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1.

1– Introduzione (storica)
600 a.C. – Sono già noti alcuni fenomeni di attrazione ottenuti strofinando l’ambra,
dal cui nome greco (élektron) ebbe in seguito origine la parola elettricità.
XII sec. – Viene largamente utilizzata la bussola magnetica.
1600 – De magnete, di William Gilbert, in attesa di una formalizzazione più rigorosa
delle osservazioni sperimentali, ostacolata tra l’altro dalla difficoltà ad accettare
l’esistenza di interazioni a distanza.
Seconda metà del XIX secolo – Sintesi di Maxwell, unificazioni di fenomeni elettrici
e di fenomeni magnetici in un’unica grande branca della fisica.

La forza elettrica è una delle quattro interazioni fondamentali della Fisica (assieme alla
forza gravitazionale, nucleare forte e nucleare debole).

1.2- Forze elettrostatiche


Si manifestano, per esempio, quando due materiali diversi vengono strofinati l’uno
contro l’altro (triboelettricità). Gli effetti dipendono, ovviamente, dalla scelta dei
materiali; un buon strumento per individuare questi effetti è il pendolo di torsione,
sensibile e semplicissimo nella sostanza: facendo una prova con due bacchette (una
legata a un filo, l’altra da muovere nelle vicinanze alla prima) si scopre – ad esempio
- che le bacchette si attraggono se una delle due è di plastica e l’altra di vetro, mentre
che si respingono se sono dello stesso materiale. L’esistenza di forze sia attrattive che
repulsive viene spiegata dicendo che si libera una carica convenzionalmente posta
positiva sul vetro e una negativa sulla plastica. Il fenomeno può essere generalizzato
affermando che cariche dello stesso segno si respingono, cariche di senso
contrario si attraggono.
Un altro metodo per caricare un corpo (oltre allo strofinio) è quello del contatto fra
due conduttori (ad es. metallici): mettendoli a contatto, la carica si trasferirà da una
parte all’altra con una certa proporzione. In particolare, se si tratta di due corpi uguali
di cui uno solo inizialmente carico, una volta messi a contatto la carica si suddividerà
fra entrambi allo stesso modo.

1.3 – Induzione elettrostatica


Il comportamento dei materiali, in relazione alla mobilità delle loro cariche elettriche,
permette di ricondurli a due importanti categorie: conduttori e isolanti. I primi (ad
es. metalli, corpo umano, Terra), se caricati, non consentono che la carica resti
localizzata in una particolare regione: essa è anzi libera di migrare da una zona
all’altra del corpo. Gli isolanti manifestano la proprietà opposta.
Nei metalli si evidenzia l’importante fenomeno dell’induzione elettrostatica:
avvicinando - ad esempio - una bacchetta carica ad una sferetta metallica neutra,
avverrà che nelle zone della sfera prossime alla bacchetta andranno ad accumularsi le
cariche di segno opposto a quelle di quest’ultima.

1.4 – La carica elettrica


L’origine delle forze elettriche è la carica elettrica, grandezza fisica misurata in
Coulomb [C]. Questa unità di misura deriva dall’intensità di corrente elettrica, più
facilmente misurabile e misurata in Ampére [A] (1 C = 1 A ⋅ s).
Una definizione operativa della grandezza “carica elettrica” può essere ricondotta alla
misura di forze. Per decidere che due cariche qa e qb, che supporremo puntiformi per
determinare in maniera univoca la distanza fra loro, sono uguali, basterà disporre di
una terza carica puntiforme qc e verificare che sono uguali le forze che qa e qb
esercitano su qc. Se invece le cariche sono diverse, il rapporto dei loro moduli sarà
uguale a quello fra le intensità delle forze esercitate su qc.
Anche se in questo contesto si considererà la carica elettrica come continua, si deve
precisare che essa è sempre un multiplo intero di un quanto elementare, la carica (-
e) portata da un elettrone con segno negativo e da un protone con segno positivo (+e
= 1,6 ⋅ 10-19).
La carica elettrica tende a conservarsi, qualunque sia il processo in cui essa è
coinvolta: la carica elettrica totale è costante in ogni sistema isolato (che non
scambia dunque materia con l’ambiente circostante).
La carica elettrica gode pure della fondamentale proprietà di essere invariante: non
dipende, ovvero, dal sistema di riferimento.

1.5 – La legge di Coulomb


La legge che descrive la forza con cui interagiscono due cariche puntiformi fu studiata
da Coulomb con un dispositivo (bilancia di torsione, in estrema sintesi un’asticella
appesa a un filo) simile a quello utilizzato da Cavendish per la misura della costante G
di gravitazione. Egli verificò che l’intensità della forza elettrica è proporzionale al
prodotto delle due cariche e inversamente proporzionale al quadrato della distanza fra
di esse.
q1 q2 1 q1 q2
F∝  Legge di Coulomb: F =
r2 4πε 0 r2
La costante ε 0 si dice costante dielettrica del vuoto  = 8,85 ⋅10−12 C  . Se fra le
2
N ⋅ m 
 
due cariche, al posto del vuoto, è presente un fluido omogeneo, bisognerà far
comparire nella formula la costante dielettrica relativa del fluido stesso.
1 q1 q2
F=
4πε r ε 0 r2
La forza espressa secondo la legge di Coulomb si esercita lungo la congiungente e
due cariche e rispetta il principio di azione e reazione.
Risulta utile, infine, sottolineare come la forza elettrostatica sia molto più intensa
(2,23 ⋅ 1039 volte di più) di quella gravitazionale.

1.6 – Campo elettrostatico nel vuoto


Consideriamo che in un certo punto (nel vuoto) si trovi una carica puntiforme fissa Q;
possiamo pensare che la presenza della carica Q alteri le proprietà dello spazio
circostante, rispetto alla situazione in cui essa è assente. Un modo per verificare ciò
consiste nel prendere una carica puntiforme q (carica esploratrice), constatando la
presenza su di essa di una forza F. Appare dunque naturale esprimere questa forza F
come prodotto fra q e un vettore E che caratterizzi le proprietà del campo
elettrostatico generato da Q.
F = qE
Sfruttando le proprietà della legge di Coulomb si ottiene che il campo elettrostatico
generato da una carica fissa e puntiforme Q è dato da
1 Q
E=
4πε 0 r 2
Questo campo, detto coulombiano, ha la come direzione la congiungente fra le
cariche puntiformi Q e q, verso da q verso Q (se Q è negativa), da Q a q (se Q è
positiva). L’unità di misura del campo elettrico è [N/C] o [V/m].
Tuttavia, la situazione sopradescritta (due sole cariche nel vuoto), non si verifica mai:
quasi sempre bisogna - altresì - fare i conti con un insieme di cariche fisse qi, che
supponiamo puntiformi, ciascuna delle quali posta nel punto Pi. Se prendiamo allora
una carica esploratrice q sarà necessario, in base al principio di sovrapposizione,
sommare tutti gli apporti al campo elettrico e alla forza elettrostatica di ognuna di
queste cariche fisse.
 n qqi (r − ri )
F =∑
i =1 4πε 0 r − ri
3

 n qi (r − ri )
F = qE  E=∑
i =1 4πε 0 r − ri
3

(r-ri) è il vettore che individua le posizioni delle due cariche.

Come si nota, il vettore E (di cui sopra) dipende solo dalle cariche sorgenti qi e dalla
loro distribuzione spaziale rispetto a P, e rappresenta quindi il campo elettrostatico
generato dalla distribuzione di cariche. Esso è dato dalla somma dei campi Ei che le
singole cariche determinerebbero da sole in P.
 
E= ∑ Ei
i =1, n
La definizione operativa generale del campo elettrico prodotto da una distribuzione
di cariche richiede tuttavia una certa attenzione, in quanto va considerato l’effetto che
l’introduzione della carica esploratrice può avere sulla distribuzione delle sorgenti, che
fin’ora abbiamo considerato ferme. In tali casi, il vettore campo elettrico E non risulta
in generale indipendente da q in quanto, al variare di tale carica, cambia anche la
distribuzione di equilibrio raggiunta dalle altre cariche. Per tale motivo, allo scopo di
limitare questi effetti, occorre operare con corpi di prova aventi cariche
sufficientemente piccole. Il campo elettrico viene quindi definito come
F
E = lim
q →0 q
Da non intendere in senso strettamente matematico, visto che la carica è quantizzata e non può scendere sotto il
livello di quanto elementare.

Infine, non si ha sempre a che fare con cariche puntiformi: se si fa uso di un modello
in cui la carica viene descritta attraverso una distribuzione continua, il campo
elettrostatico prodotto da una carica infinitesima può essere espresso nel seguente
modo. Indichiamo, per un una carica dq distribuita in un volume infinitesimo dV
(oppure in un’area infinitesima dS, o in un segmento infinitesimo dl) e quindi
integriamo lungo tutta la distribuzione di carica. Si definiscono a tal proposito la
- densità di carica lineare λ : dq = λ dl
- densità di carica superficiale σ : dq = σ dS
- densità di carica volumica ρ : dq = ρ dV
Quindi, integrando, si ottiene:
dq (r − r ')
E=∫ .
4πε 0 r − r ' 3
A questo punto risulta conveniente scomporre questo calcolo lungo gli assi cartesiani
(r’ varia per ogni elemento di carica dq). Ad esempio, per l’asse x,
1 ( x − x ') ρ (r ')dV '
4πε 0 ∫
Ex = 3
r−r'
L’esempio è qui fatto entro un volume.

La definizione operativa di campo elettrico può essere generalizzata ai casi in cui le


sorgenti siano in moto rispetto all’osservatore (inerziale!); in tal caso, in ciascun punto
dello spazio il campo elettrico dipenderà anche dal tempo.
1.6.1 – Esempi notevoli:
1.6.1.1 - Filo carico infinito: scegliamo un sistema di riferimento con
l’origine sul filo, l’asse z lungo il filo e l’asse x passante per il punto P nel
quale si vuole calcare il campo. Dividiamo il filo in tante parti infinitesime
dz, ognuna delle quali contiene una carica dq, che contribuisce al campo
1 dq
elettrico in P con un termine coulombiano pari a dE = , diretto
4πε 0 r 2
lungo la congiungente tra il punto P e la porzione di carica dz. Data la
simmetria assiale fra la parte di filo che sta “sopra” e quella che sta
“sotto” l’asse z, notiamo che i contributi lungo l’asse z delle varie porzioni
dz si annullano a due a due, mentre rimane inalterata soltanto la
componente rivolta lungo l’asse x. Calcolando l’integrale
+∞
1 λ dz
E ( x) = ∫ cos ϑ
−∞
4πε 0 r 2
Nella formula, r è la distanza del punto P dal filo, il termine coseno serve a ricavare la componente
lungo l’asse x (dato che quelle lungo l’asse z non contano, annullandosi).

otteniamo
λ
E ( x) =
2πε 0 x
Che dipende soltanto dalla distanza del filo. Il risultato approssima bene
il caso reale tanto meglio quanto più vicino al filo.
- 1.6.1.2 - Anello carico: vogliamo trovare il campo E nei punti P
dell’asse di questo anello. Il ragionamento è analogo a quello appena
fatto per il filo, ma questa volta la simmetria del sistema rende agevole
la scelta di un sistema di riferimento con asse x coincidente con l’asse
dell’anello. Ogni contributo, portato dalle porzioni dz dell’anello, subisce
l’annullamento della sua componente z da parte della porzione dz che si
trova dalla parte opposta per simmetria. Proiettando direttamente ogni
contributo sull’asse x ricaviamo l’integrale
dq x
Ex = ∫
4πε 0 r − r ' 3
Che, risolto, dà
q x
Ex =
4πε 0 ( x + R 2 )3/ 2
2

- 1.6.1.3 - Disco carico: vogliamo trovare il campo E nei punti P dell’asse


q
di questo disco (densità superficiale di carica: σ = ; raggio: R). Si
π R2
possono fare le stesse considerazioni dei due casi precedenti,
considerando il disco come un insieme di anelli di raggio r e spessore
infinitesimo dr. Su ciascun anello è distribuita la carica
dq = σ dS = 2πσ rdr e dunque l’integrale di prima diventa:

R
σx r
Ex = ∫ dr .
2ε 0
( )
3/ 2
0 x2 + r 2
Il cui risultato finale è:
σ
Ex = (1 − cos ϑ ) .
2ε 0

1.7 – La legge di Gauss


1.7.1 – Flusso
Definiamo innanzitutto cos’è un flusso. Storicamente è una grandezza
introdotta nella dinamica dei fluidi, ma possiamo tuttavia estenderla anche al
campo dell’elettrostatica e ad un generico campo vettoriale. Prendiamo dunque
un condotto percorso da un fluido in moto le cui particelle si muovono con

velocità v attraverso una sezione piana S (n è il versore a lei ortogonale). In un
intervallo di tempo ∆t , attraverso tale sezione S, passa una massa di fluido
∆m , la quale può essere ottenuta moltiplicando la densità ρ del fluido per il
volume occupato dalle particelle che attraversano S. Ecco l’espressione:
 
∆m = ρ v ∆t ⋅ Sn (o anche ∆m = ρ v∆tS cos ϑ )
Da qui l’estensione al generico campo vettoriale:
 
d Φ = A ⋅ dS
A è il generico campo vettoriale.

1.7.2 – Angolo solido


Trattasi di una grandezza adimensionale, estensione al caso tridimensionale
della definizione di angolo piano. Prendiamo due semirette uscenti dal punto O,
formanti fra loro un angolo infinitesimo d ϑ : manteniamo ferma una delle due,
mentre l’altra ruota attorno a questa descrivendo un angolo pari a 2 π . Il cono
di semiapertura che si viene a formare d ϑ è detto angolo solido, una cui
parte infinitesimale si esprime come
dS sfera
dΩ =
R2
Integrando l’espressione su tutto lo spazio
1 4π R 2
Ωtot = ∫ dS sfera = = 4π
R 2 tot R2
si ottiene l’angolo solido totale 4 π .

Utilizziamo ora questi risultati riferendoci al campo elettrostatico. Considerata una



superficie infinitesima dS e indicato con n un versore normale a dS (per convenzione
orientato verso l’esterno della superficie totale, che prendiamo chiusa), si definisce

flusso elementare dΦ del campo E attraverso dS
 
d Φ = E ⋅ ndS
Integrando:
  
Φ( E ) = ∫ E ⋅ ndS

Consideriamo ora il flusso di campo elettrostatico generato da una carica


puntiforme. Indicata con S una superficie finita, scegliamo come origine del sistema
di riferimento il punto O occupato dalla carica q; tracciamo poi un cono avente vertice
in O e angolo solido infinitesimo dΩ . Esso intercetta S con una superficie infinitesima
dS. Il flusso infinitesimo (prendiamo in considerazione la superficie infinitesima dSsfera
perpendicolare all’asse del cono) dΦ sarà pari a
1 q q dS sfera q
dΦ = cos α ⋅ dS = = dΩ
4πε 0 r 2 4πε 0 r 2 4πε 0

Integrando su tutta la (qualunque) superficie chiusa, si ottiene che il flusso del


campo elettrico è uguale a
 q q q
4π =
4πε 0 ∫
Φ SC ( E ) = dΩ =
4πε 0 ε0
 1
Φ SC ( E ) =
ε0
∑ int qi
i

Si è considerato il caso in qui vi è più di una carica all’interno della superficie chiusa.

Questa grandezza ha importanti proprietà:


- se la carica q è esterna alla superficie considerata, il flusso del campo di una
carica esterna alla superficie è pari a 0, dato che i contributi del flusso - dati
dalle parti di superficie intercettate dal cono con il vertice sulla carica - si
annullano vicendevolmente;
- se la distribuzione di carica interna alla superficie è schematizzabile come
continua, la legge di Gauss può essere espressa come:
1
Φ SC ( E ) = ∫
ε 0 int
dq

L’integrale è esteso a tutta la carica interna alla superficie: dunque, la


conoscenza di tale carica interna è sufficiente per calcolare il flusso, ma non

consente tuttavia di calcolare il campo E , che dipende anche dalle cariche
esterne alla superficie.

1.7.3 – Linee di forza del campo


Si può visivamente rappresentare il campo elettrostatico attraverso le linee di
forza, disegnate secondo i seguenti criteri: in ogni punto la tangente alla linea
abbia la direzione del campo (entranti per il campo negativo, uscenti per quello
positivo); il verso della linea sia lo stesso del campo; il numero delle linee
tracciate sia proporzionale al flusso; le linee comincino e terminino sulle cariche
stesse.
Tracciando le linee di forza si riescono visivamente a distinguere le zone in cui
il campo è più intenso da quelle in cui è meno intenso: infatti il flusso totale è
proporzionale al numero delle linee uscenti, cui va sottratto quello delle linee
entranti.

1.7.4 – Applicazioni della legge di Gauss


La legge di Gauss permette di ottenere il campo elettrostatico ogniqualvolta il
sistema si presenti con caratteristiche di simmetria tali da rendere agevole il
calcolo del flusso, attraverso opportune superfici e la sua correlazione col
campo. Si sfruttino quindi le proprietà di simmetria per scegliere la migliore
superficie gaussiana possibile: di solito si considera l’unione di superfici su

ciascuna delle quali E sia uniforme in modulo e abbia orientazione fissa rispetto
alla normale.

1.7.4.1 – Lamina piana estesa


Su di essa è presente una densità superficiale di carica (positiva,
dq
uniforme) pari a σ = . Il campo è diretto perpendicolarmente alla
dS
superficie, verso l’esterno, e la sua intensità è la stessa dalle due parti
della distribuzione di carica. Questo ci porta a scegliere una superficie
cilindrica (che interseca la lamina con le basi parallele alla stessa) per il
  
calcolo del flusso di E : sulla superficie laterale del cilindro E e ne
(versore normale e uscente) sono ortogonali e il flusso è dunque pari a
zero; influisce invece il flusso attraverso le basi di area S, nelle quali i
 
vettori E e nb (versore normale e uscente) sono paralleli e concordi.

Dunque il flusso è pari a 2ES ; la carica contenuta all’interno del cilindro
(S è ancora una volta l’area di base) è uguale a q = σ S e, in base alla
legge di Gauss, 2 ES = σ S
ε 0 . Ciò permette di arrivare al risultato finale
σ
E= ; si noti che non dipende dalla distanza dalla distribuzione di
2ε 0
carica (purché la distanza possa essere trascurata rispetto alle
dimensioni lineari della lamina).

1.7.4.2 – Sfera uniformemente carica in tutto il suo volume


La sfera ha raggio R e carica q positiva. La densità di carica è data dal
q 3q
rapporto fra la carica e il volume della sfera ρ = = ; il campo ha
V 4πε 0
direzione radiale in ogni punto dello spazio, sia all’interno sia all’esterno
della sfera. Il suo valore (all’esterno) può essere calcolato utilizzando
come superficie gaussiana una sfera di raggio re > R avente centro
coincidente con quello della distribuzione di carica. Grazie alla legge di
Gauss otteniamo:
q
4π re2 E =
ε0
(confronto con la definizione)
1 q
E=
4πε 0 re2
Se si considera come superficie gaussiana una sfera di raggio ri < R,
invece, a carica interna a tale superficie non è quella totale, bensì
4 3
π ri ρ . Dalla legge di Gauss segue che:
3
4π ri3 ρ
4π ri2 E =
3ε 0
(confronto con la definizione)
ρr
E dunque E = i . Sostituendo a ρ il suo valore si può esprimere E in
3ε 0
funzione della distanza dal centro della sfera, ottenendo:
ρ ri qri
E= =
3ε 0 4πε 0 R3
Dunque l’intensità del campo è nulla al centro della sfera, cresce
linearmente con la distanza fino a raggiungere il valore massimo sulla
1
superficie della sfera, poi decresce, proporzionalmente a .
r2
1.7.4.3 – Guscio sferico
Il guscio sferico ha raggi R1 e R2 ed è uniformemente carico in tutto il suo
volume, con densità di carica ρ . Per calcolare il campo elettrico nella
cavità interna si può usare il risultato precedente (quello che fornisce il
valore del campo interno) in questo modo
1 qi
Ei = ρ ri =
3ε 0 4πε 0 ri 2
Tuttavia qi (rappresenta la carica che si trova entro la sfera di raggio r) è
pari a zero. Dunque il campo elettrico all’interno della cavità è nullo,
perché nulla è la densità di carica ρ .
All’esterno del guscio il campo elettrico è lo stesso che si avrebbe
concentrando tutta la carica nel centro O della sfera. Ciò significa che, in
tali situazioni di simmetria, il guscio compreso fra R1 e R2 non
contribuisce al campo nel volume sferico di raggio R1.

1.7.4.4 – Filo
Il filo è di lunghezza l e contiene una carica q distribuita uniformemente.
La densità lineare di carica è dunque λ =
q . Il campo ha struttura
l
radiale per la simmetria del sistema e, scelta dunque una superficie
gaussiana cilindrico di raggio r e altezza h, coassiale col filo, valutiamo il

flusso di E : esso risulta nullo sulle due basi (parallele alla direzione del

campo) e pari a E moltiplicato per la superficie laterale (su
quest’ultima). Applicando, al solito, la legge di Gauss
λh
2π rhE =
ε0
Dunque
q λ
E= =
2π lε 0 r 2π rε 0
Che d’altronde avevamo già ricavato con la sola legge di Coulomb.

1.7.5 – Forma locale della legge di Gauss


Ricordiamo la formulazione integrale della legge di Gauss
1
Φ SC ( E ) = ∫
ε 0 int
dq

Di questa si può formulare una versione locale, espressa in forma differenziale,


che descrive le proprietà del campo ovunque esso e continuo.
Serve introdurre una relazione matematica, detta teorema della divergenza:
nelle regioni in cui il campo è continuo, tale teorema esprime il flusso di un

vettore generico A attraverso una superficie chiusa Σ mediante l’integrale,

esteso al volume V racchiuso da tale superficie, dalla divergenza di A
  
∫ A ⋅ n dS = ∫ divA dV
Σ V

L’operatore div A è definito come:
  ∂A ∂Ay ∂Az
divA ≡ ∇ ⋅ A = x + +
∂x ∂y ∂z
Il flusso del campo può essere dunque espresso attraverso questo artificio
matematico: ecco la forma differenziale del teorema di Gauss.
( )
1    

ε 0 int
dq = Φ SC E = ∫ E ⋅ n dS = ∫ divE dV
Σ V
Scriviamo la carica elementare come dq = ρ dV ; si ha:
1  1 
∫ dq = ∫ divE dV
ε 0 int ∫ ρ dV = ∫ divE dV
ε 0 int
V V
 ρ   ρ
∫ divE dV − ∫ ε 0 dV = 0 ∫  divE − ε 0  dV = 0
V int V

 ρ 
Che è vera quando l’integrando è nullo e dunque quando: divE = = ∇⋅E .
ε0
Giustifichiamo questa affermazione. Prendiamo in considerazione il campo
elettrico, generato da una distribuzione continua di carica di densità ρ , e un
elemento di volume infinitesimo avente la forma di un cubetto di spigoli dx, dy,

dz. Vogliamo calcolare il flusso di E attraverso la superficie del cubetto;
scegliamo dunque come origine O del sistema di riferimento un vertice del cubo
e gli assi orientati da O verso gli altri vertici. Calcoliamo il flusso del campo
attraverso le due facce perpendicolari all’asse x. Avremo, secondo la
definizione, che
d Φ = ( E x )dx dydz − ( E x )0 dydz
Dove (Ex)dx e (Ex)0 sono i vettori del campo elettrico attraverso le due facce.
Siccome il campo è continuo e differenziabile, possiamo usare la serie di
Taylor per approssimare
∂E x
( E x ) dx ≈ ( E x )0 + dx
∂x
Dunque, eseguendo la sottrazione
∂E x
dΦ = dxdydz
∂x
Sommando a questo risultato il contributo al flusso delle altre quattro facce del
cubo, si ottiene
 ∂E ∂E y ∂Ez 
dΦ =  x + +  dxdydz = divEdV
 ∂x ∂y ∂z 
Poiché la carica contenuta all’interno del cubo è dq = ρ dV , e siccome dalla
ρ
legge di Gauss si ha d Φ = dV , arriviamo alla dimostrazione che:
ε0
 ρ 
divE = = ∇⋅E
ε0

1.7.6 – Moto di particelle in campi elettrostatici


Una particella dotata di carica q, che si trova in un punto dello spazio in cui

esiste un campo elettrostatico E , diverso da zero, subisce l’azione di una forza
 
F = qE , indipendentemente dalla distribuzione di carica che ha prodotto il
campo e dalla velocità della carica. Forza e campo hanno lo stesso verso se la
carica q è positiva, opposto nel caso di q negativo. Per studiare il moto di
quest’ultima possiamo dunque utilizzare il secondo principio della Dinamica
 
(nel limite non relativistico): F = ma .
1.7.6.1 – Moto di una particella in un condensatore
La particella in questione sia un elettrone che si muove con velocità

uniforme v0 fra due piastre (condensatore) che generano un campo
 
uniforme E perpendicolare a v0 . La traiettoria dell’elettrone (sfruttando
l’analogia con un grave lanciato orizzontalmente nel campo gravitazionale
della Terra) sarà parabolica fino a quando esso non uscirà dal campo
elettrico (proseguendo il suo moto in maniera rettilinea e uniforme).
  
Scelti gli assi x e y paralleli ai vettori v0 e F = −eE (-e è la carica
dell’elettrone), possiamo impostare la seguente formula:
1 eEl 2
y = a yτ =
2
2 2mv02
(m = massa dell’elettrone, v0 = velocità iniziale della particella, τ = tempo che ci mette l’elettrone
ad attraversare la regione con campo E diverso da zero, l = lunghezza delle piastre, ay =
accelerazione lungo y)

Possiamo da qui trovare la velocità lungo y della particella


eEl
v y = a yτ =
mv0
Il sistema così descritto trova applicazione nei tubi a raggi catodici, che
forniscono l’immagine sullo schermo dei televisori e dei calcolatori.
All’interno del tubo (in cui è stato praticato il vuoto) vengono
termoionicamente generati degli elettroni che sono prima accelerati da
un campo elettrico longitudinale e quindi deviati da altri due campi
trasversali. Variando opportunamente l’intensità dei due campi, gli
elettroni possono essere inviati in qualunque punto dello schermo. Le
immagini si ottengono facendo variare, in funzione della posizione
colpita, il numero degli elettroni e quindi la luminosità che essi producono
per fluorescenza.

