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DOMENICO MARRONE

CONQUISTATI DA GESU CRISTO


Meditazioni sui vangeli domenicali - Ciclo B

Ringraziamenti

La pubblicazione di questa raccolta di meditazioni stata possibile grazie allintraprendenza dellamica Palma che, vincendo la mia iniziale reticenza, mi ha caldamente persuaso a portare a compimento questa iniziativa editoriale. A lei va la mia riconoscenza soprattutto per essersi fatta carico dellopera faticosa di sbobinatura da nastro magnetico della maggior parte dei testi. Ho desiderato che il lettore di questo libro lo sapesse e condividesse cos la mia gratitudine. Dedico queste pagine a quanti hanno provato e continueranno a provare lirresistibile fascino di Ges di Nazaret: possano lasciarsi trasfigurare dal suo messaggio e inondare la storia del suo profumo.

PRESENTAZIONE Alle correnti filosofiche esistenzialiste, fenomenologiche, personaliste e persino psicanalitiche sebbene queste ultime non siano esenti da una certa propensione al narcisismo siamo debitori di acute e suggestive analisi sulle caratteristiche profonde del nostro essere e del nostro esistere. Lessere umano costituito per trovare oltre il proprio io la riuscita di s. la conferma della saggezza antropologica che vi nel detto, apparentemente paradossale, di Ges che chi vorr salvare la propria vita, la perder; ma chi perder la propria vita per causa mia e del vangelo, la salver (Mc 8,35). Ogni autentica realizzazione umana comporta dislocazione ed estraniazione, abbandono del luogo di s e apertura allaltro quale via del dipanarsi, del camminare verso la pienezza di ogni nostra energia personale. Per noi cristiani Ges il luogo della nostra realizzazione. Nessuno felice quanto un cristiano, affermava Pascal. S, perch Cristo la pienezza delle nostre aspirazioni, loggetto dei nostri desideri, il punto focale dei desideri della storia e della civilt, il centro del genere umano, la gioia di ogni cuore, la pienezza delle loro aspirazioni (GS 45). Le mete del Vangelo sono promotrici di una nuova umanit e restano tuttora grandi e capaci di mobilitare forze ed esistenze se vengono testimoniate realmente e proposte con radicalit e senza sconti. Come cristiani dovremmo dire di meno questo e mostrarlo di pi: i nostri volti pi sereni, la nostra vita pi lieta perch non succeda anche oggi di essere rimproverati, come faceva Sartre, che i nostri canti sono poco allegri, perch non avvenga anche oggi che qualcuno dica, come Nietzsche portando i suoi studenti fuori delle chiese di Parigi la domenica, Dio morto e che i cristiani, con la loro tristezza, dimostrano di essere il suo sepolcro. La nostra gioia, in una societ annoiate e triste, sia un segno straordinario della presenza di Dio nella storia e del fascino che lUomo di Nazaret suscita nella nostra vita di cristiani perci tutto ormai reputiamo una perdita di fronte alla sublimit della conoscenza di Cristo Ges, nostro Signore, per il quale abbiamo lasciato perdere ogni altra cosa (Fil 3,8) perch siamo stati conquistati da Lui e afferrati dalla sua bellezza. In Cristo rifulge lo splendore di Colui che lautore della bellezza (Sap 13,3). Possa il lettore di queste pagine assaporare la perenne attualit della persona e del messaggio di Ges ed essere scrutatore innamorato e affascinato del suo mistero di bellezza per lasciarsi attirare da Lui e condurre per sentieri di libert e autentica realizzazione e sperimentare cos che chiunque segue Cristo, luomo perfetto, si fa lui pure pi uomo (GS 41). Possa ciascuno, attratto da Cristo, immettersi sulla via della trasfigurazione e vincere le resistenze che ognuno incontra nel credere: la ricerca di sicurezze temporali, assolutizzate in loro stesse; il consumismo, che chiude agli altri; lindifferenza e la superficialit dei rapporti e del pensiero, che non permettono di andare al di l della crosta delle situazioni; la difficolt a lasciarsi interpellare dai segni, perch spesso svuotati di significato e ridotti a neutri simulacri. Ognuno, dietro a Cristo, con il cuore vestito di luce, gusti il sapore della freschezza e della novit della vita in pienezza di fede e in pienezza anche di umanit. Dedico queste pagine a quanti, con la loro testimonianza, diffondono nel mondo il profumo di Cristo.
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Domenico Marrone

Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimit della conoscenza di Cristo Ges, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cio con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede. E questo perch io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti. Non per che io abbia gi conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perch anchio sono stato conquistato da Ges Cristo. Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lass, in Cristo Ges (Fil 3,8-14).

Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Ges grid con voce forte: Elo, Elo, lem sabactni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perch mi hai abbandonato? Alcuni dei presenti, udito ci, dicevano: Ecco, chiama Elia!. Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere, dicendo: Aspettate, vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce. Ma Ges, dando un forte grido, spir. Il velo del tempio si squarci in due, dall`alto in basso. Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: Veramente quest`uomo era Figlio di Dio! (Mc 15,33-39).
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TEMPO DI AVVENTO

I DOMENICA
State attenti, vegliate, perch non sapete quando sar il momento preciso. E` come uno che partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. Vigilate dunque, poich non sapete quando il padrone di casa ritorner, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perch non giunga all`improvviso, trovandovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate! (Mc 13,33-37).

VEGLIARE: COME? Linizio del nuovo anno liturgico porta con s la speranza di una novit che pur contrastando con i fallimenti e le delusioni della vita e della storia, tuttavia, anzi proprio per questo, pi forte che mai: luomo vive della speranza. In questa prima tappa del cammino della speranza viene a noi proposta la vigilanza come apertura alla novit di Dio e come corresponsabilit personale ed ecclesiale nella costruzione del Regno. LAvvento torna a suonare la sveglia della vigilanza perch si riaccenda il coraggio della speranza. Quello che dico a voi lo dico a tutti: Vegliate!. Che significato ha per noi questa parola di Ges? Corriamo sempre pi il rischio di lasciarci addormentare e alienare dalle tenebre del male, dal silenzio di Dio, dalla piega degli avvenimenti e non vedere pi la presenza di Dio nella storia. La vigilanza il rivolgere lo sguardo, e il cammino del proprio esistere, verso il Signore che ha promesso che torner per dare compimento ad ogni promessa. Un compimento da non concepire come un atto magico, da attendere non nella passivit: al contrario, da vedere come latto finale di tutta una tensione che attira verso il futuro il nostro presente. Lo sguardo rivolto al Signore che viene nel futuro non scavalca, dunque, il presente, ma tiene ben saldi i piedi nel presente in una spinta che si protende verso il futuro. E ci non in una tensione fine a se stessa, qualunquistica, ma ben orientata dal disegno di Dio rivelato in Ges e che beatitudine promessa, annunciata a chi sta pi male. La vigilanza capacit di stare dentro gli avvenimenti e le situazioni personali, sociali ed ecclesiali, n come gente rassegnata e triste, n come gente che si ribella al cammino della vita, ma come servi vigilanti che sentono di essere radicati e portati dalla speranza che Cristo, e proprio per questo sanno essere collaboratori del Signore nella costruzione della speranza per il mondo. LAvvento il tempo in cui si deve aver cura particolare di quel dinamismo della vita cristiana che la speranza, nel suo intrecciarsi con la fede e la carit. La fede la viva memoria di quanto Dio ha operato nel passato, la conoscenza comunionale delle qualit che tracciano la fisionomia del volto del Dio di Ges Cristo, il divino Alleato misericordioso e fedele. La carit la piena condivisione delle scelte di Dio, limpegno appassionato nel suo disegno rivelato da Ges Cristo, nel compimento della sua volont di guarigione e di salvezza di questo nostro mondo, a partire da chi pi sta male. La speranza il frutto che manifesta la vitalit di una fede autentica ed il fuoco che alimenta lardore della carit.

La vigilanza, nutrita dalla fede e operante nella carit, caratterizza la nostra attesa dello Sposo, del Signore della casa, nellobbedienza e nellattivo esercizio del proprio compito, della propria responsabilit. LAvvento viene a risvegliare le nostre attese sopite e la nostra speranza indebolita. Manca spesso il senso dellattesa perch ci sentiamo autosufficienti, ci sentiamo sazi, soddisfatti, pieni; si indebolita troppo la coscienza che luomo ha bisogno radicalmente di salvezza: siamo argilla, fragili vaghiamo, siamo peccatori. Ci siamo stabilizzati pi come cristiani praticanti di una religione che credenti in un Dio imprevedibile e nuovo; ci siamo addormentati e perci non cerchiamo pi il sole che sorge dallalto (Lc 1,79). La vita di ogni uomo unattesa. Il presente non basta a nessuno. In un primo momento pare che ci manca qualcosa. Pi tardi ci si accorge che ci manca qualcuno. E lo attendiamo (P. Mazzolari). Incapaci di salvarci da soli, di bastare a noi stessi, di tirarci fuori dalla morte, di darci speranza (troppi progetti umani di salvezza e di liberazione per un futuro migliore sono falliti e i nuovi progetti fanno enorme fatica a prendere spessore), rimangono pi forti le attese. Il nostro atteggiamento verso il futuro, sia individuale sia collettivo, determinato dalla fede, oppure dipende in modo acritico dalle visioni della realt prevalenti a livello di grandi mezzi di comunicazione sociale? Nel nostro incessante attendere qualcosa per il futuro, quale spazio c per lattesa del Signore e del compiersi delle sue promesse? Occorre essere vigilanti per noi e per gli altri. Latteggiamento credente verso il futuro, la speranza propriamente cristiana dipende dalla fede, ma dimostra la sua vitalit nellimpegno coerente di una vita che cerca il proprio senso nel compimento della volont di Dio. Desiderare la venuta del Signore ed operare per il suo Regno apre alla verit di noi stessi e del mondo. Dio solo la salvezza del suo popolo. Quanti segni, in noi e fuori di noi, testimoniano che lattuale non ancora il mondo che piace a Dio: il divario nord-sud, la diffusione delle sette, il grigiore della vita politico-sociale nazionale e internazionale, la ricerca affannosa della pace, la fame del sensazionale in campo religioso, il vuoto alla domanda di senso che va aumentando, ecc. ma Dio fedele, ama questa umanit e vuole la sua salvezza. Si tratta di accorgersi del suo progetto e di favorirlo. Questo significa vegliare.

II DOMENICA
Inizio del vangelo di Ges Cristo, Figlio di Dio. Come scritto nel profeta Isaia: Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparer la strada. Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri, si present Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, si cibava di locuste e miele selvatico e predicava: Dopo di me viene uno che pi forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzer con lo Spirito Santo (Mc 1,1-8).

LA CONVERSIONE FA RINASCERE LA SPERANZA La seconda tappa del cammino della speranza ci provoca con un pesante appello alla conversione intesa come cambiamento della situazione offerto gratuitamente da Dio e come superamento paziente delle resistenze, degli ostacoli e della sfiducia da parte di noi uomini. La speranza di una novit per luomo si fonda solamente sulla presenza sempre fedele di Dio nella storia: egli infatti il Signore del tempo e della storia. Ma poich luomo sempre tentato di prendere il posto di Dio, e quando lo fa, va rovina la sua vita e la storia diventando tiranno dei fratelli e condannandosi al fallimento e allinfelicit, ecco allora urgente e liberante lappello alla conversione; una conversione permanente che rid ossigeno alla speranza. Giovanni Battista il modello di chi si lasciato cambiare la vita e perci pu esortare efficacemente gli altri alla conversione. Occorre anzitutto preparare e appianare la via del Signore, rendendo diritti i suoi sentieri. La via del Signore va cercata e percorsa a prezzo di conversione e di abbandono delle vie delluomo. Il Battista ci chiama ad uscire, a distaccarci, ad accogliere come vocazione la provvisoriet: ci che come uomini sperimentiamo di mutevole e di fragile pu divenire via di incontro creaturale con Dio Roccia e Onnipotente; occasione per fondarsi solo in lui. Dobbiamo permettere a Dio di entrare nelle profondit della nostra esistenza laddove risiedono i nostri desideri pi veri e laddove elaboriamo i progetti e le relazioni fondamentali della nostra vita. Occorre prendere coscienza di ci che impedisce la visita del Signore alla nostra vita e quindi eliminare gli ostacoli alla novit che nasce dalla speranza: i monti dellorgogliosa superbia e dellaffermazione personale ad ogni costo, le valli della sfiducia, della tristezza e della disperazione e le vie tortuose di uno spirito falso, torbido e menzognero. Emerge lo stretto rapporto che c tra la conversione e lapertura alla speranza cristiana; naturalmente, non cosa diversa da quanto viene richiesto per lapertura alla fede. La speranza cristiana un dono: essa pu sorgere solo in chi personalmente
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raggiunto dalla luce persuasiva dellautorivelazione di Dio come alleato degno di fiducia. Ma un dono esigente: essa chiede, a chi vi si pare, di spostare il fulcro della propria vita cos che esso non sia pi centrato sul proprio essere e sulle proprie risorse, ma in Dio e nella sua opera. Io spero in Dio, significa che accetto di porre nelle mani di Dio la mia vita e, venendomi cos a trovare tra le sue mani, io spero mentre non sono pi in me stesso, ma in Lui. Al rischio di questo decentramento della mia esistenza possono opporsi tre ostacoli. Anzitutto la poca fede. Ecco io non nego che vi sia Dio, ma non gli congedo un grado di realt molto forte, cos da farne un fattore determinate della mia vita. Lo lascio sullo sfondo (a fare da scenario) del mio esistere, mentre i miei criteri in base ai quali conduco i miei giorni in realt non fanno mai i conti con Lui. Un secondo ostacolo costituito dalla difficolt a credere che Dio davvero si prenda a cuore la mia e altrui esistenza, anche nella banalit del loro quotidiano, anche nella miseria del loro essere piene di limiti e macchiate da colpe. Un terzo ostacolo determinato dalla voce dei piccoli ed enormi mali che vi sono nel mondo: voce che unautentica tentazione contro la fede (se vi un Dio buono, misericordioso e onnipotente, perch?), la speranza (nulla di nuovo sotto il sole, nulla di rinnovabile, il mondo quello che , bisogna rassegnarsi), e la carit (ciascuno per s e Dio per tutti, e cio, ciascuno per s e peggio per i disgraziati e per i vinti). Facciamo veramente credito a Dio. La speranza nella sua Parola diventi parametro delle nostre decisioni. La nostra vita, nella concretezza della sua traiettoria, acquisti sensatezza dallincontro personale con Dio cos che non debba trascinare i miei giorni nel grigiore di unesistenza squallida. La schiavit finita, il peccato perdonato, ogni fallimento superato perch Dio ama luomo e lo conduce come un pastore, ogni paura e senso di solitudine o di smarrimento sono vinti; la stessa morte vinta: sono pronti cieli nuovi e terra nuova: orientiamo la nostra vita nella direzione della fedelt a Dio. Latteggiamento da coltivare e da assimilare allora la pazienza. La pazienza atteggiamento proprio di Dio ma che deve diventare sempre pi anche nostro. La pazienza non come rassegnazione ma come fiducia che non viene mai meno anche quando ce ne sarebbe motivo: fiducia in Dio sempre paziente e magnanimo; fiducia nella storia guidata da Dio; fiducia negli altri che hanno i loro tempi e desideri, le loro fatiche e le loro ferite; fiducia in noi stessi come condizione per non scoraggiarsi di fronte alla lentezza del cambiamento proprio e della storia. Pazienza come capacit di andare sempre oltre i risultati e i fallimenti per una speranza pi grande e per una vita pi vera.

III DOMENICA
Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perch tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce. E questa la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: Chi sei tu?. Egli confess e non neg, e confess: Io non sono il Cristo. Allora gli chiesero: Che cosa dunque? Sei Elia?. Rispose: Non lo sono. Sei tu il profeta?. Rispose: No. Gli dissero dunque: Chi sei? Perch possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?. Rispose: Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia. Essi erano stati mandati da parte dei farisei. Lo interrogarono e gli dissero: Perch dunque battezzi se tu non sei il Cristo, n Elia, n il profeta?. Giovanni rispose loro: Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, uno che viene dopo di me, al quale io non son degno di sciogliere il legaccio del sandalo. Questo avvenne in Betnia, al di l del Giordano, dove Giovanni stava battezzando (Gv 1,6-8.19.28)

TESTIMONI DI LUCE E DI GIOIA Protagonista ancora una volta il Battista, il testimone della luce. Egli impegna la sua voce, le sue forze, la sua vita perch gli uomini si decidano a favore di Cristo. Egli il dito puntato su Ges ad indicare la luce vera, quella che illumina ogni uomo. La sua testimonianza radica nel profondo la fede dei primi discepoli, ma giunge ad orientare con maggiore decisione il nostro cammino perch sia sempre pi puntato su Ges. Giovanni Battista testimone di qualcuno che ha conosciuto, di cui ha fatto intimamente esperienza; egli si trova inevitabilmente in contrapposizione con coloro che, invece, non hanno conosciuto questo qualcuno, che pensano di sapere tutto su Dio, ma in realt sono profondamente distanti da lui. Ges annunciato come la presenza di Dio in persona, attraverso limmagine della luce che viene a rischiarare il buio di un mondo in balia di se stesso; egli il volto visibile di un Dio che si fa prossimo prima di tutto a coloro che sono piagati nel corpo e nel cuore. Chi accoglie la testimonianza alla luce di Giovanni si ritrova egli stesso avvolto di luce e diventa, a sua volta, testimone di luce e di gioia grande. Consapevoli di questo, diventiamo persone che vivono nellumilt vera, capaci di gustare una gioia che si sente e si radica nel profondo. Se abbiamo la volont e il cuore per condividerle, umilt e gioia ci legano indissolubilmente gli uni agli altri, ci fanno crescere come popolo che appartiene al Signore, ci rendono familiari alle gioie e alle speranze, alle tristezze e alle angosce di ogni uomo, come insegna il Concilio Vaticano II (GS 1).
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Il cristiano non un profeta di sventura, ma un testimone e un araldo di gioia. La gioia lanelito pi profondo ed universale di ogni persona e popolo. Tutti cercano la felicit, talvolta anche per strade di illusione, di alienazione e di morte. Ma qual la gioia del cristiano? Non quella semplicemente psicologica o sociologica, non esaltazione di massa o di vita-spettacolo. La gioia cristiana viene da Dio, di natura sponsale: infatti Dio in Cristo sposa lumanit e diventa fonte della sua felicit. La gioia cristiana non ha solo una prospettiva individuale: da quando Cristo entrato nel mondo, questo ha ricevuto nel suo grembo il germe della speranza e il segreto della vita riuscita, non occorre pi cercare altrove. La nostra missione consiste nellavere coscienza di questa Presenza nuova di Cristo e di aiutare gli altri a scoprirla. La Chiesa, ed in essa ogni credente, stata consacrata per portare e realizzare questa buona notizia: Dio in Cristo fascia le piaghe del cuore, Dio in Cristo libera gli schiavi e i prigionieri, Dio in Cristo offre a tutti la misericordia. qui la ragione della gioia, perch qui la ragione della speranza che pare ad una novit sempre possibile e ad un cambiamento sempre in atto. Giovanni Battista ha ben compreso questo e dirotta le folle su Cristo: lui il Messia, lui la speranza, lui la gioia, lui lo Sposo. La Chiesa e il cristiano sanno di essere testimoni veri della gioia quando conducono a Cristo gli uomini. lannunciatore della gioia sicuramente deluder, la Chiesa stessa potr deludere, ma Cristo non smetter mai di essere la nostra gioia e la nostra speranza. La gioia profonde esige la scoperta personale di Ges Cristo. Occorre radicare la felicit in lui. Nessuno felice quanto un cristiano (B. Pascal). La radice della infelicit delluomo sono i suoi desideri insoddisfatti. Allora bisogna sopprimere i desideri? No. Occorre orientarli nella giusta direzione. Cristo la pienezza delle nostre aspirazioni, loggetto dei nostri desideri, il punto focale dei desideri della storia e della civilt, il centro del genere umano, la gioia di ogni cuore, la pienezza delle loro aspirazioni (GS 45). Come cristiani dovremmo dire di meno questo e mostrarlo di pi: le nostre assemblee pi gioiose, i nostri volti pi sereni, la nostra vita pi lieta perch non succeda anche oggi di essere rimproverati, come faceva Sartre, che i nostri canti sono poco allegri, perch non avvenga anche oggi che qualcuno dica, come Nietzsche portando i suoi studenti fuori delle chiese di Parigi la domenica, Dio morto e che i cristiani, con la loro tristezza, dimostrano di essere il suo sepolcro. La nostra gioia, in una societ annoiate e triste, sia un segno straordinario della presenza di Dio nella storia.

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IV DOMENICA
Nel sesto mese, l`angelo Gabriele fu mandato da Dio in una citt della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: Ti saluto, o piena di grazia, il Signore con te. A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L`angelo le disse: Non temere, Maria, perch hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Ges. Sar grande e chiamato Figlio dell`Altissimo; il Signore Dio gli dar il trono di Davide suo padre e regner per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avr fine. Allora Maria disse all`angelo: Come possibile? Non conosco uomo. Le rispose l`angelo: Lo Spirito Santo scender su di te, su te stender la sua ombra la potenza dell`Altissimo. Colui che nascer sar dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla impossibile a Dio . Allora Maria disse: Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto. E l`angelo part da lei (Lc 1,26-38).

DIO SI FA UNA CASA IN MEZZO A NOI Ci troviamo di fronte a una delle pagine pi celebri di tutto il Nuovo Testamento che ha nutrito inesauribilmente la spiritualit, larte, la riflessione: il mistero dellincarnazione infatti il punto nodale della fede cristiana. In Ges, Dio si costruisce la sua dimora definitiva in mezzo agli uomini, sue creature, per mezzo dellobbedienza di Maria. Possiamo dire che Dio si fa una casa. In Ges la salvezza, la vita per sempre, non solo coinvolge, ma si attua nella nostra umanit, allinterno della nostra storia. in questa storia che Dio viene ad abitare per farla lievitare pienamente a storia di salvezza; ed qui che, al contempo, Dio si fa casa, terreno accogliente della nostra umanit. Non lumanit che, faticosamente, si messa in marcia alla ricerca di Dio che, quasi vetta di un monte altissimo, se ne stato arroccato nella sua trascendenza impenetrabile. Dio che ha rotto la barriera della trascendenza, impegnandosi a favore dellumanit. Al Dio di Ges Cristo niente estraneo della nostra umanit. Questo annuncio pu trovare una duplice modalit di risposta. Da un lato latteggiamento di sospetto verso questo Dio che non si pu relegare in qualche luogo; dallaltro la scelta di assumersi la responsabilit di una risposta personale, come Maria, che apra alla gioia e al ringraziamento. Ci comporta accogliere la signoria di Cristo nella nostra vita. Ogni ambito di vita, non solo quello del tempio, luogo accessibile allincarnazione di Dio. Ci quindi consegnata la responsabilit di una risposta accogliente. Lobbedienza nella fede lunica via di fecondit e di speranza per la nostra vita. Ogni volta che diciamo s a Dio nella concretezza di quello che ci passa dentro il cuore, nella vita familiare e di relazione, nel lavoro, nella vita ecclesiale, nella sofferenza e nella riuscita, nelle scelte piccole o in quelle decisive per la vita: ogni volta che diciamo s, si compie il mistero dellincarnazione ed Natale. Questo mi sembra particolarmente importante sottolinearlo per le nuove generazioni che fanno
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particolarmente fatica ad accettare la fatica del vivere, cio la necessit di assumere la vita con tutti i suoi aspetti e non solo con quelli piacevoli e facili e con tutte le sue responsabilit. Si vive non in proporzione di quanto dalla vita si traggono soddisfazioni, ma in proporzione di quanto dentro la vita mettiamo s piccoli e grandi a Dio e agli altri. Il mistero dellincarnazione ricorda che il s a Dio non mai generico e astratto, ma quanto mai preciso, concreto, personale. Scriveva S. Ambrogio: Maria non ha dubitato, bens ha creduto e perci consegu il frutto della sua fede. Beata colei che ha creduto (Lc 1,45), ma anche voi beati perch avete ascoltato e avete creduto: infatti ogni anima che crede, concepisce e genera il Verbo di Dio. E Origene: A che mi giova confessare il Cristo che viene nella carne se non viene nella mia carne?. Ognuno solo a dare la propria risposta, come Maria. Proprio perch unesperienza molto grande, anche la fede ha il suo travaglio personale: come il parto. Ma lo stesso Spirito che agisce in tutti e Cristo uno solo. Ladesione di ognuno deve tendere alla comunione. Maria simbolo della Chiesa che dice il suo s. Al disimpegno nichilistico conclamato dallattuale societ, la Chiesa reagisce riproponendo lappello di Dio e dando fiducia ad ogni battezzato, dotato di carismi, e ad ogni uomo, portatore dei semina verbi (S. Giustino). Tipica missione della Chiesa coinvolgere nella corresponsabilit. Maria ha acconsentito ad un grande progetto di Dio sullumanit, che ha cambiato la storia radicalmente. Oggi che si tentati di rinchiudersi nel privato, la Chiesa provocata a riscoprire la pedagogia dei grandi ideali da proporre a tutte le et e condizioni di vita. Le mete del Vangelo, che sono promotrici di una nuova umanit, restano tuttora grandi e capaci di mobilitare forze ed esistenze, se vengono testimoniate realmente e proposte con radicalit e senza sconti. Guai a cadere nella trappola della vita cristiana a basso prezzo!

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TEMPO DI NATALE

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NATALE DEL SIGNORE


In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordin che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua citt. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla citt di Nazaret e dalla Galilea sal in Giudea alla citt di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perch non cera posto per loro nell`albergo. C`erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si present davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l`angelo disse loro: Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sar di tutto il popolo: oggi vi nato nella citt di Davide un salvatore, che il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia. E subito apparve con l`angelo una moltitudine dell`esercito celeste che lodava Dio e diceva: Gloria a Dio nel pi alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama. Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere. Andarono dunque senz`indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ci che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, comera stato detto loro (Lc 2,1-20).

NATALE: FESTA DELLA TENEREZZA DI DIO Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia. Questo il segno del Natale: una presenza bambina, piccola, fragile, indifesa. Verrebbe subito da chiedersi: Dove o Dio il tuo potere? Dove o Dio la tua gloria? Dove sono o Dio i tuoi cori angelici che qual corte celeste innalzano la lode a te? Dove o Dio la tua grandezza? E Dio ci risponde: Volgete il vostro sguardo nella mangiatoia di Betlemme, quel bambino il segno della mia presenza. Che cosa pu dire il Dio-Bambino a noi uomini adulti? Che cosa pu dire questo essere inerme, fragile che giace infante, senza parola, a noi che parliamo? Cosa pu dire questo bambino ad unumanit che ha persino imparato a oltraggiare i bambini, a oltraggiare linfanzia? Pu dirci qualcosa di straordinario: Dio il Dio di una tenerezza smisurata. Abbiamo tutti bisogno di tenerezza. Il Natale la festa della tenerezza. Che cos la tenerezza. Noi forse siamo pi abituati a guardare a Dio come un Dio di misericordia. E vero. Ma piet e tenerezza il Signore, dice la Scrittura. La
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tenerezza non crea disuguaglianze, la tenerezza si esprime in gesti e movenze che esprimono la felicit per la presenza dellaltro. Oggi Dio felice perch ci vede qui. Gioisce per la nostra presenza. E contento e dice a tutti noi grazie perch siamo qui. Dio ci ringrazia e il suo grazie diventa per noi una provocazione a scoprire il senso di questo grazie. Perch Dio ci ringrazia? Perch Dio ha bisogno di noi. Il dramma delluomo contemporaneo proprio qui: noi non abbiamo pi bisogno di Dio; noi siamo troppo forti, siamo troppo potenti, abbiamo fin troppo imparato a cavarcela da soli. Noi siamo grandi ed per questo che Dio si fa bambino e ci dice grazie perch un bambino ha bisogno degli adulti. Dio ha bisogno di noi. Potrebbe suonare assurda questa affermazione. Ma Lui nella forma di bambino ci ricorda la nostra essenza di uomini. Lui l senza orpelli, senza potere, senza prestigio, senza gloria, l solo e nudamente uomo per dirci che noi valiamo per il solo fatto che siamo nati. Si bene che nel nostro mondo che attribuisce valore e diritto di esistere non pi al nudo uomo ma solo alluomo forte, alluomo arricchito, alluomo potente, questa nudit di Dio-Bambino ci spiazza, ci mette fuori gioco. Ma il nostro sguardo si appunta su di lui e ritorna a contemplare la bellezza della nostra dignit umana. Noi oggi contempliamo il Bambino Divino e scopriamo che Dio ci ama. Mi domando: cosaltro fa ricco un uomo se non questa certezza, il sapersi amati da Dio. Ci basta? Se non ci basta il Natale non ha senso. S, perch il messaggio del Natale qui: Dio ci ama teneramente. Il Natale la carezza di Dio allumanit. Ad unumanit sovente abbrutita, spesso ricurva su se stessa, spenta in ogni anelito ed entusiasmo, a questa umanit Dio proclama il suo immenso amore: Gloria a Dio nellalto dei cieli e pace in terra agli uomini che Dio ama. Siamo noi gli uomini che Dio ama e oggi ce lo dice diventando uno di noi. Oggi lo grida a tutti nelle sembianze di infante, cio di uno che non pu parlare. Grida a tutti noi che abbiamo bisogno di rinascere. Celebrare il Natale allora celebrare la festa delluomo, oltre che la festa di Dio. Dio si fa uomo perch non pu fare a meno di noi. Dio gioisce per noi. E noi esultiamo di gioia perch Dio ci ama? Questo il Natale. E questo reciproco gioco di esultanza. Dio contento di noi. Verrebbe da chiedersi come possa Dio essere contento di unumanit cos abbrutita, appesantita, spenta, intorpidita, violenta? Ebbene, nonostante tutto questo, Dio dice che noi siamo il suo capolavoro. Egli non vedeva lora di venire a farci visita e di diventare uno di noi. E nato per noi. Sentiva la nostalgia di coloro di tutti noi che siamo stati fatti per mezzo di lui. Dio ha nostalgia di noi. E noi sentiamo la nostalgia di Lui? Dio ci manca veramente? Abbiamo tutto nel nostro mondo, chi pi, chi meno, ma Dio lo abbiamo veramente? Dio ci manca o no lui in festa, venuto a farci visita. E venuto a rivestire la nostra carne. Quella carne che noi talvolta detestiamo, che avvertiamo come un fardello pesante. Quella carne che diventa strumento di violenza, strumento di prepotenza, strumento di arroganza, Dio la fa sua e dice di star bene nella nostra pelle di uomini. Noi stiamo bene nella nostra pelle? Siamo contenti della nostra vita? Natale questa esplosione di allegria, non di unallegria fatua, di unallegria invece che ha le sue radici in Dio, di un Dio che fa salti di gioia perch finalmente pu essere uno di noi e veder cos colmata questa grande mancanza di noi.
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Ritorniamo anche noi a sentire la mancanza di Dio. Non lasciamolo da parte nella nostra vita. Ritorniamo soprattutto a sentire il suo amore su di noi. Tu uomo, puoi non valere niente, puoi essere un miserabile, puoi essere un farabutto, puoi essere un buono a nulla, puoi avere la tua fedina penale imbrattata come un panno immondo, puoi essere lultimo nella scala sociale, puoi essere un fallito, puoi essere una larva umana, per Dio sei il suo capolavoro perch la tua pelle Gli cara a tal punto di averla fatta sua. Dio la difender la tua pelle di uomo, fino a lasciarsi strappare la sua pelle, a lasciarsela lacerare. Cristo sulla croce far questo per noi. Prende la nostra pelle e poi se la lascia strappare per noi. Vedete quanto ci ama Dio? E tu uomo per che cosa sei disposto a rimetterci la pelle? Per il guadagno? Per il potere? Per il successo? Per la buona fama? Per la carriera? Per il benessere? Per che cosa? Dio oggi ci insegna una via nuova per lasciarci spellare, escoriare. E la via dellamore. Una via che comincia dalla culla di Betlemme e culminer sul Calvario. Un cammino, una vita, unesistenza, una storia che ha un solo nome: amore. Celebrare il Natale significa questo: intraprendere questa via di amore che diventa, attraverso i mille sentieri della vita, via di solidariet via di dono, via di generosit, via di servizio, via di offerta, via di rinuncia, via di immolazione per laltro. Un Dio che vuole stare nella nostra pelle di uomini perch noi uomini impariamo a star bene nella nostra pelle. Dio ci insegna come star bene nella nostra pelle. Lasciamoci inondare da questo fulgore di novit, di luce. Lasciamo che questa presenza bambina, che questa presenza verginale nel cuore della storia diventi irradiazione del fulgore della grazia di Dio, quella grazia con cui Dio vuole avvolgere tutti noi. Quella grazia in cui vuole avvolgerci come in fasce, come egli stato avvolto per insegnarci ad essere contenti di essere uomini perch egli si fatto uomo. Non deludiamo le attese di Dio. Egli nutre grandi attese nei nostri confronti. Sono le attese che nutre attraverso il suo cuore infinito di Padre che in Ges si rivela a noi come progetto di amore. Ritorniamo a sentirci amati da Dio. Ritorniamo ad amare Dio. Ritorniamo a guardare il Bambino di Betlemme come la novit assoluta della storia e dellumanit. Ritorniamo a gustare linfanzia di Dio. Dio che nasce bambino. Una presenza piccola, fragile eppure grande, misteriosa. In quel divino pargoletto c tutto lamore di Dio per noi, un Dio che vuol far festa, un Dio che non si risparmier per noi, un Dio che si gioca tutto per noi. Come non rimanere carichi di stupore, di meraviglia, di ammirazione, di gratitudine? Come non sentirsi inondati di dolcezza, di tenerezza, da
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questo Dio-Bambino? Come non gioire insieme a Lui? I nostri cuori diventino la pista di danza su cui Dio pu muovere saltando i suoi passi di gioia cos che ogni nostra storia visitata dalla sua presenza diventi un inno di esultanza che si innalza al cielo. E Dio non sar venuto invano in mezzo a noi. Egli non mai pentito di amarci. Non ci rinnega mai perch smodatamente innamorato dellumanit e quanto pi si ama pi si soffre. Dio soffre. Soffre per unumanit che vive un momento di allucinazione assurda, di abbaglio. Un momento sembra aver smarrito il senso di orientamento. E se vero che Dio ci ama, altrettanto vero che Dio scoppia di dolore per un amore che quotidianamente non contraccambiato, non corrisposto. Ritorniamo a sentire il gusto di Dio nella nostra vita. Ritorniamo ad essere mendicanti di amore per le strade del mondo e allora s che non ci mancher nulla perch abbiamo veramente tutto, abbiamo Dio, il Dio con noi, lEmmanuele.

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SANTA FAMIGLIA DI GESU, MARIA E GIUSEPPE


Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mos, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sar sacro al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore. Ora a Gerusalemme cera un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d`Israele; lo Spirito Santo che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. Mosso dunque dallo Spirito, si rec al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Ges per adempiere la Legge, lo prese tra le braccia e benedisse Dio: Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perch i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele. Il padre e la madre di Ges si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e parl a Maria, sua madre: Egli qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perch siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafigger l`anima. Cera anche una profetessa, Anna, figlia di Fanule, della trib di Aser. Era molto avanzata in et, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro citt di Nazaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui (Lc 2,22-40).

FIGLI DELLA TERRA E DEL CIELO Cristo si incarnato e come ogni uomo ha scelto la famiglia come luogo di umanizzazione, di crescita. La famiglia lo spazio antropologico ineludibile in cui ogni uomo sperimenta il suo divenire, il suo maturare, il suo crescere. Allinterno della famiglia, ciascun uomo vive la sua relazionalit, percepisce il valore degli affetti, dei legami umani, delle reciproche appartenenze. Cos stato anche per Ges. Per il Cristo per c una unicit nel suo rapporto con la famiglia, una unicit che data da una sua duplice appartenenza. Egli il Figlio del Padre, il Figlio di Dio, ed anche il Figlio di Maria e di Giuseppe. Unappartenenza antropologica e unappartenenza teologica. La prima esprime il suo radicamento nella storia, nella carne umana, la seconda esprime la sua vocazione e la sua identit di Figlio di Dio. Lintera esistenza di Ges si snoda tra queste due polarit: da una parte la polarit umana che fa di Cristo un uomo come noi, dallaltra la polarit divina che fa di Cristo il Salvatore nato per noi. Come hanno gestito Maria e Giuseppe questa duplice polarit di Cristo? Certamente non sar stato facile. Il Vangelo odierno ce lo dimostra. Un Cristo che gi
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allet di dodici anni mette i suoi genitori dinanzi a un interrogativo fondamentale: questo figlio chi ? O meglio, questo figlio di chi figlio? A chi appartiene. Sia Maria che Giuseppe rimangono ricolmi di stupore, di meraviglia, dinanzi alla risposta del dodicenne Ges quando, dopo la loro ansimante ricerca si sentono dire dal figlio. Perch mi cercavate? Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio? Sono le prime parole che Ges pronuncia pubblicamente. Egli deve occuparsi delle cose del Padre. Anche le ultime parole che pronuncer sulla croce avranno come punto di riferimento il Padre. Padre, nelle tue mani affido il mio spirito. Emerge gi il senso fondamentale dellidentit di Cristo. Al centro della sua vita c un progetto da realizzare, una vocazione, la volont del Padre. Da questo punto fondamentale di riferimento scaturisce il senso del vivere in famiglia per Ges e anche il nostro senso per vivere le relazioni familiari. Ges, nellaffermare il primato del Padre, dice a Maria e Giuseppe e a tutti noi che ogni relazione familiare non pu essere totalizzante, non pu essere assoluta, non pu essere onniassorbente. Ciascun uomo chiamato ad una realt che ha le sue radici nella carne, nel sangue, ma ha il suo tronco e i suoi rami in una ulteriorit che supera la carne e il sangue, la volont del Padre che per Ges significa realizzare il progetto di salvezza per lumanit, per noi la vocazione scritta nel cuore di ognuno di noi. Essere genitori allora significa non far mai prevaricare la dimensione della carne su quella della vocazione. Essere genitori avere la consapevolezza che i figli non sono nostri, sono di Dio e su ogni figlio, su ogni creatura umana Dio volge il suo sguardo unico e irripetibile. C una biografia vocazionale che Dio scrive per ogni uomo. Vivere laccompagnamento educativo significa nutrire questa consapevolezza di essere dinanzi al mistero. Ogni figlio un mistero, non solo il Figlio di Dio, Ges. Ogni creatura umana porta in s limpronta del mistero di Dio. Il genitore non il possessore del figlio, il custode. Ci che Giuseppe ha vissuto nei confronti di Cristo il segno di quanto ogni genitore deve vivere nei confronti dei figli. Ogni genitore custode della vita del figlio ma non possessore. Maria e Giuseppe intuiscono tutto questo. Infatti il Vangelo ci dice che essi non compresero le parole del figlio, ma le custodirono in cuor loro. Sono dei genitori che hanno compreso bene come educare non significa solo insegnare ma anche imparare dai figli. Educare significa mettersi in ascolto, rimanere in attenzione vigile nei confronti di una creatura che porta limpronta dellinfinito. La realt familiare non una realt da assolutizzare ma una realt da relativizzare. La famiglia non il guscio delluomo, ma il trampolino di lancio attraverso cui lessere umano si libra in volo per assecondare la vocazione di Dio. La famiglia non una realt che tarpa le ali, che impedisce la crescita. La famiglia il luogo da cui ogni uomo sa di dover partire, prima o poi, per altri lidi, per altre spiagge. Dalla famiglia si parte verso linfinito che la vocazione che Dio scrive nel cuore di ogni uomo. Maria e Giuseppe dovranno imparare a stare vicino a Cristo, a relativizzare i loro legami di sangue, a vivere la distanza rispettosa nei confronti del figlio, quella distanza che rende possibile lascolto ma anche la meraviglia, la comprensione ma anche lattesa di dover capire in altri tempi, in altri momenti.
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Celebrare la festa della Santa Famiglia di Nazaret significa allora rivedere i nostri stili educativi. Noi siamo consapevoli che c una volont del Padre, non dei padri e delle madri umani, che deve realizzarsi nella vita di ogni figlio? Siamo consapevoli che i figli non ci appartengono, che non sono i nostri figli ma i figli della vita, sono frecce puntate verso linfinito (Gibran)? Sono queste consapevolezze che ci aiutano a recuperare il senso del rispetto verso le creature fragili che sono i figli, i bambini e ci aiutano anche a recuperare la passione educativa, una passione che alterna sempre latto di insegnare con latto di imparare. Si cresce insieme ai figli, si matura insieme ai figli, ci si umanizza insieme ai figli. Questo stato vero per la Santa Famiglia ed vero per ogni famiglia umana. La famiglia non una realt romantica, non solo un fatto di calore affettivo, la famiglia il luogo in cui si sperimenta lamore pensoso (J. Maritain) verso laltro, non lamore istintivo della maternit e della paternit. Un amore che sa collegare insieme il cuore e lintelligenza, gli affetti e la ragione, orientandoli verso questo impegno di discernimento della vocazione futura dei figli. Maria e Giuseppe nella loro semplicit ma soprattutto nella loro grande fede hanno imparato molto insieme al loro figlio. Sono cresciuti anchessi in et, sapienza e grazia, come Ges. Questo il mistero della famiglia umana. Nella misura in cui diviene realt autentica di crescita ci sgancia dalle angustie asfissianti dei legami di sangue e allarga i nostri orizzonti alla grande famiglia umana, recuperando il senso dellunica paternit, la paternit di Dio. Chi sa vivere bene solo nella famiglia di sangue e non avverte questansia per la grande famiglia umana, sta vivendo un progetto familiare fallimentare. Se lesperienza della famiglia di sangue non ci aiuta a vivere come membri dellunica grande famiglia umana, noi abbiamo tradito il senso del nostro nascere in una famiglia e siamo solo dei romantici del focolare. Avere a cuore la famiglia significa portarsi sempre dentro questa appartenenza universale che ha il suo fondamento nellunica paternit divina. E ogni esperienza di maternit e paternit umane che non orientano le creature umane a questa unica paternit, sono solo esperienze di gratificazione psicologica, di compensazione affettiva, ma non sono il frutto di quellamore pensoso che portano gli uomini a recuperare questo vincolo di appartenenza totale. Nasciamo nella famiglia di sangue ma siamo destinati alla grande famiglia, lumanit. Il familismo non un valore. Dico questo a noi gente del Sud. Lattaccamento al focolare domestico non sempre un valore. Pu essere il segno di un cuore angusto, di un orizzonte di individualismo. Non un caso che siano sorte proprio nel nostro Sud certi fenomeni di criminalit organizzata che hanno proprio in questa realt di familismo la loro struttura portante, pensiamo alla mafia, alla camorra, alla Sacra Corona Unita e alla ndrangheta. Essere genitori significa insegnare ai figli che sono non solo figli di mamma e pap ma sono soprattutto figli di Dio e membri della grande famiglia umana che lumanit. Solo cos si cresce nella solidariet, nella condivisione, nellapertura universale dei cuori, nella filantropia, come Cristo, definito dai primi scrittori cristiani come il grande filantropo, lamante di ogni uomo, di tutti gli uomini. E Ges venuto proprio per realizzare questo progetto di Dio, fare di tutti gli uomini
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un solo popolo, una sola famiglia, la famiglia dei figli di Dio. Per questo Cristo si scomodato dal suo trono di gloria.

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MARIA SS. MADRE DI DIO


Andarono dunque senz`indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ci che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, comera stato detto loro. Quando furon passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Ges, come era stato chiamato dall`angelo prima di essere concepito nel grembo della madre (Lc 2,16-21).

CRISTO, NATO DA DONNA, NELLA CAROVANA DEI GIORNI Allinizio di un nuovo anno affiorano nei nostri cuori sentimenti di speranza. Il fluire del tempo per ravviva in noi la consapevolezza della nostra precariet, della nostra finitudine, del nostro limite. Con lo scorrere del tempo anche la nostra vita rotolata via. Il tempo scava dei solchi nella nostra esistenza e ci ricorda che la nostra esistenza storica destinata a finire. Ma il tempo non solo appello a recuperare la nostra coscienza di mortalit. Esso racchiude anche una valenza di mistero. Infatti se provassimo a chiederci cosa il tempo, tutti proveremmo una gran difficolt nellindividuare la risposta pi adeguata. Ricordiamo il celebre paradosso di S. Agostino nelle Confessioni: Che cos il tempo? Se nessuno minterroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi minterroga, non lo so. unulteriore attestazione della dimensione di mistero che avvolge il tempo. Noi contemporanei abbiamo imparato a declinare il tempo al plurale per cui parliamo di tempi di crescita, di tempi di maturazione, di tempi tecnici. un plurale che denota una frammentazione del tempo, tipica della nostra civilt. una frammentazione che si riverbera sul nostro essere che sperimenta lalienazione e il vuoto. Finiamo col subire il tempo, nel susseguirsi veloce dei suoi frammenti, anzich vivere il tempo. In Cristo il tempo riscattato. Meravigliosa lespressione di S. Paolo: Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mand il suo Figlio, nato da donna (Gal 4,4). Cristo riempie il tempo con la sua presenza. Impregna di s il tempo. Il tempo non pi chronos, un susseguirsi senza senso di ore, giorni, settimane, mesi, anni, secoli, millenni, ma mistero di salvezza, kairs. In Cristo il tempo diventa evento di rivelazione, spazio di alleanza, luogo di incontro. Evento di rivelazione. Attraverso il tempo ciascuno di noi vive la relazionalit. Questa relazionalit determinata dalla duplice polarit di nascita e di morte in cui racchiusa la nostra esistenza terrena. Con la nascita siamo immessi nel flusso del tempo. Da quel momento ciascuno di noi unalterit riconosciuta dagli altri. Questa alterit suscitatrice di relazioni di affetto, di amicizia, di appartenenza sociale e giuridica ad una comunit umana. La nascita ci immette nella nostra storia e diventa generatrice di vincoli di solidariet con gli altri simili. La carovana di giorni che ci viene offerta non che lopportunit attraverso cui ciascuno di noi dipana dinanzi a s questa trama di solidariet e di responsabilit con gli altri e per gli altri.
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Ogni tempo vissuto al di fuori di un contesto di relazionalit tempo perduto, tempo sprecato. Non possiamo smarrire la coscienza del legame di solidariet che ci lega alla famiglia umana. Se ci avviene il tempo diventa prigione del nostro essere e gli altri assumono le vesti di avversari ai nostri occhi. Spazio di alleanza. Cristo entra nella nostra storia e sposa la nostra storia. Egli il Dio con noi, lEmmanuele, Colui che stringe un patto di fedelt, di alleanza con la nostra umanit e la nostra storia di uomini. in tal modo il tempo lo spazio in cui ciascuno celebra la comunione con cristo e con i fratelli. Il tempo non ci dato per fruirne in maniera egoistica, solipsistica. Il tempo ci offerto per celebrare lalleanza con Cristo e con i fratelli. Il nostro tempo di uomini, la nostra storia di uomini, storia ricca di senso, storia degna di noi uomini, quando vissuta come spazio di comunione con i nostri simili. Ogni frammento di tempo consumato in modo individualistico tempo sprecato e senza senso. Dobbiamo camminare nella storia in cordata, insieme ai nostri fratelli. Perch il tempo della nostra vita sia tempo redento deve essere tempo di comunione, di fraternit vissuta e desiderata. Questo implica che nel cammino della vita non possiamo permettere che alcuno dei fratelli affidatici si perda per sentieri di solitudine e di disperazione. Il tempo deve essere tempo di responsabilit. Non possiamo permettere che i nostri fratelli si perdano lungo i sentieri della vita a causa della nostra indifferenza e del nostro individualismo. Luogo dincontro. Il tempo ci dato per celebrare lincontro con i nostri simili. Incontrarsi unarte difficile. Lincontro esige pazienza. Occorre usarsi pazienza per incontrarsi. La pazienza la capacit di convivere con lincompiuto, con il finito. Aver pazienza significa spogliarsi di ogni mania di perfezionismo e vestire i panni dellaltro. Ogni mancanza di pazienza genera scontro e intolleranza. Unitamente alla pazienza lincontro esige una smisurata capacit di attesa. Lattesa la capacit di fare spazio allaltro dentro di me, allaltro nella sua concretezza, laltro reale non quello ideale. accogliere laltro nella sua storicit. Ogni incontro si fonda sulla pazienza, sulla capacit di attesa e sulla perseveranza. La perseveranza la capacit di lasciarsi scavare dal tempo, forgiare dal tempo. In tal senso il tempo occasione per tutti di umanizzazione. Lincontro dellaltro esige inoltre fedelt. La fedelt la capacit di tenere duro, di resistere alle contraddizioni che caratterizzano il nostro essere e lessere dellaltro. Infine, lincontro dellaltro si nutre di speranza e di vigilanza. La speranza la capacit di custodire lanelito del futuro, di non lasciarsi schiavizzare dal passato n imbrigliare dal presente. La vigilanza lattenzione costante e critica al presente, al quotidiano per sottrarci ad ogni tentazione di fuga, di evasione. Entro queste coordinate antropologiche e teologiche fondamentali ciascuno di noi scrive la sua storia di salvezza in compagnia del Dio-con-noi, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge. E per ciascuno di noi il tempo diventa realt gravida di Dio, pienezza straripante di grazia.

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II DOMENICA DI NATALE
In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente stato fatto di tutto ci che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l`hanno accolta. Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perch tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l`hanno accolto. A quanti per l`hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, n da volere di carne, n da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verit. Giovanni gli rende testimonianza e grida: Ecco l`uomo di cui io dissi: Colui che viene dopo di me mi passato avanti, perch era prima di me. Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia. Perch la legge fu data per mezzo di Mos, la grazia e la verit vennero per mezzo di Ges Cristo. Dio nessuno l`ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che nel seno del Padre, lui lo ha rivelato (Gv 1,1-18).

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MISTERO INEFFABILE E INESAURIBILE Il mistero dellincarnazione del Figlio di Dio cos grande e meraviglioso che anche in questa domenica siamo chiamati a contemplarlo e a celebrarlo. Dio non ha voluto abbagliarci con la sua presenza sfolgorante, ma si rivelato e comunicato a noi mediante la carne umana del suo Verbo eterno: il Verbo si fatto carne ed venuto ad abitare in mezzo a noi. Nel Verbo incarnato vi dunque la Presenza di Dio tra gli uomini: egli lEmmanuele, il Dio con noi. Questo il mistero dellincarnazione: in Cristo c la manifestazione della grazia, della presenza, della gloria, della parola, della verit di Dio. Cos questa nuova concentrazione divina nella carne del Verbo diviene nucleo propulsore di una nuova dilatazione della vita divina in tutti coloro che accolgono il Verbo. Siamo invitati a comprendere in profondit e vitalmente Ges Cristo, la sua speranza, la sua gloria e la sua eredit. Dobbiamo sperimentare nella fede la sua presenza (tenda) in mezzo a noi che ci fa dono della grazia e della verit di Dio e ci comunica grazia su grazia. Quel velo sollevato sul mistero del Verbo di Dio, nella sua relazione con il Padre e nel suo ruolo centrale per rapporto al mondo creato e redento, dovrebbe gi arrestare la nostra fede per un amen di consenso e per una gioiosa proclamazione della grandezza del bambino di Betlemme. Una intenzionale ignoranza o estraneit riguardo al mistero di Dio, che pur in alcuni suoi tratti Cristo ci ha rivelato, rischia di ingenerare una falsa competenza e confidenza con Dio e di spegnere un doveroso atteggiamento creaturale di adorazione. una domenica di contemplazione del mistero del Verbo questa! A Betlemme come nel Cenacolo e sul Calvario siamo chiamati non per un incontro interessato e proficuo con il Signore, bens o almeno, anzitutto per contemplare la sua gloria e adorare il suo mistero. La fede cristiana respira nelle aree del gratuito, mentre tende a morire in quelle del funzionale. Il nostro cristianesimo ha bisogno di rifare sintesi tra la ragione e il cuore attraverso la contemplazione che esprime luomo molto di pi della ragione e del sentimento e che fa incontrare vitalmente Dio. La testimonianza perenne del Battista circa la centralit del Verbo di Dio fatto uomo, e la contestazione della duplice reazione umana nei confronti dello stesso Verbo incarnato ancora cos attuale e sconcertante spinge a chiederci quanto ci riconosciamo nella dichiarazione di fede: il Verbo si fatto carne ed venuto ad abitare in mezzo a noi. Nel fragile bambino di Betlemme dobbiamo continuare a credere che Dio ha cos scelto di abitare fra noi. Le sorprese divine, a cui dal Natale in poi dovremmo tenerci disponibili, sono quelle di un crescendo e di una pienezza di misericordia e di fedelt gratuita da parte di Dio. Segno ed effetto di unesperienza avviata in tal senso la capacit di essere noi stessi sorpresa per gli altri uomini, nostri fratelli, con gesti di misericordia e fedelt. questa una lezione che si impara a Betlemme e una grazia da chiedere a colui che l s reso presente. Custodiamo lo stupore e la meraviglia per il mistero del Verbo fatto uomo attraverso momenti di silenziosa preghiera e di contemplazione adorante del Signore
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presente in noi, negli altri e nelle vicende di ogni giorno per diventare anche noi testimoni della luce.

