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Promessi Sposi

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Argomenti trattati

  • fede,
  • cambiamento e crescita,
  • Renzo Tramaglino,
  • speranza e disperazione,
  • Alessandro Manzoni,
  • storia lombarda,
  • giustizia divina,
  • amore e sacrificio,
  • cambiamento sociale,
  • cultura popolare
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  • cambiamento e crescita,
  • Renzo Tramaglino,
  • speranza e disperazione,
  • Alessandro Manzoni,
  • storia lombarda,
  • giustizia divina,
  • amore e sacrificio,
  • cambiamento sociale,
  • cultura popolare

I promessi sposi

I promessi sposi di Alessandro Manzoni è uno dei romanzi più celebri della
letteratura italiana, ed è anzi considerato il primo romanzo scritto in lingua
italiana. Esso è frutto di diverse stesure: la prima si intitolava Fermo e Lucia, ed
era talmente diversa dal romanzo che conosciamo oggi che viene considerata
un’opera a parte più che una prima versione dei Promessi sposi In seguito,
Manzoni intervenne sul manoscritto e lo modificò sia nella storia che nel
linguaggio, pubblicandolo poi con il titolo I promessi sposi nel 1827, motivo per
cui questa versione fu anche chiamata la ventisettana. La modifica maggiore
rispetto al Fermo e Lucia riguardava in particolare il linguaggio: nel Fermo e
Lucia erano presenti diversi registri linguistici, un composto di lombardo,
toscano, francese e latino; nei Promessi sposi, invece si adotta una lingua più
coerente e coesa basata essenzialmente sul toscano in particolare sul dialetto
fiorentino, con scelte lessicali più realistiche e concrete. Anche i nomi dei
personaggi cambiarono, e il Fermo divenne Renzo il nobile Valeriano diventò Don
Ferrante, e il Conte del Sagrato si trasformò nel celebre Innominato. La
versione definitiva, però, approda tra il 1840 e il 1842 – da qui il soprannome
quarantana -, con l’aggiunta dell’appendice Storia della colonna infame e un
linguaggio ulteriormente rivisto a favore della concretezza della vita reale.

Struttura dell'opera
L’opera si presenta come il primo esempio di romanzo storico della letteratura
italiana, costruito secondo un classico espediente dell’epoca, per cui Manzoni
finge di aver ritrovato un anonimo manoscritto del Seicento, scritto in una
lingua ampollosa e di difficile lettura, e lo ha rimaneggiato e riscritto a favore
del lettore moderno. Ambientato tra 1628 e il 1630 in Lombardia durante il
dominio spagnolo, narra delle vicende dei giovani Renzo Tramaglino e Lucia
Mondella, i “promessi sposi”, il cui matrimonio non viene permesso dal
signorotto locale, don Rodrigo, per via di una scommessa fatta col cugino
Attilio. Don Rodrigo tenta di rapire Lucia, e così i due fidanza sono costretti a
separarsi e a fuggire, andando incontro a una serie di disavventure. Il tutto si
svolge sullo sfondo di importanti avvenimenti storici quali i moti popolari di
Milano del 1628 il giorno di San Martino, così come la peste del 1630. Nonostante
gli ostacoli e le disavventure, i due giovani riusciranno a sposarsi grazie anche
alla morte dell’aguzzino Don Rodrigo proprio a causa della peste.
E sempre alla peste è dedicata l’appendice Storia della colonna infame, un vero e
proprio saggio storico che ricostruisce il processo agli untori di Milano del
1630. Tutto il romanzo è basato su un’accurata ricerca storica e anche su
tentativo, ispirato alla sensibilità romantica, di creare parallelismi tra le
vicende del XVII secolo e quelle del tempo presente, il XIX secolo: non a caso la
dominazione degli Spagnoli in Lombardia nel XVII secolo sembra alludere quella
austriaca di inizio XIX. Inoltre, il lettore viene portato a riflettere su grandi
costanti umane che vanno al di là delle esperienze dei protagonisti, quali la
decadenza e la corruzione politica, l'inefficienza del sistema giudiziario,
l'ignoranza e la superstizione. I promessi sposi è anche un romanzo di natura
realista, in quanto Manzoni cerca di tratteggiare le condizioni di vita delle
popolazioni contadine e umili dell'epoca, e di criticare l'inefficienza e
l'inadeguatezza del governo e delle istituzioni politiche nel fronteggiare gravi
avvenimenti quali la peste e la carestia. Altro tema dominante del romanzo è la
Provvidenza, la fede nella quale è il solo strumento capace di lenire le sofferenze
dei poveri e dei miserabili, perché Dio spesso sottopone le persone innocenti a
prove terribili e solo la fede può aiutarli a superare tali prove. I promessi sposi
fu un grande successo letterario dove, per la prima volta, i protagonisti erano
gli umili e non i ricchi e i potenti della storia, e fu oggetto di varie rielaborazioni
artistiche.

Ambientazione
Il romanzo è ambientato tra Lecco e Milano, al tempo della dominazione
spagnola: le vicende storiche che sono parte integrante della narrazione
romanzesca prendono spunto da eventi realmente accaduti tra il 1628 e il 1630:
la carestia e i tumulti popolari, la guerra del Monferrato e la discesa de
lanzichenecchi, la terribile epidemia di peste. La storia ufficiale non è quindi un
semplice sfondo o cornice, ma è per molti aspetti protagonista perchè
condiziona la vita di tutti. La scelta di ambientare il romanzo nel Seicento
consente all'autore di mostrare una società ingiusta, fondata sul sopruso e
sulla violenza, in cui le masse sono oppresse e i potenti agiscono spesso
nell'illegalità. A questo modello di società corrotta Manzoni contrappone un
ideale di giustizia, di equilibri sociale, di libertà individuale che rispecchia le sue
convenzioni religiose e filosofiche: questi concetti morali vengono resi espliciti
attraverso personaggi e vicende esemplari (il cardinale Borromeo, Padre
Cristoforo, la conversione dell'Innominato).

Tra storia e invenzione


Il romanzo è ambientato nella Lombardia della prima metà del Seicento, al tempo
della dominazione spagnola. Le vicende private di Renzo e Lucia si intrecciano agli
eventi realmente accaduti in quel periodo: la carestia, la sommessa popolare di
Milano, la guerra per la successione del ducato Ducato di Mantova, l'arrivo dei
lanzichenecchi, la peste. Per spiegare questi eventi che condizionano l'intreccio
del romanzo in quanto coinvolgono direttamente o indirettamente i
protagonisti, l'autore interviene spesso nella narrazione con ampie digressioni,
dalle quali emerge la sua costante attenzione al vero storico. A intessere il
quadro dell'epoca si alternano nel romanzo, ma sempre con studiato equilibrio,
fatti veri e fatti verosimili.

La genesi dei Promessi Sposi


Alessandro Manzoni inizia la stesura del romanzo il 24 aprile del 1821, la prima
redazione fu conclusa il 17 settembre 1823, con il titolo provvisorio di “Fermo e
Lucia”. La seconda fase di elaborazione del romanzo comincia nel marzo 1824,
quando l’autore procede a una profonda revisione strutturale e linguistica:
vengono abolite le lunghe digressioni, soppressi gli episodi più romantici e la
materia viene organizzata in modo diverso; il titolo definitivo è quello dei “I
Promessi Sposi”. Ancora insoddisfatto Manzoni attraversa una terza fase di
elaborazione, in cui cambia solo la lingua in modo da uniformarla meglio al
fiorentino in uso presso i toscani colti; così nel 1840 uscì la seconda edizione
definitiva. Manzoni aggiunge al romanzo un’appendice dedicata al processo degli
unto durante la peste del 1630. La vicenda è ambientata a Milano e dintorni tra il
1628 e il 1630, tratta vicende storiche come: la carestia, la peste, la discesa dei
lanzichenecchi, i tumulti di San Martino (1628 ). La Lombardia all’inizio del Seicento
sotto il dominio spagnolo, presentava aspetti di somiglianza con quella all’inizio
dell’ottocento sotto il dominio austriaco. Inoltre, la polemica manzoniana
contro il mondo della storia e contro l’irrazionalità umana poteva svilupparsi
più facilmente nei confronti del Seicento, un secolo messo sotto accusa per
trionfo dell’irrazionalità. Accanto a personaggi storici, appartenenti alle classi
elevate (cardinale Borromeo), ci sono personaggi inventati (Renzo e Lucia).
L’autore finge che anche la loro storia sia vera, in quanto testimoniata da un
anonimo manoscritto da lui ritrovato e trascritto in lingua moderna. Il
romanzo è diviso in sei nuclei narrativi principali: il primo e l’ultimo nucleo vedono
Renzo e Lucia in azione, invece nella parte centrale del racconto i due fidanzati
sono separati. Gli otto personaggi principali del racconto si distribuiscono in
quattro coppie per similarità: Renzo e Lucia sono le vittime; padre Cristoforo e
il Cardinale Borromeo sono i protettori; don Abbondio e Gertrude sono gli
strumenti degli oppressori; don Rodrigo e l’Innominato (quest’ ultimo solo
all’inizio) sono gli oppressori. Quattro di essi provengono dal mondo popolare e
borghese, gli altri quattro da quello nobiliare. Oltre a Renzo e Lucia, i grandi
protagonisti d romanzo sono la Storia e la Provvidenza divina. Il romanzo
comunica un messaggio ideologico centrato sul contrasto tra ben e male; la
critica del potere è uno dei grandi temi del romanzo.

I personaggi
Il personaggio manzoniano mentre vive nelle coordinate oggettivo-realistico di
un determinato ambiente, una sua parte opera o matura al di sopra
dell’ambiente, in un mondo governato da leggi superiori che non quelle degli stati.
Il personaggio manzoniano non è mai solamente e del tutto uomo fisico
determinato dai vincoli della storia o della propria natura, ma possiede la
possibilità della scelta morale. Per Manzoni ogni singola vita è depositaria di pari
diritto e di pari dignità umani.
Renzo: popolano leale e schietto, Renzo Tramaglino è l’immagine dell’onesto
lavoratore e dell’uomo tranquillo che, solo se provocato, rischia di combinar
guai a sé e agli altri. I suoi propositi sono quelli di sposare Lucia, avere un
dignitoso lavoro e avere una vita retta e timorata da Dio. La sua fede è limpida,
semplice, sincera, ferma. Renzo sa essere cordiale e lieto ma diventa furioso
quando vede la giustizia calpestata e i più sacrosanti diritti dileggiati dai
potenti. Ma anche nel mezzo della persecuzione, Renzo non si lascerà
sopraffare: spererà in Dio e nella Provvidenza. Manzoni ne fa un credibile
esemplare di uomo del popolo che finisce per tener testa ai sapienti e ai potenti.
Lucia: Lucia Mondella è una figura centrale. Il ritratto di Lucia è intessuto di
mille particolari. A Lucia, Manzoni dà la parola o di lei narra o rammenta
indirettamente, ma con il segreto scopo di non esaudire mai definitivamente
una linea, un tocco, uno sguardo, un discorso. Ha un carattere estremamente
pudico e ritroso e riservato. E’ umile, dolce, amabile, pura e leale, ha un grande e
vivo senso della onnipotenza di un Dio cui è affidato l’intero universo delle cose e
degli uomini. Queste caratteristiche la fanno unica, moralmente insuperabile.
Don Abbondio: ogni situazione sembra convergere su di lui richiedendo la sua
presenza proprio quando vorrebbe essere dimenticato, lasciato a se stesso e
alle sue innocue occupazioni. Don Abbondio non è mai posto in nessun posto:
quando non intenzionalmente teso a salvaguardare il suo quieto vivere è la
realtà circostante a metterlo costantemente nei pasticci. Uomo privo di
coraggio, timido, dal carattere pieghevole, don Abbondio è sacerdote perché, a
conti fatti, gli è parso che solo la tonaca lo avrebbe potuto mettere in
posizione tale da non ricevere tutte quelle offese della vita che invece sono
costretti a subire i deboli e gli indifesi. Sapendosi debole cerca un’ancora.
Don Rodrigo: nobile di nascita ma ignobile nelle azioni, don Rodrigo impersona il
signore ribaldo, il padrone di un feudo sul quale ha facoltà di esercitare la sua
funesta e insindacata arroganza. Scatena il dramma dei due promessi,
impedendo a don Abbondio di sposarli. E non si ferma davanti a nessun ostacolo.
Don Rodrigo, nel romanzo, è l’incarnazione del male più vicina all’impossibilità della
salvezza, anche se Manzoni non decide mai della sorte ultraterrena dei suoi
personaggi.
Padre Cristoforo: e’ la prima, in ordine di apparizione, delle due grandi figure di
«convertiti» del romanzo manzoniano. Si chiamava Lodovico, prima della
conversione, ed era un giovane pieno di vita. Ma il carattere era chiaro, leale
concreto, propenso a cogliere per natura il giusto equilibrio umano e morale
nei fatti e nelle cose. Per questo egli abbandona il mondo e si vota a Dio,
ribaltando la propria vita e schierandosi della parte dei deboli, dei perseguitati.
Dal suo fondo di robusta umanità trova ancora momenti di vibrante rivolta,
che prende i toni di santa collera contro l’ingiustizia. Serenità della speranza e
coscienza del sacrificio contraddistinguono ogni sua apparizione nel romanzo
e la qualità sua più peculiare è l’umiltà. Dal giorno che ha chiesto perdono agli
uomini e a Dio per la sua vita precedente mantiene inalterato il sentimento
dell’espiazione in ogni suo intervento, in ogni suo consiglio, e il ritrovarlo nel
lazzaretto degli appestati è la conferma del suo voto.
Gertrude: tragicamente destinata, contro la sua stessa volontà, alla vita del
convento. Un sottile gioco di ricatti, menzogne, sotterfugi, sottomissioni,
ribellioni e pentimenti ha portato Gertrude alla conclusione che non avrebbe
avuto scampo se non nel convento, ma, assolutamente inadeguata alla vita
monastica, via via la sua psicologia si stravolge, sceglie le strade della non
osservanza delle regole, ritiene una sola soddisfazione mondana più appagante
di qualsiasi sacrificio all’ideale della vita claustrale. E’ dotata di un carattere
estroverso, appassionato, libertario e sensuale, finisce per incarnare una vita
sbagliata, per di più in un luogo di devozione, preghiera, silenzio, sacrificio.
Questo personaggio non avverte alcun trasporto di fede, che cede assai più
volentieri ai richiami dei sensi e alla altrui, oltre che alla propria, volontà di male.
Una volta che Lucia è rapita dal convento con il suo assenso, anche per lei viene
l’ora del rimorso: si sottrarrà alle passioni, si sottoporrà a volontarie prove e
rinunce e punizioni..
Agnese: madre di Lucia, modello di genitrice premurosa, di onesta e furba
paesana, dell’instancabile favella ma dalla simpatica e amabile accortezza,
spontaneità…malizia.
Perpetua: carattere di serva-padrona, è la faccendiera di don Abbondio, è
pronta, impudente, petulante, sfacciata. Ma è anche lei buona, onesta e umile.
Azzecca - garbugli: e’ il «dottore in legge» a cui Renzo si rivolge per avere consigli
in una eventuale azione da opporre alla prepotenza di don Rodrigo. Figura
comica, ambigua, servile, ha il ruolo di imbroglione, di abile opportunista.
Antonio Ferrier: gran cancelliere, è colui che fa le veci del governatore di Milano.
E’ un demagogo, gli preme cavarsela e riscuotere popolarità.
Tonio: un contadino. E’ della compagnia che cercherà di sorprendere don
Abbondio. E’ un carattere estroverso ed estroso.
Riassunto generale dei promessi sposi
I promessi sposi di Alessandro Manzoni iniziano con una famosissima
descrizione: quella del curato don Abbondio che passeggia per le stradine di
Lecco recitando il breviario e ammirando il paesaggio. Arrivato ad una
biforcazione del sentiero, don Abbondio trova due bravi che lo attendono e gli
intimano di non celebrare il matrimonio fra due paesani, Renzo e Lucia, perché
Don Rodrigo, il signorotto del paese, è contrario all'unione.
Tornato alla parrocchia, Don Abbondio confessa tutto a Perpetua, la sua
domestica, che giura di mantenere il segreto. Il giorno delle nozze, però, mentre
sta parlando con Renzo in merito all'improvviso rinvio del suo matrimonio, la
serva si lascia sfuggire troppi particolari sulla faccenda e così il giovane
scopre il ricatto e lo racconta a Lucia e a sua madre, Agnese. In un primo
momento, il ragazzo decide di rivolgersi a un avvocato, il dottor Azzecca-
Garbugli, sperando che la legge lo tuteli, ma l'uomo è corrotto e lo caccia in malo
modo.
Lucia, allora, chiede l’aiuto di Fra' Cristoforo, il suo padre confessore. Il buon
religioso si reca al castello di Don Rodrigo per convincerlo a mettere fine a
questa bravata. Egli cerca di far ragionare il prepotente, ma Don Rodrigo non è
disposto ad ascoltare i consigli del frate. Nel frattempo Agnese elabora un
piano per far sposare la figlia con il suo promesso: organizzare un matrimonio
a sorpresa. Per celebrare queste particolari nozze agli sposi basta
presentarsi davanti al curato con due testimoni e recitare davanti a lui le frasi
di rito per diventare marito e moglie a tutti gli effetti. Purtroppo anche
questo piano fallisce. Lucia, Renzo ed Agnese decidono quindi di fuggire da Lecco:
Renzo si dirige a Milano mentre Lucia e sua madre chiedono ospitalità al
convento di Monza, sotto la protezione di Gertrude (la Monaca di Monza).
RIASSUNTO BREVE DE I PROMESSI SPOSI
Don Rodrigo, intanto, attende con ansia il ritorno degli uomini che aveva
mandato per rapire Lucia, la notte stessa del tentato matrimonio a sorpresa
nella casa di Don Abbondio, ma questi lo informano della fuga dei due promessi. Il
tiranno riesce a ritrovare le tracce dei due fuggiaschi e li fa cercare dai suoi
bravi. A Milano Renzo cerca aiuto nel convento di Padre Bonaventura, ma, non
essendo presente il prete al momento del suo arrivo, decide di visitare la città.
Si ritrova così in mezzo a una rivolta popolare contro un forno, nella quale i
cittadini protestano per l'aumento del costo del pane. Prende parte alla rivolta
e il forno in poco tempo viene completamente saccheggiato. I cittadini tentano
anche un attacco al palazzo del Vicario di Provvigione, ma interviene Ferrer, vice
procuratore di Milano, che mentendo riesce a riportare la situazione alla
normalità.
Alla fine della giornata, Renzo, discutendo assieme ad altre persone, parla
troppo animosamente della faccenda del pane al punto da essere udito da un
poliziotto. L'uomo, allora, decide di condurre il giovane all'osteria della Luna
Piena dove lo fa ubriacare e gli fa confessare il proprio nome. La mattina dopo il
giovane viene arrestato, ma riesce a fuggire grazie all’aiuto della gente che il
giorno prima aveva partecipato alla rivolta del pane. Renzo, sapendo di essere
ricercato, decide di lasciare Milano e di dirigersi a Bergamo, dove risiede suo
cugino Bortolo. Il cammino è arduo e difficile: teme di essersi perso, è
impaurito, si ferma e non sa se proseguire il suo cammino o arrestarsi e
ritornare sui suoi passi, quando sente il rumore dell’Adda. Sceglie così di
trascorrere la notte in un vecchio capanno che aveva intravisto poco lontano
dalla riva del fiume. Il mattino seguente chiede ad un pescatore di aiutarlo ad
attraversare il fiume con la sua barca e prosegue il suo cammino verso
Bergamo.
Don Rodrigo ormai ha perso le tracce di Renzo e Lucia è protetta all’interno del
convento di Monza (per sapere di più sulla storia di Gertrude ti rimandiamo al
video riassunto dei Capitoli 9 e 10). Così chiede aiuto all’Innominato, un
signorotto della zona di Bergamo, molto più potente e malvagio di lui, per
riuscire a rapirla e portarla al suo castello. Egli si mette subito all'opera e il suo
piano con l’aiuto della monaca di Monza riesce perfettamente.
L'Innominato dopo un incontro con la fanciulla si pente però dell'azione
riprovevole da lui stesso compiuta: in cuor suo sente il desiderio di cambiare,
vorrebbe tanto diventare un uomo migliore. Quando il Cardinale Borromeo
sopraggiunge in città il "pentito" si reca da lui per chiedergli di assolverlo per i
peccati mortali che ha commesso e confessare il rapimento di Lucia.
Il Cardinale ordina allora ad una donna e a Don Abbondio, giunto in città per
rendere omaggio all'uomo di Chiesa, di dirigersi con l'Innominato al suo castello
e di restituire alla ragazza la sua legittima libertà. Don Abbondio appare molto
titubante: ha paura di venire coinvolto e di cacciarsi in qualche spiacevole
situazione e teme che l'Innominato non si sia realmente convertito e che possa
in qualche modo fargli del male. La giovane, invece, viene trasferita in un luogo
sicuro e Don Abbondio, lungo la strada del ritorno, incontra la madre di Lucia e
la informa riguardo alle sorti della figlia. In seguito viene deciso che la ragazza
vada a vivere a casa di Donna Prassede e Don Ferrante, una coppia di borghesi
che si offrono di aiutarla.