1.7.6.2 – Elettrone attorno al nucleo di atomo di idrogeno


L’elettrone (negativo) si trova nel campo coulombiano prodotto dal
nucleo (positivo). Il moto dell’elettrone può essere determinato tenendo
conto del fatto che è circolare e che il carattere della forza (centripeta ed
elettrica) fa sì che il moto sia uniforme in modulo. L’equazione è:
1 e2 v2
=m
4πε 0 r 2 r
Da qui si può trovare la velocità dell’elettrone (2,18 ⋅ 106 m ).
s

1.7.6.3 – Esperimento di Rutherford


Nell’esperimento di Rutherford, che fu cruciale per determinare la
struttura dell’atomo, particelle alfa emesse da una sorgente di radio
furono utilizzate come “proiettili” contro nuclei d’oro. Le particelle
incidenti verso il nucleo sono soggette a una forza Coulombiana e
radiale. Sfruttiamo il teorema dell’impulso e scegliamo come origine O
del sistema di riferimento il nucleo d’oro:
 1 q1q2
d (mv ) = dt
4πε 0 r 2
(q1 e q2 sono le cariche delle due particelle)
Tenendo conto che dr = v dt otteniamo:
1 q1q2
v d (mv) = mv dv = dr
4πε 0 r 2
Ora integriamo da entrambe le parti per ottenere:
1 1 1 q1q2
mα v 2 − mα v02 = −
2 2 4πε 0 r
Da questa formula si può trovare la distanza dal centro del nucleo alla
quale avviene l’arresto del proiettile (si ponga v = 0): si osserva, in
particolare, che la particella incidente si arresta prima di arrivare a
toccare il nucleo del bersaglio e viene riflessa indietro. Fu l’osservazione
sperimentale di questo effetto la prima prova dell’esistenza, negli atomi,
di un nucleo centrale di carica positiva e di raggio molto piccolo
rispetto alle dimensioni atomiche. All’epoca dell’esperimento (1909) si
riteneva invece che la parte positivamente carica dell’atomo fosse
distribuita su tutto il volume atomico e che all’interno di esso si
trovassero gli elettroni (modello di Thomson): in questo caso il campo
elettrico non avrebbe avuto intensità sufficiente per produrre deflessioni
a grandi angoli (come invece è avvenuto, con deflessioni – addirittura -
di 180°).

1.8 – L’esperimento di Millikan


Nel periodo che va dal 1898 al 1911 vi furono diversi tentativi sperimentali di
verificare l’ipotesi che la carica dell’elettrone non fosse ulteriormente divisibile.
Fra questi spicca l’esperimento di Millikan: nel suo apparato minuscole gocce d’olio
caricate per strofinio, ed emesse da un nebulizzatore, cadono per effetto di gravità.
Alcune di esse passano attraverso una piccola apertura, penetrando in una regione
limitata da due piastre metalliche orizzontali, distanti 1,6 cm l’una dell’altra. Il moto
delle gocce viene studiato illuminando con un fascio di luce la regione centrale fra le
piastre, osservando le gocce con un cannocchiale e determinando il tempo da esse
impiegato a percorrere la distanza di caduta. Durante la caduta, le particelle
raggiungono rapidamente una velocità di regime, determinata dall’equilibrio fra la
forza peso e la resistenza del mezzo; per corpi sferici e per piccole velocità, tale forza
è data dalla Legge di Stokes F = 6πη rvg (η = viscosità del mezzo, vg = velocità di
caduta a regime). Possiamo dunque scrivere che, sempre a regime:
mg = 6πη rvg

Con un campo elettrostatico di opportuna intensità e di opportuno verso, le gocce


possono essere rallentate e fatte risalire. In questo caso, tenuto conto che la forza
elettrostatica è diretta verso l’alto, indicata con q la carica esistente sulla goccia e con
vE il valore (a regime) della velocità, si può scrivere:
qE − mg = 6πη rvE
Da cui, dividendo termine a termine le due equazioni mostrate fin’ora:
mg  vE 
q=  + 1
E  vg 

Misurando per ogni goccia i tempi impiegati in salita e in discesa, Millikan poté
determinare che le cariche presenti erano sempre un multiplo intero di quella
elementare dell’elettrone (e).
1.9 – La struttura della materia
L’ipotesi di Democrito che la materia fosse costituita da elementi indivisibili (atomi)
e che le differenti forme osservabili, e i loro comportamenti caratteristici,
dipendessero dai diversi modi di aggregazione, si è dimostrata essenzialmente
corretta (anche se oggi sappiamo che gli atomi non sono indivisibili).
Il raggio di un atomo è di circa r ≈ 10−10 m ; al suo interno vi è un nucleo centrale
(sferico, in prima approssimazione), con un raggio calcolabile mediante la relazione
R = R0 A1/ 3 , in cui A è il numero di massa (numero totale di protoni e di neutroni
presenti nel nucleo) e R0 = 1, 2 ⋅10−15 m . Il nucleo a sua volta è costituito da protoni e
da neutroni, i primi dotati di una carica positiva il cui valore è quello di quanto
elementare, i secondi elettricamente neutri.
Protoni e neutroni sono tenuti assieme nel nucleo dalla forza nucleare forte, che
agisce a distanze dell’ordine del raggio nucleare ed è capace di controbilanciare
l’effetto repulsivo delle forze elettriche tra i protoni.
Se Z è il numero di protoni, negli atomi neutri il nucleo è circondato da una nuvola di
Z elettroni, che hanno una massa oltre 1800 volte più piccola di quella delle particelle
nucleari e piccola energia di legame, ma carica pari quella dei protoni (e di segno
opposto). Elettroni e nucleo sono tenuti insieme dalla forza di Coulomb agente fra la
carica (negativa) degli elettroni e la carica positiva (dei protoni).
Le più importanti proprietà dell’atomo possono dunque essere così sintetizzate:
• la massa è quasi tutta contenuta nel nucleo;
• le dimensioni del nucleo sono molto minori di quelle dell’atomo;
• nella materia, la maggior parte dello spazio è vuota.
Negli atomi, gli elettroni possono trovarsi solo in stati ai quali corrispondono ben
determinati valori dell’energia e del momento angolare, e particolari valori di un certo
insieme di “numeri quantici”. Per il Principio di esclusione di Pauli, in ogni stato
può trovar posto un solo elettrone. Inoltre, nello stato di minore energia per l’atomo,
gli elettroni occupano gli stati liberi iniziando il riempimento da quelli cui
corrispondono i valori più bassi di energia.
I solidi possono essere schematizzati come un reticolo cristallino di atomi ordinati, o
come un insieme di piccoli cristalli orientati casualmente. In un cristallo, i livelli dei
singoli atomi vengono modificati per l’interazione degli elettroni con gli altri atomi del
reticolo. Ciò provoca piccole variazioni dell’energia dei livelli di ciascun atomo: il
risultato è che a ogni livello in un atomo isolato corrisponde per il reticolo cristallino
un insieme di livelli tanto ravvicinati e numerosi da costituire delle bande, che
possono essere parzialmente sovrapposte o separate.
Se gli elettroni di valenza riempiono completamente una o più bande, lasciando vuote
quelle in cui corrisponde un’energia maggiore, il solido si comporta coma un isolante,
perché un campo esterno non riesce a provocare un movimento di cariche.
Nel caso opposto, in cui l’ultima banda non è completamente occupata, gli elettroni,
sotto l’azione di un campo elettrico, possono passare da uno stato all’altro all’interno
di tale banda e il materiale si comporta come un conduttore.
2.1 – Campi conservativi e potenziale

Se la forza che si esercita su una carica q in un campo elettrostatico E è data
  
da F = qE , allora il lavoro elementare di F , relativo a uno spostamento infinitesimo
 
dr della carica q, è δ L = qE ⋅ dr . Il lavoro complessivo corrispondente allo spostamento
da un punto A a un punto B lungo una linea γ è dato quindi dall’integrale di linea
B   B  
LAB = ∫ qE ⋅ dr = q ∫ E ⋅ dr
γA γA
Se tale lavoro non dipende dalla linea, si dice che la forza è conservativa. Tale
definizione si estende ai campi; un campo viene detto conservativo se, dati due
generici punti A e B, l’integrale di linea fra di essi (relativo all’equazione del campo)
è indipendente dal percorso scelto e dunque dalla linea γ . Si può esprimere la
stessa proprietà in modi equivalenti, dicendo che:
- la circuitazione del campo lungo una qualunque linea chiusa è nulla
 

∫ E ⋅ dr ≡ 0

- la quantità elementare E ⋅ dr è un differenziale esatto; di conseguenza, esiste

una funzione scalare V( r ) detta potenziale* del campo, per la quale
 
E ⋅ dr = −dV
- sussiste una relazione locale fra il campo e il potenziale mediante l’operazione
di gradiente

E = − gradV ≡ −∇V
- che il rotore è pari a zero
 
rot E ≡ ∇ × E = 0

2.2 – Potenziale del campo coulombiano


Il campo coulombiano è formalmente analogo al già noto campo gravitazionale e come
questo è conservativo. Dimostriamo infatti* che
  Q   Q      Q  Q 
E ⋅ dr = ur ⋅ dr = ur ⋅ (dr ur + r dur ) = dr = −d   ≡ −dV
4πε 0 r 4πε 0 r 4πε 0 r  4πε 0 r 
2 2 2

ur è versore radiale (va da dove è situata la carica al punto in cui si esamina il potenziale) del vettore campo elettrico,
dur è il versore a questo trasverso. La loro somma è uguale a dr (piccolo spostamento).

Integrando, otteniamo il potenziale V del campo in ogni punto dello spazio, più una
costante. Fissando tale costante in modo che il potenziale sia nullo a distanza infinta
dalla carica, il potenziale coulombiano in un punto a distanza r dalla sorgente
assume la forma:
1 Q
V=
4πε 0 r
La differenza di potenziale tra due punti A e B è indipendente dalla scelta della
 
costante additiva, e si ottiene integrando E ⋅ dr lungo una linea qualsiasi.
B
Q 1 1
V ( A) − V ( B) = ∫ E ⋅ dr =  − 
A
4πε 0  rA rB 

2.3 – Potenziale del campo prodotto da una distribuzione di cariche


Se P è il punto in cui si calcola il potenziale e qi una carica puntiforme posta in ri allora
1 qi
Vi (r ) =
4πε 0 r − ri
Per il già citato principio di sovrapposizione, se ho più di una carica, la formula prende
il seguente aspetto
1 qi
V (r ) = ∑
i 4πε 0 r − ri
Allo stesso modo di come si è già fatto, per una distribuzione continua di carica
vale che
1 dq 1 ρ (r ')dV '
4πε 0 ∫ r − ri 4πε 0 ∫
V (r ) = =
r−r'
L’integrale va esteso a tutto il volume; se si può schematizzare la distribuzione di carica come superficiale (o lineare) si
usi il corretto tipo di densità di carica (nel caso sopradescritto è volumica).

2.4 – Definizione operativa del potenziale elettrostatico


Risulta possibile definire il potenziale tramite un procedimento operativo che prescinde
dalla conoscenza dettagliata della distribuzione delle sorgenti o dalla conoscenza

diretta del valore di E in ogni punto.
Consideriamo un oggetto puntiforme inizialmente mantenuto fermo in un punto A,
avente una carica q sufficientemente piccola da essere considerata come esploratrice.
Successivamente, applicando opportune forze, spostiamo il corpo fino a fargli
occupare un’altra posizione B, ove viene definitivamente fermato. In tale processo, il
lavoro complessivamente fatto dalle forze agenti sul corpo è nullo, non essendo
variata la sua energia cinetica; tuttavia, tale lavoro è la somma di quello ( LelAB ) delle
forze elettriche e di quello ( Lal
AB ) delle forze esterne.
Se LelAB + Lal
AB = 0, allora si ha (per definizione) che
L(AB
al )
VB − VA =
q
La differenza di potenziale – qui si vede bene – si esprime dunque in J/C: dato
l’uso frequente di questa grandezza, le viene dato il nome Volt [V].

2.5 – Potenziale del campo prodotto da un dipolo


Un dipolo è un sistema di due cariche della stessa intensità q e di segno opposto,
collocate ad una certa distanza d. Il potenziale calcolato in un punto p (distante r dal
punto medio O del segmento che congiunge le cariche) sarà
1  q  q  1 q (d 2 − d1 )
V=  +  −  =
4πε 0  d1  d 2   4πε 0 d1d 2
È quindi possibile fare alcune approssimazioni: se il punto p è molto distante dalle due
cariche (o, comunque, la sua distanza da esse è molto maggiore della distanza fra le
cariche stesse) la d1 e la d 2 potranno essere considerate uguali (e pari a d cos ϑ , dove
ϑ è l’angolo fra l’asse in cui sono situate le cariche e il segmento che congiunge il
punto p col punto O). Infine d1d 2 può essere considerato come pari a r 2 ; una volta
inserite queste approssimazioni nella formula, questa si semplifica notevolmente:
q d cos ϑ
V≃
4πε 0 r2
Introduciamo ora il vettore momento di dipolo elettrico: esso è definito come
 
p = qdj
(il verso è sempre quello dalla carica negativa verso quella positiva)
Possiamo trovare, grazie a questa grandezza, un ulteriore modo per definire il
potenziale:
 
1 p ⋅ ur
V≃
4πε 0 r 2
(r = vettore di posizione di P rispetto ad O;
ur = versore del vettore di posizione;
p = momento di dipolo)

Il potenziale è nullo quando r è perpendicolare a p (cos90 = 0).


In varie occasioni il dipolo elettrico è un sistema molto importante: le molecole di
alcune sostanze hanno infatti un momento di dipolo permanente ed intrinseco, mentre
altre lo possono acquistare; infine vi sono sistemi (antenne di radio) nei quali gli
elettroni oscillano periodicamente generando dipoli elettrici (anch’essi oscillanti).

2.5.1 – Potenziale del campo di un disco uniformemente carico


Studiamo il caso di una carica q positiva e distribuita uniformemente sulla
superficie di un disco di raggio R: vogliamo trovare il potenziale V nei punti P
dell’asse del disco.

Consideriamo il disco come un insieme di corone circolari di raggio r e spessore


q
infinitesimo dr. Essendo la densità superficiale di carica pari a σ = ,
π R2
ciascuna corona circolare porterà una carica quantificabile in
q 2qr
dq = σ dS = 2 π rdr = dr
π R2 R2
Questa corona circolare si troverà a distanza x 2 + r 2 (x è la componente
sull’asse, r quella che giace sul disco) da un punto P situato sull’asse del disco
(coordinata: x, che è poi la distanza dal centro del disco stesso).
1 dq 1 2q rdr
Il suo contributo sul potenziale sarà: = .
4πε 0 x2 + r 2 4πε 0 R x2 + r 2
Ora, come di consueto, possiamo integrare su r (variabile da 0 [centro del
disco] ad R [bordo del disco]).
R
1 2q rdr
V=
4πε 0 R 2 ∫
0 x2 + r 2
Il risultato (in seguito a un cambio di variabile y 2 = x 2 + r 2 ) è

V=
1
4πε 0 R 2
2q
( x2 + R2 − x )
In particolare, il potenziale V0 al centro del disco si ricava dalla precedente
1 2q q Rσ
espressione per x = 0: V = = =
4πε 0 R 2π Rε 0 2ε 0

2.5.2 – Potenziale di un filo uniformemente carico


Vogliamo determinare il potenziale del campo prodotto da un filo di lunghezza
2l, uniformemente carico (densità lineare λ ), in un punto P a distanza r dal filo,
equidistante dai suoi estremi.
Fissiamo l’origine O nel punto medio del filo e l’asse z diretto lungo
quest’ultimo. Prendiamo quindi in considerazione il contributo al potenziale di
due tratti elementari di filo, ciascuno di lunghezza dz, simmetrici rispetto a P:
questi piccoli tratti disteranno r 2 + z 2 da P stesso, ed essendo la relativa carica
pari a dq = λ dz tali tratti (a coppia) daranno un contributo al potenziale pari a
λ dz
dV =
2πε 0 r2 + z2
Dopo alcune considerazioni fatte tenendo presente l’Analisi matematica, e dopo
aver integrato dV fra 0 e l , ricaviamo
λ l + r2 + l2
V= ln
2πε 0 r
Tale risultato non è estendibile per l  +∞ perché il risultato diverge.

2.6 – Calcolo di differenze di potenziale mediante l’integrale di linea del


campo
È possibile, tramite un integrale di linea, calcolare una precisa differenza di
potenziale. Poniamo, ad esempio, di avere un filo indefinitamente carico (densità
lineare λ ) e di voler calcolare il potenziale in un punto a distanza r dal filo.
 λ 1 
Il filo emette un campo elettrico pari a E= uρ (con uρ semiretta
2πε 0 ρ
perpendicolare al filo e passante per il punto P). Assumendo che il potenziale sia nullo
ad una distanza finita r0 dal filo (nel punto P0 ), valutiamo in questo modo il potenziale
in P:
P0
  λ r
VP = VP0 + ∫ ⋅ dr che dà come risultato − 2πε 0 ln r0
E
P
λ r
Quindi la differenza di potenziale fra due punti generici è V1 − V2 = ln 2 .
2πε 0 r1
Questo ragionamento e questa metodologia possono essere utilizzati anche nel caso
della superficie piana infinitamente estesa; si dimostra infatti (in un modo analogo)
che la differenza di potenziale fra due generici punti A e B dipende solo dalle loro
σ
distanze dal piano carico: VA − VB = (d B − d A ) . Nella valutazione della differenza di
2ε 0
potenziale va prestata particolare attenzione al verso del campo, sempre uscente dal
piano (o entrante in esso) con segno positivo (o negativo) della densità di carica σ .
All’interno di un doppio strato, costituito da due piani paralleli su cui sono
distribuite uniformemente cariche di segno opposto (densità −σ e +σ ) è presente un
σ
campo elettrico uniforme di modulo
ε 0 , perpendicolare ai piani e con verso
orientato dal piano positivo a quello negativo. All’esterno, invece, il campo è nullo. Il
piano positivo si trova ad un potenziale maggiore rispetto a quello negativo: la
σ
differenza fra i due è infatti di V+ − V− = d . Inoltre, nella parte esterna del piano
ε0
negativo il potenziale vale V− , in quella esterna del piano positivo invece V+ .
Per concludere, ecco i potenziali all’interno e all’esterno di:
- uno strato sferico di raggio R (carica distribuita uniformemente):
1 Q
V= (con r > R)
4πε 0 r
1 Q
V= (con r ≤ R)
4πε 0 R
- una sfera di raggio R e uniformemente carica, con carica totale Q:
1 Q
V= (con r > R)
4πε 0 r
1 Q  r2 
V=  3 −  (con r ≤ R)
4πε 0 2 R  R 2 

2.7 – Calcolo del campo del potenziale


 
Dalla relazione fra potenziale e campo dV = − E ⋅ dr , utilizzando l’espressione
 
cartesiana del prodotto scalare E ⋅ dr = E x dx + E y dy + E z dz e quella del differenziale
∂V ∂V ∂V
esatto dV = dx + dy + dz , si ottiene:
∂x ∂y ∂z
∂V ∂V ∂V
Ex = − , Ey = − , Ez = −
∂x ∂y ∂z
Dunque è possibile scrivere in modo compatto il legame fra E e V, e precisamente in
questo modo:
E = − gradV = −∇V
Ciò mostra inoltre come, se vogliamo trovare le componenti del campo essendo nota
l’equazione di quest’ultimo, sia sufficiente applicare operazioni di derivazione.
Comunque sia, data l’arbitrarietà della scelta degli assi coordinati, è anche possibile
trovare la componente del campo per uno spostamento infinitesimo dl: la relativa
derivata direzionale sarà infatti
∂V
El = −
∂l
Queste relazioni ci danno la possibilità di descrivere le caratteristiche di un campo
rappresentandone le superfici equipotenziali: su queste superfici ogni componente
del campo elettrico risulta nulla grazie al fatto che, nel prodotto scalare, compare un
cos 90°; ciò sta a significare la perpendicolarità del campo E a tale superficie.
Il modulo del campo in un generico punto è perciò dato dal valore assoluto della sua
derivata direzionale lungo la normale n alla superficie equipotenziale che passa per
∂V
tale punto: E = . Tenendo conto del segno negativo che compare in queste
∂n
formule, è immediato dedurre che il verso del campo è quello in cui diminuisce il
potenziale.

2.8 – Energia potenziale e moto di particelle cariche


Prendiamo in considerazione una carica q che viene spostata, all’interno di un campo
elettrico, da un punto ad un altro. Il nostro scopo è individuare l’origine della
variazione subita dall’energia potenziale elettrica U ≡ qV ; con facilità abbiamo che
U B − U A ≡ q (VB − VA ) = L(AB
el )

Tale differenza di energia può essere resa disponibile per una successiva
trasformazione in energia cinetica; ciò si rivela utile in quanto il campo elettrostatico è
conservativo e, dunque, è possibile risolvere molti problemi in modo assai semplice
facendo ricorso alla conservazione dell’energia meccanica
1 mv 2 + qV
2
Se A e B sono due punti della traiettoria della particella, la variazione subita
dall’energia cinetica fra A e B è quindi uguale (e opposta) a quella dell’energia
potenziale:
1 2 1 2
∆K = mvB − mv A = q (V A − VB ) = −q∆V
2 2
Particelle cariche, inizialmente ferme in un punto A, sotto l’azione delle sole forze del
campo si muovono (se non vincolate) verso posizioni in cui il potenziale è minore
(maggiore), se la loro carica è positiva (negativa).
In particolare, se fra due punti A e B esiste una differenza di potenziale ∆V con
VB > VA , prodotta e conservata con opportuno dispositivo, e nel punto A vengono
immessi elettroni con velocità iniziale trascurabile, questi vengono accelerati dalle
forze del campo elettrico e raggiungono B con energia cinetica pari a
1 2
mvB = −e(VA − VB ) = e(VB − VA )
2
Da tale relazione prende spunto la definizione di un’unità di misura per l’energia,
denominata elettronvolt (abbreviata eV): essa misura l’energia cinetica acquistata
da una particella avente carica pari a quella dell’elettrone e accelerata dalla differenza
di potenziale di 1 Volt.
È stato detto che una carica tende “naturalmente” a muoversi verso posizioni
caratterizzate da minore energia potenziale; ne discende ovviamente che, affinché un
punto sia di equilibrio stabile per una particella carica positivamente (negativamente),
il potenziale elettrostatico vi dovrà avere un minimo (massimo) forte.
Sperimentalmente si verifica che in un campo elettrostatico, per una particella carica,
non esistono posizioni di equilibrio stabile in zone non occupate dalle sorgenti del
campo. L’assenza di tali posizioni di equilibrio stabile nello spazio non occupato da
sorgenti ha come conseguenza che ivi il potenziale elettrostatico non può avere né
minimi né massimi forti.

2.9 – La seconda equazione di Maxwell per il campo elettrostatico


Abbiamo mostrato che la Legge di Gauss consente di dedurre, nelle regioni in cui il
 ρ
campo è differenziabile, la relazione locale scalare divE = , oppure informazioni
ε0
sull’entità delle eventuali discontinuità. Vogliamo ora provare che anche il carattere
 
∫
conservativo del campo elettrostatico ( E ⋅ dr ≡ 0 ) si traduce in una relazione

vettoriale locale. Ricordiamo anzitutto cos’è il rotore: dato un campo vettoriale A

differenziabile, si definisce rotore di A il vettore
  
i j k
  ∂ ∂ ∂
rotA ≡ ∇ × A ≡
∂x ∂y ∂z
Ax Ay Az

Si dimostra che se A è conservativo (e quindi esprimibile in ogni punto come
gradiente di una funzione scalare f) il suo rotore è nullo in ogni punto in cui è definito.
Infatti, per ogni funzione f di classe C2 sussiste l’identità: ∇ × ( ∇f ) = rot(grad f ) = 0 .

Ciò vale anche per il campo elettrostatico: la relazione rotE = 0 rappresenta la forma
locale assunta nel caso stazionario dalla seconda legge di Maxwell.
I campi con rotore nullo vengono anche definiti campi irrotazionali: i campi
conservativi sono dunque irrotazionali nelle zone in cui sono differenziabili.
2.10 – Equazioni di Poisson e di Laplace
Combiniamo ora le due relazioni:
ρ  ∂ ∂ ∂ 
1) divE = ∇ ⋅ E = (teorema della divergenza), dove ∇ ≡  , ,  (operatore nabla)
ε0  ∂x ∂y ∂z 
2) E = − gradV = −∇V
∂ 2V ∂ 2V ∂ 2V ρ
Si ottiene facilmente che div gradV = ∇ ⋅∇V = ∇ 2V ≡ + + =− .
∂x 2
∂y 2
∂z 2 ε0
ρ
Da qui l’equazione di Poisson: ∇ 2V = − . Nelle regioni dello spazio in cui non sono
ε0
presenti cariche, tipicamente nel vuoto, essa si riduce all’equazione di Laplace:
∇ 2V = 0 . La linearità di queste equazioni traduce formalmente il Principio di
sovrapposizione: il potenziale dovuto all’unione di due distribuzioni di cariche è la
somma dei potenziali corrispondenti a ciascuna di esse. Tali equazioni, inoltre, si
rivelano molto utili quando si ha una distribuzione di carica illimitata; si calcoli in
questo caso il potenziale risolvendo l’equazione di Poisson, quindi se ne faccia il
gradiente per trovare il campo elettrostatico. Se ad esempio non si conosce la
distribuzione di carica, ma sono note le posizioni nello spazio di alcuni conduttori e i
potenziali sulle loro superfici, il problema può essere risolto integrando l’equazione di
Laplace con le condizioni al contorno note.
Infine, una caratteristica generale delle soluzioni dell’equazione di Laplace e di essere
funzioni armoniche, il che implica che esse siano prive di massimi e minimi forti.
3.1 – Campo elettrostatico nei conduttori

3.1.1 – Campi e cariche nei conduttori


I conduttori (metalli, ma non solo) costituiscono un’importante classe di
materiali in quanto hanno la caratteristica di lasciarsi liberamente percorrere
dalla corrente elettrica. Ciò significa che nella regione di spazio occupata dal
conduttore il campo elettrostatico è nullo e che le cariche in eccesso si
localizzano sulla superficie; dimostriamolo: consideriamo dapprima un
conduttore omogeneo, a temperatura uniforme e privo di cavità. Esso sarà
elettricamente neutro, ma ciò non significa che sia privo di cariche (positive e
negative): esse sono infatti tantissime, dell’ordine di 1022 ∼ 1024 per centimetro
cubo e, semplicemente, si compensano fra loro. Fra queste, una certa frazione
di elettroni (elettroni di conduzione) è libera di muoversi nel volume occupato
dal conduttore.
Caricare un metallo consiste nel cedergli o sottrargli elettroni, in modo che la
sua carica complessiva risulti negativa o positiva. La carica trasferita deve
distribuirsi in modo tale che in qualsiasi punto interno al metallo il campo risulti
nullo, altrimenti le cariche libere di muoversi si sposterebbero per azione della
forza elettrica, in contrasto con l’ipotesi di condizioni elettrostatiche (cioè di

equilibrio). Il flusso di E attraverso una qualsiasi superficie chiusa interna al
metallo risulta di conseguenza nullo. Da ciò segue (legge di Gauss) che la
carica interna a tale superficie è pari a zero; siccome la gaussiana può essere
scelta di forma a piacere (arbitrariamente vicina alla superficie fisica che
delimita il conduttore), ne consegue che la carica (che c’è, perché il sistema è
stato caricato) si è distribuita tutta sulla superficie del conduttore. L’origine
fisica di questo fenomeno sta nei reciproci effetti repulsivi che portano le
cariche in eccesso a distribuirsi il più lontano possibile le une dalle altre, in
modo da minimizzare l’energia d’interazione.
Questo risultato è di carattere generale: se introduciamo un conduttore
metallico scarico in una regione in cui esiste un campo elettrostatico, saranno
gli elettroni di conduzione a ridistribuirsi nel conduttore in modo da produrre un
campo che, sommato a quello della carica, dia un risultato nullo in tutto il
volume occupato dal conduttore. Il fenomeno è detto induzione
elettrostatica.

