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I Promessi Sposi: la genesi del romanzo

Alessandro Manzoni ha iniziato nel 1821 a scrivere la prima bozza, mai pubblicata, intitolata
“Fermo e Lucia“, ma non era convinto del suo lavoro.
Manzoni voleva una stile meno aulico, meno difficile da comprendere a chi non era uomo di
cultura, desiderava che il suo romanzo venisse letto da un pubblico vasto e per questo
necessitava anche di una lingua comprensibile ai più.
La revisione degli stili e della lingua hanno permeato l’attività di Manzoni per diversi anni,
ne troviamo traccia anche nei carteggi con l’amico Claude Fauriel.

 1821 / inizio stesura Fermo e Lucia


 1827 / prima revisione che ha portato all’edizione dei Promessi Sposi chiamata
la Ventisettana
 1840 / ultima revisione che ci ha consegnato l’edizione
ultima denominata Quarantana: 


 Fermo e Lucia (1821-1823)

Nella primavera del 1821 Alessandro Manzoni si trovava nella sua villa di Brusuglio a Milano,
dove matura l’idea del romanzo in seguito ad alcune letture sulle vicende storiche di Milano
attorno al 1630, che saranno proprio l’ambientazione temporale dei Promessi Sposi.
Queste letture trattavano con abbondanza di documenti il periodo della carestia e della peste.
Questi due libri contenevano anche notevoli spunti romanzeschi: il racconto di una
monacazione forzata, la conversione di un nobile prepotente ad opera del cardinale Borromeo,
le pene minacciate a chi con la violenza tentasse di impedire un matrimonio.

La prima stesura del romanzo porta come data il 24 aprile 1821.


Manzoni inizia a scrivere i primi due capitoli per poi fermarsi per consentire la ripresa e la
conclusione dell’Adelchi. Dalla primavera del 1822 ritorna a dedicarsi alla sua opera
completandola nel settembre 1823.

Come era strutturato il Fermo e Lucia?

Il testo era diviso in quattro tomi senza titolo:

 1° tomo – protagonisti sono i promessi sposi


 2° tomo – protagonista è Lucia
 3° tomo – protagonista è Fermo
 4° tomo – protagonisti i due fidanzati

Titolo dell’opera: “Fermo e Lucia“, dove Fermo è il protagonista maschile che diverrà


poi Renzo Tramaglino.

I Promessi Sposi – edizione Ventisettana (1827)


Nel marzo 1824 Alessandro Manzoni mette mano ad una nuova stesura del romanzo,
apportando notevoli modifiche, si può dire che sia quasi un totale rifacimento dell’opera.
Vediamo cosa fa Manzoni:
 eliminazione di alcune digressioni, dotate di una loro autonomia ideologica o narrativa e
pertanto considerate inopportune rispetto al processo di concentrazione drammatica della
vicenda (per esempio la parte relativa ai processi agli untori, le osservazioni sulla questione
della lingua),

 riduzione di episodi e sfrondamento delle vicende riguardanti alcuni


personaggi (ex. Gertrude: da 6 a 2 capitoli),

 spostamento nell’ordine dei capitoli e degli episodi. Manzoni scompone e rimonta al


fine di ottenere un maggiore equilibrio armonico della struttura narrativa,

 radicale revisione linguistica. Il Fermo e Lucia era un impasto


eterogeneo di lingua letteraria e lingua d’uso. Per Manzoni la lingua letteraria era
distaccata dai problemi della vita del popolo e la lingua d’uso al contempo risultava
inadeguata a risolvere il problema di un romanzo nazionale e non municipale. Si trova così
nella condizione di inventare una lingua per la prosa, che non sia il classicismo aulico delle
tragedie, ma una lingua più vicina alla gente. Così sperimenta un linguaggio in cui è forte
la presenza di costrutti e termini milanesi e francesi (Alessandro Manzoni parlava
correntemente francese, grazie al periodo parigino con la madre Giulia Beccaria.
Le lettere all’amico Claude Fauriel sono in francese), cercandosi di avvicinare al toscano
vivo. Studia il vocabolario milanese-toscano di Francesco Cherubini, il vocabolario della
Crusca e gli autori toscani, ma non si reca personalmente a Firenze.

Concluso il vasto spoglio linguistico e la revisione strutturale durata tre anni, la nuova opera
vide la sua prima stampa in tre tomi presso l’editore Ferrario di Milano nel 1827.

Qual è la struttura della Ventisettana?

