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JOHN CARLOS SILVA GONZALEZ - johncamen@hotmail.

com - 24/01/2014

SHEM Ascolto e Annuncio

BRUNO MAGGIONI

Ecco, io sono con voi...


Meditazioni sulle letture dellanno A

ISBN 978-88-250-3645-9 ISBN 978-88-250-3687-9 (PDF) ISBN 978-88-250-3688-6 (EPUB) Copyright 2013 by P.P.F.M.C.
MESSAGGERO DI SANTANTONIO EDITRICE

www.edizionimessaggero.it

Basilica del Santo - Via Orto Botanico, 11 - 35123 Padova

Prima edizione digitale 2013

TEMPO DI AVVENTO

Introduzione al tempo di avvento

Nelle letture bibliche delle domeniche di avvento si sovrappongono due attese: i profeti che attendono il tempo messianico (prima lettura) e i discepoli di Ges che attendono il ritorno glorioso del loro Signore (Vangelo). I cristiani sanno che il messia gi venuto e che il mondo nuovo gi iniziato, tuttavia vivono ancora nellattesa: attendono che il seme del regno di Dio diventi un grande albero e che la vittoria del Signore si manifesti in tutta la sua pienezza. Signore, aretta la venuta del tuo regno, era una delle preghiere pi frequenti dei primi cristiani. E cos i profeti restano ancora attuali e le loro visioni hanno ancora molto da dirci. questo il motivo che ci autorizza a commentare la prima lettura (solitamente, ma a torto, trascurata), senza per questo dimenticare che il Vangelo deve in ogni caso restare un punto di riferimento. Siamo infatti uomini del Nuovo Testamento, non dellAntico, e non possiamo pi leggere i passi anticotestamentari nellidentica prospettiva in cui furono scritti: dobbiamo rileggerli in prospettiva cristiana. Lavvento , inne, un itinerario che di domenica in domenica ci conduce a comprendere meglio il Natale, a comprendere pi a fondo, e personalmente, il signicato della venuta di Dio fra noi. La liturgia, per giungere a questo, ci aiuta a far nostre le attese dei profeti. Solo coloro che si abbandonano alla speranza sono in grado di capire limportanza del Natale.

Prima domenica di avvento

Lattesa del Cristo che venuto e che verr


Is 2,1-5 Rm 13,11-14a Mt 24,37-44

La liturgia dellavvento si apre con una visione di speranza (cf. Is 2,1-5). una visione coraggiosa, frutto di quella grande fede che soltanto i veri uomini di Dio hanno il dono di possedere. Il coraggio di aermare che un piccolo popolo senza importanza, comera appunto il popolo dIsraele, sarebbe un giorno diventato il centro religioso e spirituale di tutti i popoli (Ad esso auiranno tutte le genti, v. 2). Il coraggio di parlare di un mondo rinnovato (e non come semplice desiderio, ma come cosa sicura: Ricevette in visione, v. 1) in uno dei periodi pi tormentati della storia di Giuda e del Vicino Oriente quale era la seconda met dellVIII secolo a.C.: guerre, oppressione dei poveri, violenza, frodi e corruzione degli uomini di governo. Isaia sa benissimo che a una simile societ Dio non pu risparmiare dei castighi: giusto che le idolatrie degli uomini crollino e la loro arroganza venga confusa. Ma Dio punisce per puricare e disperde per rinnovare. questa la prima lezione che le parole del profeta ci orono: il coraggio di sperare sempre e comunque. Vivere lavvento, dunque, signica ringiovanire la nostra speranza. La visione del mondo rinnovato (in pace, fraterno e sottomesso al Signore) si conclude con un imperativo: Venite, camminiamo nella luce del Signore (v. 5). un invito alla conversione, componente essenziale della speranza. E questa la seconda lezione. Non basta la ducia nel futuro per potersi dire uomini di speranza. La speranza attenzione, impegno e rinnovamento.
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Sperare gettare qui e ora, nelle proprie concrete situazioni le basi del mondo nuovo, cio semi di pace, fratellanza e obbedienza al Signore. Camminare nella luce del Signore espressione che nel Vangelo diventa seguire Ges tutto questo. Senza dimenticare una precisazione importante suggerita dal Vangelo (cf. Mt 24,37-44): per non lasciarsi sorprendere impreparati dagli avvenimenti, per mantenere il coraggio e la lucidit in ogni situazione, per saper scoprire le occasioni di rinnovamento che anche nei momenti pi oscuri non mancano mai tutto questo sperare occorre essere sobri, non appesantiti, non distratti dalle troppe cose che a gran voce reclamano la nostra attenzione. Altrimenti pu succedere come ai tempi di No: Mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito [] e non si accorsero di nulla (vv. 38-39). Come al tempo di No, gli uomini si preoccupano poco della questione fondamentale, e cio della relazione con Dio, completamente immersi nelle preoccupazioni quotidiane. Vivono tranquilli, ignari del giudizio di Dio che non mancher: perch al ritorno del Signore ci sar, appunto, un discernimento, salvezza per coloro che hanno vigilato e condanna per coloro che non si sono accorti di nulla (cf. vv. 40-41). Vegliate dunque, perch non sapete in quale giorno il Signore vostro verr, cos dichiara Ges nel Vangelo di Matteo (v. 43). Vigilare non signica, come nel mondo greco, svegliarsi per raccogliere tutte le proprie forze e per trovare in se stessi tutto il coraggio possibile; invece svegliarsi per condare in Dio e per aggrapparsi a lui. Vigilare non un rientrare in se stessi ma un uscire da s per abbandonarsi al Dio. Si comprende allora come la parola vigilanza non indichi direttamente qualcosa da fare, ma un modo di vivere e di guardare con concentrazione, senza lasciarsi distrarre.

Seconda domenica di avvento

I tempi lunghi di Dio, lasperanza del profeta e la conversione del cuore


Is 11,1-10 Rm 15,4-9 Mt 3,1-12

La visione messianica di Isaia (cf. 11,1-10) forse la pi grandiosa di tutte. Il sogno del profeta coinvolge tutte le aspirazioni delluomo: la ricerca di Dio e la ricerca della giustizia, la pace fra noi e la pace con la natura; un mondo pieno della saggezza del Signore come le acque riempiono loceano. Eppure Isaia non uno sprovveduto sognatore. un uomo lucido e sensato, realistico, inquietante. Per accorgersene basta leggere alcune pagine del suo libro. Al profeta non sfuggono la gravit e la vastit della corruzione dilagante (nella politica, nei diversi settori della societ, persino nellapparato religioso): denuncia i grandi proprietari terrieri che aggiungono casa a casa e campo a campo; ironizza sui ricchi che nuotano nel lusso ma non hanno intelligenza n perspicacia e neppure si accorgono che il loro mondo sta andando in rovina; condanna la politica del governo che cerca sicurezza nelle alleanze e negli armamenti anzich nella parola del Signore. proprio questuomo lucido e rigoroso, coi piedi per terra, che osa sognare un mondo totalmente rinnovato. Non, dunque, lillusione di un sognatore ingenuo, ma il coraggio e la lungimiranza di un uomo di Dio. La chiesa vuole che andiamo incontro al Natale con lanimo carico delle attese dei profeti. Ma non forse controproducente? I giudei, nutriti appunto dalle speranze profetiche, provarono delusione di fronte a Ges.
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Non potrebbe accadere lo stesso anche a noi? Il messia venuto e nulla sembra essere cambiato: ancora il peccato, ancora le guerre, ancora la corruzione e la violenza. Tutto come al tempo di Isaia e anche il popolo di Dio continua a meritarsi gli stessi rimproveri di allora. Fra la visione del profeta e il Natale sembra dunque esserci un contrasto, ma un contrasto positivo e istruttivo, un passo in avanti nella stessa speranza. Ingenuamente ci attendiamo un Dio che compia gesti sorprendenti, drastici e immediatamente risolutori. Il Natale ci insegna invece che la via di Dio completamente diversa: la via del seme, la via della conversione perseguita senza ricorrere n alla violenza n allimpazienza. La via di Dio non salta i tempi della storia, e soprattutto non strappa luomo alle sue responsabilit e alla sua libert. Ges non ha smentito in alcun modo le attese dei profeti: al contrario le ha fatte sue, sottolineandole e ingrandendole, insegnandoci per nel contempo che lui ha posto il fondamento e ha tracciato la strada ma sta a noi, popolo di Dio, assumercene il carico. Nella prospettiva profetica si inserisce la scena evangelica che ritrae la missione di Giovanni Battista. Il suo compito di preparare la via al Signore annunciandone la venuta imminente. Si presenta come un asceta del deserto, con indosso ruvide vesti e una cintura di pelle attorno ai anchi; ma non invita gli uomini a divenire asceti come lui. Preparare la strada al Signore altra cosa. Ecco come il Battista la esprime: Convertitevi, perch il regno dei cieli vicino []. Non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre!. Perch io vi dico che da queste pietre Dio pu suscitare gli di Abramo. Gi la scure posta alla radice degli alberi; perci ogni albero che non d buon frutto viene tagliato (vv. 2.9-10). Dunque, sono soprattutto due le cose che Giovanni ritiene urgenti: convertirsi e non cullarsi in una illusoria sicurezza. Convertirsi una parola che indica un mutamento della mente e del
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comportamento; non soltanto un cambiamento morale, ma teologico, cio un modo nuovo di pensare Dio. Le caratteristiche che accompagnano sempre la conversione evangelica sono almeno tre. La prima la radicalit. La conversione non un cambiamento esteriore o parziale, ma un riorientamento di tutto lessere delluomo. Per Ges si tratta di un vero e proprio passaggio dallegoismo allamore, dalla difesa di s al dono di s; un passaggio talmente rinnovatore da essere incompatibile con le vecchie strutture (mentali, religiose e sociali), come il vino nuovo non si pu porre nelle vecchie botti. Una seconda nota della conversione evangelica la religiosit: non confrontandosi con se stesso che luomo scopre la misura e la direzione del proprio mutamento, bens riferendosi al progetto di Dio. E il primo movimento non quello delluomo verso Dio, bens quello di Dio verso luomo: un movimento di grazia che rende possibile il cambiamento delluomo e ne offre il modello. La terza caratteristica la profonda umanit della conversione evangelica: convertirsi signica tornare a casa, un recupero di umanit, un ritrovare la propria identit. Convertendosi luomo non si perde ma si ritrova, liberandosi dalle alienazioni che lo distruggono.

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Terza domenica di avvento

I segni di Dio che infondono coraggio


Is 35,1-6a.8a-10 Gc 5,7-10 Mt 11,2-11

Nella visione del profeta ci sono parole al futuro, che vanno intese al contempo come una promessa e un progetto: i ciechi vedranno, le orecchie dei sordi si apriranno, il muto parler e lo zoppo salter. questo il mondo che Dio pronto a donarci ma che tocca anche a noi costruire. Per Ges questo progetto non appartiene solo al futuro, ma gi possibile nel presente, gi iniziato: Andate e riferite a Giovanni ci che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono puricati, i sordi odono, i morti risuscitano (Mt 11,4-5). Ci sono pure parole informative, che testimoniano un fatto, per parlare del quale non si deve ricorrere n al futuro n al condizionale: Ecco il vostro Dio, [] Egli viene a salvarvi (v. 4). Questa la certezza che sta alla base di tutto e rende ragionevole e doveroso sperare. E ci sono degli imperativi: Irrobustite le mani acche, rendete salde le ginocchia vacillanti (v. 3). Se Dio con noi non c pi posto per la paura n per la rassegnazione. C spazio soltanto per la ripresa, il coraggio e la gioia. S, anche la gioia: Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e orisca la steppa (v. 1). Di qui tutta una serie di conclusioni n troppo facili da ricavare. La situazione del profeta e la nostra si assomigliano: di fronte al dilagare della corruzione, della violenza, dellingiustizia (tutte cose che il profeta ben conosceva, e noi pure), al credente non permesso
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lo scoraggiamento n la rassegnazione, tanto meno il disfattismo. Ci non sarebbe coerente con la certezza del Dio che viene a salvarci, la cui venuta, appunto, mantiene aperte tutte le possibilit positive: se Dio tra noi nulla pu mai dirsi denitivamente perduto. E poi c modo e modo di leggere e valutare le cose che succedono. I profeti sanno che molto spesso si tratta di un vero e proprio giudizio di Dio. Nulla di particolarmente clamoroso, non c bisogno che Dio intervenga a punire, pi semplicemente, si raccoglie ci che si seminato: se si semina lidolatria del denaro, o lidolatria del successo, come puoi sorprenderti se poi raccogli corruzione, violenza e menzogna? Ecco perch di fronte al male che viene allo scoperto e che pare travolgerti gli autentici credenti non concedono troppo spazio alla meraviglia: sanno benissimo che luomo, una volta smarrito il senso di Dio, capace di questo e ben altro. E neppure concedono troppo spazio alla ricerca delle cause, che peraltro gi conoscono da sempre: labbandono di Dio, appunto. Si arettano invece a far pulizia e a ricostruire. Seguendo il lo della visione di Isaia in cui si alternano, come abbiamo rilevato, imperativi, parole al futuro e parole al presente tre sono le cose da fare. Primo: annunciare, con voce forte e vigorosa, la grande certezza: Ecco il vostro Dio (v. 4). Far riscoprire alluomo la presenza di Dio signica metterlo in condizione di sperare, signica fargli ritrovare lo slancio, la gioia del momento, la voglia di progettare: in altre parole, il gusto di vivere. Secondo: chiamare a raccolta gli uomini onesti e disponibili, uomini che si sentono smarriti e vacillanti, ai quali tuttavia basta una voce per ritornare a sperare. Il popolo di Dio deve trasformarsi in una grande piazza in cui tutti gli uomini di buona volont possono incontrarsi. Questi uomini sono numerosissimi: se si riunissero insieme riempirebbero le strade, apparirebbero
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come una forza travolgente. Ma bisogna che una voce li inviti a uscire. Terzo: allargare lo sguardo per accorgersi che non c solo il male. Ci sono anche i segni del bene: gesti di solidariet, sforzi di giustizia, ricerche appassionate della verit. Sono i segni di Dio che infondono coraggio e luomo di fede deve incaricarsi di mostrarli a tutti. Cos Ges nel Vangelo, agli inviati del Battista che vogliono rendersi conto della sua messianicit (Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?, v. 3), non risponde direttamente, ma rinvia alle proprie opere: I ciechi riacquistano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono puricati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri annunciato il Vangelo. E beato colui che non trova in me motivo di scandalo (vv. 5-6). Si tratta di miracoli che ricalcano le profezie dellAntico Testamento, e tra questi c persino la risurrezione dei morti. Lultimo segno (ai poveri annunciato il Vangelo) non un miracolo e tuttavia il segno pi decisivo, che imprime una direzione ben denita a tutti gli altri, ponendoli al servizio di una concezione messianica sulla quale molti inciamperanno: E beato colui che non trova in me motivo di scandalo. Che Ges sia un inviato di Dio provato dai miracoli, ma la sua predilezione per i poveri come le sue umili origini e la via della croce che rivela la novit teologica della sua rivelazione di Dio e della sua scelta messianica.

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Quarta domenica di avvento

Natale: il Dio-con-noi. Tra credenti e increduli


Is 7,10-14 Rm 1,1-7 Mt 1,18-24

Il brano tratto dal libro del profeta Isaia (cf. 7,1014) richiede qualche parola di ambientazione. A Gerusalemme appena giunta la notizia che lesercito di Damasco e lesercito di Samaria si sono messi insieme sulle montagne di Efraim e stanno marciando contro il piccolo regno di Giuda. Di fronte al pericolo incombente il suo [del re] cuore e il cuore del suo popolo si agitarono, come si agitano gli alberi della foresta per il vento (Is 7,2). Ma il profeta non trema perch sa che Dio in grado di salvare il suo popolo. Va incontro al re che sta facendo il giro dei bastioni per controllare le forticazioni e lo invita a non aver paura, ad aver fede, a non cercare alleanze altrove ma a condare soltanto nel Signore. Per indurlo a questo Dio anche disposto a dargli un segno ma il re ha gi deciso di chiedere protezione al governo assiro e riuta il segno, adducendo ipocritamente una motivazione religiosa: Non voglio tentare il Signore (v. 12). La realt invece che il re non ha il coraggio di condare unicamente nel Signore. in questo preciso contesto che lannuncio dellEmmanuele prende tutto il suo rilievo. Di fronte allincredulit del re, il rimprovero: Non vi basta stancare gli uomini, perch ora vogliate stancare anche il mio Dio? (v. 13). Ma poi la sorpresa; ci aspetteremmo che il profeta continuasse con parole di minaccia e di castigo e invece continua con una parola di speranza: La vergine concepir e partorir un glio, che chiamer Emmanuele (v. 14).
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Allincredulit del re e del popolo, Dio risponde promettendo la nascita di un bambino che sar il Dio con noi. Sta qui la meraviglia del Natale, che poi la meraviglia dellamore di Dio: Dio non si allontana dalla nostra incredulit ma la vince avvicinandosi, facendosi fratello degli uomini peccatori. Levangelista Matteo racconta che Ges fu generato nel grembo purissimo della Vergine e per virt dello Spirito (dunque la sua origine viene dallalto), tuttavia egli anche inserito in una genealogia, e fra i suoi antenati ci sono giusti e peccatori, credenti e increduli. questa la grande consolazione, la roccia su cui poggia la speranza cristiana, tema che costituisce sulla scorta dei passi del profeta il lo conduttore di tutto il tempo dellavvento: nonostante le nostre infedelt, nonostante le forze del male sempre pi agguerrite, Dio non cessa di essere lEmmanuele, il Dio con noi. Un nome semplice e consolante. Dio uscito dalla sua lontananza e dalla sua invisibilit, facendosi visibile e concreto, raggiungibile. Venuto fra noi in forma umana, il glio di Dio vuole che si continui a cercarlo fra gli uomini e che lo si accolga come un uomo. Da quando il glio di Dio si fatto uomo, non pi possibile unaltra ricerca di Dio, perch Dio non soltanto si fatto uomo, ma rimasto fra gli uomini. Tuttavia ci sono tre cose da non dimenticare. La prima che non bisogna rimanere chiusi nel passato. Agli uomini della sua generazione Isaia andava ripetendo: Non ricordate pi le cose passate, non pensate pi alle cose antiche! (43,18). Non il passato che deve ritornare. C un attaccamento al passato, una nostalgia di ci che cera una volta, che impedisce di aerrare le nuove possibilit. Chi sogna di rifare le cose di prima non un costruttore di speranza. Poi occorre il coraggio di ammettere che la situazione che ci troviamo tra le mani causata anche dalla nostra personale responsabilit. Far ricadere le respon17

sabilit sempre e soltanto sugli altri semplicistico e ipocrita. Come se, ad esempio, il popolo di Dio dicesse che la colpa tutta del mondo, della cultura atea, del secolarismo, del consumismo e via dicendo. In realt la responsabilit di tutti, e abbiamo la situazione che meritiamo. Dunque umilt, pentimento, conversione, disponibilit ai cambiamenti: anche coraggiosi, anche dolorosi. Solo gli uomini che si lasciano mettere in discussione hanno capito il Natale e sono portatori di speranza. E inne luomo che modella la propria speranza su Ges Cristo sa che il bene e il male toccano, alla n ne, i fatti quotidiani, la vita di ogni giorno. Credere che tutto si giochi l dove si decidono i destini dei popoli una tentazione e unillusione. La storia cambier soltanto se ogni uomo prender in mano il suo destino, il suo mondo quotidiano, rinnovandolo. La speranza sale dalla base pi che discendere dai vertici.

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Tempo di NataLe

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Introduzione al tempo di Natale

Il Natale al centro della fede cristiana, ma molti segni fanno pensare che per troppi cristiani si sia quasi ridotto a un semplice fatto di costume. Lo festeggiano in tutto il mondo credenti e non credenti, e questo non privo di sospetto. Il Natale rischia di divenire una ricorrenza, una vacanza o un generico richiamo a valori universali quali la bont, la pace e la famiglia. invece una festa precisa, con un volto preciso, una pietra di contraddizione accettata da alcuni e riutata da molti. urgente che il Natale ritorni a essere se stesso. E il primo passo da compiere a questo scopo una lettura seria dei racconti evangelici della nascita di Ges. Espressione della fede robusta dei primi testimoni, questi racconti devono essere per noi la memoria a cui costantemente riferirci.

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25 dicembre: Natale del Signore (Messa della notte)

Evento da annunciare econdividere


Is 9,1-6 Tt 2,11-14 Lc 2,1-14

Il racconto dellevangelista Luca (cf. 2,1-14) certo pieno di poesia, ma anche ricco di spunti polemici nei confronti delle nostre concezioni. Vuole consolare, ma soprattutto vuole convertire. E difatti il Natale non soltanto un evento di cui gioire in quanto compimento della nostra attesa (Vi annuncio una grande gioia, v. 10); anche un evento al quale convertirci (convertire la nostra stessa attesa!) e rivelatore di una strada da percorrere. Riassumiamo in tre punti i principali insegnamenti del racconto evangelico. Anzitutto lintero racconto costruito sullo schema dellannuncio missionario. Dapprima la narrazione dellaccaduto (leditto di Cesare Augusto e la nascita di Ges a Betlemme), poi lannuncio ai pastori di quanto accaduto (gli angeli sono i primi missionari che annunciano levento di salvezza), e inne laccoglienza dellannuncio (i pastori vanno a Betlemme e incontrano Ges). Si noti come la successione degli eventi (il fatto, lannuncio, laccoglienza) non chiusa, ma aperta: i pastori infatti a loro volta raccontano ad altri quanto hanno visto (Dopo averlo visto, riferirono ci che del Bambino era stato detto loro, v. 17). Avviene sempre cos: chi ha incontrato il fatto cristiano e ne ha compreso il signicato di salvezza, non lo tiene per s, ma lo annuncia ad altri. Il Natale una festa missionaria da annunciare, non da tenere per s, una gioia da condividere, non da godere da soli, a porte chiuse.
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Un secondo punto essenziale del racconto racchiuso nelle parole degli angeli ai pastori. Sono appunto le parole che esprimono il senso profondo dellavvenimento e la fede in Cristo delle prime comunit. Il bambino povero e riutato (Per loro non cera posto nellalloggio, v. 7) il Salvatore, il Messia, il Signore. Sta proprio qui la sorpresa: il Signore glorioso ha il volto di un bambino povero, riutato, avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia (questultima espressione tanto importante che ritorna tre volte). Tutto il racconto di Luca contemporaneamente attraversato dal motivo della povert e dal motivo della gloria: povert e gloria sono intrecciate, inseparabili. E questo signicativo: si delinea cos la strada di Dio come strada di povert, e si aerma il profondo legame fra la presenza di Dio e la storia dei poveri: in una storia di povert che si nasconde la gloria di Dio ed ai poveri che essa si rivela. Inne c un ultimo tema: il concetto di pace, che levangelista pone in collegamento con lavvento messianico presentandolo come conseguenza dellamore divino verso luomo. un concetto di pace che diverge sia dalla concezione romana che da quella dellebraismo dellepoca (e si dierenzia anche dalle nostre attuali concezioni). A Roma si era sviluppata una losoa politica che sosteneva e giusticava lascesa della citt a potenza mondiale: Roma conduce le sue guerre per imporre le leggi della pace ai vinti e per garantire a loro, in tal modo, ordine sicurezza e civilt. Non a questo concetto di pace che il Vangelo allude, anzi Matteo riferisce la nascita di Ges in sottintesa antitesi alla ideologia imperiale Il vero Salvatore non limperatore Augusto, ma il bambino posto nella mangiatoia; la vera pace non la pax augusta, ma quella oerta da Dio agli uomini, oggetto del suo amore. Nellebraismo palestinese i maestri della legge concepivano la pace come accordo tra le parti che si riconoscono reciprocamente diritti e pos23

sibilit di vita, limitando ciascuna le proprie esigenze. Si tratta di una concezione di profonda saggezza, ma che resta pur sempre racchiusa entro la buona volont degli uomini. Levangelista si colloca invece nella tradizione dei profeti, per i quali la pace un dono di Dio, un miracolo del suo intervento salvatore. Da non dimenticare, inne, che la pace fra gli uomini , come dice il canto degli angeli, la trascrizione terrestre di quanto avviene nel cielo, la replica in terra della gloria che gli angeli cantano in cielo. Se dunque vogliamo dare gloria a Dio, dobbiamo costruire la pace fra noi.

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Santa famiglia di Ges, Maria e Giuseppe

Una parola che scende alle radici


Sir 3,3-7.14.17a Col 3,12-21 Mt 2,13-15.19-23

La famiglia di Nazaret unica e irripetibile, sia per le persone che la compongono sia per il suo signicato, tuttavia la fede scorge in essa anche una dimensione quotidiana, tale da costituire un modello per tutte le famiglie. Ed istruttivo osservare che la liturgia accanto a un brano evangelico che parla della santa famiglia e, quindi, dei suoi avvenimenti singolari ha scelto due altri passi che invece trattano dei rapporti umani che devono svilupparsi in ogni famiglia. Accanto dunque a un discorso su Ges e sulla sua famiglia, un discorso che in qualche modo vuole esserne il commento e lapplicazione sulle nostre famiglie: un passo del libro del Siracide (cf. 3,3-7.14.17) e un brano dellapostolo Paolo (cf. Col 3,12-21). II libro del Siracide appartiene al lone sapienziale. Accanto ai profeti che procedono in ascolto della parola di Dio, ci sono i sapienti che procedono in nome della saggezza, dellesperienza, della ragione e del buon senso. La loro regola non soltanto la fede, ma anche e forse prima la sana umanit. questa appunto la prima impressione che la lettura del libro ci ore: un discorso di fede (Dio vi nominato molte volte) ma insieme un discorso di profonda umanit. I consigli che vengono dati non sono tipici del credente, ma appartengono a ogni uomo di buona volont e li possiamo ritrovare in molte culture. Il passo del Siracide pu essere considerato come una spiegazione e un commento del quarto comandamento: Onora tuo padre e tua madre, perch si prolunghi25

no i tuoi giorni nel paese che il Signore, tuo Dio, ti d (Es 20,12). Il testo semplice, ma alcune osservazioni sono ugualmente opportune. Primo: il brano non si rivolge ai fanciulli o agli adolescenti perch onorino e obbediscano ai genitori, ma ai gli adulti perch si occupino dei loro genitori anziani. Secondo: occorre precisare lesatto signicato del verbo onorare ripetuto pi volte. Non equivale al semplice obbedire ma abbraccia una gamma di atteggiamenti pi ampia e essibile. Lobbedienza senza dubbio un dovere ma non il solo e, in certi casi, neppure il principale. Onorare signica obbedire, rispettare, aiutare, dare aetto, spazio e importanza. Dare, ad esempio, importanza allesperienza dei genitori anziani, esperienza che non necessariamente deve essere ripetuta, ma certo sempre attentamente valutata e mai acriticamente rinnegata. Signica comprendere che i genitori, anche se anziani e ammalati, hanno una loro funzione in quanto portatori di un patrimonio di esperienza e di saggezza che non deve assolutamente andare perduto. I genitori anziani, che non possono pi lavorare e guadagnare, non hanno perso il loro signicato e la loro presenza in famiglia non deve considerarsi un inutile peso. Tuttaltro: possono insegnarci a vivere. Terzo: si noti la costante correlazione tra lonore verso Dio e lonore verso i genitori: rispettare il padre e la madre temere il Signore e abbandonare il padre come bestemmiare Dio. un esempio particolare della presenza di Dio nel prossimo, ed una forte sottolineatura dello stretto rapporto fra doveri verso Dio e doveri verso luomo, religione e giustizia. In un certo senso, i rapporti familiari sono il banco di prova della vera religiosit. Quarto: a chi onora il padre e la madre promesso il dono di una lunga vita. Non si tratta del numero di anni o della salute. Si tratta di qualcosa di pi profon26

do: chi ama i genitori e li accoglie, si prepara a sua volta un futuro di accoglienza. Il conitto fra le generazioni si risolve anzitutto allinterno delle famiglie: i genitori che amano e accolgono i propri genitori anziani danno ai gli adolescenti una lezione di convivenza, una prova di come uomini di et dierente e di mentalit diversa possano non solo vivere insieme, ma amarsi e reciprocamente arricchirsi. Passando dal testo del Siracide alla lettera di Paolo ai Colossesi (cf. 3,12-21) il discorso si apre decisamente su dimensioni ecclesiali e comunitarie: gli avvertimenti di vita familiare (le mogli devono andare daccordo con i propri mariti e i mariti devono amare le proprie mogli, i gli devono obbedire ai genitori e i genitori non devono esasperare i gli) si trovano alla ne di unesortazione che riguarda lintera comunit cristiana, vista appunto come una famiglia pi grande e pi profonda: non pi il sangue che fonda anzitutto i rapporti di fraternit ma il possesso della medesima fede e lessere amati dal medesimo Padre. Lepisodio evangelico (cf. Mt 2,13-15.19-23) narra litinerario, quasi un nuovo esodo, della famiglia di Ges: Betlemme, Egitto, Nazaret. Giuseppe, Ges e Maria vivono la condizione di profughi. Da questo punto di vista la famiglia di Nazaret una famiglia del tutto normale: il glio di Dio condivide il destino degli uomini, non vive un destino diverso, a parte. Certo, si tratta di una famiglia amata da Dio, oggetto attento e prediletto della sua provvidenza (Alzati, prendi con te il bambino, v. 13a) ma non sottratta al destino degli uomini (Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo, v. 13b). Lamore di Dio salva gli uomini, ma non sottraendoli alla storia delluomo e neppure alla storia della violenza. Dio li accompagna e li aiuta nelle dicolt, come ha fatto con Ges: non lha sottratto alla morte, ma lo ha accompagnato nella morte.
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Solennit di Maria santissima madre di Dio

Meditare e custodire
Nm 6,22-27 Gal 4,4-7 Lc 2,16-21

Nel giorno di Capodanno la liturgia celebra la solennit di Maria madre di Dio. Semplicemente per porre lanno nuovo sotto la sua protezione? Molto di pi. La maternit divina di Maria infatti la novit che si inserita nel tempo degli uomini, trasformandolo. A Capodanno si fanno gli auguri e si nge di credere che lanno nuovo sar diverso da quello passato. Ma ci che non possibile allo sguardo privo di fede, diventa una realt per la fede. Il tempo non pi uno scorrere senza capo n coda, quasi un girare in tondo senza nulla concludere. Nella pienezza dei tempi venuto il glio di Dio, nato da una donna (come attesta lapostolo Paolo nella sua lettera ai Galati) e con questa nascita il tempo si trasformato: ha acquistato consistenza, direzione e novit. Nella monotonia del tempo e nel succedersi delle giornate presente il Signore, la cui parola garantisce alla vita un futuro. Nello scorrere del tempo presente il Signore che rende possibile agli uomini peccatori la speranza, il coraggio di amare, la ducia in se stessi e negli altri. questo il senso primo della maternit divina di Maria: Dio qui con noi, un fratello fra molti fratelli, solidale con la nostra carne e il nostro sangue. Che sarebbe mai il tempo senza questo evento sorprendente? Il brano evangelico (il passo in cui Luca racconta che i pastori si recarono a Betlemme e trovarono il bambino e sua madre) non spiega il mistero della maternit di Maria, si limita, con molta discrezione, a farcelo intravedere, come da lontano: il messia nato da una
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donna, e chi lo incontra lo trova accanto alla madre. E questo gi signicativo: il bambino e la madre non sono separabili. C per un punto che Luca sottolinea, ed latteggiamento della madre nei confronti del glio, il modo con cui Maria ha vissuto la sua maternit: Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore (v. 19). Lannotazione pi importante proprio questultima che abbiamo riportato. Lo stupore di Maria si distingue dallo stupore generale. Anche Maria sente le parole (tutte queste parole) che spiegano levento che ella stessa vede e vive. Parole che custodisce nel cuore, dentro di s. Le parole che in altri suscitano stupore, in lei si fanno ascolto consapevole, pensoso e intelligente: il cuore indica tutto questo. La funzione della madre anzitutto di custodire: il glio nato da lei, le parole che si dicono di lui, gli eventi che accadono attorno a lui, tutto questo non lo considera suo ma semplicemente adato, da custodire con fedelt. E poi meditare: il mistero di Ges (come il mistero di Dio e il mistero della vita) dicile da comprendere, e comunque lo si comprende a mano a mano che si svolge davanti agli occhi, a mano a mano che lo si vive con ducia. La comprensione frutto di un viaggio: un viaggio che si compie rendendosi disponibili, osservando e meditando, soprattutto partecipando. Ed appunto ci che fa Maria sentendo, da una parte, le parole che proclamano la gloria del Bambino (parole da lei stessa ascoltate e accolte dallangelo nellannunciazione) e, dallaltra, vedendo il bambino adagiato in una mangiatoia (v. 16). la solita tensione fra grandezza e piccolezza, gloria e povert che costituisce lossatura dellevento cristiano. Lascolto di Maria diventa dunque uninterpretazione vera e propria che fa luce sul mistero di Ges: Maria non solo la madre di Ges, ne anche la pi profonda interprete.
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Seconda domenica dopo Natale

Comprendere a quale speranza Dio ci ha chiamato


Sir 24,1-4.12-16 Ef 1,3-6.15-18 Gv 1,1-18

La liturgia ci invita a proseguire la meditazione sul mistero dellincarnazione. Il cuore delluomo abitato da un desiderio di vita, di luce e di conoscenza. Come dare una risposta a questo anelito di speranza, di pace, di pienezza di bene che luomo porta e aspira per s e per il mondo intero? Nellinno che apre la lettera agli Efesini (cf. 1,36.15-18), lapostolo Paolo introduce il motivo della speranza: [Il Padre della gloria] illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati (v. 18). La speranza, a cui Paolo qui accenna, non si identica con la speranza mondana, bens la converte profondamente, rinnovandola. La prima novit il fondarla non sulle previsioni degli uomini (quasi sempre molto insicure) ma sulla promessa di Dio di cui ti di totalmente. La seconda novit lo sperare ci che Dio ci ha promesso, cio il trionfo dellamore e della sua verit, non il trionfo di chi sa quali altre cose. Dio non sostiene le nostre speranze inutili o illusorie. Il passo dellapostolo Paolo preceduto da uno dei pi importanti tra i testi dellAntico Testamento che inneggiano alla gura della sapienza personicata e che costituisce il punto culminante di tutto il libro del Siracide (c. 24). La sapienza prende la parola per esprimere il suo ruolo nella creazione delluniverso e nella storia del popolo di Israele. Il progetto di Dio n dagli inizi della storia fondato e guidato dalla sua sapienza, ben
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oltre le attese e i desideri degli uomini. E nelle parole e immagini che descrivono la sapienza intuiamo che si allude al Verbo eterno per mezzo del quale tutto stato fatto, nel quale il Padre, inviandolo nel mondo, ci ha detto e ci ha donato tutto. Veniamo allora al prologo di Giovanni: In principio era il Verbo, cos lincipit del Vangelo di Giovanni, riproposto allascolto dei fedeli in questo tempo di Natale. Levangelista sa benissimo che il Verbo Ges Cristo. Nonostante ci il suo scopo di illustrare laffermazione centrale di tutto il testo. Il Verbo si fatto carne (v. 14); ma per far capire chi questuomo di cui parla tutto il Vangelo, guarda in alto, va alla radice, indicando cos quale la sua origine. Attira subito lattenzione sul fatto che questo Ges parola di Dio e per descrivere questa Parola la metter in rapporto a Dio e al mondo. Chiamare Ges Cristo Parola gi unaermazione splendida e piena di speranza. Egli gi in seno alla Trinit e, successivamente nella sua esistenza storica, la Parola, non solo in quanto ha parlato, ma perch in tutta la sua persona, nelle sue parole e nei suoi gesti, rimanda continuamente al Padre, la sua trasparenza. La parola il mezzo con il quale noi comunichiamo, il pensiero che in qualche modo nascosto si rende trasparente grazie alla parola e chi ci ascolta riesce a coglierlo. Ges Cristo quindi questa trasparenza del Padre; con il termine parola sintende non solo la comunicazione, ma anche la ragione, lintelligenza. Ges, in quanto parola di Dio, non una parola vuota, secondaria, che non dice nulla, ma una parola luminosa, una parola intelligente, una parola che incanta, una parola nella quale si pu scoprire una ragione, una logica. Ges, che Parola, viene pure riconosciuto e professato come vita e luce degli uomini (cf. v. 4): vita e luce sono due simboli fondamentali ed esprimono ci che
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luomo cerca e vorrebbe avere. Tuttavia se il mondo ha estremamente bisogno di questa luce che splende, in realt non ne vuol sapere, la riuta: e le tenebre non lhanno vinta (v. 5). Si osservino anzitutto i tempi verbali. Per la luce si ricorre al presente splende, per il riuto della tenebra al passato (non lhanno vinta). La luce brilla sempre, appartiene alla sua natura illuminare. Questo il signicato del presente. Per la tenebra invece un verbo al passato, per dire che si tratta di un fatto storico, non di una necessit, un fatto che potrebbe esserci e non esserci, perch dipende dalluomo e dalla sua libert. Questo signica che nessuno pu far cessare la luce che proviene da Cristo: essa brilla sempre, ovunque. La tenebra pu riutarla, ma non spegnerla. Il dramma profondo ma lo spazio della speranza sempre aperto. Nel prologo c unaltra aermazione che, ancora pi profondamente, costituisce il fondamento di tutta la speranza cristiana: Il Verbo si fatto carne (1,14). Carne luomo nella sua caducit e nella sua debolezza. Per comprendere la forza di questa aermazione di Giovanni basta confrontarla con unaermazione del profeta Isaia: Ogni uomo come lerba []. Secca lerba, appassisce il ore, ma la Parola del nostro Dio dura per sempre (40,6.8). Per il profeta tra la parola di Dio e la caducit delluomo c un ma che indica tutta la distanza fra linconsistenza delluomo e la solidit di Dio. Nel prologo di Giovanni, invece, il ma scomparso. La solidit della parola di Dio si fatta carne, ci che permane ha assunto ci che caduco: nel cammino di ogni uomo e dellintera umanit si inserita una presenza che salva dalla vanit e dallimpermanenza.

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Epifania del Signore

Anche i lontani attorno alpresepe


Is 60,1-6 Ef 3,2-3a.5-6 Mt 2,1-12

LEpifania il giorno della manifestazione, il giorno in cui il progetto di Dio (che la Bibbia chiama il mistero di salvezza) giunge al punto di maggior chiarezza con la nascita di Ges. Un disegno in atto da sempre, preparato da Dio gi nei tempi antichi, come traspare dalla pagina profetica di Isaia (cf. 60,1-6). Una lettura attenta evidenzia in primo luogo i due imperativi: Alzati e rivestiti di luce (v. 1) e Alza gli occhi intorno e guarda (v. 4). Due imperativi che reggono lintero discorso e gli imprimono un tono di diretto coinvolgimento: il profeta si rivolge direttamente con il tu al popolo che lo ascolta (e ora a ciascuno di noi che lo legge), interpellandolo ed esortandolo. Alzati! un invito a smetterla con la stanchezza e con le lamentele, e rivestiti di luce! un invito alla gioia. Alza gli occhi intorno e guarda un invito a uscire dal proprio angusto orizzonte, a rompere il cerchio delle proprie meschine preoccupazioni e a smetterla di ripiegarsi su se stessi. Se appena alzi lo sguardo, ti accorgi che c tutto un movimento. Un duplice movimento: la luce di Dio che viene verso Gerusalemme e lintera umanit che si pone in cammino. Due realt, dunque, da guardare, due realt grandiose chiarissime, ma se non si alza lo sguardo se non ci si scuote, se non si esce da se stessi si rischia di non vederle: un contrasto, e cio una citt luminosa in un mondo immerso nella nebbia, e una immensa carovana, lintera umanit in cammino attratta dalla luce.
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Almeno altri due aspetti sono da notare. Si osservi, ad esempio, come la luce non provenga dalla citt, ma piova sulla citt: Gerusalemme non brilla di luce propria, ma di luce ricevuta, di luce riessa. lo splendore di Dio che la illumina: La gloria del Signore brilla sopra di te (v. 1), su di te risplende il Signore (v. 2). Se il popolo di Dio una luce in un mondo oscuro, un punto di riferimento per lumanit disorientata, tutto questo non per merito, ma per grazia. Ed per questo che i popoli attratti da quella luce non lodano la citt, ma il Signore: Tutti verranno [] proclamando le glorie del Signore (v. 6). E osservando limmensa carovana che si avvicina, ci si accorge che in essa ci sono come due colonne: la colonna dei gli di Israele che rimpatriano dallesilio, e la colonna delle nazioni straniere attratte dalla luce; due spezzoni di umanit accomunati nello stesso cammino e diretti verso lo stesso punto (tutti costoro si sono radunati, vengono a te, v. 4). una visione di universalismo, la visione di unumanit non pi contrapposta, ma riunita e in cammino. E con questo il profeta ci ha svelato due delle principali caratteristiche del disegno di Dio: la salvezza dono e lintera umanit senza distinzione di sorta chiamata a godere della stessa luce. Ma non tutto ancora precisato. Tanto vero che il racconto evangelico (cf. Mt 2,1-12), pur riprendendo sostanzialmente la visione del profeta, la approfondisce e vi introduce delle sorprese. Ges il momento della verit, il momento in cui il disegno di Dio appare con una tale chiarezza da non tollerare pi alcun equivoco. E infatti la pagina di Matteo di equivoci ne fa crollare almeno tre. Primo: ci che brilla come unoasi di luce in un mondo oscuro e induce i popoli a mettersi in cammino, non anzitutto una citt n una comunit, ma una persona: Ges. I magi, simbolo delle nazioni, vengono
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a cercare il glio di Dio, non Gerusalemme: Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti per adorarlo (v. 2). Secondo: le nazioni vengono ad adorare Ges, ma la sua citt lo induce a fuggire (Erode rest turbato e con lui tutta Gerusalemme, v. 3). E questa senza dubbio la sorpresa pi sconcertante: non pi dallEgitto che proviene il riuto, n dalle nazioni, ma da Gerusalemme e dal suo re, dallo stesso popolo di Dio. E cos ogni eventuale orgoglio del popolo di Dio tagliato alla radice. Terzo: il movimento delle nazioni che si indirizzano verso Cristo non tutto. Il disegno di Dio contempla anche un movimento inverso altrettanto importante. Il Vangelo si apre con la visione dei magi (i popoli) che vengono a cercare Ges (un movimento dalla periferia al centro), ma si chiude con la visione dei discepoli che si incamminano verso le nazioni (un cammino dal centro alla periferia): Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli (Mt 28,19).

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Battesimo del Signore

Il glio prediletto che devessere ascoltato


Is 42,1-4.6-7 At 10,34-38 Mt 3,13-17

Il battesimo di Ges al Giordano (cf. Mt 3,13-17) un racconto di rivelazione: ci aiuta a comprendere chi Ges e indirettamente chi il cristiano. Determinanti sono le parole introduttive delloracolo profetico: Ecco il mio servo (Is 42,1). Indicano loggetto che sta a cuore a Dio e che egli intende, appunto, farci conoscere. Le frasi successive ci dicono quello che il servo possiede (lo Spirito), la missione che gli adata e lo stile con cui la deve compiere. Ciascuno di questi singoli aspetti merita tutta la nostra attenzione. Chi il servo? Scrivendo questa parola il profeta pensava certamente al popolo di Israele (o meglio, al gruppo dei pii e degli autentici credenti), ma pensava anche al messia. Dicendo ecco il mio servo, Dio vuole parlarci insieme del messia e del suo popolo, di Ges e della sua chiesa. Servo: la parola evoca obbedienza e sottomissione, una missione da compiere non a nome proprio n con proprio stile, ma in dipendenza e a nome di un altro. Questo vero, tuttavia il nostro passo moltiplica le espressioni per ricordare anche un altro aspetto, e cio lamicizia: di cui mi compiaccio, il mio eletto, che io sostengo (v. 1). Dunque, servo e pi di servo. Al battesimo di Ges la voce celeste ha giustamente cambiato il termine servo in glio: Ges sottomesso e docile alla volont del Padre, obbediente, ma pi di servo, glio. E lo stesso pu dirsi del cristiano: servo e glio.
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La missione che Dio ada al suo servo (cio a Israele e al suo messia, a Ges e ai suoi discepoli) descritta con tre tratti fondamentali. anzitutto una missione universale, rivolta alle nazioni e alle isole. Il servo si assume la responsabilit del mondo intero perch sa che il suo Dio ama lintera umanit. Con una convinzione, e cio che i lontani aspettano che qualcuno parli loro di quel Dio che ancora non conoscono ma che vanno cercando e di cui hanno bisogno. Una missione ed il secondo tratto che privilegia, se cos si pu dire, i prigionieri, cio i poveri, i deboli: certo aperta a tutti, ma proprio per questo d la precedenza a chi pi trascurato. Il servo si assume la difesa di chi senza difesa, si fa avvocato di chi senza avvocato, si fa amore per chi senza amore. Una missione, inne, che ha come contenuto essenziale il diritto. La parola ricorre tre volte, ed una parola biblica dal signicato ricco e molteplice, pi ricco di quello che abitualmente assume nelle nostre lingue. Indica giustizia nel senso di mettere le cose a posto, di leggi imparziali, di trattamenti uguali per tutti, ma indica anche diusione della verit e conoscenza del Signore: per questo il servo detto luce delle nazioni (v. 6). E tutto questo con uno stile: il servo non cerca il clamore, non compie gesti chiassosi e appariscenti, non spegne e distrugge, ma rianima e incoraggia; umile, semplice e discreto. Tuttavia fermo e sicuro: proclamer il diritto con verit (v. 3). Lo stile del servo la tolleranza, la discrezione, la non-violenza. lo stile di Ges, come Matteo sottolinea nel suo Vangelo (cf. 12,17-21) ma non sempre purtroppo lo stile dei suoi seguaci: Giacomo e Giovanni dissero: Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi? (Lc 9,54). Abbiamo lasciato il tratto pi importante e caratteristico: Ho posto il mio Spirito su di lui (v. 1). la
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radice di tutti gli altri aspetti. solo lo Spirito e soltanto lo Spirito la forza capace di prendere un uomo qualsiasi, un meschino ed egoista come tutti gli altri, e trasformarlo in servo e in glio, gioiosamente consapevole di essere amato, dedito a una missione che va ben oltre il proprio personale interesse. La trasformazione di un uomo in servo e glio un miracolo: il miracolo appunto della nascita cristiana e battesimale. Guidati dalla parola del profeta e dal Vangelo di Matteo siamo continuamente passati da Ges al discepolo, e non certo per confondere le cose: un conto Ges e un conto siamo noi. Ma resta vero che il battesimo di Ges il modello del nostro battesimo, e che per comprendere chi siamo noi dobbiamo guardare lui.