3.1.2 – Conduttore cavo e schermo elettrostatico


Se all’interno del conduttore è presente una cavità, la situazione potrebbe
essere diversa: si potrebbero avere cariche ferme sulla superficie della cavità,
soggette a un campo perpendicolare alla superficie stessa. Applicando la legge
di Gauss a una superficie molto vicina alla superficie interna si ha però che tale
eventuale carica dovrebbe essere globalmente nulla. Si potrebbe allora pensare
che vi siano cariche superficiali di segno opposto in regioni diverse della
superficie interna, ma è facile dimostrare che una situazione del genere non può
verificarsi, perché in tal caso dovrebbero formarsi delle linee di forza (all’interno
della cavità) e la circuitazione non sarebbe più pari a zero (in contrasto con le
ipotesi). In conclusione, non vi sono cariche neanche sulla superficie interna e il
campo è nullo anche nella cavità.
Diversa è la situazione se viene introdotto un corpo carico (carica = Q)
all’interno della cavità: la legge di Gauss richiede infatti che la carica indotta
sulla superficie interna sia –Q; ciò farà inoltre sì che una carica +Q si depositi
sulla superficie esterna.
Ciò ci permette di sintetizzare il comportamento di un involucro metallico:
esso trasferisce sulla propria superficie esterna una carica uguale al valore
complessivo delle cariche contenute al suo interno e scherma da ogni influenza
elettrostatica (gabbia di Faraday) gli oggetti posti al suo interno.
Se l’interno non è collegato all’ambiente esterno, quest’ultimo non è influenzato
da ciò che avviene nella cavità; in conclusione, ricordando che cambiamenti
della configurazione di cariche esterne non alterano le differenze di potenziale
fra qualsiasi coppia di punti della cavità, si può affermare che un involucro
metallico chiuso scherma sia dall’interno verso l’esterno che viceversa.

3.1.3 – Campo nelle vicinanze di un conduttore metallico


Sulla superficie esterna dei conduttori, in presenza di una carica superficiale,

il campo E è diretto perpendicolarmente alla superficie; infatti, in caso
contrario, il suo componente tangente alla superficie metterebbe in movimento
le cariche libere. Ricordando che il campo è nullo internamente al conduttore e

tenendo presenti le proprietà di E nell’attraversamento di una superficie su cui
esiste una densità superficiale di carica σ , si trova che all’esterno, nelle
immediate vicinanze del conduttore, il campo è normale alla superficie e
vale, in modulo:
σ
E=
ε0
Se σ è positiva il campo è diretto verso l’esterno, se σ è negativa verso

l’interno. Indicando con n il versore della normale esterna alla superficie e
∂V
tenuto conto della relazione fra campo e gradiente del potenziale El = − ,
∂l
l’espressione vettoriale del campo è perciò data da (Teorema di Coulomb):
 ∂V  σ 
E=− n= n
∂n ε0
Tali relazioni mostrano che il campo elettrico raggiunge la massima
intensità vicino alle zone della superficie in cui è massima la densità
superficiale di carica. Ciò ha notevole importanza se il conduttore non è nel
vuoto ma immerso nell’aria: in essa sono presenti ioni positivi e ioni negativi, i
quali vengono attratti verso le regioni cariche del conduttore, dove il campo è
più intenso. In tali regioni, al di sopra di certi valori di campo, si può verificare
una diminuzione della carica superficiale, come se il conduttore “soffiasse” via
alcune delle sue cariche in eccesso (effluvio elettrico).

Come si può facilmente intuire, non è conveniente tentare di trasferire cariche


tramite contatto: il completo trasferimento di carica non può essere infatti
ottenuto, dato che la carica si suddividerebbe fra i due conduttori. È invece
molto più utile sfruttare una cavità interna, come avviene nei generatori di
Van de Graaf: essi sono costituiti da una sfera internamente cava al cui
interno si muove una cinghia trasportatrice. La cinghia, trascinata da un motore
elettrico, passa davanti a un pettine metallico le cui punte provocano
trasferimento di carica alla cinghia. All’interno della cavità, le cariche portate
dalla cinghia scorrono davanti alle punte di un secondo pettine metallico,
collegato all’interno della sfera. Per induzione, le punte si caricano di segno
opposto a quello della cinghia, mentre una carica dello stesso segno va ad
aumentare la carica della superficie esterna. Successivamente, l’intenso campo
elettrico prodotto dalle punte cariche provoca una corrente di ioni che
neutralizza le cariche di segno opposto presenti sulla cinghia e sul pettine. Si
possono così raggiungere potenziali elevatissimi (milioni di V).

3.2 – Potenziale e capacità dei conduttori


Due punti qualsiasi di un conduttore, interni o superficiali, si trovano allo stesso
B 

potenziale (dato che V ( A) − V ( B ) = E ⋅ dr e che il campo E è nullo lungo una
A
qualunque linea tutta interna al conduttore che colleghi i due punti). Per questo
motivo si parla di potenziale di un conduttore.
Consideriamo ora il caso ideale di conduttore isolato, in pratica unico in tutto lo
spazio, il cui potenziale V è ovviamente funzione della carica totale Q su di esso.
Misure sperimentali dimostrano l’esistenza di una proporzionalità tra la carica Q e il
potenziale V: per tale motivo si può definire una nuova grandezza elettrica, la
capacità C del conduttore, il cui valore C =
Q dipende dalle dimensioni geometriche
V
e dalla forma della superficie esterna al conduttore. L’unità di misura è il farad [F]
(Coulomb/Volt).
Il calcolo del potenziale (e quindi della capacità) di un conduttore su cui esiste una
carica Q è facilmente eseguibile solo in particolarissime situazioni, nelle quali sono
presenti semplici simmetrie. Prendiamo ad esempio una sfera di raggio R: essendo la
carica distribuita sulla superficie, conviene calcolare il potenziale nel centro della
sfera (equidistante da tutti i punti della superficie). In assenza di cariche esterne si
può scrivere:
1 dq 1 Q
V =∫ =
4πε 0 r 4πε 0 R
−1
 1 Q
La capacità della sfera è dunque: Q   = 4πε 0 R .
 4πε 0 R 
Possiamo ora esaminare il caso di distribuzione della carica fra due conduttori sferici,
isolati da tutto. Trascurando gli effetti di induzione elettrostatica, indicando con R1 e
R2 i raggi delle due sfere e con q la carica totale da esse posseduta, accade che tale
carica q si ripartisca in due parti q1 e q2 , in maniera che i potenziali delle due sfere
si eguaglino (altrimenti ci sarebbe una corrente e non un equilibrio). Dunque valgono
le relazioni
 R1
 q1 = q
1 q1 1 q2  R1 + R2
= da cui (essendo q = q1 + q2 ) 
4πε 0 R1 4πε 0 R2 q = q R2
 2 R1 + R2
Le cariche sulle sfere, come si nota, sono proporzionali ai relativi raggi: nel caso
particolare di due sfere uguali, la carica q si suddivide a metà fra esse. Da questa
q1 q2
considerazione segue immediatamente che = , perciò σ 1R1 = σ 2 R2 .
R1 R2
Quest’ultima relazione ha un’interessante interpretazione fisica: dato che i due
conduttori collegati in serie costituiscono un unico conduttore, il campo elettrico ha
maggiore intensità in corrispondenza del raggio di curvatura più piccolo. Estendendo
questo risultato al conduttore generico, ritroviamo che il campo elettrico ha maggiore
intensità vicino alle zone più appuntite (potere delle punte).
Dal punto di vista energetico, il processo di carica di un conduttore consiste nel
trasferire ripetutamente sulla superficie della sfera una piccola carica dq, fino al
trasferimento completo della carica Q. Via via che il processo procede, occorre
esercitare una forza sulla carica in avvicinamento per contrastare la forza repulsiva
esercitata dalla carica q già presente sulla sfera. Tale forza esegue un lavoro il cui
valore è dato dal prodotto del potenziale per la carica che si sta trasferendo; studiamo
in maniera elementare tale processo di carica:
1 q
- il potenziale (q = carica presente sul conduttore, con 0 < q < Q ): V ( q ) =
4πε 0 R
- sommando tutti i contributi infinitesimi fino al caricamento completo:
Q 2
1 q 1 Q
L=∫ dq = (= energia fornita col carico del sistema).
0
4πε 0 R 8πε 0 R

3.3 – Condensatori
Un condensatore è un sistema di due conduttori aventi cariche uguali e segno
contrario: i singoli conduttori vengono chiamati armature del condensatore.
Q
La capacità elettrica di un condensatore è definita come C = , dove ∆V è la
∆V
differenza di potenziale fra le due armature.

3.3.1 – Condensatore sferico


È un sistema consistente in un conduttore di forma sferica (raggio r1 , superficie
S1 ), situato all’interno di una sfera conduttrice cava, limitata da due superfici
sferiche S 2 e S3 di raggio r2 e r3 (il sistema ha un centro comune O).
Si supponga di trasferire su S1 una carica +q: quest’ultima si distribuirà
uniformemente e indurrà una carica –q sulla superficie interna S 2 della seconda
armatura; su S3 verrà inoltre a trovarsi una carica +q.
Calcoliamo ora:
1 q q q
- il potenziale sull’armatura 1 (centro O): V1 =  − + 
4πε 0  r1 r2 r3 
1 q
- il potenziale sull’armatura 2: V2 =
4πε 0 r3
1 q q
- la differenza di potenziale fra le armature 1 e 2: V1 − V2 = ∆V =  − 
4πε 0  r1 r2 
Q q rr
- la capacità C del condensatore: C = = = 4πε 0 1 2 .
∆V ∆V r2 − r1
Si noti che se la distanza fra le due armature è molto piccola si può porre
r1r2 ε S
r1 ≈ r2 , r1r2 ≈ r 2 , d = r2 − r1 e dunque riformulare la capacità: C = 4πε 0 ≈ 0 .
r2 − r1 d
La relazione ottenuta è la tipica espressione della capacità di un condensatore.

3.3.2 – Condensatore piano


Il condensatore piano è formato da due superfici metalliche e parallele separate
dal vuoto, le cui dimensioni lineari siano grandi rispetto alla reciproca distanza
d. Se ai due conduttori vengono trasferite le cariche q e –q, queste si
disporranno uniformemente sulle due superfici che si fronteggiano. Lo schema
di tale apparato è già stato esaminato col nome di doppio strato. La differenza
q σ S ε0S
di potenziale fra le due armature è data da: C = = = (già ritrovata
∆V σ d d
ε0
nel caso del condensatore sferico; trascurato l’effetto di bordo delle superfici).

3.3.3 – Condensatore cilindrico


Si tratta di un sistema formato da due conduttori cilindrici coassiali (raggio
della prima superficie = r1 , raggio della seconda superficie = r2 , altezza = h,
carica = q). Facendo considerazioni simili a quelle del condensatore sferico
otteniamo:
- campo elettrico in una regione distante r dal centro (con r1 < r < r2 ):
1 q1
E= ;
2πε 0 h r
1 q r2
- differenza di potenziale fra le armature: ∆V = ln
2πε 0 h r1
2π h
- capacità: C = ε 0 .
r2
ln
r1

3.3.4 – Collegamenti fra condensatori


Il collegamento fra due (o più) condensatori può avvenire in due differenti
modi, detti in parallelo e in serie.
Nel collegamento in parallelo, ciascuna armatura del primo è collegata a
un’armatura del secondo: l’insieme si collega all’esterno con due terminali,
come se fosse un unico condensatore. Tale condensatore “unico” ha una
capacità pari alla somma dei due condensatori collegati ( C = C1 + C2 ). Nel caso
generale, la capacità di n condensatori in parallelo è C = ∑ Ci .
i =1, n
Nel collegamento in serie, una sola armatura del primo condensatore è
collegata con uno del secondo: visto da fuori, l’insieme appare anche in questo
caso come un unico condensatore. Tale condensatore “unico” ha una capacità
che si può esprimere tramite la relazione 1 = 1 + 1 . Nel caso generale (n
C C1 C2
−1
 1 
condensatori in serie), la capacità è pari a: C =  ∑  .
 i =1,n Ci 
 

3.3.5 – Energia elettrostatica di un condensatore carico


Tratteremo ora il caso di un condensatore avente qualsiasi forma geometrica:
vogliamo calcolare il lavoro necessario per portare sulle sue armature due
cariche uguali e contrarie +Q e –Q. Trattiamo (come già fatto) il processo di
carica come una successione di operazioni consistenti nel trasferimento di una
carica elementare dq da un’armatura all’altra, ciascuna delle quali richiede un
lavoro pari a δ L = dq∆V . Man mano che il processo di carica procede, la
differenza di potenziale cambia, passando dal valore iniziale V = 0, a quello
q
finale V = Q/C. In una fase intermedia avremo invece che ∆V = , dove q è il
C
valore della carica presente in quell’istante sulle armature. Otteniamo il valore
del lavoro (e quindi dell’energia potenziale elettrostatica immagazzinata nel
Q
q Q 2 Q∆V C (∆V ) 2
sistema) integrando in questo modo: L = ∫C dq =
2C
=
2
=
2
.
0
Consideriamo ora il caso particolare del condensatore piano, che possiede un
campo elettrostatico uniforme. Supponendo che fra le armature vi sia il vuoto e
che siano trascurabili gli effetti di bordo, possiamo introdurre nell’equazione
C (∆V )2 ε S
L= i valori della capacità C = 0 e l’espressione ∆V = Ed . Otteniamo
2 d
ε E 2 Sd
che U E (energia potenziale del campo elettrostatico) = 0 .
2

3.4 – Condensatori con dielettrico


ε S
Come mostra la formula C = 0 , il modo più semplice per aumentare la capacità di
d
un condensatore consiste nel diminuire la distanza tra le armature: ciò però non è
facilmente eseguibile se fra le superfici affacciate dei condensatori è presente il vuoto
o l’aria. È infatti opportuna e necessaria la presenza di un isolante.
Dal punto di vista sperimentale, introducendo un dielettrico fra le armature di un
condensatore caricato con una carica Q, i cambiamenti che si osservano sono
l’aumento della capacità e la diminuzione della differenza di potenziale.
Indicate con C e C0 le capacità con e senza dielettrico (quando fra le armature vi è il
vuoto) e con ∆V e ∆V0 le corrispondenti differenze di potenziale, valgono le relazioni:
- C = ε r C0 ( ε r = costante dielettrica relativa (al vuoto) del materiale inserito fra le
armature);
∆V0
- ∆V = .
εr
Ne consegue in particolare che l’espressione generale della capacità di un
condensatore piano, quando fra le armature è presente un dielettrico di costante
ε ε S
dielettrica relativa ε r , è data da C = 0 r .
d
Questa formula mostra (appunto) che si può aumentare il valore della capacità di un
condensatore non solo aumentando la superficie o diminuendo la distanza d fra le
armature, ma anche utilizzando un dielettrico con elevato ε r .

3.5 – Polarizzazione nei dielettrici


Nei dielettrici, diversamente che nei conduttori, le cariche non sono libere, ma
sostanzialmente legate all’interno di strutture atomiche o molecolari. In presenza di
un campo elettrico esterno avviene un fenomeno, detto polarizzazione del
dielettrico, determinato da una ridistribuzione delle cariche elettriche “legate”,
prodotta a sua volta da due differenti meccanismi: la polarizzazione per
deformazione e la polarizzazione per orientamento.
La polarizzazione per deformazione si verifica in tutti i dielettrici, mentre quella per
orientamento avviene soltanto se le molecole del dielettrico possiedono già
intrinsecamente un momento di dipolo.
Nel caso della deformazione, le cariche elettriche positive presenti (e legate) nelle

molecole si spostano (di poco) nel verso del campo E , mentre quelle negative si
spostano in verso opposto, fino a raggiungere una nuova situazione di equilibrio,
deformata rispetto a quella originaria. Agli spostamenti, che sono molto più piccoli
delle dimensioni atomiche, corrisponde la comparsa di un momento di dipolo
indotto in ciascuna struttura atomica o molecolare. Per i singoli atomi, è

relativamente semplice giustificare che il momento di dipolo indotto p dalla

deformazione ha la direzione del campo elettrico E localmente agente su di esso, e
un modulo che per intensità non troppo elevate del campo elettrico locale è

approssimativamente proporzionale ad esso. Si ha cioè che p = α E , in cui la costante

α è detta polarizzabilità elettronica e dipende dalla struttura dell’atomo.
La polarizzazione per orientamento avviene quando si considera un dipolo elettrico
  
posto in un campo elettrostatico E , sul quale agisce una coppia di forze qE e − qE ,
che tende ad allineare il momento di dipolo con il campo elettrostatico. Ciò avviene
  
con la comparsa di un momento meccanico pari a M = p × E , che porta i dipoli ad
 
orientarsi con p parallelo ad E .
4.1 – Intensità di corrente
Il trasporto delle cariche (corrente) può avvenire nei mezzi in cui una certa frazione
delle stesse è libera di muoversi: in pratica, esso può verificarsi, con intensità diverse,
nei conduttori metallici, detti anche ohmici, nelle soluzioni elettrolitiche, nei gas
ionizzati, nei semiconduttori, nei dielettrici imperfetti. In tutti questi casi, le
particelle libere di muoversi vagano nel mezzo con valori della velocità la cui
distribuzione dipende dalla temperatura. Tuttavia queste non generano correnti,
perché sommando tutti i vettori velocità delle particelle mobili si ha un vettore
equivalente nullo: non vi sono quindi spostamenti di carica complessivi, ma tante
particelle che si scambiano di posto e si urtano in maniera locale.
Se ci riferiamo a un conduttore metallico, gli elettroni liberi (di muoversi), detti di
conduzione, si comportano, per certi aspetti, come gli atomi di un gas perfetto, con
velocità dell’ordine di 106 m/s; la presenza di un campo elettrico non nullo all’interno
del conduttore determina, per i portatori di carica dello stesso segno, un movimento
collettivo aggiuntivo in una definita direzione, caratterizzato da una certa “velocità di
deriva” (dell’ordine del millimetro al secondo), che si somma vettorialmente alla
velocità di agitazione termica.
Si definisce intensità di corrente i la grandezza che esprime la quantità di carica che
dQ
attraversa la superficie orientata S nell’unità di tempo: i = .
dt
L’unità di misura dell’intensità di corrente è l’ampère [A], che corrisponde a un flusso
di carica pari a 1 coulomb al secondo.
Per convenzione si assume come verso positivo delle correnti quello in cui si
muovono i portatori di carica positiva; quindi, nel caso dei conduttori metallici, in cui i
portatori di carica sono gli elettroni, la corrente ha verso opposto a quello della
velocità di deriva degli elettroni.

Si definisce poi vettore di densità di corrente elettrica la quantità:


G G
J = Nqvd
G
( N è il numero di portatori di carica per unità di volume, q la carica di un singolo portatore, vd la
velocità di deriva delle cariche)
G
Si può verificare che l’intensità di corrente che attraversa una superficie orientata S è
G
data dal flusso di J attraverso la stessa superficie. Si ha infatti:
dQ G G G G
= ∫ Nqvd ⋅ ndS = ∫ J ⋅dS
dt S S
Si può quindi dedurre che il modulo di J [A / m 2 ] misura il rapporto fra l’intensità della
corrente che percorre un conduttore e l’area della sua sezione normale alla velocità di
deriva dei portatori di carica.

4.2 – Conservazione della carica elettrica


Abbiamo già parlato del principio di conservazione della carica elettrica; questo
può essere formalizzato considerando una superficie chiusa S all’interno di un
materiale conduttore e scrivendo che la carica totale contenuta nel volume racchiuso
da S all’istante t + Δ t è uguale alla carica presente all’istante t, cui occorre sottrarre
quella in uscita nell’intervallo Δ t.
Si può riformulare questo concetto in tal modo:
G G
Q(t + Δt ) = Q(t ) − Δt v∫ J ⋅ dS
S
(porto di là Q(t ) e divido per Δt portando in seguito questo a → 0 )
G G dQ
v∫ ⋅ dS + dt = 0
J
S
Otteniamo in questo modo il principio di conservazione della carica.
Applicando artifici puramente matematici, si può ottenere la versione differenziale
di questo principio:
G d
(1 - teorema della divergenza: ∫ divJdV + dt ∫ ρdV = 0
V V

v∫ A ⋅ ndS = ∫ divAdV ) (la carica è scritta come integrale della densità di carica ρ)
Σ V
⎛ G ∂ρ ⎞
(2 - cambio fra integrazione e derivazione) ∫ ⎜⎝ divJ + ∂t ⎟⎠dV = 0
V
(la derivata è parziale perché la densità di carica dipende dalla posizione, oltre che dal tempo)

G ∂ρ
Dunque deve accedere che: divJ + = 0 (teorema di continuità della corrente
∂t
elettrica).
G
Per correnti stazionarie tale relazione si semplifica in divJ = 0 .
G
⎛G ∂E ⎞
Per correnti non stazionarie (ad es. sinusoidali): div ⎜ J + ε 0 ⎟ = 0 (si è utilizzata la
⎝ ∂t ⎠
legge di Gauss).

4.3 – La legge di Ohm


Consideriamo un conduttore, per esempio un filo metallico di piccola sezione, i cui
estremi vengono collegati ai poli di una pila. Fra i due poli esiste una differenza di
potenziale il cui valore è tipicamente dell’ordine del volt; sotto l’azione di questa
differenza di potenziale (e del campo elettrico conseguente), gli elettroni di
conduzione acquistano una velocità di deriva e nel filo prende a circolare una corrente.
Se si cambia la differenza di potenziale agli estremi del filo varia, di conseguenza,
anche l’intensità della corrente. Si dimostra sperimentalmente che (a temperatura
costante) differenza di potenziale e intensità di corrente sono legate dalla legge
lineare:

ΔV = Ri

nota come prima legge di Ohm. ΔV è la differenza di potenziale fra il punto a


potenziale più elevato e quello a potenziale minore; R è detta resistenza del
conduttore (si misura in Ohm [Ω]); i è la corrente circolante nel conduttore.
La resistenza elettrica di un conduttore omogeneo, filiforme, di lunghezza l e sezione
di area S, può essere scritta separando i contributi della geometria e del tipo di
materiale:
l
R = ρR
S
In cui la resistività elettrica ρ R dipende dalla natura del materiale. Tale relazione
viene indicata anche come seconda legge di Ohm.
La resistività elettrica dipende dalla temperatura secondo la relazione:
ρ R (T ) = ρ R (T0 )(1 + α T )
in cui α è detto coefficiente di temperatura.
La prima legge di Ohm può anche essere scritta da integrale a locale, utilizzabile con
conduttori di forma qualsiasi (e non solo filiformi). Consideriamo ad esempio un
G G
cilindretto infinitesimo (altezza = dl, parallela a J ; sezione = dS, perpendicolare a J )
di un conduttore: la sua resistenza sarà pari a:
dl
R = ρR (seconda legge di Ohm).
dS
Indicata poi dV la differenza di potenziale fra le due basi del cilindretto, scriviamo la
prima legge di Ohm:
dl
dV = Rdi = ρ R di
dS
da cui
dl G
Edl = ρ R JdS
dS
quindi
G
E = ρR J
1 G
(che equivale a E= J , dove σ C è l’inverso della resistività e si chiama
σC
conduttività).

4.4 – Modello classico della conduzione


Il modello classico della conduzione nei conduttori ohmici (modello di Drude-Lorentz)
parte dalla schematizzazione più volte ricordata in cui si assume che in tali materiali,
gli elettroni di conduzione si comportino in prima approssimazione come le particelle
di un gas racchiuso in un contenitore. Inoltre, questo modello tiene conto della
presenza di interazioni fra i portatori di carica e gli ioni del reticolo cristallino. È
ragionevole assumere che, in assenza di campo elettrico, a un qualsiasi istante, le
G
velocità v1 dei portatori abbiano, anche a causa delle suddette collisioni, valore
medio pari a zero. In un tempo t (fino a una collisione con il reticolo), la presenza di
G
G G qE
un eventuale campo cambia la velocità del generico portatore da v1 a v2 = v1 + t . Il
G G m
G G G qE qE
valore medio della velocità v2 sarà quindi v2 = v1 + t = τ , la quale può essere
m m
considerata la velocità di deriva con cui avviene lo spostamento macroscopico
collettivo dei portatori di carica nella direzione del campo. Si ha quindi che il vettore
densità di corrente risulta pari a:
G G Nq 2τ G
J = Nqvd = E
m
G
Tale relazione mostra che, per azione di E , le cariche mobili acquistano mediamente
G
una velocità proporzionale a E ; in assenza di interazioni col reticolo, invece,
l’accelerazione (non la velocità) sarebbe proporzionale al campo.
È interessante osservare che nel modello proposto trovano una semplice spiegazione
fisica gli effetti termici del passaggio di corrente (effetto Joule): gli elettroni
trasferiscono al reticolo l’energia cinetica complessivamente acquistata per effetto del
campo, provocando il riscaldamento del metallo in cui circola la corrente e la
trasformazione di energia da elettrostatica a termica.