RIASSUNTO GENERALE DE I PROMESSI SPOSI: LA PESTE


Intanto la situazione di Renzo è più complicata rispetto a quella della sua
amata: tutti gli danno la caccia e lui si nasconde presso il cugino Bortolo sotto
falsa identità. Inizia a scrivere a Lucia: la giovane gli fa rispondere da Agnese
che lo invita a rassegnarsi all'idea di rinunciare alla sua amata, poiché ha fatto
voto di castità mentre era prigioniera nel palazzo dell’Innominato. Nel
frattempo, la situazione in Europa sta precipitando a causa della guerra:
iniziano ad arrivare le truppe tedesche in Italia, scendono nella penisola anche i
Lanzichenecchi e si diffondono carestie. Agnese e Perpetua, scortate dal loro
curato, partono alla volta del castello dell'Innominato, dove ricevono ospitalità
fino al termine della guerra. Al loro ritorno troveranno tutto a soqquadro.
Dopo la carestia e la guerra, una nuova piaga si abbatte su Milano: la peste. I
monatti, le persone che avevano il compito di portare gli appestati al
Lazzaretto o alle fosse comuni, hanno preso il possesso dell'intera città. Tra le
vittime della peste c’è anche Don Rodrigo che, recatosi a Milano, dopo aver
passato la notte in preda agli incubi e al malessere, scopre di essere malato. Il
signorotto manda quindi il Griso a chiamare un famoso chirurgo che si
preoccupa della guarigione dei malati senza denunciarli alle autorità Sanitarie,
ma il suo bravo più fedele lo tradisce e al posto del dottore sopraggiungono i
monatti che lo portano al Lazzaretto. La sorte del servitore però non è
migliore di quella del suo padrone: la malattia colpisce anche lui e lo porta alla
morte.
Persino Renzo si ammala e, una volta guarito, decide di ritornare al suo paese
perché sente nostalgia di Lucia, ma per le strade incontra Don Abbondio, che lo
incita a fuggire e lo ragguaglia sugli ultimi avvenimenti. Il ragazzo, amareggiato
per aver trovato il suo paese distrutto (Perpetua è morta e della sua vigna
rimane poco e niente) decide di partire per Milano alla ricerca della sua amata.
I giorni successivi egli osserva ogni carro di appestati che incontra, cercando
il corpo di Lucia, ma non lo trova. Finalmente giunge alla casa di donna Prassede e
scopre così che la ragazza si trova al Lazzaretto dove si sta prendendo cura
degli ammalati. In questo luogo ha occasione di incontrare anche Fra'
Cristoforo e Don Rodrigo in punto di morte e poi, finalmente, di riabbracciare la
sua promessa che, però, è sempre intenzionata a tenere fede al suo voto. Il
ragazzo non si rassegna e chiede a Fra' Cristoforo di intervenire: così il frate
scioglie Lucia dal suo voto spiegandole che non è possibile offrire al Signore la
volontà di un altro. Poco dopo la pioggia inizia a cadere su Milano portando via la
peste.
RIASSUNTO GENERALE DE I PROMESSI SPOSI: CONCLUSIONE E MORALE
Lucia, uscita dal Lazzaretto viene ospitata in casa della vedova che ha curato e
lì apprende della morte di Fra' Cristoforo, di Don Ferrante e di Donna Prassede e
del cammino di espiazione iniziato dalla Monaca di Monza. Arriviamo così al 1630,
anno in cui i due promessi sposi, con Agnese e la vedova riescono a fare ritorno
nel paesino del bergamasco in cui tutto ha avuto inzio e dove al posto di Don
Rodrigo è subentrato un marchese che acquista le loro case a un prezzo molto
più alto del valore effettivo per aiutarli. Le nozze possono così finalmente
essere celebrate. Renzo diventa socio di Bortolo e i due acquistano un filatoio.
Poco dopo nasce Maria, la prima dei figli della coppia.
I due sposi suggeriscono la morale del racconto: quando i guai bussano alla
porta ciò che conta è affidarsi a Dio, solo così è possibile riuscire a rendere le
disavventure un buon mezzo per costruire una vita migliore.
Capitolo 1
“Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non
interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del
rientrare di quelli, vien quasi a un tratto, tra un promontorio a destra e
un’ampia costiera dall’altra parte”: questo il celebre inizio del primo capitolo de
I promessi sposi, il romanzo di Alessandro Manzoni.
E subito dopo i paesaggi lombardi – il fiume Adda, i cocuzzoli del Resegone e la
città di Lecco –entra in scena uno dei personaggi principali del romanzo, Don
Abbondio, curato di campagna che viene immortalato mentre se ne “tornava bel
bello dalla passeggiata verso casa”, recitando le sue preghiere con un dito
infilato nel breviario, per tenere il segno, e lo sguardo di tanto in tanto perso a
contemplare il paesaggio circostante.
La tranquilla passeggiata del curato è però presto interrotta da “una cosa
che non s’aspettava, e che non avrebbe voluto vedere. All’incrocio tra due
viottoli lo aspettano infatti due loschi figuri, armati di pistole e coltellaccio. Si
tratta dei cosiddetti “bravi” la cui genesi storica il Manzoni descrive con una di
quelle digressioni che punteggiano il romanzo. Si tratta in sostanza di
vagabondi violenti che mettono la loro spada al soldo di cavalieri o mercanti
locali. nonostante ufficialmente fuori legge, nessun provvedimento preso dal
governo è mai stato efficace per eliminarne la presenza.
È indubbio che i due bravi in cui Don Abbondio si è imbattuto stanno aspettando
proprio lui, “perché, al suo apparire, costoro s’eran guardati in viso, alzando la
testa, con un movimento dal quale si scorgeva che tutt’e due d’un tratto
avevano detto: è lui.” Don Abbondio è tutt’altro che un uomo coraggioso:
abitudinario, amante del quieto vivere, “non era certo nato con un cuor di
leone”. Tuttavia, rendendosi conto di non poterli in alcun modo evitare, il curato
va loro incontro, anzi affetta il passo cercando di abbreviare il più possibile
quella spiacevole situazione.
I due, che si scopre essere al soldo di Don Rodrigo, signorotto locale, intimano
al prete di non celebrare il matrimonio tra Lucia Mondella e Renzo Tramaglino,
previsto per il giorno successivo: “Questo matrimonio non s’ha da fare, né
domani né mai.” Dopo di che, “cantando una canzonaccia”, i due si dileguano,
lasciando il pover curato stordito e spaventato, a mettere “innanzi a stento
una gamba dopo l’altra, che parevano aggranchiate”.
Terrorizzato dal solo sentir pronunciare il nome di Don Rodrigo, Don Abbondio
non pensa in alcun modo di opporsi ai due, ma anzi li tratta con deferenza, ben
consapevole che nessuno, tantomeno la legge, potrebbe proteggere un
pover’uomo come lui “animale senza artigli e senza zanne che pure non sentisse
inclinazione d’esser divorato” dalla violenza che i due bravi minacciavano. “Come
un vaso di terra cotta costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di
ferro”, il curato aveva elaborato la sua personale strategia di sopravvivenza,
che consisteva essenzialmente nel cercare di scansare ogni tipo di contrasto e,
se la cosa non era proprio possibile, di cedere sempre quando si trovava di
fronte a chi era chiaramente più forte di lui. Altra sua regola di vita era quella
di cercare di non immischiarsi in questioni che non lo riguardavano, biasimando
coloro che invece non si comportavano come lui, come “quei suoi confratelli che,
a loro rischio, prendevan e parti d’un debole oppresso, contro un
soverchiatore potente. questo chiamava un comprarsi gl’impicci a contanti, un
voler raddrizzar le gambe ai cani”.
Certo, questo continuo sottomettersi poteva essere difficile da sopportare,
e per questo anche lui si concedeva qualche sfogo, prendendosela con chi
sapeva essere più debole di lui.
Dirigendosi verso casa dopo l’incontro con i bravi, Don Abbondio si interroga su
come cavarsi da quell’impiccio. Non conosceva Don Rodrigo di persona, “né aveva
mai avuto a che fare con lui, altro che di toccare il petto col mento, e la terra
con la punta del suo cappello, quelle poche volte che l’aveva incontrato per la
strada”, ma metter in dubbio i suoi ordini era fuori discussione. Dirige quindi la
sua ira verso Renzo e Lucia, “ragazzacci, che, per non saper che fare,
s’innamorano”, colpevoli di averlo coinvolto, suo malgrado, in questo pasticcio,
e che con tutta probabilità non si lasceranno nemmeno convincere facilmente
ad annullare le nozze senza richiedere spiegazioni.
Giunto a casa, trova ad attenderlo Perpetua, la sua “serva affezionata e
fedele, che sapeva ubbidire e comandare, secondo l’occasione”. Intenta ad
apparecchiare la tavola per la cena, la donna, che conosce il prete alla
perfezione, comprende subito che c’è qualcosa che non va. Del resto l’uomo ha
uno sguardo così adombrato e uno sguardo così stravolto che non è difficile
indovinare che qualcosa stia turbando la sua serenità. In un primo momento
Don Abbondio sembra non volerle raccontare nulla ma, dopo vari
tentennamenti, finisce per confidarsi con lei: “aveva forse tanta voglia di
scaricarsi del suo doloroso segreto, quanta ne avesse Perpetua di
conoscerlo.”
La donna gli suggerisce di rivolgersi all’arcivescovo, “un uomo di polso, che non
ha paura di nessuno”, ma il curato è troppo spaventato all’idea di opporsi a Don
Rodrigo. Il capitolo si conclude con Don Abbondio, ancora in preda all’ansia, che
si ritira a dormire raccomandando a Perpetua di non far parola con nessuno
della faccenda.
Capitolo 2
La notte di Don Abbondio trascorre insonne, in preda a dubbi e angosce. è
escluso che possa ribellarsi agli ordini di Don Rodrigo, così come è escluso che
possa rivelare a Renzo di aver ricevuto minacce. Anche la fuga, per quanto
allettante, è fuori discussione. L’unica via di uscita che sovviene al curato è
quella di cercare con dei pretesti di rimandare il matrimonio fino al “tempo
proibito per le nozze”, ossia quei due mesi nei quali non era consentito celebrare
matrimoni. In questo modo avrebbe guadagnato tempo e magari nel frattempo
qualcosa sarebbe venuto fuori a cavarlo d’impiccio. “Egli pensa alla morosa”,
dice tra sé e sé pensando alle possibili recriminazioni di Renzo, “ma io penso alla
pelle; il più interessato son io, lasciando stare che sono il più accorto. Figliuol
caro, se tu ti senti il bruciore addosso, non so che dire; ma io non voglio
andarne di mezzo”.
Ma non appena si fa mattina, ecco Renzo che si presenta a casa di Don Abbondio
per prendere accordi per l’orario delle nozze, previste per quello stesso giorno.
“Comparve davanti a Don Abbondio, in gran gala, con penne di vario colore al
cappello, col suo pugnale del manoscio bello, nel taschino de’ calzoni, con una
cert’aria di testa e nello stesso tempo di braveria, comune allora anche agli
uomini più quieti”.
Renzo è un ragazzo del popolo, che si guadagna da vivere come filatore e
integra queste entrate con un piccolo podere di proprietà. Varca la soglia della
casa del curato “con la lieta furia d’un uomo di vent’anni, che deve in quel giorno
sposare quella che ama”, ma la sua baldanza si scontra presto con la reticenza
sospetta di Don Abbondio. Questi infatti farfuglia scuse, accenna a una serie di
“impedimenti” non meglio specificati che sono sorti e impediscono la
celebrazione del matrimonio, e, cercando di confondere il ragazzo, inframmezza
nel discorso termini latini.
Renzo, “con un volto tra l’attonito e l’adirato”, accetta malvolentieri le scuse
del curato e alla fine si convince ad attendere un’ulteriore settimana. Ma,
mentre si sta recando da Lucia per darle la brutta notizia, incappa in Perpetua,
la serva del curato. A mano a mano che la interroga su quanto è accaduto,
Renzo riesce a estorcerle sempre più informazioni: che lui – Don Abbondio – non
ha colpa, che la colpa è di altri, di “birboni, prepotenti, uomini senza timor di Dio”.
Renzo dunque torna sui suoi passi e “con fare ardito e con gli occhi stralunati”
rientra nel salotto del curato, domandando con fare risoluto: “Chi è quel
prepotente che non vuol ch’io sposi Lucia?”. Don Abbondio fa per scappare, ma
Renzo chiude a chiave la porta e, portandosi forse inavvertitamente la mano
sul manico del pugnale, intima al prete di parlare e di dire infine la verità.
Don Abbondio, spaventato e messo alle strette, pronuncia infine il nome di Don
Rodrigo. Poi racconta il terribile incontro con i bravi e le minacce che ha subito,
implora Renzo di mantenere il segreto e, una volta che il ragazzo se n’è
finalmente andato, spranga l’uscio, si mette a letto con la febbre e raccomanda
a Perpetua di non aprire a nessuno, per nessun motivo.
“Renzo intanto camminava a passi infuriati verso casa, senza aver determinato
quello che dovesse fare, ma con una smania addosso di far qualcosa di strano e
di terribile”. Il ragazzo è di natura pacifico, ma il torto subito gli ha riempito la
mente di desiderio di vendetta, di rabbia per le sofferenze che i più deboli sono
costretti a subire da parte dei potenti. Potrebbe uccidere Don Rodrigo,
immagina, e poi mettersi in salvo scappando oltre al confine. Ma poi il pensiero
della sua Lucia scaccia queste immagini violente e gli roporta alla mente tutte le
speranze e le promesse che li avevano per tanto tempo uniti e che stanno per
infrangersi, e la difficoltà di darle una notizia tanto brutta. E nello stesso
tempo in una parte della sua mente si insinua un dubbio “Quella soverchieria di
Don Rodrigo”, riflette, “non poteva che esser mossa da una brutale passione
per Lucia. E Lucia? […] Ne era informata? Poteva colui aver concepito
dell’infame passione, senza che lei se n’avvedesse? Avrebbe spinte le cose tanto
in là, prima di averla tentata in qualche modo? E Lucia non ne aveva mai detta
una parola a lui! al suo promesso!”
Arrivato infine alla casa della ragazza, il giovane chiede a Bettina, una ragazzina
che insieme alle donne del paese è venuta a casa di Lucia per aiutarla a
prepararsi per le nozze, di andare a chiamare la sposa, senza farsi notare da
nessuno.
La ragazza è al piano superiore della casa, circondata dalle altre donne, intenta
ad agghindarsi; “i neri e giovanili capelli, spartiti sopra la fronte, con una bianca
e sottile drizzatura, si ravvolgevan dietro il capo, in cerchi moltiplici di trecce,
trapassate da lunghi spilli d’argento, che si dividevano all’intorno, quasi a guisa
dei raggi di un’aureola”. Indossa già l’abito da sposa, “un bel busto di broccato a
fiori”, “una gonnella di filaticcio di seta, a pieghe fitte e minute” e, intorno al
collo, “un vezzo di granati alternati con bottoni d’oro a filigrana”. Così
agghindata, corre da Renzo presentendo che ad attenderla non ci siano che
cattive notizie.
E infatti Renzo le racconta tutto ciò che è successo, la necessità di rimandare il
matrimonio, le minacce di Don Rodrigo. Sentendo quel nome, Lucia arrossisce e
trema, confermando così al ragazzo di essere a conoscenza di qualcosa.
“Dunque voi sapevate?”, chiede lui, “Che cosa sapevate?”.
“Non mi fate ora parlare”, risponde Lucia, “non mi fate piangere. Corro a
chiamar mia madre, e a licenziar le donne: bisogna che siam soli”.
Così Agnese, la madre di Lucia, manda via le donne del paese, con la scusa che il
matrimonio è rimandato a causa di un malanno del curato, e i due giovani sono
finalmente da soli, pronti per chiarirsi.
Capitolo 3
Il terzo capitolo de “I Promessi Sposi” si apre con Agnese e Renzo che
sollecitano da Lucia delle spiegazioni su quanto accaduto, ossia sul fatto che
Don Abbondio sia stato spinto da Don Rodrigo a non celebrare il matrimonio
tra i due giovani.
Lucia, con voce rotta dal pianto, si convince a raccontare un fatto avvenuto
qualche giorno prima. Di ritorno con le sue compagne dalla filanca in cui lavora,
era incappata in Don Rodrigo e in un suo amico. Don Rodrigo aveva cercato di
trattenerla con “chiacchiere non punto belle” e pare addirittura che i due
avessero scommesso sulla capacità di Don Rodrigo di sedurre la ragazza.
Preoccupata da quanto accaduto, Lucia aveva dunque deciso di chiedere aiuto,
ma invece di parlarne con la madre, aveva confessato il tutto a Fra Cristoforo,
un frate cappuccino di un vicino convento. Questi le aveva consigliato di
affrettare le nozze e, nel frattempo, di restare il più possibile chiusa in casa
per non rischiare di incontrare ancora in Don Rodrigo.
Sconvolto dal racconto, Renzo sembra voler risolvere la questione con la forza,
ma Lucia lo esorta a restare calmo e a confidare nella Provvidenza: “Il Signore
c’è anche per i poveri; e come volete che ci aiuti, se facciam del male?”.
I due giovani sembrano non riuscire a trovare pace, quando interviene Agnese
consigliando loro di calmarsi, perché “non bisogna poi spaventarsi tanto: il
diavolo non è brutto quanto si dipinge”, e di cercare piuttosto l’aiuto di una
persona istruita. “A noi poverelli le matasse paion più imbrogliate, perché non
sappiam trovarne il bandolo”, aggiunge, “ma alle volte un parere, una parolina
d’un uomo che abbia studiato…”, e propone quindi a Renzo di recarsi a Lecco alla
ricerca di un avvocato, soprannominato Azzecca-garbugli, che, a suo parere, è
la persona adatta ad aiutarli.
Renzo dunque si reca a Lecco, intimorito dall’incontro con l’avvocato, con
“quella suggezione che i poverelli illetterati provano in vicinanza d’un signore e
d’un dotto”, ma nello stesso tempo deciso a chiedere il suo supporto, anche
grazie ai quattro capponi che porta con sé come omaggio all’uomo di legge.
Fattosi coraggio ed entrato nello studio del legale – uno stanzone con scaffali
colmi di libri polverosi e con una scrivania “gremita d’allegazioni, di suppliche, di
libelli, di gride” –, Renzo domanda dunque all’avvocato se sia un crimine minacciare
un curato per non fargli celebrare un matrimonio. Il legale inizia a leggere una
cosiddetta “grida”, ossia una disposizione dell’autorità locale, che sembra
riguardare proprio la vicenda di Renzo, i soprusi, l’intimidazione di un curato,
l’illecita intromissione per far annullare un matrimonio. Tuttavia, a mano a
mano che l’avvocato legge, il suo linguaggio si fa sempre più ingarbugliato,
“borbottando a precipizio in alcuni passi, e fermandosi distintamente, con
grand’espressione, sopra alcuni altri, secondo il bisogno”. L’idea è quella di
aumentare la confusione di Renzo intontendolo con un linguaggio avvocatesco
e incomprensibile; inoltre Azzecca-garbugli ha mal compreso la posizione del
ragazzo e ritiene che sia un “bravo”, ossia un delinquente al soldo di qualche
signorotto locale, che ha commesso, e non subito, il torto per il quale è venuto a
chiedergli consiglio. Quando l’avvocato realizza che così non è, e soprattutto
nel momento in cui Renzo fa il nome di Don Rodrigo, “aggrotta le ciglia, aggriza il
naso rosso, e storce la bocca”, e infine lo caccia in malo modo: “Che mi venite a
rompere il capo con queste fandonie?” lo attacca, “Fate di questi discorsi tra
voi altri, che non sapete misurar le parole; e non venite a farli con un
galantuomo che sa quanto valgono. Andate, andate; non sapete quel che vi dite:
io non m’impiccio con ragazzi; non voglio sentir discorsi di questa sorte,
discorsi in aria”. L’avvocato, chiaramente, non ha nessuna intenzione di
mettersi contro i potenti e vuole evitare che Renzo possa coinvolgerlo.
Nel frattempo Agnese e Lucia, rimaste in casa, concordano sull’opportunità di
parlare nuovamente con Fra Cristoforo, uomo retto che è sempre disponibile
ad aiutare la povera gente contro i soprusi dei potenti. Proprio mentre stanno
prendendo questa decisione, bussa alla porta Fra Galdino, “un laico cercatore
cappuccino, con la sua bisaccia pendente alla spalla sinistra”, venuto a chiedere
alle donne di donargli delle noci per la chiesa. Lucia approfitta della situazione e,
blandendolo con un grembiale pieno di noci, gli domanda in cambio il favore di
avvisare Fra Cristoforo e di domandargli di fare visita alle due donne, “subito
subito; perché non possiamo andar noi alla chiesa.”
Convinto da una elemosina così consistente, Fra Galdino assicura alle due donne
che avviserà tempestivamente Fra Cristoforo.
Uscito il frate, fa ritorno Renzo “con un volto dispettoso insieme e
mortificato”, furente per l’esito della visita ad Azzecca-garbugli: “M’avete
mandato da un buon galantuomo, da uno che aiuta veramente i poverelli!”
attacca sarcastico Agnese.
Le due donne cercano di quietarlo raccontandogli che hanno avuto l’idea di
coinvolgere Fra Cristoforo e che da lui sono certe di ricevere l’aiuto di cui
hanno bisogno. Renzo, pur accettando la decisione delle donne, non si rasserena
del tutto, e lascia la casa di Lucia “col cuore in tempesta”.
Capitolo 4
In apertura al quarto capitolo de “I Promessi Sposi” Fra Cristoforo, uomo di
circa 60 anni, con una folta barba grigia e il cranio rasato, si appresta a uscire
dal suo convento per andare a trovare Lucia, secondo il desiderio che ragazza e
la madre avevano espresso a Fra Galdino. Nonostante la giornata soleggiata, il
paesaggio che si apre davanti al frate è grigio e desolato, sia perché popolato
da mendicanti macilenti e da poveri contadini, sia perché l’idea della triste
vicenda di Lucia e Renzo rende ombroso l’umore del sacerdote.
Tanto Don Abbondio è pusillanime ed egoista, quanto Fra Cristoforo è
coraggioso e pronto ad aiutare i più deboli. “Il suo linguaggio era abitualmente
piano ed umile: ma quando si trattasse di giustizia o di verità combattuta, si
animava in un tratto dell’impeto antico, che misto e modificato da una enfasi
solenne venutagli dall’uso del predicare, dava a quel linguaggio un carattere
singolare.”
Nato ricco, figlio di mercanti, Fra Cristoforo, che prima di prendere i voti si
chiamava Ludovico, era stato educato nobilmente e aveva trascorso la
giovinezza tra gli agi. Ciò nonostante la sua indole e la sua morale gli avevano
reso sempre più difficile condurre quell’esistenza, anche perché proprio il suo
desiderio di aiutare i più deboli lo aveva spinto a doversi circondare di bravi e
“egli stesso mettere in opera molti mezzi di raggiri e di violenze, che la sua
coscienza non poteva poi approvare”. Finché un giorno, durante uno scontro
nato da un motivo piuttosto futile – stabilire chi avesse il diritto il diritto di
passare per primo per una strettoia tra Ludovico e un altro signorotto,
“arrogante e soperchiatore di professione” – Ludovico uccide, per vendicare il
proprio maggiordomo Cristoforo, l’arrogante signorotto.
La tragica vicenda fa rinascere in Ludovico “quel pensiero di farsi frate, che
altre volte gli s’era girato per la mente: gli parve che Dio stesso lo avesse
messo sulla strada”. Decide dunque di farsi frate cappuccino e, una volta presi i
voti e assunto il nome di quel maggiordomo Cristoforo della cui morte si
sentiva in qualche modo responsabile, viene destinato ad un convento a circa
sessanta chilometri dal luogo da cui abitava.
Prima di recarvisi, decide però di andare a chiedere perdono al fratello
dell’uomo che ha, seppure per difesa, ucciso. Viene accolto da un palazzo
brulicante di signori di ogni età, di servi, di bravi e di curiosi, tutti accorsi per
assistere alla sottomissione di un signore ad un altro signore. Il fratello
dell’ucciso, in particolare, è tronfio di orgoglio per la manifestazione di
obbedienza che crede di stare per ricevere.
Ciò a cui assistono tutti i presenti è, invece, una sincera richiesta di perdono da
parte di un uomo timorato di Dio: “Il volto e il contegno di fra Cristoforo
disser chiaro a tutti gli astanti, ch’egli non s’era fatto frate, né veniva a quella
umiliazione per timore umano”. Il contegno e le parole del frate generano nei
presenti pietà e rispetto e smontano rapidamente l’ira del fratello del defunto
che offre all’uomo il suo perdono: “Il fratello dell’ucciso, e il parentado, che si
erano preparati ad assaporare in quel giorno la trista gioia dell’orgoglio, si
trovarono invece ripieni della gioia serena del perdono e della benevolenza.”
Da allora Fra Cristoforo si è dedicato con scrupolo non solo a predicare e ad
assistere i moribondi, così come il suo ruolo esige, ma anche a proteggere i
bisognosi. Da sempre, infatti, “sentiva egli un orrore spontaneo e sincero per le
angherie e pei soprusi: orrore renduto ancor più vivo in lui dalla qualità delle
persone che più ne commettevano alla giornata; che erano appunto coloro
ch’egli odiava”.
Proprio per questo motivo il frate sente così vicino il caso di Lucia, tanto più
che conosce la ragazza, ne stima l’innocenza e trova particolarmente
spregevoli i dettagli della persecuzione della quale era diventata oggetto. In più
era stato proprio lui a consigliarle di non fare nulla e di aspettare che le acque
si chetassero, e ora teme che questo consiglio sia stato controproducente.
Si reca dunque il più rapidamente possibile a casa di lei, per sostenerla e aiutarla,
e trova qui le due donne, Agnese e Lucia, pronte ad accoglierlo.
Capitolo 5
Fra’ Cristoforo arriva alla casa di Agnese e Lucia: non appena lo vede,
quest’ultima scoppia in pianto, mentre la madre riassume all’uomo tutta la
triste vicenda dei soprusi di Don Rodrigo e del matrimonio rimandato. Il frate,
che durante il racconto non nasconde la sua rabbia (“diventava di mille colori, e
ora alzava gli occhi al cielo, ora batteva i piedi”), assicura alle donne il proprio
aiuto.
Dopo aver soppesato tutte le possibilità – spaventare o far vergognare Don
Abbondio per la sua viltà, chiedere aiuto al cardinale arcivescovo – Fra’
Cristoforo giunge alla conclusione che il modo migliore per cercare di risolvere
la situazione sia affrontare direttamente Don Rodrigo per “tentar di smoverlo
dal suo infame proposito, con le preghiere, coi terrori dell’altra vita, anche di
questa, se fosse possibile”.
Nel mentre anche Renzo è giunto a casa delle due donne; rassicurato sul fatto
che Fra’ Cristoforo è intenzionato ad aiutarli, lo ringrazia per non essere,
come tanti altri, “di quelli che dan sempre torto a’ poveri”, ma si lascia sfuggire
di aver cercato di risolvere la faccenda con l’aiuto della violenza, cercando il
supporto di certi amici che pareva fossero disponibili sempre a dargli
manforte contro qualsiasi nemico. “Bastava che mi lasciassi intendere”,
racconta, e costoro gli avevano promesso che qualsiasi nemico “avrebbe finito
presto di mangiar pane”, salvo poi tirarsi indietro quando l’occasione di
aiutarlo si era davvero presentata.
Indispettito da quelle parole, il religioso lo redarguisce di aver cercato di
metter fine a un atto di violenza con un altro atto di violenza, invece di aver
riposto la propria fiducia in Dio: “Renzo! vuoi tu confidare in me?… che dico in
me, omiciattolo, fraticello? Vuoi tu confidare in Dio?”
Ricevuta da Renzo la promessa di lasciar perdere ogni atto sconsiderato e di
farsi guidare da lui, Fra’ Cristoforo garantisce al ragazzo e alla promessa
sposa che sarebbe andato di persona a parlare con Don Rodrigo.
E in effetti già la mattina seguente si reca “verso il covile della fiera che voleva
provarsi d’ammansare”, ossia presso il palazzotto che fa da dimora a Don
Rodrigo. Si tratta di un palazzo che sorge isolato su un’altura, a qualche
chilometro sia dal paese dove vivono Renzo e Lucia sia dal convento. Ai piedi del
palazzo c’è il villaggio con le umili abitazioni dei contadini che sono al soldo di Don
Rodrigo, come lui abituati a una vita di violenza e brutalità, “omacci tarchiati e
arcigni”, “vecchi che, perdute le zanne, parevan sempre pronti, chi nulla gli
aizzasse, a digrignar le gengive; donne con certe facce maschie, e con certe
braccia nerborute” e persino i bambini con “un non so che di petulante e di
provocativo”.
Davanti alla porta d’ingresso del palazzo, sui cui battenti sono inchiodati due
avvoltoi – “con l’ali spalancate, e co’ teschi penzoloni, l’uno spennacchiato e
mezzo roso dal tempo, l’altro ancor saldo e pennuto” – ci sono due bravi di
guardia, uno dei quali fa subito entrare fra’ Cristoforo.
Don Rodrigo è seduto a tavola con il cugino, Don Attilio, e svariati altri signori,
tra cui l’avvocato Azzeccagarbugli e il podestà; al frate viene detto di
accomodarsi e gli viene servita una coppa di vino.
In attesa di poter parlare a tu per tu con Don Rodrigo, Fra’ Cristoforo si
trova ad assistere al banchetto e ai discorsi che vi si svolgono. In particolare, i
commensali stanno dibattendo un “punto di cavalleria”, ossia se sia giusto o
meno prendersela con colui che porta la notizia di una sfida: “Ecco la storia. Un
cavaliere spagnolo manda una sfida a un cavalier milanese: il portatore, non
trovando il provocato in casa, consegna il cartello a un fratello del cavaliere; il
qual fratello legge la sfida, e in risposta dà alcune bastonate al portatore”.
Essendoci disaccordo tra i partecipanti al pranzo, viene chiesto al frate di
esprimere il suo parere, e Fra’ Cristoforo risponde che “il mio debole parere
sarebbe che non vi fossero nè sfide, nè portatori, nè bastonate.” Naturalmente
tale risposta non soddisfa i partecipanti, che continuano a dissertare sulla
questione, fino a che non si introducono nuovi argomenti, sempre conditi da
brindisi e mescite di vino: la successione al ducato di Mantova, prima, e a seguire
la carestia che sta imperversando proprio in quel periodo. A tal proposito,
l’opinione prevalente tra i partecipanti è che non esista alcuna carestia, che
siano piuttosto i fornai che nascondono il grano e che la questione vada
risolta seguendo la “giustizia sommaria” di “pigliarne tre o quattro o cinque o
sei, di quelli che, per voce pubblica, son conosciuti come i più ricchi e i più cani, e
impiccarli.”
“Chi, passando per una fiera, s’è trovato a goder l’armonia che fa una
compagnia di cantambanchi, quando, tra una sonata e l’altra, ognuno accorda il
suo stromento, facendolo stridere quanto più può, affine di sentirlo
distintamente, in mezzo al rumore degli altri, s’immagini che tale fosse la
consonanza di quei, se si può dire, discorsi”. E in mezzo a tutti questi discorsi
sconclusionati, Fra’ Cristoforo rimane immobile “senza dar segno d’impazienza
nè di fretta, senza far atto che tendesse a ricordare che stava aspettando;
ma in aria di non voler andarsene, prima d’essere stato ascoltato”.
Don Rodrigo, dunque, comprende che non può liberarsi del frate e che, benché
controvoglia, è obbligato a dargli retta: si alza quindi da tavola e fa cenno
all’uomo di seguirlo in un’altra stanza.
Capitolo 6
Lasciato il banchetto, Don Rodrigo e Fra Cristoforo si appartano in una stanza
del palazzo per poter finalmente discutere tra loro. Anche se infastidito
dall’alterigia e dal contegno arrogante di Don Rodrigo, il frate cerca di essere il
più possibile diplomatico e tenta di far leva sulla coscienza e sull’onore del
signorotto: “Vengo a proporle un atto di giustizia, a pregarla d’una carità”,
esordisce, “Cert’uomini di mal affare hanno messo innanzi il nome di vossignoria
illustrissima, per far paura a un povero curato, e impedirgli di compire il suo
dovere, e per soverchiare due innocenti. Lei può, con una parola, confonder
coloro, restituire al diritto la sua forza”. Ma né appellarsi alla sua coscienza, né
invocare la potenza di Dio, né pregarlo di aiutare due ragazzi innocenti
sembrano avere alcun effetto su Don Rodrigo, che anzi tratta il frate in modo
ora ironico ora aggressivo. Dato che il religioso non sembra voler desistere,
Don Rodrigo gli propone addirittura di consigliare a Lucia di venire a mettersi
sotto la sua “protezione”, in modo da non essere più infastidita da nessuno. A
questa assurda proposta, “tutti que’ bei proponimenti di prudenza e di pazienza
andarono in fumo” e padre Cristoforo non riesce più a trattenere la rabbia.
“Avete colmata la misura; e non vi temo più”, esclama, e aggiunge: “Ho
compassione di questa casa: la maledizione le sta sopra sospesa. State a vedere
che la giustizia di Dio avrà riguardo a quattro pietre, e suggezione di quattro
sgherri”. Infine, puntando il dito contro Don Rodrigo, inizia a minacciarlo –
“Verrà un giorno…” – ma a quel punto il nobile gli afferra il braccio, lo insulta e lo
caccia dal palazzo.
Mentre sta uscendo, il frate si imbatte in un vecchio servo che, presolo da
parte, gli rivela di conoscere delle importanti informazioni che potrà però
condividere con lui solo il giorno seguente, al convento. Fra Cristoforo si
affretta quindi verso la casa di Lucia, “commosso e sottosopra” per quanto è
successo e contento almeno di poter contare sull’aiuto del servo, “un filo che la
provvidenza mi mette nelle mani”.
Nel frattempo Renzo, Lucia e Agnese stanno cercando di trovare un modo per
risolvere la situazione. Agnese, evidenziando che se i due ragazzi fossero
sposati il pasticcio sarebbe già in parte risolto, propone un matrimonio a
sorpresa. Infatti, aggiunge, “ho veduto io un caso, che, per fare un matrimonio,
ci vuole bensì il curato, ma non è necessario che voglia; basta che ci sia”: dunque
sarebbe sufficiente che i due sposi pronuncino i voti davanti ai testimoni e al
prete, indipendentemente dal fatto che quest’ultimo sia o meno d’accordo.
Lucia è restia ad accettare questo sotterfugio, mentre Renzo è più entusiasta.
In effetti, se fossero sposati i due potrebbero trasferirsi nel bergamasco
dove risiede Bortolo, un cugino di Renzo, e dove “chi lavora seta è ricevuto a
braccia aperte”. Dunque, una volta sposati, “si va tutti insieme, si mette su casa
là, si vive in santa pace, fuor dell’unghie di questo ribaldo, lontano dalla
tentazione di fare uno sproposito”.
Rimane a questo punto da risolvere la questione dei due testimoni, oltre che
“poter cogliere il signor curato che, da due giorni, se ne sta rintanato in casa”,
e farlo rimanere fermo, “ché, benché sia pesante di sua natura, vi so dir io che,
al vedervi comparire in quella conformità, diventerà lesto come un gatto, e
scapperà come il diavolo dall’acqua santa.”
Renzo esce quindi di casa, deciso a trovare due testimoni disponibili.
Ha già in mente chi potrebbe fare al caso suo e si reca immediatamente da un
suo amico, Tonio. Lo trova a tavola con la famiglia, intenti a consumare un
pasto povero e scarso a base di polenta. Il ragazzo invita l’amico a mangiare
con lui all’osteria ed è presso questo poco frequentato ristorante che Renzo
spiega a Tonio la situazione. Poiché quest’ultimo ha un debito di venticinque lire
con don Abbondio, Renzo si offre di saldare il debito se l’amico lo aiuterà a
portare a termine il “matrimonio a sorpresa”. Tonio non soltanto accetta, ma
suggerisce di coinvolgere come secondo testimone suo fratello Gervasio. Ben
felice di aver risolto così brillantemente la questione, Renzo ricorda a Tonio di
mantenere segreto il piano e gli dà appuntamento per la sera seguente.
Torna quindi a casa delle due donne “tutto trionfante”, ma Agnese gli ricorda
che si deve anche pensare a Perpetua, la serva del curato, che probabilmente
lascerebbe entrare in casa facilmente Tonio e Gervasio, ma difficilmente
permetterebbe ai due sposi di entrare. La donna ha però in mente il modo di
attirarla da parte “e per incantarla di maniera che non s’accorga di voi altri”.
Inoltre rimane da convincere Lucia, che continua a mostrarsi poco propensa a
fare le cose in modo non completamente onesto, tentenna il capo e “si ostina a
dire che è peccato.”
La ragazza infatti non ama i sotterfugi e vorrebbe a tutti i costi chiedere
consiglio a Fra Cristoforo, tanto più che lo era stato coinvolto chiedendo il suo
aiuto. “Io voglio esser vostra moglie, ma per la strada diritta, col timor di Dio,
all’altare”, dice al promesso sposo. “Lasciamo fare a Quello lassù. Non volete che
sappia trovar Lui il bandolo d’aiutarci, meglio che non possiamo far noi, con
tutte codeste furberie? E perché far misteri al padre Cristoforo?”
Proprio mentre i tre stanno discutendo si sente “un calpestìo affrettato di
sandali, e un rumore di tonaca sbattuta”, segno che Fra Cristoforo è tornato.
Capitolo 7
Fra Cristoforo, come “buon capitano che, perduta, senza sua colpa, una
battaglia importante, si porta dove il bisogno lo chiede”, riferisce a Renzo, Lucia
e Agnese che il suo colloquio con Don Rodrigo non ha avuto l’esito sperato.
Benché nessuno dei tre pensasse che davvero le sole suppliche del frate a un
uomo tanto malvagio come Don Rodrigo potessero essere sufficienti, la
certezza che davvero non siano servite a nulla li getta nello sconforto e
aumenta la rabbia di Renzo.
Fra Cristoforo domanda al ragazzo di recarsi il giorno dopo al convento, o di
mandare qualcun altro nel caso in cui non potesse, raccomandandogli di aver
pazienza e di confidare nell’aiuto di Dio che gli ha messo nelle mani “un filo, per
aiutarvi”. Si riferisce infatti alla promessa del servo di Don Rodrigo di fargli
visita per dargli alcune importanti informazioni.
Una volta che il frate se n’è andato, di fretta per poter raggiungere il convento
prima di notte, secondo la regola dei cappuccini, Lucia suggerisce di aver fiducia
nella Provvidenza e nelle parole del religioso, ma Renzo è accecato dalla collera.
“Chiacchiere! la finirò io: io la finirò!”, esclama, e continua “Sì, la farò io, la
giustizia: lo libererò io, il paese: quanta gente mi benedirà!”. Le due donne
cercano di placarlo, Agnese ricordandogli che Don Rodrigo è ben protetto e ha
diversi bravi al suo servizio, e Lucia piangendo e supplicandolo di non ricorrere
alla violenza. Ma il ragazzo è deciso a uccidere il nobile, e non importa se ciò gli
procurerà la morte o la prigione: “Io non v’avrò; ma non v’avrà né anche lui!”.
Alla fine, per cercare di calmarlo, Lucia gli promette di acconsentire al piano del
matrimonio a sorpresa. Il ragazzo, “con una voce e con un viso divenuto, tutt’a
un tratto, più umano”, promette a sua volta di non fare nulla di avventato, dopo
di che lascia la casa delle due donne perché sta scendendo la notte e non è “cosa
conveniente che, a quell’ora, si trattenesse più a lungo”.
Dopo una notte agitata, Renzo ritorna dalle due donne per mettere a punto il
piano. Decide di non recarsi da Fra Cristoforo al convento, ma di mandare
piuttosto Menico, un ragazzino dodici anni nipote di Agnese; ciò per evitare che
il religioso possa sospettare che stanno tramando qualcosa: “Sapete che
diavoli d’occhi ha il padre: mi leggerebbe in viso, come sur un libro, che c’è
qualcosa per aria.”
Mentre Menico si reca al convento, Lucia e Agnese sono messe in allarme da una
serie di strani fatti: prima ricevono la visita di un sedicente mendicante che
però non sembra proprio un poveraccio e in più cerca di trattenersi in casa
loro adducendo vari pretesti; poi altri individui, che “non si poteva creder che
fossero quegli onesti viandanti che volevan parere”, ciondolano nei pressi della
casa lanciando occhiate curiose. L’azione si sposta quindi a casa di Don Rodrigo.
Qui, il giorno precedente, l’uomo, dopo aver cacciato Fra Cristoforo, si era
messo a misurare avanti e indietro a passi rabbiosi la grande sala, sotto gli
occhi dei ritratti degli antenati appesi alle pareti che sembravano con lo
sguardo ammonirlo di farsi rispettare. Benché reso un po’ inquieto dalla
minacciosa profezia del frate, la rabbia per essere stato offeso in casa sua lo
spinge a cercare vendetta. Esce per una passeggiata, circondato da uno stuolo
di bravi, quindi rientra per cenare con il conte Attilio. Questi lo punzecchia
chiedendogli di pagare la scommessa, e proponendo anzi di rilanciare con una
nuova: “Son tanto certo d’aver vinta la scommessa”, dice, “che son pronto a
farne un’altra”, ovvero che “quel frate in somma v’ha convertito.” Don Rodrigo
gli dice di aspettare, per cantare vittoria, il giorno di San Martino, giorno
concordato come termine per la scommessa.
La mattina seguente il signorotto, ormai scordate le profezie del frate, è più
che mai deciso a portare avanti il suo progetto. Fa dunque chiamare il Griso, “il
capo de’ bravi, quello a cui s’imponevano le imprese più rischiose e più inique, il
fidatissimo del padrone”, e gli ordina di portare, quella sera stessa, Lucia al
palazzo, senza farle del male ma usando qualsiasi mezzo necessario. Gli
suggerisce inoltre, nel caso in cui si trovasse fra i piedi Renzo, di non fargli
mancare qualche bastonata “così, l’ordine che gli verrà intimato domani di
stare zitto, farà più sicuramente l’effetto.”
Gli strani viandanti che Lucia e sua madre hanno visto quella mattina aggirarsi
intorno alla loro casa sono dunque dei bravi camuffati mandati lì dal Griso per
saggiare il terreno.
Proprio mentre gli sgherri del Griso si stanno organizzando per attuare il
rapimento, il servo di Don Rodrigo, che ha compreso le nuove macchinazioni del
padrone, si affretta a raggiungere il convento di Pescarenico per informare
Fra Cristoforo. Contemporaneamente Renzo va all’osteria con Tonio e Gervaso
per mangiare qualcosa prima di procedere con il matrimonio a sorpresa. Qui si
imbattono in alcuni bravi che sembrano tramare qualcosa: il ragazzo si
insospettisce e cerca di chiedere qualche informazione all’oste che però
sostiene di non conoscerli ma di reputarli uomini onesti, salvo poi affrettarsi a
dare ai bravi ogni genere di informazioni su Renzo e i suoi amici. Peraltro
Gervaso, uomo ingenuo e poco sveglio, si lascia sfuggire un commento ad alta
voce sul fatto che Renzo deve sposarsi e ha bisogno del loro aiuto.
Quando i tre escono dall’osteria, Renzo si accorge che i bravi li stanno tenendo
d’occhio. I delinquenti decidono però di non fare nulla perché c’è ancora troppa
gente in giro, e i tre ragazzi proseguono fino a casa di Lucia e Agnese. Qui
trovano la ragazza in preda all’ansia, tanto che, udendo Renzo bussare alla
porta, è “assalita da tanto terrore, che risolvette, in quel momento, di soffrire
ogni cosa, di star sempre divisa da lui, piuttosto ch’eseguire quella risoluzione”;
tuttavia si risolve a seguire lo sposo, la madre e i testimoni fino a casa di Don
Abbondio. I due promessi sposi si nascondono, mentre Tonio bussa alla casa del
prete e cerca di convincere Perpetua a lasciarli entrare con la scusa di voler
saldare il debito con il curato e, mentre la serva va a chiamare il padrone,
Agnese si avvicina con l’obiettivo di tirare da parte Perpetua e permettere così
ai due giovani di entrare.
Capitolo 8
“Carneade! Chi era costui?”. È con il celebre interrogativo di Don Abbondio che si
apre l’VIII capitolo dei Promessi Sposi. Il curato sta infatti leggendo quando
Perpetua lo avvisa dell’arrivo di Tonio e Gervaso. Nonostante l’ora tarda, Don
Abbondio decide di lasciare entrare i due giovani che si affacciando quindi
sull’uscio seguiti da Agnese. La donna si intrufola in casa fingendo di passare di lì
per caso di ritorno da un paese vicino dove le è capitato di sentire dei
pettegolezzi su Perpetua: sostiene infatti di aver incontrato un tale che le ha
parlato dei mancati matrimoni della donna: “Credereste? s’ostinava a dire che
voi non vi siete maritata con Beppe Suolavecchia, né con Anselmo Lunghigna,
perché non v’hanno voluta. Io sostenevo che siete stata voi che gli avete
rifiutati, l’uno e l’altro”. In questo modo riesce scaltramente ad avere la
completa attenzione di Perpetua, che non si accorge così che anche Renzo e
Lucia si intrufolano nell’abitazione di Don Abbondio.
Tonio e Gervaso entrano nella stanza del curato, mentre Renzo e Lucia
aspettano dietro l’uscio. Tonio salda il suo debito, Don Abbondio gli restituisce
la collana d’oro ricevuta in pegno dall’uomo e si appresta a compilare una
ricevuta. Ma, proprio mentre è intento a scrivere, i due giovani entrano nella
stanza e si affrettano a recitare le formule di rito per la celebrazione del
matrimonio. Renzo riesce a pronunciare la frase prevista, “Signor curato, in
presenza di questi testimoni, quest’è mia moglie”, ma nel frattempo il prete
riesce a riaversi dallo stupore e a reagire con furia: “lasciando cader la carta,
aveva già afferrata e alzata, con la mancina, la lucerna, ghermito, con la diritta,
il tappeto del tavolino, e tiratolo a sé, con furia, buttando in terra libro, carta,
calamaio e polverino; e, balzando tra la seggiola e il tavolino, s’era avvicinato a
Lucia”. La ragazza aveva appena iniziato a pronunciare la sua parte della
formula quando il curato la interrompe buttandole il tappeto sulla testa. Poi
scappa dalla stanza, si rifugia in un’altra camera e da qui, affacciandosi alla
finestra, urla chiedendo aiuto. Le sue grida fanno svegliare Ambrogio, il
sacrestano, che corre al campanile a suonare le campane per richiamare la
gente del paese in soccorso al curato.
Anche Perpetua e Agnese odono i rintocchi delle campane e rientrano dunque in
casa di Don Abbondio. Agnese, Renzo e Lucia si allontanano rapidamente dalla
casa del curato per evitare di essere visti dalla gente del paese che vi sta
accorrendo.
Nel frattempo i bravi, usciti dall’osteria, si sono diretti a casa di Lucia e Agnese,
trovandola però vuota. Il Griso immagina che qualcuno li abbia traditi, svelando
il loro piano. Mentre i bravi stanno mettendo sottosopra la casa di Lucia,
all’uscio si presenta Menico, il ragazzino che era stato inviato al convento per
ricevere le indicazioni di Fra Cristoforo. I bravi lo hanno appena afferrato per
le braccia quando i forti rintocchi delle campane suonate da Ambrogio li
interrompono. I bravi e il Griso scappano e fanno ritorno al palazzotto di Don
Rodrigo, mentre tutta la gente del paese si sta radunando nella piazza.
Don Abbondio, dopo aver ringraziato tutti coloro che sono scesi in piazza per
difenderlo, racconta che degli sconosciuti si erano introdotti in casa sua con
cattive intenzioni e si barrica poi in casa a discutere con Perpetua. Nel
frattempo alcuni degli uomini accorsi si recano a casa di Lucia e Agnese e la
trovano vuota. Si teme in un primo momento che le donne siano state rapite, ma
poi si sparge la voce, come “un bisbiglio, uno strepito, un picchiare e un aprir
d’usci, un apparire e uno sparir di lucerne, un interrogare di donne dalle
finestre, un rispondere dalla strada”, che Agnese e Lucia si siano messe in salvo
presso un’altra abitazione.
I tre fuggitivi, nel frattempo, “tutti in affanno per la fatica della fuga, per il
batticuore e per la sospensione in cui erano stati, per il dolore della cattiva
riuscita, per l’apprensione confusa del nuovo oscuro pericolo”, si imbattono in
Menico che riferisce loro di aver ricevuto da Fra Cristoforo l’ordine di recarsi
immediatamente al convento. Qui giunti, vengono accolti dal religioso, “la faccia
pallida, e la barba d’argento”, che li accoglie e li compatisce per il fatto di dover
sopportare una prova così terribile, pur non avendo mai fatto del male ad
alcuno. Dato che però il paese non è più sicuro per loro, consiglia loro di
allontanarsene. Anzi, ha già organizzato la fuga trovando un luogo dove
nascondersi: Renzo potrà recarsi presso un convento di Milano, da padre
Bonaventura da Lodi, che avrà cura di lui e gli troverà un lavoro, mentre Agnese
e Lucia vengono indirizzate presso un altro convento di cui non viene fatto il
nome.
Il capitolo si chiude con le immagini dell’abbandono del paese da parte di Renzo e
Lucia, che come due fuggitivi salgono sul battello predisposto da Fra
Cristoforo e vedono allontanarsi i luoghi conosciuti e amati da sempre: la casa
in cui sono nati e cresciuti, il paesaggio noto, i monti che lo circondano. “Addio,
monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto
tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più
familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci
domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore
pascenti; addio! […] Addio, casa natìa, dove, sedendo, con un pensiero occulto,
s’imparò a distinguere dal rumore de’ passi comuni il rumore d’un passo
aspettato con un misterioso timore.”. Il viaggio dei due giovani è triste, il
futuro che li aspetta incerto. A bordo del battello, Lucia, con il viso reclinato sul
braccio, piange.
Capitolo 9
Agnese, Renzo e Lucia raggiungono l’altra sponda dell’Adda, scendono dalla
barca e all’alba, in calesse, giungono a Monza. Qui il gruppo si divide: Renzo parte
alla volta di Milano mentre le donne sono condotte al convento dei padri
cappuccini, poco fuori città. Il guardiano, dopo aver letto la lettera di Fra
Cristoforo che le donne portano con loro, riferisce loro che l’unica in grado di
aiutarle è una certa “Signora”.
Così è chiamata una monaca, molto rispettata perché figlia di un nobile molto
potente a Milano e a Monza, che risiede appunto in quel convento e che è la sola in
grado di garantire adeguata protezione a Lucia, sempre che lei si mostri umile e
rispettosa nei suoi confronti e risponda a ogni domanda questa vorrà porle.
Una volta entrate in parlatorio, la “Signora” si palesa attraverso una
finestrella protetta da una grata che si apre sulla parete della stanza. “Il suo
aspetto, che poteva dimostrar venticinque anni, faceva a prima vista
un’impressione di bellezza, ma d’una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi,
scomposta”. Pallida, con la testa coperta da un velo nero, la donna ha occhi
scuri che si aprono sotto due sopraccigli ugualmente neri: occhi che si
mostrano a volte superbi, altre chini quasi a chiedere affetto, altre ancora
irosi. Anche l’abbigliamento, benché monacale, tradisce una personalità forte e
particolare: “la vita era attillata con una certa cura secolaresca, e dalla benda
usciva sur una tempia una ciocchettina di neri capelli; cosa che dimostrava o
dimenticanza o disprezzo della regola che prescriveva di tenerli sempre corti”.
Le due donne si fanno avanti inchinandosi e, quando Gertrude (questo è il nome
della monaca) si mostra curiosa di conoscere tutti i dettagli della vicenda, Lucia
