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Capitoli Promessi Sposi

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Alessadro Manzoni

VITA E OPERE
Manzoni nasce in un periodo complicato (1875) da una famiglia aristocratica. I genitori si separano e la
madre, Giulia Beccaria, va a vivere a Parigi.

Alessandro viene educato in vari collegi e si trasferisce a Parigi con la madre dove entra in contatto con il
gruppo di intellettuali contrari a Napoleone.

Conosce Errichetta, di religione Calvinista. Si sposa con lei e ha molti figli. Alla nascita della prima figlia la
moglie diventa cattolica, Manzoni si riavvicina alla fede.

Inizia a scrivere dei testi per celebrare le feste cattoliche (INNI SACRI). Dovrebbero essere 12 ma alla fine ne
scrive solo 5:

- In nome di Maria
- Passione
- Natale
- Pentecoste
- Resurrezione

Dopo qualche anno, si avvicina al Romanticismo e vuole iniziare a scrivere delle tragedie.

TRAGEDIA: scritto in versi, di carattere poetico, con tre regole inventate da Aristotele (aristoteliche), Queste
regole furono sempre rispettate (tranne che da Shakespeare)

- unità di tempo: massimo di 24 ore


- unità di azioni: analisi di un solo aspetto
- unità di luogo: tutto deve svolgersi nello stesso luogo

A. Manzoni scrive due testi: lettera sul romanticismo al marchese Cesare d'Azeglio, lettre a Monsieur
Chauvet

In queste lettere scrive:

1) Raccontare il vero per soggetto: il compito del poeta è raccontare la storia (il vero) ossia non
inventare la storia ma solo immaginare le emozioni di quello che hanno vissuto i personaggi
2) Utile come scopo: scopo morale, deve poter trasmettere un insegnamento
3) L’interessante come mezzo: la storia deve coinvolgere i lettori

Nella lettera a Monsieur Chauvet dice di non volere più seguire due delle regole Aristoteliche; infatti, non è
vero simile che una tragedia avvenga in 24 ore e che si svolga tutta nello stesso luogo.

Dopo questa lettera scrive due tragedie dove riprende l’uso del coro (cantuccio lirico), significa che l’autore
commenta i fatti che racconta. Per tutto il racconto la vicenda segue il vero:

- Il conte di Carmagnola: il conte è il comandante di una vettura (1500), è a capo quindi di un


esercito di mercenari al servizio del Duca di Milano e poi al servizio del Duca di Venezia. Nella
battaglia di Maclodio dopo aver vinto, il conte libera dei prigionieri milanesi. Il doge lo ritiene
responsabile di tradimento. Durante il processo il senatore Marco deve difenderlo. Alla fine della
storia il conte è condannato, Manzoni non lo ritiene colpevole, per dire questo si informa. Vuole
mettere in evidenza la differenza tra la giustizia divina e umana. Nella tragedia Manzoni è
impersonificato dal senatore Marco (unico personaggio inventato) attraverso il quale esprime idee
e stati d’animo.

- Adelchi: è figlio dell’ultimo re longobardo caratterizzato dall’odio della guerra, sua sorella
Ermengarda (figlia di Disiderio) si sposa con Carlo Magno che la ripudia. I longobardi estendono i
loro confini in tutta l’Italia Appenninica fino a Benevento. I rapporti tra i longobardi e i popoli
italiani sono altamente conflittuali vengono sconfitti nell’800 da Carlo Magno. Ermengarda è
descritta come la vittima di uno scontro politico che finisce in convento dove muovere di dolore per
Carlo Magno. I longobardi sono oppressori ma si riscattano e diventano oppressi.

In questa tragedia ci sono due cori: il primo dove sono raccolti gli stati d’animo delle popolazioni
italiche quando vedono i franchi arrivare per la guerra (la libertà si ottiene da soli). Sono la
rappresentazione degli italiani negli anni di Manzoni. Il secondo descrive la morte di Ermengarda, il
dolore la rende uguale a tutte le donne che perdono il marito in guerra.

Queste tragedie sono scritte in versi (sono colte), Manzoni vuole scrivere un nuovo romanzo letterario per
l’Italia, in tutta la storia ne era stato scritto uno solo (romanzo epistolare) da Ugo Foscolo.

ORIGINE DEL ROMANZO


A. Manzoni decide di ambientare il romanzo nel 1600, quando Milano è abitato dagli spagnoli. Questa è
una somiglianza del dominio nel 1800 quando Milano è occupato dagli austriaci.

I protagonisti sono due personaggi umili che per effetto dei soprusi di un nobile non possono sposarsi.

