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GLI INFERI DEI GERMANI

Nel pantheon germanico la divinità ambigua per eccellenza è Loki,

che appartiene all'ordine degli Dei e ha tuttavia una decisa carica


demoniaca.
Nell'economia religiosa germanica egli rappresenta l'insorgenza
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delle forze eversive dell'ordine cosmico e divino. Corrisponde, cioè,
al momento dello sfrenarsi delle energie della libertà istintiva
intolleranti della rigidità normativa.
Incerta è l'etimologia del nome che viene da alcuni collegato al
verbo "Lukan", chiudere, determinando al Dio la chiusura ossia il
crollo del mondo. Da altri viene fatto risalire a una radice
indoeuropea comune a "Lux", rappresentando così il Dio
ambivalente di portatore di luce-fuoco e di distruttore. In tale
rappresentazione, che unisce nella medesima figura i caratteri del
fondatore culturale e dell'ingannatore (Trickster), Loki è stato
avvicinato a diverse figure mitologiche quali Prometeo, Efesto, Lug,
Lucifero. Secondo altre ipotesi, Loki è essenzialmente il Dio della
vegetazione e delle forze ipoctonie che presiedono al rinnovamento
della natura con tutta una carica fecondante e, insieme, distruttrice.
Nei testi nordici è generalmente protagonista di imprese che
appaiono disonoranti secondo il criterio normativo dell'ordine
divino. è chiamato l'Attaccabrighe ed è il primo padre della
menzogna; è chiamato anche Loptr, figlio di Farbauti "Colpi di
pericoli" e Laufey "Isola frondosa"; secondo un'interpretazione
fondata sulle etimologie di questi nomi e sul valore degli epiteti
attribuiti a Loki e agli Dei del suo ciclo, sembra che ci si trovi di
fronte a un complesso mitico di carattere naturalistico: in tale
contesto Loki è il fuoco che nasce, per i colpi di fulmine nella
foresta. L'interpretazione spiegherebbe anche adeguatamente la
fondamentale bivalenza del Dio, che ha il doppio carattere del
fuoco, apportatore di rovina, ma pure di calore, di vita.

Nota di Lunaria: anche i Babilonesi veneravano il fuoco nei suoi tre


aspetti:

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"Accanto a queste divinità stellari i popoli della Mesopotamia, da
buoni agricoltori, adoravano anche quelle potenze e forze della
Natura cui più era raccomandata la loro vita e la loro speranza di
lavoratori della terra; quindi il fulmine e i fenomeni atmosferici e i
sacri fiumi che davano prosperità ai raccolti, ricoprendo i campi di
limo, l'acqua e poi il fuoco con la Trinità Gibil, Nusku e Ishum,
ovvero le personificazioni del fuoco benefico usato per l'industria, il
fuoco dei sacrifici che porta al trono degli Dei il profumo delle
vittime e le preghiere e il fuoco distruttore"

Loki, nel seno del mondo divino, prepara la finale conflagrazione,


nella quale andranno distrutti il cosmo e gli Dei. Egli è il padre del
lupo Fenrir, che inghiotterà Odino nel Ragnarok. Infatti Loki ha
avuto molti figli di carattere demoniaco da diverse mogli.
Dall'orchessa della Terra dei Giganti, Angrbodha, ha avuto il lupo
Fenrir, il serpente cosmico Jörmungandr ed Hel. Quando Loki seppe
di avere tali figli, le convocò dinnanzi a sé: gettò il serpente cosmico
nel fondo del mare, dove egli ora giace avvolgendo il mondo fra le
sue spire; precipitò Hel nel Niflheim, la "Casa della Nebbia",
dandole la signoria su coloro che muoiono di malattia e di vecchiaia
e la dignità di Regina della morte.
Il carattere demoniaco di Loki si manifesta anche nella sua capacità
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di trasformarsi continuamente: in un mito è narrato che gli Dei
avevano incaricato un gigante di costruire la fortezza di Asgard,
promettendogli in compenso Freya, la più bella delle Dee.
Quando l'opera stava per essere terminata, gli Dei si pentirono della
promessa e incaricarono Loki di trovare un espediente che
impedisse al costruttore di porvi fine nei termini stabiliti. Loki si
trasformò in giumenta e attrasse a sé lo stallone del quale il gigante
si serviva per trasportare i materiali. Il Dio divenne così madre di
Sleipnir, il cavallo a 8 zampe che era cavalcato da Odino. Loki si
trasformò anche in falcone per sottrarre la Dea Idunn ad un altro
gigante; Loki si trasformò anche in mosca per rubare la collana di
Freya.

Loki procura la morte del giovane Dio Balder, un mito che ha


probabili connessioni con le divinità di morte-resurrezione
orientali. Quando Balder ha una visione della propria morte in
sogno, la madre Frigga chiede a tutti gli Dei di giurare che non lo
uccideranno, ma omette il giuramento del vischio. Loki, il
consigliere di morte, che provoca la morte delle creature con le sue
furberie, conosce questo particolare e quando tutti gli Dei lanciano
inutilmente i loro colpi contro l'invulnerabile Balder, Loki convince
il principe Hödhr, cieco, a tirare il vischio contro l'eroe: il vischio si
muta in freccia e lo uccide.