è turbata e imbarazzata e inizia a balbettare. Agnese viene in suo aiuto e
illustra i fatti alla monaca: Lucia era promessa sposa a un giovane perbene, è
stata perseguitata da un signorotto prepotente e odioso e il matrimonio è
stato ostacolato da un curato pusillanime. Ma Gertrude vuole che sia Lucia a
raccontarle i fatti e dunque la ragazza, fattosi coraggio, conferma quando
detto dalla madre, aggiungendo che preferirebbe morire che cadere nelle mani
di Don Rodrigo e implorando la monaca di concedere loro la sua protezione.
Gertrude si proclama pronta ad aiutarla, decide di ospitare le donne
nell’alloggio lasciato libero dalla figlia della fattoressa. Congedati Agnese e il
guardiano, si apparta con Lucia e i suoi discorsi “divennero a poco a poco così
strani, che, in vece di riferirli, noi crediam più opportuno di raccontar
brevemente la storia antecedente di questa infelice; quel tanto cioè che basti a
render ragione dell’insolito e del misterioso che abbiam veduto in lei, e a far
comprendere i motivi della sua condotta, in quello che avvenne dopo”.
Gertrude è la figlia minore di un ricco e potente principe di Milano, il quale ha
deciso che tutti i figli, tranne il primogenito, sono destinati al clero, in modo
tale da non intaccare il patrimonio di famiglia. La bambina è quindi predestinata
a diventare monaca; i suoi primi giocattoli sono bambole vestite da monaca e il
complimento migliore che riceve è “che madre badessa!”. All’età di sei anni la
bambina entra come educanda nel monastero di Monza; qui, per rispetto del
principe suo padre, viene trattata con ogni riguardo. Tuttavia, a mano a mano
che cresce, Gertrude comprende che il destino di diventare badessa a lei
riservato non è così appetibile come la famiglia l’ha indotta a credere. Anzi, la
maggior parte delle altre educande sogna di uscire finalmente dal monastero e
condurre una vita felice, con una famiglia, nel mondo esterno. La ragazza inizia
dunque a desiderare anche per sé una vita normale, con un marito, ma sa che
questa scelta la metterà in contrasto con il volere del padre. Ciò la porta a un
periodo di struggimento e nervosismo, in cui la ragazza oscilla tra il desiderio di
ribellarsi al padre e quello di compiacerlo. Pur avendo sottoscritto la supplica
da inviare al vicario per essere ammessa al noviziato, Gertrude spera ancora di
poter convincere il padre a evitarle di entrare in convento, e spera di
potergliene parlare nel periodo che trascorrerà a casa prima che la sua
ammissione al noviziato diventi definitiva.
Il ritorno a casa è condito dal timore di doversi confrontare con il padre e
insieme dalla gioia di uscire finalmente dal monastero: “Quantunque Gertrude
sapesse che andava a un combattimento, pure l’uscir di monastero, il lasciar
quelle mura nelle quali era stata ott’anni rinchiusa, lo scorrere in carrozza per
l’aperta campagna, il riveder la città, la casa, furon sensazioni piene d’una gioia
tumultuosa.”
Tuttavia una volta tornata a casa la situazione è ancora più difficile di come
l’ha immaginata. La ragazza si era preparata a scontrarsi con il padre, a
rispondere ai suoi rimproveri con fermezza o con le lacrime, ma l’incontro
temuto e sperato non avviene. Gertrude viene trattata con estrema
freddezza non solo dal padre ma da tutti i famigliari, come se avesse commesso
una grave mancanza. Non le è concesso di uscire di casa, non è ammessa nelle
sale quando sono presenti visitatori, trascorre la maggior parte del tempo
relegata con la servitù all’ultimo piano della grande dimora e nessuno le mostra
alcun tipo di affetto. “Aveva sperato che, nella splendida e frequentata casa
paterna, avrebbe potuto godere almeno qualche saggio reale delle cose
immaginate; ma si trovò del tutto ingannata”.
L’unico che sembra mostrarle un po’ di compassione è un giovane paggio, di cui la
ragazza finisce per innamorarsi, ma quando si decide a scrivergli un innocente
bigliettino viene sorpresa da una serva che consegna il biglietto al padre.
Quest’ultimo, adirato, la punisce recludendola in camera e minacciandola di un
ulteriore peggiore castigo. La minaccia della punizione è quasi peggiore della
punizione stessa e in aggiunta la cameriera “carceriera” che la tiene reclusa in
stanza non fa altro che sottoporla ad ulteriori intimidazioni e dispetti.
La ragazza, piena di rabbia e incapace di sopportare oltre quella situazione,
inizia quindi a pensare che ritornare di propria volontà in monastero possa
rappresentare una via di salvezza e si decide a scrivere una lettera al padre per
implorarne il perdono dicendosi disposta a fare qualsiasi cosa lui voglia
ordinarle pur di ottenerlo.
Capitolo 10
Il principe, padre di Gertrude, comprende dai toni della lettera di Gertrude che
lo stato d’animo della ragazza è quello adatto per indurla a fare ciò che ritiene
opportuno. La manda quindi a chiamare e, alle sue lacrime e suppliche di
perdonarla, risponde che il suo comportamento ha reso chiaro quanto poco
sia adatta per la vita laica, così piena di insidie e pericoli, e che il suo perdono va
meritato con un adeguato comportamento. “- Ah sì! – esclamò Gertrude”, e quel
timido sì viene astutamente interpretato dal padre come un sì alla vita
monastica. L’annuncio della volontà di Gertrude a entrare in convento è dato
subito alla madre e ai fratelli, tutti si felicitano con la ragazza che è così
frastornata da non riuscire a controbattere nulla.
L’appuntamento con il vicario per l’esame di ammissione al noviziato viene quindi
subito fissato, di lì a due giorni.
Nel mentre Gertrude viene mantenuta continuamente impegnata – la madre le
acconcia i capelli, vengono imbanditi pranzi con parenti pronti a complimentarsi
con lei per la decisione presa, si organizza una passeggiata in carrozza, la
cameriera sua “carceriera” viene allontanata e rimproverata – tanto da non
essere in grado di riflettere su quanto le sta accadendo e sulle conseguenze.
Il mattino seguente, di buon’ora, la ragazza viene condotta dalla badessa del
convento a cui deve domandare di essere ammessa nel monastero. Questa la
accoglie attorniata da monache ed educande e Gertrude, “al punto di proferir
le parole che dovevano decider quasi irrevocabilmente del suo destino, esitò un
momento, e rimase con gli occhi fissi sulla folla che le stava davanti”. Ma
l’esitazione è di breve durata e subito, anche spinta dallo sguardo del padre,
rivolge alla badessa la supplica di essere ammessa al convento. La badessa si
complimenta con lei per la decisione presa e, in attesa della decisione definitiva
che sarà presa collegialmente, offre a lei e ai suoi famigliari dei dolci. Poi, preso
da parte il padre, gli ricorda che nel caso in cui si forzasse una ragazza a
entrare in convento si incorrerebbe nella scomunica. Ma il suo tono è così
incerto, la risposta del principe così decisa e definitiva, che la suora si scusa
subito per aver sollevato la questione e non insiste oltre.
Gertrude rientra con la famiglia nella casa paterna e a cena il padre introduce
la questione della madrina, ossia della dama che dovrà accompagnare la ragazza
fino all’ingresso in convento. Gertrude sceglie una donna che le è sembrata
cortese, senza sospettare che anche questa cortesia è in realtà frutto di
calcolo sia da parte della dama, che mira a far sposare a sua figlia il fratello di
Gertrude, sia da parte del principe. E d’altra parte ogni giorno che passa e ogni
ulteriore scelta non fanno che rendere sempre più inevitabile l’ingresso in
monastero.
Il giorno del colloquio con il vicario ben presto arriva, e a Gertrude viene fatto
notare che non può certo rovinare tutto mostrando una vocazione non
sincera: a questo punto getterebbe disonore sulla famiglia.
Nel corso del colloquio il vicario è tenuto a domandare se abbia subito minacce o
lusinghe e la ragazza, che pure vorrebbe dirgli la verità, finisce per sostenere di
avere una sincera vocazione; l’alternativa consisterebbe nel rivelargli fatti che
la imbarazzano troppo. Al termine del colloquio Gertrude trova il padre pronto
a complimentarsi; dopo di che inizia un periodo di apparente tranquillità in cui
viene coinvolta in ricevimenti, spettacoli, visite, tutte occasioni che invece di
allietarla le rendono sempre più chiaro a quale vita sia obbligata a rinunciare.
Trascorsi i dodici mesi di noviziato previsti la ragazza pronuncia i voti e diventa
quindi monaca a tutti gli effetti. Senza trovare alcuna consolazione nella fede,
Gertrude continua a detestare sia le altre monache, che in qualche modo sono
responsabili dei raggiri che l’hanno condotta a questa scelta obbligata, sia la
vita che è costretta a condurre. È sgarbata con le consorelle e prova invidia
per le educande a cui è stata assegnata come insegnante, perché sa che loro
sono destinate a quella vita laica che a lei è ormai preclusa per sempre.
Tra i vari privilegi che le sono concessi c’è quello di risiedere in un quartiere a
parte del convento che confina con l’abitazione di un giovane scapestrato,
Egidio, che un giorno, ignorando le regole del convento, rivolge la parola a
Gertrude. “La sventurata rispose”, e inizia così una relazione clandestina con il
giovane che la porterà poi a commettere un terribile delitto. Una consorella,
durante una lite con Gertrude, si lascia sfuggire di essere a conoscenza della
sua relazione segreta; di lì a poco sparisce nel nulla e, anche se voci fanno
supporre che sia scappata all’estero, Gertrude sospetta invece che sia stata
uccisa da Egidio o da qualcuno dei suoi sgherri e l’immagine della povera monaca
continua a perseguitarla.
È ad un anno da quei fatti criminosi che Lucia arriva al monastero chiedendo la
protezione della monaca di Monza. “La signora moltiplicava le domande intorno
alla persecuzione di don Rodrigo, e entrava in certi particolari, con una
intrepidezza, che riuscì e doveva riuscire più che nuova a Lucia, la quale non
aveva mai pensato che la curiosità delle monache potesse esercitarsi intorno a
simili argomenti”. Nonostante questa bizzarra curiosità, Gertrude è
intenzionata davvero ad aiutare la ragazza, i cui pericoli non sono affatto
finiti.
Nel frattempo, infatti, Don Rodrigo è nel suo palazzotto in attesa di notizie sul
tentato rapimento di Lucia.
Capitolo 11
È la notte del tentato rapimento a Lucia. Il Griso e i suoi bravi ritornano da Don
Rodrigo come segugi con la coda tra le gambe. Don Rodrigo, convinto del
successo della spedizione, li attende pregustando la vittoria della scommessa
sul cugino Attilio e si fa beffe di chiunque possa pensare di intralciare il suo
piano: “Vorrei un po’ sapere chi sarà quel voglioso che venga quassù a veder se
c’è o non c’è una ragazza. Venga, venga quel tanghero, che sarà ben ricevuto.
Venga il frate, venga. La vecchia? Vada a Bergamo la vecchia. La giustizia? Poh la
giustizia!”.
Così, scorgendo i suoi uomini fare ritorno senza la ragazza, è quanto mai
sorpreso e infastidito. Chiama quindi subito a rapporto il Griso che gli
racconta quanto è accaduto: saputo che Lucia e Agnese non erano in casa
quando i bravi avevano fatto irruzione, Don Rodrigo sospetta che ci sia qualche
spia nel suo palazzo. Benché adirato per l’accaduto, il nobile è comunque
rassicurato dal fatto che nessuno abbia riconosciuto i suoi sgherri e rimanda
le ulteriori macchinazioni alla mattina seguente.
Il giorno dopo è il giorno di San Martino, scadenza della scommessa tra Don
Rodrigo e il conte Attilio: quest’ultimo si presenta dunque al palazzo pronto a
prendere in giro l’amico per aver perso ma, nel momento in cui gli vengono
raccontati tutti i fatti, insinua che ci sia stato il coinvolgimento di Fra
Cristoforo e promette di provvedere lui a mettere a posto il frate.
Nel frattempo in paese la vicenda è sulla bocca di tutti. Perpetua spettegola sul
“matrimonio a sorpresa” tentato da Renzo e Lucia in casa di Don Abbondio,
Gervaso non vede l’ora di rivelare tutto ciò che sa sulla faccenda e anche Tonio
non riesce a tenere la bocca chiusa e ne parla con la moglie che a sua volta
diffonde la notizia. Infine i genitori di Menico si lasciano addirittura sfuggire
che i tre fuggitivi si sono rifugiati a Pescarenico. Non viene invece scoperto il
piano di Don Rodrigo perché nessuno ha riconosciuto il Griso travestito da
pellegrino e nessuno ha collegato i bravi presenti all’osteria alla scomparsa di
Lucia e Renzo.
Una volta raccolte tutte le informazioni possibili, il Griso torna dal suo padrone
che comprende dunque il ruolo avuto da Fra Cristoforo nello scombinare i suoi
piani e, furioso, manda il Griso a Pescarenico a scoprire ulteriori dettagli. Qui,
sempre grazie alle chiacchiere ascoltate in giro, il bravo scopre che Lucia e la
madre si sono rifugiate in un convento a Monza e che Renzo si è recato a Milano.
Il Griso viene quindi spedito, con altri bravi a supportarlo, a Monza.
Per sbarazzarsi di Renzo, Don Rodrigo pensa di usare le sue conoscenze
nell’ambito della giustizia, per esempio l’avvocato Azzeccagarbugli o il podestà,
tutti pronti ad ubbidirgli. “Le gride son tante!” pensa tra sé “e il dottore non è
un’oca: qualcosa che faccia al caso mio saprà trovare, qualche garbuglio da
azzeccare a quel villanaccio: altrimenti gli muto nome”.
Ma Renzo, a Milano, si sta già mettendo nei guai da solo.
Lasciate a Monza Lucia e Agnese, il ragazzo ha proseguito infatti verso Milano,
pieno di pensieri di dolore per il paese e l’amata abbandonati e di rabbia verso
Don Rodrigo. “Quando si tratteneva col pensiero sull’una o sull’altra di queste
cose, s’ingolfava tutto nella rabbia, e nel desiderio della vendetta”. Poi pensa alle
parole di Fra Cristoforo, alla preghiera pronunciata con lui prima di mettersi in
cammino e sembra calmarsi, salvo poi ripiombare nella rabbia di lì a poco.
In preda a tali sentimenti altalenanti, arriva in città, chiede indicazioni, viene
indirizzato verso la Porta Orientale e la attraversa senza che i gabellieri, di
guardia alla porta, lo fermino. Questo fatto lo stupisce, poiché gli è sempre
stato raccontato che i controlli a Milano sono piuttosto minuziosi, e tuttavia
continua lungo la strada stranamente deserta.
Ad un certo punto scorge a terra delle lunghe strisce bianche di ciò che sembra
essere farina e, più avanti, delle soffici pagnotte bianche: in un primo momento
pensa ingenuamente che pane e farina lasciati a terra siano sintomo della
ricchezza della città (“È pane davvero! – disse ad alta voce; tanta era la sua
maraviglia: – così lo seminano in questo paese? in quest’anno? e non si
scomodano neppure per raccoglierlo, quando cade? Che sia il paese di cuccagna
questo?”) ma, a mano a mano che procede, si imbatte in una donna, un uomo e un
ragazzo che si allontanano rapidamente portando con sé sacchi di farina e di
pane. Parlando con i tre, Renzo comprende che cosa è accaduto. È in corso un
tumulto e i rivoltosi hanno attaccato i forni e stanno rubando il pane.
Istintivamente solidale con i rivoltosi, il ragazzo decide però di non indugiare e
di recarsi direttamente al convento di padre Bonaventura, dove è diretto.
Qui giunto, consegna la lettera di Fra Cristoforo al portinaio e si mette in
attesa di padre Bonaventura, assente in quel momento. Ma, mentre lo sta
aspettando, decide di andare a dare un’occhiata ai tumulti in corso e si
allontana.
Capitolo 12
Il capitolo si apre con una digressione storica in cui il Manzoni illustra le ragioni
della carestia: già l’anno precedente quello in cui le vicende de “I Promessi sposi”
sono ambientate (il 1627) vi era stata penuria di grano, ma 1628 è stato un anno
particolarmente difficile. Da un lato il cattivo tempo, dall’altra la guerra di
Mantova e del Monferrato hanno devastato i campi e distrutto il raccolto, con
la conseguenza che i contadini si sono trovati a mendicare il pane.
Con il rincaro dei prezzi di grano e pane, nel popolo nasce però il sospetto che i
responsabili della carestia siano non la scarsezza di materie prime, ma i fornai e
i proprietari terrieri, accusati di farne incetta per rivenderlo a prezzi
maggiorati. È così che Antonio Ferrer, cancelliere spagnolo che in quell’anno si
trova ad amministrare la città di Milano, decide di calmierare il prezzo del pane,
senza tener conto degli aumenti di quello del grano; insomma “fece come una
donna stata giovine, che pensasse di ringiovinire, alterando la sua fede di
battesimo”.
I fornai protestano, ma il popolo pretende il pane al prezzo calmierato fissato
e, “sentendo in confuso che l’era una cosa violenta, assediava i forni di
continuo, per goder quella cuccagna fin che durava”. La situazione diviene quindi
presto insostenibile fino a che don Gonzalo, governatore dello Stato di Milano,
non interviene ristabilendo il rincaro del pane secondo le leggi di mercato.
È a questo punto che scoppia la rivolta: una mattina, allorché i garzoni dei
fornai escono dalle botteghe con le gerle piene di pane da consegnare ai nobili,
un gruppo di persone inferocite li aggredisce, afferrando le pagnotte e le
distribuendole alla gente affamata. “Ecco se c’è il pane!” gridano, “Sì, per i
tiranni, che notano nell’abbondanza, e voglion far morir noi di fame”. In breve
tempo la sommossa cresce e diventa sempre più violenta; la folla si dirige infine
verso i forni, decisa ad assaltarli.
Molti sono i forni che subiscono quella sorte, e in particolare viene assaltato un
forno chiamato il forno delle Grucce: nonostante i proprietari, intuendo
quanto sta per accadere, cerchino di sprangare porte e finestre, la gente
“comincia a affollarsi di fuori, e a gridare: “pane! pane! aprite! aprite!””. Arriva
quindi il capitano di giustizia con una squadra di alabardieri, ma nemmeno la loro
presenza è sufficiente a calmare la folla che anzi si ingrossa sempre più e
diventa sempre più ingestibile. Alcuni degli insorti iniziano a lanciare pietre, una
delle quali colpisce in fronte il capitano stesso. Poi riescono a entrare nel forno
e lo saccheggiano: portano via il pane, la farina, il denaro contenuto nella cassa,
in un crescendo di confusione e di furia. “Metton mano ai sacchi, li strascicano, li
rovesciano: chi se ne caccia uno tra le gambe, gli scioglie la bocca, e, per ridurlo
a un carico da potersi portare, butta via una parte della farina: chi, gridando: “
aspetta, aspetta, ” si china a parare il grembiule, un fazzoletto, il cappello, per
ricever quella grazia di Dio; uno corre a una madia, e prende un pezzo di pasta,
che s’allunga, e gli scappa da ogni parte”. Nella calca molti si feriscono e due
ragazzi addirittura perdono la vita.
Proprio nel bel mezzo dell’assalto al forno delle Grucce arriva Renzo,
sbocconcellando il pane che aveva raccolto da terra al suo ingresso in città.
“Andava, ora lesto, ora ritardato dalla folla; e andando, guardava e stava in
orecchi, per ricavar da quel ronzìo confuso di discorsi qualche notizia più
positiva dello stato delle cose”. Sente che alcuni accusano il governo di Milano di
nascondere il grano, altri sostengono che i nobili avveleneranno il pane per
uccidere la povera gente; alcuni accusano Ferrer, altri lo osannano come un
benefattore, i più infine individuano il responsabile nel vicario di provvisione, un
funzionario locale.
Lo spettacolo del forno assaltato, “le mura scalcinate e ammaccate da sassi,
da mattoni, le finestre sgangherate, diroccata la porta”, non piace a Renzo:
“Questa poi non è una bella cosa”, pensa, “se concian così tutti i forni, dove
voglion fare il pane? Ne’ pozzi?”.
Avendo notato che alcune persone stanno uscendo dal forno portando con sé
mobili e suppellettili, il ragazzo, incuriosito, decide di seguirli. Scopre così che la
gente ha acceso un falò nella piazza del duomo e vi si è radunata bruciando
tutto ciò che è stato sottratto dal forno e accompagnando il fuoco con grida
e imprecazioni: “Viva l’abbondanza! Moiano gli affamatori! Moia la carestia! Crepi
la Provvisione! Crepi la giunta! Viva il pane!”. Poi, giunta la notizia che nella piazza
del Cordusio è in corso l’assalto a un altro forno, la folla inizia a spostarsi in
quella direzione e anche Renzo, pur sapendo che dovrebbe piuttosto tornare al
convento da padre Bonaventura, non riesce a vincere la curiosità e si dirige con
i rivoltosi.
Giunti al Cordusio si scopre però che quella dell’assalto era solo una voce priva
di fondamento: il forno è infatti sprangato e protetto da gente armata.
Qualcuno propone allora di raggiungere la vicina abitazione del vicario di
provvisione, per andare a “a far giustizia, e a dare il sacco”. A quelle grida
l’intera folla si muove all’unisono verso la casa del funzionario.
Capitolo 13
La folla si dirige verso la casa del vicario di provvisione; quest’ultimo,
terrorizzato, spranga porte e finestre e si rintana in soffitta, ma i rivoltosi
raggiungono ben presto l’abitazione e cercano con ogni mezzo di abbattere la
porta. “Il vicario! Il tiranno! L’affamatore! Lo vogliamo! vivo o morto!”, gridano
inferociti.
Renzo si trova, volontariamente, nel bel mezzo dell’assalto alla casa del vicario.
Pur convinto che l’uomo sia “la cagion principale della fame, il nemico de’ poveri”,
non approva l’uso della violenza e l’idea che il vicario possa essere addirittura
ucciso gli fa orrore. Dunque il suo obiettivo, nell’unirsi alla folla, è quello di essere
d’aiuto a coloro che vogliono stemperare gli animi e salvare il funzionario dal
linciaggio.
Nel frattempo sul luogo arrivano i soldati: l’ufficiale che li guida tentenna,
incerto sul da farsi, e così la folla, che interpreta tali tentennamenti come
timore, inizia a sbeffeggiarli, mentre i più continuano a cercare di demolire la
porta di ingresso. Tra i rivoltosi emerge un vecchio che, brandendo un martello,
una corda e dei chiodi, incita ad appendere il corpo del vicario alla porta, na
volta ucciso. Queste parole fanno inorridire Renzo: “Oibò! vergogna!”, esclama,
“Vergogna! Vogliam noi rubare il mestiere al boia? assassinare un cristiano?
Come volete che Dio ci dia del pane, se facciamo di queste atrocità? Ci manderà
de’ fulmini, e non del pane!”. Scambiato per una spia del vicario, Renzo sta per
essere aggredito da alcuni dei rivoltosi, quando a un tatto si sente levarsi una
voca che chiede alla folla di fare spazio per far passare una scala a pioli.
Alcuni stanno infatti portando una lunga scala che dovrebbe servire per
tentare di accedere alla casa del vicario attraverso una finestra. “I portatori,
all’una e all’altra cima, e di qua e di là della macchina, urtati, scompigliati, divisi
dalla calca, andavano a onde: uno, con la testa tra due scalini, e gli staggi sulle
spalle, oppresso come sotto un giogo scosso, mugghiava; un altro veniva
staccato dal carico con una spinta; la scala abbandonata picchiava spalle,
braccia, costole”. Approfittando della confusione, Renzo cerca di allontanarsi.
Nel mentre si sparge la voce che sta arrivando il gran cancelliere Ferrer in
persona, generando l’eccitazione della folla. C’è chi lo invoca, considerandolo
dalla parte del popolo perché ha abbassato il prezzo del pane; c’è chi non lo vuole
tra i piedi, perché pensa venga a salvare il vicario. Le voci si mischiano e si
incrociano: “È qui Ferrer! — Non è vero, non è vero! — Sì, sì; viva Ferrer! quello che
ha messo il pane a buon mercato. — No, no! — E’ qui, è qui in carrozza. — Cosa
importa? che c’entra lui? non vogliamo nessuno! — Ferrer! viva Ferrer! l’amico
della povera gente! viene per condurre in prigione il vicario. — No, no: vogliamo
far giustizia noi: indietro, indietro! — Sì, sì: Ferrer! venga Ferrer! in prigione il
vicario!”
Vedendo che Ferrer è senza scorta, molti lo acclamano e si convincono che sia
venuto per portare in prigione il vicario. Il grido dominante tra la folla diventa
“prigione, giustizia, Ferrer!” e quelli che ancora stavano cercando di abbattere
la porta vengono fermati e convinti a lasciar uscire il vicario, affinché venga
tradotto in prigione. Anche Renzo, riconosciuto in quel “Ferrer” il nome di colui
che firma le gride che gli era capitato di vedere nello studio dell’avvocato
Azzeccagarbugli, si convince del fatto che questi sia una galantuomo venuto a
fare giustizia. Decide dunque di aiutarlo a passare e “volle andargli incontro
addirittura: la cosa non era facile; ma con certe sue spinte e gomitate da
alpigiano, riuscì a farsi far largo, e a arrivare in prima fila, proprio di fianco
alla carrozza”.
Quando finalmente la carrozza riesce a fendere la calca e a raggiungere la casa
del vicario, Ferrer si affaccia dallo sportello, manda baci alla folla, promette
pane, abbondanza e giustizia e assicura che porterà il vicario in prigione,
aggiungendo, in spagnolo, “si es culpable” (se è colpevole).
Il gran cancelliere scende dunque dalla carrozza, si infila nella casa del vicario e
ne esce accompagnato da quest’ultimo, mezzo morto di paura. Saliti in
carrozza, Ferrer raccomanda al vicario di nascondersi sul fondo; poi la
carrozza riparte mentre il cancelliere da un lato blandisce la folla continuando
a promettere pane, abbondanza e castigo per il funzionario (“Sì, signori; pane e
giustizia: in castello, in prigione, sotto la mia guardia. […] No, no: non iscapperà.
[…] La passerà male, la passerà male….. si es culpable”), e dall’altro, in spagnolo,
rassicura quest’ultimo del fatto che lo sta traendo in salvo (“Animo; estamos
ya quasi fuera”). In tal modo la carrozza riesce a superare la folla e si dirige
verso il Castello Sforzesco.
Cessato il pericolo, il vicario esce dal suo nascondiglio e ricopre Ferrer di
ringraziamenti. Quest’ultimo è però preoccupato dalle reazioni del governatore
di Milano, don Gonzalo de Cordoba, del primo ministro conte duca di Olivares, del
re di Spagna. Il vicario, dal canto suo, vorrebbe dimettersi e ritirarsi in una
grotta, “lontano da costoro”.
Capitolo 14
Una volta che il vicario di provvisione è stato condotto via sulla carrozza del
cancelliere Ferrer, la folla inizia finalmente a disperdersi: la maggior parte fa
ritorno alle proprie case, mentre un gruppo dei più violenti, non contenti di non
aver potuto farsi giustizia da soli, continua a sostare davanti alla casa del
vicario in attesa che succeda qualcos’altro. tutti comunque, in città,
commentano i fatti della giornata. Alcuni sono contenti di come si è concluso
l’assalto alla casa del vicario e si dicono convinti che il cancelliere farà davvero
giustizia, portando il funzionario in prigione. Altri, meno ingenui, fanno notare
che i due potenti li hanno certamente presi in giro, perché i signori si
proteggono gli uni con gli altri e “il lupo non mangia la carne del lupo”.
Renzo, stanco e ancora eccitato per gli eventi della giornata, è in cerca di
un’osteria dove rifocillarsi e riposare. Si è infatti fatto troppo tardi per
rientrare in convento per quella sera.
In cerca di una locanda, si imbatte in un capannello di persone che stanno
discutendo di quanto accaduto. Si ferma così per dire la sua, “persuaso, per
tutto ciò che aveva visto in quel giorno, che ormai, per mandare a effetto una
cosa, bastasse farla entrare in grazia a quelli che giravano per le strade”. Fa
notare quindi che la carenza di pane non è certo l’unico problema che opprime i
poveracci. La povera gente, aggiunge, è sottoposta a continui soprusi e a nulla
valgono le gride, per quanto “fatte benissimo, che noi non potremmo trovar
niente di meglio; ci son nominate le bricconerie chiare, proprio come succedono;
e a ciascheduna, il suo buon gastigo”. La presenza delle gride testimonia che “e
quelli che comandano, vorrebbero che i birboni fossero gastigati; ma non se ne
fa nulla, perché c’è una lega”, una combriccola di potenti che non permette agli
editti reali di venir davvero applicati né che i malfattori vengano puniti per i
propri delitti. Il ragazzo propone dunque alla gente che si è radunata per
ascoltarlo di recarsi tutti da Ferrer, che si è dimostrato un galantuomo, per
domandare il suo aiuto.
Terminata la sua arringa, Renzo domanda se qualcuno conosca un’osteria e
riceve prontamente la risposta da un tale che si offre di accompagnarlo.
L’individuo è però un poliziotto che, avendo ascoltato le parole del giovane, ha in
realtà intenzione di arrestarlo. I due raggiungono la locanda, Renzo invita
l’uomo a bere qualcosa con lui. Si accomodano a un tavolo e ordinano da bere e
da mangiare. Alle parole dell’oste, che precisa che potrà portare loro dello
stufato ma non del pane, Renzo risponde tirando fuori dalla tasca una delle
pagnotte raccolte quel giorno lungo la strada. “Al pane”, esclama, “ci ha pensato
la provvidenza!”
Il poliziotto dice all’oste che Renzo ha intenzione di dormire nella locanda; l’oste
dunque sottopone al giovane un foglio in cui riportare i suoi dati. Quando Renzo
si rifiuta di indicare il suo nome e cognome, l’oste gli mostra un esemplare della
grida che riporta il regolamento. Renzo, già al terzo bicchiere di vino, si prende
gioco della grida e del sigillo posto al fondo di essa: “ecco quel bel foglio di
messale. Me ne rallegro moltissimo. La conosco quell’arme; so cosa vuol dire
quella faccia d’ariano, con la corda al collo”. Aggiunge poi che quella grida non
può aiutarlo ad avere la giustizia a cui avrebbe diritto per i soprusi subiti da un
prepotente che ha voluto mandare a monte il suo matrimonio e che non intende
dire il suo nome a nessuno che non sia un frate cappuccino.
Gli altri avventori, attratti dagli strepiti di Renzo, lo applaudono e l’oste,
sostenuto dal poliziotto, desiste e si allontana.
Il giovane intanto continua a mescersi del vino (finito un fiasco domanda che
gliene venga portato un secondo) e ad arringare contro i potenti che parlano
in latino per confondere le persone non istruite e che ricorrono alla penna e
agli scritti per perpetrare meglio i propri soprusi: “tutti quelli che regolano il
mondo, voglian fare entrar per tutto carta, penna e calamaio! Sempre la penna
per aria! Grande smania che hanno que’ signori d’adoprar la penna!”.
Per estorcere a Renzo il suo nome, il poliziotto ricorre allora a uno
stratagemma: gli dice che ha in mente un modo per assicurare il pane a
ciascuno, ad un prezzo e in quantità adeguati alle sue esigenze. Per far ciò
bisognerebbe che ciascuno scrivesse su un foglietto il proprio nome, cognome,
professione e numero di bocche da sfamare: “A me, per esempio,” spiega al
giovane, “dovrebbero rilasciare un biglietto in questa forma: Ambrogio Fusella,
di professione spadaio, con moglie e quattro figliuoli, tutti in età da mangiar
pane (notate bene): gli si dia pane tanto, e paghi soldi tanti”. Renzo si lascia
ingannare e rivela quindi di chiamarsi Lorenzo Tramaglino. Soddisfatto per aver
finalmente ottenuto le informazioni che gli servono, il poliziotto lascia la
locanda con la scusa che la famiglia lo sta attendendo a casa.
Renzo, ormai completamente inebetito dall’alcol ingurgitato, al quale non è
abituato, prova a narrare le sue vicende e le sue disgrazie agli altri avventori;
fortunatamente, seppure ubriaco, evita di i nomi delle persone coinvolte e
soprattutto evita di pronunciare il nome di Lucia, “chè troppo ci
dispiacerebbe”, fa notare l’autore, “se quel nome, per il quale anche noi sentiamo
un po’ d’affetto e di riverenza, fosse stato strascinato per quelle boccacce,
fosse divenuto trastullo di quelle lingue sciagurate”. Le sue frasi diventano
però sempre più sconclusionate e gli altri avventori iniziano a canzonarlo, sia
quando si inalbera contro i potenti che lo hanno oppresso sia quando si
commuove al ricordo della sua amata Lucia.
Capitolo 14
Una volta che il vicario di provvisione è stato condotto via sulla carrozza del
cancelliere Ferrer, la folla inizia finalmente a disperdersi: la maggior parte fa
ritorno alle proprie case, mentre un gruppo dei più violenti, non contenti di non
aver potuto farsi giustizia da soli, continua a sostare davanti alla casa del
vicario in attesa che succeda qualcos’altro. tutti comunque, in città,
commentano i fatti della giornata. Alcuni sono contenti di come si è concluso
l’assalto alla casa del vicario e si dicono convinti che il cancelliere farà davvero
giustizia, portando il funzionario in prigione. Altri, meno ingenui, fanno notare
che i due potenti li hanno certamente presi in giro, perché i signori si
proteggono gli uni con gli altri e “il lupo non mangia la carne del lupo”.
Renzo, stanco e ancora eccitato per gli eventi della giornata, è in cerca di
un’osteria dove rifocillarsi e riposare. Si è infatti fatto troppo tardi per
rientrare in convento per quella sera.
In cerca di una locanda, si imbatte in un capannello di persone che stanno
discutendo di quanto accaduto. Si ferma così per dire la sua, “persuaso, per
tutto ciò che aveva visto in quel giorno, che ormai, per mandare a effetto una
cosa, bastasse farla entrare in grazia a quelli che giravano per le strade”. Fa
notare quindi che la carenza di pane non è certo l’unico problema che opprime i
poveracci. La povera gente, aggiunge, è sottoposta a continui soprusi e a nulla
valgono le gride, per quanto “fatte benissimo, che noi non potremmo trovar
niente di meglio; ci son nominate le bricconerie chiare, proprio come succedono;
e a ciascheduna, il suo buon gastigo”. La presenza delle gride testimonia che “e
quelli che comandano, vorrebbero che i birboni fossero gastigati; ma non se ne
fa nulla, perché c’è una lega”, una combriccola di potenti che non permette agli
editti reali di venir davvero applicati né che i malfattori vengano puniti per i
propri delitti. Il ragazzo propone dunque alla gente che si è radunata per
ascoltarlo di recarsi tutti da Ferrer, che si è dimostrato un galantuomo, per
domandare il suo aiuto.
Terminata la sua arringa, Renzo domanda se qualcuno conosca un’osteria e
riceve prontamente la risposta da un tale che si offre di accompagnarlo.
L’individuo è però un poliziotto che, avendo ascoltato le parole del giovane, ha in
realtà intenzione di arrestarlo. I due raggiungono la locanda, Renzo invita
l’uomo a bere qualcosa con lui. Si accomodano a un tavolo e ordinano da bere e
da mangiare. Alle parole dell’oste, che precisa che potrà portare loro dello
stufato ma non del pane, Renzo risponde tirando fuori dalla tasca una delle
pagnotte raccolte quel giorno lungo la strada. “Al pane”, esclama, “ci ha pensato
la provvidenza!”
Il poliziotto dice all’oste che Renzo ha intenzione di dormire nella locanda; l’oste
dunque sottopone al giovane un foglio in cui riportare i suoi dati. Quando Renzo
si rifiuta di indicare il suo nome e cognome, l’oste gli mostra un esemplare della
grida che riporta il regolamento. Renzo, già al terzo bicchiere di vino, si prende
gioco della grida e del sigillo posto al fondo di essa: “ecco quel bel foglio di
messale. Me ne rallegro moltissimo. La conosco quell’arme; so cosa vuol dire
quella faccia d’ariano, con la corda al collo”. Aggiunge poi che quella grida non
può aiutarlo ad avere la giustizia a cui avrebbe diritto per i soprusi subiti da un
prepotente che ha voluto mandare a monte il suo matrimonio e che non intende
dire il suo nome a nessuno che non sia un frate cappuccino.
Gli altri avventori, attratti dagli strepiti di Renzo, lo applaudono e l’oste,
sostenuto dal poliziotto, desiste e si allontana.
Il giovane intanto continua a mescersi del vino (finito un fiasco domanda che
gliene venga portato un secondo) e ad arringare contro i potenti che parlano
in latino per confondere le persone non istruite e che ricorrono alla penna e
agli scritti per perpetrare meglio i propri soprusi: “tutti quelli che regolano il
mondo, voglian fare entrar per tutto carta, penna e calamaio! Sempre la penna
per aria! Grande smania che hanno que’ signori d’adoprar la penna!”.
Per estorcere a Renzo il suo nome, il poliziotto ricorre allora a uno
stratagemma: gli dice che ha in mente un modo per assicurare il pane a
ciascuno, ad un prezzo e in quantità adeguati alle sue esigenze. Per far ciò
bisognerebbe che ciascuno scrivesse su un foglietto il proprio nome, cognome,
professione e numero di bocche da sfamare: “A me, per esempio,” spiega al
giovane, “dovrebbero rilasciare un biglietto in questa forma: Ambrogio Fusella,
di professione spadaio, con moglie e quattro figliuoli, tutti in età da mangiar
pane (notate bene): gli si dia pane tanto, e paghi soldi tanti”. Renzo si lascia
ingannare e rivela quindi di chiamarsi Lorenzo Tramaglino. Soddisfatto per aver
finalmente ottenuto le informazioni che gli servono, il poliziotto lascia la
locanda con la scusa che la famiglia lo sta attendendo a casa.
Renzo, ormai completamente inebetito dall’alcol ingurgitato, al quale non è
abituato, prova a narrare le sue vicende e le sue disgrazie agli altri avventori;
fortunatamente, seppure ubriaco, evita di i nomi delle persone coinvolte e
soprattutto evita di pronunciare il nome di Lucia, “chè troppo ci
dispiacerebbe”, fa notare l’autore, “se quel nome, per il quale anche noi sentiamo
un po’ d’affetto e di riverenza, fosse stato strascinato per quelle boccacce,
fosse divenuto trastullo di quelle lingue sciagurate”. Le sue frasi diventano
però sempre più sconclusionate e gli altri avventori iniziano a canzonarlo, sia
quando si inalbera contro i potenti che lo hanno oppresso sia quando si
commuove al ricordo della sua amata Lucia.
Capitolo 15
Visto che ormai Renzo sta straparlando per via dell’ubriachezza, l’oste intima
agli altri avventori di lasciarlo stare e lo conduce, barcollante, alla sua camera.
Qui, distrutto, il giovane cade a bocconi sul letto. L’oste lo aiuta a spogliarsi e
mettersi a letto e, con l’occasione, si premura di farsi pagare il conto. Poi il
ragazzo cade addormentato. L’oste lo illumina con il lume e lo rimprovera in cuor
suo per la totale ingenuità e dabbenaggine: “Pezzo d’asino!”, esclama tra sé, “sei
andato proprio a cercartela. Domani poi, mi saprai dire che bel gusto ci avrai.
Tangheri, che volete girare il mondo, senza saper da che parte si levi il sole; per
imbrogliar voi e il prossimo e aver pensato”. Scende dunque alla cucina,
raccomanda alla moglie di badare agli avventori e si precipita fuori dalla
locanda per recarsi nel palazzo di giustizia.
Lungo la strada riflette su quanto è accaduto e maledice Renzo che, con la sua
ingenuità, ha rischiato di mettere nei guai lo stesso oste. Anche lui detesta le
gride, ma non è certo così sciocco da manifestarlo ad alta voce, anzi, per
“impiparsi delle gride, la prima cosa è di parlarne con gran riguardo”. E non è
nemmeno così inesperto da credere che la rivolta di quel giorno possa davvero
portare a dei cambiamenti, al contrario di Renzo che “per aver visto un po’ di
gente in giro a far baccano”, si è “cacciato in testa che il mondo abbia a
mutarsi.”
Arrivato infine al palazzo di giustizia, l’oste vi trova un grande fermento.
Infatti i poliziotti sono impegnati a organizzarsi per il giorno seguente, per
evitare ulteriori disordini. Viene disposta un’accurata sorveglianza alla casa del
vicario di provvisione, si ordina ai fornai di vendere nuovamente il pane a un
prezzo basso e si cerca di arrestare qualcuno dei rivoltosi in modo da dare
l’esempio alla folla. L’oste porta la sua testimonianza ad un notaio criminale, ma
questi è già stato messo a conoscenza del nome di Lorenzo Tramaglino dal
poliziotto che gli si era finto amico. Anzi, il notaio accusa l’oste di non riferirgli
tutta la verità e di tacere ad esempio il fatto che Renzo ha rubato dei pani, o
che ha sbeffeggiato grida e stemma del governatore. L’oste si difende, “Come
vuole vossignoria ch’io badi agli spropositi che posson dire tanti urloni che
parlan tutti insieme? Io devo attendere a’ miei interessi, che sono un
pover’uomo”. Infine, saputo che il ragazzo sta dormendo presso la locanda, il
notaio intima all’oste di non lasciarlo scappare, quindi lo congeda.
È così che il mattino seguente Renzo viene svegliato di soprassalto dagli sbirri e
dal notaio, che gli intima di alzarsi e vestirsi, perché dovrà essere portato dal
capitano di giustizia. Il notaio ha fretta di condurre via Renzo il prima possibile
per non incappare nei tumulti che già si stanno nuovamente prospettando nella
città, ma il ragazzo si veste con estrema lentezza, domanda al notaio di poter
parlare con Ferrer e desidera sapere quale percorso seguiranno per arrivare
al palazzo di giustizia. Peraltro, nel rivestirsi, Renzo nota che dal suo farsetto
sono spariti sia i soldi sia la lettera di padre Cistoforo e insiste per riaverli: per
evitare guai che rallenterebbero ulteriormente l’arresto, il notaio, che sente
dalla strada salire sempre più forti i rumori dei tumulti, ingiunge agli sbirri di
ridare al ragazzo quanto gli è stato sottratto. Poi, una volta riusciti a farlo
vestire e a farlo scendere in cucina, i poliziotti ammanettano Renzo. I
“manichini” che gli vengono posti intorno ai polsi constano di due corde che
avvolgono i polsi e di due stanghette di legno alle estremità che vengono tenute
dagli sbirri tra il medio e l’anulare. Il giovane protesta ma il notaio gli dice che si
tratta di una pura formalità e anzi gli consiglia di camminare ben ritto una
volta che usciranno per la strada in modo da non far notare di essere
ammanettato e non compromettere così il suo onore. “Andate in maniera che
nessuno s’avveda di nulla” raccomanda anche ai poliziotti “come se foste tre
galantuomini che vanno a spasso”.
Renzo non è così ingenuo da credere alle parole del notaio, capisce “benissimo
che il galantuomo, temendo che si presentasse per la strada qualche buona
occasione di scappargli dalle mani, metteva innanzi que’ bei motivi, per istornar
lui dallo starci attento e da approfittarne” e si ripromette di cercare di
fuggire una volta in strada.
Usciti dalla locanda, Renzo fa di tutto per farsi notare dai passanti finché non
riesce ad attrarre una piccola folla che li circonda con fare minaccioso. Il
notaio fa sapere alla gente che si tratta di un ladro, ma Renzo non si lascia
sfuggire l’occasione e spiega invece che viene portato in prigione “perchè ieri
ho gridato: pane e giustizia. Non ho fatto nulla; son galantuomo: aiutatemi, non
m’abbandonate, figliuoli!”
La gente prende le parti dell’arrestato: “Un mormorìo favorevole, voci più
chiare di protezione s’alzano in risposta: i birri sul principio comandano, poi
chiedono, poi pregano i più vicini d’andarsene, e di far largo: la folla in vece
incalza e pigia sempre più”.
Di fronte alla folla inferocita che blocca loro il passaggio, poliziotti e notaio
lasciano andare le manette di Renzo e si danno alla fuga, per evitare di essere
malmenati.
Capitolo 16
Approfittando della confusione, Renzo si allontana, deciso a lasciare la città e a
nascondersi nel Bergamasco presso suo cugino Bortolo. In realtà il ragazzo
non conosce bene le strade e dunque non sa in quale direzione debba andare per
uscire dalla città; tuttavia i fatti recenti lo inducono ad essere cauto e a
cercare con cura a chi rivolgersi. Ricorda bene di essere stato fregato da
quell’uomo così cortese che si è poi rivelato un poliziotto, e sa che gli sbirri
ormai lo conoscono e potrebbero quindi mettersi sulle sue tracce e arrestarlo
in qualsiasi momento. Nessuno gli sembra abbastanza degno di fiducia: non il
ragazzetto con l’aria furba, né il passante che sembra non sapere nemmeno
dove sta andando e tantomeno il grasso proprietario di una bottega che
probabilmente sta sull’uscio pronto a fare mille domande curiose a chiunque gli
si rivolga. Finalmente individua un passante che gli sembra adatto il quale gli
indica che per uscire dalla città deve dirigersi verso la Porta Orientale, verso la
quale il giovane si dirige a passo svelto.
Nell’andare verso la Porta, Renzo ripassa dalla piazza del duomo, dove vede i
resti del falò acceso dagli insorti il giorno precedente, poi dal forno delle
Grucce, ora sorvegliato dai soldati, e infine vede il convento e la chiesta dove
avrebbe dovuto attendere – m’aveva però dato un buon parere quel frate di
ieri: che stessi in chiesa a aspettare, e a fare un po’ di bene – se non fosse
invece andato ingenuamente a infilarsi proprio nel bel mezzo del tumulto. La
Porta Orientale è sorvegliata dai soldati; per sua fortuna però questi
rivolgono i propri controlli a chi entra, piuttosto indifferenti invece verso chi
esce dalla città. Renzo riesce quindi a uscire da Milano indisturbato e procede
deciso lungo le strade di campagna, costeggiando villaggi e cascine.
Durante il cammino, ripensa agli avvenimenti della sera precedente. Ricorda
abbastanza distintamente di aver confidato a quel tale sedicente spadaio il suo
nome e il suo cognome, ed è ormai certo che si trattasse di un poliziotto
travestito. Ricorda poi di aver chiacchierato con gli altri avventori, ma i ricordi
sono alquanto sbiaditi dall’alcol, e quindi non ha certezze su che cosa possa aver
detto: “Il poverino si smarriva in quella ricerca: era come un uomo che ha
sottoscritti molti fogli bianchi, e gli ha affidati a uno che credeva il fior de’
galantuomini; e scoprendolo poi un imbroglione, vorrebbe conoscere lo stato
de’ suoi affari: che conoscere? è un caos.”
Resosi conto che non ha idea di quale sia la strada giusta per raggiungere
Bergamo, decidere di chiedere nuovamente indicazioni e scopre così di essere
fuori strada. Non è però molto convinto di passare dalla via principale, perché la
immagina piena di soldati o sbirri che possono controllarlo, e quindi finisce per
procedere a zig zag percorrendo molta più strada di quella che sarebbe
necessaria.
A un tratto vede l’insegna di un’osteria. Decide di fermarsi; all’interno c’è una
vecchia che sta filando e che gli serve dello stracchino (il ragazzo, memore del
giorno precedente, rifiuta questa volta il vino) per poi iniziare a fargli una serie
di domande sulla situazione in città e sui tumulti. Renzo cerca di svicolare e
chiede invece indicazioni per raggiungere un paese vicino al confine tra i due
stati, fingendo di non ricordarne il nome. La donna gli indica Gorgonzola e gli
spiega come fare a raggiungerlo per vie secondarie; Renzo si mette quindi
rapidamente in cammino.
Giunge a Gorgonzola nel tardo pomeriggio e decide di fermarsi a mangiare in
un’altra osteria, cercando di capire il modo per raggiungere l’Adda. Il fiume
rappresenta infatti il confine tra i due stati, il ducato di Milano e la Repubblica di
Venezia, e il giovane è deciso ad attraversarlo.
Nell’osteria alcuni avventori stanno discutendo degli avvenimenti accaduti a
Milano il giorno precedente. Renzo cerca di tenersi alla larga dai discorsi e
risponde in modo evasivo quando gli domandano da dove venga e se ne sappia
qualcosa. Cercando di apparire indifferente ai discorsi, si finge interessato
solo al cibo che ha davanti: in realtà cerca di ascoltare che cosa viene detto per
capire se ci sia qualcuno che possa sembrare degno di fiducia a cui domandare
come raggiungere il fiume.
Mentre gli avventori stanno commentando i tumulti, pentendosi di non avervi
potuto prendere parte, si sente avvicinarsi un cavallo e tutti corrono ad
accogliere il nuovo arrivato. Si tratta di un mercante milanese, avventore
abituale della locanda, che prende posto a un tavolo e si appresta finalmente a
dare agli altri notizie di prima mano sui tumulti.
L’uomo racconta che i disordini sono continuati anche quel giorno, e in modo
quasi peggiore del precedente. I rivoltosi infatti avevano nuovamente cercato
di assaltare la casa del vicario di provvisione ma, avendola trovata ben
protetta e sorvegliata dai soldati, avevano ripiegato sul forno del Cordusio
che avevano saccheggiato. Non solo avevano rubato il pane, ma avevano anche
fatto un falò di una serie di suppellettili trovati nel forno. Per poco non
avevano dato fuoco al forno stesso; fortunatamente l’intervento dei
monsignori del duomo, che avevano spiegato che nuove grida avevano di nuovo
abbassato il prezzo del pane, aveva evitato il peggio.
Il mercante aggiunge poi che ormai la giustizia è all’opera, i capi dei rivoltosi
sono stati arrestati e saranno presto impiccati. Secondo l’uomo, i rivoltosi
hanno avuto ciò che si meritano: “È una provvidenza, vedete; era una cosa
necessaria. Cominciavan già a prender il vizio d’entrar nelle botteghe, e di
servirsi, senza metter mano alla borsa; se li lasciavan fare, dopo il pane
sarebbero venuti al vino, e così di mano in mano”. Aggiunge poi che tutta la
sommossa è nata dalle trame del cardinale Richelieu, e non da vere esigente del
popolo: lo dimostra il fatto che gran parte dei rivoltosi fossero dei forestieri,
venuti a Milano proprio per seminare zizzania. Cita quindi “uno che non si sa bene
ancora da che parte fosse venuto, da chi fosse mandato, né che razza d’uomo
si fosse; ma certo era uno de’ capi. Già ieri, nel forte del baccano, aveva fatto il
diavolo; e poi, non contento di questo, s’era messo a predicare, e a proporre,
così una galanteria, che s’ammazzassero tutti i signori. Birbante! Chi farebbe
viver la povera gente, quando i signori fossero ammazzati? La giustizia, che
l’aveva appostato, gli mise l’unghie addosso; gli trovarono un fascio di lettere; e
lo menavano in gabbia; ma che? i suoi compagni, che facevan la ronda intorno
all’osteria, vennero in gran numero, e lo liberarono, il manigoldo.”
Renzo, comprendendo che si sta parlando di lui, fa di tutto per non mostrare il
proprio terrore. Per non destare sospetti lascia il locale solo quando ormai si è
cambiato discorso e si rimette in cammino.

