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S. KIERKEGAARD, IL VANGELO DELLE


SOFFERENZE, IN ID, OPERE, SANSONI, FIRENZE
1972 (pp.830-898).
Anna Santini (numero matricola: 185760)

Kierkegaard, filosofo danese, nasce a Copenaghen nel Maggio del 1813.


Ebbe un’infanzia tormentata, segnata dal lutto di cinque fratelli e dalla rigida
educazione pietista, improntata al pessimismo e al sentimento del peccato.
La tragedia dei fratelli e la severa educazione fecero di Kierkegaard un uomo
malinconico e votato all'introspezione, nonché ai facili sensi di colpa.
A 20 anni cercò di recuperare l’infanzia perduta trascurando gli studi e
allontanandosi dal padre, ma senza risultato, tanto che il suo senso di
inadeguatezza verso il mondo aumentò.
La sua forte introspettività non gli consentiva di relazionarsi in maniera sana con
le persone, al punto che si sentirà in dovere di lasciare la sua amata Regine Olsen,
per la paura di trascinarla nella sua inquietudine.
L’unico conforto che il filosofo trova è nell'amore per Dio, amore non facile, a cui
dedicherà molte opere.
Muore nel suo luogo di nascita Copenaghen nel Novembre del 1855.

Come per opera ‘’Sentimenti nella lotta delle sofferenze’’[1] con il ‘’Vangelo delle
sofferenze’’ del 1846-7, Kierkegaard tenta di realizzare un discorso edificante,
ovvero che non si limiti ad una mera speculazione, ma con quest’opera il
pensatore costruisce un vero e proprio percorso esistenziale; non a caso, il filosofo
danese, è uno dei capostipiti della corrente dell'Esistenzialismo europeo: la sua
filosofia è essenzialmente una ricerca del significato dell' esistenza.
In quest’opera Kierkegaard prende in esame il percorso di vita del cristiano
autentico e mostra l’intrinseca eterogeneità di quest’esistenza nei confronti del
mondo.
L’estraneità del credente verso la dimensione terrena consiste nella sua scelta di
orientare la sua vita al rapporto con Dio, accettando la sofferenza che deriva da
questa decisione.
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La scelta di Dio, per Kierkegaard, coincide necessariamente con l’accettazione


della sofferenza, poiché quando si intraprende la via della vera cristianità, si
intraprende un percorso che non ha una meta o una realizzazione immediata nel
mondo terreno, poiché ciò che il fedele desidera non risiede nella quotidianità del
mondo.
Questa è la profonda inquietudine della vita dei credenti: la rincorsa verso una
meta, il ricongiungimento a Dio, non raggiungibile in vita, ma solo attraverso la
morte.
Kierkegaard per tutto il corso dell'opera sottolineerà più volte, con esempi sempre
diversi, e a parer mio troppo lunghi e frequenti, l’importanza della sofferenza
come esperienza fondamentale nella vita del credente.
La sofferenza nella fede diviene lo strumento discriminate tra il cristiano autentico
e il cristiano della cristianità.
Quest’ultimo è rappresentato dai presunti fedeli della chiesa luterana
contemporanei al filosofo che, per il pensatore, si dedicavano unicamente ad
aspetti mondani dell'esistenza, senza cogliere il carattere drammatico e sofferente
della fede.
Leggendo l’opera salta subito all'occhio il disprezzo che riserva Kierkegaard ad
una fede di questo genere che consiste nella semplice ritualità di gesti e in
preghiere saltuarie.
La fede autentica, per il filosofo, è cosa ben lontana da questa; è la rinuncia al
mondo della temporaneità e al contempo repressione dell'amor proprio
(abnegazione di sé).
Questa è l’ unica vera via per amare in maniera autentica Dio.
Il filosofo danese è ben cosciente della difficoltà del rinnegare se stessi insito nella
vita del vero credente, tuttavia al contempo è anche consapevole della necessità
dell'abnegazione, poiché solo attraverso di essa si impara l’obbedienza a Dio.
Cristo diviene esempio evidente di ciò: Egli, l’essere più innocente e puro che
venne al mondo, accettò la sua condanna senza ribellarsi al Padre.
Questo è un passaggio fondamentale per Kierkegaard: l’obbedienza di Gesù al
Creatore si manifestò solo quando Egli accettò di soffrire senza accusare il Padre
per le sue pene.
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Cristo discendendo in terra depose la sua gloria, poiché nell' eternità la sua volontà
era sicuramente in accordo con quella del Padre, ma quando Egli si fece carne fu
allora che conobbe l’obbedienza, abnegando se stesso, divenne obbediente fino
alla morte in croce.