4.5 – Resistenze elettriche


Le resistenze utilizzate per la realizzazione di circuiti sono caratterizzate da importanti
parametri:
- il valore della resistenza espresso in ohm;
- la tolleranza (massima deviazione tra valore reale e quello nominale);
- coefficiente di temperatura;
- potenza massima supportata.
È possibile anche creare resistenze “variabili” (reostato) sfruttando la proporzionalità
fra resistenza e lunghezza. Col reostato si possono ottenere sia resistenze variabili
(con un contatto scorrevole lungo il conduttore), sia variabili differenze di potenziale.
Nella costruzione dei circuiti, le resistenze possono essere collegate:
- in serie: res eq. Æ R = ∑ Rk
1 1
- in parallelo: res eq. Æ =∑ .
R Rk
Com’è stato discusso in precedenza, il passaggio di corrente attraverso un conduttore
ohmico comporta una trasformazione di energia dalla forma elettrostatica a quella
termica (effetto Joule): consideriamo infatti una situazione in cui il campo
elettrostatico dà origine a una corrente di intensità i che attraversa un qualsiasi
elemento di un circuito (un resistore, un motore, una cella elettrolitica…) sottoposto a
una differenza di potenziale ΔV = VA − VB . Nel tempo dt l’elemento di circuito è
attraversato da una carica dq = i dt, per cui il lavoro eseguito dal campo è:
δ L = (VA − VB )dq = i(VA − VB )dt
Dunque la potenza erogata dal campo è W = iΔV (si è integrato in dt).
Se l’elemento del circuito è una pura resistenza, vale la legge di Ohm ΔV = Ri , dunque
la potenza risulta data da W = Ri 2 . Se il fenomeno dura un certo tempo t, durante il
quale si mantengono costanti sia R che i, l’energia termica sviluppata è pari a:
Wt = Ri 2t [J]

4.6 – Generatori di forza elettromotrice


Per avere il passaggio di una corrente stazionaria, occorre che il circuito sia provvisto
di un dispositivo detto generatore, in cui si originano forze non conservative in grado
di mantenere una differenza di potenziale fra i suoi estremi (poli), anche quando
questa viene utilizzata per spostare cariche nella parte esterna del circuito.
Un esempio di generatore può essere la pila, o la batteria; entrambe sfruttano
processi chimici che avvengono fra ciascuno dei poli e il materiale presente fra loro.
È caratteristica comune a tutti i generatori elettrici l’esistenza, al loro interno, di forze
di origine non elettrostatica (chimica, meccanica, etc…) che, agendo sulle cariche, le
separano producendo e conservando fra i due poli una differenza di potenziale.
Anche per codeste forze non elettrostatiche, comunque, introduciamo un concetto di
G
campo (campo elettromotore Em ). È un campo non conservativo, quindi diverso
dal campo elettrostatico; sommato insieme a quest’ultimo genera un campo totale
pari a:
G G G
E = Em + Es
G G G
Essendo Es conservativo (come s’è detto): v ∫ Es ⋅Gdr = 0 . G G
G
Il passaggio di corrente, invece, richiede che v ∫ E ⋅ dr ≠ 0 . Dunque v∫ ⋅ dr = fem (che è
E
detta forza elettromotrice del generatore: essa ha lo stesso valore della differenza
di potenziale V (0) ai capi del generatore, quando questo non eroga corrente).
In un circuito semplice come quello costituito da un generatore e da un resistore, la
fem è costituita (a sua volta) dalla somma di iR (corrente circolante ⋅ resistenza del
circuito) e ir (corrente circolante ⋅ resistenza interna del generatore): fem = iR + ir .
4.7 – Leggi di Kirchhoff
Lo studio dei circuiti elettrici può essere condotto utilizzando due equazioni dovute a
Kirchhoff, note come Legge delle maglie e Legge dei nodi. Per definizione, una
maglia è un insieme di rami di un circuito che formano un circuito chiuso; un nodo è
un punto di confluenza di due o più rami del circuito.
- Legge delle maglie: circolando in una maglia in uno qualsiasi dei due versi, la
somma delle cadute di potenziale relative agli elementi del circuito è nulla;
- Legge dei nodi: in ogni nodo la somma delle correnti entranti è uguale alla
somma di quelle uscenti.
Regole per i segni: se in un ramo di resistenza R la corrente è concorde (discorde)
con il verso scelto nella maglia, il prodotto iR ha segno positivo (negativo); se un
generatore di forza viene attraversato, seguendo il verso scelto nella maglia, nel verso
che va dal polo negativo (positivo) a quello positivo (negativo), la forza elettromotrice
ha segno positivo (negativo).

4.8 – Misure di corrente, tensione e resistenza


Esistono molti strumenti per tali misurazioni; vi sono ad esempio i multimetri, con
cui si possono effettuare direttamente misure sia di tensione, sia di corrente, sia di
resistenza, collegando semplicemente i terminali dello strumento a due punti del
circuito da esplorare, dopo aver scelto il tipo di misura che si desidera effettuare. Oggi
questi strumenti sono digitali.
Fra gli strumenti analogici troviamo invece i galvanometri e gli amperometri: i
primi operano nel campo delle correnti di debole intensità, i secondi nel campo di
intensità di correnti più elevate; esistono particolari modalità d’uso di tali strumenti:
- amperometri e galvanometri devono essere utilizzati interrompendo in un punto
il circuito e inserendo in serie lo strumento;
- la resistenza interna di amperometri e galvanometri dev’esser la più bassa
possibile per ridurre le perturbazioni prodotte dall’inserimento di tale strumento
nel circuito attraversato da corrente;
- se la portata dello strumento è inferiore all’intensità della corrente da misurare,
lo strumento può essere adattato collegandogli in parallelo una resistenza
(shunt).
Per misurare la differenza di potenziale si utilizzano invece i voltmetri, che si possono
costruire a partire da amperometri, collegando un serie una resistenza elettrica di
valore elevato:
- devono essere collegati in parallelo all’elemento tra i cui estremi si desidera
misurare la differenza di potenziale;
- devono avere elevata resistenza elettrica in modo da rendere minima la
variazione della differenza di potenziale prodotta dal loro inserimento nel
circuito.

4.9 – Fenomeni non stazionari


Si è detto che la legge di Kirchhoff delle maglie traduce in altra forma la proprietà del
campo elettrostatico di essere conservativo. In condizioni non stazionarie il campo
elettrico non gode di tale proprietà e quindi, a rigore, non si potrebbe applicare tale
relazione. Tuttavia, in molti casi, si ha a che fare con situazioni quasi stazionarie,
per le quali si può considerare che le variazioni nel tempo delle correnti si facciano
sentire quasi immediatamente in ogni punto del circuito, in modo che si possa
assegnare all’intensità di corrente nei vari punti del circuito un valore comune i (e si
possa applicare Kirchhoff).
Consideriamo, ad esempio, un circuito RC-serie (generatore di forza elettromotrice =
fem; resistenza = R; condensatore = C). Una volta messo in funzione il circuito
tramite la chiusura di un contatto, la legge di Kirchhoff permette di scrivere:
fem − Ri − ΔV = 0
( ΔV = differenza di potenziale fra le armature del condensatore)
dq q
fem − R − =0
dt C
Integrando con la separazione delle variabili:
dq dt
=
C fem − q RC
q t
dq dt
∫ C fem − q = ∫ RC
0 0
−t
C fem − q = C fem e RC

⎛ −t ⎞
q (t ) = C fem ⎜1 − e RC ⎟
⎝ ⎠
Questo risultato mostra che:
- al momento iniziale la carica è nulla;
- asintoticamente la carica tende al valore C fem ;
- la rapidità con cui la funzione tende al valore asintotico dipende dal prodotto
τ = RC che ha le dimensioni di un tempo ed è denominato costante di tempo
del circuito).

Derivando rispetto al tempo la funzione q(t) otteniamo la funzione i(t):


dq fem − t RC
i (t ) = = e .
dt R
Si nota che:
fem
- la corrente ha un valore massimo iniziale: ;
R
- asintoticamente tende a zero con la costante di tempo RC del circuito.

Analoghi ragionamenti possono essere fatti per la fase di scarica (riaprendo


l’interruttore).
−t
Funzione della carica: q (t ) = C fem e RC

fem − t RC
Funzione della corrente: i (t ) = − e
R
5.1 – Il magnetismo
I fenomeni magnetici elementari, consistenti negli effetti di attrazione di alcuni
metalli (in particolare il ferro) da parte della magnetite, sono noti fin dall’antichità.
Già nell’antica Grecia (Socrate), e nell’antica Roma (Plinio, Lucrezio), troviamo le
prime citazioni di questo fenomeno. I marinai già fin dal XI secolo conoscevano la
capacità magnetica della bussola di orientarsi verso il nord, e risale al 1600 (W.
Gilbert) l’ipotesi che la Terra si comporti come un gigantesco ago magnetico.
Le prime misure rigorose risalgono al 1750 (John Michell) e aumentano di precisione
col passare degli anni (1785, Coulomb).
Nel 1813 l’esperimento di Oersted rivela che vi è un collegamento fra fenomeni
elettrici e fenomeni magnetici, mentre prima di allora questi due mondi erano
considerati come separati.
Un’importante caratteristica dei magneti è che essi sono sempre formati da due
distinti poli, denominati polo nord e polo sud; valgono per essi le stesse regole che
caratterizzano il comportamento delle cariche elettriche: poli uguali si respingono, poli
diversi si attraggono.
Hanno poi un’altra proprietà: dividendo i magneti nel tentativo di separare fra loro i
poli nord e sud, si ottengono invece altri due magneti completi. L’impossibilità di
G
separare i due tipi di poli è espressa dalla relazione div B = 0 , che analizzeremo in
seguito.

Come nel caso dei fenomeni elettrici, è conveniente descrivere l’interazione magnetica
G G
mediante un campo, chiamato B . Il campo B ha linee di forza chiuse che nascono
sempre dal polo nord e terminano nel polo sud.

5.2 – Gli esperimenti di Oersted e Ampére


Nel 1813 Oersted dimostrò l’esistenza di un legame profondo fra fenomeni elettrici e
fenomeni magnetici, rompendo l’isolamento fra queste due classi di effetti. Facendo
circolare una corrente in un filo rettilineo, si accorse che un ago magnetico posto nelle
vicinanze si disponeva tangenzialmente a una circonferenza, situata su un piano
perpendicolare al filo e avente centro sul filo. Invertendo il verso della corrente, l’ago
magnetico ruotava di 180°.
G
Il verso della corrente e quello di B si può ricordare grazie alla regola della mano
destra (pollice perpendicolare alle dita tenute chiuse, nel verso della corrente; le altre
G
dita indicano il verso del campo B ).
Nel 1814 Ampère eseguì un esperimento utilizzando due fili paralleli percorsi da
corrente, in cui era possibile cambiare il verso della corrente in uno dei due: egli
osservò che i fili si attraevano se i versi erano gli stessi, si respingevano se le correnti
circolavano in versi opposti. Il fenomeno osservato non era quindi di natura
elettrostatica.
Un altro importante contributo conoscitivo fu dato da Biot e da Savart che,
utilizzando un lungo filo percorso da una corrente di intensità i, confermarono il
risultato di Oersted relativo alle linee del campo, e determinarono la dipendenza del
campo magnetico da i e dalla distanza r da filo, secondo la legge B ∝ i .
r

5.3 – Forza di Lorentz e campo magnetico


I dati sperimentali rivelano che la forza percepita da una carica q (viaggiante a
G G
velocità v ) immersa in un campo magnetico B , nota anche come Forza di Lorentz,
G G G G
è pari a: F = qv × B . L’unità di misura che definisce l’intensità del campo B è il tesla
[T], o il gauss [G] (1 T = 10000 G).
Il lavoro compiuto dalla forza di Lorentz è sempre nullo.
5.4 – Campo magnetico prodotto da correnti stazionarie
La legge di Biot e Savart (prima citati), per un campo magnetico prodotto da una
corrente stazionaria i che scorre in un filo rettilineo molto lungo, assume la forma:
μ0i
B=
2π r
dove il coefficiente di proporzionalità μ0 è detto permeabilità magnetica del vuoto
e vale 4π ⋅10−7 N .
A2
Si può trovare questo risultato assumendo che ogni infinitesimo elemento dl di un
conduttore percorso da corrente i contribuisca al campo magnetico in un punto P con
un campo elementare espresso dalla relazione:
G μ dl × rG
dB = 0 i 3
4π r
(prima Legge elementare di Laplace)
G
Per trovare il campo B totale si faccia un integrale:
G G μ0 G
dl × r
B = v∫ dB =
4π v∫ r 3
i

(Legge di Ampère-Laplace)
G
L’intensità del campo B al centro di una spira circolare di raggio R, percorsa da
corrente i, è invece la somma di tutti i contributi elementari:
G μ dl
dB = 0 i 2
4π R
Calcolando l’integrale:
G G μ
B = v∫ dB = 0 i
2R
Volendo calcolare il valore del campo magnetico su un punto P situato sull’asse della
spira a distanza d dal suo centro O (ipotesi: d  R ):
- si cerca il contributo elementare di un frammento infinitesimo di spira sul punto
μ0 i dl
situato sull’asse distante R 2 + d 2 : dB = ;
4π R 2 + d 2
- si tiene conto del fatto che tutti i contributi non diretti lungo l’asse z (sta sul
piano in cui giace la spira) vengono annullati da un contributo simmetrico e
dunque non vanno contati; quelli che davvero influiscono sono
μ0 i dl
dBz = sin ϑ (dove ϑ è l’angolo tra il segmento PO e la congiungente P
4π R 2 + d 2
R
e la il punto sulla circonferenza). Tenendo conto che sin ϑ = :
R +d
2 2

μ Ri dl
dBz = 0 ;

(R )
3
2
+d 2 2

μ0 R 2i
- si integra su tutta la circonferenza: Bz = , ma ricordando che
(R )
2 3
2
+ d2 2

μ 0 R 2i
d  R , si ottiene il risultato cercato: Bz ≈ .
2 d3
5.5 – Forze magnetiche su circuiti percorsi da corrente
G
L’esistenza di un campo B in un punto dello spazio produce su cariche in moto
G G G
passanti per quel punto un’azione dinamica dovuta alla forza di Lorentz F = qv × B . Il
G
fatto che un conduttore, posto in un campo B , non subisca l’azione di alcuna forza se
non è percorso da corrente dipende dall’annullamento complessivo di tutte le forze
agenti sui singoli portatori di carica, le cui velocità hanno direzioni dirette
casualmente.
Se invece nel conduttore circola corrente, l’insieme delle forze agenti sulle singole
cariche dà origine a una forza complessiva la cui espressione, per un tratto di
lunghezza infinitesima dl di un conduttore, è data dalla seconda Legge elementare
di Laplace:
G G
dF = i dl × B
Da questa relazione si può ricavare anche quella di Biot-Savart: prendiamo il caso
particolare di un filo di lunghezza finita (da A a C), integriamo su di esso
G C G
F= ∫ i dl × B
ΓA
Desideriamo ora ottenere una nuova formulazione della forza complessiva che un
circuito (1) percorso da corrente esercita su un secondo circuito (2).
G G G G
μ0 dl × r
Combiniamo dunque le relazioni dB = i 3 e dF = i dl × B all’interno di quella
4π r
⎛ G
G μ0 dl1 × r ⎞
appena scritta, per ottenere: F = v∫ i2 dl2 × ⎜⎜ Γ v∫ 4π i1 r 3 ⎟⎟ .
Γ2 ⎝ 1 ⎠
⎛ G
G μ0 dl1 × r ⎞
Portando fuori le costanti: F = i1i2 v∫ dl2 × ⎜ v∫ 3 ⎟
.
4π ⎜Γ ⎟
Γ2 ⎝ 1
r ⎠
La relazione, una volta integrata, indica la forza che il primo filo (corrente: i1 ; distanza
dal filo due: d ) esercita su un tratto di lunghezza l del secondo filo (corrente: i2 ),
G μ0 1 G μ l
diventa: F = i1i2 v∫ dl2 × 2 = F = 0 i1i2 .
4π Γ2 d 2π d
Quest’ultima relazione è utilizzata per definire l’unità di misura dell’intensità della
corrente elettrica: l’ampère è l’intensità di quella corrente che, circolando in due
lunghi fili paralleli posti a distanza di 1 m l’uno dall’altro, produce su ciascuno dei due
una forza per unità di lunghezza di 2 ⋅10−7 N / m .

5.6 – Le sorgenti di B e la sua divergenza


Come s’è visto, siccome risulta impossibile separare il polo magnetico nord da quello
G
sud, le linee di flusso di B hanno una struttura del tutto simile a quella delle linee del
G
campo E del dipolo elettrico. Per una qualunque superficie chiusa SC che contenga al
proprio interno un ago magnetico, il numero delle linee uscenti uguaglia quello delle
linee entranti, dunque si può dire che:
G
Φ SC ( B ) = 0
Che può essere espressa (sotto opportune condizioni) nella forma locale:
G
∇⋅B = 0
5.7 – Legge di Ampère e rotore di B
La legge di Ampère afferma che, scelta una qualsiasi linea chiusa l lungo la quale
G
calcolare la circuitazione di B ad essa non danno alcun contributo le correnti non
concatenate con la linea, mentre contribuiscono tutte quelle concatenate (che
attraversano “l’interno” della linea). Il risultato finale è espresso in tale modo:
G con
v∫ B ⋅ dl = μ 0 ∑ ik
k
(ciascuna corrente concatenata è positiva se il verso della circuitazione è antiorario rispetto al suo verso,
negativa nel caso contrario)

Tale legge è valida in generale, anche se i conduttori in cui circolano le correnti che
generano il campo non sono rettilinei.
La legge di Ampere può essere espressa in forma differenziale usando il teorema di
Stokes, il quale afferma che il flusso del rotore di un campo vettoriale attraverso una
particolare superficie è uguale alla circuitazione del campo lungo la frontiera della
superficie stessa, cioè che
G G G G
v∫
Γ A ⋅ dr = rotA ⋅ dS , ∫
S
in cui il verso della normale alla superficie S è tale che rispetto ad esso il verso
positivo per il calcolo della circuitazione risulti antiorario.
G G G
Sfruttiamo questa relazione per la circuitazione di B , ricordando che J = Nqvd
(densità di corrente elettrica, sfruttata qui per esprimere la corrente totale):
G G G G
∫ rotB ⋅ dS = μ0 ∫ J ⋅ dS
S S
G G G
(per additività) ∫( )
rotB − μ0 J ⋅ dS = 0
S
G G
dunque rotB = μ0 J
Il teorema di Stokes può inoltre essere riformulato e trasformato in modo da ottenere
G
v∫ ∫
la relazione Γ f dl = − S ∇f × dS .
G
Un’interessante applicazione del teorema d’Ampère consiste nel calcolo del campo B ,
prodotto da un solenoide percorso da una corrente d’intensità i. Il solenoide viene
costruito avvolgendo in modo elicoidale un filo attorno a un cilindro: i parametri che lo
caratterizzano sono la sua lunghezza totale L e il numero N delle spire avvolte.
Considerando un solenoide molto lungo (escludendo la zona immediatamente vicina ai
bordi e considerando il solenoide stesso come una successione di spire circolari piane
estremamente vicine l’una all’altra), utilizziamo una linea chiusa rettangolare tutta
quanta esterna ad esso: non esistendo correnti concatenate con tale linea, il campo
magnetico è uguale per ogni lato di questa linea, e dunque il campo fuori dal
solenoide è uniforme (e pari a zero). Anche il campo all’interno del solenoide è
uniforme (come si può dimostrare con una linea chiusa completamente inserita nello
stesso).
G
Calcoliamo invece la circuitazione di B lungo un circuito chiuso uguale ai precedenti,
ma con un lato all’interno e uno all’esterno del solenoide.
Stabilito un verso della corrente, tenuto conto che il numero di spire concatenate al
Nl
circuito chiuso è ( l è la lunghezza dei lati del circuito scelto e paralleli al
L
solenoide) e che il campo esterno è nullo, applichiamo il teorema di Ampère e
otteniamo:
G con
N
v∫ B ⋅ dl = μ 0 ∑ ik Æ Bint l = μ0
L
li
k
Indicato con n il rapporto N : Bint = μ0 ni (verso: regola della mano destra).
L
Abbiamo evidenziato che:
- nell’attraversare la superficie del solenoide si va incontro a una discontinuità
G
di B ;
G
- il solenoide è l’analogo del condensatore piano, essendo uniforme B al suo
interno; esso è dunque un sistema particolarmente adatto per valutare in modo
semplice la densità di energia del campo magnetico.

5.7.1 – Calcolo del campo magnetico nel caso di un cilindro


Consideriamo un cilindro di lunghezza indefinita, raggio R, percorso da una
corrente di intensità i, avente densità omogenea su tutta la sezione del cilindro.
Poniamo che non siano presenti altre correnti, così che il sistema presenti
simmetria cilindrica attorno al proprio asse. La densità di corrente ha modulo
I I G
J= = ; per i punti esterni al cilindro calcoliamo la circuitazione di B su una
S π R2
G G G G
circonferenza di raggio r > R: v ∫ B ⋅ dl = 2π rB = μ 0 i . Dunque B dipende dalla
G i
distanza dall’asse ed è pari a B = μ0 . Per i punti interni al cilindro (r < R)
2π r
l’intensità di corrente concatenata è quella che attraversa una circonferenza di
2
raggio r, ovvero i = J π r 2 = i r . Applichiamo il teorema d’Ampère:
R2
G con
ir ir
v∫ B ⋅ dl = μ 0 ∑ ik Æ 2π rB = μ0 Æ B = μ0
k R 2
2π R 2
Dunque, all’interno del cilindro il campo B aumenta linearmente con r fino alla
superficie, dove raggiunge il valore massimo e quindi inizia a diminuire come 1/r
all’esterno.

5.8 – Campo magnetico prodotto da una carica in moto


L’esistenza di un campo magnetico prodotto dalla corrente che circola in un filo è
evidentemente collegata alla presenza, nel conduttore, di cariche in movimento.
L’evidenza sperimentale che in assenza di corrente non vi sia alcun campo, malgrado
gli elettroni siano animati di velocità di modulo elevato nel loro moto d’agitazione
termica, può essere conseguenza di due fattori: il campo prodotto da una singola
carica dipende linearmente dalla sua velocità e le velocità delle varie cariche sono
distribuite in modo casuale.
G μ0 dl × rG
Per esplicitare tale dipendenza, conviene esprimere dB = i in termini della
4π r 3
G
densità di corrente J , collegata alla velocità di deriva delle cariche mobili. Considerata
G G G
una superficie elementare dS perpendicolare a J , e tenendo conto di J = Nqvd , si ha
allora che:
G G G G G
i dl = J dS dl = J dV = q ( N dV )vd = ∑ qvi
i
G
G μ dl × rG G μ0 J × rG
Dunque possiamo riscrivere dB = 0 i 3 come dB = dV e poi
4π r 4π r 3
G G
μ qv × r
dB = ∑ 0 k 3 . Dunque, per un singolo portatore di carica, l’espressione del
k 4π r
G G μ0 qvG × rG G
campo magnetico (avente velocità v ): B = . Qui, r è il vettore posizionale,
4π r 3
riferito alla carica q, del punto P in cui si desidera calcolare il campo.

5.9 – Moto di particelle cariche in campi magnetici


G G G G G G G G G
Uniamo le relazioni F = qE e F = qv × B : otteniamo f = q ( E + v × B ) (anch’essa indicata
come Forza di Lorentz).
A partire da questa relazione, se sono noti i campi, utilizzando il secondo Principio
della dinamica, si può determinare l’accelerazione e, da questa, l’equazione del
moto. Osserviamo anzitutto che la Forza di Lorentz compie lavoro nullo: la forza è
infatti sempre perpendicolare allo spostamento e, di conseguenza, nei moti di questo
tipo si conserva l’energia cinetica e resta costante il modulo (ma non la direzione)
del vettore velocità.

Consideriamo una situazione in cui una particella dotata di carica q penetra con
G G G
velocità v in una regione dello spazio in cui è presente un campo B uniforme, con v
G
perpendicolare a B . La forza che agisce sulla carica, di modulo qvB , e diretta
G G qvB
perpendicolarmente a B e v , dà origine ad un’accelerazione di modulo a =
m
G
costante, e di direzione perpendicolare a v . Per indicare, graficamente, una linea di
campo magnetico entrante, si usa il simbolo ⊗, altrimenti (se uscente) si usa : .
Il moto ha quindi le caratteristiche tipiche di un moto circolare uniforme, con
v2 qvB
accelerazione (solo) centripeta pari a =a= . La traiettoria risulta quindi un
r m
mv
arco di circonferenza, di raggio r = .
qB
G
Se dunque una particella carica si sta muovendo con velocità v perpendicolare al
G G
campo B , in una regione in cui B è uniforme, il suo moto è circolare uniforme, con
v qB
pulsazione ω0 = = .
r m
ω0
La frequenza di questo moto prende il nome di frequenza di ciclotrone υ = ,

derivato da quello della macchina acceleratrice di particelle (ciclotrone) in cui trova
applicazione questa proprietà del moto.

Il ciclotrone, il cui primo esemplare fu costruito da Ernest Lawrence nel 1932, è


costituito da due armature metalliche aventi la forma della lettera D, poste nel vuoto
G
in una regione in cui è presente un campo B uniforme, prodotto da un
elettromagnete. Al centro una sorgente emette ioni che prendono a ruotare su orbite
ω0 qB
circolari con frequenza υ = = . Con la stessa frequenza viene applicata fra le
2π 2π m
due armature una differenza di potenziale alternata, il cui valore è dell’ordine di 50-
100 kV. Così la particella, ogni volta che transita nella regione compresa fra i due
elettrodi, acquista un’energia equivalente al prodotto della caria per la differenza di
potenziale attraversata: il raggio di curvatura aumenta, essendo aumentata la
velocità, per cui la traiettoria risulta una successione di semicirconferenze, di raggio
via via crescente.
G G G G
Un altro esempio di applicazione della f = q ( E + v × B ) è l’esperimento eseguito nel
1897 da Thomson, col quale venne misurato il rapporto e fra la carica e la massa
m
dell’elettrone e determinato il segno negativo di tale carica.
Thomson utilizzò un tubo a raggi catodici, dotato di due sistemi di deflessione, in
grado di produrre nella stessa regione dello spazio un campo elettrostatico e un
campo magnetico, reciprocamente perpendicolari.
In assenza dei due campi, il fascio di elettroni formava un’immagine puntiforme sullo
schermo del tubo, che con un campo elettrostatico diverso da zero si spostava di un
tratto misurabile. Ciò permise a Thomson (vedi par. 1.7.6.1) di determinare,
conoscendo la geometria del sistema, lo spostamento del fascio all’uscita delle
placchette di deflessione. Com’è stato dimostrato, esso risulta:
1 2 1 eE 2 l 2
y= aτ =
2 2 m v02
Successivamente, egli regolò l’intensità della corrente in modo da produrre un campo
G
elettromagnetico che, bilanciando l’effetto del campo E , riportasse il fascio di elettroni
G G G G
nella posizione originale. Dalla f = q ( E + v × B ) è immediato stabilire la relazione
E
esistente fra le intensità dei campi e il modulo della velocità v0 = che, combinata
B
1 eE 2 l 2 e 2 yE
con la y = , dà come risultato: = .
2 m v02 m B 2l 2
Il valore trovato da Thomson è molto vicino a quello delle misurazioni più recenti.