Approfondimento tratto da

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Perché, tra i tanti sempreverdi, proprio l'agrifoglio e il vischio
accompagnano le feste natalizie?
La leggenda nordica che ce ne narra l'origine non è molto allegra.
Baldur, figlio di Odino, venne ucciso da un suo nemico, Loki,
appunto con una freccia tratta da un ramo di vischio. Odino
maledisse la pianta, ma la moglie del Dio, piangendo la morte di
Baldur, vi fece cadere alcune lacrime, che diventarono perle: così il
vischio fu rivalutato, anche se fu allontanato dai templi in favore
dell'agrifoglio, il cespuglio accanto al quale era spirato Baldur, reso
da Odino sempreverde e dotato di bacche rosse, in ricordo del
sangue sparso dal figlio. L'agrifoglio venne subito ammesso nelle
chiese cristiane, mentre al vischio ne fu a lungo vietato l'accesso,
dato l'uso fattone dalle religioni pagane, che lo avevano rivestito di
tanti significati magici.
Poiché ciò sia avvenuto, resta un mistero, anche se numerose
leggende circondano questo sempreverde. Il vischio è una
pianticella parassita di diversi alberi, con foglie verdi e dure e frutti
a bacca bianchi. In genere, però, il mito si riferisce al vischio
quercino, parassita delle querce che ha foglie più piccole di quello
comune. Vischio e querce erano sacri ai druidi, gli antichi sacerdoti
celtici, e sacro era il rituale con cui, durante il solstizio d'inverno, i

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rametti venivano staccati dall'albero: l'operazione veniva effettuata
con un falcetto d'oro, e il vischio, per non perdere i suoi poteri
occulti, non doveva toccare il suolo, ma essere raccolto in un panno
di lino.
Plinio ci spiega questo complesso procedimento dicendoci come i
druidi ritenessero così di "evirare la quercia". La credenza ci porta
alla magia similitudinaria: il liquido appiccicoso del vischio era forse
paragonato a quello spermatico, per cui la pianticella era ritenuta
apportatrice di fertilità. Curioso è il fatto che tale credenza non sia
propria soltanto dell'Europa celtica: la troviamo pure presso gli Ainu
dell'antico Giappone, dove anche il rituale per cogliere il vischio era
pressapoco uguale a quello dei druidi. "Molti credono ancora oggi
che questa pianta abbia il potere di far fruttificare i giardini", ci dice
Frazer. "E si sa che qualche donna sterile mangia vischio per avere
prole."
Anche in molte regioni africane, la pianticella è considerata sacra,
apportatrice d'incolumità, tanto che i guerrieri Valo, andando in
guerra, ne portavano addosso le foglie per assicurarsi
l'invulnerabilità. In Europa troviamo altre credenze: i contadini di
molti paesi (compresi alcuni italiani) ritenevano il vischio capace di
domare gli incendi, per cui ne appendevano i rami sui tetti delle
case. In Boemia lo si chiamava "scopa del tuono" poichè lo si
considerava in grado di allontanare i fulmini. Il vischio è stato usato
anche in campo terapeutico: nella Francia meridionale lo si
applicava sull'addome dei sofferenti di colite, in Svezia e in
Inghilterra lo si pensava atto a preservare dagli attacchi epilettici,
mentre in alcune regioni tedesche lo si mette tuttora al collo dei
bambini per immunizzarli dalle malattie. Tali credenze - ci dice
Frazer - sono forse dovute al fatto che gli uomini di ogni tempo e
luogo hanno visto qualcosa di soprannaturale in questa pianta che
cresce e prospera senza affondare le radici nella terra. Non
sappiamo se la spiegazione sia davvero questa: sta di fatto che la
chiesa ha cercato a lungo e inutilmente di far dimenticare i poteri
magici del vischio, vedendosi infine costretta ad accettarne l'uso e a
inserirlo nella tradizione cristiana. Alla pianticella (come
all'agrifoglio) è stato così attribuito il generico simbolo di pace e
serenità.

Stralcio tratto da

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Eracle era anche connesso al culto del Fallo e al rito dell'Evirazione:
"Il mito dell'evirazione di Urano ad opera del figlio di Crono [...] Il
significato originario è quello dell'eliminazione annuale del vecchio
re della quercia da parte del suo successore [...] La cerimonia
druidica del taglio del vischio della quercia rappresentava
l'evirazione del vecchio re da parte del suo successore essendo il
vischio un simbolo eminentemente fallico. Dopo la castrazione il re
veniva mangiato eucaristicamente". Anche la ghianda è un simbolo
fallico, così come il fungo.
Nella religione germanica il mito di Loki è da inserire in una
tensione dualistica e oppositoria tra bene e male, calore e ghiaccio,
che appare già nei miti della creazione. Si localizzano varie regioni
del male cosmico e naturale. All'origine, prima che i mondi fossero
creati, fra Niflheim, "la Casa di Nebbia" a Nord e il Muspellsheimr,
"Casa dei Distruttori del mondo", a Sud, era una regione caotica
chiamata Ginnungagap. Da una sorgente che si trovava a Niflheim si
staccarono i corsi d'acqua chiamati Elivagar, "Onde di ghiaccio" che,
portando gelo e spume velenose, coprirono la parte settentrionale
dell'abisso di una coltre di ghiaccio. Queste due regioni che
circondano l'abisso primordiale, a nord e a sud, rappresentano
un'opposizione tra ghiaccio e calore intenso, poiché Niflheim è il
gelido regno dei morti mentre Muspellheimr è il regno del gigante

