Sei sulla pagina 1di 64

Corrado Bologna

Manzoni e l’invenzione del romanzo moderno


(“Quei rami nascosti del lago di Como...”)

Webinar, 14 e 21 gennaio 2019, ore 17-19


Il breve corso intende proporre, in due lezioni di un paio d’ore
ciascuna, una rilettura aggiornata e approfondita del capolavoro
manzoniano, testo d’obbligo nella prima parte della formazione
superiore. Si intende offrire ai docenti degli strumenti rigorosi e
originali di analisi testuale, storico-culturale e storico-letteraria,
basati sulla ricerca più recente e innovativa, avviandoli a una
proposta didattica capace di stimolare negli studenti un’attenzione
diversa nei confronti di questo classico, da loro non sempre amato
perché (ingiustamente) ritenuto “superato”. La dimensione
dell’intreccio verbale-visivo potrà aprire a riflessioni sulla modernità
dell’“invenzione” manzoniana. Nel corso troveranno sempre spazio
adeguato le risposte alle domande che i docenti vorranno porre
attraverso la chat.
La prima lezione (2 ore), il 14 gennaio 2019 dalle ore 17 alle 19, illustrerà un
altro aspetto poco rilevato nella pratica didattica: la grande metamorfosi che
separa l’edizione del 1840 da quella del 1827, non riducibile alla “risciacquatura
in Arno” della lingua. Verrà messa in risalto l’introduzione di un complesso
apparato di immagini che Manzoni stesso organizza strategicamente con l’aiuto
dell’incisore F. Gonin. Egli “inventa” così il romanzo moderno, trasformandolo
in una struttura comunicativa multipla, un sistema multimediale, una
perfetta macchina narrativa capace di guidare l’immaginazione del lettore con
un sottile reticolo di collegamenti fra il testo verbale e quello visivo.

La seconda lezione (2 ore), il 21 gennaio 2019 dalle ore 17 alle 19, individuerà i
precedenti e i probabili modelli profondi dei “tre romanzi di Alessandro
Manzoni” (S. S. Nigro). Studierà alcuni aspetti non sempre ben messi in luce nei
commenti: anzizutto la tradizione che collega il Fermo e Lucia al Don Chisciotte
di Cervantes al Tristram Shandy di Sterne, e il sottile rapporto fra la scrittura
romanzesca e quella teatrale; in secondo luogo la grande modernità e attualità
dei Promessi Sposi come libro che fissa e rappresenta, come videro acutamente
Leonardo Sciascia e Giulio Bollati, un’immagine antropologica dell’Italia non
solo del secolo XVII, ma anche del XIX, del XX, e del XXI…
Qualche anno fa (era il 2010) Umberto Eco scrisse, per il Gruppo editoriale
L’Espresso, in collaborazione con la Scuola Holden di Torino, una breve
presentazione-parafrasi dei Promessi Sposi, piena della sua ironia e intelligenza, di
leggerezza, di gusto, di finezza. Questi erano la copertina e l’inizio del testo:

Umberto Eco, raffinato lettore di romanzi, con il successo mondiale di Il nome
della rosa (1980) aveva già dimostrato, di saper anche scrivere un romanzo
bello e intelligente, governando da par suo le regole impalpabili di una
semiologia della narrazione, che per anni aveva studiato e insegnato.
Capiva bene, Eco, come quasi due secoli dopo la sua scrittura e riscrittura I
Promessi Sposi siano ormai un libro molto “datato”, difficile da far accogliere
dai giovani, in tempi di elettronica, con l’attenzione e la disponibilità necessarie
a riconoscerne la grande modernità, anzi l’attualità assoluta, sulla quale è
necessario invece insistere, prima ancora di entrare nella struttura e nella storia
del romanzo.
Oggi, anni più tardi, quando ormai un’immensa quantità di persone, in
particolare i giovani, trascorrono gran parte del loro tempo quasi in trance,
appesi a uno smartphone seducente come una sirena per godere le immagini, i
filmati, le innumerevoli connessioni che questo strumento di “connessione
permanente” offre in tempi fulminei, che cosa dire circa la scelta che la scuola
fa (e che deve assolutamente difendere!) di conservare I Promessi Sposi come il
classico di lettura obbligatoria, insieme alla Commedia dantesca, nella
formazione superiore?
Ecco come Eco chiudeva il suo piccolo libro, rivolgendosi ai giovani lettori :
Umberto Eco e I promessi sposi:
la modernità di un testo “datato”