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Tempo di qUaresima

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Introduzione al tempo di quaresima

La prima lettura delle domeniche di quaresima non scelta in base al Vangelo, come succede invece per il resto dellanno liturgico. Tratta dallAntico Testamento, la prima lettura indica le tappe principali della storia di Israele: Adamo, Abramo, Mos, Davide, i profeti. Il Vangelo, invece, tratteggia i momenti pi salienti dellitinerario di Ges. Nel tempo di quaresima, dunque, prima lettura e Vangelo presentano le tappe principali della storia dIsraele e quelle pi signicative del cammino di Ges come due linee che si chiariscono reciprocamente e formano un vero e proprio itinerario di conversione. Come nel tempo di avvento, porremo attenzione particolare alla prima lettura in quanto ci orir alcune chiavi di comprensione e approfondimento dei testi evangelici. Nelle grandi tappe del cammino di Israele e di Ges, come ci raccontano le letture di quaresima, ciascuno di noi chiamato a specchiarsi. Compito dicile e necessario. Dicile, perch richiede un coraggioso riorientamento della vita. Necessario, perch lunico cammino che conduce a Dio e al ritrovamento di noi stessi. Ma dove trovare la forza per farlo? Nella potenza di Dio, ci suggerir la lettura del Vangelo di Giovanni quasi al termine di questo itinerario di conversione. Io sono la risurrezione e la vita, non semplicemente la vita, ma anche la risurrezione e con questo Ges aerma di possedere la forza per vincere persino la morte, e con la morte il peccato, linerzia e la passivit. Egli ha la forza in una parola di rendere possibile ci che a noi pare impossibile.
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Prima domenica di quaresima

Ripudiato Dio, ecco subito gli idoli


Gen 2,7-9; 3,1-7 Rm 5,12-19 Mt 4,1-11

La pagina di Genesi (cf. 2,7-9; 3,1-7) contiene almeno tre insegnamenti che conservano tutta la loro attualit. A parte la forma linguistica, potrebbe essere una pagina scritta oggi. Primo: luomo colto nella sua caducit e nella sua grandezza, soprattutto nel suo dramma. tratto dalla terra e destinato a ritornare alla terra: cos il cerchio si apre (cf. Gen 2,7) e si chiude (Polvere tu sei e in polvere ritornerai, Gen 3,19). Eppure luomo viene da Dio ed amato da Dio: Dio gli fedele, qui sta tutta la sua dignit e la sua speranza. Luomo si dibatte in una contraddizione che sembra insanabile: da una parte i molti segni che assicurano che Dio buono e che ha fatto luomo e il mondo secondo un disegno sapiente; dallaltra, il dilagare del male, della violenza e della morte. Di fronte alle molteplici forme del male non bisogna accusare Dio, testimonia il nostro passo, la responsabilit della colpa delluomo. Il male ha unorigine storica, non metasica o cosmica, dipende dalla libert delluomo. La storia piena di contraddizioni perch luomo si ostina a volerla costruire disobbedendo al Signore. Secondo: il peccato quello di Adamo e quello di tutti gli altri non resta chiuso nellintimo delluomo, ma dilaga allesterno, si traduce in mentalit e abitudini, crea cultura, legami e condizionamenti, si fossilizza in strutture. C, insomma, una solidariet nel peccato, da Adamo no a noi. Il suo peccato ci condiziona e il
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nostro, a sua volta, condiziona le generazioni future. per mettere in luce questa storia di peccato che i primi racconti della Bibbia si sviluppano secondo uno schema genealogico: un peccato dipende dallaltro, il peccato di Caino dipende dal peccato di Adamo, e cos via. Terzo: il peccato di Adamo non solo il primo peccato, ma anche il modello di ogni altro peccato. Nella sua tentazione vediamo fotografata la nostra. Come appare dal dialogo fra Eva e il serpente, la forza della tentazione sta nel dubitare di Dio, nel credere che egli imponga una legge per impedirci di divenire simili a lui (dunque per umiliarci e salvare i suoi privilegi), anzich per impedirci di morire (cio per il nostro bene). La tentazione sta tutta qui: credere che la legge di Dio sia alienante e che luomo viva meglio al di fuori di essa. Tentazione attualissima che sembra descrivere in una sorta di profezia la mentalit delluomo moderno, che nellobbedienza al Signore e nellascolto della sua parola ha paura di sminuirsi, di perdere libert e autonomia. Non per nulla si cerca da molte parti di presentare lateismo come umanesimo. E invece il contrario, dice il nostro passo, che insieme frutto di rivelazione e di esperienza: quando luomo travalica i limiti e si atteggia a signore, e vuole costruire una storia per conto proprio, allora che si perde la libert e si genera la violenza, e luomo ridotto a strumento. La tentazione di Ges (cf. Mt 4,1-11) che troviamo nel Vangelo ripropone nella sostanza la medesima tentazione di Adamo. In supercie le tentazioni sono molte, ma alla radice sempre una sola: percorrere la via messianica indicata da Dio (la via della croce) oppure scegliere una via propria conforme alle valutazioni degli uomini (la via del prestigio, del successo, del dominio)? Per due volte (v. 3 e v. 6) Satana si rivolge a Ges dicendogli: Se tu sei glio di Dio. Per Ges lessere glio si esprime nellobbedienza radicale e nella dedizione totale al Padre. Per Satana invece essere glio
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signica poter disporre della potenza divina a proprio piacimento e per la propria gloria. A dierenza di Adamo, Ges ha scelto lobbedienza, indicando cos anche a noi il cammino del ritorno. In perfetto contrasto con latteggiamento di Adamo, lultima risposta di Cristo al tentatore : Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto (v. 10). una risposta che ogni uomo deve fare sua. E a nessuno sfugga la sincera ammissione di Satana: Tutte queste cose io ti dar se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai (v. 9). esatto: tutti coloro che si sottraggono a Dio per fare da soli e per porsi nel mondo come padroni, in realt sono costretti ad adorare Satana. Non vogliono il vero Signore e se ne trovano un altro, tirannico e morticante. Un tiranno che ha molti nomi (denaro, successo, potere), ma un unico volto: contro luomo.

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Seconda domenica di quaresima

Abramo: il coraggio di cambiare vita


Gen 12,1-4a 2Tm 1,8b-10 Mt 17,1-9

La storia di Abramo, ma in un certo senso lintera storia della salvezza il grande cammino di ritorno a Dio incomincia con questo racconto brevissimo, asciutto e tuttavia cos ricco di signicato. Al primo posto liniziativa di Dio: Il Signore disse ad Abram (v. 1). Tutto parte da qui, da questo intervento di Dio descritto con semplicit, senza quei tratti grandiosi (lampi e tuoni, luce che abbaglia) che abitualmente accompagnano le descrizioni bibliche delle apparizioni divine. Semplicemente Dio disse. Abramo ha gi alle spalle unintera vita, vecchio (aveva settantacinque anni quando lasci Carran, v. 4, precisa il testo), ha moglie e gli, un ambiente e un passato, e tuttavia come se la sua vita cominciasse soltanto ora. La sua vera storia inizia qui, quando Dio gli rivolge la parola e imprime alla sua esistenza una svolta. Prima era come un camminare senza direzione e senza senso, il solito aannarsi degli uomini giorno dopo giorno, cercando che cosa? Ora diventa un cammino che imbocca una direzione e un signicato. La parola di Dio si presenta come un ordine (Vattene dalla tua terra [] verso la terra che io ti indicher, v. 1), e come una promessa (Far di te una grande nazione e ti benedir, render grande il tuo nome, v. 2). Ordine e promessa che, parallelamente, esigono dalluomo obbedienza e ducia: allordine si obbedisce e alla promessa si aderisce con ducia. Abramo chiamato a un cambiamento di esistenza (lascia e vieni),
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ad abbandonare cio tutto il suo mondo gi noto, abituale (la casa, la terra, i parenti) per andare verso un futuro la cui unica garanzia la parola del Signore. E questa obbedienza, ma soprattutto ducia. Si tratta di imparare a vivere non pi nello sforzo disperato di conservare ci che gi si possiede, ma nello sforzo ducioso di andare in avanti, di uscire da ci che ci gi noto e abituale per andare verso un mondo che il Signore garantisce ma che noi ancora non vediamo. Perch Dio ha chiamato Abramo? Se il Dio di tutti, perch chiama un uomo solo? Non c che una risposta: Dio non chiama a una salvezza per se stessi, ma a un servizio e una responsabilit nei confronti di tutti. Ecco il senso dellaermazione: In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra (v. 3). E questa la terza componente del nuovo cammino: dopo lobbedienza e la ducia, il servizio. C una quarta caratteristica: la perseveranza. Il seguito della storia di Abramo ci dice che il suo cammino fu continuamente messo alla prova. Gli anni passano, i gli non vengono, e le promesse di Dio sembrano sempre pi allontanarsi. Dio non ha fretta di mantenere le sue promesse. Si accontenta di rinnovarle. Commovente il racconto del colloquio notturno fra Abramo e il Signore: Soggiunse Abram: Ecco, a me non hai dato discendenza []. Poi lo condusse fuori e gli disse: Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle; e soggiunse: Tale sar la tua discendenza. Egli credette al Signore (Gen 15,3-6). Lintero cammino di Abramo racchiuso in questa semplice annotazione: Egli credette al Signore. Ma lepisodio pi impressionante ancora un altro, il racconto del sacricio di Isacco (cf. Gen 22), che inizia con una battuta e gi lascia trasparire la lezione: Dio mise alla prova Abramo (v. 1). Dio ha promesso ad Abramo una numerosa discendenza ora gli chiede lunico glio. un Dio misterioso, un Dio che mette alla prova, un Dio le cui vie non sono le nostre.
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Fin qui la storia di Abramo, il padre di tutti i credenti. Il Vangelo di Matteo completa il discorso raccontandoci il cammino di Ges, che in compagnia dei discepoli si dirige verso Gerusalemme (cf. Mt 17,1-9). Sullo sfondo c la croce, e questa incute nei discepoli timore e resistenza. Occorre uno sguardo pi acuto per accorgersi che dietro la croce c la risurrezione. E questo appunto il senso dellepisodio della trasgurazione. Ges mostra ai discepoli che lo accompagnano che cosa veramente li attende alla ne del cammino: non la croce, ma la risurrezione. Sappiamo che nel cammino della conversione c posto per la tentazione che viene da Satana, il quale vuole distoglierci dalla strada di Dio per incamminarci su altre strade: la tentazione di Abramo e la tentazione di Ges nel deserto. Nellitinerario della conversione ci sono anche le prove che vengono da Dio stesso: hanno lo scopo di puricare, approfondire e convertire. Ma nella vita di fede, anche questo non va dimenticato, non mancano le luci, le consolazioni, le veriche, la pregustazione della comunione con Dio, la certezza che la sua parola ha sempre ragione. Ci sono momenti in cui il credente vorrebbe ripetere le parole di Pietro sul monte: Signore, bello per noi essere qui (Mt 17,4). Cos, la trasgurazione non soltanto la rivelazione dellidentit profonda di Ges e del suo destino, nel contempo una rivelazione dellidentit del discepolo. La via del discepolo ugualmente incamminata verso la croce e la risurrezione. Nel cammino della fede non mancano momenti chiari, gioiosi, allinterno della fatica dellesistenza cristiana. Occorre saperli scorgere e saperli leggere. Il loro carattere per fugace e provvisorio, e il discepolo deve imparare ad accontentarsi. Non sono il denitivo, la meta, ma soltanto un anticipo profetico di essa.
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Terza domenica di quaresima

Un popolo tra libert e nostalgie di schiavit


Es 17,3-7 Rm 5,1-2.5-8 Gv 4,5-42

Il racconto dellEsodo, ambientato durante la lunga marcia del deserto, ci prepara allascolto del bellissimo incontro di Ges con la donna di Samaria. Molteplici sono le risonanze in comune: lincredulit delluomo, la pazienza di Dio, il dono dellacqua. Lepisodio (cf. Es 17,3-7) narra unesperienza che si impressa nella memoria di Israele in modo indelebile. Gli ebrei compresero (e noi con loro) che fu un momento di particolare lucidit, unesperienza che ha messo a nudo alcuni atteggiamenti che accompagnano sempre il cammino delluomo verso Dio. appunto in questa prospettiva che vogliamo rileggere lepisodio di Massa (tentazione) e Merba (protesta), ricostruendo i due lati del confronto: da una parte il ragionamento del popolo, dallaltra la risposta di Dio. Privo di acqua per s e per il bestiame, il popolo protesta e pretende: Dateci acqua da bere! (v. 2). Non prega (come far invece Mos), non chiede, ma pretende e reclama, come chi crede di poter accampare diritti. Tentare il Signore tutto questo. Poi dalla protesta passa alla mormorazione: Perch ci hai fatto salire dallEgitto []? (v. 3). Questo mormorare signica mettere in dubbio la validit di ci che Dio ha fatto, la validit dellimpresa iniziata. Valeva la pena di liberarsi dallEgitto per poi trovarsi in questa situazione precaria? Daccordo la libert, ma la vita in Egitto era pur sempre tranquilla, il cibo e lacqua assicurati! Di fronte alla fatica della libert nasce la nostalgia della schiavit.
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Inne, dopo la protesta e la mormorazione, si mette in dubbio la stessa presenza del Signore: Il Signore in mezzo a noi, s o no? (v. 7). Non pi in discussione qualcosa, ma tutto. Linterrogativo degli ebrei a Merba si ritrova anche in altri passi della Bibbia, e sembra essere paradossalmente il compagno inseparabile del popolo. Riemerge in ogni dicolt. Eppure le prove della presenza di Dio ci sono, e numerose. Ma non bastano mai. Il popolo ha visto il miracolo del Mar Rosso e ha gi sperimentato il dono della manna, ma suciente un nuovo imprevisto perch rimetta tutto in discussione. Il Vangelo chiama questo atteggiamento durezza di cuore. Sin qui il ragionamento del popolo di Israele, quasi la radiograa di molti nostri ragionamenti. Ma c anche laltro lato da osservare, e cio il comportamento di Dio. Di fronte al dubbio che serpeggia nel popolo, egli riaerma la sua presenza: Io star davanti a te l sulla roccia (v. 6). E alla protesta risponde con il dono: Tu batterai sulla roccia: ne uscir acqua (v. 6). Dio paziente, ci che vuol far comprendere non facile e vi insiste. Ma altrettanto vero che Dio esigente: interviene e aiuta, ma non sopprime il cammino, n la fatica, n la precariet. Non conduce direttamente il suo popolo dalla schiavit dEgitto alla libert, ma lo fa peregrinare lungamente nel deserto. un simbolo dellintera storia umana. Anche se sotto il segno di Dio, il cammino (quello della chiesa verso il regno, o di un popolo verso la libert o di un uomo verso il Signore) non cessa di essere faticoso, tortuoso e minacciato. Pretendere un Dio risolutore signica non capire nulla. Il racconto evangelico completa la lezione dellEsodo, a eccezione di un punto: precisa che lacqua che Dio intende donarci non lacqua del pozzo, ma il suo spirito, la sua verit, la sua parola che ci insegna a vivere e che ci parla di lui. questa la vera sete delluomo, cosa che per luomo non sempre pronto a riconoscere,
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tanto vero che spesso chiede una cosa mentre Dio vuole dargliene unaltra. La tentazione di chi cerca Dio sempre quella di rinchiudere il dono di Dio dentro la propria attesa, ma Dio non si lascia imprigionare nelle attese delluomo: le dilata. il caso della donna di Samaria. Signore, dammi questacqua, perch io non abbia pi sete e non continui a venire qui ad attingere acqua (Gv 4,15), chiede. E pi avanti, accortasi che Ges profeta, gli sottopone unaltra questione: meglio adorare a Gerusalemme o su questo monte? (cf. v. 20). Ma non sono questi i problemi che Ges intende risolvere. La donna cerca di situare Ges nelle categorie religiose tradizionali, la sua ricerca chiusa nel passato, ma egli cerca invece di aprirla a esigenze pi profonde e di condurla alla fede. Infatti le dice: Se tu conoscessi [] chi colui che ti dice Dammi da bere. (v. 10). Ges che d da bere a lei e non il contrario, come la samaritana pensava. In tutto dialogo appare chiaro come sia Ges a suscitare le attese di questa donna, quasi obbligandola a esprimersi; da quelle poi parte per lasciarle cadere o dilatarle. E come se la costringesse a guardare al futuro e a prendere coscienza che nel mondo arrivata una novit che rinnova il problema dalle fondamenta. Il cammino della donna pu certamente essere visto come unimmagine del cammino delluomo verso Dio. Ges guida la ricerca, la disincaglia dalle chiusure che via via incontra e la libera da alternative che luomo riterrebbe inevitabili (la donna non deve farsi giudea, ma restare samaritana). La ricerca termina in Cristo, rivelatore e salvatore, ma laccoglienza del dono di Cristo uno spazio aperto sulla vera adorazione del Padre. Importante, e sottolineato, linvito al superamento di ogni altra attesa religiosa: le attese religiose, evocate dalle espressioni e dai simboli attorno a cui si svolge il dialogo, sono tutte superate e concentrate in Cristo. In lui acquistano un senso di presenzialit e di pienezza.
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Quarta domenica di quaresima

Dio guarda al cuore, non alle apparenze


1Sam 16,1b.4.6-7.10-13a Ef 5,8-14 Gv 9,1-41

La liturgia chiama la quarta domenica di quaresima la domenica Laetare (della gioia). Il cammino quaresimale un cammino di conversione, non di tristezza. Convertirsi signica ritornare a casa, ritrovare Dio e se stessi e questo gioia! La lettura dellAntico Testamento e il Vangelo non svolgono un tema comune, la prima continua la meditazione sulle grandi tappe della storia della salvezza: dopo Adamo, Abramo e lEsodo, la volta di Davide. Di lui, la Bibbia ricorda labilit politica e militare, il coraggio e lintelligenza, ma soprattutto lobbedienza al Signore. Davide il re secondo il cuore di Dio, e non perch senza debolezze di lui, anzi, si racconta ampiamente anche il peccato ma perch ha sempre avuto la consapevolezza di essere al servizio dellunica regalit del Signore. Davide non ha mai tentato di sostituirsi a Dio, usurpandone i diritti. E questa la cosa che conta di pi. Una preoccupazione che traspare anche dalle prime parole del nostro racconto: Il Signore disse a Samuele []: mi sono scelto [] un re (1Sam 16,1). Prima di raccontare lelezione di Davide, la Bibbia afferma che Dio non rinuncia alla sua regalit: c posto soltanto per una regalit che si esercita nellobbedienza e nel servizio per unautorit che non potr mai dirsi assoluta, ma sempre delimitata da precisi doveri. Il nostro racconto riproduce il canovaccio comune a tutte le chiamate di Dio. Dio pu chiamare direttamente (come Abramo e Mos), oppure attraverso un
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suo profeta, come Davide. In ogni caso per liniziativa resta sua, libera e gratuita. Si veda con quanta insistenza questo sottolineato: Ti mando, mi sono scelto, ti far conoscere, ungerai per me colui che ti dir (vv. 1b.3b). Il racconto, pur aermando con chiarezza ci che abbiamo detto sinora, attira lattenzione su un altro punto che costituisce senza dubbio la sua lezione principale e, in un certo senso, la sua novit: Luomo vede lapparenza, ma il Signore vede il cuore (v. 7). Corre una profonda dierenza tra le valutazioni degli uomini e le valutazioni di Dio: Io lho scartato, perch non conta quel che vede luomo (v. 7). Dunque due modi dierenti di guardare; persino gli uomini migliori, come Samuele, rischiano sempre di lasciarsi incantare dallaspetto e dallimponenza della statura. Ma non Dio, egli valuta in base ad altri valori. Cosa che appare da tutta la storia della salvezza, al punto da costituire una legge fondamentale dellagire divino: il Signore promise una numerosa discendenza ad Abramo quando era vecchio; chiam Mos non quando era alla corte del faraone, inuente e aermato, ma dopo, quando era perseguitato e fuggiasco; e fra i molti gli di Iesse scelse il pi piccolo. Si potrebbe continuare con gli esempi, ma pi importante rilevare che la Bibbia racconta tutti questi episodi con uno scopo preciso, quello cio di indurci a cambiare mentalit e a valutare le cose (persone, avvenimenti) con i criteri di Dio. Il Vangelo di Giovanni racconta la guarigione di un cieco dalla nascita, e poi riporta ampiamente il dibattito che ne segu (cf. 9,1-41). La tesi centrale che Ges la nostra luce. Con una precisazione per, e cio che la sua luce pur cos chiara non accolta da tutti. Il racconto si snoda infatti seguendo lo schema di un contrasto: da una parte, un cieco che viene alla luce e riconosce in Ges il Signore (Credo, Signore!, v. 38); dallaltra, i farisei che, convinti come sono di ve52

dere, restano nelle loro tenebre (siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane, v. 41). La loro verit non ammette che un miracolo avvenga di sabato, e questa loro sicurezza li chiude e li acceca. Non si lasciano smuovere da nulla, neppure dallevidenza dei fatti, per salvare uno schema religioso che non si vuole modicare. Fariseo luomo incapace di aprirsi alla storia, al concreto comunque esso sia, e di lasciarsi da esso mettere in questione: non leale, bara al gioco ed cieco. Dio scelse il piccolo Davide e non i suoi fratelli pi appariscenti, e Ges rivela se stesso a un cieco e non a coloro che si reputavano maestri. La ragione la medesima: Dio guarda al cuore, non alle apparenze.

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Quinta domenica di quaresima

Quando sembra inutile continuare a sperare


Ez 37,12-14 Rm 8,8-11 Gv 11,1-45

II profeta Ezechiele svolse il suo ministero fra gli esiliati, a Babilonia. Nel 597 a.C. Gerusalemme si arrese allesercito babilonese, e il re Ioiakim venne deportato a Babilonia assieme alle persone pi importanti della citt. Fra i deportati ci fu anche Ezechiele. Dapprima gli esiliati mantennero una inalterabile ducia in Dio e nei destini del popolo. Gerusalemme non sar distrutta, pensavano, lesilio non sar che una breve parentesi (un giusto ma momentaneo castigo di Dio) e presto si ritorner in patria. Ma poi, di fronte alla nuova scontta del 586 a.C. e alla distruzione di Gerusalemme, le illusioni si infransero e subentr la disperazione. appunto a questo stato danimo molto pericoloso che le prime righe del nostro passo (cf. 37,12-14) si riferiscono: Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza svanita, noi siamo perduti (v. 11). E invece no, ribatte il profeta a nome di Dio: Io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe (v. 12). Tutto il passo si regge su questo contrasto: da un lato labbattimento degli esuli (Siamo perduti), dallaltro la parola di Dio (Apro i vostri sepolcri): lo scopo di far compiere al popolo una svolta, un capovolgimento alla ducia. La situazione del popolo in esilio descritta dal profeta in forma di visione: Il Signore [] mi depose nella pianura che era piena di ossa; mi fece passare accanto a esse da ogni parte. Vidi che erano in grandissima quantit [] e tutte inaridite (37,1-2). Una
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situazione umanamente senza sbocchi, paragonabile alla morte, tale da spingere gli esiliati a concludere: La nostra speranza svanita, siamo perduti. uno stato danimo pericoloso: dallo scoraggiamento si passa infatti fatalmente al disimpegno. A che serve?, si dice. E ci si lascia andare. Cos accadeva, appunto, agli ebrei dispersi (e non soltanto a loro): non c pi speranza, inutile continuare con fatica a condurre una vita propria in mezzo a un popolo straniero, non serve, facciamo come tutti e confondiamoci in mezzo agli altri. Ma davvero una situazione senza speranza? I veri credenti, come il profeta Ezechiele, rispondono sempre di no, perch sanno che ogni situazione, anche la peggiore, resta sempre nelle mani di Dio. Infatti su tutte quelle ossa inaridite, sugli esiliati delusi che si erano persi danimo, cade come una sferzata la parola del Signore: Io vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio (v. 12). Parola solenne e sicura: Io lho detto e lo far (v. 14). Come si intuisce facilmente, sempre e solo una questione di fede, o meglio, tutto dipende dal saper ancorare la propria ducia nel giusto fondamento, cio nel Signore. Non in un ribaltamento della situazione a opera di uomini, n nelle cosiddette energie sommerse del popolo, n nella convinzione che quando si tocca il fondo poi si risale, ma nel Signore. Se ti guardi attorno, ti viene da pensare che sciocco continuare a sperare. Ma se guardi a Dio, allora di colpo tutte le speranze sono di nuovo consentite. Anche Lazzaro nella tomba, come raccontato nel Vangelo di Giovanni (cf. 11,1-45), il simbolo di una situazione umanamente senza uscita, situazione che Ges, nonostante amasse Lazzaro profondamente, ha inspiegabilmente permesso; ma la fede di Marta e di Maria non venuta meno. Forse c anche un leggero rimprovero nelle loro parole (Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto, v. 21), ma la fede ha in
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ogni caso il sopravvento: So che risorger nella risurrezione dellultimo giorno (v. 24). Fede ammirevole, e tuttavia non ancora completa; occorre sperare di pi. Ges risponde spostando laccento in due direzioni che poi convergono. La prima cronologica: la risurrezione dei morti non un fatto degli ultimi tempi, ma accade adesso. La seconda di persona: la risurrezione dei morti non unopera compiuta solo da Dio alla ne dei tempi, ma un evento che Ges compie. Quindi, Marta pensava: Esiste una risurrezione dei morti alla ne, per opera di Dio; Ges ribatte: Esiste la risurrezione dei morti adesso, per opera di Cristo. Marta sperava in un lontano futuro (nellultimo giorno), Ges parla al presente: Io sono la risurrezione e la vita (v. 25). Daccordo il futuro, ma molto gi possibile oggi: possibile convertirci, vincere il nostro peccato, costruire comunit cristiane pi evangeliche, avviare nella societ un processo di giustizia.

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Domenica delle Palme: passione del Signore

Dallosanna al crucige la serenit del credente


Is 50,4-7 Fil 2,6-11 Mt 26,14-27,66

La domenica delle Palme caratterizzata dallentrata di Ges a Gerusalemme, un episodio festoso: La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: Osanna al glio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! (Mt 21,9). Un momento di gioioso trionfo, che prelude per agli insulti della croce. il trionfo di un messia crocisso, come appunto la liturgia sottolinea ponendoci di fronte a un contrasto violento e signicativo; dopo la festosa processione degli ulivi, tutte e tre le letture della messa ci parlano della croce: Matteo racconta la passione e la morte di Ges, lapostolo Paolo ci invita a imitare i sentimenti di Cristo che umili se stesso facendosi obbediente no alla morte e a una morte di croce (Fil 2,8) e Isaia parla del servo del Signore. Vista la pregnanza di questa gura, ci soermiamo sulla pagina profetica (cf. Is 50,4-7), dove il servo di Dio pregurazione del messia, ma anche personicazione dellintero popolo di Dio parla in prima persona e ci racconta, per cenni brevissimi ma signicativi, la sua storia, o meglio, ci descrive i tratti salienti della sua spiritualit. Eccoli: ogni mattina si pone in ascolto della parola del Signore; Dio gli ada la missione di sostenere e confortare gli sduciati; una missione questa che va incontro a resistenze e a persecuzioni violente, che per egli aronta con coraggio perch la sua ducia nel Signore. Sono esattamente i tratti della sionomia e della storia di Ges. E se la liturgia ce li propone, non sol57

tanto per farci conoscere Cristo e contemplarlo negli eventi della settimana santa, ma anche per orirci un programma e una verica. Il servo di Dio vive in mezzo a un popolo stanco, scoraggiato, privo di slancio. Non la situazione degli esiliati, ma quella di chi, ritornato dallesilio con lanimo pieno di speranze, ha dovuto poi constatare, con il passare del tempo, che quelle speranze non si sono realizzate. Una stanchezza dunque, che non sica ma morale, interiore. la stanchezza peggiore, perch molte cose insieme: delusione, sducia, scoraggiamento, rassegnazione. Diversamente dalla sua comunit, il servo di Dio pieno di slancio e di coraggio. Il popolo dice: Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato (Is 49,14) e invece il servo aerma: Il Signore Dio mi assiste [] sapendo di non restare confuso (v. 7a.d). La ragione di un tale contrasto semplice: ogni giorno il servo si pone in ascolto del Signore, questo il segreto dei profeti e di tutti i veri uomini di Dio; lincontro quotidiano con Dio non permette che si accumuli stanchezza e sducia, ma ringiovanisce. Lincontro con la parola di Dio non avviene di tanto in tanto, ma tutti i giorni, e non lultima cosa della giornata ma la prima (ogni mattina). Il servo poi non parla da soggetto protagonista, ma attribuisce tutto allazione di Dio: il Signore che gli apre lorecchio, il Signore che gli dona una lingua da discepolo. Orecchio e lingua: lorecchio per ascoltare e la lingua per annunciare. Con una precisazione ripetuta due volte: orecchio e lingua da discepolo. Questimmagine del discepolo sottolinea la docilit, la disponibilit e lattenzione tutte cose che si richiedono per ascoltare e per parlare ma sottolinea anche qualcosa daltro: discepolo colui che va a scuola, e studia, che frequenta assiduamente e sistematicamente. In altre parole, non si ascolta la Parola improvvisando,
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occorre preghiera, ma anche intelligenza, studio, fatica e metodo. Il profeta ogni giorno ridesta lorecchio, va a scuola di Dio, per poter nutrire se stesso ed essere in grado di dare una risposta agli stanchi. Cerca la parola di Dio per essere un uomo di speranza. Senza questo incontro quotidiano non si pu dare una risposta a nessuno, n alla propria stanchezza, n a quella degli altri. Il servo di Dio perseguitato. Il racconto degli oltraggi segue una specie di crescendo: lo agellano, poi gli strappano la barba pena non soltanto dolorosa ma umiliante e inne lo coprono di sputi. la passione di Ges: Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaeggiarono (Mt 26,67). Ma ci che qui pi sottolineato il coraggio e la serenit del profeta: egli non sottrae il suo volto, addirittura presenta il dorso ai agellatori, e non perde in nessun istante la ducia nel suo Dio. questa ducia che lo rende coraggioso e forte: per questo rendo la mia faccia dura come pietra (Is 50,7c). Una ducia possibile soltanto l dove c un quotidiano dialogo con Dio. Non difcile passare da Isaia alla passione di Ges, una storia che appare come un prodigio di coraggio, di fedelt e di amore. La radice? Il Vangelo, sia pure con grande discrezione, ce la lascia intravedere ed la medesima radice di cui ci ha parlato il profeta: la costante comunione col Padre, continuamente nutrita nella preghiera e nella meditazione delle Scritture. Di fronte alle persone venute con spade e bastoni (v. 55) per arrestarlo come un ladro, Ges esclama: Ma tutto questo avvenuto perch si compissero le Scritture dei profeti! (v. 56). E sulla croce recita un salmo (Sal 22), nel quale gi si pregurava il suo destino.

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TridUo pasqUaLe, tempo di PasqUa e soLennit deL Signore neL tempo ordinario

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Gioved santo

Li am no alla ne
Es 12,1-8.11-14 1Cor 11,23-26 Gv 13,1-15

Con la messa in Coena Domini inizia il triduo della Pasqua del Signore. Il mistero pasquale viene ricordato nella sua dimensione celebrativa dallapostolo Paolo, che ai cristiani di Corinto scrive come Ges ha lasciato ai suoi discepoli, nel segno del pane spezzato e distribuito e del calice dato da bere, il dono di se stesso (cf. 1Cor 11,23-26). Questo gesto Ges comanda ai suoi di farlo perch ci che esso signica e contiene, il dono della sua vita, continui a rimanere presente per loro: fate questo in memoria di me. Lapostolo aerma che: Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, nch egli venga (v. 26). Se Paolo racconta lultima Pasqua di Ges, il gesto del pane e del vino, la prima lettura (cf. Es 12,1-8.1114) ci presenta le sue origini antiche, lagnello pasquale di Israele. Il racconto dellEsodo ci riporta allevento storico della liberazione del popolo dallEgitto (cf. v. 11). Il suo ricordo, per, non si esaurisce nel passato, ma un memoriale (v. 14), che rende presente quanto accaduto, per cui sempre unesperienza di liberazione e di salvezza, anche se ci si trova in una situazione di dicolt e oppressione, come lo erano gli ebrei in Egitto. E la Pasqua antica trova il suo compimento nel gesto di Ges che lava i piedi ai suoi discepoli, prima della sua morte in croce (cf. Gv 13,1-15). Per comprendere il signicato di questa azione di Ges, occorre partire dalle parole iniziali dellevangelista: Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li am
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no alla ne (v. 1). Qui riassunta tutta la vita di Ges: lamore per i discepoli no a quel momento e da l in poi, per il tratto di strada che rimane no alla croce. Tutta lesistenza di Ges si pu raccogliere nella categoria dellamore. Lespressione no alla ne indica la caratteristica di questo amore: la totalit, no al massimo della perfezione. Ges ama oltre ogni misura. Il gesto della lavanda dei piedi viene raccontato nei suoi minimi particolari (cf. vv. 4-5) per mettere in evidenza che non soltanto un atto di umilt. In realt, come il testo lascia intuire, si tratta di un gesto di rivelazione per mostrare un signicato pi profondo e autentico. un gesto rivoluzionario che rovescia i rapporti abituali tra maestro e discepoli, tra padrone e servi. Ges stesso dice che ordinariamente il maestro onorato, servito e tuttavia qui lui fa un gesto da schiavo. Con il suo gesto Ges rende visibile la logica di amore, di servizio, di dono che ha guidato tutta la sua esistenza e che esprime la sua dignit e la sua liazione divina. La lavanda dei piedi svela chi Ges, o per meglio dire, rivela la gura di Dio che egli venuto a mostrare. servendo e donandosi che il Cristo si rende disponibile nelle mani del Padre, divenendone limmagine e la trasparenza: Dio amore. un gesto sconvolgente sul piano religioso perch ci comunica qualcosa del volto di Dio impensabile per i ragionamenti umani: Dio serve luomo. E la lavanda dei piedi mostra che il servire, non il potere n il comandare, azione divina. Ges ha chiara consapevolezza del senso di ci che sta compiendo; non cos i suoi discepoli. La reazione di Pietro denota una vera e propria incomprensione del gesto di Ges (cf. vv. 6.8). Non semplicemente il riuto di un gesto di umilt da parte di Ges, ma pi profondamente della scelta del messia e Signore di abbassarsi e di farsi servitore. unincomprensione della via della croce, in linea con altri passi evangelici (cf. Mt 16,22; Mc 8,32). Pietro non comprende la croce, non
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comprende il modo di Ges di rivelare se stesso. Lo riconosce come Messia e Signore, ma proprio per questo vorrebbe che Ges percorresse una strada dierente. Di fronte alla resistenza del discepolo, Ges invita Pietro alla ducia: Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, lo capirai dopo (v. 7). Oltre che rivelazione di Ges, il gesto della lavanda una lezione per i discepoli: Vi ho dato un esempio, infatti, perch anche voi facciate come io ho fatto a voi (v. 15). Il termine tradotto in italiano con esempio ha una connotazione visiva di immagine, tipo, modello da osservare. Ges non presenta semplicemente questo esempio, si potrebbe dire dimostrazione, come un modello esteriore da imitare, ma come un dono che genera il comportamento futuro dei discepoli. La comunit cristiana invitata a intraprendere la strada del servizio. La grandezza della chiesa, come gi quella di Cristo, si rivela nel servizio.

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Venerd santo

Volgeranno lo sguardo a colui che hanno tratto


Is 52,13-53,12 Eb 4,14-16; 5,7-9 Gv 18,1-19,42

Il venerd santo non semplicemente il ricordo del tragico e doloroso evento della crocissione, ma e deve rimanere memoria di una morte che pasquale, di una passione che beata. Il racconto della passione del Vangelo di Giovanni, senza venir meno alla dimensione storica e realistica, interpreta i fatti proprio alla luce di questa idea fondamentale: il crocisso il vero vincitore. Il Cristo regna dalla croce. proprio attorno a questa convinzione di fede che sda le apparenze sensibili, che levangelista racconta le ultime ore delle vita di Ges. La passione di Ges la reazione del mondo alle sue parole, un netto riuto, ma nel contempo la smentita dellillusione del mondo: colui che il mondo riuta il trionfatore. La passione pregura e inizia la condanna di Ges da parte del mondo, ma in realt il momento in cui avviene la scontta del mondo. Agli occhi degli uomini tutto sembra irrimediabilmente perduto il momento della massima debolezza eppure il cammino glorioso verso il Padre. Nellampia scena del processo (cf. 18,33-38) Ges giudicato dagli uomini, ma in realt lui stesso che giudica il suo popolo ponendolo di fronte allalternativa di obbedire o riutare. Levangelista vede realizzarsi nella croce di Ges il giudizio denitivo, salvezza per i discepoli e condanna per il mondo. compiuto! esclama Ges crocisso (19,30). Il verbo, che ricorre tre volte, suggerisce lidea di un per66

corso che ha raggiunto il suo vertice. Compiuta lobbedienza di Ges, compiuta la Scrittura, compiuta lalleanza di Dio con luomo: oltre non si pu andare. Vale la pena sottolineare come ai piedi della croce anche gli avversari riconoscono che Ges vissuto consegnandosi al Padre: Ha condato in Dio, lo liberi lui, ora, se gli vuol bene (Mt 27,43). Se Ges morto dandosi di Dio anche in un momento in cui tutto parlava di abbandono perch ha vissuto dandosi di lui; e se Ges ha fatto della sua croce un dono perch sempre vissuto donandosi. Sulla croce Ges non ha fatto niente di pi di ci che ha sempre fatto. cos che egli ha vissuto la sua morte in croce, come un compimento: compiuto. Levangelista aggiunge: consegn lo spirito (v. 30). Anche questo particolare va letto secondo una triplice dimensione. Ges muore: il fatto nella sua esteriorit. Ges muore cosciente e consenziente; il verbo infatti allattivo, mostrando che Ges no allultimo ha liniziativa: lui che china il capo e rende lo spirito. Inne, Ges dona lo Spirito: Ges conclude la sua opera in un atto di serena consapevolezza e nellatteggiamento che gli stato abituale lungo tutta la vita, il dono. Dio non pu fare un gesto pi grande di questo. Non pu fare niente di pi per rivelare il suo amore. il massimo di chiarezza a coronamento della vita di Ges. E inne lepisodio che rappresenta il punto focale verso cui tutto il racconto della crocissione sembra convergere. Levangelista narra che un soldato apr con una lancia il costato di Ges da cui usc sangue e acqua (cf. v. 34). In questo gesto drammatico in realt, secondo Giovanni, si compie un altro passo della Scrittura: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno tratto (v. 37, cf. Zc 12,10). Cos la scena si trasgura: appena morto Ges dona sangue e acqua, un dono che deriva dalla sua morte e al tempo stesso ne indica il signicato salvico (per noi) e la permanenza (Volgeranno lo
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sguardo). Il tratto da contemplare Ges, con tutti questi signicati: la persona, il gesto compiuto, il signicato per noi di quel gesto. Nella successione degli eventi la morte, la sepoltura e la risurrezione levangelista inserisce la nostra scena, appunto, nella quale lo sguardo di tutte le generazioni si ferma sul tratto. La morte vinta dalla risurrezione, il Crocisso il glorioso, ma lo sguardo deve fermarsi sul tratto, da cui sgorga lacqua e il sangue. La croce, con i suoi doni, non va dimenticata. la memoria ssa. Levangelista invita tutti i credenti a guardare una persona (colui) e nel contempo un evento (che hanno tratto), un evento che conclude una storia iniziata cos: Il Logos si fatto carne (1,14). Un evento che si dilatato nel tempo, quasi un punto che resta immobile e permanente (la memoria ssa), e tuttavia datato. Chi opera oggi il Cristo risorto, il Cristo dello Spirito, dei sacramenti, della comunit, tuttavia il credente deve continuare a guardare il Cristo dal anco tratto. Si pu dire che il tratto, che dona il sangue e lacqua, il mistero dellincarnazione nella sua massima trasparenza: qui, infatti, che si vede tutta la concretezza dellumanit di Cristo, la sua totale obbedienza al Padre, il suo amore giunto al limite estremo. quando giunge a guardare il Cristo tratto che il lettore del Vangelo comprende appieno il signicato delle parole del prologo: Il Logos si fatto carne e abbiamo visto la sua gloria (1,14). Qui si comprende il signicato di carne, perch ora vede non solo la piena e reale umanit del Logos, ma anche la precisa vicenda storica che ha vissuto. E qui comprende quale gloria, cio quale volto di Dio, i credenti scorgono nelluomo Ges e nella sua vicenda storica. Nel tratto si contempla lamore di Ges per il Padre e per noi, e in questo amore di Ges si contempla lamore del Padre per noi, e nello stesso tempo si contempla anche luomo, la malvagit delluomo (che
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lo ha tratto) e, nel contempo, lamore misericordioso di Ges (il quale, tratto, dona la vita). in questo amore misericordioso che luomo trova, nonostante il peccato, la propria dignit e la ragione per continuare a sperare. Il Cristo dal anco tratto, da cui scaturiscono il sangue e lacqua, il grande simbolo di Dio e del suo dono di salvezza, egli rende visibile linvisibile.

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Veglia pasquale nella risurrezione del Signore

Ges, il Crocisso, risorto


Gen 1,1-2,2 Gen 22,1-18 Es 14,15-15,1 Is 54,5-14 Is 55,1-11 Bar 3,9-15.32-4,4 Ez 36,16-17a.18-28 Rom 6,3-11 Mt 28,1-10

Per antichissima tradizione questa la notte di veglia in onore del Signore (Es 12,42), la veglia madre di tutte le veglie. In questa notte il Signore passato per salvare e liberare il suo popolo oppresso dalla schiavit; in questa notte Cristo passato alla vita vincendo la grande nemica delluomo, la morte; questa notte memoriale del passaggio del credente in Dio attraverso i sacramenti pasquali, dalluomo vecchio destinato alla morte, alluomo nuovo destinato alla gloria. La liturgia della Parola della veglia pasquale con labbondanza delle sue letture proclama il compimento che tutta la storia della salvezza dellAntico Testamento si realizza nella Pasqua del Signore Ges. Levangelista Matteo (cf. 28,1-10) racconta che le donne si recano, di primo mattino, a visitare il sepolcro e diversamente dagli altri Vangeli, non si limita a descrivere la pietra ribaltata, ma aggiunge che ci fu un gran terremoto (v. 2), e che un angelo del Signore (il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come la neve, v. 3) discese dal cielo. Sono aspetti simbolici che sullo sfondo di alcune immagini dellAntico Testamento vogliono orire un codice di lettura e schiudere il senso della risurrezione stessa: levento che manifesta il giudizio di Dio, che segna la ne del vecchio mondo e linizio del nuovo; il gesto ultimo e denitivo di salvezza che impegna gli uomini a una risposta di fede.
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Al di l di questi tratti iniziali, levangelista sottolinea soprattutto un fatto, che il Crocisso risorto. Sono le parole dellangelo che danno lannuncio, illuminando gli occhi delle donne incapaci da sole di comprendere: So che cercate Ges, il crocisso. Non qui. risorto [], come aveva detto (vv. 5-6). Langelo, come si vede, non si limita ad aermare che il Cristo risorto, ma attira lattenzione sulla croce: la risurrezione la vittoria della croce, ne svela il senso positivo e salvico. Mantenere ferma lidentit tra il Crocisso e il risorto fondamentale. La via dellamore percorsa con ostinazione da Ges non dunque stata vana: contrariamente al giudizio degli uomini, essa la via che porta alla vita e costruisce il mondo nuovo. La risurrezione un giudizio di Dio che capovolge le valutazioni degli uomini e nel quale si possono scorgere almeno due signicati. Anzitutto Dio ha fatto risorgere proprio colui che gli uomini, a nome suo, hanno crocisso. Questi hanno condannato Ges, appendendolo alla croce, giudicandolo un falso messia, incapace di orire salvezza: Dio approva Ges di Nazaret e lo fa risorgere. Dunque Ges aveva ragione, la risurrezione la verit del Crocisso. Insistendo sulla realt della risurrezione (risurrezione del corpo e non solo dello spirito) il Vangelo intende non soltanto ribadire la realt storica della risurrezione di Ges, ma anche aprirci a una grande e concreta speranza, una speranza religiosa, perch ha il suo fondamento in Dio, nellamore di Dio. Dio fedele ed il vivente, ha creato tutto per la vita, non per la morte. Lamore che sembrato scontto sulla croce, in realt, nel risorto, vittorioso. In secondo luogo, la risurrezione di Ges verit della scelta della croce anche la verit delluomo, in quanto la croce non appartiene soltanto al cammino di Ges, ma anche, in senso molto reale, il simbolo della vita in generale, della nostra vita incamminata
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(sembra) verso la morte, scontta di fronte al peccato e alla violenza. la risurrezione che permette di fare di questa vita in apparenza segnata dalla vanit e dal peccato una diversa lettura. Molte sono le esperienze che possono indurre luomo a perdere il senso dellesistenza e smarrirsi. Lesperienza, ad esempio, di una vita che promette e non mantiene, lesperienza della vanit e della stoltezza, del peccato e della violenza. Il mondo nuovo anzich avvicinarsi sembra allontanarsi, e la storia continua a essere in mano ai potenti e ai prepotenti. Ebbene, queste riessioni portano ai piedi della croce, al momento in cui (nella vita di Ges e nella nostra) lamore sembra scontto dal peccato, la verit dalla menzogna, la vita dalla morte, la promessa di Dio dal suo apparente abbandono. Tuttavia dopo la croce c la risurrezione, e la risurrezione di Ges mostra che il muro della vanit si infranto. Naturalmente, non ogni vita infrange il muro della vanit, del non senso, ma solo quella che ripercorre il passaggio aperto da Ges: la via dellamore, della dedizione e della obbedienza a Dio. A Pasqua si celebra la vittoria di un preciso modo di vivere. Luomo trova la sua verit. Luomo che si apre alla fede nella risurrezione, vive la gioia di unesistenza che ha trovato nalmente il suo fondamento e la sua ragione: quella in cui lamore, che appare inutile, invece la realt che vince perch fondata sulla fedelt dellamore di Dio.

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Domenica di Pasqua

La lezione di Pasqua: un Dio imparziale


At 10,34a.37-43 Col 3,1-4 Gv 20,1-9 Lc 24,13-35

Lepisodio della corsa dei discepoli al sepolcro il mattino di Pasqua apre il racconto pasquale (cf. Gv 20,19). Maria si reca al sepolcro, lo vede aperto e pensa subito al trafugamento del cadavere. Ne sicura e corre a portare la notizia ai discepoli. Pietro e il discepolo che Ges amava corrono al sepolcro. Pietro entra per primo nel sepolcro e nota che le bende e il sudario, nei quali era avvolto il corpo di Ges, non erano gettati per terra alla rinfusa, ma piegati con ordine: un indizio che gi di per s smentisce lopinione di un frettoloso trafugamento del cadavere. A sua volta entra nel sepolcro anche il discepolo amato, e vide e credette (v. 8). chiaro che levangelista attribuisce a questo discepolo amato un ruolo importante, ne mette in risalto la sicurezza, lintuizione e la prontezza a discernere la traccia del Signore risorto. Lui solo ha compreso tutto il senso racchiuso nel sepolcro vuoto e nei panni piegati. La conclusione dellepisodio perlomeno sorprendente: Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cio egli doveva risorgere dai morti (v. 9). Non soltanto dunque lincomprensione di Maria e di Pietro, ma anche la fede del discepolo amato in qualche modo rimproverata, quasi fosse ancora insuciente, anchegli infatti ha avuto bisogno di vedere per credere. Se avesse compreso le Scritture, non avrebbe avuto bisogno di vedere, dato che la Scrittura essa
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stessa una suciente testimonianza della risurrezione. A questo punto viene alla mente la conclusione dellintero capitolo 20 di Giovanni, quando Ges si rivolge a Tommaso, dicendogli: Perch mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto (v. 29). Tommaso avrebbe dovuto credere dandosi della testimonianza degli altri apostoli, senza pretendere una personale visione. La vera beatitudine riservata a chi crede senza pretendere di vedere, e questo anche il caso nostro. Occorre passare dalla visione alla testimonianza: credente ora chi, superato il dubbio e la pretesa di vedere, accetta la testimonianza autorevole di chi ha veduto. Nel tempo della chiesa, la visione non deve pi essere pretesa: basta la testimonianza apostolica, come attesta il discorso di Pietro tratto dal libro degli Atti (cf. 10,34.37-43). Pietro racconta per cenni rapidissimi le tappe principali della vita di Cristo, dal battesimo di Giovanni alla croce e risurrezione. Una presentazione, dunque, dellintero Vangelo, letto per e valutato alla luce della sua conclusione, che appunto la risurrezione. Rileggendo lintera vita di Ges, soprattutto la sua passione e la sua morte, alla luce della risurrezione, allora tutto si rischiara e alcuni tratti prendono particolare rilievo. Pietro nel suo discorso ne sottolinea almeno tre. Il primo: Noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti (v. 41). Con questa annotazione lapostolo vuole assicurarci che la risurrezione un fatto reale, concreto, avvenuto e testimoniato. Non un simbolo o una semplice speranza, Ges ha vinto la morte ed entrato nella vita con tutta la sua umanit, spirito e corpo. una precisazione importante che d valore alla interezza delluomo: non solo lo spirito, ma il corpo chiamato da Dio alla vita. II secondo: Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno (vv.
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39-40). Fra il giudizio di Dio e il giudizio degli uomini c un netto contrasto. Le valutazioni di Dio sono capovolte rispetto a quelle degli uomini. Gli uomini hanno condannato Ges, Dio invece lo ha approvato e lo ha fatto risorgere. Lapostolo sottolinea questo contrasto per indurre i suoi ascoltatori alla conversione. Occorre mutare i propri criteri di valutazione. C modo e modo di leggere le vicende, c modo e modo di valutare la storia. C una lettura mondana e c una lettura di fede. Luomo convertito colui che ha imparato a ragionare vale a dire a valutare la propria vita e le vicende secondo i criteri che sono racchiusi nella risurrezione di Ges: ci che considerato stolto dagli uomini pu essere saggio agli occhi di Dio, ci che gli uomini riutano pu essere proprio ci che Dio cerca. Inne la terza sottolineatura: Ges pass benecando e risanando tutti (v. 38). Ges ha detto e ha fatto molte cose, ma tutte furono dettate da ununica ansia: fare del bene. Completamente dimentico di s, vissuto dallinizio alla ne per Dio e per i fratelli. Questa una vita che il mondo riuta e deride, e non raramente crocigge, ma quella che Dio approva. Ges ha vinto la morte per s e per noi, e questo il fondamento della nostra gioia. Ma la sua risurrezione ci insegna anche che non tutte le strade portano alla vita: le strade dellegoismo, della violenza e della menzogna non portano alla vita, ma come dice lApocalisse, conducono alla seconda morte. Soltanto la via percorsa da Ges la via della croce e dellamore porta alla vita.