1823 “Fermo e Lucia”: non viene pubblicato perché non funziona, A. Manzoni ha dedicato troppi capitoli
alla descrizione dei personaggi, l’Innominato era chiamato Conte del Sagrato.

1827 “Ventisettana”: viene pubblicato ma A. Manzoni non è ancora soddisfatto, in questa versione ci sono
38 capitoli

1840 “I promessi sposi”: edizione chiamata “quarantana”, era scritto con espressioni francesi e
longobardismi, Manzoni rimuove i longobardismi.

Lo scrive totalmente in italiano che però era conosciuto solo a Roma e Firenze.

Nel 1840 Manzoni fa quella che è chiamata “risciacquatura in Arno”, va a vivere un anno a Firenze, impara
bene il fiorentino e elimina tutte le forme troppo legate al dialetto lombardo.

Per riuscire a ricostruire il vero storico si documenta, all’interno del romanzo ci sono riferimenti a
personaggi storici e brani letterali esistiti veramente.

Renzo e Lucia sono personaggi verosimili, non realmente esistiti.

Manzoni immagina di trovare un manoscritto e di riscriverlo, quello che racconta non è di sua invenzione
ma è stato trovato.
INTRODUZIONE
Parte in corsivo: trascrizione dell’inizio del manoscritto
- Manzoni inizia scrivendo l’inizio del presunto manoscritto: scrive che la storia è una guerra
contro il tempo, infatti studia i fatti del passato, riportando in “vita” guerre e personaggi. Gli
storici che la studiano parlano però solo di uomini importanti. L’autore del manoscritto invece
dice sin dall’inizio di voler raccontare una storia di persone umili (“GENTE MECCANICA E DI
PICCOLO AFFARE”)
- La storia che il manoscritto racconta è l’insieme di imprese ed eventi malvagi e diabolici uniti
con atti di bontà e virtù.
- Nel manoscritto non saranno scritti i nomi veri dei luoghi e delle persone.
- “CIELO TRAMOTATO IN INFERNO DA ATTI TENEBROSI, MALVAGITÀ E SERVIZIE CHE DAI
BUON’UOMINI VANNO MOLTIPLICANDO…”: è la prima anticipazione di quello che verrà
raccontato, gli uomini importanti e potenti descritti nel manoscritto come un cielo si
macchiano regolarmente di azioni presuntuose e di una forte insensibilità morale.

Inizia la parte di Manzoni


- Manzoni parte dicendo che mentre prova a trascrivere il manoscritto si inizia a domandare se
il lavoro che sta facendo porterà a qualcosa o se solo poche persone lo capiranno. Pensa così
di abbandonarne la trascrizione.
- “MA COM’È DOZZINALE...”, Manzoni inizia la sua critica alla scrittura manoscritto che contiene
oltre alle imprecisioni grammaticali e sintattiche anche frasi ed espressioni in lingua spagnola
e in lombardo. In queste righe non è criticato solo la scrittura del singolo manoscritto ma più
in generale il modo di scrivere del 600.
- Al tempo di Manzoni motiva l’abbandono della trascrittura al fatto che i lettori non
l’avrebbero apprezzata
- Mentre sta per riporre il manoscritto si convince che non è il caso di abbandonare una storia
così bella
- “PERCHÉ NON SI POTREBBE, PENSAI, PRENDER LA SERIE DE’FATTI E RIFARNE LA DICITURA?”
Manzoni coì sceglie di elaborare una storia con i fatti raccontati nel manoscritto ma con un
linguaggio che potesse facilmente raggiungere tutti.
- Leggendolo, alcuni dei fatti scritti sul manoscritto appaiono strani, così Manzoni evidenzia il
fatto che prima di scrivere “i promessi sposi” si documenta molto approfonditamente sul
tempo.
- Manzoni poi si annota tutte le critiche fatte al manoscritto ma raggruppandole si accorge che
esce un libro solo di correzioni. Così mette da parte tutte le sue critiche sulla scrittura,
principalmente per due motivi: è già complicato leggere un libro alla volta, se una persona ne
dovesse leggere due contemporaneamente non ci riuscirebbe; ai lettori non sarebbe piaciuto
un libro il cui argomento principale è criticare un altro libro.
Capitolo I:
Inizia la descrizione dettagliata dei luoghi dal lago di Como al territorio di Lecco fino al borgo dove sta
passeggiando don Abbondio. Si accorge che due bravi lo stanno aspettando perché si alzano quando lo
vedono. L’unica cosa che vuole fare è scappare (senza coraggio). I due bravi lo fermano e gli impongono di
non sposare Renzo e Lucia per conto di Don Rodrigo (sentendo il suo nome don Abb. si spaventa). I bravi
sono coloro che non hanno un lavoro e sono a disposizione dei signori ricchi, sono facilmente riconoscibili
da:

baffi – rete verde – pistola e polvere da sparo – cintura lucida – coltello

Prima della descrizione del dialogo, Manzoni, fa una digressione sulle grida contro i bravi (bandi letti a voce
alta nelle strade dove erano scritte le leggi), le grida riportate sono scritte nell’arco di 44 anni, Manzoni ne
riporta 8 (parti in corsivo, come uno storico cita le fonti). Si vuole sottolineare il fatto che i dominatori non
sono in grado di fermare questo fenomeno e che quindi la legge non funziona.

Sono riportati i pensieri di don Abbondio che giudica male chi si schiera dalla parte dei deboli, paragonato
con il vaso di terracotta tra i vasi di ferro, ha solo una descrizione morale e non fisica.

Dopo troviamo un’altra digressione storica sul contesto storico e sociale in cui avviene la vicenda (+ forte
prevale sul + debole, società divisa in oppressori e vittime). Don Abbondio rientra in casa e dopo un
battibecco con Perpetua le racconta tutto.

Capitolo strutturato in 6 macro-sequenze (1,3,5: sequenze descrittive, ritmo narrativo lento e pacato; 2,4,6
ritmo animato e vivace sono scene narrative) :

1. descrizione dei luoghi

2. incontro dei bravi

3. digressione sui bravi

4. dialogo tra don Abbondio e i bravi

5. descrizione contesto storico e sociale

6. dialogo tra don Abbondio e perpetua

La vicenda si svolge nel territorio di Lecco ma non viene nominato il paese. Il tempo è ben definito: la
passeggiata di Don Abb. avviene il 7 novembre 1628.

D. Abb. è una persona pacata, tranquilla e abitudinaria, la normalità è rovinata dai bravi. È pauroso, si
capisce quando vede i bravi. “neutralità disarmante” non si schierava mai da un lato, se deve scegliere
sempre il più forte. Sfugge dalle sue responsabilità è un vigliacco. Sceglie di farsi prete non per vocazione
ma perché era l’unico modo per sopravvivere.

Ogni personaggio è dotato di un proprio modo di esprimersi, (3 registri linguistici):

1: narratore, attento alle espressioni accurato e preciso

2: don Abb., linguaggio formale rispetto ai bravi o Perpetua

3: grida, riportate in linguaggio 1600


Manzoni usa ironia in tutto il capitolo (ironia manzoniana). In particolare, ironizza sulla dominazione
spagnola: i sodati molestavano le ragazze e rubavano i raccolti. La caratteristica della dominazione sono i
soprusi e la prepotenza.

A riga 393 “pensino ora i miei poveri venticinque lettori…”, è un’espressione con molto significato, raccoglie
la falsa modestia e fa intendere che lo leggeranno solo i suoi amici, è un collegamento con l’ultima frase del
libro.

Capitolo II:
Si apre con la descrizione della notte trascorsa da don Abbondio che decide di rimandare le nozze di
almeno 5 giorni per guadagnare tempo. Le prime righe sono il paragone della notte di don Abbondio con
quella del principe Condé (Luigi II di Borbone) la notte prima della battaglia.

Descrizione di Renzo  tiene in considerazione i caratteri economici, per il suo lavoro è agiato*. Nella
descrizione Manzoni inserisce anche un carattere storico: parla della carestia che inizia a farsi sentire e della
migrazione verso il regno di Venezia degli operai (il governo spagnolo non favorisce gli operai che sono
costretti ad emigrare)

Dopo la descrizione di Renzo si apre un dialogo tra i due. Don Abb. cerca delle scuse:

1) si era dimenticato del giorno

2) non si sente bene

3) ci sono degli imbrogli nella preparazione del matrimonio

4) usa il latino per confondere (crea distanza tra lui e Renzo)

Vede da lontano Perpetua che sta entrando in un orto, la ferma e cerca di persuaderla. Lei non rivela la
verità ma si lascia sfuggire dei dettagli che servono a Renzo per capire che c’è qualcosa che non va. Torna
dal curato, chiude la porta a chiave, la scena sembra un sequestro. Don Abb. spaventato rivela il nome di
don Rodrigo. Perpetua ritorna a casa e dopo la discussione con don Abb. decidono di dire che lui ha la
febbre.