“Qualche adulto, vedendo che


leggete questa storia, vi dirà di
fermarvi qui perché I promessi
sposi, il libro vero scritto da
Alessandro Manzoni, è una gran
pizza, noioso e illeggibile. Non
dategli ascolto”.
Dunque, diamo ascolto a Umberto Eco: non diamo ascolto ai detrattori
dei Promessi Sposi!
Cerchiamo di riscoprire, di portare alla luce e di porre sotto gli occhi dei
giovani quattordici-quindicenni i segreti di questo libro difficile e per molti
versi ancora sconosciuto. Per questo, con un poco di ironia e di leggerezza
(disposizione assolutamente necessaria se si vuole riuscire nell’impresa) ho
posto a questo breve corso il sottotitolo: «Quei rami nascosti del lago di
Como…».
Partiamo dall’inizio, tenendo d’occhio il primo tema fondamentale da cui
muovere: il rapporto fra testo e immagine, che è senza dubbio il più
evidente e fondamentale per capire la differenza fondamentale fra le due
edizioni del 1827 e del 1840. E restiamo un momento sull’Introduzione al
romanzo, quella che in genere viene “saltata” per la difficoltà linguistica e
perché un a sorta di pregiudizio consolidato fa iniziare il libro con il celebre:
«Quel ramo del lago di Como…».
Ecco la prima pagina dell’edizione 1827 (la Ventisettana), che per questa
lezione ho scannerizzato dal mio raro esemplare, e la prima dell’edizione
del 1840 (la Quarantana), che per praticità traggo dall’edizione anastatica
curata nel 2002 per i Meridiani di Mondadori da Salvatore Silvano Nigro:
Quei rami nascosti del lago di Como...

il testo con e senza immagini

Edizione 1827 Edizione 1840

A. Manzoni, I
A. Manzoni,
Promessi
I Promessi Sposi,
Sposi, tip.
tomo I,
Guglielmini e
V. Ferrario,
Redaelli,
Milano 1825,
Milano 1840,
p. 1
p. 5
I due testi sono stanzialmente identici: mentre è palese a colpo d’occhio che i due libri
sono molto diversi fra di loro.
Il primo è un normale romanzo di stampo ancora settecentesco, pensato in
un’articolazione in “tomi” fin dal Fermo e Lucia, e stampato, nel 1827, appunto in tre tomi,
al modo in cui, per portare solo un esempio di grande peso, fra 1759 e 1767 era apparso in
Inghilterra, in 9 volumi, uno fra i più importanti romanzi europei, il Tristram Shandy di
Laurence Sterne, sul quale avremo modo di tornare, dal momento che Manzoni lesse nella
traduzione francese uscita fra 1776 e 1785.
Il secondo libro, invece, è uno strumento culturale modernissimo, una straordinaria
macchina multimediale, uno spazio dinamico in cui testo e immagini si condizionano
reciprocamente, manipolando l’attenzione, la lettura, le emozioni di chi vi entra.
Due testi quasi identici, due libri molto diversi

Edizione 1827 Edizione 1840

Un normale romanzo Una spazio dinamico: una


di stampo macchina multimediale di
settecentesco testo e immagini
Si osservi con attenzione il dettaglio della vignetta al centro della pagina:
Come si vede Francesco Gonin, l’incisore che guidò l’équipe degli
illustratori, gioca con la L maiuscola, facendone una poltrona su cui qualcuno
sta leggendo un libro.
Ma Gonin fu a sua volta indirizzato da Manzoni stesso, come dimostrano i
biglietti e le lettere su cui ha richiamato l’attenzione Salvatore S. Nigro
ristampando nel 2002 in edizione anastatica la Quarantana nel terzo volume di
un trittico provocatoriamente intitolato: Alessandro Manzoni, I romanzi.
Quindi fu Manzoni in persona a voler aprire il suo “nuovo” romanzo con
quel gioco fra il testo e l’illustrazione: un gioco intenzionale, quindi
importante, ma in qualche modo rimasto finora “invisibile”, soprattutto nella
lettura scolastica. Chi ha mai letto I Promessi Sposi con le immagini di
Gonin? Si è alterata, così, la prima e fondamentale regola di lettura posta a
Manzoni ai suoi venticinque lettori!
Primo risultato di questo accostamento iniziale al celeberrimo romanzo: I
Promessi Sposi del 1840, quelli che ancora oggi leggiamo come “ultima
volontà d’autore, non sono solo un “romanzo”, ma un libro “misto” di parole e
immagini, che per questo motivo ho definito macchina multimediale.
L’autore, per la prima volta nella storia della letteratura, manipola e
indirizza le emozioni del lettore attraverso una precisa sequenza testuale-
figurativa, da lui creata con strategia da regista cinematografico!
Manzoni regista del testo