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Introduzione al tempo di Pasqua

Il tempo liturgico che va dalla Pasqua alla Pentecoste dominato dal Vangelo della risurrezione. Protagonista il Cristo risorto. I brani proposti dalla liturgia intendono rispondere ad alcuni interrogativi: quale il signicato salvico della risurrezione? Quali atteggiamenti concreti scaturiscono dalla fede nel Cristo risorto? Quali sono i doni del Cristo risorto, doni che la comunit cristiana deve accogliere e vivere, se vuole divenire segno di un mondo nuovo e di speranza? La prima lettura, invece, una pagina del libro degli Atti degli Apostoli. Il lo conduttore la novit di vita, e perci la domanda pertinente che dobbiamo porre ai testi questa: quali sono i tratti che caratterizzano la vita nuova che il Cristo morto e risorto ci dona? O in altre parole: che cosa signica morire e risorgere con Cristo, abbandonare luomo vecchio e vestirsi delluomo nuovo? Ecco, dunque, le domande che devono guidare la lettura proposta del Vangelo di Giovanni e del libro degli Atti in questo tempo pasquale.

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Seconda domenica di Pasqua

Essere cristiani oggi senza vergogna o paura


At 2,42-47 1Pt 1,3-9 Gv 20,19-31

Il libro degli Atti degli Apostoli lunico libro di tutto il Nuovo Testamento che racconta espressamente la vita dei primi cristiani. Il lo conduttore la novit di vita, e perci la domanda pertinente da porre ai testi questa: quali sono i tratti che caratterizzano la vita nuova che il Cristo morto e risorto ci dona? una vita che si articola, come suggerisce la lettura proposta (cf. At 2,42-47), attorno a tre capisaldi fondamentali. Il primo linsegnamento degli apostoli, cio lascolto della Parola: Erano perseveranti nellinsegnamento degli apostoli (v. 42). Non c crescita cristiana, n alcun rinnovamento, senza un costante ascolto della parola del Signore. I cristiani di Gerusalemme erano perseveranti, dunque non praticavano un ascolto episodico, frammentario, improvvisato, ma un ascolto costante, e sistematico, e soprattutto comunitario, cio sotto la guida degli apostoli. Non dunque una ricerca individuale ma condotta insieme, corale, n una ricerca lasciata allo spirito dei singoli gruppi, ma sottomessa alle direttive dellautorit degli apostoli. Queste le condizioni per un corretto ascolto della Parola, il quale esige impegno serio e continuato: la frammentariet non porta a nulla, come non porta a nulla ma addirittura disperde anzich edicare una lettura che privilegi linterpretazione personale a scapito dellinterpretazione della chiesa. Il secondo caposaldo della vita dei cristiani di Gerusalemme era lassiduit nelle preghiere: Ogni giorno
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erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case (v. 46). Anche qui il tratto messo in evidenza la costanza: ogni giorno. Questi primi cristiani si sentivano ancora legati al popolo dIsraele, alla sua liturgia e alle sue feste, e per questo frequentavano il tempio. Tuttavia la loro fede si esprimeva soprattutto nel celebrare leucaristia nelle case. Il testo non si dilunga su queste celebrazioni, ne sottolinea per la semplicit e la gioia, lasciandoci capire che si trattava di celebrazioni ricche non soltanto di fede, ma anche di fraternit e di calore umano. Inne fra lascolto della Parola e la preghiera particolare attenzione era riservata alla comunione fraterna. Non era una fraternit che si riduceva ai momenti assembleari o cultuali, ma una fraternit che si estendeva a tutta la vita e coinvolgeva i rapporti quotidiani. Una comunione concreta, globale, nellesistenza. Non solamente un rapporto spirituale, n una semplice (anche se fondamentale) comunione nella fede, ma un rapporto di reciproco aiuto, di vera e propria condivisione, a tutti i livelli: Vendevano le loro propriet e sostanze e le dividevano con tutti (v. 45). Questi primi cristiani non rinunciavano ai loro beni per desiderio di essere poveri, ma perch volevano vivere la fraternit: lideale la fraternit, non la povert. Ascolto costante della Parola, perseveranza nella preghiera e sforzo di fraternit quotidiana, ecco dunque alcuni tratti che caratterizzano la comunit degli uomini che hanno fatto Pasqua, degli uomini cio che sono passati (Pasqua signica appunto passaggio) da un modo vecchio a un modo nuovo di vivere. Il Vangelo di Giovanni (cf. 20,19-31) ci suggerisce un quarto segno del rinnovamento: il passaggio dalla paura alla gioia e al coraggio. Il racconto ci presenta dapprima i discepoli in preda alla paura (per paura dei giudei le porte del luogo dove si trovavano erano chiuse), poi ce li mostra pieni di gioia e di slancio.
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Il motivo della paura non nuovo per il quarto Vangelo. C la paura della folla che non osa parlare in pubblico di Ges (nessuno per parlava di lui in pubblico, per paura dei giudei, 7,13). C la paura dei parenti del cieco nato di fronte allautorit (cf. 9,22). C la paura dei notabili che, temendo di essere espulsi dalla sinagoga, non osano dichiararsi dalla parte di Ges (cf. 12,42). una paura di cui il mondo approtta, sulla quale fa leva, per ricattare i discepoli e farli tacere, per impedire alla luce di farsi strada. Ed una paura va detto chiaramente che trova complicit nel cuore stesso del discepolo, spesso troppo desideroso della stima del mondo ed eccessivamente preoccupato di s. una paura conosciuta dalla comunit di Giovanni, combattuta comera dalla sinagoga e dallostilit del mondo. Ed una paura che molti cristiani di oggi, per un motivo o per laltro, continuano ad avere. una paura che rende ciechi ed esitanti. La fede nel Cristo risorto vince la paura, condizione indispensabile per aprirsi al dono della gioia e della pace. Esse sono donate soltanto alluomo che ha infranto lattaccamento a se stesso e quindi non pi ricattabile dal mondo. La pace e la gioia doni del Cristo risorto oriscono soltanto nella libert e nel dono di s, senza nessun rispetto umano. Far Pasqua signica vincere la paura, liberare il proprio cuore dal timore del mondo e da tutti i suoi ricatti. Un miracolo che soltanto il Cristo risorto pu compiere: la vittoria sulla paura, e cio il coraggio della verit, della fedelt al Vangelo, della testimonianza, dono e segno della sua presenza.

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Terza domenica di Pasqua

E la luce venne verso Emmaus


At 2,14a.22-33 1Pt 1,17-21 Lc 24,13-35

Levangelista Luca che spesso si rivela un ne narratore ha costruito il racconto dei discepoli di Emmaus attorno alle immagini del cammino. Limmagine suggerita con insistenza: dapprima un cammino che allontana da Gerusalemme, dagli avvenimenti della passione e dal ricordo di Ges, potremmo dire un cammino dalla speranza alla delusione (speravamo, v. 21), un cammino carico di tristezza (si fermarono col volto triste, v. 17); ma poi, dopo lincontro con la parola del Signore, un cammino di ritorno, dalla delusione alla speranza (Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, v. 33). Linversione di marcia dovuta alla nuova lettura degli eventi che lo sconosciuto ha loro suggerito. Gli eventi sono rimasti quelli di prima la croce e il sepolcro vuoto ma ora sono letti diversamente, con occhi nuovi. Limmagine del cammino si presta molto bene a illustrare i due interrogativi che levangelista ci propone: come riconoscere il Signore nel nostro cammino quotidiano? E come valutare gli eventi che troppo spesso sembrano contraddire ogni speranza? Per riconoscere il Signore e per ritrovare la speranza anche l dove sembra smentita dice Luca occorre una chiave di lettura che luomo non sa trovare da solo, ma che viene dalle Scritture ed dono di Dio: cominciando da Mos e da tutti i profeti, spieg loro in tutte le Scritture (v. 27). La luce che illumina gli avvenimenti dono di Dio ma esige disponibilit. I due discepoli si allontanavano da Gerusalemme e dalla speranza per, come annota
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levangelista, stavano insieme e camminavano pensosi, discorrendo fra loro non di cose futili, ma di tutto quello che era accaduto (v. 14), di Ges di Nazaret e della liberazione di Israele. Sono le condizioni perch la parola di Dio possa illuminare. Essa infatti la luce che solo gli uomini che cercano uomini pensosi e preoccupati della sorte del mondo (e non soltanto della propria) e che fra loro sanno discorrere dei veri problemi possono trovare. A uomini frastornati o rinchiusi in problemi marginali la parola di Dio ha ben poco da dire. Lincomprensione dei discepoli in due direzioni: innanzitutto il Signore cammina con loro e non lo riconoscono, e in secondo luogo lavvenimento della croce da loro interpretato come un fallimento. Quanto alla prima incomprensione, Luca insegna che la presenza di Dio reale, vicina, ma come velata, e solo gli occhi della fede sanno scoprirla: il Signore si fa presente nella frazione del pane ( appunto l che i due discepoli lo riconoscono), nella comunit radunata nel suo nome, negli emarginati da accogliere, nei bisognosi da aiutare, nella parola dellapostolo che interpella. Rispetto alla seconda mancanza di comprensione, si deve dire che il discorso ancora pi importante e ricco di conseguenze. Alla luce delle Scritture e della risurrezione, il discepolo deve capire che la via dellamore percorsa da Ges non fallimentare. Contrariamente al modo di pensare degli uomini, che gli stessi discepoli troppo spesso condividono, la strada del Cristo la sola che porta alla vita e costruisce un mondo nuovo. Certo, gli uomini hanno condannato Ges appendendolo alla croce, ritenendolo un falso messia incapace di dare salvezza ma Dio lo ha fatto risorgere. Ci sono dunque due modi di valutare la via del Cristo, il modo degli uomini e quello di Dio. E ci sono, analogamente, due modi di leggere la storia e valutarla: vista in supercie, con occhi privi di fede, essa in mano ai potenti e ai prepotenti; vista in profondit, con gli occhi della fede,
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essa nelle mani di Dio e del suo amore. Non Pilato, non i capi giudei, ma il Crocisso costruttore di storia. Capire la morte e risurrezione di Ges signica comprendere questo giudizio di Dio. Naturalmente il cristiano non deve accontentarsi di valutare la storia in modo diverso, con occhi nuovi; in tutto questo racchiuso un impegno preciso: sapendo come stanno le cose, il cristiano deve decidere da che parte mettersi per poter essere un vero costruttore del regno di Dio. Dopo averci detto che la realt da leggere con occhi nuovi la presenza del Signore sul nostro cammino e il mistero della croce, Luca aggiunge che a questa nuova comprensione della vita legato il dono della gioia. Questo discorso sulla gioia cristiana a prima vista pu suonare strano. La gioia possibile soltanto nella libert, nella pace e nella fraternit. Ma dove sono oggi la libert e la pace? Come si pu gioire in un mondo pieno di contraddizione e di violenza, in una storia carica di ingiustizie? Siamo forse invitati a evadere dalle nostre situazioni e a consolarci dimenticandole? Certamente no. La gioia cristiana non nasce dallevasione ma dal contrario, nasce dalla ducia in un impegno sostenuto da Dio. Il discepolo avverte la drammaticit della storia, lurgenza dellimpegno, sente il peso della tentazione e conosce il rischio e la fragilit della libert. Per questo il credente serio, e la storia ha bisogno di uomini seri e pensosi. Ma il discepolo sa anche che il Signore risorto, che la morte riscattata, che la carta vincente quella di Dio (non dunque la prepotenza e la violenza, ma lamore), che la nostra stessa libert nelle mani di Dio, che la salvezza viene da Dio. Per tutto questo il discepolo sereno. Serio e sereno. Da qui deriva il coraggio di annunciare Cristo apertamente a tutti, come racconta la prima lettura (cf. At 2,14.22-33). Pietro con gli Undici si alz in piedi e a voce alta parl a loro (v. 14): lapostolo parla ad alta voce, in
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pubblico e richiama lattenzione di tutti. Di Cristo non si parla a bassa voce ma con voce alta e chiara. Nella societ palestinese del tempo non mancavano certo conitti culturali, sociali e politici, e molte cose (noi oggi parleremmo di strutture), sia religiose che politiche, dovevano essere cambiate. Tuttavia Pietro sembra concentrarsi su un unico punto, il pi essenziale, la radice di ogni altra eventuale presa di posizione: parlare di Cristo, della sua morte e della sua risurrezione, e del progetto di vita che egli ha indicato. Si parla dunque subito di Ges e del suo messaggio: il resto verr dopo. E c una chiara insistenza in questo discorso: proprio Ges nazareno, il Crocisso, risorto (Voi, per mano di pagani, lavete crocisso e lavete ucciso. Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte (vv. 23-24). questo un tratto abituale della predicazione apostolica che ha lo scopo di sottolineare un contrasto: da una parte i giudei che hanno riutato Ges di Nazaret, ritenendolo abbandonato da Dio; dallaltra, il giudizio di Dio che ha esaltato Ges e lo ha riscattato dalla morte. Dunque un contrasto profondo tra il giudizio delluomo e il giudizio di Dio. Un tale contrasto sottolineato per mostrare tutta la cecit insita nella mentalit delluomo e per indicare di quale radicale cambiamento esso abbia bisogno. questo il cambiamento che urgente compiere.

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Quarta domenica di Pasqua

Credere a Cristo anche credere alla chiesa


At 2,14a.36-41 1Pt 2,20b-25 Gv 10,1-10

Il Vangelo racconta una parabola (cf. Gv 10,1-10) che si muove su uno sfondo familiare alla vita palestinese: a sera i pastori conducono il gregge in un recinto per la notte (un solo recinto serve per diversi greggi) e al mattino ciascun pastore grida il suo richiamo e le sue pecore che conoscono la voce del proprio pastore lo seguono. Narrando questa scena familiare Ges sottolinea anzitutto che egli il vero pastore perch, a dierenza del mercenario, non viene a rubare le pecore ma a donare la vita. Il falso pastore pensa a se stesso e sfrutta le pecore, il vero pastore invece pensa alle pecore e dona se stesso. La caratteristica del vero pastore dunque il dono di s. C anche una seconda riessione: Ges la porta dellovile. E questo assume due signicati: uno in direzione dei capi e laltro in riferimento ai discepoli! Ges la porta per la quale si deve passare per essere legittimi pastori: nessuno pu avere autorit sulla chiesa se non legittimato da Ges. E, secondo, nessuno discepolo se non passa attraverso Ges ed entra nella sua comunit. Come si vede, Ges al centro sia dellautorit che in suo nome governa, sia dei fedeli che in comunione con lui possono appartenere veramente al popolo di Dio. La parabola, tuttavia, non descrive soltanto la gura del pastore e dellapostolo, ma delinea anche il comportamento delle pecore. E qui si aaccia un terzo
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tema: la sequela. La sequela frutto di una chiamata (Egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, v. 3); implica unappartenenza (le pecore sono sue) e si esige un ascolto (ascoltano la sua voce, v. 3). Chiamata, appartenenza e ascolto costituiscono i tratti della comunit, che cammina insieme con Ges. Naturalmente tutto questo richiede il netto riuto di ogni altro pastore, e di ogni altro maestro (un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, v. 5). Alla dimensione comunitaria, ben richiamata nelle immagini dellovile e del gregge, si associa il grande discorso di Pietro pronunciato il giorno di Pentecoste: Dio ha costituito Signore e Cristo quel Ges che voi avete crocisso (At, 2,36). Tutto parte da qui. Ne seguirebbe che lapostolo non abbia altro da dire. convinto che si tratti di una notizia certa, fondata, di eccezionale importanza per tutti: Sappia con certezza tutta la casa dIsraele (v.36). E giustamente: che la croce porti alla risurrezione, la morte alla vita, la soerenza alla gloria proprio ci che gli uomini desideravano sapere ma che neppure osavano sperare. una notizia che cambia senso alla vita intera. Il dolore, la fatica, linsoddisfazione che ci prende nel profondo e ci costringe, giorno dopo giorno, a cercare sempre qualcosa di nuovo, la stessa morte, tutto viene come trasgurato. Persino il peccato che tanta parte ha nella nostra esistenza e che sembra dominare incontrastato viene ora considerato in modo diverso, non pi vittorioso ma scontto. Se si guarda con attenzione allaermazione di Pietro questo lo si comprende chiaramente. Ponendoci davanti agli occhi quel Ges che noi abbiamo crocisso, lapostolo intende farci prendere coscienza del mistero della malvagit umana (espressione che troviamo qualche riga pi avanti: questa generazione perversa), malvagit che appendendo alla croce quel Ges ha raggiunto per cos dire il suo vertice. Non abbiamo esi85

tato a condannare alla morte pi infame il pi giusto degli uomini. storia di sempre, la nostra storia. Nellaermazione di Pietro racchiusa anche laltra faccia della storia: quel Ges che abbiamo crocisso morto per noi, alla nostra cattiveria ha contrapposto il suo amore, al nostro riuto la sua solidariet e da questo confronto uscito vincitore: Dio lo ha fatto Signore e Cristo (v. 36). Non pensabile una notizia pi lieta di questa, e giustamente Pietro la annuncia ad alta voce, pubblicamente: la malvagit resiste ed grande, tentare di negarla, anche solo di sminuirla, sarebbe menzogna, ma possibile vincerla e Dio lha gi vinta. Il racconto prosegue aermando che al sentire queste parole gli ascoltatori si sentirono traggere il cuore (v. 37). Come si sa, nel linguaggio biblico il cuore non semplicemente la sede dei sentimenti, degli aetti e dellamore, ma il nucleo pi profondo di noi stessi, il luogo segreto dove avvengono le riessioni pi personali, dove si prendono le decisioni che toccano pi da vicino, dove nasce lodio o lamore, la scelta della verit o della menzogna. Le parole di Pietro raggiungono dunque questo nucleo segreto e profondo degli ascoltatori, sconvolgendolo. Quando la verit raggiunge nellintimo, ci si accorge che il modo di pensare e di vivere abituale sbagliato, se ne prova un dispiacere sincero e si desidera cambiare. Essere tratti nel cuore signica tutto questo. Di qui la domanda: Che cosa dobbiamo fare, fratelli? (v. 37). E la risposta: cambiare pensieri e ragionamenti questo il signicato del primo imperativo: convertitevi , farsi battezzare nel nome di Ges (cio credere nella morte e risurrezione del Signore e percorrere, a nostra volta, la via della croce), non avere pi nulla da spartire con la mentalit mondana (Salvatevi da questa generazione perversa!, v. 40). Ma la risposta di Pietro non consiste soltanto di una serie di imperativi, anche una promessa: Riceverete il dono
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dello Spirito Santo (v. 38). Senza questo dono dello Spirito il programma di rinnovamento resterebbe lettera morta e la nostra debolezza continuerebbe ad avere il sopravvento. La conclusione contiene unaltra interessante precisazione: quel giorno furono aggiunte circa tremila persone (v. 41). Convertirsi concretamente non signica altro che questo: entrare a far parte di una comunit di fede. Come Ges non ha indicato semplicemente una serie di principi, e non si accontentato di invitare a una generica conversione, ma ha chiamato i discepoli a condividere la strada che egli stesso stava percorrendo, cos i primi missionari non si limitano ad annunciare le esigenze del cambiamento orendo semplicemente una nuova serie di criteri orientativi, ma, pi concretamente ed ecacemente, invitano gli ascoltatori a entrare a far parte del cammino della comunit, che in alcuni passi degli Atti degli Apostoli chiamata, appunto, la via.

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Quinta domenica di Pasqua

Spontaneismo e comunit: la scelta degli apostoli


At 6,1-7 1Pt 2,4-9 Gv 14,1-12

Il brano degli Atti degli Apostoli (cf. At 6,1-7) ci ore alcune importati precisazioni sulla vita della primitiva comunit di Gerusalemme. Innanzitutto, come si ricava dallespressione servire alle mense (v. 2), i primi cristiani passarono molto presto da una forma spontanea di reciproco aiuto a una forma istituzionale e organizzata. E questo molto importante perch se vero che la radice degli atteggiamenti cristiani si trova allinterno delluomo, altrettanto vero che da quella radice scaturisce lesigenza di prendere sul serio lorganizzazione. Lo spontaneismo non il segno di una profonda e autentica conversione. Ogni forma organizzativa deve mantenere vivo il contatto con la radice interiore che lha generata, e continuamente rinnovarsi nellincontro con lo Spirito, ma Spirito e struttura, vivacit interiore e organizzazione, non si oppongono, al contrario, si esigono vicendevolmente. Lautentico amore nasce dal cuore, un atto profondamente libero, sempre nuovo; tuttavia, perch lamore sia autentico si richiede costanza, sistematicit, organizzazione. Una seconda precisazione: la fraternit deve formarsi anche l dove origine, mentalit, cultura e provenienza sono dierenti. Non tutto era ideale nella comunit di Gerusalemme, anche i primi cristiani hanno incontrato tentazioni e delusioni. Per esempio, la tentazione della omogeneit: ci si illude di fare comunione nella fede e in Cristo, mentre in realt si uniti perch si appartiene
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alla stessa razza, si proviene dalla stessa educazione, si ha la stessa mentalit. Questo accadde anche ai cristiani di Gerusalemme; infatti, quando entrarono a far parte della comunit gli ellenisti (ebrei provenienti dallemigrazione, con mentalit diversa) nacquero i primi attriti: quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica (v. 1). Un fatto molto normale, e tuttavia proprio qui che si verica se la comunione veramente da cristiano o no. E giungiamo cos alla terza precisazione. Gli apostoli di fronte al malcontento serpeggiante adano lorganizzazione caritativa a sette persone di ducia, ma si riservano il compito prioritario dellannuncio della Parola e la preghiera. Questa scelta non soltanto aermazione della superiorit dellevangelizzazione e della preghiera, ma la vera strada per risolvere la divisione. Lunit infatti un dono di Dio, frutto della fede e della conversione. Scegliendo lannuncio della Parola e la preghiera i dodici non si pongono alla periferia del problema, ma vanno dritti al suo centro. Inventare una struttura adatta per risolvere un conitto importante, ma il vero problema un altro. La comunione una continua vittoria di Cristo sulla divisione sempre in agguato, un continuo miracolo. Il peccato approtta anche di elementi normali, quali appunto la diversit di espressione culturale, di temperamento, di interessi razziali e nazionali, di condizioni sociali. La divisione non sta in queste dierenze, che sono appunto normali, ma nello spirito partigiano che ne approtta. La comunione non consiste nel sopprimerle ma nelleliminare lo spirito partigiano. Ecco perch per costruire la comunione occorre lascolto della Parola e la preghiera. Il brano evangelico (cf. Gv 14,1-12) tratto dal discorso pronunciato da Ges nellultima cena, sembra muoversi in una prospettiva completamente diversa da quella descritta precedentemente, ma non del tutto cos. Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in
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Dio e abbiate fede anche in me (v. 1), sono le sue prime parole. Ges intende infondere ducia e coraggio ai suoi discepoli che restano nel mondo. Il Vangelo conosce soltanto un mezzo attraverso il quale il cuore delluomo pu veramente difendersi dalla paura: la fede. Soltanto Dio la roccia, le altre sicurezze deludono e creano aanno. La fede ci assicura che il Signore non ci lascia soli (Verr di nuovo e vi prender con me, v. 3). Ci promette anche che molte cose allapparenza umanamente impossibili sono invece possibili (Chi crede in me, anchegli compir le opere che io compio, v. 12). Soprattutto ci garantisce che ora luomo non pi al buio in una situazione senza sbocchi, ma ha davanti ben chiara la strada da percorrere: Io sono la via, la verit e la vita, (v. 6). Dunque Ges la via che conduce al Padre, la via che luomo deve percorrere se non vuole smarrirsi. qui che Vangelo e prima lettura si incontrano: la via da percorrere la via che Cristo ha percorso, la via da intraprendere il cammino della comunit che nasce attorno alla sua Parola.

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Sesta domenica di Pasqua

Il tempo della chiesa: tempo di prove e conitti


At 8,5-8.14-17 1Pt 3,15-18 Gv 14,15-21

Il racconto di Filippo e della sua missione in Samaria preceduto da unannotazione interessante: Scoppi una violenta persecuzione contro la chiesa di Gerusalemme (At 8,1). Non una coincidenza secondaria e il legame fra persecuzione e diusione del Vangelo non puramente esteriore, invece un legame profondo. Secondo il racconto degli Atti il conitto non fa parte di un momento passeggero della storia della chiesa, ma laccompagna sempre: il tempo della chiesa tempo di gioia e consolazione derivanti dalla presenza dello Spirito (cf. At 9,31), ma ugualmente occasione di tentazione, soerenza e persecuzione. la via del Cristo che continua. La missione di Filippo in Samaria ci mostra come la chiesa stia fedelmente camminando sulla strada tracciata dallo stesso Ges: e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e no ai conni della terra (At 1,8). Il Cristo ha indicato alla sua chiesa un cammino, non una citt in cui sistemarsi stabilmente e comodamente. Filippo dunque lartece di una tappa importante del cammino della comunit: per la prima volta si esce dai propri conni territoriali e culturali e si porta il Vangelo a gente ritenuta esclusa e diversa, i samaritani appunto, che i giudei disprezzavano e consideravano alla stregua degli infedeli. In seguito alla persecuzione, i cristiani si disperdono, emigrano e sorgono nuove comunit. Chi credeva con la persecuzione di far cessare il cristianesimo, si sba91

gliato totalmente. Nascono comunit nuove, che non si considerano staccate e indipendenti, si intrecciano visite, riconoscimenti, scambi. E questa una terza annotazione importante. Non basta essere in comunione allinterno della propria comunit, o del proprio gruppo, della propria associazione. La comunione come un ume inarrestabile che rompe tutti gli argini. La novit evangelica e la presenza dello Spirito esigono che la comunione si realizzi anche fra le diverse comunit, fra gruppo e gruppo, fra associazione e associazione. La chiesa di Gerusalemme si sente responsabile della comunit di Samaria fondata da Filippo, e invia Giovanni e Paolo. Un invio uciale, che evidenzia un ultimo aspetto, il ruolo insostituibile degli apostoli. Senza di loro la comunit ancora incompleta: sono loro, infatti, che portano a termine lopera Filippo (imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo, v. 17). Non c vera comunit cristiana senza la presenza dellapostolo. Il brano evangelico con le ultime parole di Ges ai discepoli (cf. Gv 14,15-21) svolge sia pur con espressioni molto diverse sostanzialmente lo stesso tema del racconto di Atti, delinea cio le caratteristiche del vero discepolo. Si concentra per su un unico punto: lamore. Si tratta di un amore concreto e fattivo. Amare Dio signica infatti osservare i comandamenti che poi come dir altrove Ges si riducono a uno: lamore fraterno. unicamente nellesperienza dellamore fraterno che ci si accorge del dono dello Spirito e del ritorno del Signore. Una frase della prima lettera di Giovanni in proposito esplicita: Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni e gli altri, Dio rimane in noi e lamore di lui perfetto in noi (4,12). nellamore fraterno che si fa esperienza di Dio. Ecco perch nella nostra vita il dono dello Spirito e il ritorno del Signore continuano a essere una realt remota, non ci amiamo gli uni gli altri.
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Il brano pure percorso da una netta opposizione fra i discepoli e il mondo. Ges si manifesta ai discepoli ma non al mondo (Il mondo non mi vedr pi, voi invece mi rivedrete, v.19); i discepoli possiedono lo Spirito, il mondo no (Il mondo non pu ricevere perch non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, v. 17). Stando a queste parole, il mondo totalmente incapace di accogliere lo Spirito, non lo vede e non lo riconosce. Eppure le manifestazioni dello Spirito, come gi prima le parole e i gesti di Ges, sono sotto gli occhi di tutti, sono reali, storiche e riscontrabili. Ma il mondo distratto, i suoi interessi sono altrove, e non vede. O se costretto a vedere, interpreta diversamente. Al mondo manca la luce (non perch non gli sia oerta ma perch la riuta) per riconoscere lo Spirito, e la luce come si accennava lamore. A questo punto per, dopo aver tanto sottolineato lopposizione fra i discepoli e il mondo, ci accorgiamo che il conne fra i due non netto. La linea del mondo passa anche allinterno della comunit e nel nostro stesso cuore, perch il mondo non un luogo, ma una logica.

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Ascensione del Signore

La parola ora passa al credente


At 1,1-11 Ef 1,17-23 Mt 28,16-20

Lascensione il termine della via di Ges: attraverso la croce e la risurrezione egli ritornato al Padre, il suo cammino terreno nito. Ma lascensione anche linizio di un nuovo cammino fra gli uomini: il cammino della chiesa che continua quello di Cristo. in questa seconda prospettiva che leggiamo il racconto degli Atti (cf. 1,1-11). Una sola riga per raccontare il fatto della partenza di Ges. Non c alcun cedimento alla curiosit e il mistero di Dio resta intatto: si dice semplicemente che fu elevato in alto (v. 9), e questo signica che il cammino terrestre di Ges termina l dove iniziato, nella comunione col Padre. E si aggiunge che una nube lo sottrasse ai loro occhi (v. 9), per esprimere che nito il tempo della sua presenza visibile. Il racconto, dunque, riassume il fatto in una sola riga ma si dilunga sul prima e sul dopo, attirando lattenzione, pi che sullascensione in se stessa, sugli atteggiamenti che i discepoli hanno assunto nei suoi confronti. Due atteggiamenti sbagliati: prima della partenza di Ges sono curiosi di conoscere i tempi e i momenti del regno di Dio; dopo la sua scomparsa stanno a guardare il cielo. Il primo atteggiamento rimproverato da Ges, il secondo dagli angeli. Ges ancora una volta costretto a correggere le idee dei suoi discepoli, a raddrizzare le loro speranze e le loro domande. Signore, questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele? (v. 6), gli chiedono i discepoli. La sua risposta le sue ultime parole prima di la94

sciarli per met rimprovero e per met programma. Rimprovero, perch la domanda si preoccupa di ci che secondario e trascura lessenziale, come spesso succede agli uomini. Limportante non indagare sul quando, che peraltro un segreto di Dio e tale resta, ma chiedersi che cosa fare nel frattempo, in che direzione muoversi, quali compiti assumere. Questo il punto su cui i discepoli dovrebbero concentrare la loro attenzione, e non cercare invece di penetrare i segreti di Dio, ponendosi domande oziose o impossibili. E poi la domanda ancora legata a vecchie concezioni: i discepoli pensano a una restaurazione di Israele e non hanno capito che il regno di cui Ges ha parlato diverso, e sembrano supporre che il compito sia solo di Dio, mentre anche loro. E sono impazienti di vedere subito i frutti, di vedere subito il trionfo e il successo, mentre i tempi di Dio sono lunghi e richiedono pazienza. Insomma, i discepoli si chiedono: Che cosa far Dio? Quando lo far?. E invece dovrebbero chiedersi: Che cosa dobbiamo fare noi?. questa la domanda che Ges avrebbe voluto sentirsi rivolgere, e in ogni caso a questa domanda non formulata che egli risponde: di me sarete testimoni (v. 8). Partito Ges, i discepoli restano a guardare il cielo, e anche questo atteggiamento rimproverato: Uomini di Galilea, perch state a guardare il cielo? (v. 11). Il discepolo, che ha visto Ges salire verso il Padre, possiede una speranza (questo Ges torner) e con questa speranza deve reinserirsi fra la gente, impegnarsi in terra, fra gli uomini. Nessuna evasione gli permessa, il suo compito di essere testimone, parola assai ricca di impegni e di risonanze. Testimone colui che annuncia un messaggio del quale pienamente convinto e per il quale pronto a pagare di persona. Testimone chi vive in se stesso ci che annuncia, e vivendolo lo esemplica e lo rende
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credibile. Testimone , ancora, colui che non soltanto esprime la propria fede, ma ne indica le prove e le ragioni: non solo manifesta ci che crede, ma anche perch lo crede. C chi parla in privato, di nascosto, soltanto fra amici. Il testimone di Ges parla invece in pubblico, di fronte a chiunque e dovunque: la corsa della testimonianza va da Gerusalemme al mondo. In questa prospettiva si inserisce la conclusione del Vangelo di Matteo (cf. 28,16-20), che non parla espressamente della salita di Ges al cielo (questo fatto semplicemente supposto), ma pi esplicitamente della missione che egli ha adato ai discepoli (andate e fate discepoli tutti i popoli, v. 19) e della sua solenne promessa di restare sempre fra noi (ecco, io sono con voi tutti i giorni, no alla ne del mondo, v. 20). Fare discepoli tutti i popoli non signica, necessariamente, che tutti debbano convertirsi. Ci che importa che il popolo di Dio sia fra tutti i popoli, magari una minoranza ma fra tutte le genti. E non si dimentichi che il termine discepolo denisce in modo corretto e sintetico lesistenza cristiana. Il cristiano un discepolo. Non si tratta di orire un messaggio, ma di istaurare una stretta relazione con il Cristo: una relazione personale e di sequela per condividere il suo progetto di vita. Lultima frase, poi, sorprendente: il Signore risorto non partito, ma venuto (sono con voi tutti i giorni)! Si direbbe, dunque, un Vangelo poco adatto a commentare la festa che si celebra. E invece proprio il contrario: Ges infatti salito al cielo non per dirci che non pi fra noi, ma per dirci che sono cambiate le modalit della sua presenza: a una presenza terrestre, visibile, circoscritta nel tempo e nello spazio, subentra una presenza nello Spirito, nella Parola, negli apostoli, nei fratelli, nei sacramenti. Ed salito al cielo non per dirci che la sua missione nita, ma per dirci che ora tocca a noi continuarla.
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Domenica di Pentecoste

Ricevete lo Spirito Santo


At 2,1-11 1Cor 12,3b-7.12-13 Gv 20,19-23

A Pentecoste il giorno in cui gli ebrei ricordavano gli avvenimenti del Sinai e il dono della legge lo Spirito di Dio scende sul gruppo dei discepoli, radunati in preghiera, e li trasforma in una comunit universale e missionaria (cf. At 2,1-11). Un gruppo di discepoli paurosi, al riparo, preoccupati di s e della propria incolumit, vengono trasformati in uomini coraggiosi e universali, dimentichi di s e interamente protesi verso il compito di annunciare il Cristo al mondo intero. Lo Spirito insoerente di chiusure e di particolarismi, quando raggiunge una comunit la spalanca e la mette in cammino. Non un cammino qualsiasi per, ma un cammino che si qualica per alcune caratteristiche. La piccola comunit si apre per costruire una comunit pi grande, i discepoli si perdono per radunare tutti gli uomini. Il cammino dello Spirito punta decisamente in direzione della comunione. Si tratta di una unit che tutto il contrario di quella di Babele: l un tentativo di unione fondata sulla costrizione e sulla forza; qui una riunione nello Spirito, nella libert e nellamore, nel consenso, attorno alla Parola di Dio. Inne non si trascuri lannotazione: Ciascuno li udiva parlare nella propria lingua (v. 6). Lo Spirito rispettoso della lingua dei popoli, della loro cultura, dei loro costumi: non c una lingua dello Spirito, che tutti sono costretti a imparare abbandonando la loro, a signicare che lo Spirito rispetta tutte le culture e non si lega a nessuna di esse, tutte per le purica e le converte. Lo Spirito , dunque, rinnovatore e al suo contatto lintera rete delle relazioni e dei rapporti che costitui
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scono lintelaiatura della nostra vita si trasforma. Lo Spirito portatore di novit e di rottura nei confronti del mondo, delluomo lasciato a se stesso, prigioniero delle sue meschinit e delle sue chiusure. Ma portatore di novit e di rottura anche nei confronti di una religiosit che ha smarrito la centralit dellamore e di conseguenza invecchiata, abitudinaria e priva di slancio. Lapostolo Paolo, nella sua prima lettera ai Corinti (12,3-7.12-13), ci fa riettere in unaltra direzione: non pi il rapporto chiesa-mondo, ma i rapporti interni, tra singolo e singolo, e tra gruppo e gruppo. Le aermazioni salienti sono due. La prima: lo Spirito si manifesta in forme molteplici; la variet dei doni e delle tendenze un fatto positivo, anche se spesso scomodo. Una comunit uniforme, appiattita, incapace di accettare gioiosamente diverse tendenze non in alcun modo il segno dello Spirito. E la seconda: la semplice verit, ovviamente, non ancora il segno dello Spirito. Solo se animati dalla carit, solo se capaci di entrare in un discorso globale e comune, le diverse tendenze si trasformano in doni dello Spirito di Dio. Lo Spirito infatti collaborazione ed edicazione comune, e non tollera contrapposizioni, rivalit e dispersioni. Il passo evangelico (cf. Gv 20,19-23) ci ripropone una terza riessione, che in un certo senso sta alla base di quelle che abbiamo fatto sinora: lo Spirito il dono di Cristo. Ricevete lo Spirito Santo (v. 22): lo Spirito viene dal Cristo risorto, ma il lettore del Vangelo di Giovanni sa molto bene che lo Spirito legato alla croce di Ges, dalla quale scatur lacqua, simbolo dello Spirito (cf. 19,30.34). Levangelista Giovanni non ci dice soltanto che lo Spirito legato alla risurrezione e alla croce di Ges, racconta che il Cristo so e disse loro (v. 22). Il gesto un simbolo conosciuto nellAntico Testamento, ed esprime lidea di una creazione rinnovata. Lo Spirito strappa luomo al mondo e al peccato, e ne fa una nuova creatura, capace di slanci nuovi e di nuove idee.
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Solennit della Santissima Trinit

La vita delluomo fatta di dialogo


Es 34,4b-6.8-9 2Cor 13,11-13 Gv 3,16-18

Il mistero della Trinit senza dubbio il dato pi specico della concezione cristiana di Dio e ne costituisce loriginalit. Ed anche, di conseguenza, laspetto pi caratteristico dellesperienza cristiana di Dio: il cristiano incontra e dialoga con un Dio che Padre, glio e Spirito Santo. Tuttavia ci resta limpressione che nelleducazione cristiana comune la Trinit venga per lo pi ridotta a pura verit da credere, a dogma incomprensibile, a un mistero (nel senso comune mistero signica appunto realt incomprensibile). Non raro, in una simile prospettiva, sentirsi chiedere: perch mai Dio ci ha rivelato una tale verit se poi non riusciamo a comprenderla? A che serve? Ecco una prima risposta: lo scontro con il mistero di Dio ci fa prendere coscienza dei nostri limiti. Ci mostra linnita distanza che separa la nostra intelligenza dalla sua realt. E ci d loccasione di orire a Dio lossequio della nostra sottomissione intellettuale (in un certo senso questo lomaggio pi profondo che luomo pu tributare al suo creatore). Ma una tale risposta suciente? Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il glio unigenito, perch chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna (Gv 3,16). Queste brevi parole appartengono a un contesto il colloquio di Ges con Nicodemo che tratta il tema della fede. Ma fede in che cosa? Il volto di Dio un volto di amore, ed nellamore di Dio apparso in Cristo che dobbiamo credere. Dio comunit damore, un amore che
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non sta chiuso in se stesso, ma si dionde e si fa dono, e questa la prima meraviglia. E poi la seconda meraviglia: luomo chiamato a far parte della gioia di Dio, a entrare nella sua stessa comunit damore, invitato al dialogo con il Padre, il glio e lo Spirito. Lo ricorda lapostolo nella seconda lettura: La grazia del Signore Ges Cristo, lamore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi (2Cor 13,13). Tutto questo costituisce per luomo una luce e insieme un impegno. Una luce: luomo sente insopprimibile la nostalgia della comunit, della solidariet e del dialogo; ne ha bisogno per vivere e per crescere, ne ha bisogno pi dellaria che respira. una constatazione che tutti gli uomini hanno sempre fatto, ma soltanto alla luce del discorso di Ges (del suo discorso su Dio, appunto) che questa constatazione acquista uninsospettabile profondit: siamo fatti per incontrarci, per dialogare e amare, perch siamo immagine di Dio, e Dio appunto una comunit damore. La vocazione alla comunit la traccia della Trinit nelluomo, e limpegno; se i discepoli vogliono essere nel mondo il segno di Dio, se vogliono come si suol dire dar gloria a Dio, allora devono costruire dialogo e comunione, proprio come Paolo, con parole molto semplici, raccomanda ai suoi cristiani di Corinto: Fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace, e il Dio dellamore e della pace sar con voi (13,11). La gloria della Trinit la comunione fra gli uomini. Riettere a questo punto sulla lettura dellAntico Testamento potrebbe sembrare un inutile passo indietro: lapparizione di Dio a Mos non trasparente ma velata (il Signore discese nella nube), come se avesse deciso, pur volendo in qualche modo rivelarsi alluomo, di mantenere intatto il suo segreto pi intimo: Dio infatti parla del suo atteggiamento verso luomo, ma non della sua vita intima, e nelle sue parole non c
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traccia della Trinit. Tutto questo vero, ma anche vero che la narrazione del libro dellEsodo una delle pagine religiose pi signicative (cf. Es 34,4-6.8-9). Non ha la profondit della rivelazione di Ges, ma ne costituisce le premesse e il contesto. Pi che le premesse, nel racconto dellincontro di Dio con Mos, infatti, ci sono alcuni tratti che costituiscono delle vere e proprie costanti di ogni manifestazione del divino, e sono indicati dagli atteggiamenti che luomo deve sempre assumere in ogni sua ricerca di dialogo con Dio: tratti e atteggiamenti che il Vangelo non considera superati, tuttaltro. Per prima cosa la distanza e la vicinanza, il timore e la condenza. Non luomo che supera questa distanza, non luomo che si avvicina a Dio, Dio che si avvicina alluomo: Allora il Signore [] si ferm l presso di lui (Mos) (v. 5). E anche quando si avvicina, molto del suo mistero resta inaccessibile. Luomo troppo piccolo per comprendere Dio, guai se si illudesse di averlo capito! Di fronte alla presenza di Dio, pi che il discorso contiene il silenzio, pi che il parlare ladorazione (Mos si curv in fretta no a terra, v. 8) e lo stupore. Il molto, e troppo facile, parlare di Dio non sempre segno di fede. Dio il Signore, tuttavia si degna di camminare in mezzo a noi: di qui il timore e la condenza. Gli stessi sentimenti che si ritrovano nella preghiera cristiana: Padre nostro, questa la condenza, ma anche che sei nei cieli, e questa la consapevolezza che Dio diverso da noi, al di sopra di noi. Rivelandosi alluomo Dio vuole fargli capire due cose, e cio che la sua azione contemporaneamente regolata dalla giustizia e dalla misericordia. Dalla giustizia: E nulla lascia impunito, di fronte a lui nulla si pu nascondere, i conti che ora sembrano smentiti (i mali impuniti, la menzogna trionfante) saranno un giorno pareggiati. Ecco perch lincontro con Dio su101

scita sempre nelluomo la consapevolezza del proprio peccato e il timore del giudizio. Ma accanto alla giustizia la misericordia, e questa seconda ha il sopravvento. Nelle parole di Dio c un solo cenno alla giustizia, ma c al contrario molta insistenza sulla misericordia (lento allira e ricco di amore e di fedelt, v. 6). Come si vede, il Dio di Mos ha gi il volto del Dio di Ges Cristo, il volto del Padre che si rivela soprattutto nel perdono. Di qui la preghiera: Tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato (v. 9).

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Solennit del Santissimo corpo e sangue di Cristo

Non di solo pane vive luomo


Dt 8,2-3.14b-16a 1Cor 10,16-17 Gv 6,51-58

Nella prima lettura, tratta dal libro del Deuteronomio (cf. 8,2-3.14b-16a), non dicile rintracciare allusioni e riferimenti come, ad esempio, quello della manna, che ci aiutano a comprendere il brano evangelico (cf. Gv 6,51-58) che attorno ai gesti e alle parole di Ges allultima cena sviluppa un discorso sulla salvezza donata da Dio, sul senso profondo dellintera esistenza di Ges e sul progetto di vita a cui il discepolo chiamato. Il passo del Deuteronomio rivolto a un popolo sostanzialmente tranquillo, che vive in una situazione di benessere: terra fertile e prodotti abbondanti, pane a saziet, case comode. Anche tutto questo dono di Dio, senza dubbio (il Signore, Dio tuo, sta per farti entrare in una buona terra, v. 7), ma questo non impedisce che si tratti di una situazione carica di pericoli. C il pericolo della dimenticanza di Dio e il pericolo dellautosucienza. Nellabbondanza di ricchezza, di cultura, di lavoro, di mezzi la coscienza si gona e dimentica: Il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra dEgitto (v. 14). Dimentichiamo Dio, dimentichiamo la precariet delle stesse cose che possediamo, che esaltiamo e che ci aascinano, dimentichiamo di avere bisogno di unaltra Parola, di un altro pane, di unaltra ricchezza. Sazi e distratti, sicuri di noi stessi, il pensiero di Dio viene relegato ai margini e accantonato. Non combattuto, accantonato. E naturalmente viene meno
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anche losservanza dei comandamenti e valori importanti, essenziali per la stessa convivenza umana, non vengono pi sentiti come tali. In questa situazione c una sola cosa da fare: ricordare. questo limperativo fondamentale del nostro brano, la lezione che il predicatore perch di una predica si tratta vuole inculcare nella comunit che lo ascolta: Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarantanni nel deserto (v. 2). Non si suggerisce di combattere il benessere quasi fosse in se stesso malvagio, una terra fertile e unesistenza in pace sono dono di Dio. Si dice per di vivere nel benessere con unaltra coscienza, con spirito maturo, cio senza esaltazione e senza illusioni, soprattutto senza dimenticanze. Senza dimenticare, ad esempio, che non si vive di solo lavoro, n solo di nutrimento terrestre. Luomo aamato della parola di Dio, ne ha bisogno per vivere, per ritrovare se stesso e gli altri, per fondare su una base sicura la speranza. Nel benessere e nel lavoro luomo si ricordi di colui dal quale il benessere proviene: Mangerai, sarai sazio e benedirai il Signore, tuo Dio, a causa della buona terra che ti avr dato (v. 10). A questo punto non dicile leggere il brano evangelico nellottica indicata dal Deuteronomio. Con un passo avanti: la parola di cui luomo ha bisogno (non di solo pane) Ges stesso, la sua parola, la sua presenza, la sua carne e il suo sangue. Non il pane di Mos che d la vita (non come quello che mangiarono i padri e morirono, v. 58), e non pi in quella direzione che va cercato il Signore. LAntico Testamento tutto percorso e il Deuteronomio ce ne ha oerto la testimonianza da unansiosa ricerca della parola di Dio, che rischiara il cammino della vita e ne rivela il senso. Si legge nel profeta Amos (8,11): Verranno giorni [], in cui mander la fame nel paese; non fame di pane n sete di acqua, ma di ascoltare le parole del Signore.
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Nella tradizione giudaica la manna era divenuta il simbolo della Parola e i giudei lattendevano di nuovo in dono, abbondantemente. Ges aerma che proprio lui, il glio del falegname, a riassumere in s e acompiere tutta questa attesa: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciter nellultimo giorno (v. 54). Il vero pane, la vita eterna, la risurrezione: ecco le grandi attese delluomo, le sue vere esigenze. Si possono attutire, si pu far nta di non averle, ma non si possono spegnere.