Nel frattempo, Renzo lungo la strada pensa a come potrebbe vendicarsi con Don Rodrigo, arriva a pensare
all’omicidio. Arrivato a casa fa chiamare Lucia da Bettina.

Piccola descrizione di Lucia (riga 355), descrizione fisica con solo qualche accenno al carattere. È modesta, si
copre con il gomito la faccia. Ha dei lunghi capelli neri legati in molte trecce. Manzoni la descrive come una
“modesta bellezza”.

Renzo parla con Lucia che però lascia intendere di sapere qualcosa, non si dimostra sorpresa, (“fino a
questo segno?”). Fa intendere (“ah Renzo”) che qualunque cosa non abbia detto lo fa per non farlo
arrabbiare.

Durante il concilio di Trento viene deciso a partire dalla prima domenica di avvento fino all’epifania è
vietato sposarsi. Il prete vuole prendere tempo e cerca di arrivare alla data dell’inizio di questa decisione
(mancano solo 5 giorni).

*Lorenzo Tramaglino ha 20 anni, ha perso tutti i parenti, è filatore di seta e possiede un podere che lavora o
fa lavorare, Manzoni dice che quando conosce Lucia diventa un massaio (vuole sottolineare il fatto che
Renzo sa gestire i soldi e è un grande lavoratore).
È una persona tranquilla se nessuno gli dà problemi. Dimostra di essere furbo quando va da Perpetua e si
scalda quando capisce che don Abb. gli nasconde qualcosa. È impulsivo e durante il secondo dialogo mette
la mano al coltello, alla fine si scusa, dice per 3 volte “posso aver fallato”.

Quando scopre di don Rodrigo si accende e si avvia una vendetta immaginativa. Renzo capisce subito che
c’è qualcosa che non va.

Perpetua è una donna che ama conoscere i pettegolezzi anche se accenna qualcosa a Renzo ma senza
svelare tutta la verità.

**Durante i pensieri di vendetta di Renzo il pensiero di Lucia li scaccia tutti e gli fa pensare a tutte le cose
buone nonostante sia molto irato.

Capitolo III:
Il capitolo inizia* con la confessione di Lucia che racconta mentre piange cosa le è accaduto con Don
Rodrigo: qualche giorno prima il signore e il cugino Attilio (lo scopriamo più avanti) la fermano e la
corteggiano, lei scappa.

La mamma è arrabbiata del fatto che la figlia non le racconta tutto, ma quando viene a sapere che lo ha
raccontato a Fra Cristoforo si tranquillizza. Il frate consiglia di affrettare il matrimonio.

Lucia si giustifica alla madre dicendo che non voleva lasciare in apprensione la madre, in realtà Manzoni ci
dà un'altra spiegazione ovvero il fatto che la madre lo avrebbe raccontato ad altri mentre Lucia lo voleva
tenere segreto.

Agnese consiglia a Renzo di andare a Lecco da Azzeccagarbugli, durante la passeggiata è in preda alla rabbia
e a mille pensieri. In dono porta dei capponi** che tiene legati per le zampe e muove agitatamente.

Viene accolto dall’avvocato che lo ritiene un malvivente/bravo (era solito a tirare fuori dai guai i criminali) e
pensa che sia colpevole di minaccia a un curato.

· “ho capito”: ma in realtà non aveva capito niente


· “vi siete fatti tagliare il ciuffo”: caratteristica dei bravi che utilizzavano per non farsi riconoscere,
l’avvocato lo considera un bravo
· “a saper maneggiare le gride, nessuno è reo e nessuno è innocente”: giustizia aggirabile

Quando Renzo dice che in realtà è vittima di un sopruso da parte di Don Rodrigo viene scacciato e gli
vengono restituiti i capponi. Renzo è il giusto/la vittima e gli viene negato il diritto alla difesa. Si conclude la
seconda sequenza.

Nel frattempo, Lucia e Agnese vogliono chiedere aiuto a Fra Cristoforo, in quel momento bussa Fra Gardino
che chiede le noci.
Le noci sono un altro simbolo della carestia, “le annate vanno scarse” a causa della guerra.
Fra Gardino racconta il miracolo delle noci, racconto dentro il racconto (RACCONTO A CORNICE)

Lucia chiede di chiamare Fra Cristoforo. Renzo torna e racconta la sua disavventura e minaccia di volersi
fare giustizia da solo.