Manzoni ne indirizza il lavoro:


Gonin realizza le incisioni:
è Manzoni in persona a voler aprire il
la L maiuscola come una poltrona su
suo “nuovo” romanzo con quel gioco
cui qualcuno sta leggendo
fra il testo e l’illustrazione:

Per la prima volta nella storia della letteratura:


l’autore manipola e indirizza le emozioni del lettore attraverso una
precisa sequenza testuale-figurativa, da lui creata con strategia da
regista cinematografico!

SI DEVONO
leggere I promessi sposi con le immagini di Gonin perché
LE IMMAGINI FANNO PARTE DEL LIBRO
come lo ha pensato e realizzato il suo autore
Un paragone di straordinaria efficacia si può proporre, a questo punto, fra l’apertura dei Promessi Sposi e
quella del cap. II della traduzione francese del Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, uscita a Parigi nel
1836 presso Dubochet, con le illustrazioni di Tony Johannot, studiate di recente da Gabriele Quaranta.
Manzoni lesse, probabilmente, il grande romanzo spagnolo proprio in questa edizione.

A. Manzoni, I Promessi Sposi, Milano M. De Cervantes, Don Quichotte, tr. fr.,


1840, Introduzione Dubochet, Parigi 1836, cap. II
Torniamo al nostro personaggio che legge, seduto sulla poltrona che è una
L maiuscola collegata con il testo: «L’Historia si può veramente deffinire
una guerra illustre contro il Tempo…». Si tratta, evidentemente, di
Manzoni stesso, il quale, “seduto sulla lettera con cui si apre il testo”, sta
incominciando a leggere l’Anonimo lombardo che, con lui, anche noi
leggiamo.
In questo modo agisce sull’immaginario del lettore, con modernità già
quasi novecentesca (si può pensare a Borges, o a Escher), uno scrittore
quale Manzoni, educato nella cultura illuministica, in un’età ancora lontana
da strumenti come il cinema, ma che possiede già una sensibilità per il
dinamismo delle immagini, fisiche e mentali.
Con la sua profonda percezione del potere delle immagini, probabilmente,
Manzoni coglie al volo la grande innovazione della fotografia, che si è
diffusa in Francia nel decennio tra la fine degli anni Venti e la fine degli
anni Trenta (l’inizio ufficiale dell’attività di riproduzione attraverso quelli
che vengono chiamati dagherròtipi, dal nome dell’inventore Daguerre, è il
1839, l’anno che precede l’uscita della Quarantana).
Sintetizziamo. Qualcuno (cioè Manzoni, l’Autore del libro che noi stiamo
leggendo), seduto su una poltrona-L maiuscola, legge l’Anonimo che sta
per trascrivere. Qualcuno (cioè Cide Hamete Benengeli, il finto autore del
Don Chisciotte originario in arabo) scrive, sotto una tenda-A maiuscola, il
libro che Cervantes dichiara di stare traducendo.
Ce n’è abbastanza per riconoscere immediatamente un meraviglioso gioco di
specchi, un’allusione sottile e davvero allegorica al gesto della scrittura, della
composizione del libro che noi stessi, lettori reali, stiamo incominciando a
sfogliare. In questa luce la modernità di Manzoni trapela proprio dal
meccanismo narrativo multimediale da lui inventato con la Quarantana.
Da Cervantes a manzoni: LA RAPPRESENTAZIONE DELLA
SCRITTURA