Aboliti i 4 tomi del Fermo e Lucia, I Promessi Sposi, edizione Ventisettana, sono un unico


racconto suddiviso in 38 capitoli.
Manzoni abbandona l’impianto rigido basato sulla successione delle vicende di Lucia e
Fermo/Renzo, che si intrecciano in una struttura narrativa perfettamente bilanciata.

Titolo dell’opera: I promessi sposi

I promessi sposi. Storia milanese del secolo XVII scoperta e rifatta da


Alessandro Manzoni – edizione Quarantana (1840)

Subito dopo la pubblicazione dei Promessi Sposi nel 1827, Alessandro


Manzoni va direttamente a Firenze: è convinto che si debba proporre un modello
linguistico unitario, che sia accessibile a tutti e “fu per lui come una rivelazione: quella
lingua tanto faticosamente cercata nei libri, eccola viva, agile, reale, nei Fiorentini colti con cui
veniva a contatto” (Storia della lingua italiana, Bruno Migliorini).

Eccola la soluzione, ecco il modello linguistico unitario da utilizzare nella letteratura come nella
vita sociale: il fiorentino delle persone colte, la lingua viva e parlata e non la lingua morta dei
libri del Trecento e del Cinquecento, come volevano invece i puristi.
Da qui nasce una nuova revisione dei Promessi Sposi, che è prettamente linguistica,
lasciando inalterato l’impianto della struttura narrativa.

Manzoni decide anche di innovare l’opera arricchendola con illustrazioni di Francesco


Gonin e venne pubblicata a partire dal 1840 fino al 1842 presso Guglielmini e Radaelli,
conosciuta anche come Quarantana.
Un’edizione molto costosa per via delle immagini, che non ebbe una grande diffusione.

Qual è la struttura della Quarantana?

L’opera comprende:

 introduzione, nella quale compare il testo del presunto manoscritto Seicentesco


 38 capitoli
 la Storia della Colonna Infame

I promessi sposi Il genere del romanzo storico Manzoni ebbe a disposizione solo modelli stranieri, come le
opere di Voltaire, Denis Diderot, Ann Radcliff, Daniel Defoe e, soprattutto, Walter Scott: quest’ultimo aveva
però narrato vicende poco rispettose della verità storica, cui invece Manzoni intende essere fedele evitando
di scadere nel romanzesco Inoltre Scott aveva scelto per lo più come ambientazione il Medioevo; la scelta di
Manzoni cadde invece sul Seicento perché, di fronte al dominio dell’irrazionalità e dell’oppressione e di
fronte a eventi devastanti come la peste, gli uomini reagirono abbandonandosi ai peggiori delitti e
manifestato le più grandi virtù; insomma era il secolo giusto per dimostrare come il contesto storico possa
condizionare, ma mai deteminare il comportamento umano.

Il problema della lingua

Manzoni era alla ricerca di una lingua comprensibile da parte di tutti gli alfabetizzati; il carattere
profondamente cristiano e democratico del romanzo (in cui per la prima volta assurgono al ruolo di
protagonisti due umili operai-contadini semianalfabeti, che sventano tutte le trame dei potenti e in
funzione dei quali persino le vicende della macrostoria trovano giustificazione e validità) non poteva
trovare espressione nell’italiano letterario della tradizione, assolutamente aristocratico e antidemocratico.
La ricerca linguistica manzoniana attraverò tre fasi: 1. la lingua europeizzante del Fermo e Lucia, composita
e modellata su milanese, francese, toscano e latino; 2. la lingua toscano-milanese dell’edizione 1827,
modellata però su un toscano eccessivamente libresco; 3. la lingua parlata dai fiorentini colti dell’edizione
del 1840. La scelta finale fece dei Promessi sposi (la cui lettura venne resa obbligatoria nei licei da
Francesco De Sanctis, divenuto ministro della Pubblica Istruzione nel 1879) il primo veicolo dell’unità
linguistica nazionale.

I punti di vista

Nei Promessi sposi si incrociano diversi punti di vista (il che crea la dialogicità del romanzo e l’effetto di
polifonia): 1. quello del narratore onnisciente, alternato con quello di un narratore che chiama invece in
causa il lettore, trasformandolo in “coautore”; 2. quello dell’anonimo seicentesco; 3. quello dei diversi
personaggi.
L’ironia

L’ironia è figura retorica che consiste nell’affermare una cosa lasciando intendere l’opposto: richiede perciò
un lettore complice e attento, disposto a partecipare alla costruzione di un’“opera aperta”. L’ironia agisce a
più livelli: coinvolge i personaggi, specialmente i potenti, senza risparmiare il narratore stesso (autoironia);
si manifesta a livello narrativo e strutturale: tutti i piani dei “buoni” per aiutare Renzo e Lucia sono destinati
al fallimento; a salvarli sarà invece il “principe dal male”, l’Innominato; come a dire che il bene non è
prerogativa esclusiva dei buoni (né il male dei malvagi). Scopo dell’ironia non è quello di negare l’agire
dell’uomo, ma quello di relativizzarlo: l’agire umano è indispensabile perché Dio, con la sua provvidenza,
possa orientarlo al bene.