*prima riga: ripetizione di “angosciamene” e di “tutt’e due”, sono anafore


C’è un antefatto, quindi, fabula e intreccio non coincidono a causa del flashback sulla scommessa di don
Rodrigo e Attilio.
ANAFORA: ripetizione di una parola nella stessa posizione della frase (ricalcano il significato).
Azzeccagarbugli: è un nome parlante, personifica la giustizia che non funziona, Manzoni si sofferma sulla
descrizione del suo studio. La stanza è ricca di dettagli:

1) sporca e polverosa

2) disordinata

3) sedia con pelle accartocciata

Nonostante l’avvocato deve difendere la giustizia il suo studio rappresenta la parte più negativa di essa: era
polverosa e trasandata, il degrado dello studio è paragonato al degrado della giustizia. La stanza è in
contraddizione con i ritratti dei 12 cesari appesi sulle pareti.

**Similitudine tra capponi e uomini: “s’ingegnavano a beccarsi l’un l’altra come accade troppo sovente tra
compagni di sventura”. Gli uomini come gli animali nel momento della sventura non si aiutano a vicenda
ma si beccano l’un l’altro.

La maggior parte sono scene dialogate, c’è una digressione quando Azzeccagarbugli legge le gride.
Dall’incontro di don Abb. è passata solo mezza giornata al lettore sembra di più perché il tempo della
narrazione e dilatato.

La figura di Lucia è sensibile (piange) ma è anche molto pratica (lo dimostra quando lancia un’occhiata alla
madre in simbolo del silenzio o quando porta molte noci al frate. Se non avesse dato tutte le noci il frate
avrebbe dovuto girare casa per casa per riempire la bisaccia così invece, poteva tornare al convento a
chiamare Fra Cristoforo)

Capitolo IV:
I frati sono religiosi che vivono in convento, pregano più volte in una giornata. Predicano la povertà e si
occupano dei poveri. I sacerdoti sono a contatto con il popolo.

Il capitolo inizia con una sequenza descrittiva: descrizione del paesaggio autunnale e malinconico da
Pescarenico al paesello degli sposi (9 novembre 1628).

- Cielo sereno
- Vento che strappava le foglie

Nella descrizione è evidente il contrasto tra l’ambiente sereno e le figure delle persone che evidenziano
l’inizio della povertà.

Le persone sono straziate dalla carestia (pochi raccolti e andati male, siccità, truppe per la guerra devastano
i campi). I contadini vanno a chiedere elemosina in convento.

Inizia poi la descrizione di Fra Cristoforo, molto dettagliata:

- “Padre Cristoforo da ***” escamotage narrativo di A. Manzoni per nascondere la provenienza e la


fonte.
- Riga 36-47: descrizione fisica con qualche accenno al carattere: barba bianca, intorno ai 60 anni,
corona di capelli, occhi incavati che scattano*.
- Riga 48-83: descrizione della storia del frate. Era figlio di un mercante che si arricchisce e lo fa
educare come i nobili. Il padre si vergogna di essere mercante. La classe mercante ricca fa parte
della borghesia, all’epoca venivano guardati con disprezzo i lavoratori (anche ricchi). Le figure
degne di attenzione erano solo clero e nobiltà.
- Riga 84-121: descrizione della vita di Lodovico. Viene cresciuto come nobile, ma quando deve fare
amicizia con altri nobili viene escluso allora si schiera con i deboli e diventa un protettore degli
oppressi, difende i più poveri dalle angherie a dei ricchi. Gira circondato dai bravi per proteggersi
dai più potenti (non li usa per suo vantaggio ma solo come difesa). Più di una volta pensa di farsi
frate.

*occhi che scattano: con le ingiustizie, caratteristica del frate molto importante.

TORNA ALLA NARRAZIONE. Manzoni racconta come Lodovico decide di diventare Frate, racconta un
episodio molto importante nella sua vita.

Nelle strade strette, al tempo il diritto di precedenza era di chi toccava il muro con il gomito destro.
Lodovico stava camminando per strada quando incontra un nobile. Doveva avere la precedenza ma il nobile
si aspettava che il più importante non dovesse spostarsi e così si trovarono faccia a faccia. I bravi dell’uno e
dell’altro aspettavano dietro. Inizia una lotta a colpi di spada e mentre Lodovico e il signore lottano si
uniscono anche i bravi. Lodovico però non vuole uccidere, vuole solo difendersi. Viene colpito al bracio e
alla guancia.

Un servitore di Lodovico, Cristoforo, si mette in mezzo per difendere il padrone e il nobile lo uccide.
Lodovico perde il controllo e uccide il signore. Tutti i bravi scappano mentre il frate rimane a terra ferito con
i due morti.

Il tutto era avvenuto vicino a una chiesa di cappuccini. Vedendo che Lodovico era ferito la ge te che aveva
assistito lo porta li. Lo giustificano dicendo che non era colpa sua ed era una persona per bene (aveva
sempre aiuta i poveri).