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di fuoco. Il nord è l'enorme distesa di ghiaccio ammassato e
immobile; dal sud sprizzano le scintille di una massa ardente in
movimento. Lo spazio mediano, l'immane Baratrum Abyssi
(definizione di Adriano di Brema) è il Ginnungagap, il "Burrone
spalancato", la vasta apertura di baratri, forse connesso anche alla
radice "ginn", magia. L'abisso sarebbe carico di forze magiche e
demoniache che gli Dei non riescono a controllare. Proprio in
quest'abisso nasce, nel mito d'origine, il primo uomo cosmico, Ymir,
che si caratterizza nella prima immagine come un'entità malefica,
anche se posteriormente si delinea come un corpo gigantesco da cui
hanno origine tutte le realtà.
Esistono dei serbatoi di energie demoniache che espongono in
l'universo ordinato alla reversione in caos. Niflheim è la dimora dei
morti e degli spettri che ivi resteranno in triste condizione fino alla
consumazione escatologica. Si entra in Hel o Niflheim da un'oscura
caverna posta in mezzo alle voragini e custodita dal cane infernale
Garmr il cui pelo è insozzato dal sangue dei defunti che hanno
tentato di fuggire e che egli ha divorato. Sul confine con Hel c'è il
fiume Gjöll, "Urlante", sul quale si passa attraversando un ponte
d'oro; al di là del ponte vi sono la Porta di Hel e all'interno, la
Regina dei morti.
Alla regione infernale appartiene Naströnd, la Riva dei morti, un
luogo di punizione, lontano dal Sole, con le porte rivolte a nord, con
case coperte di serpenti, dove sono puniti gli adulteri, gli spergiuri,
gli assassini che devono prima attraversare il fiume Slidhr, "il
Terribile", le cui onde sono coltelli e spade aguzze. La Regina
dell'Inferno è Hel, nata da Loki. Il suo palazzo si chiama "Freddo di
Nevischio", ha per ancelle la Senilità e l'Imbecillità; suo piatto è la
Fame, suo coltello e forchetta sono la Carestia, suo giaciglio è
l'Infermità, le sue tende sono Oscurità Dolente. Ha carnagione per
metà livida e per metà normale ed appare arcigna e odiosa.
Un altro serbatoio di potenziale distruttivo e demoniaco è la Terra
dei Giganti, una proiezione macroscopica della penisola scandinava,
fatta di enormi foreste, ampi fiume, orride caverne, immense
montagne. I Giganti che vi abitano, gli Jötunn (forse dalla radice
indoeuropea col valore di mangiare, simile all'inglese "To eat") sono
orchi e mangiatori di uomini e si presume siano la trascrizione
mitica di una stirpe di cannibali contro i quali i Nordici si trovarono
a combattere. Gli Jötunn causano i più grandi disastri naturali, la

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caduta di massi, i terremoti, fulmini, eruzioni di vulcani e il crollo
dei ghiacciai. Nella mitologia popolare invece gli spiriti e i geni
sono presenti in tutte le sfere della realtà e non hanno una loro sede
comune. Fra i demoni vanno ricordati Draug o Draugr, spirito
spettrale che perseguita i viventi. Esistono poi dei demoni delle
messi e del grano che si presentano sotto forma animale: orso,
becco, gufo, volpe, gallo, stallone, cane, gatto, lupo, capra. Il
demonio delle acque è Nix (Neck), che abita nelle paludi e nei
pantani.
Il male cosmico si libererà in tutta la sua primordiale violenza
nell'epoca finale e determinerà il Crepuscolo degli Dei ossia la
consumazione del tempo e dello spazio. è questo il Giudizio degli
Dei, il Ragnarök.
è la morte di Balder l'evento scatenante e che condiziona tutta la
posteriore storia cosmica divina e umana. Dopo che il giovane Dio
fu ucciso per l'astuzia di Loki, Hermdhr, il "Veloce", figlio di Odino
ebbe l'incarico di scendere agli Inferi e di recuperarne l'anima
perché il corpo di lui risorgesse. (Nota di Lunaria: vedi anche i
collegamenti con la discesa negli inferi di Ishtar-Inanna, Persefone,
Orfeo) Dopo aver superato grandi difficoltà, Hermodhr ottiene da
Hel la promessa che l'anima di Balder sarebbe stata lasciata tornare
sulla terra, se ogni creatura avesse veramente dimostrato di amarlo
con il suo pianto. Gli Dei inviarono i loro messi in tutto il mondo,
affinché l'universo partecipasse al grande dolore per la morte del
Dio. Solo la vecchia strega Thökk rifiutò di piangere; gli Dei
compresero che la strega era stata aizzata da Loki, che, a seguito
dell'ira degli Dei, scappò su una montagna. Per fuggire agli Dei, Loki
si tramutava in salmone, fino a che fu catturato da Thor e
imprigionato in una grotta. Gli Dei imprigionarono anche i figli di
Loki, Vali e Nari, trasformando Vali in lupo, che divorò subito Nari.
Con le budella del figlio morto, gli Dei legarono Loki su tre massi
rocciosi e lo incatenarono con ferro.
Skadi, figlia del gigante Thjazzi, catturò un serpente velenoso e lo
legò al di sopra di Loki, così che il veleno gocciasse sempre sopra di
lui. Sygin, sposa di Loki, restò sempre accanto al Dio imprigionato,
reggendo una bacinella per raccogliere il veleno; ma quando doveva
allontanarsi per svuotarla, Loki riceveva il veleno in faccia e
agitandosi provocava i terremoti Loki resterà legato fino al
Crepuscolo degli Dei, e questa è la premessa dell'escatologia

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cosmica germanica.

I segni che preannunceranno il Crepuscolo saranno: l'Inverno


Mostruoso, costituito da tre inverni di gelo, non interrotti
dall'estate. Il Lupo inghiottirà il sole, l'altro la Luna. Sulla terra ci
saranno incendi e devastazioni, mentre cadranno le montagne.
Allora Fenrir infrangerà le catene che lo trattengono e una grande
massa d'acqua coprirà il mondo. Da essa emergerà il Serpente del
mondo e la nave infernale Naglfar, costruita con le unghie dei morti,
avanzerà sopra le acque. Il lupo Fenrir, con le fauci spalancate,
spanderà il terrore. I cieli crolleranno, lasciando uscire i figli di
Muspell, ovvero eserciti di fuoco. Inizierà allora la grande battaglia
cosmica con gli Dei.

GLI INFERI GRECO ROMANI

A dimostrazione di come quasi tutto il Paganesimo fosse un culto di


esaltazione della vita, dell'esserci nel qui e nell'ora, della speranza di
un futuro terreno sempre più prospero, gioioso, solare, riporterò le
concezioni in merito all'aldilà degli Antichi; fu il cristianesimo (*) ad
introdurre concetti come ascesi, rinuncia, penitenza, concetti che
sono i veri e propri cavalli di battaglia del celebre "discorso della
montagna" di gesù (la cui più bella confutazione l'ha data Lavey),
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tutto teso a far dimenticare il "quaggiù" (e una vita di piaceri) a
"beneficio" di un non-benprecisato "regno dei cieli".
Per gli Antichi era vero il contrario: vivere ora e adesso, e cercare di
farlo nel modo più sereno e gioioso possibile, era questo
l'importante, dal momento che l'aldilà non era che un posto grigio e
asettico, il pallido simulacro dell'esistenza.