LA PROVVIDA SVENTURA

Nel sugo della storia R.e L. meditano sulle loro vicende, concludendo che la fiducia e la fede in Dio è utile
per una vita migliore. Prendono coscienza della positività provvidenziale del male (PROVVIDA
SVENTURA). Ci sta un rifiuto dell’idillio, che non è vero . Grazie alla consapevolezza del male, i 2
protagonisti non devono solo stare bene, ma anche far e bene.

"provvida sventura" cioè della sofferenza che caratterizza l'esistenza degli uomini. Una sofferenza
che, tuttavia, non è un male inutile ma uno strumento di cui la divina Provvidenza si serve per
mettere l'uomo alla prova e renderlo degno della felicità eterna.
ritenuta la Provvidenza divina il vero motore della storia, ne consegue una radicata sfoducia nei
confronti dell'agire umano. si tratta di un pessimismo che nel romanzo si manifesta attraverso il
sistematico fallimento di tutti i progetti che gli uomini cercano di realizzare, dal matrimonio di
sorpresa di lucia
(parla di tutti i riferimenti che manzoni fa alla vita reale che vive giorno per giorno)

IL SUGO DELLA STORIA

Virtù e felicità possono coincidere solo nella PROSPETTIVA DELL’ETERNO, : solo in


un’altra vita i buoni saranno premiati e i cattivi puniti.

(cap. I)

Manzoni nel primo capitolo ,inizia con accurata e realistica descrizione dei luoghi dove vivono
Renzo e Lucia i protagonisti della storia. La vicenda inizia così: è la sera del 7 novembre 1628 e
Don Abbondio passeggia, come è solito fare, leggendo il breviario. Ad un certo punto, ad una
biforcazione della strada, nei pressi di un tabernacolo dipinto, vede due figuri che non avrebbe mai
voluto vedere, sono due bravi che stanno aspettando proprio lui. Portano i capelli lunghi, raccolti in
una reticella dalla quale esce solo un ciuffo che ricade sulla fronte, e dai vestiti si intravedono armi
spaventose. La specie dei bravi era molto diffusa in quegli anni e il Manzoni fa un minuzioso
elenco di leggi di quell’epoca, che prevedono pene severe per i bravi, che sono al servizio dei
potenti.
Il Manzoni, con ironia, ci fa comprendere l'inefficacia delle leggi , perché comunque anche chi le
deve fare rispettare, non osa mettersi contro i potenti. Don Abbondio capisce egoisticamente che i
bravi stanno aspettando proprio lui, dopo aver guardato se per caso ci fosse qualcuno che potesse
soccorrerlo e cercato inutilmente vie di fuga li va incontro, ostentando finta tranquillità, recitando il
breviario ad alta voce quasi per farsi compagnia e darsi coraggio.
I bravi gli bloccano la strada e con minacce di morte gli intimano di non celebrare il matrimonio tra
due giovani del luogo: Renzo Tramaglino, un filatore di seta e Lucia Mondella, una lavoratrice della
filanda.
Don Abbondio è spaventatissimo, cerca di lusingare i due e di giustificarsi dicendo che a lui non
viene nulla in tasca se quei ragazzacci vogliono maritarsi. Si mostra subito complice e si dichiara
disposto all'obbedienza, soprattutto quando sente il nome di don Rodrigo, il padrone dei due bravi.
I due dopo averlo minacciato lo salutano frettolosamente con un imprecazione, certi
dell’obbedienza del curato, il quale invece vorrebbe ora trattenerli e chiedere consiglio per non
celebrare il matrimonio.
FIGURA di Don Abbondio.
Quest’ultimo, fin dalla fanciullezza, si rivela un debole e un timoroso, incapace di affrontare le
difficoltà della vita in un'epoca tanto violenta: un vaso di terra cotta fra tanti vasi di bronzo. Egli,
non per una vera vocazione religiosa, sceglie la strada sacerdotale ma perché gli da la possibilità
di appartenere ad una classe privilegiata e protetta.
Don Abbondio per poter star tranquillo e non cacciarsi nei guai, bloccato dalla paura, ha un
comportamento caratterizzato dal servilismo, dall’opportunismo che lo porta a stare sempre dalla
parte del più forte e a giustificarne i comportamenti, criticando chi non pensa ai fatti propri.
Così mentre intraprende la strade verso la curia, fra sé e sé immagina le reazioni di Renzo, buono
come un agnello se non contraddetto e ripensa a ciò che avrebbe dovuto dire ai bravi. Avrebbe
dovuto mandarli direttamente da quei due giovani, si rende però conto che questo sarebbe stato
troppo. Così segretamente insulta quel don Rodrigo, che tante volte aveva difeso quando altri
avevano inveito contro di lui. Giunge così a casa affannato e spaventato, dove lo attende
Perpetua, la sua serva. Da una parte Don Abbondio non vede l’ora di confidarsi, dall’altra la donna
non vede l’ora di sapere. Così dopo molti tentennamenti e giuramenti, finalmente il povero curato
si sfoga e si confida con lei, ma non accetta i suoi consigli. Infine, stremato, va a dormire, ma
prima di ritirarsi fa giurare alla donna di non dire a nessuno questo fatto.

