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I cristiani: testimoni della risurrezione?

Dario Vivian
Forse ricordiamo tutti la frase lapidaria, che il curato di Torcy dice al giovane curato di campagna nellomonimo romanzo di Georges Bernanos: Il contrario di un popolo cristiano un popolo triste[1]. E suonano come avvertimento tuttaltro che scontato le celebri parole di Friedrich W. Nietzsche, rivolte ai cristiani: Se la vostra fede vi rende beati, datevi da conoscere come beati! Se la lieta novella della vostra Bibbia vi stesse scritta in faccia, non avreste bisogno di imporre cos rigidamente la fede[2]. Alla luce di queste provocazioni, comprendiamo linsistenza di papa Francesco nel suo richiamo alla gioia del vangelo, denunciando un atteggiamento che talvolta presente negli ambienti ecclesiastici: Si sviluppa la psicologia della tomba, che poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo. Delusi dalla realt, dalla chiesa o da se stessi, vivono la costante tentazione di attaccarsi a una tristezza dolciastra, senza speranza, che si impadronisce del cuore. [...]Per tutto ci mi permetto di insistere: non lasciamoci rubare la gioia dellevangelizzazione![3]. In precedenza, nella stessa esortazione apostolica, afferma ancora pi precisamente, indicando la fonte della gioia del cristiano: Non fuggiamo dalla risurrezione di Ges, non diamoci mai per vinti, accada quel che accada (EG 3). 1. Fallimento del cristianesimo? E tuttavia non possibile, in nome della gioia, dimenticare che siamo immersi nella storia con tutte le sue contraddizioni. Quanto irrisolto nel mondo ci pesa addosso, talvolta in modo insopportabile, e interroga fortemente la fede nella risurrezione, cuore della testimonianza cristiana. Un autore come Sergio Quinzio, laico innamorato delle Scritture, nelle sue opere ha continuamente tenuto vivo linterrogativo se la salvezza cristiana abbia davvero trasformato la storia. Nellultimo suo scritto, significativamente intitolato Mysterium iniquitatis, immagina che papa Pietro II (in alcune profezie il pontefice che annuncer la fine del mondo) definisca solennemente come verit di fede il fallimento storico del cristianesimo: Sappiamo poco, ma sappiamo quanto basta per affermare, dallabisso della nostra miseria e del nostro nulla, la verit che i secoli passati hanno taciuto o non hanno potuto che tacere. questa verit che io, papa Pietro II, mi accingo ad affermare excathedra [] Definisco solennemente nei seguenti termini il dogma del fallimento del cristianesimo nella storia del mondo [4]. Siamo in certo senso rinviati alla crisi delle prime comunit cristiane, messe alla prova dal ritardo della parusia, il ritorno glorioso del Cristo. Inizialmente si pensava che tale ritorno fosse imminente, dato che la Pasqua del Cristo irruzione di salvezza, quindi la storia si pu anche chiudere. Paolo non esita a dire, nello scritto pi antico del Nuovo Testamento: Prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto e cos per sempre saremo con il Signore (1Ts 4,16-17). Il fatto che questa parusia ritarda apre domande brucianti: davvero la risurrezione vittoria sul male e sulla morte, dal momento che tutto sembra uguale a prima? Ci sono guerre e ingiustizie, egoismi e violenze, malattie e miserie; cos cambiato? Un interrogativo analogo emerge anche quando si esamini lannosa questione della giustificazione e della sua interpretazione, che vede contendersi la posizione luterana e quella cattolica[5]. Secondo Lutero luomo, salvato in Cristo, dichiar ato giusto, ma rimane simul iustus et peccator: giusto e insieme peccatore. Trento precisa, invece, che la salvezza ci fa giusti (nos iustos facit), anche se portiamo in noi il peso della concupiscenza, per cui sentiamo ancora la tendenza verso il male; che tuttavia, nella lettura cattolica, non da considerarsi peccato. Al di l delle differenze interpretative, che pure ci sono, si deve riconoscere che viene messa in luce una sorta di incompiutezza in questo stesso dono di salvezza: Nella speranza infatti siamo stati salvati (Rm 8,24). Siamo collocati, noi e il mondo, tra il gi e il non ancora; testimoni, quindi, di un inizio, non ancora di un compimento. Con Paolo, potremmo parlare della risurrezione come di un work in progress: Prima Cristo, che la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo (1Cor 15,23). Partendo dal capo, tutte le membra del corpo partecipano progressivamente della sua stessa vita risorta, sino al pleromafinale.