(*) insieme a qualche sporadica setta filosofica greca pre


cristiana, dai quali i nostri cristiani, manco a dirlo, poi acquistano
questo o quel concetto di astinenza ed ascesi, insieme al pessimismo
gnostico anti-materia.

Per i Greci, il mondo infero era una ragione sconsolata, senza luce o
con luce plumbea e grigia, dominata da tristezza e terrore, deserta
da ogni vegetazione, immaginata, nella più antica rappresentazione
al di là dell'Oceano circondante la terra. Posteriomente, questo
regno di morte è collocato sotto terra ed è la classica sede cui
passano le anime dei defunti, superando difficoltà e prove, per
trascorrervi un'esistenza che non ha più sapore di vita e che è
soltanto una larvale sopravvivenza.
Nella tripartizione del Trimundio, dopo la vittoria sui Titani, il
governo dei morti compete al Dio Ade (Adoneo) che una incerta
etimologia rendeva come "L'Invisibile", "Signore del mondo delle
tenebre" abitatore di un triste palazzo che ha porte di marmo e
soglie di bronzo non più superabili una volta che siano state varcate.
Il regno del Dio assume il nome di Ade.
Come Dio dei morti e del mondo sotterraneo assume, proprio come
il Diavolo cristiano, carattere fecondante, collegato
all'abbondanza e al ritmo stagionale: fenomeno, questo, tipico di
tutte le rappresentazioni connesse ai defunti, che determinano
insieme reazioni di terrore e mitologie di fecondità ipoctonia.

Nota di Lunaria: infatti i semi sono come i morti: aspettano di vivere,


nell'oscurità del sottosuolo. Vedi Mircea Eliade:

"Molte di queste offerte hanno certamente carattere funebre. Le


relazioni fra i morti e la fertilità agricola sono piuttosto importanti e
ne riparleremo; notiamo intanto la completa simmetria fra le offerte
fatte al PRINCIPIO della semina, della mietitura, della battitura o

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della sgranatura. Il ciclo si chiude con la festa collettiva del raccolto,
che avviene in autunno (il giorno di San Michele nel nord) e
comprende banchetto, danze e sacrifici offerti ai vari spiriti. Con
questa cerimonia l'anno agricolo si chiude. Gli elementi agrari delle
feste invernali si spiegano con la fusione fra culti della fertilità e culti
funebri. I morti, protettori dei semi affidati alla terra, hanno sotto la
loro giurisdizione anche i raccolti ammassati nei granai, alimento dei
vivi per tutto l'inverno."

"L'agricoltura, come tecnica profana e come forma di culto, incontra


il mondo dei morti su due piani distinti. Il primo è la solidarietà con
la terra; i morti, come i semi, sono sotterrati, penetrano nella
dimensione ctonia accessibile a loro soli. D'altra parte l'agricoltura è
per eccellenza una tecnica della fertilità, della vita che si riproduce
moltiplicandosi, e i morti sono particolarmente attratti da questo
mistero della rinascita, della palingenesi e della fecondità senza posa.
Simili ai semi sepolti nella matrice tellurica, i morti aspettano di
tornare alla vita sotto nuova forma. Per questo si accostano ai vivi,
specie nei momenti in cui la tensione vitale delle collettività
raggiunge il massimo, cioè nelle feste dette della fertilità, quando le
forze generatrici della natura e del gruppo umano sono evocate,
scatenate, esasperate dai riti, dall'opulenza e dall'orgia. Le anime dei
morti hanno sete di ogni esuberanza biologica, di ogni eccesso
organico, perché questo traboccare della vita compensa la povertà
della loro sostanza e li proietta in una impetuosa corrente di
virtualità e di germi."

e ancora:

"Ricordiamo per ora che le contadine finlandesi, prima della semina,


bagnano i solchi con qualche goccia del loro latte. Quest'usanza si
può interpretare in vari modi: offerta ai morti, trasformazione magica
del campo ancora sterile in suolo fertile, o semplicemente influenza
simpatica della donna
feconda, della madre, sui semi."

"Trasportando il grano nei granai, si compivano varie cerimonie; per


esempio, si gettava un pugno di grano dietro la spalla sinistra
dicendo: ‘Questo è per i topi’. La spalla sinistra indica il significato

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funebre dell'offerta. Del resto in Germania c'è l'usanza di pestare i
primi fili di fieno portati nel fienile, dicendo: ‘E' il cibo dei morti!’"
"Una forma più recente del rituale identificava Osiride, ‘il Vecchio’,
con l'uomo legato nel covone, decapitato o lacerato, e Seth, la
personificazione della siccità, con colui che lo colpiva o lo gettava
nell'acqua. Si facevano le vendette di Osiride sacrificando un animale
che rappresentava Seth (capro, oca, forse maiale, lepre, eccetera).
Queste cerimonie avvenivano alla fine del raccolto (metà di maggio).
Le acque del Nilo cominciavano a crescere il 17 giugno; sul piano
mitico, Iside cercava allora Osiride. Gli uomini si riunivano sulla
sponda e piangevano il dio ucciso. Forse in questa medesima
circostanza avveniva la sfilata rituale delle barche illuminate sul Nilo.
Ai primi di agosto, Iside (‘la fidanzata del Nilo’), rappresentata da
una colonna conica guarnita di spighe sulla cima, era fecondata
simbolicamente con la distruzione dello sbarramento del Nilo. La Dea
concepiva Horus. Poi Toth riuniva i frammenti del corpo di Osiride: in
questo modo il dio era ritrovato. Si commemorava l'avvenimento con
‘i giardini di Osiride’. L'aratura e la semina rituali avvenivano al
principio di novembre e la germinazione dei semi rivelava la rinascita
di Osiride."