Capitolo 17
Agitato per le parole del mercante, Renzo lascia Gorgonzola e si dirige verso
l’Adda. È deciso ad attraversare il fiume, anche perché è ormai certo che gli
sbirri lo stanno cercando. Ripensando alle parole del mercante, si indigna per la
quantità di frottole che questi ha raccontato: naturalmente non ha mai avuto
intenzione di “ammazzare tutti i signori” e anzi durante i tumulti si è persino
prodigato per aiutare sia Ferrer sia il vicario di provvisione. Il mercante ha poi
parlato di un “fascio di lettere”, altra clamorosa falsità perché il giovane
possiede, e ha ancora con sé, solo la lettera di Fra Cristoforo “e questa
lettera, se lo volete sapere”, dice il ragazzo rivolgendosi nella sua mente al
mercante, “l’ha scritta un religioso che vi può insegnar la dottrina, quando si
sia; un religioso che, senza farvi torto, val più un pelo della sua barba che tutta
la vostra; e è scritta, questa lettera, come vedete, a un altro religioso, un uomo
anche lui.”
Infreddolito e stanco, decide di non chiedere riparo a una delle cascine che
costeggia, per paura di destare sospetti, ma prosegue addentrandosi in una
boscaglia che immagina sia indicativa del fatto che si sta avvicinando al fiume. Il
bosco diventa però sempre più fitto e minaccioso, “gli alberi che vedeva in
lontananza, gli rappresentavan figure strane, deformi, mostruose; l’annoiava
l’ombra delle cime leggermente agitate, che tremolava sul sentiero illuminato
qua e là dalla luna; lo stesso scrosciar delle foglie secche che calpestava o
moveva camminando, aveva per il suo orecchio un non so che d’odioso. Le gambe
provavano come una smania, un impulso di corsa, e nello stesso tempo pareva
che durassero fatica a regger la persona. Sentiva la brezza notturna batter
più rigida e maligna sulla fronte e sulle gote; se la sentiva scorrer tra i panni e le
carni, e raggrinzarle, e penetrar più acuta nelle ossa rotte dalla stanchezza.”
Finalmente comprende, dal rumore dello scrosciare dell’acqua, di aver raggiunto
l’Adda e, una volta sulla riva, intravede anche in lontananza la sagoma della città
di Bergamo. Decide però di attraversare il fiume il giorno seguente, alla luce del
sole, e cerca riparo per la notte in un capanno usato dai contadini. Qui, prima di
stendersi a dormire, si inginocchia in preghiera, poi si copre con della paglia e
cerca di prendere sonno.
Ma il sonno tarda a venire, perché la mente del ragazzo è continuamente
percorsa da tutti gli avvenimenti e i personaggi che ha incontrato in quei giorni,
oltre che da tutti coloro che lo hanno costretto a finire in quella situazione
(Don Rodrigo, Don Abbondio). Pensa infine ad Agnese, a Lucia, a Fra Cristoforo,
“ma anche la consolazione che provava nel fermare sopra di esse il pensiero,
era tutt’altro che pretta e tranquilla. Pensando al buon frate, sentiva più
vivamente la vergogna delle proprie scappate, della turpe intemperanza, del bel
caso che aveva fatto de’ paterni consigli di lui; e contemplando l’immagine di
Lucia! non ci proveremo a dire ciò che sentisse.”
Incapace di prendere sonno, Renzo aspetta con ansia che sorga il sole per
poter finalmente attraversare il fiume. Finalmente il campanile di un paese
vicino batte le cinque del mattino e il giovane esce dal capanno e si dirige verso le
rive dell’Adda.
Qui scorge un pescatore che si sta avvicinando alla riva con la sua barca: Renzo
gli domanda di essere trasportato, dietro opportuna ricompensa, sull’altra
sponda, quindi sale sulla barchetta e aiuta il pescatore a remare “con un vigore
e con una maestria, più che da dilettante”. Procedendo lentamente, i due
riescono a raggiungere la riva, che il pescatore conferma essere “Terra di san
Marco”, ossia la riva bergamasca ormai nel territorio della Repubblica di
Venezia. “- Viva san Marco! – esclamò Renzo. Il pescatore non disse nulla.”
Il barcaiolo è in realtà avvezzo a trasportare sulla sua barca contrabbandieri
o banditi che desiderano raggiungere la sponda veneta del fiume, dunque bada a
trasportarli senza fare troppe domande, “non tanto per amore del poco e
incerto guadagno che gliene poteva venire, quanto per non farsi de’ nemici in
quelle classi”.
Renzo si incammina quindi verso Bergamo. Lungo la strada vede molti contadini
costretti dalla carestia a chiedere l’elemosina insieme alle proprie famiglie e
comprende quindi che la carestia è arrivata anche in questi territori. Per non
arrivare dal cugino Bortolo affamato, si ferma in un’osteria dove consuma un
pasto frugale con parte dei pochi soldi che gli rimangono; all’uscita lascia gli
ultimi denari in suo possesso a una povera famiglia accasciata a terra, “due
donne, una attempata, un’altra più giovine, con un bambino, che, dopo aver
succhiata invano l’una e l’altra mammella, piangeva, piangeva; tutti del color della
morte: e ritto, vicino a loro, un uomo, nel viso del quale e nelle membra, si
potevano ancora vedere i segni d’un’antica robustezza, domata e quasi spenta
dal lungo disagio”.
Rinfrancato dal pasto e dall’opera buona, Renzo indugia in pensieri più
ottimistici. Pensa che la Provvidenza saprà aiutarlo, che la carestia avrà fine,
che sarà presto in grado di trovare un lavoro, essendo un abile lavoratore
della seta, e che potrà così ben presto farsi raggiungere da Agnese e da Lucia,
che potrà così finalmente sposare lasciandosi alle spalle tutte le tribolazioni
passate.
Arriva finalmente al filatoio dove lavora il cugino. “ti vedo volentieri; ma sei un
benedetto figliuolo”, gli dice quello abbracciandolo, “T’avevo invitato tante
volte; non sei mai voluto venire; ora arrivi in un momento un po’ critico.” Renzo
gli racconta le circostanze che l’hanno portato a raggiungere il cugino e
Bortolo lo rassicura di potergli trovare un impiego nel filatoio. Si fa poi
raccontare della situazione di Milano e gli spiega quale sia invece l’attuale
situazione nella Repubblica di Venezia. Bortolo spiega a Renzo che i bergamaschi
sono soliti chiamare i milanesi “baggiani”, ossia sciocchi, e che se intende
lavorare lì dovrà rassegnarsi a tale usanza, poi lo accompagna dal padrone del
filatoio, con il quale è in ottimi rapporti, che fortunatamente riesce a trovargli
una sistemazione.