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Tempo ordinario

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Introduzione al tempo ordinario

Diversamente dagli altri tempi liturgici, il tempo ordinario non celebra un particolare mistero della vita del Signore e della storia della salvezza, bens il mistero di Cristo nella sua globalit. il tempo per eccellenza della sequela e del discepolato, sulle orme di Ges verso il compimento della storia (trentaquattresima domenica). Di domenica in domenica si segue il Signore sulla via del compimento di ogni giustizia (Mt 3,15), perch i credenti diventino sempre pi simili al loro maestro. Ogni domenica ha un tema dominante, che mette in risalto qualcuno tra i molteplici aspetti del mistero cristiano. La prima lettura, tratta dallAntico Testamento, in concordanza tematica col Vangelo in modo che ci sia tra loro un rapporto di promessa-compimento, profezia-realizzazione. Le seconde letture, invece, seguono il lo semicontinuo dellepistolario paolino e di altre lettere del Nuovo Testamento. Nel tempo ordinario si ricordano la missione del Signore, la sua vita quotidiana, le sue parole, le sue parabole, il suo stile di vita, i suoi incontri con le persone, il tempo trascorso con i discepoli, le guarigioni nelle situazioni pi inaspettate. Al discepolo si ore cos la possibilit di riscoprire passo dopo passo che lesperienza cristiana nasce da una lieta notizia, che allarga il cuore e rid la voglia di vivere, come racconta la parabola delluomo che trova il tesoro nascosto nel campo e poi vende tutto per avere quel tesoro (cf. Mt 13,44). in questa esperienza di scoperta, di conversione e di gioioso possesso che si radica la bellezza e la pienezza della vita cristiana e di ci che d autenticamente senso.
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Seconda domenica del tempo ordinario

Il cristiano ideale colui che serve


Is 49,3.5-6 1Cor 1,1-3 Gv 1,29-34

Il testo profetico di Isaia (cf. 49,3.5-6) presenta la misteriosa gura del servo di Dio che secondo una possibile interpretazione rimandava al popolo di Dio e al messia. Nella nostra prospettiva possiamo vedervi una pregurazione di Ges, come pure i tratti della comunit cristiana e del cristiano ideale. Si tratta di una specie di racconto biograco di vocazione, rivolto a tutti i popoli della terra e svolto nella forma di un dialogo tra il servo e il Signore. Quattro personaggi sono chiamati in causa: il Signore, il servo, Israele e lintera umanit. Osservare questi quattro personaggi nelle loro reciproche relazioni forse il modo pi semplice per comprendere il nostro passo. Leggendo la propria vita alla luce del Signore, il servo comprende ed la cosa pi importante di tutte di essere loggetto di un amore preveniente e gratuito: mi ha chiamato [] mi ha plasmato suo servo dal seno materno (vv. 1c.5b). Tutto ci che il servo e possiede dono di Dio. I verbi che descrivono le sue prerogative hanno tutti Dio per soggetto: Mi ha chiamato [] ha pronunciato il mio nome (v. 1), Ha reso la mia bocca come spada alata (v. 2), Mi ha plasmato suo servo (v. 5), Io ti render luce delle nazioni (v. 6). Il servo non possiede nulla in proprio, ma tutto come dono del Signore. La lezione trasparente: il cristiano impari a considerare la gioia della fede e, pi ampiamente, la sua intera esistenza come puro dono dellamore di Dio, dono gratuito da spendere per tutti, una fortuna
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da trasformare in servizio. proprio questo il punto verso il quale la gratuita iniziativa di Dio tende sempre: trasformare un uomo (un uomo tentato di erigersi a Signore e padrone) in un servo. Se dopo aver osservato il servo nei confronti del suo Signore si considera viceversa il comportamento del Signore verso il servo, allora si nota, non senza sorpresa, che il tratto principale la ducia. Il Dio onnipotente ha ducia nelluomo e vi si ada: Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifester la mia gloria (v. 3). Dio non costruisce la propria gloria da solo (cio la realizzazione dei propri disegni di salvezza) ma insieme alluomo. Una ducia che ci commuove e ci esalta, ma che a parer nostro, sembra troppe volte sprecata. Non sarebbe meglio che Dio facesse tutto da solo? E invece no, Dio si ada alluomo (alla sua chiesa, ai suoi cristiani, a ogni uomo di buona volont) e non si lascia scoraggiare da nulla, a dierenza degli uomini che invece sono sempre pronti a farlo. Il servo si scoraggia (Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze, v. 4), ma di fronte a questo scoraggiamento Dio non si arrende, non toglie la ducia ma la raddoppia: allincarico di radunare Israele aggiunge lincarico di portare la salvezza al mondo intero. C, inne, un altro elemento da non trascurare, il fatto cio che quanto accade tra il servo e il Signore non rimane fra loro, ma riguarda Israele e lintera umanit. Questo sbocco universale (termine obbligato di ogni azione divina) gi racchiuso nel nome che meglio di ogni altro si addice al cristiano: servo. Vale la pena di insistere sulluniversalit del servizio. La fortuna di unesistenza illuminata dalla fede non pu non sospingerti verso lintera comunit cristiana, cos da assumerti la tua parte di responsabilit. Ma questo non che il primo passo: dalla comunit occorre impegnarsi responsabilmente di fronte al mondo intero. Il tuo compito di essere una proposta che rischiara e
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ridona la speranza (luce delle nazioni), parola che inquieta e denuncia (come una spada), voce che raduna e disperde. Ges, Agnello di Dio, come si legge nel quarto Vangelo, evoca la gura del servo descritto dal profeta. Giovanni Battista dichiara di aver visto lo Spirito discendere su Ges e posarsi su di lui (cf. v. 32) richiamando la profezia di Isaia (cf. 42,1). LAgnello limmagine del servo di Dio che prende su di s togliendolo il peccato del popolo. C una precisazione da fare: il verbo che Giovanni usa signica portare, prendere sulle proprie spalle e insieme togliere via. Probabilmente tutti e due i signicati sono presenti nel verbo. Il primo signicato evidenza che Ges non prende le distanze dal popolo peccatore, ma si confonde con esso, pur nella consapevolezza della propria innocenza e della propria origine divina. Cos lincarnazione prende tutto il suo rilievo: va intesa non solo come un farsi uomo, ma come piena solidariet con gli uomini e la loro storia. La seconda possibile traduzione del verbo (togliere via, far cessare), che richiama un altro testo giovanneo (cf. 1Gv 3,5-6), lascia trasparire che Cristo toglie i peccati non soltanto perch li ripara, ma perch con la sua venuta cessa, in un certo senso, il tempo del peccato: egli porta la conoscenza di Dio la quale pu far nascere una comunit capace di vincere il peccato. LAgnello limmagine di unobbedienza e di un amore che arrivano no alla croce.

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Terza domenica del tempo ordinario

Inizi la vita pubblica scandalizzando i giudei


Is 8,23b-9,1-3 1Cor 1,10-13.17 Mt 4,12-23

Il Vangelo di Matteo inizia il racconto della vita pubblica di Ges (cf. 4,12-23) riportando un fatto in apparenza semplice, ma che in realt costitu per le attese religiose del tempo una grossa sorpresa, se non uno scandalo: Ges si ritir nella Galilea e and ad abitare a Cafarnao (vv. 12-13). Era logico aspettarsi che lannuncio messianico partisse dal cuore del giudaismo, cio da Gerusalemme, e invece part da una regione generalmente disprezzata perch contaminata dal paganesimo (Galilea dei gentili). Ma proprio ci che costituisce una sorpresa per Matteo il compimento di unantica profezia contenuta nel libro di Isaia (cf. 8,23b-9,1-3). II territorio occupato dalle trib di Zbulon e di Nftali si trovava allestremo nord della Palestina, presso il lago di Tiberiade: la Galilea, chiamata anche il distretto dei gentili. Probabilmente loracolo di Isaia fu pronunciato poco dopo che il re assiro Tiglat Pileser III nel 732 a.C occup le regioni settentrionali del regno di Israele. Sono tempi durissimi. Le tenebre e loscurit esprimono langoscia di un popolo smarrito; il giogo pesante, la verga sopra le spalle e il bastone dellaguzzino evocano la situazione di un popolo oppresso. dunque a un popolo smarrito e oppresso che il profeta si rivolge, ricordandogli la certezza della liberazione. Qualsiasi cosa accada c sempre, intatta, la certezza che il Signore con il suo popolo. in una povert cos assoluta che il profeta parla delloppressione
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come se si trattasse gi di un fatto passato: Nel passato umili la terra di Zbulon e la terra di Nftali (v. 23). Il soggetto il Signore e loppressione un suo castigo, una conseguenza dellidolatria del popolo. Una situazione, tuttavia, non denitiva, poich il profeta prosegue annunciando il passaggio dallumiliazione alla gloria, dalle tenebre alla luce: il contrasto netto e il passaggio improvviso, come quando un viandante sperduto nelloscurit sbocca improvvisamente nella luce. La gioia incontenibile, tanto che la parola ricorre ben quattro volte in un solo versetto, e lemozione del profeta si esprime con due immagini, e un ricordo: la gioia di una mietitura abbondante e della spartizione del bottino una contadina e laltra guerresca e lallusione al tempo di Madian che evoca Gedeone che con un pugno di uomini acc la prepotenza dei madianiti (cf. Gdc 6-7). La lezione chiara: il Signore che salva il suo popolo, non la forza degli eserciti. Lessenziale perci sempre una cosa sola: darsi di Dio. Esattamente come al tempo di Madian: Gli israeliti fecero ci che male agli occhi del Signore, racconta il libro dei Giudici, e il Signore li consegn nelle mani di Madian (Gdc 6,1). Ma anche la liberazione nelle sue mani, e le sue mani sono pi forti del nostro peccato. Di qui la conversione e la ducia, come sempre. Lantica profezia di Isaia si compie, dunque, nella scelta di Ges di iniziare la sua missione partendo dalla periferia geograca e religiosa del giudaismo, rompendo cos ogni forma di particolarismo. Il suo annuncio un annuncio abituale, ripetuto (da allora cominci a predicare, v. 17) riassunto in una formula di estrema concisione: larrivo del regno (il regno di Dio vicino, v. 17) e limperativo morale che ne consegue (convertitevi). Lepisodio della chiamata dei primi discepoli collocato sulla riva del lago, dove Ges stava camminando e dove gli uomini erano intenti al loro
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lavoro. Lappello di Dio raggiunge gli uomini nel loro ambiente ordinario, nel loro posto di lavoro: nessuna cornice sacra, ma lo scenario del lago e lo sfondo della dura vita quotidiana. Proviamo a evidenziare i tratti essenziali di questo racconto, che sono quattro. Primo: la centralit di Ges. Sua liniziativa (vide [], disse loro [], li chiam, vv. 18.19.21): non luomo che si auto-genera discepolo, ma Ges che trasforma luomo in un discepolo. Il discepolo, poi, non chiamato a impossessarsi di una dottrina, neppure anzitutto a vivere un progetto di esistenza, ma a solidarizzare con una persona (Venite dietro a me, v. 19): al primo posto c lattaccamento alla persona di Ges. Secondo: la sequela esige un profondo distacco. Giacomo e Giovanni, Pietro e Andrea lasciano le reti, la barca e il padre; lasciano il mestiere e la famiglia. Il mestiere rappresenta la sicurezza e lidentit sociale, il padre rappresenta le proprie radici: si tratta quindi di un distacco radicale. Terzo: a partire dallappello di Ges, la sequela si esprime con due movimenti lasciare e seguire che indicano uno spostamento del centro della vita. Lappello di Ges non colloca in uno stato, ma in un cammino. Quarto: le coordinate del discepolo sono due, la comunione con Cristo (seguitemi) e una corsa verso il mondo (vi far pescatori di uomini). La seconda nasce dalla prima: Ges non colloca i suoi discepoli in uno spazio separato, settario, li incammina sulle strade degli uomini.

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Quarta domenica del tempo ordinario

Beati i poveri in spirito!


Sof 2,3; 3,12-13 1Cor 1,26-31 Mt 5,1-12

Il brano profetico dellAntico Testamento ci aiuta a capire il Vangelo delle beatitudini (cf. Mt 5,1-12). Il profeta Sofonia scrive verso il 640-630 a.C. e conosce loppressione dellAssiria che aveva occupato una buona met del territorio di Giuda. Gerusalemme stessa era scampata per miracolo alla conquista. Citt e campagne sono piene di poveri, ma ci sono anche i ricchi e i prepotenti, che approttano della loro posizione e rendono ancora pi dicile la gi faticosa condizione del popolo. Appartengono a tutte le categorie (cf. Sof 3,3-4): capi che commettono prepotenze, giudici avidi e corrotti, profeti boriosi e fraudolenti, sacerdoti che profanano le cose sacre. E c una cosa che li accomuna tutti: Non lo cercano [il Signore] n lo consultano (1,6). Sono uomini che non prendono Dio sul serio, ritenendolo una cosa inutile che neppure vale la pena di mettere in conto: Il Signore non fa n bene n male (1,12), pensano. questa per il profeta la radice di ogni loro corruzione. a una generazione di uomini siatti che egli predice la distruzione. Tuttavia non tutto perduto. C ancora una possibilit di rigenerazione, c ancora qualcuno sul quale Dio pu contare: il piccolo gruppo degli umili che lo cercano. La speranza del mondo nelle loro mani. Il profeta convinto (una intuizione valida anche oggi?) che su di loro che bisogna puntare. La povert che appare come il contrario dellorgoglio, della dismisura, di quellatteggiamento cio che ti fa perdere il senso di Dio e degli altri per il profeta
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un atteggiamento fatto insieme di umilt e di ducia. Lumile non colui che si tira indietro, tanto meno lo sduciato, ma colui che conserva, qualsiasi posizione occupi, il senso della misura, e sa di avere doveri da compiere prima che diritti da vantare. Povero colui che si sottomette interamente a Dio, nellatteggiamento di chi chiede, non di chi pretende. E cos la parola povert oltrepassa il suo signicato originario di indigenza, di privazione, per assurgere a un senso pi vasto, interiore, spirituale, tanto da esprimere il rapporto ideale fra uomo e Dio e fra uomo e uomo. Senza tuttavia mai perdere del tutto il legame col suo ambiente dorigine: non c povert spirituale, infatti, che non sia insieme accompagnata da spirito di sobriet, da distacco, da attenta vigilanza nei confronti di un benessere che appare sempre pi come ingiusto e ingombrante. Resta sempre vero che la ricchezza facilita lorgoglio, la dimenticanza di Dio e lingiustizia: tutto il contrario della ricerca di Dio come il profeta la intende. Per lui infatti la ricerca di Dio si accompagna, e sembra quasi confondersi, con la ricerca della giustizia e dellumilt: Cercate il Signore [] cercate la giustizia, cercate lumilt (2,3). La pagina del profeta Sofonia mette in primo piano la beatitudine della povert, come appare anche dal ritornello del salmo responsoriale e dallo stesso passo della prima lettera ai Corinti, dove Paolo dichiara che Dio si serve di quelli che non contano per confondere il mondo. Beati i poveri in spirito (Mt 5,3), come proclama Ges nel Vangelo, implica certamente un invito a mettere al centro della propria attenzione i poveri, ma a partire da essi occorre risalire direttamente al volto concreto di Ges. La vita di Ges fu povera e itinerante, ma nella sua scelta non c traccia di una mistica della povert. Le ragioni di una tale scelta vanno invece cercate in un atteggiamento di incondizionata ducia
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in Dio padre, che veste i gigli e nutre gli uccelli (cf. Mt 6,25-34). Il povero di spirito , dunque, colui che si da di Dio, attende da Dio, ripone la sua ducia unicamente in Dio. La povert di spirito non semplicemente riducibile a un astratto e generico distacco dai beni, al contrario, un atteggiamento concreto e pubblico, il cui contenuto determinato dalle beatitudini successive: la costruzione della pace, la fame di giustizia, la misericordia, la limpidezza interiore. Tutti atteggiamenti concreti e attivi. La gura del povero del Signore anche essenzialmente aperta agli altri. Come ricordava il profeta, il povero non commette ingiustizia e non dice menzogne (cf. Sof 3,13), ed umile; a dierenza del ricco, spesso prevaricatore e violento, il povero ha un profondo e alto senso di giustizia e riuta ogni prevaricazione e ogni violenza. Soprattutto, il povero in spirito colui che concepisce se stesso (esistenza, competenza, capacit di ogni genere) in termini di gratuit e non di possesso.

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Quinta domenica del tempo ordinario

Questo il digiuno che piace al Signore


Is 58,7-10 1Cor 2,1-5 Mt 5,13-16

La pagina profetica di Isaia (cf. 58,7-10) prende posizione contro una religiosit tutta riti e pratiche e senza alcuna preoccupazione per luomo. Lo spunto gli oerto dalla pratica del digiuno a cui, in determinati giorni e in determinate ricorrenze liturgiche, si era tenuti. Ma Dio vuole ben altro, insiste il profeta, elencando puntigliosamente per ben tre volte i comportamenti che costituiscono il vero digiuno, quello che piace al Signore. Si potrebbe obiettare che la nostra situazione attuale profondamente mutata rispetto a quella che ha suscitato la polemica del profeta; il nostro non pi il tempo dei molti digiuni, delle molte pratiche rituali e delle frequenti preghiere fatte per ostentazione. Tuttavia, se il quadro polemico del profeta ha perso di attualit, non cos invece il nucleo pi importante del suo discorso: ci che piace a Dio un atteggiamento nei confronti delluomo, ecco il centro del discorso del profeta che conserva intatta la sua modernit. Il Dio dei profeti non cessa di sorprenderci: anzich preoccuparsi in primo luogo di quanto i suoi fedeli fanno per lui, questo Dio si preoccupa innanzitutto di quanto i suoi fedeli fanno per gli altri uomini. Fra i modi concreti di aiutare il prossimo, due sono quelli che al profeta stanno maggiormente a cuore. Il primo sciogliere le catene, rompere il giogo delloppressione, ridare la libert ai prigionieri, in una parola la liberazione. Certamente il profeta riette qui lesperienza dIsraele che in esilio ha capito che cosa signi119

chi la mancanza di libert. Aiutare uomini e popoli a recuperare la libert cosa gradita a Dio pi delle pratiche di morticazione personali. Il secondo dividere il proprio pane con laamato. I profeti sanno bene quanto la fame possa umiliare un uomo. Liberare dalla schiavit e lottare contro la fame, sono le due cose che il Dio dei profeti si aspetta dal suo popolo. infatti un Dio preoccupato della schiera sempre pi numerosa dei diseredati, e di essi parla a chiunque venga al tempio per incontrarlo. Nel Vangelo (cf. Mt 5,13-16) i due paragoni usati da Ges, il discepolo deve essere come la luce e come il sale, sono limpidi e vanno presi nel loro senso letterale. Il breve discorso rivolto al gruppo dei discepoli (i verbi sono al plurale), non al singolo. Essere sale, essere luce deve applicarsi al gruppo, alla comunit e non semplicemente ai cristiani singolarmente presi. Il discorso dunque rivolto alla comunit intera. Le due immagini (sale e luce) sono espresse nella forma indicativa (voi siete), e questo mostra un fatto, una realt: Ges aerma, con molta forza e semplicit, che i discepoli devono cio essere punto di riferimento, di puricazione, di trasformazione, pena linutilit pi completa (a cosa servirebbe infatti il sale divenuto insipido, o una luce nascosta?). Se i discepoli perdono la forza di salare sono inutili (gettati fuori) e persino disprezzati (calpestati). Ma cosa signica allora essere sale, essere luce? E quali sono concretamente le opere buone da mostrare, opere buone capaci di indurre gli uomini a gloricare il Signore? Ci viene in aiuto ancora la lettura profetica, che concorda nella risposta con il Vangelo: spezzare le catene e dividere il pane con laamato, ecco quali sono le opere da mostrare al mondo, opere capaci di indurre luomo a gloricare il Signore e tali da trasformare chi le compie in luce che illumina e in sale che d sapore, cio in un punto di riferimento che attira, stimola e incoraggia.
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Sesta domenica del tempo ordinario

Dio rispetta la libert ma ci vuole responsabili


Sir 15,16-21 1Cor 2,6-10 Mt 5,17-37

Il libro del Siracide fu scritto nel 190-180 a.C. da un certo Ben Sira (di qui il nome dato oggi allo scritto: Siracide) e insegna le virt del suo popolo, il coraggio, la tenacia, il dominio di s, la liberalit, la rettitudine e la fedelt, mentre condanna con vigore linvidia, lavarizia, il rancore e larroganza. Nulla di particolarmente eroico o radicale nellideale di vita che egli propone, e tuttavia il suo insegnamento continua a essere importante: saggezza e buon senso, lealt e senso della misura sono le indispensabili premesse al Vangelo; se manca luomo non si fa il cristiano. Lumanesimo di Ben Sira costituisce il buon terreno sul quale il seme del Vangelo ha speranza di germogliare. Tra gli atteggiamenti che secondo il saggio Ben Sira rendono autentico un uomo, c la franca ammissione della propria responsabilit (cf. 15,15-20). Per quello che sei e fai non dare la colpa a Dio e a nessun altro. Avere il coraggio di assimilare e rendere operante questa idea (che non ancora del Vangelo ma semplicemente del buon senso) il primo passo verso la rigenerazione morale. Certamente non sono molti oggi a dar la colpa a Dio, ma sono moltissimi a dare la colpa al sistema, allambiente, ai condizionamenti psicologici, alle spinte sociali e ad altre cose ancora. La saggezza biblica non permette questi comodi e frettolosi disimpegni. La responsabilit nostra. La breve lettura di Ben Sira ci suggerisce un secondo importante atteggiamento: la necessit che luomo im121

pari a osservare la legge per persuasione, e a cercare il bene spinto da motivazioni interiori e personali. Nessuno ti costringe a fare il male e a essere quello che sei, dunque non dare la colpa a nessuno e assumiti la tua responsabilit. Ma anche vero che nessuno neppure Dio ti costringe a fare il bene, dunque sta a te decidere. Ben Sira convinto che la ricerca di Dio e del bene debbano nascere dal consenso: si richiedono forti e radicate motivazioni interiori. Dio non vuole la costrizione e non sa che farsene delle prestazioni forzate, vuole la persuasione. La vera obbedienza scaturisce dallinterno, sulla base di una duplice convinzione: che Dio non un tiranno interessato a se stesso, ma un padre interessato a noi e perci egli non impone una legge utile a lui, ma a noi. Solo a questo punto luomo pu dirsi veramente religioso: non quando semplicemente pratica e osserva, ma quando ha capito che la legge del Signore vita, approfondimento della propria umanit, libert e non schiavit. Il discorso di Ges (cf. Mt 5,17-37) suppone le semplici cose che Ben Sira ci ha fatto capire. Certo, le sue parole sono pi dure e radicali: non vuole indicarci delle leggi precise da mutare e non fa correzioni in base a una logica estranea, intende piuttosto orire un modo diverso di leggere la Scrittura e di scoprire la volont di Dio. Ges, col suo ripetuto ma io vi dico, manifesta una consapevolezza che va oltre quella dei profeti e degli scribi: la sua lautorit del messia. Diversamente dagli scribi che interpretavano la legge frantumandola in una miriade di precetti che ne rendevano impossibile losservanza e la privavano del suo centro, Ges si ripropone, come i profeti che lhanno preceduto, di recuperare il cuore della volont di Dio, e cio il primato della carit. Tutto deve essere letto alla luce di questo centro, e tutto deve essere valutato in base a esso. Ecco la ragione per cui si pu chiamare superiore la giustizia del discepolo: la riduzione dei precetti a un centro
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semplice e chiaro e, nel contempo, ricco di movimento. Non si tratta quindi, di essere dispensati dalla legge o di abolirla, quanto di compiere ogni giustizia, non nel senso di fare di pi, ma nel senso di andare no in fondo. Ges rispettoso della legge, e proprio per questo lapprofondisce, ne recupera lintenzione profonda, la purica e la semplica, andando dritto allessenziale: leroismo della carit, la purit dei pensieri e non solo delle azioni, il coraggio della franchezza in ogni circostanza. In questo senso si comprendono le aermazioni riguardanti il prossimo, il comportamento sessuale, il matrimonio e il giuramento.

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Settima domenica del tempo ordinario

Il comandamento difcile: amate i vostri nemici


Lv 19,1-2.17-18 1Cor 3,16-23 Mt 5,38-48

La prima lettura (cf. Lv 19,1-2.17-18) tratta dalla sezione pi importante, e forse anche pi antica, del libro del Levitico, comunemente indicata come Il codice di santit (cc. 17-26). Ricerca di una dignit che rietta quella di Dio, imitazione dei suoi comportamenti, sforzo di appartenergli, ecco gli ideali che il Levitico propone al popolo. Ideali che vanno tradotti nel concreto e nel quotidiano, naturalmente nei modi che ogni epoca richiede. Siate santi, perch io sono santo (v. 2): che signica? Santit non una parola facile, ed usata spesso confusamente. Vista in Dio, essa designa la sua grandezza e la sua distanza dalluomo, ma una grandezza e una distanza che, paradossalmente, si manifestano nellavvicinarsi alluomo. Colui che innitamente diverso si avvicina a noi per elevarci e per attirarci a s. Vista nelluomo, la santit la completa appartenenza al Signore. Santo colui che ha il coraggio di porsi dalla parte di Dio e non dalla parte del mondo. Santo colui che non ha paura di separarsi, n paura di perdere se stesso (oggi si dice la propria identit) n quella di tradire il mondo. Lappartenenza a Dio tutto il contrario di un tradimento del mondo: si ritrova se stessi, il mondo e gli uomini in modo pi genuino. Ci si separa dal peccato, dallegoismo, dai falsi ideali e dalle logiche devianti, questo s, tutte cose che il mondo considera irrinunciabili, se non addirittura il segno della fedelt alluomo.
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Ma non ci si separa dalla solidariet. Anzi, lappartenenza al Signore e la separazione dal mondo consistono appunto come la nostra lettura testimonia nellamare il prossimo come se stessi. Qui sta il centro dellobbedienza al Signore e delloriginalit cristiana. Si noti come il comando dellamore del prossimo termina con laermazione Io sono il Signore (v. 18). Perch? Lespressione che nel libro del Levitico ritorna molto spesso non vuole semplicemente ricordarci che Dio ha tutti i diritti di darci dei comandi e che a noi spetta lobbedienza; in realt con questa formula Dio ci invita a imitarlo, a far nostri i suoi pensieri e i suoi ragionamenti. Come se dicesse: Io, Signore, ragiono cos e mi comporto cos, ragionate e comportatevi anche voi allo stesso modo; eravate schiavi in Egitto e vi ho liberato, siete peccatori e continuo a perdonarvi, perch non fate altrettanto?. lo stesso semplice ragionamento che ci propone Ges: Dio fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sugli onesti e sui disonesti, perci anche voi amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori (Mt 5,44). Amare (agapan, in greco) signica, qui come altrove, lamore pieno, attivo, solidale, preoccupato, che non attende di essere ricambiato per donarsi. Non si aspetta il ravvedimento del nemico per poi amarlo, ma lo si ama gi prima. Se si desidera il suo ravvedimento e per questo si prega perch gi ci si sente responsabile nei suoi confronti. Cos inteso, lamore al nemico la punta dellamore del prossimo. Lamore al nemico, infatti, evidenzia come non accade in nessuna altra forma di amore le due note profonde di ogni autentico amore evangelico. Anzitutto la tensione alluniversalit: nellamore al nemico la gura del vicino si dilata sino a comprendere anche il pi lontano e chi pi lontano del nostro nemico? E poi la nota della gratuit, che lanima di ogni vero amore. Ges invita a non fermarsi ad amare soltanto
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quelli che manifestano un certo interesse e aetto per noi. Lamore del discepolo deve rivolgersi anche a tutti coloro che non lamano e che giungono persino a fargli personalmente dei torti. Lamore di cui parla Ges non fatto di emozioni o di sentimenti. un atteggiamento di benevolenza, che si traduce in azioni concrete: pregare per coloro che ci perseguitano (v. 44b), salutare quelli che non sono nostri fratelli (v. 47). Amare i propri nemici signica pregare Dio per loro e salutarli, cio augurare loro la pace, augurare loro di essere beneciari dei beni messianici promessi da Dio. Nel passo parallelo del terzo Vangelo (cf. Lc 6,27-28), il comandamento di amare i propri nemici precisato da tre imperativi: fate del bene, benedite e pregate. Per Ges, amore signica quindi benevolenza attiva nei riguardi di tutti gli uomini, ricerca del loro bene, preghiera a Dio in loro favore. Queste cose sono certamente sorprendentemente paradossali, ma si tratta del Vangelo. E poi, guardando pi attentamente, si pu intuire come anche il perdono sia paradossale, eppure necessario per la convivenza, a ogni livello: nelle relazioni familiari, nelle relazioni amicali, nella societ e addirittura nelle relazioni fra i popoli. Senza un minimo di riconciliazione il mondo non sta in piedi. Un vecchio rabbino soleva dire che quando Dio cre il mondo, non riusciva a farlo stare in piedi. Poi cre il perdono, e il mondo stette in piedi.

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Ottava domenica del tempo ordinario

Non un facile ottimismo, ma la gioia di vivere


Is 49,14-15 1Cor 4,1-5 Mt 6,24-34

I pochi versetti della lettura profetica (cf. Is 49,1415) appartengono alla mano di un discepolo spirituale dellantico Isaia, di cui riprende il pensiero adattandolo alla situazione storica del popolo di Israele dopo la distruzione di Gerusalemme e la deportazione a Babilonia (587 a.C.). Scoraggiamento, ansia per il proprio futuro, dubbi sulla fede sono, in simili situazioni, la tentazione pi facile. Dio ci ha forse abbandonato? Dio non pi fedele alle sue promesse?. a questa comunit che il profeta si rivolge, riaermando e ricordando in particolare una verit, la pi importante di tutte: lamore di Dio non abbandona mai! Bisognerebbe leggere alcune sue pagine e osservare le espressioni che egli utilizza per denire latteggiamento di Dio. Alcune: ti rinvigorisco, ti aiuto, ti sostengo, ti ho salvato e ti ho chiamato per nome, tu sei mio, sei prezioso ai miei occhi e ti amo, non ricorder pi i tuoi peccati. Il termine pi caratteristico redentore, in ebraico goel, parola di dicile traduzione. Goel il parente prossimo che interviene in situazioni disperate come, per esempio, quando un uomo cade in schiavit e non pu riscattarsi, quando costretto ad alienare le sue propriet familiari, o quando muore senza gli, lasciando la sua donna e il suo patrimonio senza un sostegno. In tutti questi casi il parente prossimo spinto dal legame di parentela e dalla solidariet interviene e risolve la situazione. Cos Dio nei confronti del suo popolo: il parente prossimo che viene in aiuto.
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Anche il termine goel (redentore e parente) non basta al profeta, che ricorre al paragone dellamore materno, e addirittura lo supera. A una comunit che pensa: Dio ci ha abbandonato, il profeta ribatte: Dio vi pi vicino di una madre, il suo amore ancora pi forte, il suo attaccamento ancora se cos si pu dire pi irrazionale di quello di una madre. Qualche capitolo prima aveva invitato i suoi uditori scoraggiati a guardare le stelle e a darsi della potenza di Dio che le ha create: Levate in alto i vostri occhi e guardate: chi ha creato tali cose? (40,26). Qui il profeta invita i medesimi ascoltatori a pensare allamore di una madre e a ricordarsi che Dio ancora di pi. Non si potrebbero trovare immagini pi belle per parlare meglio di Dio: le stelle del cielo e lamore di una madre per il suo bambino; ecco cosa pu farci capire chi Dio e quanto sia sciocco aannarsi o scoraggiarsi come se egli non ci fosse. Sostenuto da questa convinzione, il discepolo di Ges non deve lasciarsi prendere dallaanno e dallansia, come se tutto dipendesse da lui stesso. Non preoccupatevi per la vostra vita, ricorda il Vangelo (Mt 6,25). Il verbo preoccuparsi il verbo principale che attraversa tutto il passo evangelico (cf. Mt 6,24-34). Affannarsi non semplicemente lavorare, n essere previdente, n aaticarsi; signica essere nellansia, nellangoscia, perennemente col ato sospeso. Un modo di vivere che rivela un rapporto sbagliato con le cose, con la vita e con Dio. Aannarsi , in ogni caso, un modo di vivere sbagliato perch lascia intatto il problema di fondo, che quello di non essere scontti dalla morte: Chi di voi, per quanto si preoccupi, pu allungare anche di poco la propria vita? (v. 27). Per liberare luomo dallansia e dallangoscia per il cibo, il vestito e laccumulo, Ges fa leva sulla ducia nel Padre. Laanno una modalit di vita che non si addice alla visione cristiana delle cose, tradisce una pro128

fonda mancanza di fede. Se non ti di del Padre, cerchi sicurezza altrove, nellaccumulo, e cadi inevitabilmente nella spirale dellaanno. Tutte le creature (gli uccelli e i ori) invece, esistono dandosi del Padre che le nutre. Un adamento che anche luomo dovrebbe imparare: a una sicurezza aannosamente cercata nel possesso (e dunque in se stessi e nelle cose), la comunit alternativa di Ges sostituisce una sicurezza cercata nella ducia nellamore del Padre. Questo non sottrae allimpegno, che in nessun modo viene privato dalla sua seriet e dalla sua urgenza, anzi lo rende pi sereno. La fede in Dio: questo, in conclusione, il forte richiamo del profeta e della pagina evangelica che deve ridiventare una ragione di serenit, liberandoci dalle preoccupazioni e dallangoscia del domani, comunque siano le cose! Un modo, oltre tutto, per ritrovare la gioia di vivere.

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Nona domenica del tempo ordinario

Luomo diviso tra dire e fare


Dt 11,18.26-28.32 Rm 3,21-25a.28 Mt 7,21-27

Il libro del Deuteronomio si pone come conclusione della vicenda dellesodo di Israele dallEgitto: al termine del suo itinerario, Israele si trova alle porte della Terra Promessa e qui Mos tiene il suo ultimo grande discorso al popolo, che poi il suo testamento spirituale (questa almeno lintenzione dellautore anonimo di questi testi). Il brano proposto (cf. 11,18.26-28.32) esorta a porre la volont del Signore (tutte le leggi e le norme, v. 32) al centro della propria vita e della propria preoccupazione. Dallobbedienza o meno ai comandi del Signore dipende la benedizione o la maledizione, la vita o la morte, come sottolineano le parole di Mos. Da qui si intuisce che la volont del Signore richiede di essere compiuta senza riserve e sconti, senza seguire gusti, mode o interessi. Il legame tra ascolto e pratica inne ben illustrato dalle parole del Signore da custodire nel cuore e da appendere alla mano e in mezzo agli occhi. Unimmagine pittoresca per alludere al nesso stretto tra cuore e anima da un lato e mani e occhi dallaltro, e che serve a mostrare come allascolto debba seguire la pratica concreta e senza compromessi. Lesortazione di Mos si approfondisce alla luce del Vangelo (cf. Mt 7,21-27), che denuncia la dissociazione purtroppo sempre attuale! fra il dire e il fare. Ci sono come due anime dentro di noi: luna che ascolta, riette discute e programma; laltra che dimentica di agire, di applicare i programmi, soddisfatta della gioia
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dellascolto e della discussione. una dissociazione che il Vangelo non tollera; e neppure la vita. Unesistenza (ma questo si pu dire anche per unintera societ) costruita sulle molte parole porta in se stessa una maledizione: come una casa costruita sulla sabbia, si edica in fretta ma destinata a crollare. Quanto mai inquietante, il passo del Vangelo posto a conclusione dellintero discorso della montagna sviluppa una triplice contrapposizione: c chi parla continuamente di Dio ma poi dimentica di fare la sua volont; c chi si illude di aver lavorato per un altro; c il saggio che costruisce sulla roccia e lo stolto che costruisce sulla sabbia. Matteo ha davanti agli occhi due forme concrete di dissociazione alle quali bisogna aggiungere, sullo sfondo, una terza, che ne la radice. La prima lesperienza della preghiera (Signore, Signore) che non si traduce in vita e in impegno per la giustizia (la volont di Dio). La seconda lascolto della Parola, che non diventa mai qualcosa di pratico e di operante (ascolta queste mie parole e non le mette in pratica). Matteo non condanna la preghiera o lesperienza carismatica o la gioia di partecipare a unassemblea liturgica tra fratelli nella fede; condanna la preghiera che si chiude in se stessa, che non dona il desiderio e il coraggio (e dovrebbe invece essere il suo dono!) di operare per la giustizia. E nemmeno sottovaluta lascolto della Parola: anzi una struttura essenziale dellesperienza religiosa. Preghiera e ascolto della Parola sono la radice della prassi cristiana, ma la radice deve, appunto, germogliare. Non lunico caso in cui levangelista ricorda che lessenziale della vita cristiana non di dire e nemmeno di confessare Cristo a parole, ma di praticare lamore concreto per i poveri, i forestieri e gli oppressi. Tutti ricordano la grande scena del giudizio: Venite, prendete possesso del regno, perch ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, sono
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stato forestiero e mi avete accolto (Mt 25,34ss). Lavvertimento presente anche nella prima lettera di Giovanni: Chi dice: Lo conosco, e non osserva i suoi comandamenti, bugiardo (2,4). Lapostolo si trova di fronte a persone che vivono una scissione (probabilmente giusticata teoreticamente!) fra una pretesa conoscenza di Dio e la pratica, in particolare la pratica concreta della carit. Ancora pi chiara, se possibile, la lettera di Giacomo: Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi (1,22); A che serve [] se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? [] La fede senza le opere morta (2,14.26). Non possiamo concludere qui le nostre riessioni. Dobbiamo prima rispondere a una domanda, la pi importante: perch alle volte la preghiera si chiude in se stessa e lascolto della Parola non si traduce in vita? La risposta si trova in una pagina di Matteo, nel discorso della montagna: Nessuno pu servire due padroni []; non potete servire Dio e la ricchezza (6,24). La dissociazione prima descritta proprio il tentativo disperato di servire due padroni: servire Dio con la preghiera e lascolto della parola, servire il mondo (o noi stessi) nelle scelte concrete e quotidiane della vita. Ecco la radice della dissociazione fra il dire e il fare: il tentativo di salvare lobbedienza a Dio e, nel contempo, di sottrarsi allesigenza di conversione che essa comporta. Non sentendosi sicuro allombra della parola di Dio (una parola che tuttavia ascolta e di cui si compiace!), luomo continua a cercare la propria sicurezza in se stesso (che poi signica, in concreto, nel denaro): un compromesso illusorio. Il Signore nel giorno del rendiconto (ma gi prima la storia con le sue veriche impietose e puntuali) mostra che simili costruzioni poggiano sulla sabbia. dalla prassi, conclude il Vangelo, che si deduce se abbiamo o no un solo padrone, ed dalla prassi che si comprende quale sia davvero il nostro signore: Dio o il denaro?
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Decima domenica del tempo ordinario

Un doppio invito rivolto a tutti


Os 6,3-6 Rm 4,18-25 Mt 9,9-13

La breve pagina evangelica (cf. Mt 9,9-13), che una rivelazione della missione di Ges come egli stesso dichiara: Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori (v. 13) allo stesso tempo un discorso sul discepolato, da intendersi semplicemente come lesistenza cristiana e non in riferimento a vocazioni particolari allinterno del progetto cristiano. Vi si possono individuare con molta facilit alcune strutture fondamentali che si ritrovano come elementi costanti anche in altri racconti di chiamata. Liniziativa di Ges, ecco il primo elemento da sottolineare. Nel suo invito, gratuito e inaspettato, risuona lappello di Dio di fronte al quale non si pu esitare: bisogna decidersi. Lesistenza cristiana non tanto e anzitutto una personale decisione, quanto una risposta a un appello che viene da Dio. Lappello di Ges ha una nota di urgenza, occorre rispondere subito: la grande occasione della quale si deve approttare, non si pu rimandare. un appello che esige un distacco, una rottura. un distacco radicale, perch esige una conversione che scende nel profondo e muta alla radice il modo di vivere. Per il distacco non lelemento centrale dellappello di Ges, lelemento fondamentale il seguire. questa la ragione del distacco: un lasciare per poter condividere un nuovo progetto di esistenza. Matteo invitato a percorrere la strada del maestro, a compiere i suoi gesti di preferenza: preferire, come Ges ha gi fatto con lui, coloro che gli uomini emarginano e che invece Dio
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ama, preferirli non perch soltanto loro contano, ma perch, appunto, gli uomini li hanno emarginati. Oltre allepisodio della chiamata del pubblicano Matteo, nel brano evangelico c un duplice invito rivolto alla comunit. La comunit cristiana se vuole essere fedele al suo maestro deve continuare a rivolgere lappello a chiunque, giusto e peccatore, vicino e lontano. Proprio in questa prospettiva Ges d una sorprendente denizione della sua missione: Non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori (v. 13), che sintetizza la ragione profonda dellincarnazione del glio di Dio, della sua venuta tra gli uomini. Lo scopo del Signore aprire a ogni uomo, soprattutto a quello peccatore, tutte le possibilit: diventare discepolo, assumere le proprie responsabilit nel regno, essere missionario, annunciatore. Laccoglienza dei peccatori , dunque, un tratto essenziale della missione di Ges, non un attributo periferico o opzionale, tanto vero che proprio su questo punto preciso Ges ha messo in gioco la sua credibilit, essendo disposto a suscitare e ad arontare qualsiasi opposizione. Ges chiama al suo seguito un pubblicano, e poi siede a mensa con pubblicani e peccatori. I pubblicani erano gli esattori delle tasse, a servizio dello straniero e per questo erano disprezzati e ritenuti esclusi dal regno. Ges non incontra luomo (per poi rivolgergli il suo invito) in una sfera particolarmente religiosa o comunque in alcuni luoghi e in altri no, ma incontra luomo nella vita di tutti i giorni, in tutte le situazioni, sulla riva del lago, lungo la strada, o seduto al banco della dogana. Non ci sono categorie o situazioni o persone di fronte alle quali il discepolo di Cristo pu ritenere che il problema sia chiuso, lappello inutile, il terreno completamente sterile. E le sorprese, dopotutto, non mancano. Il secondo invito che levangelista rivolge alla comunit ancora pi esplicito: Andate a imparare che cosa
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signica Misericordia io voglio e non sacrici (v. 13). Le parole si riferiscono a Osea, che costituisce la prima lettura, e pi in generale, ai profeti: Voglio lamore e non il sacricio, la conoscenza di Dio pi degli olocausti (Os 6,6). Ges ci fa comprendere pienamente il signicato delloracolo divino nei riguardi delluomo, come lo troviamo esplicitato in Osea: Dio non sa che farsene della religiosit esteriore, contesta lecacia di apparati esterni che hanno la pretesa di stabilire una relazione: tutto ci come neve che si scioglie e come rugiada del mattino che al sorgere del sole scompare. Come i profeti, anche Ges denuncia le pratiche cultuali dei suoi contemporanei, vuote di autentico spirito religioso e di tensione alla giustizia. Con questo Ges non sottovaluta limportanza del culto, ma c culto e culto. Anche unabbondanza di pratiche cultuali pu nascondere una profonda incredulit, cio unerrata concezione di Dio e del suo onore. Il Dio di Ges Cristo non come il Dio dei pagani, che gli uomini si illudono di comprare con i loro sacrici e di piegare ai loro progetti. Il Dio di Ges Cristo diverso: un Dio di amore, da amare. Certo la pioggia e il sole, la fecondit, la salute dipendono da lui, e luomo ha il diritto di chiedergliele, ma Dio vuole lamore e la giustizia, non semplicemente pratiche cultuali. Il Signore non si accontenta di doni, perch non un Dio interessato a se stesso, vuole che la sua presenza sia riconosciuta nella vita, ed esige la realizzazione incondizionata del diritto e della giustizia. Ges non il difensore di una religione spirituale, interiore, senza culto, infatti in tutta la sua vita egli si rivolto al Padre e ha pregato. Pi profondamente e pi semplicemente Ges critica il culto che diventa un atto magico che distrae dalla conversione e dalla giustizia; non nega il culto, ma non sopporta di vederlo profanato.

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Undicesima domenica del tempo ordinario

Non dipende tutto da noi


Es 19,2-6a Rm 5,6-11 Mt 9,36-10,8

Nel breve brano dellAntico Testamento (cf. Es 19,2-6) data la chiave per comprendere in profondit lintero cammino dellEsodo. Il Signore Dio sta compiendo attraverso questo lungo cammino di liberazione-puricazione il suo progetto, capace di generare un popolo nuovo, redento, dedito al Dio unico, testimone fra tutte le nazioni. Le parole di Mos rivolte al suo popolo contengono precisamente questa intenzione: colui che propone la sua alleanza lo stesso Dio che ha dato ascolto al grido del dolore in Egitto, lo ha liberato dimostrandosi potente e soccorritore, gli ha dato la vittoria contro i suoi nemici. Lalleanza mira a fare del popolo di Israele una nazione santa e un regno di sacerdoti. Santo un termine che deriva da una radice che signica tagliare ed esprime in maniera compiuta il motivo dellalleanza: Israele stato scelto per divenire un popolo separato dallidolatria, vale a dire da idoli e da un culto non gradito al Signore, da logiche e leggi che generano infelicit e morte, per appartenere al Signore, il solo capace di liberare e di donare vita e benedizione. Una separazione nalizzata alla testimonianza del suo nome, a un culto gradito in mezzo alle nazioni. Ci espresso dallespressione un regno di sacerdoti. Questa straordinaria e nuova identit del popolo di Israele in vista della sua missione per tutta lumanit prepara il terreno allannuncio di Ges contenuto nel testo evangelico (cf. Mt 9,36-10,8), che apre il suo discorso missionario.
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Ma a chi sono rivolte queste parole di Ges? Ai dodici apostoli? Ai missionari di tutti i tempi? A tutti i credenti? Pensiamo che tutte e tre le categorie citate siano coinvolte, sia pure su piani diversi. Nella situazione storica concreta Ges parlava ai dodici, ma dietro di essi (diversi indizi del discorso lo lasciano supporre) vedeva tutti i missionari e lintero popolo di Dio. Sono, dunque, parole rivolte a tutti. I discepoli predicano come Ges: lo stesso annuncio (il regno vicino) e allo stesso modo, cio con parole e miracoli. Il discepolo non solo lannunciatore del regno, ma deve anche dare la prova che il regno arrivato e che il suo messaggio credibile. Non deve soltanto annunciare il regno ma anche liberare luomo dalle schiavit che lo imprigionano. A questo punto, si pone una domanda (ignorarla signicherebbe rimanere nellastratto): in che modo e a quali condizioni il discepolo pu, oggi, farsi concretamente segno e annunciatore del regno di Dio? Il cristiano dovrebbe assumere almeno due atteggiamenti fondamentali; il primo quello suggerito dalle stesse parole di Ges rivolte ai missionari: Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date (Mt 10,8), il secondo si trova esposto alcuni capitoli prima (cf. Mt 5-7). Il primo atteggiamento la radice della missione: il discepolo mette a disposizione tutto se stesso gratuitamente (la sua fede, il suo tempo, la sua amicizia, la sua competenza, la sua esistenza), e lo fa perch convinto di avere, egli per primo, gratuitamente e abbondantemente ricevuto. la forma pi profonda della povert di spirito: tutto ci che in noi dono di Dio e degli altri e perci tutto deve, generosamente e gratuitamente, tornare a Dio e ai fratelli. Queste parole di Ges ci portano al cuore dellesistenza, e indicano quel profondo cambiamento di mentalit (la concezione della propria esistenza e il modo di gestirla) che costituisce nel con137

tempo la condizione per essere annunciatori del regno e il segno che la forza del regno ci ha trasformati. Il secondo atteggiamento, come accennato sopra, racchiuso nelle parole di Ges che si trovano allinterno del grande discorso della montagna: Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta (Mt 6,33). Il discepolo non deve cadere nellansia e nella tentazione dellaanno, come se tutto dipendesse da lui: Non preoccupatevi per la vostra vita (Mt 6,25). Al discepolo richiesta la testimonianza della ducia nellamore del Padre. Questa ducia non sottrae allimpegno, che anzi in nessun modo viene privato della sua seriet e della sua urgenza: aiuta per ad arontarlo con pi serenit. Lansia latteggiamento di coloro che non hanno incontrato il regno di Dio (di tutte queste cose vanno in cerca i pagani, Mt 6,32). Il cristiano deve invece essere un uomo libero dallangoscia del domani, anche se lassenza di aanno ovviamente non suciente a fare di un uomo il segno del regno di Dio compiuto. Altri aspetti sono essenziali, e senza di essi la serenit sarebbe falsa o impossibile. Il discepolo deve mostrare che i beni del regno sono per lui al primo posto (cercate anzitutto il suo regno e la sua giustizia, Mt 6,33). Ci signica, ad esempio, che il benessere che andiamo cercando e nel quale poniamo ducia deve essere un benessere globale, deve comprendere tutte le dimensioni delluomo. In altre parole e, ancora pi profondamente, equivale a essere consapevoli che il bene che andiamo cercando, e la cui assenza la ragione della nostra inquietudine, Dio e il suo amore. Ges, dunque, non invita soltanto alla serenit, ma anche a cambiare la nostra vita: non pi certi beni al primo posto, ma altri. Finch certi beni rappresentano i valori supremi i nostri idoli lansia inevitabile. proprio questo che il mondo vuole per asservirci a se stesso; il mondo in138

ganna e seduce, ci convince che ci che conta il suo benessere, che solo nel possesso c sicurezza e gioia. Cos ci rende schiavi, disposti a servirlo, spogliandoci della nostra vera umanit e rubandoci lo spazio della libert. La radice dellansia, della ricerca esasperata del possesso e persino della violenza si trova nella stolta convinzione che questi beni siano gli unici importanti e che luomo trovi la sicurezza nellaccumulare sempre di pi. una stoltezza che rende ciechi, disorienta e appesantisce il cuore; e soprattutto delude. Il Vangelo parla di beni che vengono distrutti dalle tarme e dalla ruggine, e che i ladri rubano. Pi generalmente la Bibbia parla di vanit. Troppo spesso quei beni che luomo cerca e nei quali ripone la sua ducia e ai quali si sacrica ne fa dunque degli idoli! sono inconsistenti come il fumo (tale il senso della parola vanit): da lontano promettono, ma poi deludono. Sono beni disonesti, non solo perch spesso frutto di ingiustizia o che ancora pi spesso creano ingiustizia, ma perch ingannevoli nel profondo: si accaparrano la ducia delluomo e poi la deludono. Il discepolo deve annunciare il regno di Dio e, insieme, liberare luomo. Le schiavit e le alienazioni delluomo sono senza dubbio molteplici, ma abbiamo voluto sottolinearne una fra le pi importanti: la schiavit del possesso.