2. Il Crocifisso risorto Questa consapevolezza ha la sua radicazione nel centro stesso della nostra esperienza di credenti; la fede cristiana guarda infatti al Cristo della Pasqua, vedendo in lui il Crocifisso risorto. Non si ferma a contemplare un crocifisso, che se rimanesse per sempre inchiodato al legno maledetto diverrebbe uno dei troppi crocifissi aggiunti alla storia; puoi provarne piet, non vedervi liberazione e salvezza. Nemmeno simmerge solamente nel Risorto, quasi che la risurrezione sia il facile superamento e non piuttosto lo svelamento della croce; ci che superato ci sta alle spalle e possiamo non pensarci pi, ci che svelato ci sta di fronte e siamo chiamati continuamente a decifrarne il senso. E, dopo la Pasqua, le croci rimangono nella storia, anche se illuminate da quellevento. Un c erto nostro immaginario rischia di leggere la mattina di Pasqua come il lieto fine di un film; chiuso lincidente, si pu finalmente tirare un sospiro di sollievo e immergersi nella gioia piena. Peccato che, nella vita, sofferenza e morte continuino; per cui comprendiamo quanto si racconta di Paolo VI, che avrebbe risposto a un cardinale a proposito del suo essere poco incline al sorriso: Perch, c qualcosa da ridere?. Anche se, significativamente, proprio da questo papa cos drammatico viene lesortazione apostolica Gaudete in Domino, sulla gioia cristiana[6]. La croce da sola, staccata dalla risurrezione, ci rende dei delusi; unicamente la risurrezione, separata dalla croce, fa di noi degli illusi; e invece siamo donne e uomini di speranza, appunto perch crediamo nel Crocifisso risorto. Possiamo riferirci a due episodi del vangelo, che narrano il passaggio dallillusione e dalla delusione alla speranza. Anzitutt o i due di Emmaus, che se ne vanno con il volto triste: Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ci, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute (Lc 24,21). Si sono fermati al Crocifisso, non credono nemmeno alle donne venute a dirci di aver avuto una visione di angeli, i quali affermano che egli vivo (Lc 24,23). Eccola, la chiesa priva di risurrezione, ripiegata su se stessa, pessimista riguardo al mondo; e, non a caso, gestita dal potere di maschi celibi, quindi pi difficilmente segnata dalla dinamica di vita custodita anzitutto dalle donne. Il Risorto cammina con i discepoli di Emmaus, cos come cammina con noi; mediante la Parola e il pane opera il passaggio pasquale dallo spegnimento interiore al cuore che arde. A questo richiama papa Francesco, invitandoci a rinnovare la gioia dellannuncio evangelico: La risurrezione non una cosa del passato; contiene una forza di vita che ha penetrato il mondo. Dove sembra che tutto sia morto, da ogni parte tornano ad apparire i germogli della risurrezione. una forza senza uguali (EG 276). Se a Emmaus facciamo i conti con i delusi, loro e noi, c anche il rischio opposto degli illusi, narrato simbolicamente dalla vicenda di Tommaso. Il suo riconoscimento del Risorto passa infatti attraverso linvito di Ges: Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco (Gv 20,27); nel corpo del Risorto, mani e costato portano i segni del Crocifisso. Rievocando lepisodio, forse agli occhi della mente di qualcuno affiora la raffigurazione che ne fa Caravaggio, nellIncredulit di san Tommaso, conservata a Potsdam; il dito del discepolo entra tra le pieghe della ferita nel costato di Cristo e la mano stessa di Ges vi introduce quasi forzosamente la mano di Tommaso. Stranamente, in questa scena di apparizione del Risorto, le teste dei personaggi, raggruppati attorno al Cristo, formano una croce che sta al centro del dipinto. La scena molto intima e familiare, non ci sono effetti speciali ad annunciare che siamo di fronte al Risorto dai morti. Come osserva il teologo Joseph Moingt: Soltanto la logica della croce, logica di amore e dunque di segreto e di umilt, spiega il fatto che la risurrezione non sia stata circondata da alcun segno di trionfo: Dio non ha cercato di vendicare il suo inviato rigettato dalla gente del suo popolo; e neppure Ges ha voluto prendersi una rivincita pubblica delle umiliazioni che aveva subito: in segreto che si far riconoscere ai suoi discepoli [7]. Non solo Tommaso, ma ogni discepolo chiamato a credere alla risurrezione, centro della nostra fede; e tuttavia per farlo deve paradossalmente toccare con mano i segni della passione. La fede nel Risorto, per non essere illusione che sfugge al confronto con la realt irrisolta della storia, non deve avere paura di accostarsi alle piaghe del Crocifisso fino a sentirle su di s. ancora papa Francesco a ricordare questa dimensione della testimonianza cristiana: A volte sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore. Ma Ges vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri. Aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari, che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano (EG 270).