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EPIFANIA DEL SIGNORE


Ges nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: Dov il re dei Giudei che nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo. All`udire queste parole, il re Erode rest turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s`informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: A Betlemme di Giudea, perch cos scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il pi piccolo capoluogo di Giuda: da te uscir infatti un capo che pascer il mio popolo, Israele. Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li invi a Betlemme esortandoli: Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l`avrete trovato, fatemelo sapere, perch anchio venga ad adorarlo. Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finch giunse e si ferm sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un`altra strada fecero ritorno al loro paese (Mt 2,1-12).

PELLEGRINI DELLASSOLUTO Protagonisti di questa solennit sono i Magi. Su questi personaggi la fantasia popolare di volta in volta si particolarmente sbizzarrita nel volerne individuare il numero, la provenienza, la carnagione, lappartenenza di razza. Lungo la storia di tanto in tanto sono emerse svariate leggende su questi personaggi. Il vangelo molto sobrio nel descriverceli. Per dietro questa sobriet si nasconde una ricchezza di contenuti. Ed questo credo - il motivo per cui la fantasia popolare ha dato libero sfogo su queste figure. Ha intuito che potevano essere la metafora di qualcosaltro, lespressione di una ricchezza che va al di l delle apparenze. A me piace vedere questi uomini come lespressione dellumanit intera. Mi piace chiamarli pellegrini dellAssoluto, pellegrini della Verit. Quattro sono le caratteristiche che il vangelo sottolinea di questi personaggi. 1. Uomini in cammino. Il brano evangelico li mostra in movimento, in cammino per ben sette volte. Sono quindi persone in cammino. Gi questa caratteristica li accomuna ad ogni uomo. Forse non abbiamo mai riflettuto abbastanza sul valore del camminare. Gli studiosi di antropologia dicono che landatura eretta sta alle origini dellominazione, la liberazione stabile delle mani e il processo di corticalizzazione sono resi possibili da questo evento. Tanti milioni di ani fa, quando lessere umano cominci ad assumere la posizione eretta e quindi a usare i piedi e ad avere le mani libere, da quel momento ha cominciato a dare adito allo sviluppo e al progresso della storia. Ha dato inizio alla sua
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emancipazione culturale. Piedi e mani e libere hanno permesso al cervello di svilupparsi e quindi produrre la cultura. Il camminare esprime quindi lidentit, la specificit del nostro essere uomini. Il camminare esprime anche il nostro equilibrio. Infatti impieghiamo pi fatica a stare in equilibrio da fermi per lungo tempo che non a camminare. Questo significa che siamo fatti per il cammino, per il movimento. Cosa si nasconde dietro questa identit morfologica delluomo, dietro questo suo camminare? Si nasconde una verit spirituale: siamo fatti per la ricerca. Non siamo fatti per la stasi. Siamo fatti per andare al di l di noi stessi. E il primo messaggio che i Magi ci consegnano. Dicono a tutti noi di non accontentarci delle nostre piccole conquiste, delle nostre tranquillit medio-borghesi, delle nostre mediocrit stagnanti, delle nostre posizioni raggiunte. Ci invitano a camminare. La Verit al di l di noi stessi. La Verit oltre. E oltre ogni nostra umana conquista. Bisogna proseguire. Bisogna andare avanti. 1. Uomini aperti alla natura. Sono in ascolto della natura, in dialogo con la natura, in simbiosi. Si muovono alla luce di una stella. Non pensiamo ai nostri oroscopi. Il vangelo ci orienta molto al di l di queste pratiche magiche e vane. Il camminare sotto la guida della stella indica il loro rapporto intimo con la natura. Questi magi nella natura sanno leggere i segni di Dio, come dice il libro della Sapienza: Difatti dalla grandezza e dalla bellezza delle creature, per analogia si conosce lautore(Cfr. Sap 13,1-15). O come ci ricorda anche lapostolo Paolo: Dalla creazione del mondo in poi, le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con lintelletto nelle opere da lui compiute (Rom 1,20). Il camminare di questi uomini sotto la guida di una stella ci attesta che sono in comunione col creato. Sono uomini che vedono nel creato i mirabilia Dei, le meraviglie di Dio. Non strumentalizzano, non usano la creazione, lascoltano, quasi a volerne scorgere limpronta del creatore. In questo cammino simbiotico di comunione col creato si lasciano guidare allincontro con il Trascendente, con lAssoluto, con Dio. Questa loro caratterista a noi uomini contemporanei che cos spudoratamente oltraggiamo quotidianamente la natura, noi che non sappiamo pi leggerla come opera di Dio, ma solo come opera da saccheggiare, da manipolare, da sfruttare, ci insegna che il benessere spirituale delluomo non pu prescindere da questa unione simbiotica con la natura. Se vogliamo incontrare la verit del nostro essere e il senso del mondo non possiamo recidere questo legame forte, inscindibile tra noi e la creazione intera. 2. Uomini in ascolto della S. Scrittura La creazione non basta per incontrare la Verit. Occorre mettersi in ascolto della Parola di Dio. Questi uomini sanno che la Verit non pu mai essere opera umana. Sono in ascolto della s. Scrittura. Nei loro cuori riecheggia la profezia di Michea che aveva preconizzato la nascita del Messia a Betlemme di Giudea. Danno ascolto alla parola di Dio. Sono cercatori di una Verit che non pu essere confezionata dagli uomini. Non cedono alla tentazione di credere che la Verit possano fabbricarsela da soli. Lattendono dallalto. Da Dio. Solo lui pu consegnare agli uomini la pienezza della Verit.
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3. Uomini in ascolto della storia. Sono uomini in ascolto non di quella storia fatta dai grandi, dai potenti, quella che ci insegnano a scuola, ma della storia degli umili, dei piccoli, la storia dei poveri. Giungono a Betlemme e vedono una madre e un bambino. Quella madre poteva essere una madre qualunque, altrettanto quel bambino. Ma questi uomini scorgono in quel Bimbo la presenza dellAssoluto, di Dio. Leggono nella semplicit di quellevento la grandezza della trascendenza di Dio perch il loro cuore libero da condizionamenti. Il loro cuore desideroso di cercare e di incontrare la Verit. Hanno un cuore disposto alla Verit. Non sono uomini boriosi, non sono uomini chiusi nella gabbia dellautosufficienza. Non sono uomini prigionieri della loro intelligenza, del loro sapere. Per questo sanno scorgere Dio in quellevento semplice, essenziale. Noi siamo i figli della civilt massmediale per cui ci abituiamo agli eventi sensazionali, agli eventi che fanno notizia e dimentichiamo che Dio parla attraverso gli eventi quotidiani, persino banali, insignificanti, semplici. Per questo noi spesso non incontriamo Dio. Perch lo cerchiamo nel frastuono, nel rumore, nel sensazionale, nello scoop. Dio nelle pieghe pi recondite della nostra quotidiana esistenza. E nella banalit della vita. E nella ordinariet della vita. Dio scrive la storia attraverso i diseredati. Un esempio lo stiamo vivendo questi giorni con lesodo dei Kurdi. I diseredati mettono sempre in crisi i grandi della terra. Al tavolo delle trattative europee gi i conti erano tutti pronti. Arrivano i Kurdi e rompono le uova nel paniere. Ecco il segno di una storia guidata da Dio attraverso i poveri. E i potenti si ribellano. Come Erode al tempo di Ges. Dio si intrufola nella storia dei potenti attraverso coloro che non contano per invitarci ad aprire gli occhi e a renderci conto che lui non se la fa con i grandi, con i forti, con i potenti. Egli il Dio che nato nella stalla di Betlemme e si porta sempre addosso lalito delle bestie. Il tanfo della stalla dei poveri il suo profumo griffato. E il tanfo dei poveri, dei pezzenti. Egli sempre dalla parte degli ultimi. Dio ci invita a non fare i conti senza i poveri. Dio parla ai grandi attraverso gli ultimi. Questi uomini allora pi che far sbizzarrire le nostre fantasie toccano la struttura del nostro spirito, del nostro essere uomini e ci ricordano che abbiamo bisogno di camminare molto ancora. Questi Magi hanno incontrato Cristo. Si sono prostrati e lo hanno adorato. Hanno messo nelle sue mani tutte le loro ricchezze perch avevano incontrato Ges, la vera ricchezza. Noi nella vita di strada ne facciamo tanta. Anche ai giovani di solito auguriamo di fare strada nella vita. Ma quale strada? La strada dei Magi. Quella strada che porta a Cristo. E dinanzi a lui consegniamo ogni nostra ricchezza. E pu essere non solo quella materiale, pu essere la nostra superbia, il nostro orgoglio, la nostra autosufficienza, la nostra cultura, la nostra boriosit, la nostra etichetta sociale. Qualsiasi realt che ci impedisce di consegnarci a Cristo, di liberarci le mani e il cuore per lui. E questo il senso del gesto che compiamo in questa giornata, il bacio alla statuina di Ges Bambino. Non tanto un gesto di affetto. E soprattutto un gesto di fede attraverso cui diciamo a Cristo: Tu sei la luce, la verit, la ricchezza della mia vita. Fa che i miei passi possano essere sempre orientati a te e che non abbia mai a prostrami dinanzi a
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nulla e dinanzi a nessuno che non sia la tua persona. Ogni mio oro, ogni mia ricchezza, ogni mio incenso siano sempre per te, unico mio Salvatore. Amen.

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BATTESIMO DEL SIGNORE


In quel tempo Giovanni Battista predicava: Dopo di me viene uno che pi forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzer con lo Spirito Santo. In quei giorni Ges venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, uscendo dall`acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba. E si sent una voce dal cielo: Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto (Mc 1,7-11).

SALVATI DA UN MARE DI PECCATI Lepisodio del battesimo di Ges ricco di suggestioni oltre che di notevole spessore teologico. Mi soffermo a tratteggiare gli elementi pi essenziali di questo evento della vita di Ges. Ges scende nelle acque del Giordano. Vi scende dopo che tutto il popolo si immerso in quelle acque. Sappiamo bene che lacqua presso ogni popolo evoca una molteplicit di significati per la sua ricchezza simbolica. Tra questi significati c il richiamo alla purificazione. Lavarsi, scendere nelle acque significa non solo togliersi di dosso la sporcizia in senso fisico ma allude a un atto di purificazione del cuore. Anche il popolo dIsraele era solito ricorrere alle abluzioni per avocare questo bisogno di purificazione. Abluzioni parziali, di alcune parti del corpo, o abluzioni totali, i bagni i purificatori nel fiume Giordano. Questo bisogno di purificazione scritto nel cuore di tutti noi. C unattesa di perdono, di salvezza, di purificazione interiore, di rigenerazione. Unattesa che viviamo anche noi. E un bisogno scritto nel cuore di ogni uomo. Al di l dei nostri limiti, delle nostre fragilit, al di l dei nostri peccati, nel nostro cuore emerge sempre questo grande bisogno di purificazione. Talvolta emerge in maniera errata, soprattutto quando la invochiamo per gli altri in diversi modi e a diversi titoli. Crediamo che debbano essere sempre gli altri a redimersi, a purificarsi, a rivedere i loro stili di vita, a ravvedersi, a venire a resipiscenza. Infatti auspichiamo sempre una sorte di palingenesi, di catarsi collettiva. Dimentichiamo che il bisogno di purificazione deve toccare il cuore di ognuno di noi. Ges si cala nelle acque del Giordano non perch ha bisogno di purificarsi ma per solidarizzare con noi uomini, per partecipare in pieno alla nostra condizione di uomini. Non di poco rilievo il fatto che egli scenda per ultimo nelle acque, dopo che tutto il popolo si immerso nelle acque. Dietro questo particolare si nasconde un significato profondo e meraviglioso che esprime tutto il senso della missione di Ges. In quelle acque tutto il popolo ha deposto il suo peccato. Quelle acque sono imbrattate di tutte le miserie degli uomini. Cristo non disdegna di calarsi in quelle acque. Prende sulla sua pelle quelle miserie umane. Egli il forte, preannunziato dal Battista: viene uno che pi forte di me. La forza di Ges consiste proprio nel farsi carico delle nostre miserie. Il battesimo inaugura allora la missione di Ges. Una missione a favore. Ecco perch il cielo si apre. Per mezzo di Cristo luomo si ricongiunge nuovamente a Dio. Si ristabilisce quel ponte di comunione tra Dio e lumanit. Cristo diventa il nuovo pontefice, il costruttore di questo ponte di amicizia tra lumanit e Dio. Un ponte che
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fonda i suoi piloni su questo atteggiamento di solidariet con noi peccatori. Ecco che questa solidariet di Cristo diventa per noi fonte di remissione dei peccati. Cristo si fa carico del nostro peccato e lo annienta. E proprio questo il frutto pi grande della salvezza operata da Ges nei confronti di noi uomini. Non ci capita di riflettere mai abbastanza su questa forza di Cristo, forza che viene dallazione dello Spirito che agisce in Lui e che abbiamo visto posarsi su di Lui gi al momento del battesimo, allinizio della sua missione a favore di noi uomini. Forza che deriva anche dalla presenza del Padre accanto a Cristo, quel Padre che, sempre al momento del battesimo, fa udire la sua voce dal cielo per esprimere la sua compiacenza nei confronti di Cristo. E la Trinit che si fa vicina a noi uomini. Si fa vicina a noi soprattutto per farci dono della remissione dei peccati, per dissolvere le nostre nefandezze, le nostre miserie. E in fondo questo il bisogno pi vero e pi intimo di noi uomini: sentirci perdonati, amati. E vero che la nostra civilt ci ha quasi immunizzati dal senso del peccato, rendendolo quasi evanescente. La psicologia ha contribuito a liberare luomo dai sensi di colpa e spesso si generato nel cuore di noi uomini una terribile confusione tra senso di colpa e senso del peccato. Ecco che sovente ci troviamo in presenza di individui pieni di sensi di colpa ma senza alcuna percezione del senso del peccato. La consapevolezza del peccato invece la coscienza della propria creaturalit, della propria incompiutezza, del proprio limite ma anche la coscienza di una ribellione si annida nel cuore di tutti noi, la ribellione contro Dio. Il dramma continuo che si consuma nella storia non tanto tra il bene e il male quanto tra Dio e uomo, tra il progetto di Dio e i nostri umani progetti. Il peccato consiste proprio nel mandare in esilio Dio dalla nostra vita perch lo si avverte antagonista. E il nutrire la presunzione di farcela da soli. E il senso di quellorgoglio originario che fa dire alluomo, sulla scia di Adamo: Non serviam, non ti servir; asseconder il mio io. Questo il peccato. La coscienza di questa realt, purtroppo stiamo smarrendo. Cristo, scendendo nelle acque del Giordano, viene a riconciliare la nostra umanit con Dio. Viene a fugare il nostro timore di vedere in Dio il nostro nemico, il nostro antagonista. Abbiamo bisogno che il cielo si riapra su di noi. Siamo troppo ricurvi su noi stessi. Abbiamo smarrito la nostalgia del cielo. Nel cuore di ognuno di noi c un angolo di cielo ancora da scoprire ed in quellangolo che Dio suscita il nostro intimo bisogno del suo amore perdonante, del suo amore liberante, sanante. E questo il senso della remissione dei peccati che giunge a noi attraverso i sacramenti. La remissione dei peccati il fulcro del messaggio di Cristo. E venuto per liberarci dal fardello del peccato. Ma bisogna avvertire il peso di questo fardello. Occorre averne coscienza per avvertire il bisogno di essere salvati, di essere perdonati. Di sentirci amati da Dio. La missione di misericordia di Cristo consiste proprio in questo suo continuo calarsi nella melma delle nostre esistenze. Spesso attende per ultimo, come al momento del suo battesimo. Aspetta che consumiamo fino al massimo lesperienza del peccato, per poi tuffarsi nel Giordano della nostra vita e imbrattarsi delle nostre colpe. Le carica su di s. Le lascia penetrare nella sua pelle per distruggerle perch egli il forte. La forza di Ges consiste proprio nella capacit di annientare le nostre colpe, di restituirci alla condizione di verginit nonostante il nostro continuo prostituirci.
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Dinanzi a Dio se ci apriamo al suo perdono, il nostro cuore ritorna candido come la neve. E questo ci di cui luomo ha bisogno. Tanti nostri drammi interiori non sono che il segno di un gran bisogno di perdono. Non stanchiamoci mai di invocare il perdono di Dio. Egli lo dona a tutti a piene mani. E non stanchiamoci mai di donare il perdono ai fratelli. Non lesiniamo il perdono a nessuno. Chi lesina il perdono ha un cuore piccino, ha un cuore meschino. Non ha compreso lamore di Dio. Regaliamoci il perdono, sempre. Senza riserve, senza condizioni. Il perdono la grande attesa di ogni uomo. E il grande bisogno dellumanit, in attesa di essere visitato da Qualcuno che con autorit, con forza, con potenza, possa dirle: ritorna alla tua condizione verginale, dimentica il tuo passato, scordati del tuo peccato, ecco, io vengo a riconciliarti con Dio. Ritorniamo a provare il gusto per il perdono di Dio che passa attraverso i sacramenti ma anche attraverso i nostri gesti quotidiani di riconciliazione, di comprensione, di benevolenza, di accoglienza, di sospensione di ogni giudizio cattivo, di ogni maldicenza. Impariamo a guardarci come ci guarda Dio, impariamo anche a sentire nostro il fango altri. Non disdegniamo di imbrattarci delle miserie altrui perch siamo tutti immersi in questa storia di peccato dalla quale solo il forte, solo Cristo pu liberarci. Se i nostri cuori ritorneranno a sentire vivo questo grande desiderio di misericordia anche le nostre relazioni umane saranno segnate da stili di cordialit, di tolleranza, di amicizia, di accoglienza. Ciascuno sentir lo sguardo del proprio fratello su di lui come sente lo sguardo di Dio, del Padre. E questa la missione della chiesa: dire agli uomini che Dio ha uno sguardo di benevolenza verso tutti, verso i buoni e verso i cattivi. Noi siamo i suoi figli dei quali egli contento, si compiace, a condizione per che avvertiamo una struggente nostalgia di Lui, come Lui la prova per noi.

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TEMPO DI QUARESIMA

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I DOMENICA
Subito dopo lo Spirito lo sospinse nel deserto e vi rimase quaranta giorni, tentato da satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Ges si rec nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: Il tempo compiuto e il regno di Dio vicino; convertitevi e credete al vangelo (Mc 1,12-15).

LANGELO E LA BESTIA Litinerario liturgico che la Chiesa ci invita a percorrere lungo larco dellanno ha una spiccata dimensione pedagogica. Di tappa in tappa ci introduce nel mistero di Cristo. La quaresima uno di questi momenti forti in cui noi discepoli siamo condotti per mano a penetrare il grandioso mistero di Dio. un tempo in cui ciascuno di noi ritorna alle radici della propria fede e della sua stessa umanit. un tempo di grazia. Un tempo donatoci da Dio perch ciascuno di noi riprenda i contatti con se stesso e con il Signore. Sono tanti i motivi e le occasioni che nella nostra quotidiana esistenza ci distolgono da noi stessi e da Dio. La nostra vita sembra costantemente consumarsi in terra desilio, lontano dal nostro intimo e lontano da Dio. La quaresima un pellegrinaggio delluomo verso lintimo di se stesso. ed nel nostro intimo che incontriamo Dio, come meravigliosamente intuiva gi S. Agostino: Deus intimior intimo meo. Perch questo nostro incontro sia possibile occorre che ciascuno di noi sia sospinto dallo Spirito, come Ges, nel deserto. Il deserto la cifra simbolica della nostra dimensione di relazionalit con noi e con Dio. Il deserto luogo aspro, luogo di solitudine. il luogo in cui luomo non pu interporre tra s e Dio, tra s e il suo intimo, il diaframma delle cose. Il deserto costringe a relazionarsi con se stessi. il luogo in cui non si pu fuggire da se stessi. Impone lincontro. Forse questa una delle nostre pi grandi paure: incontrare noi stessi, avere la capacit di penetrare labisso del nostro cuore, toccare il fondo del nostro intimo, saggiarne i sentimenti, le emozioni, le sensazioni, i pensieri, tutto ci che vi alberga dentro. Il cammino di Ges sospinto dallo Spirito nel deserto deve essere il cammino del discepolo, il nostro cammino per recuperare il senso profondo della nostra esistenza. Nel deserto per si incontra il Tentatore, Satana. Satana lartefice di ogni lacerazione interiore, di ogni divisione, di ogni frammentazione. E dov luomo dal cuore a pezzi, lacerato, in frantumi, scoppiato, diviso, l vi Satana. Luomo a cui sfugge larmonia della sua esistenza e in balia di Satana. Ges nel deserto ci invita a riscoprire la nostra fondamentale vocazione di uomini: siamo fatti per larmonia. Questa armonia espressa in maniera quasi pittorica dallevangelista Marco che afferma: (Ges) stava con le fiere e gli angeli lo servivano. un quadro paradisiaco. Ges nel deserto limmagine del nuovo Adamo circondato dalle belve e dagli angeli. Angeli e belve: sono le due dimensioni della nostra umanit, apparentemente opposte ma fondamentalmente destinate ad armonizzarsi. Ma una prima forma di
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divisione interiore che noi quotidianamente sperimentiamo proprio lincapacit a vivere questa armonizzazione fra la belva, la nostra dimensione istintiva, psichica, carnale e langelo, la nostra dimensione spirituale. In Ges queste due realt convivono meravigliosamente. Per noi discepoli il cammino di quaresimale di conversione deve consistere proprio in questa armonizzazione degli opposti. Possiamo affermare che lintero cammino di vita cristiana armonizzazione degli opposti: vita e morte, peccato e grazia, condanna e salvezza, belva e angelo. Nel cuore di ognuno di noi si nasconde una bestia feroce. Siamo invitati ad avere il coraggio di guardare in faccia la belva che si annida nel cuore di ognuno di noi. quella bestia che ha il nome e il volto dellistinto, delle passioni, degli egoismi, delle brame, delle prevaricazioni, dellorgoglio e di ogni altra realt carnale. la forza di gravit del nostro essere che ci sospinge verso il basso, che tende a schiacciarci, ad orizzontalizzarci, a renderci uomini unidimensionali. La conversione la capacit non di misconoscere, di negare questa realt ma di armonizzarla con laspirazione dinfinito che Dio ha messo nel cuore di tutti gli uomini. E questo appunto langelo che abita nel cuore di ogni uomo. In ogni uomo c un angelo che attende di librarsi in volo. Convertirsi non tradire questa vocazione fondamentale scritta in ogni uomo. Un impegno difficile per noi uomini del nostro tempo, figli di una civilt che asseconda unilateralmente la dimensione carnale dellesistenza, esercitando cos una pressione verso il basso pi che verso lalto. Ges ci offre i contesto ideale perch la nostra vita non precipiti in basso, il contesto del deserto. Il deserto lo spazio in cui ciascuno uomo impara a scoprire se stesso come lunica realt che conta e quindi impara a prendere le distanze dalle cose e a relazionarsi con se stesso, a prendersi cura di se stesso. Luomo del nostro tempo si occupa di tante cose ma tradisce questo impegno fondamentale: la cura di se stesso. non certo una cura di tipo estetico ma eticospirituale. la capacit di mantenere i contatti con le radici del proprio io, custodire il senso autentico della libert, della responsabilit, del dono, del servizio, dellattenzione agli altri. Paradossalmente una civilt troppo centrata sullindividuo una civilt che condanna luomo allasfissia e allaridit. Legoismo, il narcisismo, il culto dellapparenza, lestetismo, svuotano il cuore delluomo. Diventano tarlo che corrode il cuore delluomo. Dobbiamo ritornare a prenderci cura di noi stessi e scoprire la grandezza della nostra vocazione di uomini. siamo fatti per le cose alte, portiamo impresso il marchio di origine controllata del nostro creatore, siamo fatti per Lui. il tempo quaresimale deve essere tempo opportuno per tutto questo. il tempo in cui ciascuno di noi scavato dalla Parola di Dio, accarezzato dal soffio dello Spirito, si ritrova come plasmato in una nuova dimensione, la dimensione di uomo che forse spesso ci manca per il nostro assecondare con troppa facilit le esigenze della belva pi che lasciarci sospingerci dallangelo. Offriamo a Dio la possibilit di metterci le ali. E saremo pienamente uomini.

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II DOMENICA
Dopo sei giorni, Ges prese con s Pietro, Giacomo e Giovanni e li port sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigur davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle cos bianche. E apparve loro Elia con Mos e discorrevano con Ges. Prendendo allora la parola, Pietro disse a Ges: Maestro, bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mos e una per Elia!. Non sapeva infatti che cosa dire, poich erano stati presi dallo spavento. Poi si form una nube che li avvolse nell`ombra e usc una voce dalla nube: Questi il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!. E subito guardandosi attorno, non videro pi nessuno, se non Ges solo con loro. Mentre scendevano dal monte, ordin loro di non raccontare a nessuno ci che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell`uomo fosse risuscitato dai morti. Ed essi tennero per s la cosa, domandandosi per che cosa volesse dire risuscitare dai morti (Mc 9,2-10).

IL FASCINO DELLA VETTA E LA PAURA DELLA SCALATA Litinerario quaresimale ci conduce ad una seconda tappa. Dal deserto alla montagna. un itinerario di umanizzazione, di riscoperta della nostra genuina umanit che risiede nellintimo di ognuno di noi. Nel deserto, con Ges, abbiamo scoperto il progetto ultimo cui deve tendere la nostra umanit, un progetto di riconciliazione col nostro intimo, con Dio, con gli altri, con la creazione intera. Oggi Ges ci sospinge sul monte. Il monte il luogo della rivelazione di Dio. La montagna la cifra simbolica di ogni nostro anelito, di ogni nostra aspirazione, di ogni nostro desiderio autentico. Ges si trasfigura sul monte, cambia daspetto. Il suo essere dun tratto avvolto da una luce sfolgorante. E noi, volgendo lo sguardo a Cristo fasciato di luce, riscopriamo un desiderio di luce, un bisogno di luce, nascosto nel nostro intimo e in attesa di essere placato. La nostra esistenza quotidiana ci fa sperimentare lopacit, la pesantezza del nostro essere. I nostri cuori e le nostre menti sovente brancolano nella confusione, il buio, e anelano alla luce. Nutriamo un profondo desiderio di trasfigurazione. La trasfigurazione la categoria interpretativa di quel bisogno di essere diversi e migliori che grida nellintimo di ciascuno di noi. Ges ci addita litinerario della trasfigurazione. Prima di tutto ci insegna che ogni cammino di trasfigurazione un cammino in salita. La montagna non esprime solo laltezza dei nostri aneliti, ma anche la fatica del cammino. Luomo che vuole incontrare se stesso ed esprimere al meglio la sua vocazione di uomo deve accettare di salire, di scalare la montagna. Dobbiamo purtroppo constatare che la nostra civilt con le sue seduzioni e lusinghe ci fa spesso preferire la valle piuttosto che la vetta della montagna. Non di rado ci ritroviamo a precipitare in qualche scarpata. E in quel momento desideriamo risalire la china. Ma a ben riflettere solo la voglia di risalire dalla profondit dellabisso al livello dellorlo del precipizio piuttosto che salire laltezza del monte. In fondo ci piace sguazzare raso terra. E il condizionamento della squallida mediocrit.
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Ges ci invita a inerpicarci per i sentieri che portano in cima al monte. Ci invita ad assaporare il fascino e la fatica della scalata. in fondo lesperienza della croce. Noi per preferiamo percorrere le strade scorrevoli della vita, le vie facili, le superstrade del successo facile, piuttosto che i tornati tortuosi della montagna. E in questo siamo ben rappresentati dallapostolo Pietro. Infatti Pietro respinge con veemenza lidea che il Maestro possa avventurarsi per la via crucis. da stolti. Ecco che Ges conduce Pietro sul monte della trasfigurazione, insieme a Giacomo e Giovanni (la stessa compagnia dellorto del Getsemani!) per introdurli in una comprensione autentica, non mondana, del mistero della croce e della risurrezione. Solo quando si in cima al monte si pu giudicare il senso della fatica occorsa per raggiungere la vetta. dalla cima che si contempla il panorama e ci si accorge che valsa la pena affrontare la scalata. La meraviglia generata dal grembo della fatica. La luce del mattino sopraggiunge dopo che la notte ha percorso tutto il suo cammino. La luce nasce dalle tenebre. Loscurit il grembo della luce. Il buio il grembo in cui ogni seme di vita ha bisogno di essere custodito per marcire e germogliare. Accettare il mistero della croce e gi vivere il preludio di ogni resurrezione. Rifiutare la croce precludersi la risurrezione. questo il mistero in cui Ges vuole introdurre i tre apostoli, e tutti noi. Litinerario della trasfigurazione non solo un cammino in salita, anche un cammino di liberazione. Sono a testimoniarlo Mos ed Elia, anchessi partecipi dellevento del Tabor. Essi sono due protagonisti di cammini di liberazione. Mos, chiamato da Dio, ha liberato Israele dalla schiavit dEgitto. Una liberazione laboriosa: quarantanni di deserto, di ribellione, di tentazione di rinuncia, di resa, di rifiuto a camminare. La tenacia di Mos far approdare Israele nella terra promessa e sar finalmente libero dalle grinfie del faraone e riscattato dalla condizione servile. Mos con Ges sul Tabor per invitarci a liberarci dalle nostre schiavit per gustare la luce della trasfigurazione. Potrebbe esserci qualche potere faraonico che allunga i suoi tentacoli nelle radici pi profonde di noi stessi. Dobbiamo avere il coraggio di rinunciare a qualche lembo di terra dEgitto che si annida nel nostro cuore e che ci fa sentire la nostalgia delle cipolle e delle pentole di carne piuttosto che il desiderio della libert. Con ostinazione e coraggio dobbiamo assecondare la vocazione di libert iscritta nei nostri cuori. Con Mos appare anche Elia. Anchegli stato protagonista di liberazione. Ha liberato Israele dalle grinfie della regina Gezabele che voleva pervertire la fede genuina del popolo, piegandolo alladorazione degli idoli. Elia con la forza della sua parola, con il fuoco damore per il vero Dio, combatte fino allannientamento ogni forma di idolatria e riafferma la fede dei padri. Elia con Ges sul Tabor per invitarci a bruciare i nostri idoli per lasciarci inondare dalla luce della trasfigurazione. Nellesistenza di ciascuno di noi innalzata una stele quale memoria intima delle nostre malcelate idolatrie. La trasfigurazione possibile se ci liberiamo dagli idoli, dalle seduzioni della Gezabele di turno che si affaccia allorizzonte di ogni epoca e che con le sue sirene tenta di lusingarci.

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Accogliamo linvito di Mos, di Elia e soprattutto di Cristo che ha a cuore la nostra trasfigurazione per farci assaporare la gioia di essere uomini e figli di Dio. Camminiamo con Cristo, accettiamo lasperit della salita, lasciamoci lambire dal fuoco della sua parola perch nel nostro intimo ogni scoria di idolatria sia divorata. Sicuramente non andremo incontro a nessuna delusione. Anzi, sperimenteremo lebbrezza della vetta. Saremmo veramente allaltezza della nostra vocazione di uomini.

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III DOMENICA
Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Ges sal a Gerusalemme. Trov nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacci tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gett a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesci i banchi, e ai venditori di colombe disse: Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato. I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora. Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: Quale segno ci mostri per fare queste cose?. Rispose loro Ges: Distruggete questo tempio e in tre giorni lo far risorgere. Gli dissero allora i Giudei: Questo tempio stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?. Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Ges. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome. Ges per non si confidava con loro, perch conosceva tutti e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro, egli infatti sapeva quello che c in ogni uomo (Gv 2,13-25).

CON DIO NON SI CONTRATTA Dal deserto alla montagna. Dalla montagna al tempio. Eccoci oggi spettatori di un gesto fortemente provocatorio di Ges nel tempio di Gerusalemme. un gesto che fa affiorare in noi un interrogativo: un gesto di furore o di amore? E un atto scaturito da un impeto dira oppure una testimonianza di unincontenibile passione damore? I discepoli testimoni dellaccaduto rammentano una citazione della Scrittura: Lo zelo per la tua casa mi divora. In tal modo ci offrono la chiave interpretativa del gesto di Ges. Un gesto che precede la parola. La parola sembra aver esaurito ogni capacit comunicativa. Bisogna agire. Non pi tempo di parlare. Dinanzi allingiustizia limitarsi a parlare significa prolungare i tempi di perpetuazione dellingiustizia stessa. Cristo profondamente indignato per linfame baratto che impunemente si consuma nel tempio. Dio ormai diventato merce di scambio. Il tempio da spazio di gratuit si mutato in luogo di mercato. Lhomo religiosus sopraffatto dallhomo eoconomicus. Luomo vuole mercanteggiare anche con Dio. la terribile tentazione dellhomo religiosus: dare per avere, offrire per ricevere. Cristo, con una sequenza di atti affatto casuale caccia fuori dal tempio mercanti e animali e rovescia il banco dei cambiavalute. Mercanti, animali e soldi: tre impenetrabili diaframmi che rendono impossibile la comunione con Dio. Vengono cacciati fuori prima i mercanti. Non raro far diventare la religione una fonte redditizia di guadagni. Anche ai nostri giorni non difficile percepire odore daffari attorno a tanti santuari e a tanti pellegrinaggi. Allombra del campanile si possono coltivare tanti interessi. Non possiamo usare Dio per i nostri interessi, per il nostro tornaconto, per i nostri vantaggi. Dio non possiamo acquistarlo come fonte di garanzia e di investimento sicuro. Ancora peggio: Dio non possiamo venderlo n svenderlo.
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Insieme ai mercanti vengono cacciati fuori gli animali. Nel rituale ebraico costituivano le vittime per il sacrificio, a seconda delle possibilit economiche del pio israelita. Levangelista Luca, per esempio ci ricorda che Maria e Giuseppe poterono offrire solo due tortorelle perch poveri. I diversi capi di bestiame rappresentano quasi lo status symbol della posizione sociale di chi andava al tempio per lofferta del sacrificio. Ecco che nel tempio si perpetuava la stessa stratificazione sociale che era fuori del tempio. Ancora una volta la religione da fonte e occasione di comunione diventava motivo di distinzione. Come poteva il Cristo rimane indifferente dinanzi a tutto questo? Quando si nel tempio occorre recuperare la comune appartenenza allunica famiglia dei figli di Dio. Ogni distinzione di razza, cultura, posizione sociale, economica, culturale passa in secondordine. La fede deve generare e testimoniare la comunione con Dio e con i fratelli. Una comunione che non deve affatto passare attraverso il filtro delle cose, peggio ancora del denaro, ma attraverso la sintonia dei cuori e delle menti orientati verso lunico Padre. A Dio non si arriva per mezzo di animali o cose. Dal momento dellincarnazione, della passione e della risurrezione di Cristo, a Dio si arriva per mezzo di Lui. non pi per mezzo del sangue di animali siamo in comunione con Dio, ma per mezzo del sangue di Cristo offerto al Padre una volta per tutte. Ciascuno di noi, facendo del sua vita un sacrificio vivente (Rom 12,1) gradito a Dio, in comunione con Dio e con i fratelli. Il nostro lavoro, la nostra sofferenza, i nostri drammi, le nostre gioie, i nostri fallimenti, offerti al Padre costituiscono il sacrificio di soave odore che ci mette in comunione con Dio, unito al sacrificio eucaristico di Cristo, senso e culmine del nostro. In questo modo recuperiamo la costituiva e meravigliosa dimensione sacerdotale derivanteci dal sacramento del battesimo. Si realizza cos lantico desiderio di Dio: Sarete per me un popolo di sacerdoti (Es 22,30). il sacerdozio nuovo inaugurato dal Cristo attraverso lofferta della sua vita al Padre. Ora non abbiamo pi bisogno di offrire sacrifici di animali che non possono mai eliminare i peccati (Eb 10,11). Cristo si offerto una volta per tutte (Eb 9,25-28). Uniamo lofferta della nostra vita a quella del Cristo. Con i doni che portiamo allaltare per la celebrazione eucaristica presentiamo il nostro lavoro, i nostri dolori, le nostre ansie, le nostre speranze perch siano offerta gradita a Dio. Noi, con la nostra vita, con i nostri frammenti di storia semplice ed umile, siamo il nuovo tempio di Dio, prolungamento nella storia dellunico vero tempio, il corpo di Cristo, distrutto sulla croce e ricostruito dopo tre giorni. Egli ha inaugurato il culto nuovo in Spirito e Verit (Gv 4,23). Non c pi spazio per i mercanti. Il rischio per maggiore: sacrificando per altro che non per Dio la tua vita, continuiamo a svendere il nostro corpo, nuovo tempio del Dio vivente (cfr. 2Cor 6,16). Ricordiamo il severo monito dellApostolo: Non sapete che i nostri corpo sono le membra di Cristo? Prender io dunque le membra di Cristo per farne le membra di una prostituta? (1Cor 6,15).

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IV DOMENICA
In quel tempo Ges disse: Come Mos innalz il serpente nel deserto, cos bisogna che sia innalzato il Figlio dell`uomo, perch chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perch chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perch il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non condannato; ma chi non crede gi stato condannato, perch non ha creduto nel nome dell`unigenito Figlio di Dio. E il giudizio questo: la luce venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perch le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perch non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verit viene alla luce, perch appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio (Gv 3,14-21).

UNA NOTTE GRAVIDA DI LUCE Nel vangelo ci imbattiamo con personaggi di rilievo e talvolta con personaggi apparentemente irrilevanti che per esprimono i tratti dellidentit fondamentale del discepolo. Nicodemo uno di questi. Egli un fariseo notabile, ricco, membro del sinedrio e quindi detentore del potere decisionale presso il popolo dIsraele. Il vangelo ci fa intravedere lo spiraglio di luce che sembra farsi breccia nel suo cuore. Egli ha intuito che qualcosa di grande e misterioso si nasconde in quel Maestro di Nazaret che i suoi correligionari perseguitano. Avvinto da una forte curiosit, decide di incontrare il Cristo. Per ha paura. Teme che i suoi compagni vengano a saperlo. Troppi condizionamenti pesano sulla sua persona cos in vista. Ma non pu resistere al desiderio di incontrarsi col maestro di Nazaret. Ecco che corre a casa di lui di notte. Quanta significati sono racchiusi nella simbologia della notte. lora delle tenebre, tenebre che avvolgono il cuore oltre che laria. Nicodemo si alza di notte per corre da Ges. Attraversa la coltre di buio per andare incontro a colui avrebbe potuto diradare ogni tenebra. Anche il Cristo ha vivo il desiderio di generarlo a nuova vita, di farlo venire alla luce. Ecco il senso del suo invito a rinascere dallalt. Un invito che viene buffamente frainteso da Nicodemo. Egli colto da grande stupore nel sentire di dover rinascere. Per il momento non afferra il senso delle parole di Ges. Nicodemo si riaffaccer al momento della sepoltura di Ges. Ma ancora una volta con molta discrezione. una discrezione che ha ancora il sapore della paura. Egli fa pervenire alle donne che devono imbalsamare il corpo di Ges trenta libbre di profumo. Sono tante, circa trenta litri. il segno di quanto gli fosse caro il Cristo. Ma la paura avr ancora la meglio su di lui. non riuscir a venire allo scoperto. Ma veniamo a questo primo dialogo notturno tra Ges e Nicodemo. Ges parla di s a Nicodemo rievocando un episodio dellAntico Testamento. un episodio del libro dei Numeri al capitolo 21. Israele si mostra stanco di camminare nel deserto. provato dalla fatica, dallarsura, dalla calura, dalla sete, dalla fame. Si ribella contro Mos e rimpiange la sua condizione di schiavit i Egitto. Mos a sua volta si sfoga con Dio. In fondo il popolo propriet di Dio. Dio suscita un avvenimento che sembra rincarare la dose di disagio e di ribellione del popolo. Dun tratto uninfinit
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di serpenti invade il territorio in cui risiede il popolo. una sfida alla fede di Mos e del popolo. Di fronte ad una situazione di disperazione e di impotenza il popolo deve dare fondo alle tutte le riserve di fiducia nel suo Dio e se vuole salvarsi dai morsi dei serpenti deve volgere lo sguardo al serpente di bronzo innalzato, per volere di Dio, da Mos sullasta. Dio non ha abbandonato il suo popolo, non si sta prendendo gioco di lui. ma il popolo deve continuamente prendere coscienza che Dio gli cammina accanto, pur tra mille prove e sofferenze. Anzi, quanto pi il fallimento sembra assoluto, definitivo, tanto pi Dio schiude orizzonti inediti di salvezza. Cos avverr del Figlio di Dio. Infatti subito Ges parla di s a Nicodemo: Come Mos innalz il serpente nel deserto, cos bisogna che sia innalzato il Figlio dell`uomo, perch chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Ges vuol far comprendere a Nicodemo che Israele far fatica a credere che nel Messia crocifisso possa rivelarsi la presenza amorosa di Dio. Ma ancora una volta sar attraverso il segno del fallimento che Dio manifester la sua potenza di amore. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perch chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio ha a cuore le sorti dellumanit e lascia fluire su di essa il suo amore come fiume in piena. lamore di Dio che salva il mondo. Il mondo nelle mani del Crocifisso; guardando a lui, come al serpente nel deserto, otteniamo la vita, la salvezza. Lamore di Cristo ci raggiunge se noi non distogliamo lo sguardo da lui. questo latto di fede che ci viene richiesto, come allantico popolo dIsraele in cammino nel deserto. la fede nellamore di cristo per noi che diventa potenza di salvezza per noi e per il mondo intero. la salvezza del mondo si fonda sullamore di Dio per noi. Ecco il messaggio meraviglioso di Ges a Nicodemo e agli uomini di ogni tempo. Noi, figli della civilt tecnologica, potremmo essere indotti a pensare che siano le conquiste della scienza, della tecnica, il progresso economico, culturale, a salvare il mondo. Ges ci insegna che lamore che salva il mondo. Un mondo senza amore un mondo destinato alla rovina, allautodistruzione. La trasfigurazione del mondo non dipende dalle nostre umane possibilit ma legata alla nostra capacit di guardare al Crocifisso, di lasciarci attirare da lui e inondare dal suo amore. Pervasi dallamore di Cristo continueremo il nostro camino nel deserto del mondo seminando amore, e nei solchi della storia germoglier la novit che rinnova il volto delluomo e del mondo: la potenza dellamore accolto e donato a piene a mani.

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V DOMENICA
Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c`erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsida di Galilea, e gli chiesero: Signore, vogliamo vedere Ges. Filippo and a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Ges. Ges rispose: E` giunta l`ora che sia glorificato il Figlio dell`uomo. In verit, in verit vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserver per la vita eterna. Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, l sar anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorer. Ora l`anima mia turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest`ora? Ma per questo sono giunto a quest`ora! Padre, glorifica il tuo nome. Venne allora una voce dal cielo: L`ho glorificato e di nuovo lo glorificher!. La folla che era presente e aveva udito diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: Un angelo gli ha parlato. Rispose Ges: Questa voce non venuta per me, ma per voi. Ora il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sar gettato fuori. Io, quando sar elevato da terra, attirer tutti a me. Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire (Gv 12,20-33).

VOGLIA DI GESU Non solo Nicodemo ha provato il fascino della persona di Ges. Oggi il vangelo ci riferisce del desiderio di un gruppo di greci che vogliono vedere il Cristo. Non resistono alla sua attrazione. Ne hanno sentito parlare. Molti hanno raccontato loro i suoi prodigi. Ora desiderano ardentemente incontrarlo, vederlo. Vogliono incrociare il suo sguardo. Sono tanti i modi espressevi dello sguardo umano. Per esempio si pu guardare con lintento di scrutare, di indagare, di spiare lintimo dellaltro. quanto probabilmente si proponevano i farisei nei confronti di Ges. Lo osservavano in tutti i movimenti per coglierlo in fallo. Tante volte ci hanno provato. Non sar certamente questo lintento con cui questi simpatizzanti greci anelano a vedere il Cristo. Costoro vogliono vederlo per conoscerlo, per incontrarlo di persona. Non si accontentano pi del sentito dire. Desiderano imbattersi nel mistero del Maestro di Nazaret. Manifestano questo loro desiderio agli apostoli Filippo e Andrea. Non una scelta casuale. Questi due apostoli sono anchessi di origine greca. Chi meglio di loro pu fare da tramite nei confronti del maestro per interpretare questo loro desiderio? Potremmo gi individuare in questo semplice particolare evangelico una meraviglioso itinerario teologico-pastorale di evangelizzazione. La chiesa nella misura in cui sa farsi vicina ad ogni cultura e sa farsene interprete delle esigenze e dei valori pi autentici diventa tramite illuminato e insostituibile dellincontro degli uomini con il Cristo. la fatica esaltante e impegnativa dellinculturazione. Ma veniamo al brano evangelico. I greci vogliono vedere Ges e Filippo e Andrea si fanno interpreti di questo bisogno presso il Cristo. La risposta di Ges sembra per prendere tuttaltra piega. Sembra portare molto lontano dalla richiesta manifestata dagli apostoli. ma Cristo
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non ci offre mai risposte scontate. Ci provoca a penetrare in profondit, a intuslegere le sue parole, a coglierne il senso recondito. Ges non vuole ingannare gli uomini. Non vuole illuderli perch non abbiano a rimanere delusi. Con la sua risposta dichiara la sua identit quasi per frenare il facile entusiasmo di quei greci. Egli non mira a far vibrare le corde della loro emotivit ma a metterli di fronte al suo reale e scomodo destino di Messia: Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Ecco rivelata la logica della croce. con questa logica che deve misurarsi il desiderio di vedere e incontrare il Cristo. questo il criterio di discernimento di ogni voglia di sequela. quanto Cristo vuole dire a quei greci e ciascun uomo che lungo i secoli si sentir attratto dal fascino del Maestro di Nazaret. La logica della croce, dunque. Ma cos la croce? Non la via del tormento, della sofferenza gratuita e masochista. la via dellamore. la via della donazione senza riserve. Voler vedere Cristo deve significare voler dare tutto di s, come Lui. desiderare di incontralo significare interiorizzare la logica del seme che si lascia sotterrare, nascondere, coprire dalla terra, per poi marcire e attendere, nel silenzio e nel buio, di germogliare e produrre frutto. la logica del nascondimento, del silenzio, della discrezione, dellanonimato. Una logica difficile, anzi inaccettabile, per noi uomini. noi amiamo la spettacolarit, il sensazionale, il miracolo. Noi amiamo vedere tutto questo. Non improbabile che spesso dietro la voglia di vedere il cristo si nascondano proprio queste voglie. Ma questa non fede. Cristo presente nel silenzio. Dio non fa rumore. Non fa spettacolo. Gi satana nel deserto lo aveva messo alla prova su questo tasto. I greci avevano fame di miracoli. Evidentemente desiderano vedere il Cristo allopera in tal senso, mentre guariva i ciechi, moltiplicava i pani, rimetteva in piedi gli storpi, ridonava la parola ai muti e ludito ai sordi. Ecco che Cristo intuisce questo loro bisogno e lo orienta nella direzione giusta parlando del logica del seme che muore per dare frutto. la logica dellamore. proprio questo il miracolo pi grande che Cristo venuto a realizzare con il dono della sua vita ed il miracolo che affida alle nostre mani perch si perpetui lungo i secoli questo prodigio di donazione senza riserve. Viviamo in una civilt esasperatamente individualista e calcolatrice che abbrutisce luomo. Una civilt che erode dallintimo le nostre esistenze, quasi rendendoci senzanima. I valori evangelici del nostro Occidente sono ormai rimpiazzati dai valori del profitto, del mercato, del capitale, della produzione, dellefficienza, del consumo. Noi cristiani siamo chiamati a ridare unanima al nostro mondo, alla nostra Europa, testimoniando la logica della gratuit, del dono e dellamore. Dobbiamo testimoniare una logica di espropriazione per recidere alle radici ogni dinamica di appropriazione smodata, generatrice di profonde ingiustizie. Dobbiamo testimoniare il primato dellamore contro il primato delleconomia per non tradire la nostra vocazione di discepoli di Cristo. Riaffermare il primato dellamore significa essere promotori di logiche di solidariet e di servizio, di attenzione a coloro che non contano, che non hanno incidenza sugli investimenti in borsa. Le carovane di poveri, di profughi, di emigranti che quotidianamente approdano sulle nostre coste sono lappello permanente di Dio a
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saperlo scorgere nei volti di questi uomini. Essi sono il sacramento vivente della presenza di Cristo in mezzo a noi. Non possiamo ridurre la fede a voglia di miracolo, a spettacolo che narcotizza il nostro senso critico e ci rende impotenti nella lotta contro la civilt dei consumi e dei desideri. Dobbiamo avvertire lurgenza di costruire la civilt dellamore. E lunica possibilit che abbiamo per fare vedere Cristo agli uomini di oggi.

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DOMENICA DELLE PALME


Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Ges grid con voce forte: Elo, Elo, lem sabactni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perch mi hai abbandonato? Alcuni dei presenti, udito ci, dicevano: Ecco, chiama Elia!. Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere, dicendo: Aspettate, vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce. Ma Ges, dando un forte grido, spir. Il velo del tempio si squarci in due, dall`alto in basso. Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: Veramente quest`uomo era Figlio di Dio! (Mc 15,33-39, leggi per Mc 14,1-15,47).

LUMANITA IN FUGA RAGGIUNTA DALLAMORE DI DIO Nel racconto della passione incontriamo Cristo nella totalit della sua persona e del suo messaggio. Incontriamo anche luomo. Tutto luomo e tutti gli uomini. Si staglia dinanzi a noi soprattutto la figura di Cristo con la sua fedelt a Dio e agli uomini. Una fedelt a caro prezzo. Si susseguono poi una molteplicit di personaggi che riproducono fedelmente la condizione umana di ogni tempo e di ogni luogo. E c da provare un grande sgomento per labisso tra la levatura dellumanit di Cristo e la meschinit avvilente di questi personaggi, anzi di noi uomini. Caifa, Pilato, i sommi sacerdoti, il giovanotto che corre nudo, i membri del sinedrio, i soldati, Pietro, gli altri apostoli: tutti uomini in fuga. La passione di Ges scatena questa vertiginosa fuga degli uomini. fuga da che cosa? Fuga da chi? Da Cristo o da se stessi? Non difficile rispondere. Levento della passione rivela la condizione di unumanit sovrastata dallangoscia, dalla paura. Ha paura Caifa: teme un coinvolgimento politico con i Romani. Ha paura Pilato: teme di perdere il potere. Hanno paura i sommi sacerdoti: temono di veder smantellate le loro tradizioni e soprattutto di veder svanire i privilegi accumulati nel corso dei secoli. Ha paura anche luomo comune, luomo della strada, Simone di Cirene. Ha paura Pietro: teme per la sua pelle. Tutti hanno paura e si danno alla fuga, scappano, si sottraggono alle loro responsabilit. Noi uomini abbiamo paura dellUomo della croce perch cinge dassedio le roccaforti dei nostri regni, rovescia gli scranni del nostro potere, manda in frantumi le maschere delle nostre ipocrisie e delle nostre convenzioni e fa traballare le nostre false sicurezze. La passione di Ges levento rivelatore dellangoscia che alberga nei nostri cuori. Avvertiamo il disagio della nostra umanit aggrappata alleffimero, a ci che destinato a svanire, a corrompersi, rovinare. Cristo, dallalto della croce, ci invita a non fuggire da lui, anzi da noi stessi. Ci invita ad essere fedeli alla nostra umanit, come lui.

