai bisogno di almeno 15 rifugi ri-
servati, che non deve conoscere neanche tuo fratello. Il mot-
to è “massima impermeabilità”, almeno se ti vuoi salvare la
vita, altrimenti puoi aspettarti che da un momento all’altro
qualcuno ti faccia saltare le cervella. Loro si allontanarono e
io mi incamminai a piedi in direzione della mia tana segreta,
solo come un lupo e con le mie immancabili armi.

Il viaggio in Calabria
Intervista al Magistrato Pennisi

A seguire un’intervista integrale al magistrato Roberto


Pennisi.
“Dubito che le ‘ndrine sapessero delle stragi.”
Pennisi, in un’intervista esclusiva, ricostruisce le inda-
176
gini.

Roberto Pennisi oggi lavora alla Procura nazionale an-


timafia e si occupa, in particolare, delle infiltrazioni della
‘ndrangheta in Lombardia. Oltre otto anni, però, li ha tra-
scorsi nella trincea reggina coordinando le maggiori inchie-
ste di quella Direzione distrettuale antimafia sulle cosche
della Locride e sui “casati” più importanti della ‘ndrangheta
calabrese: dai Piromalli di Gioia Tauro ai Nirta di San Luca. 
In questa intervista in esclusiva a Calabria Ora, Pennisi non
solo ricostruisce le sue indagini, ereditate da Paolo Borsel-
lino, sulle sinergie tra i corleonesi e i boss di San Luca, ma
traccia anche un profilo inedito del superpentito Vincenzo
Calcara che a quelle sinergie criminali era stato delegato
dal boss Francesco Messina Denaro. Con molti inediti e an-
che con qualche imbarazzante riflessione sul coordinamento
mancato tra gli inquirenti di Palermo e quelli di Reggio Ca-
labria.
Dottor Pennisi, lei ha quindi conosciuto bene Vincenzo
Calcara?
“Direi benissimo. L’ho incontrato decine e decine di volte
ed ho raccolto a verbale le sue dichiarazioni. Le rivelo anche
un dettaglio simpatico. Alla fine si era creato un rapporto tal-
mente forte che Calcara tenne a farmi sapere di avere chiama-
to Roberta la bambina avuta dopo che si era pentito.”
Scusi, pentito o collaboratore di giustizia, so che lei fa una
opportuna distinzione tra le due qualifiche.
“Esatto. E per Calcara uso la parola pentito perché era
realmente e profondamente pentito del suo passato criminale.
Per Paolo Borsellino aveva una adorazione autentica. Non
nascose nulla di quanto a sua conoscenza, a noi riferì sempre
tutto, molte cose però non erano riscontrabili anche se le riten-
go assolutamente credibili.”
Si sta riferendo, per esempio, agli incontri romani con
cardinali, esponenti politici e boss di Palermo e San Luca? 
“Certo mi riferisco anche a questo. Calcara tracciava uno sce-
177
nario inquietante ma non aveva la possibilità di offrire grossi
riscontri e comunque quella indagine non era di mia compe-
tenza e io ho sempre rispettato i limiti della competenza. Sicu-
ramente la strage che ha ucciso Borsellino ha anche bloccato
molto di quel lavoro investigativo.”
Come arrivò a Calcara?
Ecco, nel modo più singolare. Ero in Sicilia e lessi su un
giornale locale di un dibattimento nel corso del quale Vincen-
zo Calcara aveva riferito di suoi viaggi a San Luca per portare
droga e ritirare armi ed esplosivo. Nessuno ci aveva informato
dell’esistenza di quei verbali. Borsellino non c’era più e i col-
leghi palermitani non ritennero di dirci nulla. Allora chiamai
io alla Procura di Palermo per chiedere lumi. Fu il collega
Gioacchino Natoli a dirmi che effettivamente tra le carte di
Borsellino c’erano queste dichiarazioni di Vincenzo Calcara.
La cosa non deve meravigliare, purtroppo tra chi indagava su
Cosanostra e chi indagava sulla ‘ndrangheta, non vi è stata
mai una grande collaborazione...”
Ci sta dicendo una cosa sconfortante...
“Non mi faccia esprimere giudizi in merito, le sto dicendo
una cosa vera, poi ognuno ne tragga ciò che ritiene giusto.”
Torniamo a Calcara, cosa fece a quel punto?
“La cosa più semplice, andai a sentire Calcara che già era
sotto protezione in una località segreta. Questi collaborò to-
talmente e pienamente. La sua fu una collaborazione preziosa.
Disse dei suoi viaggi a San Luca e di riunioni presiedute dai
fratelli Giuseppe e Francesco Nirta, come dire il vertice della
‘ndrangheta calabrese. Fornì dettagli che ressero a ogni verifi-
ca e ricordo che venne direttamente in aula a deporre.”
Stiamo parlando del processo “Aspromonte”, quello a ca-
rico delle più antiche e importanti famiglie della ‘ndranghe-
ta...
“Esattamente. Si celebrò a Locri e Calcara venne in aula
a deporre. Mi resi subito conto che c’era un grande nervosismo
e una grande attenzione nella difesa. Se qui qualcuno aveva
sottovalutato Calcara, a Palermo le cosche erano in grande
178
allarme. Ricordo che la difesa si mobilitò in maniera tale da
creare stupore anche in me che solitamente non mi stupisco di
niente. Gli avvocati erano fornitissimi di documenti che arri-
vavano dai loro colleghi di Palermo, capii subito che essendo
una delle prime apparizioni in dibattimento di quel pentito si
sperava di approfittare di un processo periferico, come appunto
quello di Locri, per ottenerne una sentenza che ne minasse la
credibilità. Era questa una strategia usatissima dalle difese,
in quell’epoca di primo pentitismo.”
Come andò?
“Malissimo... per loro. Calcara resse benissimo all’esame e
al controesame mentre i testi portati dalla difesa per confutar-
ne le dichiarazioni, si rivelarono una vera e propria debacle.
Ricordo un episodio in particolare che ancora mi fa ridere...”
E qui l’intervista ha una pausa perché Pennisi ripensando
all’episodio, ride ancora e di gran gusto. Lo interrompiamo.
Faccia ridere anche noi e ci racconti l’episodio...
“Subito. Le difese chiesero e ottennero la convocazione di
un avvocaticchio del quale ora non ricordo più il nome, era
di Campobello di Mazzara e si trovava agli arresti per mafia
perché si era rivelato una sorta di consigliere del boss Matteo
Messina Denaro. Doveva essere l’asso nella manica per scredi-
tare Vincenzo Calcara, ma durante il mio controesame crollò.
Io mi lasciai andare a una battuta che lo ridicolizzò perché tra
le carte del suo arresto c’erano anche i suoi bigliettini da visita
dove ricordo che insieme a nome, qualifica e indirizzo, aveva
fatto stampare il motto: Il silenzio è d’oro.” non mi trattenni
dal fargli notare, visto l’autogol del suo interrogatorio, che
forse avrebbe fatto meglio a essere più coerente con il motto
che aveva scelto.
Non posso che condividere, fa ridere ancora un episodio del
genere. Calcara quindi restò assolutamente credibile... “Infat-
ti la sentenza del processo Aspromonte dispenserà condanne
che hanno retto anche ai successivi gradi di giudizio e utilizzò
moltissimo le dichiarazioni rese da Vincenzo Calcara.”
Questo autorizza a ritenere che la ‘ndrangheta fornì colla-
179
borazione per le stragi di Cosa Nostra?
“Qui sarei più cauto. Processualmente abbiamo accertato
che la ‘ndrangheta, e segnatamente le cosche di San Luca,
hanno fornito armi pesanti ed esplosivi a Cosa Nostra. Per-
sonalmente dubito fortemente che i boss di San Luca fossero
a conoscenza della scelta stragista dei corleonesi. Le dirò di
più, spingo il mio dubbio fino a ritenere che se avessero saputo
che quell’esplosivo serviva per quelle stragi non lo avrebbero
fornito. Questo non perché sia buonista, bensì perché le nostre
indagini hanno accertato che la ‘ndrangheta è sempre stata
fortemente contraria all’opzione stragista dei corleonesi. La
ritenevano una follia e un rischio per tutti. Sfidare lo Stato a
colpi di stragi era un rischio da non correre e portava conse-
guenze nefaste su tutta la criminalità organizzata.”
Si potrebbe opporre, però, che la ‘ndrangheta non ha esita-
to a dare una mano in pagine assai buie della storia di questo
Paese.
“Verissimo. Troviamo presenze della ‘ndrangheta, della
stessa ‘ndrangheta di San Luca, nelle cosiddette stragi di Sta-
to. Non dimentichiamo che si parla della presenza di Antonio
Nirta in via Fani nella strage della scorta di Aldo Moro. Ma
non è la stessa cosa, qui l’iniziativa non era in sinergia con
pezzi deviati dello Stato. Qui Cosa Nostra attaccava in proprio
e la ‘ndrangheta ne era strategicamente contraria. Non avreb-
be mai dato il suo avallo.”
Scusi se continuo a fare da bastian contrario, ma possibile
che davanti a richieste ingenti di armi ed esplosivi i boss della
‘ndrangheta non sospettassero nulla?
“La domanda è comprensibile ma non tiene conto di un
fatto: da sempre le cosche della ‘ndrangheta hanno avuto il
controllo del traffico internazionale di armi ed esplosivo. Era
merce di scambio per i traffici di droga. Hanno armato orga-
nizzazioni terroristiche e mafiose ricevendo in cambio droga e
altri favori. Le riferisco un altro episodio che chiarisce questo
ruolo della ‘ndrangheta. In una delle nostre inchieste ci siamo
imbattuti in un pilota austriaco, tale Hinsinski, che ammise di
180
avere portato carichi di armi e di esplosivo fin nel cuore della
Locride. Ci riferì che le cosche, siamo alla fine degli anni Ot-
tanta, avevano allestito nel territorio di Samo (tra Bovalino e
Bianco, ndr) una piccola pista di atterraggio dove questo pi-
lota atterrò lasciando un carico di armi e di esplosivi. Questo
significa controllare il territorio. Insomma chiunque aveva bi-
sogno di ricorrere al mercato clandestino per armi ed esplosivi
sapeva che poteva ottenerli rivolgendosi alla ‘ndrangheta.”

Milano

Circa un mese dopo l’attentato al Papa, nel mese di giu-


gno 1981, dopo aver pranzato a casa di zu Michele Lucchese,
insieme ci recammo, con la sua rombante macchina “Alfa
Turbo Diesel 1600” all’Aeroporto di Linate, presso l’ufficio
del mio Direttore della Dufrital, dove lavoravo in qualità di
Magazziniere del Varco Doganale. Come ho già detto, avevo
il compito di fare entrare dalla Turchia, che era il centro ne-
vralgico del flusso del narcotraffico, eroina, quintali di mor-
fina base e pure reperti archeologici, che un certo Becchina
portava in rappresentanza a casa dei clienti. Questi in par-
ticolare interessavano il Messina Denaro e costituivano pre-
ziosa merce di scambio con i responsabili della Dufrital: tali
Montecucco e Pirovano, che erano in stretto contatto anche
con l’Architetto Toro e con Michele Lucchese. Ricordo che
in un’occasione, mentre consegnavo a Palermo un camion
carico di morfina base pronta per essere raffinata in eroina,
avevo conosciuto anche Carlo Greco, uno di coloro che hanno
partecipato alla strage di Via D’Amelio (sono stato io il primo
a farne il nome).
(A questo proposito voglio precisare che talvolta vengono
inscenati falsi blitz antidroga che servono come fumo negli
occhi per mascherare il fatto che proprio certi ufficiali ne
sono invischiati.)
Il Montecucco, che subiva moltissimo la personalità del
181
Lucchese, aveva avuto l’incarico da questi di prenotare due
biglietti aerei per Roma.
Ci imbarcammo e una volta arrivati a Fiumicino pren-
demmo un taxi che ci portò al centro di Roma, precisamente
in una stretta via dove ci sono tutti negozi di Antiquariato, mi
sembra che vicino ci fosse Piazza Navona, se non erro questa
via si chiama Via Corona o Via Coronaria (via dei Coronari
n.d.r.).
Da una cabina, il Lucchese telefonò al notaio Albano, lo
informò del nostro arrivo e gli disse che lo avremmo aspettato
al numero tre di questa via di Antiquariati (ricordo che al
Lucchese piaceva molto il N° 3).
Il Lucchese mi disse: “il notaio Albano non arriverà pri-
ma di mezzora, non ti dico insieme a chi perché voglio farti
una sorpresa. Nel frattempo andiamo a guardare un po’ di
roba antica”.
Dopo 35-40 minuti, arrivò in Taxi il notaio Albano insie-
me a Messina Denaro Francesco.
Andammo tutti insieme in un lussuoso Hotel dove ad at-
tenderci c’era Furnari Saverio (alcuni anni fa l’hanno trovato
impiccato in carcere). Con le mie dichiarazioni il Dott. Bor-
sellino lo aveva fatto condannare. La sua morte fu una cosa
strana: molti di quelli che sanno, muoiono misteriosamente
in carcere.
C’è chi muore per “provvido” infarto, salvifico suicidio,
regolamento interno. Furnari fu un uno di quegli uomini mor-
ti per volere di terze persone. Sono certo che Furnari Saverio
non si impiccò, si trattò di un finto suicidio. A dire il vero
ero già fuori dal carcere e fuori da Cosa Nostra e posso solo
ipotizzare che sia stato ucciso, ma in fondo credo di non sba-
gliarmi.
Era in società con l’Architetto Toro e con Messina Dena-
ro. Conoscendo le sue frequentazioni, avrà avuto debolezze
come pentito ed è stato ucciso.
Quel giorno c’era pure Mariano Agate. L’uomo, morto nel
1998, era il braccio destro di Riina. Era stato condannato
182
all’ergastolo per la strage di Capaci, per gli attentati di Firen-
ze e Roma del ’93 e per l’omicidio di Ciaccio Montalto e face-
va pure parte della loggia massonica Inside 2 di Trapani.
Non potevano poi mancare Messina Denaro Francesco,
e “Zu Binnu” Provenzano. Con loro c’erano anche due suoi
uomini di fiducia dal forte accento Palermitano.
All’infuori del notaio Albano, restammo tutti in Hotel.
Verso le ore 21,00 arrivarono tre Taxi e fummo accom-
pagnati in un lussuoso ristorante dove c’era un’intera sala
riservata per noi.
Vidi qualche personaggio entrare e uscire dalle porte
rosse del palazzo di marmo. Erano porte segrete, dotate di
spioncini traforati come nei night club più esclusivi e da
quelle porte vidi un susseguirsi di uomini “grigi”, ambigui e
inquietanti: alcuni in giacca e cravatta, altri in alta uniforme,
i cui disegni per così dire obliqui, erano incisi nei loro stessi
connotati. Non faticavo a immaginarli invischiati in qualcosa
di lurido ed estremamente forte al tempo stesso, che con-
trassegnava in maniera indelebile la loro appartenenza alla
borghesia “malavitosa”.
Dopo pochi minuti arrivarono pure il Vescovo Marcin-
kus*, due cardinali e altre quattro persone. Il vescovo Mar-
cinkus era l’uomo giusto al posto giusto. Era un uomo molto
furbo, obbediente, indottrinato e soprattutto era un vero ge-
nio della finanza. Stava al di sotto di Albano ed era in mano
ai cardinali collegati con il notaio. Secondo me era ingenuo,
non aveva capito che Albano lo stava manovrando.
Non potevano scegliere posto migliore, una via del centro,
un appartamento di lusso con ingresso solenne e monumen-
tale, arredato finemente. Ovunque era uno sciupio di tappeti
preziosi e oggetti d’alto valore. Il rosso dei velluti e delle
carte da parati, il luccichio della filigrana e dei cristalli. Tut-
to destava in me una sensazione piacevole e spiacevole allo
stesso tempo, come se lusso e morte fossero la stessa cosa in
quel momento.
Nella sala non mancavano i segni della ricchezza facile,
183
del denaro che scorre e dello strapotere esibito sfacciatamen-
te. Era il nido ideale per studiare oscure trame e complotti in
cui affari e potere si mischiavano.
Ricordo che il vescovo fumava sigari cubani ed era vesti-
to in abiti borghesi, forse per confondersi meglio, cosa che mi
colpì parecchio e poi tirava di coca che era una meraviglia:
questo spiegava forse la sua evidente percezione di non avere
limiti. Gli piaceva pippare roba buona, di prima qualità, non
certo asfaltare le sue narici di prelato corrotto, con robetta
mediocre (probabilmente gli fu offerta Emanuela Orlandi,
che lui avrebbe violentato durante uno dei riti satanici all’in-
terno del Vaticano).
Seppi inoltre che si divertiva parecchio con le ragazze.
Certo la coca ti rende euforico, ti fa perdere ogni inibizione e
aumenta la voglia di soddisfare tutte le tue esigenze: peccato
che avesse fatto voto di castità secondo i dettami della Chiesa.
Ma questo era un dettaglio superficiale. Oramai avevo capito
che Vangelo e Chiesa erano due cose distinte e separate.
Subito dopo si aggiunse a quella tribù di infoiati, capeg-
giata dal notaio Albano, uno dei più grandi uomini politici
delle Istituzioni, se non addirittura il più Grande uomo poli-
tico italiano. Lo seguivano tutti compiacenti, quella specie di
gobbo occhialuto.
Facile immaginare di chi si trattasse.
Lo riconobbi subito, tanto era “sacro” in Italia il suo
nome e subito fui colpito dal suo famoso sorriso a mezza boc-
ca. Era quasi un marchio di fabbrica, quel ghigno indecente
di chi vuole far sapere al mondo di essere il più furbo. Non
era un sorriso mendico, né buono, era un sorriso demoniaco!
Quell’uomo dal doppio volto, davanti alle Istituzioni appariva
pio, in realtà era quanto di più corrotto potesse esistere.
Camminava lentamente con quei capelli incollati, gli oc-
chi tondi e solo a guardarlo mostrava tutti i segni della peg-
giore degradazione umana.
Per me, Furnari e per i due nerboruti palermitani, i “guar-
diaspalle” era stato riservato un tavolo a parte. Ci avevano
184
sistemato vicino ai bagni per piantonare meglio l’intera sala.
A distanza di pochi metri invece, era stato apparecchiato un
altro grande tavolo, dove dovevano cenare tutti gli altri. Il
menu era ricco, da ricevimento importante.
Poco prima che venissero serviti gli antipasti, Lucchese,
con il solito fare da Padrino, si avvicinò al nostro tavolo fin-
gendo di brindare, alzò il calice e disse esattamente queste
parole: “Le quattro persone che sono venute in compagnia
con Marcinkus e i due Cardinali, domani dovranno essere
sequestrate! Mettetevi d’accordo e sceglietevi una persona a
testa”. Era una recita preparata a puntino.
Uno di questi quattro era un Generale dell’Esercito di un
paese del Sud America, gli altri tre erano invece italiani, di
cui uno apparteneva al mondo dell’alta finanza. Io scelsi il
Generale dell’esercito.
Finito di cenare ritornammo in Hotel con il taxi. Eravamo
sazi e contenti!
Durante il viaggio di ritorno, il Lucchese mi spiegò che
le quattro persone si dovevano sequestrare per ricattare a
livello internazionale alcune potentissime persone in colle-
gamento con il Presidente di uno stato del sud America, per
far confluire o indirizzare ingenti capitali. Credo pure che ci
fosse l’intenzione di preparare un Colpo di Stato di stampo
nazista. “Domani, alle dieci, ci riuniremo tutti in una tenuta.
Vedrai. Ci sono centinaia di ettari di terreno e, annessa, una
bellissima villa”.
Mi fece intendere che la villa era di proprietà del grande
uomo politico, che a sua volta l’aveva comprata tramite il no-
taio Albano. Ora non ricordo se questa tenuta fosse intestata
al politico o a un  suo prestanome, ma ricordo benissimo che
si trovava nella zona di Latina o nella sua Provincia. (Per la
cronaca, avevo anche detto al Dott. Croce che ero disposto a
fare un sopralluogo, ma lui non aveva voluto sentire ragio-
ni!)
 
*Marcinkus ancora oggi in Vaticano viene ricordato come un buon
185
vescovo, vittima del crac del Banco Ambrosiano e come un uomo gene-
roso. C’è chi ricorda che dava sempre da bere agli operai arrampicati sui
ponteggi, durante la ristrutturazione degli edifici vaticani. Nel 1987 Mar-
cinkus, Luigi Mennini e Pellegrino de Strobel, suoi fedeli collaboratori,
vennero colpiti da mandato di cattura per il crac del Banco Ambrosiano,
ma la polizia italiana non ebbe modo di procedere all’arresto perché era-
no cittadini di uno Stato estero. Uscirono solo quando la Cassazione ne
annullò i provvedimenti.

Il perché del rapimento

Come accennato, si trattava di un ricatto legato a motivi


economici e politici: da una parte Cosa Nostra investiva soldi
nel narcotraffico, proprio nei paesi latini, dall’altro c’era l’in-
teresse politico di fermare il comunismo, oltre che nei paesi
dell’Europa orientale, anche nel sudamerica dove aveva ter-
reno fertile. Gli interessi politici dell’Italia, in quanto paese
alleato dell’America, inserito nel blocco Nato antisovietico,
coincidevano con quelli del Vaticano che desiderava estirpa-
re il comunismo, temibile non solo per la sua avversione cle-
ricale, ma soprattutto contrario a ogni forma di sottomissione
al capitalismo e al colonialismo americano.

L’incontro a Latina

Una volta stabilito che deve rubare, piuttosto che ucci-


dere, un soldato si deve disporre totalmente intorno a questa
decisione con assoluta coesività.
Il giorno seguente vi fu un incontro a Latina, nella villa di
uno dei più autorevoli uomini della cricca. Alle 6,30, ci ven-
nero a prendere tre uomini con tre macchine diverse. Ricor-
do che erano ben vestiti (di scuro), indossavano la cravatta e
portavano occhiali con stanghette di tartaruga. Ho saputo poi
da Lucchese che erano uomini fidatissimi del grande politi-
186
co, inseriti all’interno dei Servizi Segreti deviati.
Dopo aver parcheggiato nell’ampio parco della tenuta di
campagna, I tre uomini diedero a me a agli altri “soldati”
quattro pistole 357 Magnum a tamburo nuove di zecca, che
sarebbero servite per ingaggiare eventualmente uno scon-
tro a fuoco. A una ventina di metri dalla villa c’erano le tre
macchine parcheggiate, custodite da una persona. Sarebbero
servite per trasportare i sequestrati in una villa di campagna
distante una trentina di chilometri dalla tenuta.
Era un luogo bello ma un po’ sinistro, che ti faceva senti-
re come proiettato nell’ombelico del crimine sommerso. Fra i
partecipanti del piccolo santuario del malaffare d’alto livello,
c’era anche Miceli, (il fascista), che all’epoca era il capo dei
servizi segreti, oltre che del triunvirato.
Rividi per l’occasione quasi tutti i protagonisti della gran-
de abbuffata del potere: massoni, uomini di mafia, d’esercito
e Chiesa.
Riina non sapeva ancora che Miceli sarebbe stato sosti-
tuito, secondo me neppure lo sospettava e questo mi fa affer-
mare con convinzione che Provenzano fosse gerarchicamente
un gradino più in alto di lui. Zu Binnu era infatti coperto dal
triunvirato, Totò Riina, “u curtu” no.
In realtà Provenzano era molto più forte di Riina e tra-
mava contro di lui; aveva addirittura agganci di cui il boss
di Corleone nemmeno sospettava. L’unica cosa che li teneva
fintamente legati, era il fatto che entrambi non potevano fare
a meno l’uno dell’altro. Così, sebbene Riina fosse caro a Mes-
sina Denaro, apparentemente quanto Provenzano, in realtà il
secondo era preferito al primo. Fu solo dopo il maxiprocesso
che Totò Riina si rese conto del tradimento dei suoi referenti,
soprattutto politici, e stilò una sua lista di nomi eccellenti da
eliminare.
Oggi ritengo che Riina sia stato ingannato, venduto da
Provenzano a Cosa Nostra che aveva scelto come suo verti-
ce, allora Provenzano, oggi Matteo Messina Denaro. Questo
è quello che sospetto anche se oramai sono uscito da Cosa
187
Nostra. Tutti poi erano legati a Lima e Andreotti.

Verso le ore 9,30-9,40 arrivarono tutti gli invitati ed en-


trarono dentro la villa per riunirsi al sicuro tra le salette a
doppie porte e le architetture rococò. Non si trattava certo di
un salotto intellettuale, ma di un cenacolo impresentabile di
illustrissimi delinquenti, che discutevano con assoluta natu-
ralezza di omicidi e traffici illeciti di ogni sorta.
Restammo fuori solamente io, il Furnari, i due palermita-
ni, la persona vicino alle tre macchine e i tre uomini dei Ser-
vizi segreti, che nel frattempo si erano posizionati all’entrata
della porta.
Il segnale convenuto era questo: alla loro uscita e dopo
che si fossero salutati, si doveva aspettare che Provenzano
pronunciasse queste parole: “Oggi è una bella giornata”,
dopo di che dovevamo entrare in azione puntando la pistola,
ognuno all’uomo prefissato. Poi li avremmo dovuti sbattere,
anche con violenza, dentro la macchina! Il piano era stato
previsto nei minimi dettagli e in un certo senso non vedeva-
mo l’ora di mostrare la tracotanza della nostra forza!
Se Provenzano invece fosse stato zitto, allora significa-
va che non avremmo dovuto sequestrare le quattro persone,
nessuna delle quali aveva avuto il sentore che si trattasse di
una trappola.
Quella riunione era stata fatta proprio per valutare se fos-
se stato il caso di sequestrarli o meno.
Il meeting terminò alle 11,30 e quando i presenti stavano
per congedarsi, Provenzano rivolgendosi verso di noi disse:
“Oggi è una bella giornata!” In un baleno entrammo in azione
con le pistole spianate, facendo una rapida e cruenta irruzio-
ne. Il mio Generale fu bravissimo: alzò subito le mani.
A un paio di metri di distanza da me c’era Furnari con il
suo uomo. L’animale pronunciò queste parole: “dai girati e
vai lentamente verso quelle macchine.”
Non avevamo fatto in tempo a finire di dare il comando,
che successe un pandemonio: per una tragica fatalità, quello
188
scemo fece finta di girarsi e in un attimo estrasse una piccola
pistola (6,35) data dai servizi segreti, che teneva nascosta
(non si è capito dove). Poi cominciò a gridare: “Bastardi” e
impugnò la pistola pronto a sparare.
In quell’attimo il Furnari, uomo spietato che non manca-
va di esperienza, gli sparò, ma mancò il segno! (In seguito si
è accertato che la sua pistola si era inceppata).
Gli balzò allora addosso con un salto e mi urlò a pieni
polmoni: “Enzu sparaci!”
Avevo la stramaledetta sensazione che da lì a pochi istan-
ti la stanza si sarebbe trasformata in un mattatoio!
In quel preciso momento il sequestrato sparò il primo col-
po in direzione del Politico. Saltarono piatti e bicchieri sul
pavimento, mentre tutti si gettarono disperatamente a terra
cercando di ripararsi da quella raffica impazzita di pallotto-
le.
Nel terrore generale l’uomo cercò di raggiungere una via
di fuga ma non vi riuscì perché era circondato da tutte le
parti.
Furono frazioni di attimi, in quella che sembrava una tro-
vata da film d’azione hollywoodiano. Io lasciai il buon Gene-
rale e con tre colpi in rapida successione uccisi quell’uomo,
che prima di morire era comunque riuscito a sparare un altro
colpo di pistola, andato tuttavia a vuoto.
Nell’attimo in cui sparavo ero stato sostituito da uno dei
tre uomini dei servizi segreti deviati, che si era preso in con-
segna il buon Generale.
Quando fu tutto finito, presi la semiautomatica del morto
e la consegnai nelle mani del mio Capo Assoluto Messina
Denaro Francesco, che mi fece una carezza, e dandomi poi
un buffetto affettuoso sulle guance mi disse: “Bravo” eviden-
temente gli piacque vedermi uccidere un uomo. Provai una
forte repulsione, una vibrazione talmente intensa che quasi
mi veniva da vomitare. Francesco Messina Denaro, “u Zu
Cicciu”, il mio protettore mi aveva sconvolto. Sebbene lo
amassi, come un figlio può amare un genitore, in quel mo-
189
mento non sentivo il benché minimo affetto. Ero scioccato e
avvertivo solo una nausea infinita.
La riunione finì con un morto e un nulla di fatto. Subito
dopo, fra la costernazione generale, liberammo tutti gli ostag-
gi. Seppi che il mio generale era il braccio destro di un dit-
tatore latinoamericano “Ricordo che era un uomo alto e dal
forte accento spagnolo.”
Da buon cristiano avevo sempre creduto nella purezza
degli uomini di Chiesa, ma dopo aver ammazzato quell’uomo
cambiai idea. Nel freddarlo avevo provato una serie di sen-
timenti contraddittori: c’era l’orgoglio, l’obbedienza milita-
resca, ma su tutti prevaleva la rabbia! Perché se non avesse
fatto la sciocchezza di impugnare la pistola non avrei premu-
to il grilletto.
Quanto sono labili i confini della dignità!
Rimasi basito per qualche istante nel vederlo a terra. I
suoi occhi erano appannati dalla morte, tanto che gli si ve-
deva solo il bianco della cornea, mentre un rivolo di sangue
rosso come bronzo gli scendeva dalla fronte pallida. Per me
era il primo vero omicidio, non era una cosa da poco e mi
sentivo investito dai miei stessi sentimenti, anche se ormai
avevo imparato a gestirli e camuffarli abbastanza bene, tanto
che nessuno, almeno questo è ciò che penso, aveva colto la
mia esitazione istintiva.
Provavo pietà, una pietà infinita, quella che si prova per
qualcosa che al tempo stesso però ti ripugna, ma anche una
forte ammirazione, unita al dispiacere. Purtroppo non avevo
scelta, perché in qualità di soldato avrei dovuto procedere
con quella sommaria esecuzione, altrimenti sarei stato mas-
sacrato a mia volta. “Un soldato deve compiere certe azioni
per partito preso” mi avevano insegnato fin dall’iniziazione e
non avrei potuto sgarrare.
Rimasi fermo senza dimostrare sentimenti e idealismi di
alcun genere, mentre la sola idea della realtà che mi si stava
aprendo davanti, mi toglieva il respiro.
Quel povero disgraziato si fidava ciecamente di Andreotti
190
e di quell’infame di un cardinale! Per questo nei suoi ultimi
istanti di vita aveva cercato disperatamente di ucciderlo. Vo-
leva morire ed è morto da “Uomo”. Si leggeva chiaramente
nei suoi occhi che si sentiva perduto, ma ha voluto onorare
la sua stessa esistenza compiendo un gesto apparentemen-
te insensato, carico tuttavia di un orgoglio e di una dignità
smisurata. Nell’attimo in cui cercò di sparare usò tutta la sua
rabbia: l’adrenalina si poteva tagliare a fette e sfidò la morte
con disprezzo. Voleva restare se stesso fino all’ultimo.
Del resto, aveva capito di essere un uomo morto, aveva
capito di essere stato tradito dai suoi “amici” e non gli in-
teressava più di morire. Voleva soltanto uscire di scena nel
migliore dei modi.
Quello stesso giorno fui anche testimone di una scena ag-
ghiacciante che a oggi mi è rimasta impressa. Sentii con le
mie proprie orecchie l’uomo politico chiedere al Cardinale:
“Ma non gli dai l’estrema unzione a questo povero cadave-
re?” In quell’attimo fu silenzio di tomba. Aveva impresso nel
viso il suo solito riconoscibile sorrisetto diabolico, cattivo,
di scherno, non violento, ma didascalico al tempo stesso. Un
ghigno di autosufficienza, di chi non guarda in faccia nes-
suno, trapelava attraverso le labbra sottili, e gli conferiva
l’aria di una bestia dotata di fine intelletto. Quella smorfia
di molliccio disprezzo, condita da ironica soddisfazione, era
a dir poco agghiacciante. Se avessi potuto, avrei estratto la
pistola e li avrei ammazzati tutti, quei luridi figli di puttana.
Avrei fatto un’ecatombe! Avrei voluto farli trovare nella stes-
sa situazione del disgraziato. Chissà come avrebbero reagito:
secondo me avrebbero supplicato come femminucce per poi
morire come dei porci. Io con il pensiero avevo già sparato
a tutti!
Il Cardinale, del tutto insensibile alla pietà e senza tra-
dire la benché minima emozione, fece il segno della croce
in maniera sbrigativa e disse delle parole eloquenti come un
epitaffio irridente e corrosivo: “Andiamo via che si è fatto
tardi”. Avevo appena assistito a un’eresia. In quel momento
191
provai una gran pena.
Il Cardinale non era un uomo di Dio, ma era un Diavolo a
servizio della Chiesa.
Quando l’adrenalina della giornata lasciò il posto alla
stanchezza, mi ritrovai solo con i miei pensieri e con le bu-
della aggrovigliate, sempre più convinto di essermi messo in
una situazione dalla quale non sarei uscito facilmente.
Mi tornava in mente una cantilena monotona e ripetitiva:
“perché ti ho ammazzato, povero scemo? Per che cosa sei
morto?”
Per tanto tempo ho rivisto nei miei incubi più segreti,
quella scena incancellabile. Vedevo quell’uomo, quel volto,
quel sorriso degradato e innocuo al tempo stesso, di chi sa di
essere definitivamente perduto, quel sangue e quelle persone
indegne.
Seppi da Lucchese che il cadavere era stato fatto scompa-
rire da Furnari e dai due palermitani, mentre le tre persone
sequestrare erano state liberate dopo circa un mese, in cam-
bio della sistemazione degli ingenti capitali di denaro.
Ero contento che il Bravo Generale si fosse salvato. Non
so da quale paese venisse, ma nutro qualche sospetto, anche
perché erano note certe fantomatiche operazioni in Sudame-
rica, estese poi a macchia di leopardo anche in altri paesi
latini.
Ricordo in particolare, che all’epoca ci furono diversi
tentativi di sequestri tra industriali e uomini politici del Su-
damerica, soprattutto in Argentina*, dove la Massoneria ave-
va consolidato le sue posizioni. Spesso tali “scompigli” erano
necessari per favorire l’assalto della nuova finanza, che aveva
come obiettivo la ricostruzione dopo il dissesto.
Ma cosa aveva da spartire Andreotti, fine politico e timo-
rato di Dio, con la casta?
Andreotti era fortemente invischiato nella finanza dello
Ior, tanto che il suo nome compariva (con diversi pseudoni-
mi: Julius, Roma) quattro volte sui cartellini dei conti segreti
della banca vaticana.
192
All’interno dello Ior transitavano miliardi in contanti,
criptabili solo attraverso dei cartellini, cui fanno riferimento
i codici, dunque si trattava ancora una volta di una ragnatela
clandestina difficile da scoprire.
Chi si chiede il perché Andreotti si sia sempre prodigato
per la Santa Sede, troverà in queste informazioni la risposta a
una parte dei suoi dubbi.
Non si tratta infatti né di informazioni pilotate, né tanto-
meno strumentalizzate, ma della Verità narrata in prima per-
sona da chi l’ha vissuta sulla sua pelle.

*L’Italia durante gli anni ’80 aveva rapporti serrati con tutto il Su-
damerica, nel bene e nel male. Fra le altre cose era in aperto conflitto
con l’Uruguay sul problema della vendita dei bambini. Ciò che risulta
evidente è che l’intreccio finanza, mafia, droga e speculazione era il car-
dine su cui poggiava la nostra Repubblica. Gelli, in virtù delle sue cono-
scenze, era in grado di ottenere la liberazione di prigionieri in Argentina,
soprattutto sindacalisti. Pare che il ministero degli Esteri abbia chiesto
il suo intervento in proposito. Gelli aveva rapporti d’amicizia con Peron
e ha imbrogliato mezzo mondo. Bignone (Reynaldo Benito Antonio), ex
militare, dittatore dal 1 luglio 1982 al 10 dicembre 1983 era amico di
Casaroli e Marcinkus.

Papa Paolo VI e l’omicidio Calvi

Nel passato, al vertice della Super Commissione c’era un


Cardinale, che con la sua straordinaria intelligenza è riuscito
a ingannare chiunque, al punto da farsi eleggere Papa.
 Sto parlando del Cardinal Montini, poi divenuto Papa col
nome di Paolo VI.
Da morto, ancora oggi, riesce a ingannare e farsi amare.
Durante il suo papato è riuscito a rinforzare ancora di più le
cinque Entità. Il Cardinal Macchi era intelligente e devotis-
simo a questo Papa e stava al vertice dell’Entità del Vaticano.
Anch’egli, come già accennato, apparteneva all’Ordine dei
193
Cavalieri del Santo Sepolcro. Anche Papa Paolo VI vi appar-
teneva quando era ancora cardinale.

Bene, per capire quanto questi pezzi deviati del Vatica-


no abbiano influenzato la vita politica ed economica italiana,
basti pensare che il cardinal Macchi ha decretato, insieme
agli uomini del vertice di tutte le Entità, la condanna a morte
del Dott. Roberto Calvi, attorno a cui vi erano dei Massoni
collegati a Cosa Nostra.
Lo dico perché l’ho visto con i miei occhi e l’ho sentito
con le mie orecchie. Io, il giorno in cui è stata decisa la mor-
te di Calvi, ero presente e ora racconterò come si è svolta la
torbida vicenda.
Calvi doveva essere estromesso dalla plancia di comando
e per fare ciò occorreva il benestare di tutte le Entità.
Quel giorno vidi di persona gli uomini al vertice di ogni
Entità incontrarsi nella villa di Michele Lucchese a Paderno
Dugnano, dove io avevo la residenza. Ci sarebbe stata una
riunione importante. Lucchese mi aveva detto: “Enzo, tu ri-
marrai nella stanza accanto e servirai le bevande, il caffè e
ogni altra cosa che ti verrà chiesta.”
In quegli incontri si celebrava ogni volta qualcosa di
estremamente importante e solenne: la vita stessa.
Era l’estate del 1981 ed erano presenti tutti: Bernardo
Provenzano, Messina Denaro Francesco, il vero braccio de-
stro del Triumvirato della Commissione di Cosa Nostra,  il
potente uomo politico, il Cardinal Macchi, il notaio Albano,
Francesco Nirta di San Luca... entrarono uno a uno, come se
stessero adempiendo a qualche prassi burocratica, per pre-
senziare a una squallida cena “statale”, dove il potere era di
casa.
Come al solito, il Comandante dei Carabinieri Giorgio
Donato, forniva la necessaria copertura e controllava il terri-
torio di Paderno Dugnano. Questo Maresciallo era talmente
fidato che Lucchese mi disse di aver intenzione di segnalarlo
a Messina Denaro Francesco, con l’intento di farlo diventa-
194
re fratello Massone, nell’interesse di Cosa Nostra. La Mafia
aveva capito che un uomo come lui era necessario a evitare
che si compromettessero certe dinamiche, quelle che per-
mettevano di irrorare i mercati illeciti attraverso arresti o la
“decapitazione” di personaggi chiave.
Il motivo della riunione era quello di porre rimedio a tutti
i danni che aveva causato il Dott. Calvi con la perdita di tan-
tissimi miliardi.

Dopo i soliti convenevoli, si misero attorno al tavolo accu-


ratamente imbandito e iniziarono a parlare. Ricordo che quel
giorno c’era un grande nervosismo ed erano tutti incazzati
neri. Calvi in quel momento era la loro centrale di pressio-
ne, addirittura saltarono il pranzo, rimasero in riunione dalle
11:00 di mattina fino a sera.
Ricordo di avere fatto una decina di volte il caffè per poi
appartarmi nella stanza accanto, dove non potevo fare a meno
di sentire tutte le cose che accadevano in quella specie di
bolgia luciferina, che era diventata la riunione.
Fra le altre cose, il Cardinale Macchi, riferendosi al Dott.
Calvi, pronunciò queste frase: “Gli ho garantito la mia pro-
tezione facendo ricadere la colpa su Marcinkus, ma questo
indegno non ha creduto! Lui è molto furbo.” con queste pa-
role si era decretata definitivamente la condanna a morte del
Dott. Calvi.
Insomma glielo avevano messo nel culo per benino,
l’avrebbero massacrato.

Il notaio Albano,
Andreotti, Brusca e Giuffrè

Vi siete mai chiesti il perché il notaio Albano non è stato


mai incriminato? Adesso ve lo dico io: questa persona è così
potente che solo a nominarlo mette paura! La sua potenza è
veramente impressionante! Questo notaio Albano, è quella
195
persona che ha avuto l’incarico dal suo fraterno amico, il Se-
natore Giulio Andreotti, di portare come regalo di nozze un
pregiato vassoio d’argento alla figlia di uno dei fratelli Salvo,
uomini d’onore della famiglia di Salemi (Trapani) in stret-
tissimi rapporti di amicizia e di affari con l’onorevole Salvo
Lima, poi ucciso. Il notaio Albano ha testimoniato al proces-
so Andreotti e non ha potuto fare a meno di confermare alla
corte che il regalo è stato mandato veramente da Andreotti.
Si noti bene che il notaio Albano è nato a Borgetto, un paese
della provincia di Palermo vicino al paese di San Giuseppe
Jato, lo stesso paese dove è nato Giovanni Brusca che lo ha
chiamato in causa per quanto concerne il vassoio d’argento.
Però i conti non tornano.
Come mai Giovanni Brusca figlioccio di Totò Riina che
come importanza e spessore dentro “Cosa Nostra” era su-
periore a me, non ha mai parlato di altri episodi importanti
che vanno oltre l’episodio del vassoio d’argento? Come mai il
Brusca non ha mai fatto riferimento di tutti gli immensi pa-
trimoni che ha gestito il notaio Albano? Come mai il Brusca
non ha invitato i Magistrati a indagare su tutti gli atti nota-
rili che ha fatto il notaio Albano? (Speriamo che questi atti
notarili non scompaiano come è scomparso il cadavere del
Turco complice di Ali Agca e L’Agenda Rossa) Il Brusca non
ha detto tutta la verità che sapeva sul notaio, ma molta l’ha
tenuta per sé. Questo terribile assassino dovrebbe essere te-
nuto lontano da Giuffrè e da altri collaboratori di giustizia di
grande spessore del programma di protezione in quanto fino
adesso non hanno collaborato pienamente con i Magistrati.
Vi faccio anche presente che il Dott. Borsellino aveva inizia-
to a indagare sul notaio Albano, su Andreotti, su Marcinkus
a 360 gradi.

Il notaio Albano

Il “famoso” notaio Albano, nativo di Borgetto, un paese


196
della provincia di Palermo, era sposato con una donna sla-
va e aveva adottato una figlia. Faceva parte dell’Ordine dei
Cavalieri del Santo Sepolcro, insieme a Marcinkus. Era pure
amico fraterno del noto Architetto Toro di Corleone, di cui
curava gli interessi economici e soprattutto compare dei cu-
gini Salvo, gli esattori e uomini d’onore.
Dentro il Vaticano era di casa, ed era la persona giusta,
anzi il naturale collegamento tra l’Entità di Cosa Nostra e
l’Entità del Vaticano.
In presenza del Cardinale, del segretario della Banca Va-
ticana Marcinkus e del notaio Albano, presi la valigia piena
di soldi e con le mie mani la collocai dentro il bagagliaio
della macchina con la targa diplomatica del Vaticano.
Paul Casimir Marcinkus, il prete della Chicago di Al Ca-
pone, era un omone sui generis, introdotto al potere da papa
Pio XII. Divenuto cardinale, fu l’uomo di contatto fra Usa e
Vaticano e dunque fra l’Entità Chiesa e gli uomini più in-
fluenti degli alti palazzi.
In quanto americano, non poteva far parte dell’Entità. Era
solo uno strumento del Cardinale e del notaio Albano, i quali
sfruttavano il suo genio nell’amministrazione della Banca e
le conoscenze e i contatti che aveva a livello internaziona-
le. Sfruttavano anche la sua ingenuità, uno su tutti Giovanni
Battista Montini, il futuro Papa Paolo VI, che si insediò in
Vaticano dopo Giovanni XXIII, il quale affidò il compito al
vescovo di avviare una politica aggressiva e spregiudicata.