Ecco allora che per Kierkegaard la sofferenza in Gesù diviene il terreno di prova
per il manifesto della sua obbedienza verso il Padre.
Il dolore fu la prova che Cristo ha vinse.
Kierkegaard è affascinato dalla figura di Cristo al punto da elevarlo a modello per
il cristianesimo autentico, poiché Egli ha camminato sulla via di Dio fino alla sua
morte sofferta, senza accusare il Padre per non essere intervenuto ad alleviare le
sue pene.
Allora ecco che Gesù, non abbandonò gli uomini morendo in croce, ma al
contrario segnò loro la strada per la via di Dio.
Interessante è il fatto che sia proprio il dolore a divenire lo strumento necessario
per intraprendere la via del Signore: la sofferenza è vista come condizione positiva
di disvelamento e disincanto dalla temporaneità, ovvero dal mondo terreno
costruito sulla quotidianità e destinato a concludersi con la morte.
La sofferenza si fa condizione di frattura di questa ruotine e porta all'apertura di un
nuovo percorso esistenziale, più profondo e introspettivo, rispetto al semplice
mondo della temporaneità: ovvero il percorso di Dio che giace sulla via dell'
eterno.
Ed è proprio questo per Kierkegaard l’unico orizzonte di senso: orientare la
propria vita alla sofferenza per l’amore per Dio, poiché quando la vita finirà e
comincerà eternità, l’unica cosa che avrà senso, sarà l’aver superato le sofferenze
con Dio.
Una vita trascorsa nel godimento e nell'amor proprio terreno è destinata all'oblio
dell'insensatezza; i piaceri vissuti sulla terra non avranno alcun senso in vista dell'
eternità.
Ed è proprio qui il punto focale dell'intera opera: sulla via di Cristo, la massima
sofferenza equivale alla massima vicinanza alla perfezione, poiché abnegazione di
sé e la rinuncia del mondo sono cose non facili e dolorose.
Ecco che allora dove non c’è sofferenza, non c’è neppure coscienza dell'eternità e
dove c’è coscienza dell'eternità c’è anche sofferenza.
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È nella sofferenza che Dio tiene uomo vigile ed eterogeneo da questo mondo.
A questo punto è importante non confondere la posizione del filosofo con una
posizione doloristica, ovvero un atteggiamento che persegue il dolore fine a se
stesso, dunque una posizione che ha come telos la sofferenza.
Kierkegaard rigetta questa condotta ritenendo assurdo un atteggiamento di questo
tipo, poiché per il filosofo, non solo porta alla disperazione, ma significa anche
non aver compreso il senso autentico del legame con il Creatore.
Per il pensatore danese la sofferenza è intrinseca nel rapporto con Dio, non la
bisogna cercare; il dolore rappresenta la segnaletica che si sta camminando sulla
strada giusta, sulla strada dell' Eterno, non è il fine ultimo.
Se portassimo lo sguardo del filosofo sulla storia, in particolare al movimento
cattolico dei flagellanti nel Medioevo, che consisteva nella pratica
dell'autoflagellazione, ovvero del procurarsi dolore, come forma di penitenza e
devozione, Kierkegaard ne rimarrebbe disgustato, poiché appoggiare quel
movimento significa non aver compreso il messaggio di Cristo ed aver perso di
vista il rapporto autentico con Dio.
Gesù ha certo sofferto per le pietre scagliategli contro lungo il tragitto verso la
croce, ma non sono i sassi il motivo della sua profonda sofferenza.
Cristo soffre nella sua interiorità, poiché non è stato riconosciuto come Figlio di
Dio, soffre perchè l’uomo accetta la verità, la deride e la mette in croce.
Ecco allora che l’autentico dolore cristiano consiste nel sentire la lontananza dalla
verità, ovvero nel percepire la temporanea lontananza dal Creatore.
Questa è una sofferenza che dura per tutta la vita, non meramente nel momento
della flagellazione.
È da questa sofferenza che si impara l’obbedienza a Dio, poiché si abbandona la
propria volontà (concetto di abnegazione) per sottostare alla volontà dell'Eterno,
come fece Cristo in croce.
Il filosofo danese è ben consapevole che agli occhi dei miscredenti la vita
sofferente del cristiano possa sembrare assurda, egli appare uno stupido agli occhi
del mondo, ma agli occhi della fede il cristiano ha compiuto l’unica scelta sensata:
ha scelto l’eternità sulla vita.