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La fedelt a cui ci invita il Cristo una fedelt a caro prezzo. Esige la capacit di pagare di persona, di accettare di morire per la propria missione. Come Cristo. Egli muore per la missione. La passione di Ges allora una vicenda di sofferenza ma anche di pathos. la testimonianza appassionata di un uomo che ha sposato in modo totale, radicale, viscerale, fedele, la sua missione, una missione di condivisione senza riserve della volont del Padre e di servizio disinteressato agli uomini. nel compiere questa missione il Cristo non rifiuta, non rifugge il soffrire ma si abbandona nelle mani del Padre e nelle mani degli uomini. Dobbiamo ritornare ad amare la nostra missione. Prima di tutto dobbiamo amare la nostra missione fondamentale e comune: vivere in pienezza e con autenticit la nostra vita di uomini. Questo comporta il deporre ogni scudo di ipocrisia. Significa vivere da persone nude, trasparenti. Dai nostri gesti, da ogni nostra azione, da ogni pensiero, intenzione, progetto, aspirazione deve trasparire la nostra autenticit. Non dobbiamo tradire la nostra umanit. Cristo, dallalto della croce, invita ciascuno di noi ad essere se stesso. Non possiamo abdicare alla nostra umanit. Non possiamo permettere che gli altri, le istituzioni, il potere, le cose, soffochino la nostra umanit. Impariamo a spendere la nostra vita per ci che conta, per ritrovarla davvero. Dobbiamo ritornare ad essere uomini appassionati non di cose futili e vacue, ma dei grandi valori che sono lanima della nostra esistenza. Dobbiamo infrangere il muro dellindifferenza dietro cui tutti ci siamo rifugiati e riappropriarci del pathos che ci fa prendere a cuore la causa di Ges e del suo Regno per trasfigurare il mondo. Ed essere disposti a tutto: a perdere lonore, la stima degli altri, la dignit, i beni, persino la vita per la causa del regno. a questo che ci provoca Ges con il suo silenzio lungo tutta la sua tormentata vicenda di passione e morte. un silenzio eloquente. Un silenzio che attesta labissale distanza tra il suo progetto di uomo e il nostro. Ma un silenzio ricco di promessa nuova. il silenzio che ci fa sperimentare il nostro vuoto e ci fa innalzare linvocazione daiuto. Le sue ultime parole sono allora le nostre: Dio mio, Dio mio, perch mi hai abbandonato?. Cristo si fa interprete della nostra condizione umana e invoca la vicinanza di Dio. Noi uomini solo in compagnia di Dio saremo liberi da ogni angoscia e supereremo per sempre la tentazione della fuga. Cristo sul legno infame della croce ha riconciliato la nostra umanit con Dio. Il sangue che fluisce dal suo costato per noi sorgente di grazia che inebria i nostri cuori e ci fa gridare. Signore, quanto ci sei necessario!. Fine della fuga.

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TRIDUO PASQUALE E TEMPO DI PASQUA

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GIOVEDI SANTO
Prima della festa di Pasqua Ges, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li am sino alla fine. Mentre cenavano, quando gi il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Ges sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alz da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi vers dell`acqua nel catino e cominci a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l`asciugatoio di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: Signore, tu lavi i piedi a me?. Rispose Ges: Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo. Gli disse Simon Pietro: Non mi laverai mai i piedi!. Gli rispose Ges: Se non ti laver, non avrai parte con me. Gli disse Simon Pietro: Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!. Soggiunse Ges: Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti. Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: Non tutti siete mondi. Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: Sapete ci che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perch lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l`esempio, perch come ho fatto io, facciate anche voi (Gv 13,115).

I LUMILTA DI DIO La celebrazione di oggi ci pone dinanzi alla grandezza del Maestro di Nazaret. Una grandezza che ci raggiunge attraverso i doni che scaturiscono dal suo intimo e diventano per noi segni tangibili di amore: il dono del suo Servizio, nella lavanda dei piedi, il dono del Pane di vita, il dono del sacerdozio ministeriale. Per comprendere la straordinaria e inedita grandezza di questi due doni dobbiamo far risuonare nel nostro cuore la domanda di Ges: Sapete ci che vi ho fatto?. Che cosa ha voluto insegnarci il nostro Maestro con il gesto della lavanda dei piedi? solo un insegnamento di solidariet umana? Ha voluto solo dirci che dobbiamo aiutarci gli uni gli altri? un invito allumilt, a non avere un idea troppo alta di noi stessi, a essere disponibili gli uni verso gli altri? Troppo poco. Sarebbe un semplice appello dai toni moralistici. E dobbiamo purtroppo costatare che sovente trasformiamo la fede in morale. Ges insiste: Sapete ci che vi ho fatto?. Il suo gesto la rivelazione del mistero stesso di Dio. la rivelazione dellumilt di Dio. Forse non abbiamo mai riflettuto sullumilt di Dio. Il primo atto di umilt di Dio la creazione. LInfinito decide di trasfondere il suo riflesso nel finito. LOnnipotente che imprime la sua impronta nella impotenza delle cose create. Il secondo atto di umilt di Dio la rivelazione. LIneffabile che si lascia costringere nel dicibile, nella parola. Linenarrabile che accetta di farsi raccontare.
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Il terzo atto di umilt di Dio lIncarnazione. Il Cielo che scende sulla terra. Il Signore che si fa servo. Egli non considera un tesoro geloso la sua divinit (Fil 2,6). La lavanda dei piedi il compimento della diminuzione di Dio. la rivelazione della sua umilt al massimo grado. La croce, strumento di morte riservato ai condannati pi abominevoli, sar il suggello definitivo di questa carriera a rovescio di Dio. La lavanda dei piedi degli ospiti che arrivavano in casa era il gesto riservato agli schiavi. Il mistero dellumilt di Dio si rivela anche nellaltro dono che oggi il Maestro ci fa, il dono del Pane di vita, dellEucarestia. Il Tutto nel frammento. LInvisibile nel visibile. LInafferrabile nel tangibile. Il Trascendente nellimmanente. LEterno nel presente. Non finisce qui la storia dellumilt di Dio. Il dono del sacerdozio ministeriale ne unulteriore. Dio nelle mani di un uomo, di un prete. Il Forte nelle mani fragili. Il Puro nelle mani impure. Il Santo nelle mani di un peccatore. Una umilt ancora pi sconvolgente. Nelle specie eucaristiche la presenza di Dio non pu essere profanata dalla materia. La materia obbedisce e custodisce la Presenza. Lumanit del prete, invece, pu profanare la Presenza. Pu rivoltarsi contro, pu tradire, rinnegare, infangare, oltraggiare la Presenza. Quale mistero fascinoso e tremendo! Ecco perch Ges insiste: Sapete ci che vi ho fatto?. un interrogativo che scardina ogni nostra umana comprensione. Sconvolge ogni nostra logica. Quanto pi prendiamo coscienza di ci che lUomo-Dio ci ha fatto tanto pi percepiamo linconsistenza di ogni nostra mania di grandezza, la vacuit di ogni nostro moto dorgoglio, la stoltezza di ogni nostra presunzione. Lunico Grande Dio. Ed Egli ha scelto di farsi piccolo. Lunico che pu stare in alto Dio. Ed egli ha scelto di raggiungerci in basso, sulla terra, nella nostra condizione di uomini. Comprendiamo che solo Dio pu vivere in pienezza lumilt. Solo lui pu abbassarsi. Noi uomini siamo gi in basso. Siamo polvere. Quando ci pavoneggiamo siamo buffi. Il luogo in cui dovremmo stare a nostro agio non la cattedra, il trono o il piedistallo ma la superficie di calpestio, il pavimento. Durante la celebrazione degli Ordini Sacri, i candidati compiono un gesto fortemente eloquente nella sua nuda essenzialit. il gesto della prostrazione. Esprime la verit della condizione umana che sta per essere avvolta dalla presenza dello Spirito di Dio. Potremmo dire che esprime anche il senso della missione della Chiesa e del credente: essere il sostegno dellumanit, come il pavimento. Tutti gli uomini camminano al sicuro appoggiando i loro piedi sui discepoli di Cristo. Pronti ad essere calpestati da tutti purch ciascuno non soccomba sotto il peso della vita. Essere sostegno per tutti. Quale meravigliosa missione il Signore ci affida.
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Risuona ancora insistente la domanda di Ges: Sapete ci che vi ho fatto?. Nessun moralismo, dunque. Il gesto di Ges rivela il mistero di Dio e addita alla Chiesa e ad ogni discepolo la sua vera vocazione. la vocazione dellamore che spinge a farsi tutto a tutti, nel dono, nel servizio disinteressato, nel perdono senza riserve. Signore, ci prospetti una vocazione difficile ma esaltante. Un cammino tutto in salita, anzi in discesa per raggiungere quanti vivono nella valle di lacrime della vita. Come hai fatto tu, Ges. Ma ti confessiamo abbiamo bisogno della tua grazia che ci sostenga, del tuo perdono che ci guarisca, della tua luce che ci illumini, della tua misericordia che ci abbracci. Vogliamo camminare in discesa, Signore. Quando invertiamo il senso di marcia sii Tu a risospingerci verso il basso nella valle dellumilt dove i piccoli sono i veri grandi, come Te Signore.

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II UN DISCORSO FATTO CON I PIEDI Sono convinto che ci sono dei gesti a cui non potremo mai abituarci per la loro carica provocatoria che assumono dal punto di visto umano. Tale il gesto che la sera della vigilia della sua morte compie il Cristo. Ges ha lavato i piedi, quei piedi che noi persino quando dobbiamo nominarli usiamo tanta discrezione nel linguaggio da dover dire: parlando per creanza. Basterebbe questo inciso a cui noi ricorriamo per farci comprendere la grandezza del gesto di Ges. Cristo il Signore e compie un gesto riservato ai servi. Presso gli ebrei erano i servi a dover lavare i piedi ai padroni e neanche dei servi ebrei, ma pagani. Questo ci fa comprendere ancor pi il senso di umiliazione e di abiezione del gesto. Un gesto altamente umiliante, degradante, dunque. Pietro ha viva questa consapevolezza. Ecco perch egli rimane sbalordito, interdetto dinanzi a questo gesto inatteso del Maestro. Il Maestro e il Signore che si alza da tavola e si mette a lavare i piedi dei suoi discepoli. Un gesto che capovolge il mondo. Un gesto contro corrente. Non solo rispetto alla cultura del tempo di Cristo, ma rispetto alla cultura di ogni tempo e di ogni popolo. Cristo capovolge ogni organizzazione sociale fondata sulla distinzione delle classi, dei ruoli, dei ranghi di appartenenza e si mette a servire, e a servire nella forma pi umiliante, pi degradante. Che cosa si nasconde dietro questo gesto di Cristo? Si nasconde solo un gran bisogno di amore. Ce lo ha ricordato levangelista Giovanni: Ges, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li am sino alla fine, cio al massimo. Il gesto di Ges scaturisce da un impeto di amore. Non so se qualcuno ha mai provato un tale impeto damore per cui sarebbe disposto a baciare i piedi della persona che ama. questo impeto che spinge Cristo a lavare i piedi dei suoi apostoli. Egli ha da insegnarci qualcosa di importante. Che cosa diventa questo gesto nella comunit dei credenti, nella Chiesa? Questo gesto di Cristo che cosa insegna? Cosa sarebbe stata lumanit senza questo gesto posto in quel cenacolo duemila anni fa? Sarebbe stata la stessa? Come stato grande il nostro Maestro! A differenza degli altri maestri, non ha cominciato col fare il lavaggio delle teste, ma col fare la lavanda dei piedi. Tutti i maestri umani partono dalla testa, fanno il lavaggio di cervello. Tutti i regimi che la storia ha conosciuto hanno perpetrato questo delitto contro la dignit delluomo: hanno fatto il lavaggio del cervello. Cristo lunico Maestro che non fa il lavaggio di cervello, fa il lavaggio dei piedi come diceva prima della celebrazione, con una forma insolita, uno dei ragazzi invitati dalla catechista per questo gesto. Quel la differenza? Fare il lavaggio del cervello significa appropriarsi dellintima essenza dellaltro, appropriarsi della sua libert, della sua dignit, di ci che lo costituisce nella sua struttura e nella sua condizione di uomo. Fare il lavaggio dei piedi significa dire alluomo: io sono tuo compagno di viaggio, faccio la strada con te; la polvere dei tuoi piedi la mia stessa polvere, la tua fatica, la tua stanchezza sono la mia fatica e la mia stanchezza. Il tuo essere viandante la mia stessa condizione. I piedi infatti ci consentono di camminare e luomo homo viator, secondo lespressione del filosofo francese Gabriel Marcel. Cristo si china sui nostri piedi per servirci. Luomo
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ha bisogno di qualcuno che lo serva. Abbiamo bisogno di essere serviti. Perch abbiamo bisogno di Cristo che ci serva? Potrebbe essere difficile spiegarlo. Mi sforzer di parteciparvi questa idea che mia ha accompagnato in questa giornata cos carica di tenerezza e di mestizia al contempo. Servire significa annientarsi. Il servo era colui che rispetto al padrone non esisteva. Chi esisteva era il padrone. Il servo non esisteva o se esisteva, esisteva in funzione del padrone. Il suo essere era un essere in funzione di qualcuno. Il servo era una creatura che si travasava nel padrone, fino ad annientarsi. Cristo ci serve perch sa che noi abbiamo bisogno che lui si travasi, si annienti in noi. Il gesto del lavaggio dei piedi molto simile allEucarestia. Ecco perch levangelista teologo non riporta il racconto dellEucarestia. Che cos infatti lEucarestia se non il Cristo che si annienta, si fa cibo, diventa cosa. I servi, infatti, nellordinamento giuridico romano erano equiparati alle res, alle cose. Cristo si cosifica, cos come si cosifica sullaltare attraverso due simboli i meno pretenziosi che possano esserci, il pane e il vino. Si annienta perch ciascuno di noi assumendo quel pane e quel vino assuma la sua persona, il suo essere. Questa la logica dellamore. Quando si ama ci si perde nellaltro. S. Paolo nella lettera ai Galati ha unintuizione meravigliosa che costituisce la sintesi di quanto stiamo dicendo. Egli afferma: Siate schiavi gli degli altri (Gal 5,13). Potremmo inorridire dinanzi a questa affermazione, ma solo un invito ad amarci a tal punto da perderci luno nellaltro. Questa la conseguenza della lavanda dei piedi nella comunit. Questo il comandamento nuovo di cui parla Ges. Ges ci invita a smarrirci luno nellaltro. Essere significa amare. Amare significa perdersi. Ecco perch Ges compie questo gesto alla vigilia della sua morte in croce, quando si perder anche fisicamente per noi uomini. nel gesto di chinarsi sui piedi dei suoi discepoli Cristo intende dirci che noi uomini siamo fatti per lamore. Siamo fatti per perderci nellamore. Ed egli non ha bisogno di farci il lavaggio del cervello per insegnarci questo. Ha solo bisogno di dimostrarcelo: Vi ho dato infatti l`esempio, perch come ho fatto io, facciate anche voi. Perdetevi luno nellaltro, ci dice Ges. Ma questo messaggio di Ges sar sempre controcorrente. facile dimostrarlo. Noi tutti, da me per primo, facciamo sempre una fatica enorme a perderci nellaltro. Noi siamo i figli dellera psicologica in cui domina lidolo della autorealizzazione. Chi anela ad autorealizzarsi finir per non amare mai nella vita. I matrimoni segnati dal fallimento sono spesso il sintomo pi evidente di questa incapacit a perdersi nellaltro. Cristo attraverso le sue nozze con la chiesa, simboleggiate dal banchetto eucaristico, prototipo di ogni amore, ci insegna ad amare perdendoci. una legge terribile, ma lunica che ci consente veramente di esistere. una legge che pu apparirci contraddittoria e assurda: infatti se vuoi esistere devi non esistere, se vuoi far da padrone devi servire, se vuoi vivere devi amare, se vuoi amare devi perderti, se ti perdi ti ritrovi, ti ritrovi insieme. Chi invece vuole autorealizzarsi si ritrova solo. La solitudine e legoismo sono infatti i tratti distintivi, emblematici dellumanit contemporanea. Tutto questo sintetizzato nel pane e nel vino, non solo nella lavanda dei piedi. Ges prima ci lava i piedi e poi si mette nelle nostre mani e ci invita a nutrirci di lui. quando una persona si fa mettere sotto i piedi e si fa mangiare che cos, secondo la nostra logica umana? un fesso. E i pagani, nei primi tempi del cristianesimo,
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avevano centrato bene quando chiamavano i cristiani crestiani, cio cretini. Farsi mettere sotto i piedi e farsi divorare: la legge nuova che inaugura il Cristo e che ci rende veramente liberi. Quando raggiungiamo questa libert, laltro pu toglierci lonore, infangarci, calunniarci, disprezzarci, ignorarci, perseguitarci, oltraggiarci, annientarci, finiremo sempre per dirgli, come Cristo, che li amiamo alla follia. Pu accanirsi quanto vuoi, non finiremo di amarlo. Questo ci insegna il nostro maestro, non seduto in cattedra, ma con un grembiule ai fianchi, un asciugamano, un catino e le esalazioni di sudore di piedi nelle narici. Questo il nostro Maestro e Signore. Non abituiamoci mai a Ges. Sentiamolo sempre nuovo. Lasciamoci affascinare da questo maestro. Stiamo alla larga dai maestri che cominciano subito dalla testa: vogliono defraudarci di ci che Cristo ci ha conquistato con il suo sangue, la libert, la dignit. Stiamo alla larga da quelli che ci fanno tanti discorsi. Si deve stare alla larga anche dai ministri del vangelo quando vedete la parola supera la capacit di chinarsi sui piedi dei fratelli, di servirli, di amarli nel servizio, nellannientamento. Stiamo alla larga da chiunque detta leggi che non hanno il sapore del servizio. Ges oggi in queste vesti dimesse, in queste vesti molto materne. S, perch pi comune vedere una donna con i fianchi cinti da un grembiule. Ges oggi ha la tenerezza della madre e la provocazione del padre. Ha lardimento del profeta, di colui che dice: fidatevi di me perch io per voi sono disposto a lasciami mettere sotto i piedi. Per voi sono disposto a lasciarmi divorare. Sono il vostro cibo. E avvertiamo intensamente la nostalgia delleucarestia. Come fanno tanti a non nutrirvi di Cristo? Significa che sono sazi di tante altre cose. Come fanno a non sentire il bisogno di Cristo? Vuol dire che hanno la pancia piena di altro. Chi non sente il bisogno di nutrirsi di Cristo, chi non si lascia servire da Cristo non dimentichi il monito del Maestro a Pietro: Se non ti laver, non avrai parte con me. Lasciamoci servire da Cristo perch ne abbiamo bisogno. Nessuno presuma e nessuno accampi scuse blasfeme, come spesso si sente dire: non mi accosto alla Comunione perch a vedere coloro che vi si avvicinano sono scandalizzato. un infame chi afferma questo. peggiore di Giuda. Giuda infatti non ha compreso lamore di Ges per i peccatori ed ha preferito impiccarsi. Chi non sente il bisogno di Cristo vuol dire che non vuole farsi servire da lui. E superbo, orgoglioso, crede di non aver nulla da farsi rimproverare. Crede di non aver bisogno di lui. Cristo se passa avanti ai nostri piedi, se non ci serve, non avremo parte con lui. Pietro si ravvede e dice: Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!. Cristo deve sempre starci a cuore. Sempre. Dobbiamo lasciarci servire da lui, ma dobbiamo anche imparare ad amare come lui. a perderci gli uni negli altri, gli uni per gli altri. A lasciarci mangiare dagli altri. Se nella vita arriviamo alla fine dei nostri anni come dei signorini, dobbiamo dubitare del nostro servizio. Chi non si mai consumato per gli altri, chi si risparmiato da tutto e da tutti come se non avesse vissuto. Se non presentiamo a Cristo i nostri piedi di calli e polvere segno che non abbiamo camminato, non abbiamo servito, siamo stati in poltrona. Cristo non laver mai piedi simili perch sono puliti. Non hanno bisogno di essere lavati. Se portiamo nella nostra pelle i segni del servizio, significa che siamo diventati come un pane. Il pane buono e bello quando giunge sulla tavola nella integrit della sua forma, ma un pane inutile e destinato ad ammuffire se lasciato l intatto. invece meraviglioso quando lo si
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frange, lo si spezza, lo si mangia insieme. Ed ecco che diffonde la sua fragranza per la casa. Questa la vita che Ges venuto ad insegnarci. Questo il senso della croce. Questo significa amare. Questo dobbiamo avere a cuore noi. Questo deve mancarci, lamore. In una societ in cui abbiamo tutto non abbiamo capito che ci manca lamore. Oggi Cristo ce lo insegna in maniera semplice: con un catino, un asciugatoio, un pezzo di pane e una brocca di vino. Amare semplice, per a una condizione: che ciascuno di noi accetti di essere divorato e consumato dagli altri.

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VENERDI SANTO
Essi allora presero Ges ed egli, portando la croce, si avvi verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Glgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall`altra, e Ges nel mezzo. Pilato compose anche l`iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: Ges il Nazareno, il re dei Giudei. Molti Giudei lessero questa iscrizione, perch il luogo dove fu crocifisso Ges era vicino alla citt; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I sommi sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: Non scrivere: il re dei Giudei, ma che egli ha detto: Io sono il re dei Giudei. Rispose Pilato: Ci che ho scritto, ho scritto. I soldati poi, quando ebbero crocifisso Ges, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d`un pezzo da cima a fondo. Perci dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Cos si adempiva la Scrittura: Si son divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica han gettato la sorte. E i soldati fecero proprio cos. Stavano presso la croce di Ges sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clofa e Maria di Mgdala. Ges allora, vedendo la madre e l accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: Donna, ecco il tuo figlio!. Poi disse al discepolo: Ecco la tua madre!. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa. Dopo questo, Ges, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: Ho sete . Vi era l un vaso pieno d`aceto; posero perci una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l`aceto, Ges disse: Tutto compiuto!. E, chinato il capo, spir. Era il giorno della Preparazione e i Giudei, perch i corpi non rimanessero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all`altro che era stato crocifisso insieme con lui. Venuti per da Ges e vedendo che era gi morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colp il fianco con la lancia e subito ne usc sangue e acqua. Chi ha visto ne d testimonianza e la sua testimonianza vera e egli sa che dice il vero, perch anche voi crediate. Questo infatti avvenne perch si adempisse la Scrittura: Non gli sar spezzato alcun osso. E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto. (Gv 19,17-37; leggi per Gv 18,1-19-42).

LA CROCE: LIETA NOTIZIA PER LUOMO CURVATO Oggi il giorno della Croce, Signore. La Croce rimane sempre al centro delle nostre prospettive. Ma noi vi giriamo al largo. Troppo al largo. Prendiamo una tangenziale lontanissima dal colle dove essa si innalza. Labbiamo attaccata con riverenza alle pareti di casa nostra ma non ce la siamo pianta nel cuore. Pende dal nostro collo, ma non pende sulle nostre scelte. eppure la vita giunge a noi tutti attraverso la croce del Cristo: questo ci sconcerta. un mistero che sfida la nostra saggezza di uomini. Noi, senzaltro, con i nostri criteri avremmo scelto unaltra strada per portare la salvezza e liberare dal peccato. Ma la Croce non un incidente nella tua vita, o Cristo. Non qualcosa capitato a caso. Il tuo cammino verso la Croce, Signore, cominciato quando hai deciso di
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prendere su di te il destino dei peccatori e degli emarginati, cio quando hai compiuto le tue scelte fondamentali optando non per un messianismo potente e glorioso, ma per un messianismo umile e servizievole. La Croce allora la conseguenza di una vita di fedelt a Dio e alluomo, ad ogni uomo. la conseguenza dellannuncio di un regno che restituisce dignit allemarginato e alloppresso, che rinnova i rapporti tra persone, lieta notizia per luomo curvato, liberazione dal gioco dei potenti. Con la tua Croce, Signore, hai cominciato a distruggere i cerchi diabolici che accerchiano il mondo. I cerchi diabolici della povert, del potere, dellautoritarismo incondizionato, della discriminazione razziale, politica, ideologica, religiosa, del non senso della vita, della lontananza delluomo da Dio. Questi cerchi li hai aboliti, Signore, con la tua morte. Li hai appesi alla Croce. E hai dato loro il libello di proscrizione dai luoghi della vita, perch non abbiano pi spazio in mezzo agli uomini e non avvelenino pi la loro vita. Li hai uccisi, Signore, nella tua morte, una volta per sempre. Guai alluomo, a quel popolo o nazione, che li fa risuscitare e d loro diritto di cittadinanza. Sappia che da parte tua, o Cristo, gi stato pronunciato il giudizio di condanna. E tu, uomo, se non fai niente per rompere quei cerchi che distruggono la tua stessa dignit, il Cristo lontano da te. Tu non devi essere sostegno alla rassegnazione, ma lanimatore di questa rivolta che scaturisce dal cuore di Dio contro ogni dolore umano. Coloro che soffrono, che sono oppressi, sfruttati, coloro che non hanno speranza umana, hanno vicino Te, Signore, che fai tue le loro lacrime ed i loro dolori, le loro rivolte e le loro disgrazie, non perch abbiano a rassegnarsi, ma per incitarli alla lotta, alla vittoria, perch tu non sei un Dio dei morti ma dei viventi (Mt 22,32). E tu, uomo, che ti fermi oggi a contemplare la Croce, ricordati che essa la testimonianza di tante croci dalle quali devi schiodare i sofferenti che vi sono appesi; devi correre in aiuto del fratello che geme sotto la sua croce personale. Devi, per, anche individuare, con coraggio e intelligenza, le botteghe dove si fabbricano le croci collettive che gravano sui paesi del Terzo Mondo, condannati allo sterminio per fame; su intere popolazioni considerate marginali dalle grandi potenze e destinate cinicamente al genocidio; su gruppi di stranieri, diventati oggetto di giochi politici; sulle grandi masse di tutta la terra condannate dalle centrali del capitalismo e del consumismo. Signore, in oscure centrali della terra ci sono dei fattucchieri e degli imbroglioni che con alchimia di potere confezionano croci sintetiche che addossano poi sulle masse. Signore, donaci la forza di essere fedeli alla tua Croce, disintegrando questi arsenali di ingiustizie. E forse non c bisogno, Signore, che vada troppo lontano per scovarle. Perch piccole succursali di queste botteghe veramente oscure, esistono anche nelle nostre citt. Sode gi il grido del tuo silenzio provocatorio: Coraggio: prima o poi si squarceranno i veli del tempio di questa storia che sembra imbrigliare anche i credenti in vincoli di morte!. S, Signore, il tuo sangue innocente scorrendo nelle vene della storia, feconder gli angoli pi remoti della terra. e per sempre cesseranno il rantolo della morte, il
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gemito del sofferente, il grido delloppresso e ancora una volta la forza della Croce mander in frantumi i progetti dei potenti.

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IN RESURRECTIONE DOMINI
Passato il sabato, Maria di Mgdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Ges. Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole. Esse dicevano tra loro: Chi ci rotoler via il masso dall`ingresso del sepolcro?.Ma, guardando, videro che il masso era gi stato rotolato via, bench fosse molto grande. Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d`una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: Non abbiate paura! Voi cercate Ges Nazareno, il crocifisso. E` risorto, non qui. Ecco il luogo dove l`avevano deposto. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. L lo vedrete, come vi ha detto. Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perch erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perch avevano paura (Mc 16,1-8).

PASQUA: LA SPERANZA RESTAURATA Pasqua del Signore, Pasqua, ripeto ancora una volta. Pasqua a onore della Trinit. Questa per noi la festa delle feste, la festivit delle festivit, non solo rispetto a quelle umane e legate alla terra, ma anche alle feste di Cristo stesso, dedicate a lui, risplendente nel mondo come il sole sovrasta in splendore le stelle (S. Gregorio Nazianzeno). Questa voce dellantichit cristiana ci mostra cosa la Pasqua per noi cristiani. Per gli ebrei la festa di Pasqua indic il passaggio dalla schiavit alla Terra Promessa da Dio, terra della libert e dellAlleanza. La Pasqua cristiana il passaggio da questo mondo, da questo luogo delle tenebre e del peccato, al Padre, cio alla vita di Dio, al giorno eterno, innanzitutto per il Signore Ges, poi anche per tutti noi suoi discepoli. La meta del passaggio la vita presso il Padre. La Pasqua quindi il glorioso accesso alla vita presso Dio e in Dio. Cristo la nostra guida e il nostro modello, il nostro segnavia e insieme la sorgente della nostra forza. La Pasqua del Signore diviene la nostra Pasqua e la vita eterna del Signore risorto presso il Padre diviene la nostra vita. Perci dice S. Gaudenzio da Brescia: Quando io chiamo la Pasqua il giorno di nascita del mondo rinnovato, intendo insieme il nostro giorno di nascita; noi siamo infatti rinati in Cristo, noi, che prima vivendo per il peccato eravamo morti per la giustizia. Ma ora siamo morti alla malvagit dei peccati precedenti e viviamo per Dio, poich siamo stati prima conformati alla morte, poi alla risurrezione di Cristo. Siamo stati sepolti con lui nella morte per mezzo del battesimo, affinch come Cristo risuscit dai morti, cos anche noi celebrando la festa e gloriandoci della croce del Signore Ges Cristo, abbiamo compiuto il cammino nella novit della vita. Sulla grazia del Signore, sulla partecipazione alla vita del Trasfigurato, si costruisce dunque la nostra speranza. Ci fu un giorno nella storia dellumanit in cui questa speranza si trov ad essere radicalmente compromessa, in cui si dovette prendere coscienza delleterna distanza delluomo da Dio, fu il giorno in cui lumanit lev la mano contro quel Dio che voleva abitare in mezzo a lei e inchiod Ges Cristo sulla croce, il Venerd Santo. C stato per il giorno della risposta di Dio allagire umano, il giorno in cui Dio di nuovo e per tutta leternit ha preso dimora tra gli uomini: stato il giorno in cui la mano delluomo, empiamente protesa, stata colmata, contro ogni speranza, di
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grazia divina nel momento in cui Ges Cristo risorto, a Pasqua. E Dio ritornato ad essere vicino alluomo Con il nostro tempo si accompagna un ricercare, un procedere timorosamente a tastoni, un domandare cose divine. Sul nostro tempo giunta una grande solitudine, una solitudine che si d solo l dove domina labbandono di Dio. Al centro delle nostre citt, nel grandissimo e vertiginoso andirivieni delle folle penetrata la grande tribolazione dellisolamento e della mancanza della patria, ma cresce la nostalgia che possa tornare il tempo in cui Dio sia cercato e trovato dagli uomini. E scesa sugli uomini una sete di cose divine, una sete che brucia ardentemente e vuole essere placata. Al momento si trovano sul mercato molte medicine che promettono di estinguere radicalmente questa sete e una miriade di mani avide si gettano su di esse. Il Signore Ges ci dice che non c bisogno che cerchiamo e chiediamo molto, che evochiamo fantasmi misteriosi, ci dice: Ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo (Mt 28,20). Allora se Ges dal giorno della sua risurrezione fino alla fine dei tempi realmente con noi ovunque noi siamo, non siamo pi abbandonati, senza patria, soli. Dio ancora con gli uomini nonostante il Venerd Santo. Con la risurrezione Dio ha preso nuovamente dimora fra gli uomini, vuole ridare un senso alla vita umana, il mondo ricolmo di Dio. La nostra vita e il nostro fare allora non devono essere privi di senso: che n per se li trasciniamo fino allottusit e alla stoltezza? Dio vive, vive nel mondo, vive per il mondo, gli d senso, ne fa una patria per noi, conferisce alla nostra vita prossimit e relazione con leterno. Ma c di pi. Dio si trasforma in uomo fra gli uomini. Ges Cristo, Dio stesso, si rivolge a noi in ogni uomo; laltro uomo, questo enigmatico e imperscrutabile tu, appello di Dio per noi, per noi il Dio santo personificato che ci viene incontro. Nel viandante per strada, nel malato davanti a casa, nel mendicante alla porta della chiesa, nel disoccupato che protesta sulle piazze, nel bimbo affamato che langue tra le braccia della madre, nello sfrattato, nello sfruttato, nelle donne costrette a barattare il proprio corpo, nellimmigrato, nel profugo, e in ogni altro uomo sfigurato dal dolore e dal peso della vita, risuona un appello di Dio a noi, non meno che in ogni uomo che ci sta vicino, con il quale siamo insieme giorno per giorno. Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo dei miei fratelli pi piccoli, lavete fatto a me(Mt 25,40). Io sono per te e tu sei per me appello di Dio, Dio stesso, e con questa consapevolezza lo sguardo ci conduce alla pienezza della vita divina del mondo. Allora la vita nella comunione degli uomini riceve il suo senso divino. Ges Cristo lampiezza della nostra vita, il centro della nostra comunit. Ges Cristo con noi fino alla fine del mondo. Di questo rendiamo grazie alla Pasqua. Restauriamo la speranza, ritroviamo la fiducia, guardiamo serenamente alla nostra storia.

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II DOMENICA
La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Ges, si ferm in mezzo a loro e disse: Pace a voi!. Detto questo, mostr loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Ges disse loro di nuovo: Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch`io mando voi. Dopo aver detto questo, alit su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi. Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Ddimo, non era con loro quando venne Ges. Gli dissero allora gli altri discepoli: Abbiamo visto il Signore!. Ma egli disse loro: Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non creder. Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e cera con loro anche Tommaso. Venne Ges, a porte chiuse, si ferm in mezzo a loro e disse: Pace a voi!. Poi disse a Tommaso: Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere pi incredulo ma credente!. Rispose Tommaso: Mio Signore e mio Dio!. Ges gli disse: Perch mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!. Molti altri segni fece Ges in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perch crediate che Ges il Cristo, il Figlio di Dio e perch, credendo, abbiate la vita nel suo nome (Gv 20,19-31).

OLTRE LA SCHIAVITU DELLEVIDENZA Con la domenica della risurrezione di Ges abbiamo inaugurato il tempo pasquale, tempo che si distende per cinquanta giorni fino alla Pentecoste. Cristo ha ormai potere sopra la morte. Questo fondamentale per la nostra storia di uomini. Infatti se c unangoscia che ci attanaglia terribilmente la paura di morire. Cristo risorto diventa per noi lannuncio di una speranza senza confini. La morte non ha pi potere sulla nostra vita di uomini. Sorge subito un interrogativo: la morte solo quella del momento in cui concludiamo i nostri giorni terreni o ci sono altri segni di morte che sovrastano le nostre esistenze, cos da impedirci di vivere come figli della risurrezione? Il vangelo ci addita alcuni segni di morte che dominano la nostra vita. Il primo segno la paura. Erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei. La chiusura. Luomo che si preclude lincontro. Luomo che teme il proprio simile. il primo segno di morte. Un segno di morte che possiamo ravvisare quotidianamente nella nostra vita. Per quanto si faccia un gran parlare di accoglienza del diverso, di convivenza delle differenze, laltro costituisce sempre una minaccia per il nostro io e ciascuno sempre tentato di chiudersi a riccio. La morte si esprime nelle nostre relazioni, nella nostra paura degli altri. Una paura che assume mille volti nella nostra quotidiana esistenza. Uno di questi volti la diffidenza. una delle propaggini delle paura. Il diffidente un uomo pauroso, un uomo che teme laltro o teme qualcosa dallaltro. La risurrezione diventa allora un invito alla fiducia. I figli della risurrezione sono i figli della fiducia. Fidarsi significa credere che nessuno pu toglierti nulla. Di che
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cosa laltro pu privarti? Della tua dignit, del tuo onore, della stima? Della considerazione? Queste non sono realt che ci vengono riconosciute dagli altri ma la nostra stessa condizione di uomini che ci pone dinanzi a Dio quasi nel rango di dei, in quanto creati a immagine e somiglianza sua. C una dignit inalienabile che ci proviene non dalla considerazione degli altri ma da Dio stesso perch creati a sua immagine e somiglianza. Ecco che non abbiamo motivo di diffidare degli altri e di difenderci dagli altri. C qualcuno che per noi morto ed risorto perch la nostra dignit fosse per sempre inalienabile. Vinciamo la paura. Fidiamoci e affidiamoci allaltro. Nutriamo la fiducia che lo Spirito di Dio nel cuore di ogni uomo, nel cuore di tutti perch dal giorno della risurrezione Cristo ha alitato il suo Spirito sullumanit intera. Siamo chiamati a fidarci, a vivere la fede che il primo frutto della risurrezione. Una fede che deve avere sempre due referenti fondamentali: Dio e luomo. Non solo Dio, Dio e luomo. Aver fede significa credere che Dio mi ama, ma significa credere che anche nel cuore dellaltro abita lamore. La risurrezione la parola definitiva che dice agli uomini che gli inferi, il potere della morte e del male non ha pi alcuna influenza, non pi influenza definitiva sugli uomini e che Cristo ha infranto per sempre le catene del male. Un invito alla fede e alla fiducia, dunque. Ma vivere la fede che cosa significa? Potremmo stare a lungo a parlare di questo. A me preme sottolineare solo un aspetto. Il credente luomo liberato dalla schiavit dellevidenza. Ecco le parole di Ges: Beati coloro che pur non avendo visto crederanno. Noi siamo idolatri dei fatti. Il fatto non la rivelazione compiuta delluomo. Il fatto non lepifania assoluta delluomo. Ciascuno di noi non si rivela nei fatti. Noi tante volte con molta superficialit concludiamo che dalle opere possiamo giudicare gli altri. Dimentichiamo che il nostro essere non si esaurisce negli atti e ciascuno di noi conosce bene lo scarto tra le sue intenzioni e le sue azioni. Luomo schiavo dei fatti sar sempre incapace di scommettere sullaltro. La cultura giornalistica ci ha fatti diventare schiavi della cronaca. Si invoca sempre il diritto di cronaca. Confesso che mi difficile comprendere su che cosa si fondi. Comunque in nome di questo diritto si presume di capire luomo e di spiegare luomo. La cronaca non lepifania ultima delluomo. La cronaca ci fa dimenticare che luomo biografia. Dire biografia significa un dispiegarsi di azioni e di intenzioni, di desideri e di progetti in una interazione ineludibile con Dio. Ciascuno di noi porta impresso il mistero di Dio. Non bastano i fatti per capirci. Anzi, sovente i fatti diventano diaframma per non capirci. Vivere la fede significa superare lidolatria dellevidenza e nutrire la convinzione che nellessere dellaltro c una realt che supera la sua stessa contingenza di male, di negativit fattuale. Questo il messaggio pi grande della risurrezione. Questo significa che il bene pi forte del male, la vita pi forte della morte. Siamo ciechi se ci fermiamo ai fatti. Siamo ciechi se giudichiamo laltro solo dalle sue azioni, dallevidenza dei fatti. Posiamo toccare, guardare, ascoltare, palpare, ma il mistero sar inafferrabile. questo latto di fede che siamo chiamati a vivere verso Dio e verso gli altri. proprio questa scommessa la scommessa che siamo chiamati a fare: nelluomo abita la vita, il bene, nonostante lapparente contraddizione delle nostre azioni. Altrimenti difficile amare e credere, anzi impossibile.
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La fede sempre un salto, spesso un salto nel buio. Anche la fede intesa come fiducia salto nel buio. Ma la di l del buio c una luce, la luce che Dio ha posto nel cuore di tutti noi. Se impariamo a credere senza vedere, possiamo costruire la risurrezione della nostra esistenza. Beati coloro che pur non avendo visto crederanno. Aggiungerei: beati coloro che nonostante quello che hanno visto continuano a credere negli altri. Questo significa mare. Significa essere convinti che c una inesauribilit dellessere altrui che supera abbondantemente la sua cronaca, i suoi atti, le sue azioni. Tommaso impara la lezione. Infatti sono convinto che finisce col rinunciare a toccare, a palpare le ferite. Egli esplode in unesclamazione di adorazione. Mio Signore e mio Dio. il culmine della fede. La fede che si compie nella contemplazione. La contemplazione ascolto del mistero di Dio e del mistero dellaltro. Le nostre relazioni umane avranno il profumo della risurrezione se sapremo recuperare la capacit di ascoltare il mistero che abita nel cuore di ogni uomo senza nutrire la pretesa di afferralo, di comprenderlo, di argomentare. Risorgere significa anche questo. Veder rifiorire le nostre relazioni umane significa aprire lo spazio alla contemplazione, allascolto. Non solo alla parola. Non sempre vero che pi ci si parla e pi ci si comprende. vero che pi si ha voglia di amare e meno ci si affida alla parola per comprendersi. Anzi, si fa sempre pi strada il bisogno di ascolto e di contemplazione. Questo vale nel rapporto con Dio e con gli altri. Se spesso ci sovrastano forze di morte perch abbiamo smarrito il senso del mistero che ci abita e il gusto dellascolto reciproco. Sentiamo riecheggiare frequentemente questa parola di Ges: Beati coloro che pur non avendo visto crederanno. E quando ci imbattiamo nelle cronache quotidiane dei nostri fratelli sentiamo anche riecheggiare laltra espressione. Beati quelli che nonostante quello che hanno visto continuano a credere negli altri.

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III DOMENICA
Essi poi riferirono ci che era accaduto lungo la via e come l`avevano riconosciuto nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Ges in persona apparve in mezzo a loro e disse: Pace a voi!. Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse: Perch siete turbati, e perch sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho. Dicendo questo, mostr loro le mani e i piedi. Ma poich per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: Avete qui qualche cosa da mangiare?. Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangi davanti a loro. Poi disse: Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mos, nei Profeti e nei Salmi. Allora apr loro la mente all`intelligenza delle Scritture e disse: Cos sta scritto: il Cristo dovr patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni (Lc 24,35-48).

DALLE FERITE DEL CROCIFISSO-RISORTO UN MARE DI PERDONO Scriveva S: Massimo il Confessore: La Pasqua di Ges genera la fede e la fede genera amore. Uno dei nomi dellamore di Dio, manifestato nella morte risurrezione di Cristo, la remissione dei peccati che costituisce il frutto sorgivo, fondamentale della Pasqua di Ges. Purtroppo dobbiamo riconoscere che non sempre abbiamo la giusta consapevolezza di questo meraviglioso frutto della Pasqua del Signore. Ges Risorto appare ai suoi discepoli e ricorda loro la missione di predicare a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati. La stessa missione terrena di Ges aveva avuto inizio sotto lo stesso segno: Il tempo compiuto e il regno di Dio vicino; convertitevi e credete al vangelo (Mc 1,15). Ora questa missione affidata ai discepoli, alla chiesa. Ges appare ai suoi discepoli e mostra loro le mani e i piedi. Quelle e quei piedi portano impressa una storia di passione, di ingiustizia, di condanna, di dolore, una storia di morte trasfigurata in fonte di vita senza fine. Quelle mani e quei piedi diventano cos la testimonianza indelebile di una storia di amore, dellamore di Dio per noi uomini. Le ferite delle mani e dei piedi di Ges sono lespressione dellamore smodato di Cristo per noi uomini, sono la testimonianza della misericordia senza limiti di Dio verso noi uomini: il Cristo dovr patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati. una realt meravigliosa e sconvolgente al contempo per noi creature umane cos abituate a giustificare la nostra incapacit di perdono con espressioni simili: la ferita troppo grande per riuscire a perdonare! Le ferite di Ges sono invece la fonte della sua misericordia, della gioia del perdono elargito a piene mani ad ogni uomo: Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un
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fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho. Dicendo questo, mostr loro le mani e i piedi. Diceva Papa Giovanni XXIII che la Chiesa ha una medicina da offrire agli uomini, una medicina che solo lei stata deputata a dare, la medicina della misericordia. la medicina che guarisce i cuori e ristabilisce larmonia di tutto lessere. Noi discepoli di Ges siamo chiamati e mandati per il prolungamento della missione di misericordia del Maestro. Vivere la Pasqua nella storia significa diventare sacramenti viventi della tenerezza di Dio per gli uomini. Siamo invitati ad additare le ferite di Cristo agli uomini quali feritoie di luce da cui giunge loro linfinita misericordia di Dio. Dobbiamo avere a cuore che a tutti giunga lannuncio di amore e di perdono di Cristo. Noi discepoli di Cristo non dobbiamo per smarrire la consapevolezza che la misericordia che annunciamo e doniamo agli altri nel nome di Cristo, la stessa misericordia di cui siamo anche noi continuamente fruitori per la condizione di peccatori che ci accomuna ad ogni uomo. La coscienza del nostro limite, del nostro peccato, ci rende vicino ad ogni uomo, anzi fratello di ogni uomo. La comune identit di peccatori ci fa avvertire pi intenso il vincolo fratellanza che ci lega ad ogni uomo e ci rende pi disponibili al perdono e alla tolleranza. Lannuncio della remissione dei peccati che Ges ci affida ci schiude orizzonti inediti di speranza e di fiducia. Ci fa prendere atto che la misericordia di Dio pi grande dei nostri peccati. Lamore di Dio pi grande di ogni vincolo infranto, di ogni peccato consumato, di ogni delitto compiuto. I benpensanti potrebbero credere - come gi sostenevano i farisei al tempo di Ges che la pratica del perdono induce al lassismo morale. Al contrario, dobbiamo essere persuasi che il perdono il giudizio pi severo che il credente emette sul male, sul peccato. Guardare negli occhi il fratello che ha sbagliato e offrigli il perdono non significa coprire il suo peccato ma aiutarlo a distogliere lo sguardo e la mente dal male e orientarsi nuovamente verso il bene. Ogni atto di perdono un atto di vittoria sulla morte che i male semina nel cuore degli uomini. il perdono generatore di risurrezione nella vita degli uomini. chi non sa perdonare permette alla morte di continuare ad abitare nel suo cuore e nel cuore di coloro che hanno sbagliato. Tutti abbiamo bisogno di sentirci amati e perdonati da Dio e dai fratelli. Abbiamo un immenso bisogno di ricevere e di regalare perdono per non rimanere prigionieri di memorie di morte, di rancore, di odio e per diffondere nel mondo il profumo della risurrezione di Cristo, animati dalla meravigliosa certezza che abbiamo un avvocato presso il Padre: Ges Cristo giusto. Egli vittima di espiazione per i nostri peccati, non soltanto per i nostri, ma per quelli di tutto il mondo (1Gv 2,2).

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IV DOMENICA
Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di quest`ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perch io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poich ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio (Gv 10,11-18).

PROPTER NOS ET NOSTRA SALUTEM Cristo patisce, muore, risorge per noi e per la nostra salvezza. In nessun altro c salvezza; non vi infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati (At 4,12). Ma sorge spontaneo un interrogativo: da che cosa ci salva il Cristo? Che cos la salvezza? Noi uomini contemporanei disponiamo di una molteplicit di mezzi, di possibilit, di opportunit che ci inducono a nutrire lillusione di bastare a noi stessi, di poter arrivare a tutto e risolvere tutto. Quale salvezza potrebbe offrirci il Cristo? La salvezza che Ges ci dona soprattutto la guarigione della nostra condizione umana. Infatti nel nome di Ges che risanata linfermit della condizione umana (Dalla Liturgia). Linfermit della nostra condizione umana determinata soprattutto dalla devastazione che il male provoca nella nostra esistenza. i segni di tale devastazione sono evidenti in ogni ambito della nostra umana esistenza: nelle relazioni, nella sfera della vita intima, nella vita sociale e in quella familiare. In ognuno di questi ambiti affiorano i sintomi della infermit della nostra condizione umana: ingiustizie, diffidenze, prevaricazioni, prepotenze, inganno, violenza, ipocrisia, ecc. Sono tutti sintomi di infermit del cuore che, uniti molte volte alla perdita del gusto della vita, fanno salire dal cuore di ognuno di noi una grande invocazione di guarigione, di salvezza. Avvertiamo prepotente il bisogno di essere liberati dalla prigione del male. Diventa quanto mai vera e urgente linvocazione che rivolgiamo al Dio nella preghiera del Pater: Padre, liberaci dal male. Ecco che Cristo viene a noi come il Salvatore, il Liberatore. Un Salvatore che si fa vicino a noi uomini nelle vesti del Pastore che offre la vita per le pecore. Egli ci salva offrendo a noi la sua vita. In tal modo ci indica una via di guarigione concreta da intraprendere per attingere al tesoro della sua salvezza: la via dellofferta, del dono della vita. una via ardua per luomo contemporaneo. Eppure lunica via che causa di guarigione e di salvezza. Se impariamo a fare della nostra vita unofferta per i fratelli siamo finalmente guariti e liberati dalla prigione del male, che ha soprattutto il nome dellegoismo. Il dono vita. Lofferta della vita fonte di salvezza, di guarigione. Una vita senza dono porta i segni della morte, dellinfermit. Vivere da salvati
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significa sposare la logica dellofferta, del dono, della gratuit, dellimmolazione, della oblativit. Questo ci insegna il buon pastore, anzi il bel pastore, secondo una traduzione pi fedele al testo originale. In fondo, per bont e bellezza sono qualit intercambiabili. Unum, verum, bonum et pulchrum convertuntur, affermava S. Tommaso dAquino. Che cosa c di pi buono e di pi bello di una vita offerta, consumata per gli altri? Oggi - domenica del Buon Pastore - celebriamo la giornata delle vocazioni. Siamo tutti chiamati a vivere la nostra vita come dono nella molteplicit delle espressioni e delle forme. Diverse le forme, unico lanelito: vivere donando, vivere amando. Fare della vita unofferta ai fratelli la pi alta espressione di amore ed anche latto pi rivoluzionario per scardinare le logiche del potere e del male. Ges stesso associa in maniera meravigliosa e provocatoria potere e offerta: io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poich ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Lunico potere autentico e liberante il potere del dono, dellofferta, del servizio. lunico potere che guarisce le nostre esistenze e le trasfigura, le rende belle. il potere dellamore. Le nostre esistenze si ritrovano sfigurate, brutte nonostante i goffi e vani tentativi di maquillage perch non diffondono il profumo dellamore, del dono, del servizio. Sono esistenze ripiegate su se stesse, ammalate di narcisismo. Lunica vera realizzazione nellamore, nel dono nellofferta di s per gli altri. Se pasciamo noi stessi anzich essere cibo per gli altri ci condanniamo alla disperazione. Finiremo per essere sazi e disperati, cio dannati, non salvati. Il Signore ci faccia gustare lebbrezza del dono per essere nella nostra civilt del calcolo e dello scambio il segno dellamore che salva e guarisce e additare agli uomini la vera via della realizzazione.

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V DOMENICA
Io sono la vera vite e il Padre mio il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perch porti pi frutto. Voi siete gi mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non pu far frutto da se stesso se non rimane nella vite, cos anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perch senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sar dato. In questo glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli (Gv 15,1-8).