Lo sgarro al Lucchese

C’è solo una piccola differenza fra il fato e la casualità:


scaturiscono ambedue dall’errore.
Come tutte le famiglie, anche quella di Lucchese aveva
un album di famiglia. Nel suo, una persona su tutte era estre-
mamente “sacra”: la figlia!
Io ero davvero un uomo di casa per il Lucchese, forse
197
troppo e siccome l’occasione fa l’uomo ladro, la vicinanza
eccessiva a Lucchese, mi portò a “rubare” qualcosa che gli
apparteneva: la figlia. Peccato non aver preventivato che nel
mondo della mafia, l’intreccio fra affetti, gerarchia e affari è
uno dei tabù più forti.
La mia attrazione per le donne è da sempre stata morbo-
sa, peggio di una droga, al punto da rendermi poco lucido e
totalmente vulnerabile anche quando avrei dovuto mantene-
re il pieno possesso delle mie facoltà mentali. Spesso in pas-
sato mi sono lasciato travolgere da una passione difficile da
arginare, ma mai ero arrivato a contravvenire in maniera così
palesemente spudorata, a una delle regole ancestrali della
“famiglia”.
Se fossi stato con una donna qualsiasi, non sarebbe acca-
duto niente, ma quel pericoloso intreccio, quel fottuto legame
fatale, avrebbe condizionato il resto della mia vita e della mia
carriera mafiosa, nel bene e nel male. Non so se in quel mo-
mento ero io la pedina o erano gli altri, so solo che la mossa
sbagliata mi portò allo scacco matto.
Il Lucchese, pupillo di Messina Denaro, mi invitava
spesso e volentieri a cena a casa sua. Sua figlia continuava
a starmi addosso. Cercava di attirare la mia attenzione. Si
vedeva che le interessavo. Ma io mica potevo accettare la
sua corte. Io ero sposato e avevo tre figlie; lei invece aveva
un carattere deciso e sfrontato, corroborato da un pedigree di
tutto rispetto. Credo che volesse scegliersi gli uomini da sola
e nello stesso tempo accontentare suo padre. A lei piaceva-
no i tipi forti, decisi, determinati, magari con un pizzico di
cattiveria. E invece papà gli aveva messo accanto un ragazzo
bravo, timido, tutto il contrario di me. Questa cosa proprio
era inspiegabile, non che avesse avuto bisogno di scegliere
un uomo cui risucchiare potere o la posizione sociale, vista
la sua discendenza, ma per lo meno il padre poteva sceglier-
le un uomo meno coglione! Bah, evidentemente era certo di
poter gestire meglio un coglione anziché un vero uomo come
me.
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La bella principessa era attratta da chi le stava alla pari.
E seduta dall’alto del suo trono, governava con le cosce un
esercito clandestino di uomini, che il padre neanche sospet-
tava esistesse. Peccato che dava sempre un calcione a questi
uomini o presunti tali, senza mai permettere loro di sedersi
al suo fianco, almeno fino a quando non incontrò me. Da quel
momento non volle regnare incontrastata e silenziosa, come
aveva fatto prima, soprattutto per timore reverenziale verso il
padre, così decise di correre il rischio di “sporcarsi le mani”
per vivere una volta tanto di testa sua. Come darle torto del
resto? Chiedeva solo di far provare al suo cuore le palpitazio-
ni del piacere più cieco e per farlo, avrebbe rischiato la sua
vita e sfidato ogni pudore.
Mi faceva capire che di questo fidanzato era scontenta
e che gli uomini voleva sceglierseli da sola. Lei mi piace-
va tantissimo, ma non al punto di farmi ammazzare per una
scopata. Nessuna donna valeva tanto. Però ogni tanto ci pen-
savo. Era di una bellezza insolente, provocante senza essere
volgare. Io avevo 25 anni, un tasso di testosterone alle stelle
e non resistevo quando accavallava le sue lunghe gambe da
femmina, sperando che notassi l’autoreggente. Lei faceva la
distratta con il padre e mi puntava gli occhi addosso sen-
za abbassare lo sguardo, esasperando allo stesso tempo quel
cinismo tipico della femmina cortigiana, disinvolta nel fare
incetta di uomini.
Quella donna trasmetteva sesso solo a guardarla! Aveva
una femminilità e un’ambizione famelica che cercava di ma-
scherare volutamente dietro un’apparenza docile!

Io, la fissa di Cosa Nostra per le donne, cioè quella di non


toccare le mogli, le figlie degli uomini d’onore la trovavo un
poco esagerata. I tempi cambiano e le donne vanno con chi gli
pare. In poche parole, ero eccitato. La figlia di un uomo cui
dovevo sottostare, la donna proibita, giovane bella si offriva
spudoratamente a me. Non avevo mai conosciuto una donna
così. Un cavallo di razza, fine, carina, ben educata, che mo-
199
strava apertamente cosa voleva: e voleva me, esclusivamente
me per raggiungere i punti più alti della sua eccitazione di
giovane donna, senza porsi il problema di superare i limiti
della decenza, che una come lei avrebbe dovuto porsi.
Inizialmente era per me una specie di pensiero fisso, stu-
pendo, che cercavo di mantenere tale perché sicuramente
il pensiero non era pericoloso quanto l’atto. Però quando la
guardavo mi si scioglieva il sangue nelle vene ed era diven-
tato sempre più difficile per me mantenere una faccia inal-
terata.
All’inizio c’era solo una certa convergenza fra di noi, uno
scambio simmetrico di parole di circostanza, ma ben presto
le cose presero una piega diversa e assai pericolosa, che mi
avrebbero esposto a guai seri, molto seri e a essere sinceri
l’idea di essere scoperto dal Lucchese mi ossessionava. A
quel punto era tuttavia già troppo tardi perché la meta ses-
suale aveva trasfigurato la mia vita e non ero riuscito a man-
tenere le debite distanze, facendomi coinvolgere, come ogni
volta che vedevo una donna del suo calibro.

“Dobbiamo stare attenti, tuo padre è un amico e non vo-


glio farlo soffrire.” le dissi che con la sua mentalità di sici-
liano “antico” non avrebbe mai accettato che una figlia, per
altro già promessa sposa, si mettesse con me, che oltretutto
ero sposato. Non gli rivelai il mio vero timore. Lei mi disse:
“non ti preoccupare per mio padre, ci penso io”. Era convin-
tissima di poterlo gestire come voleva, ma lei non aveva un
motivo forte come il mio per nascondere una relazione. Non
sapeva che rischiavo la vita. Io sì!
Quando suo padre era in ufficio, noi due andavamo nell’al-
tra villa. Facevamo l’amore. Lei mi preparava un drink e poi
si dimenava come un’assassina, smaniando quando sentiva
le canzoni di Mina. Qualche volta litigavamo. Ho scoperto
che le piacevo perfino se mi incazzavo. Apprezzava il mio
temperamento. Mi sussurrava “io di te sono innamorata an-
che perché sei cattivo, nervoso. Mi piaci quando ti vedo ner-
200
voso”. Grazie, per forza ero nervoso. Ogni tanto pensavo al
rischio che correvo. Un giorno stavo con lei nel nostro rifugio
di primo pomeriggio. Chissà come mai quel giorno sprizzava
energia da tutti i pori e la cosa mi aveva eccitato oltre misura.
Nella camera al secondo piano, sul letto ci baciavamo, con
i nostri corpi intrecciati nella penombra. Le tolsi la sottana
che appena le copriva l’inguine e iniziai a baciarla. Aveva
una pelle perlata e morbida al tatto, talmente candida che
pareva latte.
Armeggiando smaniosamente, mi sfilò i pantaloni in men
che non si dicesse, con un gesto autoritario il possesso fu
immediato.
Le cose andavano bene tra noi, eravamo innamorati e io
me ne fregavo delle regole e di Cosa Nostra. Quella ragazza
mi piaceva proprio, sapeva prendermi. Aveva carattere e in-
telligenza. Facemmo l’amore e poi restammo un poco a ridere
e scherzare. Andai in bagno, mi lavai e mi infilai gli slip. Sta-
vo ancora mezzo dentro e mezzo fuori, quando all’improvviso
si aprì la porta ed entrò suo padre con una pistola in mano!
Mi si gelò il sangue nelle vene mentre ero inondato da un ri-
volo di sudore freddo. Sicuramente qualcuno ci aveva visti e
glielo aveva riferito. Parecchia gente lavorava per la sua ditta
o per la famiglia. Aveva aperto la porta al piano di sotto con la
sua chiave, era salito su per le scale in silenzio per sorpren-
derci e c’era proprio riuscito. Minchia, era finita pensai, con
una tensione tale da spezzare i nervi! Non avevo la pistola
con me, non c’era motivo di girare armato quando mi incon-
travo con l’amore mio. Il padre rimase immobile sull’uscio,
senza neanche parlare. Totalmente imbambolato: era alto e
grosso e quasi mi faceva pena vederlo così. La voce non gli
usciva dalla bocca. Gli occhi erano in fiamme, ansimava, ma
dalla sua silenziosa rabbia traspariva tutto l’odio che provava
verso di me, per non averlo rispettato.
Un uomo riservato deve guadagnarsi il rispetto, deve sa-
pere stare al suo posto in ogni momento e non tradire le rego-
le d’onore, una su tutte quella della fedeltà. Io avevo infranto
201
questi semplici comandi per colpa di una scopata e meritavo
di morire. Mi puntò la pistola in faccia. L’uomo che credeva
un amico, l’uomo che aveva accolto e trattato come un figlio
(lui figli maschi non ne aveva) lo aveva tradito come il peg-
giore degli infami: fottendogli la figlia. “Tu, proprio tu” mi
disse, tenendo incollata l’arma sulla mia tempia.
Gemeva frasi insensate, tenendo strette le labbra in quel-
lo che sembrava una specie di sorriso “puntuto” e mi guarda-
va con tale rancore che se solo si fosse potuto materializzare,
io sarei stato incenerito all’istante.
Sapevo di essere un uomo perduto. Niente avrebbe potuto
salvarmi: mi ero fottuto con le mie stesse mani. Sfioravo già il
senso della morte imminente e quasi mi sembrava di vivere
dentro uno psicodramma di Dostoevskij. Eppure non era una
favola, né una farsa.
Ero rassegnato a morire ma proprio non accettavo di fini-
re così, in quel modo stupido e assurdo.
Voleva spararmi, erano questioni di attimi e mi avrebbe
sparato, doveva solo premere quel fottuto grilletto! Ma sua fi-
glia che si copriva le tette con le mani, vergognandosi di stare
nuda davanti a suo padre, mi restava avvinghiata addosso,
mi copriva con il suo corpo. In quella situazione così cretina,
capì almeno che qualcosa di bello c’era. Mi amava! “Se lo
ammazzi, devi ammazzare anche a me!” disse “Cosa vuoi che
mi inginocchi al tuo cospetto come fanno tutti, renderti onore
e dirti sempre e solo sì?” mi sentivo un deficiente, ma al tem-
po stesso ero incazzato e volevo uscire al più presto da quella
situazione rischiosa e imbarazzante. La mia donna sfidava il
padre con lo sguardo. Era proprio sua figlia, gli assomigliava
negli atteggiamenti, nel carattere e nel coraggio. Lui restò lì
con la pistola puntata senza parlare, come un’animale rin-
ghioso.
Poi urlò “Puttana, puttana, di tanti uomini proprio a lui
dovevi sculettare! Non meriti di vivere”sSputò in faccia a sua
figlia. La presenza della ragazza lo paralizzava, non riusci-
va a decidere, ma io non potevo nascondermi dietro a una
202
donna, dovevo fare l’uomo. Con tutta l’adrenalina che avevo
nel corpo, quasi fossi una pila elettrica, spostai bruscamente
la ragazza, ma lei mi si attaccò addosso. La spinsi e me ne
liberai per qualche secondo. Sfidai il padre, “sparassi, avanti
sparassi” dissi senza indietreggiare di un passo “voglio vede-
re i proiettili addosso e sui muri. Vossia è un uomo d’onore,
non si deve preoccupare, merito di morire, ammetto la mia
debolezza, non glielo dovevo fare questo”. Mostravo rispetto
all’uomo che mi voleva ammazzare. Intanto sua figlia si gettò
di nuovo su di me e urlava, “no, no,” al padre. “Se lo ammaz-
zi devi sparare anche a me, perché io non sto zitta, vado dalla
polizia.” suo padre gli sputò in faccia ancora una volta. Se
voleva umiliarla non ci era riuscito. Lei aveva infatti deciso
di rivendicare i suoi diritti, da sempre degradati perché frutto
esclusivo dei capricci del padre e si preoccupò soprattutto di
salvarmi. Il padre le disse: “Vattene via è un affare fra me e
Enzo.”
“Non me ne vado, se lo ammazzi devi ammazzare pure a
me, sennò ti denuncio.” urlò a quel padre che l’aveva sempre
dominata. Credo che si sarebbe lasciata ammazzare, pur di
essere coerente con il suo sentimento, una volta tanto nella
vita. Il padre era combattuto. Doveva uccidermi, non c’era
niente da fare, il codice d’onore gli imponeva di sparare a me
e a sua figlia, se fosse rimasta viva lei avrebbe parlato e lui
non voleva ucciderla. In lui però il sentimento prevalse sulla
ragione. Le donne sono donne e di certe leggi d’onore se ne
fregano. Alla fine con la pistola puntata mi disse: “Tu sei uno
sporco vigliacco, hai tradito la mia amicizia e il mio onore, e
io sono più vigliacco di te che non ti uccido, siamo vigliacchi
tutti e due, ma tu più di me”. Fece una pausa e sputò di nuo-
vo addosso a sua figlia. Poi mi disse: “Te ne devi andare via
da Milano, perché io te la perdono ora, ma se ti vedo domani
ti sparo. Non dobbiamo vederci più. Troverò una scusa a lu
zu Cicciu (Francesco Messina Denaro) e gli dirò che è me-
glio che tu vieni sostituito a lavorare all’aeroporto. Ci penso
io. Questo fatto rimarrà un segreto fra me tu e mia figlia. Mi
203
devi promettere che non vi incontrerete mai più. Tra di voi è
finita. Promettimelo davanti a mia figlia.” risposi “Vossia ha
la mia parola.”
“Ora salutatevi per l’ultima volta”. Mi avvicinai alla ra-
gazza e ci abbracciamo, ma questa volta la baciai sulle labbra
davanti a suo padre. Mi aveva risparmiato, ma il mio futuro
dipendeva dal suo silenzio. Guardai l’amore mio ancora una
volta e me ne andai.

Codice d’onore

Quando decidi di seguire una strada, ti trovi immediata-


mente davanti un bivio, per cui sei costretto a scegliere dove
vuoi andare e chi vuoi essere. Se decidi di fare il delinquente
“autonomo” sei libero di farlo. Potrai fare rapine, spacciare,
guadagnare per un certo periodo di tempo, ma puoi stare cer-
to che prima o poi ti prenderanno e ti massacreranno appena
giri le spalle; se invece ti affidi alle mani di Cosa Nostra avrai
solo protezione, almeno fino a quando sarai in grado di ren-
derti indispensabile.

Il codice d’onore è una mistura di regole comportamentali


ben precise dettate dalla famiglia. Una di questa è che fra
uomini d’onore bisogna dire sempre la verità. Ma vi assicuro
che è una grande bugia. Nessuno dice la verità e i mafiosi lo
sanno bene, tanto che una delle prime regole che ti insegna
Cosa Nostra è quella di far prevalere la ragione su ogni cosa
e tacere anche davanti all’evidenza dei fatti.
Tu però non puoi cambiare le regole e se fai qualcosa
fuori da esse, puoi aspettarti di tutto. Per la Mafia comunque,
l’accettazione di certe regole, per assurde che esse siano,
fa la differenza fra uomo normale e uomo d’onore. L’uomo
d’onore si presta a uno scambio, a un patto di sangue, così
il picciotto scelto, l’uomo riservato come me per intenderci,
deve rappresentare tutto ciò che il boss gli chiede di rappre-
204
sentare: prendere o lasciare.
Il codice d’onore prevede di istillare nei suoi affiliati po-
chi chiari comandi: il sospetto perenne, il potere su tutto, la
diplomazia e in ultima analisi la fredda ferocia. Tutte regole
che avevo fatte mie nel corso degli anni e che in parte con-
dividevo.
Su tutte però mi convinceva quella che riguardava la “Fa-
miglia”, punto cardine dell’intera organizzazione. La famiglia
è tutto, bisogna seguirla fino in fondo anche quando si incu-
nea in una direzione sbagliata. Anzi è proprio allora che un
uomo d’onore deve dare prova del suo totale asservimento e
della sua fedeltà incondizionata. La famiglia ti impone delle
linee guida che devi seguire, ti dice chi devi rispettare e chi
devi disprezzare, poco importa se ti impone di pisciare sul
cadavere di tua madre. Tu lo devi fare e basta! Diciamo che
per un uomo come me, padre di 11 figli, l’idea di una famiglia
avvolgente e protettiva fino alla morte, non era proprio male.
Dopo aver tradito la fiducia di Lucchese, cominciai a in-
terrogarmi su tutte le altre regole, fino a comprenderne la re-
ale pericolosità. Avevo commesso un passo falso e tutto d’un
tratto mi ritrovai solo, in pericolo di vita e scaraventato in un
paese straniero.

La Germania

Ogni parola, in ogni gesto, ogni pausa o risata di Vincen-


zo, trasudano una forza picaresca che seduce chiunque. La sua
vita a stretto contatto con la potente famiglia ha coinciso e si
è spesso incrociata con i fatti storici, di cui lui stesso è stato
protagonista. Tutto l’arco temporale della sua vita rappresenta
egregiamente il paradigma del degrado e della trasformazio-
ne. Così dopo un’infanzia “amorale” subentra la prima giovi-
nezza, in cui l’immoralità diventa fatto accettato e parte inte-
grante di una società, che impone la sua ideologia “morale”
in una città, Castelvetrano, intrisa di mafia fino al midollo,
205
in cui crescere secondo certi dettami, scarsamente alfabeti e
propensi a delinquere, non solo è normale, ma addirittura fa
comodo.
Ho sempre rubato per necessità, per soldi o per il gusto
della trasgressione, mai per cattiveria. Io non sono come la
tigre che certe volte uccide per divertimento, ma come il le-
one che lo fa per necessità.
A volte, a dire il vero, ero scosso pure da sentimenti di
vera pietà e tenerezza verso le mie vittime. Ricordo che una
volta, durante una rapina, un uomo di circa 50 anni era let-
teralmente terrorizzato da me. Io dovevo recitare la parte
del cattivo altrimenti non avrei avuto credibilità, ma lui era
sbiancato in preda alla nevrosi e non dava segni di ripresa.
Aveva quasi la bava alla bocca per la paura. Mi fermai bru-
scamente, riposi la pistola dentro i pantaloni e lo accarezzai,
dicendogli che non gli avrei fatto male. Io volevo solo i soldi,
non volevo fare male a nessuno.
Dopo essermi licenziato dall’aeroporto, mi trasferii in
Germania da mio cognato Biagio, e precisamente nel mese
di maggio del 1982. Mio cognato mi ospitò a casa sua (vicino
a Stoccarda) nel sud della Germania. Mi portò fuori a diver-
tirmi fin dalle prime sere, mi fece conoscere i suoi amici,
mi presentò anche delle ragazze. Una si chiamava Marina,
all’italiana, anche se era una tedesca classica, castana con
gli occhi azzurri, culo a mandolino e fianchi pieni, su cui
affondare le mani. Suo padre era venuto in Italia con l’eser-
cito, durante la guerra, si era innamorato di una italiana, che
però aveva dovuto lasciare quando i tedeschi si erano ritirati.
Gli era rimasto un amore romantico per l’Italia e aveva dato
alla figlia un nome Italiano. Finita la guerra il vecchio aveva
aperto una birreria a Horb. Col tempo era diventata un luogo
di riferimento per gli emigranti e si era riempita di italiani.
Marina crescendo e frequentando quegli ambienti, spinta dal
padre, aveva imparato a parlare la nostra lingua. La trovai su-
bito carina, insolita. Tanto per cominciare fisicamente era il
mio tipo. Appena più bassa di me, perciò abbastanza alta per
206
essere una donna, snella, atletica e allo stesso tempo formo-
sa. Aveva due tette che mi girava la testa solo a guardarle. Poi
era aggressiva, forte, pragmatica oltre misura. Non era certo
il tipo di ragazza che chiede protezione. Piuttosto sfidava il
suo uomo a starle alla pari, puntando su un potere seduttivo
intimidatorio e ostentazione di sicurezza. Mi incuriosiva il
fatto che conosceva il karate, aveva preso lezioni per anni, e
raccontò di averlo usato in più di una occasione. Marina era
anche disinvolta, per cui se uno gli piaceva se lo prendeva e
basta. La sera che ci conoscemmo facemmo all’amore e usò
tutta la sua violentissima sensualità per farmi capire che non
scherzava, guardandomi con certi occhi torvi e seri che sem-
bravano quasi cattivi.
Pochi giorni dopo mi trasferii da lei, anzi, nella casa di
uno dei suoi due fratelli, Erik. Lui era latitante per non so
quale reato e lei mi disse che voleva aiutarlo a nasconderlo.
Ne parlammo un paio di giorni, finché mi convinsi a spedirlo
in Sicilia a un indirizzo di fiducia. Con la mia raccomandazio-
ne lo mandai da amici di Castelvetrano e così io e sua sorella
ci trasferimmo nel suo appartamento. Come sistemazione non
era male. Stavo in Germania, con una bella ragazza, in una
bella casa, meglio di così... Marina mi piaceva fisicamente, e
caratterialmente. La tedesca prima di conoscere me, rubava,
faceva gli scassi nelle fabbriche e negli uffici, a volte da sola,
a volte insieme al fratello. Sapeva essere decisa e fredda se
doveva compiere un furto, però con me si mostrava piuttosto
passionale, e gli piaceva la mia forza.
Più la conoscevo più mi rendevo conto che era davvero
brava a delinquere, più brava di un uomo ed ero certo che la-
vorare con lei sarebbe stato divertente, quasi fossimo i nuovi
Bonny e Clide.
Marina era anche una perfezionista, quelle persone che
sanno ciò che vogliono e lavorano freddamente di cesello per
far sì che tutto sia curato nei minimi dettagli. Dal mio punto
di vista però aveva un solo grande difetto. Voleva un figlio a
ogni costo, e secondo lei, io ero l’uomo ideale per dargliene
207
uno.
Ci conoscevamo da una settimana e già mi parlava di fi-
gli. Ora io avevo già tre bambine in Italia, e nessuna inten-
zione di mettere incinta una tedesca che appena conoscevo,
mi sembrava proprio assurdo. Per chiarire le cose le imposi
di prendere la pillola. Quando facevamo l’amore, controlla-
vo che lo facesse, domandavo: “ma tu le pillole le prendi?”
“Sì Enzo, le prendo”, mi rassicurava, e ne inghiottiva una
davanti a me. Sempre meglio non fidarsi pensavo. Insieme
vedevamo gli amici di mio cognato e ogni tanto si aggregava
anche l’altro fratello di Marina, Karl. Lui si sentiva la tempra
del rapinatore, si vantava dei suoi furti, dei soldi che rubava.
Era un pezzo d’uomo, alto forte, il tipo con il quale non biso-
gna mai litigare. Siccome il tedesco io non lo capivo, Marina
faceva la traduzione e confermava i racconti del fratello. Karl
era duro, freddo e pragmatico oltre misura. Forse più spaval-
do che coraggioso, ma insomma poteva tornare utile. Io ogni
tanto telefonavo in Sicilia per seguire i miei affari, e così
venni a sapere dal mio avvocato Gino Pantaleo che dovevo
assolutamente tirare fuori venti milioni di lire perché il mio
processo in cassazione per l’omicidio Tilotta era quasi alle
porte (ero stato condannato a 15 anni per questo omicidio che
in realtà non avevo commesso). Però soldi non ne avevo così
tanti. La maggior parte me li ero sputtanati al casinò, alle bi-
sche clandestine e alle corse dei cavalli. Il resto li avevo dati
alla mia famiglia, qualcosa mi ero portato in Germania. Venti
milioni in quel momento non sapevo dove andarli a prendere.
Di tornare a Castelvetrano per un lavoretto non se ne parlava.
A parte il fatto che dovevo starmene lontano come aveva det-
to il mio padrino, mi ci voleva troppo tempo per raccogliere
quella cifra. Prestiti non volevo chiederne, perché era come
ammettere che mi amministravo male, e un uomo d’onore, se-
condo l’antico ritegno, non deve mai sottolineare le sue debo-
lezze. In fondo l’avvocato me lo aveva detto di risparmiare.
Perciò, pensai di togliermi dai guai con una bella rapina
in Germania senza dire niente alla “Famiglia”.
208
Le armi potevo procurarmele in Sicilia, conoscevo bene
i depositi in cui poterle reperire senza troppe difficoltà. Per
una rapina in banca servivano pistole, e io ne avevo diver-
se nascoste nella campagna di mio padre. A dare la spinta
definitiva al progetto fu una notizia che non mi aspettavo e
non c’entrava niente con le grane giudiziarie. Arrivò dopo un
mese e mezzo che stavo in Germania. Una mattina all’inizio
di Luglio, Marina uscì molto presto e rientrò a casa verso
mezzogiorno. La sera prima avevamo fatto tardi e io ancora
sonnecchiavo. Mi venne vicino sorridente e disse: “Enzo, al-
zati, dobbiamo festeggiare. Dobbiamo festeggiare!”
“E che dobbiamo festeggiare?”
“Ho fatto le analisi, sono incinta.” lo annunciò con l’aria
più contenta del mondo. Minchia, se voleva farmi incazzare
c’era riuscita.
“Ma che incinta? Sei scema? Che ti inventi?”
“No, no, sono incinta.”
“E le pillole, non prendi le pillole ogni sera? Come fai a
essere incinta?”
“Ho preso quelle per il mal di testa. Volevo un figlio, te
l’ho detto, e poi da un Siciliano come te.”
Urlai, minacciai con la voce resa cavernosa dall’ira e lei
se ne restò tranquilla come niente fosse, a prendersi quin-
tali di insulti. Ma era decisa! Sembrava non fotterle niente
dell’escalation delle mie intimidazioni, erano parole, parole,
parole che contavano meno dell’aria fritta.
“Enzo, se non lo vuoi, mi devi ammazzare. Ho sempre
sognato di avere un figlio da un Italiano. Mio padre ama gli
Italiani.”
“Ma che cazzo c’entra tuo padre?”
“Sì, sì, c’entra,” mi dice “e adesso sono incinta di te, che
è ancora meglio e più bello.”
Cosa dovevo fare, strozzarla? Lei mi piaceva, un poco di
sentimento l’avevo. Su queste cose poi le donne fanno e de-
cidono come vogliono, si prendono quello che gli pare. L’uni-
ca soluzione era trovare i soldi per pagare il funzionario e
209
mantenere Marina e il bambino abbastanza a lungo da per-
mettermi di rientrare in Italia tranquillo. Poi in Germania,
sistemate le cose ci sarei ritornato. Nei giorni successivi mi
recai a Rottweil per osservare la banca. Di fuori mi sembrava
una cosina tranquilla.
Provai a entrare in banca diverse volte, giusto per studia-
re meglio ogni possibile via di accesso e di fuga e cercai di
imparare il copione più che potevo.
Il primo giorno mi misi in fila pazientemente con l’obiet-
tivo di capire le abitudini del personale: cercavo infatti di
individuare un anello debole che potesse facilitare l’opera-
zione. Poi, una volta a casa, ci riunivamo per definire atten-
tamente ogni singolo passo.
Forse dentro c’era un sistema d’allarme, che però non mi
preoccupava nemmeno un po’. Bastava passare attraverso la
porta blindata che si apriva lasciando passare una persona
per volta e poi passare all’attacco.
Finiti i primi sopralluoghi, decisi che per evitare brutte
sorprese, sarei dovuto entrare insieme a un impiegato prima
dell’apertura. Tornai alle 7 di mattina e mi piazzai davanti
alla banca per osservare i movimenti. Controllai per diversi
giorni di fila e notai che il direttore della banca arrivava ogni
giorno alle 7 e mezza, mezzora prima dell’apertura. In un’ora
di punta mandai dentro Marina a chiedere informazioni per
aprire un conto. Mi raccontò che non si vedevano telecame-
re, disse che i soldi stavano dentro la camera blindata. Per
aprirla ci voleva proprio l’impiegato, cosa che rafforzò il mio
piano iniziale. Organizzai un viaggio in Sicilia con Marina,
per recuperare le armi. A Castelvetrano ci fermammo in un
albergo, non mi feci vedere dai miei a casa. Presi due pisto-
le che avevo sotterrato nella campagna di mio padre. Una
Beretta semiautomatica 7,65 e una calibro 38 a tamburo. Ci
fermammo due giorni e nell’occasione portai Marina al mare.
Poi tornammo indietro sempre in treno perché c’era il pro-
blema di far passare le pistole alla frontiera e il treno era
più sicuro. Al confine, Marina si nascose le pistole addosso,
210
una pistola infilata nella cintura dei pantaloni sul davanti,
l’altra dietro la schiena. Le guardie che controllavano baga-
gli e passeggeri non pensarono perquisirla. Lei tenne un at-
teggiamento normale, di assoluta tranquillità. Mi piaceva la
sua aria indifferente nel pericolo, e mi fece pensare che la
rapina sarebbe andata bene, perché eravamo tutti all’altezza.
Io, Karl e Marina decidemmo di usare una macchina a noleg-
gio. La sera prima della rapina raccomandai di togliere dal
nostro abbigliamento anelli, stemmi, documenti e ogni cosa
che poteva portare al riconoscimento. Per camuffarci non oc-
correva molta fatica. In quel posto non ci conosceva nessuno.
Mi tinsi di nero i capelli e i baffetti che mi ero fatto crescere
negli ultimi tempi. Ero abbronzato con la pelle scura, volevo
sembrare un Turco. Insomma, straniero ma non Italiano. In
zona abitavano molti operai Turchi e così conciato potevano
scambiarmi per uno di loro. Marina noleggiò una Ford Fie-
sta rossa. Partimmo da casa alle sei di mattina e arrivammo
a destinazione oltre un’ora prima dell’apertura della banca:
una Sparkasse. Davanti alla facciata principale c’era una col-
linetta coperta di alberi. Ci girammo intorno e nascondemmo
la macchina nel boschetto, sul versante opposto, dove partiva
una stradina asfaltata che portava all’autostrada in cinque
minuti. Nessun cliente o testimone poteva vedere l’auto e la
stradina. Invece noi, a rapina compiuta, dovevamo raggiun-
gere l’auto a piedi e sparire mentre la polizia ci cercava chis-
sà dove. Anche Karl e Marina erano camuffati. Al mio trave-
stimento avevo aggiunto gli occhiali, un tocco in più. Sapevo
che i testimoni ricordano sempre particolari irrilevanti, dif-
ficilmente riescono a ricostruire i lineamenti di un rapina-
tore. Gli restano in mente i baffi, le orecchie, gli occhiali e
tanto meglio se sono finti. Non ho mai visto un identikit che
somigliava alla faccia del bandito. Ci piazzammo ognuno al
suo posto e alle sette e tre quarti arrivò l’impiegato-direttore,
si fermò davanti alla porta e tirò fuori le chiavi. Subito noi
tre ci accostammo. Impugnai la pistola e gliela puntai sulla
schiena, lui la sentì benissimo. Karl gli disse di stare calmo
211
che non succedeva niente. Entrammo insieme in quattro e
chiudemmo la porta. L’impiegato si spaventò per la pistola,
forse nessuno l’aveva rapinato prima. Era un uomo grande e
grosso, come Karl, pesava 15 chilogrammi abbondanti più di
me, e mi guardava terrorizzato, anzi guardava la mia pistola
con il timore che gli potessi sparare da un momento all’altro.
Io mi mostravo nervoso, agitato, ma in realtà ero calmissimo.
Volevo solo che facesse in fretta e non tentasse mosse strane.
Per tranquillizzarlo ogni tanto gli dicevo Arkatasc, Arkatasc,
che in Turco vuol dire amico. L’unica parola che pronunciai
in sua presenza. Puntandogli sempre la schiena, lo guidai
verso la cassaforte. Prima però c’erano due porte blindate,
e il tizio ci mise parecchio ad aprirle, agitato com’era. Per-
demmo quasi dieci minuti, solo per arrivare ai soldi. Quando
la cassaforte fu sbloccata, Karl e Marina raccolsero i soldi
e li infilarono in due borse che ci portavamo dietro. Marina
e il fratello lavorarono in fretta e nel frattempo l’impiegato
rimase fermo da una parte. Lo tenevo sotto tiro, non volevo
rischiare che ci aggredisse. Non so se dipendesse dalla paura
o il fatto che si vedeva molto più grosso di me, fatto sta che
ogni tanto muoveva gli occhi e si irrigidiva come per saltarmi
addosso. Prima controllava Karl e se lo vedeva impegnato si
girava verso di me. Un paio di volte gli puntai la pistola in
faccia e gli feci segno di stare fermo. Mi vide attento e deciso,
e lasciò perdere.
Raccolti i soldi ci avviammo all’uscita, e davanti alla por-
ta trovammo un grave impiccio. Ci avevamo messo più del
previsto a raggiungere la cassaforte e nel frattempo si era fat-
ta ora di aprire. Una piccola folla aspettava davanti all’entra-
ta. La sola via di fuga era impedita dai clienti, puntuali come
svizzeri. Non avevamo previsto che per scappare bisognava
passare in mezzo alla gente. Karl disse all’impiegato di uscire
con me. “Fai finta di conoscerlo come se foste amici, perché
è un turco pericoloso, se fai un movimento ti spara subito”.
Io presi Marina da una parte e le spiegai che l’aspettavo alla
macchina. Il primo a uscire fui io con l’impiegato, poi loro
212
due con i soldi ci seguirono cinque minuti dopo, e ci ritro-
vammo nel boschetto accanto alla Ford. Mi piazzai di fianco
al bancario con la pistola in tasca, mostrandogli dove la tene-
vo. Lui, dopo le parole di Karl e le minacce tornò mansueto.
A calmarlo fu la coscienza del pericolo immediato. Riprese
quasi subito il suo sangue freddo e mi guidò fino all’ingresso.
Aprì, si fece largo fra la gente e con l’aria più normale del
mondo disse poche parole: “Torno subito, aspettate qua, una
cosa del genere”. E i clienti fermi e tranquilli se ne restarono
in attesa. Dietro di noi la porta si richiuse e in quel momento
pensai che le chiavi c’è l’aveva l’impiegato. Tornare indietro
comunque non si poteva. Guidai il tedesco verso la collina
dove avevo nascosto la macchina. Facemmo il giro dal basso,
poi risalimmo e ci fermammo in una radura. Lui non vede-
va l’automobile, ma io dal punto in cui mi sistemai, notai il
muso rosso che spuntava dal verde. Dovevo guardarla per
controllare se arrivavano gli altri due. Attraverso gli alberi
osservavo pure l’ingresso della banca. E Karl e Marina non
uscivano. Aspettai dieci minuti, quindici, “porca miseria che
cazzo stanno combinando” pensavo, mentre l’attesa mi rende-
va sempre più incerto e nevrotico. Se restavano intrappolati
nella banca eravamo fottuti. L’impiegato tedesco, passando il
tempo, cominciò ad agitarsi. Non sapevo cosa fare con lui, mi
limitavo a tenerlo sott’occhio mentre aspettavo di veder sbu-
care gli altri. L’attesa lo spaventava, cominciava a pensare
che volessi ammazzarlo, ma si sbagliava. Ogni tanto diceva
delle parole, ma io non lo capivo. Parlava e faceva per muo-
versi, così mi vidi costretto a puntargli l’arma e fargli capire
che se non stava fermo gli avrei sparato sul serio. Dopo venti
minuti cominciai a bestemmiare fra me e me. Karl e Marina
non si vedevano. Adesso scatta l’allarme pensavo, arriva la
polizia e ci spara, e io sto ancora qua come un cretino. Fu
quel fantoccio borghese di tedesco a togliermi dall’incertezza
e offrirmi una soluzione. Ormai si era bollito il cervello dalla
paura, non so cosa gli prese. S’alzò rigido come un robot, e mi
venne incontro. Gli feci cenno che gli sparavo, ma sembrava
213
ipnotizzato, completamente scemo. Non capisco ancora ades-
so perché fece una minchiata del genere. Mi arrivò così vicino
che pensai di ucciderlo. Per fortuna sua avevo fatto la boxe,
e meno male sennò moriva. Me lo vidi addosso con gli occhi
spalancati, a bocca aperta e le braccia tese, con l’espressione
ferma, quasi fosse un’istantanea scattata senza preavviso. Vo-
leva togliermi la pistola. Indietreggiai di un passo, e con un
gesto fulmineo alzai la mano libera gli misi un gancio sinistro
nella faccia (sono ambidestro). Tenendo la pistola di piatto,
gli diedi una botta in testa con la mano destra, e la doppiai
con un altro gancio sinistro. Crollò come un sacco, anche se
era quasi il doppio di me. Io non volevo fargli del male, mi
costrinse lui, e comunque in qualche modo dovevo neutra-
lizzarlo. Meglio cosi che mettergli in corpo una pallottola.
Ero libero di andare a cercare i miei due compagni. Tornai
alla macchina e cominciai a girare nei dintorni della banca.
Andai avanti e indietro per mezzora e per fortuna l’allarme
ancora non scattava. Quando passavo lì davanti alla banca
vedevo le persone sempre in attesa, in ordine. Pensai di an-
darmene. Se Karl e Marina stavano intrappolati dentro non
c’era più niente da fare. La porta non si apriva da sola e io
non potevo aiutarli, volevo mettermi al sicuro. Però pensavo
a Marina, come facevo ad abbandonarla?
Fosse stata un’altra sarei scappato, ma lei? Era incinta
di un figlio mio, aveva partecipato alla rapina perché era in-
namorata di me, e aveva tirato dentro pure il fratello. Volevo
salvarla ma non sapevo come tirarmi fuori da quel casino.
Girai, girai, per trovarli, e intanto mi veniva in mente il tede-
sco che avevo ferito in testa con il calcio della pistola. Forse
era morto, gli avevo dato due botte violente con una Mau-
ser 7,65 bella grossa. Minchia, la rapina più schifosa che mi
era mai capitata. Continuai a insistere, percorrendo tutte le
stradine intorno alla banca. E a un tratto finalmente, li vidi
sbucare con le borse in mano. Stavano cercando me e non mi
trovavano. Li incontrai per strada con i soldi in mano, men-
tre la gente aspettava ancora fuori dalla banca. Salirono in
214
auto e scappammo via. Marina e Karl stavano incazzati forte.
Pensavano che io fossi un vigliacco, che preso dalla paura li
avessi mollati. “Marina,” le spiegai, “si vede che non cono-
sci i siciliani e soprattutto il padre di tuo figlio. Non potevo
lasciarti lì, mai ti avrei abbandonata!”
Raccontai l’attesa nel boschetto e la reazione del tedesco,
i pugni che gli avevo messo per neutralizzarlo. Li rassicurai
sul fatto che lui non aveva visto la macchina. E così Marina
si rassenerò. Volli però sapere che cazzo era successo dopo
che ero uscito con l’impiegato.

Da Marina cercavano informazioni, non pensavano anco-


ra che avesse rapinato la banca. Andarono a casa sua e non la
trovarono, lei stava con me nell’appartamento di Karl. Allora
cercarono suo fratello Karl, e stu pezzu di scemu appena li
vide, se la cantò in un modo schifosamente penoso. Cazzo,
non credevo che fosse così privo di palle e di ambizioni!
Altro che uno tutto d’un pezzo, pareva una femminuccia
mestruata: “Non mi fate niente, non sparate, mi arrendo. I
soldi ce li ho qui in casa”. Subito parlò e gli sbirri erano solo
lì per un controllo, non perché sospettavano di lui. Karl gli
raccontò ogni cosa, compreso dove stavamo io e Marina, così
ci presero a botta sicura. Armati, preparati, fecero irruzione
e non mi lasciarono il tempo di reagire. Meglio così, perché
magari mi facevo ammazzare. Ricordo che Marina era incaz-
zatissima, cercò pure di disarmare un poliziotto, ma venne
bloccata e immobilizzata. Era una furia! Anche io ero incaz-
zatissimo!
L’idea di finire nelle galere tedesche era insopportabile,
e temevo pure l’incazzatura della “famiglia” alla quale non
avevo chiesto il permesso di fare la rapina. Mi chiedevo per-
ché stu cretino di tedesco aveva parlato. Se Karl fosse stato
zitto, non sarebbe successo niente e in più sarebbe uscito
dalle indagini perché già lo avevano controllato. Invece ave-
va confessato e denunciato me e sua sorella.
A Marina, con i poliziotti nella nostra camera da letto,
215
suggerii di negare, poi non mi lasciarono dire altro e ci trasci-
narono via. Negare, negare, io così feci. La famiglia, le rego-
le, il mio padrino, la Sicilia, perfino i miei genitori e fratelli,
mi avevano insegnato a restare negativo con gli sbirri, e sen-
nò che gli spiegavo? Dissi sempre non so nulla, non so, non
capisco, non ho fatto niente. I poliziotti non si incazzarono
nemmeno, avevano abbastanza prove per incastrarmi e il mio
negazionismo somigliava a un colabrodo. Marina, al contrario
del fratello, negava ogni cosa. Questo mi rende orgoglioso
ancora oggi. Per questo suo atteggiamento è stata condan-
nata a 3 anni di carcere e il bambino è nato in carcere. Si è
comportata veramente come una donna d’onore ! Al contrario
di suo fratello che si è dimostrato un quaquaraqua. Arrivò il
momento del processo e io e Marina, mantenemmo il nostro
atteggiamento. Negavamo sempre ogni cosa, anche l’eviden-
za. Marina aveva assorbito la mia cultura, quella di non dire
mai la verità agli sbirri. Io sono stato condannato a 8 anni di
carcere, Marina a 3 anni e il fratello che aveva collaborato a
2 anni. Ricordo che dopo la lettura della sentenza, Marina si
alzò in piedi e rivolgendosi al Presidente gli disse: “La vo-
stra sentenza è stata ingiusta e stupida. Io sono più colpevole
di Vincenzo Calcara. Lui non meritava 8 anni di carcere. Il
massimo della pena lo dovevate dare a quel traditore di mio
fratello Karl.”