I frati arrivano anche in strada dove il servitore era già morto mentre il nobile fa in tempo a chiedere
perdono. Arrivano i parenti del nobile armati ma vedono la gente e capiscono che il pensiero comune era il
non dispiacere.

Lodovico decide di diventare frate e di lasciare tutti i suoi beni alla famiglia del servo.

La scelta di farsi frate è conveniente per tutti:

- il convento devo proteggerlo, non può rinunciare al suo compito


- la famiglia del morto non può vendicarsi
- i parenti vogliono che cambi città
- il padre guardiano lo vuole mandare via per evitare nuovi scontri

Lodovico si autopunisce cambiando il suo nome in Cristoforo. Portera con se per sempre la colpa delle due
morti.

Fra Cristoforo vuole chiedere perdono alla famiglia del nobile prima di partire (conciliare famiglia e
convento). Il nobile invita tutta la famiglia a sentire le scuse per avere tutti una soddisfazione comune
(umiliazione pubblica).

Il frate si inginocchia ai piedi del fratello e chiede perdono. L’uomo commosso dalla pietà lo alza e lo
perdona. Poi il frate rifiuta i cibi e chiede un pezzo di pane (ne mangia metà e l’altra la tiene come ricordo).
Abbracciato il fratello e le persone che aveva più vicino.

Poi si incammina verso la sua nuova meta.

Questa visita produce un cambiamento sia nel frate sia nella famiglia. TUTTA LA VITA A PROTEGGERE GLI
OPPRESSI.
Capitolo V:
Fra Cristoforo arriva a casa di Lucia e si fa raccontare tutto, poi c’è tutta la riflessione interna del frate,
prova ad analizzare le opzioni:

- parlare con l’arcivescovo


- coinvolgere i frati
- parlare con Don Rodrigo
- spaventare don Rodrigo

Renzo dice che vorrebbe affrontare Don Rodrigo, ma i suoi amici si tirano indietro. Il frate consiglia di
aspettare e credere in dio, vuole evitare la morte di Don Rodrigo, commettendo il suo stesso errore,
attraverso a questa cosa passa un altro messaggio: Manzoni non crede nelle rivoluzioni e nei gesti violenti.
Difronte alle ingiustizie c’è da avere fede in dio e non usare la violenza.

Fra Cristoforo decide di andare a parlare con Don Rodrigo.

Inizia la descrizione del villaggio vicino al castello e la descrizione degli abitanti: si possono vedere armi e
attrezzi per il lavoro. Le donne avevano le braccia forti, conferma dell’uso della violenza, i bambini erano
arroganti. Questa descrizione è una preparazione all’aspetto minaccioso del castello.

Il palazzo ha piccole finestre alte. Due bravi sono vicini alla porta e sopra di loro sono appesi due avvoltoi.
Accolgono il frate, con molta ironia, non è gentilezza, atteggiamento sfrontato e canzonatorio.

Manzoni paragona avvoltoi e bravi: sono entrambi animali che mangiano avanzi.

La descrizione tenebrosa e cupa per preparare il lettore alla parte successiva. Il frate non vuole entrare
nella sala del banchetto ma deve. A don Rodrigo non piace questo ingresso.

Nella stanza ci sono don Rodrigo, conte Attilio, Azzeccagarbugli e il Podestà che stanno discutendo:

1°disputa) un cavaliere spagnolo vuole sfidare a duello un cavaliere milanese, manda un messaggero ad
avvisarlo, il messaggero consegna la sfida al fratello e viene bastonato

il Podestà lo ritiene un atto villano mentre Attilio dice che è stata cosa giusta. Fra Cristoforo sostiene che
non devono esserci duelli.

2°disputa) lotta di successione del ducato di Mantova

Don Rodrigo propone un brindisi. Durante questo brindisi esce la parola carestia riaccendendo un'altra
disputa. I commensali affermano che non c’è carestia e anzi è colpa dei fornai che nascondo il grano.
Secondo il conte Attilio era corretto impiccarli mentre secondo il Podestà sarebbe stato meglio mandarli a
processo.

Don Rodrigo si alza e chiama con se il frate.

Capitolo VI:
Il capitolo inizia con il confronto tra don Rodrigo e fra Cristoforo. Supplica di fare sposare Renzo e Lucia usa
la diplomazia. Non nomina Lucia fino a metà dialogo. Don Rodrigo risponde in malo modo, con arroganza,
insofferenza e impazienza (“lei verrà a parlarmi della mia coscienza quando verrò a farmi confessare da lei”.
Il frate non risponde alle provocazioni nonostante sia molto irato e nonostante prenda di mira la sua
persona in veste da frate.