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Dodicesima domenica del tempo ordinario

Pressante invito a non avere paura


Ger 20,10-13 Rm 5,12-15 Mt 10,26-33

Il breve passo dellAntico Testamento (cf. Ger 20,1013) fa parte delle confessioni di Geremia che registrano alcune sue condenze interiori in modo unico in tutta la letteratura profetica. Il profeta interpella Dio e gli grida la sua intima soerenza per le conseguenze drammatiche della sua vocazione. Avrebbe desiderato rapporti sereni e distesi e un clima di simpatia e accettazione, e invece Dio lo ha chiamato a proclamare una parola di giudizio, che suscita contese e divisioni. Gli avversari di Geremia, infatti, spiano la sua caduta, lo deridono, ritorcendo contro di lui le sue stesse minacce: Terrore allintorno! (v. 10). Umanamente la situazione sembra disperata ma Geremia, da credente quale continua a essere, vede al di l delle apparenze. Egli consapevole, per fede, che Dio, al quale ha adato la sua causa (cf. v. 12), rimane con lui, e i suoi avversari niranno col cadere. Pi precisamente, in Dio la liberazione gi acquisita, di conseguenza il canto di grazie pu essere gi intonato: Cantate inni al Signore (v. 13). Il tutto a una condizione: che Geremia conservi di fronte a Dio un cuore di povero. I poveri, infatti, quelli che si adano completamente a lui, sono protetti da Dio. Lesperienza del profeta in cui la fede si esprime nella sua duplice dimensione di dubbio e di certezza, dinsicurezza e di pace ci conduce allinvito di Ges a non temere e a ritrovare coraggio, come egli aerma
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ripetutamente nella seconda parte del suo discorso missionario (cf. Mt 10,26-42). Avendo deciso di seguire il maestro, il discepolo non pu aspettarsi un destino diverso: Un discepolo non pi grande del maestro, n un servo pi grande del suo signore (Mt 10,24). Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi (Gv 15,20). Il Vangelo attesta che la persecuzione accompagna la missione come un fatto normale. Chi sono questi loro di fronte ai quali il discepolo deve bandire ogni paura? Sono per usare un termine generale le forze ostili che ostacolano in tutti i modi il messaggio evangelico e che, di conseguenza, perseguitano e minacciano il discepolo che lo annuncia. Si tratta di uomini, gruppi, ideologie, persino del nostro stesso cuore. Secondo il Vangelo dietro tutte queste forze c Satana, che non pu sopportare la luce della verit. Alle volte le avversit che il discepolo di Ges chiamato ad arontare sono riassunte in un termine che sempre evangelico: il mondo. Le persecuzioni e le minacce che tentano di paralizzare il discepolo assumono forme diverse, e questo gi al tempo dellevangelista Matteo. Vi , ad esempio, la persecuzione da parte delle autorit sia giudaiche che pagane: i processi, gli interrogatori, le condanne. Ma vi pure la persecuzione popolare, lostracismo, la derisione, lemarginazione. Nel mondo giudaico (il Vangelo vive questa situazione) il discepolo di Ges veniva evitato come un peccatore e un pubblicano e non raramente diventava oggetto di derisione. Questa situazione pu suscitare interrogativi e instillare nel discepolo il dubbio. Perch la parola del Vangelo continuamente riutata? Perch il Cristo risorto non vince le forze ostili del male? Quando la persecuzione non pi semplicemente un fatto esteriore ma raggiunge il cuore della fede, il discepolo invitato a non soccombere davanti alla pau141

ra, senza dimenticare che la via della croce fu la via del maestro: non un fallimento ma una condizione di verit. Il mondo ha odiato Cristo e continua logicamente a odiarlo nei suoi discepoli. Le ragioni dellodio sono sempre le medesime, motivi che per il mondo tenta di nascondere dietro pretesti pi plausibili. Caifa condann Ges per timore che il suo messaggio trascinasse alla rovina lintera nazione; condannato ucialmente in nome della ragione di stato e quindi del bene comune, in realt la ragione era e rimane sempre unaltra: A causa del mio nome. (Mt 10,22). Lannuncio del discepolo un giudizio che inquieta il mondo. Il Cristo venuto, senza tanti riguardi, a fare irruzione nella tranquillit del mondo. E il mondo ama solo ci che suo, ci che non turba la sua pace e non smaschera le sue pretese. Il mondo odia i discepoli di Cristo (quelli veri!) perch con la loro esistenza lo pongono in questione. Si comprende come, cos intesa, la persecuzione non sia pi una ragione di scandalo e turbamento, ma un segno di verit. di fronte a tutto questo che il discepolo invitato al coraggio. Lespressione non abbiate paura ricorre tre volte (vv. 26.28bis) e scandisce tutto il nostro brano. Sono indicate alcune forme in cui il coraggio deve manifestarsi: oltre al coraggio nella persecuzione, di cui si parlato, occorre il coraggio di annunciare chiaramente e a tutti, di gridare sui tetti, il messaggio di Cristo. il coraggio di non aver mai vergogna di Cristo di fronte agli uomini. Alle forme di coraggio si intrecciano i motivi che devono sostenere tale audacia: la certezza di essere nelle mani del Padre, la certezza che condividere la croce di Cristo signica partecipare alla sua risurrezione, la certezza, inne, che gli uomini nulla possono fare per toglierci la vera vita. un coraggio come si vede che nasce dalla fede e dalla libert: il discepolo libero da se stesso, libero persino dalla paura di morire. Non ha nulla da difendere e, quindi,
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non pi ricattabile. Soprattutto il discepolo sa che ci che pi conta al sicuro, nelle mani di Dio. Questo coraggio importante, e quanto mai attuale, non soltanto perch rende possibile la verit dellannuncio, ma ancor prima perch condizione di salvezza. Si noti, infatti, al termine del nostro brano, la contrapposizione tra il discepolo che difende Cristo (che limputato) davanti al tribunale degli uomini e Cristo che, a sua volta, difende il discepolo davanti al tribunale di Dio. Il Signore non riconosce chi si vergognato di lui.

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Tredicesima domenica del tempo ordinario

Accoglienza e ospitalit sono anche segno di fede


2Re 4,8-11.14-16a Rm 6,3-4.8-11 Mt 10,37-42

Eliseo un profeta che non lasci nulla di scritto, di lui si ricordano i fatti, non le parole. La sua storia raccolta nel secondo libro dei Re (cc. 2,1-9,10): si tratta per lo pi di racconti di prodigi, narrati con grande entusiasmo e con vivacit tutta popolare. Attorno a lui il prodigio orisce spontaneamente, quasi con naturalezza, e cos il profeta appare come il segno vivente della bont di Dio, che soccorre il suo popolo e ne premia la fede. Questa forse la lezione pi importante del ciclo narrativo di Eliseo. Il racconto di oggi (cf. 2Re 4,8-11.14-16) racchiude una lezione quanto mai trasparente: lospitalit cara al Signore e attira la sua benedizione, tanto pi quando si apre la propria casa a un uomo di Dio. Si intravede fra le righe che lospitalit che Dio gradisce e premia lospitalit generosa, disinteressata, senza strumentalizzazioni di sorta. La donna non chiede nulla, n approtta in alcun modo dellinuenza che il profeta ha presso il re. Alla sua domanda (Che cosa possiamo fare per te?, ella risponde con grande semplicit: Io vivo tranquilla con il mio popolo (v. 13). Sappiamo che presso gli antichi lospitalit era sacra: accogliere i viandanti era uno dei doveri pi raccomandati. Ancor oggi presso i popoli pi poveri lospite spesso accolto con gioia e rispettato, ma nel nostro mondo, ricco e organizzato, le cose sono diverse. Senza dubbio alcune forme di ospitalit non sono pi necessarie n sarebbero possibili; tuttavia, possono cambiare
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i modi e le forme ma non lo spirito, e se una comunit davvero evangelica non fa fatica ad accorgersi che, se appaiono giustamente superate antiche forme di ospitalit, ne aorano per altre di nuove: le persone sole, gli anziani, gli immigrati, gli stranieri, e molti altri. Il passo evangelico, tratto dallultima parte del discorso missionario (Mt 10,37-42), indica due forme di accoglienza. La prima: Chi accoglie un profeta perch un profeta, avr la ricompensa del profeta (v. 41). Qui non si tratta tanto di ospitare il profeta, ma di accoglierne la parola. Non facile, perch la parola del profeta (la parola del Vangelo) esigente. infatti una parola che non tollera compromessi, esige scelte chiare e spesso sembra portare non la pace ma la divisione. Per lo pi vorremmo che i profeti ci aiutassero ad aggiustare i nostri compromessi, giusticando i legami nei quali ci siamo rinchiusi. Ma il vero profeta su questo intollerante: ecco perch accogliere il profeta dicile come fare il profeta. E giustamente il Vangelo dice che ambedue il profeta che annuncia il Vangelo e chi lo accoglie avranno la stessa ricompensa. E la seconda forma di accoglienza: Chi avr dato da bere anche un solo bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli [] non perder la sua ricompensa (v. 42). Qui in primo piano lospitalit, laiuto, il servizio. Non si parla di profeti o di missionari, ma di piccoli: i poveri, i bisognosi, gli stranieri, i diversi, chiunque. Laccoglienza per Ges tanto importante che egli non esita a stabilire delle equivalenze sorprendenti: Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato (v. 40). E cos non ci sono dubbi: il senso dellaccoglienza resta uno dei segni pi importanti per misurare la reale fedelt al Vangelo delle comunit e delle case cristiane. Laccoglienza (ospitalit) dei profeti e dei piccoli si innesta nel cuore di un annuncio del maestro talmente importante che il Vangelo lo riporta, con qualche
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variazione, in pi occasioni: Chi avr tenuto per s la propria vita, la perder, e chi avr perduto la propria vita per causa mia, la trover (Mt 10,39; cf. Mc 8,35; Lc 9,24). Questo detto programmatico e riassuntivo dellintero progetto cristiano invita il discepolo a progettare la propria vita in termini di donazione, non di possesso: chi ansioso di conservarsi la vita la perde, chi la mette a disposizione la ritrova. Bisogna evitare nel modo pi assoluto, di ridurre queste parole evangeliche alla semplice contrapposizione fra la vita presente (terrena) e la vita futura (celeste), come se Ges avesse semplicemente detto: sappiate rinunciare alla vita presente (e ai suoi valori) e troverete, dopo la vostra morte, il premio eterno. Certamente esiste una vita futura, che si pu perdere o trovare, ma le parole di Ges si muovono in un orizzonte pi ampio. Egli aerma che la vita intera, presente e futura, materiale e spirituale, si possiede unicamente nel dono di s. Vale la pena di insistere: Ges non comanda la rinuncia alla vita (a questa vita per averne unaltra), ma esige che si cambi il progetto di questa vita: non sacricio di questa vita, ma progettazione di essa nella linea dellamore. Lopposizione fra il progetto delluomo e il progetto di Dio, fra due modi possibili di condurre lesistenza. Non in gioco una vita al posto di unaltra e la scelta non semplicemente fra la vita presente e quella futura ma tutta lesistenza: la scelta fra una vita piena e una vita vuota. Puoi vivere lesistenza puntando sul possesso, nella logica dellavere sempre di pi; oppure puoi vivere lesistenza puntando sulla solidariet, secondo la logica del discepolo. La prima scelta, a dispetto del suo fascino iniziale e del suo successo apparente, contiene la negazione della vita, perch nella sua stoa pi profonda luomo fatto per lamore, non per legoismo. La seconda, a dispetto del suo apparente fallimento, contiene la pienezza della vita. A questo pun146

to si comprende molto bene la risposta data da Ges a una domanda di Pietro (Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, che cosa dunque ne avremo?, Mt 19,27): Chiunque avr lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o gli, o campi per il mio nome, ricever cento volte tanto (in questa vita, come precisa Marco) e avr in eredit la vita eterna (Mt 19,29).

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Quattordicesima domenica del tempo ordinario

Contrastare con lamore il mito della violenza


Zc 9,9-10 Rm 8,9.11-13 Mt 11,25-30

Loracolo del profeta Zaccaria, da cui tratta la prima lettura (cf. 9,9-10), risale probabilmente alla ne del IV secolo a.C., allorch la comunit giudaica ha ormai perso ogni potere politico e la casa di Davide ha perduto il suo ruolo dominante. Ma per questo la speranza non deve venir meno, assicura il profeta, che anzi non esita proprio in tali circostanze a parlare di gioia: Esulta grandemente, giubila (v. 9). Il trionfo di Dio non ha bisogno di potere politico n di prestigio internazionale; preferisce altre strade. Si noti come la descrizione tragga la sua ecacia da una tensione che la percorre tutta: si parla di un re umile, per dentro un quadro di rara grandiosit; egli un re vittorioso e il suo dominio sar da mare a mare (v. 10). Si scorge in questo contrasto un anticipo della novit evangelica. Descrivendo questo re ideale e assicurando che la sua venuta vicina il profeta preannuncia senza dubbio i tratti di Ges Cristo, ma mostra anche le caratteristiche del disegno di Dio, attributi che gli uomini devono rispettare se davvero vogliono costruire un mondo pi giusto e nalmente in pace. Questi i tratti salienti: un re giusto, e per la Bibbia la giustizia comporta principalmente lattenzione ai deboli, ai poveri perennemente trascurati, ai senza voce di ogni genere. un re umile, e questo signica che pone tutta la sua forza e la sua ducia in Dio e non in altre cose, umilmente. un re semplice e dimesso, e la sua caval148

catura quella dei poveri (un asinello). un re pacico che inaugura una politica di disarmo. un non violento che pone la forza del proprio successo e del proprio dominio non sulla paura, ma sulla forza della verit e della giustizia. questo il tratto sul quale il profeta si soerma pi a lungo. Giustizia, umilt e disarmo sono qui presentate come le condizioni della pace. E a ragione, infatti non possibile la pace senza la giustizia, senza cio che le cose vengano messe a posto: non possibile la pace senza una radicale conversione. E neppure solida una pace costruita sulla paura delle armi. Si dice illudendosi di costruire le armi per non usarle ma, quando ci sono, si nisce sempre con il ricorrere a esse. La violenza non crea giustizia n assicura la pace, e soltanto chi umile cio si appoggia a Dio e fa suo il coraggio di Dio riesce a sottrarsi allapparente ragionevolezza di chi dice che alla violenza si risponde con la violenza, alla forza con la forza, alle armi con le armi. Il passo evangelico (cf. Mt 11,2530), che contiene una breve preghiera di Ges, ripropone lo stesso signicativo contrasto che abbiamo visto nella profezia: nello stesso momento in cui Ges dichiara tutto stato dato a me dal Padre mio (v. 27) sorprendente sentirlo dire Imparate da me che sono mite e umile di cuore (v. 29). Umile indica latteggiamento ubbidiente di Ges, in tutto docile alla volont del Padre: una docilit interiore, libera e voluta (di cuore). Mite mostra latteggiamento di Ges nei confronti degli uomini: lineare, coraggioso, ma non violento; misericordioso, tollerante, pronto al perdono, ma anche incisivo. Ges rompe il cerchio ferreo e secondo il giudizio degli uomini inevitabile nel quale gli uomini si dibattono: allamore, essi dicono, si deve rispondere con amore, alla violenza con la violenza. Ges mite e umile di cuore aerma invece lamore sempre.
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La mitezza di Ges non il silenzio e la sopportazione rassegnata, ma la coraggiosa denuncia. Per questo Ges stato crocisso. La via della mitezza evangelica, che il discepolo invitato a percorrere e che i saggi sfuggono, la via della non violenza coraggiosa. su questa strada della docile obbedienza al Signore e della coraggiosa non violenza che si trova il riposo. Va anche ricordato che questa scelta di non violenza da parte di Ges non semplicemente un riuto della violenza, ma una sostituzione della violenza con il coraggio dellamore, del servizio, della solidariet attiva. Tutte cose da imparare: Imparate da me.

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Quindicesima domenica del tempo ordinario

I miei pensieri non sono i vostri pensieri


Is 55,10-11 Rm 8,18-23 Mt 13,1-23

La prima lettura, tratta dal libro di Isaia (cf. 55,1011), si limita al paragone della pioggia e della neve, tuttavia, per cogliere bene il senso di questa breve parabola bisogna allargare lo sguardo al contesto precedente. Tre aspetti della parola di Dio sono messi in luce dal profeta. Anzitutto, la parabola della pioggia e della neve intende illustrare, mediante un paragone molto espressivo tratto dalla natura, lecacia della parola di Dio nella storia. La Bibbia attribuisce al termine parola un signicato molto pi ampio di quello attuale, la parola di Dio non semplicemente uno strumento per far conoscere qualche cosa, ma molto di pi: una forza creatrice, una promessa che vuole giungere al suo compimento. La parola di Dio, insomma, creatrice, ecace, forza di vita e guida la storia. La parola di Dio addita sempre un progetto, fonte di speranza ed slancio, movimento. Medita sul passato perch qui trova la prova dellamore incrollabile di Dio e il modello da vivere: vuole che luomo si incammini verso un mondo nuovo, e non si ostini a conservare ci che ha e, peggio ancora, a riprodurre ci che stato. Ebbene, sottolinea il profeta con molta vivacit, Israele sappia che la parola di Dio non viene mai meno: produce sempre ci che ha stabilito, raggiunge sempre lo scopo che si pressa. Bisogna per anche ricordare ed il secondo aspetto che questa parola sovrana e misteriosa: Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano
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le vostre vie (v. 9). La parola di Dio viene dallalto, non dal profeta o dalluomo. Di qui la sua ecacia, ma anche la sua possibilit di percorrere vie che luomo neppure pu immaginare: I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie (v. 8), proprio perch la parola di Dio percorre anche strade che alluomo sembrano a fondo cieco, da cui spesso si ha limpressione di inecacia e di fallimento, come accadde di fronte alla croce di Cristo. La parola di Dio ha risorse impensate. questo, senza dubbio, il messaggio centrale del brano del profeta. C per un terzo aspetto da non trascurare: Lempio abbandoni la sua via e luomo iniquo i suoi pensieri (v. 7). La parola di Dio ecace e ottiene sempre ci che vuole, come la pioggia e la neve che cadono dal cielo. Tuttavia necessario che luomo si converta, cambi le proprie valutazioni e ritorni al Signore. Solo cos infatti la parola di Dio rimane parola di salvezza, altrimenti s ancora ecace, ma si tramuta in parola di giudizio. Ci di cui deve preoccuparsi luomo di fronte alle situazioni nelle quali si trova, anche le pi disperate, non lecacia della parola di Dio (questa c sempre), ma della propria conversione e del ritorno del Signore. Fiducia incrollabile nella parola del Signore e insieme volont di conversione, ecco il messaggio del profeta. Un messaggio di speranza, di impegno, ma soprattutto di consolazione rivolto a uomini scoraggiati, in esilio. questo, infatti, il contesto storico del nostro passo. La comunit esiliata rischia di perdere la propria ducia nellecacia della parola di Dio e rischia di subire il fascino delle religioni straniere: perch il Signore tace? perch le sue promesse non si avverano? Isaia ci risponde che la parola di Dio fedele e che il suo modo di compiersi diverso dai nostri progetti. Una situazione molto simile riproposta dal Vangelo di Matteo (cf. 13,1-23). I discepoli di Ges prima e
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le comunit cristiane poi si chiedono perch la rivelazione di Dio, proposta ai giudei e ai pagani, sia riutata da molti e accettata da pochi. La parabola del seminatore sembra insistere a lungo sulla sfortuna del contadino: soltanto alla ne una breve annotazione sul seme che d frutto (dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta). Probabilmente nella mente di Ges la parabola non voleva semplicemente ricordarci che i fallimenti di oggi si tramuteranno in premio domani: ora il discepolo sembra aaticarsi inutilmente, la sua fedele osservanza sembra smentita, ma alla ne si accorger che nulla andato perduto e raccoglier il frutto della sua fatica (il premio eterno). Pi verosimilmente Ges pensava soprattutto al presente: la parola del regno qui fra smentite e successi, gi ora ecace. come la pioggia e la neve (il paragone di Isaia): la pioggia scende dallalto e non vi ritorna senza aver prima fecondato la terra, soltanto che (ed un primo avvertimento) la parola di Dio proprio perch di Dio percorre vie che non sono le nostre. ecace, ma a modo suo; fruttica abbondantemente, ma non sempre si vede come e dove. Non resta, di conseguenza, che seminare la parola dovunque, con ducia e senza risparmio. Con ducia: troppe volte la fatica di chi semina la verit, lamore, il Vangelo, appare sterile e sprecata, e invece la parabola vuole anzitutto essere una parola di consolazione e di speranza certo che da qualche parte fruttica. E con generosit: il seminatore del Vangelo non conosce in anticipo i terreni fertili e i terreni sterili e perci non ha altra scelta che buttare il seme dovunque, a piene i mani. Sin qui abbiamo letto la parabola insistendo sulla gura del seminatore e ponendoci dalla parte degli annunciatori della Parola. Ma la domanda che i discepoli rivolgono a Ges e la risposta che ne segue invitano piuttosto a metterci dalla parte di coloro che sono interpellati dalla Parola.
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Ogni cristiano anche il terreno che accoglie la parola, ed perci altrettanto importante conoscere le condizioni che permettono alla parola di frutticare. Di fronte alla constatazione che spesso gli uomini rendono sterile la parola di Dio questo appunto il senso della domanda che i discepoli rivolgono al Maestro Ges d una prima risposta prendendo a prestito un oracolo di Isaia: Il cuore di questo popolo diventato insensibile, sono diventati duri dorecchi e hanno chiuso gli occhi (v. 15; cf. Is 6,9-10). Lespressione biblica cuore insensibile indica luomo ripiegato su se stesso, chiuso nel proprio mondo, dal quale non vuole uscire. Luomo dal cuore indurito riuta la parola che disturba, e per parola non intendiamo solo la parola che si ascolta, ma anche la parola della vita, dei fatti. Su molte cose lesperienza, la storia e i fatti che accadono parlano chiaro, ma gli uomini dal cuore duro si ostinano a non vedere o a interpretare in modo distorto. Fin qui il pensiero di Isaia che Ges cita nella sua risposta ai discepoli. La spiegazione della parabola riprende la risposta in modo pi articolato; molte sono le cause che ci rendono incapaci di far tesoro della parola che ci interpella. C la supercialit, quasi una vera e propria incapacit di ssare lattenzione su ci che impegnativo o che va appena al di l dei pi immediati interessi. come gettare il seme su una strada: scivola via. C lentusiasmo facile ma privo di costanza; di profonde radici, di forza danimo e di abitudine alla fatica. La parola accolta con gioia ma non cresce. Levangelista annota: giunge una tribolazione o una persecuzione e tutto sparisce. C la preoccupazione degli aari, il fascino della ricchezza, le ambizioni: tutte cose che appesantiscono il cuore e lo distraggono; la parola di Dio non trova pi spazio e muore. Come si pu constatare, il Vangelo molto lucido nellanalizzare le resistenze del cuore
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delluomo nei confronti della parola di Dio e delle sue esigenze, ma c un aspetto particolarmente attuale: non c spazio per laccoglienza della Parola l dove mancano le virt umane come labitudine alla riessione e lapertura ai valori dello spirito, la capacit di convinzioni profonde e radicate, la costanza, lallenamento alla fatica; la giusta misura (una sorta di sobriet) nel lavoro e il disincanto di fronte al fascino della ricchezza e del prestigio.

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Sedicesima domenica del tempo ordinario

Servi impazienti che vogliono anticipare il giudizio di Dio


Sap 12,13.16-19 Rm 8,26-27 Mt 13,24-43

Il libro della Sapienza attribuito a Salomone, ma in realt fu scritto da un ignoto autore nella seconda met del II secolo a.C. ad Alessandria dEgitto e si rivolge alla colonia ebraica di quella citt. Di questi emigrati ebrei appassionatamente attaccati alla loro tradizione ma nel contempo continuamente posti a confronto con la losoa, la religione e i costumi di una societ pagana il libro rispecchia lo spirito, le idee e i problemi. Lautore riette sulla storia passata e ne ricava spunti di meditazione, lezioni di comportamento e soprattutto risposte per gli interrogativi del suo tempo. Gli ebrei di Alessandria si domandavano perch Dio non intervenisse prontamente a colpire gli idolatri. Ed ecco la risposta: come si comportato in passato, cos Dio si comporta ancora oggi. Riletto in questo contesto il brano liturgico (cf. 12,13.16-19) si rianima. attraversato come spesso i passi biblici da una tensione: giudizio e pazienza, castigo e perdono; la tolleranza tutte e due le cose insieme. Ci che qualica la tolleranza non lassenza di giudizio ma il fatto che il giudizio sempre in funzione delluomo per convertirlo. Un giudizio paziente, quindi, graduale; tolleranza amore alla verit e lotta allerrore ma senza violenza, senza imposizioni. C chi ama la verit e non gli uomini: costui spesso rigido e intollerante. Dio ama gli uomini. La soddisfazione di Dio non sta nel punire, ma nel convertire, e il motivo di ci che egli ama davvero tutti, anche chi sbaglia. Questa
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la radice della tolleranza: non il semplice rispetto reciproco, tanto meno lindierenza di fronte a qualsiasi cosa succeda, ma lamore, la solidariet. Lamore genera la tolleranza e ne determina le caratteristiche, i tempi e le modalit, e se non elimina il giudizio (c infatti anche il dovere della verit e della giustizia) per lo realizza sempre in vista della salvezza mai della vendetta, n della pura difesa della verit astratta. Nella cornice del passo evangelico (cf. Mt 13, 24 -43), Ges lesempio vivente della tolleranza di Dio. Una tolleranza che, se nel libro della Sapienza appariva ancora un poco in termini negativi e generali, qui appare in tutto il suo spessore positivo: Ges va in cerca dei peccatori, pronto al perdono, muore per tutti, paziente. Non tutti capiscono questo comportamento di Ges e se ne scandalizzano. In ogni suo atteggiamento Cristo ha incarnato la pazienza divina, mostrando che nessun peccato pu tagliare denitivamente i ponti con la misericordia di Dio. Racconta la parabola del grano e della zizzania (cf. Mt 13,24-30). La parabola insegna che nel campo vi sono i buoni e i cattivi, cosa che sorprende i servi ma non il padrone. I servi della parabola si meravigliano che accanto al buon grano sia cresciuta la zizzania e vorrebbero strapparla. Il padrone invece non si meraviglia e non vuole che venga strappata. Da una parte, la scandalizzata meraviglia dei servi e la loro impazienza: vorrebbero che la separazione avvenisse subito e che bene e male, giusti e peccatori, appartenessero a due campi diversi. Dallaltra, la tranquillit del padrone e la sua inaspettata tolleranza: la separazione avverr pi tardi, al tempo della messe. Tutto il senso della parabola racchiuso in questo contrasto: un invito a non scandalizzarsi per il fatto che bene e male siano dovunque; un invito a imitare la tolleranza di Dio. La tolleranza evangelica (che in nessun modo va confusa con la bonomia confusionaria, timida e qua157

lunquista di chi fa di ogni erba un fascio) assume diverse forme e si manifesta concretamente in diversi modi. C tolleranza l dove c chiarezza nellaermazione dei principi e nellopposizione allerrore, ma altrettanta cautela nel giudicare gli uomini e molta esitazione nel condannarli. Il giudizio appartiene a Dio pi che agli uomini. C persino dellironia nelle parole del padrone del campo: Perch non abbiate a strappare il grano insieme alla zizzania. Lo spirito tollerante (che sempre frutto di lucidit, di seriet e di ampiezza di vedute) sa che il bene e il male costituiscono un intreccio che a nessuno (se non a Dio) facile districare. Per lo meno certo che la separazione non passa fra le pagine dei registri parrocchiali o fra i conni dei partiti. Luomo tollerante non si scandalizza quando si accorge che la sua comunit mediocre, peccatrice, compromessa, lontana dalla purezza evangelica. Assume atteggiamenti di critica e di denuncia (la tolleranza infatti non va confusa col silenzio), ma sempre con spirito costruttivo. Non abbandona mai la sua comunit, perch si ispira alla solidariet di Dio che nessun tradimento e nessuna delusione sono in grado di distruggere. E se anche si costretti a dichiarare che un fratello fuori della comunit (il Vangelo di Matteo ammette la possibilit di considerare un fratello pagano e pubblicano), lo si deve fare sempre e unicamente in vista del perdono e della conversione, mai per scrollarsi di dosso un fastidioso fardello o semplicemente per acquistare credibilit o per salvare se stessi. La tolleranza, oltre a una corretta conoscenza di Dio, suppone un autentico amore per gli uomini. C gente che ama pi le idee che gli uomini, il discepolo di Ges invece ama soprattutto gli uomini, quegli uomini in carne e ossa che ha di fronte. Sa che Cristo morto per loro. Limportante per lui non semplicemente che le idee trionno a ogni costo, lessenziale che gli uomini si aprano a quelle idee. Per questo il discepolo fa largo
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spazio alla pazienza, alla tolleranza, alla libert e rispetta i ritmi della crescita. Dunque un invito alla pazienza, che lautore della Sapienza ha rivolto ai suoi contemporanei e Ges a scribi e farisei, e che il Vangelo continua a rivolgere anche a noi. Ma forse giova ripeterlo: non si tratta soltanto di pazienza, o di semplice assenza di giudizio, ma di qualcosa di positivo: la tolleranza di Dio messa in luce dalla storia di Israele e dal comportamento di Ges solidariet, coinvolgimento, amore per gli uomini, desiderio di condurli alla verit e al bene, ma anche rispetto della libert e della coscienza.

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Diciassettesima domenica del tempo ordinario

Quando il Signore ci dona anche quello che non chiediamo


1Re 3,5.7-12 Rm 8,28-30 Mt 13,44-52

Salomone esaltato dalla Bibbia per la sua sapienza. Il primo libro dei Re, che narra la sua storia, ne parla in termini appassionati: Dio concesse a Salomone sapienza e intelligenza molto grandi e una mente vasta come la sabbia che sta sulla spiaggia del mare. La sapienza di Salomone superava la sapienza di tutti gli orientali e tutta la sapienza dEgitto []. Da tutte le nazioni venivano per ascoltare la sapienza di Salomone (5,9-10.14). Dio loda Salomone perch ha saputo scegliere saggiamente fra le molte cose che avrebbe potuto chiedere. Dice il Signore al giovane re: Chiedimi ci che vuoi che io ti conceda (1Re 3,5). E Salomone: Concedi al tuo servo un cuore docile perch sappia rendere giustizia al tuo popolo (3,9). Il giovane re chiede un cuore docile e la sapienza per governare, nullaltro. Per la Bibbia il cuore docile luomo dalla coscienza disponibile, disinteressata, docile a Dio e alle esigenze di giustizia, luomo in altre parole dedito al bene di tutti e non interessato al proprio tornaconto. Cos il giovane Salomone: non chiese la ricchezza, n una lunga vita, n la morte dei suoi nemici. Naturalmente non si tratta soltanto di preghiera, ma di vita; la preoccupazione della giustizia e del regno deve essere dominante nella vita, non soltanto nella preghiera. E cos facendo non che il resto la salute, il benessere, il prestigio vengano a mancare, tuttaltro. Il resto manca piuttosto quando ci si aanna nella vita per valori secondari, capovolgendo
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lordine delle cose: quando la preoccupazione fondamentale diviene la ricchezza, la lunga vita o il prestigio, allora tutto si corrompe. Al contrario, quando i valori fondamentali sono aermati, allora nulla veramente perduto, come avvenne per Salomone: Ti concedo anche quanto non hai domandato, cio ricchezza e gloria come a nessun altro fra i re (3,13). Le due piccole parabole del tesoro e della perla che costituiscono la parte principale del Vangelo di oggi (cf. Mt 13,44-52) completano il discorso iniziato. Sono tre gli elementi che costituiscono il centro della parabola della perla e del tesoro: leccezionale valore del ritrovamento, la pronta e radicale decisione dei due personaggi, la loro gioia. Il contadino che ha trovato il tesoro e il mercante che ha trovato la perla vende tutti i suoi averi (vv. 44.46) ma non c alcun rimpianto in questo loro vendere tutto: non si sottopongono a un sacricio, anzi fanno un aare. Un vero e proprio colpo di fortuna che nessuno che abbia appena un po di buonsenso si lascerebbe sfuggire. Cos del regno di Dio: ti capita davanti allimprovviso, e la sola cosa intelligente approttarne. Le nostre due parabole evangeliche insegnano che la conversione che pure esige pronto e radicale distacco nasce dallaver trovato. gioiosa. Nasce dallesperienza di un dono inaspettato e sorprendente, da un incontro che allarga il cuore: appunto la lieta notizia del regno. Per questo il vero convertito non dice ho lasciato ma ho trovato; non dice ho venduto il campo ma ho trovato un tesoro. Il vero discepolo non parla molto di ci che ha lasciato, racconta sempre di ci che ha trovato. E non invidia nessuno, si ritiene fortunato. Certamente per seguire Cristo occorrono decisione, abbandono senza riserve e adesione senza rimpianti; riguardo a questo le due parabole parlano chiaro: vendere tutto. Ma rimane il fatto che questo vendere tutto avviene in unatmosfera di gioia. Il Vangelo vede il di161

stacco come un recupero di umanit, giustamente: si lasciano gli idoli falsi e alienanti per seguire Dio e ci di cui abbiamo veramente bisogno. Il ritorno a Dio un ritorno a casa, un ritorno alla propria autenticit. Le cose da vendere sono le cose inutili, alienanti, le cose che ci deludono, ci dividono e ci impediscono di godere della libert e della fraternit. Limportante nella vita saper scegliere con decisione, costi quello che costi: importante orientarsi davvero verso qualcosa che valga, come il mercante che ha saputo vendere tutto per acquistarsi il tesoro. Il rischio sempre quello di orientarsi verso cose che non meritano il nostro sforzo. Certo, orientarsi verso il regno di Dio e i grandi valori che lo costituiscono signica anche rinunciare a molto, si tratta per di una rinuncia che in nessun modo perdita ma, al contrario, un aare. Per questo il mercante va e pieno di gioia vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Importante e signicativo quel pieno di gioia (v. 44). A questo punto della riessione si corre sempre un pericolo, quello cio di pensare frettolosamente che le provocazioni del Vangelo, quelle senza mezzi termini, siano valide semplicemente per alcune vocazioni particolari. La nostra fede, pensiamo, quella che (le parabole di Ges sembrano supporne molta, mentre la nostra scarsa) e le condizioni nelle quali siamo costretti a vivere sono quelle che sono: come possiamo vendere tutto per il regno? Sembra un ragionamento dettato dal buonsenso, e invece una tentazione. Le parole del Vangelo, anche l dove sono dure e radicali, sono rivolte a tutti. Sono una sda al buonsenso di molti, ma sono una sda da raccogliere: sono parole da coltivare dentro di noi, accettandone linquietudine e la forza di consolazione, e non parole da relegare sbrigativamente nella sfera dellimpossibile. Almeno ci resta la possibilit di divenire uomini disponibili, pronti ad approttare di tutte quelle occasioni che le condizioni
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in cui viviamo e la nostra poca fede, nonostante tutto, ci lasciano. Luomo evangelico nel contempo coraggioso e realista; punta al massimo, ma accetta di fare un passo dopo laltro. proprio questo passo dopo laltro che non ci decidiamo a fare.

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Diciottesima domenica del tempo ordinario

Alle prese ogni giorno con mille inutili affanni


Is 55,1-3 Rm 8,35.37.39 Mt 14,13-21

Il brano profetico di Isaia si colloca nel periodo storico dellesilio a Babilonia. Il suo messaggio rivolto agli ebrei deportati i quali, ormai logorati dal lungo esilio, rischiavano di perdere ducia nella parola di Dio e di aannarsi, di conseguenza, a costruire a modo loro una sistemazione e un benessere in terra straniera. A tutti costoro il profeta ricorda lecacia e la solidit della parola di Dio: Secca lerba, il ore appassisce, ma la parola del nostro Dio dura sempre (40,8). E insieme a questa fondamentale certezza (la parola di Dio merita sempre ducia!) un avvertimento altrettanto importante: Cercate il Signore [] invocatelo []. Lempio abbandoni la sua via e luomo iniquo i suoi pensieri (55,6-7). in questo preciso contesto che si inserisce il nostro passo (cf. 55,1-3), un pressante invito alla conversione, a mutare posizione, a porre di nuovo la propria ducia nel Signore. Agli esiliati delusi e aannosamente impegnati nella ricerca di un benessere inconcludente, il profeta chiede: Perch spendete denaro per ci che non pane, il vostro guadagno per ci che non sazia (v. 2)? Un interrogativo che contemporaneamente constatazione e rimprovero. Stupidamente gli uomini si aannano per cose che non concludono, e consumano tempo e vita in cerca di soluzioni che lasciano intatto il problema. una fotograa degli ebrei esiliati, ma anche una descrizione degli uomini di ogni tempo. appunto questa dimensione universale che rende il passo del profeta attuale ancor oggi.
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In questa realistica descrizione di come troppe volte gli uomini impostino male lesistenza, non si trascuri unannotazione che il profeta considera importante, tanto da ripeterla: il benessere che luomo cerca legato al denaro, mentre la salvezza di Dio gratuita (Voi che non avete denaro, venite [] comprate senza denaro, senza pagare [] perch spendete denaro?, vv. 1-2). La ricerca di un senso della vita fondato sul denaro favorisce i pi fortunati, i pi ricchi, e trasforma lesistenza in competizione, si nisce col vedere in ogni fratello un concorrente. Non cos la salvezza di Dio che invece gratuita e per tutti, e non divide ma unisce. Con la sua serie di imperativi (Ascoltatemi []. Porgete lorecchio [], ascoltate, vv. 2-3), il nostro passo non dice altro che questo: ascoltare Dio signica sottrarsi al fascino di ricerche insignicanti e devianti per orientare con decisione il proprio spirito verso quei valori che davvero contano e che soli sono in grado di dare un senso alla vita; valori quali lamore, la passione della verit e della giustizia, la fede, la ricerca di Dio, tutti valori che non sono legati al denaro n ad altri criteri competitivi, e la cui ricerca non pone gli uomini luno contro laltro, ma li rende fratelli. Soltanto a unesistenza cos impostata assicurata la promessa: Mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti [] vivrete (vv. 2-3). Dietro i simboli del pane e dellacqua, del vino e del latte la Bibbia vede i grandi bisogni delluomo la sua vera fame la sua vera inquietudine! che nessun aanno e nessuna agitazione riescono a soddisfare ma che solo Dio pu placare. La ricerca del benessere si mantenga nelle debite proporzioni, bastano le cose necessarie, il di pi appesantisce e anzich risolvere il problema dellesistenza ne fa svanire il senso. Invece di agitarsi in tentativi aannosi e inconcludenti, il profeta invita gli esiliati a convertirsi e a porre di nuovo la loro ducia nella promessa di Dio.
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E questo insegnamento luomo tormentato da una fame e da una sete che soltanto Dio in grado di saziare si ritrova anche nel racconto evangelico (cf. Mt 14,13-21): la folla segue Ges non per il pane ma per ascoltare la sua parola. Al primo posto, dunque, lascolto della Parola! Ma alla folla che lo ha seguito per ascoltarlo, Ges dona anche il pane, perch sent compassione per loro (v. 14). La compassione di Ges trasparenza della compassione di Dio un sentimento ricco di sfumature: latteggiamento di chi si sente coinvolto e responsabile, un atteggiamento fatto di simpatia, amore e misericordia. a partire da questo sentimento che si comprendono tutti i gesti di Ges che il brano evangelico puntualmente racconta. Ges d un ordine ai discepoli, prega e ringrazia, moltiplica i pani, li spezza e li consegna ai discepoli perch li distribuiscano. Ges recit la benedizione (v. 19): questo latteggiamento pi autentico delluomo di fronte a Dio, alle cose e ai fratelli. Benedire signica riconoscere che le cose sono un dono di Dio e, quindi, ringraziare: doni di Dio da gustare nella gioia. Ma anche da condividere, perch Dio li ha creati per tutti i suoi gli, non solo per alcuni. I discepoli si preoccupano della folla, ma credono che debba essere la folla stessa a risolvere il problema: Congeda la folla perch vada nei villaggi a comprarsi da mangiare (v. 15). Ges invece coinvolge i discepoli e li impegna. Tocca a loro risolvere il problema: Voi stessi date loro da mangiare (v. 16). Un ordine impossibile: Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci (v. 17). Ma nulla impossibile a Dio. Ges prende il poco che i discepoli hanno e lo moltiplica: nelle sue mani il poco diventa molto, il pane spezzato diventa abbondante. In sostanza Ges vuole che il comprare venga sostituito con il condividere, e questo signica che devono cambiare le relazioni fra te e gli altri, fra te e le cose. Tu sei responsabile dellaltro e perci personal166

mente coinvolto nel suo bisogno. Il problema del pane per tutti problema tuo, non soltanto degli aamati, e le cose che possiedi fossero pure soltanto cinque pani e due pesci sono beni di Dio da godere con gli altri, non a dierenza degli altri. Lo schema del comprare crea i fortunati e gli sfortunati, alcuni hanno molto, altri poco, altri nulla. Occorre passare dal comprare al condividere. Se anche paradossalmente i discepoli avessero comprato col loro denaro il pane da distribuire, avrebbero compiuto un gesto di carit, non un segno che introduce nei rapporti una logica dierente. Ges che fa il miracolo, ma non lui che distribuisce il pane alle folle: Li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla (v. 19). unimmagine della chiesa: Cristo che dona la Parola e la vita, ma tutto passa fra le mani degli uomini che lo rappresentano.

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Diciannovesima domenica del tempo ordinario

La forza che nasce dalla fede


1Re 19,9a.11-13a Rm 9,1-5 Mt 14,22-33

Il profeta Elia compare nella Bibbia allimprovviso. Elia, il Tisbita, disse ad Acab: Per la vita del Signore, Dio di Israele, alla cui presenza io sto (1Re 17,1). Il grande profeta gi tutto racchiuso in questa semplice battuta introduttiva: egli sta davanti al Signore tutto proteso nellaermare lassoluto dominio di Dio su Israele. Dio lunico Signore e Israele non pu servire due padroni; occorre decidersi, stare da una parte o dallaltra: Fino a quando saltellerete da una parte allaltra? Se il Signore Dio, seguitelo! Se invece lo Baal, seguite lui (1Re 18,21). Questa intransigenza del profeta, che non tollera alcun compromesso fra il vero Dio e gli idoli, fra lobbedienza al Signore e lossequio al mondo, incontra lincomprensione del popolo (il racconto annota che alla sua domanda Fino a quando saltellerete da una parte allaltra? il popolo non gli rispose nulla!) e, soprattutto, laperta ostilit della corte favorevole invece a una politica religiosa di compromesso. In questo contesto Elia ci viene presentato come uomo impavido e irruente che non esita ad arontare da solo il re e il popolo: Io sono rimasto solo come profeta del Signore, mentre i profeti di Baal sono quattrocentocinquanta (1Re 18,22). E tuttavia questo grande profeta solitario e coraggioso anche un uomo, e quando la regina Gezabele lo minaccia di morte, fugge impaurito nel deserto, si accascia sotto un cespuglio di ginepro dubitando persino della sua missione e del destino di Israele, e
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augurandosi la morte. Ma poi forticato dal cibo di Dio cammin quaranta giorni e quaranta notti no al monte di Dio (1Re 19,8), ed qui che il Signore gli apparve nella brezza allimboccatura della caverna. Dio non si manifesta a Elia nei fenomeni naturali grandiosi e violenti vento, terremoto, fuoco ma nel sussurro di una brezza leggera (letteralmente voce di un sottile silenzio, 1Re 19,12) quasi a signicare la dolcezza, lintimit e la spiritualit della sua presenza. Dio non nei fenomeni naturali (uragano, terremoto, fulmini) dove volentieri lo ponevano i pagani, Dio non si lascia imprigionare da nessuno degli elementi che ha creato, Dio nel cuore delluomo. Nellepisodio evangelico (cf. Mt 14,22-33) si narra di unaltra manifestazione divina. Ges ordina ai discepoli di precederlo sullaltra sponda mentre si congeda dalla folla per poter rimaner solo a pregare. Non certo possibile penetrare tutto il segreto di questa sua preghiera solitaria ma forse si pu rilevare come la sua preghiera nascesse come da una triplice esigenza. Ges sa di essere glio di Dio e questa sua gioiosa consapevolezza si esprime nel colloquio col Padre: la preghiera la sua identit pi profonda che si traduce in consapevolezza e in colloquio. Ges uomo si confronta col Padre e con la sua parola per ritrovare costantemente la nitidezza e il coraggio della propria via. E inne Ges prega il Padre, in solitudine, perch solo il Padre in grado di comprenderlo e di colmare la sua sete di amore. Ges ama gli uomini, ha una comunit di discepoli, ma gli uomini e la comunit non gli bastano: egli glio di Dio, egli desidera il Padre. Certamente la preghiera di Cristo una preghiera unica, originale e irripetibile, tuttavia anche il modello della nostra. Anche per noi la preghiera , anzitutto, laorare alla coscienza della nostra condizione di gli ed un confronto con una parola che ci indica la strada. lespressione della nostra solitudine e della
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nostalgia di Dio: c al fondo di noi stessi qualcosa che solo Dio pu capire e che solo il Padre pu soddisfare. La barca sballottata dal mare in tempesta, la paura dei discepoli, le parole di Ges e il grido di Pietro, tutto questo fa capire che lepisodio vuole essere un simbolo della comunit cristiana alle prese con la persecuzione e con la paura. Ma n lannotazione iniziale sulla preghiera di Ges, n la professione nale dei discepoli, n levidente coloritura ecclesiale dellepisodio costituiscono il centro del racconto, che si trova invece tutto racchiuso nel gesto di Pietro quasi un miracolo nel miracolo e nel dialogo fra lui e il Signore. Pietro cammina sulle acque come Ges, ma non per potenza propria, la sua possibilit dipende unicamente dalla parola del Signore (Vieni!) e la sua forza sta nella fede. questa la grande lezione: la forza del discepolo sta tutta nella sua fede in Ges. Aggrappato a questa fede, il discepolo pu ripetere gli stessi miracoli del suo Signore, ma se questa fede si incrina (Uomo di poca fede, perch hai dubitato?, v. 31), il discepolo diventa facile preda delle forze del male e soccombe nella tempesta; senza pensare a situazioni particolarmente eccezionali si pu dire, pi semplicemente, che senza la fede la parola del discepolo, come la sua vita, diventa sterile e sbiadita. Lo stupore dei discepoli e la loro professione di fede (Davvero tu sei glio di Dio, v. 33) con cui si chiude lepisodio sono comprensibili. Comandare alla tempesta e alla furia del mare era considerato da tutto lAntico Testamento come una prerogativa esclusiva di Dio. I discepoli intravedono che la potenza della divinit nascosta in un uomo che sta con loro.

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Ventesima domenica del tempo ordinario

Dio di tutti
Is 56,1.6-7 Rm 11,13-15.29-32 Mt 15,21-28

Dio di tutti e non fa dierenze di persone: potrebbe essere questo il titolo delle letture liturgiche. Il profeta Isaia (cf. 56,1.6-7) ricorda a Israele sempre tentato di contrapporsi agli altri popoli e di dividere il mondo in due, il popolo di Dio e gli stranieri che Dio guarda alla pratica della giustizia e del diritto, non allappartenenza a un popolo o a un altro, a una nazione o a unaltra. Il tempio di Gerusalemme non il segno che Dio si ricorda di Israele e si dimentica degli altri, al contrario, il segno che Dio vuole che Israele diventi un punto di convergenza: La mia casa si chiamer casa di preghiera per tutti i popoli (v. 7). Il Vangelo (cf. Mt 15,21-28) ribadisce la stessa idea: Ges compie gesti di salvezza in territorio straniero (la zona di Tiro e di Sidone, v. 21), in favore di una donna pagana. Ai suoi discepoli che lo esortano a esaudire la richiesta della donna straniera, Ges prima aerma di essere venuto anzitutto per Israele, poi la salva: un gesto preguratore. Il Vangelo aperto anche ai pagani, ma c di pi: non soltanto aperto ai pagani, ma alle volte si trova pi fede in mezzo a loro che allinterno della comunit ebraica. un pensiero, questo, che nel Vangelo di Matteo ritorna con sorprendente frequenza: i magi vengono da lontano a cercare Ges, mentre Erode e gli abitanti di Gerusalemme lo riutano (cf. Mt 2,1-12); Dio pu far sorgere gli di Abramo anche dalle pietre (cf. Mt 3,9); il centurione pagano ha pi fede degli israeliti (cf. Mt 8,10); gli abitanti di Ninive e

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la regina del Sud sono pi disponibili di questa generazione (cf. Mt 12,38-42). Per quanto riguarda lepisodio evangelico, il gioco delle domande e delle risposte tra Ges e la donna verte sul posto che i pagani occupano nel disegno di Dio: i gli sono gli ebrei, i cagnolini sono i pagani. Ges giustica il suo riuto appellandosi al piano di Dio, come se questo piano contemplasse un prima (i giudei) e solo eventualmente dopo un poi (i pagani). Questo era il modo di pensare corrente, ma la donna riprende limmagine di Ges e la sviluppa, capovolgendola. Non riuta la priorit di Israele, per ricorda che anche i pagani hanno un posto. C modo e modo di intendere la priorit. Anche lamore di Dio pu avere le sue priorit, ma si tratta sempre di priorit che non separano e non escludono. Se i gli sono i primi non per escludere gli altri, ma per far posto anche agli altri. E cos per la parola di una donna pagana la priorit che Israele vantava, viene allargata e puricata. E Ges lo riconosce e ne d atto, come se quella donna pagana lo avesse in un certo senso illuminato: anche dai pagani pu venire una parola di verit.