"La solidarietà dei morti con la fertilità e l'agricoltura si nota ancor


più chiaramente studiando le feste o le divinità in relazione con uno
di questi due complessi cultuali. Spessissimo una divinità della
fertilità telluricovegetale diventa anche divinità funeraria. Holika,
rappresentato originariamente in aspetto di albero, divenne più tardi
deità dei morti e genio della fecondità vegetale. Una moltitudine di
geni della vegetazione e della crescenza, di struttura e di origine
ctonia, sono assimilati fino a diventare irriconoscibili, al gruppo
amorfo dei morti. Nella Grecia arcaica i morti, come i cereali, erano
messi in vasi di terracotta. Alle divinità del mondo sotterraneo si
offrivano ceri, come alle divinità della fertilità. Feronia è chiamata
"Dea agrorum, sive inferorum". Durga, grande Dea della fecondità,
che raggruppa un numero notevole di culti locali, e specialmente di
culti della vegetazione, diventa anche la deità padrona degli spiriti dei
morti."

L'equazione semi = morti (e viceversa) è un tema così diffuso e antico,


nella storia dell'umanità, che è presente in quasi tutte le culture; ho

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citato giusto pochi esempi! Lo stesso odioso gesù ruba questo
simbolismo per le sue parabole dei semi "nel campo, sulla strada, nel
terreno spinoso".

Proprio come Dio delle ricchezze sotterranee assume il nome di


Plutone, connesso dai Greci a "plutos", ricchezza, carico di
un'energia che è la fecondità terrestre e la misteriosa
abbondanza delle ricchezze sotterranee. La sua sposa, Persefone
(Persefassa) è la Signore degli Inferi, ma anche la divinità dei ricorsi
stagionali, determinatrice della vita-morte delle piante e degli
uomini "che tu sempre nutri, e tutto uccidi" (Inni Orfici)

Persefone nell'aspetto solare di Kore (grano verde, luna crescente),


ha quindi anche un aspetto ctonio (luna calante-nuova, grano
mietuto)

Divinità solo più tardi associata alle ombre, agli inferi, alla notte, è
Ecate.
Ecate concede la prosperità materiale, l'eloquenza, la vittoria,
l'abbondanza della pesca; più tardi assume la funzione di Signora
delle magie e degli incantesimi, soprattutto nelle magie
necromantiche, notturne e funerarie.
Ecate appare con due torce nelle mani e in forma di giumenta, cane
o lupo.

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Presiede ai quadrivi e come Regina degli spettri e delle ombre è
rappresentata nelle statue con tre teste femminili (Ecate Triforme)

Nota di Lunaria: Nella concezione afro, è Legba il guardiano dei due


mondi, le due soglie, quella dei vivi e quella degli spiriti

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E riguardo alla Trinità, infatti, NON è un concetto che si sono
inventati i cristiani: sono le Divinità Pagane ad essere Triplici: si veda
la trimurti indù Brahma\Shiva\Vishnu,

Ecate, il Triphallus connesso a Priapo, la Triade pre-islamica


Al Uzza la Vergine guerriera, Allat La Madre, Manat la Crone, Dea
del destino (verosimilmente anche dell'aldilà), i tre aspetti di Brigid...
I cristiani per meglio sovrapporre il loro culto ai culti pagani,
adottarono simboli e rimandi pagani cucendoli addosso ai loro
cristo/maria
Tra l'altro, anche l'anima o spirito sono concetti pagani. Ecco perché i
testimoni di geova, che restano fedeli alle loro favolette bibliche così
come furono scritte, negano l'anima.

Le rappresentazioni topografiche del mondo infero danno origine a


vari nomi locali che divengono personificazioni mitiche.
L'Acheronte è il grande fiume infernale, quasi stagnante e paludoso,
che i defunti devono attraversare sulla barca di Caronte.
Cocito, il fiume dei gemiti, resta un gelido corso, affluente
all'Acheronte, che le anime sono costrette ad attraversare
Flegetonte, affluente di Acheronte, porta un nome che i Greci
mettevano in connessione con "fuoco" e "bruciare": le si immaginava
come acque infuocate.
Erebo è la personificazione delle tenebre infernali; Tartaro era la
regione più profonda degli Inferi nelle quali le varie stirpi di Dei
vincitori nelle teogonie incarcerarono gli Dei sconfitti. Stige è il
primo figlio di Oceano e come divinità femminile, è madre di
Persefone.
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Alla mitologia infernale greca appartengono anche alcuni mostri
semidivini che corrispondono al terrore della morte, alla
decomposizione, alle tenebre e alla giustizia, connesse col destino di
morte:
Empusa, uno spettro della corte di Ecate, dal piede di bronzo,
carnivora.
Eurinome, un demone che divora le carni dei cadaveri appena
seppelliti lasciando soltanto le ossa; Echidna la Vipera
un mostro dal corpo femminile terminante in serpente.

Nota di Lunaria: invece questa stessa creatura, in altre culture, è


molto positiva; Sono propensa a credere che i Greci abbiano
"importato" tale Dea demiurga, e chissà poi perché, denigrata a
semplice mostro distruttivo.

Caronte è il celebre nocchiero da identificare anche con uno dei


demoni etruschi dei morti. Cerbero, il cane dalle molte teste, con
100, 50 o 3 teste, con coda serpentina, non consente ai defunti di
passare nuovamente attraverso le porte dell'Ade una volta che siano
state varcate.
Un particolare valore mitologico hanno le Kere (divinità che
emergono dal profondo, sui campi di battaglia, per ghermire i
cadaveri e i morenti e succhiarne il sangue) e le Erinni.

Più direttamente, influiranno sulla demonologia cristiana alcuni Dei


terrestri, come Pan, il Dio della vita pastorale e agreste. Dio delle
selve e della condizione di vita precivile e selvatica, trascorre la vita
saltando sulle rocce, assalendo le ninfe per possederle: esprime,
cioè, la sfrenata libertà di una vita senza leggi, tutta immersa nel
godimento della natura selvaggia. Dorme nel meriggio, riposando
negli antri presso le greggi o nel folto dei boschi; come "Potente e
Selvaggio Pan" porta ai profanatori e a chi d'improvviso lo sveglia il
terrore immobilizzante, la sferza di Pan, il panico.