AUT VITIS AUT IGNIS Viviamo in una civilt che esaspera le categorie produttive. Profitto, rendimento, azione, strategie, efficienza: sono le parole dordine del vocabolario delluomo contemporaneo. Il nostro il tempo dellimpero del fare sullessere, dellagire sullessere. Ma unesistenza alle prese con la temperie di affanni e faccende al contempo unesistenza feconda, fruttuosa? Ad una vita esteriormente produttiva corrisponde un cuore fecondo? Sono questi gli interrogativi di fondo a cui Ges vuole orientare la nostra riflessione per individuare una risposta serena e veritiera. Ges ci pone dinanzi ad una affermazione che potrebbe avere il sapore della presunzione, se non fosse lui a pronunciarla: Senza di me non potete far nulla. Daltra parte questa affermazione perentoria di Cristo sembra contraddetta dallevidenza. Infatti sono molti gli uomini che, pur non facendo riferimento a Cristo, realizzano comunque tanto, producono tanto. Ma poi vera produttivit, fecondit? Ges ci addita il criterio fondamentale di una produttivit autentica: Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto. Rimanere in Cristo significa custodire la comunione con lui, essere radicati, innestati in lui, come il tralcio alla vite appunto. Recidere il nostro vincolo di comunione con Cristo significa condannarsi alla sterilit, alla morte, come il tralcio che, tagliato dalla vite, si secca. Molto spesso le nostre esistenze sopraffatte dallaffanno, dal vortice delle faccende, dal turbinio delle cose sono pi il segno di una condizione di aridit interiore che di una autentica fecondit. Lidolatria dellagire spesso segno di una frammentazione dellessere e di una incapacit a rimanere con noi stessi, oltre che con Cristo. Solo in Cristo diventiamo primizia di umanit nuova (Dalla Liturgia) e diveniamo cultori e propagatori di una nuova qualit della vita che affonda le radici dellinteriorit della nostra umanit e non nella esteriorit vuota e arida. Solo una vita innestata nella vera vite, in Cristo, produce molto frutto, vita feconda, piena, abbondante, autentica, eterna. Possiamo affermare che la condizione di homo religiosus che realizza il compimento della nostra umanit, superando, anche se non eludendo, la condizione di homo faber e di homo sapiens.
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La dimensione religiosa dellesistenza protende ogni sforzo delluomo non verso un titanismo autoesaltante, ma verso la nostra vera patria, Dio. In Dio il nostro essere trasfigurato, inondato di luce e di grazia. In Dio il nostro essere finito si impregna dinfinito e di eternit. Lorientamento a Dio delle nostra esistenza non mortifica la nostra umanit ma la trasfigura e colma di una ricchezza inedita e di una fecondit impareggiabile. Recidere il legame con Dio significa condannarsi allabbrutimento e al non senso, pur nellapparente illusione di poter produrre molto. Senza Cristo non possiamo fare nulla. Ci ricorda S. Agostino: aut vitis, aut ignis, o scegliamo di rimanere legate alla vite, a Cristo, oppure non ci rimarr altra scelta che il fuoco. Senza Cristo le nostre esistenze sono esistenze bruciate, aride, vuote, insignificanti, anche se apparentemente rigogliose. Una rigogliosit che non attinge alla linfa vitale, a Cristo, destinata ad appassire. Custodiamo gelosamente la nostra comunione con Cristo per diffondere nel mondo il profumo della vita, quella vita che Ges venuto a do0narci i n abbondanza.

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VI DOMENICA
Come il Padre ha amato me, cos anch`io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perch la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore pi grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ci che io vi comando. Non vi chiamo pi servi, perch il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perch tutto ci che ho udito dal Padre l`ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perch andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perch tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri (Gv 15,9-17).

AMO, ERGO SUM Il vangelo odierno ci addita lessenza, il cuore della nostra fede cristiana, lamore. Ges ci indica tre caratteristiche ineludibili dellamore. Lamore come comandamento. Questo il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, questo vi comando: amatevi gli uni gli altri. Per noi figli della rivoluzione romantica dellamore, potrebbero suonare assurde queste espressioni di Ges. Noi siamo conviti che lamore non si comanda, appartiene allordine della gratuit, della spontaneit, dei sentimenti. Ges sottrae la realt dellamore alla emotivit al sentimentalismo e la inserisce in una dimensione di stabilit e di radicalit. Amare diventa un atto di responsabilit per laltro e una realt ineludibile per noi stessi. Vivere non pu significare che amare. Per Ges lamore la dimensione costitutiva del nostro essere. Non possiamo non amare. Potremmo dire, parafrasando unespressione di Cartesio: amo, ergo sum. Lamore la vocazione fondamentale per ogni essere umano. Non possiamo eluderla. un impegno da cui scaturisce unobbligazione morale. Ecco perch Ges ci addita lamore come comando. un dover essere che scaturisce dal nostro essere. siamo fatti per lamore e non possiamo eludere il comando dellamore. eluderlo significa condannarci al fallimento ontologico. Un amore paradossale. Altre volte Ges ci invita ad amare il prossimo come noi stessi. Questa volta il termine di paragone non siamo noi, ma lui: amatevi come io vi ho amati. Il nostro io insufficiente come termine di paragone. Anzi, pu risultare persino controproducente. Infatti in tempi come i nostri, in cui dilagano le crisi depressive che portano a perdere la stima di s, sarebbe veramente impossibile amare laltro. Ges sposta lasse dal nostro io a Dio, allamore di Dio rivelatosi nella sua persona. Licona dellamore di Dio non pu che essere il Crocifisso. unicona che gronda amore. Un amore grande, totale, infinito. Un amore grande, un amore che abbraccia tutti. Un amore totale, che ama tutto di tutti. Un amore infinito, che ama tutto di tutti per sempre.
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Ecco la paradossalit dellamore di Cristo. con questa paradossalit che dobbiamo misurarci. qui il senso del come io vi ho amati. Questa la novit della proposta di Ges. La proposta dellamore. la nostra civilt vive un deficit di amore. dobbiamo sentirci coinvolti in un impegno di costruzione della civilt dellamore. Fino alla Rivoluzione Francese la nostra civilt occidentale era caratterizzata da una cultura del dovere, della norma, del precetto. Dalla Rivoluzione Francese ad oggi gli sforzi culturali sono stati orientati a promuovere ad una cultura del diritto. Ora tempo di promuovere una cultura dellamore. Lenfatizzazione del dovere genera ipocrisia e desiderio di trasgressione. Lassolutizzazione dei diritti genera individualismo, indifferenza, cinismo. La civilt dellamore costruisce convivenze segnate da fraternit e solidariet. Di questo ha bisogno il nostro mondo. Un amore che ci rende amici di Dio. Voi siete miei amici, se farete ci che io vi comando. Tutti avvertiamo un profondo desiderio di amicizia con Dio. Desideriamo sentirci amati da lui. talvolta ci riesce difficile. Ricordiamo un meraviglioso verso di un poeta libanese, Gibran: Quando ami Dio non dire: ho Dio nel cuore, ma impara a dire: mi sento nel cuore di Dio. E interroghiamoci: noi ci sentiamo nel cuore di Dio? Dalla risposta a questo interrogativo capiremo se stiamo amando veramente, come Cristo comanda.

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ASCENSIONE DEL SIGNORE


Ges disse loro: Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi creder e sar battezzato sar salvo, ma chi non creder sar condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recher loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno. Il Signore Ges, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l`accompagnavano (Mc 16,15-20).

I IL CIELO E LA NOSTRA PATRIA Lascensione al cielo di Ges ci offre lopportunit di riflettere su una categoria antropologico-religiosa molto ricca di significati. Il cielo non certo da intendersi quale spazio fisico o astronomico. una categoria che sintetizza ogni umano anelito. Nel cuore di ogni uomo scritto un bisogno di elevazione, di ulteriorit. Il cielo lo spazio antropologico delle cose belle, dei nostri sogni, dei nostri progetti. il luogo dove collochiamo i valori pi alti, i desideri pi nobili, le mete pi ardite. Il cielo il sogno delluomo. Nel cuore di ogni uomo racchiuso un pezzo di cielo. il desiderio di superare se stessi, di trascendere la propria immediatezza, di uscire dalla prigione del proprio io. La nostra stessa postura umana indica il nostro orientamento al cielo: camminiamo in maniera eretta, con lo sguardo rivolto al cielo. Il cielo la meta del nostro itinerario terreno. Nel linguaggio della fede confessare lassunzione di Ges al cielo significa confessare che Cristo ha portato a compimento, nella fedelt e nella responsabilit, la sia missione di Figlio di Dio e di Figlio delluomo. Ha realizzato a pieno il suo sogno. Ora ritorna al Padre rivestito della nostra umanit. Se nellIncarnazione la divinit ha fatto irruzione nella nostra storia, ora la nostra umanit che irrompe nel cielo, nel grembo di Dio. Da questo punto di vista la solennit dellAscensione al cielo di Ges non solo il compimento dellumanit di cristo, la caparra di quel destino di gloria a cui Dio orienta la nostra stessa umanit. NellAscensione di Ges un frammento della nostra umanit squarcia il cielo e si compie gi in Cristo quel connubio tra il divino e lumano, il celeste e il terrestre che non ancora realizzato per tutti noi, ma che attende il suo compimento. La solennit dellAscensione per noi fonte di gioia e di speranza. Di gioia perch la nostra umanit viene elevata alla dimensione divina. Di speranza perch la nostra umanit non destinata al fallimento e alla disperazione, ma alla trasfigurazione. Nel ritorno di Cristo al Padre possiamo gi intravedere il ritorno di tutta lumanit al Padre. In questo cammino di ritorno a Dio, Ges ci affida degli impegni,
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ci consegna delle responsabilit, che possano accelerare il ritorno a Dio di tutti gli uomini. questi impegni sono affidati a noi suoi discepoli, alla sua chiesa, chiamata rivestirsi della corporeit di Cristo per essere nella storia il segno della sua presenza e continuare la sua missione di liberazione. Siamo chiamati a prolungare lopera di Cristo tra gli uomini. ecco che cosa siamo chiamati a fare. Nel mio nome scacceranno i demni. il primo impegno affidato a coloro che credono, alla Chiesa, a ciascuno di noi, discepoli di Cristo. Il demonio lespressione della potenza di male, di alienazione, di frammentazione, di divisione presente nel cuore delluomo. Siamo chiamati a liberare luomo da ogni forza di male. Dobbiamo smascherare e osteggiare ogni potenza di male che minaccia luomo e gli impedisce di camminare verso Dio. Parleranno lingue nuove. Il linguaggio lo strumento per accedere luno al mistero dellaltro. la porta dingresso perch gli uomini si incontrino e comunichino. Il linguaggio fonte di comunione e di comunicazione. Purtroppo talvolta sperimentiamo anche la confusione del linguaggio, una confusione che ci fa precipitare nella solitudine, nellincomprensione, nella incomunicabilit. I discepoli di Ges hanno ricevuto il difficile compito che essere facilitatori di comunicazione. Essi devono far emergere linedito, lindicibile racchiuso nel cuore di ogni uomo perch tutti sperimentino la gioia dellincontro e della comunione. Dobbiamo profondere ogni energia per superare ogni forma di chiusura e di incapacit comunicativa. Siamo levatrici di novit. Dobbiamo far affiorare il nuovo che nel cuore di ognuno, superando ogni tentazione di ovviet e indifferenza. Prenderanno in mano i serpenti. Il serpente simboleggia quella dimensione di viscidit che purtroppo alberga nel cuore di tutti noi. Ges ci invita a dominare questo aspetto negativo che in noi. Ci assicura che con la sua forza riusciremo a tenere in mano, a dominare, questa dimensione. Questo possibile se non ci lasciamo imbrigliare nella logica della carne ma sappiamo tenere lo sguardo fisso al cielo, se sappiamo cercare le cose di lass (Col 3,1). Se berranno qualche veleno, non recher loro danno. Luomo di Dio non deve lasciarsi vincere da nessuna forma di velenosit, di acredine, di giudizio nei confronti del suo simile. Dobbiamo tener lontano da noi ogni sospetto, ogni maldicenza, ogni forma di denigrazione, di detrazione. Queste sono realt che rendono velenoso lambiente in cui viviamo, producono inquinamento morale e impediscono una crescita serena delluomo e la possibilit di vivere relazione autentiche e liberanti. I nostri cuori e i nostri sguardi non dovranno lasciarsi contaminare da queste forme di inquinamento. Dobbiamo sperimentare la beatitudine della purezza del cuore. lunico modo che abbiamo per vedere Dio, per toccare il cielo. Imporranno le mani ai malati e questi guariranno. Imporre le mani un gesto meraviglioso. Evoca una molteplicit di significati. Tra questi rammentiamo quello pi immediato, pi semplice. Quando qualcuno in modo paterno o fraterno ci d la pacca sulla spalla, ci rassicura, ci invita a contare su di lui, a sentirci voluti bene. propria questa la medicina di cui gli uomini hanno bisogno e che noi dobbiamo ammannire prodigamente a tutti. Gli uomini hanno bisogno di fratelli, di padri e madri che infondano senso di sicurezza, fiducia, amore,
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benevolenza. Le nostre relazioni umani devono caratterizzarsi di una dimensione terapeutica, libera e liberante perch ciascuno sia guarito nellintimo e, attraverso di noi, sperimenti la vicinanza di Cristo che passava sanando e beneficando tutti. Questa lesaltante e impegnativa missione che Ges affida alla sua Chiesa. Una missione da compiere dappertutto, consapevoli che il Signore opera insieme con noi, in attesa che si schiuda per tutta lumanit quel cielo che il Cristo ha attraversato prima di noi e dove attende tutti noi. Non segniamo il passo. Spediti andiamogli incontro.

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II CHRISTI ASCENSIO NOSTRA PROVECTIO La festa dellAscensione al cielo di Ges una festa difficile ed esaltante al contempo. Difficile perch la categoria di cielo pu essere fraintesa, cos come accadde nel lontano 1969 quando i primi cosmonauti, approdando sul suolo lunare, ebbero a dire con ironia e sarcasmo di aver visto la luna ma di non aver incontrato Dio. Dio non cera in cielo. La festa odierna per una festa esaltante perch ci fa prendere coscienza del destino verso cui Cristo orienta la nostra esistenza. Prendo spunto da unaffermazione di papa Leone Magno, santo e dottore della Chiesa del IV secolo. Leone Magno affermava: Christi ascensio nostra provectio, lascensione di Cristo costituisce la promozione di noi uomini. Cristo che ascende al cielo promuove la nostra dignit di uomini. Non difficile intuire il senso di tutto questo. Con lAscensione Ges porta a compimento la sua missione. Egli era disceso dal cielo e ora ascende al cielo. In questi due verbi spaziali di discesa e di ascesa scritto il senso della nostra esistenza. Un senso di exitus, di uscita veniamo tutti da Dio e un senso di redditus, di ritorno siamo in cammino verso Dio. LAscensione di Ges ci ricorda che la nostra esistenza non destinata ad essere prigioniera della terra. Il nostro pellegrinaggio terreno un orientamento al cielo per cui la nostra vita di uomini perch sia autentica, perch ciascuno favorisca la sua vera promozione di uomo, deve costantemente esser proteso tra due poli apparentemente opposti, ma in realt luno complementare allaltro: ciascuno deve vivere protesto tra terra e cielo, storia ed eternit, visibile ed invisibile, immanenza e trascendenza. il cielo la nostra patria. Questa categoria non deve assolutamente indurre noi credenti ad una sorta di evasione dalla storia, ma deve metterci nel cuore un orientamento di ulteriorit, di eternit, scritto da Dio nel cuore di tutti noi. Ogni qualvolta noi uomini distogliamo lo sguardo dal cielo tradiamo la nostra vocazione di uomini. Cristo salito al cielo come il primogenito dellumanit e ci attende lass nel cielo perch l il compimento della nostra esistenza. Ci significa che nessun progetto terreno ha i tratti della compiutezza. I grandi capolavori dei maggiori maestri darte sono le opere incompiute. Noi siamo i capolavori di Dio incompiuti. Il compimento della nostra esistenza in Dio. E sar opera ultima e definitiva di Dio. Noi, lungo il pellegrinaggio terreno, dobbiamo allora imparare a convivere con il senso dellincompiuto. Quando rifiutiamo lincompiutezza rischiamo di sperimentare la disperazione o la ribellione. Dio che porter a compimento lopera che ha iniziato in noi. Il nostro impegno quello di essere docili a questa forza di attrazione che Cristo esercita sullumanit e sul cosmo intero. Cristo con la sua incarnazione e con la sua risurrezione e ascensione al cielo ha cristificato lumanit e il cosmo, come affermava Tehilard de Chardin. Tutta la materia, unitamente allumanit, in cammino verso Cristo, finch Cristo sar tutto in tutti, come afferma lapostolo Paolo. Il mondo, lumanit, la storia, luniverso sono in cammino verso Cristo, anche se la nostra esperienza quotidiana potrebbe farci persuadere del contrario. Nulla e nessuno pu neutralizzare questa forza di attrazione. Noi credenti per abbiamo limpegno di
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accelerare la cristificazione del mondo attraverso la nostra testimonianza di vita. Una testimonianza di vita che ha le sue radici nella terra ma i suoi rami si spandono nel cielo. La festa dellAscensione allora diventa per noi credenti una festa di speranza ma anche una festa di verifica del nostro modo di camminare nel mondo. Siamo sinceri: noi credenti stiamo smarrendo il senso delleternit. Noi per primi offriamo una testimonianza di radicamento assoluto nella terra con le nostre brame, la nostra ric3erca di garantismo ad oltranza, con il rifiuto della precariet della vita, con la mancanza di testimonianza di fede nella Provvidenza. Noi per primi viviamo come persone attrezzate per rimanere per sempre sulla terra. Non offriamo una testimonianza di esodo, di pellegrinaggio. Siamo alle soglie del duemila e uno dei significati del Giubileo il pellegrinaggio nel suo valore di riscoperta della nostra condizione di precariet, di transitoriet e quindi di orientamento verso il cielo. questo un significato che non dobbiamo smarrire se non vogliamo che il Giubileo assuma solo le caratteristiche di un grande affare economico. La festa dellAscensione una festa di verifica del nostro modo di stare sulla terra. Stiamo da pellegrini o da sedentari? Da nomadi o da persone che hanno trasformato la tende in realt che affonda le radici nelle viscere della terra, cos da smarrire il senso della provvisoriet e della precariet? Cristo che ritorna al Padre dice a tutti noi che la missione esistenziale di ognuno di noi, come la sua, non ha la sua conclusione in terra, ma si conclude nel cielo, l dove, come afferma il libro dellApocalisse, ciascuno di noi ricever una pietruzza bianca con sopra inciso un nome nuovo (cfr. Ap 2,17), segno del compimento della nostra identit ad opera di Dio. Noi, lungo il nostro itinerario terreno, dobbiamo anche saper gestire il mistero che dentro di noi e che nei fratelli, il mistero che nella storia, nelle vicende. Non ci dato di capire tutto. Finch camminiamo sulla terra vediamo tutto come attraverso un velo, in maniera opaca, sia il ci che fuori di noi sia ci che dentro di noi. occorre allora un atto di fede e di speranza. Dobbiamo esser certi che solo il Signore riveler a noi stessi la nostra vera identit e i tasselli, le tessere che noi apponiamo al mosaico della nostra vita assumeranno la forma definitiva e compiuta solo attraverso lintervento ultimo di Dio. Questo comporta il non assolutizzare le nostre esperienze, le nostre vicende, il nostro cammino storico. Significa avere la capacit di vivere la realt dal di dentro e al contempo di guardarla a distanza, al di sopra. Coinvolgimento e distanza, storia ed eternit. Una dialettica difficile ma una dialettica che dobbiamo costantemente tenere in vita perch la nostra esistenza sia autentica, sia unesistenza che approdi alla vera promozione, come ci ha ricordato S. Leone Magno. LAscensione di Cristo la nostra vera promozione di uomini. molto diversa da quelle promozioni a cui ambiamo sotto la spinta della pressione sociale e per le quali ci accaniamo: lavanzamento di carriere, le scalate sociali o altro. Queste promozioni se non sono il segno di un desiderio di ulteriorit, di eternit, sono solo lespressione di un accanimento esistenziale nei confronti di realt che sembrano grandi ma che sono effimere. Luomo promosso quando cammina con Dio e verso Dio. Noi purtroppo viviamo in una civilt che tenta di recidere la dimensione di verticalit delluomo. Tutti i grandi aneliti delluomo contemporaneo sembrano essersi appiattiti. Cito solo
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un esempio. Ai nostri giorni tutti i grandi movimenti di protesta, di rivendicazione, di rivolta spesso passano attraverso associazioni di difesa dei consumatori. Che avvilimento delluomo. Oggi per valere si deve essere necessariamente consumatori, non importa di quale cosa. lunico modo per sentirsi difesi, garantiti. Ma noi siamo uomini, non siamo solo consumatori, oggetto di studio di strategie di marketing delle multinazionali del consumo. Noi siamo uomini che non possiamo fare del ventre il nostro dio (Cfr. Fil 3,19). Cerchiamo di volgere lo sguardo al cielo, pur rimanendo in citt. Abbiamo limpegno di trainare la storia verso leternit. Non possiamo rimanere impantanati nel brago della storia. Questo il senso dellAscensione. Cristo salito al cielo. Ci sta tirando. Non opponiamo resistenza. Anzi, con la nostra testimonianza, tiriamo il mondo verso Dio.

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DOMENICA DI PENTECOSTE
Quando verr il Consolatore che io vi mander dal Padre, lo Spirito di verit che procede dal Padre, egli mi render testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perch siete stati con me fin dal principio. Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando per verr lo Spirito di verit, egli vi guider alla verit tutta intera, perch non parler da s, ma dir tutto ci che avr udito e vi annunzier le cose future. Egli mi glorificher, perch prender del mio e ve l`annunzier. Tutto quello che il Padre possiede mio; per questo ho detto che prender del mio e ve l`annunzier (Gv 15,26-27;16,12-15).

I ALITO DI VITA Oggi celebriamo il compimento del tempo pasquale. Il protagonista di questo compimento lo Spirito Santo. Dobbiamo confessare che facciamo tutti una gran fatica a parlare dello Spirito Santo. Questa difficolt nasce dallimpossibilit a costringere in una immagine plastica la persona divina dello Spirito Santo. impercettibile eppure presente. Ancora una volta dobbiamo costatare che lessenziale sempre invisibile. Lo Spirito di Dio protagonista invisibile e indispensabile della vita della Chiesa e della nostra stessa vita cristiana. Egli riempie di senso e di vita la chiesa, lumanit e luniverso intero. E alito di vita. Ed infatti attraverso il gesto dellalitare sugli apostoli che Ges consegna il dono dello Spirito dopo la risurrezione: Alit su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo (Gv 20, 22). lo stesso gesto attraverso cui Dio, al momento della creazione delluomo, alit nelle sue narici perch fosse essere vivente. Adamo, luomo, da terra si trasforma in terra pensante, vivente, fecondata dallalito di Dio. Ges alita sugli apostoli e trasforma un semplice aggregato di persone eterogenee per origine e cultura in una realt viva e vivificante, li trasforma in comunit evangelizzante, in chiesa. Un manipolo di uomini, sotto lazione dello Spirito, si disperde fino ai confini della terra e genera la comunit dei salvati. La forza invisibile ed efficace dellalito divino sospinge gli apostoli per le strade del mondo a far risuonale il lieto messaggio della salvezza a tutti gli uomini. La presenza dello Spirito vivifica, rinnova, rigenera, ricrea. Egli Signore e d la vita, come affermiamo nella professione di fede. Lo Spirito anche suscitatore di unit nella Chiesa. Popoli diversi per razza, cultura, lingua, costumi, che si ritrovano radunati nellunica Chiesa a confessare lunica fede: il miracolo dellunit che permanentemente lo Spirito realizza nella Chiesa, come nel giorno di Pentecoste. Tutti gli uomini accomunati dallunico linguaggio, il linguaggio della fede. Lo Spirito si rivela promotore di comunicazione. Sappiamo bene la fatica che noi uomini contemporanei facciamo a comunicare, a comprenderci. Spesso la nostra vita assomiglia al finale de La cantatrice calva di Ionesco: una molteplicit di personaggi che gridano e pronunciano parole senza senso in una sarabanda quasi isterica. Pur vivendo nella cosiddetta civilt della comunicazione, sperimentiamo ironicamente una sorta di esaurimento della funzione
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comunicativa del linguaggio. Non riusciamo a capirci e a dare senso alle nostre parole. Evidentemente si verificato quanto affermava P. Claudel: Chi toglie il Verbo distrugge la parola. Abbiamo svuotato il nostro linguaggio della Verit, del Verbo, del riferimento a Ges cristo e abbiamo distrutto ogni funzione comunicativa del linguaggio umano. lo Spirito di Ges che ci ridona il potere di esprimerci, come a Pentecoste: lo Spirito dava loro il potere di esprimersi (At 2,4). lo Spirito di verit che ci guida alla verit tutta intera, a Cristo, e ci sottrae alla Babele della incomprensione e della assolutizzazione di frammenti di verit. Lo Spirito ci guida alla Verit che amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bont, fedelt, mitezza, dominio di s (Gal 5,22). Il Cristo risorto continui ad alitare su di noi il suo Spirito perch assaporiamo la vita vera in cui regnano amore, verit e libert e diffondiamo nel mondo il profumo della sua salvezza.

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II IL DIO-DENTRO- DI-NOI La solennit di Pentecoste porta a compimento la rivelazione di Dio e ci manifesta il terzo tratto distintivo del nostro Dio. Dio padre il Dio-per-noi, Dio Figlio il Dio-con-noi, Dio Spirito il Dio-dentro-di-noi. E un itinerario di rivelazione che giunge a fare delluomo, dellinteriorit delluomo. Attraverso la creazione e la liberazione dalla schiavit dEgitto del popolo dIsraele, Dio Padre si era mostrato un Dio a favore degli uomini, scendendo in campo per prendere le difese del suo popolo. In Cristo Ges Dio si rivela come il Dio-con-noi, Colui che ci cammina accanto, che fa della storia lo spazio della sua presenza. Con il dono dello Spirito Santo Dio rivela la sua presenza nellinteriorit del cuore umano. Lo Spirito allora Dio-dentro-di-noi. Affermare che lo Spirito Dio-dentro-di-noi significa dire che egli Signore e d la vita. Lo Spirito lalito di vita che pulsa nel corpo di ognuno di noi, quellalito di vita che diventa espressione della creazione continua di Dio e della sua sollecitudine permanente nei confronti di noi uomini. Lo Spirito di Dio la fonte della vita. Ecco perch il Dio-dentro-di-noi. Essere figli di Dio animati dal suo Spirito significa prima di tutti essere cultori della vita. il primo messaggio che viene dalla festa di Pentecoste. La vita la prima missione che Dio affida a noi uomini. Vivere il primo compito. Non dimentichiamolo e non dimentichiamo soprattutto che rimane non solo il primo compito ma il compito pi difficile. Lo ha attestato anche qualche poeta parlando del difficile mestiere di vivere (C. Pavese). Vivere significa essere testimoni dello Spirito della vita. Vivere dunque, non sopravvivere. Vivere significa portarsi dentro lesuberanza di Dio, la forza di Dio. Lo Spirito di Dio che vento e fuoco, che forza. Forza che dirada le tenebre, forza che brucia ogni scoria di peccato. Vivere significa allora affermare nella storia la potenza della vita di Dio. Lo Spirito ci invita a essere i ministri della vita. Purtroppo noi sovente ci ritroviamo a tirare a campare, a rosicchiare la vita. Non questa la vita a cui Dio ci chiama. Dio ci chiama ad una vita che abbia le caratteristiche del Dio della vita. Lo Spirito fonte di vita. Ci significa che lo Spirito novit di vita. Ogni qualvolta noi uomini imprigioniamo la nostra esistenza in schemi angusti, meschini, mortifichiamo la vita. Ogni qualvolta la nostra esistenza perpetua allinfinito le scadenze delle tradizioni, degli schemi, delle convenzioni e non partorisce niente di nuovo, noi non siamo i ministri della vita, siamo sepolcri imbiancati, come diceva Ges dei farisei. La vita nello Spirito una vita costantemente segnata dalla novit, capace di generare linedito, il nuovo in continuit col vecchio ma inevitabilmente inedito rispetto al vecchio. Come accade per il mistero della vita fisica. Ogni generazione, ogni figlio porta i tratti somatici dei propri genitori ma ha anche una sua unica e irripetibile somaticit. Macario dEgitto teologo, ravvisava nella realt dello Spirito santo la dimensione femminile di Dio, quasi il suo grembo da cui scaturisce la vita. una intuizione meravigliosa confermata anche dal punto di vista linguistico. Il termine per
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indicare lo Spirito, ruah, nella lingua ebraica, a differenza delle altre lingue, un sostantivo femminile. Lo Spirito manifesta la vitalit di Dio, la sua fecondit. Potremmo affermare allora che Dio ci Padre, Cristo ci fratello, lo Spirito ci madre. Lo Spirito continuamente ci genera alla vita, continuamente fa germogliare in noi la novit della vita. Lo Spirito non solo suscitatore di novit. anche promotore di libert. Lapostolo Paolo afferma: Dov lo Spirito l c la libert, libert da pregiudizi, libert da tutti gli schemi che spesso ci impediscono di sprigionare la nostra potenzialit di vita. Viviamo sprigionando solo a met la nostra potenzialit di vita perch non siamo individui liberi. La libert laltra compito che lo Spirito ci affida. Per essere liberi occorre infrangere le angosce, le paure, i timori. Bisogna rompere gli argini del proprio guscio e permettere lirruzione dello Spirito nelle porte chiuse del nostro io, come accaduto nel Cenacolo per gli apostoli. Solo lo Spirito manda in frantumi le nostre paure. langoscia, la paura la prigione della nostra esistenza. Sono mille i nomi di queste paure. Ciascuno conosce le sue personali paure e conosce bene anche questo anelito di libert che alberga nel proprio cuore. Vivere la vita secondo lo Spirito significa aprirsi ad una libert che diventa capacit di accoglienza del diverso, di armonia delle differenze, di convivialit delle differenze, non di omologazione delle differenze. Questo accaduto nel giorno di Pentecoste. Uomini di cultura, razza, origine diverse che si ritrovano a condividere il dono dello Spirito e a sentirsi in sintonia uniti dalla medesima fede. La libert diventa suscitatrice di comunione e di comunicazione. Essere sospinti dallo Spirito significa veleggiare sul mare della vita a gonfie vele, nel pieno possesso della libert del cuore, della mente, delle azioni che traspare dalla persona Ges. Egli luomo libero, libero da ogni timore, libero soprattutto dalla paura della morte. Ed forse questa la nostra angoscia pi grande. Ges venuto a liberarci da questa paura. Noi spesso viviamo questa paura in modo celato, camuffato, che per si riversa in tutti gli ambiti della nostra esistenza. Rimaniamo prigionieri nel guscio della vita. Lo Spirito non riesce a fare irruzione dentro di noi. langoscia sembra avere la meglio. Lo Spirito ci viene donato come presenza interiore di Dio che deve sospingerci nel cammino della storia additando agli uomini orizzonti inediti di vita, di luce, di libert. Noi spesso non viviamo secondo lo Spirito ma secondo la legge, e ancor peggio secondo la carne, secondo la nostra umanit nella sua dimensione pi angusta di egoismo, di chiusura, di incapacit di accoglienza, di paura dellaltro, di rifiuto ostinato verso tutto ci che diverso e nuovo. A Pentecoste Dio si rivela come forza della nostra vita e ci invita ad affidarci a lui, a lasciarci sospingere dallo Spirito perch lo Spirito di Dio che ci fa approdare a porti di felicit. Questo il progetto di Dio: renderci felici. Lo Spirito ci viene donato per renderci felici. proprio questo il senso del saluto di Ges agli apostoli: Pace a voi!. una promessa e un invito. Ges conosce bene i nostri cuori inquieti, tormentati, insoddisfatti. Ges ci dona lo Spirito della pace. Spirito di armonia, Spirito che ricompone in noi la bellezza della vita, quella bellezza che noi spesso oltraggiamo facendo diventare un peso la nostra vita. Lasciamoci guidare dallo Spirito di Dio perch ognuno possa assaporare il gusto della libert, quella libert che ci fa guardare sempre oltre e in alto, l dove Dio
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ci addita orizzonti sempre nuovi e ci attende al compimento del nostro itinerario di esistenza terrena.

TEMPO ORDINARIO

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SANTISSIMA TRINITA
Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Ges aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni per dubitavano. E Ges, avvicinatosi, disse loro: Mi stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ci che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt 28,16-20).

I LA TRINITA E LA NOSTRA PATRIA Ogni nostra celebrazione inizia nel nome della Trinit, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Il mistero della Trinit grande. La Trinit una realt ineffabile nei confronti della quale occorre solo tapparsi la bocca, tacere. infatti questa una possibile etimologia del termine mistero. Dinanzi al mistero occorre tacere. Possiamo solo esclamare con Giobbe: Ecco, sono ben meschino: che ti poso rispondere Mi metto la mano sulla bocca (Gb 40,4). Latteggiamento pi consono sarebbe la lode, ladorazione e la contemplazione. E, se pure tentiamo di parlare di questo mistero ineffabile, dobbiamo essere consapevoli - come ci ricorda S. Tommaso dAquino di non poterlo fare mai in maniera adeguata. mia intenzione esplicitare una sola affermazione: la Trinit la nostra patria. unaffermazione che ci porta a scoprire il mistero di Dio e la nostra stessa identit di uomini. Sinteticamente possiamo evidenziare quattro caratteristiche precipue della Trinit: lunit, la diversit, lidentit, la relazionalit. Lunit. Tre Persone, una sola sostanza, afferma la formula dogmatica riguardo alla Trinit. Lunit un anelito che avvertiamo in modo vivo e intenso nel nostro intimo. Tale anelito avvertito prepotentemente soprattutto quando sperimentiamo la frammentazione, la lacerazione del nostro io. Siamo fatti ad immagine della Trinit per questo desideriamo tessere la trama dellunit nella nostra esistenza. ogni divisione del cuore ci causa disagio perch tradisce la nostra vera vocazione allunit. La diversit. In Dio unit e differenza convivono mirabilmente. Anche nella struttura del nostro essere c limpronta della diversit. Ognuno di noi unico, originale, irripetibile, diverso. In seno allumanit si proietta quanto avviene nel grembo di Dio: tre Persone diverse, un solo Dio, una sola sostanza. Il Padre lorigine, il Figlio loriginato, lo Spirito Santo loriginante. Ciascuna Persona divina concorre allunit conservando la specifica diversit. Anche nel nostro intimo scritta questa vocazione alla originalit. Infatti proviamo un grande senso di angustia interiore quando la nostra originalit mortificata, impedita di manifestarsi. La massificazione, lanonimato frustrano la nostra dignit di uomini.
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Lidentit. Perch ciascun uomo sia accolto, amato e rispettato nella sua unicit opportuno che ciascuno abbia vivo e nitido il senso della sua identit. Lidentit costituisce la nostra epifania relazionale. Ognuno di noi si manifesta allaltro grazie alla sua identit strutturale che lo caratterizza. Nella Trinit questo meravigliosamente evidente. Noi contempliamo lepifania del Padre nella creazione, lepifania del Figlio nella redenzione e quella dello Spirito nella quotidiana opera di santificazione a favore di noi uomini. La relazionalit. Vi infine unultima categoria fondamentale per la comprensione del mistero della Trinit e della nostra identit, la categoria di relazionalit. In Dio ciascuna persona tale e ritrova totalmente se stessa solo nellaltra. Nella Trinit la relazionalit si realizza come una circolazione di amore che intercorre tra le Persone divine. Ciascuna protesa verso laltra. La nostra stessa struttura ontologica data dal nostro essere-per, ed essere-con. Siamo ontologicamente orientati alla relazionalit. Ecco che nella Trinit abbiamo scoperto la nostra vera identit, le nostre radici ontologiche, la nostra vera patria. Quando recidiamo i vincoli di comunione con la Trinit ci ritroviamo in terra desilio, lontano da Dio e soprattutto dal nostro vero io. Possiamo vivere autenticamente solo se rimaniamo immersi nella Trinit. Nasce da questa ineludibile esigenza linvito di Ges ai discepoli: Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo. Tutti gli uomini devono essere immersi, tuffati ( questo il significato etimologico di battezzare) nel Trinit, nel mare dellamore di Dio. Tuffati nel mare dellamore di Dio, approdando alla vera patria, gli uomini recuperano lunit del cuore, il senso della loro identit, la capacit di accogliere le diversit e soprattutto il gusto della relazionalit. questo un messaggio di liberazione per lumanit intera. Per ciascuno di noi limmersione nelloceano della Trinit avvenuta nel giorno del nostro battesimo. un evento che dobbiamo sentire perennemente attuale nella nostra vita per sentirci inondati, sommersi dallamore di Dio che riempie di senso la nostra vita e ci fa sperimentare di non essere pi stranieri n ospiti, ma concittadini dei santi e familiari di Dio (Ef 2,19).

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II IL GIROTONDO DI DIO La solennit della SS. Trinit ci pone dinanzi al mistero pi bello e al contempo pi complesso della nostra fede. Siamo gli unici credenti al mondo a confessare la fede in un Dio Uno e Trino. Parlare di Trinit difficile. Gi S. Agostino, che vi ha dedicato una meravigliosa opera, sosteneva che non c altro argomento a proposito del quale lerrore sia pi pericoloso, la ricerca pi ardua e la scoperta pi feconda. Sono convinto che, proprio partendo dallultima affermazione di S. Agostino, ogni cammino di riflessione per comprendere il mistero della trinit si rivela ricco e fecondo. Fissiamo insieme lo sguardo sulla fecondit della riflessione sulla Trinit. Diciamo subito che la Trinit non n un enigma n un rompicapo n un teorema teologico: un mistero. Dire mistero non significa affermare che la Trinit una realt misteriosa ma una realt di amore infinito. Il mistero non che lesperienza di amore elevata alla sua dimensione di infinito. Dio amore. Che cosa avviene nella vita della trinit, tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Tra queste persone vi una reciproca compenetrazione. Ciascuna persona divina attratta irresistibilmente verso laltra. gi questo il primo segno di amore. ci che ci attrae e ci protende verso laltro non pu che essere lamore. Tra le persone divine vi quindi una reciproca compenetrazione. Ciascuna attratta verso laltra, ciascuna contiene laltra in se stessa e allo stesso tempo, effondendosi, si dona allaltra. Potrebbe sembrare una realt complessa ma solo lespressione di ogni mistero di amore, non solo divino ma anche umano. Due persone che si amano si compenetrano a tal punto che ciascuno irresistibilmente dallaltro, proteso verso laltro, laltro sua volta compenetrato e insieme, in un dinamismo estatico, di uscita da s; ciascuno si realizza nellaltro. quanto accade in Dio e in noi uomini. non pu che essere cos anche per noi uomini, creati a immagine e somiglianza della Trinit. In Dio ogni persona giunge ad essere totalmente ci che nella misura in cui riferita allaltra. In altri termini il Padre Padre perch proteso verso il Figlio; il Figlio tale in quanto guarda il Padre; lo Spirito tale in quanto vincolo damore procedente dal Padre e dal Figlio. Per comprendere meglio la circolarit di amore che si realizza tra le persone divine dobbiamo far riferimento alla metafora della danza. S. Giovanni Damasceno affermava che in Dio si realizza una pericoresi, una circolarit simile al movimento della danza. Nella danza c un movimento mutevole di accerchiamento, di recinzione, di compenetrazione, di dispiegamento, di distensione, per cui tutti coloro che danzano si ritrovano inclusi in un movimento che li rende uno, li rende armonici. Gli studi di antropologia culturale attestano che una delle forme primitive di danza il girotondo. Il girotondo esprime la molteplicit racchiusa nellunit. questo ci che accade in Dio. Potremmo dire che la Trinit il girotondo di Dio. I Tre sono in cerchio, tutti uguali e distinti, unit e trinit al contempo. Da questa danza divina, da questa pericoresi, conosciamo tre caratteristiche della Trinit di fondamentale incidenza pratica per la nostra vita di credenti: linclusivit, la comunit e la libert.
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Quando si fa il girotondo, al sopraggiungere di un nuovo amico, si allarga il cerchio e si continua a danzare. Si pu formare il cerchio con qualsiasi numero di persone. Noi, in quanto creati a immagine della Trinit, siamo chiamati a realizzare un progetto di inclusivit. Dio vuole fare dellumanit una sola famiglia. Ogni forma di razzismo, di discriminazione, di ostracismo del diverso contro il progetto trinitario. Spesso lindividualismo, i pregiudizi ci inducono a restringere il cerchio del girotondo, come accade questi giorni in alcuni quartieri di Milano alle prese con la difficile convivenza con gli immigrati. Quando il cerchio si restringe non pi un girotondo, un ghetto. Il ghetto soffoca. Il girotondo apre allarmonia della danza. Linclusivit costruisce la comunit. Noi siamo fatti per la comunione, per la relazionalit. Non siamo fatti per essere isole. Purtroppo viviamo in una civilt che soffre terribilmente di individualismo e di narcisismo parossistico, sfrenato, paranoico. Ciascuno ha come ultimo e unico referente solo il suo io. Non siamo protesi verso laltro. Ciascuno fa il girotondo da soli e diveniamo buffi, goffi. Luomo quando si chiude agli altri diventa goffo, diventa buffo, non pi immagine del Dio-Trinit, lespressione di un uomo rachitico, egoistico. La comunione e la comunit si fondano sulla libert. libert di movimento, come nella danza, che per genera armonia. Perch ci sia armonia ciascuno fa il suo passo di danza in maniera responsabile, attenendosi al ritmo comune. Vivere ad immagine della Trinit allora significa percepire dentro di noi questa sinfonia di Dio. Come affermava S. Elisabetta della Trinit, i miei Tre abitano dentro di me, danzano dentro di me. Dio danza dentro di noi, Dio ci abita dal momento del battesimo. Spetta a noi sprigionare la vitalit di Dio presente dentro di noi. Il nostro Dio non un Dio solitario, un Dio comunit. Noi oggi volgiamo lo sguardo al nostro Dio e comprendiamo come Dio desidera che sia il nostro io, la nostra umanit, unumanit aperta allaccoglienza, alla comunione, che vive a passo di danza, sprigionando vitalit e libert. La SS. Trinit diventi per noi progetto di vita cos che ognuno di noi possa comprendere che vivere significa donare, come il Padre ha tanto amato il mondo da donare il suo Unigenito Figlio, cos come il Figlio ci amato tanto da donare la sua vita per noi, come lo Spirito che lamore soffia continuamente su di noi.

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SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO


Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: Dove vuoi che andiamo a preparare perch tu possa mangiare la Pasqua?. Allora mand due dei suoi discepoli dicendo loro: Andate in citt e vi verr incontro un uomo con una brocca d`acqua; seguitelo e l dove entrer dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov la mia stanza, perch io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Egli vi mostrer al piano superiore una grande sala con i tappeti, gi pronta; l preparate per noi. I discepoli andarono e, entrati in citt, trovarono come aveva detto loro e prepararono per la Pasqua. Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezz e lo diede loro, dicendo: Prendete, questo il mio corpo. Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: Questo il mio sangue, il sangue dell`alleanza versato per molti. In verit vi dico che io non berr pi del frutto della vite fino al giorno in cui lo berr nuovo nel regno di Dio. E dopo aver cantato l`inno, uscirono verso il monte degli Ulivi (Mc 14,12-16.22-26).

IL SACRAMENTO DELLA TOTALITA Oggi la festa dellEucarestia. LEucarestia il testamento di Ges consegnato nelle nostre mani. LEucarestia il sacramento della totalit. NellEucarestia c tutto. C tutta la creazione, tutto luomo. Tutta la storia, tutta la grazia e la redenzione. NellEucarestia c tutta la creazione. La creazione sinteticamente simboleggiata dagli elementi del pane e del vino. Sono elementi che vengono a noi dalle mani di Dio e che noi riconsegniamo a Lui nella celebrazione eucaristica perch siano trasfigurati e transustanziati nel Corpo e Sangue di Cristo. La creazione opera di Dio affidata alle mani delluomo perch luomo la riconsegni nelle mani di Dio. cos relativizzato ogni umano possesso. Nulla nostro. Tutto viene da Dio e tutto deve ritornare a Dio. Il brano evangelico riporta un particolare molto significativo in tal senso: Andate in citt e vi verr incontro un uomo con una brocca d`acqua; seguitelo e l dove entrer dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov la mia stanza, perch io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Egli vi mostrer al piano superiore una grande sala con i tappeti, gi pronta; l preparate per noi. La prima Eucarestia celebrata in una stanza presa in fitto, potremmo dire. Un particolare simile lo ritroviamo al momento dellingresso di Ges a Gerusalemme. Lingresso fatto su un asino preso in prestito. Tutto di Dio, nulla ci appartiene. LEucarestia ci insegna questo atteggiamento di riconsegna della creazione nelle mani di Dio. Noi purtroppo spesso ci comportiamo da padroni dispotici, verso la creazione. Dimentichiamo di essere amministratori. NellEucarestia c tutto luomo. NellEucarestia c la presenza delluomo, di Ges uomo-Dio. Lumanit di Ges consegnata nelle nostre mani: Prendete e mangiate. Un gesto attraverso cui
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Ges ci insegna che la nostra vita si riempie quando si svuota, quando si dona. LEucarestia il sacramento dellautoespropriazione. La nostra vita rifulge nella misura in cui siamo capaci di donarla. La nostra esistenza trabocca di gioia se sappiamo dire ai nostri fratelli: Prendete e mangiate. In questa consegna do noi stessi agli altri noi sperimentiamo la stessa pienezza di vita delluomo-Dio fattosi cibo per noi. NellEucarestia c tutta la storia. C tutta la storia di amicizia tra Dio e luomo. NellEucarestia scritto il patto indelebile tra dio e luomo: Questo il mio sangue, il sangue dell`alleanza versato per molti. Dio si fa compagno di strada delluomo. Dio insegue luomo e lo raggiunge anche per i sentieri pi tortuosi, nei vicoli ciechi, nelle strade senza uscita per riconsegnarlo alla vita vera. NellEucarestia c tutta la grazia e la redenzione. Ogniqualvolta celebriamo lEucarestia Cristo vivo e operante nel suo atto di passione, di morte, di risurrezione, nel suo gesto supremo in cui abbraccia lumanit intera e la consegna al Padre perch sia glorificata come Lui. Cristo ha gi presentato la nostra umanit al Padre. Egli ha assunto la nostra umanit al momento dellincarnazione lha presentata al Padre al momento dellascensione al cielo. Noi, strada facendo, nutrendoci del Pane della vita abbiamo bisogno di assumere la sua divinit, di diventare altri Cristi, cos che lungo il cammino della storia possiamo anche noi essere eucarestia vivente per i nostri compagni di viaggio e far percepire a quanti simbattono in noi il fulgore della grazia di Cristo che promana dalla sua risurrezione. NellEucarestia il Tutto affidato a noi perch Cristo sia tutto in tutti(Col 3,11).

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SOLENNITA DEL SACRO CUORE DI GESU


Era il giorno della Preparazione e i Giudei, perch i corpi non rimanessero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all`altro che era stato crocifisso insieme con lui. Venuti per da Ges e vedendo che era gi morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colp il fianco con la lancia e subito ne usc sangue e acqua. Chi ha visto ne d testimonianza e la sua testimonianza vera e egli sa che dice il vero, perch anche voi crediate. Questo infatti avvenne perch si adempisse la Scrittura: Non gli sar spezzato alcun osso. E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto (Gv 19,31-37).

IL MISTERO DEL CUORE TRAFITTO Possiamo considerare il cuore come un archetipo dellumanit, come simbolo dellessenza stessa della persona. Questorgano fondamentale delluomo non solo una realt anatomica, ma lo strumento attraverso cui ci si pu immedesimare col destino del Figlio di Dio, ci si pu unire ai suoi sentimenti e quindi, con Ges, ci si pu donare totalmente a Dio. Nel cuore luomo, nella paura e nella speranza, sperimenta se stesso, si chiude a se stesso per aprirsi a Dio e al suo cuore che sanguina in Cristo. Nel cuore luomo vede quanto soffra il suo Salvatore: la sua vita spezzata, il cuore trafitto, ne sgorgano sangue e acqua. Nel colpo di lancia del soldato, tutte le generazioni di cristiani hanno imparato e imparano sempre a leggere il mistero del cuore delluomo crocifisso, che era e che il Figlio di Dio (Giovanni Paolo II). Con limmagine del cuore trafitto la narrazione biblica della passione racconta a noi uomini lesito del grande dramma della storia della salvezza, ladempimento della profezia messianica, che cos si esprime nello stesso vangelo di Giovanni: Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me, Come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui (Gv 7,37-39). Noi credenti riceviamo lacqua viva dello Spirito e possiamo cos penetrare nel mistero di Cristo, nel Cuore di Cristo; ma per prendere parte alla vita sua filiale, la vita dei figli di Dio, uniti al Cuore del Figlio di Dio. Venerando il Sacro Cuore di Ges, noi credenti partecipiamo della corrente che scaturisce dalle fonti salvifiche. Noi percepiamo cos la forza della presenza divina in un mondo nel quale lamore raffreddato, secondo la preoccupante profezia di Ges: per il dilagare delliniquit, lamore di molti si raffredder (Mt 24,12); siamo consolati, rinvigoriti e dotati dello Spirito nuove che agisce allontanando le tenebre. La devozione al Sacro Cuore di Ges non allora una manifestazione di sentimentalismo di compensazione spirituale o di debolezza psicologica. un prezioso risvolto e una efficace sottolineatura del rapporto Dio-uomo e uomo-Dio, cos come Dio stesso ce lo rivela e ce lo offre nella persona divina di Ges.
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lespressione limitata e inadeguata, ma pur sempre consona allo spirito umano, dellamore di Dio per noi, della sua donazione totale e perenne, concreta e storicizzata delluomo di tutti i tempi, e della possibile e desiderata risposta delluomo verso il suo Dio. Nel Cuore di Cristo luomo ricondotto alle proprie origini ed protetto contro i pericoli della morte, nei quali si irretito il mondo moderno con il suo sviluppo unilaterale del razionalismo, del materialismo e del tecnicismo. Dal Cuore di Cristo luomo possa sempre attingere la spinta decisiva per trasformare se stesso e il mondo. Attraverso lamore a Cristo possa recuperare le sue energie creative per poterle sviluppare e ampliare e incamminarsi cos sulla via della libert, afferrato dal suo amore smisurato.

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II DOMENICA
Il giorno dopo Giovanni stava ancora l con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Ges che passava, disse: Ecco l`agnello di Dio!. E i due discepoli, sentendolo parlare cos, seguirono Ges. Ges allora si volt e, vedendo che lo seguivano, disse: Che cercate?. Gli risposero: Rabb (che significa maestro), dove abiti?. Disse loro: Venite e vedrete. Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontr per primo suo fratello Simone, e gli disse: Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo) e lo condusse da Ges. Ges, fissando lo sguardo su di lui, disse: Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro) (Gv 1,35-42).