Il carcere tedesco e la successiva estradizione

In carcere tutto è possibile. I boss continuano a spadro-


neggiare, a dettare leggi, a spacciare, a manovrare le fila e
gli interessi lasciati fuori all’esterno. Tutto ciò avviene grazie
alla corruzione di alcuni uomini d’istituzione venduti. Questo
ho imparato e purtroppo significa che spesso i tentativi di
isolare i nemici dello Stato servono a ben poco. A poco ser-
vono il 41 bis, le condizioni restrittive del carcere e la cen-
sura, perché la parzialità delle informazioni vengono spesso
216
aggirate dai boss mafiosi. Tra l’altro molti non sanno che il
carcere dell’Asinara è stato chiuso perché la seconda set-
timana del mese i detenuti, con la connivenza di magistrati
e personale corrotto, erano liberi di uscire segretamente la
notte. Alcuni di essi avevano addirittura dei sosia “puliti”
che lavoravano onestamente.
Il 29 luglio 1982 fui arrestato e condannato a 8 anni per
rapina, sequestro di persona e tentato omicidio. Come preve-
dibile cercai di evadere senza pensarci troppo, anche perché
scontare la galera in un paese straniero mi faceva paura.
In Germania mi furono sommati i 12 anni residui facendo
lievitare il totale della pena a 20 anni.
In carcere c’era di tutto: jugoslavi, turchi, tedeschi, uno
peggio dell’altro, galeotti della più infima razza. Decisi di
fare gruppo con qualche italiano, anzi cercavo di far capire
loro l’importanza di essere uniti in suolo straniero. Le risse e
la brutalità erano all’ordine del giorno, ma una in particola-
re assunse dei toni assai crudi. Eravamo una gang composta
da 15 italiani contro 20 stranieri. Ce le siamo date di santa
ragione, a colpi di spranghe, mazze e ogni cosa che potesse
capitarci a tiro. Non so per quanto tempo si protrasse la rissa,
so solo che furono attimi di pestaggio violento e ininterrotto,
in cui volavano calci, pugni, schiaffi e ginocchiate in ogni
parte del corpo. L’aria diventò greve di un fetore inafferrabile
e nauseante, un misto di sudore, sangue e forse anche merda.
Odore repellente di natura e popolino. Mentre la polvere si
sollevava nel cortile, si vedevano solo mucchi di carne male-
odorante che si sfogavano e sembravano un corpo solo. Io mi
avventai contro uno di quei miserabili avanzi di galera, gli
stracciai la rozza maglietta di cotone e gli fracassai il naso ol-
tre alle arcate sopraccigliari, mentre i miei amici lo tenevano
fermo. Poi arrivarono altri ragazzi che si scatenarono come
tori infuriati addosso a noi, mentre provavano a separarci e
da quella mischia selvaggia di corpi feroci, mi arrivò una bot-
ta sulla spalla. Fu devastante! Restai senza fiato per qualche
secondo tanto era forte il dolore, ma sul dolore ebbe il so-
217
pravvento la voglia di fuga dal quel maledetto inferno, perché
mai mi sarei rassegnato a vivere in quelle condizioni, per di
più in un paese che non conoscevo e non riconoscevo.
Fui portato in infermeria. Ero mezzo svenuto, pieno di
graffi, lividi, morsi, che tuttavia mi bruciavano meno della
rabbia che avevo in corpo. Senza troppi preamboli decisi di
organizzare un’evasione.
Il piano era perfetto, ma quell’imbecille di “Penna Bian-
ca”, il mio compagno fece fallire tutto. Avevamo costruito
una scala artigianale fatta di ferro e bulloni, con la quale
avremmo dovuto superare il muro di cinta (alto oltre otto me-
tri). La ronda passava ogni dieci minuti; dovevamo assolu-
tamente sbrigarci. Mi arrampicai per primo e dissi a quel
cretino di non salire fino a quando non fossi arrivato in cima,
perché la scala non avrebbe retto il peso di due persone. Feci
giusto in tempo a toccare il muro, a due passi dalla libertà,
quando quel deficiente decise di salire. La scala era un tubo
rudimentale, niente più. Feci un volo di oltre sette metri e
atterrai per fortuna con i piedi e non con la schiena. Fu allora
che una sbarra di ferro mi si conficcò nella gamba trancian-
domi quasi l’arteria. Cominciai a perdere tanto sangue e cer-
cai di fermare l’emorragia stringendo i lembi, ma bisognava
rientrare subito altrimenti le guardie ci avrebbero sparato a
vista.” Fui investito da una strana energia vitale, pompata
certamente dalla scarica di rabbia cieca per il fallimento
causato da quell’imbecille di un pivello, che se fossi stato
un sanguinario esaltato, come tanti rinchiusi in gattabuia, gli
avrei divorato la testa a morsi.
Non feci in tempo a rientrare in cella, che fui subito
ammanettato e poi condotto in ospedale per le prime cure
mediche. Oltre alla cocente sconfitta, mi sentivo frustrato e
sconsolato.
Rimasi nella prigione tedesca 3 anni e 7 mesi, ma dovevo
scontare ancora altri anni. Il 5 marzo 1986 arrivò l’estradi-
zione così fui trasferito nel carcere di Favignana dove rimasi
fino al 1990. Qui incontrai tanti uomini d’onore, fra cui Fran-
218
cesco Luppino, l’uomo con cui avevo organizzato la rapina
alla Cantina di Castelvetrano e con il quale avevo trasportato
quintali di morfina base in Calabria.
Nel carcere di Favignana, Luppino era uno di quelli che
poteva fare come voleva; era anche lui uno scrivano e godeva
pertanto di piena libertà d’azione.
Francesco era stato condannato a 28 anni per duplice
omicidio insieme al Furnari, l’uomo d’onore di Gibellina. Fu
molto felice di vedermi e poiché anche lui apparteneva alla
mia stessa “Famiglia” ebbe il compito di farmi pervenire un
messaggio molto importante da parte di Francesco Messina
Denaro.
A dire il vero non si trattava di una bella notizia, ma in
fondo me l’aspettavo. Luppino mi disse che sebbene fossi
ancora nel cuore del Capofamiglia, ero stato posato, che in
gergo mafioso vuol dire punito per aver trasgredito.
Come saprete, Cosa Nostra ha un codice d’onore fatto di
regole imprescindibili che non possono mai essere profana-
te. Se la regola violata è pesante, scatta immediatamente la
condanna a morte, ma per procedere all’esecuzione occorre
avvertire la Commissione; se invece si tratta di una violazio-
ne leggera, il Capo famiglia può decidere di posare l’uomo
d’onore, per un tempo variabile.
Luppino mi disse “Vincenzo, sei stato posato e io ho il
compito di vigilare su di te.”
Sapevo che non avrei potuto sgarrare e che mi sarei do-
vuto comportare in maniera ineccepibile. Ero stato “posato”
perché avevo fatto di testa mia organizzando furti e rapine
senza mettere al corrente la “Famiglia”. Non solo avevo agito
di nascosto, ma il colpo alla banca tedesca mi aveva fatto
finire in prigione nel momento in cui la “Famiglia” aveva
bisogno impellente dei miei servigi.
Io in realtà temevo, non avevo paura, ci tengo a sottoli-
nearlo, che il Lucchese avesse spifferato la storia della mia
relazione clandestina con la figlia, cosa che mi avrebbe cer-
tamente portato una condanna a morte inappellabile, ma sa-
219
pevo al tempo stesso che per Zu Michele era meglio tacere:
ne valeva del suo Onore.
Bando ai dubbi e alle riflessioni, capii che l’unica via da
seguire era quella della mesta obbedienza e della più assolu-
ta razionalità. Così feci.
Per un certo periodo fui anche trasferito al carcere di
Marsala, dove avrei dovuto presenziare a un processo.
Luppino il “messaggero” mi disse: “Vincenzo, vedi che
nel carcere c’è pure Natale L’Ala. È un membro della fami-
glia rivale, un cane da allontanare. Cerca di “filartelo”, non
fargli capire niente della tua appartenenza a Cosa Nostra,
perché abbiamo deciso di ucciderlo in carcere.”
Io conoscevo Natale fin da ragazzo, eravamo amici e lui
si fidava di me, a tal punto che mai avrebbe immaginato che
stavo per giocargli un tiro mancino.
Cosa Nostra in quel momento mi chiedeva di mettere
in pratica uno dei suoi insegnamenti fondamentali, ovvero
quello di essere in grado di fingere amicizia con tutti, senza
mostrare di essere nemico di nessuno. Era un precetto diffici-
le, ma avevo imparato ad applicarlo con grande perizia.
A Marsala c’erano pure Nunzio Spezia, il Capo decina,
con il figlio Vincenzo.
Luppino mi ordinò: “Mettiti in contatto con L’Ala”. Io
dovevo essere ubbidiente ed eseguire alla lettera tutti i co-
mandi di Luppino. Eventualmente, se così avesse disposto
Cosa Nostra, avrei dovuto uccidere L’Ala. Nunzio Spezia mi
avrebbe spiegato il da farsi. Feci tutto secondo il volere di
Cosa Nostra, il cui obiettivo era quello di tenere sotto con-
trollo, attraverso me, certi uomini all’interno del carcere e al
tempo stesso, tessere quella rete di rapporti che le avrebbero
permesso di agire indisturbata allo scopo di mettere al segno
un ulteriore centro.
Poi aggiunse: “Se non si potesse uccidere in carcere, tu
cerca almeno di carpire i suoi segreti, lui si fida di te, parlerà
e non sa che tu sei dei nostri.”
Intanto Nunzio Spezia stava organizzando il piano per
220
uccidere L’Ala, ma un bel giorno mi disse con tono incan-
descente “quel cornuto si salverà, perché quel farabutto di
secondino corrotto si è fatto trasferire.”
Il piano era saltato.
Poi puntualizzò: “Non ti preoccupare. Fra poco uscirà dal
carcere e lo uccideremo fuori. Cerchiamo di non farci vedere
insieme in carcere, altrimenti capisce che siamo la “stessa
cosa”.
Io feci il mio dovere senza commettere errori e come da
richiesta, riuscii a carpire i suoi segreti. Lui mi aveva parlato
di Michele Greco, il capocommissione di Palermo.
Avevo condotto il gioco in maniera eccellente e imme-
diatamente mi vennero in mente le parole di Luppino “se ti
riscatti, potrai ritornare in seno alla Famiglia il più presto
possibile”. Non vedevo l’ora.
Mi sentivo orgoglioso, gonfio di inebriante cecità e sarei
stato pronto a uccidere senza pietà L’Ala. Io ero consapevole
delle mie naturali capacità diplomatiche e tattiche, ma so-
prattutto ero bravissimo a fare l’ipocrita!
Avevo sempre avuto una marcia in più rispetto agli altri
uomini e Cosa Nostra lo sapeva bene.
Nunzio Spezia, che era molto affezionato a me, mi ab-
bracciò con slancio. Non sapeva che ero stato “posato” per-
ché apparteneva a un’altra “Famiglia”. All’interno di Cosa
Nostra le Famiglie agiscono in maniera autonoma e non sono
al corrente dei “panni sporchi” nelle case altrui.
Quando ritornai a Favignana, mi misi a totale disposizio-
ne di Luppino. Dopo circa un anno Luppino mi si avvicinò
tutto contento e sorridendo di cuore mi disse “Enzino, vie-
ni qua, ma prima voglio abbracciarti e baciarti in privato.”
Dopo aver esternato con i gesti la sua felicità aggiunse “Ti
comunico che sei stato riammesso. U Zu Cicciu ti manda un
abbraccio.”
Ero al settimo cielo! Fu una sensazione inimmaginabile.
Poco tempo dopo vennero a trovarmi al carcere di Fa-
vignana U Zu Ciccio in persona e l’Architetto Toro i quali
221
mi diedero l’ordine di “buttarmi” latitante. In realtà temevo
ancora che Lucchese avesse parlato e che con la scusa della
latitanza mi avrebbero fatto secco. Lucchese si sarebbe fatto
ammazzare per Cosa Nostra. Il suo silenzio mi convinceva
poco (Oggi Luppino è uno degli uomini più potenti di Cosa
Nostra. Il n. 2 di Campobello, secondo solo a Matteo Messina
Denaro).
Parlai di lui con il Dott. Paolo Borsellino e grazie alle mie
accuse fu condannato per associazione mafiosa.
Nel 2013 è arrivato il verdetto definitivo, prova inconfu-
tabile del fatto che le mie accuse erano vere. Io e soltanto io
ho avuto infatti il coraggio di svelare i suoi legami con Matteo
Messina Denaro e con i “pizzini”. Ciononostante in passato
non sono stato creduto per le mie rivelazioni e la cosa mi ha
profondamente irritato.

1991
La fuga dai carabinieri e successivamente l’incontro con
Francesco Messina Denaro e l’architetto Toro

Ero latitante da più di un anno, avevo approfittato di un


permesso di cinque giorni per scappare dal carcere. Una fuga
semplice. Avevo lasciato l’isola dove si trovava la prigione e
non ero più rientrato. Potevo andarmene anche prima, ma la
“Famiglia” aveva bisogno di “uomini d’onore” dentro il pe-
nitenziario, e come uomo d’onore ero stato costretto ha sop-
portare la galera in silenzio. Poi, finalmente, era arrivato l’or-
dine di “buttarmi” latitante. Nel mese di settembre del 1991,
avevo deciso di uccidere un tizio che aveva tradito la mia
fiducia. Avevo ordinato a mio fratello maggiore di accompa-
gnarmi presso la casa di questa persona. Mio fratello guidava
calmo, nella notte che cominciava a rinfrescare e inghiotti-
va tutto nel buio. Avevo addosso due pistole: una calibro 38
e una semiautomatica 7,65 con due caricatori. Arrivammo
a casa di quest’uomo che si trovava agli arresti domiciliari.
222
Non mi aspettava, non sapeva che stavo arrivando. Lui era un
mio Amico, un amico che mi aveva tradito. Usavo la buona
regola di non avvertire mai prima di una visita. Per precau-
zione, così nessuno poteva tradirmi o farmi qualche agguato.
A mio fratello avevo detto che mi serviva un rifugio per una
notte e che la casa di questo amico andava bene. In realtà
avevo una missione delicata. Dovevo ucciderlo. Il piano era
di congedare mio fratello, aspettare che il traditore dormisse
e piantargli una pallottola nella testa. Due amici mi aspetta-
vano con la macchina nel buio per portarmi al sicuro, come
era stato concordato. O forse sparavo anche a loro. Ero pronto
anche a questa evenienza, non potevo ammettere sbagli. Ero
cresciuto con gli insegnamenti della Mafia e uno di quelli era
che non bisognava fidarsi: “gioca con tuo padre e guardati
le carte”. Quando vivi e respiri certi meccanismi impari ben
presto a non fidarti: non ti fidi degli amici e neanche della tua
stessa famiglia. Per la testa ti passano solo sospetto, tradi-
mento e delazione. Ci caschi così tanto che fai della paranoia
il tuo stile di vita e addirittura finisci per ringraziare coloro
che ti hanno insegnato a ragionare in questa maniera, oltre a
complimentarti con te stesso per come riesci a essere lucida-
mente bastardo.
Ero entrato talmente tanto nell’ottica del doppiogioco
che avevo già un piano di riserva nel caso in cui i miei ami-
ci mi avessero tradito: li avrei uccisi, tanto nessuno sapeva
che eravamo insieme, a parte mio fratello, di cui mi fidavo
ciecamente e così nessuno sarebbe risalito a me. Io non mi
sentivo mai sicuro, ero sempre sul chi va là, questo perché
la Mafia mi aveva trasformato in un animale. Io non ero così
da bambino, ero discolo ma non ero cattivo, eppure la Mafia
ha questa fottuta capacità di tirare fuori dalle persone il lato
peggiore, il più inquietante, quello che nessuno magari so-
spetta di avere. Questa parte del piano mi rendeva nervoso.
Ammazzare questo traditore non era difficile. Fuggire senza
farmi vedere in piena notte era ancora più semplice. Non vo-
levo testimoni, era in gioco la mia pelle e quella dei due ami-
223
ci che mi aspettavano. Io e altri tre uomini d’onore, avevamo
fatto uno sgarro che si paga con la vita e sparare al traditore
serviva a sistemare le cose.
Il Padrino stabilisce le regole del gioco e assegna ai suoi
uomini porzioni di territorio e l’amministrazione dei traffici
sui territori assegnati. Nessuno può prendere iniziative au-
tonome e chiunque lo faccia, paga a caro prezzo questa di-
sobbedienza. Ebbene, noi ci eravamo messi a trafficare droga
senza chiedere il permesso a Cosa Nostra, fottendocene del
fatto che le rotte sono marcate a vista dai boss, capizona,
pusher e via discorrendo. In pratica avevamo infranto uno
dei tabù sacri, perché la Mafia non divide mai i suoi cospicui
profitti, né ti puoi permettere di giocare un ruolo subalterno
o indipendente senza che lei ne faccia parte. Io in realtà non
avevo percepito la gravità del mio atto, ero stato imprudente,
superficiale, ma non avrei mai creduto di potermi cacciare in
guai simili.
Quella sera mio fratello, all’oscuro di tutto mi aveva ac-
compagnato ad ammazzare un traditore. Questo traditore
aveva un vivaio alla periferia del paese di Castelvetrano, sul-
la strada per il mare. Ci arrivammo poco dopo le undici, e
lasciammo la macchina lontano dalla strada. Suonai il cam-
panello e nessuno rispose. Lui non si fidava molto a uscire
dalla porta perché era agli arresti domiciliari e non voleva
guai. Aspettava solo visite dai Carabinieri e polizia. Quando
mi vide si mostrò contento, e soprattutto sorpreso. Sapeva
che ero latitante, e non si aspettava di vedermi lì. “Vincen-
zo come stai?” “Amico mio, ho bisogno di dormire qui per
qualche giorno. Dove stavo non mi sento più sicuro, ho visto
dei movimenti che non mi piacciono”. Una scusa ideale. Lui
sapeva che avevo bisogno di un rifugio e non poteva dirmi di
no. Doveva rispettare le regole. Alle sue spalle in anticame-
ra, vidi una persona, il vero motivo della sua preoccupazione.
Era il suo figlio di diciotto anni. Quella notte voleva restare
insieme al papà, e per me significava un impiccio grave. Non
avevo niente contro questo ragazzo, ma per portare a termine
224
il mio piano dovevo ammazzarlo. Era destino. Pensai che la
morte del ragazzo poteva farmi gioco, aiutare a camuffare il
movente dell’omicidio. “entra, entra Vincenzo” il traditore si
affrettò perché temeva che qualche sbirro mi potesse vedere
davanti a casa sua. Siccome lui si trovava sotto sorveglian-
za e c’era il pericolo di visite spiacevoli. Appena entrato mi
guardai attorno cercando una possibile via di fuga, riflesso
automatico dopo tanti mesi di latitanza.
Avevo imparato l’arte della sopravvivenza e l’arte di ar-
rangiarsi meglio di chiunque altro, arti che ti portano ad
allontanare uno dei sentimenti che può farti capitolare: la
rassegnazione.
Nessuno poteva fottermi, c’era una finestra. Dava sul
cortile largo una decina di metri che finiva contro un muro
poco più alto di me, che sono uno e settantotto. Oltre il muro
c’erano alberi e si intuiva la campagna. Fuori era tutto scu-
ro e silenzioso. Chiesi al traditore di aprire la finestra come
misura di sicurezza, e lui acconsentì volentieri. Voleva guai
meno di me. Poi ci mettemmo seduti a bere qualcosa. Sta-
vamo chiacchierando tranquillamente quando arrivò provvi-
denziale una pattuglia di carabinieri. Bussarono alla porta.
Sulla faccia del traditore lessi tutta l’angoscia e la paranoia
di tornare dentro per aver ospitato un latitante. Dentro di sé
sicuramente mi malediceva, ma non sapeva che quella pattu-
glia era la sua salvezza! Immediatamente saltai dalla finestra
aperta. Mi buttai di corsa verso il muro. Purtroppo uno dei
carabinieri era un tipo sveglio. Non so come, aveva capito
che qualcosa che non andava. Dalla porta d’ingresso non po-
teva vedermi nel cortile. Forse aveva udito i passi, non lo so.
Comunque venne diretto verso il retro della casa e così vide
una figura con un paio di jeans e una maglietta bianca. Nella
mano sinistra stringevo il giubbotto, che lui non poteva scor-
gere. Alla sua vista offrivo il lato destro del corpo, bersaglio
difficile e in movimento. Però al buio il bianco si vede bene
e io ero illuminato di striscio dalla luna che s’incollava sui
muri e su di me. Si accorse di me e iniziò a seguirmi “Fermo,
225
fermo”, gridò venendomi incontro. Ero davanti al muro e si
intravedeva la sua sagoma che traballava da capo a piedi.
Non aveva ancora finito di dire “fermo” che già mi stavo ar-
rampicando sul muro. Ma quello era esaltato proprio. Nella
sua voce si sentiva il nervosismo. Aveva tirato fuori la pistola.
“Fermo, fermo”, gridava più forte un’altra volta. Poi sparò,
forse credeva che ero il bandito Giuliano. Bum, bum. Dopo
pochi passi si rifermò tentennando e cominciò a sparare. Due
colpi, il primo verso l’alto. Il secondo l’ho sentito fischiare
sopra la testa mentre mi arrampicavo. Troppo vicino. Mi issai
sull’orlo del muro e rimasi steso sulla pancia, acquattato per
benino. Con la mano libera estrassi la pistola dalla cintura.
Stavo facendo da bersaglio e l’istinto era di difendermi. Il
Carabiniere si fermò in mezzo al cortile da vero cretino. Dopo
avermi sparato restò lì immobile a pochi metri di distanza,
buono soltanto per farsi ammazzare. Cominciò a gridare verso
il suo compagno. “Chiama rinforzi, chiama rinforzi “ e questo
gli salvò la vita. Ho pensato che la cosa migliore era scappare
alla svelta. Non volevo trovarmi dieci pattuglie alle calcagna.
Mi lasciai cadere dall’altra parte da circa due metri d’altezza.
Atterrai su pietre e sassi e mi slogai la caviglia destra. Un
male cane. La fitta di dolore mi lasciò per un attimo sen-
za fiato. Oltre il muro sentivo i Carabinieri che si agitavano,
uno diceva: “adesso arrivano gli altri, inseguiamolo”. Igno-
rando il male, presi a correre tra le piante, sul sentiero tra
le staccionate. Non si vedeva nulla, ormai era notte fonda.
Andavo più veloce che potevo, caviglia permettendo. Dopo
una ventina di metri presi un colpo terribile in piena faccia,
una mazzata che mi buttò per terra con il viso sanguinante.
Correndo al buio non avevo visto un muretto, alto come me,
e c’ero andato a sbattere contro in piena velocità. Il sangue
mi calò dalla fronte e dal naso su occhi e bocca. Facevo fa-
tica a respirare, sentivo la gamba anestetizzata, ma la paura
dei Carabinieri mi riempiva di forza. Immaginavo che non
ci avrebbero messo molto a capire chi ero. Il traditore e mio
fratello non parlavano di sicuro. Però una volta identificato
226
mio fratello, non ci voleva un genio a capire che il fuggiti-
vo ero io, il pericoloso latitante. Nonostante tutto, riuscii a
scappare. La notte faceva presto a passare e dovevo trovare
subito un rifugio sicuro in cui dimorare senza troppi proble-
mi. Mi ricordai di un parente alla lontana di mia cognata che
nel passato avevo aiutato finanziariamente e fu proprio lei a
ospitarmi a casa sua curandomi le ferite. Mi salvai grazie alla
sua complicità. La mattina seguente mi svegliò un raggio di
sole, fresco e abbagliante che cadeva di sbieco sulla finestra.
Come apprezzai quel piccolo dono della natura!

La paura e il rispetto vanno a braccetto, sono le due facce


della stessa medaglia: il potere
Saviano

Dopo otto giorni, telefonai al mio capo, il sindaco e fissai


un incontro nella sua villa. Mi accolse con un sorriso e si
mostrò contento di vedermi. Insieme a lui c’era anche il Capo
Famiglia U Zu Cicciu Messina Denaro Francesco. Quale ono-
re. Non feci in tempo ad entrare in salotto che mi riempirono
di elogi. Si era saputo che alla caccia avevano partecipato
oltre cento Carabinieri e poliziotti, e ancora non riuscivano a
spiegarsi come avessi fatto a uscire indenne dall’accerchia-
mento. “Vincenzo, sei stato bravissimo!” si congratulò il sin-
daco. Disse che ero stato molto abile e freddo, soprattutto per
non aver sparato al Carabiniere, altrimenti sarebbero stati
casini grossi. Raccontai la fuga nella campagna, sofferman-
domi su tutti i particolari. Il Messina Denaro Francesco mi
ascoltava e sorrideva. La mia storia era interessante, però
mi sembrò che facessero troppi complimenti. La ragione di
quei sorrisi diventò chiara a racconto concluso. Il mio Capo
Assoluto prese un’aria seria e mi disse: “sei stato in gamba
hai dimostrato il tuo sangue freddo ancora una volta. Noi lo
sapevamo già di che pasta sei fatto, perciò ti abbiamo scelto
per ammazzare il Giudice Borsellino. Aspettiamo il via, il tuo
227
nome è già stato segnalato alla Commissione da Provenzano
e Riina.” Quest’ultimo aveva dato mandato a Messina Dena-
ro per uccidere Borsellino, quando era procuratore a Mar-
sala. L’impasse dovuta all’insediamento del nuovo Governo
e l’azione di disturbo messa in atto da Borsellino, che non
voleva cedere sull’ammorbidimento del 41 Bis, avevano pro-
vocato la decisione estrema, tanto che Riina confidò a Brusca
“Si sono rifatti sotto. Bisogna dare un altro colpetto (dopo
l’attentato a Falcone N.d.a) per convincere chi di competenza
a trattare.”
L’atto di forza doveva ovviamente essere spettacolare per
sortire l’effetto desiderato ed è per questo che ci fu una mo-
bilitazione generale.

Toro dosava sempre stile e inganno

Anche in quella occasione, l’Architetto Toro, l’affabu-


latore onnisciente, mi stava seducendo mostrandomi solo il
lato luccicante di una medaglia, il cui rovescio era tinto di
morte. Sapeva che avrebbe dovuto edulcorare la pillola se
voleva indurmi a cedere del tutto ai suoi progetti, senza op-
porre resistenza. Volendo avrebbe potuto farmi mozzare le
mani, avrebbe potuto tirarmi dalla sua parte con il ricatto e
le minacce, ma non ne aveva bisogno perché aveva l’innata
capacità di toccare le corde giuste per ottenere ciò che vo-
leva da me e dagli altri, senza troppi preamboli. Con lui non
c’erano mezzi termini: o lo amavi o lo odiavi e se lo odiavi ti
conveniva scappare a gambe levate perché poteva farti male
seriamente.
Conosceva le mie ingombranti ambizioni, il mio amore
per il lusso superfluo e il denaro e le belle donne, pertanto
volle mostrarmi la patina luminescente, quella che avrebbe
garantito di sfondare ogni porta senza usare la testa d’ariete.
Essa era l’unica mossa in grado di farmi capitolare incondi-
zionatamente.
228
Sapeva anche che nel mondo criminale non si può e non
si deve mai lasciarsi andare alla minima imprudenza, così mi
invitò alla prudenza estrema.
Borsellino era un uomo “nevralgico” che grazie alle sue
geniali deduzioni avrebbe finito per condizionare il quadro
politico e ogni assetto istituzionale colluso con le Entità, per
tali motivi bisognava mettere a segno un colpo essenziale, at-
tualizzabile solo attraverso precisi ordini di morte e il ricorso
alla violenza più incondizionata.
Toro, con il suo solito fare ripugnante e viscido mi disse
“È un incarico delicato da concludere al più presto. Que-
sto Borsellino ci dà un sacco di problemi. Sta facendo troppi
danni e deve mangiare la terra. Di lui non deve rimanere
niente. Neanche le idee. Tu sei il più bravo a sparare col
fucile. Nel gruppo di fuoco non ci sei mai entrato perché non
ci interessava metterti in prima linea, ma per le cose impor-
tanti ci fidiamo solamente di te. Hai fegato e calma. Userai
una carabina di precisione col cannocchiale. Ci sarà chi ti
porterà al posto giusto al momento giusto e gli farai saltare la
testa. Abbiamo organizzato due piani e per essere sicuri che
non fallisce niente, il migliore lo mettiamo in atto. Se si tratta
di ucciderlo con il fucile di precisione sarai tu a premere il
grilletto, se si tratta di ucciderlo con l’autobomba, farai da
copertura a Matteo.”
“Minchia che incarico!” pensai.

Non esistono limiti morali nel realizzarsi come uomo

Mi sentivo gonfio d’orgoglio come se i miei polmoni fosse-


ro stati pompati con un mantice! Tanto era il mio entusiasmo
che mi era venuta una voglia matta di dimostrare di essere
all’altezza di eguagliare i miei superiori per grandezza e ca-
pacità, potenza e forse un giorno anche ricchezza. Ero pronto
già a compiere il salto in avanti di quella che sarebbe stata la
mia onorata carriera.
229
A dire il vero, ero solo un povero illuso, perché la verità
era ben diversa da quella che mi avevano prospettata.
Accettai senza battere ciglio. Per me si trattava del primo
vero incarico, un’operazione riservatissima nota a pochis-
sime persone. Non si trattava di una semplice vittoria mo-
mentanea, ma di uno scalino versa la vetta, verso i posti di
comando.
Altro che quei pivelli dei miei amici. C’è chi si era messo
a fare il cameriere, o chi faceva qualche lavoretto come mu-
ratore, ma nulla più. Io a differenza loro, mi ero emancipato,
non tanto da divenire un borghese perbenista, ma se non al-
tro ero riuscito a trovare un lavoro che mi elevava di “rango”,
tanto che mi potevo considerare pari a uno dei potenti, che
non si limitavano ai furtarelli dentro le abitazioni e non ave-
vano mai una lira in tasca, ma ci andavano giù duro. Presto
avrei avuto ruoli di grossa responsabilità e le saccocce gonfie
di denaro, ma per farlo, avrei dovuto evitare passi falsi, per-
ché la Mafia non ha mai pietà nei confronti di chi sbaglia.
Non avrei mai dovuto arretrare di fronte a niente e nessuno!
In quel momento ero talmente gasato, che non capivo più
niente.
Io, Vincenzo Calcara sarei diventato uno degli uomini più
vicini alla corte del Padrino, chissà magari ne avrei preso
il posto un giorno! Avevo dato prova del mio coraggio e per
questo Cosa Nostra aveva deciso di affidarmi incarichi via
via più delicati, ma quello di uccidere Paolo Borsellino era
davvero qualcosa di gigantesco.
Passato l’entusiasmo iniziale, cominciai a pormi delle do-
mande serie circa l’incarico che mi era stato affidato e una
serie di infiniti dubbi si impadronì di me.
Quando mi fu detto che dopo l’uccisione del Dottor Paolo
Borsellino sarei dovuto partire per l’Australia, mi resi conto
che qualcosa non andava! Sentivo puzza di bruciato ! Pensa-
vo alla morte e, in quei giorni, mi venivano spesso in mente
episodi della mia infanzia, che ripercorrevo col ricordo fino
a quel momento.
230
Ricordando la mia terra

Rivedevo Castelvetrano, la mia città natale, con le sue


strade di allora, così come l’avevo lasciata. Quanto era bella
la mia terra, che dolce sapore avevano i suoi frutti; che pro-
fumo, che forme! Era bella come una donna nuda adagiata su
un letto erboso. Io la guardavo da lontano e l’amavo ancora di
più: ne ero ciecamente innamorato nonostante tutto e sebbe-
ne il destino mi avesse sottratto dalla mia isola, sentivo sem-
pre il bisogno di riappacificarmi con lei e con i miei ricordi.
La tua terra vive sempre dentro di te, non la rimuovi. È
come il tuo passato. È tutto tuo e della tua coscienza. Qual-
che volta il mio passato riemergeva: era come una cicatrice
che anche se ha suturato in fretta una cicatrice, non ne può
cancellare i segni. La cicatrice si vede, non la puoi nascon-
dere. È brutta, ma fa parte di te. Puoi solo sperare che gli
altri non le diano il giusto peso “È solo un segno del passato”
potrai dire. Non sanguina, non fa male, non è contagiosa.
Insomma mi perdevo nei ricordi della mia infanzia, quan-
do Cosa Nostra riempiva l’aria intorno a me e io la respiravo,
senza capirlo. Ero solo un bambino e non sapevo niente di
“Uomini d’Onore”. Il paese aveva sempre avuto una Fami-
glia mafiosa, già da molto prima che io nascessi. E questa
“famiglia” come un penoso fantasma che si aggira, aveva
contribuito alla morte di Salvatore Giuliano, attirato in una
trappola proprio a Castelvetrano. Fatti accaduti molto tempo
fa, il 5 Luglio del 1950, quando io non ero ancora su questo
mondo. Però di quell’episodio mi ricordo che si parlava an-
che fra uomini d’onore, che ne tramandavano la vera storia.
Cosa Nostra ha le sue radici più forti e profonde nel Trapane-
se e nel mio paese c’era una “Famiglia” molto importante...
quella dei Messina Denaro il cui capo era Don Francesco.
A Castelvetrano la famiglia Messina Denaro esercitava un
potere in maniera assoluta e intoccabile. Aveva marcato il
territorio, già fortemente intriso di ideali mafiosi e non esi-
steva alcuna forza sociale in grado di sovvertire quel sistema.
231
Fino ad allora nessuno era riuscito a indebolire quel regno,
né tantomeno quel pensiero, dato che avevano istaurato una
sorta di “equilibrio del terrore” che rendeva impossibile, anzi
impensabile ogni tentativo di restaurare una qualsiasi forma
di legalità. Con loro era addirittura cambiato il modello di
rotazione degli affari. Era divenuto più snello, moderno e più
“tecnologico” grazie alle competenze sviluppate soprattutto
da Matteo, il pupillo di casa Messina Denaro.
Era settembre e Zu Ciccio mi disse “entro 20 giorni mas-
simo, mettiti in contatto con me, così ci vediamo. Mi racco-
mando: non più tardi, perché solo allora avremo la risposta su
come e dove uccidere Paolo Borsellino”.
Io non ero convinto, il mio solito istinto mi diceva che
non avrei dovuto accettare l’incarico. Volevo vederci chiaro,
magari approfondire la questione, ma non sapevo come fare
a temporeggiare ed eventualmente a svincolarmi da quella
situazione che mi serrava il collo.
Loro del resto si aspettavano che io compissi il mio do-
vere di soldato e portassi a termine l’incarico con il massimo
scrupolo. Avevano in me piena fiducia, perché avevo sempre
dimostrato di essere un esempio di solerzia e obbedienza, ma
quella volta sentivo che avrei dovuto disobbedire agli ordini
dei miei capi, senza nemmeno pensarci troppo su.
Mi venne allora un’idea geniale. All’epoca ero latitante:
avrei messo avanti la latitanza come scusa plausibile per non
andare all’incontro ed evitare l’operazione più graffiante del-
la mia carriera, che mi avrebbe dato merito, almeno momen-
taneamente, di rovesciare il corso della storia.
Detto fatto: a ottobre sventagliai la mia scusa e non andai
all’appuntamento, ma stranamente il 5 novembre fui arresta-
to.
Ero certo che ci fosse lo zampino dei miei “amici” o di
qualche vecchia talpa. Quei figli di puttana avevano capito
tutto e mi avevano fatto arrestare senz’altro.
Ancora oggi non capisco come sia potuto succedere. Ero
consapevole, lo avevano fatto altre volte. In questi casi, si
232
corrompe un secondino e si accede alla cella del nemico per
farlo fuori in maniera indisturbata. Poi si fa passare la cosa
come un suicidio e nessuno parla più, tanto si tratta di un
avanzo di galera in meno sulla faccia della terra.
Da quel momento decisi di aprire una voragine incontrol-
labile, una valanga che non si poteva più fermare e collaborai
con Paolo Borsellino, anche perché non c’era una “Terza via”
di fuga.

La morte di Lucchese

Ricordo che subito dopo aver ricevuto l’incarico di ucci-


dere il Dott. Borsellino, Messina Denaro Francesco mi disse:
“Vedi che lo zio Michele ha un brutto male e sta per morire.
Ha mandato a dire che prima di morire avrebbe il desiderio
di vederti. Fai di tutto per andarlo a trovare”.
Mi ricordai ancora una volta dell’Abc di Cosa Nostra: “se
un uomo d’onore prevale il Sentimento vuol dire che è un
debole!” Mi era stato insegnato che mai il Sentimento deve
prevalere sulla Ragione, che nessuno deve intuire la rabbia
perché non solo è inutile, ma anche pericoloso. Uno sgarro
si punisce con la morte, questo sì che era ammissibile, ma
anche quando si applica questa condanna non bisogna mai
lasciare trasparire alcuna emozione.
Alla notizia, un’ombra di tristezza cominciò a scendermi
dal viso. Mi fermai in silenzio, guardando a terra e pensan-
do alle mille parole che avrei voluto dire a Zu Michele, ma
stranamente sentivo un vuoto tale che mi trovavo a ripetere
solo frasi fatuamente analoghe, come grani di rosario che non
avevano significato “mi dispiace”, “Grazie di tutto” e roba di
questo tipo.
Rimasi in questa condizione di stallo per circa mezz’ora,
poi, dopo aver salutato Messina Denaro Francesco e il suo
uomo di Grande Fiducia, mentalmente preparai un piano per
andare subito a Milano, perché volevo assolutamente abbrac-
233
ciare u Zu Michele per l’ultima volta.
Mi resi conto improvvisamente di provare un grande af-
fetto e un amore sincero, che non si era mai manifestato nella
sua pienezza, fino a quel momento. E dire che gli avevo fatto
uno sgarro gravissimo per un uomo d’onore: avevo istaurato
una relazione con sua figlia e lui avrebbe avuto tutto il dirit-
to di uccidermi! Provavo anche un sentimento di profonda
colpa per averlo fatto soffrire! Decisi allora di seguire il mio
istinto senza alcuna remora. In quel momento me ne fottevo
della ragione, della mia debolezza e delle regole di Cosa No-
stra! Come al solito mi travestii da monaco, armato di Croci-
fisso, Rosario e Bibbia da una parte e la pistola automatica
con due caricatori dall’altra. Mi diressi a Milano con il treno.
Quando viaggiavo con il treno, era mia abitudine travestirmi
da monaco e siccome avevo imparato molto bene la Bibbia,
soprattutto il Vangelo di Giovanni e gli atti degli Apostoli,
durante il Viaggio davo Benedizioni e dicevo il Rosario in-
sieme a persone convinte di avere davanti un vero monaco.
Io dentro di me mi facevo delle grandi risate usando il Sacro
per il Profano. Questa volta però il mio stato d’animo era di-
verso, così non persi tempo né con il rosario, né a dare bene-
dizioni. Mi misi a pregare da solo per quasi tutto il viaggio,
oppresso da una sensazione di solenne miseria. Fu un viaggio
lungo, quasi eterno che mi diede la possibilità, ancora una
volta di confrontarmi con me stesso e raggiungere la parte più
impenetrabile della mia anima. Nelle mie preghiere sincere
chiedevo perdono a Dio in quanto portavo indegnamente una
veste Sacra che non mi apparteneva. Feci pure un voto al
Signore: se mi avesse dato l’occasione di abbracciare u zu
Michele per l’ultima volta e se lo avesse fatto morire senza
infliggergli ulteriori sofferenze, non avrei mai più portato la
tunica da monaco.
Rimasi tutto il tempo in preghiera, coccolato dal rumo-
re malinconico della ferraglia sui binari e del cupo sferra-
gliare del treno. Solo nella preghiera trovavo infatti la mia
dimensione di essere umano senza tempo, così come nella
234
verità trovavo Cristo Redentore e in quel momento speravo
che almeno lui mi avesse perdonato, dato che io non riuscivo
a perdonare me stesso. Arrivai a casa di u zu Michele, la
porta mi venne aperta dalla figlia (erano trascorsi 10 anni
dall’ultima volta che ci eravamo visti). In maniera del tutto
naturale cominciammo a piangere per l’uomo che aveva il
diritto di ucciderci e non ci aveva ucciso (trasgredendo una
regola fondamentale di Cosa Nostra). Un uomo d’onore ha il
diritto, l’obbligo e il dovere di uccidere anche il proprio figlio
o figlia se questi gli tocca o gli offende l’onore! Piangevamo
per l’Uomo ci aveva costretto a dividerci, ma che prima di
morire aveva preteso che ci abbracciassimo davanti a lui, di-
cendo queste parole: “Mi dispiace che il vostro amore sia sta-
to impossibile. Sappiate che vi ho perdonato” Era veramente
un uomo d’onore! Lo abbracciai calorosamente e dopo averlo
stretto forte al petto, gli baciai la mano. Poi me ne andai con
il cuore straziato di dolore. Andai in aperta campagna e pian-
si solo per Lui! Dopo pochi giorni morì!

Lettere e memoriali di Vincenzo Calcara

Quando fui arrestato nel 1991 ero un semplice “soldato”


di Cosa Nostra, anche se di lungo corso. Un soldato di Cosa
Nostra non è tuttavia una persona “ordinaria”. Deve essere
semplicemente perfetto, non deve combattere perché ha rice-
vuto un ordine, lo fa perché la sua appartenenza è qualcosa
di talmente grande che non ha bisogno di imposizioni. Un
soldato di Cosa Nostra viene educato al male e stabilisce in
questo modo il suo stretto legame di sangue e morte con i
capi.
Il male per un soldato è qualcosa di pragmatico, è qual-
cosa che si deve fare subito senza troppe esitazioni né senti-
mentalismi.
Durante il logorante isolamento nel carcere di Favignana,
da cui in passato ero già evaso, chiesi un colloquio con l’allo-
235
ra Procuratore Capo di Marsala, il giudice Paolo Borsellino.
Non ce la facevo più a sopportare il peso dell’angoscia che
mi immalinconiva e mi obbligava a stare solo con me stesso,
o meglio con l’ombra di me stesso, recitando ogni giorno la
stessa scena di sconfortante solitudine.
Mi guardavo allo specchio in quella cella degradata e de-
gradante e la mia vita mi sembrava un inevitabile fallimen-
to.
A volte mi sentivo totalmente abbandonato, privo di dife-
se, quasi fossi incosciente.
Ricordo benissimo che l’incontro avvenne il 3 dicembre.
Il rapporto istaurato con il Dott. Borsellino, mi suscitò
tante di quelle emozioni, da indurmi il 6 gennaio del 1992,
a pentirmi.
Il 6 gennaio, come già detto, è una data importante. In
passato ero pure stato arrestato. Sembrava che la Befana vo-
lesse ricordarsi di me, portandomi di volta in volta zucchero
o carbone.
Io ero un “killer veloce e preciso” talmente bravo che i
vertici della cosca di Castelvetrano mi avevano affidato pro-
prio il compito di uccidere Borsellino.
L’ordine era partito da *Francesco Messina Denaro, il
boss morto nel 1998 mentre era ancora latitante e padre di
Matteo, l’attuale vertice di Cosa Nostra, anch’egli latitante da
oltre 20 anni.
Mi chiamò Francesco Messina Denaro. Voleva che mi te-
nessi pronto per ammazzare il giudice Borsellino. Una vol-
ta fatto, sarei partito per l’Australia. A quel punto capii che
dopo quell’ultimo incarico mi avrebbero ucciso. Ebbi paura.
Dopo aver incontrato Borsellino, gli dissi “io sono un
uomo d’onore. Sono quella persona che avrebbe dovuto ucci-
derla. C’erano pronti due piani: uno prevedeva che le sparas-
si con un fucile di precisione, l’altro avrebbe dovuto avvenire
con un autobomba…”
Borsellino rimase perplesso e un attimo dopo disse: “Va
bene Calcara, mettiamoci a lavorare”. Mi aveva voluto “ta-
236
stare il polso”!
Iniziò così la nostra serrata collaborazione. Lui all’inizio
era abbastanza sospettoso, pesava ogni mia parola, (non è
facile del resto fidarsi di un mafioso). Gli parlai a lungo del
mio clan, del mio capo, però le cose più pesanti, quelle più
toste che riguardavano i colletti bianchi non gliele potevo
dire. Precisai soltanto: “È inutile che gliene parlo, perché si
accelererebbe la sua morte. E anche la mia.” Il mio silenzio
però durò poco, perché avevo a che fare con un osso duro che
guardava la morte con rispetto ma anche con coraggio, senza
farsi minimamente sopraffare dalla paura.
Oggi purtroppo sono certo che le mie rivelazioni contri-
buirono non poco ad accelerarne la morte. Nessuna blindatu-
ra sarebbe stata in grado di garantire la sua salvezza.
Volevo fargli capire che Cosa Nostra non è solo Cosa No-
stra, che da sola non sarebbe sopravvissuta e che è viva solo
grazie alle alleanze con massoneria, servizi deviati, Vaticano
e ‘Ndrangheta. Le famose 5 entità.

*Francesco Messina Denaro è il padre di Matteo Messina Denaro


ed è morto il 30 novembre 1998. Il corpo senza vita del capo mafia set-
tantenne venne ritrovato, grazie a una segnalazione anonima, di fronte il
cancello dell’ospedale di Castelvetrano.
Da quel giorno, ogni anno, il Giornale di Sicilia pubblica il suo ne-
crologio.
Il super latitante, ricercato in tutta Italia, onora suo padre ogni anno
con un necrologio, composto solamente del nome di Francesco Messina
Denaro, e della dedica “I tuoi cari”.
Quel giorno, il 30 novembre del 1998, il boss, latitante da otto anni,
si “consegnò” alla polizia, già morto e vestito di tutto punto, pronto per
il suo funerale.

Il Dott. Borsellino mi diede la possibilità di ricominciare


da zero. Tutti e due avevamo un pensiero e un carattere forte,
anche se diametralmente opposti: lui era dotato di strumen-
ti intellettuali e culturali robusti, io affondavo le mie radici
237
nell’eredità riconosciuta e criticabile della mafia.
Il giudice diceva “Voglio essere l’unico sciocco che pen-
sa di combattere la mafia con la legalità”, ne comprendeva
le ragioni strutturali, conosceva segreti e mandanti e sapeva
che io ero stato una delle tante pedine, quasi una routinaria
“carne da macello”, necessaria a eseguire i disegni perversi
della piovra. Intuiva tuttavia anche le mie sofferenze interiori
e fece leva proprio sulla mia naturale debolezza umana per
indurmi ad attuare una strutturale trasformazione interiore.
Crollò così un muro formato da frustranti macerie morali, che
solo la nostra singolare “amicizia” riuscì a rinforzare e tenere
in piedi.

Il miracolo Paolo: come arrivai al pentimento

La mia condizione di isolamento totale e abbandono, mi


portò a fronteggiare un uomo, uguale a me stesso fisicamente
e con il mio stesso nome e cognome, ma dotato di due teste
autonome. Era tanto uguale a me da non capire più chi tra
di noi fosse il vero Vincenzo Calcara. Il primo era un uomo
senza scrupoli, il secondo era un uomo nel quale ancora si
annidavano un briciolo di bontà e speranza. Decisi di seguire
il secondo.
Prima di tutto decisi di affrontare quel dolore sconosciuto
che mi lacerava. Un dolore che la mia stessa coscienza aveva
cercato di seppellire, fino a farlo sprofondare così tanto, da
renderne quasi impossibile la risalita. Una volta attuata la
catarsi, tutto divenne più semplice.