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Nei momenti di sconforto il credente deve attingere alla forza dell'eterno, deve
dunque ricordare a se stesso che si soffre una volta sola, ovvero tutta la vita, ma
che poi si trionfa per l’eternità.
La vita terrena è solo una transizione, la fede il mezzo per l'Eterno, ma non è un
mezzo di astuzia-vantaggio come può emergere nell' opera ‘’Pensieri’’ di Pascal
dove il pensatore francese invita l’uomo a fare LA scelta decisiva della vita e tra le
due opzioni mette in evidenza quella più vantaggiosa: Scommettete dunque che
Egli esiste, senza esitare. Valutiamo questi due casi: se guadagnate, voi guadagnate
tutto; se perdete, non perdete niente. (2)
Il concetto di fede per Kierkegaard è più profondo.
Il compito della fede è certo rassicurare il sofferente portandogli alla mente
l'eternità che lo aspetta, tuttavia non bisogna confondersi: per il filosofo la fede
non rappresenta una terapia al dolore, ovvero un modo per non affrontarlo, al
contrario per Kierkegaard la vita del cristiano è abnegazione, dunque sofferenza,
ma attraverso la fede questa sofferenza acquista un senso.
Il discorso di Kierkegaard fin qui presenta molti punti in comune con l’opera già
citata ‘’Sentimenti nella lotta delle sofferenze’’.
La trattazione diviene più interessante con l’introduzione di tre figure che si fanno
manifesto delle diverse sfumature del soffrire dell'uomo; ma prima di arrivare al
fulcro della questione è doveroso fare una premessa al fine di capire il discorso.
Come detto in precedenza, per il filosofo, la vita del cristiano autentico è
sofferenza, soggetta all'abnegazione del amor proprio e alla rinuncia del mondo.
Importante ora sottolineare che, questa condizione di dolorosa esistenza del
credente, non è una scelta di Dio.
Nella prospettiva del danese il Creatore non può aver scelto il dolore, poiché Dio è
amore.
La sofferenza umana allora deriva dalla condizione originaria dell'uomo: uomo
nasce macchiato del peccato originale; egli vive nel mondo da peccatore, dunque
finchè l’uomo è nella condizione terrena non troverà mai la pace.
Kierkegaard nominando il buon ladrone in croce con Cristo, Giobbe e gli amici di
Giobbe rappresenta tre situazioni della sofferenza umana.
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Il primo è il caso del buon ladrone crocifisso alla destra di Cristo. Egli rappresenta
il caso dell'uomo reo che soffre da colpevole in rapporto a Dio e in rapporto agli
uomini.
In casi simili spesso l’uomo è portato a individuare delle scusanti per scagionarsi
dalla propria colpa ed evitare la sofferenza; tuttavia questo non è il caso del
ladrone, poiché egli sente profondamente il soffrire da reo; egli è consapevole di
ciò che ha commesso e per questo viene punito, egli è talmente conscio di ciò che
ha compiuto da trovare sollievo dalla situazione di Cristo crocifisso: il ladro ha
agito per la sua colpa, Gesù invece è innocente; questo il ladrone lo ha compreso e
ne trae sollievo per il suo soffrire.
Kierkegaard vede nell'atteggiamento del ladrone un insegnamento: così
dovrebbero fare tutti gli uomini, anziché protestare contro Dio per la loro
condizione di sofferenti, dovrebbero gioire poiché non sono stati puniti
ingiustamente.
Con questa premessa introduciamo il secondo caso ovvero il molto discusso, sia in
teologia che in filosofia, caso di Giobbe.
Giobbe rappresenta agli occhi dell'umanità l’innocente costretto a soffrire senza
una ragione; ma a ben pensarci è proprio questo il punto: gli occhi dell'umanità
non sono gli occhi di Dio; al cospetto di Dio ogni uomo appare colpevole, non di
questa o quella colpa, come nel mondo terreno, ma colpevole nella sua essenza.
Giobbe può non aver commesso alcuna colpa in terra, ma comunque non rimane
esente dal peccato, poiché la colpa originale è insita nel suo essere uomo.
Ribellandosi Giobbe mostra di non aver compreso l’essenza ultima dell' uomo: il
peccato.
questa è la trappola in cui sono caduti anche gli amici di Giobbe: l’uomo non
soffre per una colpa commessa, tesi sostenuta dai compagni di Giobbe, che
vedendo l’amico sofferente, dissero che evidentemente doveva aver peccato.
Per il filosofo l’uomo di fronte a Dio soffre sempre da colpevole.