5.10 – Effetto Hall


Esiste una verifica sperimentale del fatto che siano gli elettroni a muoversi nei metalli:
essa sfrutta quel particolare fenomeno chiamato Effetto Hall.
Consideriamo un sottile conduttore metallico di forma rettangolare, percorso da una
G
corrente di intensità i e immerso in un campo B diretto perpendicolarmente alla
G G G G
lamina; quest’ultimo esercita ovviamente la forza di Lorentz f = q ( E + v × B ) sulle
cariche in movimento dal punto di potenziale maggiore al punto di potenziale minore,
ai due estremi del conduttore.
L’azione complessiva del campo magnetico sui portatori di carica presenti in un
volume dV è dunque pari a:
G
G J G
EH = ×B
Nq
Il campo magnetico ha dunque l’effetto di deviare le nostre cariche da un lato all’altro
della lamina conduttrice, nello stesso tempo in cui esse si muovono verso il potenziale
minore (ad un estremo).
G
Tenendo conto che J ha in ogni caso lo stesso verso (da un estremo all’altro del
conduttore, tra i quali esiste la differenza di potenziale) e che tale caratteristica ha
anche la forza di Lorentz (dipende sia dalla velocità che dalla carica, ma nei casi che
andremo ad esaminare cambiano entrambe queste grandezze, dunque il verso della
forza è sempre lo stesso), si possono ora formulare due ipotesi, una sola delle quale è
corretta:
- la carica dei portatori è positiva: in questo caso le cariche positive vengono
sospinte verso uno dei due lati, generando una differenza di potenziale fra
questi;
- la carica dei portatori è negativa: le cariche negative vengono sospinte
verso uno dei due lati (lo stesso del caso precedente), generando una
differenza di potenziale (ma opposta a quella del caso precedente) fra questi.
Comunque sia, tale spostamento trasversale ha termine nel momento in cui si
raggiunge una situazione di regime, in cui le cariche così accumulate danno luogo ad
G G
un campo elettrostatico ES , uguale e opposto al campo EH .
A quel punto, misurando la differenza di potenziale fra i due bordi della lamina è
possibile capire quale dei due casi precedentemente illustrati sia quello veritiero.

5.11 – Equivalenza tra spire ed aghi magnetici


Si mostrerà che, purché esista la semplice relazione:
G G
m = iSk
G
Fra momento di dipolo magnetico m di un magnete e il prodotto dell’intensità di
G
corrente i per l’area S della spira ( k è il versore perpendicolare al piano della spira,
che vede la corrente come antioraria), magnete e spira si equivalgono.
Tale equivalenza ha due aspetti:
G
- spira e magnete producono lo stesso campo B ;
G
- posti in uno stesso campo B , subiscono la stessa azione meccanica.
Dimostriamo anzitutto il primo punto: il campo prodotto da una spira (vedi 5.4) è
μ 0 R 2i μ0 Ai
Bz ≈ , che diventa Bz ≈ (moltiplicando per π al numeratore e al
2 d 3 2π d 3
denominatore, e tenendo conto che R 2π è l’area A della spira). Ricordiamo però che
G G
m = iSk (S sta per superficie, quindi qui è la nostra A), dunque la relazione diventa:
μ m
Bz = 0 3
2π d
(si ricordi che si riferisce a un punto P distante d dal centro della spira, col verso dell’asse z scelto in
modo che rispetto ad esso la corrente circoli in verso antiorario)ù

Ora cerchiamo il campo dell’ago magnetico: si definisce intensità p di un polo il


rapporto fra i moduli della forza agente su di esso in un dato campo e l’intensità di
G
questo. Otteniamo dunque che il modulo del campo B , prodotto dal polo di intensità
μ0 p1
p1 , risulta B = (verso: uscente dal polo nord, entrante nel polo sud).
4π r 2
G
Come fatto nel paragrafo 5.4, calcoliamo ora il campo B prodotto da un ago
magnetico di lunghezza l in un punto del suo asse (distante d, dove d  l ).
Scegliamo un sistema di riferimento con l’origine O nel punto medio del dipolo e l’asse
z diretto dal polo nord verso l’esterno; in analogia con la definizione del momento di
G
dipolo elettrico, definiamo il momento di dipolo magnetico m come il vettore di
intensità m = pl, parallelo all’ago magnetico, col verso orientato dal polo sud al polo
nord (come dire: da carica negativa a positiva). In un punto P dell’asse z, distante d
μ0 ⎛ p p ⎞
dall’origine O, la componente Bz del campo risulta: Bz = ⎜⎜ − ⎟.
4π ⎝ (d − l / 2) 2
(d + l / 2) ⎟⎠
2
Siccome per ipotesi d  l , possiamo trascurare al denominatore tutto ciò che riguarda
l e scrivere:
μ0 ⎛ p(d + l / 2) 2 p (d − l / 2) 2 ⎞
Bz ≈ ⎜ − ⎟⎟
4π ⎜⎝ d4 d4 ⎠
Un’altra approssimazione consiste nel trascurare, al numeratore, l 2 rispetto a l ; si
μ0 2 pld μ0 m
ottiene: Bz ≈ ≈ .
4π d 4 2π d 3
Dunque, aghi e spire si equivalgono per quanto riguarda il campo generato.

Esaminiamo ora il secondo aspetto dell’equivalenza, quello relativo al comportamento


G G G G
di aghi e spire posti in un campo B uniforme. A partire dalla relazione M = p × E , che
G G
esprime il momento meccanico M agente sul momento di dipolo elettrico p situato in
G G
un campo esterno E , possiamo per analogia scrivere il momento meccanico M che
G G
agisce sul momento di dipolo magnetico m situato in un campo esterno B come:
G G G
M = m× B
Se si tiene presente (qui, senza dimostrazione) che una spira di area S, percorsa da
G
una corrente di intensità i, subisce in un campo uniforme B l’azione di un momento
G G G G G G
meccanico M = iS × B , ne segue che m = iS (modulo S : area della spira; direzione:
perpendicolare al piano della spira, verso tale che la corrente circoli in direzione
G
antioraria) e dunque ago e spira subiscono da un campo esterno B le stesse
G G
azioni meccaniche (la m = iS era tra l’altro data per ipotesi all’inizio del paragrafo).

5.12 – Riassumendo
Campo generato da:
μ0i
- filo cilindrico percorso da corrente: B= ri
2π R 2
- solenoide: B = μ0 ni
μ Ni
- toroide: B= 0
2π r
μ0 J
- lamina piana: B=
2
- doppia lamina piana: B = μ0 J
6.1 – La legge di Faraday dell’induzione
Fu formulata nel 1831, ma trovata indipendentemente sia da Faraday che da Henry
e nello stesso periodo. Per anni, validi ricercatori avevano cercato inutilmente di
dimostrare che, agli effetti magnetici prodotti da una corrente elettrica e rilevati per la
prima volta da Oersted, dovessero corrispondere effetti (di interazione) provocati da
campi magnetici sulle cariche elettriche. Faraday per primo realizzò le basi
sperimentali necessarie a comprendere che le forze di natura elettrica e quelle
magnetiche rappresentano aspetti differenti di un’unica interazione. Con uno dei suoi
esperimenti, egli dimostrò che il movimento di una calamita, nelle vicinanze di un
circuito elettrico, produceva una corrente; analoghi effetti si osservavano tenendo
fermo il magnete e muovendo la spira. Tale risultato ha un’importanza straordinaria,
non solo sul piano della conoscenza, ma anche dal punto di vista tecnologico, perché è
alla base del funzionamento dei generatori elettrici, che permettono di ottenere
correnti elettriche facendo ruotare un circuito in prossimità di una calamita. Nel
tentativo di ottenere le leggi che regolano i fenomeni che stava studiando, egli costruì
il primo motore elettrico.
Con un’altra serie di esperimenti, Faraday mise in evidenza che, utilizzando due
avvolgimenti formati da numerose spire e schematizzati con due spire affacciate l’una
all’altra, chiudendo il contatto A che fa circolare corrente nella prima di esse, il
galvanometro G, inserito nel circuito della seconda, registra un passaggio di corrente
(indotta). Lo stesso fenomeno si manifesta quando il contatto A viene aperto,
interrompendo la circolazione della corrente nella prima spira. In quest’ultimo caso, il
galvanometro indica che il verso della corrente è opposto a quello della corrente
osservata alla chiusura del circuito. Il punto fondamentale è che tali fenomeni si
manifestano solo nella fase in cui la corrente del primo circuito non è stazionaria; nella
situazione stazionaria, infatti, Faraday osservò che il galvanometro non segnava il
passaggio di alcuna corrente indotta. Si tratta, in fondo, di effetti analoghi a quelli che
si verificano avvicinando o allontanando un magnete da una spira; solo mentre il
magnete è in moto si osserva passaggio di corrente, il cui verso di circolazione nella
spira dipende da quello in cui si sta muovendo il magnete.
Le osservazioni sperimentali sopra descritte portarono Faraday alla conclusione che
G
tutti gli effetti osservati sono dovuti alla variazione temporale del flusso Φ ( B ) del
campo magnetico concatenato con la spira. Il verso in cui circola la corrente indotta è
tale che il campo magnetico da questa a sua volta generato si opponga alla
variazione che l’ha prodotto (Legge di Lenz). La circolazione di una corrente nella
spira dimostra l’esistenza di una forza elettromotrice (indotta) prodotta dalla
variazione del flusso. L’analisi quantitativa dei risultati sperimentali porta a stabilire la
Legge dell’induzione:
G
d Φ( B)
femind =−
dt
Il segno negativo esprime in modo formale la legge di Lenz. Va posta attenzione al
fatto che tale segno non ha, in realtà, carattere assoluto, essendo condizionato dal
modo in cui si fissa il versore della superficie delimitata dalla spira.
G
- versore n Æ quello determinato dal corrente positiva circolante in senso
antiorario lungo (ad es.) una spira;
- corrente indotta i: si guardi la direzione delle linee di forza del campo
magnetico (entranti o uscenti);
G
o il magnete si avvicina (direzione n ) con linee di forza entranti nella spira:
la corrente ha senso orario (con la regola della mano destra, la corrente
indotta “segue” il moto del magnete);
G
o il magnete si allontana (direzione - n ) con linee di forza entranti nella
spira: la corrente ha senso antiorario (con la regola della mano destra, la
corrente indotta “segue” il moto del magnete);
G
o il magnete si avvicina (direzione n ) con linee di forza uscenti dalla spira:
la corrente ha senso antiorario (con la regola della mano destra, la
corrente indotta “si oppone” al moto del magnete);
G
o il magnete si allontana (direzione - n ) con linee di forza uscenti dalla
spira: la corrente ha senso orario (con la regola della mano destra, la
corrente indotta “si oppone” al moto del magnete).

6.2 – Induzione dovuta al moto relativo


Consideriamo una situazione di flusso tagliato, quale può verificarsi estraendo con
G
velocità costante v una spira rettangolare di lati a ed l dal traferro di un
G
elettromagnete che produce un campo B uniforme, diretto perpendicolarmente al
piano della spira. A causa di tale traslazione, gli elettroni presenti nel conduttore
metallico, in media fermi rispetto alla spira, acquistano tutti la medesima velocità di
G
trascinamento v . Se consideriamo tutti i portatori di carica che si trovano in un
volumetto elementare del conduttore, il campo elettromotore “macroscopico” è
G G G
rappresentato da Eem = v × B . Tale campo non produce alcun effetto macroscopico sui
G
lati paralleli alla velocità v , ma sugli altri due (quelli perpendicolari) vengono a
formarsi differenze di potenziale ΔV = vBl . Quando però la spira è completamente
G
immersa nel campo B la circuitazione lungo di essa risulta nulla, e tale è anche la
forza elettromotrice indotta, perché queste differenze di potenziale si oppongono e si
annullano.
G
Se la spira inizia ad uscire dal campo, la circuitazione di Eem risulta diversa da zero, e
G
femind = vBl . La scelta del verso della circuitazione determina quello della normale n
alla superficie della spira; indicata con x la lunghezza della parte di spira ancora
G
immersa nel campo (riferita ai lati paralleli a v ), il flusso del campo attraverso la
G
superficie della spira risulta Φ = Blx (lx è l’area della spira ancora immersa in B ). Se
ne facciamo la derivata temporale:
dΦ dx
= Bl = − Blv
dt dt
(il – è dovuto al fatto che x diminuisce nel tempo)

Utilizzando la legge di Faraday si ha dunque che femind = − = −(−vBl ) = vBl (che è lo
dt
stesso risultato ottenuto la forza elettromotrice mediante la forza di Lorentz). La
circuitazione del campo elettromotore è però diversa da zero e la spira Γ
G G G
v∫
diventa sede della forza elettromotrice indotta: femind = (v × B ) ⋅ dr .
Γ
La corrente che si forma si “oppone” all’estrazione della spira dalla regione in cui è
presente il campo magnetico, e tende ad “incrementare” il flusso del campo magnetico
(che di contro diminuisce, perché diminuisce l’area immersa). Tale risultato è valido
per il caso generale di una spira indeformabile di forma arbitraria.
Infine, il lavoro compiuto dalla forza per estrarre la spira dal campo risulta uguale
all’energia termica dissipata per effetto Joule nella spira.

Il flusso tagliato è un meccanismo che, nei generatori elettrici, è alla base delle
trasformazioni di energia dalla forma meccanica a quella elettrica. La parte in
movimento, dovendo rimanere confinata all’interno della macchina, deve
necessariamente ruotare attorno ad un asse fisso. Schematizziamo la situazione
considerando una spira rettangolare, avente lati di lunghezza a ed l (lato l parallelo
G G
all’asse di rotazione, perpendicolare al campo B ), che ruota con velocità angolare ω
attorno a un asse fisso passante per i punti medi dei lati di lunghezza a, all’interno di
G
un campo magnetico uniforme B . Le forze di Lorentz agenti sulle cariche mobili
presenti nei due conduttori di lunghezza a sono dirette perpendicolarmente ai
conduttori e quindi non danno alcun contributo alla forza elettromotrice (non
circolano!). Le cariche di conduzione presente invece nei tratti di lunghezza l si

muovono rispetto al campo con velocità di modulo v = ; se ϑ è l’angolo tra i vettori
2
G G
v (= velocità tangenziale istantanea di rotazione della spira) e B , il campo
G G
− ev × B G G
elettromotore derivante dalla forza di Lorentz risulta Eem = = v × B , diretto
−e
parallelamente ai lati di lunghezza l. Di conseguenza, il modulo del campo è dato da
G G
Eem = vB sin ϑ (massimo quando la v è perpendicolare a B ). La differenza di
potenziale agli estremi del tratto di lunghezza l è dunque ΔV = vBl sin ϑ . Sul lato
parallelo si verifica un effetto analogo, e poiché i due campi elettromotori agenti nei
due lati paralleli sono opposti, i loro contributi alla circuitazione si sommano, dando
G
come risultato: fem = 2ΔV = 2vBl sin ϑ . Tenendo conto del valore di v (= ω a / 2 ), si
ottiene: fem = ω Bal sin ϑ = ωΦ sin ϑ , dove Φ = Bal è il flusso massimo del campo
G
magnetico attraverso la superficie della spira (che si ha quando B e il versore
G
normale alla spira n normale alla spira sono paralleli e concordi).
Al variare di ϑ nel tempo, sin ϑ assume valori positivi e negativi, per cui se la spira è
interrotta in un punto e ruota con velocità angolare costante, fra i due estremi si
ottiene una forza elettromotrice che varia nel tempo con legge
fem = fem0 sin ωt
Essa non è continua, ma alternata, e il suo verso cambia nel tempo con la stessa
frequenza di rotazione della spira. Se tale spira non è interrotta, in essa circola
corrente con intensità e verso che cambiano nel tempo secondo la legge
fem0 sin ωt
i = fem =
R R

6.3 – Induzione per trasformazione


Consideriamo ora le situazioni in cui le variazioni di flusso attraverso una spira Γ
ferma nel laboratorio siano dovute esclusivamente alla variazione nel tempo del
campo magnetico nella zona occupata dalla spira. Se il campo magnetico è
generato da circuiti rigidi percorsi da correnti, mantenuti in posizioni fissate nel
laboratorio, tali variazioni sono dovute a variazioni nel tempo delle intensità delle
correnti. Per la legge di Faraday la forza elettromotrice indotta è data da
G
G G d Φ( B) d G G
(tra )
femind = v∫ Eem ⋅ dr = − = − ∫ B ⋅ dS
Γ
dt dt S
ove l’integrale va calcolato su una qualunque superficie S che si appoggia alla spira Γ .
G
Dato che quest’ultima è fissa, tale superficie è indipendente dal tempo e quindi Φ B ( )
G
può cambiare solo in dipendenza dall’eventuale variazione nel tempo di B . In altri
G
⎛ ∂B ⎞ G
termini:
(tra )
femind = −∫ ⎜ ⎟ ⋅ dS .
S ⎝ ∂t ⎠
G G G
Per il teorema di Stokes si ha che: femind =
(tra )
v∫ em
E ⋅
G
dr = ∫ ∇ (
× Eem ⋅ )
dS .
Γ S
Da questa relazione si può dedurre (per confronto) che il campo elettromotore
G
G ∂B G
soddisfa la relazione ∇ × Eem = − ⋅ dS . D’altra parte, tenendo conto della discussione
∂t
fatta nel paragrafo precedente, il campo elettromotore agente nella presente
situazione, in cui il conduttore è fisso, non è associabile alla parte magnetica della
G
forza di Lorentz, ma a un campo elettrico indotto indicato con Ei , per il quale
G
G ⎛ ∂B ⎞ G
v∫ Ei ⋅ dr = − ∫ ⎜⎝ ∂t ⎟⎠ ⋅ dS
Γ S
G
G G ∂B
rotEi ≡ ∇ × Ei = −
∂t
In diversi casi, il calcolo del campo elettrico indotto dalle variazioni nel tempo del
campo magnetico può essere facilitato dalla somiglianza delle equazioni valide per
G G
Ei a quelle valide per un campo magnetico stazionario Bstaz . Infatti, entrambi i campi
G
hanno divergenza nulla (non esistono cariche sorgenti per Ei ) e nelle equazioni
relative ai rotori:
G
G G G G ∂B
rotBstaz = μ0 J rotEi ≡ ∇ × Ei = −
G ∂t
∂B G G G
il vettore − ha per Ei lo steso ruolo del vettore μ0 J per Bstaz .
∂t

6.4 – Rotore di E
G
In generale, un campo elettrico E avrà anche il contributo di una parte elettrostatica
G G
ES (per la quale ∇ × ES = 0 ); quindi, la validità sperimentale della Legge di Faraday
implica anche la relazione:
G
G G ∂B
rotE ≡ ∇ × E = −
∂t
Tale equazione risulta valida, in ogni punto di regolarità dei campi, in presenza di un
campo magnetico variabile nel tempo, anche in assenza di un circuito elettrico. Ad
essa corrisponde la forma integrale:
G
G G ⎛ ∂B ⎞ G
v∫ E ⋅ dr = − ∫ ⎜⎝ ∂t ⎟⎠ ⋅ dS
Γ S
(valida per ogni linea geometrica chiusa Γ)
Le due equazioni ora esaminate rappresentano una nuova e fondamentale legge
dell’Elettromagnetismo, e sostituiscono le leggi (solo statiche):
G
G G ⎛ ∂B ⎞ G G G
v∫ E ⋅ dr = − ∫ ⎜⎝ ∂t ⎟⎠ ⋅ dS Å v∫ ⋅ dr = 0
E
Γ S
G
G G ∂B G
rotE ≡ ∇ × E = − Å rotE = 0
∂t
Mostrano inoltre che un campo elettrico può essere prodotto non solo da cariche
elettriche, ma anche da campi magnetici variabili nel tempo.
6.5 – Mutua induzione e autoinduzione
La legge di Faraday stabilisce una connessione fra le variazione dell’intensità di
corrente in un circuito e gli effetti che esse producono in circuiti posti nelle vicinanze o
nel circuito stesso. I fenomeni di induzione elettromagnetica non sono stazionari e
quindi, in linea di principio, per il calcolo del campo magnetico non potrebbero essere
utilizzate le stesse relazioni discusse nel capitolo 5 per i campi magnetici stazionari.
Tuttavia, si può dimostrare che gli errori indotti dall’uso delle leggi della
magnetostatica nel calcolo di flussi e campi sono trascurabili (purché essi non
cambino molto rapidamente nel tempo).
Teniamo presente questa premessa nei casi che esaminiamo ora: abbiamo due
G
circuiti, con il primo concatenato nel secondo. Il flusso del campo B1 (prodotto dalla
corrente di intensità i1 , circolante nel circuito 1) concatenato col circuito 2 si scrive
G
allora come: Φ 2 ( B1 ) = M12i1 . M12 è detto coefficiente di mutua induzione (o mutua
induttanza). In modo del tutto analogo, si può scrivere il flusso concatenato col
G
circuito 1, dovuto al campo B2 (prodotto dalla corrente di intensità i2 , circolante nel
G
circuito 2): Φ1 ( B2 ) = M 21i2 .
Si vedrà che vale la relazione M12 = M 21 = M . L’unità di misura di M è l’Henry [H].

Unendo questa definizione alla legge di Faraday, è possibile esprimere la forza


elettromotrice indotta dalle variazioni temporali della corrente che circola il un
circuito vicino:
di
fem = − M
dt

6.5.1 – Solenoide
A titolo d’esempio, consideriamo la situazione in cui un solenoide formato da N
avvolgimenti, ciascuno di area A, è collocato al centro di un secondo solenoide
più lungo, di lunghezza lS , costituito da N S avvolgimenti attorno ad un cilindro,
avente sezione di area S > A.
Si vuole calcolare il coefficiente di mutua induzione del primo solenoide sul
secondo, nell’ipotesi che i due sistemi abbiano gli assi coincidenti. Sfruttiamo la
proprietà M12 = M 21 = M per trovare M, ad esempio, come coefficiente di mutua
induzione del solenoide più grande su quello più piccolo.
Ci serve il flusso del campo prodotto dal solenoide più grande su quello più
piccolo (il quale è concatenato con N avvolgimenti di area A del solenoide più
piccolo):
G ANN S N
Φ ( B) = NAB = μ0 i dato che B = μ0i S ;
lS lS
G
G Φ (B ) Φ ( B) ANN S
siccome Φ 2 ( B1 ) = M12i1 Æ 2 1 = M12 possiamo dire che M = = μ0 .
i1 i lS
Naturalmente, se in un circuito varia l’intensità di corrente, si ha anche una variazione
del flusso magnetico concatenato con il circuito stesso. In questo caso si definisce un
coefficiente di autoinduzione L, spesso chiamato anche induttanza, legato al flusso
G
del campo magnetico dalla relazione Φ ( B ) = Li [H].
Un circuito percorso da corrente di intensità variabile nel tempo diventa sede di una
forza elettromotrice che si oppone alla variazione che l’ha generata e che è legata a
di
questa dalla relazione: fem = − L .
dt
6.5.2 – Solenoide (II)
Calcoliamo ora l’induttanza di un lungo solenoide di lunghezza lS , costituito da
N S avvolgimenti attorno ad un cilindro avente sezione di area A, nell’ipotesi in
cui si possa considerare il solenoide come infinito: ciò equivale a supporre che il
campo vicino ai bordi del solenoide abbia lo stesso valore che ha al centro (sia
NS
cioè uniforme). Assumiamo dunque B = μ0i ovunque, internamente al
lS
solenoide, e valutiamo il flusso complessivo moltiplicando l’intensità del campo
AN S2
per l’area A delle spire e per i loro numero complessivo N S : Φ ( B ) = μ0 i.
lS
G Φ ( B) AN S2
Ricordando che Φ ( B ) = Li , si ottiene per L il valore: = μ0 .
i lS
Se i circuiti coinvolti sono più di due, allora in ciascuno di essi si manifestano fenomeni
sia di autoinduzione che di mutua induzione. In tale caso, per il primo di essi potrà
di1 di
essere scritta la forza elettromotrice indotta nella forma: fem1 = − L1 −M 2 .
dt dt
6.5.3 – Correnti di Foucault
Le correnti di Foucault, dette anche correnti parassite, sono un esempio di
correnti indotte che compaiono quando cambia nel tempo il flusso di un campo
magnetico attraverso un conduttore. Gli effetti di tali correnti mostrano
esplicitamente il significato della Legge di Lenz. Una sperimentazione efficace
potrebbe consistere nel far oscillare un pendolo costituito da un conduttore
appeso a un filo in una regione in cui è presente un campo magnetico.
Il campo magnetico entro cui si muove il pendolo può essere quello generato da
un elettromagnete. Inizialmente si fa oscillare il sistema a elettromagnete
spento; quando però l’elettromagnete viene attivato, si osserva un
rallentamento del pendolo: la variazione di flusso magnetico concatenato ha
generato nel conduttore piccole spire di corrente, naturalmente con verso tale
da opporsi alla variazione del flusso. Dal punto di vista energetico, il
rallentamento è dovuto a dissipazione dell’energia meccanica: le correnti
indotte, infatti, possono sviluppare calore per effetto Joule, energia che verrà
sottratta all’energia meccanica dell’oscillazione.