Don Rodrigo propone protezione a Lucia facendo arrabbiare del tutto il frate. “l’uomo vecchio (Lodovico) di
trovò d’accordo col nuovo”. La scena seguente è un vero duello di parole. Il frate si mette in posizione con il
dito alto che punta alla faccia del nobile.

Il frate esaurisce la pazienza e dice che don Rodrigo è abbandonato da dio, lancia una maledizione sulla sua
casa. Poi si tranquillizza e si prepara ad ascoltare senza dare peso a qualunque cosa l’altro volesse
aggiungere.

Il servo ferma il frate e gli preannuncia che c’è sotto qualcosa, dice che andrà a trovarlo in convento.

A casa di Lucia, Agnese propone un matrimonio a sorpresa. Renzo è contento di questa soluzione. Va a casa
di Tonio, lo porta in osteria e gli propone di essere testimone in cambio di pagare il suo debito.

Il banchetto del capito V è in contrapposizione con la tavola di casa Tonio, nonostante questo i poveri sono
solidali e invitano Renzo a sedersi con loro.

Lucia è sofferente per questo matrimonio:

- se fosse una cosa cattiva non andrebbe fatta


- se fosse una cosa buona perché non dirla al frate

Capitolo VII:
Il settimo capitolo è un capitolo di transizione perché prepara il lettore alla “notte degli imbrogli”.

Fra Cristoforo comunica ad Agnese e ai due promessi sposi di non essere riuscito a convincere Don Rodrigo
ad abbandonare i suoi intenti. Dice di avere comunque trovato un aiuto, senza però entrare nei particolari.
Il frate chiede poi a Renzo, dopo averne calmato l’ira, di presentarsi al convento.

Renzo, irritato dalla notizia di un ennesimo fallimento e dall’opposizione di Lucia al piano proposto da
Agnese, perde il controllo di sé a tal punto di fare spaventare Lucia e di farle promettere di presentarsi per il
matrimonio a sorpresa.

Il giorno dopo Agnese e Renzo si ritrovano per definire gli ultimi dettagli del piano, valutare ogni possibile
intoppo e trovare subito la migliore soluzione. Dal momento che Renzo preferisce non andare al convento
Agnese chiede a Menico se può farlo lui.

Qui c’è un flashback. Il giorno prima don Rodrigo sente nel suo animo un turbamento e si sente ferito
nell’orgoglio vedendo i ritratti dei suoi antenati. Va a fare una passeggiata dove tutti i contadini del suo
villaggio si inchinano a lui e ricompone il suo orgoglio. La mattina seguente “don Rodrigo si svegliò don
Rodrigo” e sceglie di chiedere al Griso di rapire Lucia.

*Griso: aveva ucciso una persona e aveva chiesto protezione a don Rodrigo, non ha paure e legato al
nobile.
Il Griso progetta un piano: tre bravi vanno all’osteria del paese, dove stanno andando Tonio, Renzo e
Gervaso.

Manzoni descrive la sera che cala sul villaggio (quiete e tranquillità) in contrasto con l’affannarsi degli
uomini

Renzo esce perché non si sente a suo agio con loro li, i bravi vogliono dargli una lezione e lo seguono
scegliendo poi di ritirarsi. Tonio riesce a farsi aprire la porta da Perpetua e nel frattempo arriva Agnese.

Capitolo VIII:
Informato da Perpetua dell’arrivo di Tonio, Don Abbondio abbandona la lettura in cui era immerso (e
principalmente il dubbio su chi fosse Carneade) e autorizza la sua serva a farlo salire insieme al fratello
Gervaso. Ritornata all’uscio di casa per accogliere a questo punto i due uomini.

- La calma della scena, in cui il curato è colto in un momento di pace dopo il trambusto e le
preoccupazioni dei giorni precedenti, prepara abilmente le fasi successive del racconto, ricche di
colpi di scena e di intrighi.

Perpetua incontra Agnese che, fingendo di passare di lì per caso di ritorno da un paese vicino, la coinvolge
in una conversazione a proposito di alcune maldicenze sul suo conto, in particolare su due suoi matrimoni
mancati, portandola così lontana da casa.

Tonio e Gervaso entrano nell’abitazione del curato e quindi nello studio dove si trova Don Abbondio. Anche
Renzo e Lucia, approfittando della distrazione di Perpetua, entrano nell’abitazione e si appostano subito
fuori dalla porta dello studio, in attesa del segnale concordato con i due fratelli. All’interno della stanza
Tonio salda il suo debito consegnando le monete al curato, che le esamina con cura, restituisce quindi la
collana d’oro data in pegno dall’uomo e inizia, su richiesta espressa di Tonio, a compilare una ricevuta.