Chi è il personaggio che legge, seduto in questa poltrona che una L


maiuscola?
Si tratta di Manzoni stesso

Seduto sulla lettera con cui si apre


il testo l’autore sta incominciando
a leggere l’Anonimo lombardo

Sotto una tenda a forma di A


maiuscola Cide Hamete Benengeli
scrive il libro che Cervantes
dichiara di stare traducendo.
In questa prospettiva proviamo a guardare come vengono introdotti, nella
Quarantana, i principali personaggi, attraverso questa progettazione spaziale
del racconto, articolata sulla pagina con una strategia che definirò ancora una
volta di tipo cinematografico.
Mi limito a proporre l’esempio di Renzo, Lorenzo Tramaglino, il cui nome è
di per sé parlante (torneremo su questo tema). Renzo, dunque, entra in azione
nel capitolo II. All’inizio appare nei pensieri di don Abbondio, quindi nel suo
incubo notturno. Così Manzoni, facendo sbucare il protagonista del romanzo
prima di tutto nel sogno di un altro personaggio, accenna al fatto che le figure
romanzesche «balzano vive nella mente dell’autore» (la frase è di Luigi
Pirandello, che capisce e interpreta genialmente I Promessi Sposi).
Vediamo, dunque, come Manzoni fa “entrare in scena” Renzo, come se fosse un attore sul
palco:
RENZO ENTRA IN SCENA E SULLA PAGINA

Nel capitolo II Renzo entra in scena

Prima appare nei sogni di Don


Abbondio
Poi nel suo incubo notturno

Le figure romanzesche
«balzano vive nella mente dell’autore»
(L. Pirandello)
Dopo aver invaso i sogni di don Abbondio
Renzo entra in scena in carne ed ossa
non più solo come fantasma notturno di don Abbondio.

Manzoni orchestra la sua


entrata sul palcoscenico
dei Promessi Sposi con
un gesto di grande
teatralità narrativa


Nell’attenta disposizione di
testo e illustrazioni,
parole e immagini sono
impaginate in modo che,
mentre avanza nella
lettura, nell’ed. 1840, il
lettore assiste a questo
ingresso.
Nel foglio di sinistra (p. 32) del capitolo II nell’edizione 1840 compaiono, prima descritti, poi
raffigurati, gli incubi di don Abbondio, fra cui c’è Renzo. Il foglio di destra (p. 33) si apre con una
riga e con il ritratto di Renzo, col suo bel cappello piumato. Non sfuggirà che la struttura di
questa doppia pagina, e soprattutto la dimensione delle illustrazioni sulle due facciate opposte e
in modo speciale quella di sinistra, leggermente ridotta e schiacciata, sono state accuratamente
calcolate da Manzoni in collaborazione con l’illustratore e il tipografo.
Un confronto con le stesse pagine nell’edizione del 1827 è impressionante, e mostra in
maniera immediata come il passaggio dall’uno all’altro libro sia imperniato sulla differente
visione del libro aperto e sull’effetto che esso induce nel lettore, con le sole pagine di testo (1827)
e con quelle illustrate, centrate con precisione (1840):
La differenza rispetto alla stessa
La struttura di questa doppia
pagina nell’edizione 1827 è
pagina del 1840 e la dimensione
impressionante: corrisponde a una
delle illustrazioni sulle due facciate
differente visione del libro aperto e
opposte sono state accuratamente
sull’effetto che esso induce nel lettore,
calcolate da Manzoni in
dalle sole pagine di testo (1827) a
collaborazione con l’illustratore e
quelle illustrate, centrate con
il tipografo.
precisione (1840)
In questa maniera, re-impaginando nel 1840 il testo del 1827, con poche
varianti linguistiche, Manzoni ottiene, essenzialmente con una tecnica
tipografica alcuni risultati di incredibile efficacia, quasi di manipolazione
della mente del lettore.
Prima di tutto chiude la facciata di sinistra con la frase che esalta l’aspettativa
di don Abbondio, e di noi lettori con lui: «…don Abbondio ricapitolò subito i
suoi disegni della notte, si confermò in essi, gli ordinò meglio, s’alzò, e stette
aspettando Renzo». La pagina di destra, allora, può aprirsi con un’unica riga
del testo che segue la precedente: «Lorenzo o, come dicevan tutti, Renzo,
non si fece molto aspettare». Il personaggio, con questa tecnica di
impaginazione, viene introdotto da una sola riga che costituisce di fatto la
didascalia dell’immagine che viene posta immediatamente dopo.
Grazie a questa strategia registica, di grande modernità, lavorando unicamente
sull’impaginazione delle parole e delle figure, Manzoni realizza quello che ai
nostri giorni, con linguaggio cinematografico, definiremmo un primo piano
del personaggio. Ma come si è detto, è molto probabile (anche se ancora da
studiare) che un influsso della nascente fotografia possa aver ispirato
queste scelte di Manzoni “editore di sé stesso”.
Signor curato...