6.6 – Induttanze in serie e in parallelo (in breve, vedi riassunto


elettrotecnica)
Induttori / induttanze: alcuni componenti circuitali caratterizzati (es. solenoidi) da
una significativa (e nota) induttanza.
Induttanze in serie: L = ∑LK ,
K
1 1
Induttanze in parallelo: =∑ .
L K LK

6.7 – Densità di energia del campo magnetico


Il fatto che per variare l’intensità della corrente in un circuito sia necessario
contrastare la forza elettromotrice autoindotta fa comprendere che occorre un lavoro
dall’esterno, ad opera di un generatore di forza elettromotrice: al termine
dell’operazione, l’energia così trasferita e non altrimenti dissipata, deve ritrovarsi da
qualche parte, sotto forma di energia potenziale. Consideriamo ad esempio
un’induttanza L, percorsa da una corrente di intensità i variabile nel tempo, a partire
da una situazione in cui la corrente è nulla. Ai capi dell’induttanza si manifesta una
di
forza “controelettromotrice” data dalla legge di Faraday: femind = − L .
dt
A questa corrisponde un lavoro: δ L = femind dq = femind i dt (quando il circuito è
attraversato da una carica elementare dq).
Dall’esterno contro tale campo si deve quindi compiere il lavoro:
di
δ Lest = −δ L = L i dt = Li di
dt
Integrando fino al raggiungimento della corrente di regime:
i
1 2
L = ∫ Li di = Li = U B
0
2
(dove UB è l’energia potenziale del campo, corrispondente al lavoro L)
Tale lavoro si trova immagazzinato sotto forma di energia potenziale del campo; è
dU B
ora possibile calcolare la densità di energia, u B =
, nel caso di un solenoide (di
dV
AN S2
grande lunghezza Æ campo interno uniforme). Ricordando infatti che L = μ0 , si
lS
ottiene:
1 1 AN S2 2
U B = Li 2 Æ U B = μ0 i
2 2 lS
⎛1 AN S2 2 ⎞
d ⎜ μ0 i ⎟
⎜2 l ⎟
uB = ⎝ ⎠
dU B S
uB = Æ
dV d ( AlS )
(siccome il campo può essere considerato uniforme e il volume è esprimibile con AlS )
1
μ0 AN S2i 2 μ ⎛ N i ⎞
2
μ ⎛ B⎞
2
uB = 2 = 0⎜ S ⎟⎟ = 0 ⎜ ⎟
AlS 2 2 ⎜⎝ lS ⎠ 2 ⎝ μ0 ⎠
NS
(ricordando che in un solenoide B = μ0i )
lS
In conclusione, la densità di energia del campo, nel vuoto, può essere espressa
come:
G
G B 2 (r ) 1 G G
uB (r ) = = B(r ) H (r )
2 μ0 2
Se nel solenoide è presente un mezzo lineare, avente permeabilità magnetica relativa
μr , al denominatore si deve porre μr μ0 .

6.8 – Circuiti oscillanti (vedi anche riassunto elettrotecnica)


Un sistema fisico di notevole interesse per le applicazioni è quello costituito da un
condensatore di capacità C e un’induttanza L fra loro collegati.
Supponiamo che il condensatore, sconnesso dall’induttanza, sia stato caricato con una
carica q. Eseguendo la connessione, le due armature iniziano a scaricarsi, facendo
circolare corrente nell’induttanza. Se, per semplificare la trattazione, si fa l’ipotesi che
la resistenza del circuito sia nulla, e che siano trascurabili le perdine di energia dovute
a emissione di radiazione elettromagnetica, si può imporre la conservazione
dell’energia. Utilizzando le relazioni
i
1 2 q2
L = ∫ Li di = Li = U B UE =
0
2 2C
Che rappresentano rispettivamente l’energia immagazzinata nell’induttanza e quella
nella capacità, si ottiene:
Li 2 q 2
+ = costante
2 2C
Derivando tale equazione rispetto al tempo si ha che:
di q dq ⎛ di q ⎞
+ Li = i⎜ L + ⎟ = 0
dt C dt ⎝ dt C ⎠
di q
Tale relazione è soddisfatta per i=0 e L + = 0 . Quest’ultima si può riscrivere come
dt C
di q d 2q q
L + =0 Æ L 2 + =0
dt C dt CL
⎛ 1 ⎞
La sua soluzione generale è dunque: q (t ) = q0 sin ⎜ t +ϕ ⎟
⎝ LC ⎠

La funzione i(t), invece, si può ottenere mediante i =


dq : i (t ) = q0 cos ⎛ 1 t + ϕ ⎞ .
dt ⎜ ⎟
LC ⎝ LC ⎠
Fra le due è presente uno sfasamento di π (in una compare il seno, nell’altra il
2
coseno): la sua presenza permette di concludere che quando l’energia è tutta nella
forma magnetica, l’energia elettrostatica è nulla e viceversa. L’energia quindi si
trasferisce da una forma all’altra in maniera continua, così come nell’oscillatore
meccanico, in cui muta costantemente dalla forma cinetica a quella potenziale.

6.9 – Fenomeni transitori


Consideriamo un semplice circuito elettrico, i cui componenti sono:
- un generatore di forza elettromotrice continua = fem;
- un’induttanza = L;
- una resistenza R.
Fatto in modo che, inizialmente, non passi corrente (tramite un commutatore), una
volta che questa inizia a circolare, possiamo utilizzare la legge di Kirchhoff delle
maglie per ottenere:
di di dt
fem − L − Ri = 0 Æ =
dt fem − Ri L
(separando le variabili)
i (t ) t
di dt 1 fem − Ri (t ) 1
∫ =∫
fem − Ri 0 L
Æ −
R
ln
fem
= t
L
0
(integrando)
fem ⎛ − Rt ⎞
i (t ) = ⎜ 1− e L ⎟
R ⎝ ⎠
Facciamo alcune considerazioni su questo risultato:
L
- nell’argomento compare il rapporto τ = , che ha le dimensioni di un tempo e
R
prende il nome di costante di tempo del circuito;
- inizialmente l’intensità della corrente è nulla (la forza elettromotrice dovuta
all’autoinduzione annulla l’effetto di quella del generatore);
fem
- la corrente tende a raggiungere il valore (extracorrente di chiusura).
R
Prendiamo ora in esame l’andamento della differenza di potenziale: dalla Legge di
Faraday è immediato calcolare la differenza di potenziale che si manifesta ai capi
di − Rt
dell’induttanza: ΔVL (t ) = − L = − fem e L .
dt

Agendo sul commutatore e facendolo tornare alla posizione di partenza, l’equazione


del circuito diventa (eliminata la fem):
di di dt
−L − Ri = 0 Æ = −R
dt i L
(separando le variabili)
fem − Rt L
Integrando, come nel caso precedente, si ottiene i (t ) = e , che è detta
R
extracorrente d’apertura. Essa, per effetto dell’induttanza, continua a circolare
nello stesso verso di prima; inoltre, l’energia magnetica, precedentemente
immagazzinata nell’induttanza, si trasforma in energia termica per effetto Joule.

6.10 – Equazioni di Maxwell


Facciamo una panoramica delle leggi viste fin’ora:
⎧ G ρ
⎪∇ ⋅ E = ε G
⎧⎪∇ ⋅ B = 0
⎪ 0
⎨ G ⎨ G G
⎪∇ × EG = − ∂B ⎪⎩∇ × B = μ0 J
⎪⎩ ∂t
L’intuizione di Maxwell fu quella di aver trovato un’inconsistenza fra:
G G G ∂ρ
∇ × B = μ0 J e ∇⋅J = −
∂t
(legge di conservazione della carica)
Formalmente, ciò può essere collegato al fatto che la divergenza del rotore di un
campo vettoriale è sempre nulla: per la legge di Ampère si dovrebbe quindi avere:
G
G G ∇× B G
∇ × B = μ0 J Æ =J
μ0
G 1 G
∇⋅J = ∇⋅ ∇× B = 0
μ0
( )
G ∂ρ
Che però è in disaccordo con divJ + = 0 nei casi non stazionari.
∂t
L’ipotesi avanzata da Maxwell può essere sintetizzata nella proposta di considerare
alla stessa stregua, a tutti gli effetti (e, in particolare, come sorgenti di un campo
magnetico), sia la corrente di conduzione, sia la corrente di spostamento, assegnando
alla corrispondente densità di quest’ultima l’espressione:
G
G ∂E
JS = ε0
∂t
Egli modificò quindi la legge di Ampère, aggiungendo questa quantità:
G
G G G ⎛G ∂E ⎞
( )
∇ × B = μ0 J + J S = μ0 ⎜ J + ε 0 ⎟
∂t ⎠

(Legge di Ampère-Maxwell)
Questa legge introduce un’importante novità: l’esistenza di un campo elettrico
variabile nel tempo determina, da sola, l’insorgere di un campo magnetico del
tutto indistinguibile da quello che sarebbe generato dalla presenza di sole correnti di
G
G ∂E
conduzione (aventi una densità di corrente J S = ε 0 ).
∂t
La validità dell’ipotesi di Maxwell venne verificata sperimentalmente da Hertz, nel
1887.

6.10.1 – Le leggi fondamentali dell’elettromagnetismo


Con quest’ultima modifica, le leggi fondamentali dell’elettromagnetismo
(equazioni di Maxwell) diventano:
⎧ G ρ G
⎧∇ ⋅ B = 0
⎪∇ ⋅ E = ε ⎪
⎪ 0 G
⎨ G ⎨ G ⎛G ∂E ⎞
⎪∇ × EG = − ∂B ⎪∇ × B = μ0 ⎜ J + ε 0 ∂t ⎟
⎪⎩ ∂t ⎩ ⎝ ⎠
Che, nel vuoto, assumono tale veste:
G G
⎧∇ ⋅ E = 0 ⎧∇ ⋅ B = 0
⎪ G ⎪ G
⎨ G ∂B ⎨ G ∂E
⎪∇ × E = − ⎪∇ × B = μ0ε 0
⎩ ∂t ⎩ ∂t
In questa forma, si evidenzia molto bene l’esistenza di una notevole simmetria
fra i due campi, entrambi a divergenza nulla, ciascuno con un rotore legato alla
variazione temporale dell’altro.
Queste leggi indicano che le variazioni spazio-temporali dei campi elettrici e di
quelli magnetici sono intimamente connesse, suggerendo la presenza di
un’unica entità fisica: il campo elettromagnetico. Nei casi stazionari, invece,
elettricità e magnetismo paiono slegati totalmente.
7.1 – La scoperta delle onde elettromagnetiche
L’esistenza delle onde elettromagnetiche, prevista teoricamente da Maxwell nel 1873,
ricevette una conferma sperimentale diretta degli esperimenti condotti da Hertz fra il
1886 e il 1889. Essi sono basati sull’idea che le intense perturbazioni nei campi
elettrici che accompagnano le scariche elettriche potessero propagarsi a distanza
come onde ed essere poi rivelate sfruttando fenomeni di induzione elettromagnetica
da esse determinati.
Hertz verificò anche la proprietà di tali onde di essere riflesse da materiali conduttori e
di presentare fenomeni di interferenza. Ciò gli permise di misurare la loro lunghezza
d’onda, di cui poté verificare la velocità, che risultò essere pari a quella della luce.

7.2 – Equazione delle onde elettromagnetiche nel vuoto


Ricordiamo le equazioni di Maxwell per le onde nel vuoto:
⎧∇ ⋅ E = 0 ⎧∇ ⋅ B = 0
⎪ ⎪
⎨ ∂B ⎨ ∂E
⎪∇ × E = − ⎪∇ × B = μ0ε 0
⎩ ∂t ⎩ ∂t
Ricordando la proprietà: ∇ × ( ∇ × v ) = ∇ ( ∇ ⋅ v ) − ∇ 2v (dove qui v è E )
⎛ ∂B ⎞ ∂ ∂2 E
( )
∇× ∇× E = ∇×⎜− ⎟=− ( )
∇ × B = − μ0ε 0 2 (=primo membro)
⎝ ∂t ⎠ ∂t ∂t
( )
∇ ∇ ⋅ E − ∇ 2 E = −∇ 2 E (perché la divergenza è nulla, = secondo membro)
Alla fine risulta che:
∂2E
− μ0ε 0 = −∇ 2 E
∂t 2

Procedendo in modo analogo per B


∂2 B
− μ0ε 0 = −∇ 2 B
∂t 2

Si nota che le due formule hanno la stessa forma, che è poi quella dell’equazione di
D’Alembert (tridimensionale):
1 ∂2 f
∇2 f =
v 2 ∂t 2
(equazione d’onda)
Si sostituisca a v la velocità c della luce (con cui si propagano le onde
elettromagnetiche nel vuoto).
È sperimentalmente confermato che per tutte le onde elettromagnetiche la velocità di
propagazione nel vuoto ha lo stesso valore in tutti i sistemi di riferimento inerziali.
Questo fatto, assieme al Principio di Relatività, impone la validità delle leggi di
Maxwell in ogni sistema di riferimento e la necessità di sostituire le trasformazioni di
Galileo con quelle di Lorentz.

7.3 – Onde piane


1 ∂2 f
L’equazione ∇ 2 f = 2 ha, come soluzioni, campi con una particolare dipendenza
v ∂t 2
∂2E
dalle coordinate spazio-temporali. Sono per esempio soluzioni della − μ0ε 0 = −∇ 2 E
∂t 2

le onde piane uniformi (equazione: E = E0 f ( r ⋅ un ± vt ) , dove un è un generico


versore, E0 è un arbitrario vettore costante, f è una arbitraria funzione dell’argomento
tra parentesi). Fra le caratteristiche di queste onde:
- in un dato punto e in un fissato istante, questi campi dipendono solo dalla
distanza r ⋅ un dal piano perpendicolare a un passante per l’origine. Il luogo dei
punti in cui il campo ha, in un dato istante, un determinato valore è quindi un
piano perpendicolare a un caratterizzato dallo stesso valore dell’argomento di
f;
- al variare di t, tale piano si sposta parallelamente a sé stesso con velocità
v = ∓ vun .

7.3.1 – Onde sferiche


Esistono altri tipi di onde, caratterizzate da particolari simmetrie, che soddisfano la
1 ∂2 f
∇2 f = : le onde sferiche, ad esempio; esaminiamone ora le
v 2 ∂t 2
caratteristiche:
- per definizione, i campi da esse rappresentati sono espressi, per ogni loro
componente, in coordinate polari sferiche (r , ϑ , ϕ ) , da funzioni F(r,t) a
“simmetria sferica”, dipendenti cioè (oltre che da t) solo dalla distanza r (dalla
sorgente). Si dimostra, in particolare, che tale dipendenza è del tipo:
f ( r ∓ vt )
F ( r, t ) =
r
- una qualunque funzione dell’argomento r ∓ vt è ovviamente soluzione di tale
equazione. Nel caso di f(r-vt), le superfici su cui f ha valori costanti sono quelle
di sfere, con centro nell’origine, e raggio crescente linearmente con il tempo: si
ha quindi in questo caso un’onda sferica progressiva, che al crescere del tempo
“investe” zone sempre più lontane dall’origine, propagandosi radialmente con
velocità di modulo v. Il valore delle componenti (e del modulo) del campo a
distanza r=vt dall’origine, essendo determinati da F =
f , diminuiscono però
r
con l’inverso della distanza;
- a questa proprietà è strettamente collegata la dipendenza (dall’inverso del
quadrato della distanza) dell’intensità delle onde prodotte da una sorgente
puntiforme;

7.3.2 – Onde piane monocromatiche


Altro caso particolare di onde piane è quello delle onde piane armoniche (o
monocromatiche), in cui la funzione f che compare nell’espressione delle
componenti dei campi è di tipo sinusoidale.
Esistono varie forme per questo tipo di onda:
f = A cos(k ⋅ r − ωt + δ )
⎛ ⎛k ωt ⎞ ⎞
f = A cos ⎜ k ⎜ ⋅ r − ⎟ + δ ⎟
⎜ k ⎟
⎝ ⎝ k ⎠ ⎠
⎛ ⎛ ωt ⎞ ⎞
f = A cos ⎜ k ⎜ uk ⋅ r − ⎟ + δ ⎟
⎝ ⎝ k ⎠ ⎠
( A = ampiezza, δ = fase iniziale, k = “vettore d’onda”, ω = pulsazione)
Osserviamo che:
- l’argomento del coseno (“fase” dell’onda monocromatica), ha la struttura delle
onde piane E = E0 f ( r ⋅ un ± vt ) , con v = c, solo se fra il modulo di k e ω sussiste
k
il legame: ω (k ) = kc = (“relazione di dispersione”);
ε 0 μ0

individua la direzione di propagazione e il rapporto ω


k
- il versore uk =
k k
esprime la rapidità con cui cambia nel tempo, in un dato punto, la “fase”
k
dell’onda, da cui il nome di velocità di fase; per la ω (k ) = tale rapporto è
ε 0 μ0
lo stesso per ogni pulsazione ω , coincide con c e rappresenta anche la
velocità con cui si muovono i piani di “egual fase”, o “superfici d’onda”,
perpendicolari a uk ;
- come noto, ad esempio dallo studio dei moti armonici o delle correnti alternate,
la pulsazione ω caratterizza la periodicità temporale della funzione f; infatti,

per ogni r , definito il periodo T = , risulta:
ω
A cos(k ⋅ r − ωt + δ ) = A cos(k ⋅ r − ω (t + T ) + δ )
- analogamente, il modulo di k (detto numero d’onda), caratterizza la
periodicità spaziale della f = A cos(k ⋅ r − ωt + δ ) , come si può facilmente
verificare nel caso di un’onda che si propaghi nel verso positivo dell’asse x.

Infatti, definita la lunghezza d’onda λ = , si ha:
k
A cos(kx − ωt + δ ) = A cos(k ( x + λ ) − ωt + δ )
- fra λ e T sussiste la relazione: λ = cT .

7.4 – Campi elettrici e magnetici nelle onde piane


I campi elettrici e magnetici variabili nello spazio e nel tempo che si propagano per
onde nel vuoto devono soddisfare anche le equazioni di Maxwell. Esaminiamo il caso
di un’onda piana generica (non necessariamente monocromatica) che si propaga
liberamente nel vuoto: E e B sono perpendicolari alla direzione un in cui l’onda si
propaga, si mantengono sempre ortogonali fra loro e presentano fra i loro moduli
un rapporto uguale alla velocità della luce.
Tali proprietà sono formalmente espresse dalle relazioni:
E ⋅ u n = B ⋅ un = 0
v×E
B=
v2
E = B×v Æ E = cB

Le onde elettromagnetiche che si propagano liberamente nel vuoto sono trasversali


(onde TEM).
Se il campo elettrico mantiene nel tempo sempre la stessa direzione, l’onda si dice
polarizzata linearmente lungo quella direzione. Ovviamente, in questo caso ance il
campo magnetico resta parallelo a una direzione (perpendicolare a quella del campo
elettrico).
Per linearità delle equazioni delle onde, anche una qualunque sovrapposizione di onde
polarizzate linearmente in direzioni ortogonali, del tipo sopra considerato, è un’onda
piana che si propaga nella medesima direzione: in essa, però, le direzioni di E e B
(ancora mutuamente ortogonali) non si mantengono in generale costanti nel tempo e
nello spazio.

7.5 – Energia e impulso nei campi elettromagnetici, teorema di Poynting e


densità di energia
Nei precedenti capitoli sono state derivate le espressioni delle densità di energia
associate, separatamente, al campo elettrostatico e al campo magnetico (quasi)
stazionario:
uE = 1 ε 0 E 2 uB = 1 B2
2 2 μ0
In maniera anche intuitiva, si può immaginare che nel caso di campi elettromagnetici
non stazionari valga una relazione di questo tipo:
u = 1 ε0E2 + 1 B2
2 2 μ0
Questo risultato può essere giustificato sulla base del teorema di Poynting, che
gioca nell’elettrodinamica il ruolo che in meccanica ha il teorema delle forze vive (o
teorema lavoro-energia).
Consideriamo una zona V (vuota) dello spazio in cui siano presenti, oltre al campo
elettromagnetico anche delle particelle cariche, generalmente in moto. L’interazione
tra cariche e campo elettromagnetico è descritta dalla forza di Lorentz f = q E + v × B ( )
che si esercita su ciascuna carica q. In un intervallo di tempo dt, tale forza compie il
lavoro elementare f ⋅ dr = qE ⋅ dr = qE ⋅ vdt , quindi il lavoro fatto in dt dal campo
elettromagnetico su tutte le cariche contenute in un elemento di volume dV è dato da:
δ L = E ⋅ JdVdt
(dove J è la densità di corrente che, ricordiamo, è Nqvd )
L’energia trasferita nell’unità di tempo dal campo alla materia corrisponde ad una
potenza per unità di volume data dal valore locale di E ⋅ J . Tralasciando la
dimostrazione, tale valore locale è dato da:
∂ ⎛1 2⎞ 1
E⋅J = − ⎜ 2 ε 0 E + 1 2μ B ⎟ − ∇ ⋅ ( E × B)
2
∂t ⎝ 0 ⎠ μ0
Per quanto riguarda l’energia trasferita ad un volume finito V, bisogna integrare
quest’ultima relazione:
∂ ⎛ ( E × B)
∫ E ⋅ JdV = − ∂t ∫ ⎜⎝ 1 2 ε 0 E
2
+ 1 B 2 ⎞dV − ∫ ∇ ⋅
2 μ0 ⎟⎠
dV
V V V
μ0
(poi applico il teorema della divergenza al secondo integrale, per ottenere)
∂U mat ∂ ⎛ E×B ⎞
= − ∫ ⎜⎛ 1 ε 0 E 2 + 1 B 2 ⎞⎟dV − ∫ ⎜ ⎟ ⋅ dΣ
∂t ∂t V ⎝ 2 2 μ ⎠ μ0 ⎠
Σ⎝
0

(teorema di Poynting)
Da qui si vede che un trasferimento di energia alla materia in V, ad opera del
campo, deve essere accompagnato da una diminuzione dell’energia totale del campo
elettromagnetico: i due termini suddetti corrispondono a due modalità di realizzazione
di tale variazione, il primo mediante una variazione dell’energia elettromagnetica
“immagazzinata” nel volume V, il secondo per mezzo di un flusso netto di energia
attraverso la superficie chiusa che racchiude V.
In base a queste considerazione è lecito:
- considerare u = 1 ε0E2 + 1 B 2 come densità di energia del campo
2 2 μ0
elettromagnetico;
- porre U em = ∫ ⎛⎜ 1 ε 0 E 2 + 1 B 2 ⎞⎟dV (energia elettromagnetica
⎝ 2 2 μ0 ⎠
V
immagazzinata nel volume V);
- considerare la somma dell’energia U mat trasferita (per unità di tempo) alla
materia e quella U em immagazzinata nel volume V nella forma:
∂ ⎛ E×B ⎞
(U mat + U em ) = − ∫ ⎜ ⎟ ⋅ dΣ ≡ − ∫ S ⋅ dΣ
∂t Σ⎝
μ 0 ⎠ Σ
(dove S è detto vettore di Poynting)
Tale vettore corrisponde all’energia che “fuoriesce” per unità di tempo da V,
“trasportata” del campo elettromagnetico per mezzo di onde elettromagnetiche.

NOTA: in forma locale (umat + uem ) = −∇ ⋅ S ; in essa S rappresenta il flusso di
∂t
energia analogamente a come J rappresenta il flusso di carica.
Il teorema di Poynting ha validità generale e, nel caso particolare in cui applichiamo
il teorema in una parte di spazio completamente priva di materia, esso ci aiuta a
definire il trasporto di energia associato alla propagazione delle onde.
Nel caso di onde elettromagnetiche piane, in cui E e B sono perpendicolari fra loro, il
vettore di Poynting ha la direzione di propagazione dell’onda, e il suo modulo è:
EB cB 2
S= = = cε 0 E 2
μ0 μ0
1.1 – Coordinate termodinamiche
Un sistema termodinamico è definito come un insieme di uno o più corpi, di composizione
nota, che si trovano in una regione dello spazio delimitata da superfici (reali o ideali) che li
distinguono dagli altri corpi o sistemi con cui essi possono interagire, e che costituiscono il
cosiddetto ambiente circostante del sistema. L’insieme formato dal sistema termodinamico
e dal suo ambiente circostante si chiama universo termodinamico del sistema. Le
interazioni del sistema con il suo ambiente possono avvenire mediante scambi di energia e di
materia; si definiscono aperti i sistemi che sono in grado di scambiare sia energia che massa
con l’ambiente, chiusi quelli che possono scambiare solo energia e isolati quelli che non
possono effettuare alcuno scambio.
Per descrivere i sistemi termodinamici si introduce un certo numero di grandezze fisiche
macroscopiche dette coordinate termodinamiche, direttamente osservabili e misurabili.

1.1.1- Pressione e volume


Consideriamo un sistema costituito da un fluido, per esempio un gas, e cerchiamo di
descriverlo svincolandoci da qualsiasi modello microscopico. Un primo parametro che
appare di tutto rilievo è certamente il volume occupato dal gas: per la proprietà dei gas
di occupare tutto lo spazio loro disponibile, tale volume coincide con quello del
contenitore in cui il gas si trova. L’evidenza sperimentale suggerisce inoltre che il
comportamento del sistema dipende dal fatto che il gas, come tutti i fluidi, esercita
forze sulle superfici.
Prendiamo un recipiente con un solo grado di libertà (un pistone che lo delimita e che
può alzarsi o abbassarsi, senza attrito), contenente del gas: se poniamo questo
recipiente in una camera in cui è stato creato il vuoto, osserviamo sperimentalmente
che il coperchio (area = A) tende a sollevarsi e ad assecondare il processo di espansione
del gas.
Per impedire tale espansione possiamo agire dall’esterno, applicando un’opportuna

forza f , in modo che il coperchio stia fermo. Come si può intuire facilmente, dato che il
coperchio ha un solo grado di libertà, è necessario un ben preciso valore della
 
componente di f , perpendicolare al coperchio, cioè lungo n .
f ⋅n
 
pe =
A
A questa quantità si dà il nome di pressione esterna; in questo caso particolare, tale
pressione coincide con quella del gas.
La pressione è una grandezza scalare e sempre positiva: si misura in pascal [Pa],
equivalente a 1 N/m2.
È poi una grandezza intensiva, cioè non dipende né dalle dimensioni, né dalla massa
del sistema considerato: la pressione di un sistema non è la somma delle pressioni delle
sue parti! Al contrario, il volume è una misura estensiva.

1.2 – Pareti adiabatiche e diatermiche: equilibrio termico


Consideriamo un sistema termodinamico semplice, descrivibile con le tre coordinate
termodinamiche X, Y, Z. Lo stato termodinamico del sistema è determinato dai valori che
tali coordinate hanno in una certa configurazione: la terna di valori ( X 1, Y1, Z1 ) definisce uno
stato; la terna ( X 2 , Y2 , Z 2 ) ne definisce un altro.
In generale, si dice che un sistema si trova in uno stato di equilibrio termodinamico
quando, ferme restando le condizioni esterne, lo stato termodinamico non varia.
Prendiamo due sistemi (ciascuno nel suo equilibrio termodinamico) separati da una parete:
- se la parete è adiabatica (isolante), i due sistemi rimangono nei loro rispettivi stati di
equilibrio iniziali (non possono effettuare scambi di energia);
- se la parete è diatermica (conduttrice), i due sistemi tendono, con scambi di energia, a
raggiungere un nuovo stato di equilibrio, che questa volta li accomuna fra loro. La
successione di cambiamenti delle coordinate termodinamiche di questi gas rappresenta
un primo esempio di trasformazione termodinamica.
Possiamo affermare infine che un sistema si trova in equilibrio termodinamico quando è in
equilibrio:
- termodinamico (sopra descritto);
- meccanico (senza scambi di materia e senza interventi dall’esterno);
- chimico (non devono essere in atto reazioni chimiche o processi di diffusione).

