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KIERKEGAARD

(angoscia, disperazione, fede)

prof. Michele de Pasquale

in ogni stadio dell'esistenza l'uomo possibilit, apertura allignoto:

vive langoscia
quegli attimi di sospensione del giudizio e dell'azione di fronte agli aut-aut
quella coscienza della propria libert di potere unita all'incapacit di decidere a ragion veduta quella perenne oscillazione generata dal dubbio di non sapere se il possibile che si sceglier sar, per colui che sceglie, bene o male quella condizione in cui l'uomo non sereno, ma neppure turbato (perch non ha di fronte a s qualcosa che gli incuta timore), non in quiete ma neppure in lotta (perch non ha di fronte a s un nemico da abbattere)

Langoscia si pu paragonare alla vertigine. Chi volge gli occhi al fondo di un abisso, preso dalla vertigine. Ma la causa non meno nel suo occhio che nellabisso: perch deve guardarvi. Cos langoscia la vertigine della libert, che sorge mentre lo spirito sta per porre la sintesi, e la libert, guardando nella sua propria possibilit, afferra il finito per fermarsi in esso. In questa vertigine la libert cade.
(Kierkegaard, Il concetto dellangoscia)

l'angoscia non il timore che insorge di fronte a qualcosa, a qualcosa che nota, definita; langoscia insorge di fronte al nulla, alle soglie dell'ignoto, al cospetto di qualcosa che non ma potrebbe essere, cio al futuro, e che non si pu preventivamente determinare

un sentimento che non stimola alla lotta, ma induce solo alla paralisi del pensiero e dell'azione

quest'angoscia angoscia della morte:


langoscia che assale alle soglie della scelta deriva dal fatto che il possibile pu nascondere la possibilit della morte; ci deriva dalla consapevolezza che nel possibile tutto possibile

Quando la morte si presenta nella sua vera faccia scarna e truculenta, non la si considera senza timore, ma quando essa, per burlarsi degli uomini che si vantano di burlarsi di lei, si avanza camuffata, quando soltanto la nostra meditazione riesce a vedere che, sotto le spoglie di quella sconosciuta, la cui dolcezza ci incanta e la cui gioia ci rapisce nell'impeto selvaggio del piacere, c' la morte, allora siamo presi da un terrore senza fondo.
(Kierkegaard, Il concetto dellangoscia)

bisogna lasciarsi educare dall'angoscia per imparare a svestire dall'illusoriet i vari possibili, cio per imparare a leggere nelle prospettive che si aprono alla scelta dell'uomo il loro spessore infinito, la loro infinita possibilit di minaccia

In una favola del Grimm si racconta di un ragazzo che and in cerca di avventure per imparare a sentire langoscia. Lasciamo andare quellavventuriere senza domandare in quale modo egli per la strada potesse imbattersi nel terribile. Vorrei dire, per, che questo cio limparare a sentire langoscia unavventura attraverso la quale deve passare ogni uomo, affinch non vada in perdizione, o per non essere mai stato in angoscia o per essersi immerso in essa; chi invece impar a sentire langoscia nel modo giusto, ha imparato la cosa pi alta.%

Se luomo fosse un animale o un angelo, non potrebbe angosciarsi. Poich una sintesi egli pu angosciarsi, e pi profonda langoscia pi grande luomo; non langoscia, come gli uomini lintendono di solito, cio langoscia che riguarda lesteriore, ci che sta fuori delluomo, ma langoscia chegli stesso produce. Soltanto in questo senso bisogna intendere il racconto del Vangelo quando si dice che Cristo fu angosciato fino alla morte (Matteo, 26, 38), come pure quando Egli dice a Giuda: Quello che fai, fallo presto (Giovanni, 13, 27). Nemmeno la terribile espressione di Cristo che mise in angoscia lo stesso Lutero quando predicava su di essa: Dio mio, Dio mio, perch mi hai abbandonato? (Matteo, 27, 46), nemmeno queste parole esprimono cos fortemente il patimento; infatti, collultima si indica uno stato in cui Cristo si trova, la prima invece indica il rapporto con uno stato che non . Langoscia la possibilit della libert; soltanto questangoscia ha, mediante la fede, la capacit di formare assolutamente, in quanto distrugge tutte le finitezze scoprendo tutte le loro illusioni. E nessun grande inquisitore tiene pronte torture cos terribili come langoscia, nessuna spia sa attaccare con tanta astuzia la persona sospetta, proprio nel momento in cui pi debole, n sa preparare cos bene i lacci per accalappiarlo come sa langoscia; nessun giudice, per sottile che sia, sa esaminare cos a fondo laccusato come langoscia che non se lo lascia mai sfuggire, n nel divertimento, n nel chiasso, n sotto il lavoro, n di giorno, n di notte. %