Con il mio pentimento, mi trovai a ripartire da zero e co-


minciò una seconda fase, di cui lo Stato ebbe forse paura,
tanto che per anni ha finto, dedicato attenzione insufficiente,
se non addirittura eluso i fatti. Ho vissuto tra rinvii sine die
ed è per questo che ho deciso di pubblicare le mie verità
in maniera indipendente, onde evitare che alcuni equivoci
238
potessero distorcere una realtà che nessuno ha mai voluto
rivelare. La tentazione in cui sono caduto come “uomo riser-
vato” è stata quella di parlare, facendo saltare parecchie co-
perture. È stato inevitabile, perché quando senti improvvisa-
mente dentro di te un vuoto incolmabile, non puoi liquidarlo
semplicemente tirando calci rabbiosi, ma devi assolutamente
trovare soluzioni alternative, che ti consentano di ritrovare lo
stile di vita più adatto alla tua nuova ineluttabile esistenza.
Si tratta indubbiamente di rivelazioni “fuori portata” che
richiedono coraggio, coerenza e lungimiranza, ma spesso mi
sono scontrato con l’ottusità e la mediocrità premeditata di
chi aveva interesse a soffocare il tutto.
Voglio iniziare affermando a voce alta, che lo Stato non ha
bisogno di sapere le cose, le sa! Sì, perché lui o almeno una
parte dei sui apparati le hanno compiute in prima persona.
Lo Stato non vuole la verità, ma vuole autotutelarsi fornendo
notizie false, parziali se non addirittura velleitarie.
In molti hanno dubitato e dubitano della mia attendibilità
come pentito.
A tutti rispondo: “Solo Dio può giudicarmi, solo lui sa
quello che prova il mio cuore” hanno cercato di uccidere la
mia attendibilità. Forze sottili cercano di uccidermi non nel
fisico, ma nella mente. Uno su tutti è l’Architetto Toro.” In
verità le mie accuse sono state sempre comprovate, dunque a
meno che non si voglia ipotizzare che sia schizofrenico o vo-
glia attuare un perverso depistaggio, non si può non credere
alle mie parole.
In tutto questo tempo tuttavia, solo in una sentenza si è
sollevato il dubbio sulle informazioni da me fornite (l’unica
vera arma operativa di cui disponevo liberamente), ma è stata
successivamente smentita dalle altre sentenze e il magistrato
scettico ha avuto vergogna del suo stesso atteggiamento.
La cosa non mi ha mai stupito, anzi dimostra in pieno
che dico solo ed esclusivamente la verità. Adesso vi spiego
perché.
Anche se sapevo sparare bene, io ero un uomo d’onore ri-
239
servato, cioè all’interno della stessa famiglia mi conoscevano
solo le persone più influenti.
Un uomo riservato non può e non deve essere noto, anzi
deve restare il più possibile nell’ombra e infatti io ci resta-
vo.
Quando si tratta di mettere a segno omicidi eccellenti o
di sbrigare “faccende” importanti, non si prende il soldato
qualsiasi, ma quello “riservato”, che all’interno della fami-
glia non è conosciuto dagli altri uomini d’onore.
Io rispondevo infatti solo al mio capo, a Messina Denaro
Francesco, all’Architetto Toro e a Michele Lucchese, gli uo-
mini di maggior spessore all’interno di Cosa Nostra.
Il silenzio assoluto era l’unico modo di fortificare la filie-
ra.
Per tali motivi, in quanto uomo d’onore riservato, mol-
ti “colleghi” non mi dovevano conoscere e Matteo Messina
Denaro smentiva a questi uomini, “non di fiducia”, ogni mia
collusione, per evitare che risalendo a me, qualcuno potesse
farmi pressioni e potesse mettere in ginocchio l’intera orga-
nizzazione. Come diceva Machiavelli, costoro “parlavano di
reami inesistenti.”
Un esempio su tutti è Brusca. Egli fu il killer di Sant’An-
gelo eppure non conosceva il movente del delitto: io invece
sì. Lui non era infatti un uomo di fiducia come me.
Mi spiego meglio:
Una delle cose che ho imparato, è che per la Mafia il
territorio è sacro, i boss non tollerano che qualcuno possa
entrare nel loro recinto senza chiedere permesso. Questo è
assodato. Ebbene, Matteo Messina Denaro aveva chiesto a
Riina di uccidere Sant’Angelo, (il figlioccio di battesimo di
Matteo) per uno “sgarro”. Aveva infatti tradito il padrino ru-
bando cocaina. Quel deficiente si era messo in testa di movi-
mentare da solo, un po’ di quella soffice materia bianca, ap-
profittando dei buoni rapporti e della nomea che si era fatto
nell’ambiente.
Forse pensava che l’avrebbe fatta franca, come se l’orga-
240
nizzazione criminale potesse concedere a qualcuno la libertà
di arricchirsi senza far guadagnare anche lei!
Del resto spacciare era la macchina più efficiente per fare
soldi. Peccato però che a chi guida la macchina, non sfugge
quando qualcuno apre lo sportello e cerca di fottergli il vo-
lante!
Brusca non era al corrente della causa del delitto, ne fu
solo il responsabile!

Quanto è difficile definirsi “pentito”

Non amo l’etichetta “pentito”. Io prendo marcatamente


le distanze da chi si definisce tale, ma magari è intimamente
colluso o venduto e si pente a “rapida combustione”.
Il mio è stato un pentimento reale e non ho agito per con-
venienza, anche se temevo di essere ucciso in carcere dalla
mafia. Sono uscito volontariamente dal programma di sicu-
rezza e non sono mai stato condannato all’ergastolo.
Quando è nato il fenomeno del pentitismo si è aperta una
specie di diga di scarcerazioni di massa e finti pentimenti: io
non credo al pentimento facile e vi assicuro che da quando
ho deciso di collaborare con la giustizia, ho creato un fossato
tra me e il mio passato.
Non accetterò mai e poi mai di vendermi al Padrone,
come fanno gli altri.
Ora, visto che i cosiddetti “pentiti” rappresentano l’arma
più temibile che lo Stato ha a disposizione per piegare le
Mafie, hanno goduto di cospicui sconti di pena, se non addi-
rittura di clamorosi azzeramenti.
Fin qui, potrebbe trattarsi di un sentimento umano, am-
missibile per certi versi. La cosa che però mi indigna è il
fatto che, sebbene molti di questi pentiti appartenessero ai
comitati esecutivi o addirittura alla direzione strategica, han-
no sempre fornito verità parziali o di circostanza, cose che
lasciano supporre a ragione una loro inaffidabilità.
241
Se sanno davvero le cose, e vi assicuro che parecchi di
essi le sanno, mi chiedo come mai non hanno mai parlato di
Entità, visto che le conoscevano anche loro?
In realtà le loro confessioni sono spesso decise a tavoli-
no e il tutto avviene a seguito di accordi con i loro referen-
ti che comprano i “pentiti” affinché rimangano arroccati su
posizioni e affermazioni, ovviamente pilotate. Quando sento
alla televisione le notizie sulle verità fornite dai collaborato-
ri, mi vengono i brividi, perché so per certo che si tratta di
informazioni filtrate e manipolate per fottere pure l’opinione
pubblica.
Io avrei potuto tacere, in attesa di tempi migliori, oppure
lavorare in maniera semiclandestina e controcorrente per la
verità, ma ho scelto la seconda via.
Ci raccontano che Cosa Nostra è stata smembrata, e sicu-
ramente verrà anche il momento in cui cattureranno Matteo
Messina Denaro, ma il vero problema va oltre tutto questo:
Servizi Segreti Deviati, Vaticano Deviato, Massoneria Devia-
ta sono più pericolosi di Cosa Nostra e di Matteo Messina
Denaro, col quale prima barattavano favori e inciuci, mentre
adesso lo usano di copertura per affari ben più grossi e pe-
ricolosi. Vergogna!!! In tutto ciò, lo Stato è sceso a patti e ha
brillato solo per passività.
Una prova su tutte è che io sapevo molte più cose di Bru-
sca e di Giuffrè eppure non sono stato sentito.
Brusca e Giuffrè sono venduti!!!
Quei farabutti, non hanno mai parlato della Super Com-
missione e delle 5 Entità, eppure ne erano a conoscenza pro-
prio come me.
Hanno solo confermato nelle Aule Giudiziarie che il pia-
no per uccidere il Dott. Paolo Borsellino era stato organizzato
a Castelvetrano da Francesco Messina Denaro, cosa che io
ho sempre affermato. Il mero sospetto che alle parole non
seguano comportamenti coerenti però, dovrebbe indurre alla
riflessione, perché la manomissione delle parole stesse è un
arma perniciosa che dimostra solo la corruzione delle menti.
242
Ripeto: questa gente è addomesticata e pilotata e a volte
si addossa colpe dietro compenso dello Stato, mentre altri
testimoni, tra cui io, vengono eliminati prima dei processi. Si
tratta di persone pervertite che agiscono per senso di conser-
vazione. io li conosco bene: sono vuoti, ghignanti, nevrotici,
altro che pentiti! Mi fanno schifo!
Ma la cosa peggiore, che non tutti sanno perché non co-
noscono a fondo le dinamiche del gioco, è che la cattura di
boss mafiosi vuol dire che la Mafia delle Istituzioni deviate,
della 5 Entità è diventata più autonoma e più forte, tanto da
gestire anche le testimonianze dei pentiti, in cambio di ver-
sioni di circostanza.

La mia forza: il pentimento

Oggi il mio punto di forza, innanzitutto morale, è la fami-


glia Borsellino, che continua a metterci la faccia sulla mia
credibilità e per me il loro affetto è da sempre stato uno sti-
molo, un sostegno di vitale importanza, che mi ha aiutato a
superare ogni paura e condizionamento.
Quando ero in isolamento, mi resi conto di non essere
più io. Non interessavo alla mafia (a loro interessava la mia
morte) e non interessavo neanche a me stesso. La vita che
avevo condotto mi aveva trasformato in qualcuno che non co-
noscevo più. Poi accadde qualcosa di inatteso: il pentimen-
to. Il pentimento mio è stato un pentimento leale, interiore
innanzitutto, poi è arrivato il pentimento nei confronti della
giustizia. Ero due persone in una: una all’interno e un’altra
all’esterno. La prima era convertita, l’altra mostrava ancora
un’immagine fuorviante. Dovevo cambiare rotta perché mi
trovavo a navigare in un mare agitato e pericoloso, anche se
questo mi avrebbe esposto a venti e turbolenze maggiori.
Sapevo che la battaglia era sospesa ma non conclusa.
La mia conversione avvenne in carcere, dove ero stato
243
rinchiuso, solo e tradito dalla mafia che mi aveva abbandona-
to al mio destino, dopo avermi sfruttato cinicamente.
Avevo paura. Sì, avevo paura di morire, come ogni uomo
e mi rendevo conto che la mia vita era stata un colossale
fallimento.
A posteriori, avevo avuto la sensazione che la Mafia mi
avesse teso una trappola, ma non sapevo se l’input era partito
dal suo interno o dall’esterno. L’unico dato certo è che la ma-
fia non perdona i traditori, i pentiti, i collaboratori di giustizia
e sapevo che ci sono mezzi leciti e illeciti per far passare un
omicidio come suicidio. Per la mafia non ci sono né tregue,
né armistizi.
Il carcere mi obbligava a stare da solo con me stesso, qua-
si fossi un’ombra, obbligandomi a recitare ogni giorno la stes-
sa scena di desolante solitudine. Mi faceva schifo il passato,
ma provavo anche disgusto per il presente e incertezza per il
futuro. Ecco come mi sentivo: come una canna al vento!
Fu in quel momento che cominciai a guardare nell’abisso
del mio animo e scavando, mi resi conto di essere stato un
mostro, che aveva accarezzato con una mano le radici della
più cinica ferocia umana e con l’altra il seducente inganno
del potere. Ero frastornato e tormentato da mille pensieri che
mi si affastellavano come vermi dentro il cervello, senza riu-
scire a trovare la giusta strada che potesse condurmi lontano
da quel buio assoluto in cui ero sprofondato. In quei momenti
mi sembrava che la soluzione al mio dilemma fosse a portata
di mano, ma mi mancava qualcosa. A quel punto mi spinsi
avanti, sforzandomi con tutta l’anima di richiamare ogni ca-
pacità fisica e mentale, per cercare di sollevarmi dall’abisso,
poiché mi sentivo come sul ciglio di un burrone in cui sarei
potuto cadere per un solo, misero passo falso.
Quello di cui avevo bisogno era un’idea chiarificatrice
che mi avrebbe permesso di convogliare il mare di confu-
sione in un unico oceano di pace e forse tutto sommato, il
silenzio della prigione avrebbe potuto fornirmi la tanto attesa
via di fuga.
244
Conoscevo bene la dinamica di certe cose. All’interno
delle prigioni i boss continuano a esercitare la loro leader-
ship e dettare legge senza che la loro autorità venga mini-
mamente scalfita. Continuano a comandare in mezzo a quei
rimasugli umani e prosperare senza fare troppo rumore e non
c’è nulla di impossibile, al punto che se vogliono che qualcu-
no muoia, morirà. Memore del fatto che la mafia non ammette
nessuna legittimità del dissenso “avevo la certezza di essere
condannato a morte”.
Avevo fatto tanti errori ma, uno su tutti, il peggiore, fu
quello di intrecciare una relazione pericolosa con la figlia di
un uomo d’onore, cosa che aveva attirato su di me una dose
letale di odio irreversibile.
Nell’angusto silenzio delle ore sempre uguali a se stesse,
operai un’indagine introspettiva che mi portò a una conver-
sione radicale. Mi misi a riflettere su tutte le seducenti e il-
lusorie menzogne della mafia e analizzai con attenzione il fit-
tizio apparato costruito a hoc per proteggere essenzialmente
solo gli interessi di pochi violenti oligarchi. Realizzai allora
che la mafia mi aveva usato, educandomi a valori sbagliati,
ipocriti e violenti che avevano messo in pericolo la mia vita
e avrebbero causato la morte di vittime innocenti, colpevoli
solo di volere tagliare i tentacoli a Cosa Nostra e all’intero
sistema deviato.
Che sciocco ero stato! Avevo creduto a tutte le loro bal-
le! Nel silenzio dei miei pensieri più profondi, cominciai a
sentire l’eco di tutte le stronzate che mi avevano inculcate a
forza:
“Fra uomini d’onore non si mente.” Che colossale balla!
Falso! Come tutte le altre frasi che amano usare i signori di
Cosa Nostra.
“L’Onore!” falso anche il concetto che ne hanno i ma-
fiosi. L’onore è un comodo scudo dietro cui nascondere solo
l’opportunismo di chi comanda. Tutti i principi e i concetti
propugnati dalla mafia convivono in un pasticciato minestro-
ne in cui non si riescono a distinguere i sapori. “La mafia mi
245
faceva letteralmente schifo, eppure in famiglia ero io l’unico
mafioso. Anzi, in passato lo furono un fratello di mia mamma
e uno zio di papà, quest’ultimo ucciso dai carabinieri. Di una
sola cosa ero certo, cioè che un soldato della mafia può essere
ucciso, un capo no. E io in qualità di soldato me la rischiavo
alla grande.
Fu l’istinto “animalesco” di sopravvivenza a spingermi a
contattare il Dott. Paolo Borsellino. Il giudice era un uomo
leale, un siciliano vero. Si leggeva negli occhi dolcissimi che
non fingeva; con lui non c’era nemmeno bisogno di parlare.
Ero colpito dai suoi tratti somatici che già da soli, eviden-
ziavano tutta la potenza di un uomo di grande spessore. Gli
occhi piccoli, furbi; la fronte di persona ostinata e intelligen-
te; il sorriso incredibilmente sagace e la risata contratta, che
coinvolgeva ogni muscolo del suo viso.
In realtà io non ho mai voluto ammazzare nessuno e quan-
do l’ho fatto, ho solo eseguito degli ordini, sbagliati certamen-
te, cui non potevo sottrarmi. Il punto è che prima del carcere
godevo di appoggi influenti, una volta rinchiuso invece non
servivo più a nessuno e agli occhi della Mafia, mi ero tra-
sformato in un galeotto qualsiasi. Mi convinsi che sarei stato
ucciso, non avevo scampo. Al tempo stesso però non volevo
morire per cose in cui non credevo più e decisi di rimettermi
a Dio, con animo puro. Pensavo che chiamando il Dott. Bor-
sellino, avrei potuto salvare la vita a lui e a me stesso.
All’inizio non c’era affetto, solo stima reciproca, almeno
questa era la mia sensazione a pelle: da una parte il “mafioso
pentito”, dall’altro il giudice icona dell’antimafia. Ci fu un
primo incontro ufficiale, un secondo ufficiale, poi una serie
di incontri ufficiosi.
Ricordo benissimo che una volta mentre il Dott. Paolo e
la sorella Rita si trovavano a casa della mamma a via D’Ame-
lio, il giudice disse “Mamma vado a fumare una sigaretta con
un amico”. L’amico ero io: Vincenzo Calcara, u picciuttieddu
di Castelvetrano.
Il Dott. Paolo Borsellino cominciò a volermi sinceramen-
246
te bene, dopo che gli feci trovare i riscontri di tutto quello
che gli avevo detto. Gli raccontai fatti scottanti, impensabili,
notizie talmente eclatanti da poter sovvertire l’ordine di un
intero Paese. I nomi poi erano eccellenti, anzi eccellentissi-
mi, tanto da poter ipotizzare che fossero deliranti fandonie di
un mitomane o meglio di un pazzo scatenato.
“Dott. Borsellino se vuole le fornisco tutte le prove, lei
faccia le sue ricerche.”
“Enzino,” affermava in tono lapidario “non ti preoccupa-
re che io ho i miei canali per provare le cose che dici.”
Io in qualità di suo confidente, depositario di incommen-
surabili segreti di enorme valore pubblico, avevo comunicato
importanti rivelazioni e lui, per scelta ideologica, aveva de-
ciso di ascoltarmi. Fatte queste premesse, non poteva non
nascere fra di noi che una sviscerale alleanza.

Il Dott. Paolo Borsellino appuntava tutto sulla sua agenda


rossa e si aspettava da me una prova di lealtà “Vincenzo, con
me c’è 100% o niente. Non esiste il 99%”.
Ero affascinato dalla sua “grandezza”, tanto che spesso
lo guardavo e tacevo. Non avevo mai conosciuto un Servitore
dello Stato, appassionato e integerrimo come lui. Lui credeva
realmente nello Stato e aveva deciso di difenderlo dagli as-
salti frontali, anche se, secondo me era consapevole del fatto
che il nemico si nascondeva al suo interno.
“Sappi che se sei leale non ti abbandonerò mai, io ho i
miei canali segreti.” Questa sua grande prudenza e la riser-
vatezza sincera con cui trattava certi argomenti, segnarono la
fase embrionale degli accertamenti futuri. Paolo Borsellino
verificava e blindava le informazioni per tutelare me o altri
personaggi a lui cari. Era capace di analizzare ogni dettaglio
con grande precisione e far emergere la più piccola incon-
gruenza dei dati. La naturale reazione fu che alcuni di questi
cari lo hanno tradito e non hanno volutamente raccolto, anzi
hanno cercato di seppellirlo l’humus informativo da lui la-
sciato.
247
Una cosa voglio precisare: il mio non è stato solo un pen-
timento giudiziario ma anche un pentimento interiore, che
metteva in ballo tutti quei valori e insegnamenti mafiosi che
avevano vacillato davanti al nobile coraggio del Dott. Borsel-
lino, con cui condividevo lo stesso destino di morte.
Fin dal primo incontro con il Dott. Borsellino, ho capito
che c’era qualcosa che ci univa e che questa cosa non era
solo il nostro legame con quella forza del male di cui io fa-
cevo parte, ma qualcosa di ancora più oscuro e ineluttabile
e cioè l’oscura immensità della morte! Sapevamo entrambi
che saremmo morti e questo ci ha reso ancora più vicini. Tut-
te le volte che lo incontravo rimanevo veramente colpito dal
suo sorriso disarmante e dalla sua luce straordinaria. Non ero
mai stato investito da una luce così assoluta, quieta e profon-
da come quella che coglievo nello sguardo di chi è fedele a se
stesso e alle regole fino in fondo. La cosa più singolare è che
la sua non era una luce intermittente, ma quotidiana.

Il Dott. Borsellino: il mio faro, la mia luce

Parlando di uomini d’onore bisogna precisare il concetto


sotto due punti di vista. Cosa significa “uomo d’onore” per il
mafioso e cosa significa “uomo d’onore” per gli uomini civi-
li. Spesso i boss usano questo termine per autodefinirsi tali.
Eppure il loro onore sembra alquanto discutibile. Nelle loro
azioni, l’onore è l’antitesi stessa di ciò che dovrebbe signi-
ficare. Un uomo d’onore infatti antepone la ragione al sen-
timento, un uomo d’onore uccide senza pietà anche donne
e bambini, un uomo d’onore tace la verità, un uomo d’onore
finge misericordia e timore di Dio solo per convenienza. Non
è vero che rispetta le famiglie! Sono bugie, bugie subdole e
pericolose. In poche parole è un uomo di “disonore”, più che
di onore. È fasullo e ingannevole. L’onore è una parola nobi-
le. L’uomo d’onore è uno che sa portare avanti i veri valori,
come la giustizia, la verità, la dignità. L’onore è non tradire.
248
L’onore è non aver paura. Il primo uomo d’onore che ho cono-
sciuto è stato Paolo Borsellino.
Il mafioso invece vive e si identifica in un ideale di onore
assolutamente distorto. Ma la peggiore distorsione che attua,
e ciò che è peggio, in maniera premeditata, riguarda il Cre-
do. Il mafioso vive la religione in almeno tre modi: Alcuni si
autoconvincono fin da piccoli che è giusto ammazzare per
certi principi, proprio come succedeva in certe letture della
Bibbia, dove si parla di vendette, di prove, di patti. Del re-
sto Gesù perdona tutti. Questi mafiosi solitamente prima di
uccidere pregano. Eliminano le persone come fossero bestie,
senza neanche curarsi della loro età e magari poi pisciano
sui cadaveri, ma intanto pregano e si scaricano la coscienza.
Altri, come me sono sinceramente credenti. Altri ancora re-
citano. Uno di questi era u ziu Binnu. Lui voleva far vedere
di essere religioso per essere considerato una persona rispet-
tabile.
I capimafia sono la discendenza di Lucifero, che ha tra-
dito Dio e si trasformano in angeli per ingannare meglio. Del
resto il diavolo sa di essere diavolo e sa di travestirsi in an-
gelo per essere creduto.

L’uomo riservato e il giudice

Dissi al Dott. Borsellino che ero venuto a conoscenza non


solo dell’esistenza delle cinque Entità collegate nel cuore di
una potente Idea, ma anche di aver visto con i miei occhi gli
uomini al vertice di ogni Entità riunirsi nella villa di Lucche-
se Michele a Paderno Dugnano dove avevo la residenza.

Dopo l’uccisione del Dott. Falcone, il Dr Borsellino ven-


ne a trovarmi spesso, tranquillizzandomi che da un momento
all’altro sarei andato via da Palermo per essere condotto in
una struttura protetta a Roma (cosa che avvenne). Fui colpito
dalla luce espressiva del suo sguardo, anche se percepivo in
249
lui un senso di grande solitudine interiore.
In uno di questi incontri gli esternai ancora una volta la
mia preoccupazione per la sua vita travagliata, dicendogli di
mettersi al sicuro perché solo da vivo avrebbe potuto essere
la mia ancora di salvezza!
Lui mi rispose: “Vincenzo, solo se togli dal tuo cuore il
negativo sentimento di paura puoi onorare te stesso, la scelta
che hai fatto e anche la fiducia che ho riposto in te e, perché
no, anche quelle preziose ore che ho tolto alla mia famiglia
per dedicarle a te, per sostenerti nei momenti difficili. Ri-
cordati quello che ti dissi l’altra volta: è bello morire per ciò
in cui si crede, e chi ha paura muore ogni giorno, chi non
ha paura muore una volta sola. Vincenzo, siamo nella stessa
barca, indietro non si torna! Adesso racconta con dovizia di
particolari tutto ciò che mi hai accennato sulle Entità e su
quella Potente Idea. Però sappi che quando ti verrò a trovare
a Roma, tutto ciò che mi hai detto e mi dici sarà messo a
verbale e firmato da te. Ricordati che le cose più importanti
le scrivo su questa Agenda, e poi non potrai dire di non aver-
mele dette.”
Raccontai per filo e per segno tutto ciò che sapevo circa
le Entità e il Dott. Borsellino rimase assorto a guardarmi per
tutto il tempo, come se le mie parole fungessero da collan-
te alle sue intuizioni. I suoi occhi avevano un’espressione
fortemente assorta, come se fosse caduta ogni difesa, come
se stentasse a credere alle mie parole, ma al tempo stesso
sapesse che erano terribilmente vere.
Dopo avergli assicurato che avrei messo tutto a verba-
le aggiunsi anche queste parole: “Dottore mio, mi creda, ho
toccato con queste mani e ho visto con questi occhi la sua
condanna a morte! Ma le devo dire ancora di più. Quando il
mio Capo Assoluto Messina Denaro Francesco, unitamente
al suo Riservatissimo Uomo di Fiducia, mi hanno dato l’inca-
rico di tenermi pronto per ucciderla, hanno anche detto che
di questo Borsalino (così lo chiamavano) “non deve rimanere
niente, neanche le sue idee. Lui deve morire e basta. Lui non
250
deve morire solo per il danno che ha causato a “Cosa Nostra”
(per questo si era deciso di aspettare ancora un po’), ma lui
deve morire subito! Soprattutto perché non gli si deve dare
nessuna possibilità di causare un danno irreparabile verso
quel cuore che Cosa Nostra e gli alleati di Cosa Nostra amano
e che sono in dovere di difendere. Da informazioni sicure si
è venuto a conoscenza che questo Borsalino sta costruendo
una solida base, con un suo appoggio personale segreto, e
dopodiché insieme a un suo Sostituto che gli sta a cuore e ne
vuole fare il suo braccio destro, attaccherà come un pazzo,
dobbiamo assolutamente distruggerlo !”
Ricordo che, per la sicurezza del Dott. Ingroia, il Dott.
Borsellino non voleva che io non dicessi mai a verbale il suo
nome.
Credo che il verbale in questione sia stato più esaustivo
di quanto il Dott. Borsellino pensasse. Mi incuriosiva il fat-
to che prendesse appunti su tutto, ma preferisse proferire il
nome di Ingroia solo verbalmente.
Nonostante i miei accorati avvertimenti, Paolo Borsellino
sembrava voler proseguire sulla falsariga di Falcone e nes-
suno, all’infuori di poche persone, sembravano interessate a
tutelare il lavoro e soprattutto la vita del giudice.
Fra di noi si stava cementando un rapporto d’amicizia
molto particolare. Io avevo avuto l’onore di conoscere sia
l’uomo, sia il magistrato e senza retorica, né spirito di casta,
posso affermare che Paolo Borsellino era l’emblema stesso
del giudice giusto e del vero uomo d’onore.
Il Dott. Borsellino era terribile come magistrato. Era più
in gamba di Falcone, ma voleva apparire secondo per la sua
umiltà cristiana. Lui sapeva che per combattere le mafie non
occorreva solo la forza, occorreva capirne l’ideologia e le
connessioni perverse, ma soprattutto era indispensabile l’in-
tervento di una magistratura in grado di far applicare le leggi,
senza farsi intimorire dalle minacce.
Lui credeva che solo attraverso l’esercizio quotidiano del-
la legalità si potesse cambiare la società. Mi sorprendeva poi
251
la sua capacità di trovare sempre il giusto punto di equilibrio
tra dovere e rispetto dei sentimenti, chiarezza e riservatezza.
Ma la cosa che più mi nutriva d’orgoglio genuino, era il
fatto che sapeva trattarmi come un “essere umano”, un “fra-
tello” usando un termine cristiano. Per lui non ero soltanto il
collaboratore di giustizia, uno di quei personaggi che riem-
piono la tua vita freddamente come meteore, un uomo utile
solo ai fini della ricostruzione di una storia, segnata per anni
da silenzi e omissioni. Per lui ero soprattutto un “uomo”.
E dire che qualche volta hanno tentato di mettere in di-
scussione la sua lealtà come giudice e come persona. A ri-
pensarci adesso mi vengono i brividi.
Con lui riuscivo ad aprirmi quasi fosse un padre spiri-
tuale più che un giudice dell’antimafia, cosa che a lui faceva
sinceramente piacere dal punto di vista umano. Mi sapeva
ascoltare e consigliare in maniera saggia su tutto, anche su
cose che esulavano dal nostro rapporto. Ricordo che mi fu
particolarmente vicino nella gestione della mia complicatis-
sima vicenda familiare.

La mia nuova compagna

Prima di finire il carcere avevo conosciuto Caterina, la


mia attuale compagna. L’avevo conosciuta in Sardegna, ad
Alghero dove ero latitante: io avevo 35 anni, lei 22. Era una
donna molto avvenente. All’epoca andavo in giro per tutta
l’Europa con una valigetta contenente i miei tesori: le par-
rucche per i miei travestimenti e le pistole. Tenevo la chiave
della valigia in un ciondolo della mia collanina che lei guar-
dava sempre con una certa curiosità, perché senz’altro aveva
capito che nascondeva segreti di un certo peso.
Un giorno riuscì a sfilarmelo e dopo aver aperto la vali-
gia si rese conto che non ero il geometra, l’uomo d’affari che
aveva conosciuto, ma qualcuno di estremamente pericoloso.
Io avrei voluto ucciderla, ero già pronto. Avevo preso la cin-
252
tura della sua vestaglia di seta, ma le volevo bene e avevo la
certezza che non mi avrebbe tradito. Le dissi di non farmi
domande e non tradirmi e così fece. Addirittura mi teneva
nascosto dentro il camion del padre.
È stata una donna eccezionale, l’unica in grado di vivere
un amore “clandestino”. Vivere nascosti e fingere è una delle
peggiori torture che un uomo possa accettare pur di sopravvi-
vere. È quasi peggio che morire, eppure siamo riusciti per un
certo periodo a vivere reggendo questa grossa rinuncia.
Io venivo da altre storie passate e avevo già diverse figlie,
ma le ragazze mi avevano rinnegato sdegnosamente, a causa
di una scostante forma di dignità che facevo fatica a com-
prendere. Il Dott. Borsellino mi chiedeva spesso di lei, ma io
non volevo che rischiasse un’accusa di favoreggiamento, (del
resto anche lei era vittima delle mie malefatte). Il Dott. Bor-
sellino, ogni tanto con fare serio mi diceva “adesso l’arresto”,
poi rideva e mi diceva che stava scherzando (lui amava gli
scherzi, erano parte della sua vita). Aveva capito con estrema
lucidità il mio quadro familiare e più di una volta si era pro-
digato in consigli su come e dove rivolgere le mie attenzioni.
Per lui dovevo stare con Caterina e basta.

La mia famiglia allargata

Quello che mi accingo a raccontare adesso mi angoscia


e mi costa davvero tanto descriverlo in maniera lucida. Sì
perché la mia famiglia e soprattutto i miei figli, il sangue del
mio sangue, sono per me e credo per chiunque, la materia
prima che plasma l’esistenza. Io non so di certo quanti figli
ho generato; ne ho “censiti” 11 (uno non è certo) e per ragioni
di sicurezza o per altri motivi, ho dovuto rinunciare a molti
di loro.
Il solo ricordare questa cosa mi provoca un dolore atroce,
perché è sinceramente terribile vivere ed essere consapevole
di avere dei figli, senza poterne godere appieno e oltretutto
253
è orrendo sapere che molti di essi non ti stimano o non sono
curiosi di conoscerti, perché hanno sempre e soltanto vissuto
dall’altra parte della barricata, senza che nessuno abbia mai
spiegato loro il perché e il per come si ritrovino a non avere
un padre 365 giorni l’anno.
Avevo raccontato al Dott. Borsellino delle mie precedenti
relazioni: dei due figli maschi, che per motivi di sicurezza
non avevo riconosciuto e delle tre figlie avute con la mia pri-
ma moglie.
Quando sai che i tuoi figli potrebbero pagare il dazio per
le tue responsabilità, provi un dolore insopportabile e soprat-
tutto un grande senso di impotenza, insopportabile e lanci-
nante. Io sapevo che i miei figli maschi avrebbero pagato per
le mie scelte, dunque avevo deciso di sostenere l’atroce sof-
ferenza, pur di evitare loro ulteriori dolori futuri. Non so se
avranno la capacità di capire il vero motivo dei miei sacrifici,
ma spero che in futuro si renderanno conto che ho fatto tutto
per amore loro.
Le mie figlie mi avevano rinnegato e lui sapeva conso-
larmi facendomi capire che per lui non ero solo il pentito
Vincenzo Calacara, ma un uomo debole come tanti altri, con
dei sentimenti, verso cui provava un singolare sentimento di
amicizia. Per lui tuttavia, non avrei mai dovuto rinunciare
alla mia dignità, né avrei dovuto elemosinare affetto: lo me-
ritavo e basta.
Nonostante tutto avevo una gran voglia di rivedere le ra-
gazze, che erano già grandicelle e vivevano a Roma. Decisi
pertanto di intraprendere questo viaggio della speranza nel
tentativo di conciliarmi con loro e con una fetta molto impor-
tante del mio passato.
Sì perché, io amavo la loro madre. Come ho amato since-
ramente e con uguale intensità tutte le donne che ho avuto.
Credo di essere nato per amare le donne e soprattutto non le
ho mai tradite. È stata mia madre a trasmettermi questi senti-
menti di amore e complicità verso il “sesso debole” e di certo
è stata lei a insegnarmi tutti i trucchetti che mettono in atto
254
per soggiogare meglio gli uomini, in base alla loro utilità.
Le ragazze erano sinceramente felici di vedermi e abbia-
mo trascorso due giorni di puro idillio. Addirittura dormiva-
mo tutti insieme nello stesso lettone e dire che la più grande
era mamma di due figli, un maschietto e un femminuccia.
Sembravamo la sana famiglia del “Mulino Bianco”. Perché
tutto fosse perfetto mancava solo il grande incontro con le
altre mie figlie: le 4 avute con Caterina e la figlia della giap-
ponese.
Apro una piccola parentesi per parlare della bella nippo-
nica. L’avevo conosciuta al consolato giapponese mentre mi
trovavo a Roma. Parlava perfettamente italiano ed era una di
quelle bellezze insolite, di una delicatezza e gentilezza fuori
dal comune. Neanche a dirlo, fui irretito come sempre dal fa-
scino femminile. Ero latitante e sinceramente avevo già una
storia con Caterina, però non riuscivo a sottrarmi alla sua
seduzione. Mi piaceva troppo. Facevo il galante, la portavo
a cena, le facevo fare la bella vita, (visto che i quattrini non
mancavano mai). Questo è durato per circa due mesi, fino a
quando non entrai a far parte del programma di protezione,
prima di andare in Sardegna. Avevo a disposizione 3/4 ore
al giorno di libertà e di certo non mi mancavano le idee per
spenderle nel miglior modo possibile. Il miglior modo pos-
sibile, in quel caso, portò la giapponesina alla gravidanza e
oggi mi ritrovo una bellissima fanciulla, Rosy Giusy, che di
orientale ha solo i capelli, per il resto è una Calcara doc.

Insomma la mia scelta mi portò da Caterina e dissi ad-


dio alla giapponese senza pensarci troppo. Giusy Rosy ha 19
anni, uno in più di mia figlia Lucia. Vive a Milano e ha saputo
di me solo di recente. Non porta ancora il mio cognome, ma
spero che un giorno questo avvenga. L’ho voluta conoscere
al suo diciottesimo compleanno, nel pieno rispetto del rag-
giungimento della maggiore età, anche perché la madre si è
sentita giustamente tradita da me e in questi anni, non le ha
di certo tessuto le mie lodi. Oggi però sono sereno, perché lei
255
ha capito e ha conosciuto il mio lato “materno”, quello che
mi contrassegna da quando Caterina si è ammalata e sono
certo che mi ama.
“È giusto che le conosciate” dissi senza mezze misure.
Loro sembravano restie, ma credevo fosse solo un sentimento
di naturale diffidenza verso le novità. L’incontro fu un vero
fallimento, ma al contempo mi fece aprire gli occhi e mi evitò
di provare rimorsi futuri, sebbene per un istante avessi cre-
duto che il terreno mi fosse franato sotto i piedi. Erano gelo-
se, furiosamente gelose delle mie piccoline e gelide come il
ghiaccio negli occhi, nel cuore e nei gesti, tanto da non vo-
lerle né accarezzare, né abbracciare. Credo che si sentissero
così tanto estranee, dall’aver recitato la scena dell’affetto fa-
miliare solo per un po’, ma in fondo le comprendo.
Aveva ragione Paolo Borsellino quando mi diceva “non
sono degne di te. Se devi rifarti una famiglia, fattela con Ca-
terina”. Gli avevo dato ascolto e con lei avevo fatto 4 figlie
femmine. Con le altre ho chiuso definitivamente e oggi ho
interiorizzato la rassegnazione per l’aspirazione delusa di ve-
derle tutte insieme d’amore e d’accordo.

Tre anni fa mia moglie è stata minacciata. Io sarei dovuto


andare a Castelvetrano e qualcuno non gradiva la mia pre-
senza. In quei giorni stavo a Padova con l’avv.... x dell’Idv.
L’hanno presa con le piccole, mentre le portava a catechi-
smo: le hanno detto che io non dovevo parlare. Poi ho creato
il profilo fb perché non mi rassegnavo al fatto di tacere, ma
lei dopo l’incidente si è aggravata.
Adesso Caterina sta male, vegeta, potrebbe morire da un
momento all’altro, mentre io ho scoperto di avere una certa
tempra materna.
Posso dire a testa alta di essere “un mammo” perfetto per
le mie figlie. Non l’ho mai amata, le ho sempre voluto bene

256
Il pensiero di Paolo Borsellino

Il Dott. Borsellino era convinto che la Mafia non fosse


un’organizzazione monolitica e impermeabile e passava ore
febbrili a scrivere, raccogliere prove e indizi, senza tralascia-
re il minimo dettaglio, che sottolineassero il serpeggiare di
qualche falla nel sistema. Al tempo stesso mostrava tutta la
sua grandezza di uomo e di cristiano che non si sottrae all’im-
pegno civile. Aveva la straordinaria capacità di analizzare
ogni tassello cruciale per le sue indagini, con grande mae-
stria e intuito, rafforzando in questo modo ogni ipotesi inve-
stigativa che potesse condurre alle conclusioni più logiche.
Il suo intuito era fatto soprattutto di empatia, qualità che
usava sempre con me. Sapeva mettersi nei miei panni, pro-
iettandosi nella mia mente per cercare di carpirne i segreti
nascosti nei recessi più remoti. Mi stava davanti e mi osser-
vava attentamente, nel tentativo di fiutare ogni mia abitudi-
ne, ogni vezzo, ogni debolezza o resistenza, tanto che per lui
ero un libro aperto.
Soprattutto divenne per me un faro di comportamento,
grazie a quel suo senso del dovere fuori dal comune, che gli
permetteva di valutare ogni cosa, ogni prova, senza mai pre-
cludersi la strada all’indagine o all’interpretazione dettagliata
di ogni singolo riferimento fornito da me e da terze persone.
Credeva in me, sia grazie alle prove fornite, sia quando,
dopo la morte di Falcone, cercai di metterlo in guardia sui
rischi e cercava un rapporto umano che andasse al di là dei
ruoli.
Anche io mi fidavo di lui.
“Dott. Borsellino lei è in pericolo” gli dicevo. Lui, che
conosceva la parte sommersa dei poteri forti, senza neanche
scomporsi rispondeva: “Hanno ucciso Falcone perché non
hanno ucciso me?”
“Lei rappresentava un pericolo fino a quando stava a
Marsala, adesso no. Ma è solo questione di tempo. Lei sarà
il secondo.”
257
Le Entità vogliono decapitare la magistratura sana.
“Non ti preoccupare per me, un magistrato deve mettere
in conto anche certi rischi.” mi diceva queste parole con una
specie di strana e disperata malinconia, priva di dolore o rab-
bia, quasi presagisse che il destino crudele era alle porte e
indossava abiti a lui conosciuti. Proprio al destino decise di
porgere il petto con grande coraggio, certo di volerlo seguire
fino alla fine, anche nelle tenebre più fitte. Non credo di aver
mai conosciuto un uomo più coraggioso e fermo di lui.
Lui aveva intuito di essere stato venduto e che certi gesti
di prudenza non sarebbero serviti. Per questo aveva fretta
di agire, perché a volte l’intuito è preveggenza e ogni ora
sarebbe stata vana e incostante se non l’avesse rivolta alla
ricerca frenetica del vero. Era necessario portare dunque
allo scoperto il risultato delle sue indagini ragionate, “intra-
smettibili” che riguardavano le scottanti collusioni tra forze
insospettabili.
L’Entità colpendo lui, voleva dare un segnale forte.

In cella con il Dott. Borsellino

Paolo era dolcissimo. Una volta mi disse con un sorriso


apprensivo “Enzino, mettiamo da parte tutto. Oggi non sono
il giudice: sono venuto qui solo per farti compagnia, per con-
solarti”. Ancora mi commuovo per le sue parole, nessuno pri-
ma era riuscito a toccarmi l’anima in questo modo.
Io e il giudice avevamo in comune certi valori, sembrerà
strano, ma non lo è. Lui mi incoraggiava a superare la paura:
“Ricordati Vincenzo che chi ha paura muore ogni giorno, chi
non ha paura muore una volta sola”.
Paolo Borsellino condivideva con me anche momenti
di spirito e di allegria “Quanto darei per vederti travestito
da monaco!” poi la conversazione ritornava su un piano più
alto.

258
L’uccisione di Falcone
La morte ci segue ogni giorno

L’insegnamento di Paolo

Quando il 23 maggio 1992, appresi dalla televisione la


notizia della strage ai danni del Dott. Falcone, fu come se
avessi toccato con mano la forza devastante di Cosa Nostra.
Ricordo che la paura prese veramente il sopravvento su di
me facendomi scaraventare al muro il televisore.

Pochi giorni dopo, il Dott. Borsellino mi venne a trovare.


Dopo aver ascoltato quello che avevo da dire, risugellato
nel suo enigma, si alzò in piedi e accendendosi l’ennesima
sigaretta, disse: “In questo momento non è il tuo capo che
ti parla, ma un giudice che servirà fedelmente lo Stato e la
società civile fino all’ultimo momento. Pagherei qualunque
cosa pur di poter dire in faccia a questi cosiddetti capi che la
decisione che hanno preso di uccidere il mio amico Giovanni
Falcone non è altro che una decisione ignobile, partorita da
una mente ancora più ignobile! Non hanno nemmeno rispet-
tato l’unica regola d’onore che gli era rimasta, quella di non
uccidere le donne. Non le femmine, le Donne! Meritano vera-
mente disprezzo. Questi uomini, se così si possono definire,
non rappresentano e non sono figli di una potente e nobile
Idea, ma rappresentano e sono figli di una debole, ignobile e
malata idea del male, racchiusa nell’illusione di valori igno-
bili, che entrano nella loro mente malata di uomini infami.
Essi non conoscono né l’onore né quei grandi valori che sta-
vano dietro al mio amico Giovanni Falcone e alla sua Donna,
che ha avuto solo la colpa di seguire il suo uomo!”
 
 
Parlava con una tale rabbia in corpo che non avevo mai
visto in lui. Si capiva che le sue parole erano dettate dal do-
lore per la morte dell’amico giudice, ma quelle frasi, pesanti
259
come macigni, mi rimasero impresse in maniera indelebile
“Ma io non gli darò la possibilità di uccidere la mia Donna,
non glielo permetterò mai. Ti dico anche che loro possono uc-
cidere il mio corpo fisico e di questo sono ben cosciente, ma
sono ancora più cosciente che non potranno uccidere le mie
idee e tutto ciò in cui credo! Questi infami si erano illusi che,
uccidendo il mio amico Giovanni, avrebbero anche ucciso le
sue idee e quel grande patrimonio di valori che stava dietro
di Lui. Ma si sono sbagliati, perché il mio amico Giovanni
tutto ciò che amava e onorava, lo amava così profondamente
da legarselo nel suo animo, rendendolo dunque immortale.”
Mi guardava con occhi furenti, scintillanti di ostilità, ver-
so chi aveva messo a segno l’ignobile attentato, ma subito
dopo aver finito di parlare si sciolse in un sorriso altrettanto
eccessivo e buono perché sapeva che il destino ineluttabile
avrebbe seguito il suo corso malgrado tutto.
Giuro che le parole del Dott. Borsellino erano così potenti
e piene di vibrazioni, che facevano tremare il pavimento, fino
quasi a scardinarlo. Erano così forti che non riuscivo a guar-
darlo negli occhi, quegli occhi piccoli, scintillanti e pieni di
rabbia. Era chiaro che il dolore di questo nobile uomo era
fortissimo. Questo dolore io lo vivo anche in questo momento
e non riesco a contenerlo. Non è un dolore normale. È un
dolore puro e nobile. Ma siccome io non ho niente di nobile,
faccio fatica a contenerlo. Sono convinto che questo nobile
sentimento di dolore non appartenga a me: io non ne sono
degno. Appartiene invece alle persone che lui amava profon-
damente e in primis alla moglie, ai figli e anche alle nipoti-
ne che non ha conosciuto e che io “indegnamente” ho avuto
modo di incontrare: ho persino baciato la sua prima nipotina
Agnese. Ma insieme a questo sentimento di dolore c’era an-
che un sentimento di coraggio, permeato da vibrazioni posi-
tive che Lui mi ha trasmesso e che io voglio trasmettere alle
sue nipotine Agnese, Vittoria, Merope, Futura e Felicita.