Collocata, pertanto, tra delusione e illusione, la speranza fondata sulla Pasqua di morte e di risurrezione assume il volto, che ben aveva compreso un grande credente come il filosofo Emmanuel Mounier; sua infatti la definizione, che tiene insieme il paradosso pasquale e provocatoriamente lo esprime, dellottimismo proprio dei cristiani qualificato come tragico [8]. 3. Tra il gi e il non ancora Cristo, risuscitato dai morti, ha inaugurato il tempo ultimo e definitivo; noi ne siamo testimoni, in quanto afferrati da lui e introdotti nella dimensione escatologica, che ha fatto irruzione nella storia. Ma, come ricordato, lo siamo tra il gi e il non ancora: Venga il tuo regno!. C, nellatteggiamento del cristiano, una riserva escatologica, che gli fa valorizzare tutto e non assolutizzare nulla; gode di ogni realt, lassapora fino in fondo, e tuttavia non la considera la totalit cui aggrapparsi o da trattenere in unansia di possesso e di conquista. Vale per lo stesso Risorto, se stiamo a quanto Ges dice allamica Maria di Magdala: Non mi trattenere (Gv 20,17). insieme libert e responsabilit, immersione nel kairs e attesa invocante che affretti la sua venuta. Maran th: venuto e ne vediamo i segni, contro ogni delusione; Maran th: vieni non tardare, lirrisolto della storia impedisce ogni illusione. Questa riserva si esprime anche e soprattutto nellesperienza liturgica, culmine e fonte della vita cristiana, per questo il linguaggio simbolico del rito ha tra le sue caratteristiche di essere sobrio. Lo afferma in modo significativo Louis-Marie Chauvet, uno dei maggiori studiosi contemporanei di teologia sacramentale: La festivit delle celebrazioni cristiane deve conservare la sobriet del simbolo. In quanto memoria viva della vittoria di Ges Cristo su tutte le forme di morte, le celebrazioni cristiane devono essere gioiosamente festive. Ma questa festivit, se non vuole essere offensiva nei confronti dellimmensa sofferenza di milioni di uomini e di donne, che in ogni parte del mondo continuano a vivere privi di speranza, deve restare anchessa discreta. E ancora: Laccentuazione di questa sobriet del simbolo rituale ha un fondamento propriamente teologico: costituisce, infatti, lespressione della situazione escatologica che propria della chiesa e di ogni cristiano. Il gi della salvezza donata in Cristo segnato dal non ancora, che fa s che il mondo e gli stessi credenti, talora minacciati di lasciarsi schiacciare dalleccesso del male e della sofferenza, continuino a sentirsi non ancora salvati. vero, la potenza della risurrezione di Cristo allopera, e perci la chiesa rende grazie a Dio; ma essa si esercita in una umanit che, per troppi esseri umani, vissuta come una valle di lacrime, perci la chiesa supplica Dio senza sosta[9]. Pi volte la critica che si fa alle liturgie di essere troppo poco gioiose, in particolare le nostre celebrazioni di chiese di antica cristianit confrontate con quelle delle giovani chiese, solitamente povere e tuttavia capaci di fare festa. In un bella nota pastorale, pubblicata gi nel 1984, Il giorno del Signore, i vescovi italiani denunciavano il pericolo che la domenica finisca per risolversi in un giorno di puro riposo o di evasione, nel quale luomo, vestito a festa ma incapace di fare festa, finisce con il chiudersi in un orizzonte tanto ristretto che non gli consente pi di vedere il cielo[10]. Oggi il problema si acuito, anche per il fatto che domeniche e feste sono per molte persone giorni lavorativi; essere testimoni di risurrezione vorrebbe dire contrastare questa deriva, che concretamente deruba singoli e famiglie di un concreto spazio di vita almeno un po risorta. Alcuni movimenti accentuano la gioiosit della liturgia e la vivono con unintensit, che raramente si trova ad esempio nelleucaristia domenicale di una qualsiasi parrocchia. Sembrerebbe di poter dire che in questi casi i cristiani coinvolti sono testimoni della risurrezione in modo pi credibile rispetto al praticante abitudinario delle liturgie parrocchiali. Ben vengano le provocazioni, se servono a interrogare la