Colui ch formato dallangoscia, formato mediante possibilit; e soltanto chi formato dalla possibilit, formato secondo la sua infinit. Perci la possibilit la pi pesante di tutte le categorie. Veramente si sente dire spesso il contrario, che la possibilit cos lieve e la realt invece tanto pesante. [...] Di solito la possibilit di cui si dice ch cos lieve, sintende come possibilit di felicit, di fortuna, ecc. Ma questa non affatto la possibilit; questa uninvenzione fallace che gli uomini, nella loro corruzione, imbellettano per avere almeno un pretesto di lamentarsi della vita e della Provvidenza e per avere unoccasione di farsi importanti ai propri occhi. No, nella possibilit tutto ugualmente possibile e chi fu realmente educato mediante la possibilit, ha compreso tanto il lato terribile quanto quello piacevole. Se un tale esce dalla scuola delle possibilit sapendo, meglio che non un bambino il suo ABC, chegli dalla vita non pu pretendere assolutamente nulla e che il lato terribile, la perdizione, lannientamento, abita con ogni uomo a porta a porta, e se ha tratto profitto dallesperienza che langoscia, di cui egli si angosciava, lo assale nel momento seguente, allora dar alla realt unaltra spiegazione; esalter la realt, e anche quando essa pesa grave sopra di lui, si ricorder chessa molto pi leggera di quanto non fosse la possibilit. [...]
(Kierkegaard, Il concetto dellangoscia)

l educazione dellangoscia implica la fede, perch solo questa fa compiere quel salto di qualit, quel passaggio dalla condizione finita a quella infinita, senza il quale non possibile disimpigliarsi dai lacci dell'angoscia

Ma perch un individuo sia formato cos assolutamente e infinitamente mediante la possibilit, egli devessere sincero di fronte alla possibilit e deve avere la fede. Per fede io intendo qui quello che per una volta Hegel, a modo suo, determina molto giustamente: la certezza interiore che anticipa linfinito. Se le scoperte della possibilit sono trattate con sincerit, la possibilit scoprir tutte le cose finite, idealizzandole per nella forma dellinfinit, e abbatter nellangoscia lindividuo finch esso, da parte sua, non le vincer nellanticipazione della fede.
(Kierkegaard, Il concetto dellangoscia)

riprendendo il tema della disperazione Kierkegaard precisa che essa sempre una negazione di s, del proprio io
sia come elemento che caratterizza la vita dell'esteta sia come condizione che permette il salto dalla vita etica a quella religiosa

l'uomo sempre alla ricerca di se stesso, di un io che non coincide mai con quello che di volta in volta egli , e che per egli non trova mai

essa rifiuto totale di s, quella rinuncia a s che si traduce, sul piano della fede, nella assoluta autodonazione a Dio

sia la disperazione che l'angoscia


caratterizzano un rapporto
del singolo con se stesso

del singolo con il mondo

la disperazione nasce di fronte a quella radicale incognita che il proprio io

l'angoscia insorge al cospetto di quegli infiniti possibili, e dell'infinit del possibile che il mondo rappresenta per l'uomo

due sono i possibili modi di relazionarsi a se stesso:


quello di accettare di essere se stesso quello di rifiutare di essere se stesso

la disperazione si verifica in entrambi i casi

il singolo si dispera perch vuole ma non riesce a trovare se stesso nei vari possibili, in quanto tutte le possibilit di essere se stesso si rivelano insufficienti e inadeguate

il singolo si dispera quando percepisce che non c' pi alcuna possibilit di trovare il vero se stesso, e vi rinuncia; vorrebbe semplicemente distruggere se stesso senza potervi riuscire: questa la forma piena, totale, della disperazione, quella che Kierkegaard chiama malattia mortale