Capitolo 18
Mentre Renzo ha trovato riparo dal cugino Bortolo, la giustizia si attiva per
ricercarlo. Su ordine del capitano di giustizia, il podestà di Lecco, con l’aiuto del
console, dei birri e del notaio, provvede alla perquisizione della casa del giovane.
Non avendolo trovato presso la sua abitazione, “si sfonda l’uscio; si fa la debita
diligenza, vale a dire che si fa come in una città presa d’assalto”: gli sbirri
frugano nella casa e portano via tutto ciò che trovano, compresi i pochi
risparmi del ragazzo. In paese si diffonde la voce che il giovane sia ricercato;
conoscendolo però come un giovane perbene, i compaesani non credono alle
accuse che sono mosse verso di lui e pensano piuttosto che si tratti di un
complotto di Don Rodrigo.
Anche Fra Cristoforo e Don Rodrigo vengono a conoscenza di quanto è
accaduto a Renzo: il primo si rivolge, preoccupato, a padre Bonaventura per
capire che cosa sia successo, mentre il secondo è ben contento di tutti i guai
successi al ragazzo e, anche se non ne è responsabile in modo diretto, “se ne
compiacque però, come se fosse opera sua”.
Nel frattempo il Griso, che si era recato a Monza per indagare su dove si fosse
nascosta Lucia, torna dal suo padrone rivelandogli che la ragazza vive
protetta nel convento di Gertrude. Don Rodrigo sa bene che rapire una donna
da un convento è impossibile, e a maggior ragione se si trova sotto la
protezione di una discendente di una famiglia nobile, come è appunto Gertrude, e
sarebbe quasi tentato di abbandonare l’impresa, se non fosse per la
scommessa fatta con il cugino Attilio. Non gli è quindi concesso di desistere dal
piano, sia perché Attilio ha già sparso la voce tra i nobilotti loro amici e quindi in
caso di sconfitta Don Rodrigo verrebbe deriso da tutti, sia perché il fatto di
aver fallito in un’impresa, per quanto ignobile, gli farebbe inevitabilmente
perdere il rispetto del paese e delle persone a lui soggette. “La strada
dell’iniquità”, osserva l’autore “è larga; ma questo non vuol dire che sia comoda:
ha i suoi buoni intoppi, i suoi passi scabrosi; è noiosa la sua parte, e faticosa,
benché vada all’ingiù”.
Tra l’altro viene a sapere che Agnese è tornata in paese e che Fra Cristoforo
viene mandato via da Pescarenico: tutte le condizioni sembrano dunque propizie
a continuare con il piano scellerato.
Don Rodrigo decide dunque di chiedere aiuto a un uomo, indicato come
“l’innominato”, tanto potente quanto pericoloso, un individuo “le cui mani
arrivavano spesso dove non arrivava la vista degli altri: un uomo o un diavolo,
per cui la difficoltà dell’imprese era spesso uno stimolo a prenderle sopra di sé”.
Al convento, Agnese e Lucia hanno nel frattempo ricevuto informazioni sui
tumulti di Milano e sul coinvolgimento di Renzo. Naturalmente la cosa le getta
nello sconforto, tanto più che hanno appreso che il ragazzo rischia
l’impiccagione, e si sono un po’ rasserenate soltanto quando un pescaiolo di
Pescarenico, mandato da Fra Cristoforo, ha portato loro la notizia che Renzo,
benché ricercato, si è però messo in salvo nel Bergamasco. Saputo ciò, “le sue
lacrime [di Lucia] scorsero più facili e più dolci; provò maggior conforto negli
sfoghi segreti con la madre; e in tutte le sue preghiere, c’era mescolato un
ringraziamento.”
I colloqui tra Gertrude e Lucia si fanno sempre più frequenti: la monaca trova
piacere nell’aiutare una ragazza così innocente e pura e da parte sua la
ragazza inizia ad aprirsi, anche se non rivela alla monaca tutti i dettagli della
vicenda di Renzo. Ciò da un lato per prudenza, ma soprattutto “perché alla
povera innocente quella storia pareva più spinosa, più difficile da raccontarsi,
di tutte quelle che aveva sentite, e che credesse di poter sentire dalla signora.
In queste c’era tirannia, insidie, patimenti; cose brutte e dolorose, ma che pur
si potevan nominare: nella sua c’era mescolato per tutto un sentimento, una
parola, che non le pareva possibile di proferire, parlando di sé; e alla quale non
avrebbe mai trovato da sostituire una perifrasi che non le paresse sfacciata:
l’amore!”
Dato che però il pescaiolo, dopo quelle prime notizie, non è più in grado di
aggiungere nulla sulla situazione di Renzo, Agnese decide di lasciare il convento,
dove comunque Lucia è ben protetta da Gertrude, e si mette in viaggio verso
Pescarenico con l’obiettivo di parlare direttamente con Fra Cristoforo.
Qui però la accoglie fra Galdino che le comunica che Fra Cristoforo è stato
mandato a Rimini, “perché ha voluto così il padre provinciale”, probabilmente
perché “a Rimini avranno avuto bisogno d’un buon predicatore.”. Naturalmente
non è questo il vero motivo per cui il frate è stato allontanato dal convento. In
realtà ciò era avvenuto a causa di una macchinazione del Conte Attilio con
l’aiuto di un potente zio, membro del Consiglio Segreto dello Stato di Milano.
Attilio ha infatti spiegato allo zio che quel tale cappuccino, Fra Cristoforo
appunto, non faceva altro che creare problemi al cugino, Don Rodrigo, benché
quest’ultimo non gli avesse mai fatto nulla, perseguitandolo con false accuse e
cercando di inimicargli la gente del paese. Aggiunge che “lui se la ride de’ grandi e
de’ politici, e che il cordone di san Francesco tien legate anche le spade” e che in
gioventù, prima di farsi frate, era stato un ricco borghese che aveva poi preso
i voti per evitare di dover rispondere del fatto di aver ucciso un nobile a duello.
Suggerisce infine allo zio di far allontanare Fra Cristoforo da Pescarenico.
Questo è in affetti ciò che accade, ed è per questo motivo che Agnese non
trova il religioso al convento quando vi si reca.

Capitolo 19
Il capitolo si apre con una similitudine del Manzoni: “Chi, vedendo in un campo mal
coltivato, un’erbaccia, per esempio un bel lapazio, volesse proprio sapere se sia
venuto da un seme maturato nel campo stesso, o portatovi dal vento, o
lasciatovi cader da un uccello, per quanto ci pensasse, non ne verrebbe mai a
una conclusione”. Dunque è dato sapere se l’idea di cacciare Fra Cristoforo dal
convento di Pescarenico si sia insinuata nella mente del conte zio dietro
suggerimento di Attilio o se sia germogliata lì spontaneamente, fatto sta che il
conte zio decide di rivolgersi al padre provinciale per far allontanare il
cappuccino dal suo convento.
Invita dunque l’alto prelato a pranzo insieme a una serie di altri nobili e
cortigiani vari: “qualche parente de’ più titolati, di quelli il cui solo casato era un
gran titolo; e che, col solo contegno, con una certa sicurezza nativa, con una
sprezzatura signorile, parlando di cose grandi con termini famigliari,
riuscivano, anche senza farlo apposta, a imprimere e rinfrescare, ogni
momento, l’idea della superiorità e della potenza; e alcuni clienti legati alla casa
per una dipendenza ereditaria, e al personaggio per una servitù di tutta la vita;
i quali, cominciando dalla minestra a dir di sì, con la bocca, con gli occhi, con gli
orecchi, con tutta la testa, con tutto il corpo, con tutta l’anima, alle frutte
v’avevan ridotto un uomo a non ricordarsi più come si facesse a dir di no.”
Durante il pasto si premura di far capire al religioso quanto lui sia potente,
vantando strette relazioni con la corte di Madrid e con il governo. Terminato il
pasto, i due si ritirano per un colloquio privato durante il quale il nobile pone
subito al religioso la delicata questione. Gli descrive Fra Cristoforo come “un
uomo… un po’ amico de’ contrasti… che non ha tutta quella prudenza, tutti que’
riguardi… Scommetterei che ha dovuto dar più d’una volta da pensare a vostra
paternità.” Dato che il religioso ribatte di aver sempre saputo che il cappuccino
è un uomo retto, il conte rincara: “Questo padre Cristoforo, sappiamo che
proteggeva un uomo di quelle parti, un uomo… vostra paternità n’avrà sentito
parlare; quello che, con tanto scandolo, scappò dalle mani della giustizia, dopo
aver fatto, in quella terribile giornata di san Martino, cose… cose… Lorenzo
Tramaglino!”.
Il prelato ribatte che i colloqui del frate con un soggetto che ha problemi con la
giustizia saranno certo stati mirati a riportarlo sulla retta via, ma il conte zio
non desiste e cerca di mettere in campo tutte le sue abilità diplomatiche. La
discussione si sposta quindi sugli equilibri politici, sulla necessità di non arrivare
a inimicarsi nessuno in posizioni che contano; il conte zio conclude col dire che è
compito dei due, prelato e conte, prendere provvedimenti per “allontanare il
fuoco dalla paglia”. “Se non si prende questo ripiego, e subito”, aggiunge il conte
zio, “prevedo un monte di disordini, un’iliade di guai. Uno sproposito… mio nipote
non crederei… ci son io, per questo… Ma, al punto a cui la cosa è arrivata, se
non la tronchiamo noi, senza perder tempo, con un colpo netto, non è possibile
che si fermi, che resti segreta… e allora non è più solamente mio nipote… Si
stuzzica un vespaio, padre molto reverendo. Lei vede; siamo una casa, abbiamo
attinenze.”
A conclusione del colloquio il prelato, per quanto non entusiasta, si convince a
trasferire il frate il più lontano possibile da Pescarenico; dunque, pochi giorni
dopo, a Fra Cristoforo viene consegnato l’ordine di recarsi a Rimini, dove
predicherà la Quaresima.
Il religioso è estremamente dispiaciuto di dover abbandonare il convento, e
soprattutto i suoi protetti, ma poi prende il suo bastone e le sue poche cose e,
raccomandandosi alla Provvidenza, si avvia verso Rimini, obbedendo agli ordini
che ha ricevuto.
Nel frattempo Don Rodrigo si è risolto a chiedere aiuto all’innominato. “Fare ciò
ch’era vietato dalle leggi, o impedito da una forza qualunque; esser arbitro,
padrone negli affari altrui, senz’altro interesse che il gusto di comandare;
esser temuto da tutti, aver la mano da coloro ch’eran soliti averla dagli altri;
tali erano state in ogni tempo le passioni principali di costui.” Per dare un’idea
della malvagità dell’uomo, pur senza mai rivelarne il nome, il Manzoni prende in
prestito le parole di altri scrittori, quali Francesco Rivola e Giuseppe Ripamonti,
che lo descrivono come “in lega occulta di consigli atroci, e di cose funeste”. In
sostanza all’uomo si rivolgevano tutti coloro avevano bisogno di aiuto per
qualche impresa illecita.
L’innominato si è dovuto allontanare da Milano per via di un bando, ma non per
questo ha interrotto le sue attività criminali. Don Rodrigo decide quindi di
raggiungerlo nel suo castello che sorge al confine con il Bergamasco, e da cui
controlla, con i suoi bravi, tutto il territorio circostante. L’innominato e Don
Rodrigo hanno già avuto contatti, perché quest’ultimo non avrebbe mai potuto
dedicarsi ai propri affari senza il beneplacito del potente criminale. Tuttavia, il
signorotto ha sempre cercato di non rendere espliciti i propri contatti con
quell’uomo malvagio, per evitare di inimicarsi i parenti importanti, tra cui il
conte zio, e di dare troppo nell’occhio alla giustizia: “Don Rodrigo voleva bensì
fare il tiranno, ma non il tiranno salvatico: la professione era per lui un mezzo,
non uno scopo: voleva dimorar liberamente in città, godere i comodi, gli spassi,
gli onori della vita civile”.
In chiusura al capitolo vediamo Don Rodrigo che, in sella al suo cavallo e
accompagnato dal Griso e da altri bravi di scorta, parte per raggiungere il
castello dell’innominato.