credibilit di quanto si celebra; e tuttavia la ricordata sobriet teologica del rito impedisce le derive non solo emozionali, ma di significato e comprensione della liturgia cristiana, che celebra sempre insieme la morte e la risurrezione. Sta probabilmente qui la sfida e il ripensamento da fare, quando si parla di testimonianza pasquale data dai discepoli di Cristo; la Pasqua non tanto come prima la morte e poi la risurrezione, ma come unesperienza che le vede insieme. Dicevamo: il Crocifisso s risorto, ma il Risorto continua, fino alla fine dei tempi, a rimanere il Crocifisso. In termini esistenziali: non c morte, che non abbia al suo cuore un misterioso inizio di vita; ma non c vita, che non porti drammaticamente con s qualche elemento di morte. Al cuore di questo impasto, che appunto limpasto di ogni esistenza, sta il Cristo morto e risorto; a prendere su di s ogni forma di morte, per immettervi dentro scintille di vita. Da questo punto di vista mi verrebbe da precisare: i cristiani non tanto testimoni della risurrezione, quanto piuttosto testimoni della Pasqua.

4. Morte e vita Nel romanzo Il nome della rosa di Umberto Eco, il monaco Jorge nasconde il secondo libro della Poetica di Aristotele in quanto dedicato alla commedia, che muove al riso. La sua invettiva contro questa espressione umana perentoria: Ges Cristo, nostro Signore, non rise mai. Il riso la cosa pi spregevole del mondo. Una certa tradizione cristiana doloristica e vittimistica sembrerebbe dargli ragione, per cui si comprende in parte la reazione sempre di Nietzsche, che nei Frammenti postumiafferma: deplorevole che Ges Cristo non sia vissuto pi a lungo, forse sarebbe stato il primo a rinnegare la sua dottrina e forse avrebbe imparato a ridere e avrebbe pianto meno. Tra i vari film sulla vicenda del Cristo, ne ricordo solo uno nel quale Ges ride e scherza con i suoi discepoli; eppure egli dice di s: Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e peccatori! (Lc 7,34). Testimoniare il Signore della vita non pu significare ripiegarsi su se stessi, in un sostanziale rifiuto di quella bellezza e bont, che permea la creazione fin dallinizio e che la risurrezione di Cristo fa rifiorire nei cuori umani e nel cosmo intero. Daltra parte non possibile fingere di non sentire il pianto, che fin da subito accompagna il venire al mondo di Ges Cristo e continua nei secoli a sgorgare dagli occhi di troppi: Un grido stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande. Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perch non sono pi (Mt 2,18). Torno pertanto a dire che la testimonianza dei cristiani rivolta insieme alla morte e alla vita, si esprime nella condivisione del pianto e nella gioia del riso, si identifica con il volto sfigurato di chi sperimenta quanto fa scendere nella tomba e con il volto trasfigurato di chi vive ci che fa risalire; a imitazione del Cristo, anzi in lui, per lui e con lui. la splendida intuizione avuta da Raffaello, quando dipinse il suo ultimo quadro alla vigilia della morte: la Trasfigurazione, oggi custodita nei musei vaticani. Lautore rappresenta in contemporanea due episodi, che nel vangelo vengono posti luno dopo laltro; si tratta appunto di Ges trasfigurato sul monte e dei suoi discepoli, che non riescono a liberare dallo spirito impuro un ragazzetto portato loro dal padre. Sopra c la luce, lo splendore, la vita; sotto le tenebre, il dramma, la morte. Nella parte bassa, una selva di braccia e di mani si tendono; alcune verso lalto, altre verso il basso, altre ancora verso il ragazzo, che a braccia tese somiglia a un crocifisso con occhi e bocca spalancati. In particolare si fronteggiano due personaggi: un apostolo dal mantello rosso, che indica decisamente la figura del Cristo, trasfigurato sul monte, e una donna inginocchiata nel mezzo, che con tutte e due le braccia indica invece il ragazzo sfigurato dalle convulsioni e sorretto dal padre. Non si sa chi sia quella donna, talvolta in alcuni commenti viene presentata come la madre; ma spicca per la bellezza delle vesti e dei capelli, il