I PROMESSI SPOSI
E’ il primo romanzo della letteratura italiana:
Sul piano stilistico: crea la lingua italiana, una lingua comune per l’Italia appena unita
Sul piano tematico: i protagonisti sono umili e non più solenni, tipici delle tragedie.
GENESI E COMPOSIZIONE
Manzoni sceglie il romanzo, considerato adatto solo all’intrattenimento, perché lo ritiene lo stile che più permette di coinvolgere
vaste fasce di pubblico, che vogliono sentirsi rappresentate. Manzoni va contro la tradizione classicista, infatti pone in primo piano
gli umili, i protagonisti sono due popolani, descritti però con un registro elevato
Il suo scopo, tuttavia, non è solo divertire ma anche istruire i lettori; infatti, sceglie il romanzo perché si adatta ai principi
romantici del vero, utile e interessante.
Utile: funzione pedagogica con l’uso di principi morali, riflessioni, ideali con lo scopo di formare il cittadino per favorire
il progresso civile.
Interessante tratta di mestieri umili, come il filatore di seta.
Vero storico: ambienta la vicenda nella Lombardia del 600, al tempo della dominazione spagnola.
Non sceglie un’ambientazione nel suo tempo per non essere colpito dalla censura austriaca; tuttavia, il 600 ha molti aspetti in
comune all’800, come l’occupazione straniera, in cui i lettori possano cogliere il parallelismo con l’attualità. 3 edizioni:
1. la prima edizione dal titolo Fermo e Lucia non verrà pubblicata. Sono presenti molte digressioni (es. Gertrude). La lingua è il
toscano letterario, appreso dalla letteratura, con apporti dialettali e francesi.
2. La seconda edizione viene pubblicata nel 1827 con modifiche alla lingua e al contenuto. Lo accorcia eliminando le digressioni
più scabrose e cupe e definisce meglio alcuni personaggi come Renzo e Lucia; dà spessore all'Innominato e la voce narrante è
meno rigida, più morbida e ironica. Nella lingua insiste sulla base toscana letteraria ed elimina il dialetto e il francese. Questa
edizione fu un successo strepitoso.
3. Manzoni però non è soddisfatto perché ritiene di poter fare meglio; così nel 1840 pubblica la terza edizione in cui modifica la
lingua, Ritiene che il toscano letterario sia troppo distante dal vero e dal popolo, cosi utilizza il toscano parlato dalle classi più
colte
STRUTTURA, PERSONAGGI, TEMI
Nell’introduzione, Manzoni dichiara di aver tratto la storia da un manoscritto del 600 che contiene le testimonianze di Renzo.
Questa finzione letteraria ha lo scopo di dare credibilità alla storia e di introdurre il narratore anonimo del ‘600 che diventerà un
vero e proprio personaggio fuori scena, e che Manzoni chiama in causa per distanziarsi dalle vicende in modo ironico.
TRAMA:
PRIMO BLOCCO: Alla vigilia delle nozze due bravi, mandati da Don Rodrigo, minacciano don Abbondio, il parroco, di non
celebrare il matrimonio, perché don Rodrigo aveva scommesso con il cugino Attilio che avrebbe avuto Lucia. Invano Renzo si
rivolge all’avvocato Azzeccagarbugli e senza successo anche fra Cristoforo, un cappuccino, prova a far cambiare idea a don
Rodrigo. A questo punto i due giovani decidono di sposarsi in segreto a casa di don Abbondio, mentre i bravi sono a casa di Lucia
per rapirla, ma fallisce il piano. Ai due giovani non resta che fuggire: Renzo si reca a Milano e Lucia nel convento di Monza, sotto
la protezione di suor Gertrude.
SECONDO BLOCCO: tratta le vicende di Renzo a Milano, si trova implicato nei tumulti delle rivolte per l’aumento del prezzo
del pane. Viene incarcerato all’osteria, riesce a scappare e si rifugia a Bergamo
TERZO BLOCCO: Don Rodrigo scopre dove si trova Lucia, così incarica l’Innominato di rapirla con l’aiuto dell’amante della
monaca di Monza, Lucia viene condotta al castello dell’innominato, il quale, tuttavia, vive una crisi di coscienza e si pente,
esortato da Lucia a sentirsi per il volere de Dio. Durante la notte tormentata Lucia prega il voto di castità per la libertà.
L’Innominato si pente al cardinale Borromeo e libera Lucia, la quale però non può ρiù sposarsi.