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La tradizione classica della libidine sfrenata dei satiri, spesso
rappresentanti mentre si uniscono alle capre diventerà il primo
tratto teologico del Diavolo cristiano, speciamente in epoca
rinascimentale.

Presso i Romani i modelli demonologici greci si arricchiscono di


elementi di origine etrusca ed italica. Ovidio ricorda una Dea Carna,
Cardea o Cardna (1) che proteggeva i bambini, impedendo l'entrata
dei vampiri e delle striges che succhiano il sangue ai neonati.
Robigo, che proteggeva il grano dalla ruggine era, nella forma
femminile, Dio funesto. Consus "quello che è sotterrato" è il Dio dei
depositi di grano messi sotto terra (2) e in epoca imperiale assume i
caratteri di divinità sotterranea connessa alla morte e ai sacrifici
cruenti. Fauno, nella forma di incubus, è il Dio che spaventa gli
uomini con sogni terrifici: è il nume della disordinata forza sessuale
degli abitatori delle selve, poiché, come Inuus si unisce a tutti gli
animali. Le figure da lui derivate sono i Fauni corrispondenti ai greci
Satiri. Nella mitologia mortuaria romana sono presenti alcune
divinità di carattere funesto e sfavorevole: i Manes, i "Benevoli", così
chiamati con intenzione apotropaica, sono gli spiriti dei morti
carichi di potenza maligna: invadevano la città esponendola a rischi.
Dee funebri erano Tarpeia e Angerona (Dea del silenzio, con l'indice
sulle labbra; tuttavia aveva un aspetto benefico perché curava le
tonsille). Dea delle febbri malariche era Februa.

Quando si voleva colpire un nemico, con la magia nera, lo si


consacrava alle Divinità degli Inferi, di modo che l'odiato nemico si
spegnesse sempre di più nel vigore e nella salute. Si incidevano le
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imprecazioni su delle lamine in metallo, chiamate Tabelle
Defixionis, dedicate alle persone che venivano "consacrate" (a loro
insaputa!) agli Dei Inferi. Venivano incise e trafitte con chiodi e
punte e poi seppellite nei pressi dei sepolcri, di modo che la formula
di maledizione fosse garantita dai morti e dalle forze sotterranee. Ne
sono state trovate in lingua greca, latino, dialetti italici.

(1) Cardea, invece, è associata alle soglie, ai chiavistelli, porte e


maniglie. E si è formata una certa confusione tra le due Dee:

"I Latini onoravano la Dea Bianca con il nome di Cardea. Ovidio nei
"Fasti" ci racconta una storia confusa che la collega col vocabolo
"cardo", "cardine", e dice che era l'amante di Giano Bifronte, il dio
delle porte del primo mese dell'anno e che sovrintendeva ai cardini
delle porte. Proteggeva anche i bambini dalle streghe che, travestite
da paurosi uccelli notturni, rapivano i neonati dalla culla per
succhiarne il sangue. Sempre secondo Ovidio, Cardea esercitò il suo
potere dapprima ad Alba ("la città bianca"), fondata da genti
emigrate dal Peloponneso all'epoca della grande dispersione e
fondatrice a sua volta di Roma, e il suo principale strumento
profilattico era il biancospino.
In realtà le cose stavano in modo esattamente opposto: Cardeo era
Alfito, la Dea Bianca che uccideva i bambini dopo essersi travestita da
uccello o animale, e il biancospino a lei sacro non doveva essere

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portato dentro casa se non si voleva che essa uccidesse i bambini che
vi si trovavano.
Giano, "il robusto guardiano della porta di quercia", teneva lontana
Cardea con le sue streghe perché in realtà era il dio della quercia
Diano che si incarnava nel re di Roma e in seguito nel flamen dialis,
suo successore spirituale; sua moglie Giana era Diana (Dione), la Dea
dei boschi e della Luna. Janus e Jana erano in realtà forme rustiche di
Juppiter e Juno. Come amante di Giano, Cardea ricevette l'incarico di
tener lontana dalla porta quello spauracchio che lei stessa era stata
in epoca matriarcale e che i Romani si propiziavano durante le nozze
con torce di biancospino. Dice di lei Ovidio, citando probabilmente
una formula religiosa: "Il suo potere di aprire ciò che è chiuso, di
chiudere ciò che è aperto".
Ovidio identifica Cardea con la Dea Carnea/Carna (*) celebrata a
Roma il primo giugno con una festa nel corso della quale le venivano
offerti carne di maiale e fagioli. In epoca classica i fagioli venivano
adoperati come magia omeopatica contro le streghe e gli spettri:
durante la festa romana dei Lemuria ogni capofamiglia si gettava alle
spalle fagioli neri per i Lemures, o fantasmi, dicendo: "Con questi, io
affranco me e la mia famiglia".

(*) Nota di Lunaria: qui Graves confonde Cardea con Carna, la Dea
del cuore e del fegato, a cui si offrivano farro, fave, lardo. Tuttavia
non sembra esserci una connessione tra le due Dee, anche se molti
autori - soprattutto non italiani - le citano interscambiando i due
nomi e per Ovidio sono la stessa Dea.

"Il fiore del fagiolo è bianco e fiorisce nella stessa stagione del
biancospino. I fagioli appartengono alla Dea Bianca - di qui la
connessione con il culto delle streghe in Scozia: in epoca primitiva
solo alle Sacerdotesse era lecito piantarli o cucinarli.
Secondo una tradizione degli abitanti di Feneo in Arcadia, la Dea
Demetra, passando di là nel corso dei suoi vagabondaggi, aveva loro
concesso di seminare ogni varietà di cereali e legumi, con la sola
eccezione dei fagioli. Il tabù orfico nasce forse dal fatto che il fagiolo,
poichè cresce a spirale lungo il suo sostegno, è un simbolo della
resurrezione: gli spiriti riuscivano a rinascere come esseri umani
entrando nei fagioli (ne accenna Plinio) e venendo poi mangiati dalle
donne. Di solito Carnea viene identificata con la Dea romana Cranae,