A tutte le persone che il Dott. Borsellino amava profonda-


260
mente, compreso le donne e gli uomini della società civile, io
dico che nessuno può uccidere la Verità! Soprattutto quando
la Verità è legata al proprio animo. Che me ne faccio di que-
sta vita che io amo, se non onoro la Verità che appartiene alla
vita? Il Dott. Borsellino, con il suo esempio, mi ha insegnato
che un uomo deve amare la vita dopo che ha imparato ad
amare ciò che sta oltre la vita!
Mi sembra di sentire ancora la sue parole mentre mi spie-
gava che in qualunque struttura umana esiste il bene e il
male. I santi e i diavoli. E che ognuno di noi deve far riemer-
gere quella scintilla divina che ogni uomo ha in sé. E che
comunque alla fine il bene trionferà sul male, perché questa
è una volontà e una legge divina che nessuna forza del male
potrà fermare. Siccome io credo nella coscienza dell’uomo,
e in quella scintilla divina e so con certezza che non si può
mentire alla propria coscienza, desidero veramente che le
sensazioni belle che mi dava il Dott. Borsellino in vita e che
mi dà anche adesso dal cielo, le possa anche provare chi si
spacciava o si spaccia per suo amico. Sono sicuro che queste
persone, prima o poi, verseranno lacrime di pentimento.

La ferocia si apprende

La ferocia si apprende e io l’ho appresa da Cosa Nostra.


Cosa Nostra ha trovato una piccola fessura dentro la mia
carne e vi ha infilato il coltello della ferocia, fino a trasforma-
re la ferita in uno squarcio. Io ho visto con i miei occhi l’odio
che Cosa Nostra e tutte quelle Entità collegate a Cosa Nostra
nutrivano nei confronti del Dott. Borsellino. Queste Entità,
come ho avuto modo di spiegare, sono racchiuse in una uni-
ca, grande Idea del male. Ma non ho visto solo l’odio. Ho
visto anche la paura, ho attraversato zone di morte e ho toc-
cato con mano la preoccupazione che questa forza del male
aveva nei confronti del Dott. Borsellino. Per cui vi dico, e
lo dico per cognizione diretta, che questa Idea del male non
261
è invincibile. C’è la prova che ha avuto paura di un uomo
della società civile e quindi è vulnerabile. Il punto debole di
questa Idea del male è la paura che ha verso uomini pieni di
coraggio e di valori.
Lo Stato e la società civile non possono permettere che
verità ignobili e infami siano nascoste e conviviamo con le
verità nobili sotto la nostra nobile bandiera. Come non ci si
può permettere di far passare un diavolo per un santo. Sola-
mente una verità nobile può essere nascosta sotto la bandie-
ra, poiché è lei stessa la bandiera nobile, per la quale sangue
è stato versato. Viceversa, una verità ignobile può solo stare
sotto e a fianco della bandiera ignobile di Cosa Nostra e di
tutte quelle Entità collegate a Cosa Nostra. Verità e bandiera
ignobili non possono sventolare sotto il sole come se fossero
nobili. Così come uomini di potere e uomini delle Istituzioni,
se sono ignobili, non possono e non devono stare a fianco di
uomini puliti che servono e garantiscono lo Stato e la società
civile, è come se rubassero il sacro e lo mischiassero con il
profano. E mi fermo qua.
Il sangue chiama sangue, anzi sembra che la sua linfa
vitale sia prorpio il continuo spargimento di sangue.
Sono trascorsi 21 anni e ancora il sangue innocente del
Dott. Borsellino grida giustizia e verità, ma non solo. Anche
il sangue innocente di altri uomini, uccisi da questa Idea del
male, grida giustizia e verità.
 

I nostri dialoghi

Il Dott. Borsellino era solito dirmi: “Vincenzo, quando


vado via, se ti senti nervoso o agitato, fatti una preghiera.
Vedrai che ti sentirai meglio.”
Allora una volta gli risposi: “Dottore, adesso mi vado a
confessare dal Vescovo Marcinkus e dal suo capo, il Cardina-
le, quelli che hanno riciclato i miliardi di Cosa Nostra!”
Il Dott. Borsellino mi riprese: “Non generalizzare. Ci sono
262
anche tanti Vescovi e Cardinali buoni, nelle cui mani si può
mettere la propria vita. Certamente non darò a nessuno la
possibilità di infangare tutta la Chiesa! Una persona d’onore
difende e dice sempre la verità senza paura. Vincenzo, fatti
la barba. Ricordati che la dignità di una persona passa anche
attraverso l’aspetto fisico. Prendi una cassetta di musica clas-
sica e rilassiamoci un po’.”
Allora io tirai fuori le mie cassette e ci rilassammo fu-
mando una sigaretta insieme. Queste cassette di musica clas-
sica mi erano state sequestrate quando fui arrestato, ma lui si
interessò a farmele riavere. Ricordo che le avevo comprate in
un negozio non lontano dal Teatro dell’Opera di Roma, quan-
do ero latitante e travestito da monaco. Quando dissi alla si-
gnora del negozio “La pace sia con voi”, insieme a una bella
benedizione, mi fece lo sconto e regalato pure altre cassette!
Un’altra volta il Dott. Borsellino mi disse: “Sono sicuro
che tu, piano piano, ti spoglierai e uscirai fuori da tutta quel-
la cultura di morte che ti hanno trasmesso. Se tu vuoi, ce la
puoi fare. Basta volerlo. Non sentirti un infame, gli infami
sono loro. Io sono un servitore dello Stato e sono contento di
fare il mio dovere fino in fondo. Quando una persona collabo-
ra con la giustizia, come tu stai facendo, sono felice, perché
sicuramente si toglierà qualche mela marcia in mezzo alla
società civile. Ma sappi che io non mi fiderò mai di un uomo
d’onore che collabora per convenienza e nello stesso tempo
gli rimane la mentalità e la cultura mafiosa.
Viceversa, se il pentimento è veramente interiore, allora
sì che è apprezzata e creduta la sua collaborazione con la
giustizia. Vincenzo, promettimi che non mi farai pentire del
pensiero bello che ho avuto per te. Oggi sono andato da mia
madre e da mia sorella. Dopo pochi minuti che ero là, ho
avuto il pensiero di venirmi a fumare una sigaretta con te e
farti un po’ di compagnia.”
Era un uomo veramente speciale!
Voglio ricordare un altro episodio per me particolarmente
significativo. Una volta lo feci arrabbiare, perché mi scap-
263
pò una frase meschina riguardo ai suoi sostituti. Quando mi
sentì dire quelle parole, ricordo che cambiò immediatamen-
te espressione di viso e mi disse: “Ma come ti permetti di
parlare così? Che razza di uomo sei? Hai dimostrato di es-
sere un meschino! Tu ti preoccupi per me solo per salvare
la tua vita, solo per la tua convenienza. La paura non ti fa
ragionare;vergognati! Se non fossi qui nella veste di magi-
strato ti darei tanti di quei schiaffoni! Ma col pensiero è come
se te li avessi dati.”
Chiamò la guardia, si fece aprire e se ne andò senza ne-
anche salutarmi. Mi sentivo un verme, ero davvero mortifi-
cato. Provavo dentro di me un profondo sentimento di colpa,
perché avevo capito che con le mie stupide parole lo avevo
fatto soffrire. Mi ricordai che in effetti mi aveva detto che i
suoi sostituti erano come i suoi secondi figli.
Già ero entrato nella convinzione di avere perso l’affetto
e la stima del Dott. Borsellino. Ma non fu così. Dopo neanche
un paio d’ore si apre la porta e vedo lui che, come al solito,
dice alla guardia di lasciarlo solo con me. Ricordo e sento an-
cora le belle vibrazioni che provai, nel momento in cui lo vidi.
Mi disse: “Mi dispiace di essere stato severo con te, ma sap-
pi che le parole che mi hai detto avrebbero fatto arrabbiare
anche un santo!” e, facendomi un sorriso sornione, aggiunse:
“E io non sono un santo. Sono un essere umano che ha san-
gue nelle vene.”
Come al solito, era stato comprensivo e affettuoso.
Poi, andandosene, mi salutò così: “Vincenzo, non ti pre-
occupare per me. Sappi che è bello morire per le cose in cui
si crede.”
Gli risposi: “Dottore, queste parole le farò sicuramente
mie. Ci può contare.”
Non è facile per me ripensare a tutto il tempo che ho
trascorso insieme al Dott. Borsellino, senza provare una pro-
fonda nostalgia. Quanto vorrei che fosse ancora in vita! Come
non vorrei essere qui a parlare di lui!
Pur di averlo vivo, avrei voluto essere suo nemico ed
264
essere da lui umiliato e sconfitto. Pur di averlo vivo, avrei
preferito non assaporare le gioe che mi hanno dato queste
quattro figlie che sono venute al mondo dopo la sua morte.
Purtroppo il Dott. Borsellino fisicamente non c’è più e oggi
provo un grande senso di privazione, ma io dico che il Dott.
Borsellino è vivo più che mai. Il Dott. Borsellino era più di
un vaso pregiato. Il Dott. Borsellino era un uomo. Le forze
del male lo hanno distrutto fisicamente, ma non hanno potuto
distruggere la sua anima, le sue idee, i suoi valori, la sua
nobiltà e tutto ciò di bello che c’era in Lui.
Devo dire che questo grande uomo ha cambiato veramente
la mia vita. Dentro di me non sento più il sentimento di odio,
di vendetta e neppure il desiderio di fare del male. Cerco di
mettere in atto tutti quei valori che mi ha insegnato e tutte
le cose belle che mi ha trasmesso in quei momenti difficili,
sia per lui che per me. Sono sicuro che, con il suo sacrificio,
tante coscienze sono state toccate.

L’Agenda Rossa

Beati quelli che sperano il meglio, ciò che li aspetta può


essere ben peggio”
Wystan Hugh Auden

Il Dott. Borsellino girava sempre con la borsa di cuoio


e l’immancabile Agenda Rossa sulla quale annotava ogni
singolo dettaglio, ogni dichiarazione, per poi ritornarci sopra
quando aveva la necessità di chiarire aspetti ancora oscuri.
L’Agenda Rossa di Paolo Borsellino, andava molto “oltre” era
come una bottiglia consegnata al mare con la speranza che
qualcuno ne raccogliesse la testimonianza.
L’agenda è sparita e non è mai stata ritrovata, ma posso
affermare di conoscere una discreta parte dei suoi contenuti
che la mia memoria non potrà mai cancellare. Appare le-
gittimo ipotizzare che dietro tale scomparsa ci sia l’esigenza
265
di impedire, soprattutto all’opinione pubblica, di scoprire i
segreti più inquietanti del nostro Paese. Ancora oggi si insi-
ste infatti nel voler filtrare e selezionare documenti, operan-
do una selezione diversificata delle informazioni in modo da
“tranquillizzare” i cittadini e continuare e fare il bello e il
cattivo tempo.
Cosa può essere successo quando è stata sottratta l’Agen-
da Rossa?
Gli unici presenti subito dopo l’esplosione, erano i rap-
presentati dello Stato appartenenti a tutti i suoi settori: appa-
rati investigativi e polizieschi, forze politiche e militari. Solo
loro possono aver sottratto l’Agenda Rossa e solo loro sanno
e hanno avuto interresse a mantenere estrema riservatezza
circa i suoi contenuti. Il perché è semplice da spiegare: Sa-
rebbero emerse verità tali da costringere una revisione totale
di certi fatti italiani.
Detto ciò, per oltre 20 anni le ipotesi investigative sono
rimaste “dormienti”, e alcuni presupposti di carattere logico
e ricostruttivo sono stati sottaciuti, mentre gli apparati collu-
si, hanno avallato come dogma di fede il fatto che Borsellino
era una vittima della Mafia ucciso dalla “famiglia” siciliana.
Punto!
In realtà le 5 Entità, insieme, avevano decretato la sua
condanna a morte.
La morte tragica di Borsellino ne ha fatto un mito meri-
tato e positivo, di uomo integerrimo, il cui furore moralistico
non potrà mai scemare, eppure non riuscì a portare a segno
alcuni dei suoi obiettivi, relativi alla lotta antimafia e allo
scoperchiamento di certe losche collusioni. Borsellino si era
accorto dei collegamenti tra ambienti criminali, massoneria
e settori dei servizi deviati le cui azioni avevano debordato
nell’illecito, eppure decise di correre rischi di fronte all’in-
derogabile necessità di proseguire nelle sue indagini “bom-
ba”.
Fallì, se di fallimento si può parlare perché:
1) la sua ispirazione era pericolosa: non si riduceva a
266
semplice denuncia, ma stava per trasformarsi in azione con-
creta;
2) il suo operato fu ostacolato dalla stessa magistratura
che lo isolò e lo delegittimò, emarginandolo in certi casi dalle
indagini.
Paolo Borsellino aveva capito il gioco ed è stato assassi-
nato per questo. È per questo che l’Agenda Rossa è sparita,
come sono scomparse le prove della stragi, le prove del pac-
tum sceleris, la Trattativa Stato-Mafia, il patto tra i vertici in
cui si firmò un’omelia congiunta per porre fine alle stragi.
È per questo che uomini come me vengono fatti tacere
o ritenuti inattendibili (se non pazzi in certi casi) e vengono
sentite solo le opinioni pilotate dei “finti” pentiti. È una tec-
nica collaudata a puntino: io do una mano a te e tu dai una
mano a me!
È per questo che dalle carceri scompaiono le prove delle
visite e dei colloqui compromettenti.
Ma perché Napolitano, non parla? Re Giorgio ha voluto
indicare forse una strategia a lungo periodo per evitare una
crisi generale di portate colossali?
Ma soprattutto: perché io non sono stato sentito?
Perché il numero due al Senato, Pietro Grasso, ex procu-
ratore antimafia, ha cominciato a parlare adesso di Entità?
Cos’è successo? È forse morto qualcuno a cui dava fasti-
dio parlarne? Sono forse cambiati personaggi e tempi?
Perché questa asimmetria? Perché lo Stato volge il suo
sguardo in direzione opposta all’interesse collettivo dei suoi
stessi cittadini?
Perché viviamo di omissioni, reticenze e bugie? Sarà for-
se perché la ragnatela di aderenze con gli altri poteri è troppo
forte?

267
Io godo di ottima salute fisica
Tradimento

Dopo essere passato dalla parte della giustizia, neanche a


dirlo fui accusato di tradimento da miei vecchi amici. Per un
uomo d’onore si tratta di un’accusa infamante, disonorevole
e spesso si usa questo aggettivo per rimarcare nel “traditore”
tutta la sua ignobiltà e provocargli magari dei sensi di colpa.
Io non caddi mai in questo tranello, perché ero abbastanza
scaltro da aver capito i meccanismi mentali deviati di Cosa
Nostra.
In ogni caso la parola tradimento non mi piace: il tradi-
mento è uno dei mali peggiori. È peggio tradire un amico,
la famiglia o un ideale, che una donna. Però il mio ideale di
tradimento, almeno oggi, non coincide con quello che mi era
stato inculcato all’interno di Cosa Nostra.
Quando “confessi” si spezza il sodalizio criminale e ci si
ritrova a nell’infelice condizione di sentirsi inaffidabile come
persona, agli occhi dei colleghi e di essere visto con sospet-
to anche dall’interlocutore finale. Io devo ringraziare Paolo
Borsellino se non sono mai caduto in questa sottile trappola
mentale, perché mi ha sempre creduto.

A chi afferma “Tu hai tradito i tuoi compagni mafiosi”


posso solo rispondere, io non ho tradito nessuno. Sono stato
usato! Io sono stato tradito e ingannato ed ero pure certo che
sarei stato ucciso. Ero solo carne da macello.
Cosa Nostra è l’emblema stesso del tradimento. Non fa
niente per niente. Sfrutta l’ignoranza e la paura della gente. Il
vero mafioso è ipocrita oltre a essere un grande diplomatico.
Nell’uomo d’onore la ragione prevale sul sentimento. Se uno
sbaglia, finge perdono, ma poi gliela fa pagare a caro prezzo,
senza mai effettuare sconti di pena. L’uomo d’onore si camuf-
fa dietro una veste di buonismo, finge propaganda di carità e
intanto tesse la sua sottile trama di morte e distruzione verso
il responsabile dello sgarro. Non è forse questo un esempio
268
concreto di tradimento?
Eppure agli occhi della gente la Mafia è un’Entità buo-
na!
Spesso si sente dire che questo o quel mafioso ha dato la-
voro, è generoso, ha regalato, ha aiutato i bisognosi. Si tratta
di realtà traviata e traviante: anche in quel contesto il “ma-
fioso” tradisce. Sì, perché tradisce la fiducia di coloro i quali
avanzano richieste nel momento di difficoltà.
Il capomafia fa trovare lavoro ai bisognosi per tenerli ser-
rati a sé e usarli a suo piacimento. È questo un lavoro? Lavoro
di merda! Si trovano nella condizione di dover accettare ogni
ricatto morale e materiale e automaticamente mettono la loro
libertà sul suo piatto, diventando schiavi del sistema a vita e
per le future generazioni. È un circolo vizioso da cui difficil-
mente si può uscire. Non è forse questo un tradimento?
Ebbene la mafia spesso si è fatta garante della società
civile al posto dello Stato.
Anche questo per me è tradimento.

La visita inattesa

Verso la metà del mese di Giugno ’92 mi vennero a tro-


vare nel carcere di Palermo “Le Torri” il Dott. Natoli e Sua
Eccellenza l’Alto Commissario Finocchiaro, Capo dell’allora
Ufficio di protezione di Roma (dico Sua Eccellenza in quanto
il Dott. Natoli lo chiamava “Eccellenza”).
In quella occasione mi disse di stare tranquillo che, se
tutto andava bene, in una o due settimane sarei stato messo
sotto protezione a Roma.
Questo incontro può essere confermato sia dal Dott. Nato-
li, sia dalla Direttrice del carcere, che all’epoca era in ottimi
rapporti con il Dott. Borsellino.
Non passarono neanche tre giorni da questo incontro, che
mi vennero a trovare il Dott. Borsellino con l’Alto Commissa-
rio Sua Eccellenza Finocchiaro! (Anche questo incontro può
269
essere confermato da Sua Eccellenza Finocchiaro e dalla Di-
rettrice del Carcere!)
Il Giudice mi fece subito presente che l’incontro era e
doveva rimanere segreto!
Addirittura non dovevano sapere niente neanche il Dott.
Natoli e il Dott. Lo Voii, non perché non si fidasse (anzi il
Dott. Borsellino mi diceva che proprio di loro due si fidava
ciecamente) ma per la loro incolumità “meno sanno, meglio
è!”
Il Dott. Borsellino mi disse: “Come tu sai un detenuto con
condanna definitiva (la mia era di 7 anni) difficilmente può
essere protetto fuori da una struttura carceraria. Può essere
solamente protetto in una struttura carceraria dove ci sono
solo collaboratori di Giustizia con pene definitive. Invece un
detenuto che ancora non ha una condanna definitiva passata
in giudicato, qualora venga ritenuto un Collaboratore di Giu-
stizia attendibile, può accedere al programma di protezione
dell’Alto Commissariato, da uomo libero!”

Poi continuò: “Vincenzo, grazie a Sua Eccellenza il Dott.


Finocchiaro, che si è preso a cuore la tua situazione unita-
mente al Ministro di Grazia e Giustizia, abbiamo trovato un
cavillo affinché tu possa uscire dal carcere ed essere protetto
da uomini che sceglierà Sua Eccellenza il Dott. Finocchiaro.
Ovviamente non sarai un uomo libero al 100%, ma avrai la
tua libertà all’interno di qualsiasi Albergo in cui risiederai e
sarai protetto da 12 Poliziotti che si daranno il cambio ogni 6
ore (tre ogni turno). Sappi che allo Stato tu costerai tantissimi
soldi e in più garantisce la tua vita! Non tradire ciò che si sta
facendo per te!”
Infine aggiunse: “Vincenzo, il Dott. Finocchiaro è voluto
intervenire in prima persona perché ha le prove della tua
attendibilità e sa il pericolo che corri e che ti potrebbero uc-
cidere! La sua venuta qua per me significa che posso stare
tranquillo per te, in quanto sotto la sua protezione nessuno ti
toccherà. Ma è anche un mio dovere dirti che devi rispondere
270
a tutte le domande che il Dott. Finocchiaro ti farà in quanto
ne ha tutto il diritto, perché è il capo dell’Alto Commissariato
Antimafia. Lui ha contribuito con i suoi canali a far trovare i
riscontri alle tue dichiarazioni.”
La prima domanda del Dott. Finocchiaro fu questa: “Se-
condo lei, chi può essere stato a fornire notizie così riservate
che sapeva soltanto il Dott. Borsellino? Come è possibile che
un “Giornale serio” come il Corriere della Sera, dia la certez-
za che lui è al corrente di certi misteri, peraltro abbondante-
mente riscontrati e che solo il Dott. Borsellino e pochissime
persone sapevano?”
Mi pareva di giocare a ping-pong, lui faceva domande
incalzanti e io rispondevo con altrettanta velocità. Forse pen-
sava che fossi un bizzoso pentito e cercava di ingannarmi
dettandomi ritmi serrati, invece io ero sicuro e baldanzoso
come sempre!
Mi disse anche: “Adesso le faccio un’altra domanda che
il Dott. Borsellino sicuramente non le ha mai fatto, ma che
ritengo molto importante. La domanda è questa: “Qualcuno
pensa, e ne sono quasi convinti, che Lei e Michele Lucchese,
oltre a far parte dell’Entità di Cosa Nostra in segreto e all’in-
saputa di Cosa Nostra facevate anche parte dell’Entità dei
pezzi deviati delle istituzioni, nel gruppo dei servizi segreti
deviati.
Risponda prima a questa domanda e poi alle altre che le
ho fatto.”
Prima di rispondergli guardai il Dott. Borsellino per vede-
re almeno la sua espressione, ma lui subito mi disse: “Conti-
nua da dove eravamo rimasti l’altra volta, anzi per essere più
precisi ti dico io dove eravamo rimasti.” Prese la sua borsa di
cuoio (mi sembra marrone) ed estrasse la solita Agenda Ros-
sa dove di solito si appuntava le cose più importanti che gli
dicevo. Aprì l’Agenda Rossa, sfogliò alcune pagine (non pos-
so fare a meno di notare che le pagine erano piene della sua
scrittura e mi disse: “Ecco cosa mi hai detto l’ultima volta:
Tramite il Lucchese sono venuto a conoscenza che all’interno
271
dei Servizi Segreti deviati e all’insaputa del Triumvirato con
a Capo l’On. Miceli, si era formata una corrente di uomini
che osteggiavano totalmente sia l’On. Miceli, che il suo brac-
cio destro. Questi uomini erano fidatissimi non a Miceli e
neanche al suo braccio destro, ma erano fidatissimi del Terzo
rappresentante del Triunvirato che voleva prendere il posto
dell’On. Miceli e sostituire con uomo di fiducia del braccio
destro di Miceli stesso. Ricordo anche che il Lucchese mi
disse che questo rappresentante del Triumvirato era sicilia-
no.”
Dopo che il Dott. Borsellino ebbe finito di leggere ciò che
gli avevo detto aggiunse: “Adesso puoi continuare.”
Mi girai a guardare il Dott. Finocchiaro e cominciai il
racconto con queste parole. “Se qualcuno pensa che io e Mi-
chele Lucchese, all’insaputa di “Cosa Nostra” facessimo an-
che parte dei servizi segreti deviati, le rispondo subito: no!.
Però che eravamo in contatto con alcuni uomini dei Servizi
segreti deviati, che osteggiavano l’On. Miceli e il suo Braccio
destro le dico: sì! Tre di questi uomini, erano quelli che ci
hanno accompagnati alla Tenuta di Latina. Messina Denaro
Francesco ha ordinato e dato le direttive a Lucchese Michele
di mettersi in contatto con alcuni uomini dei Servizi segreti
deviati e di riferire soltanto a lui tutto ciò che gli dicevano o
che si faceva. Tutto ciò era così segreto e delicato che nean-
che i migliori uomini della nostra Famiglia dovevano esserne
al corrente. Il Messina Denaro Francesco ha autorizzato il
Lucchese a servirsi solo di me e di farsi accompagnare da me
quando lo riteneva opportuno. Questa scelta su di me il Mes-
sina Denaro Francesco l’ha fatta (così mi disse Lucchese):
1° perché ero sempre vicino e in sintonia ottima con il
Lucchese;
2° perché facevo bene il mio lavoro dentro la dogana
dell’aeroporto;
3° perché gli ero piaciuto tantissimo quando avevo ucciso
alla tenuta di Latina uno dei sequestrati;
4° perché mi ha cresciuto fin da bambino e non si era mai
272
dimenticato che all’età di 16 anni per difendere suo figlio
Matteo, che era stato picchiato da alcuni ragazzi più grandi
di lui, io ero intervenuto. Ricordo ancora che erano in tre e
che mi avevano massacrato di botte. Fu proprio lu Zu Ciccio
con tenerezza a curarmi le ferite e dopo mi diede anche dei
soldi. Non lo avevo fatto in quanto si trattava del figlio du Zu
Ciccio, ma proprio perché mi sentivo nato per proteggere e
difendere i più deboli. Credo che questa mia caratteristica
piacesse parecchio al boss.
Il Messina Denaro Francesco ha avuto l’ordine da Ber-
nardo Provenzano di dare l’incarico a Lucchese, in quanto
questi era nella posizione giusta (faceva parte della Loggia
Massonica oltre ad avere dimostrato capacità a tenere bene
contatti delicati e segreti). Il Lucchese mi confidò anche che
dalle parole di Messina Denaro Francesco aveva capito o in-
tuito che forse neanche Totò Riina era al corrente della tra-
ma segreta che si stava tessendo per danneggiare e sostituire
l’On. Miceli.
Provenzano si poteva permettere di tenere all’oscuro
Totò Riina perché aveva le spalle coperte dal Triumvirato
della Supercommissione, che in precedenza aveva contri-
buito e appoggiato segretamente Provenzano per distruggere
il Triumvirato dell’Entità di Cosa Nostra, rappresentato da
Bontade, Badalamenti e da Luciano Liggio, che a sua volta si
faceva rappresentare da Provenzano e Riina.
Se Totò Riina era stato messo all’oscuro, fu dovuto al fatto
che stravedeva per l’On. Miceli.
Nel frattempo che parlavo, notai che il Dott. Borsellino
prendeva appunti sull’Agenda!
Alla domanda su chi avesse fornito le notizie riservate
al Corriere della Sera risposi sgusciando come un anguilla
“Lascio a voi ogni giudizio e ogni deduzione.”
Il Dott. Finocchiaro mi disse: “Benissimo!” e ancora:
“Sig. Calcara, essendo che ci sono tutti i presupposti e validi
motivi, le comunico che lei è il primo a potere uscire dal
carcere con una condanna passata in Giudicato. Per lei si è
273
approvata una specie di legge che nessuno può osteggiare.
Le assicuro che lei a giorni sarà a Roma!” ero diventato un
potente filtro fra la legalità e l’illegalità.
Il Dott. Borsellino mi disse: “Dopo che ti sarai rilassato
un poco verrò a trovarti insieme al Dott. Natoli e al Dott. Lo
Voi e metterai a verbale tutto ciò che mi hai detto. Ma forse
prima si dovrà andare nel posto dove hai seppellito il Tur-
co.”
In quella circostanza venni a conoscenza che L’On. Viz-
zini era a Palermo e doveva ricevere dal Dott. Borsellino dei
documenti di grande importanza politica, ma non ne conosco
i contenuti. Sapevo solo che era intervenuto per tirarmi fuori
dal carcere.

Veniva di proposito a trovare il Dott. Borsellino (non ri-


cordo se a casa o in Procura) per consegnargli alcuni docu-
menti, compresa una relazione riguardante il mio caso e altro
(tutto ciò era importante a livello Politico).
Se non ricordo male quel giorno il Dott. Finocchiaro si
sarebbe dovuto incontrare con l’On. Vizzini (sono sicuro che
questo si può riscontrare!).
Dopo la morte del Dott. Borsellino fui convocato da Sua
Eccellenza Finocchiaro nel suo Ufficio a Roma. Mi disse che
aveva avuto l’idea di farmi fare un’intervista in onore del
Dott. Borsellino e aveva contattato i Giornalisti di Famiglia
Cristiana.
Poi disse: “Per fare una cosa veloce mi sono permesso di
scrivere in questo foglio ciò che Lei dovrebbe dire e, cono-
scendola bene, sono sicuro che Lei lo condividerà.”
Aggiunse infine: “Certe cose, mi creda non vale la pena
che si dicano.”
Diceva queste parole con una flemma demoniaca, silla-
bandole e ripetendole come un incantatore di serpenti.
Ho letto ciò che aveva scritto e su quello si è fatta l’in-
tervista.
Questa intervista su Famiglia Cristiana dove si citava la
274
Morte annunciata del Dott. Borsellino: è stata fatta nel mese
di Luglio-Agosto 1992.
Purtroppo l’ho letta, ma ho smarrito la copia.

Dopo l’intervista a Famiglia Cristiana

Il Male non è che un’esperienza transitoria: non sta né


nel principio, né nella fine: bisogna passarci in mezzo, ecco
tutto.
Ero stato intervistato per Famiglia Cristiana e come appe-
na accennato, Finocchiaro era passato ai servizi segreti. Lui
mi era venuto a trovare quando stavo a Favignana e anche al
carcere di Palermo “Le Torri”. A volte lo avevo incontrato col
Dott. Borsellino, altre da solo.
Finché era in vita il Dott. Borsellino, Finocchiaro aveva
usato delle metodiche perfettamente aderenti al suo ruolo,
ma dopo la strage di Via D’Amelio le cose cambiarono radi-
calmente. Mi rendevo conto di non avere più appigli e quei
pochi che avevo si erano sbriciolati e mi stavano mollando
inducendomi a una caduta libera verso qualcosa di scono-
sciuto.
Finocchiaro era insieme all’onorevole Vizzini (chiddu
che baffetti). Non mi piaceva, c’era qualcosa di torbido in lui
che proprio non mi convinceva, a cominciare da quella sua
intelligenza “meccanica”, di chi ha aderito al codice e prose-
guiva con quel fare rattrappito e monco che mi faceva capire
quanto parziale fosse la sua adesione alla giusta causa.
Conosceva bene i segreti di Borsellino il quale era stato
venduto da qualche Giuda. La storia puzzava di marcio. Im-
provvisamente mi si era aperto uno scorcio che rivelava un
sistema logico e perverso costruito solo per sollevare fumo
negli occhi.
Sapeva che avevo parlato delle Entità al Dott. Borsellino
e cominciò una lunga requisitoria per cercare di farmi parla-
re il più possibile.
275
“Sa, il fatto delle Entità e della Supercommissione non
sono argomenti da affrontare. Anche Buscetta ne voleva par-
lare ma ha capito che è un tema troppo intricato, impossibile
da spiegare. È un tema che la società civile non arriverebbe
a capire e si creerebbe solo una confusione generalizzata. Io
ancora non capisco come lei sia venuto a conoscenza di que-
ste cose: sono talmente segrete che non le sa nessuno”.
Per fortuna io ero uscito dal programma di protezione,
altrimenti mi avrebbero messo il bavaglio come avevano fatto
con i miei “colleghi”. Mai avrei rinunciato alla voglia di sen-
tirmi libero. La libertà è un bene inclassificabile, è talmente
impagabile che sterilizza i peccati e rende inefficiente ogni
negatività; la libertà ti consente di essere immune a tutto per-
ché ti affranchi da tutto mentalmente.

*Note
La legge impone una serie di sbarramenti per accedere ai programmi
di protezione. Fra le altre cose la legge impone a chi collabora di mettere
a conoscenza sui fatti i giudici, entro 180 giorni, dopodiché, anche se
ricordano particolari importanti che prima non avevano raccontato, essi
non hanno valore probatorio. Addirittura la riforma si pone in contrasto
con il principio di obbligatorietà dell’azione penale. La norma ha avuto
l’effetto di bloccare le collaborazioni.

Poi continuò “La storia delle Entità non si può riscontrare


in alcuna maniera e Buscetta l’ha capito bene. Non si può
parlare di Entità e coinvolgere tutti gli apparati: noi la maz-
zata forte la dobbiamo dare a Cosa Nostra, che così si prende
tutte le colpe e amen.”
Cominciavo a sentire dei brividi lungo la schiena come se
fossi percorso da uno scorpione velenoso.
“Sa, io le do questi consigli come se fossi suo padre. Vo-
glio che lei stia bene e stia tranquillo”. Snocciolava tutta una
serie di frasi fatte raccapriccianti, quasi volesse farmi del
pressing psicologico per farmi cedere.
Diceva queste parole con una dolcezza smielata che mi
276
faceva schifo e con un tono paterno mefistofelico, che mi fa-
ceva ricordare l’Architetto Toro, quando mi costrinse a uc-
cidere il cane. Per lui non tutto si equivaleva: il bianco era
bianco, il nero era nero.
Anche Francesco Messina Denaro parlava così: evidente-
mente era una prerogativa tutta mafiosa. Sì perché la ferocia
non è qualcosa di intrinseco, è qualcosa che si tramanda. Da
bambino non ero feroce ero solo impulsivo, loro invece erano
riusciti a incanalare e addestrare il mio istinto fino a ottenere
ciò che volevano divenissi, quasi costringendomi ad affonda-
re le mani nella ferocia più bieca, per rovistare meglio il male
e lasciarmene sedurre totalmente.
Mi avevano talmente addestrato che ero riuscito a svuo-
tarmi di quasi ogni sentimento, eppure non c’erano riusciti
fino in fondo, perché in me albergava ancora un briciolo di
umanità che mi portava a ribellarmi, anche se solo interior-
mente, alle loro ingiustizie.
Era come se uno strano freno mi impedisse di essere fe-
roce fino in fondo. Credo che sia stato proprio questo freno a
impedirmi la discesa libera, perché a un certo momento mi ha
portato di fronte alla mia coscienza. Essa ha scavato un solco
profondo dentro la mia anima e in quell’istante l’ho seguita,
liberandomi una volta per tutte di quel richiamo innominabi-
le, che in passato mi aveva unito a gente di malaffare.
Mentre ero frastornato dalle parole di Finnocchiaro, vidi
davanti a me, tutte le figure ributtanti che avevo conosciuto,
uguali nei modi e nei sentimenti perversi. Ebbi dei flash im-
provvisi in cui vedevo tutti allo stesso modo: la stessa posa,
la stessa risata sardonica, gli stessi occhi malefici, le stesse
parole ambigue.
Che ribrezzo, che feccia, che spazzatura!
La mia mente mi ha portato spesso a fare giochi, ad as-
sociare figure e situazioni uguali e devo dire che grazie a
questa naturale intuizione, ho sempre fottuto chi cercava di
fottermi.
Quel farabutto fingeva di essere paterno, ma avvertivo
277
nelle sue parole un tacito comando in stile mafioso. Avevo
capito tutto e ancora una volta, feci prevalere la ragione e
non la rabbia.
Avevo capito bene che c’era stata una qualche forzatura
negli ingranaggi e probabilmente stava cercando di incardi-
nare le mie rivelazioni dentro a qualcosa di illecito, di cui
tuttavia non avevo certezza. Sta di fatto che voleva che io
fornissi una visione monocromatica della verità, scorporata
da tutto ciò che avrebbe fatto male allo Stato marcio. Peccato
che io ero un uomo coerente e non avrei mai ceduto ai suoi
ignobili ricatti mentali e nessun’altra proposta del Diavolo.
Se devo ringraziare Cosa Nostra per qualcosa è per aver-
mi insegnato a gestire i sentimenti e l’emotività, visto che
per natura sono un uomo sanguigno e irruento. Se non avessi
imparato a controllare e camuffare i miei istinti, oggi sarei un
uomo morto.
Il Dott. Borsellino non mi aveva mai detto di tacere sulle
Entità! Chi cavolo era lui per dirmi il contrario? Provavo una
rabbia incommensurabile. Ancora di più mi faceva racca-
priccio quella facciata ipocrita, tinta della peggiore ipocrisia
controriformista, dietro cui fingeva stucchevole paternalismo
e affetto, mentre le sue parole corrispondevano a un preciso
ordine in stile mafioso.
Ricordavo dei nostri colloqui alla presenza di Borsellino.
Finocchiaro era a conoscenza dei nostri segreti. Il mio amico
giudice aveva piena fiducia in lui, invece si sbagliava perché
quello era un vero traditore e l’avevo capito troppo tardi. Se-
condo me Finocchiaro si era venduto Borsellino alla grande.
Adesso che passava ai servizi segreti sarebbe stato ancora
più pericoloso. Era l’autentica propaggine metastatica delle
Entità: pericoloso e venduto. Non capivo ancora che genere
di losco mercimonio stesse attuando, però mi era chiaro che
Borsellino e Finocchiaro erano come Cristo e Giuda nel qua-
dro di Giotto.
Dopo la conversazione con Finocchiaro (alla presenza
dell’onorevole Vizzini), lo avrei distrutto, lo avrei incenerito,
278
polverizzato, fatto sparire nel nulla, tanto l’odio che covavo
per quel degenere, però non potevo fargli capire i miei veri
sentimenti. Così, dopo aver inghiottito il rospo, ricambiai, al-
trettanto fintamente, tutto l’affetto e la fiducia che si aspetta-
va dal “povero” pentito. Sapevo infatti che le mie parole non
erano suffragate da altre valide testimonianze e l’unica arma
era quella della scaltrezza.
Del resto, non si poteva certo indagare sulla base di paro-
le dette a un giudice morto la cui Agenda era sparita.
Avevo fregato diversi uomini di Cosa Nostra grazie alla
mia furbizia, figurarsi se non riuscivo a fregare lui. Falcone
diceva che Cosa Nostra non è invincibile, ma vulnerabile.
Anche Finocchiaro si era dimostrato vulnerabile: l’avevo fre-
gato fingendo affetto e obbedienza.
La verità è che “Sua Eccellenza” Finocchiaro aveva pau-
ra di me, perché sapeva che avrei potuto rivelare cose com-
promettenti, così finse di voler assecondare un desiderio del
Dott. Paolo, quello di mandarmi in Sardegna per farmi ricon-
giungere con la mia Caterina.
In realtà voleva solo sbarazzarsi di me, tenermi lontano
per evitare che potessi creargli qualche imbarazzo. Si liberò
di me in grande stile, mettendomi a disposizione denaro in
quantità.
Provavo un ribrezzo e un rancore fuori misura, ma ancora
Sua Eccellenza non aveva finito di olearmi con la sua falsa
ipocrisia e volle strafare, aggiungendo alla torta una ciliegina
che sapeva di fiele amaro. Mi disse con sfacciato candore
“Vincenzo, perché non mi dai un abbraccio come quello che
hai dato a Paolo Borsellino? Io poi ti ricambierò con lo stesso
affetto che ti ha dato lui.”
Stavo per vomitare come se volessi liberarmi di un diavo-
lo che era entrato nel mio corpo per farmi del male, tanta la
frustrazione. Ma dovendo vincere la naturale repulsione, finsi
spudoratamente felicità e riconoscenza. Mi aveva costretto a
trasformare l’odio che provavo in un sentimento nobile che
non meritava affatto.
279
Quel diavolo era Lucifero, il serpente strisciante del-
la prima mela, ma non avevo alternative perché era l’unico
modo per salvare la mia stessa vita dopo la morte di Paolo
Borsellino.
Non capivo come mai Finocchiaro volesse dimostrarmi
affetto in nome di Paolo Borsellino, ma intanto si sarebbe
legato ai servizi segreti. C’era forse qualche nesso?
Fatto sta che continuava a farmi un sacco di domande,
anche dopo il colloquio in carcere. Per lo più si trattava di
trabocchetti con i quali pensava forse di irretirmi a modo suo.
Mi era sembrato particolarmente interessato a verificare se
conoscessi qualche nome importante, tipo il generale suda-
mericano presente alla cena con Marcinkus e altri. Io a dire
il vero, avevo partecipato, ma non conoscevo i nomi e glielo
dissi. Nello sguardo scrutante del Commissario si posò allora
una lieve e consolata espressione di sollievo. Lui evidente-
mente si era tranquillizzato, perché dopo essersi accertato
che non avrei costituito per lui alcuna minaccia, cambiò
tono con me. Un sorriso acquoso gli salì improvvisamente e
lentamente dal profondo e piano piano distese i suoi tratti,
rendendolo quasi sereno e docile. Poi, quel sorriso di uomo
“bifronte”, si trasformò in un ghigno diabolico, rigido, pro-
dotto dai suoi freddi calcoli interiori che l’avevano sempre
contraddistinto e si tramutò in parola: “Vincenzo, ti mando
dalla tua amata, in Sardegna.”
Mi aveva offerto un dolce che sapeva di veleno! Non ero
stato trattato mai tanto male in qualità di collaboratore di
giustizia, così invece di esultare di gioia per il futuro roseo
che Finocchiaro mi prospettava, mi calò davanti un velo di
pessimismo gelido come l’inverno e una strana disperazione
mi penetrò dentro le vene lasciandomi di ghiaccio.
Lo avrei voluto guardare con occhi carichi di odio, perché
sapevo che la sua Verità era opera della Menzogna, che il
bene che mi proponeva era frutto del male, ma feci appello
ancora una volta ai freddi insegnamenti di Cosa Nostra nel
fingere una gratitudine che non provavo.
280
Finocchiaro mi aveva interrogato dopo aver ricevuto istru-
zioni dall’alto e per questo era stato premiato con un presti-
gioso incarico. Questo è il quadro del profondo degrado nel
quale era caduta una buona parte del nostro Stato.
Quel giorno passai diverse ore con il Dott. Finocchiaro
e si parlò tanto del Dott. Borsellino, ma anche dei Servizi
Segreti deviati!
Ricordo che dopo aver fatto l’intervista si aprì la porta ed
entrò l’On. Vizzini. Le sue parole furono: “Scusa di questa
visita improvvisa, ti ho fatto chiamare ma tu non rispondevi e
allora ho pensato di salire” (si davano del tu).
Il Dott. Finocchiaro gli rispose: “Hai fatto bene”. Poi ri-
volto a me, dandomi nuovamente del lei: “Signor Calcara,
le presento una persona alla quale il Dott. Borsellino voleva
tanto bene, l’On. Vizzini.”
Gli risposi che mi ricordavo benissimo quando il Dott.
Borsellino aveva detto che si doveva incontrare con lui per
dargli dei documenti.
Dopo pochi mesi da questo incontro, il Dott. Finocchiaro
venne nominato dal Governo Capo dei Servizi Segreti Italia-
ni.
Finocchiaro fu un uomo d’intermezzo dopo la morte di
Borsellino, lui si era posto da tramite fra me e le Istituzioni,
solo che i suoi intenti erano ambigui.
Uno degli obiettivi di Finocchiaro era quello di farmi ta-
cere o di raggiungere un compromesso, con la coda avvelena-
ta. Era come se mi chiedesse di scavare qualche buca per poi
sotterrarla una volta scoperto il contenuto. Non c’era nulla di
limpido nelle sue parole e nella sua visita.
Anzi, un certo non so che di monco e perverso mi con-
vinceva che ci fosse del marcio in lui, tanto che ormai non
riuscivo a trovare un barlume di speranza, stretto com’ero fra
la finta speranza di continuità che mi proponeva Finocchiaro
e la necessità di rischiose innovazioni. Finocchiaro era uno
che sapeva fare le sue dovute analisi usando molteplici stru-
menti e la sua “intelligenza” si poteva misurare nella veloci-
281
tà stessa con cui aveva reagito al mutamento degli eventi.
Le ulteriori tappe della sua evoluzione avvennero poco
più tardi, ma è indiscutibile che il mio incontro fosse finaliz-
zato essenzialmente ai suoi progetti carrieristici futuri, piut-
tosto che alla presunta filantropia che manifestava verso di
me. Confesso che a questo punto fui colto da dubbi atroci, ma
decisi di mantenere una calma di facciata.
Dopo quell’incontro intesi parecchie cose, per esempio
che il detto siculo “gioca cu to patri ma vardati i carti” è
illuminante, perché davvero non ci si può fidare di nessuno,
anche quando ti sembra di essere al sicuro. Anzi è la condi-
zione di sicurezza stessa a essere sbagliata dal momento che
per i disonesti diventa un’ottima arma di scambio.
È per questo che sostengo che, se a oggi non sono stato
ucciso, devo ringraziare la famiglia Borsellino che ha messo
la faccia per me.
Circa 5 o 6 anni fa, avevo parlato del Caso Calvi al pm
Pescaroli. Qualche tempo dopo, in un articolo della famiglia
Borsellino su Repubblica, lessi “Vincenzo Calcara è come
fosse stato adottato da noi”. Sapete cosa significava? La fami-
glia Borsellino voleva far sapere al mondo che io ero uno di
loro e non dovevo essere toccato. E così a oggi, dopo 21 anni
nessuno mi ha mai torto un capello.