LA GIOIA DELLA SEQUELA In un tempo in cui sembra si abbia paura di assumere responsabilit e si tenda a garantirsi, anche come cristiani, uno spazio di vita tranquilla e quasi un nido permanente e tranquillizzante, importante ricordare che la fede per tutti vocazione allincontro e al coinvolgimento della propria vita. Camminare nella fede significa dar seguito ad un incontro. Non un semplice e curioso andar dietro, ma accettare di essere interpellati dal Signore Ges, di intessere una storia con lui, venendo cos coinvolti nella sua missione: svelare il volto di Dio, Padre che ama e vuole per gli uomini la vita in pienezza. Tutti gli uomini sono destinatari della chiamata del Signore, quelli che gi vivono lesperienza della fede nel Dio di Ges Cristo e quelli che non lhanno ancora conosciuto. Per ognuno c una proposta di dialogo; un invito che arriva da Dio nella notte delle nostre indifferenze o presunte autosufficienze; una proposta che, per venire almeno intesa, presuppone un atteggiamento di disponibilit, di ricerca, in fondo sollecitato da Dio stesso: Che cercate?. Nel cuore delluomo abita un insopprimibile bisogno di qualcosa di stabilmente vero e buono, che venga a saziare la fame di senso con cui veniamo a questo mondo, che dia risposta allanelito profondo di vita che con tutta se stessa vuol essere felice. Non come condizione previa (la chiamata di Dio resta del tutto gratuita e impronosticabile), ma come ugualmente necessaria la presenza nel chiamato della disponibilit a cercare. Si tratter della insoddisfazione che nasce dal fatto che le cose non saziano; o del senso di frustrazione che le sconfitte della vita portano con s; o ancora di una vera e propria ricerca di dare alla vita un senso che non cada di fronte alle barriere della sofferenza e della morte. Se non c questa domanda, questa fondamentale disponibilit a una voce altra rispetto a quelle solite, che nel profondo dellanima si fa sentire e chiede Che cercate?, Per che cosa state vivendo?, un cammino di fede non inizia. Suscitare la domanda, scuotere dal torpore altrettanto importante che fornire lindicazione di colui che solo pu dare la risposta: Venite e vedrete. Andrea e laltro discepolo del Battista sono per noi modello di ogni incontro con Dio. Essi avevano una certa familiarit con Dio, una certa frequentazione di
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ambienti e persone che, in qualche modo, a lui si riferivano. Ci assomigliano parecchio. Anche noi, in fondo, siamo gente pi o meno di casa dalle parti di Dio, ma abbiamo avuto bisogno di presenze significative nella scoperta della fede come vocazione impegnativa. Abbiamo avuto bisogno di adulti nella fede che ci hanno aiutato a fare discernimento e che prima ancora hanno testimoniato la gioia della sequela (vedi Andrea). Alla sorgente di ogni cammino di fede, alla base di ogni vita cristiana c un incontro con Dio: egli ha smesso di essere un estraneo, o tuttal pi unidea, ed diventato un Tu con cui intessere un dialogo, con cui iniziare a vivere una storia: ha fatto irruzione nella vita. questa la nostra vocazione, legata al battesimo ricevuto e fiorito in una consapevole scelta di fede. Il Signore chiama per inviare, fa discepoli per rendere apostoli, fa cristiani per essere testimoni, il Signore scomoda e cambia la vita per darle pienezza di significato. Nella ferialit della nostra vita, il Signore il Dio con noi: accogliere la sua presenza fonte di gioia. Siamo invitati a fare esperienza di lui. cos come siamo, egli ci invita ad un incontro, a fermarci con lui. ha qualcosa da dirci. E lui cambia la vita. Molti cristiani vorrebbero un cristianesimo che d forza, coraggio, perdono, consolazione, pace, fiducia, capacit di fare qualcosa per gli altri, ma non riescono a passare ad un cristianesimo che coinvolge la vita, espropria il tempo, le energie e i beni, non ti fa appartenere pi ma ti consegna agli altri come segno di Ges Cristo che vuole avvicinare per mezzo tuo ogni uomo. Se abbiamo incontrato il Signore, nel nostro spirito sicuramente entrata una domanda: che cosa devo fare o sto facendo della mia vita? Che cosa il Signore vuole da me? Lasciamoci illuminare dalla Parola di Dio, dalle persone che il Signore ci mette accanto, dalle situazioni della vita e dai bisogni della comunit e della gente. Il Signore attende da noi una risposta. Per portare liberazione nelle concrete situazioni del mondo, Cristo chiede aiuto a noi, si vuol servire dei nostri occhi, dei nostri cuori, delle nostre mani. Accogliamo il suo invito e diamo il nostro contributo.

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III DOMENICA
Dopo che Giovanni fu arrestato, Ges si rec nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: Il tempo compiuto e il regno di Dio vicino; convertitevi e credete al vangelo. Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Ges disse loro: Seguitemi, vi far diventare pescatori di uomini. E subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando un poco oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedo e Giovanni suo fratello mentre riassettavano le reti. Li chiam. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedo sulla barca con i garzoni, lo seguirono (Mc 1,14-20).

UNA MISSIONE CHE PASSA PER LE NOSTRE MANI Una suggestiva scena di pesca dipinta da S. Marco. Immagini che scavano dentro e in profondit e creano il desiderio di comunicare sensazioni di bellezza, di grandezza e di partecipazione dolorosa alla vicenda umana. Due barche ormeggiate alla sponda. I pescatori che riassettano le reti, forse dopo aver faticato tutta la notte senza prendere nulla. Particolari che ci rendono partecipi dei sentimenti di questi pescatori: senso di frustrazione, durezza, umile e alienante fatica per guadagnarsi il pane. Tutto affidato alle loro mani. Uno strapazzo duro e penoso che si sopporta a denti stretti ma anche con impareggiabile fierezza. Emerge dai gesti di questi pescatori un profilo luminoso, perch ogni gesto testimonianza di una volont di vita, di uno stile di esistenza in sintonia con il respiro cosmico-temporale della natura. Lavventura umana di questi uomini e di quanti esercitano un lavoro manuale passa attraverso le loro mani. Come i sensi sono la finestra dellanima in direzione dentrata, le mani lo sono in direzione duscita: sono la sua presa sul mondo. Presa in senso letterale, perch loperazione fondamentale della mano la prensione: agganciare con le dita, stringere tra le dita, afferrare con tutta la mano, contenere tra le mani. La possibilit di usare gli strumenti dipende dalla capacit di prenderli in mano e di stringerli. Mano che scaglia la pietra o che spinge laratro, che governa il timone e afferra le reti o che opera chirurgicamente; ma anche mano che corre su unarpa o su una tastiera, che modella o ricama, che scrive o fa giochi di prestigio. Ogni mestiere unapoteosi della mano. La definizione classica delluomo come animale dotato di parola dovrebbe essere integrata da quella di animale dotato di mani. S. Gregorio di Nissa ha scritto che le mani assolvendo il compito pesante e faticoso del nutrimento, hanno liberato la bocca perch provvedesse alla parola. La mano rende libera la parola. I mestieri non abbracciano tutte le possibilit della mano, ma certamente ne esaltano la dimensione di base, la capacit operativa sulle cose. Quella capacit senza la quale saremmo inermi di fronte alla vita anche nelle sue esigenze pi elementari. Le mani sono insostituibili. Un paio di mani: il pi democratico dei regali che Dio ha fatto alla pi aristocratica delle sue creature.
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Le mani possono ferire e medicare le ferite, ghermire o porgere, lacerare o ritessere. Ma ancora, le stesse mani benevole e benefiche possono trovarsi come paralizzate, sopraffatte da mani prevaricatrici. Questi pescatori di Galilea lasciano tutto e seguono un Maestro di Nazaret. In cambio ricevono una promessa: diventeranno pescatori di uomini. Dora in poi saranno uomini e non pi timone, pesci e reti che prenderanno. Le loro mani si muoveranno per esprimere linarrestabile potenza divina nel mondo. Saranno protese a diffondere nel cuore degli uomini la benevolenza e la tenerezza di Dio. Faranno percepire a tutti di essere custoditi, sostenuti e guidati dal braccio potente di Dio. Mani che saranno il prolungamento delle mani di Colui che ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri dei loro cuori, ha rovesciato i potenti da troni, ha innalzato gli umili (Lc 1,51). Mani che lotteranno per la giustizia, dunque. Mani che fermeranno ogni tentativo di prevaricazione. Mani che manifesteranno lamore e la sollecitudine di Dio Padre verso i suoi figli, soprattutto i pi deboli e indifesi. Mani che trarranno tutti con legami di bont perch ogni uomo sia pescato dallabisso dellindifferenza e del non senso e avvolto in una rete di solidariet senza confini. Mani che si innalzeranno nella preghiera per intercedere per i fratelli. Mani che si tenderanno per accogliere e perdonare. Mani da imporre sui malati per guarirli. Mani che si protenderanno per soccorrere. Mani che offriranno non oro e argento ma compassione e tenerezza. Mani che libereranno il giusto dalle mani del malvagio. Mani che batteranno allannunzio di liete notizie. Mani che si poseranno sulla testa per trasmettere i doni di Dio. Mani che non rimanderanno mai il povero a mani vuote. Mani che sorreggeranno il debole e lo zoppo. Mani che non commetteranno iniquit. Mani che guideranno con sapienza. Mani pure e innocenti a cui non si attaccher sozzura alcuna. Mani che benediranno e incoraggeranno. Mani che con pazienza condurranno per mano. Mani che non accetteranno regali. Mani che non si lasceranno legare. Mani che non si lasceranno mettere sulla bocca. Mani libere. Mani restie a qualsiasi colpo di mano. Mani che tenderanno arcobaleni di pace, come quelle dellAltissimo. Mani protese verso il cielo. E alle mani dellumile pescatore di Galilea il Cristo affider il timone della comunit dei credenti, la Chiesa. Una comunit che non dovr mai dimenticare di credere in un Dio la cui icona storica sono due mani inchiodate su una croce. Al di l di queste c soltanto licona dei tempi ultimi, quando il Signore asciugher ogni lacrima dai nostri occhi (cfr. Ap 21).
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La speranza audace di ogni mano che si muove e la speranza paziente di ogni mano inchiodata, di iniziare questo gesto che disegna nella storia frammenti di Gerusalemme celeste. A questo siamo chiamati noi discepoli del Signore. Ma solo dopo aver lasciato tutto. Mani libere per uomini liberi. Sottrarsi alla tirannia seduttiva e impositiva di ogni possesso per navigare a gonfie vele in un mare di libert. A prezzo della croce. E poi un tuffo in un mare di vita, la risurrezione.

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IV DOMENICA
Andarono a Cafarnao e, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Ges si mise ad insegnare. Ed erano stupiti del suo insegnamento, perch insegnava loro come uno che ha autorit e non come gli scribi. Allora un uomo che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare: Che c`entri con noi, Ges Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio. E Ges lo sgrid: Taci! Esci da quell`uomo. E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, usc da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: Che mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorit. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!. La sua fama si diffuse subito dovunque nei dintorni della Galilea (Mc 1,21-28).

UNAUTORITA LIBERANTE Il ritratto che il vangelo di Marco propone di Ges fin dallinizio della sua attivit pubblica in Galilea caratterizzato dallautorevolezza del suo insegnamento. questo aspetto che provoca lo stupore di quelli che ascoltano Ges mentre insegna nella sinagoga di Cafarnao. Ges parla. La sua parola rivela una duplice efficacia. Porta la luce della verit, che viene riconosciuta dagli ascoltatori: essi, infatti, lavvertono come autorevole. una parola che dice cose vere su Dio, sulla vita e sul destino degli uomini e che apre prospettive illuminanti e liberanti. In secondo luogo, la parola di Ges affronta vittoriosamente il maligno. Lo mette a tacere e libera dalla sua influenza nefasta. La parola di Ges si rivela, cos parola di Dio: come essa vera ed efficace. Ed attraverso il parlare di Ges che Dio ha dato inizio alla nuova creazione, che ancora in atto. Di fronte al gesto di esorcismo di Ges tutti nella sinagoga di Cafarnao hanno limpressione di trovarsi davanti allirrompere della potenza straordinaria di Dio e si chiedono: Che mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorit?. La dottrina nuova fatta coincidere con il gesto di liberazione ottenuta dalla parola efficace di Ges. Ges insegna operando e facendo succedere qualcosa: in questo caso, la liberazione delluomo dalla schiavit pi profonda. La potenza di satana si manifesta nella malattia, nella rimozione della soggettivit umana, nellautoalienazione. Queste sofferenze, queste limitazioni delluomo sono legate alla morte e al potere di Satana. L dove luomo soggetto, in qualsiasi forma, alle forze distruttrici ed alienanti della malattia, l ravvisabile il marchio di una forza anticreazionale ed antiumana, ma in radice antidivina, che colpisce e menoma nelluomo lo splendore e la dignit dellimmagine: lavversario delluomo anche lavversario di Dio. Contro questa presenza e questazione Ges ingaggia la sua battaglia. Ed lo scontro, la battaglia escatologica, quasi miniaturizzata in questepisodio, tra i due regni, tra le due presenze in rapporto alle quali si consuma il dramma della storia: Dio e Satana. Il fatto che Satana dichiari di conoscere lidentit di Ges: Io so chi tu sei: il Santo di Dio!, che aggressivamente gli chiede: Che centri con noi, Ges di Nazaret?, svela il tentativo di mantenere intatto il suo spazio di presenza e di azione nellambito umano, come uno spazio di creazione profanata, ed insieme vale come un
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contro-scongiuro mirante a neutralizzare lazione liberante di Ges. Ma la sola parola, il semplice comando di Ges, determina la liberazione dellossesso: sempre la potenza della parola che si impone e sevidenzia, e la reazione corale degli astanti lo conferma: Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono. Il Regno di Dio, che si fatto e continua a farsi vicino alluomo, non il suo dominio sulluomo quanto il suo incessante lavorare con luomo e per luomo perch riemerga il progetto-uomo originale. Il Regno sulla strada combattuta delluomo, nella sua vita ferita o marchiata dal male, la presenza liberante di Ges che agisce nella potenza della parola. Lautorit di Ges non un potere soggezionale, impositivo e costrittivo ma un servizio al recupero e alla promozione delluomo, della sua libert di autodeterminazione, come garanzia di verit, di sicurezza, di stabilit. lautorit di Uno che vuole essere amico delluomo e non il suo padrone, che libera e non che carica di fardelli, che restituisce a se stesi e alla comunit, e non che asservisce ad una legge formale. Quando Ges entra nella nostra vita, in tutti gli spazi della nostra vita, a cominciare dal nostro io interiore, riacquistiamo la nostra identit. Noi rimettendo e ordinando la nostra vita a Dio, nella ricerca e nellobbedienza filiale alla sua volont, nel partire sempre da Lui per ogni scelta e decisione, nel far s che Lui sia tutto e che tutto piaccia a Lui, facciamo unesperienza di libert e di liberazione. La parola di Ges chiama la storia, cambia la nostra vita, muta significativamente realizzazioni e progetti, e la nuova liberata vicenda che ne nasce essa stessa potenza di annuncio e proclamazione di lieta notizia per la vita del mondo.

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V DOMENICA
E, usciti dalla sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli, accostatosi, la sollev prendendola per mano; la febbre la lasci ed essa si mise a servirli. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la citt era riunita davanti alla porta. Guar molti che erano afflitti da varie malattie e scacci molti demni; ma non permetteva ai demni di parlare, perch lo conoscevano. Al mattino si alz quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritir in un luogo deserto e l pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce e, trovatolo, gli dissero: Tutti ti cercano!. Egli disse loro: Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perch io predichi anche l; per questo infatti sono venuto!. E and per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demni (Mc 1,29-39).

SANATI PER SERVIRE Dopo la liberazione dellindemoniato avvenuta nella sinagoga, Ges alle prese con un altro intervento taumaturgico. Questa volta si tratta di una guarigione da uninfermit naturale, la febbre, in un ambito pi privato e familiare: la casa di Simone ed Andrea. La sfera privata della casa, riconducendosi nel circuito intenso e prossimo dei legami familiari, mostra tipicamente un ambito in cui lannuncio del Regno nella persona di Ges produce i suoi effetti di risanamento. La guarigione fisica , come sempre, il segno esterno, lestensione alluomo integrale di ci che pi profondamente il Regno sprigiona ed apporta. Cos anche nel giro dellumana familiarit ed affettivit la persona restituita a se stessa, alla pienezza delle proprie capacit di vivere e di servire. La casa visitata dal Regno, si avvia a superare le forze paralizzanti o disgreganti che le tolgono fisionomia e promozione nella linea della comunione e del servizio: dellamore che serve. Nel racconto evangelico non compare la richiesta di guarigione da parte del malato, si dice solo che gli parlarono di lei. Ci che direttamente sta a fronte la persona di Ges e la persona del malato: la suocera di Pietro. La sofferenza umana delluomo sta immediatamente dinanzi alla persona di Ges con tutta la sua urgenza provocatoria, con la sua forza durto. C una preghiera implicita, uninvocazione non espressa, in questo incontro: lappello non affidato alla parola, dentro la situazione stessa della persona segnata dalla sofferenza. Il dolore ha voce, in se stesso, davanti a Ges ed esprime come una pressione su di Lui, determinandolo ad intervenire, ad attuare la presenza liberatoria e salvifica del Regno dentro una vicenda umana compromessa e devastata. La risposta di Ges sono i gesti resurrezionali: la sollev prendendola per mano. La guarigione della persona diventa annuncio efficace e concreto di resurrezione, un preconio pasquale che vince il lamento delluomo. Il racconto termina con il rilievo del servizio che la suocera di Pietro, sanata, presta ai presenti. Cos il cammino verso la guarigione, la liberazione dal male, che la persona vive nellincontro con levangelo del Regno si compie nel gesto del servizio
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fraterno. La vita nuova, liberata, entra nella logica e nei gesti della sequela, che sono il concreto spendersi per la persona di Ges e dei fratelli. Laccalcarsi dellintera citt davanti alla porta, il raccogliersi attorno a Ges di una folla quasi informe, segnata dalle sofferenze fisiche e dalle miserie spirituali, costituisce lo sfondo sul quale si staglia e a cui si rivolge lopera e la parola di Ges. I destinatari dellannuncio del regno, il luogo segnato dalla sua azione potente, liberante e rinnovatrice, questampia geografia umana, indifferenziata o forse solo genericamente motivata, che fa centro su Ges. Non una lite ordinata e disposta, ma il volgersi di situazioni esistenziali, di vite solcate da sofferenze e problemi, verso lannuncio del Regno: la povera umanit, con la prosa della sua vita, cui il lieto annuncio si rivolge. I versetti conclusivi, sottraggono Ges e il suo annuncio ad una visione trionfalistica, quasi un messianismo entusiasta ed intrastorico, giocato sulla potenza dei miracoli e sulla fascinazione carismatica della persona. Il Regno ritrova, nella persona di Ges, il suo luogo pi proprio: la strada: Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perch io predichi anche l; per questo infatti sono venuto!. La strada come luogo del regno, lo pone sotto il segno della pazienza, della fatica, della sofferenza, del servizio fino al dono della vita. il cammino del Servo verso la passione, il cammino missionario del discepolo e della Chiesa gi siglato in quello del Maestro.

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VI DOMENICA
Allora venne a lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: Se vuoi, puoi guarirmi!. Mosso a compassione, stese la mano, lo tocc e gli disse: Lo voglio, guarisci!. Subito la lebbra scomparve ed egli guar. E, ammonendolo severamente, lo rimand e gli disse: Guarda di non dir niente a nessuno, ma va, presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mos ha ordinato, a testimonianza per loro. Ma quegli, allontanatosi, cominci a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Ges non poteva pi entrare pubblicamente in una citt, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte (Mc 1,40-45).

RESTITUITI ALLA VITA VERA Ges si presenta nuovamente come colui che dona la vera vita alluomo. Il vangelo, infatti, proponendo il racconto della guarigione del lebbroso, presenta la missione di Ges come autentica redenzione di tutto l'uomo. La lebbra era equiparata alla morte per la sua gravit e comportava, per chi ne era colpito, uneffettiva morte sociale e religiosa. Giobbe ne parla come della figlia primogenita della morte (Gb 18,13) e lo storico Giuseppe Flavio affermava che, sotto il profilo giuridico e civile, i lebbrosi non sono in nulla diversi da un cadavere. Ma la tragedia umana del lebbroso era aggravata ed in certo senso radicalizzata dal fatto che se ne tentava una lettura e giustificazione religiosa, puntuale e personale. Nella comprensione ordinaria, e non solo popolare, la lebbra era spiegata come levidenza di maledizione con cui Dio colpiva il peccatore o linfedelt delluomo (anche a ai nostri tempi c chi ha detto che lAIDS un castigo di Dio!). La persona rimaneva perci relegata nello spazio della riprovazione e della condanna divina. Il lebbroso non era solo un malato, era un colpevole. Ha perci forte rilievo il fatto che un lebbroso si avvicini a Ges. Non un gesto di anticonformismo sociale n unavventatezza igienica, davvero un superamento teologico di schemi che, infrangendo lantico prescritto della legge sacrale, inizia a svelare il tempo nuovo e lassoluta incontenibile novit che la persona di Ges sprigiona nei rapporti interpersonali e nella pi ampia vicenda storica. Il lebbroso, attraverso limplorazione se vuoi puoi guarirmi, dirige immediatamente laccento sulla volont e la potenza di Ges, intesa come fontalit efficace di guarigione. Ges, mosso a compassione, stese la mano, lo tocc e gli disse: Lo voglio, guarisci!. Ges non ha solo guarito il lebbroso ma lo ha perdonato. La guarigione ne non solo il segno visibile ma anche linseparabile compagna del perdono ottenuto, e cio della reintegrazione umana nella sua autenticit e nella sua completezza. Nella reazione quasi emotiva di Ges al cospetto del malato riconosciamo il movimento di amore e di misericordia con cui Dio si china sulluomo per salvarlo, ma anche la sua ira nella lotta contro il male, contro tutto ci che contrasta la presenza ed il cammino del Regno. La forza del male definitivamente sopraffatta e battuta dalla presenza del Regno nella persona di Ges.

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Ges venuto a dare legittimit agli illegittimi, cittadinanza agli apolidi, ruolo sociale agli emarginati. venuto cos a dire con la parola e la vita che finito il tempo della legge. C insito nel messaggio cristiano una forza trasgressiva che rende i credenti inaffidabili per il potere, qualsiasi potere, e li spinge a mettersi continuamente e radicalmente dalla parte degli esclusi. Don Milani giustamente ha detto che lobbedienza non una virt, perch bisogna obbedire a Dio anzich agli uomini. e lo stesso Milani, nella famosa lettera a Pipetta, un operaio che lottava perch giustamente fossero riconosciuti i suoi diritti, ben descrive qual latteggiamento costante dei credenti: adesso sono con te. Ma quando ti sarai installato nella casa del ricco che ora combatti, allora non ti fidare pi di me; io ti tradir. A questo punto sorge una domanda: il cristiano sar sempre costretto a cercare i ghetti degli emarginati per prendervi casa? Non c posto per lui nella citt? La risposta la troviamo ancora una volta nella prassi di Ges: si fatto uomo per cambiare luomo; entrato nel mondo per cambiare il mondo. Al cristiano tocca la missione di cambiare la citt delluomo in modo che tutti possano sentirsi cittadini. Il lebbroso, mandato da Ges dai sommi sacerdoti, il messaggero della buona notizia: finito il tempo della legge, iniziata una nuova epoca in cui non esistono pi ne greci n, barbari, n schiavi n liberi. Ci sono nella nostra societ molti emarginati. Si pu dire che il modello di sviluppo che abbiamo costruito crea degli scarti che devono essere messi da parte. Come la zavorra che le navi buttano a mare per navigare speditamente. Ges si presentato come la pietra che stata scartata dai costruttori, e si quindi identificato con gli scartati. La Chiesa nasce sulla pietra scartata e ha come fondamento oltre che Ges, pietra scartata dai costruttori, anche tutti gli scartati della terra. La Chiesa, nella sua missione, ha il preciso impegno di prendere parte, ponendosi decisamente con chi emarginato dal mondo, sfidando per loro tutto, anche la legge. Ci pu portarla ad essere a sua volta emarginata. Al Dio di Ges di Nazaret, che guarisce i lebbrosi, che restituisce alla vita gli indemoniati, che frequente i pubblicani e i peccatori, non piace una Chiesa affidabile per il potere. La Chiesa di Ges Cristo, invece, accoglie ogni emarginato e abbraccia, come Francesco, ogni lebbroso. Se cos non fosse, non dovremmo andare a cercare Dio nelle chiese, ma dovremmo rintracciarlo tra i reietti della societ.

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VII DOMENICA
Ed entr di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone, da non esserci pi posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola. Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. Non potendo per portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dovegli si trovava e, fatta un`apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. Ges, vista la loro fede, disse al paralitico: Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati. Seduti l erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: Perch costui parla cos? Bestemmia! Chi pu rimettere i peccati se non Dio solo?. Ma Ges, avendo subito conosciuto nel suo spirito che cos pensavano tra s, disse loro: Perch pensate cos nei vostri cuori? Che cosa pi facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perch sappiate che il Figlio dell`uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va a casa tua. Quegli si alz, prese il suo lettuccio e se ne and in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: Non abbiamo mai visto nulla di simile! (Mc 2,1-12).

SANATI IN RADICE Il brano evangelico nella sua straordinaria limpidezza narrativa permette di cogliere immediatamente il centro del messaggio: Ges che si presenta come colui che investito del potere salvifico definitivo. Questo potere egli manifesta rimettendo i peccati. Il potere di cacciare i demoni, di insegnare con autorit, di guarire i lebbrosi diviene qui il supremo potere di rimettere i peccati. Dio che li rimette, ma tutto il suo potere ora presente nella predicazione di Ges. Dio regna e libera anche dal male morale. Predicando il regno Ges avvicina e supera ogni frontiera: lalienazione (lindemoniato), la malattia (anche la lebbra) ed il peccato (radice del male). Egli il Salvatore assoluto, la sua azione di liberazione radicale. La cacciata dei demoni era una premessa liberante, le guarigioni erano un segno dellamore di Dio per luomo, ma il vero atto divino per cui Cristo stato mandato il perdono dei peccati. Questo , quindi, anche latto salutare decisivo per luomo. Senza perdono c solo il segno della salvezza, una volta dato il perdono c la salvezza totale da cui tutto consegue. questo il senso del nesso tra perdono e guarigione che costituisce lessenza del nostro racconto. In sostanza lepisodio vuole dimostrare che quando Dio agisce nella storia essenzialmente egli perdona luomo peccatore e, con ci, apre la strada allestensione della salvezza in ogni altro campo. Quindi solo adesso anche le guarigioni acquistano il loro vero senso: non sono valide isolatamente per se stesse, ma sono segno e prolungamento del perdono: Dio estende lefficacia del perdono fino alla guarigione e nella guarigione preannuncia e prepara il vero risanamento mediante il perdono. Una caratteristica da non trascurare la gratuit assoluta di questo perdono, non preceduto da alcuna previa condizione umana, perch il perdono di Dio creativo di ogni ulteriore possibilit di positiva azione umana. il punto di partenza assoluto. Il perdono dei peccati appartiene al tempo messianico e Ges si presenta come Messia, appunto, investito del potere salvifico definitivo, quello che poteva essere
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attribuito alla misteriosa figura del Figlio delluomo di cui parla il libro di Daniele. E come garanzia visibile di questo potere di salvezza, Ges reintegra luomo nella sua salute fisica, guarisce il paralitico. Alla fede-fiducia iniziale che cercava in lui il potere taumaturgico Egli rivela lultimo obiettivo: lincontro con la sua persona che apre il tempo salvifico definitivo. da questa pretesa di Ges che nasce lopposizione mentale degli scribi. Ges vanta due prerogative riservate a Dio nellAT e nel giudaismo: rimettere i peccati e scrutare i cuori. Secondo la teologia del giudaismo in tutte le sue sfumature, il perdono dei peccati appartiene gelosamente al solo unico Dio e neppure nellera messianica viene trasmesso a qualcun altro al di fuori di Lui. Laffermazione di Ges non nega questa prerogativa ma afferma che questo potere divino sulla terra stato affidato al Figlio delluomo. Ci non si oppone ai privilegi divina ma intende portarli in mezzo agli uomini, renderli efficaci come salvezza sulla terra. Per gli scribi questa distinzione-unione inaccettabile e laccusa di bestemmia gi pone allorizzonte la passione di Ges. Ges annuncia che Dio qui, nella sua persona, ed questa presenza salvifica che viene contestata dagli uomini. Egli, deludendo limmediata attesa del paralitico, fa intuire agli uomini qualcosa del vero progetto di Dio che si incarna anche in un umile gesto guaritore. Quando Dio interviene elimina il male fin nelle profonde radici del peccato, fino alle sue estreme conseguenze che sono la malattia e la morte. Ges guarisce luomo dal male, da ogni forma di male. Ma Ges soprattutto guarisce dalla radice del male, dal peccato, che il non sapersi radicati in Dio, lessere lontani dalla sua presenza. Dio pronto a non ricordare le nostre colpe, ma siamo noi altrettanto disposti a ricordarci della sua misericordia e di quanto essa implica per le nostre esistenze? Il Signore ci renda capaci di testimoniare nella vita la sua misericordia e il suo perdono.

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VIII DOMENICA
Ora i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Si recarono allora da Ges e gli dissero: Perch i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?. Ges disse loro: Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo con loro? Finch hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno i giorni in cui sar loro tolto lo sposo e allora digiuneranno. Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo squarcia il vecchio e si forma uno strappo peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccher gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi (Mc 2,18-22).

LO SPOSO E CON NOI Le prospettive aperte dalla prassi e dalle parole di Ges hanno il sapore di una radicale novit. Nessun individuo e nessuna comunit saranno mai in grado di comprenderne lo spessore ed esaurirne la portata. Nella pericope della scorsa domenica Ges si presentava nel gesto messianico della remissione dei peccati, oggi si presenta attraverso limmagine dello sposo immagine che nellambiente ispirato alla cultura biblica richiama le promesse profetiche circa la salvezza futura. Dio stesso riprender liniziativa come uno sposo fedele e allora ci sar gioia come a una festa di nozze (cfr. Is 54, 4-6; 62, 4-5). Ges con la sua presenza ha inaugurato questo tempo di gioia nuziale, novit assoluta, dicono le piccole parabole del panno grezzo e del vino nuovo che chiudono il brano. Ecco dunque: qui lo sposo, qui sono le nozze, qui la festa. La venuta dello sposo pone fine al lutto e alla prassi penitenziale perch la salvezza totale gratuitamente offerta senza riserve. Il confronto con i discepoli di Giovanni, ovvero con una fra le pi integre manifestazioni della spiritualit penitenziale di matrice veterotestamentaria, fa comprendere la radicale novit portata nel mondo dalla presenza di Cristo. Ges si manifestato come il salvatore escatologico. In lui e per lui la prassi religiosa subisce una trasformazione radicale perch lofferta gratuita della salvezza apre lo spazio alla gioia della sperimentata comunione, ponendo fine al vano tentativo di incontrare Dio mediante le opere della legge. La novit della salvezza offerta da Cristo non una semplice riforma del vecchio giudaismo, ma una novit che il giudaismo non pu assorbire senza trovarsi infranto. In Cristo tutto nuovo ed anche leventuale continuazione di pratiche materialmente identiche con lantico dotata di sensi diversi. Cristo porta con s una novit che sfugge ai tradizionali mezzi di comprensione perch , per divina ricchezza, un mistero superiore alle capacit umane. Ne deriva che, per essere di Cristo, necessario disporsi ad una conversione radicale, allaccettazione di una grazia totalmente escatologica, in una parola aprirsi ad una luce che rimane sempre segreta. Cristo il salvatore definitivo e decisivo (il salvatore escatologico) che, entrando nella nostra storia, ci impone un distacco totale da tutto ci che in essa si sedimentato e che, al confronto con lui, diventa vecchia lettera che uccide. Una vita nuovamente feconda pu nascere solo da una fedelt nuziale al nuovo fondamento
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che Cristo, pu nascere solo se si fa nel mondo un deserto, se si rinuncia al vecchio vestito e al vecchio vino. Come possibile tradurre in realt tutto questo pur nel corso degli eventi del mondo? Questa la sfida affidata a noi discepoli di Cristo.

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IX DOMENICA
In giorno di sabato Ges passava per i campi di grano, e i discepoli, camminando, cominciarono a strappare le spighe. I farisei gli dissero: Vedi, perch essi fanno di sabato quel che non permesso?. Ma egli rispose loro: Non avete mai letto che cosa fece Davide quando si trov nel bisogno ed ebbe fame, lui e i suoi compagni? Come entr nella casa di Dio, sotto il sommo sacerdote Abiatr, e mangi i pani dell`offerta, che soltanto ai sacerdoti lecito mangiare, e ne diede anche ai suoi compagni?. E diceva loro: Il sabato stato fatto per l`uomo e non l`uomo per il sabato! Perci il Figlio dell`uomo signore anche del sabato. Entr di nuovo nella sinagoga. Cera un uomo che aveva una mano inaridita, e lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato per poi accusarlo. Egli disse all`uomo che aveva la mano inaridita: Mettiti nel mezzo!. Poi domand loro: E` lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?. Ma essi tacevano. E guardandoli tuttintorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse a quell`uomo: Stendi la mano!. La stese e la sua mano fu risanata. E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire (Mc 2,23-28; 3,1-6).

LA LEGGE E MISERICORDIA E VITA Latteggiamento di Ges di fronte alla legge complesso ed stato perci variamente interpretato. Lo si detto non conformista e rivoluzionario riguardo alla legge, oppure conservatore e perfino tradizionalista nel senso di tornare alle sue origini. Quello che ci sembra chiaro che Ges difende radicalmente la legge in quanto legge di Dio, in favore degli uomini. ci sembra egualmente chiaro che questo modo di difenderla fa di Ges un uomo libero. Per questo egli denuncia ogni uso della legge mirante ad opprimere luomo. E veniamo agli episodi di cui parla il vangelo. Passando Ges e i discepoli in un campo di grano, questi cominciano a strappare spighe e a sgranarle mangiandone i semi. I farisei allora fanno osservare a Ges la trasgressione della legge, chiamandolo in causa quale responsabile del comportamento dei suoi discepoli. In realt i discepolo compiono unazione che la legge consentiva ai poveri, usufruivano di un diritto previsto dalla legge chiamato fiuto orale (Dt 23,26), ma la compiono in giorno di sabato. Avendo fame Ges li giustifica di fronte allaccusa dicendo che, come Davide (cfr. 1Sam 21,2-10), lo hanno fatto in caso di necessit. Anche i discepoli si trovano in caso di necessit: hanno fame. Come per Davide, anche per i discepoli, la legge violata a favore delluomo in caso di bisogno. Quello che Ges afferma nel difendere i discepoli che in caso di necessit (la fame dei discepoli in questo caso) ogni legge deve cedere il passo davanti a una necessit vitale. Il sabato stato fatto per luomo e non luomo per il sabato. Ges non polemizza contro il sabato, n toglie la legge del sabato, ma risale alla volont del Legislatore: a coloro che hanno abbandonato tutto a causa sua e dellevangelo e per questo soffrono la fame perfino di sabato, lascia la possibilit non di violare il sabato, ma di usare il sabato per il bene e nella gioia. I missionari hanno diritto al loro nutrimento e, quando ne mancano, possono usufruire dello stesso diritto dei poveri, anche se giorno di sabato.
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Ges propone la sua visione di Dio in contrasto con quella dei suoi avversari. Non si pu giustificare in nome di Dio che gli uomini patiscano la fame quando la si pu placare. Una legge o unusanza che impedisca di soddisfare una tale necessit vitale non volont di Dio. Per Ges la conclusione che il retto servizio di Dio deve essere necessariamente servizio alluomo. Dio non vuole che losservanza del culto impedisca il rispetto delluomo, vuole anzi esattamente lopposto. Ges cerca di giustificare davanti ai suoi avversari il suo radicale e ovvio messaggio sul Dio di vita. Pur di fronte alla reazione ostinata e ipocrita dei suoi avversari, Ges si appella cos alla misericordia e alla fine al buon senso, come nel caso del secondo episodio narrato dal vangelo: E` lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?. Egli venuto per la vita degli uomini e per la vita in abbondanza. Inoltre sabato, il giorno del trionfo della vita, il giorno del bene, del riposo, della felicit delluomo. Ges non profana il sabato, al contrario d valore al sabato, lo svela come Dio lha voluto: giorno di gioia, di festa per la vita. Per questo chiama il malato, un malato che non chiede nulla ma che si trova nella sinagoga per celebrare il sabato ed essere in festa; ma come fa a essere in festa un uomo paralizzato nella mano destra? Fare del bene corrisponde alla volont di Dio, fare del male o lasciare nel male chi pu essere liberato contro la volont di Dio. Ges agisce in obbedienza a Dio: non viola la legge ma la adempie pienamente. Non cos i farisei che nel giorno di sabato decidono con gli erodiani di uccidere Ges e tengono consiglio per questo. Essi sono i veri profanatori del sabato! Lintenzione di Ges semplicemente quella di affermare che ogni presunta manifestazione della volont di Dio che vada contro la vita reale degli uomini automaticamente negazione della pi profonda realt di Dio. Ges con i suoi gesti illustra ai farisei la verit di Dio, la vera immagine del Dio-Padre che Dio della vita.

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X DOMENICA
Entr in una casa e si radun di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poich dicevano: E` fuori di s. Ma gli scribi, che erano discesi da Gerusalemme, dicevano: Costui posseduto da Beelzebl e scaccia i demni per mezzo del principe dei demni. Ma egli, chiamatili, diceva loro in parabole: Come pu satana scacciare satana? Se un regno diviso in se stesso, quel regno non pu reggersi; se una casa divisa in se stessa, quella casa non pu reggersi. Alla stessa maniera, se satana si ribella contro se stesso ed diviso, non pu resistere, ma sta per finire. Nessuno pu entrare nella casa di un uomo forte e rapire le sue cose se prima non avr legato l`uomo forte; allora ne sacchegger la casa. In verit vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avr bestemmiato contro lo Spirito santo, non avr perdono in eterno: sar reo di colpa eterna. Poich dicevano: E` posseduto da uno spirito immondo. Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano. Ma egli rispose loro: Chi mia madre e chi sono i miei fratelli?. Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volont di Dio, costui mio fratello, sorella e madre (Mc 3,2035).

GUAI A SCAMBIARE IL BENE CON IL MALE! Scribi e parenti di Ges rivolgono due accuse infamanti a Ges. I familiari ritengono che sia pazzo e gli scribi lo reputano un indemoniato. Follia e possessione diabolica: due accuse per disfarsi di chi scomodo e non lasciarsi coinvolgere dalle sue stranezze e rimanere cos abbarbicati alle nostre sicurezze. quanto viene perpetrato nei confronti di Cristo per isolarlo, neutralizzarlo. Queste accuse infamanti sono il segno del mistero di male, di iniquit che alberga nel cuore degli uomini. non possiamo permetterci di banalizzare il male. una realt che ci avvince e in maniera subdola si insinua nei nostri cuori inducendoci persino a snaturare il bene e tergiversarlo. appunto questa la bestemmia contro lo Spirito Santo di cui parla Ges. Ges ci mette in guardia da questa terribile possibilit che incombe su di noi: In verit vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avr bestemmiato contro lo Spirito santo, non avr perdono in eterno: sar reo di colpa eterna. Sono le parole pi dure che Ges abbia mai potuto pronunciare. Quando in noi c un ostinato rifiuto a riconoscere lazione dello Spirito santo, interpretando lazione di Dio come azione demoniaca, quando non solo si rifiuta il bene ma lo si definisce male, allora si bestemmia lo Spirito santo e non c perdono. La bestemmia contro lo Spirito santo la chiusura del nostro cuore al bene, ai segni di bont che Dio semina nella storia. quanto fanno scribi e parenti nei confronti di Ges. Anzich lasciarsi interpellare dalla sua azione di liberazione e di salvezza, pervertono gli eventi salvifici di Cristo in opera del demonio.
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Si tergiversa il bene per non lasciarsi interpellare dal bene. Tutto avviene in malafede. Gli scribi temono di veder vacillare la loro posizione di prestigio, di potere, di privilegi acquisiti. Non resta loro che un'unica alternativa: infangare la persona di Ges, gettando discredito sul suo operato. quanto capita anche a noi quando ci lasciamo sopraffare dallinvidia, dalla gelosia per il bene compiuto da altri e che noi non siamo stati in grado di realizzare. Non ci rimane che denigrare, malignare, infangare. il mistero del male che prende il sopravvento dentro di noi. Ges ci invita ad essere docili a lui per accogliere gli appelli del bene. Egli luomo forte capace di vincere il maligno e di sottrarci alla seduzione del male che ci avvolge, sconvolge e travolge. Al seguito di Cristo possiamo sperimentare la purezza di cuore che ci rende capaci di vedere i segni della presenza di Dio operante in mezzo agli uomini e per mezzo degli uomini. Dobbiamo saper scrutare tra le pieghe e le piaghe della storia i segni luminosi che Dio semina lungo il nostro cammino, le perle preziose che spesso sono avvolte dal fango. Dobbiamo nutrire una fiducia incondizionata nel bene. Satana spesso si annida proprio nel cuore di coloro che credono pi nella potenza del male che del bene. Noi discepoli di Ges dobbiamo gridare e vivere la fiducia nel bene fino alla follia. Siamo opera della mani di Dio e non possiamo che essere stati fatti per il bene. Non arrendiamoci alle lusinghe del male. Cristo, il forte con noi. Noi siamo la sua dimora: Nessuno pu entrare nella casa di un uomo forte.

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XI DOMENICA
Diceva: Il regno di Dio come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poich la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Quando il frutto pronto, subito si mette mano alla falce, perch venuta la mietitura. Diceva: A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? Esso come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, il pi piccolo di tutti semi che sono sulla terra ma appena seminato cresce e diviene pi grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra. Con molte parabole di questo genere annunziava loro la parola secondo quello che potevano intendere. Senza parabole non parlava loro; ma in privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa (Mc 4,26-34).

SPERARE NON E UN LUSSO MA UNA NECESSITA Dalla pagina evangelica odierna ci viene una grane lezione di fiducia e di speranza. In questo difficile tornante della storia avvertiamo tutti il bisogno di intensa dose di sereno ottimismo per guardare la realt senza indulgere a forme di lamento o di rassegnazione. Da pi parti si levano segnali che fanno vacillare la nostra speranza. Infatti dove attingere il coraggio di sperare di fronte al dilagare delle ingiustizie, allaffermarsi delle ferree leggi delleconomia che con cinismo ignorano i bisogni dei poveri? Come continuare a sperare dinanzi alle sofferenze inflitte agli innocenti, ai corpi dilaniati tra fango e macerie di guerre, agli stupri, alle torture, agli scenari di crudelt che con sempre maggiore frequenza si schiudono allorizzonte della nostra storia? ancora ragionevole sperare quando i nostri occhi non vedono che spettri di morte, di fame, di popoli in fuga, di giovani padri disperati in cerca di un lavoro che forse mai troveranno, di bambini ridotti a oggetto di piacere e di donne ingannate dalle lusinghe di una vita migliore e abbandonate sulle strade come giocattoli con cui trastullarsi? Quale grido di speranza noi credenti possiamo far trasalire dal nostro cuore per sussurrarlo allorecchio delluomo contemporaneo? Ges ci invita a volgere lo sguardo ad un evento naturale dalla semplicit disarmante e al contempo dalla meraviglia sempre nuova: la semina. Egli ci dice: Il regno di Dio come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poich la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Quando il frutto pronto, subito si mette mano alla falce, perch venuta la mietitura. Stupefacente lannotazione di Ges: dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Una provocazione a credere in una sorta di automatismo del bene? Affatto, ma un invito a persuaderci che le potenzialit di bene presente nei solchi della storia non potranno mai essere soffocate dal male. Le parole di Ges sono un appello a credere nella potenza della semina, a non arrenderci dinanzi agli scenari negativi della storia. Dobbiamo continuare a seminare perch il seme prima o poi germoglier. Nessuno abdichi al bene. Ciascuno continui a
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compiere i gesti quotidiani, feriali di bene, nella speranza, anzi nella certezza, che Dio non lascer infruttuoso il bene che seminiamo. Non possiamo e non dobbiamo rinunciare allimpegno della seminagione. Soprattutto dobbiamo recuperare la convinzione che il regno di Dio, il potere del bene, veicolato da segni piccoli, apparentemente insignificanti, ma efficaci. questa la sfida che Ges ci consegna. Potremmo essere tentati di credere che siano i forti, i potenti, i grandi a scrivere le sorti del mondo, della storia. Ges ci invita a non cedere a questa idolatria dellapparenza. Egli lunico Signore che ha a cuore le sorti dellumanit e ci chiama a collaborare con lui nellopera di seminagione. Vivere la speranza e coltivare la fiducia possibile se accogliamo linvito di Ges a seminare. Dobbiamo fermamente credere nel potere della semina perch i sogni degli uomini non vengano infranti, lutopia non sia ingoiata dalla rassegnazione e la profezia zittita dal fatalismo. Gettiamo a piene mani il seme della speranza e del bene. Seminiamo dappertutto: sulla strada, tra le spine, tra i sassi. Il tempo della mietitura non tarder. Lostinazione nel seminare ci doner di vedere il deserto fiorire e di contemplare fiori tra le rocce. E i nostri semi di bene diverranno arbusti che offriranno riparo a quanti credevano che la speranza fosse ormai un lusso da non potersi pi permettere.

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XII DOMENICA
In quel medesimo giorno, verso sera, disse loro: Passiamo all`altra riva. E lasciata la folla, lo presero con s, cos comera, nella barca. C`erano anche altre barche con lui. Nel frattempo si sollev una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: Maestro, non t`importa che moriamo?. Destatosi, sgrid il vento e disse al mare: Taci, calmati!. Il vento cess e vi fu grande bonaccia. Poi disse loro: Perch siete cos paurosi? Non avete ancora fede?. E furono presi da grande timore e si dicevano l`un l`altro: Chi dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono? (Mc 4,35-41).

QUANDO SONO DEBOLE, E ALLORA CHE SONO FORTE Il Maestro non cede allo scoraggiamento. Ha a cuore che il seme della sua Parola giunga in ogni dove. di qui lurgenza di passare allaltra riva in terra pagana. Ogni nuovo fronte di evangelizzazione fonte di timori e preoccupazioni. I discepoli avvertono questo disagio, anche se non riescono a manifestarlo al loro Maestro. Ma c un particolare del racconto evangelico che ci lascia intravedere la titubanza dei discepoli nei confronti di questa scelta di Ges. Essi non sanno darsi ragione della decisione di passare allaltra riva, in terra pagana. Ci si pu forse illudere di trovare accoglienza migliore in terra straniera dopo il rifiuto opposto da quelli della propria terra? I discepoli sono disorientati. Accettano la decisione del Maestro non mostrano poi tanta convinzione. Infatti lasciata la folla, lo presero con s, cos comera, nella barca. Lo presero cos comera. Unincidentale che rivela lo scetticismo dei discepoli. Nel loro cuore non c ancora spazio per la fiducia e labbandono. Sono troppo schiavi delle logiche umane. Cristo discretamente rimane a poppa e dorme. La fiducia non ha bisogno di strategie persuasive. Arriver il momento che si far strada da sola nel cuore dei discepoli. Di l a poco il mare si fa grosso, in tempesta. I discepoli smaniano dalla paura. Cristo dorme. La protesta e linvocazione di aiuto dei discepoli non si fa attendere: Maestro, non t`importa che moriamo?. Cristo interviene e placa la tempesta. Egli dorme finch noi non sperimentiamo la nostra vulnerabilit, la nostra fragilit e non ci apriamo allinvocazione. Dio dorme quando luomo presume di s, quando persuaso di potercela fare con le proprie forze. Il Signore prende in mano il timone della barca della nostra vita quando riconosciamo di non poter fare a meno di lui. quando siamo pieni di boria, di supponenza, egli rimane a poppa e dorme. Egli dorme non perch non gli importi della nostra vita ma perch ha deciso di farci sperimentare fino in fondo lavventura della nostra libert umana. Dio interviene quando la nostra libert sperimenta la vulnerabilit e il limite e si apre allinvocazione. Dobbiamo purtroppo costatare che luomo contemporaneo difficilmente incline a riconoscere la propria vulnerabilit. La dovizia di mezzi, di possibilit, di ricchezze, di potere, di doti, di opportunit, di cui disponiamo noi uomini del nostro tempo, ci inducono spesso a presumere di noi stessi. C un titanismo subdolo che si insinua nelle nostre menti e nei nostri cuori che fa assopire in noi il desiderio di Dio.
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Ma non possiamo essere ciechi dinanzi alla quotidiana esperienza di fragilit che caratterizza la nostra esistenza di uomini. Le cronache di ogni giorno ci mettono di fronte a realt di vulnerabilit della nostra condizione umana. Se i nostri sogni sono popolati da immagini titaniche, la nostra realt purtroppo ci fa fare lesperienza di Sisifo. Ci ritroviamo spesso rotolati a valle, nella nostra valle di lacrime. Come non invocare lintervento del Maestro? Cristo non tarda ad intervenire: Destatosi, sgrid il vento e disse al mare: Taci, calmati!. Quando la nostra esperienza del limite approda allinvocazione, Ges non ci lascia in preda alle potenze del male. Non permette che il male ci ghermisca e ci nuoccia irreparabilmente. Quando sperimentiamo la nostra debolezza e imploriamo lintervento del Maestro ci ritroviamo ad essere forti. lesperienza dellapostolo Paolo: quando sono debole, allora che sono forte (2Cor 12,10). La consapevolezza della nostra creaturalit e della nostra vulnerabilit ci deve far volgere lo sguardo a colui al quale anche il vento e il mare obbediscono per non rimare travolti dal mare della vita. Non possiamo intentare alcun processo a Dio di fronte ai nostri fallimenti irreparabili se siamo rimasti prigionieri nel nostro umano orgoglio e incapaci di implorare lintervento di Dio nella nostra vita. Egli ha continuato a dormire. Certamente ha fatto sogni turbati. Non pu dormire sonni tranquilli un Padre che sa che i suoi figli navigano in cattive acque. Ma la nostra libert rimane una sfida permanente anche per il Signore. Quando noi raggiungiamo il fondo del mare senza aver invocato il suo aiuto, anchegli sinabissa in un mare di dolore. Dio e uomo: due partner indissolubilmente uniti. A noi uomini la responsabilit di non fare del male a noi e a Dio stesso.

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XIII DOMENICA
Essendo passato di nuovo Ges all`altra riva, gli si radun attorno molta folla, ed egli stava lungo il mare. Si rec da lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giiro, il quale, vedutolo, gli si gett ai piedi e lo pregava con insistenza: La mia figlioletta agli estremi; vieni a imporle le mani perch sia guarita e viva. Ges and con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, udito parlare di Ges, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli tocc il mantello. Diceva infatti: Se riuscir anche solo a toccare il suo mantello, sar guarita. E subito le si ferm il flusso di sangue, e sent nel suo corpo che era stata guarita da quel male. Ma subito Ges, avvertita la potenza che era uscita da lui, si volt alla folla dicendo: Chi mi ha toccato il mantello?. I discepoli gli dissero: Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?. Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna impaurita e tremante, sapendo ci che le era accaduto, venne, gli si gett davanti e gli disse tutta la verit. Ges rispose: Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va in pace e sii guarita dal tuo male. Mentre ancora parlava, dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: Tua figlia morta. Perch disturbi ancora il Maestro?. Ma Ges, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: Non temere, continua solo ad aver fede!. E non permise a nessuno di seguirlo fuorch a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava. Entrato, disse loro: Perch fate tanto strepito e piangete? La bambina non morta, ma dorme. Ed essi lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con s il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entr dove era la bambina. Presa la mano della bambina, le disse: Talit kum, che significa: Fanciulla, io ti dico, alzati!. Subito la fanciulla si alz e si mise a camminare; aveva dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. Ges raccomand loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e ordin di darle da mangiare (Mc 5,21-43).