Proviamo, ora, ad aprire il libro all’altezza del capitolo iniziale (p. 12 della
Quarantana), in particolare alla scena dell’incontro di don Abbondio con i due bravi, là
dove «i muri interni delle due viottole, in vece di riunirsi ad angolo, terminavano in un
tabernacolo» dipinto con «le fiamme» e le «anime del purgatorio»; don Abbondio non
ha via di fuga, e al richiamo imperioso del primo bravo («Signor curato....») risponde,
servile: «Cosa comanda?». Qui incomincia, di fatto, la storia…
Don Rodrigo

«“Signor curato, l’illustrissimo signor don


Rodrigo nostro padrone la riverisce
caramente”» (cap. I)

(Si noti che il nome di don Rodrigo figura


immediatamente sopra l’immagine, così
come avverrà per le presentazioni di
Renzo, Lucia, fra Cristoforo e altri
personaggi, con un testo organizzato come
“didascalia”).
Don Rodrigo e don Abbondio

«Non conosceva don Rodrigo che di


vista e di fama, né aveva mai avuto
che far con lui, altro che di toccare
il petto col mento, e la terra con la
punta del suo cappello, quelle poche
volte che l’aveva incontrato per la
strada» (cap. I)
Così incomincia dunque la storia: con la sottomissione di un curato al signorotto
prepotente, e con l’ira funesta del Promesso Sposo, «Lorenzo Tramaglino o, come
dicevan tutti, Renzo».
Quel che possiamo fare, per cercare di attirare l’attenzione dei ragazzi sui personaggi, è
di prendere Renzo come punto di fuga, come portatore di prospettiva dell’intera
narrazione, e seguirlo nel suo romanzo di formazione, accompagnandolo nella sua
odissea da contadinotto semplice, che da «giovine pacifico» qual è all’inizio rischia di
diventare un violento, addirittura come un bravo, e che a forza di sbagliare e di infilarsi
nei guai, imparerà (un po’ come accadrà a Pinocchio, che Collodi riplasmò in parte sul
modello manzoniano) «a non mettersi ne’ tumulti, a non predicare in piazza, a non alzar
troppo il gomito…»
LA PROSPETTIVA DI RENZO

Possiamo prendere Renzo come “portatore di prospettiva” dell’intero romanzo

All’inizio, un «giovine pacifico»

Rischia di diventare un violento

A forza di sbagliare imparerà «a Romanzo di formazione

non mettersi ne’ tumulti, a non


predicare in piazza, a non alzar
troppo il gomito…»
Riflettiamo sul nome di Lorenzo Tramaglino

Trama / Maglia / Tramaglio

…un gruppetto di case, abitate la più parte da


pescatori, e addobbate qua e là di tramagli e di
reti tese ad asciugare (PS, 1840, cap. IV)

Ci aiuta a riconoscere il “nome segreto” la parodia


di C. E. Gadda, nella Cognizione del dolore (1963):

Filarenzo Calzamaglia o, come dicevan tutti, Enzo


Renzo entra in scena come
“attore” litigando con don
Abbondio

«“Via, via, non v’alterate, per


amor del cielo. Vedrò, cercherò
se, in una settimana…”»
(cap. II)
Poi Renzo va in cerca di informazioni
da Perpetua

«“Pover’uomo! Se pecca, è per


troppa bontà. C’è bene a questo
mondo de’ birboni, de’ prepotenti,
degli uomini senza timor di Dio!...”
- “Prepotenti! birboni! - pensò
Renzo: - questi non sono i superiori.
“Via,” disse poi, nascondendo a
stento l’agitazione crescente, “via,
ditemi chi è.”» (cap. II)
Così Renzo torna da don
Abbondio, minacciandolo

«“Le prometto che fo uno


sproposito, se lei non mi dice
subito il nome di colui”» (cap. II)

è diventato quasi un bravo!