suo corpo molto illuminato e poggia le ginocchia su un tappeto erboso, che sembra un giardino. Dato che il dipinto era destinato alla cattedrale di Narbonne, che custodisce una reliquia della Maddalena e la venera tra i patroni, si tratta probabilmente di Maria di Magdala, secondo la narrazione di Giovanni la prima testimone nel giardino della risurrezione. Suona strano, che la testimone della risurrezione non indichi Ges trasfigurato, anticipo della risurrezione, ma il figlio sfigurato, anticipo della croce; eppure sta qui la provocazione altamente evangelica del dipinto. Lapostolo e Maria sembrano quasi sfidarsi: luno dice di guardare alla risurrezione, se si vuole dentro la storia non essere stroncati dalla croce; laltra invita a guardare alla croce, se non si vuole fare della r isurrezione una facile fuga dalla storia. Ma, ripeto, significativo che a indicare il basso non sia lapostolo, bens la testimone per eccellenza della risurrezione; e chi indica lalto del gruppo dei discepoli, incapaci di liberare il ragazzo dal suo male. Ci saremmo aspettati il contrario. Che significa, pertanto, essere testimoni della Pasqua e quando lo si fa davvero nelle pieghe della storia? Che deve imparare la chiesa da Maria di Magdala, che come tutte le donne bibliche una donna fatta popolo e quindi icona della comunit cristiana? 5. Respirare a due polmoni ben nota laffermazione di Giovanni Paolo II, che invita i cristiani e le chiese a ritrovare la comunione tra Oriente e Occidente, cos significativa nel primo millennio di storia del cristianesimo. Il respiro evangelico rimane asfittico, se i due polmoni non si accordano in un ritmo, che valorizza luna e laltra tradizione. Si tratta di differenze, che vanno rese reciproche: accolte, valorizzate, non esasperate o peggio contrapposte. Il mistero della Pasqua, centrale nella vita cristiana, viene pensato, celebrato e vissuto con modalit diverse in Oriente e in Occidente. Sinteticamente si pu dire che lOriente tutto proteso verso la gloria, mentre lOccidente rimane pi immerso nella storia; luno propende verso il Risorto, laltro verso il Crocifisso. Liconografia l a

testimoniarlo, ma la stessa liturgia risente di questa accentuazione. Le icone orientali immergono tutto nelloro e non c dramma nelle loro rappresentazioni; cos come la divina liturgia colloca la chiesa che celebra al cospetto del trono di Dio, come se fosse gi nella Gerusalemme celeste a lodare e inneggiare con lo stuolo dei salvati. Similmente a certi passaggi del libro dellApocalisse, che sul basso continuo dei drammi storici proiettano la luce proveniente dallalto; un attimo prima cera il drago e la bestia, un attimo dopo siamo dinanzi allAgnello in bianche vesti a cantare vittoria. LOccidente dipinge i suoi personaggi tra luce e tenebre, rappresenta spesso il Cristo uomo dei dolori, con i segni della passione che ancora lo sfigurano. Le liturgie sono o sobrie e quasi ascetiche, nei paesi del nord, oppure terrene e piene dellumano appassionato e ribollente, nei paesi del sud. La visione delluomo, che elabora lOriente, parla addirittura di divinizzazione; unantropologia di trasfigurazione, che si sofferma meno sul peccato e accentua la luce del dono divino, che gi ci segna dalla creazione in quanto creati a sua immagine. Sappiamo invece come lOc cidente sia segnato dal tema del peccato originale, a rischio quindi di proporre unantropologia dove la colpevolezza diviene addirittura categoria interpretativa di tutto; teologicamente si parla di prospettiva amartiologica, dal momento che peccato in greco si dice amarta. stato tradotto in italiano, dopo anni dalla sua prima pubblicazione, un libro del teologo Matthew Fox, significativo per lidea di fondo che propone[11]. Il titolo in inglese Original Blessing (Benedizione originaria), che si contrappone allOriginal Sin (Peccato originale), cos determinante nella visione occidentale. C qualcosa di pi originario del peccato originale, infatti il Cristo risuscitato il nuovo Adamo; la sua impronta su ogni uomo e donna fin dalla creazione, ma ha