Capitolo 20
Al confine tra lo Stato di Milano e il Bergamasco, in cima a un colle impervio e
difficilmente accessibile, sorge il castello dell’innominato. Dall’alto il potente
criminale domina tutta la valle ed è in grado di controllare chi sia tanto
temerario da voler accedere alla sua dimora. È al principio dell’erta strada che
porta al castello che arriva Don Rodrigo con i suoi bravi. Prima di salire al
castello, il gruppo si ferma in un’osteria, chiamata la “Malanotte”, covo di bravi
minacciosi a guardia della dimora dell’innominato.
Questi riconoscono subito in Don Rodrigo un amico del loro padrone e sono
quindi pronti a lasciarlo salire al castello, non prima però di avergli fatto
depositare tutte le sue armi in custodia ai bravi e aver donato loro qualche
soldo. Don Rodrigo raggiunge dunque, disarmato, il castello e qui trova ad
attenderlo l’innominato, “grande, bruno, calvo; bianchi i pochi capelli che gli
rimanevano; rugosa la faccia: a prima vista, gli si sarebbe dato più de’
sessant’anni che aveva; ma il contegno, le mosse, la durezza risentita de’
lineamenti, il lampeggiar sinistro, ma vivo degli occhi, indicavano una forza di
corpo e di animo, che sarebbe stata straordinaria in un giovine”.
Don Rodrigo illustra il motivo della sua visita, descrivendo in dettaglio la sua
richiesta di aiuto, e trova subito pronto l’innominato a supportarlo, sia perché
odia profondamente Fra Cristoforo, sia perché ha alle sue dipendenze proprio
quell’Egidio che risiede nelle vicinanze del convento di Monza e che ha
intrattenuto una relazione con Gertrude.
Don Rodrigo viene rapidamente congedato ma, una volta rimasto solo,
l’innominato si scopre meno propenso a procedere con il piano criminoso: “Già
da qualche tempo cominciava a provare, se non un rimorso, una cert’uggia delle
sue scelleratezze. Quelle tante ch’erano ammontate, se non sulla sua coscienza,
almeno nella sua memoria, si risvegliavano ogni volta che ne commettesse una di
nuovo, e si presentavano all’animo brutte e troppe: era come il crescere e
crescere d’un peso già incomodo.”
Nel sopraggiungere della vecchiaia, e quindi nell’avvicinarsi della morte,
quell’uomo malvagio iniziava a sentirsi inquieto, a percepire il peso della sua
coscienza e il richiamo della voce di quel Dio che per tutta la sua vita aveva
sempre caparbiamente ignorato.
Tuttavia, al fine di mettere al più presto a tacere quei rimorsi di coscienza,
l’innominato si risolve a far chiamare subito il suo aiutante più scaltro,
chiamato il Nibbio, ordinandogli di andare a Monza a chiedere aiuto ad Egidio per
rapire Lucia.
Egidio si dichiara d’accordo a farsi carico dell’impresa; chiede solo
all’innominato di mandargli una carrozza e due o tre bravi travestiti. Sa infatti
che potrà contare sull’aiuto di Gertrude, poiché “abbiamo riferito come la
sciagurata signora desse una volta retta alle sue parole; e il lettore può avere
inteso che quella volta non fu l’ultima, non fu che un primo passo in una strada
d’abbominazione e di sangue.”
Anche se in un primo momento il piano risulta insopportabile a Gertrude, la
donna decide però ben presto a prendervi parte, perché “il delitto è un padrone
rigido e inflessibile, contro cui non divien forte se non chi se ne ribella
interamente”. Così, con la scusa di aver bisogno di lei per una missione molto
delicata, chiede a Lucia di uscire dal convento per portare una lettera al frate
cappuccino che l’aveva accolta al suo arrivo in monastero. La ragazza è
spaventata all’idea di uscire dal monastero, anche se in pieno giorno e per
compiere un tragitto molto breve, ma alla fine si convince e ubbidisce alla
monaca.
Inquieta, con gli occhi bassi e camminando rasente i muri, la giovane si dirige al
convento dei cappuccini ma, arrivata poco distante, nota una carrozza ferma
sul ciglio della strada. I finti viaggiatori le si rivolgono con la scusa di chiedere
indicazioni e, non appena la ragazza si ferma per rispondere, la afferrano e la
introducono a forza nella carrozza. Lucia cerca di urlare disperata, ma uno dei
bravi le mette un fazzoletto sulla bocca e la carrozza riparte immediatamente
a tutta velocità.
“Chi potrà ora descrivere il terrore, l’angoscia di costei, esprimere ciò che
passava nel suo animo? Spalancava gli occhi spaventati, per ansietà di
conoscere la sua orribile situazione, e li richiudeva subito, per il ribrezzo e per il
terrore di que’ visacci: si storceva, ma era tenuta da tutte le parti: raccoglieva
tutte le sue forze, e dava delle stratte, per buttarsi verso lo sportello; ma due
braccia nerborute la tenevano come conficcata nel fondo della carrozza;
quattro altre manacce ve l’appuntellavano. Ogni volta che aprisse la bocca per
cacciare un urlo, il fazzoletto veniva a soffogarglielo in gola.” Alla fine,
sopraffatta dal terrore, Lucia sviene.
La carrozza nel frattempo continua la sua corsa infilandosi in un bosco.
Quando la ragazza rinviene, il Nibbio cerca di calmarla spiegandole che la loro
intenzione non è quella di farle del male ma Lucia non si dà pace e per tutto il
viaggio alterna preghiere a svenimenti.
Al castello, l’innominato sta attendendo l’arrivo della carrozza. Nonostante una
vita di scelleratezza, per quest’ultimo delitto si sente stranamente in ansia e
vorrebbe quasi ordinare ai suoi di non far fermare la carrozza al suo castello,
ma di farla dirigere direttamente da Don Rodrigo.
Poi manda a chiamare una vecchia al suo servizio ordinandole di andare alla
Malanotte ad attendere la carrozza; dovrà poi condurre Lucia dall’innominato,
facendole coraggio e senza mai rivelare il suo nome.
Capitolo 21
Lucia, giunta alla taverna della Malanotte, viene fatta scendere dalla carrozza e
caricata su una portantina in cui l’accompagna la vecchia mandata
dall’Innominato. La ragazza è terrorizzata e vorrebbe urlare, ma il Nibbio glielo
impedisce premendole un fazzoletto sulla bocca. La vecchia cerca in qualche
modo di rassicurarla ma senza grandi risultati.
Intanto l’Innominato osserva la portantina risalire lungo l’erta che conduce al
castello. Il Nibbio, che ha preceduto la portantina, raggiunge il suo padrone per
fargli rapporto: gli conferma che tutto è andato secondo i piani, tranne il
fatto che, contro ogni aspettativa, Lucia è riuscita a smuovere in lui un
sentimento di compassione, ben strano per un uomo tanto insensibile e
violento. “Compassione! Che sai tu di compassione? Cos’è la compassione?”,
domanda stupito il padrone allo sgherro. “Non l’ho mai capito così bene come
questa volta”, risponde questi, “è una storia la compassione un poco come la
paura: se uno la lascia prender possesso, non è più uomo”, aggiungendo che l’ha
provata sentendo Lucia piangere e disperarsi durante il viaggio che l’ha
condotta da Monza al castello.
Queste parole e il turbamento del suo bravo stupiscono e inquietano
l’Innominato che in un primo momento sarebbe tentato di liberarsi in fretta di
Lucia, spedendola subito da Don Rodrigo. Decide invece di attendere il mattino
seguente, riproponendosi di chiedere a Don Rodrigo una ricompensa ben più
cospicua per tutti i fastidi e le inquietudini che gli sta arrecando. Infine, roso
dalla curiosità, si reca nella camera della vecchia dove Lucia è tenuta
prigioniera: “Voglio vederla… Eh! no… Sì, voglio vederla”, esclama.
Nella stanza, vede Lucia rannicchiata in un angolo. Dopo aver sgridato la vecchia
per aver lasciato la ragazza in quelle condizioni, l’Innominato le ordina di alzarsi,
aggiungendo, quando lei ancora tremante sembra non volersi muovere, di non
aver intenzione di farle del male. Lucia in un primo momento implora l’uomo di
ucciderla, poi gli domanda pietà in nome di Dio: “Oh no! Vedo che lei ha buon cuore,
e che sente pietà di questa povera creatura. Se lei volesse, potrebbe farmi
paura più di tutti gli altri, potrebbe farmi morire; e in vece mi ha… un po’
allargato il cuore. Dio gliene renderà merito. Compisca l’opera di misericordia: mi
liberi, mi liberi”. L’Innominato è turbato e infastidito dall’accenno a quel Dio che
lui è deciso a non riconoscere, e tuttavia si rivolge alla ragazza in modo quasi
gentile, stupendo la vecchia che non è certo abituata a vederlo comportarsi
con tanta compassione. Lucia continua a pregarlo di liberarla, finché l’uomo,
pur senza promettere nulla, le risponde “domattina” e la rassicura sul fatto
nessuno le farà del male e che riceverà presto del cibo. Si rivolge quindi alla
vecchia, intimandola di trattare Lucia con riguardo, di portarle da mangiare e
di offrirle il proprio letto sul quale potersi riposare.
Uscito l’Innominato, Lucia torna a rannicchiarsi in un angolo della stanza e
domanda alla vecchia come si chiami il padrone. La vecchia non rivela il nome, e
anzi è piuttosto irritata dall’insistenza di Lucia che tra l’altro il padrone ha
trattato meglio di quanto abbia mai fatto con lei: “Chi è, eh? chi è? Volete ch’io
ve lo dica. Aspetta ch’io te lo dica. Perché vi protegge, avete messo su superbia;
e volete esser soddisfatta voi, e farne andar di mezzo me. Domandatene a lui.
S’io vi contentassi anche in questo, non mi toccherebbe di quelle buone parole
che avete sentite voi. – Io son vecchia, son vecchia, – continuò, mormorando
tra i denti. – Maledette le giovani, che fanno bel vedere a piangere e a ridere, e
hanno sempre ragione.”
Dato che Lucia continua a singhiozzare, la vecchia cerca di consolarla e di farle
mangiare le pietanze appetitose che la serva Marta ha portato in una cesta. Ma
la ragazza non intende né mangiare né coricarsi sul letto e si limita a
controllare più volte che la porta sia ben chiusa, per poi andarsi di nuovo a
raggomitolare in un angolo del pavimento.
Rendendosi conto di non poter in alcun modo convincere Lucia, la vecchia mangia
parte della cena e si corica, lasciando un angolo del letto libero nel caso in cui la
ragazza si decidesse a sdraiarvici.
Ma Lucia rimane immobile nel buio, ripensando a ciò che le è accaduto quel giorno
e a quanto terribile sia la sua situazione, finché non si decide a cercare
conforto nella preghiera. Afferra il rosario e inizia a sgranarlo, e ad un certo
punto giunge alla conclusione che le sue preghiere ricaverebbero maggior
forza dal promettere qualcosa in cambio. Si risolve quindi a esprimere un voto
alla Madonna e, inginocchiatasi con le mani giunte, promette di rinunciare a
Renzo: “o Vergine santissima! Voi, a cui mi sono raccomandata tante volte, e che
tante volte m’avete consolata! Voi che avete patito tanti dolori, e siete ora
tanto gloriosa, e avete fatti tanti miracoli per i poveri tribolati; aiutatemi!
fatemi uscire da questo pericolo, fatemi tornar salva con mia madre, Madre del
Signore; e fo voto a voi di rimaner vergine; rinunzio per sempre a quel mio
poveretto, per non esser mai d’altri che vostra.”
Rinfrancata dalle preghiere, Lucia finalmente si addormenta. Nel frattempo, in
un’altra stanza del castello, l’Innominato non riesce a chiudere occhio: il
pensiero di Lucia e delle parole che ha pronunciato lo tormenta, e quel medesimo
tormento lo infastidisce, dato che la sua vita di uomo scellerato avrebbe
dovuto tenerlo ben al riparo da simili debolezze da donnicciole. Ma, nonostante
cerchi di pensare a nuove imprese malvage da compiere, la sua mente cerca di
ribellarsi a ripetere nuove violenze e, anzi, medita di liberare Lucia nonostante la
promessa fatta a Don Rodrigo. Quindi, pensando a tutte le malvagità compiute
nella propria vita, si dispera e, afferrata una pistola, è quasi sul punto di
uccidersi.
Forse, pensa, il Dio che ha sempre cercato di negare esiste davvero, così come
quella vita dopo la morte di cui gli parlavano quando era bambino. “Dio perdona
tante cose, per un’opera di misericordia”: questa frase pronunciata da Lucia lo
tormenta e nello stesso tempo sembra offrirgli uno spiraglio per fuggire dalla
disperazione in cui è caduto. Si convince quindi che la ragazza potrà
rappresentare il mezzo per ottenere quella grazia che ora gli è tanto
necessaria, e prende la decisione di liberarla l’indomani mattina, portandola lui
stesso dalla madre.
Quando sorge il sole, l’Innominato sente uno strano rumore di campane
provenire dalla valle e, affacciandosi alla finestra, scorge una grande quantità
di gente festosa che si dirige in massa verso una destinazione sconosciuta.
Manda quindi uno dei bravi a informarsi su che cosa stia accadendo.

Capitolo 22
La processione festosa di paesani che l’Innominato sta osservando dalla
finestra del suo castello è dovuta alla visita del cardinale Federigo Borromeo,
arcivescovo di Milano, arrivato in visita pastorale. Stupito che così tante
persone accorrano per vedere un solo uomo, l’Innominato decide di andare
anche lui ad incontrare il cardinale, sperando che tale visita possa liberarlo
dall’inquietudine che la vicenda di Lucia gli ha messo nell’animo. Si veste,
indossando anche un certo numero di pistole e pugnali e, prima di avviarsi passa
dalla camera dove è tenuta Lucia. La ragazza dorme ancora e l’Innominato,
dopo aver rimproverato la vecchia perché ha lasciato dormire la ragazza sul
pavimento, le comanda di dire a Lucia, al suo risveglio, che lui ritornerà presto
intenzionato a fare tutto ciò che lei desidererà.
Scendendo dall’erta del castello, il padrone desta la meraviglia di chiunque
incontri: dei bravi, che pensano chieda loro di unirsi a lui per qualche spedizione e
scoprono che invece non ne ha la minima intenzione, e degli abitanti del paese che
lo accolgono con inchini stupendosi che sia uscito da solo senza scorta.
Entrato nella casa del prete da cui si trova in visita Federigo Borromeo,
l’Innominato chiede di incontrarlo, lasciando tutti ancora più stupefatti.
A questo punto della vicenda, il Manzoni apre una lunga digressione per
inquadrare storicamente la figura del cardinale Federigo Borromeo,
personaggio, a suo dire, “il nome e la memoria del quale, affacciandosi, in
qualunque tempo alla mente, la ricreano con una placida commozione di
riverenza, e con un senso giocondo di simpatia”.
Nato nel 1564, Federigo Borromeo e per tutta la vita non ha fatto altro che
usare la sua intelligenza, il suo ruolo e le sue ricchezze per fare del bene, come
“un ruscello che, scaturito limpido dalla roccia, senza ristagnare né
intorbidarsi mai, in un lungo corso per diversi terreni, va limpido a gettarsi nel
fiume.”
Figlio di una famiglia aristocratica, ha però sin da bambino fatto suoi i precetti
di umiltà e di abnegazione della religione cristiana, tanto che ben presto
manifesta la vocazione di diventare prete. Entra così nel collegio fondato a
Pavia dal cugino, Carlo Borromeo, dove si occupa di insegnamento e dove
assiste poveri e malati. Rifugge i privilegi che il suo casato potrebbe
consentirgli, e adotta uno stile di vita il più possibile frugale, tanto
nell’abbigliamento quanto nell’alimentazione. In questo comportamento umile
trova supporto e modello in Carlo Borromeo, uomo sommamente rispettato da
tutti per la sua santità.
Alla morte del cugino, Federigo, che allora ha vent’anni, continua a seguirne le
orme dimostrando inoltre notevole ingegno tanto che nel 1595 papa Clemente
VIII gli propone l’arcivescovado di Milano.
Federigo accetta e fin da subito evita di approfittarsi dell’alta carica
ecclesiastica che ricopre. È infatti convinto che beni e ricchezze, che a tale
carica sono collegate, non appartengano a lui, ma ai poveri che ha in cura.
Inoltre, essendo lui estremamente ricco, decide di attingere ai propri beni
personali per far fronte al suo mantenimento e a quello dei suoi servi. Continua
a vivere in modo modesto e condivide la sua mensa con i poveri.
Federigo Borromeo è inoltre ricordato per aver progettato e fondato la
Biblioteca Ambrosiana, in cui raccoglie circa trentamila volumi stampati e
quattordicimila manoscritti fatti reperire in tutta Europa e persino a
Gerusalemme. Affianca la biblioteca un gruppo di studiosi che si dedicano alla
teologia, alla storia e alla letteratura e che si impegnano a pubblicare
periodicamente il frutto dei loro studi. peculiarità di tale biblioteca è che “in
questa libreria, eretta da un privato, quasi tutta a sue spese, i libri fossero
esposti alla vista del pubblico, dati a chiunque li chiedesse, e datogli anche da
sedere, e carta, penne e calamaio, per prender gli appunti che gli potessero
bisognare”.
Sottolinea il Manzoni che la Biblioteca Ambrosiana è certo opera meritoria,
“generoso, che giudizioso, che benevolo, che perseverante amatore del
miglioramento umano, dovesse essere colui che volle una tal cosa, la volle in
quella maniera, e l’eseguì, in mezzo a quell’ignorantaggine, a quell’inerzia, a
quell’antipatia generale per ogni applicazione studiosa”. E tuttavia non è certo
con quest’opera soltanto che si misura la sanità di un uomo come Federigo
Borromeo, ma anche evidenziando con quale solerzia si sia sempre prodigato
nella carità e nell’elemosina, anche proprio in occasione della carestia di quegli
anni.
Federigo è un uomo giusto, che si mostra sempre attento ai bisogni degli altri.
Come quando ha impedito che una fanciulla fosse costretta a farsi monaca
contro il suo volere, donandole i soldi per la dote che la famiglia non sembrava in
grado di procurarle. Oppure quando, incurante delle rimostranze di un membro
del suo seguito, si ferma ad accarezzare dei bambini sporchi e dall’aspetto
malaticcio. Il cardinale è infatti convinto “di dovere specialmente a quelli che si
chiamano di bassa condizione, un viso gioviale, una cortesia affettuosa; tanto
più, quanto ne trovan meno nel mondo”. Le uniche situazioni in cui si mostra
brusco è quando deve redarguire dei prelati che non si comportano in modo
cristiano.
Certo, aggiunge il Manzoni, essendo figlio del suo tempo anche Federigo
Borromeo ha sostenuto idee errate, ma per contro ha avuto molti meriti, che
sarebbe troppo lungo e prolisso descrivere per esteso.

Capitolo 23
Mentre Federigo Borromeo sta leggendo, viene interrotto dal cappellano
crocifero che gli comunica la visita dell’Innominato (il cappellano crocifero ne
pronuncia il nome, con deferenza): è così strano che un uomo di quel tipo si rechi
in visita dal cardinale, che il cappellano teme sia venuto con cattive intenzioni. Il
cardinale lo esorta a non aver paura e a far entrare il visitatore.
Il cardinale accoglie l’uomo a braccia aperte ma quest’ultimo rimane per un
attimo interdetto: se da un lato vorrebbe togliersi subito dal cuore il peso dei
turbamenti che lo attanagliano dalla notte precedente, dall’altro detesta di
trovarsi nella situazione di dover supplicare, come un poveretto, proprio lui che
è sempre stato abituato a comandare. Tuttavia l’aspetto e il portamento del
cardinale ispirano rispetto: “La presenza di Federigo era infatti di quelle che
annunziano una superiorità, e la fanno amare. Il portamento era naturalmente
composto, e quasi involontariamente maestoso, non incurvato né impigrito
punto dagli anni; l’occhio grave e vivace, la fronte serena e pensierosa; con la
canizie, nel pallore, tra i segni dell’astinenza, della meditazione, della fatica, una
specie di floridezza verginale: tutte le forme del volto indicavano che, in altre
età, c’era stata quella che più propriamente si chiama bellezza; l’abitudine de’
pensieri solenni e benevoli, la pace interna d’una lunga vita, l’amore degli uomini, la
gioia continua d’una speranza ineffabile, vi avevano sostituita una, direi quasi,
bellezza senile, che spiccava ancor più in quella magnifica semplicità della
porpora.”
Borromeo esprime consolazione di poter finalmente parlare con l’Innominato,
scusandosi di non essere stato lui per primo ad aver chiesto quel colloquio; “ma
Dio sa fare Egli solo le maraviglie” aggiunge “, e supplisce alla debolezza, alla
lentezza de’ suoi poveri servi”. L’Innominato, stupito per quell’accoglienza,
confessa i suoi tormenti al cardinale, è poco convinto che sia Dio ad avergli
toccato il cuore, non essendo nemmeno così certo che quel Dio davvero esista,
e tuttavia, supponendo che invece esista, “cosa volete che faccia di me?”. Il
cardinale risponde che non sono certo loro a poter comprendere gli
imperscrutabili disegni del Signore, ma di certo la conversione al bene di un uomo
tanto scellerato non potrà che innalzare la gloria di Dio. Le imprese che
l’Innominato potrà compiere a favore del bene supereranno di gran lunga le
malefatte che ha fino ad ora compiuto.
Commosso dalle parole del cardinale, l’Innominato scoppia addirittura a
piangere, mentre il cardinale, ringraziando la bontà del Signore, gli stringe la
mano. “Lasciamo le novantanove pecorelle” dice Federigo riferendosi alla folla
che lo attende fuori, “sono in sicuro sul monte: io voglio ora stare con quella
ch’era smarrita”. Un abbraccio tra i due uomini suggella la conversione
dell’Innominato, che a questo punto si decide a rivelare il piano malvagio del
rapimento di Lucia. Non gli sarà infatti possibile riparare ai molti torti
commessi nella sua vita, ma almeno è ancora in tempo per interrompere questa
terribile impresa.
Saputo da quale paese proviene Lucia, il cardinale si affretta a chiamare il
cappellano domandandogli se tra i parroci riuniti per accoglierlo vi sia anche
quello del paese di Lucia e, avendo ricevuto risposta affermativa, lo fa
chiamare.
Don Abbondio, chiamato dal cappellano, non è certo entusiasta di essere
chiamato a colloquio: “Don Abbondio fece di tutto per nascondere la noia, che
dico? l’affanno e l’amaritudine che gli dava una tale proposta, o comando che
fosse; e non essendo più a tempo a sciogliere e a scomporre un versaccio già
formato sulla sua faccia, lo nascose, chinando profondamente la testa, in
segno d’ubbidienza.”
Il cardinale ordina a Don Abbondio di recarsi al castello dell’Innominato a
prelevare Lucia e di far venire nel frattempo Agnese dal paese. Il curato
vorrebbe evitare in tutti i modi di viaggiare da solo con l’Innominato, di cui
conosce bene la fama, e non servono a rassicurarlo né le parole del cardinale né
il contegno mansueto che ha ormai il convertito. A malincuore, e con un misto di
terrore e di disappunto, il curato segue l’Innominato al castello. “È un gran dire
che tanto i santi come i birboni gli abbiano a aver l’argento vivo addosso, e non
si contentino d’esser sempre in moto loro, ma voglian tirare in ballo, se
potessero, tutto il genere umano” si lamenta tra sé e sé durante il viaggio “e
che i più faccendoni mi devan proprio venire a cercar me, che non cerco
nessuno, e tirarmi per i capelli ne’ loro affari: io che non chiedo altro che
d’esser lasciato vivere!” E scarica le colpe su tutti, sui malvagi, Don Rodrigo e
l’Innominato, ma anche sul cardinale e su Lucia che in qualche modo lo hanno
coinvolto suo malgrado in questa pericolosa vicenda.
Nel frattempo “sul volto dell’innominato si vedevano, per dir così, passare i
pensieri, come, in un’ora burrascosa, le nuvole trascorrono dinanzi alla faccia
del sole, alternando ogni momento una luce arrabbiata e un freddo buio.” Pensa
se ci siano altri torti che possa ora riparare, quali potessero essere le
spedizioni da interrompere, e soprattutto ad affrettarsi a liberare la
ragazza iniquamente tenuta prigioniera.
Arrivati al castello, l’Innominato manda una donna a chiamare Lucia,
spiegandole che è ormai libera, e aiuta il curato a scendere dalla mula,
rassicurandolo della bontà delle sue intenzioni.