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più propriamente Cranaea, "l'aspra, la petrosa", soprannome greco
della Dea Artemide, la cui ostilità nei confronti dei bambini doveva
essere costantemente placata.
A Cranae era dedicato un tempio collinare nei pressi di Delfi, in cui
l'ufficio sacerdotale era sempre rivestito da un fanciullo per un
periodo di cinque anni; le era anche sacro un bosco di cipressi, il
Cranaeum, appena fuori Corinto. Cranae significa "roccia" ed è
collegato etimologicamente al gaelico "cairn" che indica un cumulo di
sassi eretto sulla cima di un monte. Io ne parlo come Dea Bianca
perché il bianco è il suo colore, il colore della prima persona della sua
Trinità Lunare. Ma il lessico bizantino di Suida, quando dice che Io
era una vacca che mutava colore dal bianco al rosso e quindi al nero,
intende che la Luna Nuova è la Dea Bianca della Nascita e della
Crescita, la Luna Piena la Dea Rossa dell'Amore e della Battaglia, la
Luna Vecchia, la Dea Nera della Morte e della Divinazione. Il più
completo e ispirato ritratto della Dea di tutta la letteratura antica si
trova nell'"Asino d'Oro" di Apuleio, dove essa appare a Lucio che l'ha
invocata dal profondo della sua infelicità e del suo grande travaglio.
Da questo brano si ricava che la Dea era forse stata onorata nella sua
triplice veste di bianca germogliatrice, rossa mietitrice, e scura
ventilatrice del grano."

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(2) Perché il pane veniva spesso seppellito. Vedi le Tesmoforie:

"Il terzo giorno era detto "Felice Generazione" o "Bei Germogli"

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(Kalligeneia) ed era all'insegna della gioia: le donne celebravano la
fertilità che avevano accresciuto con la loro temporanea castità.
Facevano sacrifici e festeggiavano. Probabilmente era anche il
momento in cui le Attingitrici (Antletriai) compivano la loro opera.
Mesi prima della festa, queste donne purificate da tre giorni di
astinenza dal sesso, avevano seppellito porcellini e modellini di
serpenti e di genitali maschili in pasta di pane. In seguito, durante le
Tesmoforie, li disseppellivano recuperando i resti decomposti, che
venivano collocati sugli altari e poi mescolati con le sementi di grano
che venivano ritualmente piantate per favorire la fertilità dei campi
nella stagione che stava per cominciare." (Tratto da E.Abbot "Storia
della castità")

Altro approfondimento:

Il defunto era considerato una vittima consacrata agli Dei inferi;


veniva lavato, unto, vestito di bianco e avvolto in un panno di lino;
la testa veniva cinta con una corona. Davanti alla porta della camera
veniva deposto un vaso pieno d'acqua ritualmente purificata perché
ci si possa immergere una volta usciti e la città non ne venga
contaminata. Il cadavere veniva poi esposto per un giorno nel
vestibolo di casa, mentre i parenti si cospargevano di cenere e di
polvere e intonavano lamenti. Il giorno successivo, prima dell'alba
per non contaminare la luce del giorno, il corteo, sempre
accompagnato dalle grida delle prefica, accompagnava il defunto
alla sua ultima dimora. Nel cimitero il cadavere veniva bruciato o
inumato in un sarcofago o deposto direttamente nella terra su un
letto di foglie. Veniva sepolto con gli oggetti personali che potevano
essere utili: vasi, vesti, armi. Riceveva offerte alimentari (libagioni
d'acqua, di latte, di vino, olio, miele) versati in recipienti senza
fondo di modo che possano pervenire più facilmente al morto. Si
offrivano anche dolci, verdure, melograni. A volte si sacrificavano
animali neri, bruciandoli per intero (perché i vivi non ne
consumavano nessuna parte) Dopo la cerimonia, i parenti si
purificavano e poi si riunivano in un banchetto funebre, al quale si
pensava che il defunto prendesse parte.

Nota di Lunaria: avevo già parlato dei banchetti funebri; la celebre


figura horror del vampiro, e il terrore dei vivi di dover assistere al

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ritorno dei morti "affamati", deriva appunto da lì, per
approfondimenti vedi una storia del vampirismo

Secondo la credenza comune, le anime dei morti discendono agli


inferi senza speranza di ritorno. Una volta superata la palude Stigia
sulla barca di Caronte e varcate le porte di bronzo custodite da
Cerbero, esse restano soggette ad Ade e alla sua sposa, Persefone.
Qui conducevano un'esistenza vana e senza gioia, un pallido ricordo
di quella terrena.
Per i Greci, vi erano delle grotte misteriose che comunicavano con
gli Inferi; si venerava l'Ermes infernale che aveva il compito di
accompagnare i morti; era lui che raccoglieva le offerte per i defunti.
I defunti, da parte loro, dovevano dare a Caronte un obolo e una
focaccia di miele per placare le fauci di Cerbero.

è evidente che gli antichi non avessero un'idea ben precisa


dell'oltretomba (inclusi i primi ebrei; a sviluppare un'idea di aldilà
sono stati soprattutto cristiani ed islamici. nota di Lunaria)
Comunque, i morti potevano rivelare ai vivi l'avvenire, tramite i
sogni soprattutto. Ulisse nel canto XI dell'Odissea e la regina Atossa
nei "Persiani" di Eschilo rievocano gli scomparsi per interpretarne le
intenzioni.
Si pensava che i fanciulli rinascessero a contatto con la terra: i
Tritopatori erano sia genii del Vento sia anime degli antenati: la
nascita di un bambino era la reincarnazione di un antenato (idea
che c'è anche in altre culture, dagli africani agli indios, Nota di
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Lunaria)
L'usanza di depositare cibo comunque si spiegava come la credenza
che i morti potessero comunque manifestarsi e avessero delle
proprie esigenze. Per il loro mantenimento dipendevano dai vivi; in
cambio, i defunti potevano vegliare sulla loro progenie, favorivano
la prosperità del suolo, difendevano la città in caso di guerra. Le
steli servivano appunto ad esprimere in forma di serpenti la loro
possenza, temibile e benefica a un tempo.
In sintesi, i greci non si preoccupavano molto delle contraddizioni
relative all'oltretomba; si potrebbe però osservare che la religione
domestica poneva l'accento sulla presenza dei morti accanto ai
viventi, mentre l'Ade rappresentava una concezione più letteraria.