LINCONTRO CHE DONA LA VITA I due casi, di guarigione e di risurrezione, che levangelo odierno ci prospetta, pur nella loro eccezionalit , sono come emergenze rivelative. Attraverso la malattia e la morte, levangelo avvia una lettura teologica sulluomo, sulla sua vitale situazione. Allincontro del Regno, che riceve la sua concentrazione personale in Ges, si muove unumanit segnata dalle piaghe della sofferenza e della morte. La malattia si conferma come epifania di unumanit devastata sotto la presenza ed il dominio del male. Nella rivelazione di Cristo lumanit che sotto lombra tetra della malattia e della morte visitata dalla forza di sanazione e di liberazione che il Regno apporta. Allepifania della presenza e della potenza del Regno nella persona di Ges, fa da riscontro lattenzione e lappello a quel riconoscimento ed accoglienza da parte delluomo che la fede. Lemorroissa mossa, forse, da una fede solo abbozzata, inficiata da magia, ma nellincontro e nel dialogo con Ges essa accolta ed evoluta nella direzione della fede che sana e salva.
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Anche la fede di Giairo, che pure si pronuncia con una maggiore linearit, subisce la prova della delusione e del naufragio ed esplicitamente richiamata da Ges a una costanza e radicalit capace di trascendere levidenza. Cos, nellincontro con Ges, il Regno si fa prossimo alluomo. Con tutta la sua potenza vivificante: della fede avvertirne la presenza ed affidarsi, oltre ogni umano calcolo, alla sua capacit di trasformazione e di rinnovamento. Ges donatore di vita, nel duplice senso che la sana e la salva. I due episodi evangelici sono la narrazione potente e suggestiva di due vite ricostituite, sottratte al potere della malattia e della morte. Ma in che modo Ges ricostituisce la vita? In virt di che cosa la strappa alle potenze della negativit, che disintegra il corpo e priva lio della possibilit di vivere? Qual il segreto della sua prassi che fa rifiorire la vita e suscita meraviglia? La forza terapeutica di Ges risiede nel suo cuore buono, che adesione alla volont del Padre, a sua volta amore radicale per i fratelli. Ges ricostituisce lo spazio vitale, restituendo il corpo alla donna malata e alla bambina morta, non con la messa in opera di un potere speciale, ma con linstaurazione della originaria condizione paradisiaca. Restituiti alla vita, i corpi dellemorroissa e della figlia di Giairo tornano ad essere gli abitatori dellEden. Guarendo e risuscitando i loro corpi, Ges non allude a niente altro che non sia la ricostituzione del mondo buono e riuscito, frutto della potenza ricreatrice dellamore. Ges il Messia inviato da Dio nella nostra storia per mostrarci limmagine dellUomo nuovo, come Dio lo ha pensato fin dalla creazione, come descritto nellEden e come di nuovo deve tornare a essere. lincontro (raffigurato dal contatto corporeo) con questo Messia a ristabilire la persona umana nella sua originaria integrit, disintegrata dalle vicende peccaminose dellumanit e dissolta dalla condizione mortale in cui si venuta a trovare. La certezza che la nostra vita nelle mani del Dio dei viventi non permette di scadere nella tentazione di pensare che lesistenza delluomo sia irreparabilmente destinata a finire nel non senso. Lazione stessa di Ges volta togliere la paura della morte che definisce la massima schiavit delluomo e la radice di ogni altra schiavit dalla quale Lui viene a liberare. Ges ci esorta a fidarci della sua parola, a continuare ad avere fede e ci strappa sia dalla infermit colta come castigo definitivo di Dio, sia dalla paura della morte. Dio ha creato luomo per la vita e non per la disfatta. La morte non appartiene al progetto originario di Dio e in Ges, noi discepoli possiamo contemplare Dio che ridona la vita. Da qui per scaturisce anche per noi il dovere di farci diffusori di vita. Ges, liberandoci dalla paura della malattia e della morte, ci toglie dalla paralisi dello scetticismo e vivifica in noi la capacit di servizio e di amore ai fratelli nella necessit. Ges che si avvicina ai malati e li risana condividendo la loro sorte diventa il modello per noi suoi discepoli affinch ci facciamo attenti ai fratelli che vivono nella necessit e invocano speranza, indicando loro il Signore della vita, agli occhi del quale ogni esistenza preziosa e oggetto della sua consolazione e misericordia.

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XIV DOMENICA
Partito quindi di l, and nella sua patria e i discepoli lo seguirono. Venuto il sabato, incominci a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: Donde gli vengono queste cose? E che sapienza mai questa che gli stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?. E si scandalizzavano di lui. Ma Ges disse loro: Un profeta non disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua. E non vi pot operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guar. E si meravigliava della loro incredulit. Ges andava attorno per i villaggi, insegnando (Mc 6,1-6).

LO SCANDALO DEL CRISTIANESIMO Quando sperimentiamo la fatica di credere, siamo tentati di credere che i contemporanei di Ges siano stati pi fortunati di noi a motivo del fatto che hanno potuto godere della sua presenza tangibile. Ma ecco che questa pagina evangelica smonta questa nostra convinzione e ci fa prendere atto della notevole difficolt dei conterranei, dei correligionari di Ges a credere nella sua persona. Costoro infatti si scandalizzano di lui. sulle prime rimangono meravigliati, stupiti, ammirati della sua sapienza, dei suoi prodigi. Non passa molto che questo slancio viene smorzato da considerazioni banali e perniciose e la meraviglia si tramuta in scandalo. Infatti rimangono prigionieri dei pregiudizi che nutrono sul conto di Ges. Questi pregiudizi nascono dal considerare lorigine familiare e sociale di Ges: Non costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?. Potremmo affermare che il motivo dello scandalo nel incarnazione di Cristo. Egli da Dio si fatto uomo, uomo qualunque. difficile riconoscere la presenza del Messia divino nei panni di un uomo qualunque, delluomo comune. Eppure questa la novit e lo scandalo del cristianesimo. Dio diventato uno di noi. Ci verrebbe pi facile scorgere la sua presenza in realt sensazionali, portentose. Invece dobbiamo riconoscere il Messia nelle vestigia umane. Nella sua patria Ges sperimenta quanto gi levangelista Giovanni aveva detto parlando del mistero dellincarnazione: Egli era nel mondo eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non lhanno accolto (Gv 1,10-11). Il dramma del rifiuto di Cristo un dramma che si consuma non solo tra coloro che non credono, ma anche nel nostro cuore di credenti. Quante volte ignoriamo o eludiamo la presenza di Dio nella nostra vita! Dio si affianca a noi nella persona delluomo anonimo, delluomo della strada e noi non sappiamo o non vogliamo scorgerne la sua presenza. Spesso ci capita di non cogliere i segni della visita di Dio nella nostra vita solo perch chi si fatto incontro a noi, con la parola o con un gesto, aveva i panni dimessi delluomo comune. In cuor nostro affiorato lo stesso sospetto dei contemporanei di Ges: Da Nazaret pu mai venire qualcosa di buono? (Gv 1,46). Dio nascosto nel figlio del carpentiere. una sfida per quanti associano la presenza di Dio alla spettacolarit, alla potenza dellimmagine, ai segni imponenti e
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vistosi. una sfida per noi che siamo chiamati a scorgere la presenza di Dio nelle spoglie delluomo debole, anonimo, fragile, insignificante. Tra le pieghe delle mani del figlio del carpentiere si nasconde una sapienza ben pi alta di colui che appare nelle vesti di intellettuale. la sapienza che come architetto ha disposto le fondamenta della terra (Prov. 8,30). Dobbiamo avere occhi e cuore attenti a scorgere la presenza di Dio nei segni deboli e apparentemente insignificanti. Egli, divenendo uno di noi, ha assunto la condizione di servo (Fil 2, 7). Non possiamo pretendere di incontrarlo nei palazzi del potere. Egli nelle botteghe dei nostri villaggi, dove uomini discreti e laboriosi, affrontano la quotidiana fatica della vita, custodendo nel cuore la sapienza del figlio del carpentiere che ha lavorato con mani duomo, ha amato con cuore di uomo, ha pensato con mente di uomo. Questo non ci scandalizza, anzi ci f sperimentare la meraviglia e la compagnia del Dio con noi.

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XV DOMENICA
Allora chiam i Dodici, ed incominci a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi. E ordin loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: n pane, n bisaccia, n denaro nella borsa; ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche. E diceva loro: Entrati in una casa, rimanetevi fino a che ve ne andiate da quel luogo. Se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi ascolteranno, andandovene, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza per loro. E partiti, predicavano che la gente si convertisse, scacciavano molti demni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano (Mc 6,7-13).

CHIAMATI E MANDATI AD EVANGELIZZARE La figura dellevangelizzatore al centro della Parola di Dio di questa domenica. Dio da sempre invia messaggeri, profeti che a suo nome parlino e richiamino alle esigenze dellAlleanza. Non la prestanza fisica, nemmeno la sapienza umana sono condizioni per essere scelti e mandati. Ma lelezione, assolutamente gratuita, da parte di Dio ci che legittima e autorizza a presentarsi come suoi autorevoli rappresentanti. Colui che viene inviato rimane a completa disposizione di Dio che indica anche le modalit e i mezzi della missione perch lannuncio sia efficace. I Dodici sono inviati da Ges. La loro autorit si fonda proprio su questo mandato del maestro che conferisce a loro la stessa potest e li legittima come suoi rappresentanti. Se pertanto diventano partecipi della stessa autorit, lo sono anche nelle modalit dellannuncio che rimane ancora saldamente alla figura di Ges. Gli apostoli non solo nel contenuto, ma anche nella forma sono vincolati da queste disposizioni. Il distintivo del discepolo autentico il distacco dai beni terreni e dai calcoli interessati di questo mondo. Linvio dei discepolo rappresenta un momento culminante dellattivit di Ges. Sono stati chiamati e sin dallinizio della vita pubblica seguono il maestro (cfr. Mc 1,16-20), costituiti perch stessero con lui (cfr. Mc 3,13-19) e sono ancora mandati a due a due a continuare la missione di Ges. Questa sequenza non casuale, ma corrisponde a un disegno preciso: il discepolo costituito in quanto tale dalla chiamata di Ges, solo dopo aver condiviso la sua stessa vita, dopo cio una comunione di vita effettiva ed affettiva, viene inviato a continuarne lopera. Ora Ges, dopo la parentesi di Nazaret segnata da incredulit e ostilit, chiama a collaborare direttamente i suoi discepoli alla diffusione del Vangelo. Sono inviati secondo luso tradizionale nel giudaismo, a due a due, in modo tale che la loro testimonianza non solo sia valida e autorevole, ma sia soprattutto segno efficace di quellamore che proclamano ai fratelli. Levangelizzazione non unimpresa solitaria, ma comunitaria. Nellamore che intercorre tra i membri di una comunit si pu toccare con mano la forza rinnovatrice del Vangelo (cfr. At 2,42-48; 4, 32-35). A loro viene conferita la stessa autorit che propria di Ges, quel potere sugli spiriti immondi che sin dallinizio ha qualificato il ministero di Ges di Nazaret. Il discepolo continua in modo autorevole ed efficace la missione del maestro e questo in
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virt del mandato di Ges. Il ministero apostolico quindi continuazione della liberazione dal male e dalla schiavit del maligno che ha caratterizzato sin dallinizio lattivit pubblica di Ges. La missione quindi radicata in questa volont precisa di Ges che chiama a condividere la stessa autorit. Ne deriva direttamente che il discepolo rappresenta Cristo stesso, per cui accoglierlo significa accogliere Cristo, rifiutarlo significa allontanare Cristo che comporta un giudizio di condanna. La comunit cristiana, la chiesa, non quindi semplice accessorio o strumento del tutto periferico, ma autorevole depositaria della memoria vivente di Cristo. Il potere che viene affidato ai discepoli accompagnato da alcune istruzioni riguardo le modalit dellannuncio. Notiamo bene che queste indicazioni non appartengono allambito del consiglio, ma sono introdotte dal verbo ordin; siamo pertanto nel campo dellobbedienza. Lordine chiaro, ma onde evitare equivoci, Ges scende nei particolari: n pane, n bisaccia, n denaro, n due tuniche, ma solo il bastone e i calzari. il Ges di Luca proibir anche il bastone (cfr. Lc 9,3). Non ci possono essere dubbi, lannuncio viene portato nella povert dei mezzi, in assoluta dipendenza dalla parola del Vangelo. Queste direttive contrastano evidentemente con il nostro buon senso apostolico, preoccupato dei mezzi, di ci che si ha e di ci che si . Lo stile di vita che conduce lapostolo, in povert effettiva oltre che affettiva, testimonia lassoluta appartenenza alla causa del Vangelo. La rinuncia nel nostro caso, non riguarda il superfluo, ma ci che necessario, il rifiuto cio di quei mezzi di sussistenza che potrebbero sembrare idonei perch lannuncio sia completamente libero da preoccupazioni umane. I discepoli devono quindi avere una grande libert e disponibilit per la missione, la loro fiducia non sar nellabbondanza dei mezzi materiali, ma in colui che li manda e nella Parola da annunziare. Preoccuparsi di queste cose nellottica del Vangelo significa vivere come i pagani che sono assillati dallansia per ci che indosseranno o mangeranno (cfr. Mt 6,31-32). Cercare il regno di Dio e tutto il resto sar dato in abbondanza, perch il Padre sa di che cosa abbiamo bisogno. Cos lefficacia dellannuncio inversamente proporzionale allefficacia dei mezzi usati. Chi annuncia non deve aver nulla che lo appesantisca, deve essere leggero e sgombro, non tanto di cose materiali, quanto piuttosto libero da interessi umani, da ideologie da difendere, da compromessi con le potenze di questo mondo. Occorre essere credibili. Non ammesso nessuno sforzo esteriore, nessuna sicurezza materiale, nessun fardello di ricchezza o di comodit per impressionare, abbagliare o pesare sulla fede degli altri. Lo Spirito, che soffia dove vuole, deve avere strada libera. La potenza della Parola fa a meno di questi artifici, che, anzi, infiacchirebbero il suo vigore. Si riveste di umilt e si nasconde nellindigenza. La Parola di Dio e il suo regno non si devono confondere con i mezzi o con i progetti umani (capacit, parole, denaro, alleanze, diplomazia). Il discepolo, per quanto lo riguarda, si d corpo e anima alla misteriosa potenza ricevuta da Ges: la Parola il suo tesoro e si accontenta. Il discepolo va ovunque laccoglieranno senza preferenze e discriminazioni, ma l dove viene respinto diventa testimone, nel giorno del giudizio, dellincredulit di chi ha opposto rifiuto. Lo scuotere i calzari allora diviene sinonimo di giudizio, severo monito alla responsabilit degli ascoltatori. Bisogna essere consapevoli che c anche una certa urgenza, per cui dove c opposizione si va oltre. Lapostolo ha
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davanti a s non solamente una porzione, ma il mondo intero. animato da uninquietudine che lo porta a correre per guadagnare ad ogni costo qualcuno (cfr. 1Cor 9,22ss). Questo annuncio annuncio per la vita o per la morte, per cui latteggiamento che luomo assume dinanzi a questa parola decisivo nel presente e nel futuro. Di qui lo stile di una Chiesa che deve essere missionaria, che si consacra a salvare nel nome di Cristo tutto ci che si perde sia sul piano del destino umano, come sul piano del destino divino. Tutto questo non riguarda solamente la Chiesa gerarchica, perch ogni cristiano un apostolo, e quindi un inviato in forza del Battesimo e della Confermazione. prima un chiamato a stare con il Signore e poi un inviato ai fratelli e quindi responsabile della loro salvezza. Sempre e di nuovo, ciascuno di noi mandato da Ges in mezzo ai fratelli per annunciare un messaggio di gioia e di speranza: E partiti, predicavano che la gente si convertisse, scacciavano molti demni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano. Spesso siamo pieni di preoccupazioni e di paure. Guardiamo con timore il futuro. Ma se vogliamo annunciare Cristo al mondo possiamo e dobbiamo trovare la serenit e la gioia di vivere certi che il nostro futuro nelle mani di Dio.

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XVI DOMENICA
Gli apostoli si riunirono attorno a Ges e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. Ed egli disse loro: Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po. Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano pi neanche il tempo di mangiare. Allora partirono sulla barca verso un luogo solitario, in disparte. Molti per li videro partire e capirono, e da tutte le citt cominciarono ad accorrere l a piedi e li precedettero. Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perch erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose (Mc 6,30-34).

RITIRARSI IN DISPARTE Gli apostoli hanno vissuto lesaltante avventura della missione di annuncio e ora sperimentano la fatica, la stanchezza. Ges offre loro un momento di riposo: Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po. Il riposo offerto da Cristo ai suoi discepoli un ritorno alle sorgenti. I discepoli hanno bisogno di stare con il Maestro per ricaricarsi, per ritemprarsi e attingere le energie nuove e necessarie per ritornare per le strade del mondo ad annunciare la lieta notizia. Missione e riflessione, azione e contemplazione, fatica e riposo, annuncio e preghiera: sono le coordinate della vita della Chiesa. Sono anche i poli di tensione della nostra stessa vita umana. La nostra esistenza deve essere protesa verso questi due polarit di fatica e riposo per sperimentare larmonia, lequilibrio. Sin dalle prime pagine della Bibbia Dio addita alluomo questo progetto di alternanza tra fatica e riposo: Sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno il sabato in onore del Signore tuo Dio: tu non farai alcun lavoro (Es 20, 9-10). Il giorno del riposo tempo di ristoro, di rigenerazione. tempo in cui luomo condivide con il Creatore la signoria sul creato. Il tempo del riposo ci viene offerto per recuperare il gusto della nostra umanit cos provata dallesperienza della fatica. Luomo stato creato per il riposo. Un riposo a cui si giunge attraverso lesperienza del lavoro, della fatica, del sudore. Non possiamo dimenticare che siamo fatti per il riposo non per il lavoro. Tutta la creazione orientata al settimo giorno, quando Dio cess da ogni suo lavoro (Gen 2,2). Tutto il popolo di Dio destinato a entrare nel riposo: E dunque riservato ancora un riposo sabbatico per il popolo di Dio. Chi entrato infatti nel suo riposo, riposa egli pure dalle sue opere, come Dio dalle proprie (Eb 4,10). Il compimento di ogni esistenza terrena infatti suggellato con un augurio: Leterno riposo dona a lui, Signore (Dalla Liturgia). Queste testimonianze bibliche e liturgiche attestano che siamo fatti per stare a faccia a faccia con Dio in un contesto di riposo, cio di gratuit, al di fuori di ogni logica di prestazione, di produzione e di efficienza. Siamo fatti per la gratuit, per la festa. La festa lopportunit offerta alluomo per espandere le sue potenzialit di creativit, di relazionalit, di esuberanza di vita. La festa, il riposo, sono occasioni di rigenerazione per noi uomini. Purtroppo dobbiamo costatare che sovente nella nostra civilt le vacanze, al pari del lavoro, diventano un ulteriore occasione di alienazione.
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Ges ci invita ad andare in disparte, a prendere le distanze, a separarci dalle realt abituali. una separazione che deve avvenire nel cuore prima ancora che nello spazio. un atto interiore di recupero della propria signoria sulle cose, la decisione di sottrarsi alla tirannia degli eventi e delle faccende per condividere con il Signore il dominio sulle cose. Alla presenza del Signore ristabiliamo il primato di Dio nella nostra vita e il primato della nostra interiorit sulla temperie di realt esteriore che tenta di tiranneggiarci. In tal senso la vacanza opportunit di umanizzazione e di recupero della nostra autentica relazionalit con noi stessi, con Dio, con la creazione. La vacanza non tempo di evasione. Levasione fuga da se stessi. La vacanza pellegrinaggio verso il centro di noi stessi. recupero di interiorit. La vacanza occasione di apertura del cuore, di sintonia con tutti gli uomini. non fuga. Ges interrompe il suo riposo perch si commuove per le folle che erano come pecore senza pastore. Il riposo ci aiuta ad avere occhi e cuore pi vigili sulle necessit dei fratelli. Ci riconcilia con i bisogni di tutti gli uomini e ci distoglie dal nostro particulare, dai nostri bisogni personali. La vacanza vissuta in maniera autentica ci rende capaci di tenerezza, di amicizia, di perdono, di gratuit, di condivisione, ci fa avvertire fremiti di universalit e popola il nostro cuore di volti e storie di uomini che gemono sotto il peso delle ingiustizie, dei diritti negati, di una umanit mortificata. Il vero riposo ci sottrae al rischio dellabbrutimento, del cinismo, dellindifferenza, dellalienazione e ci aiuta scoprire il fascino della nostra vocazione di uomini. Per questo il Maestro ci dice: Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po. La nostra umanit non fatta per la velocit anche se la nostra civilt contemporanea vuole persuaderci a tutti costi di questo ma per la pacatezza, linteriorit, la riflessione. Ges ci invita a compiere un viaggio al centro del nostro cuore. Per molti di noi il proprio cuore una terra pi lontana di qualsiasi paese esotico. Abbiamo bisogno di riprendere i contatti con noi stessi per aprirci al gusto della contemplazione, per riscoprire il senso della meraviglia, dello stupore, della lode, della gratitudine. E saremo fieri di essere uomini. Meravigliosa la meta che ci addita Ges. Non esitiamo ad accogliere il suo invito. Egli non delude.

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XVII DOMENICA
Dopo questi fatti, Ges and all`altra riva del mare di Galilea, cio di Tiberade, e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. Ges sal sulla montagna e l si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Alzati quindi gli occhi, Ges vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: Dove possiamo comprare il pane perch costoro abbiano da mangiare?. Diceva cos per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. Gli rispose Filippo: Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perch ognuno possa riceverne un pezzo. Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: C qui un ragazzo che ha cinque pani d`orzo e due pesci; ma che cos questo per tanta gente?. Rispose Ges: Fateli sedere. Cera molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. Allora Ges prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribu a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finch ne vollero. E quando furono saziati, disse ai discepoli: Raccogliete i pezzi avanzati, perch nulla vada perduto. Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d`orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominci a dire: Questi davvero il profeta che deve venire nel mondo!. Ma Ges, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritir di nuovo sulla montagna, tutto solo (Gv 6,1-15).

PANE PER IL CUORE Per cinque domeniche di seguito avremo modo di riflettere sul Discorso del Pane. Il pane la cifra simbolica di ogni fame delluomo: fame materiale, fame di verit, di affetto, di amicizia, di fraternit, di giustizia. Senza pane luomo non pu esistere e sussistere. Ges venuto per darci pane in abbondanza. Per questo moltiplica il pane. Ma quale pane venuto a offrirci. Sul pane facile fraintendersi, proprio per la molteplicit di significati che esso racchiude. La folla si ferma al significato pi immediato, a quello materiale. Dinanzi al gesto della moltiplicazione dei pani da parte di Ges convinta che finalmente arrivato chi potr garantire il pane saziet. Ecco subito in azione il partito della pagnotta: stavano per venire a prenderlo per farlo re. Ges si sottrae a questo gioco e si ritira di nuovo sulla montagna, tutto solo. Egli venuto per ridestare nel cuore degli uomini non la fame di pane materiale quello bisogna procurarselo col sudore del volto (Gen 3,19) ma la fame di verit, di giustizia, di condivisione, un messaggio scritto gi nello stesso gesto della moltiplicazione dei pani. Egli infatti si fa consegnare i cinque pani dorzo e i due pesci che aveva un ragazzo l presente. Ben poca cosa per sfamare tanta gente. Eppure da quel poco scaturir il molto. Il poco delluomo se rimane nelle sue mani destinato a non bastare a nessuno, se invece deposto nella mani di Dio pi che sufficiente per tutti e ne avanza. Ges ci addita cos la via maestra della condivisione per la ripartizione delle ricchezze.
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La fame di giustizia si placa attraverso la condivisione. una provocazione soprattutto per noi popoli del Nord del mondo. Finch spadroneggeremo sulle risorse della terra come padroni assoluti ed egoisti non saranno sufficienti neanche per soddisfare i nostri bisogni. Se sperimentiamo la condivisione il pane sar sufficiente per tutti. in fondo questo il miracolo che Ges pretende da noi uomini. dobbiamo riconsegnare i beni della creazione nella mani di Dio. quanto facciamo, per esempio, nella celebrazione dellEucarestia. Noi riconsegniamo a Dio il pane il vino, frutti della terra e del lavoro delluomo, e Dio li riconsegna nelle nostre mani con sovrabbondanza di grazia, trasfigurandoli in Corpo e Sangue di Cristo. Offriamo a Dio un dono modesto e Dio ci riconsegna un dono ineffabile. questa legge nuova che Ges ci invita a inaugurare nella nostra esistenza concreta. Operare il miracolo della condivisione significa trascendere la nostra fame materiale e aprirsi alla fame di fraternit, di giustizia, di amore, di pace. Siamo chiamati a rendere permanente nella storia il miracolo della moltiplicazione dei pani per liberare il nostro cuore dalla schiavit dellavidit, della brama del possesso e gridare a tutti che noi uomini non siamo solo bocche da sfamare, ma soprattutto cuore da riempire di gioia, di amore, di amicizia per gustare la compagnia dei fratelli nel cammino della vita. Per questo Ges si fatto nostro compagno (da cum panis) di viaggio e ci ha donato il suo Pane di Vita.

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XVIII DOMENICA
Quando dunque la folla vide che Ges non era pi l e nemmeno i suoi discepoli, sal sulle barche e si diresse alla volta di Cafarnao alla ricerca di Ges. Trovatolo di l dal mare, gli dissero: Rabb, quando sei venuto qua?. Ges rispose: In verit, in verit vi dico, voi mi cercate non perch avete visto dei segni, ma perch avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell`uomo vi dar. Perch su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo. Gli dissero allora: Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?. Ges rispose: Questa l`opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato. Allora gli dissero: Quale segno dunque tu fai perch vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo . Rispose loro Ges: In verit, in verit vi dico: non Mos vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi d il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio colui che discende dal cielo e d la vita al mondo. Allora gli dissero: Signore, dacci sempre questo pane. Ges rispose: Io sono il pane della vita; chi viene a me non avr pi fame e chi crede in me non avr pi sete (Gv 6,24-35).

FAME DI VERITA La folla continua a mettersi sulle tracce di Ges. La folla cerca Cristo. Perch lo cerca? Ges stesso a rivelare i loro pensieri: In verit, in verit vi dico, voi mi cercate non perch avete visto dei segni, ma perch avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Luomo ha fame. La fame lespressione che pi caratterizza la nostra condizione umana. Luomo un essere vorace. La nostra stessa esperienza di peccato fu inaugurata da un atto di voracit: Allora la donna vide che lalbero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangi, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anchegli ne mangi (Gen 3,6). Nellistinto della fame iscritta la nostra brama di assumere, possedere, divorare il mondo. La nostra esistenza si snoda allinsegna della fame: fame di successo, di affetto, di stima, di ideali, di potere. La fame la metafora della nostra stessa vita umana. Ges desidera orientare la nostra fame perch ciascuno di noi abbia a nutrirsi di ci che veramente pu saziarlo, riempirlo. Spesso la nostra vita risucchiata dal vortice dellansia nellintento di soddisfare bisogni che non placano la nostra fame. Cristo ci fa volgere lo sguardo a lui per scoprire che la nostra vera fame fame di verit, di amicizia, di amore. solo in lui ogni nostra fame placata. Egli il Pane della vita, il nutrimento della nostra esistenza. Egli il Pane che nutre la nostra interiorit, che rinvigorisce la umanit troppo invischiata nel soddisfare bisogni indotti e vacui. Egli verit per la nostra intelligenza, amore per il nostro cuore, speranza per la nostra vita. La nostra civilt dei consumi sta perpetrando un tradimento nei confronti della nostra stessa dignit di uomini. orienta ogni nostra fame solo in senso materiale,
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orizzontale e ci condanna allinsoddisfazione. Noi siamo fatti per linfinito, per Dio e il nostro cuore inquieto finch non riposa in lui (S. Agostino). Solo in Cristo, Pane di vita, ogni nostro anelito saziato, ogni nostro sogno, ogni nostra speranza realizzata. Dobbiamo cercare Cristo. Dobbiamo sempre metterci sulle sue tracce ma non perch egli possa saziarci di pane materiale ma perch solo in lui la nostra vita ricolmata in pienezza.

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XIX DOMENICA
Intanto i Giudei mormoravano di lui perch aveva detto: Io sono il pane disceso dal cielo. E dicevano: Costui non forse Ges, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come pu dunque dire: Sono disceso dal cielo?. Ges rispose: Non mormorate tra di voi. Nessuno pu venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciter nell`ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verit, in verit vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo il pane che discende dal cielo, perch chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivr in eterno e il pane che io dar la mia carne per la vita del mondo (Gv 6,41-51).

IN CRISTO E PLACATA OGNI NOSTRA FAME Possiamo senzaltro affermare che Ges con il discorso di Ges nella sinagoga di Cafarnao si gioca il suo destino. Infatti ai suoi uditori non pu che suonare provocatoria e assurda la sua pretesa di essere il pane della vita. La simbologia del pane ci pone dinanzi ad una verit essenziale della nostra condizione umana: la nostra vita di uomini caratterizzata dallessere famelici. Tutto il nostro essere proteso a placare la fame, qualsiasi essa sia. Dalla nostra condizione umana sale un profondo bisogno di pane, pane materiale, pane di verit, pane di salvezza. Ogni nostro anelito, ogni nostra fame non pu che essere colmata dallalto. Luomo non pu essere pane per la sua fame. Ecco perch Ges dice: Io sono il pane disceso dal cielo. Solo dal cielo, da Dio pu venire a noi il compimento di ogni nostra fame. Questo pane che placa ogni nostra fame ha un nome, una persona: Ges. proprio questa pretesa di Ges che diventa motivo di scandalo per i Giudei. Essi sono sopraffatti dallincredulit: Costui non forse Ges, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come pu dunque dire: Sono disceso dal cielo?. Lincredulit, la diffidenza la prima tentazione delluomo. Luomo spesso non arriva a placare la sua fame perch vinto dalla diffidenza, dal sospetto, dallincredulit. Luomo rimane frustrato nei suoi aneliti pi intimi, pi autentici, perch non si fida e non si affida. Ecco la risposta di Ges: In verit, in verit vi dico: chi crede ha la vita eterna. Dallabbandono, dalla fiducia, scaturisce il dono della vita eterna. un dono che ci raggiunge gi al presente. infatti allindicativo presente la forma verbale che Ges usa. Solo chi fa lesperienza dellabbandono in Cristo sperimenta la pienezza della vita. Lincredulo, il diffidente, finisce col rosicchiare la vita , mai col gustarla. Cristo si offre a noi come il pane vero, come colui che porta a compimento ogni nostra fame. da stolti non accogliere la proposta di Ges. Noi uomini aneliamo alla verit ma dobbiamo prima convincerci che le nostre verit - il pane che riusciamo
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a procurarci con le nostre mani sono finite, limitate. Scriveva Papini: Gli uomini sono apprendisti dellinfinito, ma lungo la strada della vita si accorgono che hanno bisogno di essere ammaestrati prima sul senso del finito. Infatti se non ci persuadiamo del limite delle nostre umane verit non vogliamo lo sguardo al pane che discende dal cielo. Luomo contemporaneo fa fatica a nutrirsi di Cristo, pane di vita, perch convinto di riuscire a confezionare con le proprie mani il pane della verit che salva. Luomo contemporaneo presuntuoso. Ma solo Ges pu accampare la pretesa di essere il pane vivo disceso dal cielo. Lopera pi impegnativa richiesta a noi uomini latto di abbandono, di fede in Cristo. Siamo invitati a superare la tentazione dellincredulit per consegnarci nelle mani di Dio, abbandonarci in Lui, nella consapevolezza che le nostre conquiste, le nostre verit, i nostri progetti, per quanto sublimi, sono sempre segnati dal limite. Solo Cristo schiude orizzonti di infinito sulla nostra esistenza. senza Cristo il pane che confezioniamo con le nostre mani diventa pane amaro. Cristo ci invita a scommettere su di Lui per gustare la pienezza della vita, quella vita che egli venuto a donarci in abbondanza. Fidiamoci di Lui. egli lunico capace di offrirci il pane vero che riempie di eternit i nostri giorni.

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XX DOMENICA
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivr in eterno e il pane che io dar la mia carne per la vita del mondo. Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: Come pu costui darci la sua carne da mangiare?. Ges disse: In verit, in verit vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell`uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciter nell`ultimo giorno. Perch la mia carne vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, cos anche colui che mangia di me vivr per me. Questo il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivr in eterno (Gv 6,51-58) (Gv 6,5158).

PANE PER LA VITA DEL MONDO Le parole odierne di Ges ha il sapore dellarditezza infatti chi mai oserebbe dire: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciter nell`ultimo giorno? Qual il senso dellinvito di Ges? Che cosa significa mangiare di Lui? viene anche a noi da chiederci: Come pu costui darci la sua carne da mangiare?. bene scoprire prima di tutto il significato antropologico del mangiare. C un senso immediato del mangiare che appartiene alla sfera psicologica e biologica. Si mangia per nutrirsi, per rimanere in vita. Al di l di questo significato immediato il mangiare nasconde una valenza simbolica che possiamo scoprire in un alcune gesti della nostra vita umana. Per esempio, spesso la mamma accudendo la sua creatura nelle sue esigenze concrete, esce in effusioni di tenerezza che la portano a fare affermazioni del tipo: ti voglio tanto bene che ti mangerei. E a queste parole accompagni baci e persino teneri morsi per simulare quanto detto. un gesto che rivela un bisogno di assimilazione della persona a cui si vuole bene. Si vorrebbe portare laltro dentro di s. Ogni amore proteso verso questo bisogno di assimilazione: si vorrebbe essere nellaltro e si vorrebbe avere laltro dentro di s. Nelle parole di Ges si nasconde questa valenza simbolica. Egli ci ama tanto che si lascia mangiare da noi. Desidera prendere dimora dentro di noi. Nel nutrirci del Pane della vita noi assimiliamo Cristo dentro di noi e nello stesso tempo noi siamo in Cristo. Nellatto di nutrirci di Cristo si realizza la stessa realt nuziale tra luomo e la donna. Noi diventiamo una caro (Gen 2,24) con Cristo, suoi concorporei, consanguinei (S. Cirillo di Gerusalemme). Cristo ci invita a diventare una solo realt con lui nutrendoci di lui, della sua Parola e del suo Pane. Parola e Pane di vita offerti per la nostra vita. Sapienza e Pane danno gusto alla nostra esistenza. Infatti anche linguisticamente sapienza attiene a sapore a gusto. Cristo si offre a noi come Pane della vita per farci assaporare il gusto vero della vita. La nostra esistenza assimilata a Cristo, a sua volta destinata a diventare parola di sapienza e pane di vita per gli altri. Si realizza cos un meraviglioso circuito
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damore: Cristo si offre in cibo per noi; noi ci nutriamo di Cristo e diventiamo nutrimento per la vita dei fratelli. questo circuito damore che fonte di vita per il mondo. Abbandonare la stoltezza e vivere (Cfr. Prov. 9,6) significa mangiare e farsi mangiare. la legge dellamore. Mangiare di lui e farsi mangiare come lui. lunico modo per avere in noi la vita, ci dice Ges. Sottrarsi a questa legge significa condannarsi a una vita triste, rachitica, priva di amore e quindi sterile, vuota. Siamo chiamati a farci in quattro per gli altri, come Cristo. Dobbiamo perderci per ritrovarci. Dobbiamo diventare buoni come il pane perch gli altri possano attingere energia e vita da noi e ciascuno di noi possa sentirsi rigenerato dellesperienza del dono e sperimentare la vita in abbondanza.

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XXI DOMENICA
Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: Questo linguaggio duro; chi pu intenderlo?. Ges, conoscendo dentro di s che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell`uomo salire l dovera prima? E` lo Spirito che d la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. Ma vi sono alcuni tra voi che non credono. Ges infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E continu: Per questo vi ho detto che nessuno pu venire a me, se non gli concesso dal Padre mio. Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano pi con lui. Disse allora Ges ai Dodici: Forse anche voi volete andarvene?. Gli rispose Simon Pietro: Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio (Gv 6,60-69).

UN PANE DURO Era un giorno di primavera. Per le strade della Galilea si aggirava un rabb di nome Ges. Era raro vederlo camminare da solo. Sempre circondato da una cerchia di uomini invaghiti di lui. Avevano lasciato famiglia, lavoro, amici e avevano ceduto al fascino di quel Maestro di Nazaret. Anche questa volta era in loro compagnia. Strada facendo parlavano del regno di Dio, dei gigli del campo, degli uccelli del cielo, del Padre che nei cieli, della gioia del servizio e della condivisione. del fascino dellamore fraterno e del perdono. Dun tratto saccorgono che la cerchia si allargata. Una folla immensa di uomini, donne, bambini stavano facendo la strada con loro, sedotti dal loro dire. Il Maestro di Nazaret passa in rassegna i loro sguardi e scorge nei loro occhi i segni della fame. Un popolo da saziare, dunque. Questa volta non solo di parole, ma anche di pane. I discepoli sgomenti si guadano lun laltro. I loro sguardi tradiscono un senso di impotenza dinanzi a tanto bisogno. Fanno cenno al Maestro di licenziare la folla. Dove trovare tutto il pane per sfamare tanta gente? Il Maestro costretto a intervenire. Egli sa bene che le parole non riempiono lo stomaco. Urge il pane. La prova del pane la sfida per ogni messia.
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Bastano cinque pani e due pesci e il miracolo compiuto. La folla finalmente sfamata. Il cammino prosegue. Lo stuolo di persone si accoda ancora al Maestro. Come non seguire un Maestro che ti garantisce il pane? Per il pane si disposti a tutto. Ma il rabb non tarda a far cadere le maschere: In verit, in verit vi dico, voi mi cercate non perch avete visto dei segni, ma perch avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell`uomo vi dar. Perch su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo. Queste parole di Ges non temono smentita. Giunti nella sinagoga di Cafarnao, ecco la levata di scudi: Questo linguaggio duro; chi pu intenderlo?. Nessun segno di sgomento sul volto del rabb di Nazaret. Nessun cenno di scoraggiamento o di resa. Nessun timore di perdere i suoi discepoli, anzi non esita a indurli a schierarsi: Volete andarvene anche voi?. Risponde Pietro per tutti, il pi istintivo ma anche il pi intuitivo, il pi ricalcitrante ma anche il pi generoso: Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!. Dove andare lontano dal Maestro? Affidarsi nuovamente alla confusione, allo smarrimento, al disorientamento? vero che noi uomini abbiamo bisogno di pane per saziare i nostri corpi Ma abbiamo ancor pi bisogno di nutrire il cuore col pane della verit. E questo pane viene solo dal cielo. Signore, vogliamo continuare a camminare con te sulle strade della vita, anche se dobbiamo sposare la precariet, la provvisoriet, la povert. Non lasciarti tentare dalla nostra mediocrit, Signore. Non svendere il tuo Vangelo! Non praticare sconti! Vogliamo affidarci con slancio tre le tue braccia, anche se spesso percepiamo la durezza del tuo discorso. Ma una durezza che libera il cuore, che schiude orizzonti inediti di vita. una durezza che ci rende veramente felici, anche si di una felicit a caro prezzo, ma lunica che ci salva, che ci rende veramente uomini, pienamente uomini. Signore, donaci sempre la forza, il coraggio, la capacit di osare per Te e con Te soprattutto quando le tue parole hanno il sapore dellasprezza.
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Siamo certi che non ci inganni. Solo tu hai parole di vita eterna. XXII DOMENICA
Allora si riunirono attorno a lui i farisei e alcuni degli scribi venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani immonde, cio non lavate - i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavate le mani fino al gomito, attenendosi alla tradizione degli antichi, e tornando dal mercato non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, stoviglie e oggetti di rame - quei farisei e scribi lo interrogarono: Perch i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani immonde?. Ed egli rispose loro: Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini. Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c nulla fuori dell`uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall`uomo a contaminarlo. Dal di dentro infatti, cio dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultri, cupidigie, malvagit, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l`uomo (Mc 7,1-8.14-16.21-23).

LESSENZIALE E INVISIBILE questa una pagina evangelica che possiamo considerare la perla dei testi sacri di tutte le religioni. Ci fa toccare quasi con mano il fascino che promana dalla persona di Ges. Un fascino che deriva soprattutto dal senso di libert e di gioia che emana la sua persona. La libert e la gioia sono due costituivi fondamentali della nostra condizione umana. Dobbiamo per costatare che libert e gioia sono elementi destabilizzanti per la vita sociale e religiosa istituzionalmente organizzata. Infatti i responsabili delle istituzioni cercano di porre convenzioni e tradizioni come argini alla libert e della gioia. quanto facevano scribi e farisei al tempo di Ges. Gli scribi e i farisei erano lespressione del ceto medio, della borghesia, ed erano fautori della morale borghese, stabilivano le leggi del galateo, industriandosi di far apparire ogni umana prescrizione come derivante dallautorit divina. proprio questultimo aspetto che suscita lindignazione di Ges. Lindignazione di Ges occasionata dallappunto che costoro fanno ai discepoli nel vederli mettersi a tavola senza aver adempiuto losservanza delle prescrizioni previste prima di sedersi a mensa: Perch i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani immonde? Ges non esita a smascherare duramente lipocrisia di questi scribi e farisei: Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore lontano da me. Invano essi mi rendono culto,
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insegnando dottrine che sono precetti di uomini. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini. Lipocrita era lattore colui che nelle opere teatrali greche indossava la maschera per recitare la sua parte. Per quegli attori era una parte riservata ad un momento, il momento della rappresentazione teatrale. Noi, purtroppo, a motivo delle convenzioni sociali, ci condanniamo a indossare la maschera di attori per tutta la vita. In tal modo ci condanniamo a mortificare lumanit che in noi perch a lungo andare le convenzioni, le tradizioni e ogni altra osservanza costruita da noi uomini, diventa la gabbia dorata in cui ciascuno consuma la massima frustrazione della sua umanit. Ges venuto per insegnarci a vivere in pienezza, in libert, in gioia sovrabbondante. venuto per liberarci dallasfissia a cui noi uomini ci condanniamo con le nostre stesse mani. Ciascun uomo chiamato a sprizzare vitalit, gioia, libert. Ges ha dato prova di tutto questo attraverso la sua vita. Ecco perch emanava un fascino irresistibile. Lessenza del nostro rapporto con Dio non pu essere sostituito dalle tradizioni create da noi uomini. Ges ha testimoniato di essere il pi grande genio religioso dellumanit, attraverso la sua creativit, la sua originalit, pur nella fedelt assoluta al Padre e nella purezza di cuore. A questo siamo chiamati tutti noi suoi discepoli. Non possiamo vivere il nostro rapporto con Dio come una realt angustiante, mortificante, quasi in concorrenza con la nostra vera umanit. Le leggi e le tradizioni sono il supporto dei mediocri, ma Ges ci invita a manifestare il meglio e il massimo di noi stessi, sprigionando tutte le nostre potenzialit. Ma noi ci teniamo alla nostra libert? Ges venuto per renderci uomini liberi, liberi davvero. questa lessenza del cristianesimo. Non possiamo ridurre il cristianesimo a una morale, a una funzione di moralizzazione della vita sociale. Questa un idea illuministica del cristianesimo. Unidea che svuota la proposta di Ges della carica sovversiva e liberante. Cristo vuole renderci uomini liberi, capaci di osare, impermeabili a ogni tentativo di omologazione e ogni seduzione di mediocrit. Cristo ci invita a liberare tutte le potenzialit di bene e di creativit presenti nel nostro cuore. Dobbiamo evitare di trincerarci dietro il paravento delle leggi e delle tradizioni. Non siamo chiamati a trasgredire le leggi ma a superarle con la nostra creativit e originalit. Evidentemente proprio questo che ci spaventa: il saperci unici, irripetibili, originali. Dobbiamo superare la tentazione della esteriorit, della faccia da salvare, della maschera da indossare bene perch laltro non scorga il nostro vero volto. Dobbiamo recuperare il gusto dellinteriorit, la sapienza del cuore. il cuore che il Signore scruta, non lapparenza. Non dimentichiamo che lessenziale invisibile, non quello che appare, che si vede. Abbiamo bisogno di recuperare il gusto dellessenziale per tornare a sperimentare il senso della libert e della gioia. In questo il segreto della nostra vera realizzazione. E Ges ha accettato di morire per insegnarci questo. qui la vera forza sovversiva della fede e del messaggio dellUomo di Nazaret. Noi purtroppo abbiamo ridotto la fede a copertura e supporto di ogni realt reazionaria e di ogni chiusura alla novit e alla libert. Ma a farne le spese siamo noi stessi che ci priviamo della meravigliosa avventura di una vita riuscita.
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XXIII DOMENICA
Di ritorno dalla regione di Tiro, pass per Sidone, dirigendosi verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decpoli. E gli condussero un sordomuto, pregandolo di imporgli la mano. E portandolo in disparte lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli tocc la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: Effat cio: Apriti!. E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comand loro di non dirlo a nessuno. Ma pi egli lo raccomandava, pi essi ne parlavano e, pieni di stupore, dicevano: Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti! (Mc 7,31-37).

HA FATTO BENE OGNI COSA Siamo in pieno territorio della Decapoli dove incontriamo Ges che ha appena portato a termine un viaggio che noi chiameremmo oggi missionario. Entro i confini fenici di Tiro e di Sidone Ges ha constatato con grande meraviglia lapertura di cuore di una donna sirofenicia dalla alla quale ha risposto con la generosit che lo caratterizza, liberando sua figlia da un demonio. Adesso, dopo essere sceso di nuovo nella depressione del mare di Galilea, suo luogo di attivit, fa una seconda puntata missionaria verso un altro territorio: la Decapoli. E anche qui non manca la disponibilit da parte degli abitanti di questo nuovo territorio, una disponibilit non diversa da quella constatata nel territorio di Tiro e di Sidone. Infatti anche qui, come era gi successo in Fenicia, larrivo di Ges, evidentemente preceduto dalla fama di ci che aveva compiuto in Galilea, viene avvertito come unoccasione da non perdere per chiedere e ottenere ci che impossibile agli uomini: ludito ai sordi e la parola ai muti. ci che possiamo leggere tranquillamente in quello scarni verbo iniziale al plurale: gli condussero, completato con la formulazione di una preghiera vera e propria: pregandolo di imporgli la mano. Il gesto richiesto dai Decapolani a Ges suppone la convinzione che quelluomo di Nazaret possedesse unenergia del tutto particolare che lo rendeva capace di realizzare cose assolutamente impossibili ad un uomo comune. Non si fa alcun cenno a qualche reazione particolare da parte di Ges. Quasi fosse del tutto normale per lui intervenire di fronte a richieste del genere da parte della gente. La sottolineatura viene fatta invece sul modo con cui Ges risponde ala richiesta. E portandolo in disparte lontano dalla folla. Il riferimento immediato che salta agli occhi di chi familiare con la Bibbia certamente quello di Osea 2,16: La condurr nel deserto e parler al suo cuore. E dunque la conclusione che se ne ricava potrebbe essere da un lato la necessit di appartarsi dalla gente, potremmo dire dal chiasso, per poter ascoltare; dallaltro la dimensione personale e intima di tutto ci che sta per succedere nel rapporto tra luomo sordomuto e Ges di Nazaret.
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Lascolto sar qualcosa di talmente delicato e profondo, e talmente coinvolgente, che non potr essere compiuto se non a condizione che ci si lasci portare nel deserto, cio in quello spazio in cui la folla non abbia la possibilit di interferire in alcun modo. Il servizio dei mediatori cessa nel momento in cui il sordomuto, posto a tu per tu con il Signore, si lascia prendere direttamente per mano da Colui che dice: La condurr nel deserto e parler al suo cuore. Un messaggio che, mentre da una parte si rivolge in modo netto al sordomuto di tutti i tempi, dallaltra si rivolge simultaneamente ai credenti di tutte le comunit e di tutte le generazioni, perch favoriscano e rispettino quel rapporto profondo e personale col Signore che unico permette alla Parola di farsi udire dallorecchio del cuore nellintimo della coscienza di ogni uomo. Gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli tocc la lingua. un gesto misterioso e dunque carico di un messaggio la cui comprensione non n ovvia n naturale per tutti. Il gesto di Ges che la gente pu aver intuito, potrebbe essere stato un gesto assai significativo compiuto allinterno di un contesto di amicizia profonda. Ne risulterebbe limportanza straordinaria della necessit di stabilire con il sordomuto la pi profonda intimit possibile, fino al coinvolgimento totale della fisicit, da parte di Ges, perch si realizzi lapertura allascolto e la libert di parola. Di conseguenza avremmo una proposta molto chiara per noi. La solitudine, che sempre propria di un deserto, dovr essere abitata da un rapporto vero, che coinvolga la corporeit, con Ges di Nazaret, se vorr essere fecondata dallenergia liberante che viene comunicata alluomo dal contatto con lui. Guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: Effat cio: Apriti!. Il testo biblico di riferimento che si impone allattenzione nelludire simile espressione certamente Gen 2,7: e soffi nelle narici un alito di vita e luomo divenne un essere vivente. Il testo del vangelo evidenzia tre momenti distinti che, aggiungendosi ai due gi considerati sopra, completano il quadro descrittivo del come Ges ha operato e parlato per andare incontro alle richieste della gente di intervenire in favore delluomo sordo e muto. Il primo momento indicato da quel guardando verso il cielo che indica ovviamente lo spazio abitato da Dio. Ges di Nazaret invoca dunque il Padre dal quale sa di essere sempre ascoltato e lo fa con un atteggiamento del volto e dello sguardo che sembra abituale in lui. si potrebbe dire che lo fa sia per mostrare il legame indissolubile che collega il suo agire sulla terra con la volont del Padre che nei cieli, sia per indicare la fonte dalla quale promana la sua energia guaritrice in favore delluomo. Il secondo dato da emise un sospiro che indica il gemito profondo di chi spinto da unemozione molto forte e non riesce a contenerla dentro di s. Il terzo momento il dire di Ges, che costituisce il momento terminale del rapporto stabilito col sordomuto e che si concretizza in effat, parola conclusiva ed efficace. Infatti subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. Il messaggio che se ne ricava di una drammaticit impressionante. Fare udire i sordi e far parlare i muti non un gioco da bambini n tantomeno il frutto di una formula magica pi o meno complessa, ma un evento straordinario cui ha posto mano e
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cielo e terra e che comporta un coinvolgimento tale, sia in Ges di Nazaret che nel sordomuto, da poter essere accostato a un vero e proprio attraversamento del deserto di morte dellaffidamento delluno nellabbraccio dellaltro. E, pieni di stupore, dicevano: Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!. lesperienza di una nuova nascita. In Ges, dunque, venuto Dio tra gli uomini per compiere una nuova creazione e dare compimento allopera della salvezza. Di fronte alla nostra povert la sua parola messaggio di liberazione. Nella nostra fragilit la sua parola promette guarigione. Accostiamoci dunque a lui con fiducia, perch i nostri occhi vedano, i nostri orecchi odano e la nostra lingua gridi di gioia davanti alla bont del Signore.

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XXIV DOMENICA
Poi Ges part con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesara di Filippo; e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: Chi dice la gente che io sia?. Ed essi gli risposero: Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti. Ma egli replic: E voi chi dite che io sia?. Pietro gli rispose: Tu sei il Cristo. E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno. E cominci a insegnar loro che il Figlio dell`uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. Ges faceva questo discorso apertamente. Allora Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimprover Pietro e gli disse: Lungi da me, satana! Perch tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini. Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perch chi vorr salvare la propria vita, la perder; ma chi perder la propria vita per causa mia e del vangelo, la salver (Mc 8,27-35).