Capitolo 24
Lucia si è da poco ripresa quando l’Innominato bussa alla porta della stanza
dove è tenuta prigioniera, fa uscire la vecchia e fa subito entrare la donna e
don Abbondio. La ragazza, superato il primo momento di agitazione derivante
da quell’improvviso cambiamento, si tranquillizza alla vista di un viso conosciuto
e dal comportamento gentile e sincero della nuova compagna; si convince subito
che sia stata la Madonna, ascoltate le sue preghiere, a venirle in aiuto.
L’Innominato entra quindi nella stanza. Lucia non può nascondere un primo
sentimento di ribrezzo, ma, incoraggiata dalle altre due persone, gli concede
poco dopo il perdono chiedendo per lui la misericordia di Dio. La giovane viene
infine fatta salire sulla lettiga e tutti e quattro fanno ritorno al paese.
Durante il viaggio Lucia viene confortata dalla donna, che le racconta della
conversione del tiranno (l’identità del carceriere lascia la giovane
profondamente meravigliata e le fa gridare al miracolo) e le anticipa che potrà
rivedere a breve la madre Agnese. Il viaggio di ritorno non è per don Abbondio
più piacevole di quello dell’andata: il religioso risente della lunga cavalcata,
stenta a fidarsi della mula, teme di essere considerato dai bravi dell’Innominato
la causa della conversione del loro padrone, sente infine rinascere la paura per
la possibile reazione di don Rodrigo alla liberazione della ragazza e si lamenta del
cardinale sapendo di non poter trovare protezione in lui.
Arrivati in paese, il sacerdote riparte immediatamente per fare ritorno a
casa, deciso a raccontare la storia a Perpetua, lasciando che sia poi lei, con le
sue chiacchiere, a convincere gli altri della sua estraneità ai fatti. Lucia viene
invece condotta alla casa della donna, che inizia quindi a preparare qualcosa da
mangiare. La ragazza, mettendo casualmente mano alla corona posta intorno
al collo a sigillo del voto di castità fatto la sera precedente, si ricorda
improvvisamente della promessa fatta alla Madonna; inizialmente si pente ma
rinnega poco dopo il pentimento, ripensando alle condizioni che avevano
portato al voto, e rinnova così infine la promessa. Ritornano nel frattempo a
casa il marito sarto ed i tre figli della donna. L’uomo accoglie calorosamente
Lucia e la accompagna a tavola per mangiare insieme a loro. Durante il pranzo
l’uomo, amante della lettura, racconta animosamente e con commozione la
predica del cardinale, interrotto di tanto in tanto dai figli che, con innocenza,
tendono invece a smorzare la straordinarietà della situazione vissuta.
Intanto Agnese è ormai vicina al paese dove si trova Lucia. Durante il viaggio la
donna incontra don Abbondio. Il religioso prima la rassicura sulla condizione
della figlia, poi, spinto dal solito egoismo, le raccomanda di non accennare al suo
rifiuto di celebrare il matrimonio. Agnese però, preoccupata da altro, lo pianta
nel mezzo del discorso. Giunta alla casa del sarto, Agnese può finalmente
riabbracciare la figlia e le due donne si aggiornano a vicenda sugli ultimi
avvenimenti. Spinta dalla vergogna, la ragazza non fa però nessuna menzione del
suo voto di castità.
Il cardinale Federigo, dopo aver pranzato anche in compagnia dell’Innominato
ed aver tenuto con l’uomo un ulteriore colloquio, decide di fare visita alla casa
del sarto e vi si reca insieme al parroco del paese. Agnese racconta al religioso
tutti gli avvenimenti senza menzionare il tentativo di matrimonio a sorpresa,
che viene però subito reso noto da Lucia. Federigo si annota anche il nome di
Renzo Tramaglino promettendo di interessarsi al suo caso, ringrazia di
persona la padrona di casa ed il marito (che risponde impacciato, non trovando
pronta nessuna adeguata citazione) e lascia la casa. Federigo Borromeo dà
infine indicazioni al parroco per ricompensare il sarto e la moglie della loro
generosità: pagherà i debiti che alcuni abitanti del villaggio hanno contratto
con lui e farà vestire a sue spese quelli invece che non hanno neanche potuto
dare garanzie per contrarre debiti nei suoi confronti.
Tornando a parlare dell’Innominato, l’uomo, tornato al proprio castello in sella
alla mula, richiama con la solita autorità intorno a sè tutti i suoi bravi e
servitori, ed annuncia loro la sua conversione e quindi decisione di cambiare
stile di vita. L’Innominato ordina ai suoi uomini di abbandonare le azioni malvagie
intraprese a suo nome e detta quindi le nuove condizioni per poter rimanere
con lui nel castello, dando loro tutta la notte per decidere. Infine, raggiunta la
propria camera, l’uomo prega ai piedi del letto e si addormenta poco dopo.

Capitolo 25
Le ultime notizie del rapimento di Lucia, della conversione dell’Innominato e della
successiva liberazione della giovane, giungono anche al paesello dei promessi
sposi. La gente non parla d’altro e per la prima volta, noto il coinvolgimento di
don Rodrigo, nessuno si fa scrupolo nel parlare apertamente male del tiranno e
dei sui altri amici, in particolare del podestà e dell’avvocato azzecca-garbugli.
L’esito negativo della missione e la notizia dell’imminente visita del cardinale
Federigo nella parrocchia, spingono il signorotto ad abbandonare il suo
palazzo, insieme ai suoi bravi, per andare a Milano.
Federigo Borromeo viene accolto festosamente da tutti i cittadini, tiene
un’orazione in chiesa e si ritira infine nella casa di don Abbondio. In occasione
del primo dialogo con il parroco del paese il cardinale non tocca l’argomento del
mancato matrimonio, si parla solo di Renzo e del ritorno in paese di Lucia ed
Agnese. Don Abbondio, che fino a quel momento aveva temuto di ricevere una
sonora predica, crede che il superiore non sappia nulla a riguardo e si rallegra
quindi per il silenzio di Agnese. Il giorno dopo viene quindi organizzato il viaggio
delle due donne.
Nel frattempo Lucia ed Agnese grazie all’ospitalità ed alla gentilezza del sarto e
della sue moglie sono riuscite a ritrovare una certa tranquillità, pur sapendo di
doversi nuovamente separare e sebbene non abbiano ancora ricevuto notizie
alcune circa la sorte di Renzo. Lucia era fino a quel momento riuscita a tenersi
lontana dalla curiosità della gente, non potè però rifutare, cedendo
all’insistenza del sarto, l’invito di donna Prassede a recarsi nella sua villa. La
donna, nobile aristocratica, era sempre stata propensa a fare del bene alle
altre persone ma con molte idee confuse a riguardo, tanto che la maggior
parte delle volte l’esito finale del suo operato ed i mezzi utilizzati non erano
propriamente “buoni” e giusti. La nobildonna, sapute le vicende di Lucia e del suo
promesso sposo, aveva deciso non solo di prendersi cura della sua protezione,
ma anche di rimetterla sulla buona strada, convinta che Lucia non fosse
proprio una brava persona e che quindi le sue vicende erano una punizione di Dio
per i peccati suoi e della gente (Renzo) che frequentava. La gentilezza di donna
Prassede convince Lucia ad affidarsi alla sua protezione, viene quindi
preparata una lettera dal marito don Ferrante per proporre la soluzione al
cardinale Federigo. Lucia ed Agnese fanno ritorno al loro paesello il giorno dopo
all’arrivo del cardinale, consegnano la lettera al religioso ed ottengono così
anche la sua approvazione.
Terminata la messa del mattino, don Abbondio viene chiamato in udienza dal
cardinale Federigo Borromeo, che chiede subito il motivo del suo rifiuto a
celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia. Il curato cerca subito di eludere la
domanda, facendo quasi sembrare indiscreta ogni richiesta di approfondire
l’argomento. Alla fine non può però fare a meno di raccontare gli avvenimenti,
facendo attenzione a non nominare don Rodrigo, ed ammettendo così
chiaramente che a guidare la sua decisione era stata la necessità di salvare la
propria vita. Questa giustificazione non piace proprio a Federigo ed inizia così
una lunga predica durante la quale il cardinale sottolinea in più riprese i doveri
connessi alla carica sacerdotale, l’importanza di proteggere i propri fedeli e il
fatto che Dio è la fonte di coraggio a cui attingere nei momenti di difficoltà.
Don Abbondio è in chiara difficoltà, fatica a rispondere e ad ascoltare i
concetti del superiore, tanto sente ancora viva la paura provata durante
l’incontro con i bravi.

Capitolo 26
Prosegue la predica di Federigo Borromeo nei confronti di don Abbondio. Il
cardinale vuol fare capire al curato che non celebrando il matrimonio e
tenendone segreta la ragione ha ubbidito al volere dell’ingiustizia. Don Abbondio,
che non capisce il motivo della predica, chiede al suo superiore come avrebbe
allora dovuto comportarsi a seguito delle minacce e ritrova così nella risposta
di Federigo i consigli di Perpetua: avrebbe dovuto sposarli, sapendo che si
sarebbero messi in salvo in un altro paese, ed avrebbe poi dovuto informare
comunque il vescovo confidando nella sua protezione per se e per gli stessi
sposi.
L’impeto della predica viene smorzato da un nuovo tentativo stizzoso di don
Abbondio di fare capire le proprie ragioni: alla fine, è stato lui a vedere in faccia
i bravi ed a sentire le loro minacce, è troppo facile parlare non essendosi
trovati nella sua condizione. Federigo si pone allora allo stesso livello di don
Abbondio, cambia tono ed inizia a confortare il curato e, ponendo l’accento
sulla sofferenza degli altri, lo esorta con sentimento a porre rimedio al suo
errore non appena la provvidenza lo permetterà e di riprendere a fare tutto il
possibile per i suoi fedeli. Nella parte finale del dialogo tra i due religiosi cambia
quindi anche il tono del silenzio di don Abbondio. Il curato inizia finalmente a
riflettere sulle parole del suo superiore, inizia a capire il valore del bene per gli
altri e per la prima volta abbandona il proprio egoismo: è il momento della
conversione di don Abbondio.
La mattina seguente giunge in paese donna Prassede e Lucia viene condotta
nella villa della ricca famiglia. Federigo riceve dall’Innominato una lettera con
cento scudi da dare in dote a Lucia e la promessa di essere sempre al suo
servizio per qualunque necessità. Ricevuta dal cardinale la somma, Agnese si
reca il giorno seguente al palazzo dove si trova la figlia per darle la buona
notizia. La ragazza annuncia però in lacrime alla madre di non poter più andare
in sposa a Renzo e le confessa quindi il voto di castità fatto alla Madonna,
raccontandole anche le circostanze che l’avavano condotta a compiere quel
gesto. La giovane chiede scusa ad Agnese per averle tenuto nascosto il voto e
le chiede infine di fare informare Renzo della situazione, consegnandogli quindi la
metà della donazione ricevuta dall’Innominato. La donna perdona la figlia e si
prende carico delle sue richieste.
Le notizie sul conto di Renzo iniziano ad arrivare nel milanese ma sono molto
varie e discordanti tra loro, così che né il cardinale Federigo né Agnese riesco
ad ottenere informazioni certe sulla condizione del giovane. Bortolo infatti,
informato del fatto che la ricerca del cugino Renzo si stava per estendere
anche nel territorio bergamasco su richiesta del governatore di Milano, aveva
fatto cambiare paese al giovane, facendolo assumere in un altro filatoio con il
nome di Antonio Rivolta. Per sviare le ricerca aveva quindi anche iniziato a
mettere in giro false giustificazioni per l’improvvisa scomparsa del parente; di
bocca in bocca tali dicerie era poi arrivate nel milanese. Furono delle
circostanze storiche particolari a fare interessare, brevemente ma
intensamente, il governatore don Gonzalo al caso di Renzo; è quindi importante
fornire nozioni generali riguardo ai principali avvenimenti storici.

Capitolo 27
Morto il duca Vincenzo Gonzaga, si svolge in quegli anni la guerra per la sua
successione al ducato di Mantova e del Monferrato. Il successore legittimo è
Carlo Gonzaga, del ramo francese dei Gonzaga, supportato dal cardinale di
Richelieu, dal Papa e, non apertamente, da Venezia. La Spagna gli contrappone
Ferrante Gonzaga per Mantova e Carlo Emanuele I duca di Savoia e Margherita
Gonzaga per il Monferrato. Il governatore di Milano don Gonzalo, spinto da un
forte desiderio di condurre una guerra in Italia, approfitta della situazione
per definire con il duca di Savoia un patto d’invasione e divisione del Monferrato
e porta dal canto suo l’assedio a Casale, che si rivela però un’operazione bellica
lunga e infruttuosa. Tornato di corsa a Milano non appena saputo dei tumulti di
San Martino, il governatore viene a sapere del caso di Renzo Tramaglino e del
fatto, in particolare, che il giovane si è rifugiato nel bergamasco, territorio
appartenente alla repubblica Veneta. Don Gonzalo si concentra sul caso di Renzo
solo come mezzo per fare la voce grossa con i Veneziani, intendendo la
protezione di un nemico di Milano come una chiara loro presa di posizione con la
Francia contro la Spagna. L’interesse svanisce subito dopo ed il governatore si
dimentica completamente di quel caso particolare.
Sentendosi ricercato anche nel territorio bergamasco e non conoscendone i
reali motivi, Renzo fa di tutto per tenersi nascosto. Inizia infine uno scambio di
lettere tra il giovane ed Agnese, reso difficile dal fatto che il giovane non sa né
scrivere né leggere lo scritto e deve pertanto affidarsi ad una persona
esterna istruita, mettendola a conoscenza dei segreti personali ed
affidandosi ad una sua interpretazioni letterale, per poi affidare ad una terza
persona la consegna della lettera stessa. Renzo riesce così ad informare in
modo confuso la donna della sua sorte e riceve in cambio i cinquanta scudi
donati dall’Innominato, la notizia degli ultimi avvenimenti, soprattutto del voto
di castità fatto da Lucia, ed il consiglio finale di mettere il cuore in pace
rinunciando alla giovane. Il ragazzo non accetta il consiglio, dichiara di non voler
rinunciare alla sua sposa e di voler conservare il denaro come dote.
Saputo dalla madre che Renzo è sano e salvo, Lucia prova sollievo e desidera
soltanto che il giovane pensi a dimenticarla, così come lei stessa sta cercando
di fare. Nonostante l’assidua attività lavorativa con cui cerca di tenersi
occupata, l’immagine di Renzo continua però a ripresentarsi nella mente della
ragazza. A rendere il buon proposito difficile da realizzare contribuisce anche
involontariamente donna Prassede che, spinta dalla volontà di far dimenticare
Renzo a Lucia, non trova miglior mezzo del continuare a parlarle di lui,
descrivendolo come un delinquente e spingendo così Lucia a prenderne le difese,
riportando alla memoria tutti i motivi di stima, di pietà e di affetto provati per
il giovane. Per fortuna della ragazza, molte altre persone sono oggetto delle
attenzioni di donna Prassede e le contese tra le due donne non sono quindi
troppo frequenti. La nobildonna, trovando resistenza alla propria autorità
fuori dalle mura domestiche, dava pieno sfogo alla propria indole all’interno
delle stesse, favorita dal marito, don Ferrante, che aveva ceduto volentieri il
governo della casa in cambio di una completa indipendenza. L’uomo,
appassionato alla lettura, passa la maggior parte del tempo nella propria
biblioteca personale, dove ha raccolto più di trecento volumi tra le opere più
“reputate”. L’elenco dei testi raccolti e le competenze del personaggio rendono
inesorabile il commento di Alessandro Manzoni: don Ferrante ha una cultura
decisamente arretrata ed ha terrore del nuovo, del pensiero innovativo.
Tornando a seguire il filone narrativo, trascorre un anno intero senza che
avvenga alcun mutamento alle condizioni dei personaggi principali. A partire
dall’autunno dell’anno 1629, partendo dalla guerra per la successione al ducato
di Mantova e del Monferrato, ci saranno invece una successione di avvenimenti
pubblici, di grande e piccola importanza, tali da sconvolgere la vita anche degli
umili personaggi del romanzo; è quindi molto importante accennare ad alcuni di
essi.

Capitolo 28
Dopo i tumulti di San Martino sembrò improvvisamente tornata l’abbondanza a
Milano. Il pane venne prodotto in grosse quantità e venduto sottocosto, la
popolazione, capito che la situazione non poteva durare, assediò così
nuovamente i forni per fare scorta di pane e farina. Iniziò ad arrivare in città
anche gente dalla campagna per godere dei benefici provvisori, accelerando
così la nuova carestia e peggiorando la situazione. Alcune leggi tentarono
inutilmente di evitare il consumo sfrenato, altre cercarono di limitare
l’acquisto di pane da parte degli abitanti della provincia, in ogni caso si vietò ai
fornai di interromperne la produzione e di rivederne il prezzo: “la moltitudine
aveva voluto far nascere l’abbondanza col saccheggio e con l’incendio; il
governo voleva mantenerla con la galera e con la corda“, con le punizioni
corporali. Il 24 di Dicembre vennero infine impiccati i presunti responsabili dei
tumulti ed improvvisamente l’assurda tariffa fissata per il pane cessò di valere.
Il governo, sopraffatto dagli eventi, li abbandonò infine, inerme, al loro corso.
Gli effetti della carestia erano oramai gravissimi: botteghe e fabbriche erano
deserte, le strade si riempirono di mendicanti di ogni sorta (ex servitori,
garzoni, bravi..), abitanti della città ma anche provenienti dalla campagna. Le vie
abbondavano di sporcizia ed iniziavano ad esserci i primi morti di stenti.
Numerose furono le opere di carità, alle quali contribuì in larga misura il
cardinale Federigo Borromeo, ma i mezzi non erano neanche paragonabili al
bisogno effettivo. La carità era obbligata a scegliere dove concentrare le
proprie forze e fu quindi impossibile contrastare nel complesso la carestia e
ridurre significativamente le numerose morti giornaliere. Tanti ne morivano
ogni giorno, tanti di nuovi ne arrivavano subito dai paesi vicini; ma esisteva
anche un flusso contrario di gente che abbandonava la città alla ricerca di
maggiore fortuna altrove. Il forte contrasto tra ricchezza e povertà, tipico
del periodo storico, venne fortemente smorzato; i ricchi si distinguevano solo
per la loro mediocrità e giravano per la città con abiti e modi dimessi.
Il tribunale della sanità avvertì del pericolo di contagio e propose di raccogliere
gli accattoni in diversi ospizi. Le decisioni in merito tardarono però ad arrivare
e la situazione peggiorò di giorno in giorno. Si decise infine, contro il parere
della sanità, di raccogliere tutti gli accattoni, sia sani che malati, in un solo
luogo, il lazzaretto: una costruzione a pianta quadrata di duecentottantotto
stanze costruita nel 1498 come ricovero per gli ammalati di peste. Venne emesso
un editto per invitare tutti gli accattoni a recarsi al lazzaretto; molti ci
andarono di propria volontà, gli infermi ci vennero trasportati, tutti gli altri
furono costretti ad entrarci con la forza. Il numero finale degli accattoni
raccolti fu prossimo alle diecimila unità. L’impossibilità a mantenere l’ordine a
causa dell’enorme varietà di gente presente, il sovraffollamento della
struttura, la scarsa qualità degli alimenti forniti e dell’acqua disponibile, il clima
avverso ed infine anche la situazione di per sé angosciosa, non fecero altro che
aumentare ulteriormente la mortalità. La situazione divenne insopportabile e
fu quindi inevitabile l’annullamento del provvedimento: le persone sane furono
liberate e per la stragrande maggioranza degli altri non ci fu nulla da fare. La
città di Milano tornò a brulicare di mendicanti ma almeno, arrivato il periodo del
raccolto, si liberò della gente venuta dalla campagna, che fece ritorno ai propri
campi. Cessò così la carestia e la mortalità iniziò a diminuire progressivamente,
ma arrivò però un altro flagello: la guerra.
Nel frattempo il cardinale di Richelieu, terminata la contesa per il possesso della
Rocchella, convinto il consiglio francese ed ottenuto con la forza il lascia
passare dal duca di Savoia, aveva condotto un esercito in Italia per sostenere
Carlo Gonzaga nella guerra per la successione al ducato di Mantova e del
Monferrato. Don Gonzalo aveva anche subito abbandonato l’assedio di Casale
per fare ritorno a Milano; venne poco dopo rimosso dalla sua carica di
governatore come punizione per l’insuccesso ottenuto nella guerra
intrapresa. Il grosso dell’esercito francese fece poi subito ritorno in patria,
ma mentre questo se ne andava da una parte, dall’altra quello imperiale,
ricevuto da Carlo Gonzaga il rifiuto di lasciare i domini dei territori nelle mani
dell’imperatore, era già pronto a discendere lungo l’Adda dalla Valtellina per
recarsi a Mantova. I soldati che lo componevano, i Lanzichenecchi, erano
portatori di peste, mercenari, difficili da tenere all’ordine e tacitamente
ricompensati del servizio con i frutti del saccheggio. La loro discesa lungo il
fiume Adda, passando anche dal territorio di Lecco, fu caratterizzato da
terrore e distruzione; nessuno e niente riuscì a rimanere integro al loro
passaggio.

Capitolo 29
Don Abbondio, ricevuta notizia dell’arrivo dei Lanzichenecchi e delle conseguenze
del loro passaggio, è spaventatissimo. Il religioso è risoluto a scappare prima
di tutti, ma non sa dove ed ogni possibile soluzione è per lui piena di ostacoli e
pericoli: sui monti non c’è luogo che sia irraggiungibile dai soldati, il lago può
essere attraversato solo su barconi stracarichi di gente e quindi pericolanti, il
territorio bergamasco è protetto da altri soldati, i cappelletti. Totalmente
sopraffatto dal panico, l’uomo segue per casa Perpetua cercando consiglio,
ma la donna, preoccupata anch’essa, è troppo impegnata a mettere in salvo gli
averi, nascondendoli per la casa o per l’orto, e quindi lo evita; si affaccia anche
alla finestra per chiedere piagnucolando aiuto alla gente in fuga, ma tutti sono
concentrati sui propri problemi personali e nessun gli presta attenzione.
Agnese nel frattempo, decisa anch’essa a lasciare subito il paese, ma non di
seguire l’altra gente, temendo che il denaro che ancora le rimaneva dalla
donazione dell’Innominato potesse darle problemi, decide di trovare rifugio nel
castello del tiranno pentito, e per fare ciò è intenzionata a prendere Don
Abbondio come guida. La donna si reca alla casa del curato, la sua proposta
viene subito accettata da Perpetua, ed i tre, nonostante i dubbi del religioso,
che stenta ancora a fidarsi della conversione dell’uomo, si mettono subito in
viaggio. L’ultimo saluto di don Abbondio alla sua chiesa esprime tutto il suo
egoismo “al popolo tocca a custodirla, che serve a loro“.
Durante tutto il viaggio il religioso brontola per i guai che deve passare per
colpa d’altri, Agnese invece si rammarica per aver perduto la possibilità di
rivedere presto Lucia. Giunti nel paese del sarto, i tre personaggio si fermano a
pranzare nella casa dell’uomo, che dice loro di non temere i Lanzichenecchi, non
essendo il suo paese sul loro percorso, ed anticipa loro che nella fortezza
dell’Innominato troveranno tanta compagnia, avendo deciso in molti di
rifugiarsi in quel luogo. Don Abbondio approfitta della conversazione per
accertarsi della conversione del tiranno pentito. Il sarto fa chiamare infine
una baroccio ed i tre riprendono il loro viaggio.
Dal giorno dell’incontro con il cardinale Federigo Borromeo, la vita
dell’Innominato ha effettivamente subito un cambiamento netto e l’uomo ha
iniziato ad occuparsi solo di opere di bene. L’uomo ha mantenuto tutta la sua
sicurezza ed il suo orgoglio, ed alle altre persone, adesso che gira per le strade
senza armi, dà ancora più l’idea di non curarsi di alcun pericolo. Ha per questo il
rispetto, la venerazione e l’ammirazione di tutti. Viene considerato un santo e
questa sua nuova condizione gli garantisce la salvaguardia da ogni forma di
vendetta, sia da parte della forza pubblica che da parte di nemici o gente da lui
offesa: Così quell’uomo sul quale, se fosse caduto, sarebbero corsi a gara
grandi e piccoli a calpestarlo; messosi volontariamente a terra, veniva
risparmiato da tutti, e inchinato da molti.. I bravi che hanno pienamente
abbracciato il suo nuovo stile di vita o sono tornati al loro antico mestiere o
sono rimasti al castello come fedeli servitori; tutti gli altri se ne sono invece
andati via.
Al calare dei Lanzichenecchi, l’Innominato, ricevute le prime richieste di
protezione e provando gioia nel vedere che il suo castello veniva scelto per
quello scopo da coloro che prima lo temevano, fa spargere la voce della sua
disponibilità ad accogliere gente. Nel castello vengono così preparati letti e
immagazzinate vivande per ospitare il maggior numero possibile di persone. I
suoi servitori vengono ora armati con il solo scopo di difendere gli ospiti
contro possibili attacchi portati da Lanzichenecchi o cappelletti.

Capitolo 30
Riprendendo il viaggio verso il castello dell’Innominato, Agnese, Perpetua e Don
Abbondio incontrano subito altre persone che si dirigono a piedi verso la loro
stessa destinazione, e quindi anche gruppi di uomini armati messi dall’uomo per
accogliere gli ospiti e proteggerli. Mentre le donne se ne compiacciono,
pensando di aver scelto un posto sicuro, il religioso si mostra al solito
impaurito, temendo che il castello possa facilmente attirare l’attenzione dei
Lanzichenecchi. Ad infastidirlo sono anche le continue chiacchiere delle due
donne: teme che possano portagli guai e chiede quindi loro di pesare le parole e
dirne il minor numero possibile. Arrivati alla taverna della Malanotte, i tre
personaggi scendono dal baroccio per proseguire a piedi. L’Innominato
riconosce Don Abbondio e viene loro incontro. Saputo che una delle due donne è
la madre di Lucia, l’uomo la accoglie calorosamente e si propone quindi di
accompagnarli per il resto della salita. Un volta giunti al castello, Agnese e
Perpetua vengono condotte in una stanza del quartiere assegnato alle donne,
don Abbondio in una delle camere riservate agli ecclesiastici nel quartiere degli
uomini.
I giorni passano senza che accada nulla di straordinario. Gli allarmi sono
frequenti ma sempre infondati. Solo una volta viene affrontato un gruppo di
Lanzichenecchi mentre sta per compiere un saccheggio. I soldati imperiali però,
presi alla sprovvista, si danno subito alla fuga e non è neanche necessario
usare la forza per liberarsene. All’interno del palazzo, per evitare possibili
disordini, quasi inevitabili tra gruppi di persone totalmente diverse tra loro,
vengono incaricati gli uomini più autoritari per vigilare sulla situazione. Non ci
saranno però mai incidenti, grazie anche al fatto che ognuno si ricorda bene chi
è il padrone del castello ed ha anche i propri guai a cui badare.
Per ripagare in parte l’ospitalità, Agnese e Perpetua si fanno assegnare dei
lavori, ai quali dedicarsi per la maggior parte della giornata. Don Abbondio
passa invece le giornate senza fare niente, in compagnia delle sue paure.
Giungono ogni giorno al castello notizie dei saccheggi e dei movimenti compiuti
da ogni squadrone dell’esercito. Si tiene soprattutto conto dei reggimenti che
passano il ponte di Lecco e si allontanano quindi dal territorio. Quando arriva la
notizia che anche l’ultimo se ne è andato e che quindi anche i cappelletti avevano
smesso di presidiare il confine bergamasco, tutti gli ospiti dell’Innominato
riprendono le proprie cose e fanno ritorno alle proprie case. Agnese, Perpetua
e Don Abbondio sono gli ultimi ad andarsene: il curato teme di poter incontrare
in giro ancora qualche Lanzichenecco rimasto indietro. Il giorno della partenza
dei tre ospiti, l’Innominato fa trovare loro pronta una carrozza alla taverna
della Malanotte e dona ad Agnese un corredo di biancheria ed un’altra somma di
denaro. Durante il viaggio di ritorno al paesello, i tre personaggi fanno un’altra
tappa alla casa del sarto. Il suo paese non è stato bersaglio della devastazione
portata da Lanzichenecchi e l’uomo racconta le notizie ricevute dai quelli
circostanti. Ripreso il viaggio, iniziano a presentarsi ai loro occhi scene di
devastazione: nei campi sembra che si siano abbattute la grandine e la bufera
contemporaneamente, i paesi sono disseminati di rottami e dalle case
fuoriescono odori nauseabondi. La situazione che si trovano di fronte una
volta tornati a casa non è certamente diversa e subito si mettono tutti in
opera per rassettare l’abitazione. La casa di Don Abbondio e Perpetua è in
particolare piena di sporcizia, non c’è nulla di intero e sulle pareti i soldati di
passaggio hanno lasciato anche scarabocchi raffiguranti preti, per farsi
scherno del religioso. Quando i due si accorgono che tutti gli oggetti nascosti
con cura sono stati facilmente trovati e rubati, Don Abbondio e Perpetua
iniziano a litigare tra loro accusandosi l’un l’altro. Un altro motivo di disputa
nasce quando la donna scopre che alcuni loro averi si trovano intatti nelle case
di altre persone del paese: lei incita lui a farsi valere, lui non ne vuole ovviamente
sapere.
Il terrore della guerra non è ancora passato che subito se ne presenta uno
nuovo ben peggiore: la peste.
Capitolo 31
Come temuto, i soldati imperiali, i Lanzichenecchi, portarono la peste nel
territorio milanese, ed in poco tempo una buona parte dell’Italia ne fu infetta.
Furono molti gli errori umani che contribuirono all’espansione incontrollata
della malattia.
L’esercito aveva disseminato di morti i territori attraverso i quali era
passato. In breve diverse persone si ammalarono e morirono di mali violenti,
sconosciuti alla maggior parte delle persone; erano infatti pochi a ricordarsi
ancora della peste di San Carlo (chiamata con il nome del santo a testimoniare
la grande carità mostrata dal religioso in quell’occasione). Il tribunale della
sanità mandò due diverse commissioni ad indagare sui casi sospetti che
iniziarono a verificarsi nella provincia: la prima diede parere negativo, la
seconda commissione confermò invece i sospetti e il tribunale chiese il 30 di
Ottobre l’isolamento della città di Milano per evitare il contagio. Il nuovo
governatore, Ambrogio Spinola, succeduto a Don Gonzalo, non solo trascurò la
richiesta, occupato dai pensieri della guerra, ma ordinò anche pubbliche feste
per la nascita del primogenito del re Filippo VI. A sorprendere maggiormente è
però il fatto che la stessa popolazione di Milano trascurò le notizie provenienti
dai paesi limitrofi: le morti venivano attribuite a cause di ogni tipo, ma guai a
nominare la peste.
La grida che doveva eseguire l’isolamento della città venne pubblicata solo il 29
di Novembre: la peste era ormai già entrata in città attraverso un soldato
italiano al servizio della Spagna, giunto a Milano con vestiti rubati o comprati da
soldati nemici. In breve tempo morì il militare e morirono le persone che erano
venute in contatto con lui. Vennero date indicazioni perché tutti gli oggetti
contaminati venissero bruciati o isolati, ma le leggi non furono efficaci e
comparvero focolai in ogni parte della città. I casi erano però ancora isolati
ed i decessi continuarono ad essere attribuiti ad altre cause. Una volta
accertato un caso di peste, il tribunale della sanità faceva bruciare oggetti,
sequestrare la casa e mandare l’intera famiglia al Lazzaretto. Non fu quindi
difficile suscitare l’odio del popolo e trovare ostacoli al proprio operato. I
medici vennero accusati di voler speculare sul pubblico spavento e non furono
rari i casi di aggressione.
Sul finire del mese di Marzo le morti iniziarono a diventare frequenti e fu difficile
nascondere la verità. Per non dover ammettere la propria ignoranza ed i propri
errori, non si parlò però ancora di peste ma di febbre pestilenziale. I
magistrati iniziarono comunque a dare maggior ascolto alle richieste della
sanità. La popolazione del Lazzaretto crebbe di giorno in giorno nonostante le
numerose morti giornaliere, e la sua gestione iniziò ad essere difficoltosa;
venne così deciso di affidarne il governo ai frati cappuccini, che si distinsero
ancora un volta per il loro senso di carità e sacrificio. Anche tra il popolo iniziò
a vacillare il voler negare a tutti i costi l’esistenza della peste, ma la reale causa
del contagio non venne comunque accettata: per la gente l’origine del male
erano veleni contagiosi, operazioni diaboliche e malefici. A contribuire al
pensiero comune fu uno scherzo sciocco portato a termine da sconosciuti: in
ogni parte della città comparvero improvvisamente macchie di sudiciume
giallognole e biancastre. Scoppiò il panico, ogni persona sospetta era un
possibile untore.
Nonostante le continue morti, non tutti erano ancora persuasi che si
trattasse effettivamente di peste. Per togliere ogni dubbio, per convincere il
popolo, spaventarlo e farsi dare ascolto, il tribunale della sanità approfittò di
una festa religiosa per trasportare in mezzo alla folla, in bella mostra, i corpi di
un’intera famiglia appena morta, con segni evidenti della malattia. Si trattava
finalmente per tutti di peste.