L’eredità di Paolo e Agnese

Affidandomi alle mani di Borsellino, mi sentivo come un


“satellite di Paolo” che viveva della sua luce riflessa e dei
suoi nobili insegnamenti.
Dopo Paolo, Donna Agnese “La Capitana” ne ha preso la
staffetta, portandone avanti gli ideali con fede incrollabile.
Lei mi è sempre stata accanto.
Adesso, dopo la sua morte avvenuta il 5 maggio 2013,
Manfredi Borsellino ha raccolto l’eredità dei genitori facen-
dosi carico di portare avanti, con grande coraggio, la fiera de-
282
terminazione e la volontà di cancellare la mafia dalla faccia
della terra. Ha scelto per questo di ricoprire un ruolo istitu-
zionale di grande importanza. Non ha voluto fare il magistra-
to come il padre, ma ha preferito mettersi dalla parte delle
Istituzioni, le stesse che hanno tradito il padre, ma in cui lui
crede fermamente. Manfredi crede infatti nel delicato ruolo
e nella missione che esse giocano all’interno della società
civile e ogni giorno porta con tenacia il suo credo. lI nome di
Paolo Borsellino, per me non è solo un vessillo da sventolare,
ma una fiaccola da tenere accesa attraverso l’azione.

Vivere e morire da magistrato

Come me, anche Paolo Borsellino era un uomo di “stra-


da”, nel senso che non si limitava a studiare i suoi casi dietro
una bella scrivania e trascriverli sulla sua Olivetti bianca,
ma li viveva sulla sua pelle, fino in fondo. I meccanismi “di
strada” costituiscono l’unico vero insegnamento in grado di
addestrare e formare, l’unico mezzo per capire come soprav-
vivere e conquistarsi la sincera fiducia di chi ti sta attorno.
Dopo la sua morte, che possiamo far coincidere con il mo-
mento in cui venne abbandonato dalle istituzioni, esse stesse
ne hanno fatto un eroe. Lui non era un eroe: era un uomo nor-
male che voleva cambiare le cose, come tutti gli altri giudici
assassinati da metà anni ’70 in poi, peccato che non sia stato
in grado di uscire dall’isolamento messo in atto da chi doveva
stare dalla sua parte e che invece praticava un’indegna “stra-
tegia del camuffamento” .
Nei suoi occhi c’era rabbia, paura, ma anche coraggio.
Provavo per lui una sincera devozione, affetto e bene per tut-
to il conforto che mi sapeva dare. Era un’amicizia “sacra”,
come se Gesù fosse sceso dalla croce per confortare me ulti-
mo peccatore sulla terra. La stessa cosa, fece con me Donna
Agnese. Con lei ho visitato la tomba di Paolo e la casa a Villa
Grazia. Lei era felice, passavamo ore e ore al telefono. Quella
283
santa donna mi ha insegnato a estirpare il male e ho stretto
con lei, un rapporto d’amicizia ancora più forte che con il
marito.
Dal momento che era credente, si era messa in testa di
volermi redimere, così mi diceva “Gesù quando salva qual-
cuno è felice.” Mi dava anche preziosi consigli su come edu-
care i miei figli e mi raccontava del suo rapporto con il padre.
Era poi bravissima a suonare il piano. Anche lei amava la
musica classica.”
Dopo la morte del Dott. Borsellino, purtroppo gran parte
della società civile è rimasta tiepida, perché qualcuno aveva
l’interesse che restasse quiescente e perché i cittadini non
sanno reagire al sistema.
In mezzo alle persone per bene, ci sono dei diavoli.
Persone come Falcone e Borsellino, che hanno concen-
trato i loro sforzi per ridare credibilità alla democrazia sem-
pre più sconquassata, sono stati abbandonati nel cosiddetto
“cono d’ombra “, fronteggiando forze nettamente superiori e
isolate. Ma più di ogni altra cosa, è stato impedito loro di
spaccare anche solo la crosta superficiale del sistema e ne-
anche le associazioni antimafia sono riuscite a impedirne la
morte.
Non dimentichiamo che il carnefice sa piangere bene la
sua vittima e la frustrazione istituzionale è spesso un’ipocrita
finzione.
Un tempo la magistratura era vista come una delle poche
ancore di salvezza, ma già all’epoca di Borsellino, i giudici
non accondiscendenti erano stati delegittimati, isolati e in-
fangati da persone che sapevano mischiare bene il sacro con
il profano, persone che sanno bene che il silenzio e l’emargi-
nazione sono le formule vincenti quando si vuole far morire
qualcuno, senza degnarsi di ammazzarlo fisicamente.
Dove lo Stato è assente intervengono le Mafie e loro sanno
sempre come zittire ogni invasione di campo. Ricordo ancora
una delle celebri frasi di Borsellino: “Non si può mettere in
stato d’assedio una città che vive di terziario, la polizia deve
284
tornare nelle strade.”
L’allora presidente dell’Associazione Nazionale Magistra-
ti Adolfo Beria D’Argentine dichiarerà: “La Mafia ha mutuato
comportamenti da guerriglia e nella guerriglia per battere il
nemico, bisogna riconquistare il territorio.”

Collusioni attuali

Fra le strane collusioni dei giorni nostri, una su tutte è


assolutamente degna di nota per i legami con la politica e
dunque intrinsecamente legata alla nostra vita quotidiana ri-
guarda lo strano rapporto di uno dei personaggi (menzionati
sotto finto nome sul nostro libro) con il sindaco di Firenze,
attuale Presidente del Consiglio, Matteo Renzi.
Lasciamo alla vostra intuizione la capacità di decifrare
chi sia tale personaggio.

Riportiamo di seguito un articolo di Rino Giacalone del


13 Settembre 2013.

Il sindaco di Firenze può contare su una presenza “in-


gombrante”: Tonino Vaccarino, nome in codice Svetonio, lo
aiuterà in Sicilia per la sua corsa ai vertici del partito. Con-
dannato a 18 anni per traffico di droga, tenne una corrispon-
denza con il boss su incarico dei Servizi.
Lungo il percorso della scalata verso il vertice del Pd, il
sindaco di Firenze, Matteo Renzi, in Sicilia ha trovato dal-
la sua parte una presenza a dir poco ingombrante, quella di
Tonino Vaccarino l’interlocutore “segreto” del boss latitante
Matteo Messina Denaro. Vaccarino, ex sindaco di Castelve-
trano, fu arrestato nel 1992 per mafia e traffico di droga: è lui
il famoso “Svetonio” che su incarico dei servizi segreti tra
il 2003 e il 2006 tenne una fitta corrispondenza con il capo
mafia latitante da 20 anni che a sua volta firmava con il nome
Alessio i suoi pizzini. Vaccarino faceva l’infiltrato, il Sisde lo
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aveva assoldato. Una vicenda che fece parecchio rumore, for-
se tanto quanto l’odierno clamore legato però a fatti politici.
Vaccarino, sconvolgendo il Pd e in particolare i renziani di
Sicilia, ha annunciato il suo impegno a favore del sindaco di
Firenze Matteo Renzi.
Per sostenere Renzi è pronto un movimento, “Noi Sicilia”
(“fede sturziana” ha detto Vaccarino): l’esordio è fissato per
giovedì 19 settembre al cinema Imperia di Palermo, con la
presenza della senatrice toscana Rosa Maria De Giorgi che
pare sappia bene chi sia il suo interlocutore e ha deciso di
esserci. L’ex sindaco belicino ha detto di stare dalla parte dei
“rottamatori” e ha spiegato le ragioni del sostegno a Renzi
parlando ancora indirettamente di Messina Denaro. La rot-
tamazione è pronta anche per quelli che, secondo Vaccari-
no, hanno responsabilità sulla mancata cattura del boss, ma
niente nomi per carità, Vaccarino ha preferito parlare come
sa fare, come se fosse una sorta di saggio: “Chi stava com-
pletando l’opera, perigliosa e ostacolata, di catturare l’ultimo
gravame sociale è stato promosso e rimosso.”
Vaccarino è un personaggio discusso, ma sempre pronto
a difendersi e a mostrare di non essere quello che è stato
dipinto in una sentenza di condanna a 18 anni per traffi-
co di droga. Soprattutto ora che il suo sostegno a Renzi ha
suscitato scandalo. “Ho presentato istanza per la revisione
del processo”. Vaccarino tra il 2003 e il 2006 da una parte
parlava con Messina Denaro, dall’altra parte con il generale
Mario Mori e i funzionari del servizio segreto civile. A lui il
boss si era affidato per costruire un autogrill sull’autostrada
Palermo-Trapani. In quella corrispondenza di pizzini c’è poi
l’ultimo aggiornamento sul “pensiero” – mafioso – di Mes-
sina Denaro, anche lui, il capo mafia, gli si presentò come
“un rottamatore”: “Se io fossi nato due secoli fa – scriveva
Messina Denaro – con lo stesso vissuto di oggi già gli avrei
fatto una rivoluzione a questo stato italiano e l’avrei anche
vinta” e poi aggiungeva citazioni prendendo spunto da scrit-
tori come Jorge Amado. Il boss a Vaccarino diceva di sen-
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tirsi come il Benjamin Malaussène, il “capro espiatorio” di
Daniel Pennac e annunciava che “di lui si sarebbe ancora
sentito parlare” volendo sfidare così i magistrati definiti “dei
Torquemada da strapazzo”. In quei “pizzini” Messina Denaro
criticava i politici e preferiva celebrare Craxi. L’ex sindaco
ha annunciato che alla convention di Noi Sicilia ci sarà, ma
è pronto a farsi da parte: “Se dispiace evito di partecipare e
ascoltare. Nel segreto della mia stanza mi limiterò a seguire
gli avvenimenti per via televisiva. Fino a quando non mi sarà
interrotta l’erogazione dell’energia elettrica.”

A Castelvetrano con Ingroia

Tucidide diceva “I più coraggiosi sono coloro che hanno


la visione più chiara di ciò che li aspetta, così della gioia
come del pericolo, e tuttavia l’affrontano.” Avevo letto qual-
che opera dello storico greco e mi ero convinto sempre più
che avrei dovuto sempre e comunque superare tutte le mie
naturali paure di “essere umano”. Presi dunque la decisione
di tornare nella mia città, Castelvetrano, nella “tana del lupo,
“per dimostrare a me stesso e agli altri che della mafia non
bisogna avere paura.”

Avevo sempre desiderato ritornare al mio paese per par-


lare di Mafia. Per me si trattava di una specie di catarsi, per
cui da un lato volevo dimostrare di essere uscito indenne dal
sistema mafioso, dall’altro volevo dare il mio esempio ai gio-
vani, unica vera leva del futuro capace di scardinare il mec-
canismo perverso che da sempre stritola come in una spirale
mortale la nostra splendida isola.
Il mio sogno si realizzò nel 2010. Ogni volta che torna-
vo a Castelvetrano, mi sembrava che il tempo non fosse mai
passato: identiche le case, anche se ogni tanto l’amministra-
zione si diverte a cambiare i sensi stradali; identici i profumi,
da quello della terra, ai gelsomini, alle zagare, a certi odori
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di cucina che ti restano impressi come fossili; identiche le
persone, i vecchietti sulla porta, lo scemo del villaggio, la
comare che stende i panni...

19 gennaio 2010 (giorno del compleanno di Paolo Borsel-


lino), l’Associazione antiracket provinciale di Castelvetrano
organizzò una manifestazione, cui ero stato invitato insieme
con il Pm Antonio Ingroia, il pupillo di Salvatore Borsellino.
Avremmo dovuto parlare di legalità e mafia davanti agli
studenti degli istituti superiori. Il nostro obiettivo era infatti
quello di “Educare alla legalità”, purtroppo però non aveva-
mo fatto i conti con la mentalità indigena, che mai si sarebbe
scostata dai residui della mafia, tanto erano radicati.
Cominciò così a sgretolarsi quel castello di sabbia che
avevamo costruito, che crollò miseramente davanti all’evi-
denza dei fatti e ci rendemmo amaramente conto che sarebbe
stato impossibile innescare una reazione a catena capace di
scoperchiare il sistema mafioso, in un paese dove eviden-
temente la Mafia era un fenomeno di costume ampiamente
condiviso.
Ci aspettavamo una platea calda, ma con grande sorpre-
sa, ci trovammo davanti a un teatro semideserto. Nessun di-
rigente scolastico aveva raccolto l’invito dell’Associazione
Antiracket. Nessun preside aveva aderito mandando almeno
un delegato.
Il corifeo dei benpensanti si era semplicemente astenuto,
nella città di Matteo Messina Denaro e simbolo della Cupola,
dal mettersi contro un nome tanto altisonante e dimostrare
solidarietà verso chi voleva onorare la memoria di un giudice
assassinato per mano di Cosa Nostra. Non interessava a nes-
suno ascoltare la testimonianza diretta di un uomo che aveva
dato un calcio alla sua vita decidendo di offrirsi volontaria-
mente alla giustizia anche a rischio di rimetterci la pelle.
Fu uno spettacolo davvero deprimente che fece addensa-
re il clima di sfiducia in chi come me, credeva ancora nella
redenzione dei peccati. C’era solo qualche fervido militante
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di Libera, qualche giornalista e pochi curiosi, indispettiti e
perplessi, che sembravano interessati a rivedermi dopo tanto
tempo o magari a vedere il famoso p.m. Ingroia.

Se è vero che muore più gente d’invidia che di cancro,


Vaccarino non dovrebbe essere mai nato.
L’unico che sembrava sinceramente interessato era Toni-
no Vaccarino, l’ex Sindaco di Castelvetrano, il potentissimo
uomo che avevo fatto condannare per traffico di droga.
Vaccarino aveva pensato bene di spingere un sassolino
dalla scarpata, certo di generare una valanga. E ci riuscì be-
nissimo, perché quel sasso cominciò a rotolare.
Seduto in un angolo nel fondo più fondo e semioscuro
della platea, esordì con un’intervento a gamba tesa. I riflet-
tori puntarono subito verso la sua direzione: l’ex sindaco di
Castelvetrano guardava con aria demoniaca, mentre la luce
lo faceva emergere dalle latebre dell’anonimato.
Avendo ancora un conto in sospeso con me, per boicot-
tarmi meglio aveva distribuito dei volantini davanti al teatro,
sperando di sferrarmi così la spallata finale. “Non si com-
batte la mafia con un falso pentito” rintuzzò lanciando la sua
ennesima falsa accusa.
Vaccarino, a dire il vero, aveva tappezzato tutta Castel-
vetrano di volantini: forse voleva imbeccare i cittadini con
certe idee senza polpa, per farmi cadere in disgrazia ancora
di più.
Aveva pure fatto un elenco dettagliato dei processi in cui
ero stato dichiarato inattendibile, definendomi un “calunnia-
tore professionale”.
Ma la sua abile campagna di taglia e cuci, per sgretolare
la mia credibilità non si era fermata a questo, aveva manda-
to in giro voci e fandonie che ancora oggi mi fanno salire il
sangue al cervello.
Vabbeh che come diceva Rossini: “La calunnia è un ven-
ticello” ma sembrava che nel mio paese tutti avessero deciso
di attivare contro di me, come dice Saviano, una vera e pro-
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pria “macchina del fango”, una marea montante di brusii fa-
stidiosi, fatta da coloro i quali non intendono in realtà pagare
il prezzo delle loro azioni.
A Vaccarino si era infatti associato pure il Dirigente Sco-
lastico del Liceo Classico di Castelvetrano, Francesco Fior-
daliso, che aveva distribuito altri volantini su cui era scritto
“Penso che Calcara sia un personaggio che niente ha da inse-
gnare ai nostri giovani. Per questo ho rifiutato, dopo essermi
consultato con i miei collaboratori, di consentire che i miei
studenti dei licei classico, scientifico e pedagogico di Castel-
vetrano partecipassero all’incontro con lui.”
Tanto era il nostro disorientamento all’interno del Teatro,
che per riempire i “buchi” di quella specie di pantomima in
cui l’imbarazzo era il protagonista assoluto, prese la parola
Paolo Salerno, il presidente dell’Associazione Antiracket che
aveva organizzato l’evento.
“Non siamo qui per giudicare le dichiarazioni processuali
di Calcara, ma siamo qui per ascoltare l’appello alla legalità
di un uomo che ha fatto una scelta importante, che ha rinne-
gato Cosa Nostra.”
Salerno, impugnava il suo foglietto su cui aveva scritto
degli appunti e parlava a ruota libera, quasi volesse condurre
un’istruttoria turbinosa e tracimante, ma il silenzio del vuo-
to brulicante era gelido e imbarazzante, allora il sindaco in
carica, Pompeo cercò di evitare l’incidente diplomatico, ras-
sicurando Ingroia che avrebbe verificato se effettivamente le
scuole erano state invitate e non avevano volutamente parte-
cipato.
Dopo qualche timido e confuso applauso, cominciarono i
fischi e questa volta fu la fine.
Il pm era visibilmente contrariato e dopo aver bacchettato
i dirigenti scolastici assenti, rei di aver lanciato un segnale
ambiguo a Matteo Messina Denaro, lasciò la platea. Aveva
parlato di Paolo Borsellino, delle sue lotte e della mia cre-
dibilità come collaboratore di giustizia, ma soprattutto aveva
puntato il dito sull’importanza della partecipazione civile di
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fronte a temi quali appunto la mafia, eppure l’indifferenza era
riuscita a spegnere il suo entusiasmo.
Dopo che Ingroia se ne fu andato, infastidito da quella
ridicola querelle io, presi la palla al balzo per lanciare il mio
accorato appello contro la “cultura della morte”, ma proprio
in quel momento l’ex sindaco Vaccarino, chiese di interveni-
re e in un attimo fu scontro feroce. Il dibattito esplose senza
indugi e arrivò laddove tutti erano impazienti di arrivare, ov-
vero l’uno a uno fra me e il Vaccarino.
Dopo aver ringhiato ferocemente in un crescendo inarre-
stabile, Vaccarino cominciò a recitare la sua personale enci-
clica, lanciandomi ogni sorta d’improperi e pesanti accuse e
io non fui da meno, tanto che il dibattito fu sospeso e il teatro
si trasformò in un’arena incandescente, mentre le nostre voci
si accavallavano così tanto, che non si capiva niente di ciò
che dicevamo. Non mi era mai successo di subire un tale
linciaggio pubblico e se solo potessi elencare tutti gli epiteti
che ci siamo lanciati, ne uscirebbe fuori un’antologia delle
porcherie. Da uomo di cultura qual’era, secondo me si di-
vertiva a inscenare tutte quelle infamanti truffe linguistiche:
sofismi e cattiverie uscivano da quella bocca come se fossero
un fiume in piena!
Cercò in tutti i modi di infangare il mio nome usando un
eloquio implacabilmente rabbioso, tra l’immaginifico e l’oni-
rico, tanto erano surreali le sue accuse, che mi fecero quasi
rinascere tutti gli istinti più selvaggi e cattivi che avevo cer-
cato di seppellire in fondo all’animo, ormai da anni. Stava
tirando fuori il peggio di me!
Non ricordo di essere mai stato così amareggiato: mi sen-
tivo sconfitto e solo in “patria”.
Avevo quasi il sentore che il giorno solenne sarebbe sta-
to guastato da qualche “eccitante” imprevisto, ma non avrei
mai immaginato si potesse arrivare a tanto.
Quando assisto a scene di questo tipo, penso che ci sia
una sorta di ricettore collettivo inceppato che impedisca alla
gente di reagire con lucidità agli stimoli esterni.
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In ogni caso mi piacerebbe incontrare Vaccarino a tu per
tu. Guardarlo negli occhi, senza chiedergli niente: lui sa già
cosa vorrei chiedergli. Anzi, gli chiederei una sola cosa, giu-
sto per togliermi il sassolino dalla scarpa…
In questi anni ho parlato di legalità e mafia in tutta Italia.
Ho fatto tutto da solo. Questa è la Verità!

Un conto in sospeso con Vaccarino

Fra i tanti conti in sospeso che avevo con Vaccarino, l’ex


sindaco non aveva pienamente digerito la mia piena assolu-
zione per l’accusa di calunnia, che egli mi aveva fatto. Fra di
noi non c’era della “ruggine” ci odiavamo, perché entrambi
sapevamo la verità, ma avevamo assunto posizioni diverse.
Io godevo come un pazzo perché sapevo di avere assoluta
ragione, mentre a lui, la sconfitta bruciava enormemente.
Per me non si trattava soltanto di una vittoria a livello
personale, quanto del trionfo della verità, mentre le teorie di
Vaccarino scoppiavano miseramente in una bolla di sapone.
Una vittoria che dedicavo al mio giudice Paolo Borselli-
no, grazie al quale avevo deciso di collaborare.
Una vittoria della sua professionalità, ottenuta pur non
avendo molti mezzi a disposizione.
A tutto avrei pensato, ma mai avrei immaginato di dover-
mi difendere dalle accuse di calunnia!
Questa mia verità, come una stilettata, aveva affondato
un duro colpo a Vaccarino e a chi stava dietro di lui: ovvero
poteri occulti molto pericolosi.
Vaccarino puntava alla revisione del suo processo, a col-
pire la verità, ma non c’è riuscito e ancora oggi cerca di di-
mostrare con veemenza le sue tesi che io reputo distorte.

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I ricatti contro la mia famiglia

Chi voleva farmi del male sapeva come e dove colpirmi,


sapeva quali tasti spingere e sapeva tenere stretto il cappio
all’occorrenza.
Quando mi venne notificata la querela, a seguito della
quale fui rinviato a giudizio su richiesta del Pm Massimo
Russo, mi trovavo in Sardegna, dove mi era stata data la pos-
sibilità di rifarmi una vita con la mia nuova compagna Cate-
rina. Avevamo preso in gestione un bar e dopo tanto tempo,
avevamo cominciato a fare progetti per noi e per le nostre
bambine. Una volta raggiunto dalla richiesta di rinvio a giu-
dizio, abbiamo dovuto mollare tutto perché non ci sentivamo
più al sicuro.
Ora io sono contento per questa assoluzione piena che mi
rende giustizia, ma non posso fare a meno di pensare a tutto il
tempo che ho perduto, per non parlare del danno economico
e soprattutto morale per tutte le sofferenze passate e ancora
più del pericolo che ho corso e che ancora sto correndo.
Avevo rinunciato volontariamente al programma di prote-
zione perché non volevo incidere sui costi dello Stato, ma so-
prattutto perché volevo essere libero di parlare senza condizio-
namenti esterni. Mi ero liberato di questa zavorra che frenava
il mio volo senza pensare troppo ai rischi che avrei corso. Una
sola cosa però ho sempre chiesto, per l’incolumità mia e della
mia famiglia: che mi fornissero una nuova identità. Sì perché
anche la libertà ha un prezzo e dei limiti. Non ne potevamo
più di dover scappare ogni volta che un pericolo reale o solo il
suo sospetto ci causava ansia. Non riuscivamo a sopportare la
croce di vivere nell’incertezza, del presente immediato e del
futuro. Tutti abbiamo sofferto per questa condizione di eter-
na precarietà. Purtroppo dalla morte del Dott. Borsellino, le
Istituzioni mi hanno abbandonato e io mi sono sentito troppo
spesso tradito e raggirato. Allora non mi è rimasto che chiede-
re, da un punto di vista processuale, il risarcimento dei danni
a Vaccarino, così come avevo fatto con il maresciallo Donato,
293
sperando almeno di recuperare un’altra occasione per rico-
struire un futuro sufficientemente sereno per la mia famiglia.

Qui lo dico e qui lo nego

In questa sede non posso parlare a lungo di Vaccarino chi


è e cosa ha fatto nella sua vita, perché ci sono cose che non
posso dimostrare e non voglio essere querelato da un uomo
che evidentemente gode di appoggi e protezioni assai forti.
Posso però dire che è stato condannato (8 anni) grazie alle
mie dichiarazioni e se ne può trovare riscontro nella sentenza
Alagna+30.
Posso dire che “presumibilmente”, ma è appunto solo
una mia supposizione, Vaccarino era socio in affari con Fran-
cesco Messina Denaro, Furnari, uomo dalla spietatezza epica
e altri uomini d’onore.
Posso dire che “presumibilmente” era un Fratello Masso-
ne del Grande Oriente.
La Massoneria mette in “Sonno” i fratelli che si sono
macchiati di qualche reato: strano però che Vaccarino non
sia stato mai punito nonostante la sua condanna definitiva.
Non capirò mai la chiave di lettura di questo mancato ca-
stigo. Né capisco come mai lui stia ancora a piede libero,
mentre la mia testimonianza ha fatto scattare per Messina
Denaro, una condanna a 15 anni.
Il “sovrano” Messina Denaro invece latita “comodamen-
te” circondato dai suoi agi e dal lusso più sfrenato, circonda-
to da un’aura di leggenda e di immortalità vanitosa, eppure
io ne ho decretato la condanna e adesso immagino la rabbia
du Zu Ciccio verso di me. Sono certo che se potesse mi am-
mazzerebbe, ma al momento mi sento “intoccabile” perché
godo della protezione di chi mi segue e della famiglia che
simbolicamente mi ha adottato, ovvero i Borsellino.

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Lettera aperta di Manfredi Borsellino a
Vincenzo Calcara

Ecco la nobile risposta di Manfredi Borsellino all’ignobi-


le assenteismo di Castelvetrano.

Di Manfredi Borsellino 21 gennaio 2011

Caro Vincenzo, con questa lettera aperta desidero espri-


merti tutta la mia solidarietà e il mio sostegno per quanto
accaduto ieri mattina...
... in quella Castelvetrano che è e rimane la tua città natale
alla quale, so bene, nonostante tutto sei visceralmente legato.
Purtroppo quel preside che ha “boicottato” il tuo incontro
con gli studenti della sua scuola decidendo per loro, poco o
nulla conosce del tuo percorso di “redenzione”, iniziato oramai
nel lontano 1991 e giunto oggi a un punto di non ritorno.
Ti è stato impedito non certo di tenere una “lezione di le-
galità” agli studenti del tuo paese, ma semplicemente di rac-
contare loro il tuo vissuto, perché ascoltassero dalle tue parole
come sia stato possibile, come è possibile, che un uomo di Cosa
Nostra che si è macchiato di gravi delitti possa uscire da qual
tunnel, rivedere la luce, e ritornare a essere e a vivere come un
cittadino normale, a provare sentimenti di amore, a crescere
quattro figlie, chiamate Agnese, Lucia, Fiammetta e Beatrice
come la moglie e le figlie del tuo adorato giudice Paolo Bor-
sellino, lontano da quel mondo di falsi valori in cui tu eri nato
e cresciuto.
Non hai nulla da rimproverarti, i cittadini onesti di Ca-
stelvetrano e della Sicilia tutta sono con te; come bene ha detto
il Procuratore Aggiunto Ingroia, la grandezza di mio padre
stava proprio nella capacità e volontà di dare un’occasione di
riscatto a tutti e tu, più di altri, l’hai colta mutando radical-
mente la tua vita.
Chi dice che nel tuo caso Borsellino è stato fuorviato, che
non era un dio e che avrà preso qualche granchio anche lui,
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rispondo che se mio padre certamente non era un dio e prende-
va granchi, è anche vero che vi considerava persone come lui,
con gli stessi suoi sentimenti ma con la sfortuna di non esservi
mai imbattuti in chi vi aiutasse a uscirli fuori, ad averne con-
sapevolezza.
Sono orgoglioso in tutti questi anni di esserti stato vicino,
anche materialmente, e non rinnego nulla di ciò che ho fatto
per te e la tua splendida famiglia, consapevole di avere solo
continuato l’opera che aveva avviato mio padre il giorno in cui
gli hai confessato che avresti dovuto ucciderlo.

Omicidio del sindaco Lipari

Se la politica è l’arte di mentire, Toro era un politico di


primo piano.

Parlando di Sindaci, non posso tralasciare di raccontare


un episodio saliente che ha riguardato la mia città natale.
Nell’Agosto del 1980 io ero già un uomo d’onore riserva-
to, cui spettavano incarichi di grossa responsabilità.
Il sindaco era Vito Lipari.
Lipari era un personaggio “sui generis” di quelli che non
amano piegarsi di fronte a niente e questo aspetto non pia-
ceva affatto a Cosa Nostra, abituata com’era ad avere il con-
trollo su tutti e tutto. Lui voleva concedere appalti in manie-
ra libera senza chiedere il permesso alla “Famiglia”, voleva
combattere la mafia: insomma, un po’ troppo ribelle.
L’Architetto Toro, era invece un assessore della Dc, di
quelli che durante le interviste parlava contro la mafia usan-
do toni ridondanti e moralistici.
All’epoca la Dc era la formazione politica più vicina a
Cosa Nostra, ma anche le altre correnti non disdegnavano la
sua protezione.
Toro, l’uomo che urlava il suo dissenso alla mafia, era
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appoggiato politicamente da Francesco Messina Denaro, che
avrebbe fatto confluire su di lui tutti i voti della “sua” città,
in un perfetto gioco di oscuri incastri.
A un certo momento la “famiglia” di Castelvetrano decise
che Lipari doveva essere ucciso e ciò avvenne per mano, non
di semplici killer, ma di un gruppo di fuoco eccellente, visto
che si trattava appunto di un omicidio eccellente. Ad armarsi
fu un triumvirato composto dai vertici delle famiglie di Maz-
zara Del Vallo, Trapani e Catania.
Uno dei presunti complottisti, il capo della “famiglia” di
Catania fu condannato all’ergastolo, in II grado fu invece as-
solto dal Presidente Barreca: scandaloso!!!
Fui chiamato a testimoniare durante il processo, perché
ritenuto attendibile. Tuttavia le mie dichiarazioni non po-
tevano essere dimostrate: era la mia parola contro il vento.
Erano piste “labili” che potevano essere certamente percor-
se, ma a quanto pare nessuno aveva voglia di prenderle in
considerazione.
Cosa Nostra aveva mandato innumerevoli segnali a Li-
pari, ma lui non li aveva mai recepiti o forse non voleva re-
cepirli, per questo bisognava ucciderlo e siccome si trattava
di un personaggio importante, bisognava reclutare uomini
altrettanto importanti.
Qui entrai in gioco pure io.
Come saprete, quando si pianifica un omicidio, occorre
innanzitutto fornire massima copertura ai killer esecutori du-
rante l’operazione. Oltre agli esecutori ci sono dunque dei
killer che si occupano della logistica e tengono sotto control-
lo la zona “rossa”.
Io ero alle dipendenze dell’Architetto Toro, personaggio
chiave dei Memoriali e presente anche in quest’ennesima
storia di morte (fu lui a regalarmi “Vite parallele” di Plutarco
e a introdurmi alla filosofia).
Poco prima dell’omicidio Lipari, Toro mi convocò a casa
sua e mi disse “domani mi devi accompagnare a Mazara Del
Vallo” (18 km da Castelvetrano).
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“Abbiamo un incontro top secret con delle persone molto
importanti. Dopo che te le presento, dovrai allontanarti. Poi
ti spiego. È stato organizzato un piano molto dettagliato per
far fuori una persona. Tu dovrai partecipare e mettere in atto
tutte le tue capacità. Comunque, stai tranquillo. Poi ti spiego
meglio.”
Quando avvenivano questi incontri, la prima cosa che si
faceva era quella di usare un linguaggio criptato per evita-
re che eventuali intercettazioni potessero mandare a monte
tutto. Si parlava per metafore, giri di parole, facendo atten-
zione anche a usare i nomi di battesimo dei diretti interes-
sati o usando dei nomi in codice per indicare altre persone
che dovevano restare segrete, piuttosto che l’ora e il luogo in
cui sarebbero dovute accadere determinate cose. Per capi-
re il senso reale delle conversazioni bisognava immergersi
nell’intricata matassa del gergo mafioso. Era un mondo smi-
suratamente ombroso.
Quando arrivammo a Marsala, ci deliziammo con una cena
esclusiva a base di pesce in un ristorante del lungo mare.
Durante la cena osservai attentamente ogni singola per-
sona, ogni espressione, anche la più impercettibile: era rac-
capricciante!
Avevano sguardi ferini! Conoscendo la gerarchia mafiosa
avevo da subito capito che si trattava di persone di altissimo
livello, il cui carisma letteralmente mi invadeva. Guardando-
li tutti quanti insieme sentivo la loro superiorità, la suprema-
zia totale e pensavo fra me e me “Questi sono invincibili.”
Quando cresci in determinati luoghi, finisci per adattarti
alla realtà e se non puoi vivi dentro una campana di vetro,
devi lottare per non soccombere. Io avevo scelto di lottare e
sapevo che il modo migliore per uscire vincitore era quello di
accettare le regole del gioco, anche se sapevo che si trattava
di un gioco sporco.
Mi sentivo intimorito dalla loro forza, ma al tempo stesso
orgoglioso di essere stato ammesso a un così eccelso cena-
colo. Io, u “picciuttieddu” di Castelvetrano respiravo la loro
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stessa aria, anzi ero stato del tutto risucchiato da quella spe-
cie di gorgo dal quale non sarei uscito facilmente, vista la
mancanza di appigli.
Mi sentivo inoltre particolarmente in debito con l’Archi-
tetto Toro che mi aveva regalato questo momento magico e
mi aveva concesso di conoscere il fior fiore di Cosa Nostra,
privilegio che nessun Capo decina o uomo riservato aveva
ottenuto prima di me.
La mia devozione verso di lui continuava a crescere a
dismisura facendomi quasi dimenticare l’odio che provavo
dopo che mi ebbe costretto a uccidere quel povero cane.
Durante il tragitto di ritorno l’Architetto Toro mi disse:
“Domani mattina presto presto vieni nel posto che abbiamo
stabilito per l’esecuzione del Sindaco Lipari. Quel bastardo
deve morire come un cane”. Improvvisamente la sua espres-
sione si tinse di cupo mentre la sua immagine incarnava
perfettamente lo stereotipo del mafioso, sembrava Lucifero,
negli occhi aveva la stessa cattiveria subdola e strisciante di
quando mi fece uccidere il cane.
Ormai conoscevo gli abissi della sua infamia e della sua
perversione e le sue parole, non mi turbavano più di tanto.
“È uno sporco bastardo. Merita di essere ammazzato sen-
za pietà. Ti rendi conto: sta sfidando tutti, soprattutto Cosa
Nostra. Ma che minchia pensa di fare quella testa di cazzo.
Tutta l’Alleanza è contro di lui, ma lui, lo stronzo, non vuole
abbassare la testa. Sto cornuto. Eppure abbiamo fatto di tutto
per dargli la possibilità di salvarsi. Addirittura siamo andati
a trovarlo io e Zu Ciccio. Gli abbiamo chiesto gentilmente di
attenersi alle nostre regole. Ma lui niente! Poi gli abbiamo
lanciato qualche avvertimento d’onore, ma neanche stavolta
ci ha ascoltato. Che minchia dovevamo fare? Non è che ci
possiamo fare screditare da un omuncolo come lui.”
Insomma Lipari era diventato un problema da risolvere,
prima che potesse fare troppi danni.
Mentre parlava il tono della sua voce si alzava di parec-
chi decibel. Era visibilmente alterato, gesticolava, sbraitava,
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urlava come un ossesso. Io ero paralizzato. Toro aveva la ca-
pacità di catalizzare tutta la mia attenzione e di magnetizzar-
mi.
Aveva un’intelligenza superiore alla norma, anzi secondo
me era un genio. Solo che la sua era un’intelligenza diaboli-
ca, come quella di Matteo.
Lui sapeva sfruttare le sue doti persuasive in ogni occa-
sione e anche quella volta centrò il bersaglio.
Dovete sapere infatti che io conoscevo bene Lipari. Lui
era un amico del Padrino Alberto.
Durante la campagna elettorale mi ero messo al suo ser-
vizio distribuendo volantini. Lui era una specie di Viceré
a Castelvetrano, capace di mettere in piedi una macchina
clientelare formidabile. Mi pagava bene, ma soprattutto mi
concedeva di girare con una macchina da sogno che mi fa-
ceva impazzire, una fiammante Alfa 1750. L’architetto Toro,
pensando che io potessi ancora nutrire dei sentimenti posi-
tivi verso Lipari, mi istillò il germe dell’odio verso quell’uo-
mo. Me lo fece apparire come un diavolo e in cuore mio ci
riuscì.
Toro parlava usando toni aulici “Io sento dentro il cuore
e dentro l’anima Cosa Nostra: la amo.” Aveva un’abilità lin-
guistica fuori dal comune. Era in grado di ricostruire la verità
sempre e soltanto come faceva comodo a lui e per farlo usava
uno dei sistemi cari a Cosa Nostra, ovvero quello di uscire da
sé e raccontare in modo da farne risaltare non la soggettività,
che spesso è contaminata dai sentimenti (di qualunque natu-
ra essi siano), ma l’oggettività, che è sempre neutrale. Insom-
ma non faceva mai ragionamenti per così dire zoppicanti.
Se solo avesse rivolto la sua intelligenza verso il bene,
credo che Toro oggi sarebbe Santo, invece era capace di fare
solo azioni riprovevoli.
L’Architetto aveva appena finito le sue elucubrazioni ro-
mantiche sulla Mafia, quando riprese il discorso e chiosò in
modo asciutto: “Domani ti incontri con Matteo e con gli altri
vertici per mettere a segno l’omicidio. Per te garantisco io.
300
Questo dovrebbe farti capire l’amore che provo per te!”
Io pendevo dalle sue labbra, tanto ero compenetrato dal
significato delle sue parole persuasive e ficcanti come strali.
Avevo oramai rimosso l’episodio del cane, anzi ero orgoglioso
come non lo ero stato mai. Mi aveva conquistato. Ero capito-
lato, Kaputt, totalmente alle sue dipendenze.
Non mi ero accorto minimamente che aveva disintegrato
ogni briciolo residuo della mia morale e che Lucifero aveva
vinto grazie solo a parole strette tra menzogne e verità che mi
avevano irretito con le quali era riuscito a creare un perfetto
controcanto.
Aveva gettato il seme del male e io stupidamente lo avevo
raccolto.
Oggi invece ho capito i suoi tranelli e il suo doppio gioco.
Le sue manovre a tenaglia mi sono ben chiare e conosco tutte
le mosse, oltre a tutte le pedine e tutti i giocatori.
Lui era solo un grande manovratore che mi aveva sedotto
con parole ipocrite, ma in realtà andava tessendo oscure tra-
me. Quando rientrai a casa, ero euforico e sfogai i miei picchi
ormonali con mia moglie. Mi succedeva sempre. Quando ero
troppo contento, prima di portare a termine un incarico de-
licato, facevo l’amore con una foga esagerata. E dire che c’è
chi ritiene che il sesso distragga o fiacchi, neanche per idea.
Il sesso mi rendeva ancora più concentrato e motivato.
Toro eccelleva nella mediazione ed era in grado di ri-
solvere ogni problema con estrema astuzia. Sapeva che non
potevamo sbagliare e che per farlo doveva usare tutte le tec-
niche a sua disposizione per convincermi “dal di dentro” Si
era pertanto raccomandato: “Te lo dico fin da subito. Il piano
è stato definito e organizzato nei minimi dettagli. Tu devi fare
da copertura”. Poi nuovamente si trasfigurò in un essere de-
moniaco e fu brutalmente esplicito, “Guai se succede qual-
cosa a Matteo. È figlio du Zu Ciccio e gli altri sono uomini di
spicco. Lo sai che u zu Ciccio vuole accanto solo parenti e
uomini legati a lui con il sangue. Siete la sua armatura. Guai
se qualcosa va storto. Chi sbaglia paga con la vita! Ricorda:
301
se qualcosa va storto, va storto perché Qualcuno ha sbagliato
negli aspetti operativi e questo non Deve accadere. Zu Ciccio
sta sacrificando suo figlio per Cosa Nostra. La ama con tutto
se stesso.”
Tacemmo per tutto il resto del viaggio come succede fra
complici di un piano ormai prefissato, il silenzio era glacia-
le, quasi si poteva tagliare a fette. Insomma non c’era altra
alternativa, Lipari doveva essere eliminato dalla faccia della
terra.
Oggi mi viene la rabbia a pensare che Toro mi abbia but-
tato in pasto ai leoni, mentre lui tuttora rimane nell’ombra e
governa un impero che cresce a dismisura grazie solo alle sue
bugie e ai legami occulti!
L’indomani m’incontrai con gli altri uomini in una frazio-
ne di mare, Triscina, a 13 Km da Castelvetrano. Il Sindaco
Lipari aveva una villetta in quella zona e siccome lavorava in
prefettura a Trapani, nel periodo estivo faceva il pendolare.
Per un certo periodo gli uomini della Piovra lo avevano pedi-
nato e fatto appostamenti in quella tratta. Il povero malcapi-
tato, non pensando di essere sotto tiro, percorreva simmetri-
camente lo stesso identico percorso, dunque non era difficile
carpirne le abitudini.
Tra gli altri c’era pure una persona d’onore che avvertiva
i killer quando Lipari partiva da Triscina.
Non esistevano ancora i cellulari e le comunicazioni av-
venivano via ricetrasmittente, dopo aver effettuato accurate
ricognizioni ambientali e logistiche. Eravamo tutti in comu-
nicazione. Quando Lipari partì da Triscina fu dato immedia-
tamente il segnale. Seguimmo la macchina per tutto il tragit-
to: dopo aver imboccato la strada statale e lasciata alle spalle
la frazione, voltò a destra per una strada campestre, pensai
“cazzo, ce lo stiamo perdendo”non aveva mai imboccato
quella direzione. Non so cosa fosse successo, fatto sta che
dopo qualche metro, l’auto riprese la sua solita direzione, an-
dando a velocità sempre più sostenuta. Secondo me il sinda-
co aveva intuito qualcosa, ma aveva anche capito di essere in
302
trappola. Cominciò a correre sempre di più all’altezza della
grande pianura che percorre il ciglio della strada, poi quando
si avvicinò al punto X, rallentò di colpo e bruscamente tentò
una retromarcia, ma non ci fu nulla da fare.
Il punto X si trovava a metà strada tra la frazione e Ca-
stelvetrano. Fu lì che i killer centrarono l’obiettivo, io invece
feci da copertura insieme con gli altri.
Gli ordini di Matteo e di Toro erano tassativi “Anche se
passa una volante della polizia o dei carabinieri prima del
traguardo, dovete sparare a vista e ammazzare tutti”.
Noi eravamo armati di tutto punto: calibro 38, mitragliet-
te, fucili di precisione ecc.
In realtà eravamo abbastanza tranquilli perché una tal-
pa all’interno del Commissariato ci aveva assicurato che
nessuna pattuglia avrebbe ispezionato la zona quel giorno a
quell’ora.
Cosa Nostra fa sempre le cose alla perfezione senza tra-
lasciare il minimo dettaglio, però c’era sempre l’incognita
“onestà” che in questo caso si poteva materializzare nell’uo-
mo delle istituzioni non colluso, che avrebbe potuto decidere
di organizzare un giro d’ispezione fuori programma e fatto
saltare il piano. Non fu così. Andò tutto secondo program-
ma.
La macchina passò, i killer non mancarono il colpo, l’uo-
mo non fece in tempo a capire che già intorno era il silenzio
pieno della morte. Il sindaco Lipari morì chiuso nel suo gab-
biotto di vetro, noi ci avvicinammo solo per accertare che
fosse andato al creatore.
“Ok è fatta, sto pezzo di merda è morto!”
Compiuto il nostro dovere, lasciammo di corsa il luogo
del delitto sfrecciando con le auto in direzione opposta.
“Quando Cosa Nostra decide di uccidere qualcuno lo uc-
cide.”
Non potrò mai dimenticare queste parole, così come non
dimenticherò mai un paio di massime dell’Architetto Toro:
“Lo zucchero non guasta mai la bevanda” o ancora “Meglio
303
peccare per eccesso che per difetto.”
L’eco dell’omicidio ebbe l’effetto sperato, ovvero quello di
sconquassare le menti delle persone pulite per farle desiste-
re dall’insistere su obiettivi in aperta antitesi con i progetti
mafiosi.
Tutti i delitti “eccellenti” hanno delle analogie relative ai
metodi della progettazione del piano. Il più evidente e anche
perverso è dato dai comportamenti opposti di forze d’intelli-
gence e investigative di stato e quelle “parallele”, ovvero de-
viate. Le prime cercano convulsamente di risalire alla verità,
le seconde operano in modo che essa non venga mai svelata.
Dopo l’omicidio Lipari, la polizia venne subito a cercarmi
fino a casa, perché grazie a una telefonata anonima arrivata
in questura, ero stato indicato come uno dei killer dell’effe-
rata esecuzione. Oltre al mio nome, fu fatto anche quello di
Vincenzo Santangelo, fratello di Calogero, ovvero il figlioccio
di Zu Ciccio, successivamente ucciso per un regolamento di
conti interno a Cosa Nostra. (Vedesi sentenza definitiva Pm
dottoressa Sala).