QUARTO BLOCCO: descrive la peste portata a Milano dai Lanzichenecchi. Colpisce Renzo, che però guarisce, e si reca nel
lazzaretto per trovare Lucia, altrettanto infetta. Li trova Don Rodrigo morente, così fra Cristoforo lo esorta a perdonarlo come atto
liberatorio. I giovani si ritrovano e riescono a sposarsi, solo dopo che fra Cristoforo, in fin di vita, scioglie il voto di castità. I due
sposi si trasferiscono nella Bergamasca dove prospereranno affari e famiglia.
POPOLANI: sono ritratti in chiave positiva ma non idealizzata, che percorrono un percorso di maturazione durante la storia
Renzo: giovane e impulsivo, convinto che la Provvidenza non sia sufficiente per ottenere giustizia, ha un carattere ribelle che
vuole agire concretamente. Diventa un uomo che rinuncia alla vendetta e capisce l’importanza del perdono e della volontà di Dio.
Lucia: ragazza piena di fede, che si affida completamente nelle mani di Dio, crede fermamente che i guai capitino solo a chi se li
cerca alla fine capisce che capitano a tutti, anche a chi ha un comportamento puro come lei, ma sono prove da superare per
guadagnarsi il posto in Paradiso. (provvida sventura)
CLERO: Manzoni descrive esempi sia di cattiva chiesa (don Abbondio e Gertrude), che di giusta chiesa (fra Cristoforo e
Borromeo).
Don Abbondio: si fa prete per convenienza, ma non ha spirito religioso. È un uomo pauroso, che non prende posizione.
Fra Cristoforo: è l’esempio di chiesa positiva, in quanto incarna lo spirito evangelico e difende sempre i più deboli.
NOBILI: rappresentati in modo negativo, come ottusi, ipocriti, sprezzanti e violenti (tranne Borromeo)
Tematiche e problemi
IL MALE:
ingiustizia sociale: sopruso compiuto da un nobile ai danni di 2 popolani.
Violenza psicologica: monacazione forzata
Violenza fisica guerra dei Trent’anni
Violenza della malattia: peste
LA PROVVIDENZA:
funzione risolutiva grazia i due fidanzati e uccide il nemico
funzione di fiducia: Dio colpisce anche gli innocenti, perciò è necessario affidarsi alla Grazia per salvarsi.
Manzoni rifiuta l’idillio perché la morale è che non esiste vita senza disgrazie.
EROS: assente
Non ha scopo educativo
Potrebbe aver turbato parte del suo pubblico
STILE E TECNICHE NARRATIVE
La tecnica narrativa prevede uno sdoppiamento della voce narrante da una parte l’anonimo del ‘600 e dall’altra il narratore, il
quale instaura spesso un dialogo tra i due, discostandosi dalle sue affermazioni o interpretandole. È un narratore onnisciente, cioè
conosce tutta la storia, il futuro e i sentimenti dei personaggi, inoltre è palese perché interviene spesso con commenti o giudizi. Un
elemento chiave è l'ironia, a volte bonaria, altre feroce e amara, rivolta sia verso i personaggi sia verso i lettori.
LINGUA
1. nella prima versione usa il toscano letterario con espressioni dialettali e francesi
2. nella ventisettana elimina il dialetto e il francese, e si limita al toscano letterario, che però è lontano dalla realtà
3. nella quarantana usa il fiorentino parlato dalle classi colte=> nasce la nuova lingua letteraria
→ Manzoni descrive gli occhi della Monaca, a volte sembrano chiedere affetto e pietà, altre sono carichi di rabbia e odio, Questo
sta ad indicare il suo conflitto interiore tra le violenze subite e il rancore per il passato. Il narratore non propone il punto di vista
della signora per tenere e accrescere il mistero sulla figura della donna
→è presente una moltitudine di riferimenti cromatici, in particolare bianco e nero, che rappresentano la purezza e il peccato.
LEOPARDI
Giacomo Leopardi nasce a Recanati nel 178. Già a 10 anni è in grado di scrivere in latino, e studia dalla ricchissima biblioteca di
oltre quindicimila libri del padre.
Tra il 1809 e il 1816 svolge quello che lui stesso definisce uno studio matto e disperatissimo, che gli porterò inoltre irreparabili
danni alla sua struttura fisica. In questi anni studia a fondo le lingue classiche, non escludendo l’ambito scientifico.