Mentre il religioso è concentrato a scrivere il documento, i due promessi sposi, ricevuto il dovuto segnale,
entrano nella stanza e si mostrano a Don Abbondio. Renzo riesce a pronunciare l’intera formula, Lucia viene
invece interrotta violentemente dal curato, che riesce anche a scappare, si rinchiude a chiave in un’altra
stanza, si affaccia ad una finestra e chiede urlando aiuto.

Il suo grido disperato fa svegliare il sacrestano Ambrogio, che si precipita a suonare le campane della chiesa
per richiamare gente dal paese in soccorso del curato.

Tornando a raccontare della spedizione del Griso e del suo seguito, i tre bravi incontrati da Renzo
all’osteria, dopo essersi accertati che fossero rincasati tutti gli abitanti del paese, si dirigono verso il
casolare dove è appostato il resto della combriccola. Tutti insieme, coordinati dal Griso travestito da
pellegrino, si muovono poi verso la casa di Lucia ed Agnese, che trovano però completamente vuota.

Il Griso inizia quindi a pensare ad un tradimento, alla presenza di una spia all’interno del gruppo. Mentre i
bravi sono impegnati a mettere sottosopra l’abitazione, Menico, di ritorno dal convento con le indicazioni
ricevute da padre Cristoforo, entra nel giardino della casa delle donne, viene subito afferrato dai due bravi
posti a guardia e non può fare a meno di trattenere un urlo.

Giungono in soccorso di Menico i rintocchi della campana. I due uomini lasciano andare il ragazzino che
quindi si mette subito a correre verso la chiesa, dove è certo di trovare gente e riuscire a salvarsi. Udito il
suono delle campane, i bravi, terrorizzati da un pericolo ignoto, fuggono ovunque disordinatamente. Il
Griso li richiama all’ordine, li raduna tutti e li conduce verso il palazzo del loro padrone.
Sentite le grida di don Abbondio, l’urlo di Menico ed i successivi rintocchi delle campane, le due donne
corrono verso la canonica. Renzo e Lucia escono di corsa dalla casa del curato e si ricongiungono ad Agnese.
Mentre i tre si stanno allontanando dalla chiesa, per evitare di essere visti dalla gente che sta accorrendo
dal villaggio, Menico li incontra e gli comunica l’ordine di padre Cristoforo: recarsi subito al convento.

Intanto la gente si raduna in piazza. Don Abbondio li ringrazia dalla finestra per essere subito accorsi e si
limita a dire loro che degli sconosciuti, oramai fuggiti, erano entrati nella sua abitazione con cattive
intenzioni; chiude poi le imposte e riprende a bisticciare con Perpetua. Arriva nel frattempo la notizia che
degli uomini armati volessero uccidere un pellegrino che si era rifugiato nella casa di Lucia ed Agnese. Gli
abitanti più coraggiosi e volenterosi si precipitano verso l’abitazione e la trovano completamente vuota.

Inizialmente si pensa che le donne siano state rapite e si fanno progetti per inseguire i malviventi, giunge
però poi la notizia che le donne sono riuscite a mettersi in salvo ed ognuno ritorna infine nella propria casa.
Il giorno dopo, il console del paese verrà avvicinato da due bravi di Don Rodrigo che gli chiederanno, con
minacce, di non riferire nulla al podestà riguardo agli avvenimenti della notte precedente.

Renzo, Lucia, Agnese proseguono la loro fuga attraverso i campi verso il convento di Pescarenico. Si
fermano un momento solo per ascoltare la terribile esperienza di Menico, che viene quindi poi rimandato
subito a casa. Giunti al convento di Pescarenico, padre Cristoforo, vinte le resistenze di fra Fazio, il
sacrestano, grazie ad una frase in latino pronunciata in modo solenne (Omnia Munda mundis – tutto è puro
per i puri), li fa entrare nella chiesa del convento ed illustra loro i piani di fuga che ha predisposto.

Dopo aver pregato tutti insieme per don Rodrigo, i tre salutano e ringraziano calorosamente padre
Cristoforo, lasciano quindi il convento e si dirigono verso il lago dove li aspetta una imbarcazione. Preso il
largo, Renzo e le due donne danno silenziosamente addio ai monti e ai luoghi natii.

Lucia si appoggia al bordo della barca ed inizia a piangere in segreto.

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