La vignetta è assolutamente
fondamentale per cogliere la
violenza del suo gesto.
La famosa scena di Renzo con i
quattro capponi per
l’Azzeccagarbugli: quanto meno
efficace sarebbe, se non fosse
illustrata dalla vignetta di Gonin,
perfettamente impaginata al
centro del foglio!...

«…faceva balzare quelle quattro


teste spenzolate; le quali intanto
s’ingegnavano a beccarsi l’una con
l’altra, come accade troppo
sovente tra compagni di sventura»
(cap. III)
Renzo e «“Sapete leggere, figliuolo?”
Azzeccagarbugli
“Un pochino, signor
dottore”»
(cap. III)
Renzo e Azzeccagarbugli:
l’equivoco si dissipa d’improvviso

«“…Quel prepotente di don


Rodrigo…”
“Eh via!” interruppe subito il
dottore, aggrottando le ciglia,
aggrinzando il naso rosso, e
storcendo la bocca, “eh via! Che mi
venite a rompere il capo con queste
fandonie!”» (cap. III)
Renzo, Lucia e Agnese:
Renzo si fa minaccioso, batte i
pugni sul tavolo, e le stoviglie
apparecchiate sembrano davvero
«balzellare», nell’immagine
posta al centro esatto della frase

«“L’ho trovato io il verso, l’ho


trovato,” disse Renzo, battendo il
pugno sulla tavola, e facendo
balzellare le stoviglie
apparecchiate per il
desinare» (cap. VI)
Renzo a casa di Tonio,
nella pagina seguente

«Mentre Renzo barattava i saluti con


la famiglia, Tonio scodellò la polenta
sulla tafferia di faggio, che stava
apparecchiata a riceverla: e parve
una piccola luna, in un gran cerchio
di vapori. Nondimeno le donne
dissero cortesemente a Renzo:
“volete restar servito?” complimento
che il contadino di Lombardia, e chi
sa di quant’altri paesi! Non lascia
m a i d i fa r e a c h i l o t r ov i a
mangiare.» (cap. VI)
«…tese il braccio e l’indice verso di essa, e gridò: “questa! Sì
questa egli vuole! Ha da morire!”» (cap. VII)

Renzo, Lucia e Agnese:


Renzo minaccia di morte don Rodrigo:
diventerà un violento anche lui, come
il suo Nemico?
Renzo e Tonio all’osteria

«“Tu vuoi che venga a testimonio?”


“Per l’appunto.”
“E pagherai per me le venticinque lire?”
“Così l’intendo.”
“Birba chi manca.”
[…]
“Domani…”
“Bene.”
“Verso sera…”
“Benone.”
“Ma!...” disse Renzo, mettendo di nuovo il
dito alla bocca.
“Poh!...” rispose Tonio, piegando il capo
sulla spalla destra e alzando la mano
sinistra, con un viso che diceva: mi fai
torto!» (cap. VII)
La notte degli inganni e il
matrimonio a sorpresa

Teatralità, notturni, luci “tagliate”,


tra Caravaggio e la Commedia
dell’Arte.

L’ i l l u s t r a z i o n e a s s u m e
un’importanza strategica

«“Perpetua! Perpetua!
tradimento! aiuto!”»
Caravaggio, Vocazione di San Matteo (1600 ca.), Roma, S. Luigi dei Francesi,
Cappella Contarelli

La descrizione dei promessi sposi che entrano nella stanza di don Abbondio sembra
ispirata alla lettera da questo celebre quadro: «Il chiamato [Tonio] aprì l’uscio, appena
quanto bastava per poter passar lui e il fratello, a un per volta. La striscia di luce, che uscì
d’improvviso per quella apertura, e si disegnò sul pavimento oscuro del pianerottolo, fece
riscoter Lucia, come se fosse scoperta» (cap. VIII)
Michelangiolo Amerighi veste da bravi i
compagni di gioco di San Matteo. [...]
Una bella piuma ha nel cappello di
velluto violetto e una sottile spada al
fianco.
C.E. Gadda, Apologia manzoniana
Carlo Emilio Gadda, nell’Apologia manzoniana del 1924, intuì con grande
acutezza quanto “caravaggesca” sia la scena descritta nel capitolo VIII dei
Promessi Sposi:

«Il barocco lombardo di quel tempo ha tenui tocchi e una grave tristezza. [...] E,
sopra ogni cosa, un'idea si leva che nulla può abbattere, una luce che nessun flutto
raggiunge: in essa si placano gli occhi e lo strazio di Lucia.
Scrittore degli scrittori, egli visse prima la sua meravigliosa annotazione: e il
continuo riferimento del male antico al nuovo aumenta la risuonanza tragica di ogni
pensiero. […] Michelangiolo Amerighi veste da bravi i compagni di gioco di San
Matteo. Mentre il Cristo comanda a Matteo che lo segua, un viso di adolescente,
sensualmente distratto, chiede: “Chi cerca costui?”. Il vino imporpora le sue floride
gote ed egli si volge indifferente, con sorrisetto quasi bolognese.
Una bella piuma ha nel cappello di velluto violetto e una sottile spada al fianco.
Le gambe nervose si vedono di là dello sgabello, come in riposo, dopo l'accorrere,
dopo il rissare. Non vi è pena, né pensiero. Rosse e fervide luci sono il termine della
calda, verde pianura e nelle vene giocose pulsa il fervido sangue dell'adolescenza.
[…]
La luna fa diagonali di ombra e di biancore sui quadri delle case e sui tetti [...]
Il Signore comandò che Matteo lo seguisse, lasciando nella taverna i dadi e i
nummi del mondo. Il Caravaggio vide e dipinse il Signore e Matteo e poi
giovinastri dalle turgide labbra, cocchieri, sgherri, garzoni. Meglio girare alla
larga».

(C. E. Gadda, Apologia manzoniana, 1924)


La notte degli inganni: la fuga. Pura Commedia
dell’arte.
«Renzo, cercando di fermare in curato, e
remando con le mani, come se facesse a
mosca cieca, era arrivato all’uscio, e
picchiava, gridando: “apra, apra; non faccia
schiamazzo”. Lucia chiamava Renzo, con
voce fioca, e diceva, pregando: “andiamo,
andiamo, per l’amor di Dio.” Tonio,
carpone, andava spazzando con le mani il
pavimento, per veder di raccapezzare la sua
ricevuta. Gervaso, spiritato, gridava e
saltellava, cercando l’uscio di scala, per
uscire a salvamento» (cap. VIII).

L’immagine e il testo si riverberano


con formidabile teatralità.
Il “taglio di luce” è corrispondente
(ma nell’incisione rovesciato)
a quello della Vocazione di San Matteo di
Caravaggio.
Un’altra immagine
“caravaggesca”:
la luce nella “vocazione”
dell’innominato

«…con lo sguardo immobile sur una


parte del pavimento, dove il raggio
della luna, entrando da una finestra
alta, disegnava un quadrato di luce
pallida, tagliata a scacchi dalle grosse
inferriate, e intagliata più minutamente
dai piccoli compartimenti delle
vetriate» (cap. XXI)
Torniamo a Renzo. Eccolo che, nel pieno dei moti di ribellione contro l’aumento
del prezzo del pane, cerca di placare il «vecchio mal vissuto». L’immagine è
fondamentale.

«Spiccava tra questi, ed era lui stesso spettacolo, un vecchio mal vissuto, che, spalancando due occhi
affossati e infocati, contraendo le grinze a un sogghigno di compiacenza diabolica, con le mani alzate
sopra una canizie vituperosa, agitava in aria un martello, una corda, quattro gran chiodi, con che
diceva di volere attaccare il vicario a un battente della sua porta, ammazzato che fosse.

“Oibò! Vergogna!” scappò fuori Renzo, inorridito a quelle parole, alla vista di tant’altri visi che davan
segno d’approvarle, e incoraggito dal vederne degli altri, sui quali, benchè muti, traspariva lo stesso
orrore del quale era compreso lui. “ Vergogna! Vogliam noi rubare il mestiere al boia? assassinare un
cristiano? Come volete che Dio ci dia del pane, se facciamo di queste atrocità? Ci manderà de’
fulmini, e non del pane! ”» (cap. XIII)
Dietro a questa scena resta viva, nella mente di Manzoni, la figura del
gladiatore Spartaco che cerca di placare gli animi infuocati degli insorti,
negli appunti e abbozzi per la tragedia mai scritta (oggi conservati nella
Sala Manzoniana di Brera)

I
« […] Discorsi artificiosi e appassionati di Spartaco, secondati da Crasso,
per condurre i suoi compagni ad una insurrezione. Effetto, risoluzione
presa: concerti.