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Ventunesima domenica del tempo ordinario

Le chiavi del vero potere


Is 22,19-23 Rm 11,33-36 Mt 16,13-20

Il passo del profeta Isaia (cf. 22,19-23) parte di una serie di oracoli contro personaggi a cui Dio rivolge i suoi rimproveri e annuncia che porr le chiavi di casa sua (Israele) nelle mani di chi giudicher degno. Sebna, sovrintendente del palazzo, verr sostituito da Eliakim servo di Dio, il quale si dimostrer un servitore perfetto per la casa di Giuda e per gli abitanti di Gerusalemme, quindi degno di portare sulla spalla la chiave della casa di Davide (v. 22). Non ci vuole molta fantasia per vedere prolarsi, in questa sostituzione di ruoli, la gura del Cristo, vero servitore della casa di Davide e vera gloria del Padre. Da Dio ricever ogni potere ma sulla terra questo potere verr delegato a Pietro il pescatore, come racconta lepisodio evangelico (cf. Mt 16,13-20). Ges stesso che prende liniziativa di interrogare i discepoli intorno alla propria persona: La gente, chi dice che sia il glio delluomo? [] E voi, chi dite che io sia? (vv. 13.15). Per rispondere alla domanda, la gente ricorre a note gure del passato: Giovanni Battista, Elia, Geremia, un profeta, cos cogliendo in qualche modo la grandezza di Ges, senza tuttavia scorgerne la profonda originalit. Non si pu esprimere il signicato di Ges ricorrendo a schemi interpretativi gi conosciuti: qui sta la grandezza di Pietro che va oltre la folla ed esprime con assoluta chiarezza la messianicit e la liazione divina di Ges. Il Vangelo si premura di annotare che questa fede non viene da sangue e carne, ma dal Padre.
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dono. solo la luce che viene da Dio che in grado di far comprendere il mistero profondo di Ges. Il brano evangelico non solo interessato alla gura di Ges, ma anche alla chiesa. Ci dice anzitutto che la chiesa appartiene a Cristo, La mia chiesa, e ne sottolinea la perenne stabilit: la chiesa come una casa costruita sulla roccia, anche se poggia apparentemente sulla fragilit degli uomini Le potenze degli inferi non prevarranno su di essa (v. 18) . Una stabilit sicura ma tormentata. Viene anche suggerito che allinterno della chiesa si troveranno sempre dei peccatori, per questo la comunit ha bisogno di legare e sciogliere: continua il peccato e deve perci continuare il perdono. Il ruolo di Pietro nella chiesa viene descritto ricorrendo a tre metafore: la roccia, le chiavi, legare e sciogliere. Insieme queste tre metafore illustrano molto bene la funzione di Pietro: lui la roccia che tiene salda la casa, il punto attorno al quale si forma lunit della comunit; egli ha una vera e piena autorit a lui sono adate le chiavi e inne pu proibire e permettere, separare e perdonare, prerogative che lungo la Bibbia sono attribuite al messia. Lautorit di Pietro, dunque, vicaria: Pietro limmagine di un altro, di Cristo, che il vero Signore della chiesa, ma proprio perch immagine di Cristo, lautorit di Pietro piena e indiscussa, sottratta persino alla sua personale santit.

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Ventiduesima domenica del tempo ordinario

La solitudine del giusto e i silenzi di Dio


Ger 20,7-9 Rm 12,1-2 Mt 16,21-27

Geremia fu una gura impopolare, costretto a dire cose che nessuno voleva sentire, contestato da altri profeti (falsi profeti!) che invece dicevano parole pi gradite. Geremia ha sempre preso posizione contro tendenze che egli giudicava inconciliabili con la fede in Dio, predicando cose che lautorit e il popolo giudicavano, a loro volta, incompatibili con la fedelt della nazione. Per le sue posizioni che denunziavano popolo e autorit e disapprovavano la politica uciale Geremia ha vissuto una continua persecuzione. In questa dolorosa situazione il profeta ci apre il suo intimo, e cos veniamo a conoscere le soerenze, le delusioni, le crisi di un autentico uomo di fede. Si tratta di preghiera (cf. 20,7-9) non di semplice sfogo. Il profeta sperimenta lemarginazione da parte degli uomini e, ancora pi sconvolgente, il silenzio di Dio. Certo, un silenzio apparente, ma ugualmente pesante; una duplice solitudine: di fronte al popolo (che ama profondamente) e di fronte a Dio (per servire il quale ha tutto lasciato). Lemarginazione gli pesa ed ingiusta. Nessuna meraviglia se sorprendiamo il profeta a interrogarsi sulla sua vocazione e a lamentarsi con il suo Dio: Mi hai sedotto, Signore, e mi sono lasciato sedurre []. Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno; ognuno si fa bea di me (v. 7). Non che il profeta sia veramente pentito della scelta fatta, i suoi propositi di abbandono sono soltanto il segno di un momentaneo smarrimento. La fedelt alla sua voca175

zione e lattaccamento al proprio Dio non sono veramente in discussione. Pi semplicemente, in questi momenti di abbattimento, il profeta desidererebbe un po di comprensione almeno da parte del suo Dio, ma anche da l viene (o sembra venire) la solitudine. il lamento-preghiera di un uomo che ha messo in gioco tutto se stesso, che paga, che vorrebbe che almeno Dio fosse dalla sua parte (ma alle volte anche Dio sembra da unaltra parte). una preghiera-discussione. Ma questo non tutto. Il profeta sperimenta con altrettanta forza la gioia e la sicurezza. Discute con il suo Dio e vorrebbe abbandonare tutto: Mi dicevo: non penser pi a lui, non parler pi nel suo nome (v. 9); ma poi scopre nel profondo della sua anima una fedelt che non gli permette di smettere, un amore alla Parola che nessuna smentita riesce a distruggere: Ma nel mio cuore cera come un fuoco ardente []; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo (v. 9). E riprende di nuovo la sua strada. La vicenda personale di Geremia pregura direttamente la sorte di Ges. Il primo annuncio della passione (cf. Mt 16,21-27), seguito poi da altri due, cade nel momento in cui Ges, a causa dellincomprensione della folla e dellopposizione sempre pi violenta dellautorit, si concentra nella formazione dei discepoli (il suo piccolo gregge) e prosegue, sempre pi solo, verso la croce. Egli comprende che il suo cammino deve passare attraverso la solitudine, proprio come Geremia. Ges consapevole di andare incontro a una morte violenta, ma sa anche che essa un fatto salvico che rientra nel piano di Dio e non semplicemente la conclusione, facile a prevedersi, di una storia di opposizioni e lo dichiara apertamente. Tuttavia, a questo punto del cammino nasce un nuovo tipo di incomprensione, che non pi quello della folla ma dei discepoli. Essi sono pronti a riconoscere la
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messianicit e la divinit di Ges, ma non la via della croce che egli intende percorrere. E cos Ges rimprovera Pietro con gli stessi termini rivolti a Satana nel deserto: Va dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo (v. 23). In eetti la stessa tentazione: unopzione messianica che scarta le vie di Dio ritenute fallimentari, per ripiegarsi su quelle degli uomini considerate ecienti. Nella gura esemplare di Pietro sono presenti le due facce del discepolo, quella che riconosce il glio di Dio e quella che reagisce di fronte alla croce. sorprendente che a ognuna delle tre predizioni della passione faccia seguito, in un modo nellaltro, una incomprensione dei discepoli: quella di Pietro, quella dei discepoli che discutono intorno al pi grande e inne quella di Giovanni e Giacomo che si contendono il primo posto. La solitudine di Ges dunque totale: non solo le folle, ma anche i discepoli non capiscono. Eppure nonostante lincomprensione dei suoi discepoli e la solitudine cui va incontro, Ges non cambia una virgola del suo discorso anzi, lo applica senza addolcimenti agli stessi discepoli: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua (v. 24). Per essere discepoli non basta riconoscere che Ges messia e glio di Dio (e quale Dio?). Occorre accettare e condividere la sua prassi, ecco ci che fa la vera identit del discepolo. certamente dicile, ma questo resta il vero spartiacque tra fede e non fede, fra cristiano e no. Il discepolo deve rinnegare se stesso (la parola dura, ma esprime molto bene il pensiero di Ges), deve cio accettare, a dierenza di quanto ha fatto Pietro, il progetto messianico della croce, capovolgendo in tal modo limmagine di Dio che si costruito e convertendo radicalmente le speranze che ha coltivato. A ragione si pu dunque parlare di rinnegamento o, in altri termini, il discepolo deve progettare lesistenza nella prospettiva della donazione e della solidariet, non del possesso: Chi vuole salvare
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la propria vita la perder; ma chi perder la propria vita per causa mia, la trover (v. 25). Pietro e gli altri, dunque, non compresero e successivamente il Vangelo ci dir che fuggirono, tuttavia restano il nostro modello. Quando decisero di mettersi alla sequela di Ges lo immaginavano diverso, avevano altre idee, altre speranze; tutte cose che Cristo ha fatto man mano crollare. Eppure, nonostante le paure, le molte incomprensioni e le esitazioni, hanno continuato a seguirlo! Insieme alle loro speranze e ai loro timori, avevano anche, e con radici pi profonde, qualcosaltro, un elemento fermo, irrinunciabile, decisivo: lattaccamento al loro Signore. questo attaccamento che fa di un uomo, nonostante tutto, un discepolo, cio un uomo che segue il suo Signore in fondo lunica cosa che gli importa! dovunque e comunque.

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Ventitreesima domenica del tempo ordinario

Il coraggio di dire la verit (anche quando fa male)


Ez 33,1.7-9 Rm 13,8-10 Mt 18,15-20

Come ogni vero profeta, Ezechiele un uomo profondamente unicato: tutte le tensioni, le contraddizioni, i molteplici aspetti della sua personalit, tutto trova unit nella indiscussa obbedienza alla sua vocazione. Egli la sentinella dIsraele con lincarico di vigilare su tutto il popolo: una responsabilit di cui consapevole e della quale sa di dover rendere conto al Signore. Ma cosa signica essere sentinella dIsraele? Quali le funzioni da svolgere? I compiti sono molti ma il brano (cf. 33,7-9) ne fa emergere in particolare uno: richiamare ciascuno alla propria responsabilit. La tentazione di scaricare sugli altri la responsabilit delle situazioni nelle quali si vive era grande al tempo di Ezechiele, com grande anche oggi. La teologia ebraica sempre stata molto sensibile agli aspetti comunitari della responsabilit, molto meno invece agli aspetti individuali e personali. Al tempo di Ezechiele circolava una specie di proverbio: I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei gli si sono allegati (Ez 18,2), in altre parole, i nostri padri hanno sbagliato e noi ne portiamo le conseguenze. Questo proverbio, pur avendo la sua parte di verit, era molto dannoso in quanto in alcuni suscitava ribellione contro lingiustizia di Dio: perch dobbiamo sorire noi per i peccati dei padri? Per tutti diventava una scusa: se la catastrofe arriva, la colpa dei padri, non nostra, noi non possiamo fare nulla, non dobbiamo cambiare nulla.
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Di fronte a questa mentalit il profeta ribatte che ogni generazione responsabile di se stessa, e cos ciascun individuo. Il passato pu essere un ostacolo, ma non una prigione. E questo vale anche per la societ, per le sue strutture, per tutto. Come nulla mai denitivamente al sicuro, tanto che il giusto pu perdere in ogni istante la sua giustizia, allo stesso modo nulla mai denitivamente perduto, e il peccatore pu sempre convertirsi dal suo peccato. Sussiste la possibilit di modicare le situazioni, limportante che luomo non si sottragga al dramma della sua responsabilit. Passando al Vangelo (cf. Mt 18,15-20), la prima cosa che ci ricorda che ciascuno di noi chiamato a essere sentinella nella comunit. Il vero amore non fatto di silenzio, non lascia le situazioni e le persone cos come sono. Amare veramente i fratelli signica aiutarli a crescere. Se il tuo fratello commetter una colpa contro di te (v. 15). Nella comunit sono ancora presenti le rivalit, gli scandali e i peccati. Come comportarsi di fronte a tutto questo? Ci viene detto che nella comunit si deve respirare unaria di mutua sollecitudine e di fraterna correzione. Ges sembra ispirarsi a un passo del Levitico: Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, cos non ti caricherai di un peccato per lui (19,17). Una correzione franca ma insieme paziente e discreta, per gradi: a quattrocchi, dinanzi a uno o due testimoni, dinanzi allintera comunit riunita. La correzione cristiana sempre in vista del perdono. uno sforzo di ricerca degli smarriti per ricondurli al ravvedimento, dunque un modo concreto di mettere in pratica linsegnamento della parabola della pecora smarrita e del pastore che va alla sua ricerca. Non possibile unaltra prospettiva, lamore e il perdono precedono: la correzione nasce dallamore. Si corregge perch si ama, altrimenti che diritto avremmo di corregge180

re? Lamore allinterno della comunit deve essere come lamore del Cristo, e il Cristo ci ha amati per primo, cos come siamo, e per questo ci corregge. Ma altrettanto vero che nel brano evangelico ci sono parole dure: Se non ascolter neanche la comunit, sia per te come il pagano e il pubblicano (v. 17). Parole forti, che per non vanno tolte dal contesto dellintero discorso che , appunto, di correzione e perdono. La comunit deve mostrarsi attenta pur accogliendo i peccatori alla propria purezza: non tutto accettabile, non tutto chiesa. La comunit deve prendere le distanze dal peccato, che la ferisce dentro e fuori: allinterno, perch costituisce motivo di scandalo per molti (soprattutto per i piccoli) e indebolisce la vita dellintera comunit, impedendole di produrre quei frutti a cui chiamata; e allesterno, perch non le consente di apparire come un segno innalzato fra le nazioni, di essere cio lanticipo del mondo nuovo puricato e fraterno. In questo senso la reazione al peccato fa parte del perdono. Cos ha fatto Ges e cos deve fare la comunit. Due sono gli atteggiamenti da assumere: di condanna (il peccato viene denunciato) e di perdono (i peccatori sono accolti). Ma anche in questa prospettiva di denuncia, che pu giungere sino alla scomunica, non si dimentichi che lo scopo sempre quello di aiutare il fratello a prendere coscienza del suo stato perch possa, di conseguenza, ravvedersi. lunico scopo possibile. Come potrebbe accadere diversamente nella chiesa che chiamata a imitare il pastore che va in cerca della pecora smarrita? Il brano si chiude con una solenne parola di Ges che, nelleconomia del discorso, sembra ad alcuni una specie di parentesi, ma non lo . invece una parola di grande importanza: Se due di voi sulla terra si metteranno daccordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che nei cieli gliela conceder (v. 19). Queste parole non sono una parentesi ma fanno organicamente
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parte del discorso. La preghiera comune, infatti, frutto ed espressione di fraternit, e al contempo mezzo che la costruisce. Costruisce la comunit. Ma perch questo avvenga si esige una duplice unit: pregare insieme e formulare la medesima domanda. E non si trascuri che le parole di Ges (e non tutti sembrano avvertirlo) sono pi ampie del caso della preghiera comune: Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, l sono io in mezzo a loro (v. 20). Non si tratta semplicemente delle riunioni di preghiera, ma di qualsiasi riunione che avvenga nel nome di Cristo. Il testo greco ha una sfumatura di movimento: Cristo presente l dove gli uomini si incontrano per costruire qualcosa che lo riguarda (la preghiera, la correzione fraterna, la giustizia).

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Ventiquattresima domenica del tempo ordinario

Perch il perdono resta larisposta pi giusta


Sir 27,33-28,9 Rm 14,7-9 Mt 18,21-35

ancora diusa lopinione che fra la morale dellAntico Testamento e quella del Nuovo ci sia come un salto netto: nellAntico la vendetta, nel Nuovo il perdono. una convinzione sbagliata. Ges non venuto ad abolire, ma a portare a compimento, e il suo messaggio morale nasce sulle radici di Israele, di cui abbandona le scorie conservandone per tutta la saggezza. come quando si osserva un ore: lo diresti estraneo alle sue radici e invece il prodigio che quelle radici hanno faticosamente e lentamente costruito. La strada che ha fatto progredire la sapienza di Israele in direzione del Vangelo la strada della meditazione su Dio, il cui comportamento apparve sempre pi come un continuo perdono. E se Dio perdona, come pu luomo non perdonare a sua volta? appunto in questa ottica religiosa che il passo del Siracide deve essere letto (cf. 27,33-28,9). Il suo lo conduttore un continuo parallelo fra il modo con cui Dio si comporta nei nostri confronti e il modo con cui noi dobbiamo, a nostra volta, comportarci verso i nostri fratelli: Chi si vendica subir la vendetta del Signore (28,1); Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come pu chiedere la guarigione al Signore? (28,3). Pensieri molto simili sono ripetutamente presenti anche nel Vangelo: Beati i misericordiosi, perch troveranno misericordia (Mt 5,7), rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6,12).
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Ma anche queste aermazioni rischiano di trarci in errore: sembra quasi che il perdono di Dio sia condizionato dalla nostra capacit di perdono. E invece non cos: Dio ci ha gi perdonati, lui per primo, ed per questo che dobbiamo a nostra volta perdonare. un pensiero che anche il Siracide ha puntualizzato, Ricordati [] lAlleanza dellAltissimo e dimentica gli errori altrui (28,7) e che possiamo parafrasare cos: ricordati dellamore di Dio, del dono gratuito e immenso di cui sei oggetto, e di fronte a una simile fortuna come puoi ancora dar peso ai piccoli torti che subisci? il senso della parabola evangelica dei due debitori (cf. Mt 18,21-35): ottenuto il condono di un debito immenso, come ha potuto quel servo essere tanto gretto da non condonare a sua volta un debito insignicante? Tutto inverosimile in questa parabola, ma proprio per questo essa chiara nel suo signicato. Insegna che il perdono di Dio il motivo e la misura del perdono fraterno. Dobbiamo perdonare agli altri perch sarebbe inconcepibile tenere per noi un dono immenso gratuitamente ricevuto. Dobbiamo perdonare senza misura, perch Dio ci ha gi fatto oggetto di un perdono senza misura: dalla consapevolezza della gratuit del dono di Dio che nasce il perdono. La parabola viva e il contrasto fra i due quadri forte. Ci si aspetterebbe che il servo soprattutto dalla gioia e dalla gratitudine ritenesse normale perdonare a sua volta un piccolissimo debito. Ma cos non , non ha capito nulla, il perdono non lo ha rigenerato. C gente che crede che il perdono gli sia dovuto e non comprende che accettare di essere perdonati signica entrare in un circolo nuovo di rapporti, nel quale i criteri dello stretto dovuto diventano di colpo inadeguati. La conclusione della parabola (Cos anche il Padre mio celeste far a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello, v. 35) sembra con184

siderare lamore fraterno come una condizione previa per ottenere, a nostra volta, il perdono di Dio; come se fosse il nostro perdono a indurre Dio a perdonarci. Una simile impressione ci viene anche dal Padre nostro, Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6,12), e ci sembra di ritrovarla anche in un passo di Luca, in cui Ges dice a proposito della donna peccatrice: Sono perdonati i suoi molti peccati, perch ha molto amato (7,47). Sembra, dunque, a prima vista, che sia il nostro perdono la misura del perdono di Dio, ma in realt la prospettiva da capovolgere: il perdono fraterno la conseguenza del perdono di Dio. Il contrasto fra i due quadri della parabola, infatti, non ha come scopo principale quello di far vedere la diversit del comportamento divino nei confronti di un uomo che sa perdonare e nei confronti di un uomo incapace di perdonare, quanto piuttosto mostrare come sia degno di condanna il servo che non perdona dal momento che egli fu per primo oggetto del perdono divino. Il servo condannato perch tiene il perdono per s e non permette che il perdono ricevuto diventi gioia e perdono anche per il fratello.

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Venticinquesima domenica del tempo ordinario

La giustizia di Dio e il lamento delluomo


Is 55,6-9 Fil 1,20c-24.27a Mt 20,1-16

Il passo del profeta (cf. Is 55,6-9) si apre con un imperativo: Cercate il Signore, e poi subito aggiunge: mentre si fa trovare (v. 6). Unaggiunta importante che sottolinea due cose: la ricerca del Signore da intraprendere subito, mentre il momento favorevole, e questa ricerca possibile unicamente perch il Signore ha deciso di farsi trovare. Liniziativa sempre sua: non luomo che si avvicina al Signore, ma il Signore che si fa prossimo alluomo. La Bibbia infatti non usa molto il verbo cercare per luomo, pi spesso lo usa per Dio: Dio che cerca luomo, lo ama, gli parla, gli si avvicina. Tuttavia resta in ogni caso vero che anche luomo deve cercare il Signore, ma in che modo? Lempio abbandoni la sua via e luomo iniquo i suoi pensieri (v. 7), ecco il vero modo di cercare il Signore. Ma appena detto questo, il profeta apre alla ricerca di una nuova prospettiva che gi prepara allascolto della parabola del Vangelo: Le vostre vie non sono le mie vie []. Quanto il cielo sovrasta la terra [] tanto i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri (vv. 8-9). Ecco il punto: cercare Dio signica entrare in un diverso ordine di pensiero, in una superiore visione delle cose per la quale i criteri comuni non sono pi adeguati. La ricerca di Dio esige una rottura, un salto nei confronti degli schemi creati dal comune ragionamento: Le mie vie non sono le vostre, i miei pensieri non sono i vostri. Una rottura non soltanto nei confronti del ragionamento mondano ma anche, non raramente, verso
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una pratica religiosa caduta nella mediocrit del senso comune, prigioniera di abitudini teologiche e morali. Coraggio e decisione non bastano per la ricerca di Dio, occorre ancora prima la conversione della mente e del cuore. Per questo la parabola degli operai chiamati a tutte le ore (cf. Mt 20,1-16) rischia di disorientarci. Siamo molto sensibili (ed bene) alla giustizia nei rapporti sociali, ed ecco invece una parabola evangelica che ci presenta la gura di Dio impersonata da un datore di lavoro, il padrone della vigna, che sembra comportarsi in modo del tutto arbitrario: paga allo stesso modo chi ha lavorato unintera giornata e chi ha lavorato unora soltanto! Evidentemente la parabola non intende intrattenerci sui rapporti di lavoro e sui criteri di giustizia che li debbono regolare. Per questo semmai abbiamo a disposizione altre pagine bibliche; per esempio un passo forte e chiaro della lettera di Giacomo: Il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte agli orecchi del Signore onnipotente (5,4). La parabola mira, invece, a far riettere sui rapporti religiosi e parla della giustizia di Dio, non della giustizia sociale. Dunque, il proprietario di una vigna ingaggia dei braccianti per una giornata di lavoro. Ne assume alcuni alla prima ora del giorno, e il salario pattuito per unintera giornata di lavoro un denaro. Poi chiama anche altri lavoratori, a tutte le ore del giorno, perno unora prima della ne della giornata. Ma con gli operai dellultima ora come si comporter? La risposta quanto mai inattesa: il padrone d a tutti la stessa paga, anche agli ultimi. Cosa signica? Ges vuole forse insegnarci che Dio al di sopra dei nostri criteri di giustizia, sovranamente libero nel proprio agire? Molti lo pensano: mai luomo pu chiedere a Dio ragione del suo operato, mai pu avere nei suoi
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confronti dei diritti. Tuttavia ci sono anche altre interpretazioni (che elenco perch utili) antiche e nuove. Per alcuni antichi interpreti il motivo centrale della parabola costituito dalla chiamata: Dio chiama a ogni ora, quando crede e come crede. Il momento in cui arriva, se presto o tardi, non ha importanza, importante invece essere pronti, rispondere alla propria chiamata quando giunge, aerrare la propria unica occasione. Altri preferiscono sottolineare il fatto che il padrone incominci a pagare gli ultimi anzich i primi, particolare sottolineato anche esplicitamente dalla frase conclusiva: Gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi (v.16). Il regno rovescia le posizioni capovolgendo tutte le gerarchie di valori che luomo si costruito. Dio ha un metro diverso, preferisce i poveri ai ricchi, i peccatori ai farisei, gli umili ai sapienti. E il bene alle volte si trova l dove non te lo aspetti. Altre frasi evangeliche vanno in questa medesima direzione, per esempio: i peccatori, i pagani, le prostitute vi precederanno nel regno di Dio. Rileggendo nuovamente la parabola con attenzione ci si accorge che le spiegazioni nora proposte sono insucienti: hanno molto di vero, ma ancora non colpiscono il centro della parabola. Il racconto infatti non insiste sulla chiamata a tutte le ore, n, semplicemente, sul fatto che gli ultimi sono stati chiamati per primi, evidenzia invece il fatto che anche gli ultimi furono pagati come i primi. Dobbiamo dunque concentrarci sul vero paradosso della parabola: perch il padrone d a tutti la stessa paga? Ingiustizia? La risposta: non ingiustizia, ma proclamazione della misericordia divina, rivelazione della sua grazia. Le sue vie non sono le nostre, e la sua bont non cessa di sorprenderci. Per con unaggiunta importante: la proclamazione della grazia non rivolta ai peccatori (perch si consolino di fronte alla misericordia di Dio), ma ai giusti, agli operai della prima ora, perch non si sentano defraudati di fronte
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alla liberalit di Dio, ma al contrario siano stimolati a imitare la generosit di Dio, a farne il criterio dei loro comportamenti. Questi operai della prima ora si possono facilmente comprendere: se si lamentano e ritengono di essere stati trattati ingiustamente, perch nel loro intimo sono convinti che lavorare nella vigna sia solo una fatica, non una fortuna e una gioia. E cos si lamentano. Questo il senso della parabola. Alla ne di questa lettura, come calare linsegnamento della parabola nella vita? Ponendo tre interrogativi. Anzitutto, una verica della propria convinzione cristiana: se si sta vivendo lesistenza cristiana, e linnegabile sforzo che essa comporta, come una gioia o come un peso, come una libert o come una schiavit. E poi se allinterno della comunit cristiana (ma ce labbiamo una nostra comunit cristiana, nella quale viviamo e alla quale diamo tempo e lavoro e passione?) ci si regola secondo le misure della giustizia degli uomini (tanta fatica e tanto premio) o secondo la misura della liberalit di Dio (un servizio senza calcoli e senza rivendicazioni). Inne se nella propria vita quotidiana (compresi i rapporti di lavoro e gli impegni sociali e politici) ci si muove nella direzione della difesa dei propri interessi di parte o invece nella linea di una pi ampia comprensione degli interessi di tutti.

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Ventiseiesima domenica del tempo ordinario

Il cristiano non rinuncia a usare la propria libert


Ez 18,25-28 Fil 2,1-11 Mt 21,28-32

Gli ebrei esiliati a Babilonia anzich ammettere la propria colpa e riconoscersi responsabili del disastro accusavano gli altri. Cera chi, per esempio, attribuiva la colpa alle generazioni passate: I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei gli si sono allegati (Ez 18,2); e chi addirittura al Signore: Non retto il modo di agire del Signore (Ez 18,25; cf. 33,17-20). Di fronte a un mondo nel quale, allora come oggi, ognuno cercava di scaricare sugli altri la propria responsabilit, Ezechiele si fa paladino della responsabilit individuale (cf. 18,25-28). Che ci siano legami e condizionamenti fra uomo e uomo, individuo e societ, uomo e strutture, fuori dubbio. Ed anche vero che leredit che ciascuno ha alle spalle (familiare, culturale e sociale) pesa fortemente nessuno libero al cento per cento , tuttavia ciascuno ha una propria personale responsabilit. Il profeta ha ragione di sostenere che, in denitiva, la salvezza di ciascuno non dipende dagli antenati (18,2-4) n dalla famiglia (18,5-8), e neppure dalla propria vita passata (18,21-23). Ci che alla ne conta sempre il modo con cui tu qui e ora prendi in mano il tuo destino, gestisci le situazioni in cui, per colpa o senza colpa, ti trovi. Nella vita di ciascuno ci sono spazi almeno spazi individuali in cui la libert grande: si pu prendere una decisione o unaltra, agire o non agire, agire in un modo o in un altro. Ci sono altre situazioni in cui invece la nostra libert meno ampia, situazioni in cui
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si ha la sensazione di far parte di un gioco molto pi grande e guidato da altri: situazioni sociali, politiche, professionali. Ma anche qui, a ben guardare, la libert di ciascuno non completamente assente: si pu parlare o tacere, essere passivi o critici, restare nellignoranza o prendere coscienza. E persino di fronte a quelle situazioni che diremmo frutto del destino (il vero credente parlerebbe per di disegno di Dio), come una disgrazia o una malattia, anche qui resta un margine di libert: si pu reagire con coraggio o con disperazione, perdere la fede o puricarla. La libert un grande dono di Dio, ma un dono impegnativo, ed per questo che gli uomini alle volte preferiscono relegarla o ngere di non averla. Ma anche un dono minacciato, e quindi da difendere. In ogni caso un germe da sviluppare: non si nasce liberi, lo si diventa. Lo spazio della libert va conquistato, ampliato via via, incominciando dal suo centro, che la propria coscienza. Solo cos si pu diventare uomini con un cuore nuovo e uno spirito nuovo (Ez 36,26). La breve parabola di questa domenica costruita molto bene. Ges espone la storia di un padre e dei suoi due gli, poi provoca il giudizio dei suoi interlocutori e inne, facendone lapplicazione, lo ritorce contro di loro (cf. Mt 21,28-32). Quando Ges parlava i suoi interlocutori erano i farisei, ma oggi i suoi interlocutori siamo noi. Si pu fare della parabola una prima lettura: non chi dice Signore, Signore, vero discepolo, ma chi concretamente fa la volont di Dio. il fare che conta, non lobbedienza apparente, lentusiasmo facile, la disponibilit ipocrita e inconcludente. La verit delluomo si scopre dalle sue opere. Discorsi, promesse, belle idee possono essere delle semplici coperture di comodo. Matteo non nuovo a queste aermazioni (cf. Mt 7,21-23). Lettura interessante e vera, ma non completa. Trascura infatti le parole con le quali Ges conclude la pa191

rabola: In verit io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio (v. 31). Queste parole non esprimono una verit generale, un principio, come se Ges avesse inteso aermare che tutti i peccatori entreranno nel regno e che, al contrario, nessun fariseo vi potr entrare. Pi semplicemente, le parole di Ges constatano una situazione di fatto (che per continua a ripetersi: cos stato per il Battista, per Ges, per la chiesa, e cos continua ad accadere) e ne ricava una lezione. Ges racconta ci che accadde a Giovanni Battista, ma in realt sta parlando di se stesso, il Battista gli serve da esempio. Ges ha incontrato uomini giusti e praticanti, ucialmente cercatori di Dio, e lo hanno riutato; ha incontrato uomini della strada, peccatori e prostitute, e lo hanno accolto. Gli esempi evangelici sono numerosi al punto da costituire una linea costante: da una parte, il pubblicano Matteo, Zaccheo, la donna peccatrice, il buon ladrone; dallaltra, i farisei, i sacerdoti, il giovane ricco (un giusto che si mostrato incapace di compiere quel passo decisivo che la sequela di Cristo esige). Le parole di Ges passano al voi e coinvolgono direttamente i suoi interlocutori e noi stessi. Eccole: voi, che siete a conoscenza di tutto questo, continuate a non pentirvi e a non credere. In altre parole: noi sappiamo che al tempo di Ges accaduto cos, che i peccatori si mostrarono pi aperti dei praticanti, conosciamo la parola di Ges che ci costringe a riettere e tuttavia continuiamo ad appartenere al numero dei giusti che al momento decisivo si tirano indietro. A questo punto necessario individuare le radici di questa sorprendente cecit. Una prima ragione che pu rendere cieco il giusto (e persino intollerante di fronte alle parole di Ges) la sua convinzione di essere giusto. Sto pensando alla parabola del fariseo e del pubblicano (cf. Lc 18,9-14):
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il primo sta davanti a Dio, sicuro di s, ed enumera le pratiche di giustizia che egli compie, prendendo le distanze dal peccatore che sta in fondo; il secondo invece chiede perdono, non ha nulla da vantare, pu semplicemente adarsi alla misericordia di Dio. Chi si crede giusto non sente il bisogno della misericordia che perdona (perdonato di che cosa?) n dellinvito al cambiamento (perch cambiare?). Egli prega Dio e lo ringrazia, ma lo prega per essere aiutato a mantenere una situazione in cui gi si trova: non chiede la conversione, ma la conservazione. Il Vangelo di Giovanni, constatando il medesimo fatto, fa unanalisi ancor pi severa: questi giusti chiusi e intolleranti non conoscono il vero Dio. Riutano Ges (e tutti i profeti) in nome della fedelt alla legge e del rispetto di Dio (ha violato il sabato, un bestemmiatore, pensano), ma in realt lo fanno per difendere se stessi e il proprio prestigio. Cos parla Ges nel Vangelo di Giovanni: Come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dallunico Dio? (5,44). Questi uomini non cercano veramente Dio, ma se stessi, e fanno coincidere la volont di Dio con la loro, le esigenze evangeliche con le loro concezioni. Parlano di Dio, ma nel profondo sono senza fede.

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Ventisettesima domenica del tempo ordinario

Dio fedele alla sua vigna anche se luomo lo delude


Is 5,1-7 Fil 4,6-9 Mt 21,33-43

Il breve canto di Isaia (cf. 5,1-7) un piccolo capolavoro. Servendosi di unallegoria descrive in profondit la monotona storia del popolo di Dio. Viste in supercie le vicende di Israele sono varie, ma in profondit ripetono costantemente lo stesso motivo: da una parte lamore di Dio, dallaltra il tradimento del popolo; da una parte la cura di Dio (una cura assidua, amorevole e paziente), dallaltra una ostinata sterilit. Ma una storia, assicura Isaia, che non pu continuare allinnito. La pazienza di Dio ha un limite e c un giudizio (cf. 5,3). Dio si aspettava uva pregiata, e invece ebbe uva scadente, fuori di metafora, si aspettava giustizia ed ecco oppressione, si aspettava rettitudine ed ecco disonest. Se si vuole conoscere in modo pi dettagliato la situazione che il profeta aveva davanti agli occhi e che meritava, appunto, il castigo bisogna leggere il seguito del capitolo 5. Vi raccolta una serie di invettive che denunciano aspramente le diverse categorie di violatori dellordine sociale. Ogni invettiva inizia con un minaccioso guai e la loro lettura quanto mai istruttiva e di grande attualit. Il primo guai per coloro che aggiungono casa a casa e [] campo a campo (cf. 5,8-10). Sono i ricchi che si accaparrano le case e le terre e ai poveri non rimane pi nulla. Il secondo guai (cf. 5,11-17) per gli allegri sfaccendati che pensano soltanto al vino e alle feste. Ricchi
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e poveri, nobili e plebei sembrano in questo accomunati: un popolo distratto, godereccio, che non si preoccupa pi di Dio e non ne sente pi gli avvertimenti. Il terzo guai (cf. 5,18-19) per coloro che ironizzano sui disegni di Dio e non credono al suo progetto sul mondo. Essi dicono: Faccia presto, acceleri pure lopera sua, perch la vediamo (v. 19). Il quarto guai (cf. 5,20) per coloro che pervertono il senso morale chiamando il bene male e il male bene. il punto pi profondo della lontananza da Dio: luomo che si fa misura del bene e del male. Il quinto guai (cf. 5,21) una continuazione del quarto, e si scaglia contro la presunzione degli uomini di cultura, gente che crede di vedere le cose meglio di Dio e di avere una sapienza pi luminosa della sua Parola. Il sesto guai (cf. 5,2224) simile al secondo ed contro certuni che bevono vino e liquori, ma non si tratta soltanto di ubriachi, sono giudici che assolvono dietro compenso e riutano il diritto allinnocente. Dal momento che la situazione questa, non resta che il castigo: la vigna cadr in rovina, non sar pi coltivata e vi cresceranno rovi e pruni. Come dar torto al profeta? La parabola di Ges (cf. Mt 21,33-43) ci fa capire che la malvagit ancora pi grande di quanto pensava il profeta: i contadini maltrattano e uccidono i servi inviati dal padrone, e uccidono persino il glio, lerede, riutando in tal modo lultimo appello. E infatti il riuto di Ges, come prima quello dei profeti, non un peccato qualsiasi, ma il peccato di chi si erge a padrone e anzich stare in ascolto del Signore, pretende di farsi arbitro e giudice stesso della parola di Dio. E perci anche Ges pronuncia parole severe: Quei malvagi, li far morire miseramente (v. 41), e qualche riga pi avanti, rivolgendosi in particolare ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: a voi sar tolto il regno
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di Dio (v. 43). Si tratta di un duro giudizio su Israele, ma se levangelista lo riporta perch costituisce un perenne avvertimento anche per i cristiani. Dio fedele al suo popolo, alla sua comunit, ma non al punto che il suo disegno di salvezza venga interrotto e che le sue esigenze di verit e giustizia vengano messe da parte. Se i cristiani riutano, le sue esigenze di giustizia troveranno altrove il modo di esprimersi. Ciononostante la parabola evangelica si apre anche alla speranza: dar in atto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo (v. 41) e il regno di Dio sar dato a un popolo che ne produca frutti (v. 43). Nulla, dunque, riesce a scoraggiare lamore di Dio, nulla pu fargli cambiare idea, neppure i ripetuti tradimenti del suo popolo.

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Ventottesima domenica del tempo ordinario

Gli eventi della storia visti dalla parte di Dio


Is 25,6-10a Fil 4,12-14.19-20 Mt 22,1-14

Il libro di Isaia non opera di una sola mano n di una sola epoca. Il brano liturgico (cf. 25,6-10) fa parte di una collezione di capitoli denominati comunemente lApocalisse di Isaia (cf. Is 24-27), scritti da un ignoto autore, un tardivo discepolo e ammiratore del grande Isaia, vissuto probabilmente nellimmediato post-esilio. Sono capitoli nati in tempi di crisi e il loro messaggio vuole essere soprattutto di consolazione: alla ne dei tempi ecco il loro messaggio il giudizio di Dio sar fatto e le situazioni saranno capovolte, come la citt orgogliosa che sar umiliata e gettata nella polvere, che verr poi calpestata dai piedi degli oppressi, i passi dei poveri (26,6). una consolazione fondata su unassoluta ducia nelle possibilit di Dio. Contrariamente alle apparenze, gli eventi della storia sono saldamente nelle mani del Signore, che li guida verso lavvento del suo regno. Il tema continuamente ribadito dunque la certezza della salvezza di Dio. Un tema svolto per contrapposizioni, alternando cio un quadro fosco (il giudizio e il castigo) a uno luminoso (la descrizione del mondo puricato). Il nostro brano il quadro luminoso. I tratti del mondo nuovo che il profeta sogna un mondo completamente diverso da quello nel quale costretto a vivere sono presto elencati. Anzitutto unumanit nalmente riunita e fraterna: il banchetto che Dio ha preparato non soltanto per Israele, ma per tutti i popoli (v. 6b).
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Non pi loppressione e larroganza, ma la pace e la libert: linno dei tiranni si spegne (25,5c). Il velo posto che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni (v. 7b.c) cadranno, e tutti riconosceranno di avere Dio come unico Signore e Salvatore. Persino il dolore e la morte saranno vinti: il Signore distrugger per sempre la morte e asciugher le lacrime su ogni volto. Questo del profeta non soltanto un sogno, ma una vera speranza, perch poggia su Dio. la solidit della sua parola che autorizza a sperare, pensiero questo, che il profeta sottolinea con forza particolare: Ecco il nostro Dio, in lui abbiamo sperato perch ci salvasse (v. 9). Tuttavia questa grandiosa visione ha un suo limite, una traccia di particolarismo. Per ben tre volte il profeta ripete che la riunione attorno a Dio di tutti i popoli avverr su questo monte, cio in Israele e attorno a Israele. Il Nuovo Testamento brucer con decisione anche questo limite: il monte di Dio il mondo intero, non un popolo particolare. La parabola di Ges (cf. Mt 22,1-14) introduce nel discorso altri punti di grande interesse, che rendono la riessione pi concreta e pi impegnativa. La parabola pervasa, ad esempio, da unaria di urgenza: tutto pronto e non si pu dierire. Di fronte allinvito del padrone non permesso essere distratti, non ci sono cose pi urgenti da fare. Il banchetto non nel futuro, ma una realt presente: gi ora dobbiamo costruire unumanit riunita, gi ora dobbiamo entrare a far parte della famiglia di Dio. E poi si osservi lostinazione del padrone: invita tutti e non disarma, al riuto dei primi risponde allargando la cerchia degli invitati (Andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze, v. 9). I servi invitano al banchetto tutti gli uomini, buoni e cattivi, che incontrano ai crocicchi delle strade. Lappello rivolto a tutti, la sala deve essere
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comunque riempita. Il corrispettivo ecclesiologico di questo universalismo che la chiesa deve rivolgere a tutti, senza distinzioni, il suo invito alla salvezza. Tutti sono chiamati, ma non tutti sono eletti. Lessere entrati in sala non esaurisce il compito, n una garanzia, questo il senso dellavvertimento che conclude la parabola. Una volta riempita la sala, la storia non ancora conclusa ma continua con un ultimo colpo di scena: il re entra e scorge un uomo senza la veste bianca, lo rimprovera e lo condanna. Il giudizio accompagna ogni uomo, in qualsiasi situazione, non concessa alcuna illusione. Aver accolto linvito ed essere entrati nella sala non ancora una garanzia, occorre essere continuamente in ordine, convertiti, vigilanti. La veste nuziale signica tutto questo.

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Ventinovesima domenica del tempo ordinario

A Cesare quello che di Cesare a Dio quello che di Dio


Is 45,1.4-6 1Ts 1,1-5b Mt 22,15-21

Nel 538 a.C. Ciro, re di Persia e ormai padrone assoluto del Medio Oriente, pubblic un editto che permetteva agli esuli a Babilonia di ritornare in patria e di ricostruire il tempio. Per gli storici tale editto non ha nulla di sorprendente: un semplice cambiamento di strategia politica. Mentre i re babilonesi strappavano dalle loro terre i conquistati e li disperdevano per meglio dominarli, Ciro pens, al contrario, che sarebbe stato pi facile tenerli soggetti favorendo il loro ritorno in patria. La lettura del profeta per pi profonda di quella dello storico, e con gli occhi della fede Isaia scorge nelleditto di Ciro lo strumento provvidenziale di cui Dio si serve per mantenere le promesse di liberazione (cf. Is 45,1.4-6). Il suo insegnamento ore almeno tre spunti di riessione, che a dispetto della distanza che separa il tempo del profeta dal nostro, conservano ancora intatta la loro freschezza. Primo: il credente deve imparare a valutare gli avvenimenti con il rigore dello storico ma anche con loriginalit del profeta; gli eventi, infatti, non hanno soltanto il signicato immediato che tutti vedono, e gli uomini non sono i soli protagonisti. Dietro gli uomini e le trame c sempre la mano ferma di Dio che utilizza per i suoi disegni tutto ci che accade. Secondo: il profeta non esita ad attribuire al re persiano il titolo di unto, in ebraico messia e in greco cristo (Dice il Signore del suo eletto, di Ciro, v. 1). Per noi un titolo unicamente riservato a Ges, ma
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quando il profeta scriveva, il suo signicato non era ancora cos denito: unto (consacrato) poteva essere detto di un oggetto adibito per il culto, di un sacerdote a servizio di Dio, di un re a servizio del popolo, sempre per, in un modo o nellaltro, di uno strumento di salvezza. E sta proprio qui la sorpresa: unto del Signore, o strumento di salvezza, un re straniero e pagano, uno che non conosce il Signore, come ripetuto due volte. Ciro non conosce il Signore, tuttavia uno strumento di salvezza nelle sue mani, ecco un secondo punto sul quale importante riettere. Il popolo dei credenti non il solo a costruire la storia, n il solo a collaborare con Dio nella costruzione del suo regno. Terzo: Dio non interessato alla politica di Ciro come tale, ma si serve di quella politica per liberare gli esuli di Israele: Per amore di Giacobbe, mio servo, e di Israele, mio eletto, io ti ho chiamato per nome (v. 4). Neppure questo per il suo scopo ultimo: Dio vuol far capire di essere lunico Signore, ecco il suo scopo pi profondo (Io sono il Signore e non c alcun altro, fuori di me non c dio, v. 5). E qui si inserisce la vicenda narrata nel brano evangelico (cf. Mt 22,15-21). Farisei ed erodiani sottopongono a Ges una questione scottante, ma la loro intenzione ipocrita. Non cercano una risposta, vogliono semplicemente mettere Ges in imbarazzo, il tranello palese: rispondendo negativamente Ges avrebbe suscitato la reazione delle autorit romane; rispondendo positivamente avrebbe perso la simpatia della folla. Intorno alla liceit o meno di pagare le tasse allimperatore si davano posizioni diverse: gli erodiani erano favorevoli ai romani; gli zeloti, al contrario, predicavano apertamente il riuto e la resistenza armata; i farisei riutavano laperta ribellione e pagavano le tasse per evitare il peggio. La risposta di Ges completamente inattesa, e coglie di sorpresa i suoi interlocutori. una risposta che
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si sottrae alla logica dello schieramento. Non una risposta evasiva, sfugge al dilemma, ma non per paura di compromettersi. Porta il discorso pi indietro, l dove si trova il centro ispiratore, cio la giusta concezione della dipendenza da Dio e, quindi, la giusta libert di fronte allo stato. Con la sua risposta Ges non mette Dio e Cesare sullo stesso piano. Nelle parole Rendete dunque a Cesare quello che di Cesare e a Dio quello che di Dio (v. 21), laccento sembra cadere sulla seconda parte. La preoccupazione di Ges anzitutto di salvaguardare, in ogni situazione politica, i diritti di Dio, egli totalmente preso dalla causa di Dio e dalla difesa dei suoi interessi nel mondo. Ma non c da temere in quanto la causa di Dio coincide con la causa delluomo, laffermazione del primato di Dio la radice della dignit delluomo e della libert di coscienza. Ges non entra direttamente nella questione della legittimit o meno della dominazione romana, il problema che gli interessa pi ampio e le sue parole, al di l della Giudea del tempo, pongono una questione generale: il comportamento del cristiano di fronte allo stato. Ges riconosce che lo stato, nel suo ambito, pu reclamare ci che gli spetta, ma subito aggiunge che lo stato non pu erigersi a valore assoluto: ogni potere politico romano o no, di cristiani o non di cristiani non pu arrogarsi diritti che competono soltanto a Dio, non pu assorbire tutto il cuore delluomo, non pu sostituirsi alla coscienza. Per un cristiano dunque un grave dovere di coscienza servire lo stato, essere un cittadino leale e pagare le tasse. Diversi passi del Nuovo Testamento lo ricordano. San Paolo esorta i suoi cristiani: Ciascuno sia sottomesso alle autorit costituite []; necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. Per questo infatti voi pagate anche le tasse (Rm 13,1-7).
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Ma il cristiano riuta di far coincidere la sua coscienza con gli interessi dello stato. Riuta di cadere nella logica della ragion di stato, ed sempre in radice un possibile obiettore di coscienza. Ha infatti lorecchio attento alle esigenze del regno, e da l derivano i criteri del s e del no, del consenso e del dissenso. Per luomo del Vangelo ci sono valori superiori, pi ampi, in base ai quali si decide, in ultima analisi, di obbedire o disobbedire. Sono i valori proclamati da Cristo e racchiusi nella duplice aermazione: Il glio delluomo signore anche del sabato (Mc 2,28), il primato di Dio, e Il sabato stato fatto per luomo e non luomo per il sabato (Mc 2,27), il primato delluomo. Dal primato di Dio deriva, in altre parole, la superiorit delluomo su ogni istituzione, compreso lo stato: non lecito sacricare luomo alla ragion di stato.