Solo il cristiano autentico è in grado di capire l'inconsistenza della tesi degli amici,
poiché egli coglie nella sofferenza la relazione con Dio.
Ed ecco che per il pensatore danese non vi è terapia al dolore; la sofferenza non la
si può estirpare dalla vita terrena dell' essere umano, poiché è nella sua stessa
essenza, è la prova che deve superare per la beatitudine.
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Conoscere significa entrare in rapporto con la propria condizione da peccatori.


Solo questa conoscenza permette di vivere una vita autentica e rapportarsi in
maniera sana e autentica a Dio.
Non si deve mai dubitare di questo, non si deve mai lasciare il posto al dubbio il
quale insinuandosi nella testa del novizio gli chiede se la sofferenza valga davvero
la pena.
Fondamentale è che il novizio non perda di vista la meta e il suo compito.
Solo il cristiano non autentico, colui che non ha compreso il senso ultimo delle
sofferenze, cede al dubbio e cerca un'altra via esistenziale, dove egli non è più
umile servo di Dio; in questo modo egli pensa di aver vinto il dolore, ma si
sbaglia: poiché divine un uomo senza una meta, destinato a vivere nella
temporaneità ad affaccendarsi in cose banali e inutili per opprimere il richiamo
interiore all'autenticità che ogni uomo possiede.
Per Kierkegaard è così vivono i più, ingannandosi con la temporaneità, cercano di
dare un senso al proprio esistere, affannandosi nel mondo terreno; ed ecco che da
questo affanno nascono i modi per rendere piacevole la temporaneità.
Tutto ciò è assurdo per l’uomo saggio che ha compreso la verità di Dio; egli agli
occhi del mondo preferirebbe essere un contadino scalzo, ma con gli occhi rivolti
alle stelle che gli indicano la via, piuttosto che un re, circondato da servitori, ma al
buio.
Dal testo emerge chiaramente l’esigenza che anima Kierkegaard di informare gli
uomini della grande menzogna in cui stanno vivendo; tutta l’opera è
un'esortazione agli uomini ad aprire gli occhi, a tornare alle Sacre Scritture e
soprattutto a compiere la scelta fondamentale, ovvero la scelta dell' eterno.
Solo questa scelta è l’unica portatrice di pace: un giorno, dieci giorni,una vita
intera di sofferenza non è nulla davanti all'eterna beatitudine.
La beatitudine in quest’ottica diviene un pensiero edificante, poiché rende
un’intera vita di sofferenze leggera: non importa quanto sia pesante la sofferenza
che si sta portando, poiché il soffrire nella temporaneità rimane nella temporaneità,
in seno all' eternità non avrà più senso, poiché nell'eternità la temporaneità si
annulla, svanisce.
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Solo la conoscenza del dolore, ovvero comprendere il motivo della sofferenza, è


l’unico mezzo che detiene l’uomo, non per superarlo, ciò è impossibile poiché è
insito nella natura umana, ma per sopportarlo giorno per giorno.
Questo è ciò che Kierkegaard voleva rendere evidente agli occhi degli uomini.
Il cristianesimo autentico rileva nella sofferenza il mezzo per la destinazione più
nobile dell'uomo, a differenza del cristianesimo della cristianità contemporaneo al
pensatore danese, il quale diviene arroganza e presunzione di conoscenza della
verità, trascurando però la comprensione della dimensione tragica dell'essere
credenti.
Altrettanto meno tollerabile per Kierkegaard sono coloro che ripudiano la fede,
poiché temono persecuzioni o scherno.
Essi, al pari dei cristiani della cristianità, non hanno compreso il significato dell'
amore per Dio, poiché rinnegare la fede per paura delle ostilità significa temere
più il mondo degli uomini rispetto a Dio.
Nell' opera Kierkegaard non nega che spesso il mondo non si mostra degno dell'
uomo giusto e non sempre la verita trionfa, ma non bisogna dimenticarsi che essa è
sempre ricompensata nell'eternità.
Il disprezzo del mondo non deve essere motivo di deterrente alla fede: il credente
accetta lo scherno e lo spregio derivato dalla realtà terrena, anzi ne risulta
indifferente, perchè non è il mondo la realtà a cui egli aspira.
L’ uomo buono che porta in sé la verità, si vanta degli scherni, delle offese, poiché
trasforma lo scherno in onore, la sconfitta nel mondo in vittoria nell' eternità.
La forza del cristiano nel trasformare le offese in gioia, risiede nel fatto che a lui
non importa perdere beni terreni, denaro, stima perché esse sono tutte realtà che
appartengono al mondo, alla dimensione terrena, e il cristiano è ben oltre questa
dimensione, lui rifiuta il mondo.