Capitolo 32
Tra carestia, guerra e peste, la spesa pubblica divenne insostenibile. Venne
chiesto l’intervento del governatore Spinola, ma costui, impegnato nella guerra
di successione al ducato di Mantova e del Monferrato (che dopo tante morti si
risolverà con il riconoscimento del successore legittimo, Carlo Gonzaga), in
tutta risposta trasferì la propria autorità al cancelliere Ferrer, lavandosene
quindi di fatto le mani. Contemporaneamente venne chiesto al cardinale
Federigo Borromeo di portare in processione lungo le vie della città la salma di
San Carlo. Il religioso rispose con un rifiuto sostenendo che il radunarsi di
tante persone avrebbe favorito il contagio, esistessero realmente o meno gli
untori. L’esistenza di tali individui divenne invece sempre più una certezza per il
resto del popolo, spinto dal desiderio inconscio di sfogare la propria ira su
qualcosa di materiale. Si parlò di veleni e malefici, e coloro che erano sospettati
di essere untori venivano aggrediti rabbiosamente ed a volte linciati. Anche il
popolo iniziò a chiedere a gran voce che la processione si facesse ed il cardinale
infine acconsentì. Il tribunale della sanità ordinò alcune precauzioni, ma già il
giorno seguente alla festa religiosa, che si tenne l’11 di Giugno, il numero di
morti crebbe in modo repentino. Si disse che lungo le strade erano state sparse
dagli untori delle polveri velenose, la processione aveva quindi favorito il
contagio.
Nel Lazzaretto si arrivò ad avere fino a sedicimila ospiti, la mortalità
giornaliera superò quota tremila e la popolazione milanese si ridusse di due
terzi. Il numero di cadaveri continuò ad aumentare e non si riuscì più a stare
dietro alle sepolture. La fossa vicino al Lazzaretto era inoltre ormai colma di
morti. Ancora una volta venne chiesto l’aiuto dei frati cappuccini e nel giro di
quattro giorni, con la realizzazione di altre tre fosse comuni, il problema venne
risolto. Grazie alla carità di alcuni privati le spese pubbliche più urgenti
poterono essere sostenute; la carenze di organico vennero invece colmate da
ecclesiastici. Non mancò comunque anche chi approfittò della situazione per
trarne vantaggio: i monatti, incaricati di portar via su carri i cadaveri e di
sotterrarli, e gli apparitori, incaricati di avvertire del passaggio dei carri,
rimasti senza chi li controllasse, iniziarono a dedicarsi al saccheggio ed
all’estorsione. Anche la pubblica sicurezza non mancò di distinguersi nel
compiere atti perversi.
Il peggioramento della situazione contribuì a dare nuova forza alla paura della
popolazione nei confronti degli untori, fino a farla divenire vera e propria
pazzia. Dietro alle azioni degli untori iniziò ad essere vista la mano del diavolo, la
gente iniziò a dubitare dei loro stessi parenti, iniziarono a diffondersi storie
deliranti e si arrivò anche ad attribuire la causa della peste al passaggio di una
cometa. Il delirio iniziò a coinvolgere gli stessi medici che fin dal principio aveva
combattuto da soli contro la pubblica ignoranza. Lo stesso cardinale Federigo
Borromeo non escluse l’esistenza di untori e di unguenti velenosi. I pochi che
riuscirono fino all’ultimo a mantenersi lucidi ed a ragionare, tanto da ritenere
assurde le opinioni popolari, non vollero però ovviamente esporsi per prudenza.
I magistrati, confusi e ridotti in numero ogni giorno di più, si dedicarono quasi
solo alla ricerca degli untori: numerosi furono i processi ed altrettanto
numerose le condanne di innocenti, accusati di aver propagato la peste.

Capitolo 33
Una notte, verso la fine d’agosto, Don Rodrigo inizia ad avvertire uno strano
malessere mentre sta tornando a casa da una festa, durante la quale ha
suscitato l’ilarità dei presenti con un elogio funebre del conte Attilio, morto
due giorni prima. Arrivato a casa, viene accompagnato subito nella camera da
letto dal Griso, uno dei pochi servitori rimasti ancora vivi, e dopo un lungo
rigirarsi nel letto riesce finalmente ad addormentarsi. Il sogno è per lui
terribile: Don Rodrigo si trova in una chiesa in mezzo ad una fitta folla di
appestati che si accalcano intorno a lui urtandolo in particolare al fianco
sinistro, tra il cuore e l’ascella, dove l’uomo sente una violenta fitta; al pulpito
della chiesa compare infine padre Cristoforo e punta il dito verso il tiranno,
come aveva fatto in precedenza. Don Rodrigo si sveglia urlando, si guarda il
fianco sinistro e scopre di avere un bubbone: è malato di peste. Terrorizzato
non solo dalla morte ma anche dall’idea di essere condotto dai monatti al
Lazzaretto, l’uomo chiama il Griso (che con un colpo d’occhio si accerta del
presentimento avuto la sera prima) e gli ordina di andare a chiedere soccorso
ad un chirurgo noto per tenere nascosti gli ammalati. Il bravo si prende carico
della missione ma tradisce però il padrone, liberando la casa dagli altri servitori
con falsi incarichi e andando a chiamare lui stesso i monatti, per dividere con
loro il tesoro di Don Rodrigo. Mentre il tiranno viene portato al Lazzaretto, il
Griso fruga tra gli averi del padrone e spinto dalla cupidigia non esita anche a
toccarne i vestiti infetti: morirà il giorno dopo.

Tornando a parlare di Renzo, iniziata la guerra tra la repubblica Veneta e la


Spagna, e cessato quindi ogni timore di ricerche, il giovane era tornato nel
paese di Bortolo. Più volte era stato sul punto di arruolarsi nell’esercito, ma
grazie alle parole del cugino aveva poi sempre abbandonato l’idea. Giunta la
peste anche nel bergamasco, Renzo si era anche lui ammalato ma era infine
riuscito a guarire.
Ritornato ora in salute, il giovane decide di tornare al suo paese per accertarsi
della condizione di Agnese, e di raggiungere poi Milano, dove sa che si trova Lucia,
per convincere la ragazza ad abbandonare il voto. Il ritorno a casa riempie di
tristezza Renzo. Per strada incontra Tonio e lo scambia inizialmente per il
fratello Gervasio, tanto è istupidito dalla peste. Incontra poi anche Don
Abbondio, anche lui guarito dalla peste, che lo informa del fatto che Agnese si
trova a Pasturo in Valsassina da suoi parenti, che Lucia si trova ancora a
Milano, che anche Don Rodrigo si trova a Milano, che Perpetua è morta e che
padre Cristoforo non ha fatto ancora ritorno. Sapute le intenzioni del giovane,
il religioso tenta inutilmente di convincerlo a fare ritorno nel territorio di
Bergamo, per evitare che vada a cacciarsi nei guai e soprattutto, con il solito
egoismo, per evitare che ne crei a lui stesso. Renzo fa poi visita alla sua vigna ed
alla sua abitazione e trova solo degrado e distruzione. Si reca infine alla casa di
un suo vecchio amico, da quale riceve ospitalità. Durante la cena, mentre i due si
scambiano informazioni, il giovane viene a conoscenza del casato di Don
Ferrante e viene anche a sapere che il podestà e buona parte degli sbirri sono
morti: si convince così di andare direttamente a Milano, senza nessun timore
della giustizia.
Il giorno dopo Renzo riprende il suo viaggio. Prima di arrivare a Milano si ferma
in una bottega di Monza ed acquista due pani da tenere in tasca in caso di
necessità.

Capitolo 34
Arrivato sotto le mura di Milano, Renzo entra nella città attraverso Porta
Nuova, corrompendo con una moneta da mezzo ducato la guardia che avrebbe
dovuto vietare l’ingresso a chiunque non avesse mostrato un certificato di
buona salute. Il giovane, arrivato poi presso al Naviglio, va incontro ad un
passante con la sola intenzione di chiedere le indicazioni necessarie a
raggiungere l’abitazione di Don Ferrante; l’uomo però, credendo che il ragazzo
sia un untore (questa sarà la sua versione dei fatti per tutto il resto della sua
vita), lo tiene lontano con il bastone, minacciando di usarlo contro di lui.
Proseguendo il suo cammino, Renzo viene richiamato da una donna, affacciata
con i suoi figli al terrazzo di una abitazione, che gli chiede di avvertire il
commissario della loro condizione: essendo morto di peste suo marito, la loro
porta di casa è stata chiodata, nessuno passa però a portarle da mangiare ed
adesso rischia di morire di fame insieme ai figli. Renzo le dona i due pani
acquistati a Monza (ed è una forma più nobile di restituzione di quelli trovati per
strada il giorno del tumulto di San Martino) e promette di fare il possibile per
aiutarla. In piazza San Marco il ragazzo vede una macchina della tortura ed
assiste poi al passaggio di un apparitore e dei monatti che guidano alcuni carri
carichi di cadaveri. Procedendo oltre, Renzo incontra un prete che, pur
mantenendo da lui una certa distanza e tenendo davanti a sé un bastone come
difesa, gli indica finalmente il percorso da seguire per raggiungere la casa di
Don Ferrante ed accetta anche di prendersi cura del caso della donna chiusa in
casa. Il giovane riprende il cammino ed il senso di angoscia comincia a crescere
in lui. Sta ormai per raggiungere la sua destinazione ed ha paura di quella che
sarà la verità che dovrà affrontare. La desolazione, la tristezza e le scene di
dolore e di morte che è costretto a vedere lungo il suo percorso non lo aiutano
certo a trovare conforto e coraggio. La scena più toccante gliela offre una
giovane donna, di rara bellezza, che porta la sua figlia morta, di nome Cecilia, sul
carro dei monatti per poi fare ritorno a casa ed aspettare la morte insieme
alla sua altra figlia.
Dopo aver incontrato un gruppo di malati che vengono condotti al Lazzaretto,
Renzo raggiunge infine l’abitazione di donna Prassede e don Ferrante, ed una
donna da dentro casa lo informa con fare brusco che Lucia si trova anch’essa
al Lazzaretto. Il giovane rimane per un poco di tempo vicino alla porta, è
chiaramente arrabbiato ed agitato, ed il suo strano comportamento lo fa
credere un untore da una donna poco distante da lui. Al grido di lei “l’untore!
dagli! dagli! dagli all’untore!” accorre un piccola folla ed il giovane è costretto a
scappare per salvarsi. Le urla degli assalitori attirano altre persone e quando
Renzo si accorge di avere la via bloccata in entrambe le direzioni, si fa coraggio
e salta su un carro carico di cadaveri, condotto dai monatti verso il luogo di
sepoltura. Il protagonista viene accolto festosamente dai monatti, che lo
ringraziano per la sua attività di untore e lo aiutano anche a mettere in fuga la
folla, brindando infine alle numerosi morti. Giunto al corso di porta orientale, da
lui percorsa più volte durante i giorni del tumulto, Renzo salta giù dal carro e si
dirige verso il Lazzaretto. Dopo esser passato attravero una immensa folla di
ammalati, raggiunge infine la porta d’ingresso di quel triste ospedale.
Capitolo 35
Nel recinto del Lazzaretto si trovano sedicimila appestati. Lo spazio delimitato
dal recinto è tutto ingombrato di capanne, baracche e carri; ovunque è un
brulichio di gente, un continuo movimento di malati ed inservienti. Renzo rimane
inizialmente sopraffatto da questo spettacolo, muovendosi lungo la via
principale, inizia poi la ricerca della sua amata. Le scene che si presentano al suo
sguardo sono ovviamente terribili ed infondono tristezza nel suo cuore. Ad
aggravare ulteriormente lo stato d’animo del giovane contribuisce anche il
cielo cupo e l’aria afosa, che preannunciano una imminente tempesta.
Renzo capisce di trovarsi nel settore degli uomini, smette di controllare ogni
capanna e si dedica alla cerca del settore dedicato alle donne. Attirato da belati
e da vagiti, il giovane si avvicina ad uno steccato e scopre così l’area
dell’ospedale dove i bambini rimasti orfani vengono accuditi da alcune donne con
l’aiuto di capre. Dopo essere rimasto per un poco ad osservare lo spettacolo,
spinto dalla meraviglia e dalla commozione, Renzo prosegue il suo cammino e
vede improvvisamente comparire in lontananza padre Cristoforo. Il religioso,
non appena era giunta nel convento di Rimini la notizia della peste scoppiata a
Milano, aveva fatto subito richiesta per poter offrire il suo aiuto, per poter
offrire la sua vita per il prossimo. Il conte zio era nel frattempo morto ed il
cappuccino non aveva quindi trovato nessun ostacolo al suo ritorno.
Renzo corre incontro a padre Cristoforo e non può fare a meno di accorgersi
che l’anziano frate è malato: il viso è scarno, il portamento è stentato; solo il
suo sguardo spicca ancora per la sua forza, che è ora anche accresciuta
ulteriormente dalla carità. Il giovane annuncia al religioso che Lucia si trova al
Lazzaretto e che lui è venuto in quel luogo per ritrovarla. Racconta quindi le
vicende della ragazza, tralasciando il voto di castità, e poi anche le sue vicende
personali. Il religioso suggerisce al giovane di andare alla chiesa che si trova nel
mezzo del Lazzaretto. Padre Felice, il cappuccino incaricato di gestire l’ospedale,
radunerà là le poche persone guarite per condurle poi in un altro luogo dove
continueranno la quarantena. Se Lucia è guarita, il giovane potrà trovarla in
quel gruppo, altrimenti dovrà proseguire la ricerca nel settore delle donne (è in
realtà proibito entrarvi, ma non mancano punti d’accesso non controllati). Il
religioso consiglia a Renzo di prepararsi anche a ricevere una brutta notizia,
ma il giovane, al pensiero di non riuscire a ritrovare Lucia, si accende d’ira ed
annuncia di volere in tale caso farsi vendetta uccidendo don Rodrigo. Padre
Cristoforo non accetta le parole del ragazzo, soprattutto perché fatte in un
tale contesto di morte, sofferenza, ma soprattutto di carità. Rimproverando
il giovane, il religioso porta anche ad esempio la sua vicenda personale. Renzo
infine annuncia di volere perdonare di cuore Don Rodrigo. Padre Cristoforo
accompagna allora il giovane alla capanna in cui si trova l’uomo, ormai in fin di
vita e completamente privo di senno. Entrambi si mettono a pregare per lui: don
Rodrigo è stato perdonato.
Al terzo tocco della campana che annuncia l’arrivo di padre Felice alla chiesa
centrale, Renzo e padre Cristoforo si lasciano con la promessa di rivedersi in
seguito, quando il giovane avrà ottenuto informazioni su Lucia.

Capitolo 36
Le parole di padre Cristoforo e la vista di Don Rodrigo hanno fortemente
colpito l’animo di Renzo, che sente ora il suo cuore diviso tra Lucia e l’uomo che
lo ha allontanato da lei.
Il giovane si è appena avviato verso la chiesa ottagonale posta al centro del
Lazzaretto, quando compare padre Felice ad uno dei suoi portici. Il religioso
inizia una profonda predica che suscita il pianto in tutte le persone presenti,
compreso Renzo. Il religioso prima chiede ai presenti di ringraziare Dio per sé
stessi e pregare per gli altri che rimangono (chiede loro di iniziare da lì una vita
di carità), infine chiede loro perdono, da parte sua e dei suoi compagni frati,
per non essere riuscito a servirli a dovere. Terminata la predica, inizia la lenta
processione e Renzo scruta attentamente la folla fino ad accertarsi
dell’assenza di Lucia. Il giovane si avventura allora nella sezione dedicata alle
donne e continua la ricerca della sua amata. Accostando per caso la testa ad
una delle capanne, sente infine una voce conosciuta. Il respiro si blocca ed il
giovane si sente mancare; tornano poi subito le forze e Renzo raggiunge di
corsa l’ingresso dell’abitazione: è Lucia. La ragazza si era ammalata di peste ed
era stata quindi condotta al Lazzaretto. Un volta guarita, aveva iniziato a
prendersi cura della sua compagna di capanna, un ricca mercantessa che aveva
visto morire il marito ed i figli. Fuori pericolo anche l’altra donna, le due erano
diventate praticamente inseparabili ed avevano progettato di vivere insieme
fintanto che Lucia non avesse avuto notizie della madre Agnese.
Renzo dichiara a Lucia di essere lì per lei, di volerla ancora in moglie. Lucia lo
rimprovera invece di mancare di rispetto alla Madonna venendo lì a tentarla,
ora che è quasi riuscita a dimenticarlo. Ma il voto è per il ragazzo ingiusto,
perché danneggia un’altra persona, e quindi non valido (avrebbe preferito che
Lucia promettesse di chiamare Maria la loro prima figlia). Renzo comunica anche
a Lucia che padre Cristoforo, ormai malato di peste, si trova in quel triste
ospedale per assistere i malati, le racconta l’incontro con Don Rodrigo ed
utilizza le parole del religioso, un santo, per convincere la ragazza che Dio
stesso li vuole uniti in matrimonio. Visto che la ragazza non vuole sentire
ragioni, il ragazzo propone infine di andare a chiedere consiglio a padre
Cristoforo stesso e parte subito per andare a chiamare il cappuccino ed
informarlo, a questo punto, anche del voto di castità fatto dalla ragazza.
Dopo aver fatto ancora visita a Don Rodrigo, padre Cristoforo e Renzo si
recano alla capanna di Lucia. Il religioso chiama in disparte la ragazza, le chiede
del voto e le fa capire quindi che non era stata fatta la giusta scelta: essendosi
Lucia già promessa in sposa a Renzo, con il voto di castità la giovane aveva di
fatto offerto alla Madonna anche la volontà di lui, senza però averne il
consenso. Padre Cristoforo ricorda poi che è nelle sue facoltà (operando la
Chiesa in nome di Dio) il poter sciogliere un voto e chiede alla ragazza se è sua
intenzione chiederlo. Lucia conferma subito la propria volontà ed il voto di
castità viene sciolto: i due giovani sono nuovamente promessi sposi. Il religioso
consiglia ai due giovani di fare tesoro delle difficoltà che hanno dovuto
superare, dona loro il pane che aveva custodito dal giorno in cui aveva
ottenuto il perdono dal fratello dell’uomo che aveva ucciso, rifiuta le cure
offerte la Lucia dicendo che desidera soltanto che gli altri lo aiutino a
ringraziare Dio per l’occasione di carità che gli ha fornito, ed infine si allontana
con Renzo. Nonostante sia già buio e la burrasca stia per cominciare, il
promesso sposo saluta padre Cristoforo e il Lazzaretto per riprendere
subito il suo viaggio, ora verso Pasturo, per avere notizie di Agnese.

Capitolo 37
Non appena Renzo esce dal Lazzaretto, scoppia un forte temporale. L’acqua
caduta porterà via il contagio: dopo pochi giorni i casi di peste diverranno
isolati ed i sopravvissuti torneranno alla loro vita ordinaria.
La contentezza per avere ritrovato Lucia è tale che l’unica preoccupazione del
giovane è quella di tornare il prima possibile al suo paese, per poi ripartire
subito e raggiungere Pasturo; non si preoccupa quindi né della pioggia, né delle
difficoltà del viaggio e neanche della stanchezza fisica. Giunto il giorno dopo in
paese, senza aver fatto alcuna sosta, Renzo si reca alla casa dell’amico che lo
aveva ospitato in precedenza, gli racconta così gli ultimi avvenimenti,
chiedendogli anche di fare da testimone alle prossime nozze, e rimane a
riposare ancora da lui per la notte. Il giorno dopo Renzo riparte di mattina
presto e raggiunge infine la casa dove Agnese si era rifugiata per evitare il
contagio. Tra i due inizia una lunga discussione, durante la quale il promesso
sposo racconta alla donna gli ultimi sviluppi della storia, partendo dalla notizia
che Lucia è viva e che sarà presto sua moglie. Renzo ed Agnese si lasciano con la
decisione di andare tutti insieme a vivere nel bergamasco subito dopo il ritorno
in paese delle due donne.
Tappa successiva del viaggio di Renzo è il paese di Bortolo (anche l’uomo, come
Agnese, è riuscito ad evitare il contagio), dove il giovane acquista e ammobilia un
nuova casa, per poi ripartire con la promessa di farci ritorno appena possibile.
Infine il promesso sposo ritorna al suo paese e ci conduce dopo pochi giorni
anche Agnese: i due personaggi riprendono così una vita normale, aspettando il
ritorno di Lucia. Renzo e Don Abbondio, in particolare, si evitano l’un l’altro: l’uno
per non sentir parlare di matrimonio, l’altro per evitare di fare innervosire il
prete e complicare così nuovamente la situazione.

Tornando a raccontare di Lucia, la giovane lascia il Lazzaretto insieme alla


mercantessa e trascorre il resto del periodo di quarantena nella casa della
donna. La promessa sposa viene a sapere dall’amica che Gertrude, la monaca di
Monza, accusata di aver compiuto atroci misfatti, era stata fatta trasferire
dal cardinale Federigo in un monastero di Milano. Confessate le proprie colpe, la
religiosa trascorreva da allora una vita di privazioni per auto punirsi. Lucia
viene poi anche a conoscenza della morte di padre Cristoforo ed anche di donna
Prassede e Don Ferrante. L’uomo, in particolare, era stato uno dei più risoluti a
negare l’esistenza della peste e del contagio, giustificando la propria opinione
con profondi ragionamenti. Questo suo credo lo portò a non prendere alcuna
precauzione, ad ammalarsi e quindi morire poco dopo.

Capitolo 38
Terminato il periodo di quarantena, Lucia fa ritorno al suo paesello
accompagnata dall’amica mercantessa e può così finalmente ritrovare la
madre Agnese ed il promesso sposo Renzo. Dopo i primi gioiosi festeggiamenti, il
ragazzo va poi subito a fare visita a Don Abbondio e chiede nuovamente al
religioso di celebrare il matrimonio, ironizzando anche sul mal di testa finto dal
prete il giorno in cui si rifiutò di celebrare il rito. Don Abbondio non dice
espressamente di no ma continua ancora a proporre scuse per non compiere il
proprio dovere, puntando soprattutto sul mandato pendente su Renzo e sulla
sconvenienza di celebrare pubbliche nozze nel territorio di Milano. Capita la
situazione, il giovane fa ritorno alla casa di Lucia e racconta l’esito della
missione alle donne.
Nel pomeriggio dello stesso giorno Agnese, Lucia e la mercantessa tentano
nuovamente di convincere il curato a svolgere il matrimonio. L’esito sarebbe
stato ancora lo stesso se Renzo prima ed il sagrestano Ambrogio poi non
avessero comunicato a tutti loro che la casa di Don Rodrigo è stata occupata
da un marchese parente del tiranno e molto famoso per la sua bontà. La notizia
rende certa la morte di Don Rodrigo e don Abbondio, venuta meno la sua fonte
di terrore, cambia completamente atteggiamento: si dichiara disponibile a
celebrare il matrimonio e scherza amorevolmente con tutti sulle vicende
appena vissute. Il giorno dopo il curato riceve anche una visita dallo stesso
marchese e saputo che l’uomo vuole risarcire Renzo e Lucia per i danni causati
loro dal suo parente deceduto, consiglia lui di comprare a buon prezzo le case
dei giovani e di attivarsi per fare annullare il mandato di cattura pendente sul
ragazzo. Renzo e Lucia diventano così sposi per bocca di don Abbondio e
ricevono in dono anche l’assoluzione di Renzo ed un’altra sostanziosa donazione
di denaro (la compravendita delle case avviene per mano di un dottore, non però
di Azzecca-garbugli, morto di peste).
Dopo un doloroso addio a tutti gli amici ed i conoscenti, Renzo, Lucia ed Agnese
lasciano infine anche il paese ed il territorio di Milano per raggiungere Bortolo
nel territorio bergamasco. La vita nella loro nuova residenza non è però
felicissima per Renzo: sapute le vicende dei due giovani, l’aspettativa in paese
per l’arrivo di Lucia è altissima e non mancano i commenti negativi quando tutti
si accorgono che si tratta comunque di una semplice contadina. Quando viene
messo in vendita un filatoio a buon prezzo alle porte di Bergamo, il giovane non
esita a comprarlo in co-proprietà con il cugino ed a lasciare così anche questo
paese. Aspettative per Lucia non ce ne sono più ed i due sposi possono
finalmente godersi la pace del matrimonio, dando anche alla luce numerosi figli,
la prima dei quali, come promesso, viene chiamata Maria.

Il romanzo termina con la celebre morale: i guai vengono bensì spesso, perché ci
si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a
tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio
li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Molte volte siamo noi stessi
l’origine dei nostri mali, ma la massima cautela non basta comunque a tenerci
lontani da loro. In ogni caso è solo grazie alla fiducia in Dio che possono essere
rese più sopportabili le loro pene e si può anche ottenere un insegnamento da
guai passati.

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