bisogno di venire alla luce in pienezza. Questo vale per lintero cosmo, se vero che la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi (Rm 8,22). In questa prospettiva, diventa importante che la testimonianza data dai cristiani alla Pasqua componga insieme le due tradizioni, in modo che ciascuna non esasperi il suo punto di vista: lOriente sbilanciato sul gi di una salvezza pienamente raggiunta e lOccidente sul non ancora di unattesa e uninvocazione, che patisce tutto quanto ancora irrisolto. Se infatti un controsenso dirsi testimoni della risurrezione con visi tristi e discorsi pessimistici, non possibile nemmeno che si pensi al vangelo come a un prodotto sponsorizzato da testimonial con il sorriso a dentatura piena stampato sulla faccia, quasi si dovesse fare pubblicit a un prodotto miracoloso, con il quale tutto viene immediatamente risolto. Credo possa essere letta anche in questa chiave lindicazione della lettera di Pietro: Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto (1Pt 3,15-16). Testimoni della Pasqua, dunque, nel modo autentico di chi ha sperimentato la gioia del dono di vita e nello stile sobrio di chi partecipa solidalmente alla sofferenza di buio e di morte. Al titolo dellarticolo si volutamente posto un punto di domanda, non per dubitare che i cristiani siano chiamati alla testimonianza del centro della fede, ma per verificarne senso e modalit. E la riflessione approda a un correttivo, proponendo che si parli non di testimoni della risurrezione, bens della Pasqua. La Pasqua, infatti, un mistero di morte e di vita, di croce e di risurrezione, saldamente impastate insieme; questo perch il riferimento credente al Cristo morto e risorto. Noi annunciamo che il Crocifisso s risorto, ma il Risorto rimarr sino alla fine della storia il Crocifisso; non riconoscere la prima parte dellaffermazione significa stare nel mondo da persone deluse; dimenticarsi della seconda parte equivale a essere persone illuse. Invece, in quanto cristiani, siamo donne e uomini di speranza, collocati tra il gi e il non ancora di una salvezza, donataci appunto nella speranza. I rimandi, che larticolo fa, da una parte, allesperienza liturgica e, dallaltra, alla grande iconografia, confermano questo paradosso della testimonianza cristiana, chiamata a essere autentica ma insieme sobria. Linvito conclusivo a ritrovare una reciprocit tra la tradizione orientale, che nel suo protendersi alla gloria propende per accentuare il gi della vita risorta, e la tradizione occidentale, che nel suo rimanere immersa nella storia accentua invece il non ancora di quanto chiamato a venire alla luce tra le doglie del parto. In margine a questa riflessione non propongo un elenco bibliografico, ma consiglio la lettura dei testi di un maestro di spiritualit del nostro tempo: Timothy Radcliffe[12]. Alla sua scuola s i pu imparare a essere testimoni della Pasqua in questa nostra epoca, come singoli e come comunit cristiana.

[1] G. Bernanos, Diario di un curato di campagna, Mondadori, Verona 196510, 30.

[2] F.W. Nietzsche, Umano, troppo umano, vol. 1, Adelphi, Milano 1979, 19956, 234. [3] Francesco, Esortazione apostolica Evangelli gaudium (24 novembre 2013) (EG), n. 83, in Il Regno-Documenti 21 (2013) 657. [4] S. Quinzio, Mysterium iniquitatis, Adelphi, Milano 1995, 86. [5] F.G. Brambilla, Antropologia teologica, Queriniana, Brescia 2005, 68-71. [6] Paolo VI, Esortazione apostolica Gaudete in Domino (9 maggio 1975), in Enchiridion Vaticanum, vol. 5, EDB, Bologna 198011, 1243-1313. [7] J. Moingt, Ges risorto!, Qiqajon, Magnano (BI) 2010, 18. [8] E. Mounier, Il personalismo, AVE, Roma 2004, 41-42. [9] M.-L. Chauvet, I sacramenti, Ancora, Milano 1997, 146-148. [10] Cf. Conferenza episcopale italiana, Nota pastorale Il giorno del Signore (15 luglio 1984), n. 5, in Enchiridion CEI, vol. 3, EDB, Bologna 1986, 1938. [11] M. Fox, In principio era la gioia, Fazi, Roma 2011. [12] Timothy Radcliffe (1945-), teologo domenicano inglese; agevole rintracciare la sua bibliografia sia in lingua originale che tradotta in italiano (NdR).