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Trentesima domenica del tempo ordinario

Amore di Dio e del prossimo: tutta la Bibbia qui


Es 22,20-26 1Ts 1,5c-10 Mt 22,34-40

Non solo il Vangelo, ma lintera Bibbia come testimonia il brano dellEsodo (cf. 22,20-26) non ha mai cessato di ricordare che la gloria di Dio si costruisce nel servizio alluomo. La vita interiore e il raccoglimento sono un valore essenziale e irrinunciabile; nella Bibbia il raccoglimento non un parlare con se stessi, e neppure un parlare con Dio soltanto: lincontro con un Dio che interessato agli uomini. Collocato in questa prospettiva, il passo dellEsodo assume tutta la sua profondit: non un semplice elenco moralistico di precetti, ma il tentativo di incarnare nel tessuto dei rapporti sociali unoriginalissima visione religiosa, quella appunto di considerare lamore per Dio e lamore per luomo come strettamente congiunti, luno il riesso dellaltro. Sorprende in questo passo la concretezza dei suggerimenti, indicazioni precise, possibili, quotidiane e importanti: non trattar male gli immigrati, non approttare di vedove e orfani indifesi, non comportarsi da usurai nei confronti dei poveri. Lattenzione si concentra sugli emarginati: immigrati, orfani e vedove, indigenti; tutte categorie di persone emarginate dalla societ. Lamore del prossimo deve estendersi a ogni uomo, ma la parola di Dio si preoccupa anzitutto dei pi deboli. E non si trascurino le motivazioni che vengono addotte per giusticare gli avvertimenti: voi siete stati forestieri in terra dEgitto (v. 20). Io dar ascolto al suo grido (v. 22).
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Tutto questo si illumina ulteriormente se accanto al passo dellEsodo accostiamo il breve episodio evangelico (cf. Mt 22,34-40), dove uno scriba chiede a Ges, per metterlo alla prova, quale fosse il comandamento da porre in testa allelenco. Ges cita dapprima un passo del libro Deuteronomio: Ascolta, Israele, il Signore il nostro Dio, unico il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta lanima e con tutte le forze, (6,4-5), e poi di seguito un testo del Levitico: Non vendicherai e non serberai rancore contro i gli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso (19,18). I due testi dellAntico Testamento erano al centro della spiritualit di Israele, soprattutto il primo, che veniva recitato mattina e sera, ricamato sulle maniche delle vesti, scritto sugli stipiti delle porte (cf. Dt 6,6-9). Pur riprendendo nella sua risposta testi noti e preesistenti, Ges si mostra, nei confronti delle opinioni correnti, nuovo e originale. Per lui il comandamento dellamore di Dio e del prossimo non semplicemente il primo comandamento e neppure soltanto il comandamento pi importante: il centro da cui tutto deriva, e che tutto informa e permea. Ogni altra legge, se vuole presentarsi come volont divina, deve essere espressione di questo duplice amore. Ges prende cos le distanze dal legalismo. Gli scribi avevano la tendenza a frantumare la volont di Dio in una casistica e a disperderla in una miriade di precetti, che ne rendevano intollerabile losservanza e la privavano del suo centro. Al contrario, Ges si sforza di ricuperare il centro della volont di Dio, cio il primato dellamore: tutto deve essere letto alla luce di questo centro (Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti, v. 40), e tutto deve essere valutato in base a esso. questa la prima originalit di Ges, la riduzione dei precetti a un centro semplice e chiaro e, nel contempo, ricco di movimento.
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In secondo luogo, Ges universalizza il concetto di prossimo. Lebraismo, specialmente al tempo di Ges, si dibatteva nel particolarismo (anche se tentativi di universalismo non mancavano): il prossimo era il correligionario, tuttal pi il simpatizzante, non certo lo straniero e il pagano. Per Ges invece il prossimo chiunque, anche lo straniero, anche lo sconosciuto. Prossimo chiunque viene amato da Dio, cio tutti. invece perenne la tentazione di delimitare il concetto di prossimo, o comunque di operare una classicazione come se alcuni uomini contassero e altri meno. Ma la novit di Ges consiste, soprattutto, nellaver congiunto i due comandamenti. sulla capacit di tenerli uniti che si misura la vera fede. Osservando il panorama cristiano non dicile scorgere due fondamentali accentuazioni; sono le due tendenze che si contendono lanima cristiana: la tendenza che accentua il primato di Dio (e quindi la preghiera, il rapporto con lui, la conversione interiore e personale) e la tendenza che, in nome di Dio, attira lattenzione sulluomo (e quindi la giustizia, la lotta per un mondo pi giusto, la presa di posizione di fronte alle strutture della nostra societ). Si direbbe pi religiosa la prima e pi politica la seconda, ma tale giudizio superciale e sbrigativo, e il religioso come il politico hanno signicati pi complessi. Non intendo qui giusticare le due tendenze, che del resto sono ovvie. Intendo, piuttosto, mettere in luce i possibili equivoci che ciascuna nasconde. Ges ha detto di amare il prossimo come se stessi, e il Vangelo impegna per la liberazione delluomo. Tuttavia nella generosa lotta per luomo pu nascondersi bisogna ammetterlo una dimenticanza del primato di Dio, che invece deve essere amato con tutta lanima e deve occupare il primo posto nel nostro cuore. La fede impone un compito di liberazione per appartenere a Dio, non a se stessi o ai propri progetti. Ges
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sulla croce, prima ancora che per luomo, morto in obbedienza al Padre. E luomo fatto per Dio, ecco ci che non va dimenticato, neppure messo in secondo piano, neppure dichiarato sottovoce (prudenza che alle volte pretende essere discrezione e rispetto!), ma dichiarato sempre, dovunque e apertamente, sui tetti. Il sospetto che limpegno per luomo metta in ombra il primato di Dio, introducendo quindi unindebita separazione fra i due comandamenti, sorge l dove la preghiera divenuta secondaria, la conversione personale trascurata, lannuncio di Dio un fatto continuamente dierito. Ecco allora laltra posizione: partire da Dio e parlare sempre di Dio. Ma quale Dio? Anche qui lequivoco possibile, e pu essere assai grave. Non si dimentichi che tutto il Vangelo un rimprovero ai credenti: i farisei erano credenti, puntigliosi difensori del primato di Dio, e proprio per questo hanno riutato Ges, in nome dellortodossia e della gloria di Dio. Ci signica che parlare di Dio, sempre di Dio e attirare lattenzione su di lui non ancora necessariamente religione, fede, fedelt a Dio. Pu nascondere altro, e la storia conferma che la strumentalizzazione di Dio (non importa se in buona o cattiva fede) assai facile. Ges ha attirato lattenzione su Dio, ma su un Dio che si proclama padrone del sabato e che aerma che il sabato per luomo. Dio per luomo, ma ha il sospetto che questa aermazione sia trascurata da molte persone che pure parlano di Dio. Questo sospetto sorge l dove la fede in Dio permette il silenzio, il disimpegno, laccettazione delle disuguaglianze, la collaborazione con persone e strutture che pongono altri valori al di sopra delluomo. Costoro proclamano, forse, che luomo per Dio, ma non che Dio per luomo. Eppure la novit cristiana sta nel mantenere unite le due aermazioni: tutti hanno sempre detto che luomo per Dio ma solo in Ges apparso che Dio per luomo, solo in lui apparso un Dio che muore per noi.
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Trentunesima domenica del tempo ordinario

Perch non facciamo come scribi e farisei


Ml 1,14b-2,2b.8-10 1Ts 2,7b-9.13 Mt 23,1-12

necessario porre subito due domande al brano evangelico (cf. Mt 23,1-12), il quale appartiene a un lungo discorso che raccoglie molte parole polemiche del Signore nei confronti dei farisei: quale situazione aveva davanti agli occhi levangelista scrivendo questa pagina? A chi intendeva rivolgerla? Dalla risposta a questi due interrogativi dipende la lettura dellintera pagina, meglio ancora, latteggiamento col quale ci poniamo di fronte a essa: un discorso rivolto ad altri o a noi? Al giudaismo o alla comunit cristiana? Non c dubbio che questa pagina rimandi al tempo di Ges: egli si pi volte scontrato, e duramente, con le autorit religiose del suo tempo. Ma altrettanto vero che il passo riette la durezza del conitto tra la chiesa e la sinagoga degli anni 80 d.C. (gli anni in cui levangelista scriveva): un ricordo storico che, per levangelista, si carica di attualit. E c di pi: Matteo non intende riferirsi unicamente al giudaismo del suo tempo denunciando le nascoste radici della sua resistenza al Vangelo e della sua accanita opposizione alla chiesa, ma vuole radunando insieme le parole polemiche del Signore smascherare atteggiamenti possibili, o reali, della stessa comunit cristiana. Il brano risulta composto da due quadri contrapposti: il fariseo (descritto come la caricatura del discepolo) e il vero discepolo. Gi i profeti dellAntico Testamento avevano pi volte rimproverato i cattivi maestri. Si legga nel profeta
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Malachia, da cui tratta la prima lettura: Le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si ricerca insegnamento []. Voi invece avete deviato dalla retta via e siete stati dinciampo a molti []. Perci anche io vi ho reso spregevoli e abietti davanti a tutto il popolo (2,7-9). Analoghi rimproveri si possono trovare anche nel mondo greco nei confronti dei maestri di losoa e di saggezza. Scrive, per esempio, Posidonio: Sono pochi i loso che hanno un carattere, un modo di pensare e una vita tale come richiede la ragione. Ci sono loso di tale frivolezza e presunzione che sarebbe stato meglio per loro non aver studiato nulla. Altri sono cupidi di denaro, avidi di celebrit, cosicch la loro predica sta in sorprendente contrasto con il tenore della loro vita. Sulla cattedra di Mos si sono seduti gli scribi e i farisei (v. 2), dice Ges: si presentano cio come i continuatori del magistero di Mos, lo ripetono, lo difendono, lo interpretano autorevolmente, lo attualizzano. Hanno unautorit che va riconosciuta (osservate tutto ci che vi dicono!, v. 3). appunto sulla base di questo riconoscimento che nasce la critica. Proprio perch non sono uomini qualsiasi il loro comportamento scandaloso. Due sono i rimproveri che muove loro Ges: lincoerenza e la ricerca di s. Lincoerenza: sono doppi e senza dirittura, e stabiliscono due misure. Mentono a Dio e a se stessi, vivono una profonda divisione fra il dire e il fare (peggio: fra linsegnare e il fare), il sembrare e lessere, ci che pretendono dagli altri e ci che pretendono da s (severi con gli altri e indulgenti con se stessi). Dicono e non fanno (v. 3): nessun evangelista pi attento di Matteo a ripetere che non le parole contano ma i fatti, e che lalbero si riconosce dai frutti. Legano infatti fardelli pesanti e dicili da portare prosegue il discorso e li pongono sulle spalle della gente (v. 4), e questo
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in perfetta antitesi con la visione delle autorit che ha Matteo il quale, al contrario, ama presentare Ges come un maestro mansueto e paziente, il cui insegnamento un giogo dolce e un carico leggero (cf. Mt 11,30). E poi la ricerca di s: allargano i latteri, allungano le frange, cercano i posti donore. I latteri erano piccole custodie contenenti frammenti di testi biblici di particolare importanza. I pii ebrei appendevano queste custodie al braccio sinistro e alla fronte, secondo uninterpretazione letterale di Dt 6,6.8: Le parole che oggi ti ordino siano impresse sul tuo cuore []. Le legherai quale memoriale alla mano e penderanno dalla fronte fra i tuoi occhi. Le frange svolgevano unanaloga funzione, e ogni pio israelita le legava ai quattro angoli del mantello. Filatteri e frange avevano dunque un alto signicato simbolico: conservare sempre presenti allo spirito il ricordo della legge del Signore e limpegno di osservarla. Ma era proprio questo che scribi e farisei non facevano. Sin qui la descrizione del fariseo. In perfetta antitesi sta il ritratto del vero discepolo. Il fariseo ama farsi chiamare maestro, il discepolo riconosce invece un solo maestro, il Cristo. Lenfasi cade sullespressione uno solo il vostro, ripetuta tre volte. Il discepolo concepisce la propria esistenza come un servizio, si pone in mezzo agli uomini come un fratello, contento di essere nel suo insegnamento e nella sua vita la trasparenza dellunico maestro e Signore. Nessun discepolo (tanto meno il discepolo rivestito di autorit) deve porsi in modo tale da oscurare il fatto fondamentale che invece deve sempre essere ben visibile di fronte a tutti, e cio che lunico Signore il Cristo, ogni membro della comunit glio di Dio e tutti i membri fra di loro sono fratelli. Il discepolo non si innalza sopra gli altri, non dice parole proprie e non ricerca se stesso. Signoria di Dio e fraternit sono le categorie fondamentali della comunit e del Vangelo.
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Trentaduesima domenica del tempo ordinario

La sapienza scoprire Dio nelle cose di ogni giorno


Sap 6,12-16 1Ts 4,13-14 Mt 25,1-13

Il libro della Sapienza fu scritto ad Alessandria dEgitto alla ne del II o allinizio del I secolo a.C. Alessandria era una citt immensa, ricca, famosa per la sua cultura e per le sue scuole di losoa; in essa viveva una folta colonia di giudei immigrati. Il brano liturgico (cf. 6,12-16) un invito a non lasciarsi frastornare dalle molte conoscenze e dalle troppe curiosit per concentrarci nella ricerca della sapienza. Ma che cos la vera sapienza? A quali condizioni possibile trovarla? Nella Bibbia la sapienza non lerudizione, non la conoscenza di molte cose, ma la percezione del fondo di tutte le cose. Sapiente chi cerca il Signore, chi intravede il suo disegno nella creazione, nella storia e nella coscienza, chi distingue i veri e i falsi valori e quindi sa orientarsi nella vita. Ricerca di Dio e ricerca della sapienza coincidono. Stolto non luomo poco istruito, non luomo privo di cultura. Stolto luomo non importa se colto, competente, abile nel maneggiare cose e parole che ha smesso di interrogarsi, soddisfatto o rassegnato nelle proprie abitudini, o distratto. Un uomo tutto sommato superciale, settoriale, che si accontenta facilmente: vede le cose e non si chiede che cosa signicano, vive una giornata dopo laltra senza domandarsi ci che lo attende alla ne, conosce i frammenti e non si interroga sul centro che li unica. Una stoltezza, come si vede, che del cuore prima che dellintelligenza.
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Ed infatti a tutta la persona, e non solo allintelligenza, che la lettura dal libro della Sapienza si rivolge. La vera sapienza dono di Dio e non semplice conquista delluomo, ecco una prima convinzione che gi trasforma la ricerca in un fatto morale. Dio desideroso di farcene dono: la sapienza previene chi la cerca, si lascia trovare facilmente, seduta alla porta di casa, la si incontra per le strade. Tuttavia anche un dono esigente, infatti lottiene solo chi ama la verit senza condizioni, chi lama con passione (facilmente si lascia vedere da coloro che la amano, v. 12), la desidera e la cerca senza darsi pace (di buon mattino, v. 14). Questa sapienza che viene da Dio richiede, certo, anche curiosit e fatica intellettuale (Suo principio pi autentico il desiderio di istruzione, v. 17a), ma soprattutto richiede amore (lanelito per listruzione amore, v. 17b) e il coraggio di una vita morale (lamore per lei osservanza delle sue leggi, v. 18). E sul modo con cui concretamente si vive, attira a sua volta lattenzione la parabola evangelica (cf. Mt 25,1-13), costruita sul contrasto fra due gruppi di fanciulle invitate a un corteo di nozze: le prime previdenti presero le lampade e una suciente scorta di olio, infatti sono denite sagge; le seconde, imprevidenti, presero le lampade ma non lolio, e per questo considerate stolte. Le prime, di conseguenza, hanno la possibilit di far fronte alla situazione di emergenza (il ritardo dello sposo), al contrario delle seconde. La parabola non spiega precisamente che cosa signichi essere saggio ed essere stolto. Lo chiarisce per un altro paragone che levangelista ha posto alla ne del discorso della montagna: Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sar simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia []. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sar simile a un uomo stolto che ha costruito la
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sua casa sulla sabbia (7,24-26). Linsegnamento chiaro: saggezza fondare la propria esistenza sullascolto e sulla pratica della parola di Dio; stoltezza ascoltare e non fare. La parabola invita i discepoli a essere previdenti, cio saggi, pronti ad arontare ogni emergenza: sia che il Signore venga subito, sia che ritardi, il discepolo deve essere pronto ad accoglierlo. Levangelista Matteo conosce due falsi atteggiamenti, due modi sbagliati di vivere in questo tempo presente. Latteggiamento di chi calcola il ritardo della venuta del Signore e ne approtta, come il servo della parabola che precede immediatamente la nostra, il quale visto che il Signore ritarda maltratta i colleghi e gozzoviglia con gli ubriaconi. latteggiamento di chi non ha la forza e la pazienza di attendere a lungo: come le cinque fanciulle sventate le quali, non avendo calcolato la possibilit del ritardo dello sposo, non sono pronte al suo arrivo. Lattesa del Signore cio il modo cristiano di vivere nel tempo presente esige prontezza e costanza. Prontezza perch il Signore pu giungere in ogni momento (Non sapete n il giorno n lora, v. 13), costanza perch pu tardare a lungo. In fondo, il cristiano deve comprendere che non questione di oggi o di domani, di ritorno vicino o lontano. Non la vicinanza o la lontananza del ritorno del Signore che rende importante il tempo nel quale viviamo, ci che conta non la brevit o la lunghezza del tempo che ci rimane: il tempo importante perch ricco, in ogni suo momento, di possibilit di salvezza. La parabola invita dunque a essere pronti in ogni momento, previdenti e vigilanti (vegliate dunque), ma non indica in che cosa precisamente consistano prontezza, vigilanza e preveggenza. Il fatto che Matteo ha gi risposto alla nostra domanda in brani precedenti, passi che alcune signicative parole della parabola
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sembrano appunto richiamare. Ad esempio, la risposta dello sposo alle fanciulle stolte (non vi conosco!, v. 12) ricorda le forti parole del Signore ai falsi discepoli (Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate liniquit, Mt 7,23). Sono falsi discepoli coloro che nel suo nome hanno profetato, hanno cacciato demoni e hanno fatto miracoli, ma hanno dimenticato di fare la sua volont. In altre parole, imprevidente come le fanciulle stolte chi vive una separazione fra il dire e il fare, la preghiera e la vita. Per nire, anche limperativo con il quale Matteo conclude la parabola, Vegliate, ricco di evocazioni delle quali vale la pena ricordarne due: come al tempo di No annota levangelista (cf. 24,38-39) anche oggi gli uomini trascurano spesso la questione fondamentale, e cio la loro relazione con Dio, completamente immersi nelle preoccupazioni quotidiane (mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito): si vive tranquilli e distratti, ignari del giudizio di Dio che incombe. Vigilare latteggiamento contrario, latteggiamento di chi, pur impegnandosi nella vita, non dimentica la questione fondamentale. Vigilare ed il secondo richiamo (cf. 24,45-51) latteggiamento di chi amministra saggiamente i beni che il Signore gli ha adato e dare loro il cibo a tempo debito (v. 45); il contrario latteggiamento di chi, facendosi egli stesso padrone, opprime i fratelli e tiene tutto per s.

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Trentatreesima domenica del tempo ordinario

Dio ci chiede di rischiare


Pr 31,10-13.19-20.30-31 1Ts 5,1-6 Mt 25,14-30

Il libro dei Proverbi unampia raccolta di massime e di sentenze, in cui si per cos dire cristallizzata la saggezza di tutte le generazioni israelite. Nulla, o quasi, di particolarmente originale: una saggezza universale, umana, popolare, priva non solo degli slanci e degli ideali evangelici, ma anche della carica di utopia dei profeti anticotestamentari. Non per questo un libro senza importanza. Il suo intento fare di ogni israelita un vero uomo: forte, padrone di s, interiormente libero, lavoratore, abile, leale. Non ancora il ritratto del discepolo del Vangelo, ma la premessa indispensabile per poterlo essere: non si diventa cristiani se non si uomini. Il passo che la liturgia ci propone la conclusione dellintero libro (cf. 31,10-13.19-20.30-31): un breve poemetto che tesse il ritratto della donna ideale aprendosi con un elogio: Ben superiore alle perle il suo valore (v. 10b), non senza per unironica frecciatina: Una donna saggia chi in grado di trovarla? (v. 10a). La descrizione della donna saggia sostanzialmente tradizionale: una massaia energica, un po borghese e un po contadina, tutta casa e lavoro, sposa fedele e madre premurosa, a servizio del marito e dei gli: In lei conda il cuore del marito, e non verr a mancargli il protto. Gli dar felicit e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita (vv. 11-12). Questa soltanto la prima lettura, ma possibile farne una seconda pi importante. Gi la tradizione giudaica e poi quella cristiana hanno giustamente visto
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in questa donna un simbolo: il libro dei Proverbi infatti ragura pi volte la saggezza e la stoltezza sotto le sembianze di due donne, la sposa fedele e la prostituta. Letto in questa prospettiva che sembra la pi vera il passo viene dunque a descrivere la persona saggia, uomo o donna che sia. I suoi tratti essenziali? Il pi marcato forse la laboriosit: si alza prima dellalba, si cinge i anchi con energia, non mangia il pane dellozio. Questa donna tutto il contrario della pigrizia, difetto che i Proverbi denunciano con vigore tutto particolare: Il pigro immerge la mano nel piatto, ma non capace di riportarla alla bocca (19,24; cf. 26,15). E poi ci sono anche qualit pi interiori e profonde: la generosit verso i poveri (Apre le sue palme al misero, stende la mano al povero, v. 20), la riservatezza nel parlare e la prudenza nel giudicare (Apre la sua bocca con saggezza, v. 26), il timore di Dio. Dallinsieme ed forse ci che pi conta ne risulta una persona che vive per gli altri, nel pi completo dono di s. La parabola dei talenti (cf. Mt 25,14-30) non sembra distanziarsi molto dal ritratto di questa donna. Va subito precisato che i talenti, contrariamente a quanto spesso si pensa, non sono le doti o le capacit (di intelligenza o altro) che Dio ha dato a ciascuno, sono piuttosto le occasioni che la vita ore, le responsabilit che siamo chiamati ad assumere, le possibilit che si aprono sul nostro cammino, i compiti che ci vengono adati. Difatti la parabola racconta che il padrone: A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacit di ciascuno (v. 15). I primi due servitori (il secondo una ripetizione del primo) sono limmagine delloperosit e dellintraprendenza: tracano ci che stato loro adato e consegnano il doppio di quanto hanno ricevuto; sono perci deniti buoni e fedeli. Il terzo invece pigro, passivo: non traca, non corre rischi, ma si limita a conservare e viene perci denito malvagio e pigro
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e buono a nulla. Il contrasto dunque fra operosit e pigrizia, intraprendenza e passivit. La parabola dei talenti sviluppando il contrasto fra passivit e operosit non intende per essere unesaltazione di ci che oggi chiamiamo ecienza. A scanso di ogni equivoco, non si dimentichi che la prospettiva di Matteo unicamente religiosa: egli si sta rivolgendo alla comunit cristiana del suo tempo, e intende rimproverarla per la sua poca intraprendenza nella fede. Non c posto per comunit intorpidite, rinunciatarie e paurose di fronte a ogni progetto evangelico. Le nostre comunit sono per lo pi costituite da persone attive, ecienti, intraprendenti e piene (anche troppo!) di lavoro: per intraprendenti altrove (nella professione ad esempio, nella carriera o nella politica), ma timorose e dimissionarie, conservatrici, nei confronti della fede. Il servo pigro non luomo che non lavora, ma luomo che, nel campo della fede, ricco di parole e povero di fatti, e pauroso di fronte a ogni rinnovamento dettato dalle esigenze evangeliche. A questo punto, bisogna osservare che nelleconomia della parabola i primi due servitori hanno semplicemente la funzione di mettere in risalto, per contrasto, il comportamento del terzo che, a dierenza dei primi due, nasconde il suo tesoro in una buca. Anche le prime due scene di rendiconto hanno lo scopo di attirare lattenzione sulla terza. perci chiaro che dobbiamo concentrare lattenzione sul comportamento del servo cattivo, ed altrettanto chiaro che la chiave dellintera parabola il dialogo fra il servo pigro e il padrone. Il servo ha una sua idea del padrone, e cio quella di un uomo duro, che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso. In una simile concezione di Dio c posto soltanto per la paura e la scrupolosa osservanza di ci che prescritto. Il servo non intende correre rischi, e mette al sicuro il denaro, credendosi giusto allorch pu ridare al padrone quanto ha ricevuto. Si
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ritiene sdebitato: Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ci che tuo (v. 25). Anche lascoltatore tentato di ritenere giusto il ragionamento del servo e ingiusta, invece, la pretesa del padrone, ma una reazione sbagliata. Lascoltatore della parabola invitato a cambiare prospettiva: non lorizzonte della gretta obbedienza e della paura, ma la prospettiva dellamore, che senza calcoli (non si limita a riconsegnare ci che ha ricevuto), e senza paura. Il servo della parabola rimasto paralizzato dalla paura del rendiconto: la paura lo ha reso inerte e dimissionario, incapace di correre qualsiasi rischio, e cos divenuto conservatore, un burocrate pieno di scrupoli e senza alcuna intraprendenza. Non questo il discepolo di Cristo e non questa la vigilanza cristiana. Il discepolo non deve porre limiti al proprio servizio, perch lamore non ha limiti; e non deve avere paura di correre rischi, perch non c paura nellamore. Chi invece si chiude in se stesso per paura e riuta le occasioni, diviene sterile e sempre pi inutile. il senso della frase apparentemente enigmatica verr tolto anche quello che ha (v. 29). La parabola, dunque, ha fondamentalmente lo scopo di far comprendere la vera natura del rapporto che corre fra Dio e luomo: tutto lopposto della paura e del timore servile. Il discepolo deve, al contrario, muoversi in un rapporto di amore, dal quale soltanto possono scaturire coraggio, generosit e libert.

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Trentaquattresima domenica del tempo ordinario Solennit di nostro Signore Ges Cristo re delluniverso

Quello strano re che serve i suoi sudditi


Ez 34,11-12.15-17 1Cor 15,20-26.28 Mt 25,31-46

Il brano della prima lettura rientra in un ampio discorso che alterna, come spesso capita nei libri profetici, la polemica alla promessa, la minaccia alla consolazione (cf. Ez 34). La polemica contro le guide del popolo sacerdoti e governanti che non pensano agli interessi del gregge, ma ai loro: Guai ai pastori dIsraele, che pascono se stessi! [] Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore pi grasse, ma non pascolare il gregge. Non avete reso forti le pecore deboli, non avete curato le inferme [] non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite (34,2-4). Nei confronti di simili pastori c posto soltanto per un severo giudizio di condanna, che Dio per accompagna con una decisione sorprendente: Io stesso cercher le mie pecore e le passer in rassegna (34,11). Dio stesso eserciter il suo ruolo di pastore mediante un inviato, un servo fedele, nalmente conforme alla sua volont (cf. Ez 34,23-24). Nei pochi versetti suggeriti dalla liturgia (cf. vv. 1112.15-17) troviamo indicati i tratti caratteristici del governo di Dio e del suo rappresentante, il messia. Tratti semplici, tuttavia, tali da distinguere nettamente il governo di Dio da quello dei falsi pastori (di allora e di oggi). Dio opera un giudizio (fra pecora e pecora, fra montoni e capri, v. 17), ma ci che conta che il suo giudizio giusto (Le pascer con giustizia, v.
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16). In altre parole, Dio non fa dierenza per nessuno, non insegue interessi personali n di parte, non si lascia corrompere n subisce ricatti di sorta, non trascura i deboli per favorire i potenti, non permette che i ricchi colpiscano i poveri. Se ha una preoccupazione per i trascurati: va in cerca della pecora perduta e riconduce allovile quella smarrita, fascia la pecora ferita e cura quella malata. La sua azione tutta tesa a liberare e riunire: le raduner da tutti i luoghi dove erano disperse []. Le far uscire dai popoli e le riunir da tutte le regioni (vv. 12-13). Sono tutti temi che il Nuovo Testamento riprende e che Ges applica a se stesso: Io sono il buon pastore. Il buon pastore d la propria vita per le pecore. Il mercenario [] vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge (Gv 10,11-12). Parole dietro le quali si intravede una polemica simile a quella del profeta Ezechiele. Questo dunque il re di cui oggi celebriamo il dominio, un re che ha ben poco da spartire con il concetto mondano della regalit, un re che si preoccupa degli umili e il cui dominio si esprime nel dono di s. E il grande aresco del giudizio nale (cf. Mt 25,31-46) ripropone ancora pi chiaramente quel contrasto che ci porta al cuore della regalit di Ges: il re, assiso nella sua gloria, che giudica lintera umanit. Quattro sono gli aspetti importanti da mettere in luce. Primo: il giudice chiamato glio delluomo e re. La presentazione solenne e gloriosa, ma a nessuno pu sfuggire che questo re Ges di Nazaret, colui che fu perseguitato e crocisso, riutato, e che nella sua vita condivise in tutto la debolezza della condizione umana: la fame, la nudit, la solitudine. Ed un re che si identica con i pi umili, i pi piccoli. Anche nella sua funzione di giudice universale rimane fedele a quella logica di solidariet che lo guid in tutta la sua esistenza terrena. un re che vive sotto spoglie conosciute
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(le spoglie del povero e del bisognoso) e c il rischio, anche per i suoi discepoli, di non scorgerlo. Secondo: sarebbe un errore se si vedesse in questa pagina una logica diversa da quella della croce, un contrasto fra il Cristo crocisso e il giudice della ne dei tempi, come se alla logica dellamore (croce) venisse alla ne sostituita la logica della potenza e della gloria (giudizio). Nulla di tutto questo: il giudizio si limita a svelare il vero senso dellamore che apparve nel Crocisso, e che a molti sembr inutile e sterile. E nello stesso tempo viene svelata la vera identit delluomo: solo lamore verso i fratelli che dona alluomo consistenza e salvezza. Terzo: altrove levangelista aerma che gli uomini, al giudizio, dovranno rendere conto di tutte le azioni della loro vita (cf. Mt 16,27), persino di ogni parola (cf. Mt 12,36). Qui ricorda solo laccoglienza agli esclusi. Unaccoglienza concreta, fattiva: tutto il giudizio, come diverse altre pagine del Vangelo, costruito attorno alla contrapposizione tra il fare e il non fare. Matteo lo ha gi ricordato pi volte: lessenziale della vita cristiana non dire, e nemmeno confessare Cristo a parole, ma praticare lamore concreto per i poveri, i forestieri e gli oppressi. Questo il vero riconoscimento della regalit di Ges. Quarto: la regalit di Cristo pi ampia dei conni della chiesa, pi ampia della cerchia dei credenti consapevoli. La presenza di Cristo anche altrove, dovunque si trovi uno dei suoi piccoli fratelli: i piccoli fratelli con i quali il giudice re sembra identicarsi sono tutti coloro che, in un modo o nellaltro, sono poveri, forestieri, perseguitati e prigionieri. Si identica con loro non a causa dei loro meriti (di cui il brano evangelico non fa alcuna menzione), ma semplicemente in ragione della loro condizione di esclusi e di perseguitati. E anche la benedizione Venite, benedetti del Padre mio (v. 34) per tutti coloro che non si
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dice se credenti o no hanno amato e accolto: sia pure inconsapevolmente, tutti costoro hanno servito Cristo, hanno riconosciuto in concreto la sua regalit cos diversa da quella del mondo.

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SoLennit e feste

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2 febbraio Presentazione del Signore

La luce che illumina le genti


Ml 3,1-4 Eb 2,14-18 Lc 2,22-40

La festa liturgica della Presentazione di Ges al tempio di Gerusalemme si apre con la processione delle candele allaltare, segno di quella luce che il vecchio Simeone vide e per la quale ringrazi il suo Signore: i miei occhi hanno visto la tua salvezza preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele (Lc 2,30-32). Quella luce evocata nel cantico di Simeone capace di riconoscere la presenza del Signore introdotta da unantica profezia di Israele, come si legge nella prima lettura (cf. Ml 3,1-4). Di fronte allobiezione (Dove il Dio della giustizia, Ml 2,17), posta dal popolo in una drammatica situazione sociale e religiosa, il profeta risponde con lannuncio della venuta di un angelo dellalleanza (v. 1c), di un messaggero (v. 1a) che avr il compito di puricare e di ristabilire la possibilit di una nuova e giusta relazione tra Dio e il suo popolo. Ma lattesa e il desiderio di un intervento di Dio evocati dalloracolo profetico si compiono in modo sorprendente e paradossale. Dicile, infatti, scorgere nella gura del bambino portato dai genitori al tempio il fuoco (v. 2c) e la lisciva (v. 2c) mandati dal cielo per puricare Israele, come aveva predetto lantico profeta! C qualcuno, per, che proprio in quel bambino presentato al tempio (cf. Lc 2,22-40), cio oerto a Dio, intuisce con meraviglia e stupore che il disegno di Dio e della sua salvezza si stanno compiendo. Il Vangelo ricorda innanzitutto la gura del vecchio Simeone, come
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gi si accennava, che attendeva la venuta del messia. La bellezza di questuomo vecchio proprio la sua speranza; si narra infatti: aspettava la consolazione di Israele (v. 25). Di Simeone, uomo giusto e pio, detto che lo Spirito Santo era su di lui (v. 25). proprio lo Spirito, infatti, che ha suscitato in Simeone lardente attesa del messia, mantenendola ferma sino alla ne. Ed sempre lo Spirito che ore a Simeone la chiaroveggenza necessaria per riconoscere il messia in un bambino. Senza lo Spirito non si riconosce la presenza di Dio. Questo riconoscimento si fa esplicito nel cantico e nelle parole profetiche rivolte alla madre. Il cantico una preghiera costruita attorno a tre citazioni del profeta Isaia, che parlava di speranza e di consolazione (cf. Is 40,5; 49,6; 62,2). Il vecchio Simeone fa sua la speranza del profeta e il suo universalismo: il bambino che Maria e Giuseppe portano al tempio la luce di cui tutti i popoli hanno bisogno. Ma non basta questa aermazione a denire il mistero del bambino, Simeone intravede anche un altro aspetto, e lo esprime nelle parole rivolte a Maria. Simeone benedice entrambi i genitori, ma le parole sono soltanto per la madre. Il bambino sar segno di contraddizione (v. 34). la luce del mondo, ma una luce contraddetta: cercato e riutato, amato e crocisso, scontto e vittorioso. Una contraddizione che coinvolger la madre, come la spada che la tragge (cf. v. 35). E dopo lincontro con Simeone, ecco lepisodio di Anna, che con il primo strettamente collegato. Anna una donna molto anziana, vedova, che ha riempito la sua esistenza dedicandosi al servizio del Signore, consacrandosi a Dio. Ha ritrovato, cos, una casa che era il tempio, la casa del Signore. La sua vita non senza signicato, poich serve il tempio; la sua vita non senza amore, perch essa ama Dio e lo serve giorno e notte. Questa donna profetessa, cio sa vedere, sa leggere, sa scorgere ci che altri non scorgono. Di lei va allora
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sottolineata la capacit di leggere la presenza di Dio; una persona anziana che sa vedere le cose in profondit. Anna guarda e vede nel bambino latteso, lo annuncia e lo fa riconoscere (cf. v. 38). , in un certo senso, il prototipo della missionaria. E la missione della comunit cristiana non pu che ripartire dalla convinzione che Cristo la luce per illuminare le genti.

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24 giugno Nativit di san Giovanni Battista (Messa vespertina nella vigilia)

Non vi alcuno pi grande di Giovanni


Ger 1,4-10 1Pt 1,8-12 Lc 1,5-17

Ges ha avuto per Giovanni Battista parole di grandissima stima: Io vi dico: fra i nati da donna non vi alcuno pi grande di Giovanni (Lc 7,28). Tutto in Giovanni Battista la nascita, la vita, la morte nella linea dei grandi profeti; in un certo senso li ricapitola. La sua nascita attribuita a un intervento particolare di Dio e suscita stupore, come la nascita di Samuele. Vive nel deserto, si nutre di locuste e miele selvatico, e indossa un mantello di pelo, e una cintura di cuoio, come Elia. Si oppone al peccato del popolo e dei potenti, e questo coraggio gli procura la prigione e il martirio, com accaduto ai veri profeti. Il passo evangelico racconta la sua nascita. Una scelta ovvia: la nascita di Giovanni immersa in unatmosfera di gioia e di stupore, e la notizia si dionde in tutta la regione montuosa della Giudea. Con questo levangelista vuol farci capire che la nascita di Giovanni la prova che Dio ancora in mezzo al suo popolo, che le sue promesse non sono state dimenticate e che i tempi della salvezza stanno per compiersi. Tutta questa grande ricchezza di signicato gi racchiusa nel nome che Zaccaria ed Elisabetta rompendo un costume consolidato vogliono per il bambino. Per essere fedeli allintenzione del Vangelo non dobbiamo leggere il racconto della nascita come un episodio a s stante, e concluso, bens come linizio di una
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vicenda che va considerata in tutto il suo sviluppo. Solo cos possiamo intravedere leccezionalit della gura di Giovanni e i suoi molti risvolti attuali. Anzitutto Giovanni presentato come un predicatore; egli stesso si denisce voce di uno che grida (Lc 3,4, cf. Is 40,3). Con voce alta e chiara, con coraggio e franchezza, pubblicamente, annuncia il giudizio di Dio (gi la scure posta alla radice degli alberi, Lc 3,9) e denuncia lipocrisia religiosa del suo popolo e limmoralit di Erode. Ai gli di Israele, orgogliosi di essere discendenti di Abramo, ricorda che da queste pietre Dio pu suscitare gli ad Abramo (Lc 3,8): non nellappartenenza a una razza o a una struttura religiosa che sta la salvezza, ma nella fede e nella vita. E a Erode rimprovera la sua convivenza con la moglie del fratello e molte altre malefatte. And come si poteva prevedere: Erode lo fece arrestare e lo rinchiuse in carcere. la sorte dei profeti ed il segno della loro verit. I falsi profeti che la Bibbia conosce e di cui parla in diverse occasioni contrabbandano le loro parole di adulazione come parola di Dio e cercano lapprovazione degli uomini. Il vero profeta dice parole di denuncia, di opposizione, parole che scuotono e infastidiscono, parole vere, senza guardare in faccia nessuno. In secondo luogo, Giovanni presentato dal Vangelo come il testimone di Ges. forse la sua caratteristica pi importante. Ecco il cuore della sua predicazione: Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che pi grande di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali (Lc 3,16). Questa funzione di Giovanni particolarmente sottolineata dal quarto Vangelo: egli venuto per dare testimonianza alla luce (Gv 1,7). Tutto qui: Giovanni una voce che ha unicamente il compito di far conoscere Cristo. Egli lo indica ai suoi discepoli: Ecco lAgnello di Dio (Gv 1,36), e lo indica a tutti: In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete (Gv 1,26). questa la testimonianza (della chiesa e di
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ogni discepolo): aiutare gli uomini ad accorgersi che in mezzo a loro c Cristo. Non tocca al discepolo portare Cristo, egli c gi; il suo compito aiutare gli uomini ad aprire gli occhi perch lo scorgano. Giovanni ed la terza caratteristica, che ci porta al cuore della sua spiritualit coraggioso no al martirio e insieme umile no a sapersi mettere in disparte, e questo richiede non meno coraggio del martirio. Non approtta della simpatia delle folle, non si mette a capo del movimento che la sua parola ha suscitato, non concentra lattenzione su di s. Egli vuole unicamente che al centro dellattenzione sia il Cristo. Egli contento che i suoi discepoli lo abbandonino per seguire Ges: lo sposo colui al quale appartiene la sposa; ma lamico dello sposo, che presente e lascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia piena (Gv 3,29). Cos il Battista diventa il modello dellatteggiamento che il mondo e ogni uomo dovrebbero assumere di fronte alla luce di Cristo: accettare gioiosamente la sua novit, superando i propri schemi culturali e i propri progetti, le proprie attese: Lui deve crescere; io, invece, diminuire (Gv 3,30). Inne un tratto sorprendente e importante: Giovanni sa unire alla forza della denuncia e allausterit della propria vita, una meravigliosa capacit di concretezza e moderazione. Ci sono uomini (e movimenti) che vorrebbero imporre a tutti la loro austerit, le loro scelte radicali, insoerenti di soluzioni pi normali che deniscono inesorabilmente come compromessi e patteggiamenti. Costoro non sono profeti, ma fanatici. Laustero Giovanni diverso, vive nel deserto ma non dice a nessuno di fare altrettanto; si nutre di cavallette ma non rimprovera Erode o le folle perch prendono cibo. Accoglie quel bisogno di religiosit e di cambiamento che sale dalle folle un bisogno autentico ma che, come spesso accade, ancora confuso e generico, lo purica, lo indirizza verso la conversione interiore e
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verso scelte pratiche alla portata di chiunque. Alle folle raccomanda lamore fraterno: chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha. Agli esattori delle tasse che operavano per conto del dominatore straniero (molti avrebbero detto loro di cambiare lavoro!) dice semplicemente di non essere esosi ma giusti. Ai soldati raccomanda di non abusare della loro posizione e della loro forza, di non fare prepotenze, ma di accontentarsi della paga. Quello che conta dunque il mutamento nella vita quotidiana, nella vita normale.

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29 giugno Santi Pietro e Paolo apostoli

Hanno combattuto la buona battaglia


At 12,1-11 2Tm 4,6-8.17-18 Mt 16,13-19

Pietro e Paolo sono le due gure dominanti del Nuovo Testamento: essi rappresentano la tradizione apostolica pi autorevole, alla quale la chiesa deve sempre rimanere fedele. La liturgia li unisce in una stessa festa, riprendendo una tradizione molta antica. I Vangeli sono unanimi nel riconoscere che Pietro non semplicemente un apostolo come gli altri: la roccia della comunit, gli viene detto di confermare nella fede i suoi fratelli (parola che nel contesto non signica semplicemente i fedeli, ma anche il gruppo degli apostoli), riceve lincarico di pascere il gregge. Nel passo evangelico (cf. Mt 16,13-19) la posizione di Pietro indicata da tre paragoni: la roccia, le chiavi, legare e sciogliere. Sono tre paragoni che non dobbiamo intendere, ovviamente, a modo nostro, ma secondo quel senso che abitualmente essi hanno nel linguaggio biblico. Per comprendere il primo (tu sei Pietro e su questa pietra edicher la mia chiesa, v. 18) penso sia opportuno ricorrere a un altro passo del Vangelo di Matteo, nel quale troviamo la stessa immagine. A conclusione del discorso della montagna, Ges racconta la parabola della casa costruita sulla sabbia e della casa costruita sulla roccia: Cadde la pioggia, strariparono i umi, soarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perch era fondata sulla roccia (7,25). Pietro la roccia che tiene salda la comunit,
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fuori metafora, Pietro il punto di coesione attorno al quale si fa lunit della chiesa. Per comprendere il secondo paragone (A te dar le chiavi del regno dei cieli, v. 19) possiamo invece ricorrere a un passo del profeta Isaia. Raccontando di un primo ministro, Sebna, spodestato e sostituito da un altro, Eliakim, il profeta cos si esprime: Lo rivestir con la tua tunica, lo cinger della tua cintura e metter il tuo potere nelle sue mani []. Gli porr sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuder; se egli chiude, nessuno potr aprire (22,2122). Avere le chiavi signica essere il primo ministro o il maggiordomo della casa reale. Ecco che anche il secondo paragone diventa chiaro: Pietro la prima autorit della chiesa. Il terzo paragone inne (tutto ci che legherai sulla terra sar legato nei cieli, e tutto ci che scioglierai sulla terra sar sciolto nei cieli, v. 19) riprende un detto ben conosciuto nella tradizione giudaica. Indica lautorit di proibire e permettere, di separare e perdonare, di interpretare autenticamente e autorevolmente la tradizione; nel nostro caso linsegnamento di Ges. Di conseguenza la nostra posizione davanti a Dio legata al nostro accordo o disaccordo, con Pietro: questo il senso dellespressione sar legato nei cieli, sar sciolto nei cieli. A questo punto sono importanti due precisazioni, una pi generale, che rimanda al contesto dellintera Bibbia, e una pi particolare legata al contesto immediato in cui si trova il nostro passo. Le prerogative che Ges attribuisce a Pietro (essere roccia, avere le chiavi, legare e sciogliere), sono prerogative che la Bibbia attribuisce abitualmente al messia. come dire che la posizione di Pietro vicaria: egli limmagine, o il portavoce, di un altro, di Cristo, che rimane il vero e unico Signore della comunit. E non certo casuale il fatto che nel medesimo passo (basta leggere qualche
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riga oltre la lettura liturgica per accorgersene), Pietro sia contemporaneamente beaticato e rimproverato: Va dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo (v. 23). Pietro il portavoce della fede dei discepoli (Tu sei il Cristo, il glio del Dio vivente, v. 16), ma anche il portavoce del loro riuto della croce (Signore, questo non ti accadr mai!, v. 22). E come se questo non fosse gi chiaro, ecco che il contrasto fra lautorit di Pietro e la sua debolezza duomo sottolineato anche da altri passi, come attesta laermazione di Ges nellultima cena: Una volta convertito, conferma i tuoi fratelli (Lc 22,32), o la stessa triplice domanda di Ges che evoca il triplice rinnegamento di Pietro (cf. Gv 21,15-18). Linsegnamento chiaro: Pietro roccia per grazia, per volont di Cristo, non per doti personali. E questo per noi consolante e impegnativo insieme. Consolante perch lobbedienza a Pietro non a un uomo, ma a Cristo, e impegnativo perch bisogna andare oltre luomo il suo fascino o i suoi limiti per scorgere con occhi di fede la presenza del Signore. Il passo della seconda lettera a Timoteo (cf. 4,68.17-18) una specie di testamento di Paolo: giunto il momento che io lasci questa vita (v. 6). Poche parole, scarne, sucienti per per farci intravedere qualcosa della grandezza dellApostolo delle genti. Una gura davvero eccezionale, che non cessa di stupirci: la sua attivit missionaria, la sua predicazione, la sua robusta riessione teologica e la sua ricchissima esperienza spirituale continuano a sorprenderci. La prima cosa che colpisce leggendo tutte le sue lettere che egli parla continuamente di Cristo e soltanto di Cristo. Non ha altri interessi. Morte e vita, prigionia e libert, tutto considerato in rapporto a Cristo e a vantaggio del Vangelo, e lunico oggetto della sua speranza di essere sempre col Signore. Dicendo di aver combattuto la buona battaglia (v. 7), Paolo pensa ap234

punto a questo: al suo amore a Cristo senza distrazioni e al suo sforzo di essergli fedele senza alcun tentennamento. Ed questa, anche, la corsa che egli dice di aver portato a termine. Si legga, in proposito, il bellissimo passo della lettera ai Filippesi: Mi sforzo di correre per conquistarla, perch anchio sono stato conquistato da Ges Cristo. Fratelli, io non ritengo di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ci che mi sta alle spalle e proteso verso ci che mi sta di fronte, corro verso la mta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lass, in Cristo Ges (3,12-14). Aerrato da Cristo, Paolo abbandona tutto ci che ha alle spalle; ci che prima gli interessava ora non gli interessa pi. Vede il mondo con occhi nuovi, i suoi criteri valutativi sono radicalmente cambiati. cambiato, in primo luogo, il modo di comprendere la parola della croce: aerrato dal Cristo risorto lungo la via di Damasco, Paolo ha capito che colui che egli riteneva morto e abbandonato da Dio, invece vivo e risorto. La croce dunque la via di Dio. Ecco perch Paolo aronta la persecuzione e le soerenze (e non tutte provenienti dallesterno!) con gioia e ducia: anche questo fa parte della buona battaglia e della corsa. La persecuzione non lo ha mai meravigliato, n lo ha fermato: non altro che la via del maestro che continua nei discepoli. E come il maestro fu abbandonato nel momento della passione dai discepoli, cos anche Paolo abbandonato da tutti: Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito, tutti mi hanno abbandonato (v. 16). Ma che importa? La cosa importante la ducia nel Signore: Il Signore per mi stato vicino e mi ha dato forza (v. 17). Il secondo cambiamento avvenuto, e che ha capovolto la sua precedente concezione religiosa, fu la chiara percezione che la salvezza grazia. Aerrato da quel medesimo Ges che egli si accingeva a perseguitare, Paolo si rese conto che la salvezza viene dalla misericordia
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di Dio, dal suo amore gratuito e preveniente, non da altro. E sulla base di questa salvezza gratuita sorse in lui lesigenza della missione universale, la sua vocazione di missionario dei gentili: fu nel momento stesso in cui divenne cristiano che egli avvert di essere uno strumento scelto perch io potessi portare a compimento lannuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero (v. 17). E a ragione. Se la salvezza viene dallamore di Dio e Dio ama tutti, come non sentire lansia di correre subito fra i pagani? per questo che Paolo sent il bisogno di rompere anche polemicamente ogni forma di particolarismo: il suo vanto di essere il missionario delluniversalit. La corsa che egli dice di aver portato a termine si precisa cos in due direzioni: una corsa verso Cristo e una corsa verso il mondo. Sono le due direzioni di ogni autentico cammino cristiano.