UN MESSIA ASSURDO I discepoli hanno ormai condiviso tre anni al seguito del Maestro. Hanno sperimentato con Lui la fatica e la gioia della evangelizzazione. Hanno provato lo stupore e la meraviglia per i prodigi che il Maestro di Nazaret ha compiuto per le strade della Galilea. In cuor loro cominciano a farsi strada quei sogni di gloria che caratterizzavano non solo i discepoli ma lintero Israele, quel popolo che da una carovana di secoli nutriva la speranza del Messia. Ma di quale Messia? Chi sarebbe stato il Cristo, il Messia? Non cerano dubbi. Nel cuore di ogni pio israelita il Messia aveva i contorni del liberatore, del rivoluzionario, delluomo forte che sarebbe a rovesciare i potenti dai troni, il potente di Roma che allungava le sue mani fin in terra di Palestina. Era questa lidentit del Messia che avevano in mente gli ebrei e i discepoli di Ges. Per questo Ges avverte lurgenza di fare chiarezza; vuole mettere le carte in tavola. Con finezza pedagogica comincia il discorso alla larga, come diremmo noi: Chi dice la gente che io sia?. Per i discepoli non difficile riferire le opinioni degli altri sul Maestro di Nazaret. Daltronde sappiamo bene che arte facile riferire le altrui opinioni. Molto pi impegnativo esporsi in prima persona. I discepoli non esitano pi di tanto a riferire ci che la gente pensa di Ges: Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti. Con questa risposta i discepoli credono di aver chiuso largomento, di averla fatta franca. Ma non cos. Ges stringe il cerchio e chiama ognuno di loro a dare una risposta personale: E voi chi dite che io sia?. Ossia: qual lidea che vi siete fatta della mia persona? Il Maestro di Nazaret nei vostri sogni, nei vostri pensieri, nei vostri progetti quali tratti assume?. Pietro, impulsivo e intuitivo al contempo, non indugia, subito risponde: Tu sei il Cristo. La risposta giusta. Si tratta di verificare se i tratti del Messia che ha in cuore Pietro corrispondono alla figura di Messia che Ges venuto ad inaugurare. Dalla reazione di Ges capiamo subito che nel cuore di Pietro e dei suoi compagni lidea di Messia era quella comune a qualsiasi altro ebreo. Per questo Ges impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno. Ges ha bisogno prima di chiarire
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ai discepoli la sua identit di Messia. Egli un Messia che deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno. Un Messia dunque che deve soffrire. Perch deve soffrire? Da dove nasce questa necessit di soffrire? Ci pu essere qualcosa o qualcuno che determina le necessit di Dio? Gi Martin Lutero parlava di una necessitas passionis. In questa espressione c lassurdit di tutto il cristianesimi e nello stesso tempo la novit di tutto levangelo. In questa necessit di sofferenza, di morte e di risurrezione si nasconde il senso di Cristo, della sua vita. questo senso che dobbiamo scoprire perch ciascuno di noi sappia dare una risposta autentica alla domanda: E voi chi dite che io sia?. una domanda che dobbiamo sentire risuonare in tutta la sua attualit, soprattutto alle soglie del Grande Giubileo del Duemila. Il Papa la sta facendo riecheggiare in tutto il mondo. Per noi uomini, dopo duemila anni, chi il Cristo? Un uomo qualunque? Un grande pensatore? Un maestro illuminato? Un filosofo? Un guaritore? Un moralizzatore? Ciascuno, lungo i secoli, ha sottolineato uno di questi aspetti. Ma qual lidentit che Cristo rivela di se stesso? unidentit che sconvolge il nostro umano buon senso, le nostre logiche borghesi. un Cristo che appare in tutta la sua dimensione di assurdit. quanto sottolinea con molta acutezza un cristiano tormentato del nostro tempo, Ignazio Silone. Egli afferma: Se per il cristianesimo viene spogliato delle sue cosiddette assurdit per renderlo gradito al mondo, cos com, e adatto allesercizio del potere, cosa ne rimane? Voi sapete che la ragionevolezza, il buonsenso, le virt naturali esistevano gi prima di Cristo, e si trovano anche ora presso molti non cristiani. Che cosa Cristo ci ha portato in pi? appunto alcune apparenti assurdit. Ci ha detto: amate la povert, amate gli umiliati e offesi, amate i vostri nemici, non preoccupatevi del potere, della carriera, degli onori, sono cose effimere, indegne di anime immortali. Ges lincarnazione di unimpresa pazza. Insomma, Ges la negazione del buonsenso. Eppure: sarebbe stato un modello ideale, secondo il buon senso raccomandatoci dai preti mi auguro di non essere tra costoro e dai gerarchi, se si fosse ammogliato, avesse avuto molti figli un suocero una suocera cognati cognate nipoti, se avesse ingrandito la sua bottega di falegname, e risparmiando sul salario dei propri garzoni, fosse riuscito a battere i concorrenti, terminando i suoi giorni in et avanzata; magari malato di gotta, ma, in ogni caso, con un buon gruzzolo alla banca. Invece... Invece ha preferito il patibolo della croce. Ma i detentori del buonsenso hanno unesperienza secolare nellarte di rendere la croce innocua. Ed proprio qui il mistero del cristianesimo, nella croce. Ecco perch Ges dice: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Che cos la croce. Non sono quelle croci di cui noi con molta autocommiserazione parliamo abitualmente. La croce la necessit che ognuno deve avvertire in maniera ineludibile ed inesorabile di morire per gli altri, cio di amare.
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Questa la novit di Ges. Questa la necessit scritta in quel deve soffrire. Perch una necessit? subito dimostrato. Se ciascuno di noi elude la legge dellamore si ritrova con un pugno di mosche tra le mani. Chi vorr salvare la propria vita, la perder, ma chi perder la propria vita per causa mia e del vangelo, la salver, ci mette in guardia Ges. Questa lironico destino cui sembra andare incontro il nostro mondo occidentale. Amare significa perdersi. Prendere la croce significa comprendere che una vita vissuta al di fuori della logica del dono una vita perduta. La nostra vita di uomini occidentali rischia di essere tale perch stiamo dimenticando che lanima del mondo la necessit di amare. Ecco perch Ges afferma che deve soffrire. questa la necessit: Dio non pu che essere amore. la vita delluomo non pu essere animata che dallamore. Amare significa struggersi di desiderio perch laltro stia bene. Infatti questo il senso della nostra affermazione: Ti voglio bene, cio Ho a cuore il tuo bene, Mi far in quattro perch tu stia bene, Mi lascer trafiggere perch tu stia bene. Ecco anche il senso della profezia del profeta Zaccaria riferita dallevangelista Giovanni al momento della Crocifissione: Guarderanno a colui che hanno trafitto (Zacc. 12,10; Gv 19,38). A distanza di duemila anni noi stiamo ancora volgendo lo sguardo al Trafitto, a Cristo, penetrato, attraversato, da questa passione struggente di amore. E quando si guarda intensamente qualcuno a cui si vuole tanto bene si finisce per assomigliargli. Se noi contempliamo Cristo trafitto sulla croce col desiderio di far rivivere nella nostra carne la sua stessa passione di amore, noi finiamo per assomigliargli, diventiamo altri cristi. Si realizza cos in noi quanto afferma lapostolo Paolo: Non sono pi io che vivo, ma Cristo che vive in me (Gal 2,20). Ges ci pone la domanda sulla sua identit: Ma voi chi dite che io sia?. Ciascuno dovrebbe poter rispondere con le parole di S. Francesco: Deus meus et omnia, Dio mio e mio tutto. Se Cristo il nostro tutto, non abbiamo pi bisogno di sicurezze umane. Per Cristo tutto ormai reputo una spazzatura (Fil 3,8), afferma ancora lapostolo Paolo. laffermazione di chi stato conquistato, sedotto da Cristo (cfr. Ger 20,7). Noi siamo stati sedotti da Cristo? Per rispondere sufficiente verificare le sicurezze su cui noi poggiamo la nostra vita. Se la nostra vita ha affondato i suoi pioli in tante altre garanzie indegne di anime immortali, come ci ha ricordato Ignazio Silone, significa che Cristo non il tutto della nostra vita. Questa la domanda che deve risuonare a distanza di duemila anni nel nostro cuore, questo ci che il Papa va gridando ai popoli perch lumanit guardi con intensit a Colui che hanno trafitto, non per compiangerlo, ma con lo sguardo dellinnamorato che attinge forza guardando la sua amata. Ritorniamo a guardare Colui che hanno trafitto e lasciamoci bruciare il cuore da questa passione di amore perch la vita in noi sia vita in abbondanza e il mondo ritorni a fremere di amore perch Cristo sia tutto in tutti (Col 3,11).

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XXV DOMENICA
Partiti di l, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Istruiva infatti i suoi discepoli e diceva loro: Il Figlio dell`uomo sta per esser consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciter. Essi per non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni. Giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa, chiese loro: Di che cosa stavate discutendo lungo la via?. Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il pi grande. Allora, sedutosi, chiam i Dodici e disse loro: Se uno vuol essere il primo, sia l`ultimo di tutti e il servo di tutti. E, preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato (Mc 9,30-37).

NEL SERVIZIO LA VERA UMILTA Ci sono delle pagine evangeliche che sono delle spine nel fianco per tutti noi in quanto ci producono tormenti permanenti. Quella odierna una di queste. Ges ci invita ad essere servi di tutti. Non la prima volta che ci addita questa poco esaltante meta a tal punto che nasce un dubbio lacerante: egli venuto per promuovere luomo o per diminuirlo, per far nascere in ognuno di noi profondi sensi di frustrazione? Avvertiamo prepotente nelle nostre vene, nei nostri corpi, tanta voglia di vivere, di affermarci, di realizzarci. Come possiamo conciliare questa esuberanza di vita con la proposta di Ges? Cristo forse venuto tra gli uomini per inaugurare lera della mediocrit, per indurci alla mortificazione della nostra umanit, delle nostre legittime aspirazioni? Affatto. Si tratta di cogliere in profondit il senso delle parole di Ges. Noi abbiamo un falso concetto di umilt. un concetto ereditato dalla morale borghese secondo la quale la persona umile colei che, pur essendo consapevole di possedere delle doti, le cela e al contempo nutre il segreto desiderio di essere chiamata quanto prima in causa per dare prova delle sue capacit. Non disdicevole coltivare sogni, ambizioni, progetti, avere mire particolari: importante non darlo a vedere. Ma questa la parodia dellumilt! Non certo questa lumilt che Ges ci insegna. Non abbiamo motivo di nascondere le nostre doti e nemmeno di compiacercene in maniera narcisista. Ciascuno di noi beneficiario di doni che hanno in Dio la loro origine e proprio per questo nessuno pu vantare diritti di propriet su quanto gli stato elargito gratuitamente. Ognuno ha lobbligo morale di prendere coscienza dei talenti ricevuti e di farli fruttificare. Nelle mani di ognuno Dio ha deposto doni per il bene comune, per il servizio degli altri. Ges compie il gesto di porre al centro dei suoi uditori un bambino per veicolare questo suo messaggio. Siamo chiamati a servire i deboli, coloro che da soli non riuscirebbero a sopravvivere, a realizzare la loro vocazione di uomini. il bambino va servito, amato, accolto, aiutato a crescere, al di l dei suoi meriti. Il bambino lespressione concreta delluomo bisognoso di aiuto, di servizio, di accompagnamento esistenziale. Il bambino, al di l di ogni romanticismo sulla sua innocenza, esprime la condizione delluomo, di qualsiasi uomo, destinatario del nostro servizio, al di l dei
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meriti personali. qui la novit evangelica. Servire tutti, soprattutto i deboli, al di l di ogni merito. Essere umile per Ges significa avvertire questa passione di servizio per ogni uomo. Per il sol fatto che laltro uomo. Non c bisogno di alcuna altra specificazione. La sua condizione di uomo lunico titolo sufficiente per essere servito amorevolmente. Nessuno che si dica discepolo di Ges pu aere riserve mentali a riguardo. I doni di Dio sono per gli altri. Piegarsi davanti ad ogni uomo, soprattutto al pi deboli: questa umilt. Siamo umili quando i poveri diventano i nostri padroni, i padroni della nostra vita, delle nostre doti, delle nostre possibilit, come affermava S. Vincenzo d Paoli. Essere umili significa permettere a tutti di saccheggiare le nostre doti. Ciascuno allora avverta lobbligo di conoscere i doni che Dio ha deposto nelle sue mani e si faccia avanti per servire, non attenda di essere chiamato in causa. Questa lumilt che ci insegna Ges. una umilt che non genera alcun senso di frustrazione e di diminuzione della nostra umanit. Anzi ci sprona a mettere a frutto quanto abbiamo ricevuto per il bene degli altri. E nel donare proviamo la gioia vera. Questa la vera realizzazione a cui Ges ci chiama. Nessuno pu permettersi di usare per suo tornaconto quanto ha ricevuto in dono. Nessuno si messo in lista di attesa per nascere pi intelligente, pi sensibile, pi dotato. Ciascuno ha ricevuto gratuitamente e gratuitamente deve donare. Questo ci rende veramente grandi. E non abbiamo pi bisogno di discutere tra noi, come i discepoli, lungo la strada della vita su chi sia il pi grande. Lo siamo tutti nella misura in cui proviamo la gioia del servizio disinteressato.

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XXVI DOMENICA
Giovanni gli disse: Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perch non era dei nostri. Ma Ges disse: Non glielo proibite, perch non c nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non contro di noi per noi. Chiunque vi dar da bere un bicchiere d`acqua nel mio nome perch siete di Cristo, vi dico in verit che non perder la sua ricompensa. Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare. Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo: meglio per te entrare nella vita zoppo, che esser gettato con due piedi nella Geenna.. Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue (Mc 9,38-48).

OLTRE GLI STECCATI Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perch non era dei nostri. Non era dei nostri: la tentazione dellesclusione. Si vogliono stabilire le linee di demarcazione netta per escludere coloro che non appartengono ai nostri. la tentazione di dividere il mondo in due parti. Anche la prima comunit dei discepoli non immune da questa tentazione. Crede di avere il monopolio di Dio. Nutre la pretesa di poter racchiudere Dio negli angusti confini delle prospettive umane. La prima comunit dei discepoli non ha ancora chiara la consapevolezza della destinazione universale del messaggio del Maestro. La Chiesa di Ges Cristo aperta al mondo, pronta ad accogliere tutti, ad andare incontro a tutti. Cedere ad una logica di chiusura significa tradire il messaggio di salvezza di Cristo. Egli venuto per tutti gli uomini. tutti gli uomini sono destinatari del suo annuncio di salvezza. Laccoglienza dellaltro, lapertura allaltro la sfida permanente che la comunit dei discepoli di Ges deve vivere per essere fedele al suo Fondatore. Ogni forma di chiusura, di settarismo, di separatismo, destina la Chiesa alla sterilit e allinfedelt, oltre che generare intolleranza. Scriveva Erasmo da Rotterdam: Ovunque tu incontri la verit, considerala cristiana. Ovunque si lotta per la liberazione delluomo dal male l c Dio. Ed in questa direzione che va la risposta di Ges ai discepoli frettolosi di innalzare steccati: Non glielo proibite, perch non c nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non contro di noi per noi. Dio non coincide con i confini tracciati da noi uomini, non si lascia racchiudere nei nostri ambiti di appartenenza. oltre le nostre barriere culturali, etniche, ideologiche. Scriveva E. Balducci: Se invece noi decidiamo, spogliandoci di ogni costume di violenza, anche di quello divenuto struttura della mente, di morire al nostro passato e di andarci incontro lun laltro con le mani colme delle diverse eredit, per stringere tra noi un patto che bandisca ogni arma e stabilisca i modi della comunione creaturale, allora capiremo il senso del frammento che ora ci
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chiude nei suoi confini. questa la mia professione di fede, sotto le forme della speranza. Chi ancora si professa ateo o marxista, o laico e ha bisogno di un cristiano per completare la serie delle rappresentanze sul proscenio della cultura, non mi cerchi. Io non sono che un uomo (da: Luomo planetario, 177-178). nelluomo che Dio ha piantato la sua tenda. Dove c luomo c Dio. Dove luomo compie miracoli per il suo simile, l vi Dio allopera. Noi credenti siamo chiamati a testimoniare la presenza di Dio attraverso il rispetto per luomo, qualsiasi uomo. Non possiamo rimanere prigionieri dei nostri steccati, al riparo delle nostre isole felici. A noi credenti richiesta una particolare capacit di discernimento critico e vigile nello scorgere la presenza di Dio allopera ovunque viene compiuto il bene, al di l delle etichette e dei distintitivi di chi lo compie. La realizzazione del bene il miracolo dellamore di Dio che si perpetua nella storia degli uomini per mezzo degli uomini, docili allappello del bene che avvertono nellintimo della loro coscienza. Tutto il bene compiuto sulla terra sempre lemanazione del Bene assoluto, di Dio. Noi credenti non possiamo che gioire dinanzi al miracolo del bene. Dal giorno dellIncarnazione di Dio, luomo la dimora perenne della sua presenza nei solchi della storia, ogni uomo, al di l della sua appartenenza etnica, religiosa, culturale, sociale. I mille volti delluomo nella molteplicit delle sue identit e appartenenza sono il riflesso dellunico volto di Dio. Noi dobbiamo avere occhi e cuore per scorgerne la presenza. Ogni lotta delluomo per la liberazione dalle potenze del male del suo simile sempre benedetta da Dio. Il cristiano non deve temere di affiancarsi a chiunque lotta per la liberazione dei fratelli dal male. Accomunati dallunica causa a favore delluomo si superano settarismi, divisioni, privilegi, particolarismi, contrapposizioni, invidie, gelosie, fazioni e in nome del Bene, che la stessa cosa che il nome di Dio, si profondono energie per promuovere luomo, icona vivente di Dio nella storia. Non ci capiti che nel proibire di compiere il bene a quelli che non sono dei nostri ci ritroviamo a lottare contro Dio. Impariamo ad esultare per tutto il bene che viene seminato nei solchi della storia nella profonda convinzione che tutto proviene dal Divino Seminatore che affida alle mani delle sue creature, gli uomini, limpegno di far fiorire la messe del mondo.

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XXVII DOMENICA
E avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, gli domandarono: E` lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?. Ma egli rispose loro: Che cosa vi ha ordinato Mos?. Dissero: Mos ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla. Ges disse loro: Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma all`inizio della creazione Dio li cre maschio e femmina; per questo l`uomo lascer suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicch non sono pi due, ma una sola carne. L`uomo dunque non separi ci che Dio ha congiunto. Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento. Ed egli disse: Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un`altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio. Gli presentavano dei bambini perch li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. Ges, al vedere questo, s`indign e disse loro: Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perch a chi come loro appartiene il regno di Dio. In verit vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrer in esso. E prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro li benediceva (Mc 10,2-16).

I LAMORE E DA DIO Non la prima volta che i farisei tentano di mettere alla prova il Maestro di Nazaret. Questa volta vogliono tastargli il polso, come si suol dire, sulla questione del matrimonio. La prospettiva farisaica prettamente legalistica. I farisei sono persuasi che ogni realt possa essere imbrigliata nella legge, nelle prescrizioni, legali. In fondo una tentazione che ci portiamo dentro tutti. un modo per toglierci dimpaccio dinanzi alle esigenze dei grandi valori della vita e limitarci a fare quanto prescrive la norma. Riguardo alla questione del matrimonio e ala sua indissolubilit, al tempo di Ges i farisei facevano riferimento a due correnti di pensiero, a due scuole rabbiniche: una corrente progressista facente capo al rabbino Hillel e unaltra pi conservatrice al rabbino Shammai. Questultima corrente, di impronta spudoratamente maschilista, sosteneva che il marito potesse scrivere latto di ripudio della propria moglie in qualsiasi momento e anche per futili motivi, come il far bruciare il pasto. Al contrario, la scuola del rabbino Hillel sosteneva che non ci fosse mai un motivo sufficiente per ripudiare la propria moglie. I farisei ora vogliono indurre Ges a schierarsi per luna o per laltra corrente di pensiero per trovare motivi di accusa nei suoi confronti. Ma puntualmente il Cristo nel rispondere schiude orizzonti inediti. Ges ha a cuore far comprendere ai farisei che lamore una realt che non appartiene allordine giuridico, allordine della legge ma della grazia. Egli si rif all In principio. Non un principio di ordine cronologico ma teologico. Ges si riferisce al progetto originario di Dio sul matrimonio, sullamore, un progetto dalle caratteristiche affascinanti ed ineludibili perch ogni amore umano giunga a compimento. Il riferimento allimmagine del paradiso terrestre (Gen 2,24148

25) dove si delinea luomo cos come Dio laveva propriamente concepito e cos come egli pu essere solo in Dio. Prima di tutto dobbiamo tener presente che lamore da Dio (1Gv 4,7), Dio amore (1Gv 4,8). Ci significa che solo in Dio possibile amarsi autenticamente e compiutamente. Non possibile amare senza riferirci a Dio. Se luomo si separa da Dio, anche lunione dellamore crolla e si trasforma in una vergogna comune (Gen 3,8). Dio lesegesi, la spiegazione dellamore. Un amore che nasce e si fonda solo su una prospettiva umana destinato a fallire, a rimanere imbrigliato nel limite umano. Lamore umano sganciato da ogni riferimento allAssoluto tende a fare del proprio partner lassoluto e a caricare laltro di pretese e attese che superano le sue possibilit umane. Solo in Dio siamo preservati da ogni idealizzazione e assolutizzazione nei confronti dellaltro e siamo resi capaci di accoglienza e di rispetto reciproco. In questa direzione si spiegano e acquistano luce le parole di Ges: Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli non pu essere mio discepolo (Lc 14,26). Fin qui possiamo concludere che lamore scaturisce dalla fede, dallabbandono in Dio, dal riconoscere Lui come Assoluto della nostra vita. In Lui si pu vivere lamore autentico, quale riflesso del suo stesso amore. Dal punto di vista della pastorale cristiana dobbiamo costatare che molti matrimoni sono celebrati senza questa piena consapevolezza di fede. questo uno dei motivi fondamentali del frequente fallimento dei matrimoni, al di l di ogni considerazione di tipo psicologico, sociologico o comportamentale. Lamore chiaramente unopera di Dio, in quanto luomo trova in Dio una sicurezza che permette alla persona esistente accanto a lui di vivere come persona e sola gli rende possibile amare umanamente unaltra creatura umana. Nessun essere umano smetter la sua ricerca di sicurezza presso una determinata persona, senza entrare n uno spazio pi grande di sicurezza, uno spazio infinito. Questo spazio Dio. Ecco che solo con la fede in Dio si hanno i presupposti per una riuscita buona e durevole del matrimonio. La seconda caratteristica del progetto originario di Dio sul matrimonio data dalla necessit di abbandonare la casa dei genitori: Per questo luomo abbandoner suo padre e sua madre e si unir a sua moglie e i due saranno una sola carne (Gen 2,24). Solo nella fede possibile abbandonare realmente il padre e la madre, e solo in virt di Dio possibile fra gli uomini un amore duraturo che presuppone labbandoni del padre e della madre, il superamento delle traslazioni dei genitori. Perch lamore sprigioni tutte le sue potenzialit necessario che si sganci dagli archetipi del padre e della madre. Chi non abbandona i genitori non riuscir ad amare in maniera matura e piena. La terza caratteristica del progetto originario di Dio sullamore umano ci viene indicata da un particolare della creazione della donna: Il Signore Dio plasm con la costola che aveva tolta alluomo, una donna e la condusse alluomo (Gen 2,22). Possiamo interpretare tranquillamente il linguaggio biblico della costola, con cui Dio plasma la donna, cos: ogni amore reale consiste nella scoperta che laltro incarna precisamente ci di cui uno sente la mancanza nel proprio petto; in ogni vero amore laltro appare come lincarnazione divenuta figura appunto di quel vuoto fatto di desiderio e nostalgia che si apre nel proprio cuore, e tale spazio d limpressione di
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essere qualcosa di disposto da Dio stesso; nellamore laltro appare come la meravigliosa realt vivente di una ricerca e di un pellegrinaggio durato una vita. A questo progetto originario di amore fa riferimento Ges quando afferma: L`uomo dunque non separi ci che Dio ha congiunto. Non unaffermazione che fonda una ulteriore lotta tra correnti di pensiero, tra divorzisti e antidivorzisti. Ges esprime la convinzione che lamore umano, vissuto secondo il progetto originario volute da Dio, destinato a durare per sempre. Chi vive ancora nella durezza di cuore, cio lontano da Dio non riuscir a condividere questa prospettiva di Ges, anzi la cosa gli intimamente impossibile. Solo la fiducia in Dio decide il destino dellamore reciproco. Quando gli uomini hanno ritrovato Dio scopriranno anche lamore.

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II IL PARADISO DELLAMORE Nuovo incontro con i farisei. Ancora tartassato dalle loro domande ipocrite, Signore. Vengono a chiederti la tua opinione su un potere esercitato nella sfera privata, quello del marito sulla donna, avallato dalla legge di Mos. Che saccenteria. Ti si avvicinano per metterti alla prova, come al solito. Vogliono coinvolgerti nelle loro dispute teologiche, nelle loro beghe di scuola. Vogliono il tuo avallo alle loro quisquilie giuridiche. Vogliono coinvolgerti nel dibattito sui motivi che giustificavano il ripudio, permesso dalla Legge. Vogliono vedere fino a che punto li accetti. Il ripudio significava che luomo poteva rimandare la moglie (e non viceversa!) per qualche motivo, senza altre spiegazioni. Poteva bastare il fatto che una donna facesse bruciare il pranzo, o che uscisse con i capelli sciolti in strada o che scambiasse qualche parola con un estraneo. Tutto questo esprimeva la superiorit delluomo e il suo dominio sulla donna e, nella sfera domestica, rifletteva loppressione esercitata a tutti i livelli della societ giudaica. Tu, Ges, non eludi la sfida. Passi subito a interrogarli. S, perch vuoi far cessare questo tipo di arbitrio. Li interroghi sul fondamento della loro posizione. E quando citano Mos, non ti intimidisci; dichiari loro apertamente che, dando quel precetto, cedendo allostinazione e alla durezza del popolo, Mos fu infedele a Dio e vanific il disegno divino sullamore. Ed proprio di questo progetto divino che tu Ges vuoi parlare, eludendo le pastoie della legge. S, perch le questioni della legge non possono regolare le questioni del cuore. Al contrario, le leggi vengono introdotte quando la trasparenza del cuore offuscata. Una legge necessaria per delimitare larbitrio delluno con larbitrio dellaltro. Ma il cuore umano, se fosse in ordine, proprio per sua natura sarebbe lontanissimo da ogni arbitrio. Tu, Signore, vuoi insegnarci che riguardo allamore in ognuno di noi vive un sapere nascosto, che non corrisponde a nessuna norma giuridica, e proprio lamore vicino al paradiso, alla verit del nostro essere nella sua origine genuina. Proprio per questo tu non citi alcuna legge religiosa,
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ma ti ricolleghi alla scena del mattino della creazione. Ci inviti a far scorrere davanti ai nostri occhi le immagini iniziali della Bibbia, quando Adamo nel paradiso del mondo, anelando ad un partner per il suo amore, incontra tutti gli esseri viventi e d loro un nome, quasi percepisse il loro linguaggio come un canto, che vuole suscitare uneco in lui, ma non trova al suo fianco un essere che gli sia pari. Soltanto una creatura che prende forma dalla ferita del suo cuore, dalla costola, e che Dio gli procura come dopo un lungo sonno, diventa la compagna della sua vita. Ci ammonisci, Signore, che bisogna partire da qui per capire lamore. Non dalla legge. Da questa stato di innocenza primordiale. E questo il principio, cio il progetto di amore di Dio a cui rimandi i farisei. E linizio, il cominciamento dellamore, quando tutti e due erano nudi, luomo e sua moglie, ma non provavano vergogna. Tutti gli elementi concorrevano in pacifica gara a celebrare la loro bellezza, lessenza del loro essere, sintesi di tutte le creature. Il loro incedere maestoso e sereno: nudi, bellissimi, a capo del corteo di tutte le creature! In questa pace e comunione cosmica, comunione con le piante e gli animali e le pietre. Nudi e bellissimi, sintesi di ogni bellezza: per cui tutto puro e radioso: incanto inconsapevole e tuttavia partecipato allintera natura, per cui i fiori sono felici di fiorire e gli astri di splendere, e le fonti e i laghi di riflettere le loro sembianze. Nulla di pi santo e ostentatamente necessario quanto la loro nudit: lessenzialit e larmonia dei loro corpi, a consacrazione della santit e bellezza di ogni singola creatura. E luomo si muove cantando: O donna, solo tu sei carne della mia carne e ossa delle mie ossa, poich tu sei lestremo splendore della stessa divinit, a te finisce la creazione: Dio, dopo di te, non crea pi nulla. E quel danzare sul crinale della terra segnava la prima e unica festa del creato, in quellunico sabato sognato dal mondo, in cui anche Dio silluse: E vide quanto aveva fatto, per dire una volta ancora: che bello! Era anche per Iddio un sogno? O peggio, una illusione? (D. M. Turoldo). Affatto. Era il suo progetto sulla coppia. Tu, Ges, rinverdisci in noi questa incantevole realt dellinizio. Ecco perch ai saccenti farisei dici: Allinizio non era cos, ossia che non si credeva di dovere e potere regolamentare lamore per legge. Dio ha creato gli esseri umani come esseri che hanno bisogno luno dellaltra per essere interi e per avvertire lamore come un dono della grazia.
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Lamore lunica potenza che ci mostra un pezzetto di quel mondo come lo intendeva Dio, quando lo cre. Le tue parole risuonano allora come un invito a non legare le persone, come dei fiori indeboliti dalla siccit, alle spalliere della legge per sostituire dallesterno la loro mancanza di saldezza interiore. Si tratta di ricondurre le persone al paradiso dellamore, dellautentica volont di Dio, come era allinizio. Soltanto grazie allamore noi siamo messi nella condizione di dire un s senza riserve a noi stessi ed ad unaltra persona e di acquistare la forza di sperare di tutto cuore nelleternit di una comune maturazione, di un comune camino a due e di costruire tutto ci; soltanto il respiro dellamore immenso e forte come Dio stesso. Un amore del genere - non solo un uomo non deve separarlo, ma neppure ce la fa a separarlo -. Si possono rendere infelici gli amanti, li si pu costringere ad ammalarsi ed a soffrire, li si pu braccare fino alla morte, ma uccidere lamore, questo proprio non possibile. Forte come la morte lamore. Tu ci vuoi insegnare che lamore, per principio, non ha bisogno di leggi. Non ha bisogno di essere protetto, esso pi forte di ogni altra cosa che vive nellessere umano. Esso invisibile quanto espressivo, leggero quanto vincolante, tenero quanto potente. Esso dolce come il vento estivo, eppure ha la forza di un uragano. Esso soltanto mette ordine al mondo facendolo diventare una dimora a noi familiare. Soltanto lamore sa unire la terra e il cielo, lo spirito e il corpo, lanima e la carne, la sensibilit, la moralit, la verit del cuore e la sapienza dello spirito. Ges, tu vuoi che lasciamo entrare nel nostro cuore il potere dellamore, che lunico che viene da Dio ed lunico che pu ricondurci al centro del mondo, nella patria della felicit. Ci ammonisci di smetterla di chiederci qual il piano su cui vogliamo ordinare la nostra vita: su quello dellordine di Dio oppure su quello dei regolamenti umani.
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Ci ricordi che luomo e la donna non sono uniti in base alla volont umana, e non possono neppure essere separati dalla volont umana; ci che unisce un uomo e una donna quellunica forza che ci portiamo dentro e che sentiamo provenire da Dio: quellonnipotenza dellamore che ci libera in modo meraviglioso e in modo meraviglioso ci soggioga. Ci inviti a seguire il linguaggio della nostra anima, la strada della nostra felicit, la libert e il vincolo dellamore con tutta la nostra esistenza e di essere vicini a Dio proprio nel coraggio del nostro cuore. Ci avverti che c bisogno di leggi quando lamore finito; non ce n bisogno dov aperta la strada che porta in paradiso. E soltanto la durezza del cuore ad aver bisogno di leggi. Noi abbiamo bisogno delle parole che tu, Signore, vuoi dire e che valgono per tutti coloro che hanno ritrovato laccesso allordine dellinizio e sanno cosa significa fondersi con unaltra persona in quel modo che fa scendere il cielo sulla terra e fa diventare laltro il luogo in cui tutta lesistenza si rinasce dal grembo della grazia. Grazie, Ges. Abbiamo compreso che vivere amare. E questo il progetto che conferisce leggerezza e novit alla nostra vita. E tu, Signore, fatti vicino a noi per condividere la nostra stessa vita, cammina al nostro fianco. Aiuta tutti a comprendere che lamore il riflesso della tua bellezza. Le nostre esistenze siano amore che dona e cuore che crede, spirito che crea e poesia che canta, delicatezza che adora e mistero che si fa carne, comunione che si fa preghiera e gesto che si fa liturgia, per restare, come tu ci vuoi, compagni di eternit. Amen.

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XXVIII DOMENICA
Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domand: Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?. Ges gli disse: Perch mi chiami buono? Nessuno buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre. Egli allora gli disse: Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza. Allora Ges, fissatolo, lo am e gli disse: Una cosa sola ti manca: va, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi. Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne and afflitto, poich aveva molti beni. Ges, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!. I discepoli rimasero stupefatti a queste sue parole; ma Ges riprese: Figlioli, com difficile entrare nel regno di Dio! E` pi facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio. Essi, ancora pi sbigottiti, dicevano tra loro: E chi mai si pu salvare?. Ma Ges, guardandoli, disse: Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perch tutto possibile presso Dio. Pietro allora gli disse: Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito. Ges gli rispose: In verit vi dico: non c nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva gi al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna (Mc 10,17-30).

IL GRILLO PARLANTE E IL CAMMELLO PASCIUTO Un racconto che vuole suscitare inquietudine. Per i ricchi, naturalmente. Siamo in viaggio, per strada. Qualcuno ti si avvicina, ti saluta inginocchiandosi, in un gesto di profonda riverenza, e ti domanda come ereditare la vita eterna. Evidentemente ha ascoltato la chiamata della legge, un buon israelita, attento alle promesse che Dio ha rivolto in passato ai patriarchi. Questuomo ha potuto osservare la legge gi nella sua infanzia-giovinezzza, senza lasciarsi trasportare dalle passioni del furto, dallimpeto travolgente della carne o dalla ipocrisia della menzogna. E unincarnazione del buon giudeo. E osservante, sincero e pertanto merita il tuo amore, Ges. Ma proprio qui si apre ai suoi occhi un nuovo cammino. Tu, Ges, fissi con il tuo sguardo questuomo che ha cercato la tua parola e, guardandolo con amore, lo chiami perch ti segua e cos possiate correre insieme il cammino del regno. Luomo, invece, corruga la fronte e se ne va rattristato perch ha molti beni. Non basta rispettare la giustizia nei nostri atteggiamenti personali, bisogna andare alla radice del male, al fondamento dellingiustizia: lansia di accumulare ricchezze. Anzi, come fai ad avere limpudenza, tu, uomo ricco, di affermare che hai rispettato le leggi di Dio? Come puoi essere ricco in un mondo di miseria e dichiarare che fai la volont di Dio? (S. Basilio Magno).

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Ma il cammino nuovo che si schiude dinanzi a quelluomo inizia con una separazione che appare come un radicale distacco. Vendere tutto significa rinunciare: non avere pi nulla di proprio, non aspirare a costruire alcuna cosa come esclusivamente propria nel mondo. Per questuomo per i beni rappresentano la sua verit e il suo valore nellesistenza. Per questo non ti ha seguito, Ges. E un uomo ingabbiato. E finito col cacciarsi nelle grinfie del denaro e della brama del denaro. Eppure aspira alla regalit di essere spirituale; ma tiranneggiato e soggiogato dal fascino della materia. Tu, Ges vuoi immetterlo sulla strada della sapienza, vuoi permettergli di vedere le cose e gli avvenimenti della storia alla luce di Dio. Ma i suoi legami non sono tagliati: la corsa si conclude davanti alle sue cose, alle sue ricchezze. Mammona possiede il potere di placare in apparenza le sue angosce esistenziali pi importanti, angosce che abbiamo soli noi esseri umani e che perci ci costringono a cercare risposte smodate e illusorie. Non ti offenderai, Ges se oso paragonare questo tuo dialogo con questo tale al dialogo di Pinocchio col Grillo parlante. Mi piace tanto rivisitare questa collodiana memoria che ha accompagnato le mie fantasie infantili e che sembra riassumere il mistero della stoltezza di noi umani. Il Grillo parlante tenta di ricondurre Pinocchio sulla strada della sapienza, cio del ritorno alla casa del padre. Ma Pinocchio porta a compimento la sua presunta liberazione, soffocando con un colpo di martello quella scomoda voce. Proprio come questo tale del vangelo: la forza calamitante delle ricchezze soffoca la prospettiva di sapienza che tu, Ges gli additi. Vuoi trasformare il possesso in dono. Lo inviti a regalare i suoi beni, per arricchire gli altri, cos che dora in avanti viva per e con quelli che possiedono meno. Gli dici di non aspettare che altri lo esproprino di quanto possiede ma che consegni egli stesso la sua fortuna, la metta al servizio dei poveri, per far proprio il tuo progetto di sapienza e la nuova realt del regno. Vuoi metterlo in guardia da un certo tipo di alienazione della vita che valuta limportanza di unesistenza in termini di moneta e di possesso. Intravedi in questuomo ricco il funesto tentativo di un morto vivente che si seppellisce con il possesso, come gli Egizi, innalzando intorno a lui, mentre ancora in vita, una camera sepolcrale tutta doro. Vuoi mettercela tutta perch il denaro che costui possiede non renda i suoi ciechi alla miseria che sta al suo fianco, i suoi orecchi sordi al grido di dolore degli impoveriti e il suo cuore duro verso i sentimenti pi semplici della compassione e della misericordia. Desideri tanto fargli comprendere che alla fine la ricchezza scandalosa saccheggia il cuore delluomo e lo rende brutale, fino a farlo diventare un autentico mostro, anche se ci si continua a considerare normali e giusti. Vuoi tanto che questuomo non cada nella pi grossa delle bugie, quella, cio, di credere che il denaro lo strumento che rende liberi e indipendenti. E vero piuttosto il contrario: si diventa servi prezzolati del denaro, dipendenti nel tritatutto del capitale, e si finisce con lessere sempre pi dominati dallangoscia.

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Ma la tua parola pi tagliente di ogni spada a doppio taglio. Questuomo ricco non si lascia contestare. Anzi la avverte fastidiosa come il cric cric del Grillo parlante. Ma il Grillo non pu non parlare: per essenza una voce che non pu essere messa a tacere. Il Grillo parla con autorevolezza e deve essere ascoltato, piacevole o no che sia il contenuto dei suoi discorsi. Il Grillo parlante lallegorico avvertimento di come la presunta liberazione dal Padre non sia tanto semplice come potrebbe sembrare. Infatti quel tale crede si sottrarsi allinvito rivoltogli da te Ges, ma deve fare i conti con la sua tristezza, la sua infelicit. Che paradosso: convinto che i soldi fanno la felicit e se ne va afflitto, poich ha molte ricchezze. Se si potesse confinare in una minuscola gabbia allesterno, sul balcone di casa, il Grillo. Ma quando il Grillo parlante non si rassegna a questo accomodamento, allora bisogna agire con decisione; e c sempre qualche martello di legno a portata di mano per soffocare quella scomoda voce. Il dialogo col Grillo, come il tuo, Ges, con quel tale, ci rivela quale sia il dramma spirituale di Pinocchio e di noi uomini. Pinocchio sa che, se cede e si mette sulla strada che gli viene proposta e che lo porter a diventare compiutamente figlio, non gli riuscir pi di tornare nel paradiso di una felicit a basso costo, dove lideale dato dal programma di vita che il burattino ha chiaro davanti ed senza dubbio fascinoso: Mangiare, bere, dormire, fare dalla mattina alla sera la vita del vagabondo, correre dietro le farfalle, salire sugli alberi, prendere gli uccellini di nido. Altrettanto fascinosa la prospettiva che ha dinanzi luomo ricco. Lasciare i suoi beni , ascoltare la proposta del Grillo parlante, viene avvertita come una richiesta molto dura. Il tuo progetto, Ges, lascerebbe quelluomo in terra senza alcuna difesa o sicurezza. Potr, Signore, luomo ricco, attaccato ai vantaggi e alle sicurezze che gli d il mondo, liberarsi da questo attaccamento e seguire te? Intravediamo qui la vera motivazione del nostro conflitto con Te, Signore, e con il tuo progetto. Ci siamo visti assegnare, con lesclusione di ogni altro, un traguardo troppo alto per la nostra statura. Signore, se ti fossi accontentato di proporci come scopo dellesistenza una gioia proporzionata alla nostra esiguit dellesistenza, forse ci si sarebbe anche potuti intendere tutti. Un colpo di martello e il Grillo rimase l stecchito e appiccicato alla parete. Come stato facile! Ma la morte dei Grilli parlanti non mai un evento definitivo, ma intanto Pinocchio sta nella stanza da solo, egli riuscito a imporre il silenzio al fastidioso cri-cri. Anche luomo ricco ha condannato alla resa la tua piena damore, Signore. Ma intanto non riuscito a sopprimere la sua tristezza. Se ne va, rassegnato ad una comoda mediocrit. Per un attimo, Signore, quel tale ha assaporato la gioia di porsi incondizionatamente davanti alla salvezza; ora se ne va con la tristezza di chi rimane vittima delle proprie paure. E finch le persone hanno paura, penseranno di doversi proteggere con ogni sorta di possessi. Per vivere hanno bisogno di una sensazione di sicurezza. Un requiem per il povero Grillo. E il cammello invano attende di passare per la cruna dellago. A quando il miracolo?
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Signore, con un colpo dala forte, portaci negli spazi dellautenticit dove la quantit dellavere cede per sempre il posto alla qualit dellessere; dove il senso del vivere colto nella libert interiore di fronte alle cose per esperimentare la ricchezza del lasciare tutto cos da percepire quella fecondit evangelica del ricevere gi nel presente cento volte tanto in fratelli e sorelle e madri e figli. E finalmente il grande miracolo sar compiuto... un cammello pasciuto sta passando per la cruna di un ago.

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XXIX DOMENICA
E gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedo, dicendogli: Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo. Egli disse loro: Cosa volete che io faccia per voi?. Gli risposero: Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra. Ges disse loro: Voi non sapete ci che domandate. Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?. Gli risposero: Lo possiamo. E Ges disse: Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; per coloro per i quali stato preparato. All`udire questo, gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni. Allora Ges, chiamatili a s, disse loro: Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi per non cos; ma chi vuol essere grande tra voi si far vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sar il servo di tutti. Il Figlio dell`uomo infatti non venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti (Mc 10,35-45).

SPIACEVOLI SORPRESE Correre incontro a Cristo, avvicinarsi a lui, pu riservarci spiacevoli sorprese, come accade a Giacomo e Giovanni. Questi due apostoli non fanno mistero sulle loro mire fin troppo terrene che animano il loro entusiasmo per la persona di Ges. Essi non sono preoccupati della vita eterna, come quel tale ricco. La loro preoccupazione di ordine estremamente concreto. Hanno a cuore occupare i primi posti: Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra. Chi di noi non ambisce ai primi posti? Nel cuore di ognuno di noi si nasconde un desiderio di affermazione e di considerazione da parte degli altri. Ci piace contare. E questo possibile solo se occupiamo i primi posti. Gli ultimi posti ci relegherebbero nellanonimato. E lanonimato ci spaventa. Lanonimo non conta nulla, non ha alcun potere. A noi uomini il potere fa gola, come si suol dire. Ed proprio dalla seduzione del potere che scaturisce il desiderio di occupare i primi posti. Il potere suscita piacere, un piacere inebriante. Ciascuno di noi, nel suo ambito, si concede, almeno qualche volta, il piacere del potere, anche se velato da altre motivazioni apparentemente pi nobili. Tutti sappiamo ritagliarci degli spazi, fossero pure angusti e insignificanti, in cui far valere il nostro potere e poter dire, con compiaciuta fermezza: qui comando io. Il potere esercita quasi unazione terapeutica sulla nostra psiche. Ci libera dal senso dellangoscia, dal senso di inutilit, dalla frustrazione di non valere niente. Il potere ci d sicurezza. come la ricchezza. Non un caso che questo brano evangelico immediatamente successivo a quello sulla ricchezza. Soldi e potere: dune modi per dire a se stessi e agli altri che contiamo (anche la valenza linguistica di questo verbo esprime lindissolubile unione di potere e soldi!) qualcosa. Gli apostolo non sono immuni da tutto questo. Anzi, sembrano ancor pi sfacciati o forse incoscienti - se consideriamo che hanno lardire di manifestare i loro desiderata poco spirituali proprio mentre il Maestro in cammino verso
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Gerusalemme, luogo in cui sperimenter sulla sua pelle la perversione del potere umano. Ges non si lascia turbare dalla loro richiesta. Tenta di scoraggiarli mettendoli di fronte a una prospettiva sconvolgente: Voi non sapete ci che domandate. Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?. I discepoli persistono nella loro incoscienza e non esitano a rispondere: Lo possiamo. Ges li prende in parola: Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; per coloro per i quali stato preparato. I discepoli, sedotti dal fascino dei primi posti, firmano una cambiale in bianco. Ma hanno consapevolezza di che cosa significhi bere il calice? Bere il calice significa trangugiare, assorbire fino in fondo lamarezza. Quanti calici amari fanno bere agli altri coloro che detengono il potere! Ges rovescia la logica: se vuoi comandare devi essere pronto a bere il calice fino in fondo e devi lasciarti travolgere dallimpeto delle acque ( il senso etimologico di battesimo). Quante persone sono travolte, schiacciate ingiustamente dalla macchina del potere. Non cos per i discepoli. Ecco dettate le condizioni per occupare i primi posti. Solo chi disposto a donare la vita, a servire, a morire per gli altri degno di occupare i primi posti. la logica del potere dellamore che scardina ogni amore per il potere. I due apostoli ambiziosi incassano il colpo e camminano. La parola di Ges sul loro destino diventer realt. Essi saranno chiamati a donare la vita per il vangelo. In quel momento avranno fin troppo chiara la consapevolezza di che cosa significhi fare carriera al seguito di Cristo. Berranno il calice fino in fondo e il loro sangue versato per il vangelo sar il vessillo di gloria che li assocer al destino del Figlio dell`uomo infatti non venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti (Mc 10,45).

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XXX DOMENICA
E giunsero a Gerico. E mentre partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timo, Bartimo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Costui, al sentire che cera Ges Nazareno, cominci a gridare e a dire: Figlio di Davide, Ges, abbi piet di me!. Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava pi forte: Figlio di Davide, abbi piet di me!. Allora Ges si ferm e disse: Chiamatelo!. E chiamarono il cieco dicendogli: Coraggio! Alzati, ti chiama!. Egli, gettato via il mantello, balz in piedi e venne da Ges. Allora Ges gli disse: Che vuoi che io ti faccia?. E il cieco a lui: Rabbun, che io riabbia la vista!. E Ges gli disse: Va, la tua fede ti ha salvato. E subito riacquist la vista e prese a seguirlo per la strada (Mc 10,46-52).

DESIDERIUM VIDENDI DEI Allora Ges gli disse: Che vuoi che io ti faccia?. la stessa disponibilit manifestata nei confronti dei discepoli: Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo. Egli disse loro: Cosa volete che io faccia per voi?. La differenza nella richiesta. Gli apostoli desiderano essere assecondati nelle loro ambizioni di potere, il cieco desidera vedere. Due desideri che approdano ad esiti abissalmente diversi. Il potere rende ciechi, il desiderio di vedere ridona la vista. Il cieco che siede sul ciglio della strada un uomo anonimo, afflitto dalla sua cecit che lo costringe alla mendicit. Desidera ardentemente riavere la vista. Non esita a chiamare il Maestro e a gridargli il suo bisogno. Ha una smisurata nostalgia della luce. La condizione del cieco desideroso di luce paradigmatica per la nostra condizione umana. Nel cuore di tutti noi alberga un desiderio sconfinato di luce, di verit, di amore. Il cieco mendico si fa portavoce presso il Maestro di questo bisogno che attanaglia i nostri cuori. La nostra civilt vive una profonda crisi di verit. avvolta da un velo di opacit che impedisce di intravedere orizzonti di luce. Il cammino di guarigione verso cui il Cristo orienta il cieco per tutti noi indicativo. Come il cieco dobbiamo saper chiamare per nome il nostro bisogno, dobbiamo gridare il nostro desiderio di luce. Purtroppo luomo contemporaneo sembra aver smarrito persino la consapevolezza dei suoi veri bisogni ed incapace di tematizzarli. Come per il cieco anche per noi spesso la folla ci impedisce di gridare, ci impone di tacere, ci distoglie dalla luce. Gi S. Beda il venerabile vedeva nella folla lespressione del mondo pagano che tenta di distogliere luomo dalla vera luce. Viviamo infatti un ritorno di paganesimo che ci induce ad avvertire falsi bisogni e a reprimere quelli autentici. La seduzione del consumismo, del mito del benessere e di quantaltro ci viene propinato attraverso i mezzi di comunicazione sociale non sono che lespressione contemporanea di quella folla che impediva al cieco di andare incontro alla luce, a Cristo. Cristo ascolta il grido del cieco. Il cieco balza in piedi e abbandona il suo mantello in segno di distanza e superamento della sua vita passata. Ormai sta per inaugurarsi per lui un nuovo inizio. Le tenebre stanno per essere diradate definitivamente. La potenza benefica del Maestro di Nazaret riconsegna questuomo
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alla sua dignit originaria. Finalmente un uomo che pu stare in posizione eretta, non deve pi sostare sul ciglio della strada a mendicare. Il cieco intuisce che dora in poi solo Colui che gli ha spalancato gli occhi alla luce pu essere il senso della sua vita, per questo prende a seguirlo per la strada. Finalmente Bartimeo tale di nome e di fatto. Egli divenuto il figlio della consolazione (Bar timeo). Cristo il suo consolatore. Cristo la sua luce. Il suo bisogno incontenibile di vedere la luce diventa realt. Vede e incontra la Luce. In Cristo si compie il suo desiderium videndi Dei e il suo cuore inquieto finalmente riposa in lui. Bartimeo, figlio della consolazione, sia per luomo di ogni tempo il modello di chi sa che solo in Cristo luomo vede placato ogni suo autentico bisogno, e ci sottragga alla tentazione di cedere alle lusinghe di quanti offrono facili consolazioni che approdano solo a frustranti delusioni.

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XXXI DOMENICA
Allora si accost uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro ben risposto, gli domand: Qual il primo di tutti i comandamenti?. Ges rispose: Il primo : Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro l`unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c altro comandamento pi importante di questi. Allora lo scriba gli disse: Hai detto bene, Maestro, e secondo verit che Egli unico e non v` altri all`infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val pi di tutti gli olocausti e i sacrifici. Ges, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: Non sei lontano dal regno di Dio. E nessuno aveva pi il coraggio di interrogarlo (Mc 12,28-34).

LAMORE MISURA DI OGNI COSA In dialogo con lo scriba Ges afferma che lamore di Dio e lamore del prossimo sono i comandamenti pi grandi. Essi valgono pi di tutti gli olocausti e i sacrifici. Ora, se c un tratto che pi di ogni altro pu introdurre ad una corretta comprensione della figura di Ges la natura del suo rapporto con Dio. Lamore ardente, totale, confidente e docile che aveva per Lui laccesso immediato, filiale, che aveva costantemente a Lui il punto ermeneutico centrale per chi voglia intendere davvero il senso della sua vita, del suo operare, del suo insegnamento. Se si perde di vista o solo si sottovaluta ci, lintera esistenza e opera di Ges si frantuma in elementi eterogenei, facilmente travisabili. La stessa novit del suo messaggio pu non venir pi capita e questultimo pu venir ricondotto ad una espressione del rabbinismo popolare. Va aggiunto che, data la comprensione che Ges aveva di Dio e della sua volont, per lui la causa di Dio e quella della salvezza degli uomini, a partire dagli ultimi, coincidevano, per cui lo zelo per Dio diventava anche e per ci stesso ardente difesa di chiunque fosse per qualunque motivo povero. La totale adesione di Ges al progetto di liberazione, riconciliazione e guarigione del Padre gli permette di identificarsi personalmente con chi ha fame, nudo, malato, carcerato e cos via. , per cui tutto ci che si fa, o non si fa, a favore di questi ultimi, si fa, o non si fa, nei suoi confronti. Ecco che il grande comandamento dellamore a Dio e al prossimo sintetizza la vita di Ges la vita di noi suoi discepoli. Lamore che da sempre Dio ha manifestato per il suo popolo ora si rivela in modo unico attraverso Ges Cristo; la risposta di amore da parte delluomo che prima si manifestava attraverso lascolto e losservanza della Legge, ora si concretizza nellascolto e nella sequela incondizionata di Ges. Nella domanda dello scriba, il vangelo fa scoprire come ora lunica cosa che conta sia ascoltare Ges. In Ges si chiarisce lamore di Dio per noi, lamore nostro per Dio, lamore per noi stessi, lamore del prossimo. Lamore di Dio per noi. possibile amare Dio solo nella misura in cui conosciamo il suo amore per noi, incredibile per chi non ascolta la parola che lo rivela: Dio infatti ha tanto amato
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il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perch chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna (Gv 3,16). Lamore nostro per Dio. Ges ci ha indicato la via da seguire attraverso la sua fiducia incondizionata al Padre che gli ha permesso di donarsi in modo assoluto. Lamore verso Dio si esprime nel lasciare ogni cosa e seguire Ges (cfr. Mc 10,17-21). Lamore forte per Dio ci salva da qualunque forma di idolatria. Lamore per noi stessi. Dobbiamo smettere di pensare a noi stessi secondo la logica egoistica degli uomini (cfr. Mc 8,34), ma dobbiamo amarci pensando secondo Dio: pensando a noi stessi e impostando la nostra vita nellottica di Dio, cio in Ges: perch chi vorr salvare la propria vita, la perder; ma chi perder la propria vita per causa mia e del vangelo, la salver (Mc 8,35). Amare se stessi significa confessare la comunione con Ges e conservarla, non lasciarsi determinare dalle cose degli uomini ma dalle cose di Dio (cfr. Mc 8,33). Lamore del prossimo. Deve essere un amore pieno, totale, universale e gratuito. Non c vero amore di Dio, un amore che impegni tutto il cuore, senza amore del prossimo. E non esiste neppure una morale pura e semplice, un semplice umanitarismo: lamore del prossimo resta legato allamore di Dio. Secondo le parole e la testimonianza di vita di Ges lamore di Dio deve esprimersi e confermarsi nellamore del prossimo, e, a sua volta, lamore del prossimo ha come fondamento e sorgente lamore di Dio. Ges lelemento comune e unificante di tutti questi momenti o dimensioni della nostra vita. Porsi al suo ascolto e imparare a leggere le Scritture e la vita come la legge Ges equivale, come per lo scriba, a non essere lontani dal Regno di Dio. Nellincontro con Ges infatti, luomo incontra Dio. La comunione con Ges, e mediante lui, con il Padre, diventer inevitabilmente condivisione dello stesso Spirito di solidariet fedele, impegnata, compassionevole verso chiunque e per qualunque motivo stia male.