Infine, una breve citazione relativa agli Dei serpenti, che vigilavano
sullo Stato come sulle dimore private. (Nota di Lunaria: i Rom
avevano mantenuto la credenza del "serpente domestico", ovvero un
serpente che dimorava nelle mura di casa) Atena alleva nel proprio
tempio un serpente che Fidia ha raffigurato accoccolato vicino al
suo scudo.

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Allo Zeus Ktesios domestico corrisponde Zeus Meilikios, in forma di
serpente. Divinità ctonia, egli viveva in una grotta dove gli si
offrivano olocausti, in occasione delle Diasie. Stando al nome, in
origine egli era un Dio delle espiazioni, il che conferiva alla sua festa
un carattere lugubre; ma è diventato, come lo Zeus Ktesios, un
dispensatore di ricchezze a volte raffigurato in forma umana con
cornucopia in mano.

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Le rappresentazioni infere e malefiche degli Etruschi hanno
anch'esse influenzato a livello iconografico la figura del Diavolo
cristiano. Fra queste rappresentazioni va ricordato Vetis, come Dio
infero; corrisponderebbe a Vedius o Veiovis, il Giove notturno
folgoratore dei Romani. Secondo Grenier l'iscrizione Cvlalp del
Fegato di Piacenza si sviluppa in due divinità, Culsu e Alpan. Culsu
è una Erinni, rappresentata con fiaccola e spada in mano o con
forbici destinate a recidere la vita. Alpan invece è uno dei numerosi
geni femminili che, per alcuni studiosi, corrisponde alla Persefone
greca. Velcanus, il Vulcano dei Romani, appare come un Dio
sfavorevole che lancia la folgore. Mantus e Mania corrispondono
alla coppia infernale Ade-Persefone rappresentati come Aite-
Persipnei.

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Nota di Lunaria: curiosamente nell'induismo la Dea Tara (Dea della
notte) compare con le forbici, adorna di serpenti

Una componente fondamentale della religione etrusca è quella


escatologica: sembra attestato che dal IV secolo a.C in poi si sia
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verificata una progressiva ellenizzazione con il sovrapporsi di
antiche credenze, dei cicli mitologici greci, talvolta modificati
notevolmente. Si delinea, nella sua complessità, la sorte dei defunti
attesi da un mondo infernale; la morte stessa è rappresentata come
un viaggio o una discesa ad infera dopo l'attraversamento di una
porta che non consente ritorni.
Charun, Caronte, è figura mitologica demoniaca che differisce
sostanzialmente da quella greca fino al punto che Petazzoni ipotizza
una diversa rappresentazione originaria etrusca, con probabili
connessioni con il dio mesopotamico Nergal.
Charun è Dio o semidio che si presenta non nell'aldilà ma soltanto
nel momento della morte nell'accompagnamento del defunto
nell'Ade: colpisce l'uomo con un martello del quale è fornito, a
rappresentare il momento violento del trapasso.

Nota di Lunaria: che fosse esistito un culto al Martello è attestato


anche nei Celti. Riporto l'analisi tratta da

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"Nell'altare quadrilatero di Magonza Diana Venatrix compare
associato al Dio del Martello Sucellos, associato, in certi altari alla
Dea Nantosuelta, portante una cornucopia in mano. Per curiosità: il
martello era associato anche all'aldilà."

Con questa chiave di lettura non possiamo escludere che anche


Sucellos sia stato (forse agli inizi) un Dio ctonio o
infero. Il martello poi è un attributo di Thor, Dio dei fulmini.

Charun, del quale troviamo una raffigurazione sulla parete della


tomba degli Anina a Tarquinia, ha naso adunco e grande, la forma
allungata e puntuta delle orecchie, i denti ringhianti, la pelle blu
scuro, le ali, i serpenti sulla testa, in mano e al fianco la fiaccola, la
clava, l'uncino.

Altro demone che lo accompagna è Tuchulcha, che conserva i tratti


primitivi: becco e zampe da uccello predatore, ali e serpenti in
pugno o nelle chiome.

Nota di Lunaria: esattamente come la Lilith sumera, alata e


con zampe artigliate

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Diverse figure demoniache etrusche accompagnano il morto o lo
ricevono nell'oltretomba, e ne abbiamo alcune testimonianze nei
diversi reperti: la furia Nathum in uno specchio del museo di
Berlino; la Dea della morte Leithn nello specchio di Perugia; vari
demoni rassomiglianti a tifoni, tritoni, scille:

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La Dea Vanth, dalle grandi ali, severamente vestita, munita di
chiave (come Ecate), rappresentazione del Fato ineluttabile:

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Animale tipico della morte è il lupo: lo stesso re degli Inferi
Etruschi, Ade, appare con il capo coperto dalla pelle di un lupo nella
Tomba dell'Orco di Tarquinia.

Tracce di magia nera e di stregoneria le abbiamo in alcune Tabulae


Defixionis etrusche.
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Questa demonologia morturia appare confermata dalla credenza
nelle turbe di spettri che invadevano i paesi e le città uscendo dalla
fossa detta mundus che dagli Etruschi passò poi ai Romani. Il
mundus era una fossa consacrata agli Dei inferi e ai defunti e
costituiva una comunicazione fra i viventi e il regno dei morti.
Appare chiaramente in alcuni reperti archeologici, per esempio
nella serie di urne sepolcrali di Volterra e Perugia, sulle quali è
raffigurato una specie di mostro teriomorfo che esce evocato da un
guerriero.
Dal mundus ("luogo sotterraneo") uscivano gli Dei ipoctoni e
malvagi e i manes, gli spettri dei defunti.

Aggiungo queste altre due Dee (le immagini non si riferiscono a


loro)

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