III
[…] Vittoria, vendette e devastazione dei gladiatori. Scena in Metaponto.
Spartaco si oppone alla crudeltà dei suoi: inutilmente. Propone di passare le
Alpi: non ascoltato. Lite con Crasso; questi si separa e va a stabilirsi sul monte
Gargano. […]».

(A. Manzoni, Abbozzi per Spartaco, in Id., Tutte le opere, a cura di A. Chiari e
A. Ghisalberti, I, Poesie e tragedie, Milano 1957, pp. 783-796 (alle pp.
794-796).
L’argomentazione di Renzo

«“Dunque mi dicano un poco, signori


miei, se hanno mai visto uno di questi
col muso all’inferriata. […] Ora,
andate a dire ai dottori, scribi e
farisei, che vi facciano far giustizia,
secondo che canta la grida […].
Bisogna andar domattina da Ferrer,
che quello è un galantuomo, un
signore alla mano […]. Bisogna andar
da Ferrer, e dirgli come stanno le
cose; io, per parte mia, gliene posso
raccontar delle belle […]”» (cap. XIV)
Due scene famose: un accostamento intertestuale

L’osteria “Alla luna piena” (PS, cap. XIV)

L’osteria del “Gambero rosso”


(C. Collodi, Pinocchio, cap. XIII)
Le immagini parlano chiaro

Pinocchio, il Gatto e la Volpe

Renzo, il Gatto e la Volpe


Renzo all’osteria, ubriaco (cap. XIV)
Il notaio (uno Scarpia ante litteram) affida Renzo ai «birri»

«Guardate bene di non fargli male,


perché lo proteggo io: il vostro dovere
bisogna che lo facciate; ma ricordatevi
che è un galantuomo, un giovine civile,
il quale, di qui a poco, sarà in libertà; e
che gli deve premere il suo onore.
Andate e in maniera che nessuno
s’avveda di nulla: come foste tre
galantuomini che vanno a
spasso”» (cap. XV)
«“Scappa, scappa, galantuomo”» (cap. XVI)

Potenza delle immagini! Un Manzoni “allegorico”…


Occhio, lettore! Stai attento ai dettagli! (capp. XIV e XXVI)
«“Dagli all’untore!”» (cap. XXXIV)
La violenza di Renzo nell’autodifesa contro l’aggressione:
«…brandendo in aria la lama luccicante, gridò: “chi ha cuore, venga avanti,
canaglia! che l’ungerò io davvero con questo”» (cap. XXXIV)
Renzo, fra Cristoforo, don Rodrigo
I gesti del perdono

«“Tu vedi!” disse il frate, con voce


bassa e grave. “Può esser gastigo,
può esser misericordia. Il sentimento
che tu proverai ora per quest’uomo
che t’ha offeso, sì; lo stesso
sentimento, il Dio, che tu pure hai
offeso, avrà per te in quel giorno.
Benedicilo, e sei benedetto”» (cap.
XXXV)
Le chiacchiere di Renzo contadino nell’ «orticello d’Agnese»
(cap. XXXVII)
I non più solo “promessi” sposi (cap. XXXVIII)
«Il sugo di tutta la storia» (cap. XXXVIII) – Poi incomincia subito la Storia della
Colonna infame, che Manzoni concepisce come parte conclusiva del romanzo
Brevissima ricapitolazione dei temi del primo Webinar:

- Testo e immagine: confronto fra le due edizioni 1827 e 1840


- L’impaginazione e le strategie comunicative di Manzoni
- La struttura multipla: sistema multimediale, perfetta macchina narrativa e
figurativa
- Teatro e Romanzo: influssi reciproci dei due modelli
- Il “barocco” di Manzoni: Caravaggio
- Lorenzo Tramaglino, “portatore di prospettiva” del romanzo: la “trama”,
la “maglia”, il “tramaglio”
- I Promessi Sposi, “romanzo di formazione”
- Il “sugo di tutta la storia”
- Il romanzo senza idillio (Ezio Raimondi)