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XXXII DOMENICA
Diceva loro mentre insegnava: Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna pi grave. E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una povera vedova vi gett due spiccioli, cio un quattrino. Allora, chiamati a s i discepoli, disse loro: In verit vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro pi di tutti gli altri. Poich tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povert, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere (Mt 12,38-44).

TUTTO DI ME Gli scribi e la vedova: servirsi di Dio o servire Dio? il dilemma sempre in agguato la vita di ogni credente. sintomatico che Ges nel vangelo abbia parole dure soprattutto per gli scribi che non con altri palesemente peccatori. Infatti sono proprio i funzionari della religione a servirsi di Dio per il proprio tornaconto. Difesa di privilegi, ricerca di posti donore, sete di considerazione e di prestigio sociale: sono i tratti distintivi di questi specialisti di Dio che Ges non esita a smascherare e a stimmatizzare. Ges contrappone a questi personaggi saccenti e vanitosi, ebbri di potere e di gloria, lumile vedova che consegna la sua vita nelle mani di Dio. Costei, a differenza dei ricchi che hanno dato molto, pur avendo offerto poco ha dato tutto. Con Dio ci si gioca tutto. Occorre deporre nelle sue mani tutto quanto abbiamo per vivere, cio la nostra stessa vita. Gli altri danno, attingendo dalla loro abbondanza con un gesto che non decide significativamente di essi e della loro vita, invece la vedova, dando tutto ci che ha, chiama ed esprime una fiducia e un abbandono a Dio che tipico del discepolo, qualificante per colui che ha scelto il Regno in maniera assoluta e ultimativa. Vivere la fede significa non fare affidamento sulle sicurezze umane ma nella potenza di Dio. Dio la nostra vita, perderla per lui fonte di guadagno. Oltre la figura concreta della vedova, si intravede cos la fisionomia teologica e spirituale del discepolo, con tutta la sua capacit di contrasto con la logica di vita degli scribi. Mentre lattivit di Ges a Gerusalemme si sta chiudendo e, con essa, lintero ministero, lapparire di questa figura dice a chi si volge il dono del Regno che Cristo ha annunciato e come si debba essere ed agire da parte di coloro, i discepoli, appunto, che si volgono ad esso. Realizzando tipicamente la figura del discepolo, dinanzi al Regno, che unicamente si rimette a Dio ed alla fiducia in lui, il gesto e la figura della vedova richiamano il consegnarsi pasquale di Ges al Padre, sulla via della passione che viene a compiersi in Gerusalemme. Il gesto della vedova che, donando i due spiccioli dona tutta se stessa, parabola del gesto messianico di Ges che dona tutto se stesso, lintera sua vita, col gesto dellabbandono e della fiducia in Dio. Lassolutezza del dono rappresentata dal gesto della vedova altres strada e misura
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ordinaria nella vita e nellidentit di ogni discepolo che intraprende la sequela di Cristo. La dedizione a Ges e al suo vangelo non pu essere che totale, assoluta, non posponibile ad alcunaltra, non pu tollerare limitazioni o condizioni. Ges chiede la dedizione totale alla sua persona, docilit assoluta alla sua parola, dono generoso di tutto ci che si ha, in quanto mediatore della nuova ed eterna alleanza, della nuova e definitiva offerta di salvezza da parte di Dio. Se Ges ci chiede la disponibilit al dono totale di noi stessi e di tutto ci che abbiamo, perch vuole che abbandoniamo ogni pretesa di raggiungere la salvezza, la pienezza del nostro essere secondo Dio, con i nostri mezzi, perch questi ultimi non potranno mai salvarci. La salvezza pu avere solo la forma del dono gratuito da parte di Dio e pu realizzarsi in noi solo nellabbandono fiducioso, nellapertura totale al dono. Il dare tutto ci che si e si ha per seguire Ges non altro che lesporre tutto il nostro essere e quella parte di mondo che legata a noi alla grazia di Dio, il non frapporre ostacoli al suo irrompere, alla sua forza guaritrice, redentrice, vivificante. In noi, come in Ges, la pienezza di vita ha struttura pasquale: la dedizione, che in qualche modo perdersi e morire, per giungere a risorgere come nuove creature.

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XXXIII DOMENICA
In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurer e la luna non dar pi il suo splendore e gli astri si metteranno a cadere dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell`uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Ed egli mander gli angeli e riunir i suoi eletti dai quattro venti, dall`estremit della terra fino all`estremit del cielo. Dal fico imparate questa parabola: quando gi il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l`estate vicina; cos anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli vicino, alle porte. In verit vi dico: non passer questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto poi a quel giorno o a quell`ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre (Mc 13,2432).

TENERE DESTA LA SPERANZA Le scene evocate nella pagina evangelica non appartengono a uno spezzone di film di orrore. Non intenzione di Ges proporsi a noi con immagini e toni minacciosi. Sono immagini apocalittiche, nel senso che intendono rivelarci ( infatti questa letimologia di apocalisse), comunicarci un messaggio pi che suscitare delle emozioni o sensazioni di terrore. Nella pagina evangelica che oggi la liturgia ci propone possiamo individuare un triplice messaggio che diventa per noi un triplice invito. Un invito alla speranza. Prima di tutto Ges vuole ricordarci che egli ritorner, egli verr di nuovo a giudicare i vivi e morti, come afferiamo nella professione di fede. Egli ritorner con grande potenza e gloria. una meravigliosa prospettiva di speranza che si schiude dinanzi a noi. Lamore inchiodato sulla croce un amore che al compimento della storia si affermer in maniera potente, vittoriosa. Quel dramma di bene e di male che si consuma nella nostra quotidiana esistenza destinato a concludersi con una sconfitta schiacciante del male. Noi credenti siamo chiamati ad essere restauratori di speranza tra le macerie del mondo. Non possiamo indulgere al lamento, al pessimismo, allo sconforto. La nostra speranza attinge forza e motivazione dalle parole di Ges che con certezza ci dice: Allora vedranno il Figlio dell`uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Un invito alla vigilanza. Dinanzi alla certezza del ritorno del Signore affiora subito linterrogativo circa il quando, il momento del suo ritorno. Ges ha parole chiare a riguardo: Quanto poi a quel giorno o a quell`ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre. Da questa ignoranza del momento della sua venuta scaturisce per noi un impegno di vigilanza continua. Scrive un poeta argentino che ogni istante carico come unarma. In ogni istante pu accadere limprevedibile, pu avverarsi linedito, pu irrompere Dio. Occorre essere vigili, occorre servire, occorre lottare.
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Vegliare significa non permettere che la nostra coscienza si narcotizzi ma che sia sempre lucida e desta per additare prospettive di speranza e non lasciarsi ingannare da falsi miraggi. Servire comporta il vivere allinsegna dellimpegno e non della pigrizia e dellirresponsabilit per trovarsi pronti alla visita del Padrone. Al suo arrivo non ci trovi in ozio ma con i fianchi cinti e le maniche rimboccate, chinati sui bisogni dei fratelli. Lottare significa resistere al male che come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare (1Pt 5,9). Occorre rimanere saldi nella fede per essere pronti ad accogliere il Figlio dell`uomo che deve venire sulle nubi con grande potenza e gloria. E dal momento che non conosciamo n il giorno e n lora non possiamo abbassare la guardia. Un invito alla fedelt e al coraggio. Lungo il corso della storia possono verificarsi eventi naturali o sociali terribili e sconvolgenti che possono gettarci nel panico. Tali eventi pi che preludere la fine, sono il prolungamento del Venerd santo, lespansione di quellevento tenebroso ma non definitivo. In tali circostanze, proprio perch consapevoli della prospettiva di risurrezione che si schiusa dopo quel giorno di tenebra, siamo chiamati a perseverare nella fedelt e nel coraggio. La fedelt la capacit di rimanere radicati nelle promesse di Cristo senza cedere al pessimismo e al lamento. Il coraggio la forza di testimoniare la vittoria del bene sulle potenze del male, contro ogni evidenza. Con questo bagaglio di virt e con il bastone dei pellegrini camminiamo incontro al Signore che viene, nella speranza che ci trovi pronti per essere ammessi al banchetto del suo Regno.

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XXXIV DOMENICA NOSTRO SIGNORE GESU CRISTO RE DELLUNIVERSO


Pilato allora rientr nel pretorio, fece chiamare Ges e gli disse: Tu sei il re dei Giudei?. Ges rispose: Dici questo da te oppure altri te l`hanno detto sul mio conto?. Pilato rispose: Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?. Rispose Ges: Il mio regno non di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perch non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non di quaggi. Allora Pilato gli disse: Dunque tu sei re?. Rispose Ges: Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verit. Chiunque dalla verit, ascolta la mia voce (Gv 18,33-37).

REGNA SI DI NOI E SU TUTTI I POPOLI Abbiamo percorso un altro tratto di cammino dietro al Cristo, Maestro e Signore. Siamo giunti alla fine di unaltra tappa e sorgono e nel nostro cuore nel contempo gratitudine e angustia. Un anno della nostra vita passato: esso un intreccio inestricabile di grazia e di peccato, perch in ogni modo il luogo della libert. Un anno al tuo seguito, Signore, un anno di grazia. Il nostro cammino di questanno unesperienza struggente della tua grazia, del tuo amore con cui coroni i nostri giorni, nellaffetto dei nostri cari, nella tenerezza dei bimbi, nella canizie degli anziani, nella laboriosit dei genitori, nella fatica e nel dolore, nella gioia e nella speranza. In tutti questi frammenti noi riconosciamo le schegge della tua grazia che continuamente ci raggiungono per aprire in noi una promettente ferita. Un anno al tuo seguito, per, Ges, non ci ha risparmiato le cadute del nostro peccato; ci ha resi per ancora una volta beneficiari del perdono di Dio, della sua misericordia. Il nostro cammino di questanno esperienza tristissima della nostra infedelt, del nostro peccato, delle divisioni, delle pigrizie, degli alibi, delle reticenze, delle meschinit, delle miserie, dei tradimenti, delle tragedie di cui capace il cuore umano. Ogni giorno sperimentiamo tale fatica, ogni giorno soccombiamo alla nostra miseria: mistero impenetrabile il cuore umano, che pu raggiungere anche labisso della desolazione. Ma il tuo sguardo, Signore, pi penetrante della nostra coscienza, rimprovera per rialzarci, giudica per rianimarci, mette a nudo per guarirci. In un tempo in cui molti di noi si avvitano su se stessi, che coltivano pi il senso di colpa, che la coscienza del peccato che porta a conversione, quanto salutare il tuo giudizio su di noi, Signore. Noi non ci giudichiamo mai da soli, non ci analizziamo mai chiusi nella nostra isola. Se cos fosse, Signore, quanta tristezza e quanta dirompente carica distruttiva ne emergerebbe! Ci avviciniamo a noi stessi con il tuo sguardo penetrante e tenerissimo, Ges, Signore della nostra libert, che conosci di che cosa capace il nostro cuore: nelle sue caparbie infedelt e nelle sue grandiose impennate di generosit. Prendici con la tua mano, Ges, e apri davanti ai nostri passi un altro anno di grazia.
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Un anno al tuo seguito, Ges, un anno di grazia, di peccato, ma soprattutto di libert. Ci fai scoprire la gioia di una libert liberata dai nostri egoismi, ci rendi un popolo di uomini liberi, che hanno a cuore il fratello, che ne custodiscono linviolabile dignit, che partecipano al progetto di una societ responsabile e di una comunit fraterna. Tu, Ges, nel breve arco della tua vita ti sei posto nella condizione di servizio, operando a vantaggio di tutte le persone che incontravi. Ne volevi svegliare la fede e ne favorivi la promozione umana. Aiutavi la gente a liberarsi da condizionamenti paralizzanti, a diventare responsabili della loro sorte, ad aprirsi con fiducia agli altri, a collaborare per il bene comune. quanto compi anche in noi quando ti seguiamo in creativa obbedienza e con stile di servizio, nelle situazioni pi varie della nostra vita. E ora al termine del cammino di questanno ti contempliamo re della nostra vita e delluniverso. Tu, davanti a Pilato, nella situazione di prigioniero sottoposto a giudizio, dichiari di essere re. Tu lo hai detto, Ges, che sei re! E noi ci vogliamo mettere ancora una volta al tuo seguito aspettando che tu possa regnare su di noi, sulle nostre case, su tutti i popoli. Tu lo hai detto: Io sono re!. Ma come difficile, Ges, riconoscerti nostro re! Tu cammini nella nostra vita con il dorso piagato e caricato dinfamia; tu, volto di misericordia, ti sei preso la nostra debolezza e ci tracci un sentiero che porta alla gloria. Segnato per il nostro peccato, ti mostri a noi nello splendore di un amore che vince ogni nostra resistenza. Il tuo potere un potere eterno che non tramonta mai. Come facciamo a riconoscerti nostro re, vestito di forza, ammantato dello splendore purpureo del tuo sangue versato per noi? Tu sei re! Sulla croce dellinfamia e del disprezzo, tradito e abbandonato, tu regni, incoronato dalle spine pungenti del nostro peccato. O re, agnello mansueto, hai inchiodato le tue mani aperte sul legno della nostra maledizione, perch noi potessimo venire a te, certi del tuo perdono; hai trafitto i tuoi piedi perch sempre ti trovassimo innalzato nella nostra quotidianit senza sfuggire mai. S, il tuo regno non di questo mondo; non pu esserlo, o nostro re, piagato delle nostre ferite e della nostra debolezza. Tu, immagine della misericordia di un Dio che si dona fino alle estreme conseguenze, vedi la nostra incredulit che ti lacera il cuore chiedendoti segni di potere, che ti guarda con lo sguardo ironico e ti sputa in faccia la propria vergogna. S, tu sei re, consegnato e inerme, ma il tuo trono stabile fin dal principio; non sar mai distrutto il tuo potere damore, o agnello immolato sulla croce, che ti sei fatto perdono oltre ogni misura. Oltre ogni interesse, oltre ogni scherno, oltre ogni debolezza, oltre ogni miseria. Contemplandoti nello splendore del tuo regno di luce, o nostro re, nello stupore della tua maest cantiamo anche noi come Francesco dAssisi: tu sei amore, carit. Tu sei sapienza. Tu sei umilt. Tu sei bellezza. Tu sei sicurezza. Tu sei la pace.
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Tu sei gaudio e letizia. Tu sei la nostra speranza. Tu sei giustizia. Tu sei temperanza. Tu sei ogni nostra ricchezza. Tu sei bellezza. Tu sei mitezza. Tu sei il protettore. Tu sei il custode e il difensore nostro. Tu sei fortezza. Tu sei rifugio. Tu sei la nostra speranza. Tu sei la nostra fede. Tu sei la nostra carit. Tu sei tutta la nostra dolcezza. Tu sei la nostra vita eterna, grande e ammirabile Signore, Dio onnipotente, misericordioso Salvatore.

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ALTRE FESTE E SOLENNITA

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IMMACOLATA CONCEZIONE
Nel sesto mese, l`angelo Gabriele fu mandato da Dio in una citt della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: Ti saluto, o piena di grazia, il Signore con te. A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L`angelo le disse: Non temere, Maria, perch hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Ges. Sar grande e chiamato Figlio dell`Altissimo; il Signore Dio gli dar il trono di Davide suo padre e regner per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avr fine. Allora Maria disse all`angelo: Come possibile? Non conosco uomo. Le rispose l`angelo: Lo Spirito Santo scender su di te, su te stender la sua ombra la potenza dell`Altissimo. Colui che nascer sar dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla impossibile a Dio . Allora Maria disse: Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto. E l`angelo part da lei (Lc 1,26-38).

DESTINATI AD ESSERE SANTI E IMMACOLATI NELLAMORE Oggi vogliamo lo sguardo alla Vergine di Nazaret e sentiamo il cuore trasalire di gioia e di gratitudine per le meraviglie che il Creatore compie per le sue creature. Maria il segno dellumanit nuova, dellumanit sottratta al potere del male. infatti questo il senso del suo singolare privilegio di donna preservata dal peccato dorigine. Dio ha preservato Maria dal peccato per additare a tutti noi il suo progetto di farci giungere santi e immacolati al suo cospetto (Ef 1, 4). Maria non si imbratta di peccato. Noi purtroppo facciamo la dolorosa esperienza del male. Il male esercita il suo fascino su di noi e noi cediamo alle sue lusinghe. Maria diventa per noi un annuncio di speranza. Non possiamo rassegnarci al potere del male. Il progetto di santit di Dio sullumanit giunger a compimento. Maria per tutti noi la caparra, lanticipazione di questo destino di gloria che Dio riserva a noi uomini. Maria suscita in tutti noi una profonda nostalgia di santit. Ella diffonde un meraviglioso profumo di santit. di questo profumo che ha bisogno lumanit. Noi siamo persuasi che siano i grandi della storia, scienziati, letterati, filosofi, uomini di potere, a far progredire lumanit. Il vero progresso dellumanit invece determinato dal profumo di santit che promana dai santi. Maria lapice della santit. La santit la speranza dellumanit. Oggi in Maria preservata dal male celebriamo la festa della nostra speranza. Lumile vicenda di questa fanciulla di Nazaret lievito di speranza per il destino dellumanit intera. Maria la primizia dellumanit nuova. Maria ci addita una meta di gloria. Non siamo fatalisticamente orientati ad essere succubi del potere del male. Se ci lasciamo adombrare dalla potenza dello Spirito, anche noi possiamo cantare lo stesso canto di esultanza della donna di Nazaret e sperimentare le meraviglie che Dio compie in noi.
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Siamo invitati a ricalcare le orme della disponibilit di Maria che senza esitazione consegna a Dio la sua vita: Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto. Se mettiamo la nostra vita nelle mani di Dio il male non pi sedurci e non ci metter pi in fuga da Dio e da noi stessi. Dichiariamoci servi del Signore perch sia lui a dominare nella nostra vita e non il male. Serviamo il Signore a testa alta nella consapevolezza di essere trasfigurati dalla potenza del suo amore. Lontano da Dio sperimentiamo labbrutimento che il peccato produce in noi e attorno a noi. Con Dio possiamo cantare anche noi come Maria: Lanima mia magnifica il Signore. il canto che sgorga da una vita riuscita, da una vita che non prova pi la vergogna del peccato e non ha motivo di nascondersi, come il vecchio uomo, Adamo. Possiamo stare a testa alta davanti a Dio, certi che grandi cose compie in noi lOnnipotente.

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PRESENTAZIONE DEL SIGNORE


Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mos, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sar sacro al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore. Ora a Gerusalemme cera un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d`Israele; lo Spirito Santo che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. Mosso dunque dallo Spirito, si rec al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Ges per adempiere la Legge, lo prese tra le braccia e benedisse Dio: Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perch i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele. Il padre e la madre di Ges si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e parl a Maria, sua madre: Egli qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perch siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafigger l`anima. Cera anche una profetessa, Anna, figlia di Fanule, della trib di Aser. Era molto avanzata in et, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro citt di Nazaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui (Lc 2,22-40).

NATO SOTTO LA LEGGE PER RISCATTARCI DALLA LEGGE Secondo la tradizione ebraica la donna quando partorisce diventa impura per il contatto con il sangue e lo rimane per quaranta giorni, se ha partorito un maschio, o addirittura il doppio se nata una femmina; trascorso questo tempo, la donna tenuta a compiere un sacrificio di espiazione per eliminare limpurit rituale. Secondo le regole formulate dal libro del Levitico, la puerpera porter al sacerdote allingresso della tenda del convegno un agnello di un anno come olocausto e un colombo o una tortora in sacrificio di espiazione. Il sacerdote li offrir davanti al Signore e far il suo rito espiatorio per lei; essa sar purificata dal flusso del suo sangue. Se non ha mezzi da offrire un agnello, prender due tortore o due colombi: uno per lolocausto e laltro per il sacrificio espiatorio. Il sacerdote far il rito espiatorio per lei ed essa sar monda (Lv 12,6-8). Nellepoca giudaica i sacrifici erano possibili solo nel tempio di Gerusalemme e, quindi, la madre di Ges, come ogni donna di Israele, era tenuta a salire al tempio, quaranta giorni dopo il parto, per compiere i riti della purificazione. A questo si aggiunge un altro dovere rituale. Il maschio primogenito, secondo lantica tradizione di Israele, appartiene al Signore: sacro e deve quindi essere
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offerto in sacrificio. Ma non si pu offrire un animale impuro e non si deve sacrificare un essere umano: in questi casi il primogenito, per essere desacralizzato, deve venire riscattato. Il libro dei Numeri (18,16) fissa in cinque sicli dargento il prezzo che un padre deve versare ai sacerdoti per riscattare il suo primo figlio; per questa operazione non necessario andare a Gerusalemme, ma lo si pu compiere in qualsiasi sinagoga. Al tempo di Ges non cera alcun rito di presentazione dei bambini al tempio; ma il ricordo dellantica prescrizione di pellegrinaggio al santuario era devozionalmente associata al rito del riscatto: Tre volte allanno ogni tuo maschio compaia alla presenza del Signore Dio, Dio dIsraele (Es 34,23). In questo senso i genitori di Ges, come pii israeliti, hanno osservato le regole della religiosit giudaica. Lodierna festivit esprime ancora il senso dellincarnazione, dellabbassamento, di soggezione alla legge ed rivelazione della solidariet salvifica di Dio con e per luomo. un momento di epifania, in cui brilla una luce di salvezza. Contemporaneamente la festivit appare aperta alla prospettiva pasquale: quanto avviene nel tempio, pur nella sua consistenza di mistero di salvezza, punto di partenza: sar nella vicenda pasquale che apparir in pienezza che proprio dallabbassamento fino alla solidariet nella morte ha origine il supremo splendore della risurrezione; e propriamente questo levento di salvezza preannunciato esemplarmente nella presentazione. La festivit dunque percorsa dalla logica che presiede al farsi carne di Dio, quanto da quella che presiede al suo morire in Cristo; tale logica potrebbe forse anche esprimersi sinteticamente cos: Dio per compiere il suo disegno di salvezza non esita a svuotare se stesso; si serve di mezzi poveri, di persone e cose che non necessariamente contano agli occhi del mondo. Il Figlio di Dio, colmo della vita stessa di Dio, sorge in mezzo a noi come nostro fratello, animato da volont di solidariet e che, perci, realizza la mediazione che fa giungere a noi il dono di grazia e di pienezza di vita divina. Per salvare dalla schiavit mortifera i nostri primogeniti, Dio mette nelle nostre mani il suo Unigenito. Per liberarci dalla schiavit a cui siamo sottoposti a causa dei ricatti resi possibili dalla nostra paura della morte, il Figlio di Dio non si sottrae alla violenza e condivide la nostra morte e la vince con la gloria della risurrezione, gloria offerta anche a noi. E per comprendere tale logica, per vedere la luce, accoglierla e condividerla, necessario viverla, necessario essere poveri, come Simeone, come Anna, come Maria e Giuseppe. Se ci lasciamo purificare, svuotare, rendere poveri dallo Spirito, allora avremo occhi sufficienti per vedere la Luce vera: in realt essa viene verso di noi, si fa uno di noi; fa divampare le nostre luci insieme unite e ci fa diventare capaci di farne dono anche agli altri fratelli. Il Signore Ges, luce del mondo, illumini i nostri pensieri, purifichi i nostri desideri e guidi le nostre azioni.

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TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE


Dopo sei giorni, Ges prese con s Pietro, Giacomo e Giovanni e li port sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigur davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle cos bianche. E apparve loro Elia con Mos e discorrevano con Ges. Prendendo allora la parola, Pietro disse a Ges: Maestro, bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mos e una per Elia!. Non sapeva infatti che cosa dire, poich erano stati presi dallo spavento. Poi si form una nube che li avvolse nell`ombra e usc una voce dalla nube: Questi il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!. E subito guardandosi attorno, non videro pi nessuno, se non Ges solo con loro. Mentre scendevano dal monte, ordin loro di non raccontare a nessuno ci che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell`uomo fosse risuscitato dai morti. Ed essi tennero per s la cosa, domandandosi per che cosa volesse dire risuscitare dai morti (Mc 9,2-10).

FESTA DI LUCE E DI BELLEZZA La festa della Trasfigurazione di Ges ci introduce al mistero della vita cristiana quale processo di trasformazione di noi stessi, per aver parte in Cristo, alla gloria di Dio. Secondo unantichissima tradizione, sempre viva nella Chiesa di oriente, ogni iconografo inizia la sua arte divina dipingendo licona della trasfigurazione. Il compimento dellopera preceduto e accompagnato da lunghi digiuni e preghiere. Licona della trasfigurazione costituisce ad un tempo per liconografo liniziazione dellarte del dipingere e lingresso in un arte del vivere che lo deve portare alla progressiva conformazione a Cristo: trasfigurarsi in Lui. Nel raccoglimento silenzioso del cuore centrato su Cristo, lo Spirito dilata le capacit interiori dellascolto e della visione, gli occhi si aprono e licona rivela il suo mistero: porta socchiusa sul mondo e sulla storia, sul suo originario rapporto con larchetipo divino e sul suo destino escatologico. La luce taborica, piovuta dallalto sullicona e da essa riflessa su chi la contempla e la prega in sintonia interiore, rivela il mistero della storia umana. In Cristo morto e risorto ha il suo principio, il suo orientamento, la sua chiave di lettura, il suo punto di arrivo. Sul volto di Cristo, che la trasfigurazione lascia intravedere nella luce della gloria pasquale del servo crocifisso e risorto, si manifesta lo splendore di Dio. Cristo ridona alla storia umana, spesso complessa e contraddittoria, la sua unit interiore di luogo di attuazione del misterioso disegno divino secondo cui il Padre vuole salvare in Lui tutte le persone e riordinare tutte le cose. Noi siamo chiamati a percorrere, dietro a Lui e dopo di Lui, lo stesso itinerario interiore, in cui non si consuma solo il destino di un individuo, ma si realizza il senso compiuto della storia e del mondo. La scena del Tabor, con le sue articolate componenti - la gloria luminosa di Cristo, la voce del Padre che invita alla obbedienza e alla sequela di Lui, i due profeti che ne testimoniano la funzione unificante delle due alleanze, lo stupore sgomento dei discepoli di fronte alla voce e alla nube che allo stesso tempo lo rivelano e lo nascondono diventa lo spazio esistenziale del nostro cammino di conformazione a Cristo.
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La Trasfigurazione fonda la nostra spiritualit non di rottura ma di trasformazione: la Trasfigurazione non rottura con il mondo n evasione dalla storia, non richiede cinismo verso ci che corporeo, umano, creazionale, ma trasformazione di queste realt per mantenerle o restituirle alla loro bont e bellezza radicali. La vita spirituale si delinea cos come discernimento della luce di Dio in noi, nelle cose, nel mondo. La festa della Trasfigurazione di Ges ci immerge nella contemplazione del mistero di Dio, ci conferma nella fede e nella speranza, centro della nostra vita cristiana, e ci esorta ancora una volta alla sequela fedele al Cristo, rivelatore del Padre, volto visibile del Dio invisibile. Sul volto di Cristo rifulge la divina bellezza che irradia sul volto di coloro che lo contemplano creando cos i santi come uomini di luce, figli della luce, somigliantissimi al Cristo. Nel volto luminoso del Cristo intuita e anticipata la luminosit della visione di Dio faccia a faccia; come pregustata la festa dellottavo giorno che non conosce tramonto; come precorso il riposo di un popolo pellegrino che cammina nella prova e nella speranza. Licona e la festa della Trasfigurazione segnano litinerario del credente, ricomposto in unit nel Cristo crocifisso e risorto, pacificato in s e con il Padre mediante lobbedienza della fede nel Figlio, reinserito nellarmonia dello spirito e del corpo, trasparente alla penetrazione dello Spirito che avvolge nella sua luce vivificante il cosmo intero.

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ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA


Allora si apr il santuario di Dio nel cielo e apparve nel santuario l`arca dell`alleanza. Ne seguirono folgori, voci, scoppi di tuono, terremoto e una tempesta di grandine. Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava gi un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato. Essa partor un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fugg nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio perch vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni. Allora udii una gran voce nel cielo che diceva: Ora si compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo, poich stato precipitato l`accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte (Ap 11,19;12-6.10).

PROFUMO DI RISURREZIONE Ritengo che non sia casuale che la liturgia ci fa contemplare licona di Maria assunta in cielo, in corpo e anima, nel cuore dellestate, tempo in cui recuperiamo le armonie infrante del corpo, del nostro io, di Dio, delle relazioni umane, del creato. La solennit dellassunzione di Maria Vergine infonde in tutti noi un senso di gioia e di speranza. Un senso di gioia perch Dio vuole trasfigurare tutto il nostro essere: il corpo e lo spirito. Nulla di noi andr perduto. Quella storia di fatica e di amore che ciascuno di noi scrive mentre nel corpo destinata a entrare per sempre nel progetto di Dio, nella sua gloria. Tutto questo ci riempie di gioia perch allontana da noi lo spettro del nulla, della morte, della paura. Non siamo destinati al nulla, al vuoto. Siamo destinati alla gloria. Questa gioia diventa la nostra forza per affrontare la quotidiana battaglia della vita. Unitamente a questo senso di gioia, la festa odierna infonde in tutti noi un senso di speranza. Una speranza che nasce dal contemplare Maria gi nel pieno possesso della gloria di Dio. Una di noi, Maria, arrivata prima di noi l dove tutti noi siamo destinati. Ci che Dio ha compiuto in questa meravigliosa donna desidera compierlo per ciascuno di noi. Questo ci riempie il cuore di speranza. Questa speranza ha il suo punto di forza nella risurrezione di Cristo. Cristo infatti il primogenito di coloro che risuscitano dai morti (Col 1,18). Maria stata colei che ha goduto per prima del privilegio di essere associata a tutta la vita di Cristo, al suo mistero di passione, di dolore, di morte e quindi di risurrezione, di trasfigurazione.
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A ben riflettere gioia e speranza sono le coordinate fondamentali che orientano verso una pienezza di senso la nostra vita di uomini. Una vita senza gioia e senza speranza emano gi tanfo di morte. Maria emana profumo di risurrezione. significativo un riferimento storico. Anticamente il 15 agosto nellimpero romano si celebrava la festa della dea Diana. Era la festa della donna e tutte le donne portavano presso il tempio della dea Diana omaggi floreali. Con lavvento del cristianesimo questa festa pagana viene soppiantata dalla solennit della Assunzione di Maria Vergine. E, secondo unantica tradizione, si narra che sulla tomba di Maria, dal momento della sua morte in poi, nascevano solo fiori e piante profumate. una leggenda che quasi sicuramente non ha nulla di vero. A noi per interessa il valore simbolico di questa leggenda. Dove stato deposto il corpo di Maria sinnalza al cielo un profumo soave e non olezzo di morte. Lintera esistenza di Maria stata una diffusione di profumo di vita per le strade del mondo. Maria assunta in cielo perch questo profumo di festa, di vita, di speranza, di gioia, abbia a permeare tutta la storia e il cosmo intero cos che ciascuno di noi, contagiato dallesultanza di Maria, possa continuare a camminare per le strade del mondo e diffondere il soave profumo di Cristo. questo il messaggio di gioia, di speranza e di vita che questa solennit ci consegna nel cuore delle vacanze. Una festa posta nel cuore dellestate per dare il giusto senso alle nostre vacanze. Le vacanze devono essere per tutti noi opportunit di gioia, tempo di speranza, tempo in cui avvertiamo il desiderio di ricongiunzione tra cielo e terra, tra l'uomo e la creazione, tra la creatura e il Creatore. La vacanza tempo di armonia recuperata su tutti i fronti. Vivere le vacanza in tal senso significa ripristinare un pezzo di cielo nellintimo del nostro essere, quel cielo verso cui siamo tutti orientati e che dobbiamo assaporare come caparra gi lungo il nostro cammino terreno. Maria nel cuore di questo tempo estivo irradia dal suo volto luminoso una luce nuova, un profumo di vita e invita ciascuno di noi a proseguire nel cammino della vita e a diffondere il soave odore di Cristo perch lungo le orme dei nostri passi possano fiorire per sempre germogli profumati di speranza e di novit.

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ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE


Eppure nessuno mai salito al cielo, fuorch il Figlio dell`uomo che disceso dal cielo. E come Mos innalz il serpente nel deserto, cos bisogna che sia innalzato il Figlio dell`uomo, perch chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perch chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perch il mondo si salvi per mezzo di lui (Gv 3,13-17).

LA CROCE EPIFANIA DI VERITA E DI BELLEZZA Con lavvento del cristianesimo in ogni anglo della terra svetta una croce. La croce la memoria perenne dellamore smisurato di Dio per gli uomini. Il mistero della croce suscita una molteplicit di considerazioni. A me piace contemplare la croce e considerarla come la manifestazione, lepifania della verit e della bellezza. Verit e bellezza sono aneliti presenti nel cuore di ogni uomo, realt radicate profondamente nella nostra condizione umana. Epifania di verit. Noi figli dellOccidente siamo abituati a considerare la verit come categoria squisitamente intellettuale. Per noi una realt che lambisce solo la sfera della ragione, lapprodo di un itinerario squisitamente intellettuale. Ma gi S. Tommaso dAquino ci metteva sullavviso di considerarla come una realt che tocca tutto il nostro essere, non solo la ragione, ma anche il cuore. La verit che la croce ci rivela una verit che ha le sue radici soprattutto nel cuore. Questa verit ha il nome di carit. La croce ci rivela che la verit che salva lamore. la grande verit che Ges ci insegna dallalto della sua scomoda cattedra. Siamo fatti per la verit perch siamo fatti per lamore. il nostro essere custodito nella verit nella misura in cui vive di amore e nellamore. vivere secondo verit significa allora vivere nellamore. Il cristiano dinanzi alla croce si lascia inondare dalla piena dellamore divino e si lascia scardinare da ogni forma di egoismo e di chiusura. Si abbandona allamore. nella croce il cristiano vede un segno sovversivo. Intuisce che ogni vera rivoluzione non pu che essere una rivoluzione damore che induce a dare la vita per gli altri, a perdonare, a inondare di tenerezza, di misericordia, di accoglienza e di tolleranza il mondo. La croce lepifania della verit perch rivela a tutti noi la logica nuova inaugurata da Cristo: la salvezza procede dallamore. Lamore compie miracoli nella vita degli uomini. Quando contempliamo la croce non possiamo evitare di verificare la nostra capacit di amore e quindi lautenticit, la verit della nostra esistenza. Epifania di bellezza. La croce la rivelazione massima della bellezza. Anche se il profeta Isaia dice che luomo dei dolori non ha n apparenza n bellezza per essere duomo il suo aspetto, noi non possiamo resistere al fulgore di bellezza che emana dalla croce. una bellezza che scaturisce dallintimo, dallarmonia del cuore dellUomo della croce. Cristo dallalto della croce riconcilia il mondo con il Padre, gli uomini tra di loro, lumanit con la creazione intera.
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La bellezza proprio la celebrazione dellarmonia, della riconciliazione. La bellezza non qualcosa di artefatto, il traboccare dellarmonia che abita nel cuore e trasfigura lintero essere. Sulla croce c un Cristo che rifulge di bellezza perch ha fatto della sua esistenza un dono di amore per gli altri. Lamore e il dono rendono belli gli uomini. tutti percepiamo la bellezza che promana dagli occhi di una persona che ha consumato la sua vita per gli altri. Pensiamo al volto luminoso e allo sguardo spalancato sullinfinito di Madre Teresa di Calcutta. Luomo contemporaneo purtroppo vive una crisi di bellezza perch ha infranto la sua armonia interiore. Abbiamo bisogno di maquillage, di maschere estetiche per renderci belli. Non questione di farci belli ma di essere belli. Se la bellezza non promana dal nostro intimo ogni tentativo di costruirla con le nostre mani vano e persino buffo. La bellezza vera quella che scaturisce da unesistenza consumata per gli altri. La liturgia ci fa volgere lo sguardo alla croce per dire che ognuno di noi, segnato da quel simbolo nel giorno del battesimo, deve essere nel mondo il sacramento della verit e della bellezza, della tenerezza e dellarmonia, il sacramento delle meraviglia di Dio. Ognuno di noi deve essere la croce gloriosa che svetta nella storia per dire agli uomini che solo amando ci si salva e si trasfigura il mondo. Dove manca lamore gli uomini diventano bruti e brutti. Bruti perch i cuori si incattiviscono e brutti perch i volti si rabbuiano. La Croce di Cristo sia sempre per tutti noi memoria perenne di verit e di bellezza per la salvezza del mondo.

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TUTTI I SANTI
Vedendo le folle, Ges sal sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo: Beati i poveri in spirito, perch di essi il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perch saranno consolati. Beati i miti, perch erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perch saranno saziati. Beati i misericordiosi, perch troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perch vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perch saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perch di essi il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perch grande la vostra ricompensa nei cieli. Cos infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi (Mt 5,1-12).

LIMPERO DEL BENE La solennit di tutti i Santi un tuffo nella luce, quella luce che a tentoni quotidianamente cerchiamo. la luce che promana dal fascino della santit. Nel cuore di ognuno di noi si nasconde un desiderio di santit e di bont. Ed essere santi in fondo significa essere uomini buoni. Anche sotto un cumulo di detriti di peccato, scopriamo che in fondo ai nostri cuori c un anelito di bont. il marchio di origine controllata impresso dal Creatore che, dopo aver creato luomo, vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona (Gen 1,31). Spesso facciamo ironia sulla bont confondendola con una sorta di bonomia accomodante o ancor peggio con una sorta di minchioneria. Essere buoni comporta essenzialmente tre esigenze etiche: fare il bene, fare bene il bene, vincere il male con il bene. Fare il bene. Fare il bene significa offrire allaltro, attraverso il nostro impegno, lo spazio necessario perch possa sentirsi a suo agio nella propria pelle di uomo. Significa distogliere lo sguardo da noi stessi e orientarlo verso gli altri. Fare il bene vivere mettendosi nei panni degli altri, decentrarsi. Luomo buono, il santo, luomo allocentrico, proteso verso laltro. Il baricentro della sua esistenza cade nella vita dellaltro non nella sua. La vita delluomo che fa il bene simile ad una freccia scoccata dallarco e protesa verso il bersaglio. Nessuna freccia porta a compimento la sua funzione finch
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rimane ancorata allarco. Nessuna esistenza sperimenta la realizzazione autentica finch ricurva su se stessa. Abbiamo bisogno di recuperare il gusto per il bene attraverso i gesti semplici e quotidiani, questi gesti che nella passata pedagogia religiosa passavano sotto il nome di fioretti. Attraverso la familiarit con i piccoli gesti noi orientiamo la nostra vita verso il bene e costruiamo i nostri giorni nella fecondit di Dio e nella santit della vita. Dobbiamo ritornare a spandere nella nostra vita e nella vita del mondo il profumo del bene, quello ordinario, feriale, ma cos essenziale per la vita del mondo. Fare bene il bene. Non basta fare il bene. necessario fare bene il bene. Per chi fa il bene sempre in agguato la tentazione di passare per benefattore, di ergersi su un piedistallo. Questa tentazione uccide, vanifica, il bene. Il bene per essere fatto bene va compiuto con discrezione, cos come raccomanda il Vangelo: non sappia la tua sinistra ci che fa la tua destra (Mt 6, 3). Il bene deve seguire la logica del seme che nel grembo buio e silenzioso della terra partorisce la vita nuova. Il bene compiuto nel nascondimento sar messe abbondante per la vita del mondo. Siamo chiamati a deporre nei solchi della storia i nostri gesti di bont senza attendere ricompensa e senza inseguire gratificazioni. Il bene sempre gratuito. E SantAgostino ci ricorda che il bene che compiamo non nostro ma il bene che permettiamo a Dio di compiere attraverso di noi. Quindi lui lartefice. Non arroghiamoci diritti di paternit su realt di cui noi siamo soltanto umili servitori. La firma sotto il bene che compiamo spetta a Dio. Noi siamo soltanto linchiostro di cui egli si servito per scrivere pagine di santit nella nostra vita e nella vita del mondo. Vincere il male con il bene. lapice di ogni cammino di santit. il suggello della bont: Vinci con il bene il male (Rom 12,21). Il Crocifisso licona pi vera di tutto questo. Egli, dallalto della croce, dinanzi agli oltraggi, alle calunnie, agli insulti, agli sputi, alle torture, con tenerezza disarmante invoca: Padre, perdonali, perch non sanno quello che fanno (Lc 23, 33). Non masochismo. desiderare il bene dellaltro, soprattutto di chi avvinto dal male. arduo ma ineludibile per noi che desideriamo essere i canali attraverso cui Dio vuol far passare la sua bont. Il peccato, il male, non pu essere di impedimento al flusso di bene che Dio vuol far scorrere su ogni uomo. Ecco tracciato il cammino impegnativo ma esaltante della santit. Questa la strada che hanno percorso i nostri fratelli che ci hanno preceduto nellincontro con il Signore glorioso. Di questo dobbiamo avvertire una profonda nostalgia per veder realizzata la nostra umanit, trasfigurato il volto del mondo ed essere veramente beati.

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COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI


Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccher. Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza piena di immortalit. Per una breve pena riceveranno grandi benefici, perch Dio li ha provati e li ha trovati degni di s: li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come un olocausto. Nel giorno del loro giudizio risplenderanno; come scintille nella stoppia, correranno qua e l. Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli e il Signore regner per sempre su di loro. Quanti confidano in lui comprenderanno la verit; coloro che gli sono fedeli vivranno presso di lui nell`amore, perch grazia e misericordia sono riservate ai suoi eletti (Sap 3,1-9).

VIVERE LA MORTE Un tempo i bambini dovevano ignorare totalmente lorigine della vita, mentre potevano assistere alla grande scena daddio al capezzale del morente. Ora, fin dalla tenera et, devono sapere tutto sul come si nasce, mentre devono ignorare la morte, argomento pornografico. Il linguaggio mistificatorio un tempo in uso per lorigine della vita (la cicogna) si imposto per il termine della vita (la nonna partita per un lungo viaggio, riposa in un bel giardino). in atto una congiura del silenzio sulla morte che esprime il disagio e la difficolt ad affrontare questo evento che pure realt della nostra vita ed elemento essenziale per determinarne, assieme alla misura, il senso. Profondi cambiamenti hanno caratterizzato la morte e il morire in questi ultimi decenni. La buona morte dei tempi passati quella che avveniva in mezzo alle persone care, preparata da una specie di liturgia della fine, da un insieme di riti (raccomandazioni, preghiere, gesti di perdono) di cui il morente era in un certo modo il celebrante ora limitata a pochi casi, se non scomparsa. Oggi considerata bella quella morte che sopraggiunge senza che lindividuo se ne renda conto. Latmosfera in cui viviamo si rende complice di questo occultamento della morte e del morire. Da dove nasce questa assenza della morte? Quali le cause? La rimozione della morte nella nostra cultura dovuta ad alcuni tratti che caratterizzano la nostra societ contemporanea. Vi un rapporto diretto tra la ricerca del piacere (concezione edonistica della nostra societ) e la necessit di tacere la morte. Il silenzio sulla morte frutto anche
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di una visione esclusivamente terrena della vita. Una vita che si svolge tutta e solo nellal di qua senza prospettive di un al di l. Inoltre la crisi della morte nasce dal fatto che nella nostra societ prevalgono i valori di scambio e i rapporti funzionali. In questo contesto la morte disturba lo svolgimento ordinato della vita sociale. Infine, attraverso la tecnicizzazione e lospedalizzazione, la morte stata ridotta a evento tecnico-biologico, inteso come puro incidente tecnico e cos la morte spogliata di ogni risvolto umano. Questi tratti comuni alla nostra civilt esprimono lautodifesa delluomo moderno contro la paura della morte. Pu un cristiano accettarli e condividerli? Il discepolo di Ges di fronte alla morte non deve restare come quelli che non hanno speranza (1Tess 4,13). Deve stare di fronte alla morte con laccettazione che viene dalla piena fiducia in Dio. Solo il superamento della paura di fronte alla morte e la certezza serena che viene dalla fede nella risurrezione aiuta a liberarsi dalla maschera di incomunicabilit che impedisce di stabilire la continuit dellunico filo conduttore che lega insieme la dignit del vivere con la dignit del morire. La morte pu e deve essere non solo subita dalluomo, ma anche vissuta attivamente. La morte per il credente non solo la fine della vita: Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace. La morte rende definitiva la vita. In questo modo lesistenza umana acquista tutto il suo peso: io vivo solo una volta. Devo decidermi. Le occasioni non tornano pi a mio piacimento. Le mie decisioni hanno carattere di definitivit. La morte, quindi, non deve essere solo qualcosa che si avvicina alluomo dallesterno e che questi pu accogliere solo passivamente. Morire pu diventare unazione, pu essere attuazione dellesistenza cristiana. La morte non deve essere intesa solo come assalto dallesterno, distruzione, interruzione del filo della vita, disgrazia, evento in cui luomo viene totalmente privato delle sue potenzialit, ma anche come compimento attivo dallinterno, come un attivo condurre se stesso a compimento, come autogenerazione verso la pienezza, proprio mentre viene comprovato il risultato della vita, e come un totale prendere possesso di s della persona (K. Rahner). Allora invece di pensare a una situazione del tutto straordinaria nella morte, ci si pu interrogare sul come vivere la morte in questa vita. Si pu parlare cio di morte come offerta di s. Lofferta di s il movimento fondamentale dellamore. Amare significa: impegnare la propria vita, coinvolgersi, donarsi, abbandonarsi, affidarsi, insomma offrire se stessi. Ma proprio tutto questo pu essere detto anche in riferimento al morire, sia che lo si intenda alla fine della vita che durante la vita stessa. In questo potrebbe consistere il morire durante tutta la vita: unesistenza damore per gli altri e quindi una vita di dedizione a Dio. A partire da qui si potrebbe vedere la morte alla fine dellesistenza terrena come la possibilit della definitiva consegna a Dio, e come compimento ultimo dellamore vissuto durante la vita. Nella morte il credente si consegna nelle mani di Dio, al quale durante tutta la sua vita vissuta con impegno si donato un poco alla volta. La morte allora la conseguenza di un impegno durato una vita, lultima radicalizzazione di unofferta di s attuata durante tutta la vita.
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il senso che il Cristo ha dato alla sua vita e alla sua morte, ed a questo che il discepolo deve tendere per dare senso alla sua vita e alla sua morte.

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INDICE Presentazione TEMPO DI AVVENTO I DOMENICA: Vegliare: Come? II DOMENICA: La conversione fa rinascere la speranza III DOMENICA: Testimoni di luce e di gioia IV DOMENICA: Dio si fa una casa in mezzo a noi TEMPO DI NATALE NATALE DEL SIGNORE: Natale: festa della tenerezza di Dio SANTA FAMIGLIA DI GESU, MARIA E GIUSEPPE: Figli della terra e del cielo MARIA SS. MADRE DI DIO: Cristo, nato da donna, nella carovana dei giorni II DOMENICA DI NATALE: Mistero ineffabile e inesauribile EPIFANIA DEL SIGNORE: Pellegrini dellAssoluto BATTESIMO DEL SIGNORE: Salvati da un mare di peccati TEMPO DI QUARESIMA I DOMENICA: Langelo e la bestia II DOMENICA: Il fascino della vetta e la paura della scalata III DOMENICA: Con Dio non si contratta IV DOMENICA: Una notte gravida di luce V DOMENICA: Voglia di Ges DOMENICA DELLE PALME: Lumanit in fuga raggiunta dallamore di Dio TRIDUO PASQUALE E TEMPO DI PASQUA GIOVEDI SANTO: Lumilt di Dio Un discorso fatto con i piedi VENERDI SANTO: La croce: lieta notizia per luomo curvato IN RESURRECTIONE DOMINI: Pasqua: la speranza restaurata II DOMENICA: Oltre la schiavit dellevidenza III DOMENICA: Dalle ferite del Crocifisso-Risorto un mare di perdono IV DOMENICA: Propter nos et nostra salutem V DOMENICA: Aut vitis aut ignis VI DOMENICA: Amor, ergo sum ASCENSIONE DEL SIGNORE: Il cielo la nostra patria Christi ascensio nostra provectio 36 38 41 43 45 48 15 19 23 25 28 32 6 8 10 12 3

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DOMENICA DI PENTECOSTE Alito di vita Il Dio-dentro-di-noi SOLENNITA DEL TEMPO ORDINARIO SS. TRINITA La Trinit la nostra patria Il girotondo di Dio SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO: Il sacramento della totalit SOLENNITA DEL SACRO CUORE DI GESU: Il mistero del cuore trafitto TEMPO ORDINARIO I DOMENICA: La gioia della sequela III DOMENICA: Una missione che passa per le nostre mani IV DOMENICA: Unautorit liberante V DOMENICA: Sanati per servire VI DOMENICA: Restituiti alla vita vera VII DOMENICA: Sanati in radice VIII DOMENICA: Lo sposo con noi IX DOMENICA: La legge misericordia e vita X DOMENICA: Guai a scambiare il bene con il male! XI DOMENICA: Sperare non un lusso ma una necessit XII DOMENICA: Quando sono debole, allora che sono forte XIII DOMENICA: Lincontro che dona la vita XIV DOMENICA: Lo scandalo del cristianesimo XV DOMENICA: Chiamati e mandati ad evangelizzare XVI DOMENICA: Ritirarsi in disparte XVII DOMENICA: Pane per il cuore XVIII DOMENICA: Fame di verit XIX DOMENICA: In Cristo placata ogni nostra fame XX DOMENICA: Pane per la vita del mondo XXI DOMENICA: Un pane duro XXII DOMENICA: Lessenziale invisibile XXIII DOMENICA: Ha fatto bene ogni cosa XXIV DOMENICA: Un messia assurdo XXV DOMENICA: Nel servizio la vera umilt XXVI DOMENICA: Oltre gli steccati XXVII DOMENICA: Lamore da Dio Il paradiso dellamore XXVIII DOMENICA: Il grillo parlante e il cammello pasciuto XXIX DOMENICA: Spiacevoli sorprese XXX DOMENICA: Desiderium videndi Dei XXXI DOMENICA: Lamore che misura ogni cosa XXXII DOMENICA: Tutto di me
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XXXIII DOMENICA: tenere desta la speranza XXXIV DOMENICA: Regna su di noi e su tutti i popoli ALTRE FESTE E SOLENNITA IMMACOLATA CONCEZIONE (8 dicembre): Destinati ad essere santi e immacolati nellamore PRESENTAZIONE DEL SIGNORE (2 febbraio): Nato sotto la legge per riscattarci dalla legge TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE (8 agosto): Festa di luce e di bellezza ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA (15 agosto): Profumo di risurrezione ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE (14 settembre): La croce: epifania di verit e di bellezza TUTTI I SANTI (1 novembre): Limpero del bene COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI (2 novembre): Vivere la morte INDICE

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