Questo concetto della malattia mortale devessere inteso in un modo particolare. Letteralmente, esso significa una malattia la cui fine, il cui esito, la morte. Cos si d ad una malattia con esito letale il significato di malattia mortale. In questo senso la disperazione non si pu chiamare malattia mortale. Ma, intesa cristianamente, la morte stessa un passaggio alla vita e pertanto, nel senso cristiano, nessuna malattia terrena, fisica, mortale. Perch certamente la morte la fine della malattia, ma la morte non la fine. Se si volesse parlare di una malattia mortale nel senso pi stretto questa dovrebbe essere una malattia in cui la fine sarebbe la morte, e la morte sarebbe la fine. E questa per lappunto, la disperazione. Ma in un altro senso la disperazione la malattia mortale in un modo ancora pi determinato. Perch non bisogna pensare che, nel senso letterale, si muoia di questa malattia o che questa malattia finisca con la morte fisica. Al contrario, il tormento della disperazione proprio non poter morire. Perci somiglia pi allo stato del moribondo quando si torce nella lotta con la morte e non pu morire. Quindi cadere nella malattia mortale non poter morire, ma non come se ci fosse la speranza della vita, anzi, lassenza di ogni speranza significa che qui non c nemmeno lultima speranza, quella della morte. Quando il maggiore pericolo la morte, si spera nella vita; ma quando si conosce il pericolo ancora pi terribile, si spera nella morte. Quando il pericolo cos grande che la morte divenuta la speranza, la disperazione lassenza della speranza di poter morire.%

In questultimo significato la disperazione chiamata la malattia mortale: quella contraddizione tormentosa, quella malattia nellio di morire eternamente, di morire eppure di non morire, di morire la morte. Perch morire significa che tutto passato, ma morire la morte significa vivere, provare vivendo il morire: e poter vivere in questo stato per un solo momento vuol dire doverlo vivere in eterno. Se un uomo potesse morire di disperazione come si muore di una malattia, leterno in lui, lio, dovrebbe morire nello stesso senso in cui il corpo muore della malattia. Ma questo impossibile: il morire della disperazione si trasforma continuamente in un vivere. Il disperato non pu morire; come il pugnale non pu uccidere i pensieri, cos la disperazione non pu distruggere leterno, lio che sta alla base della disperazione, il cui verme non muore, il cui fuoco non si spegne. Per la disperazione unautodistruzione, ma unautodistruzione impotente che non capace di fare ci che essa stessa vuole. Ci che vuole distruggere se stessa, il che non capace di fare; o questimpotenza una nuova forma di autodistruzione nella quale la disperazione si eleva a potenza. Questo il dolore ardente, il bruciore gelido nella disperazione, che rode e consuma, continuamente rivolto verso linterno, e che si addentra sempre di pi in unautodistruzione impotente. Lungi dallessere un conforto per il disperato, il fatto che la disperazione non lo distrugge piuttosto il contrario; quel conforto proprio il suo tormento, ci che mantiene in vita il dolore che rode e la vita nel dolore; infatti, appunto per questo egli non si disperato, ma si dispera: perch non pu distruggere se stesso, non pu liberarsi di se stesso, non pu annientarsi. (Kierkegaard, La malattia mortale)

dalla disperazione - identificata col peccato - si esce con la decisione di credere: pi luomo consapevole della sua disperazione tanto pi cosciente della sua lontananza da Dio, ma tanto pi vicino alla decisione che avviene attraverso laccettazione del paradosso

il paradosso Cristo: leternit che si fa tempo in un esistente una contraddizione che il pensiero non pu accettare

Ma la disgrazia dei nostri tempi quella di aver fatto una scorpacciata di sapere, di aver dimenticato cos lesistere e cosa deve significare linteriorit: perci era importante che il peccato non fosse concepito con determinazioni astratte, con le quali non lo si pu afferrare, almeno in modo decisivo, perch esso sta in un rapporto essenziale con lesistere. La categoria del peccato la categoria del singolo. Il peccato non si pu pensare affatto speculativamente; perch il singolo uomo al di sotto del concetto: non si pu pensare un singolo uomo, ma soltanto il concetto delluomo.
(Kierkegaard, Briciole di filosofia)