Delitto Santangelo

Secondo le fonti ufficiali, che come tutti sanno di solito


non coincidono minimamente con quelle ufficiose ma vere,
Calogero Santangelo sarebbe stato ucciso perché aveva por-
tato il rampollo dei Messina Denaro a divertirsi con donne
di facili costumi della Palermo bene. Il giovane studente di
medicina (25 anni) morì dunque per mano di killer di tutto
rispetto come Calogero Ganci, Salvatore Madonia e Giovanni
Brusca. Almeno questo sapevano i tre, due dei quali oggi
importanti collaboratori di giustizia.
Io conosco la verità, e vi assicuro che è ben altra. Caloge-
ro Santangelo era “figlioccio” di battesimo di Francesco Mes-
sina Denaro e fu ucciso per averlo tradito (circostanza sancita
anche dalla sentenza nel processo Alagna + 30 nella quale il
304
fratello di Calogero, Vincenzo Santangelo, è stato condanna-
to per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti). Si era
infatti appropriato, con la complicità di altri due che hanno
subìto la stessa sorte, di un carico di eroina. Sarebbe stato
eliminato, quindi, secondo le ferree regole di Cosa Nostra.
Per Francesco Messina Denaro la delusione è stata gran-
de. Non si aspettava di essere tradito dal suo figlioccio che
sicuramente presentava come un suo pupillo.
La decisione di farlo uccidere a Palermo, su ordine di
Totò Riina, sarebbe poi dovuta al fatto che un profondo sen-
timento di fratellanza e di affetto legava il boss con il padre
del giovane, Santangelo Lorenzo. Una “delicatezza” quindi,
secondo il duro codice mafioso al quale ‘zu Cicciu non poteva
sottrarsi poiché di sicuro, sempre secondo il pentito, aveva
garantito per il figlioccio. E per un capo non è ammissibile
fare una brutta figura.

La polizia bussa

Quando bussarono alla porta, mia moglie, la “gatta mor-


ta”, si comportò secondo i dettami omertosi ereditati dalla
sua famiglia d’origine e imbastì per me un alibi di ferro. Le
sono ancora oggi grato per l’atto di fedeltà nei miei confronti,
per essermi venuta in aiuto senza pensare minimamente ai
pericoli che stava correndo per difendere uno come me, che
in fondo non la meritava del tutto. La fedeltà è una qualità
impagabile, che non compri e non impari. O sei fedele o non
lo sei, non ci sono vie di mezzo. Se la “gatta morta” avesse
avuto altre qualità oltre a questa credo che non l’avrei mol-
lata.
Fra gli altri indagati per l’omicidio del sindaco, c’era
anche Vincenzo Luppino, il segretario della Dc di Castelve-
trano, nonché braccio destro del Sindaco. Anche lui venne
ucciso poco tempo dopo.

305
Matteo Messina Denaro

La Mafia può esaudire tutti i desideri di chi se li può


permettere.
Matteo è il figlio di Francesco Messina Denaro, U Zu Cic-
ciu, storico imperatore del mandamento di Castelvetrano dal
1998, che ha costruito un impero privato di notevoli propor-
zioni. Matteo rappresenta la degna continuità del feudo di
Francesco, ne ha ereditato tutti i segreti e la reggenza.
Degno figlio di cotanto padre ha portato avanti i “valori”
mafiosi come e meglio di lui. Del resto è stato formato nella
migliore scuola mafiosa che ha come epicentro la provincia
di Trapani e ne ha subito applicati i dogmi con grande peri-
zia, portati avanti con ingegno fuori dal comune.
La famiglia Messina Denaro gode di grosse credenziali in
Sicilia, soprattutto nel comune di Castelvetrano, che prolifera
per via riflessa grazie proprio alle ricchezze illecitamente in-
dotte da essa e dalla sua fitta maglia di affiliati di “granito”e
io sono stato ammesso al regno della storica “famiglia”, fin da
piccolo, cioè fin da quando ho dimostrato di essere tagliato
per fare il mafioso.
Matteo ha sei anni meno di me, dunque l’ho sempre vi-
sto quasi come un cucciolo da difendere, almeno quando era
ragazzo.
A quindici anni abitavo in Via XX Settembre, proprio vi-
cino a casa della famiglia Messina Denaro e vicino alla casa
dei pastori. A quel tempo noi ragazzi eravamo divisi in 2 ma-
cro bande. Io ero il capo di una di esse e contavo almeno
20 ragazzi nelle retrovie. Uno di questi era proprio il picco-
lo Matteo che aveva solamente 9 anni. Lui mi veniva dietro
come un cagnolino, insieme a suo fratello Salvatore.
Lo scopo delle bande era quello di marcare il territorio
e per farlo davamo prova di supremazia usando la forza e la
prepotenza. Fra le cose più frequenti, ci divertivamo a cattu-
rare ragazzi della banda avversaria per farli prigionieri, tor-
turarli e umiliarli in mille sadici modi.
306
Un giorno, durante una mega rissa, riuscirono ad acciuf-
fare Matteo. Stavamo scappando perché eravamo 20 contro
50 e non ci rendemmo conto che il piccolo Matteo era caduto
nella rete dei nemici. Lo portarono in una zona di campagna,
lo legarono su di un albero e cominciarono a riempirlo di
schiaffi, come si usava d’abitudine nella fase cruenta della
prigionia.
Quando fummo al sicuro dai nostri rivali, mi resi final-
mente conto che mancava un pezzo importante nelle fila dei
miei soldatini, cioè Matteo, il figlio du zu Cicciu. Penso che
se il boss avesse scoperto che il ragazzo era finito in mani
poco sicure mi avrebbe staccato la testa. Non potevo permet-
terlo.
“Picciuotti” urlai ai miei compagni “Unnè Matteu, forza
caminamu”. Bisognava correre tempestivamente ai ripari e
liberarlo prima che potesse accadere qualcosa di irrimedia-
bile.
Immediatamente riuscimmo a scovare l’accampamento
rivale e una volta liberato Matteo io acchiappai con forza il
capobanda.
Quando uscivo, non dimenticavo mai di portare con me
un coltellino e una corda abbastanza lunga, non si poteva mai
sapere! Quel giorno la corda mi fu estremamente utile perché
con essa la mia vendetta assunse dei contorni molto ma molto
piacevoli. Come prima cosa, quel branco di mezze tacche se
la diede a gambe levate, solo a vedermi deciso come un guer-
riero indiano e poi…legai quel pezzo di merda.
Minchia che legnate! Parevo un toro scatenato, tanto mi
ero avventato contro il malcapitato, ma questo era niente di
fronte alla furia cieca e incontrollabile dello scugnizzo Mat-
teo, che nonostante l’età pareva assatanato.
“Prigionieru, prigionieru” urlavo come uno uscito dalla
tribù dei Mohicani!!!
Poi Matteo, inarrestabile gridò “Enzu, lo dobbiamo im-
piccare stu bastardu!” mostrando una violenza repressiva
degna della sua famiglia.
307
Decisi di assecondarlo, ma il poveraccio sanguinava da
tutte le parti. Cercai a un certo momento di far ragionare il
futuro boss, ma non c’era verso di placarne l’ira funesta.
“Nun m’anteressa, a morrirri” e giù di calci, pugni pedate,
mentre quel babbeo stava legato all’albero come un salame.
Matteo ci aveva preso gusto a vendicarsi, tanto era incazza-
to. “Pigghia la corda e ‘mpiccamulu” continuava sempre più
infoiato.
Il poveraccio aveva oramai la lingua di fuori, si vedeva
che stava allo stremo delle forze. Decisi che forse era il caso
di fermare quella che poteva diventare un’esecuzione con
tanto di cadavere e tirai giù il salame penzolante.
Matteo come prima cosa gli sputò con tutta l’acredine che
aveva in corpo e io aggiunsi: “Matteo, ora addiviertiti comi si
fuorrutu n’ndianu.” minchia, lo invitai a nozze. Quel nanetto
gli acchiappò i baffetti e glieli tirò con tutta la forza, mentre
rideva come un matto.
Quando lo riportai a casa era tutto soddisfatto e io quel
giorno presi due piccioni con una fava: la stima del piccolo
Matteo e la gratitudine du zu Cicciu, cose che mi sarebbero
servite in futuro. Credo infatti che se solo volesse, Matteo
Messina Denaro potrebbe incenerirmi seduta stante, da qual-
siasi parte del globo.
Ricordo bene che nel riportarlo a casa gli dissi “Matteo,
io sugnu senza na lira” la prima cosa che fece fu quella di
regalarmi 5000 lire, che all’epoca erano un capitale.
Zu Ciccio capì da quell’episodio che il figlio era una mina
vagante e temendo che si cacciasse in guai seri, mi disse di
stargli sempre alle costole come un segugio, cosa che mi fece
gongolare dalla soddisfazione. Mi disse “Chistu è menzu paz-
zoide, mi raccomando Vincenzo, taliatillu cu deci uocci.”
Zu Cicciu sapeva essere spietato e dolcissimo allo stesso
tempo, aveva un carattere pazzesco, non so proprio come ri-
uscisse a scindersi così bene in due persone diametralmente
opposte: il padre paterno e affettuoso e il cinico mandante di
stragi.
308
Matteo aveva acquisito la stessa identica caratteristica
del padre: tanto feroce con i nemici, tanto riconoscente con
gli amici.
Agli occhi della gente comune, i Messina Denaro sono la
“famiglia” di Castelvetrano, quella che detta la legge in tutto
il perimetro, quella che garantisce protezione con una mano
ed esegue piani di morte con l’altra.
Anche la gente finge davanti all’evidenza perché è meglio
godere di una manna insolitamente caduta dal cielo, piutto-
sto che ficcarsi nei guai per il semplice fatto di voler capire
da dove provenga tutta quella ricchezza. A volte senti i com-
menti dei paesani “meglio beccare le briciole, che restare
digiuni!” cosa dire in proposito? La gente ragiona così, sia
le persone semplici, sia quelle che contano. Non si chiedo-
no neanche da dove vengano tutti quei soldi che i loro figli,
nullafacenti e nullatenenti si ritrovano in tasca, loro vogliono
beccare e basta e la famiglia di Castelvetrano è sempre pron-
ta a sparpagliare qualche briciola pur di ottenere appoggi e
protezione.
Prima della latitanza, avvenuta nel 1993, di cui mi sento
in parte responsabile, Matteo era registrato come campiere
nelle terre di una delle più potenti famiglie di imprenditori
siciliani e si dice che abbia un patrimonio immenso fatto di
beni immobili oltre a ingenti quantità di denaro liquido.
Come tutti i grandi leader mafiosi, si era costruito a ta-
volino un’aura di fascino tale da incarnare perfettamente il
ritratto del vero mafioso: bello, spavaldo, intelligente, audace
e al tempo stesso dotato di un carisma e di una generosità
fuori misura. Era molto più che ambizioso, non è che volesse
primeggiare così, tanto per farlo, voleva essere l’incontrastato
numero uno; non voleva semplicemente scalare i vertici, vo-
leva addirittura espandersi come materia gassosa.
Zu Ciccio gli aveva insegnato fin dalla tenera età come
deve vivere un capo, quale doveva essere il suo stile di vita,
cosa doveva fare e come doveva comportarsi per far sì che i
suoi uomini nutrissero stima di lui, senza tuttavia destare mai
309
in loro pericolosi sentimenti di invidia che lo avrebbero po-
tuto far capitolare. Si trattava di precetti fondamentali e ne-
cessari a far capire che c’era un limite sottile che non andava
mai superato, almeno all’apparenza e Matteo, che era dotato
di un intelletto fino, era riuscito a coagulare tutte le virtù che
il padre voleva fossero sue.
Soprattutto Matteo aveva imparato a non mostrarsi debo-
le, perché se sei debole vieni fottuto.
Oggi il suo nome è entrato nella leggenda e assume la
connotazione del terrore puro, sebbene sia latitante e non si
manifesti pienamente e quel che è peggio, continua indistur-
batamente a vivere nel suo limbo dorato, senza che i media si
preoccupino di lui più di tanto, come se fossero o cerchino di
essere distratti da tutt’altro.
È inoltre colto, mostruosamente raffinato e ha una grande
dimestichezza con la tecnologia. Ama l’arte, la filosofia, l’ar-
chitettura. Ricordo che una volta un tombarolo mi diede un
reperto archeologico da portare a Matteo. Si trattava di una
zuccheriera, almeno credo, di epoca greca. Matteo la prese in
mano delicatamente, come fosse un essere umano, la carezzò
con dolcezza e la baciò tutto beato e soddisfatto.
In paese poi, si faceva notare per la sua passione per le
auto sportive, gli sfarzosi Rolex, i capi firmati Armani e Ver-
sace (aveva pure le mutande griffate) e una montagna di sol-
di che faceva girare a cascata come fosse pioggia tropicale.
Insomma amava sfoggiare i suoi status symbol e un look da
perfetto boss, anche se più che ostentare ricchezza, voleva
dimostrare il suo potere all’interno della società mafiosa: po-
tere che ti permette di avere beni di maggior prestigio e raffi-
natezza in circolazione.
Non è un uomo all’antica come il padre o come le solite
raffigurazioni cinematografiche che si fanno dei boss. Cono-
sce segreti potentissimi ed è appoggiato da più parti: dagli
abitanti di Castelvetrano, che gli vogliono bene, anche se lo
temono e soprattutto dall’Entità. È potentissimo e inafferrabi-
le. Per questo dico che lo cattureranno solo se il suo uomo di
310
fiducia, il suo clone, “l’uomo ombra” che dir si voglia, lo tra-
dirà, per sostituirlo magari al comando della Piovra. Matteo
piuttosto che essere arrestato si farà ammazzare! Certo è stato
un giovane assai precoce, basti pensare che già a 14 anni
sapeva usare le armi da fuoco e a 18 si macchiò del primo di
una lunga serie di omicidi, almeno 50. A questo proposito,
una volta confidò a un amico, di aggiungere le stelline al suo
bavero: “Con le persone che ho ammazzato, io potrei fare un
cimitero”. Sì perché fra le tante cose Matteo, amava esibire
la perpetuazione indefessa dei suoi massacri.
Ovviamente con un padre come il suo, non avrebbe potu-
to che diventare ciò che è diventato, però aveva una marcia
in più, una naturale inclinazione a delinquere che lo con-
traddistingueva dagli altri, una vera furia. Era riuscito a cre-
are pure una fitta ragnatela con i cartelli sudamericani, e per
questo l’FBI lo aveva considerato uno dei maggiori attori nel
commercio mondiale della droga.
Oltre alla droga Matteo, si occupava anche di traffico di
armi, riciclaggio di denaro sporco, estorsione, macellazione
clandestina e sfruttamento di importanti cave di sabbia del
trapanese. Del resto solo con la droga, le armi e il denaro
si può creare una perfetta triangolazione degli affari, verità
sacrosanta che la famiglia Messina Denaro conosceva alla
perfezione.
Lui è responsabile di diverse stragi, ma sono certo che
non si sporcherà più le mani. È troppo intelligente. Ha tra-
sformato la sua eredità in maniera tecnologica e secondo le
testimonianze del pentito Giuffrè, ex braccio destro di Pro-
venzano, Messina Denaro sarebbe diventato il custode del
più importante archivio della mafia siciliana.
Il padre era un amante dell’archeologia, lui dei quadri.
Ancora oggi restano dubbie alcune sparizioni, come per
esempio la natività del Caravaggio, opera di grande impor-
tanza storica, sparita a Palermo nella notte tra il 17 e 18 ot-
tobre del 1969 dall’oratorio di S. Lorenzo. Il dipinto veniva
esibito durante i cenacoli con gli alti vertici mafiosi. C’era
311
assolutamente del torbido nell’amore viscerale per i quadri, a
volte venivano patteggiati con i proprietari stessi, altre volte
venivano esportati illegalmente o semplicemente tenuti nella
pinacoteca di casa per il solo gusto di possederli.
Matteo è riuscito a insabbiarsi così bene che nessuno sa
dove si trovi. È astuto, cerca di far sembrare che tutto sia
pulito. Poi è un uomo capace di grandi sentimenti, uno che
crede nell’amicizia vera. Secondo me è a casa di qualche ve-
scovo, o nella villa di qualche uomo delle forze dell’ordine,
volutamente apatico o magari di un magistrato. A dire il vero
si vocifera che sia a casa di un potente della Chiesa (come il
padre) e ci sarebbero delle prove.
Secondo me Matteo è implicato nella strage di Via
D’Amelio. Se infatti era pronto a uccidere il Dott. Borsellino
con l’autobomba quando era procuratore a Marsala, non vedo
come mai non avrebbe dovuto partecipare all’attentato, solo
perché si è svolto a Palermo. Non dimentichiamo che Matteo
a Palermo era di casa. Lì viveva il cognato, il dottor Filip-
po Guttadauro, il fratello del boss del Brancaccio, nonché il
“portavoce” del latitante Matteo Messina Denaro. A lui spet-
tava il compito di mantenere i collegamenti tra il capomafia
trapanese e Bernardo Provenzano.
È vero che Borsellino era stato trasferito da Marsala a
Palermo, ma in verità un posto valeva l’altro.
Sono certo che Matteo abbia partecipato alla strage, sem-
pre nel ’93.
Matteo è ricercato per associazione mafiosa, omicidio,
strage, devastazione, detenzione e porto di materiale esplo-
dente, furto e altro. Il 6 maggio del 2002 è condannato in ma-
niera definitiva all’ergastolo al processo sulle stragi del ’93.

312
Spero in un mondo senza mafia
necessità di una nuova rivoluzione civile

Luigi Furitano
dedica alla Procura di Caltanissetta e al Pm Nico Gozzo

Una storia da bambini…


C’era una volta una Procura della Repubblica presso un
Tribunale dove tanti Giudici lavoravano con sacrificio e si-
lenzio. Attorno a questi Giudici, che a me quando ero bam-
bino sembravano grandi grandi, c’erano tante altre persone
che per loro e in nome di un concetto comune, lavoravano
alla stessa maniera. Tutte queste persone avevano sempre
fretta, si correva e si cercava di arrivare sempre prima, “gua-
dagnando qualche ora per fottere i cattivi…” A volte se non
quasi sempre, queste persone rinunziavano ai propri tempi,
non tornavano a casa, non vedevano i loro figli, ciò senza che
nessuno mai glielo chiedesse. Loro non stavano soltanto a
guardare la fotografia che in tutte le stanze ritrae altri due
Giudici uccisi, loro cercavano ancora di punire quella gente
cattiva che li aveva uccisi. In questa Procura, piccola picco-
la, e nel suo tribunale, si sta lavorando per trovare i colpevoli
“veri” di uno dei due magistrati della fotografia. Un Magi-
strato che per questi Giudici è stato anche il maestro. Lui
era bassino, aveva dei simpatici baffi sul viso, rideva spesso
e amava tanto i suoi bambini. Una domenica pomeriggio di
tanto tempo fa questo Giudice fu ucciso e per ventuno lun-
ghissimi anni non si riuscì mai a sapere la verità. Lui aveva
una moglie, una donna davvero speciale, che aspettava con
pazienza e con la virtù del saper perdonare, che i Giudici di
questo Tribunale e di questa Procura piccola piccola potes-
sero finalmente rendere Giustizia. Uno di questi Giudici, che
a me sembra grande grande anche se tutti lo chiamano Nico,
insieme a un altro che si chiama Sergio, andarono a trovare
questa Signora per ricominciare tutto daccapo. Era la quar-
313
ta volta che si ricominciava, ma questa volta la Signora era
sicura che queste persone che lavorano in questa Procura di
cui nessuno riesce a ricordare il nome, sarebbero riuscite a
trovare le verità dopo i clamorosi depistaggi. Per una brutta
malattia anche la moglie del giudice morì, ma questi Giudi-
ci e i loro amici non smisero mai di continuare a lavorare.
Questa storia che è triste, rimarrà triste, ma quando la verità
arriverà saremo tutti più sereni, avremo dimostrato ai nostri
figli che la Giustizia esiste.

314
Spero in un mondo senza mafia, necessità di una
nuova rivoluzione civile

La Rinascita

Il popolo è un grande selvaggio nel seno della società.


Lev Tolstoj

La morte violenta di Falcone e Borsellino ha avuto l’effet-


to boomerang, di far rinascere nel nostro Paese quella sana
e fresca voglia di reagire. Non sono morti! Le loro vite hanno
avuto solo una pausa!
Da una parte c’erano le Istituzioni, quelle che ancora
mantenevano un certo decoro, si prodigavano per trovare una
soluzione legale per fermare le stragi, giungendo così all’ine-
vitabile giro di vite antimafia, dall’altro proliferavano le asso-
ciazioni antimafia e io non potevo che ritenermi soddisfatto,
visto che per la prima volta percepivo una collettiva e reale
volontà di cambiamento. Così, mentre centinaia di boss veni-
vano tradotti nelle carceri di massima sicurezza, come Piano-
sa e Asinara, io mi preparavo ad affrontare una battaglia forte
che ancora oggi porto avanti con grande costanza.
La Mafia è come un virus; è un vestito che ti si appiccica
addosso e non riesci a togliertelo facilmente. A volte sei tal-
mente prigioniero che condiziona la tua vita, anche se non te
ne rendi conto.
Ho voluto scrivere questo libro per amore della società
civile, che amo con tutto me stesso e per il mio grande senti-
mento di amore verso Paolo Borsellino. Voglio gridare a tutti
la mia testimonianza affinché la gente ne faccia tesoro, afferri
la dimensione più profonda della Mafia e capisca che essa è
una pericolosa trappola mortale, nella quale anche le persone
315
più rette possono cadere. Non è così difficile essere sedotti
dal potere, dalla ricchezza o anche solo dalla finta protezione
tanto decantata dai capimafia. La Mafia è un orrendo male,
uno dei peggiori cancri della società, in grado di annullarti
come persona e fare emergere sentimenti peggiori tanto che
a un certo punto non ti riconosci più, ti fai schifo, ma non
sai come tirarti fuori perché nel frattempo, non solo ti hanno
rubato l’anima, ma ti hanno privato di ogni aspetto anche il
più intimo della tua stessa vita. Loro ti gestiscono in tutto e
tu non puoi fare a meno che accettare le regole del gioco,
regole che troppo spesso si tingono di sangue, anche quando
vorresti solo dare un calcio a tutto e tutti e ricominciare da
zero. Purtroppo però, tagliare i ponti con la Mafia non è come
interrompere una relazione d’amore che ti sta stretta: tu sei
della Mafia e solo la morte può pareggiare il debito, la tua
morte e quel che è peggio quella dei tuoi cari, ed è per questo
che ho dovuto tenermi sempre lontano dai miei figli maschi:
per proteggerli, perché ero certo che avrebbero fatto una fine
orrenda per causa mia. Cosa Nostra è la cosa più diabolica
che esista al mondo, è la naturale erede di Lucifero, il Princi-
pe del Male. È come una trasfigurazione negativa. Non voglio
che i giovani caschino in queste spire letali.
Ho la sfacciataggine e la presunzione di credere che riu-
scirò nel mio intento e che sarò un grado in qualche modo di
mobilitare le coscienze anche attraverso la rete, che secondo
me è un’ottima cassa di risonanza: basta solo conoscere le
dinamiche del gioco, la radice criminale e applicarsi in ma-
niera sinergica per riuscire a decapitare il sistema.
Per farlo bisogna colpire alla testa, ovvero i boss, non
agli arti, gli esecutori che sono solo fornitori di manovalan-
za. Questo concetto che dovrebbe essere semplice è sempre
stato baipassato, questo appunto perché l’Entità, dunque la
“testa” coincide perfettamente con il centro del potere.

Oggi preferisco zappare la terra e guadagnare onestamen-


te dieci euro per essere felice. Vivo solo della madre terra,
316
mi nutro e disseto solo di giustizia, odio l’ambizione e l’attac-
camento a valori vergognosi e fuorvianti dettati dalla mon-
danità. La Mafia è il residuo fossile del feudalesimo, in cui
il padrone assicurava protezione a patto di ottenere il totale
asservimento delle persone. È un’odiosa servitù e basta!
Ciò che va oltre Cosa Nostra è ancora più pericoloso di
Cosa Nostra stessa, perché la mafia da sola non va da nes-
suna parte. Queste forze del male non sono però invincibili,
si possono decapitare. Purtroppo però questo cancro genera
metastasi mortali che vanno ad allargarsi a macchia d’olio,
intaccando anche il tessuto connettivo sano della società e
la colpa è di chi tace e omette facendo sì che questa cellula
distruttiva si rigeneri e diventi sempre più distruttiva. È dif-
ficile infatti non cedere alla tentazione del potere, del denaro
o delle “semplificazioni” quotidiane che solo chi lavora diso-
nestamente sa garantire.
La forza della società tuttavia è molto più potente e se
tutti fossero uniti si potrebbero realmente trovare soluzioni
civili per vivere in maniera dignitosa in un contesto sociale
sano. Quando si è uniti infatti, non si muore. Muoiono le per-
sone, non le idee.
La mafia fa leva sull’ignoranza ed è questa che bisogna
combattere, perché solo la conoscenza determina il cambia-
mento.
Bisogna soprattutto evitare che il 19 Luglio sia solo un
dato cronologico o una commemorazione di morte che si tra-
sforma in plateale finzione scenica o crei dall’altro lato occa-
sione di conflitto. Non bisogna rispondere alla violenza con
violenza, sentimento che a volte sembrerebbe naturale. Io ho
archiviato la violenza nelle parole e nei fatti. Per me che sono
cresciuto cibandomi di violenza non è stato facile, è stata una
preziosa risorsa che ho sfruttato per ottenere tutto ciò di cui
avevo bisogno nella vita.
Mi rendo conto che uno dei rischi più naturali sarebbe
quello di voltare la faccia alle Istituzioni, del resto ancora
oggi sulla strage ci sono parecchie zone d’ombra frutto pro-
317
prio dei depistaggi e delle distrazioni volute da chi aveva
interesse a proteggere i mandanti, più che gli esecutori. Le
indagini sono infatti condotte deliberatamente in maniera
confusa e confusiva, ostacolando chi da sempre ha cercato
di risalire ai responsabili, tanto che in tutti i processi si è
compiuta solo una parziale giustizia. Tutto il resto sono solo
ipotesi, giuste nella maggior parte dei casi, ma solo ipote-
si che evaporano come acqua al sole, così ci accontentiamo
di sapere la verità, anche se non la possiamo provare e di
conoscere i nomi. Anche Donna Agnese intuiva. Intuiva ma
taceva. Solo adesso che sta insieme al suo amato Paolo, ha
avuto le riposte ai suoi dubbi.
Una volta Agnese raccontò: “Andai a fare una passeg-
giata con mio marito sul lungomare di Carini, senza essere
seguiti dalla scorta. Paolo mi disse che non sarebbe stata la
mafia a ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero
stati i suoi colleghi e altri a permettere che ciò potesse acca-
dere. Pochi giorni prima di essere ucciso, si confessò e fece
la comunione. Mio marito mi disse testualmente che “c’era
un colloquio tra la mafia e le parti infedeli dello Stato”. Me lo
disse intorno alla metà di giugno del 1992. In quello stesso
periodo mi disse che aveva visto “la mafia in diretta”, parlan-
domi anche in quel caso di contiguità tra la mafia e pezzi di
apparati dello Stato italiano”.

È finito il tempo delle stragi?

Non l’amore, non i soldi, non la fama, datemi la Verità.


Thoreau

A volte io stesso mi pongo questo interrogativo e a essere


sincero, non so darmi risposte certe. Non so dire se il tempo
delle stragi in Italia sia finito, dipende da come si evolvono
le cose. In realtà l’Entità è talmente fusa con le altre organiz-
zazioni che ha ormai in mano tutto. Ha capito che la società
318
civile, anche se tiepida, può essere un boomerang. L’Entità
ha messo le persone giuste al posto giusto, mentre la classe
politica sembra rinchiusa in una specie di torre d’avorio dalla
quale è capace solo di osservare e tuonare in modo sterile.
Provenzano diceva “quando si deve uccidere una persona
che da morta può essere più pericolosa che da viva, meglio
non ucciderla.”
Come sarebbe il nostro paese se realmente si debellasse-
ro le Mafie? Quale motore dovrebbe intervenire per riportare
l’ordine giusto delle cose?
Questo interrogativo mi turba parecchio, perché essendo
a conoscenza di certi meccanismi perversi, mi rendo conto
che non sarebbe semplice far ripartire una macchina i cui
ingranaggi sono perfettamente integrati.
Ciononostante insisto nella mia personale battaglia contro
le Mafie, perché ritengo sia possibile vivere senza di esse.

Ma allora, cosa vuol dire lotta alle Mafie e perché non


dobbiamo mai smettere di parlare di morti?
Lotta alle Mafie vuol dire informare ed essere informati
di come stanno realmente le cose in Sicilia e non solo. Un
popolo deve avere la lucidità di saper distinguere cosa è giu-
sto e cosa è sbagliato per poter prendere le decisioni sagge
per il suo sviluppo. Eppure oggi, nell’immaginario collettivo,
la Sicilia è per lo più un luogo di violenza e terrore, dove si
perpetra una perenne guerra civile fra le mafie locali, una
terra che non smette mai di sanguinare; una specie di terra
del Medioevo sprofondata in se stessa.
Lotta alla mafia vuol dire smontare quel messaggio che
per anni ci hanno inculcato.
Soprattutto i più giovani devono essere informati che la
mafia non è bella, ma che si tratta di un’organizzazione a de-
linquere, che esercita un’azione di repressione sul territorio,
con il fine di sfruttare e tenere sotto controllo la popolazione
per il mantenimento e il prestigio dell’organizzazione stessa.
Lo sviluppo della mafia, risale ai tempi dell’unità d’Italia e il
319
suo mantenimento attuale è sempre stato favorito dalla inef-
ficienza delle istituzioni e da uno Stato politico che ancora
oggi fatica a prendere posizioni concrete contro la mafia. La
forza di Cosa Nostra sta nel fatto che la popolazione inerme e
sottomessa la sostiene, in molti casi la protegge e la ricono-
sce come fonte di potere. Si tratta di una mentalità parallela
voluta fin dalle sue origini e basata sulla paura, sull’omertà,
sul favoreggiamento quindi sul consenso e compromesso, ma
anche sulla prepotenza e atteggiamenti tipicamente mafiosi,
sulla discriminazione delle forze dell’ordine e dello Stato in
generale. Negli anni, tale mentalità si è radicata tramandan-
dosi di generazione in generazione e crescendo insieme alla
vera cultura siciliana fatta da ben altri valori.
Distruggere questa mentalità vuol dire distruggere la ma-
fia, ed è proprio in questo senso che ogni cittadino, purché
sinceramente collaborativo, può dare il suo contributo nella
quotidianità, informando ed educando i più giovani e rifiu-
tando qualsiasi atteggiamento che sia riconducibile a tale
mentalità.
Lottiamo contro la mafia perché vogliamo essere liberi
Lottiamo contro la mafia perché vogliamo crescere e rima-
nere nella nostra terra. Lottiamo contro la mafia perché vo-
gliamo lo sviluppo del nostro territorio. Lottiamo contro la
mafia perché vogliamo mostrare la Sicilia al mondo intero: è
una questione di rispetto e di onore. Ancora una volta come
è già successo nella storia della Sicilia, diciamo ANTUDO!
Animus Tuus Dominus “Il coraggio è il tuo signore”, libera-
ti dall’oppressore, ai mafiosi diciamo ritiratevi, i tempi sono
cambiati, lasciate la popolazione fuori dai vostri sporchi af-
fari, oggi la gente non ha paura di voi e vi identifica come
malfattori, le minacce, i soprusi, le ritorsioni e le vigliacche-
rie di cui siete capaci serviranno solo ad alimentare la nostra
rabbia nei vostri confronti.
L’ignoranza è il nemico numero uno della civiltà; dove re-
gna lei non è possibile creare una coscienza civica. Il punto è
che dobbiamo scuotere la società e per farlo dobbiamo abbat-
320
tere ogni forma di ignoranza. Per raggiungere questo obiettivo
bisogna insistere sulla formazione e l’istruzione dei giovani e
inculcare loro il senso civico necessario perché le cose cam-
bino, senza per forza essere utopici. Sopra ogni cosa bisogna
cercare sempre la verità, anche a costo di andare controcor-
rente. Bisogna cercarla con insistenza, perché spesso ci pro-
pinano informazioni false che servono solo a confondere le
idee, anziché chiarirle. In questi anni mi sono sempre battuto
perché si sapessero certe cose, ma mi sono spesso imbattuto
in un muro di gomma fatto di silenzi omertosi.

Antonioni nel suo film Blow up diceva: “La verità non


esiste”.
Falso! La verità esiste e bisogna dirla.
Lo Stato deve dire la verità.
I giornali devono dire la verità.
Nessuno ha il diritto di raccontare fandonie a noi e ai
nostri figli.
La cultura non è una cosa che si vende in volumi.
La cultura è data dall’osservazione diretta e trova la sua
degna declinazione nell’applicazione di certi principi.
La cultura è sforzo umile e costante verso una solidarietà
democratica e oggi abbiamo bisogno di una cultura più razio-
nale e Istituzioni più aperte.
Oggi le masse sono inchiodate dall’ignoranza e devono
essere liberate attraverso la conoscenza.
Ripeto con tutto il fiato che ho in gola: la mia forza è la
verità, che ho sempre detto e sempre dirò. Niente mi fa pau-
ra. Chi cerca la verità, cerca Dio. Io sono credente, con tutto
il rispetto degli atei, ma ricordiamoci, che se questo è vero,
va anche detto che chi rifiuta la verità, rifiuta Dio. La Verità
è la migliore difesa, anche se qualche volta conoscerla non ti
fa stare meglio.
Questo non si deve dimenticare: mi potranno uccidere
fisicamente, ma non potranno uccidere la verità, anzi le ve-
rità, quelle che ho rivelato.
321
Ho imparato a dare un taglio al passato e guardare avanti,
mettendo in discussione tutti gli insegnamenti mafiosi che
avevano mostrato ogni loro debolezza di fronte all’uomo Pa-
olo.
Ebbene, la paura è un brutto male. Soprattutto è conta-
giosa, si può propagare e può facilmente degenerare o nel-
la rabbia o nell’omertà. Occorre innanzi tutto sconfiggere la
paura, anche se questo implica scelte coraggiose.
Per farlo basta uno strumento assai semplice: la parola.
La parola contiene in sé una forza assai maggiore a quella
del fisico stesso. È in grado, da sola, di smuovere il mondo, a
spezzare ogni catena, ogni vincolo. Parlare dicendo la verità,
è quanto di più forte si possa fare per decretare l’inesistenza
e il disprezzo assoluto della menzogna.
Quante lotte cruente, quanti avanzamenti e sconfitte, a
quante barbarie abbiamo dovuto assistere?
Oggi a 21 anni di distanza, la mattanza sembra finita, ep-
pure nessuno ci ha fornito risposte esaurienti e definitive e se
da anni non assistiamo a stragi di Stato, questo non vuol dire
che le cose siano cambiate, anzi potrebbe significare che le
Entità hanno raggiunto i loro obiettivi e non c’è necessità di
intimorire nessuno. La fine delle stragi non ci deve né ingan-
nare, né farci abbassare la guardia, anzi il nostro impegno
deve indirizzarsi nella continua ricerca della verità in tutte
le sue forme, perché oggi la violenza ha assunto altre facce e
parla un linguaggio autoreferenziale.
Bisogna combattere l’odio e combattere il virus dell’auto-
censura opportunista.
Bisogna condurre una lotta su più fronti, operando un
ammodernamento del pensiero civile senza arretrare di un
passo: proponendo fatti e non parole, come certi “tuttologi”
che non fanno altro che discettare sul se e sul ma, in maniera
del tutto astratta.
Dico queste cose nella piena convinzione che presto o
tardi la verità salterà fuori, nonostante i depistaggi e saranno
finalmente rivelati gli ignobili retroscena su fatti che intuia-
322
mo siano collegati, ma a oggi non hanno mai avuto risposte
definitive.

323
San Giovanni Rotondo Puglia

Noi da soli senza una nuova coscienza non ce la faremo mai


Rocco Chinnici

Il 29 aprile 2011 sono stato invitato a San Giovanni Ro-


tondo con Salvatore Borsellino. Ogni volta che vedo Salvatore
Borsellino mi emoziono: è incredibile la sua somiglianza con
il fratello Paolo.
Si è trattato del secondo appuntamento organizzato nella
splendida cittadina per affrontare i temi di legalità e giustizia
con i giovani della provincia.
Il solo fatto di respirare l’aria in cui si trovano le spoglie
di Padre Pio, per un fervente credente come me, fu per me
fonte di vibrante emozione. Padre Pio era un uomo corag-
gioso e fuori dalle righe, che non aveva mai ceduto a com-
promessi neanche quando la corrente di polemiche lo stava
travolgendo in pieno.
Investiti dallo stesso spirito libero, anche noi avevamo
avuto l’ardire di sfondare letteralmente il muro di silenzio
e la lurida barriera di omertà che ci voleva sottomessi e ce-
devoli, così avevamo deciso di affrontare temi di legalità e
mafia, in una terra in cui di legalità e di mafia, si nutrono i
maggiorenti locali.
In realtà il tema mafioso è talmente scottante da essere
guardato con diffidenza ogni volta che lo si propone. Sembra
quasi che lo si voglia esorcizzare o nascondere sotto cumuli
di sabbia. Spesso poi viene considerato marginale o poco at-
tinente con temi “più attuali”. Questo però è il peggior peri-
colo: perché è nell’indifferenza che prolifera meglio la mafia,
con tutta la sua rete tentacolare di morte e oppressione. Sono
pochi coloro i quali si aprono di fronte a certe tematiche,
324
vuoi per ignoranza, nel senso che “ignorano” cosa si nascon-
da dietro al fenomeno mafioso, vuoi per paura o per scarsa
propensione culturale, ma non è questo che impedirà alla
macchina di legalità che abbiamo messo in moto, di fermarci
e di provare almeno a scuotere l’opinione pubblica (sempre
più “cloroformizzata”), dalle dosi massicce di falsa informa-
zione mediatica. Io ripeto e lo dirò fino alla morte che non mi
fermerò fino a quando non saranno dati un nome e un volto
a chi ha ordinato, eseguito e favorito le stragi di Stato; a chi
non le ha prevenute e non ha deliberatamente tutelato i nuovi
“martiri”.
Durante il dibattito, affrontammo essenzialmente tre linee
guida: le stragi del ’92, in cui parlammo delle nostre espe-
rienze personali; il potere sempre crescente che le attività
criminali esercitano in Italia, le possibili soluzioni a questi
problemi e il ruolo giovanile.
La piazza era stracolma di giovani, tutti entusiasti e at-
tenti ad ascoltare le nostre testimonianze dirette. Stentavo
a credere che quel fiume di gente fosse intervenuto non per
celebrare delle rock star, ma persone che avevano avuto il
coraggio di mettersi di fronte alle proprie responsabilità con
il cuore in mano e che per una volta avevano capito “l’umore
della società”. Agli intellettuali e ai politici non gliene fotte
niente dei giovani, ma per chi come me crede in un futuro
migliore, loro sono il miglior esercito del mondo! Loro non
hanno l’illusione di conoscere, loro sono mossi dalla curiosità
e dall’amore e questo basta a smuovere il mondo.
Soprattutto fui sorpreso per le manifestazioni di affetto
verso mia figlia maggiore. Lei voleva fare breccia sui suoi
coetanei perché sono i giovani le leve in grado di decidere
se stare dalla parte dei corrotti e servirli, sperando magari di
assaggiare un po’ del loro potere, o dare un calcio a tutto per
ricostruire un futuro diverso, anche se questo significa essere
automaticamente esclusi dal banchetto del potere stesso.
Quando prese la parola Lucia, tutta accesa di slancio,
urlò “non abbiate paura”. Ci fu un attimo di silenzio, poi un
325
boato che come un’onda sismica investì la piazza.
Non è il mondo a fare schifo, è il comportamento delle
persone a renderlo schifoso!
Lucia è ancora una ragazzina, ma il Signore le ha donato
rare doti di equilibrio e fermezza. Ha la capacità di guardare
avanti in una prospettiva di così grande tolleranza, da essere
all’avanguardia. Inoltre è una grande oratrice, capace di do-
sare sapientemente furore e serietà. Guardando negli occhi
delle persone che stavano nelle prime file, vedevo la commo-
zione nei loro occhi e di rimando, la sentivo penetrarmi fino
alle ossa.
Ecco le sue parole che riverberano ancora nella mia men-
te e nel mio cuore.
“Ringrazio tutti voi, in modo particolare Ivantonio Leg-
gieri per aver dato a mio padre e a me la possibilità di esse-
re qui insieme a voi. Oggi sono felice non solo perché sono
qui insieme a voi, ma anche perché dopo tre anni ho rivisto
il mio Padrino di Cresima Salvatore Borsellino, che oltre al
Giudice Paolo Borsellino è il mio idolo, perché nonostante i
suoi problemi di salute riesce perfettamente e con sacrifici a
lottare per la verità e la Giustizia! (dopo queste parole, sale
Salvatore Borsellino sul palco e abbraccia e bacia Lucia).
Dovete sapere che io sono nata grazie al Dott. Paolo Borsel-
lino, che è riuscito a sradicare a mio padre tutto quel marcio
e quell’influenza che Cosa Nostra gli aveva trasmesso, e che
disse a mio padre di rifarsi una famiglia con mia madre, la
donna che il Dott. Paolo Borsellino avrebbe dovuto arrestare
in quanto complice di mio padre nel periodo della sua latitan-
za al punto di nasconderlo nel podere di mio nonno Benito. Il
Dott. Paolo Borsellino è riuscito a insegnare e a trasmettere
a mio padre, tutti i saggi valori nei quali lui credeva e che
mio padre ha trasmesso a me e alle mie sorelle, Fiammetta,
Agnese, Beatrice e Giusy Rosi che io oggi rappresento. A me
però fa molta rabbia che Paolo Borsellino non si sia potuto
salvare in quanto lo stato lo ha lasciato solo al proprio destino
e quella parte di società civile non ha fatto un passo avanti
326
per blindargli la vita! (Tutto questo Lucia lo ha esposto con
tanta rabbia e voce alta). Tutte le Mafie sono infami, e le
persone che ne fanno parte non hanno né valori né onore!!!
Se la prendono anche con le donne e con i bambini, addirit-
tura se la sono presa con mia madre minacciandola, stratto-
nandola al muro con violenza e quelle persone hanno detto a
mia madre di dire a mio padre di non parlare più, perché già
aveva parlato troppo. Le hanno anche detto che le avrebbero
fatto schizzare sangue. Sono riusciti a terrorizzarla!!! Appe-
na ho saputo la notizia, ho pensato che se fossi stata al suo
posto, gli avrei sputato in faccia per dimostrargli come una
ragazza che crede in valori sani e nobili, sia disposta a mo-
rire senza aver paura. Sono riusciti a terrorizzare mia madre,
che poverina è malata e per discrezione nei suoi riguardi non
dico di che si tratta... Ma al contrario non riusciranno a ter-
rorizzare tutti noi, anzi con questo infame gesto hanno ancor
di più risvegliato il nostro desiderio di combattere il male
con coraggio, senza aver paura come ha fatto fino alla fine,
il Dott. Paolo Borsellino perché come ha detto a mio padre
“Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura
muore una sola volta ed è bello morire per ciò che si
crede.” Tutti insieme, se siamo uniti distruggeremo queste
Mafie, perché tutte le cose hanno un inizio e una fine e quindi
anche le mafie e le forze del male dovranno finire. Dobbia-
mo ribellarci, ripudiare quell’indifferenza e quella omertà e
abbiamo il diritto di essere arrabiati perché la nostra è una
rabbia civile e non una rabbia vigliacca e ignobile !!! Un forte
abbraccio a tutti voi. Grazie”
Lucia era in preda all’adrenalina più pura che la portava
a urlare con tutto il fiato, i suoi ideali. Sembrava in preda
all’estasi, la stessa estasi in cui cadevano coloro i quali erano
toccati da Padre Pio, che forse dall’alto guidava le sue parole,
affinché entrassero nel cuore della gente.
Al termine del discorso, Salvatore, dopo averla guardata
con approvazione, la abbracciò calorosamente e io mi sentii
appagato e grato per quel giorno memorabile, non solo per
327
la gioia e l’orgoglio di padre, ma anche perché avevo capito
che il nostro messaggio aveva fatto breccia nei giovani, “ful-
cro” della società. Da qui, la mia convinzione che si può fare
qualcosa per cambiare il mondo: basta volerlo e costruire il
cambiamento mattone dopo mattone, attuando una sorta di
bonifica che faccia da argine al dilagare del male.
A volte penso a mia figlia Lucia e non mi capacito di
come possa aver generato un essere così straordinario: è
l’ideale sintesi dei valori ereditati, applicati con intelligenza
e finezza verso scopi benevoli.

Solo chi conosce il male può rivolgersi al bene con totale


abbandono.
Lucia ha conosciuto il male con mano attraverso i miei
racconti, ma ha avuto un faro, ovvero Donna Agnese Borsel-
lino che da sempre si è interessata a trasferirle valori e ideali
nobili.