1.3 – Principio zero e temperatura


Per caratterizzare l’equilibrio termico fra i sistemi si introduce una nuova grandezza, la
temperatura; si afferma così, per definizione, che due sistemi sono fra loro in equilibrio se
hanno la stessa temperatura.
Per definire la temperatura occorre stabilire un procedimento per la sua misurazione. A tale
scopo risulta di particolare utilità una notevole caratteristica della condizione di equilibrio
termico: vi sono infatti indicazioni sperimentali che portano a considerare valida, per
l’equilibrio termico, la proprietà transitiva. L’assunzione della validità di questa proprietà è a
volte formulata come principio zero della Termodinamica: due sistemi, separatamente in
equilibrio termico con un terzo sistema, sono in equilibrio termico fra loro.
Sulla base di tale principio, è possibile procedere alla misura della temperatura, utilizzando
un sistema campione (termometro), che presenti variazioni particolarmente rilevanti di una
sua proprietà quando venga messo in contatto termico (separatamente) con sistemi che
possiedono temperature diverse. Nel nostro caso, il termometro possiede la proprietà di
variare in maniera lineare la lunghezza (e il volume) della propria colonnina di mercurio,
proporzionalmente alla variazione di temperatura. Scelti due punti di riferimento (per la
scala Celsius si sceglie lo 0° in prossimità della fusione dell’acqua e il 100° alla temperatura
di ebollizione di quest’ultima), si può creare una scala graduata (con la possibilità di
estenderla sotto lo 0° e sopra i 100°).
La scelta moderna di costruzione delle scale termometriche consiste nell’utilizzare un solo
punto fisso e nell’imporre una relazione di proporzionalità fra la temperatura e la grandezza
utilizzata: T = aL . Come punto fisso si utilizza il punto triplo dell’acqua (circa 0,01°C), cioè
lo stato in cui coesistono le sue tre fasi (solida, liquida e gassosa). Esso ha infatti il vantaggio
di essere riproducibile con una precisione molto maggiore rispetto ai punti di fusione ed
ebollizione. Tale temperatura è stata fissata dal S.I. con il valore 273,16 K (Kelvin). La
conversione fra i gradi della scala Celsius e quelli della scala Kelvin è dunque la seguente:
TC = T − 273,15

1.4 – Temperatura del termometro a gas perfetto


A causa della notevole imprecisione di alcuni termometri (come quelli a liquido), si è cercato di
realizzare un termometro campione al quale fare riferimento; a questo scopo si è scelto un
termometro con gas a volume costante: in tale tipo di dispositivo, la proprietà termometrica
(che ci consente la misura della temperatura) è la pressione del gas
p
T = 273,16 [K ]
p3
(p3 è la pressione alla temperatura di punto triplo dell’acqua)
Ovviamente tale risposta e il valore della pressione si modificano (ma non di molto, come
accade coi fluidi) in base al gas scelto. È necessario quindi ritarare la scala ad ogni
misurazione effettuata con gas diverso da quello “base”.
Si nota fisicamente che, a pressioni molto basse, tutti i gas tendono a comportarsi allo stesso
modo, “dimenticandosi” di essere, ad esempio, ossigeno, oppure idrogeno o azoto: tale
comportamento comune viene detto di gas perfetto.
Si assume dunque come temperatura del termometro a gas perfetto:
p
T = lim 273,16 [K ]
p3 →0 p3

1.5 – Dilatazione termica


Com’è noto dall’esperienza quotidiana, i corpi subiscono deformazioni, più o meno evidenti, al
variare della loro temperatura.
Studiando il comportamento di un corpo che abbia una sola dimensione apprezzabile (tipo la
lunghezza, per quanto riguarda una sbarra di metallo di sezione trascurabile), si trova che la
sua variazione di lunghezza ∆l , in seguito a una variazione di temperatura ∆T , può essere
espressa da una relazione lineare del tipo:
∆l = α l ∆T
1  ∂l 
In tale formula, α =   prende il nome di coefficiente di dilatazione termica
l  ∂T  p
lineare (a pressione costante) e ha le dimensioni dell’inverso di una temperatura.
Per sistemi tridimensionali, si definisce in modo analogo un coefficiente di dilatazione
1  ∂V 
cubica (a pressione costante): β =   .
V  ∂T  p
Si trova facilmente che, per una fissata sostanza, vale β = 3α .
Il fenomeno della dilatazione termica ha una spiegazione abbastanza semplice a livello
microscopico: consideriamo ad esempio un solido, in cui gli atomi oscillano attorno a certe
posizioni di equilibrio, sotto le azioni delle forze interatomiche, che in prima approssimazione
possono essere considerate di tipo elastico. La distanza media fra gli atomi e il loro numero
fissano naturalmente le dimensioni macroscopiche del solido: tuttavia, al crescere della
temperatura crescono l’energia cinetica media associata a tali moti oscillatori e, di
conseguenza, l’ampiezza delle oscillazioni.

1.6 – Trasformazioni termodinamiche


Se vengono meno le condizioni di equilibrio termodinamico di un sistema, inizialmente in uno
stato i, ha luogo un processo nel quale alcune proprietà del sistema cambiano: si dice che esso
esegue una trasformazione termodinamica (i  f).
Supponendo che, al termine di tale trasformazione, il sistema raggiunga un diverso stato di
equilibrio f, i modi in cui esso viene raggiunto possono essere i più svariati; si parla di
trasformazioni:
- reversibili: il caso in cui il sistema possa essere riportato allo stato iniziale in modo
che anche l’ambiente circostante torni allo stato originario (f  i);
- irreversibili: nel caso in cui sia impossibile ogni tentativo di reversibilità.
Tutti i processi reali hanno un certo grado di irreversibilità; le trasformazioni reversibili
rappresentano una situazione limite e necessitano di alcune condizioni:
- la trasformazione dev’essere quasi statica (è necessario che il sistema abbia una
trasformazione che differisce – istante per istante – di una quantità infinitesima da
quella dell’ambiente circostante);
- durante la trasformazione non devono agire forze dissipative (impossibile, nella
realtà, vista l’esistenza degli attriti).
Due stati di equilibrio termodinamico di un sistema possono essere collegati da trasformazioni
di diverso tipo; alcune, fra queste, essendo particolarmente importanti perché di facile
realizzazione, vengono identificate con nomi specifici:
- isocòre = lavoro nullo;
- isobare = pressione costante;
- isotèrme = temperatura costante;
- adiabatiche = sistema termicamente isolato.
Un insieme di trasformazioni al termine delle quali il sistema si ritrova nello stato iniziale
viene chiamato ciclo.

1.7 – Equazione di stato dei gas


Si verifica facilmente che in un sistema idrostatico di massa costante le tre coordinate
macroscopiche non sono indipendenti. Se infatti si fissano due di esse, si trova
sperimentalmente che non è possibile intervenire sulla terza; ciò consente di affermare che
deve esistere una relazione analitica che lega le tre coordinate f(p,V,T) = 0 e, ad essa, viene
dato il nome di equazione di stato.

1.7.1 – Gas ideali (o perfetti)


Consideriamo una determinata quantità di gas perfetto, contenuta in un recipiente
cilindrico con pareti adiabatiche. La quantità di materia può essere espressa dal
numero di moli n, dato dal rapporto tra il valore della massa (espressa in grammi) e il
peso molecolare. Il modo più semplice per trovare la relazione fra le variabili di stato
consiste nello studiare la relazione fra due parametri, mantenendo fissi tutti gli altri.
Studiamo ad esempio la relazione fra p e V, tenendo fisso T: sperimentalmente,
otterremo la relazione
una costante
p=
V
(legge di Boyle)
In modo analogo si possono verificare sperimentalmente le seguenti relazioni empiriche
fra le altre coppie di coordinate:
- legge di Charles/prima legge di Gay-Lussac:
Vt = V0 (1 + β t ) ⇒ VT = V0 β T
(con pressione costante)
- seconda legge di Gay-Lussac:
pt = p0 (1 + β t ) ⇒ pT = p0 β T
(con volume costante)
Il coefficiente di dilatazione cubica è : β = 1 °C −1 .
273,15
Estrapolando la legge di Charles, il volume del gas diventerebbe nullo alla temperatura
di circa -273,15°C, che è la temperatura limite di zero assoluto, al di sotto della quale
è impossibile andare.
Richiamiamo ora le due leggi di Avogadro:
o una mole di qualsiasi sostanza contiene N A = 6, 02 ⋅1023 molecole;
o volumi uguali di gas diversi, nelle stesse condizioni di temperatura e pressione,
contengono lo stesso numero di molecole (e, quindi, lo stesso numero n di moli).
Si ottiene dunque:
1
- V∝ (n, T costanti);
p
- V ∝T (n, p costanti);
- V ∝n (p, T costanti).
Tn
Segue che: V ∝ ⋅ cost , da cui pV ∝ Tn ⋅ cost .
p
Si trova così la tanto agognata Equazione di stato del gas perfetto:
pV = nRT
(dove R è la costante universale dei gas: 8,3145 J / (mol K)
Si trova anche: R = N A k , dove k è la Costante di Boltzmann = 1,38066 ⋅ 10-23 J/K)
1.7.2 – Gas reali
I gas perfetti non esistono in natura, ma rappresentano un modello cui tende il
comportamento dei gas reali a bassa pressione. Tale osservazione ci permette solo di
scrivere:
lim ( pV ) = nRT
p →0
L’equazione di stato di un gas reale, in realtà, non è così semplice, ed è anzi tanto più
complessa quanto è alta la pressione. Una delle espressioni frequentemente utilizzate
come funzione di stato di un gas reale è il cosiddetto sviluppo del viriale. Esso
pV
consiste nell’esprimere il rapporto come:
nRT
pV
- sviluppo di potenze della pressione: = 1 + Bp + Cp 2 + ... . B, C, … vengono
nRT
chiamati coefficienti del viriale e hanno valori per cui ogni termine ha un
valore molto più piccolo del precedente (con C<<B, D<<C, etc…)
- sviluppo dell’inverso del volume, tramite l’equazione di van der Waals:
 n2 
 p + a 2  (V − nb ) = nRT
 V 
Tale equazione nasce da un modello del gas in cui le molecole sono
schematizzate come sfere rigide e ciò fa sì che ognuna di esse abbia a
disposizione il volume totale diminuito di quello occupato dalle altre molecole
(covolume). Indicando con b il covolume di una mole di gas, con n moli il volume
effettivamente disponibile diventa (V − nb ) e la formula si può semplificare
(generando un errore minimo) in:
nRT
p=
(V − nb )
1.8 – Lavoro termodinamico
In generale si hanno scambi di energia mediante lavoro termodinamico quando, come
conseguenza di tali scambi (e solo di essi), nell’ambiente avviene un cambiamento della
configurazione macroscopica di un sistema meccanico (innalzamento di un peso,
compressione di una molla, etc…).
Per chiarire la definizione di lavoro termodinamico, mostrando anche come può essere
calcolato, consideriamo uno specifico sistema, per esempio un gas in un recipiente cilindrico. Il
coperchio del cilindro sia mobile senza attrito.
Supponiamo che inizialmente la pressione del gas sia uguale alla pressione esterna pe , che in
generale sarà la somma di quella dell’ambiente e di quella dovuta al peso del coperchio.
Aumentando la temperatura del gas si osserva un aumento della pressione del gas, che
determina una sua espansione. Così facendo, il gas solleva sia il coperchio sia l’aria
dell’ambiente: dunque esegue un lavoro. Il gas fa lavoro motore, mentre le forze esterne, il cui
risultante possiamo chiamare con F ( e) , fanno lavoro resistente. Ciò si esprime dicendo che il

gas lavora contro le forze esterne.
Per uno spostamento dr del coperchio, verso l’alto, il gas fa dunque un lavoro elementare δ L

tale che
δ L + F (e) ⋅ dr = 0 ⇒ δ L = − F (e) ⋅ dr = pe Adh = pe dV
   

Dunque, il corrispondente lavoro esterno (elementare) fatto dal sistema durante la


trasformazione è δ L = pe dV .
A uno spostamento finito del coperchio, dal volume iniziale VA a quello finale VB , corrisponde
dunque un lavoro esterno fatto dal sistema ed espresso da
VB
LAB = ∫ pe dV
VA
Questo integrale si può calcolare solo se sono noti e definiti i valori della pressione esterna e
del volume, ma è un caso raro, salvo eccezioni: se, ad esempio, la pressione non varia
apprezzabilmente durante la trasformazione, possiamo portare fuori dall’integrale il fattore
pe (che è costante):
VB VB
LAB = ∫ pe dV = pe ∫ dV = pe (VB − VA )
VA VA
Altrimenti, se il sistema può espandersi liberamente nel vuoto, si ha che pe = 0 e quindi non
si compie nessun lavoro.
Infine, un terzo caso è quello delle trasformazioni quasi-statiche; in tali trasformazioni, la
pressione del sistema differisce per infinitesimi da quella esterna, e quindi pe ≈ p :
VB
LAB = ∫p dV
VA
Poiché la pressione non può essere negativa, a una variazione positiva del volume (del
sistema) corrisponde un lavoro positivo; ciò è coerente con la convenzione adottata, secondo
la quale il lavoro è positivo se fatto dal sistema e negativo se fatto sul sistema.
Quando stato iniziale e finale coincidono (ciclo termodinamico), il lavoro è espresso
dall’area racchiusa dal ciclo: esso risulta positivo o negativo a seconda che il ciclo sia compiuto
in senso orario (ciclo termico) o antiorario (ciclo frigorifero).

1.8.1 – Lavoro dei gas ideali


B B
- A pressione costante: LAB = ∫ pe dV = p A ∫ dV = p A (VB − VA ) (la pressione va fuori
A A
dall’integrale perché è costante per ipotesi);
B
- a volume costante: LAB = ∫ p dV = 0 ;
A
- a temperatura costante:
B B B
nRT 1 V p
LAB = ∫ p dV = ∫ dV = nRT ∫ dV = nRT ln B = nRT ln A
A A
V A
V VA pB

1.9 – Metodo statistico


Per valutare alcune problematiche insite in una trattazione microscopica dei sistemi
termodinamici, consideriamo il caso in cui il sistema complesso sia costituito da un gas
contenuto in un opportuno recipiente chiuso, fermo in un sistema di riferimento inerziale.
Le molecole del gas sono in costante movimento, interagendo fra loro mediante forze che
possiamo supporre conservative, descrivibili attraverso energie potenziali più o meno
complesse. Proviamo a semplificare il quadro descrittivo con un modello. Ipotesi:
- l’interazione fra le molecole del gas ha raggio d’azione trascurabile, e dunque esse si
muovono di moto rettilineo uniforme senza posizioni o direzioni privilegiate;
- gli urti delle molecole contro le pareti sono istantanei e elastici;
- il volume occupato dalle molecole è trascurabile rispetto a quello del recipiente.
Tale modello è ragionevolmente applicabile ai gas rarefatti, cioè a bassa pressione e a
temperatura elevata rispetto al punto di liquefazione.
Esaminiamo per semplicità il caso di un gas puro, contenuto in un recipiente cubico di lato L.

Consideriamo una particella che urta contro la parete di destra con velocità v1 ; dopo l’urto

essa assume una velocità (diversa) v2 , ma rispetto a prima soltanto la componente
perpendicolare alla parete è cambiata, invertendosi. Di conseguenza, nell’urto la quantità di
moto della particella cambia di
∆qi = −2mvxi i
 

(dove i è il versore perpendicolare alla parete, m è la massa della particella, vxi è la componente della velocità
parallela alla parete)
Questa particella, andando avanti e indietro fra le due pareti opposte e non urtando altre
particelle, si muove, fra un urto e il successivo, di moto rettilineo uniforme; in un intervallo di
∆t
tempo pari a ∆t essa esegue N ∆t = urti, in ciascuno dei quali scambia con la parete un
2 L / vxi
impulso 2mvxi i . Quindi, l’impulso scambiato in ∆t dalla particella è pari a:


∆t 2 ∆t
I = 2 mvxi = mvxi
2 L / vxi L
Sommando i contributi di tutte le particelle:
∆t
I tot = ∑ mvxi
2

i L
Siccome il modulo dell’impulso (appena trovato), diviso per l’unità di tempo, dà come risultato
la forza media esercitata sulle pareti, otteniamo che questa è pari a
m
fx = ∑
L i
2
vxi

Dividendo per l’area della parete, otteniamo la pressione:


fx m mN  1  mN 2
p=
L2
= ∑
V i
2
vxi = 
V N
∑ 2
vxi =
 V
vxi
 i (1, N ) 
(dove vxi2 è il valor medio del quadrato di vx, N è il numero di particelle, m la massa, V il volume)

Siccome, facendo analoghe considerazioni, otteniamo un uguale valore anche per v yi2 e vzi2 , ed

essendo valida la relazione: v 2 = v x2 + v y2 + v z2 (in cui tutte le velocità nella somma sono uguali),

si ha che vx2 = 1 v 2 , e dunque


3
mN 2 2 N  1 2  2N
p= v =  mv  = K
3V 3V  2  3V
(dove è ben in evidenza l’energia cinetica K)
Tale risultato va utilizzato con cautela, visto che abbiamo semplificato di molto il modello;
tuttavia, esso è sufficiente per ricavare proprietà molto interessanti dei gas.
Ricordando, ad esempio, che
 2
 pV = NK 2K
 3 possiamo dire T=
 pV = NkT 3k

Ovvero, la temperatura è proporzionale all’energia cinetica media delle molecole.


Si deve ricordare che, nel modello di gas perfetto, l’energia interna del gas coincide con
l’energia cinetica totale delle sue molecole, in quanto non vi sono energie potenziali da
considerare.
2.1 – Energia e sistemi termodinamici
La trattazione macroscopica dello stato interno dei sistemi termodinamici, mediante
l’introduzione di coordinate termodinamiche e di funzioni di stato del sistema definite in modo
operativo, consente di arrivare a un’ulteriore formulazione del Principio di conservazione
dell’energia, rispetto a quella che viene data in Meccanica. Nella discussione di tale principio,
secondo il quale l’energia totale di un sistema cambia solo se esso non è isolato, si mette in
evidenza che il lavoro delle forze esterne che agiscono su un sistema meccanico può essere
espresso come variazione di una grandezza che viene chiamata energia meccanica interna:
L(e) = ΔU
D’altro canto, si è visto che un sistema non isolato termicamente può interagire con l’ambiente
circostante anche per via termica, oltre che per via meccanica. Tale interazione si mantiene
finché esiste una differenza di temperatura fra sistema e ambiente circostante: quando questi
raggiungono l’equilibrio termico, l’interazione non c’è più, o meglio, non ha più effetti
macroscopici. In situazioni di questo genere, ad esempio nel caso in cui due corpi inizialmente
a temperature diverse siano messi in contatto attraverso pareti conduttrici, viene naturale
assumere che, durante le conseguenti trasformazioni, fra i corpi interagenti avvenga lo
scambio di qualcosa, chiamato calore. Per convenzione, si assume che il calore fluisca
spontaneamente dal sistema a temperatura maggiore (detto caldo) a quello di temperatura
minore (detto freddo). È importante sottolineare che il calore, come il lavoro, rappresenta un
modo per variare l’energia di un sistema.

2.2 – Lavoro adiabatico ed energia interna


Come le altre grandezze termodinamiche illustrate finora, anche l’energia interna dovrà
essere definita in modo operativo, sulla base di indicazioni sperimentali. Possiamo quindi
cominciare il nostro studio esaminando, dal punto di vista termodinamico, il comportamento di
un sistema racchiuso da pareti adiabatiche: in tal modo ad esso sono consentite unicamente
interazioni meccaniche con l’ambiente. Le corrispondenti trasformazioni che il sistema può
subire sono trasformazioni adiabatiche e gli scambi di energia avvengono mediante lavoro
termodinamico.
Ci aspettiamo che in una generica trasformazione, in cui il sistema passi da uno stato di
equilibrio termodinamico iniziale i ad uno finale f, il lavoro dipenda sia da tali stati sia dalla
trasformazione. È quindi di particolare importanza il fatto, sperimentalmente provato, che
quando un sistema subisce diverse trasformazioni adiabatiche fra gli stessi stati
termodinamici i e f, il lavoro (detto lavoro adiabatico) sia sempre lo stesso.
Siccome non vi sono scambi di calore possiamo dire che:
Lad = U i − U f
Dove a U viene dato il nome di energia interna (che è poi quella che si trasforma in lavoro).
Questa grandezza, che è quindi funzione di stato (termodinamico), risulta definita a meno di
una costante: infatti, ciò che è definito in maniera operativa è la sua variazione, che è uguale
al lavoro adiabatico cambiato di segno.

2.3 – Primo principio e calore


Consideriamo ora la situazione in cui a un sistema siano consentiti anche scambi di tipo
termico; eseguendo trasformazioni diverse che portano il sistema dallo stato i allo stato f, si
trovano valori del lavoro differenti sia dal corrispondente lavoro adiabatico, sia fra di loro.
Lif ≠ Lad
if cioè Lif ≠ −ΔU
Possiamo però scrivere che: Lif + ΔU = Q , dove Q è una grandezza che dipende dalla
trasformazione, e non solo dagli stati i e f. Questa relazione stabilisce che Q ha le dimensioni
di un’energia. Si tratta di un’energia scambiata grazie alle pareti termicamente conduttrici:
essa corrisponde dunque proprio alla grandezza che era stata chiamata calore.
Scrivendo ΔU = Q − Lif mettiamo allora in evidenza che l’energia interna di un sistema può
variare in due modi: attraverso il lavoro esterno, e/o per scambi di calore (Primo principio
della Termodinamica).
Si assumono a tal proposito delle convenzioni per il lavoro ed il calore:
- il lavoro è positivo (negativo) quando viene eseguito dal sistema (dall’ambiente esterno);
- il calore è positivo (negativo) se fluisce dall’esterno (dall’interno).

Si mostrerà poi che le macchine il cui scopo è la trasformazione di energia interna in energia
meccanica, attraverso scambi di calore, costituiscono sistemi che realizzano trasformazioni
cicliche; se un sistema termodinamico compie una trasformazione di tal genere, che lo
riporta nello stato iniziale, anche la sua energia interna, che è una funzione di stato, torna ad
essere quella iniziale; perciò risulta: ΔU = 0 . Per il primo principio della dinamica si ha allora
che: ΔU = Q − L ⇒ Q = L .
Il calore complessivamente scambiato dal sistema in una trasformazione ciclica è perciò
uguale al lavoro totale fatto dal sistema. Si dice dunque che un sistema può compiere un
lavoro (positivo) durante una trasformazione ciclica solo se, nel complesso, riceve dall’esterno
un’uguale quantità di calore.
Unità di misura: caloria [cal] (Æ non S.I.) = 4,186 J (Æ S.I.);
Nel caso di trasformazioni quasi statiche (per le quali sono continuamente definite le
variabili macroscopiche), il Primo Principio della Termodinamica può essere scritto in forma
differenziale:
dU = δ Q − δ L
Questa relazione, attraverso l’utilizzazione di simboli diversi (d e δ ) mette in particolare
evidenza l’importante differenza fra la variazione dU (che è un differenziale esatto), della
funzione di stato U e le quantità elementari δ Q e δ L , i cui valori dipendono dalla
trasformazione.
Un’altra grandezza, funzione di stato, di uso frequente nei casi di trasformazioni a pressione
costante, è l’entalpia, definita come: H = U + pV .
Nelle trasformazioni a pressione esterna ( pe ) costante, poiché il lavoro è L = pe ΔV , per il
Primo principio si ha: Q p = ΔU + pe ΔV = H f − H i ≡ ΔH .

2.4 – Trasmissione del calore


L’esperienza dimostra che esistono solo tre modi per trasferire il calore: la conduzione, la
convezione e l’irraggiamento. La conduzione è trasporto di calore senza movimento
macroscopico di materia; nella convezione, invece, tale trasporto si realizza sfruttando il
movimento di masse fluide, generato dall’effetto di differenze di temperatura che provocano
variazioni di densità; infine, l’irraggiamento consiste nel trasporto del calore per mezzo di
onde elettromagnetiche.

2.4.1 – Conduzione
Dal punto di vista sperimentale, il modo più semplice per mettere in evidenza questo
meccanismo di trasporto consiste nello scaldare uno dei due estremi della barretta
meccanica. All’equilibrio, anche la temperatura del secondo estremo risulta aumentata.
La conduzione di calore è descritta dalla Legge di Fourier, secondo la quel il flusso di
energia è opposto al gradiente di temperatura ed è proporzionale a una grandezza,
chiamata conducibilità termica K, che è tipica del materiale. Si può quindi
esprimere la quantità di calore infinitesima che, nel tempo dt, attraversa una lamina di
materiale di superficie dS e spessore dx, con un salto termico dT, nella forma:
dT ⎡W ⎤
δ Q = − KdS dt ⎢⎣ mK ⎥⎦
dx
Il segno negativo indica che il calore fluisce dalla faccia più calda a quella più fredda
della lamina. Integrando in maniera opportuna questa formula, si può ottenere il flusso
di calore attraverso una parete:
δ Qdx = − K dS dT dt
Integrando su tutte le variabili, indicato con D lo spessore, con A l’area della superficie,
con T1 e T2 le temperature sulla faccia interna ed esterna della parete, si ottiene la
quantità di calore che, nell’intervallo di tempo Δt , attraversa la parete:
A
Q =K T1 − T2 Δt
D
Il meccanismo di trasporto per conduzione dipende dal fase del materiale:
- metalli: è dovuto alle vibrazioni reticolari e alla possibilità di trasferimento degli
elettroni di conduzione; se si confronta il coefficiente di conducibilità termica con
quello di conducibilità elettrica si vede infatti che i migliori conduttori di
elettricità sono anche i migliori conduttori di calore: tale osservazione suggerisce
che il meccanismo prevalente sia associato alla mobilità degli elettroni di
conduzione. Nella parte più calda della barretta, infatti, la velocità media di tali
particelle è maggiore e, impoverendosi di elettroni il lato più caldo, si produce una
differenza di potenziale elettrico (effetto termoelettrico);
- gas: il trasporto del calore è dovuto al movimento degli atomi o delle molecole (si è
vista la relazione fra la loro energia cinetica e la temperatura); essendo queste
particelle in continuo movimento, esse si scambiano energia e quantità di moto
nei loro urti reciproci e la trasferiscono piano piano dalla regione più calda verso
quella più fredda;
- liquidi: il meccanismo è qualitativamente lo stesso di quello dei gas, ma la
situazione è resa più complicata dal fatto che le distanze medie fra le molecole
sono molto più piccole e non si possono trascurare le forze intermolecolari.