(CAP XXXVIII)

Terminato il periodo di quarantena, Lucia fa ritorno al suo paesello accompagnata


dall’amica mercantessa e può così finalmente ritrovare la madre Agnese ed il promesso
sposo Renzo. Dopo i primi gioiosi festeggiamenti, il ragazzo va poi subito a fare visita a
Don Abbondio e chiede nuovamente al religioso di celebrare il matrimonio, ironizzando
anche sul mal di testa finto dal prete il giorno in cui si rifiutò di celebrare il rito. Don
Abbondio non dice espressamente di no ma continua ancora a proporre scuse per non
compiere il proprio dovere, puntando soprattutto sul mandato pendente su Renzo e sulla
sconvenienza di celebrare pubbliche nozze nel territorio di Milano. Capita la situazione, il
giovane fa ritorno alla casa di Lucia e racconta l’esito della missione alle donne.
Nel pomeriggio dello stesso giorno Agnese, Lucia e la mercantessa tentano nuovamente
di convincere il curato a svolgere il matrimonio. L’esito sarebbe stato ancora lo stesso se
Renzo prima ed il sagrestano Ambrogio poi non avessero comunicato a tutti loro che la
casa di Don Rodrigo è stata occupata da un marchese parente del tiranno e molto famoso
per la sua bontà. La notizia rende certa la morte di Don Rodrigo e don Abbondio, venuta
meno la sua fonte di terrore, cambia completamente atteggiamento: si dichiara disponibile
a celebrare il matrimonio e scherza amorevolmente con tutti sulle vicende appena vissute.
Il giorno dopo il curato riceve anche una visita dallo stesso marchese e saputo che l’uomo
vuole risarcire Renzo e Lucia per i danni causati loro dal suo parente deceduto, consiglia
lui di comprare a buon prezzo le case dei giovani e di attivarsi per fare annullare il
mandato di cattura pendente sul ragazzo. Renzo e Lucia diventano così sposi per bocca di
don Abbondio e ricevono in dono anche l’assoluzione di Renzo ed un’altra sostanziosa
donazione di denaro (la compravendita delle case avviene per mano di un dottore, non
però di Azzecca-garbugli, morto di peste).
Dopo un doloroso addio a tutti gli amici ed i conoscenti, Renzo, Lucia ed Agnese lasciano
infine anche il paese ed il territorio di Milano per raggiungere Bortolo nel territorio
bergamasco. La vita nella loro nuova residenza non è però felicissima per Renzo: sapute
le vicende dei due giovani, l’aspettativa in paese per l’arrivo di Lucia è altissima e non
mancano i commenti negativi quando tutti si accorgono che si tratta comunque di una
semplice contadina. Quando viene messo in vendita un filatoio a buon prezzo alle porte di
Bergamo, il giovane non esita a comprarlo in co-proprietà con il cugino ed a lasciare così
anche questo paese. Aspettative per Lucia non ce ne sono più ed i due sposi possono
finalmente godersi la pace del matrimonio, dando anche alla luce numerosi figli, la prima
dei quali, come promesso, viene chiamata Maria.
Il romanzo termina con la celebre morale: i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato
cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che
quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili
per una vita migliore. Molte volte siamo noi stessi l’origine dei nostri mali, ma la massima
cautela non basta comunque a tenerci lontani da loro. In ogni caso è solo grazie alla
fiducia in Dio che possono essere rese più sopportabili le loro pene e si può anche
ottenere un insegnamento da guai passati.