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6 agosto Trasgurazione del Signore

Saper ascoltare la parola di Dio


Dn 7,9-10.13-14 2Pt 1,16-19 Mt 17,1-9

Lepisodio della trasgurazione si trova in un contesto in cui Ges predice ripetutamente la sua passione e quella dei suoi discepoli. I discepoli hanno compreso che Ges il messia, hanno capito che in lui presente e operante la salvezza, ma con tutto ci non riescono ancora a comprendere la parte pi intima e pi nuova del suo animo e della sua missione: non vedono come lamore di Dio possa nascondersi dietro la croce e come la sua fedelt vittoriosa possa trovarsi alla ne di una strada che sembra smentirla. in questo contesto che si pu comprendere il vero signicato della trasgurazione. Il racconto evangelico (cf. Mt 17,1-9) molto ricco e gli elementi da comprendere sono numerosi, ma noi ci limitiamo ai principali. Alcuni tratti, come la nube luminosa, il monte, la voce celeste e la presenza di Mos e di Elia, evocano lAntico Testamento, in particolare il cammino del popolo nel deserto, lapparizione di Dio sul monte Sinai e il profetismo. E il signicato trasparente. Si vuole aermare che Ges il nuovo Mos e che in lui giungono a compimento le attese e le speranze di Israele. E tutto questo senza dimenticare una precisazione importante suggerita dal contesto: proprio in questo Ges incamminato verso la croce che troviamo il compimento delle attese! Gli uomini lo riutano, ma le Scritture, Mos e i profeti lo accolgono. Altri tratti, come il trasgurarsi della persona di Ges e le vesti candide, evocano il glio delluomo,
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glorioso e vincitore, della grande visione di Daniele, e anticipano la risurrezione. Il racconto intende infatti rivelare il signicato nascosto del cammino di Cristo, il suo personale destino: Ges, incamminato verso la croce, in realt il signore glorioso. I tre discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni chiamati a vedere la gloria segreta del Cristo sono i medesimi che pi tardi, nel Getsemani, saranno chiamati a vedere la sua debolezza. Il mistero dellesistenza del Cristo come dellesistenza delluomo ha due volti: la croce e la gloria, la forza e la debolezza. Nellintenzione dellevangelista lepisodio della tra sgurazione non ha soltanto il compito di svelare lidentit di Ges, ma anche quella del discepolo. Come abbiamo gi detto, i discepoli hanno capito che Ges il messia e si sono ormai persuasi che la sua strada conduce alla croce, ma non riescono a capire come la sua croce (e la loro) possa nascondere la gloria. In proposito hanno bisogno di una esperienza, sia pure fugace e provvisoria: hanno bisogno che il velo si sollevi. questo il signicato della trasgurazione nellitinerario di fede del discepolo: una verica. Dio concede, per un istante, di anticipare la Pasqua. Non soltanto Ges, ma anche il discepolo ugualmente incamminato verso la croce, come pure verso la risurrezione, ugualmente in possesso al di l della realt che spesso delude della presenza vittoriosa di Dio. Ma tutto questo nascosto, e per accorgersene occorrono dei segni e delle veriche, momenti chiari che alle volte si incontrano nel viaggio della fede, momenti gioiosi allinterno della fatica cristiana. Non sono momenti che automaticamente e dovunque si incontrano: occorre crearne le premesse e saperli scorgere. Senza dimenticare che la loro presenza fugace e provvisoria, il discepolo deve sapersi accontentare. Pietro desidera rendere eterna quella sua improvvisa e chiara visione, ma non possibile, Dio ha fatto dono ai di238

scepoli prediletti di intravedere, solo per un istante, la gloria del glio. Sulla strada dellesistenza (spesso segnata dalla fatica di vivere e dalloscurit) Dio ci fa dono di spiragli di luce, che non signicano che la strada della croce sia nita, al contrario, ci incoraggiano a percorrerla. Nonostante i numerosi insegnamenti che il racconto ci ha gi dato, la componente pi signicativa unaltra, e cio laermazione della voce celeste: Questi il glio mio, lamato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo! (v. 5). Tutto il resto serve in qualche modo da cornice. infatti lascolto ci che denisce il discepolo. Lambizione del discepolo di essere servo della verit, in perenne posizione di ascolto. Ma che cosa ascoltare? La parola di Dio, che si fatta chiara nella persona, nelle parole e nella esistenza di Ges di Nazaret. Non una parola che trasmette nozioni qualsiasi, racconta chi Dio, chi siamo noi, qual il senso della storia nella quale viviamo. Dunque una Parola che indica ci che dobbiamo fare, la regola da seguire, il punto di vista da assumere. Richiede ascolto attento, obbedienza e conversione. Non solo intelligenza per comprendere, ma coraggio per decidersi, e soprattutto molta ducia. Quella che il Cristo rivela infatti una parola che ci coinvolge e ci strappa a noi stessi.

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15 agosto Assunzione della beata vergine Maria

Festa dellumanit
Ap 11,19a; 12,1-6a.10a-b 1Cor 15,20-27a Lc 1,39-56

La liturgia suggerisce come prima lettura la grandiosa visione della donna e del dragone (cf. Ap 11,19; 12,1-6a.10a-b), che il cuore del libro dellApocalisse; i personaggi principali della visione apocalittica sono due: la donna e il dragone. Giovanni li chiama segni, vale a dire simboli di una realt della nostra storia, una realt profonda che molti, distratti dalle apparenze, non sanno scorgere; per vederla occorrono gli occhi della fede. Il primo segno una donna che sta partorendo un glio maschio, il messia. Giovanni ama sovrapporre immagini e signicati includendoli uno nellaltro. La donna Israele lIsraele ideale dei profeti che genera il messia. Ma la donna anche la chiesa, in balia della persecuzione e tuttavia protetta. E inne la donna Maria, madre del messia e immagine della chiesa. Il secondo segno il dragone, che Giovanni stesso identica con il serpente antico, con Satana, il seduttore del mondo intero. Il mostro davanti alla donna pronto a divorarle il bambino appena nato. Si direbbe che nessuno possa impedirglielo. E invece no: il bambino gli sfugge e sale verso il cielo, e la donna fugge nel deserto. A dispetto delle apparenze il dragone dunque impotente! Questa appunto la realt profonda della storia di Dio, di cui la Vergine assunta in cielo come lo specchio: la potenza del male non scongge lamore di Dio, la morte non scongge la vita, la menzogna non scongge la verit.
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Lapostolo Paolo si rivolge a un gruppo di cristiani di Corinto che dubitavano della concreta realt della nostra risurrezione: ammettevano limmortalit dello spirito, ma avevano dicolt ad accettare la risurrezione delluomo intero, anima e corpo; Paolo li fa riettere sulla risurrezione di Ges, sottolineando due aspetti. Il primo: Ges entrato nella gloria con tutta la sua realt umana, spirito e carne. Il secondo: Ges solidale con lintera umanit, nella sua risurrezione c la ragione che garantisce la nostra. A questo punto non dicile capire perch la liturgia ha scelto per oggi questo brano di Paolo: solidale col glio, la madre entrata nella gloria con tutta la sua realt umana assunta in cielo anima e corpo , segno e garanzia di quella speranza verso cui noi pure siamo incamminati. Lassunzione di Maria la festa dellumanit: festeggiamo la certezza che lintero spessore della nostra realt di uomini, non solo i valori spirituali ma anche i valori terreni i valori del corpo non sono destinati alla distruzione ma alla gloria. Il Vangelo ci riporta agli aspetti umili e quotidiani della vita di Maria, la preghiera e il servizio. Sta appunto qui lessenziale: alla gloria di Dio si giunge attraverso un percorso che sembra non avere nulla di glorioso. Dellincontro di Maria con Elisabetta, ci sembra signicativo sottolineare anzitutto il particolare del saluto, che mette in primo piano questa nota di umanit e di normalit che sole conducono alla meta a cui ognuno chiamato. Maria porge il saluto per prima, in qualche modo liniziativa dunque sua. Si tratta di un saluto importante, ricordato nella narrazione ben tre volte. attorno a questo saluto che si sviluppano gli aspetti narrativi pi importanti dellepisodio: il sussulto del bimbo, la venuta dello Spirito, il riconoscimento di Elisabetta. Il saluto linizio della comunicazione tra le persone, non si inizia un incontro senza un saluto col quale si dimostra che la situazione aperta e le persone sono
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pronte ad accogliersi; il saluto non mai cosa banale. Ma qui il saluto di Maria, diversamente dal saluto/ risposta di Elisabetta, senza parole. Anche questo un tratto da rispettare nel suo silenzio. Proprio perch senza parole, il saluto di Maria pone in primo piano la sua persona, non ci che eventualmente ella ha detto. In primo piano la voce (cf. 1,44): non le parole di Maria hanno fatto sussultare il bambino, ma la sua voce. nella voce di Maria che il bambino percepisce la presenza del messia atteso. Le parole di Maria sono invece raccolte nella bellissima preghiera del Magnicat, un mosaico di testi tratti dallAntico Testamento; quasi nessuna espressione originale. Lo per linsieme che ne risulta: le pietre sono antiche ma la costruzione nuova. E infatti la presenza di riferimenti molteplici e disparati non impedisce che ci siano, e ben visibili, una scelta e una direzione. Maria non ha scelto i riferimenti anticotestamentari a caso, ma li ha selezionati, e cos ci ritroviamo di fronte a una vera e propria rilettura dellAntico Testamento, una rilettura intelligente sulla base di due scelte precise. Sono le due leggi che guidano la storia della salvezza. La prima legge sancisce che la salvezza dipende dalla gratuita iniziativa di Dio. Il Signore il protagonista e i suoi interventi nascono tutti dalla sua fedelt misericordiosa: Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri [] per sempre (1,54-55). La seconda legge proclama che la salvezza si attua nella storia degli umili (a loro rivolta e loro sono i protagonisti) e Dio conduce la storia rovesciando le parti: ha confuso i sapienti con tutte le loro macchinazioni, ha rovesciato i potenti, riempie di beni gli aamati e manda i ricchi a mani vuote. Le due grandi leggi in base alle quali Maria ha costruito la sua preghiera, indicano gi quella logica di Dio che Ges avrebbe rivelato nella sua esistenza terrena.
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14 settembre Esaltazione della santa croce

La vita del cristiano come dono e servizio


Nm 21,4-9 Fil 2,6-11 Gv 3,13-17

Della festa dellEsaltazione della croce, scegliamo di porre la nostra attenzione sulla seconda lettura, un antichissimo inno a Cristo sorto nelle primitive comunit e usato nella liturgia, inno che lapostolo Paolo si limitato a citare e a trascrivere. Il fatto che questo brano (cf. Fil 2,6-11) trovi la sua origine nella liturgia lo rende importante: aonda le sue radici nellanonimato della comunit e celebra la fede comune, non la teologia di un singolo o di un gruppo. Il centro del suo interesse la persona e lopera di Cristo, il suo signicato salvico. Linno si lascia facilmente distinguere in due strofe: nella prima dominante il movimento di discesa, labbassamento della croce: dalla condizione di Dio alla condizione di servo, dalla condizione di servo alla morte di croce. Nella seconda dominante il movimento di salita, la gloricazione: Dio lo ha esaltato, gli ha dato un nome al di sopra di ogni nome; dalla croce alla signoria su tutte le cose. I due movimenti non sono staccati: il secondo originato dal primo (Per questo, v. 9). Lesaltazione il frutto dellabbassamento e dellobbedienza, la gloria frutto della croce. Nel primo movimento Ges il soggetto dei verbi, il protagonista: non tenne gelosamente per s, spogli se stesso, umili se stesso, si fece obbediente. Ges dunque presentato come soggetto attivo, non strumento passivo nelle mani del Padre, e la storia che egli ha vissuto, una storia
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di abbassamento che trova il suo momento culminante nella croce, dono e obbedienza, dono e obbedienza compiuti nella libert. Il secondo movimento narra invece lazione del Padre in favore di Ges. Dio il soggetto e il Cristo loggetto. Nellinno non viene in primo luogo descritta la persona di Ges, ma piuttosto la via che egli ha percorso. Larco completo: la sua condizione presso Dio, la sua venuta fra gli uomini, la vita obbediente, la croce, lesaltazione. unicamente allinterno di questa storia da leggere in tutta la sua ampiezza che si pu capire chi Cristo e si pu cogliere nel giusto senso la struttura della sua persona. Egli nella condizione di Dio e nel contempo si fatto in tutto simile agli uomini, servo e Signore. In questa duplice coppia di antitesi racchiuso tutto il mistero di Ges, e anche tutto il paradosso dellesistenza cristiana. Ma la cosa forse pi importante che linno ci invita a intendere i titoli che noi riferiamo a Cristo (Dio e uomo, servo e Signore) non a modo nostro ma secondo quel senso che apparve concretamente dalla storia che egli ha vissuto. Alla domanda chi Ges?, i primi cristiani non rispondevano mediante una formula, ma raccontando una storia. unicamente a partire dalla storia di Ges che si comprende appieno la sua personalit, la sua divinit e la sua umanit, il suo signicato per noi. Della storia di Ges, che linno racconta dallinizio alla ne, quale il centro? Due espressioni lo indicano chiaramente: assunse la condizione di servo (v. 7) e si fece obbediente no alla morte e a una morte di croce (v. 8). La prima espressione si contrappone alla condizione iniziale (era nella situazione di Dio) e alla condizione nale (siede presso il Padre in qualit di Signore di tutta la creazione). Allinizio e alla ne il Cristo in posizione di Dio e Signore, ma nella sua vita terrena percorse la via del servizio. E la seconda espressione ripete il concetto della prima, ma condotto al punto in cui il servizio di
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Ges apparve con la maggior chiarezza possibile. La croce il vertice dellabbassamento di Ges, il punto pi alto del suo servizio e del suo dono: ma anche, come abbiamo gi visto, il punto di partenza e la ragione del suo innalzamento: Per questo Dio lo esalt (v. 9). Sembra proprio che linno intenda attirare lattenzione non semplicemente su Dio che ha deciso di divenire uomo ma sul fatto che, avendo deciso di farsi uomo, anzich prendere una condizione umana a livello della sua condizione divina (quindi unumanit al di fuori della nostra storia, sottratta alla caducit, ai bisogni e alla morte) il glio di Dio ha preferito una condizione umana in tutto e per tutto simile alla nostra: una condizione umana vissuta nel servizio, nellobbedienza, crocissa. questa la meraviglia che linno intende suscitare nella comunit cristiana che festeggia la croce. Finora abbiamo esaminato linno in se stesso, prescindendo dal contesto in cui lapostolo, citandolo, lo ha collocato. Ma anche interessante vedere come Paolo lo ha letto e utilizzato. Egli si accorge che nella comunit di Filippi ci sono tensioni e contrapposizioni, rivalit e vanagloria, ricerca di s e spirito di parte; come dappertutto. E allora lapostolo ricorda alla sua comunit lantico inno che tutti conoscevano e che quasi certamente utilizzavano nella liturgia, inno che mette in luce molto bene quel centro della vita di Ges che deve costituire il punto di riferimento dellesistenza cristiana, la croce: non la ricerca di s ma il servizio, non lesaltazione ma labbassamento, non la contrapposizione ma il dono. In una parola, la comunit cristiana deve regolarsi secondo la logica della croce, che logica di grazia e di dono, come appunto la vita del Cristo ha manifestato: Non fate nulla per rivalit o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umilt, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi linteresse proprio, ma anche quello degli altri (Fil 2,3-4). Ecco come si vive, concretamente, la croce.
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1 novembre Tutti i Santi

Chi veramente beato?


Ap 7,2-4.9-14 1Gv 3,1-3 Mt 5,1-12

Ci sono santi famosi, conosciuti e venerati (i santi della liturgia, della devozione e del calendario) e ci sono i santi sconosciuti. Oggi festeggiamo soprattutto questi ultimi. Il libro dellApocalisse, nella prima lettura (cf. 7,2-4.9-14), ci assicura che il loro numero incalcolabile: Vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, trib, popolo e lingua (7,9). Se lApocalisse ci dice che il loro numero immenso, il Vangelo ci indica la strada che tutti, senza eccezioni, hanno percorso: la strada delle beatitudini. Non ci possibile commentare qui le singole beatitudini, del resto basta una semplice lettura per intuirne la sostanza del loro signicato. Sappiamo tutti che cosa signica essere umili, non violenti, operatori di pace, uomini di giustizia, ricercatori di Dio, solidali, perseguitati. Meglio allora alcune osservazioni generali, utili per comprendere il loro spirito. Anzitutto, Matteo elenca otto beatitudini (cf. Mt 5,1-12), ma non si tratta di otto cose diverse, bens di un unico disegno: linee dierenti che tratteggiano ununica personalit, quella di Ges Cristo, che non soltanto ha pronunciato le beatitudini, ma ancor prima le ha vissute. Vivere le beatitudini signica imitare Ges Cristo, ispirarsi ai suoi comportamenti. Per molti anche cristiani le beatitudini sono qualcosa di esagerato, di impossibile, tuttal pi un programma per uomini eccezionali e per vocazioni speciali.
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In realt sono una proposta per il cristiano qualunque, anche se, certo, esprimono un salto nei confronti degli schemi del comune ragionamento. Le beatitudini sono tutte percorse da una persuasione, e cio che Dio venuto fra noi: sta qui tutta la loro forza. Senza questa convinzione fondamentale diverrebbero di colpo incomprensibili e sarebbero prive di ogni giusticazione. Le beatitudini suppongono che siano entrati nel mondo dei valori nuovi (il regno di Dio), i quali hanno fatto impallidire quei valori che prima si ritenevano assoluti (il benessere, il denaro, il successo). Suppongono che sia entrata nel mondo una forza capace di far vivere in modo nuovo. In secondo luogo, nella formulazione di ciascuna beatitudine visibile una tensione fra la prima e la seconda parte, tra la situazione presente e il futuro. La prima parte caratterizzata da situazioni negative (povert, soerenza, persecuzione), la seconda da situazioni positive (possesso del regno, consolazione, visione di Dio). Questa tensione fra la prima e la seconda parte mostra che le beatitudini non promettono interventi miracolosi che capovolgono le situazioni, le situazioni restano quelle che sono: ancora la povert, la soerenza e la persecuzione. Le beatitudini orono piuttosto un modo nuovo di arontarle: non pi la disperazione, ma la speranza; non pi labbattimento, ma la serenit. La certezza di un futuro positivo trasforma la visione delle cose: nuovo e diverso diventa il modo di arontare la povert, la soerenza, la persecuzione e ogni altra cosa. Inne, c una sda da raccogliere nelle beatitudini, una nota costante e caratteristica. Se mancasse, potremmo parlare di ideali, di capovolgimento di mentalit, di conversione, ma non di beatitudini: la nota della gioia, beati! Ma quale gioia? Fondata su quali radici? C infatti gioia e gioia. La gioia delle beatitudini trova il suo fondamento nella certezza di un futuro felice, in comunione con Dio e dono di Dio, e insieme nel247

la gioiosa scoperta che gi ora possibile pregustare il modo nuovo di vivere. La gioia evangelica completamente diversa dalla gioia del mondo. Il mondo pone il fondamento della propria gioia nel possesso dei beni e nel successo, tutti fondamenti fragili. Il Vangelo invita invece a porre le basi della propria gioia nella fedelt di Dio, le cui promesse sono incrollabili e vittoriose. Le beatitudini proclamano la gioia della ducia in Dio, e insieme la gioia del servizio, del dono di s. Difatti non soltanto indicano che luomo trova unicamente in Dio la propria speranza, ma rivelano anche la convinzione che luomo fatto per donarsi, non per disperatamente conservare se stesso. La gioia che le beatitudini promettono la medesima gioia di Cristo: gioia cercata e trovata nellobbedienza al Padre e nel dono di s ai fratelli. Una conclusione: il numero incalcolabile di giusti che oggi festeggiamo (uomini di ogni tempo e di ogni razza) ha percorso chi in un modo e chi in un altro la strada delle beatitudini. Una strada con la quale ogni generazione cristiana chiamata a confrontarsi. C un presupposto, per, mancando il quale tutto verrebbe a cadere e qualsiasi sforzo verrebbe annullato in partenza: la forza che rende possibili le beatitudini che permette cio di tradurle nel concreto della propria vita la parola rassicurante e impegnativa di Ges ai discepoli: Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perch tutto possibile a Dio (Mc 10,27). Dunque, fede e preghiera. Senza di queste tutto sembrer dicile, impossibile, inattuabile.

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2 novembre Commemorazione di tutti i fedeli defunti

Credere nella vita oltre langoscia della morte


Gb 19,1.23-27a Is 25, 6a.7-9 Sap 3,1-9 Rm 5,5-11 Rm 8,14-23 Ap 21,1-5a.6b-7 Gv 6,37-40 Mt 25,31-46 Mt 5,1-12a

Nel grande discorso sul pane di vita, nel quale Ges aerma di essere la risposta alla ricerca delluomo, colui che d senso alla fatica di vivere, troviamo alcune affermazioni sulla risurrezione, dense e lapidarie (cf. Gv 6,37-40). Ges dichiara polemicamente che senza di lui la vita resta un enigma e le risposte che provengono da altre parti sono, nel migliore dei casi, parziali e insucienti: I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti (Gv 6,49). Le aermazioni di Cristo si pongono come una risposta e per apprezzarla occorre, sia pure a grandi linee, ricostruire la domanda e farla propria. una domanda che nella Bibbia aora numerosissime volte perch luomo biblico pieno della gioia di vivere (ama la vita e sa che la vita un dono), ma anche un uomo profondamente consapevole della propria caducit. La Bibbia conosce la morte: Noi dobbiamo morire e siamo come acqua versata per terra, che non si pu pi raccogliere (2Sam 14,14). Da una parte la certezza di un Dio che buono, che ama la vita, che ha creato luomo per la vita, e dentro di noi una grande voglia di vivere; dallaltra unesistenza breve, faticosa, contraddittoria, e alla ne la morte. La morte sembra togliere ogni senso alla vita: luomo si aatica costruisce e lavora ma poi deve morire. E cos luomo appare come
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un capolavoro sciupato e il dono della vita come una promessa non mantenuta. a questo punto che si apprezza no in fondo laermazione di Cristo: Io lo risusciter nellultimo giorno (Gv 6,40). solo dopo aver assaporato la vanit dellesistenza e aver provato langoscia di morire sentimenti che sono nel profondo di noi stessi, ma che troppe volte ngiamo di non sentire che la parola di Ges si presenta a noi come luce e consolazione. Certo non dissipa tutta loscurit della morte (la nostra fede resta debole e la nostra paura grande), come non ha fatto neppure per lo stesso Ges nel Getsemani: per una parola capace di orirci, accanto al turbamento, la serenit. Le aermazioni di Ges non si limitano ad aermare la vittoria sulla morte, ma indicano le modalit della vita che ci viene oerta e indicano inoltre, le condizioni richieste perch il dono della vita ci raggiunga. La vittoria sulla morte un dono di Dio, ecco una prima caratteristica. Non luomo che si conquista limmortalit, ma Dio che gliela dona. E questa una consolazione perch lamore di Dio non viene mai meno e non abbandona nessuno. Luomo minacciato dalla morte deve abbandonarsi a Dio, darsi del suo amore: infatti il suo amore (il suo amore per la vita) il vero fondamento della nostra speranza. Inoltre, la vita che ci viene donata non una riproduzione della vita precedente, una vita nuova e diversa, una vita con Dio. Dio ci chiama a far parte della sua stessa vita. Ed , inne, una vita che aerra luomo intero, corpo e spirito, individuo e comunit. Tutta la persona delluomo chiamata a vivere, non solo una sua parte. Per questo si parla di risurrezione, un dono che esige una condizione cio la comunione con Cristo (Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciter nellultimo giorno, Gv 6,54). Una comunione con Cristo che si vive nella fede, nel sacramento e nel condurre unesistenza simile alla sua. Per vincere
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la morte bisogna vivere come lui ha vissuto: infatti la via della croce che porta alla risurrezione. Se comprendiamo queste cose, allora la morte non pi uno scandalo che mette in discussione il senso della vita: un sonno o, meglio ancora un passaggio, immagini assai care alle prime comunit cristiane. Per il credente lesperienza della morte non porta pi a concludere che la vita priva di signicato, ma al contrario, apre a una speranza. Tutto questo molto importante, tuttavia, ci sembra che la liturgia di oggi intenda anche invitarci a riettere in unaltra direzione: la morte deve insegnarci a vivere. Credo che la morte sia in grado di orirci almeno tre lezioni importanti. Primo: luomo lavora, si aatica, cerca e si aanna, ma tutto questo sforzo sprecato, a meno che lesistenza non si prolunghi, a meno che alla ne della propria giornata luomo non incontri il Signore. Il pensiero della morte, in altre parole, ci fa capire che la vita non avrebbe senso senza Dio e che luomo non trova in se stesso la propria spiegazione, ma soltanto una radicale e insolubile contraddizione. Secondo: la meditazione della morte deve aiutarci a comprendere la profonda insensatezza di troppi nostri modi di vivere: la stupidit dellansia dellaccumulo, del tempo perso alla ricerca di ambizioni, le rivalit. Tutte cose prive di ogni vero signicato, che ci rubano tempo e vita a scapito delle cose che contano. Gli uomini dovrebbero visitare una volta alla settimana un ospedale o un cimitero: molte cose cambierebbero, ritroveremmo le nostre proporzioni. Terzo: la meditazione sulla morte deve indurci a concentrare la vita sulle cose che rimangono, perch non tutto rimane. Rimane lamore, la fraternit, la povert per il regno, in una parola rimangono le beatitudini. un pensiero a cui gi abbiamo accennato e che veramente conclusivo: se si vuole vincere la morte occorre vivere come Cristo ha vissuto.
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9 novembre Dedicazione della Basilica Lateranense

Lincontro con Dio che guarisce e rinnova


Ez 47,1-2.8-9.12 1 Cor 3,9c-11.16-17 Gv 2,13-22

Il 9 novembre si celebra pare sin dal XII secolo lanniversario della dedicazione della Basilica del Laterano in Roma, una ricorrenza che la liturgia considera importante al punto da preferirla al corso ordinario delle domeniche. una festa antica, in un primo tempo celebrata soltanto a Roma, ma poi estesa a tutte le chiese del mondo. Il motivo presto detto: la Basilica del Laterano, che la cattedrale del vescovo di Roma, considerata la chiesa madre di tutte le chiese, e il ricordo annuale della sua dedicazione assume perci il valore di un gesto di comunione con la cattedra di Pietro. Le letture bibliche di questa liturgia si sviluppano attorno al luogo santo per eccellenza del popolo ebraico, il tempio, che nel Nuovo Testamento diventa immagine prima di Ges risorto, poi della stessa comunit cristiana. La pagina dellAntico Testamento contiene una profezia di Ezechiele, che svolse il suo ministero profetico tra gli esiliati, a Babilonia, dal 592 al 570 a.C. circa. Il contesto in cui si trova, dunque, carico di problemi come, per esempio, il fatto che gli esiliati mantenevano uninalterabile ducia nei destini gloriosi del popolo eletto: Gerusalemme non sar distrutta pensavano , lesilio terminer e si potr tornare di nuovo nella terra promessa; Dio castiga, ma fedele, ha sempre fatto cos. Potrebbe sembrare un atteggiamento di fede, e invece era un attaccamento al passato e unillusione. Quando
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Gerusalemme e il tempio furono distrutti, tutti capirono che la speranza di un rapido ritorno era illusione. A questo punto subentr un altro pericolo: lo scoraggiamento e la sducia nelle promesse di Dio. Il Signore si ricorda ancora del suo popolo? ancora possibile sperare? E ancora, gli ebrei, nella loro terra, erano abituati a manifestare la loro vita religiosa orendo sacrici al tempio e celebrando la liturgia, mentre ora, a Babilonia, si trovavano privati di tutte queste possibilit. In questa situazione, Ezechiele si assunse come primo compito quello di orientare denitivamente gli spiriti dei deportati verso lavvenire, liberandoli dalla tentazione di voltarsi indietro, perch la vera speranza poggia su Dio, non sulle illusioni e sulle nostalgie del passato. Quando le ducie delluomo sono crollate, proprio allora che la fedelt di Dio si mostra incrollabile. In questa prospettiva si inserisce la visione descritta (cf. Ez 47,1-2.8-9.12), nella quale il futuro della salvezza immaginato nella forma di un nuovo tempio. Per gli israeliti il tempio il segno dellalleanza di Dio con Israele, segno della elezione di Dio e della storicit della rivelazione: in esso Dio pone il suo nome. In particolare, il tempio non soltanto il luogo dove Dio abita, ma piuttosto lo spazio dove egli si avvicina alluomo che viene a cercarlo, il luogo dove si manifesta e salva, ascolta e perdona: nel tempio Dio incontra il suo popolo e il popolo pu incontrare il suo Dio. Non si tratta per di un incontro magico ma personale: luomo incontra Dio se sale al tempio con cuore disponibile, per un colloquio sincero. E cos il tempio assume una duplice dimensione: la casa di Dio ed la casa di tutto il popolo; si va al tempio per incontrare il Signore e per ricostruire la nostra fraternit. Nulla di magico e di superstizioso, e nulla che allontani luomo dalla vita. Al contrario, Israele ha sempre capito (e i profeti lo hanno sempre richiamato) che nel tempio abita un Dio interessato alla vita che si svolge fuori. Il dio pagano
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interessato unicamente ai sacrici e alle oerte che i fedeli gli portano, il Dio dIsraele no: le domande che egli pone al popolo che lo visita riguardano i poveri, gli orfani e le vedove. Da questo nuovo tempio il profeta vede sgorgare unacqua che ha il potere di risanare e vivicare dove passa. Si narra, addirittura, come questacqua che esce dal tempio diventi, a un certo punto, un ume capace di rendere abbondanti i pesci, l dove prima non cera vita, e gli alberi costantemente carichi di frutti (cf. vv. 8-9). Immagini forti e suggestive che si rivolgono agli israeliti senza speranza, come le ossa aride del deserto (cf. Ez 37); Dio, per bocca del suo profeta, annuncia di voler compiere unopera vivicatrice, una sorta di nuova creazione, simboleggiata da questacqua miracolosa. Unacqua di vita che sgorga dal tempio, dimora di Dio, unannotazione importante. Fondamentale, infatti, la sorgente: non unacqua che luomo si d da se stesso o trova con le sue mani, , al contrario, dono di Dio. La vita che Dio promette al suo popolo un dono che proviene da lui; un dono, in particolare, che esce per Israele dal tempio, cio dal luogo dove si vive lincontro con Dio e si pratica la giustizia: da l escono la benedizione e la vita. Cos il tempio da cui esce il ume dacqua che espandendosi risana e guarisce diventa limmagine di una relazione vera e autentica con il Signore, in grado di suscitare puricazione e vita del popolo. Sulla scia di Ezechiele, e pi in generale dei profeti critici attenti nel denunciare da una parte la degenerazione del culto praticato nel tempio e dallaltra nellannunciarne la trasformazione si pone il gesto di Ges nel luogo santo, come racconta lepisodio evangelico (cf. Gv 2,13-22). Ges scaccia tutti, in primo luogo le persone e quindi anche le vittime pronte per il sacricio pasquale, le pecore e i buoi (v. 15). Egli non intende semplicemente puricare il tempio o rinno254

varlo, ma vuole dichiarare abolito lantico culto. E alla richiesta di spiegazione da parte dei suoi interlocutori, con parole velate ed enigmatiche accenna loro il segno tra tutti i segni, lultima e decisiva conferma della sua opera: la sua morte e risurrezione. Nella sua risposta, Ges annuncia infatti due eventi: una distruzione operata dai giudei, a cui si riconosce la responsabilit storica della morte di Ges (distruggete, v. 19), e nel contempo una risurrezione operata da Ges stesso (si osservi che non si usa il verbo ricostruire, ma il verbo della risurrezione, far risorgere, v. 19). Traducendo le parole di Ges, come se si annunciasse che per mezzo della distruzione (la sua morte), causata dallostilit dei giudei, sar innalzato il nuovo tempio (la sua risurrezione). Gli uomini disfano ci che Dio ha fatto, perci occorre rifarlo denitivamente. Cristo risorto il luogo denitivo della presenza di Dio in mezzo al suo popolo; la perfetta casa del Padre. Dora in avanti ogni preghiera e oerta a Dio pu essere fatta solo in Cristo Ges. lui il luogo in cui Dio si rende presente, entra nella storia, ci parla, si rivela, ci perdona, ci ama, ci fa gli suoi; lui il luogo in cui noi possiamo lodare il Padre, diventiamo popolo suo. lui il luogo in cui riceviamo gratuitamente la salvezza. Ges diventa il santuario della nuova alleanza specialmente con la sua morte, che sar il massimo servizio di amore allumanit e la massima manifestazione dellamore del Padre. Il tempio di pietra gura di questa presenza di Dio.

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8 dicembre Immacolata Concezione della beata vergine Maria

Capolavoro dellamore gratuito di Dio


Gen 3,9-15.20 Ef 1,3-6.11-12 Lc 1,26-38

Per cogliere il senso profondo del mistero dellImmacolata Concezione iniziamo dal grande inno che lapostolo Paolo premette alla sua lettera agli Efesini (cf. 1,3-6.11-12). Si tratta di una grande benedizione che celebra il progetto segreto (mysterion in greco) che Dio padre custodiva sullumanit n dalleternit (cf. v. 9). Litinerario di questo disegno del Padre scandito nellinno dalle diverse azioni salviche, tra le quali la lettura liturgica ricorda innanzitutto che Dio ci sceglie perch camminiamo santi e immacolati nellamore (cf. v. 4), ci predestina a essere suoi gli (cf. vv. 5-6) e inne ci dona leredit eterna (cf. vv. 11-12). Sorprende e affascina che la tappa iniziale di questo meraviglioso progetto di Dio consista nella scelta dellumanit chiamata a essere santa e immacolata, una vocazione che trova nella gura di Maria il suo modello e la sua conferma unica particolare. Il progetto di Dio, tuttavia, non incontra la pronta e immediata adesione delluomo. La pagina del libro della Genesi, che narra la vicenda drammatica del riuto di Dio da parte delluomo (cf. 3,9-15.20), riette lesperienza umana concretamente segnata dal peccato e dalla contraddizione. Nelluomo c il progetto di Dio e la possibilit della sua smentita. Il serpente suggerisce che Dio ha intenzioni di gelosia: il peccato consiste, appunto, nel pensare Dio invidioso (d un ordine per salvare il suo dominio sulluomo anzich liberare luo256

mo) e, di conseguenza, nel sottrarsi al suo progetto e farsi misura del bene e del male; decidere da s, non in obbedienza. Ma proprio questo farsi Dio che crea nelluomo il disordine e la contraddizione. Allontanandosi da un progetto per il quale fu pensato e volendo fare da s, luomo si aliena: ho avuto paura, perch sono nudo, e mi sono nascosto (v. 10). Lautore sacro sperimenta la radicalit del peccato e si accorge che il male corrode lessere umano nelle sue pi intime relazioni, come attestano le parole delluomo: la donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dellalbero e io ne ho mangiato (v. 12). Ma se lumanit sembra caratterizzarsi per una ostinata volont di peccato, e la storia degli uomini sembra un continuo riuto di Dio, tuttavia lamore di Dio ancora pi ostinato del peccato degli uomini riuscito a costruire in seno allumanit peccatrice un punto luminoso, completamente sottratto al peccato, che ha permesso al glio di Dio di approdare sulla nostra terra. La Vergine immacolata pu essere considerata come il capolavoro dellamore gratuito di Dio, e nel contempo, come il frutto migliore che lumanit ha saputo esprimere. Ce lo conferma il racconto dellannunciazione (cf. Lc 1,26-37), che come uno specchio nel quale si possono scorgere i tratti essenziali della chiamata di Dio e della risposta delluomo. Possiamo leggervi ci che Dio fa per noi e come noi dobbiamo accogliere il suo dono. Langelo Gabriele fu mandato da Dio (v. 26): Dio prende liniziativa, senza alcuna premessa, n merito, n invocazione. lui che sceglie Maria fra tutte le fanciulle di Israele, lui che le invia il suo messaggero. Ogni chiamata sempre frutto dellamore libero, gratuito e preveniente di Dio: cos fu la chiamata di Abramo, di Mos, di tutti i profeti; una legge costante nellagire di Dio. Alle volte abbiamo limpressione di essere noi a porci in ricerca di Dio, ma non mai cos: sempre Dio che fa il primo passo. Se noi lo cerchiamo perch
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lui, per primo, suscita in noi il desiderio di incontrarlo. Di fronte a un Dio che si comporta cos, che mantiene liniziativa nelle proprie mani, c posto soltanto per la disponibilit, laccoglienza e il ringraziamento. Langelo chiama Maria piena di grazia, che si pu tradurre pi precisamente con amata gratuitamente e per sempre da Dio. In primo piano risalta ancora una volta il primato di Dio, il suo amore gratuito e n dallinizio verso la donna chiamata a diventare la madre del messia. Maria preservata dal peccato e salvata n dal primo istante del suo concepimento una lezione di grazia, la dimostrazione pi convincente che la salvezza un puro dono delliniziativa divina. In questo senso, la Vergine immacolata uno specchio nel quale cogliere una legge del comportamento di Dio che ci riguarda tutti: la salvezza grazia, dono gratuito. Inne Maria risponde allangelo che lha interpellata chiamando se stessa serva (v. 38). Piena di grazia e serva: in questi due nomi racchiuso tutto il progetto di Dio, tutta lesistenza cristiana, tutta lidentit di Maria. La chiamata di Dio stata da Maria accolta e vissuta dentro questo schema semplicissimo: lespressione avvenga per me secondo la tua parola (v. 38) contiene una sfumatura di gioia e di desiderio. la gioia per il Signore e per il compimento del suo progetto di salvezza. Qui sta la nostra speranza e il senso della nostra festa.

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Sigle bibliche
Ab Abd Ag Am Ap At Bar Ct Col 1Cor 2Cor 1Cr 2Cr Dn Dt Eb Ef Esd Es Est Ez Fm Fil Gal Gen Ger Gc Gb Gl Gio Gs Gv 1Gv 2Gv 3Gv Gd Abacuc Abdia Aggeo Amos Apocalisse Atti degli Apostoli Baruc Cantico dei cantici Colossesi Corinzi (I Lettera) Corinzi (II Lettera) Cronache (I Libro) Cronache (II Libro) Daniele Deuteronomio Ebrei Efesini Esdra Esodo Ester Ezechiele Filemone Filippesi Galati Genesi Geremia Giacomo Giobbe Gioele Giona Giosu Giovanni (Vangelo) Giovanni (I Lettera) Giovanni (II Lettera) Giovanni (III Lettera) Giuda Gdc Giudici Gdt Giuditta Is Isaia Lam Lamentazioni Lv Levitico Lc Luca 1Mac Maccabei (I Libro) 2Mac Maccabei (II Libro) Ml Malachia Mc Marco Mt Matteo Mi Michea Na Nahum Ne Neemia Nm Numeri Os Osea 1Pt Pietro (I Lettera) 2Pt Pietro (II Lettera) Pr Proverbi Qo Qohlet = Ecclesiaste 1Re Re (I Libro) 2Re Re (II Libro) Rm Romani Rut Rut Sal Salmi 1Sam Samuele (I Libro) 2Sam Samuele (II Libro) Sap Sapienza Sir Sircide = Ecclesiastico Sof Sofonia 1Ts Tessalonicesi (I Lettera) 2Ts Tessalonicesi (II Lettera) 1Tm Timoteo (I Lettera) 2Tm Timoteo (II Lettera) Tt Tito Tb Tobia Zc Zaccaria

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Indice

TEMPO DI AVVENTO
Introduzione al tempo di avvento . . . . . . . . . . . . . . . . . Prima domenica di avvento Seconda domenica di avvento

7 8

Lattesa del Cristo che venuto e che verr . . . . .

I tempi lunghi di Dio, lasperanza del profeta e la conversione del cuore . . . . . . . . . . . . . . . . . 10 I segni di Dio che infondono coraggio . . . . . . . . 13 Natale: il Dio-con-noi.Tra credenti e increduli . 16

Terza domenica di avvento

Quarta domenica di avvento

Tempo di NataLe
Introduzione al tempo di Natale . . . . . . . . . . . . . . . . . . 25 dicembre: Natale del Signore (Messa della notte) Santa famiglia di Ges, Maria e Giuseppe

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Evento da annunciare econdividere . . . . . . . . . 22 Una parola che scende alle radici . . . . . . . . . . . 25 Meditare e custodire . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 28 Comprendere a quale speranza Dio ci ha chiamato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 30 Anche i lontani attorno alpresepe . . . . . . . . . . . 33 Il glio prediletto che devessere ascoltato . . . . . 36

Solennit di Maria santissima madre di Dio Seconda domenica dopo Natale

Epifania del Signore

Battesimo del Signore

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Tempo di qUaresima
Introduzione al tempo di quaresima . . . . . . . . . . . . . . . Prima domenica di quaresima Seconda domenica di quaresima Terza domenica di quaresima

41

Ripudiato Dio, ecco subito gli idoli . . . . . . . . . . 42 Abramo: il coraggio di cambiare vita . . . . . . . . 45 Un popolo tra libert e nostalgie di schiavit . . . 48 Dio guarda al cuore, non alle apparenze . . . . . . 51 Quando sembra inutile continuare a sperare . . . 54 Dallosanna al crucige la serenit del credente . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 57

Quarta domenica di quaresima Quinta domenica di quaresima

Domenica delle Palme: passione del Signore

TridUo pasqUaLe, tempo di PasqUa esoLennit deL Signore neL tempo ordinario
Gioved santo Venerd santo

Li am no alla ne . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 63 Volgeranno lo sguardo a colui che hanno tratto . 66 Ges, il Crocisso, risorto . . . . . . . . . . . . . . . . 70

Veglia pasquale nella risurrezione del Signore Domenica di Pasqua

La lezione di Pasqua: un Dio imparziale . . . . . 73 Introduzione al tempo di Pasqua . . . . . . . . . . . . . . . . . . 76


Seconda domenica di Pasqua Terza domenica di Pasqua

Essere cristiani oggi senza vergogna o paura . . . . 77

E la luce venne verso Emmaus . . . . . . . . . . . . . 80 Credere a Cristo anche credere alla chiesa . . . . 84 Spontaneismo e comunit: la scelta degli apostoli . 88

Quarta domenica di Pasqua Quinta domenica di Pasqua

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Sesta domenica di Pasqua Ascensione del Signore

Il tempo della chiesa: tempo di prove e conitti . 91 La parola ora passa al credente . . . . . . . . . . . . . 94 Ricevete lo Spirito Santo . . . . . . . . . . . . . . . . . 97 La vita delluomo fatta di dialogo . . . . . . . . . . 99 Non di solo pane vive luomo . . . . . . . . . . . . . . 103

Domenica di Pentecoste

Solennit della Santissima Trinit

Solennit del Santissimo corpo e sangue di Cristo

Tempo ordinario
Introduzione al tempo ordinario . . . . . . . . . . . . . . . . . . Seconda domenica del tempo ordinario Terza domenica del tempo ordinario

109

Il cristiano ideale colui che serve . . . . . . . . . . . 110 Inizi la vita pubblica scandalizzando i giudei . 113 Beati i poveri in spirito! . . . . . . . . . . . . . . . . . . 116 Questo il digiuno che piace al Signore . . . . . 119 Dio rispetta la libert ma ci vuole responsabili . 121 Il comandamento dicile: amate i vostri nemici . . . . . . . . . . . . . . . . . . 124 Non un facile ottimismo, ma la gioia di vivere . 127 Luomo diviso tra dire e fare . . . . . . . . . . . . . . . 130 Un doppio invito rivolto a tutti . . . . . . . . . . . . 133 Non dipende tutto da noi . . . . . . . . . . . . . . . . . 136 Pressante invito a non avere paura . . . . . . . . . . 140
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Quarta domenica del tempo ordinario Quinta domenica del tempo ordinario Sesta domenica del tempo ordinario

Settima domenica del tempo ordinario

Ottava domenica del tempo ordinario Nona domenica del tempo ordinario

Decima domenica del tempo ordinario

Undicesima domenica del tempo ordinario

Dodicesima domenica del tempo ordinario

Tredicesima domenica del tempo ordinario

Accoglienza e ospitalit sono anche segno di fede . 144 Contrastare con lamore il mito della violenza . . 148 I miei pensieri non sono i vostri pensieri . . . . . . 151 Servi impazienti che vogliono anticipare il giudizio di Dio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 156 Quando il Signore ci dona anche quello che non chiediamo . . . . . . . . . . . . . . . . . 160 Alle prese ogni giorno con mille inutili aanni . . 164 La forza che nasce dalla fede . . . . . . . . . . . . . . 168 Dio di tutti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 171 Le chiavi del vero potere . . . . . . . . . . . . . . . . . . 173 La solitudine del giusto e i silenzi di Dio . . . . . . 175 Il coraggio di dire la verit (anche quando fa male) . . . . . . . . . . . . . . . . . . 179 Perch il perdono resta larisposta pi giusta . . . 183 La giustizia di Dio e il lamento delluomo . . . . . 186 Il cristiano non rinuncia a usare la propria libert . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 190 Dio fedele alla sua vigna anche se luomo lo delude . . . . . . . . . . . . . . . . . 194 Gli eventi della storia visti dalla parte di Dio . . 197

Quattordicesima domenica del tempo ordinario Quindicesima domenica del tempo ordinario Sedicesima domenica del tempo ordinario

Diciassettesima domenica del tempo ordinario

Diciottesima domenica del tempo ordinario

Diciannovesima domenica del tempo ordinario Ventesima domenica del tempo ordinario

Ventunesima domenica del tempo ordinario

Ventiduesima domenica del tempo ordinario

Ventitreesima domenica del tempo ordinario

Ventiquattresima domenica del tempo ordinario Venticinquesima domenica del tempo ordinario Ventiseiesima domenica del tempo ordinario

Ventisettesima domenica del tempo ordinario

Ventottesima domenica del tempo ordinario

264

Ventinovesima domenica del tempo ordinario

A Cesare quello che di Cesare a Dio quello che di Dio . . . . . . . . . . . . . . . . . 200 Amore di Dio e del prossimo: tutta la Bibbia qui . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 204 Perch non facciamo come scribi e farisei . . . . . . 208 La sapienza scoprire Dio nelle cose di ogni giorno . . . . . . . . . . . . . . . . . . 211 Dio ci chiede di rischiare . . . . . . . . . . . . . . . . . 215 Quello strano re che serve i suoi sudditi . . . . . . . 219

Trentesima domenica del tempo ordinario

Trentunesima domenica del tempo ordinario

Trentaduesima domenica del tempo ordinario

Trentatreesima domenica del tempo ordinario

Trentaquattresima domenica del tempo ordinario Solennit di nostro Signore Ges Cristo re delluniverso

SoLennit e feste
2 febbraio - Presentazione del Signore

La luce che illumina le genti . . . . . . . . . . . . . . 225 Non vi alcuno pi grande di Giovanni . . . . . . 228 Hanno combattuto la buona battaglia . . . . . . . 232 Saper ascoltare la parola di Dio . . . . . . . . . . . . 237 Festa dellumanit . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 240 La vita del cristiano come dono e servizio . . . . . 243 Chi veramente beato? . . . . . . . . . . . . . . . . . . 246 Credere nella vita oltre langoscia della morte . . 249

24 giugno - Nativit di san Giovanni Battista (Messa vespertina nella vigilia) 29 giugno - Santi Pietro e Paolo apostoli 6 agosto - Trasgurazione del Signore

15 agosto - Assunzione della beata vergine Maria 14 settembre - Esaltazione della santa croce 1 novembre - Tutti i Santi

2 novembre - Commemorazione di tutti i fedeli defunti

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9 novembre - Dedicazione della Basilica Lateranense

Lincontro con Dio che guarisce e rinnova . . . . . 252 Capolavoro dellamore gratuito di Dio . . . . . . . 256

8 dicembre - Immacolata Concezione della beata vergine Maria

Sigle bibliche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 259

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Finito di stampare nel mese di ottobre 2013 Villaggio Graca Noventa Padovana, Padova

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