328
Il Miracolo Donna Agnese

Ho da sempre instaurato un legame molto particolare con


Donna Agnese, una figura concreta ma al tempo stesso quasi
irreale tanto l’avevo giustamente idealizzata per le sue nobili
qualità interiori. Fisicamente era uno scricciolo, ma aveva
una forza e una grandezza fuori dal comune. Non avevo mai
conosciuto un condensato di così tante qualità. Era dolce,
umana, scherzosa come il marito, padrona assoluta del pro-
prio pensare, viscerale e tempestosa quando si parlava di
giustizia.
Lei mi voleva tenere al sicuro, fin da quando l’avevo co-
nosciuta nel 1992 e le avevo raccontato delle Entità. Aveva
paura che queste rivelazioni potessero essere pericolose per
me, dal momento che la ragnatela di omertosa connivenza era
così forte che anche dopo la morte del marito, non si era riu-
sciti a colmare i coni d’ombra. Forse proprio questo la preoc-
cupava: il fatto che la morte di Paolo aveva riportato l’ordine
prestabilito dalle Entità.
Volevo andare a Palermo per onorare la tomba di Pao-
lo, ma lei continuava ad aver paura. Le ricordai le parole
del marito e lei si fece coraggio. Dissi al prete che non sarei
andato via da Palermo se non mi avesse portato a visitare la
sua tomba. Volevo a ogni costo onorare la grande anima del
Dott. Borsellino portando l’innocenza di quattro bambine con
il dono di fiori e orchidee. Il silenzio è immortale, non ha
tempo. Nel silenzio mi rigenero.
Arrivai a Palermo e fui subito accolto da lei e dal figlio
Manfredi, che mi portarono alla tomba di Paolo. Io avevo por-
tato con me le mie quattro figlie e loro facevano a gara per chi
dovesse posare i fiori sulla tomba di nonno Paolo. Avevano
un mazzo di rose e orchidee coloratissime che sventolava-
no facendo girotondo tra i vecchi giardini del cimitero, con
l’enfasi tipica dei fanciulli. Era uno spettacolo commovente
329
e simpatico allo stesso momento, che rendeva meno malinco-
nica l’atmosfera. A lato c’era il libro delle presenze e con una
pazienza da “mammo”, dopo aver messo la mia firma e un
pensiero in memoria del Dott. Borsellino, presi in braccio le
piccole una alla volta feci scrivere loro una frase per il nostro
caro. Non potrò mai dimenticare quei momenti. Riservatezza,
gioia, rispetto, miracolosa sacralità e umile realtà: questi i
sentimenti che provavo. È stato un momento magico.
Donna Agnese poi mi fece un regalo inatteso. Decise in-
fatti di portarmi a Villa Grazia, la deliziosa villetta al mare,
dove aveva trascorso gli ultimi momenti con il marito. Appena
arrivato a casa, provai un’emozione indescrivibile, percepivo
una vibrazione e un’armonia bellissima. Ogni filo d’erba, ogni
fogliolina, ogni cosa mi faceva pensare al mio caro giudice.
Poi chiesi a Donna Agnese con trepidante batticuore “Dove
si sedeva il Dott. Paolo? Dove riposava? Mi posso sedere?”
“Certo” rispose Agnese con grande zelo e dolcezza. Ri-
masi solo nel silenzio innaturale della stanza.
La casa era deliziosa, piena di verde. Il Dott. Paolo, come
me, amava la natura e curava personalmente le piante. L’erba
era ben rasata e profumata, i cespugli curati, i filari di ulivi
ordinati, mentre alle spalle le montagne altissime si staglia-
vano quasi a proteggere quel piccolo mondo. Chiusi gli oc-
chi e iniziai a inebriarmi del profumo d’amore che la casa
emanava, immaginando di vedere il Dott. Borsellino seduto
su una sedia, mentre batteva a macchina sulla sua vecchia
Olivetti, pagine e pagine di rapporti. Avevo avuto il privile-
gio di osservare lo stesso panorama esclusivo che vedevano
i miei “cari”: lo stesso scorcio di mare, la stessa tenue luce,
lo stesso orizzonte turchino da cui si intravedeva l’isola delle
Femmine, poco distante.
“Ci andavamo a nuoto, ma dopo la sua morte non lo ab-
biamo più fatto” mi disse Manfredi.
Lasciai la casa osservando l’ampia cucina con il suo fo-
colare “vissuto”, la scala di legno che portava al piano supe-
riore, inondata dal chiarore della luce e le porte spalancate,
330
come in un grande abbraccio. L’emozione era alle stelle!
Conobbi anche Lucia e Fiammetta: ci abbracciammo con
grande intensità.
Dopo aver realizzato il mio grande desiderio, che a dire
il vero ritenevo oramai impossibile da concretizzare, ritor-
nai in Romagna, dove mi ero trasferito dopo essere uscito
dal programma di protezione nel 1998. Non potevo vivere
in Sicilia purtroppo e vivevo costantemente nel pericolo, dal
momento che avevo toccato certi “fili” scoperti. Le minacce
nei miei confronti erano sempre più forti, tanto da indurmi ad
avvertire Donna Agnese, che mi mandò subito dal vescovo di
Ivrea “lui ti darà una casa e un posto di lavoro”. Era la fine
del 2001.
Il vescovo conosceva la mia storia. Lavorai per lui per
otto anni, dal 2002 fino al 2009, come custode al seminario.
Avevo pure una busta paga regolare. Questo lavoro mi diede
una grande serenità.
In tutto questo tempo, con Donna Agnese ci sentivamo
una volta a settimana, lei era molto affettuosa e stavamo al-
meno un’ora al telefono.
Un giorno mi invitò ad andare a Palermo e mi donò un
dipinto che recava la seguente dedica:

Palermo 3 giugno 2003


“A Vincenzo, Caterina e le sue meravigliose figlie. Lo
sguardo di mio marito Paolo e il suo amore, che lui ha avuto
per te, ti accompagnino per tutta la vita.”.
Firmato
Agnese Borsellino
Manfredi Borsellino
Fiammetta Borsellino

L’altro quadro era invece per il vescovo di Ivrea che mi


aveva dato l’opportunità di lavorare. Quando lo consegnai
brevi manu, mi abbracciò e baciò con affetto paterno.
A Ivrea si sono cresimate le mie figlie nel maggio 2008
331
e la sorpresa del vescovo fu immensa quando in cattedrale
si presentò Salvatore Borsellino. Il vescovo camminava be-
nedicendo i familiari dei ragazzi che si inginocchiavano al
suo passaggio e mai avrebbe pensato che fra di essi ci fosse
Salvatore.
Posso dire che i valori e le cose belle che ho visto nel
Dott. Borsellino li ho visti anche in Donna Agnese e nei suoi
figli. Veramente una famiglia speciale, che ha partecipato a
tutto quanto ha fatto il Dott. Borsellino, condividendone le
scelte e sapendo a cosa sarebbero andati incontro, senza ti-
rarsi indietro, proprio per l’amore che nutrivano verso questa
società che volevano cambiare. Dopo la morte del loro caro
sono rimasti una famiglia discreta che ha cercato giorno per
giorno di fare del bene senza troppa pubblicità. Ho potuto
verificare personalmente l’azione quotidiana dei ragazzi del
Centro Borsellino. Anche questo è un altro segno della scelta
cristiana e umana che questa famiglia speciale fa con grande
riserbo e con grande delicatezza.
È solo grazie a questa famiglia unica e speciale se sono
riuscito a sopravvivere sino a oggi insieme alla mia compa-
gna e alle mie quattro bambine. Ma soprattutto grazie a Don-
na Agnese, che in questi anni mi ha aiutato a sradicare gli
ultimi residui di male che c’erano ancora dentro di me.
Nell’autunno del 2008 ricevetti delle minacce di morte.
Mi arrivarono una lettera, 5 pesci morti e 5 proiettili magnum
357. All’epoca ero uno dei testimoni del processo Calvi e non
volevano che testimoniassi. Sono dovuto scappare da Ivrea.
Ad aiutarmi ancora una volta è stata la famiglia Borsellino.
Loro mi hanno trovato una casa, un pezzo di terra e da allora
vivo dei frutti del mio lavoro agricolo. La cosa che più mi fa
rabbia è che non vennero presi in esame i fatti durante il pro-
cesso e nelle motivazioni della sentenza della Corte d’Appel-
lo di Roma, sull’omicidio Calvi, si può leggere “Cosa Nostra
nelle sue varie articolazioni impiegava il Banco Ambrosiano
e lo Ior come tramite per massicce operazioni di riciclaggio”.
Voglio ricordare che a comandare la baracca c’era Marcin-
332
kus, il clergyman genio della finanza e “alleato” di quell’in-
cubatore d’affari eversivo che era L’Entità.
Il reato di riciclaggio non è mai stato considerato tale fino
al 2010.

Donna Agnese

L’educazione è come una goccia che scava una roccia,


giorno dopo giorno. Avevo appreso questo concetto da Donna
Agnese, che era fortemente interessata all’educazione delle
mie figlie, di conseguenza ho cercato di trasferire loro tutti i
suoi insegnamenti. Qualche giorno fa, la mia piccola Beatrice
(13 anni), è tornata a casa con un portafoglio che ha trovato
per strada. Al suo interno c’erano 150 euro, più documenti e
porto d’armi. Beatrice già immaginava di spendere i soldi in
dolciumi, ma mia figlia Fiammetta l’ha rimproverata aspra-
mente “dobbiamo portare subito i soldi ai carabinieri”. Le ha
detto Fiammetta. “Queste cose non ci appartengono. Dob-
biamo dare esempio di civiltà, noi per prime”. Beatrice ci ha
dapprima guardati con stupore, anche perché i soldi a casa
servono sempre, ma poi ci ha sorriso annuendo perché ha ca-
pito che prima di tutto viene la dignità. Da buon meridionale
ho sempre dato grande importanza alla dignità perché è uno
dei valori imprescindibili dell’essere umano.
La cosa mi riempì di orgoglio, perché avevo investito tut-
to me stesso su di lei, obbligandola a confrontarsi con una
sfida cruciale come questa.
Se dovesse andare nelle mani di qualche delinquente, si-
curamente si approfitterebbe per comprare armi.
Il portafogli apparteneva a un guardiacaccia del paese
che conosco, amico del sindaco. Fatalità lo incontro. Lui
dice “Ho perso il portafogli: c’erano dentro documenti e por-
to d’armi”. Gli chiedo “C’erano pure soldi?”. “No, solo 150
euro. Se me lo riportano indietro, gli regalo quelle più altre
50 euro”.
333
“Glielo consegno.”
Questo fa parte dello sradicamento del male insegnato
da Agnese, che dalla morte del Dott. Paolo ha sempre voluto
essere presente nella mia vita.
Il 6 gennaio, la mia data ricorrente, mi arrivò una bellis-
sima lettera di Donna Agnese.

Caro Vincenzo,
Manfredi mi ha letto il tuo messaggio e voglio dir-
ti che mi ha trasmesso coraggio e amore, sei una gran
bella persona, soprattutto un nobile uomo perché pos-
siedi sentimenti meravigliosi che pochi  altri posseg-
gono, che sai trasmettere con amore e con generosità.
Mio marito aveva capito bene, tu possedevi questi sentimen-
ti ma dovevi rendertene conto, dovevi acquisire la consape-
volezza di essere ricco di tanti ideali, di tante buone quali-
tà e di tanta sensibilità. Così è stato, da tempo hai questa
consapevolezza e sei diventato ricco, ricco di ideali e di va-
lori che giorno dopo giorno stai trasmettendo alle tue figlie
che, come i miei figli, possono dirsi orgogliose del loro padre.
Io e mio marito preghiamo perché tu possa restare così
come sei, che lui continui a condurti per mano consen-
tendoti di raggiungere insieme alla tua meravigliosa fa-
miglia tutto quello che di buono il tuo cuore desidera.
Non sarai mai solo e mio marito ti continuerà a proteggere
dall’alto dei cieli.
Un abbraccio di cuore

La mia nuova vita

Oggi vivo nel Nord Italia. Sono libero dal 2002. La mia
abitazione dista pochi metri dalla caserma dei Carabinieri,
ma dopo aver rinunciato al programma di protezione, sono
stato “abbandonato dallo Stato” e vivo dei frutti della mia
terra. Sono una specie di Abete dei Tantra, trapiantato in una
334
terra che non è la sua.
Grazie al mio temperamento vulcanico ho avuto 11 figli,
che fanno parte della mia caotica realtà, da 6 donne e oggi mi
definisco “signorino”. Sugnu pulitu comu u fazzulettu biancu
di Santa Rosalia.

La morte di Agnese: il giorno del commiato

Ricordo con estrema precisione il giorno del funerale di


Donna Agnese, quasi fosse una visione “oleografica” e anco-
ra oggi al solo parlarne mi commuovo.
Fui avvertito da Luigi Furitano, nipote di Donna Agnese,
della sua morte. Lei era malata da tempo, ma non sapevo che
fosse così grave, anche perché fino alla fine c’eravamo sentiti
per telefono e, da vera donna quale era, non aveva voluto far-
mi preoccupare troppo circa il suo stato di salute precario.
Ricordo che stavo lavorando come al solito nei campi,
quando alle 14,30 ricevetti la telefonata luttuosa. Il dolore
si era improvvisamente raddoppiato: dopo Paolo, anche lei
se n’era andata. Ero completamente frastornato, ma cercai di
fare leva sull’ultimo spiraglio di lucidità per ritornare in me
stesso e contattai Luigi Furitano. Seppi che Manfredi si tro-
vava a Bologna per fare un intervento alla spalla e che aveva
deciso di celebrare il funerale il giorno successivo.
Ero nel panico: volevo assolutamente dare l’ultimo saluto
a Donna Agnese, ma capivo che sarebbe stata una lotta con-
tro il tempo. Lasciai tutto sui campi: motocoltivatore e attrez-
zi vari, per tornare immediatamente a casa. Come prima cosa
provai a contattare l’aeroporto di Torino, che è il più vicino,
ma mi dissero che non c’erano posti liberi. Decisi allora di
chiamare l’aeroporto di Milano (a 200 km da casa mia). Per
fortuna erano rimasti ancora due posti. La partenza era per
l’indomani alle 7. Mia figlia Lucia, che da sempre è molto
legata alla famiglia Borsellino, venne con me. Dal mio pae-
setto rintracciai un taxi che mi portò a Milano. Avevo pochi
335
soldi con me, quelli che mi aveva dato Manfredi. Di solito mi
manda un po’ di soldini per campare. Non avevo però denaro
a sufficienza per il ritorno. Il tassista mi chiese 300 euro:
sudavo freddo!
Arrivai alle 4 in aeroporto. Per la fretta mia figlia Lucia
aveva dimenticato la carta d’identità, ma mi venne un’idea:
“facciamo denuncia di smarrimento presso il comando di
polizia” dissi senza perdermi d’animo, mancavano 5 minuti
all’imbarco. Spiegai al poliziotto che avevo urgenza di andare
al funerale di Agnese Borsellino e appena sentì il nome, mi
aiutò, rilasciando immediatamente a Lucia una nuova carta.
Finalmente partimmo. Lo scalo a Punta Raisi per fortuna fu
puntuale. Erano le 9 e in tasca avevo solo 50 euro. Presi un
taxi e arrivai in chiesa giusto 5 minuti prima del funerale.
Manfredi mi fece sedere con lui tra i familiari.
Al funerale abbracciai Luigi Furitano, criminologo e gli
dissi senza esitazioni “Oramai la zia è morta, adesso non ha
paura per me. Dirò tutta la verità alla Procura di Caltanis-
setta”. Poi gli rinfacciai il fatto che la Procura non mi avesse
mai voluto sentire. Donna Agnese spesso mi diceva “lascia
perdere Vincenzo, tanto io la conosco la verità”. Ero rimasto
buono e zitto solo per rispetto suo, per non farla preoccu-
pare, ma adesso che era morta, avrei potuto spifferare tutto.
Mandai una lettera alla Procura e finalmente fui sentito come
testimone. Quel giorno Luigi mi accompagnò a casa Borsel-
lino in Via Cilea, per volere di Manfredi che gli aveva detto
bonariamente: “Fallo prigioniero e portalo a casa.”
Per me che non ero riuscito ad assistere al funerale del
Dott. Paolo, quel giorno funesto assumeva un significato
ancora più importante. All’epoca ero infatti sotto protezio-
ne dello Stato e nelle mani dell’alto Commisario Antimafia
Finocchiaro. A questi avevo chiesto se potevo assistere al
funerale di Borsellino, ma mi aveva risposto che era meglio
per me se non andavo.… L’Alto Commissario pronunciò sec-
camente queste parole: “Te lo dico e te lo vieto in un modo
paterno...”
336
La chiesa era gremita di uomini d’istituzione, stavano
l’uno accanto all’altro, mentre all’esterno le forze dell’ordine
facevano cerchio contro i curiosi. Al termine della funzione
ebbi il grande onore di portare la bara a spalla.
Intorno a noi c’erano politici, istituzioni, forze dell’ordine,
insomma tutti i pezzi da 90 del nostro paese che non avevano
capito chi fosse quel tale che portava la bara. Manfredi con
il suo solito sorriso dolce e furbetto, dopo essersi girato verso
tutti disse: “Lui è Vincenzo Calcara.”
All’improvviso ci fu un gran silenzio, tutti rimasero a boc-
ca aperta. Che scena! Manfredi mi sorrise ancora una volta,
con il suo solito sorriso dolce e aperto come pochi.
Fuori dalla chiesa intanto si aggiravano presenze sospette
e anche Luigi cominciò a temere per la mia incolumità. Del
resto non ho ancora chiuso del tutto i miei conti con Cosa
Nostra e poiché avevo da tempo rinunciato a ogni protezione,
il funerale sarebbe stato l’occasione perfetta per farmi fuori
senza troppi preamboli: avevo fornito ai miei nemici un assist
perfetto, ma ero più preoccupato di non rovinare il giorno, già
di per sé triste, più che essere impallinato da chi desiderava
la mia morte da vent’anni.
L’uomo temeva per me e io avevo paura per lui, che se-
condo me è braccato a vista, anche se per motivi totalmente
differenti. Io sono un pentito, lui è un abile professionista al
servizio della giustizia. Come me vive sul filo del rasoio, non
gode di protezione, eppure supera le sue paure tutti i giorni
con grande onore. Anche lui, come me se ne fotte di tutto.
Se ne fotte delle intercettazioni, dei pedinamenti, anzi ride e
si diverte come un matto soprattutto perché riesce sempre a
dimostrare di saperne una più del diavolo e soprattutto rie-
sce sempre a eludere ogni attenzione quando, con meticolosa
professionalità porta a termine i suoi lavori.
Lo osservavo con tutta l’apprensione del fratello maggio-
re, lui invece rideva come un bambino che ha appena rubato
la marmellata, con quello sguardo da ragazzaccio furbo e gli
occhi che scintillano di innocente scaltrezza.
337
Una cosa non hanno capito gli uomini che si divertono a
esercitare il terrore: la libertà interiore non ce la toglie nes-
suno.
Quel giovanotto trova ogni modo per svincolarsi e ci rie-
sce sempre.
Quel giorno fu il mio angelo custode, mio e di mia figlia
Lucia e non lo dimenticherò mai.
Al termine del rito funebre dissi a Manfredi che sarei
partito con il primo treno, ma lui volle a tutti i costi ospitarmi
in Via Cilea, l’abitazione di Paolo e Agnese.
Arrivato in via Cilea, vidi arrivare Luigi Furitano, che
sapendomi da solo davanti la portineria, si precipitò come
un “tornado”. Fumavo una sigaretta davanti la guardiola non
curandomi del fatto che offrivo le spalle a chi avrebbe potu-
to vendicarsi per la mia “conversione”. Mi sentii improvvi-
samente spinto con violenza. Perdetti quasi l’equilibrio, mi
cadde pure la sigaretta. Il ragazzo “piccolo piccolo” riuscì
a spingermi dietro un pilastro. Da quella posizione effetti-
vamente nessuno poteva riconoscermi. Ricordo ancora con
riconoscenza le sue parole : “grandissima testazza di ciaca,
adesso puoi fumare quanto vuoi.” poi intonò “giovinezza”
una delle canzoni che Paolo era solito canticchiare e in un
attimo la tensione fu rotta da una risata liberatrice che saliva
direttamente dall’anima.
Quando arrivai nell’appartamento, mi accucciai nello
studio di Paolo, adagiato sulla sua poltrona e mia figlia nella
cameretta di Manfredi. Fu un onore: oltre alla tristezza c’era
anche tanta gioia. Incommensurabile.
Avevo pensato di prendere il treno per tornare nella mia
attuale città, tanto non avevo fretta e almeno avrei potuto ri-
sparmiare qualcosa. Luigi mi accompagnò alla stazione cen-
trale dove cercai di rimediare due biglietti di seconda classe,
destinazione Palermo-Milano, ma Manfredi, Lucia e Fiam-
metta non ne vollero sapere proprio “nostro padre e nostra
madre avrebbero voluto che tu viaggiassi in prima classe e
così sarà” mi disse il “discolo”. Poi mi consegnarono mille
338
euro per le mie necessità. Anche Luigi mi allungò qualche
centinaio di euro di tasca sua. Rifiutai, ma con il solito sor-
riso scaltro rispose “Manfredi, Lucia e Fiametta hanno fatto
come sempre con il cuore, ma anche io ti voglio bene e desi-
dero che accetti questo regalo da parte mia”..
La versione di Luigi Furitano è ancora più dettagliata.
“Vincenzo era in contumacia. È venuto a Palermo in gran
segreto, perché i nemici dello Stato non lo vogliono. Non si
deve sapere né da dove parte, né da dove viene ed è per
questo che al ritorno lo abbiamo fatto salire sul treno con
destinazione X e relativo cambio, accompagnato dalla figlia
Lucia. Quando è arrivato alla stazione, Vincenzo si è presen-
tato ai carabinieri “Sono io e sono qua.” in 24 ore ha fatto i
miracoli e ha bonariamente confuso le forze dell’ordine due
volte: prima sfuggendo alla loro tutela, dopo cercando la loro
protezione.”
Poi aggiunge “Lucia è stata la conditio sine qua non
dell’impresa titanica. È una ragazza dotata di uno straordi-
nario intelletto, è equilibrata e riesce a misurare il padre.
Manfredi ha preteso che stesse a casa loro perché Vincenzo
fa parte della loro famiglia.”
“Per quanto riguarda il taxi, Vincenzo è stato elegante
questa volta nel narrare i fatti, ma io vi dirò cosa è successo
in realtà. Ebbene, il funerale stava per iniziare e Vincenzo
era appena atterrato. Salì sul taxi con gli ultimi spiccioli che
gli erano rimasti in tasca e chiese al tassista “Quanto costa
andare a Palermo?” ”30 euro” rispose l’ignaro tassista.
“Si hai i cugghiuna ti ni rugnu 50 e ci arrivi in dieci mi-
nuti.”
In tutto ciò stava al telefono con me quando, esaurito il
credito residuo a sua disposizione, senza esitare strappò il
telefono al tassista, mi chiamò da quel cellulare e mentre era
già in linea con me lo sentii urlare “comu funziona stu cazzu
ri telefono.” era tutto infervorato. Paolo si divertiva come un
matto con lui, gli piaceva la sua irruenza a tratti comica.”
“Appena la bara di Agnese stava per uscire dalla chiesa
339
si sono avvicinati i poliziotti per portarla a spalla, ma Man-
fredi ha chiesto che ci fosse lui per rispetto e familiarità. Ha
fatto spostare uno dei suoi familiari per Vincenzo perché la
madre avrebbe voluto così.”

340
Appendice
A colloquio con Manfredi Borsellino

Simona Mazza: dato che il libro parla delle Verità secon-


do Vincenzo, ti chiedo essenzialmente di raccontare Vincen-
zo con i tuoi occhi, ovvero con gli occhi della famiglia Bor-
sellino.
Manfredi Borsellino: Vincenzo per me e la mia famiglia
è stato l’esempio di come un uomo di mafia (e della mafia)
sia stato in grado di cambiare radicalmente dopo avere cono-
sciuto nostro padre.
Avevamo intuito quanto fosse intensa la sua “redenzione”
già quando nostro padre era in vita, ne avemmo la piena con-
ferma nei mesi e negli anni successivi al luglio del ’92, quan-
do fu lo stesso Vincenzo Calcara a volerci informare passo
passo di come grazie al procuratore Borsellino, era diventato
un altro uomo unendosi a una donna, Caterina, che gli aveva
regalato quattro meravigliose bambine che si sarebbero nu-
trite, come effettivamente si sono nutrite, degli ideali e dei
valori di colui che in qualche modo hanno sempre considera-
to quasi come un nonno, Paolo Borsellino.
S.M: Gradirei una tua opinione sul pensiero mafioso e sul
pentitismo.
M.B.: Sul pensiero mafioso non ritengo di essere la per-
sona adatta a formularti un’opinione perché di mafia non me
ne sono mai voluto (e potuto) occupare e perché umilmente
lascio che siano gli addetti ai lavori, ovverosia i magistrati e
gli investigatori, a esprimere in merito una loro “qualificata”
opinione.
Ho sempre pensato che ognuno deve saper stare al suo
posto e non sconfinare in campi che non gli appartengono.
Sulla mafia e sulla mentalità mafiosa potrei discutere an-
che per ore, ma le mie sarebbero sempre delle riflessioni con-
dizionate dall’essere figlio di mio padre; aggiungo che l’esse-
341
re figlio di Paolo Borsellino non mi dà perciò solo il titolo e
le capacità di esprimere valutazioni e opinioni sul pensiero
mafioso e l’organizzazione di Cosa Nostra in generale.
Analogamente per quanto riguarda il pentitismo non mi è
mai capitato (e mai mi capiterà) di gestire un collaboratore di
giustizia, per cui l’essere figlio di Paolo Borsellino anche in
questa circostanza, non mi legittima di certo a “pontificare”
su questa delicatissima materia.
Mi piace però ricordare che l’argomento sul quale di-
scussi la mia tesi di laurea nell’ormai lontanissimo luglio del
1994 era esattamente il “ruolo del collaboratore di giustizia
nei procedimenti di criminalità organizzata”, tesi per la cui
elaborazione attinsi “senza ritegno” a tutto quello che mio
padre mi aveva lasciato sull’argomento.
S. M.: Mi parleresti del rapporto dei tuoi genitori con Vin-
cenzo e relative differenze. Prima con tuo papà in veste di
istituzione e di “amico” e poi con tua madre?
M.B.: Particolarità del rapporto che intercorse tra mio
padre e Vincenzo Calcara nacque soprattutto dal fatto che
quest’ultimo confessò a quello che poi divenne il “suo” giu-
dice che lo avrebbe dovuto assassinare per ordine delle fami-
glie mafiose trapanesi.
Non era mai accaduto prima di allora che un mafioso con-
fessasse al magistrato che raccoglieva le sue dichiarazioni
che sarebbe dovuto essere il suo killer, l’esecutore materiale
del suo assassinio, insomma che avrebbe dovuto ucciderlo.
Mio padre indubbiamente rimase colpito (oltre che turba-
to ovviamente) da ciò che gli confessò all’inizio della sua col-
laborazione Vincenzo Calcara, ma sembra che dopo un primo
momento di studio reciproco i due si abbracciarono avviando
un dialogo in cui l’elemento umano sarebbe prevalso netta-
mente su quello professionale.
Bisogna tenere conto che a cavallo tra il ‘91 e il ’92, quan-
do Vincenzo Calcara iniziò a collaborare con la giustizia, la
normativa in favore dei pentiti, era praticamente inesistente
e la loro “gestione”, anche logistica, era di fatto affidata agli
342
stessi magistrati e al loro buon senso.
Il magistrato inquirente, talvolta, non esitava a coprire di
tasca propria le spese per i beni di prima necessità del “pen-
tito”. Mio padre era uno di quei magistrati.
Con nostra madre, che Calcara chiamava con senso quasi
di reverenza “Signora (o Donna) Agnese”, nacque dopo quel-
la terribile estate del ’92 un rapporto che prevalentemente si
sviluppò attraverso lunghissime telefonate dalle quali Vin-
cenzo Calcara traeva sicuramente forza e coraggio, quella
necessaria spinta che gli consentì di formare una nuova fa-
miglia ma, soprattutto, di iniziare una nuova vita.
Per certi aspetti nostra madre ha avuto un ruolo ancora
più importante nella vita di Vincenzo Calcara di quanto già
non lo avesse avuto nostro padre.
Mia madre conosceva come pochi le sue “debolezze” ma
anche i suoi punti di forza, sì da costituire soprattutto nella
seconda metà degli anni ’90 un punto di riferimento irrinun-
ciabile per Calcara e la sua famiglia.
Non posso dimenticare il loro incontro, avvenuto nella
stessa villa di Villagrazia di Carini dove nostro padre trascor-
se il 19 luglio del ’92, l’ultimo giorno della sua vita terrena.
E analogamente non si può dimenticare la “visita simbolica”
che Vincenzo Calcara, la moglie Caterina e le loro quattro
bambine ancora piccole, fecero alla tomba di mio padre, nel
cimitero palermitano dei frati cappuccini di Santa Maria di
Gesù.
Quella visita fu circondata da un’atmosfera quasi sacra-
le, Calcara la volle riprendere con una piccola videocamera
e credo ancora conservi molto gelosamente il breve filmato
nel corso del quale si vede l’amore e la cura con cui questa
famiglia rende omaggio a quel giudice che lui nei primi anni
novanta avrebbe dovuto ammazzare.

S. M.: Manfredi, tu lotti perché la morte di tuo padre non


sia stata solo uno sterile sacrificio, soprattutto credi che, am-
messo sia fatta giustizia, si possa iniziare una nuova era di
343
legalità?
M.B.: Oggi non mi sento di dire che “lotto” affinchè la
morte di mio padre non sia stato solo uno sterile sacrificio.
Ha lottato, e a lungo. A me e alle mie sorelle non credo che
si chieda di lottare al posto di nostro padre, a noi si chiede
altro, si chiede di onorarne la memoria ogni giorno lavorando
onestamente, applicando i valori e gli insegnamenti che ci
sono stati trasmessi dai nostri genitori.
Oggi dobbiamo essere dei lavoratori, dei genitori, dei
papà e delle mamme esemplari, perché non dobbiamo di-
menticarci nemmeno un attimo che portiamo un cognome
molto importante, benché talvolta anche ingombrante.
Abbiamo il dovere di rappresentare nel nostro piccolo,
un esempio per i giovani perché questo essenzialmente sono
stati entrambi i nostri genitori: un esempio di vita, di dedizio-
ne e di grande amore per il prossimo, anche quando questo
aveva il volto della mafia o della collusione tra questa e le
istituzioni.
S. M.: Secondo te la mafia è un fenomeno di costume che
prima o poi avrà fine?
M.B.: La mafia forse potrà avere fine quando tutti, dav-
vero tutti e non solo gli operatori di giustizia, inizieranno a
rendersi conto come questo intreccio di ferocia, poca consi-
derazione per la vita umana, sopraffazione, omertà e collusio-
ne con il mondo politico-economico-finanziario, ha rallentato
per oltre un secolo la crescita e lo sviluppo di una terra come
la Sicilia che mio padre amava definire disgraziata, ma bel-
lissima.

344
Cosa resta oggi di via D’Amelio

Le stesse voragini di Via D’Amelio le sento nel mio cuore,


come fossero tanti crateri profondi.
Bum! Muore Paolo Borsellino.
Bum! Muore Donna Agnese.
Io mi sento libero a metà “Padre Nostro, che sei nei cieli….
sia fatta la tua volontà sia fatta la tua volontà..”
Non riesco a declinare tutto il Padre Nostro dal momento
che sulla terra i miei pilastri sono crollati. Oggi non mi resta
che appigliarmi a loro che sono ormai in cielo.

345
Conclusioni

Alla luce di ciò che la morte di Paolo Borsellino ha pro-


dotto, possiamo tranquillamente asserire che la violenza non
ha vinto, anzi è stata sconfitta dal nugolo di voci levate da chi
continua a credere nella giustizia e onora con i fatti l’operato
del giudice.
Intorno a questa considerazione si inquadra e trova piena
declinazione il suo pensiero.
È possibile allora riaffermare il senso e il valore delle
Istituzioni anche quando sono state piegate da chi operava in
senso antitetico ai suoi principi?
È possibile recuperare un pezzo di verità? È possibile
annientare i nemici dello Stato? Credo che ciascuno di noi
debba uscire dal guscio dell’indifferenza o di acquiescenza
di fronte ai fatti che hanno interessato e interessano il nostro
Paese. Bisogna onorare i martiri che si sono immolati per la
giusta causa, ma soprattutto usare tutte le risorse per contri-
buire all’evoluzione civile della nostra società.

Ma non finisce qui… questa è solo una parte dei segreti


svelati da Vincenzo Calcara e ancora molti altri saranno sve-
lati dal pentito più attendibile d’Italia. Ci parlerà forse dei
segreti del Vaticano e dei riti satanici all’interno delle Mura
Leonine? O forse saprà dirci qualcosa sul caso Orlandi, sui
segreti di Stato più controversi, sugli impensabili vertici del-
la Massoneria e della Mafia o sui casi di Lupara Bianca?

346
Ringraziamenti di Simona Mazza

Dedico questo libro alla memoria di mio amatissimo Papà


Roberto Mazza e dei coniugi Agnese e Paolo Borsellino; ai
miei figli Rakim e Shaquille Keita, che hanno condiviso orgo-
gliosamente con me emozioni, sacrifici, stanchezza e soprat-
tutto la gioia che mi ha dato lavorare a questo titanico proget-
to. Una dedica di cuore ai familiari di Paolo: Salvatore con le
sue Agende Rosse; Lucia, Fiammetta e soprattutto Manfredi
“il discolo” che mi ha aiutata e sopportata in tutte le fasi del
progetto. Ringrazio inoltre il maestro Gaetano Porcasi che ha
realizzato la splendida copertina e il mio “fratellino e angelo
custode” Luigi Furitano, che insieme a Manfredi non mi ha
mai abbandonata durante la stesura del racconto. La nostra
amicizia, come dice lui “è un patto ottocentesco fra galantuo-
mini”. Grazie infine alla Procura di Caltanissetta, la più bella
Procura d’Italia e al Pm Nico Gozzo, fedele servitore dello
Stato e a tutti coloro che contrastano la mafia seriamente,
con i fatti, ma anche con le parole e con le semplici azioni
quotidiane.

Simona Mazza

347
Ringraziamenti di Vincenzo Calcara

Con questo mio lavoro desidero perpetuare il mio amore e


la mia riconoscenza per gli indimenticabili Donna Agnese e
Paolo Borsellino. Intendo estendere il mio amore e la ricono-
scenza di oggi a Lucia e Fabio, Manfredi e Valentina, Fiam-
metta e Antonio e con loro Agnese junior, Vittoria, Merope,
Paolo, Fiammetta junior, Felicita e Futura. Inoltre desidero
esprimere la mia gratitudine e il mio affetto verso Salvatore
Borsellino, Piero Grasso, Walter Veltroni, Antonio Ingroia,
Chiara e Paola Borsellino, Stella Borsellino, Roberta Gatani,
Dina Lauricella, Donatella Garello, Barbara Selmo, Marica
Piazza, Valentina Nicotra, Lisa Sonego e Maurizio Citarda.
Altresì dedico questo mio lavoro, così come ho dedicato tutta
la mia vita, ai miei figli e alle mie figlie (anche a chi tra loro
ha voluto rinnegare me, la mia storia e la mia redenzione) Lu-
cia, Fiammetta, Agnese, Beatrice, Walter Pascal Vincenzo,
Severino Vincenzo, Giusy Rosy, Lorena, Maria e Giuseppina.
Infine una dedica speciale a Luigi Furitano, persona che con-
sidero un affetto insostituibile e nella quale ritrovo e rivedo
l’amore di Donna Agnese.

Vincenzo Calcara

348
Fonti

Racconti di mafia e massoneria e delle relazioni perico-


lose degli andreottiani trapanesi (20 febb 1999). Di Rosario
Spatola-Repubblica Dossier

Lettera aperta di Salvatore Borsellino all’ex Ministro


dell’Interno Nicola Mancino “La bomba a Via D’Amelio”
Marco Travaglio-Il Fatto Quotidiano 29 maggio 2010

Pasquale Ragonese da “International Post” 17-1-2011


altriconfini.it Pietro Grasso parla delle Entità

Calabria Ora

La Repubblica

349
Indice

Prefazione di Salvatore Borsellino pag 9

Chi è Vincenzo Calcara “ 20

Il contatto “ 26

I Memoriali di Vincenzo Calcara e le Entità “ 32

Luigi Furitano “ 313

Spero in un mondo senza mafia, necessità di una


nuova rivoluzione civile “ 315

San Giovanni Rotondo Puglia “ 324

Il Miracolo Donna Agnese “ 329

Appendice. A colloquio con Manfredi Borsellino “ 341

Cosa resta oggi di Via D’Amelio “ 345

Conclusioni “ 346

Ringraziamenti di Simona Mazza “ 347

Ringraziamenti di Vincenzo Calcara “ 348

Fonti “ 349
Della stessa casa editrice

Collana Narrativa
racchiude le vecchie collane: Orizzonti, Oceano, Sottotitolo,
Altamarea, Salmastro
I ranocchi instabili e l’apocalisse cerebrale - Alessio Adami
Non chiamarmi per nome - Giuliana Cecchi
Antologia 2005 - Premio città di Viareggio il Molo
Chat - Pedro Camilo
Arriverò in capo al mondo - Avelino Stanley
Voci da Quisqueya - Autori Vari
Il calendario - Guido Ottolenghi
Giovanna, storia di un’ausiliaria fascista - Sara Moscardini
Filippo l’utopista - Aladino Santucci
Antologia 2006 - Premio città di Viareggio il Molo
Erano voci - Giorgio Bona
I sentieri della coscienza - Angela Costa
L’ultimo lampione della passeggiata - Giulio Arnolieri
Affetta da single-rità - Barbara Stefani
Pasquino - Marco Filabozzi
Quando fioriscono i campagioli - Paolo Virgili Cei
Piazza delle Paure - Adriano Barghetti
Tutta colpa di un Chiparus - Francesca Carbonini
L’altro piacere - Franca Pinzoni Stahl
Il Senso del Dovere - Giovanni Calvani
Quando esci e quando entri - Diego Innocenti
Microbiografia di una pulce - Niccolò Angeli
Viae Crucis - Luca Laurenti
Fuori è un brutto mondo - Daniele Borghi
34 - Paolo Tortorici
Il sistema: controllo globale - Mauro Molini
Storia bianca - Nicola Fortuna
Nove pieghe di vento - Gabriele Bullita
Al bivio - Maria Grazia Cerrai
La finestra socchiusa - Enzo Gaiotto
La ragazza cessata - Mirella Nuti
La porta del mistero - Francesco Bongiorno
Cneve l’etrusco - Marco Tani
La Garra del Diablo - Giampiero Gioannini
Incantesimi del caleidoscopio - Dory Terraneo
La guerra di Calò - Giuseppe Messina
La rivincita di Amleto - Simona Marelli
Anna La Mesa - Astenore Morani
Fuga dal Sahara - Sauro Del Dotto
La donna dei profumi - Paola D’Ambrosio
In un’aria di vetro - Alessandra Burzacchini
Sucker - Alessia Crespi
Due salti nel passato - Luigi Nicolini
I padri eletti - Felice Comello
Il Samurai nero - Rocco Barbero
50 anni in 20 parole - Giulio Arnolieri
Amaurosi - Enrico Musso
Primalinea - Giampiero Gioannini, Rodolfo Mirri
Le verità bugiarde - Maria Tiziana Brizzi
Un uomo, un Carabiniere - Giovannino Pudda
L’assenza - Renata Caprini Ginesi
Il mondo di Samira - Luca Laurenti
Frammenti d’amore - Maria Lucia Bertola
Parole Viareggine - Andrea Zarroli, Rolando Garbocci
La neve ti piacerà - Maria Grazia Cerrai
L’estate di Altachiara - Ombretta Bertini
Ricky Down - Gianluca Gemelli
Il segreto delle sette scienze - Massimo Marchetti
Come una volta - Mario Vocaturo
Le radio di Viareggio 1975 - 2010 - Giulio Arnolieri
Le isole - Sergio Caldaretti
Dal Portello ad Arese - Maria Grazia Cerrai
Il mercoledì delle lucciole - Fabiana Petrillo
Il labirinto di Maria - Astenore Morani
Benvenuto - Massimiliana Vincini Catena
Mostruario - Massimiliano Baroni
La Società - Arturo Faraoni
I mesi e le monete - Fabio Ognibene
Autobiografia di qualcunaltro - Michele Renzullo
Carta carbone - Simona Mazza
Pratiamente tutti gnudi sur purma!!! - Fabiano Pini
Salvami! - Alessandra Barbieri
Una vita tra i banchi di scuola - Giulio Arnolieri
Sentieri di luce - Simona Cremaschi
Dai memoriali di Vincenzo Calcara: le cinque verità rivelate a Paolo Borsellino -
Simona Mazza, Vincenzo Calcara
Ivy Smith e la Corona del Diamante nero - Isabel Soledad Giacomelli

Collana Giallo
racchiude le vecchie collane: Brivido Cafè e Il Faro

Delitti disarmonici - Silvio Bianchi


Una lunga sinistra scia di sangue - Luciana Tola Maria Teresa Landi
L’ultima stoccata - J.P. Rossano
Oltre la gelida condanna - Augusto Lunardini
A.D. 1033 - Enigma gotico - Claudio Aita
I topi dell’autostrada - Sauro Del Dotto
L’ultima vertigine - Una fiaba biotech - Edoardo Rosati
Cold house - T.M. Wright
A nudo - Cristiana Gandini
La lingua dimenticata della cometa - Giorgio Bona
Messaggio Post Mortem - Giovanna Marai
A modo mio - Maurizio Lorenzi
In una frazione di secondo - Gerardo Chirò
Cercando Andrea - Pietro Bianchini
La villa del terrore - Angelo Michele Lombardi

Collana Saggistica
racchiude le vecchie collane: La Bussola, Sirene, Libeccio

Su il sipario - Maria Teresa Ragghianti


Sulla scena del crimine: C.S.I. all’italiana - Chiara Guarascio
Sui sentieri dell’Io - Dimitri Pezzini
Dieci anni di Hockey in Versilia - Giulio Arnolieri
Il linguaggio delle arti e della musica - Renzo Cresti
Quasi un giornalista - Giulio Arnolieri
Il genio delle donne - Chiara Rossi
Il DNA per i più piccoli - Luca Laurenti
Il Manuale delle IDEE - Mario Pasquini
L’onda assassina - Mauro Colonna
La voglia che non c’è - Arturo Francesconi
Viareggio realtà, sogni e idee - Giulio Arnolieri
Un combattente per la libertà 46664 - Arturo Francesconi
Con rispetto, Eminenza! - Marco Martinelli

Collana Poesia
racchiude la vecchia collana: Le Vele
La limonaia delle perversioni - Riccardo Forfori
Labirinto di parole - Emy & Emi
Grido muto - Stefano Santini
La Terra Promessa - Federico Fieri
La scaletta di corda - Erminia Gallo
La porta rossa - Giampiero Venturelli
Silenzi - Maria Tiziana Brizzi
Cartapaglia - Sergio Caponera
Nuvole - Stefania Del Monte
Cartapaglia 2 - Sergio Caponera
Amare/Amarsi Omaggio alla donna - Riccardo Rosario Spataro
6256 Canova - Luca Bresciani
Versilia più bella d’Oriente - Riccardo Rosario Spataro
Fra Amore e Dolore - Marjeta Kabashi
Boboli - Riccardo Rosario Spataro
L’aria profumava di pane e di fiori - Maria Grazia Cerrai
Poesie Planetarie - Riccardo Rosario Spataro
Semi di melo - Federica Del Carlo

Collana Stella Marina (narrativa per bambini)


Rocchina - Linda Di Canio
Esterina cuor di leone - Linda Di Canio
Le fantastiche avventure di Natalino - Fabiano Pini
Natalino e la musica - Fabiano Pini
Natalino al Carnevale - Fabiano Pini
Natalino e la raccolta differenziata - Fabiano Pini
Le vacanze al mare di Natalino - Fabiano Pini
Collana Culinaria
A tavola con... lo chef

Collana Zenit
Come un cantore - Nadia Lombardi
Il viaggio del Vescovo - Francesco Paolo Percoco
Come l’ape al fiore - Marco Martinelli
La valle delle acacie - Francesco Paolo Percoco

Collana Le conchiglie del Molo


29 giugno. Con le mani nelle fiamme - Jonata Casini

Collana Sport
Dieci anni di Hockey in Versilia - Giulio Arnolieri
Centro, dalla Coppa Italia allo Scudetto - Giulio Arnolieri
Abdul Jeelani ritorno a colori - Simone Santi
Storie semiserie dell’Hockey su Pista - Angelo Cupisti

Collana I Classici
Divina Commedia INFERNO - Dante Alighieri
Divina Commedia PURGATORIO - Dante Alighieri
Divina Commedia PARADISO - Dante Alighieri
I promessi sposi - Alessandro Manzoni
Ultime lettere di Jacopo Ortis - Ugo Foscolo
I Malavoglia - Giovanni Verga
La coscienza di Zeno - Italo Svevo
Piccolo mondo antico - Antonio Fogazzaro
La locandiera - Carlo Goldoni
Il Principe - Niccolò Machiavelli
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