2.4.2 – Convezione
Il trasporto di calore per convezione implica la presenza di un fluido (quasi sempre aria
o acqua) e, se si escludono i fenomeni naturali, le sue interazioni con una parete solida.
Consideriamo ad esempio il problema del raffreddamento in aria di una lamina
metallica riscaldata. La quantità di calore che può essere asportata dall’aria nel tempo
Δt dipende in maniera critica dal fatto che l’aria venga spinta o meno verso la lamina e
può essere espressa mediante una relazione assai semplice, nota come Legge di
Newton:
Q = hA(T − T∞ )Δt
(Dove A rappresenta l’area della superficie esposta al flusso, T eT∞ sono le temperature sulla superficie
della lamina e del fluido a grande distanza)
Il coefficiente h dipende dalla natura del fluido, dalla geometria del sistema e dal
regime di trasporto del fluido.

2.4.3 – Irraggiamento
Il fenomeno dell’irraggiamento consiste nel trasporto di calore per onde
elettromagnetiche: la vita sulla Terra esiste in virtù dell’energia termica che il Sole
fornisce in tale modo al nostro pianeta. L’energia irradiata da un corpo dipende dalla
sua temperatura, dall’area A della superficie radiante e dal tempo Δt , secondo la legge
di Stefan:
Q = εσ AT 4 Δt
W
σ = 5,67051 ⋅108 = costante di Stefan-Boltzmann;
m2 K 4
ε = 1 solo in caso di corpo nero (che assorbe tutte le variazioni dalle quali è investito);
altrimenti è ε < 1 .

Un’altra legge importante per l’irraggiamento è la Legge di Wien, che indica come il
prodotto fra la lunghezza massima λmax delle onde emesse da un corpo caldo e la
temperatura T sia costante e pari a:
λmaxT = costante = 2,898 ⋅10−3 mK
Dunque, tutti i corpi emettono energia per radiazione, anche se ci accorgiamo soltanto
delle radiazioni elettromagnetiche che il nostro occhio è in grado di percepire (spettro
visibile).

2.5 – Capacità termica


Consideriamo un sistema che, scambiando calore Q con l’ambiente circostante, varia la sua
temperatura da Ti a T f . Si definisce capacità termica media nell’intervallo Δt :
Q
Cm =
Δt
da cui, con un passaggio al limite, si ottiene la capacità termica alla temperatura T:
δQ
C (T ) =
dT
Inoltre, viene definito calore specifico la capacità termica riferito all’unità di massa del
sistema in oggetto:
C δQ
^= =
m m dT
In modo analogo si definisce il calore (specifico) molare:
C 1 δQ
c= =
n n dT
(n = numero di moli del sistema)
Il calore specifico e il calore specifico molare dipendono:
- dalla sostanza;
- dal tipo di trasformazione attraverso la quale avviene lo scambio di calore;
- dalla temperatura alla quale avviene lo scambio di calore.
Tali grandezze riflettono la (maggiore o minore) capacità di un sistema di assorbire (o cedere)
calore senza variare (apprezzabilmente) la propria temperatura. In particolare, dalla
C δQ
^= = , si ottiene che:
m m dT
Tf
Q = m ∫ ^dT
Ti
Se consideriamo costante, nell’intervallo di temperatura considerato, il calore specifico, allora
possiamo integrare e dire:
Q = m ^Δt

Sperimentalmente si nota che vi sono situazioni fisiche nelle quali un sistema non cambia la
propria temperatura, pur scambiando calore con l’ambiente circostante. Questo avviene
quando nel sistema sta avvenendo un cambiamento di fase (o di stato); viene chiamato
calore latente (di fusione o di evaporazione) il calore necessario a far cambiare fase alla
massa unitaria di una certa sostanza; esso risulta equivalente alla corrispondente variazione
di entalpia.
Infine, accenniamo un interessante risultato sperimentale (legge di Dulong e Petit), secondo
cui quasi tutti i calori molari dei solidi degli elementi chimici tendono allo stesso valore, per
temperature sufficientemente grandi.

2.6 – Proprietà dei gas ideali

2.6.1 – Energia interna


Si è discussa la proprietà dell’energia interna di un sistema termodinamico di essere
funzione di stato delle variabili termodinamiche indipendenti che lo descrivono (nel
caso di un sistema idrostatico, di due qualsiasi delle coordinate macroscopiche p, V, T).
In effetti, si trova sperimentalmente che l’energia interna dei gas perfetti (cioè dei gas
reali a bassa pressione) dipende solo dalla temperatura.
Prendiamo ora in considerazione un contenitore adiabatico (con termometro che misura
la temperatura), diviso in due camere che possono essere connesse realizzando un
opportuno rubinetto. Inizialmente il rubinetto è chiuso e un gas è contenuto in una
delle due camere, mentre nell’altra c’è il vuoto.
Ad un certo punto si apre il rubinetto in modo che il gas sia libero di riempire anche la
seconda camera: il processo è chiaramente irreversibile (in quanto non è quasi-statico),
e durante la trasformazione la pressione esterna (rispetto al gas) è nulla, quindi il gas
non fa lavoro. Non vi è neppure scambio di calore, perché il contenitore è adiabatico,
quindi:
⎧L = 0
⎨ ⇒ ΔU = 0
⎩Q = 0
Quando il gas ha raggiunto il suo nuovo stato di equilibrio termodinamico, se ne
misura nuovamente la temperatura e si osserva una sua diminuzione, tanto più
trascurabile quanto minore è la pressione iniziale del gas. Estrapolando questo
risultato, otteniamo che:
lim ΔT = 0
p →0
Si noti che nella trasformazione il gas cambia sia il volume che la temperatura.
Considerando come coordinate indipendenti volume e temperatura, abbiamo che
U (V f , T ) = U (Vi , T )
dunque l’energia interna non è sensibile alla variazione di volume, ma è funzione solo
della temperatura. Si scrive:
U = U (T ) (gas perfetto)

2.6.2 – Capacità termica e relazione di Mayer


Poiché l’energia interna di un gas perfetto è funzione solo di T, in una trasformazione a
volume costante si ha che:
⎛ dU ⎞
(δ Q )V = dU = ⎜ ⎟ dT
⎝ dT ⎠
Il calore molare a volume costante può quindi essere espresso come:
1 ⎛ δQ ⎞ 1 dU
cV = ⎜ ⎟ = ⇒ dU = ncV dT
n ⎝ dT ⎠V n dT
Possiamo dunque scrivere il Primo Principio per le trasformazioni quasi-statiche dei
gas perfetti nella seguente forma:
δ Q = ncV dT + p dV (gas perfetti)
Da questa espressione siamo in grado di ottenere la relazione di Mayer fra i calori
molari di un gas perfetto, a volume costante e a pressione costante.
- differenziamo l’equazione di stato: p dV + V dp = nR dT , da cui si trova facilmente
che p dV = nR dT − V dp ;
- ricordiamo che δ Q = ncV dT + p dV ;
- dunque δ Q = ncV dT + nR dT − V dp ;
1 ⎛ δQ ⎞ 1 ⎛ ncV dT + nR dT − V dp ⎞
- siccome c p = ⎜ ⎟ = ⎜ ⎟ ;
n ⎝ dT ⎠ p n ⎝ dT ⎠p
- operando semplificazioni si ottiene: c p = cv + R (relazione di Mayer, valida solo per
i gas perfetti). Notiamo come nei gas perfetti si ha sempre che c p > cv ;
- in conclusione, stante la dU = ncV dT , si ha che U = ncV T + costante .
Aggiungiamo, senza troppo approfondire, che anche l’entalpia dipende solo dalla
temperatura: dH = nc p dT .
Per i gas perfetti possiamo utilizzare due diverse espressioni del calore scambiato,
secondo convenienza:
1) δ Q = ncV dT + p dV = dU + p dV
2) δ Q = nc p dT − V dp = dH − V dp

2.6.3 – Trasformazioni adiabatiche quasi statiche


In queste trasformazioni non c’è scambio di calore, per cui modifichiamo le due
equazioni appena poco fa scritte ponendo δ Q = 0
1) 0 = ncV dT + p dV ⇒ ncV dT = − p dV
2) 0 = nc p dT − V dp ⇒ nc p dT = V dp
Dividiamo fra loro queste due equazioni:
ncV dT = − p dV c − p dV 1 − p dV
⇒ V = ⇒ =
nc p dT = V dp cp V dp γ V dp
Si ricava facilmente che:
dp dV
=− γ
p V
Assumiamo γ costante e integriamo per ottenere:
p V pV γ pV γ
ln = −γ ln ⇒ ln = 0 ⇒ =1
p0 V0 p0V0γ p0V0γ
(dopo aver applicato le proprietà dei logaritmi)
Si ottiene dunque l’equazione di Poisson:
pV γ = costante
Dalla quale derivano:
TV γ −1 = costante
1−γ
γ
Tp = costante
(applicando l’equazione di stato dei gas perfetti)

2.6.4 – Trasformazioni politropiche


Le trasformazioni isoterme e le trasformazioni adiabatiche (quasi-statiche) di un gas
perfetto fanno parte di una classe di trasformazioni, chiamate generalmente
politropiche, che passano attraverso stati le cui coordinate termodinamiche
soddisfano equazioni del tipo pV α = costante ( α = 1 per le isoterme, α = γ per le
adiabatiche, α = 0 per le isobare). Più α è grande, maggiore è la pendenza della curva
della trasformazione nel piano di Clapeyron (p-V).
Il calore molare di un gas ideale in una trasformazione politropica può essere
calcolato utilizzando:
- il Primo Principio nella forma differenziale dU = δ Q − δ L ;
- l’equazione di stato pV = nRT e la sua versione p dV + V dp = nR dT ;
- l’equazione pV α = costante ;
1 δQ
- la definizione di calore molare: c = .
n dT
Si agisca così:
1) Differenziamo pV α = costante in α ( p dV ) + V dp = 0 ;
2) Sottraiamo α ( p dV ) + V dp = 0 da p dV + V dp = nR dT e otteniamo
(1 − α )( p dV )α = nR dT
3) Applichiamo il risultato alla definizione di calore molare, così trasformata:
1 ⎛ δQ ⎞ 1 ⎡ dU ⎛ dV ⎞ ⎤ 1 ⎛ dV ⎞
cα = ⎜ ⎟ = ⎢ +⎜ p ⎟ ⎥ = cV + ⎜ p ⎟
n ⎝ dT ⎠α n ⎣ dT ⎝ dT ⎠α ⎦ n ⎝ dT ⎠α
Si ottiene:
R
cα = cV +
1−α

2.7 – Aspetti microscopici


Ricordiamo che, per una molecola monoatomica, si può scrivere per l’energia cinetica media
la relazione:
3
K= kT
2
Siccome una molecola puntiforme ha tre gradi di libertà, tutto va come se tale molecola
contribuisse (mediamente) all’energia interna con un’energia ε = 1 kT per ciascun grado di
2
libertà. Questa affermazione, apparentemente arbitraria e “a naso”, può essere giustificata da
un punto di vista statistico attraverso il teorema di equipartizione: in un sistema che si trovi
in equilibrio termodinamico, alla temperatura T, ogni termine quadratico indipendente della
sua energia interna ha un valore medio di ε = 1 kT .
2
Di conseguenza, come detto, l’energia interna di n moli di gas perfetto monoatomico sarà
3
semplicemente U = nRT . Da qui è facile ricavare il calore molare a volume costante:
2
1 dU 3
cV = = R
n dT 2
Se ricordiamo la relazione di Mayer: c p = cv + R
3 5
cV = R+R = R
2 2
Per una molecola biatomica (che ha due gradi di libertà in più), tali relazioni diventano:
5 7
cV = R cV = R
2 2
3.1 – Come ottenere lavoro da un serbatoio di calore
I serbatoi di calore sono corpi che non interagiscono per via meccanica con il sistema e con i quali è possibile
scambiare calore a piacere, senza che essi cambino (apprezzabilmente) la propria temperatura. Si potrebbe
pensare di utilizzare l’energia interna di un serbatoio a temperatura T1 , sottraendogli calore da trasformare in
lavoro, mediante una macchina. Ciò si può fare con un dispositivo in cui un gas, inizialmente in uno stato di
equilibrio termodinamico, si trova in un contenitore adiabatico con un coperchio mobile, mentre la base
conduttrice permette scambi di calore con un serbatoio di temperatura T1 uguale a quella iniziale. Prendiamo una
situazione ideale: quella di un gas perfetto che esegue trasformazioni quasi-statiche, con un coperchio che si
muove in assenza di attrito. In queste condizioni, togliendo in lenta successione piccoli pesetti inizialmente
appoggiati sul coperchio, il gas, espandendosi, fa un lavoro positivo sull’ambiente.
Siccome l’energia interna di un gas perfetto è funzione solo della temperatura (che in questo caso non cambia,
grazie al contatto col serbatoio), si ha che
ΔU = 0 dunque Q=L
Il calore assorbito è stato trasformato completamente in lavoro.
Una macchina del genera fa lavoro finché vi sono pesetti da togliere: in seguito, perché possa continuare a
funzionare, occorre riportare il sistema allo stato iniziale. Se, per fare ciò, comprimiamo il gas facendogli
compiere una trasformazione reversibile (isotermica), vale ancora la relazione Q = L , ma questa volta il lavoro
bisogna farlo dall’esterno sul gas. Una trasformazione simile, come si può ben capire, non serve a niente.

3.2 – Enunciato di Kelvin - Planck


Tutte le macchine operano in maniera ciclica e ciò vale anche per le macchine termiche, la cui variazione di
energia interna lungo un ciclo è nulla (essendo U funzione di stato).
Dunque, per ogni macchina termica (ciclica) si ha Q = L. Ebbene, è un fatto sperimentale che fino ad oggi
nessuno sia mai riuscito a realizzare una macchina termica che fornisca energia meccanica lavorando con un solo
serbatoio. In un ciclo non si riesce a trasformare completamente in lavoro l’energia sottratta a un solo serbatoio;
una parte di tale energia viene sempre trasferita (mediante scambio di calore) a un altro serbatoio, che ha la
temperatura più bassa del primo.
Se la macchina è reversibile e deve tornare allo stato iniziale, restando in contatto termico con un termostato a
temperatura T1 , si ricade nella situazione del paragrafo precedente e non si ottiene alcun lavoro. In realtà, dato
che le trasformazioni reali non sono reversibili, il lavoro risulta negativo: ne segue che una macchina termica, per
funzionare, ha bisogno di almeno due serbatoi di calore.
Il termostato a temperatura maggiore è quello al quale la macchina sottrae energia, l’altro riceve un flusso di
calore dalla macchina stessa; la macchina monoterma (poco fa descritta, con un solo serbatoio) è impossibile dal
realizzare per il Secondo principio della termodinamica (o di Kelvin-Planck), che è così enunciato: è impossibile
realizzare una qualsiasi trasformazione il cui unico risultato sia quello di convertire completamente in lavoro il calore prelevato da un
solo serbatoio.
Si osservi che tale principio non vieta la conversione completa di calore in lavoro lungo la trasformazione
isotermica discussa nel precedente paragrafo, in quanto tale conversione non rappresenta l’unico risultato della
trasformazione. Infatti, nel contempo, è cambiato lo stato del sistema.
Il modo più semplice per realizzare una macchina termica è quindi costruire una macchina con:
- un serbatoio caldo (temperatura T1 );
- un serbatoio freddo (temperatura T2 );
- la possibilità di scambiare calore tra il primo e il secondo serbatoio:
o calore assorbito dal serbatoio caldo: Q1 ;
o calore ceduto al serbatoio freddo: Q2 .
Il lavoro eseguito dalla macchina termica diventerà Q1 + Q2 (tenendo conto dei segni: Q1 − Q2 = L ).
Poiché una macchina termica è un trasformatore energetico che fornisce lavoro meccanico L, utilizzando il
calore Q1 , si definisce rendimento della macchina termica il rapporto fra tali quantità:
L Q1 + Q2 Q Q
η= = = 1+ 2 = 1− 2
Q1 Q1 Q1 Q1
Si nota subito che è impossibile ottenere rendimento pari a 1, perché in tal caso Q2 dovrebbe essere 0.
3.3 – Enunciato di Clausius: macchine frigorifere
Un’altra formulazione del secondo principio della termodinamica è stata data da Clausius, nella forma: è
impossibile realizzare una qualsiasi trasformazione il cui unico risultato sia quello di far passare calore da un
corpo (più) freddo a un corpo (più) caldo.
Un sistema per trasferire calore da un corpo più freddo a uno più caldo (usufruendo di un lavoro esterno, che
quindi ha segno negativo) viene chiamato macchina frigorifera: naturalmente, dovendo il frigorifero lavorare
ciclicamente, per la conservazione dell’energia anche in questo caso vale la relazione Q = L .
Q2
Si dice coefficiente di prestazione: ω = ( Q2 è il calore assorbito dal serbatoio freddo).
L
Si può dimostrare che gli enunciati di Clausius e di Kelvin costituiscono due modi diversi per esprimere lo stesso
principio.

3.4 – Macchine reversibili e ciclo di Carnot


I limiti di funzionamento delle macchine termiche (e frigorifere) reversibili sono stati discussi in precedenza. In
ogni caso è da aspettarsi che, a parità di tutte le altre condizioni, il rendimento delle macchine reversibili sia
superiore a quello delle macchine non reversibili. Limitandoci per ora al solo caso di macchine termiche
reversibili che lavorano con due serbatoi, possiamo anzitutto mostrare che esiste un solo tipo di ciclo reversibile
che tale macchina può compiere.
Sappiamo che, quando la macchina è a contatto con uno dei termostati, l’unica trasformazione reversibile
possibile è una isoterma alla temperatura del serbatoio stesso. Se invece la macchina è termicamente isolata dai
termostati, non può che fare una trasformazione adiabatica. Dunque l’unico tipo di ciclo possibile si ottiene
alternando isoterme reversibili e adiabatiche reversibili. Lo stesso ciclo, percorso nel verso opposto, rappresenta
l’unico tipo di ciclo reversibile realizzabile con due soli serbatoi. Data la reversibilità, i cambiamenti di versi
comportano esclusivamente cambiamenti di segno delle energie scambiate.
Tale ciclo è detto di Carnot, e gode di importanti proprietà:
- il rendimento di una macchina termica generica non può essere maggiore di quello di una macchina
reversibile di Carnot;
- tutte le macchine di Carnot che lavorano fra le stesse due sorgenti hanno lo stesso rendimento.
Dal teorema di Carnot discende che:
- tutte le macchine reversibili che lavorano fra gli stessi due serbatoi hanno lo stesso rendimento.

Facciamo ora un esempio di macchina reversibile a gas perfetto.


Consideriamo una singola mole di gas perfetto, la quale compia il
ciclo di Carnot costituito da due adiabatiche e due isoterme, e
calcoliamo i calori Q1 e Q2 scambiati dal sistema con i serbatoi.
Nella trasformazione isotermica AÆB l’energia interna non
cambia per cui il valore ricevuto dal sistema è uguale al lavoro che
esso esegue:
B B
RT V
Q1 = LAB = ∫ p dV = ∫ dV =RT1 ln B > 0
A A
V VA
In maniera analoga si calcola il valore del calore Q2 scambiato
(ceduto) dal gas con il serbatoio freddo, nella trasformazione
CÆD:
VD V
Q2 = RT2 ln = − RT2 C < 0
VC VD
Le altre due trasformazioni sono adiabatiche reversibili; quindi, per le equazioni di Poisson, si può scrivere:
⎧⎪T1VBγ −1 = T2VCγ −1 ⎛ V ⎞γ −1 ⎛ V ⎞γ −1 V V
⎨ γ −1 ⇒⎜ B ⎟ =⎜ C ⎟ ⇒ B = C
γ −1
⎪⎩T1VA = T2VD ⎝ VA ⎠ ⎝ VD ⎠ VA VD
Q2 T2
Si ottiene dunque la seguente relazione, valida per un qualsiasi ciclo di Carnot: = .
Q1 T1
Essa vale qualunque sia il fluido con cui opera la macchina.

3.5 – Rendimento delle macchine di Carnot


Le relazioni:
Q2 T2 L Q1 + Q2 Q Q
= e η= = = 1+ 2 = 1− 2
Q1 T1 Q1 Q1 Q1 Q1
Ci permettono di scrivere in maniera semplice il rendimento di una qualsiasi macchina di Carnot, che scambi i
calori Q1 e Q2 con due serbatoi di temperature T1 e T2 :
Q2 T2
η = 1− = 1−
Q1 T1
Anche il coefficiente di prestazione di un ciclo frigorifero può essere espresso mediante le relazioni di cui sopra:
Q2 T2
ωC = =
Q1 − Q2 T1 − T2
La definizione di rendimento di una macchina termica può essere estesa anche al caso in cui essa lavori con più
di due serbatoi. In tal caso, nell’espressione
L
η=
Q
Il denominatore rappresenta la somma di tutti i calori assorbiti dalla macchina nel ciclo.

3.6 – Ciclo Stirling


È un ciclo reversibile costituito da due isoterme e due isocore
eseguite da un gas perfetto. L’isoterma a temperatura T1 (> T2 )
collega lo stato 2 allo stato 1, la prima isocora 1 con 4, l’altra
isoterma (a temperatura T2 ) collega 4 con 3, e infine una seconda
isocora chiude il ciclo.
V V
Lavoro: L = nRT1 ln B + nRT2 ln D , ma siccome VB = VC e
VA VC
VB
VA = VD possiamo scrivere L = nR (T1 − T2 ) ln .
VA
V
Calore ricevuto dall’esterno: Q = ncV (T1 − T2 ) + nRT1 ln B
VA
VB
nR (T1 − T2 ) ln
L VA
Rendimento: η = = .
Q nc (T − T ) + nRT ln VB
V 1 2 1
VA

3.7 – Ciclo Otto


Il motore a scoppio può essere schematizzato con un ciclo di Otto, costituito
da due adiabatiche e due isocore, tutte reversibili. Si consideri una macchina
che esegue un ciclo del genere in cui le adiabatiche collegano gli stati 3-4 e 2-1.
Lavoro: L = Q = QDA + QBC = ncV (TA − TD ) + ncV (TC − TB )
Calore ricevuto dall’esterno: QDA = ncV (TC − TB )
γ −1
L T −T ⎛V ⎞
Rendimento: η = = 1− B C = ⎜ 1 ⎟ .
QDA TA − TD ⎝ V2 ⎠
3.8 – Ciclo Diesel
Il motore Diesel può essere schematizzato con quattro
trasformazioni reversibili, due adiabatiche, una isobara e una
isocora.

Lavoro: L = Q = QDA + QCD = nc p (TB − TA ) + ncv (TD − TC )


Calore ricevuto dall’esterno: QAB = nc p (TB − TA )
L c T −T
Rendimento: η = = 1− v C D .
QAB c p TB − TA

3.9 – Teorema di Clausius


Per un’ulteriore formalizzazione del Secondo principio della Termodinamica è di fondamentale importanza il
Q1 Q2
teorema di Clausius, che può essere dimostrato generalizzando la relazione + ≤ 0 (il segno = vale per i
T1 T2
cicli irreversibili, il segno < per quelli irreversibili) al caso di una macchina termica che in un ciclo scambi calore
con n serbatoi aventi temperature T1 , T2 ,..., Tn .
Immaginiamo di avere a disposizione anche un ulteriore serbatoio a temperatura T0 , e n macchine di Carnot Ci ,
ciascuna operante fra la sorgente T0 e la corrispondente sorgente Ti . Supponiamo inoltre che, a ogni ciclo, Ci
scambi col serbatoio Ti il calore −Qi , uguale ma di segno contrario alla quantità Qi che il serbatoio ha
scambiato con M.
Esaminiamo la macchina costituita da M e dall’insieme delle macchine Ci ; per le ipotesi fatte sui calori
scambiati, i serbatoi Ti risultano non essenziali per il suo funzionamento: si tratta in effetti di una macchina
ciclica monoterma, che funziona con un solo serbatoio, quello a temperatura T0 , con il quale scambia il calore

QT' = ∑ Qi . Per l’enunciato di Kelvin del secondo principio QT' ≤ 0 e quindi la macchina trasforma lavoro in
'

calore.
Q1 Q2
D’altra parte, però, per ogni macchina di Carnot Ci vale la + ≤ 0 quindi si ha che:
T1 T2
Qi' ( −Qi ) Q
+ = 0 ⇒ Qi' = T0 i
T0 Ti Ti
Q Q
QT' = ∑ Qi = T0 ∑ i ≤ 0 ⇒ ∑ i ≤ 0
'
Ti Ti
Si può dimostrare che, se la macchina M è reversibile, nella formula appena scritta vale il segno di uguaglianza.
In tal caso, infatti, è possibile realizzare il ciclo inverso, nel quale tutte le quantità in gioco hanno lo stesso
Q
modulo ma cambiano segno. Se ne deduce una relazione identica a ∑ Ti ≤ 0 , ma con tutti i calori cambiati di
i
segno:
−Qi Q
∑ Ti
≤0⇒∑ i ≥0
Ti
Q
Che sono compatibili solo se ∑ Ti = 0 .
i
L’estensione a una trasformazione ciclica in cui la temperatura del sistema varia con continuità, equivalente a
considerare un numero di serbatoio tendente all’infinito, è immediata: chiamando δ Q il calore scambiato con il
δQ
serbatoio a temperatura T, si ha v∫ T
≤ 0.
4.1 - Entropia
δQ
Nel caso di cicli reversibili, la relazione ∫ T
≤ 0 equivale ad un’importante proprietà:
f δQ
l’indipendenza dalla trasformazione eseguita dell’integrale ∫
R i
T
≤0 (che ora non

dimostriamo). Si definisce allora, attraverso tale integrale, la variazione di una grandezza


termodinamica, detta entropia:
f δQ f

R i
T
= ∫ dS = S f − Si ≡ ∆S
i
Tale indipendenza dalla trasformazione mette in evidenza l’importante proprietà dell’entropia di
 δQ 
essere una funzione di stato e il fatto che dS =   è un differenziale esatto.
 T R

[da terminare…]