Successivamente comincia quella che esci stesso definisce “conversione letteraria”. All’amore per l’erudizione si sostituisce una
forte consapevolezza dei valori artistici. Durane questi anni entra in crisi l’equilibrio psicologico di Giacomo, soprattutto a causa
della severa e anaffettiva famiglia.
Nel 1817 conoscerà Pietro Giordani (il quale sarà l’amico più stretto che avrà insieme al napoletano Antonio Ranieri), il quale in
futuro lo favorirà a screditare la Chiesa. Nello stesso periodo fissa le sue riflessioni filosofiche e cattoliche nel futuro Zibaldone, e
si innamora della cugina Gertrude.
Quando viene a sapere che Giordani sarebbe andato a visitarlo a Recanati, Giacomo tenta la fuga dalla prigionia familiare. Viene
però scoperto, cadendo in un abbattimento fisico (malattia agli occhi) e psicologico ancor più profondo.
Negli anni seguenti avviene la sua “conversione filosofica”: nonostante la famiglia lo spingesse ad iniziare una carriera
ecclesiastica, aderisce invece ad una concezione ancor più materialistica e atea. Scrive anche le Operette morali, lavori in prosa
dove, con ironia, critica l’ottimismo del tempo e vede con pessimismo la condizione umana.
Dopo aver vissuto fuori da Recanati, nel 1827 si stabilisce a Pisa, città che lo stupisce positivamente e ciò favorisce il suo ritorno
alla scrittura poetica (A Silvia).
Nel 1833, dopo aver passato qualche mese di insopportabile depressione a Recanati, si sposta a Napoli. Nonostante la sua salute
peggiori progressivamente, ha il forte desiderio di intervenire nella società. L’ambiente napoletano infatti ha una forte tendenza
spiritualistica, e questo aumenta la sua ostilità verso il progresso e la fiducia nella scienza e nella tecnica. Muore di colera a Napoli
nel 1837.
L’INFINITO
L’infinito è la sua poesia più famosa. Fa parte dei Canti; è un idillio (poesia breve).
Nell’opera si parla di infinito spaziale e temporale, per poi fondersi insieme. Per l’autore, l’infinito è il desiderio del piacere
(attesa di avere qualcosa è più piacevole di avere quella cosa stessa). Leggendo l’opera si può intuire quale sia la teoria del piacere
di Leopardi. Il desiderio di piacere è infinito, sia per durata che per sensazione. Quindi raggiungere un certo oggetto, secondo lui,
non è abbastanza per esaurire tale piacere. Ciò che potrebbe far soddisfare pienamente il piacere è l’immaginazione: solo grazie
alla sua mente l’uomo è in grado di soddisfare il suo infinito desiderio di piacere. Quando scrive l’Infinito, Leopardi è alle prime
fasi del suo pessimismo storico, in cui rimpiange le ere antiche. Ma è proprio in questo periodo che Giacomo si rende conto di due
caratteristiche insite nella natura dell’uomo: l’oggettività del limite e l’ambizione di superarlo. Quindi il poeta afferma che siamo
limitati, ma inconsciamente cerchiamo di superare i nostri stessi limiti.
CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE IN ASIA
Scrive questo canto tra il 1829 e il 1830
Il Canto notturno si concentra sulla rappresentazione dell’uomo più concreta possibile, evitando quindi ogni idealizzazione.
Leopardi parla del pastore, il quale riflette la vita dell’autore e dell’uomo: Il levarsi all’alba, il pascolo del bestiame, il riposo
serale. Vengono riepilogati brevemente tutti i passi dell’esistenza umana: la nascita e l’infanzia, i dolori senza spiegazione e la
morte, il trascorrere inarrestabile del tempo. Fa una riflessione sullo smarrimento esistenziale (momento in cui una persona
percepisce la sensazione di essersi perso e di non riuscire a ritrovare la strada, non capendo quale direzione stia prendendo la
propria vita) dell’uomo.
Da tutte queste osservazioni Leopardi giunge alla conclusione che per il genere umano è inevitabile il dolore: la vita è
un’alternanza di noia e sofferenza.
Nella seconda strofa la corsa affannosa del pastore termina con la morte. Il poeta ci vuole far capire che tutto finisce e tutti
verranno dimenticati. Al dolore che viene ricompensato dall’aldilà, Leopardi contrappone un dolore senza significato e senza
redenzione (salvezza).