Ma che cos' allora questo Sconosciuto, contro il quale l'intelletto va a sbattere nella sua passione paradossale e che confonde all'uomo la sua conoscenza di s? l'Ignoto. Esso per non qualcosa di umano, per quanto noi conosciamo l'uomo, e neppure qualche altra cosa che noi conosciamo. Questo sconosciuto, chiamiamolo allora Dio. Questo attributo, che gli diamo, soltanto un nome. Di dimostrare che questo sconosciuto (Dio) esiste, l'intelligenza ci pensa appena. Se Dio non esiste, allora certamente impossibile dimostrarne l'esistenza; ma se esiste, una vera scemenza volerlo dimostrare; poich precisamente nel momento in cui incomincio la dimostrazione, io l'ho gi presupposto non come una cosa dubbia - ci che non potrebbe di certo essere un presupposto - ma come cosa gi pacifica, perch altrimenti non avrei incominciato a dimostrarlo, perch si comprende facilmente che tutto ci sarebbe impossibile se Dio non esistesse.
(Kierkegaard, Briciole di filosofia)

ci di cui il nostro tempo ha bisogno nel senso pi profondo si pu esaurientemente dire con una sola parola, ha bisogno di eternit. La disgrazia del nostro tempo che non diventato altro che tempo, temporalit, che, impaziente, non vorrebbe sentir parlare di eternit, che anzi, con buone condizioni o in preda a frenesia, vorrebbe rendere del tutto superfluo leterno con una artificiosa imitazione; il che per non gli riuscir, in tutta leternit, perch quanto pi si crede di poter fare a meno delleterno, quanto pi ci si irrigidisce nel pensare che si pu fare a meno di lui, tanto pi, in fondo, si ha bisogno di lui.
(Kierkegaard, Gli scritti su se stesso)

la non accettazione del paradosso lo scandalo; scandalizzarsi non accettare il rischio, lincertezza della fede, che nessuna prova storica pu togliere

la riduzione del cristianesimo a dottrina, la pretesa della filosofia di comprendere tale dottrina, hanno abolito la possibilit dello scandalo riducendo il cristianesimo ad un paganesimo amabile
Cristo diventato momento di mediazione, al posto di essere segno di contraddizione

Al pari del concetto di fede anche quello di scandalo una categoria specificamente cristiana che si riferisce alla fede. La possibilit dello scandalo una specie di bivio, pone dinanzi a un bivio. Ci si allontana da questa possibilit per andare o allo scandalo o alla fede; ma non si giunge mai alla fede senza passare attraverso la possibilit dello scandalo. Lo scandalo si riferisce essenzialmente allunione di Dio e delluomo, o allUomo-Dio. La speculazione ha naturalmente creduto di poter concepire lUomo-Dio, e sintende, perch la speculazione lo spoglia delle determinazioni di temporalit, di contemporaneit, di realt. Insomma, e non si esagera a dire che ci significa semplicemente abbandonarsi a delle buffonate e farsi beffe della gente, triste e terribile vedere che questatteggiamento ha ricevuto gli onori di una profonda teoria. No, lUomo-Dio legato anche alla situazione, quella situazione in cui lindividuo al tuo fianco lUomo-Dio. Questi non lunit di Dio e delluomo, una simile terminologia una profonda illusione ottica. LUomo-Dio lunit di Dio e di un individuo particolare. Che il genere umano sia o debba essere imparentato con Dio, paganesimo antico; ma che un uomo particolare sia Dio, cristianesimo, e quelluomo particolare lUomo-Dio. N in cielo, n in terra, n allinferno, n nei traviamenti del pensiero pi fantastico si incontra la possibilit di unassociazione cos folle per la nostra ragione. Lo si riconosce quando si nella situazione di contemporaneo, e non c possibilit di rapporto con lUomo-Dio senza mettersi prima in questa situazione.
(Kierkegaard, Scuola di cristianesimo)

La questione non se il cristianesimo abbia ragione, ma cosa esso sia. La speculazione trascura questa chiarificazione preliminare ed per questo che le riesce il gioco della mediazione. Prima chessa si metta a fare la mediazione in realt lha gi fatta, in quanto ha gi trasformato il cristianesimo in una dottrina filosofica. Se invece laccordo preliminare stabilisce che il cristianesimo lantitesi della speculazione, allora eo ipso la meditazione impossibile, perch ogni mediazione avviene allinterno della speculazione. Se il cristianesimo lantitesi della speculazione, anche lantitesi della mediazione, perch la mediazione lessenza della speculazione: che senso pu avere allora il "mediare" il cristianesimo? Ma cos lantitesi della mediazione? il paradosso assoluto.
(Kierkegaard, Postilla conclusiva non scientifica)