Il credente è destinato a vincere, ma non nella temporaneità, poiché egli non
trionfa nel mondo, ma sul mondo nell'eternità, egli vince questa vita soffrendo.
Egli trionfa nell' istante stesso della sofferenza.
L’essere giudicati da giudici umani non ha alcun valore nella fede; l’unico giudice
a cui bisogna rispondere è Dio
Questo però non si traduce in disprezzo per il mondo o per gli uomini, infatti come
si vede nelle opere degli Apostoli, i fedeli, che hanno compreso il significato della
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sofferenza e gioiscono nel dolore, non usano parole ostili nei confronti degli
uomini pagani-terreni; sono talmente concentrati nel legame con Dio che
dimenticano completamente il rapporto con gli uomini.
Questa gioia del fedele il pagano non la comprende, non riesce, poiché tiene lo
sguardo nella quotidianità.
Allora è inutile fare la lotta con un Apostolo o un credente poiché a egli non
importa di soffrire, anzi al contrario il sofferente per la sua causa lo avvicina
ancora di più a Dio poiché supera le avversità con Dio.
Ogni pietra a loro scagliata diviene un gradino in più per arrivare a Dio, loro non si
confondono con la temporaneità.
Solo il cristiano trasforma la sconfitta in una vittoria.
Kierkegaard è attento a pesare bene le parole per il timore che un eventuale lettore
possa confondere o mal interpretare il significato autentico dell’amare Dio e finire
così nel cristianesimo della cristianità, ovvero in una forma rituale di gesti e
preghiere con l’unico scopo di far sentire rincuorato chi le applica.
L’opera infatti è un invito allo sforzo cristiano, la gioia è sempre posta in secondo
piano, proprio per il rischio di travisare il significato profondo delle parole del
filosofo.
Inutile appare parlare di terapia del dolore per un filosofo come Kierkegaard,
poiché porre una soluzione al dolore equivale alla rinuncia della vita autentica.
La sofferenza non è intesa come una sfortuna casuale, ma come esistenziale ed è
l'unica via che salva dalla malattia mortale;cercare di estirparla nella quotidianità
renderebbe la vita insipida, poiché priva di senso.
Ciò che rimane della lettura del filosofo è proprio questo: al di là del discorso sulla
beatitudine nell'eterno, Kierkegaard mette ben in luce la tendenza umana alla fuga
dalla sofferenza, aspetto che nella nostra società salutista è attualissimo.
La nostra società, che ha visto avanzare il progresso della tecnica e della
tecnomedicina, ha sviluppato una mentalità che vede l’essere umano come una
macchina che deve essere riparata quando si guasta.
Il dolore assume in questa prospettiva il ruolo di nemico giurato al quale bisogna
porre rimedio.
I farmaci, la medicina, la psicoterapia.. sono gli strumenti con cui l’uomo moderno
si inganna di riuscire a sconfiggere la sofferenza come esperienza umana.
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Siamo portati a pensare che soffrire sia stupido, masochista, ingiusto, assurdo, un
errore.
La nostra società ci rende inabili a cogliere, comprendere, accettare il dolore
esistenziale; si cercano continue e sempre nuove forme di distrazioni che
producono una sorta di autoprotezione malata che porta alla ricerca spasmodica di
oggetti per arrivare ad un godimento che si confonde con la felicità.
Così il piacere immediato sembra manifestarsi come valore assoluto.
Se Kierkegaard vedesse lo stile di vita dell’uomo contemporaneo inorridirebbe;
rimarrebbe scioccato dal vedere il mondo vivere nell’ egoismo e nell’amor
proprio, in una sorta di civitas homini citando Agostino, reprimendo, senza ancora
averla compresa, l’unica forza originaria che gli permette di elevarsi.
Probabilmente per il filosofo danese oggi si è perso il senso profondo dell’esistere.
Tutti i rimedi che offre la società non sono altro che rimedi che irrobustiscono il
corpo, ma uccidono anima, poiché non permettono di rapportarsi alla dimensione
autentica della vita.
Con quest’opera Kierkegaard sta riportando sotto occhi ciò che socialmente si
cerca di nascondere: la dignità del soffrire.
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Riferimenti bibliografici:
[1] S. Kierkegaard, Sentimenti nella lotta delle sofferenze, in Id., Discorsi cristiani,
Borla editore, Torino 2000.
[2] B. Pascal, Pensieri, Bompiani testi a fronte, Milano 2014, frammento 451