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ALESSANDRO MANZONI

Vita

Alessandro Manzoni nasce a Milano nel 1785 da Giulia Beccaria, figlia dell’illuminista Cesare
Beccaria. I primi anni di collegio lasciano in lui un ricordo del tutto negativo ma lo avviano alla
conoscenza di autori moderni come Alfieri e Parini e alla lettura dei pensatori francesi illuministi:
la discendenza da Beccaria e l’ambiente milanese pongono sicuramente delle solide basi per il
pensiero di Manzoni che, come vedremo fra poco, recepisce molti elementi dalla cultura
illuminista rielaborandoli poi secondo la sua personale visione del mondo.
Nel 1805 Alessandro Manzoni si trasferisce a Parigi dove la madre viveva con Carlo Imbonati, il
nuovo compagno che morì però improvvisamente prima dell’arrivo del giovane in Francia. Questo
evento luttuoso portò ad un forte legame fra Manzoni e sua madre che non si attenuò mai.
Nel 1808 sposa, con rito calvinista, Enrichetta Blondel, che fu sua compagna anche nel graduale
processo di conversione verso il giansenismo che avvenne dopo il “miracolo di San Rocco” quando
Manzoni, durante la festa patronale, si perse nella grande calca parigina e, preso dal panico,
invocò Dio perché riuscisse a ritrovare sua moglie e la strada di casa.
La conversione religiosa di Alessandro Manzoni coincide con un distacco definitivo dalla poesia
classicheggiante e neoclassica: compone gli Inni Sacri e le prime tragedie, fra cui spicca il Conte di
Carmagnola; vedremo in seguito queste opere.
Ancora a Parigi nel 1819 frequenta lo storico francese J. Thierry da cui trarrà l’idea, fondamentale
per la sua produzione artistica, dell’esigenza di una storiografia che nella sua indagine sia attenta
alle masse e non solo ai governi o ai regnanti.
Dal 1820 Manzoni è a Milano e comincia per lui un periodo appartato ma assolutamente creativo.
Comincia in questi anni la stesura della prima versione del suo romanzo storico d’eccellenza (I
Promessi Sposi) che viene pubblicato in una prima edizione del 1821-1823 con il titolo di Fermo e
Lucia.
Gli anni seguenti vedono Alessandro Manzoni impegnato in una profonda riflessione sulla
storiografia e sulla lingua italiana, argomento con cui si esprime il suo impegno nel processo
risorgimentale: se è vero che fatta l’Italia bisognava fare gli italiani (come si espresse D’Azeglio) la
questione della lingua diventava secondo Manzoni un tassello fondamentale per la costruzione di
questa identità. Ricordiamo che in Italia solo la lingua letteraria ha uno statuto ormai riconosciuto
sul piano nazionale, si usa cioè il fiorentino come lingua ufficiale scritta, ma il resto del popolo
oltre a parlare esclusivamente dialetto è anche analfabeta e il fiorentino pone la popolazione
davanti alla stessa difficoltà che si avrebbe davanti una lingua straniera.
Alessandro Manzoni, che dal 1861 è senatore del neonato regno d’Italia, in linea con le idee
romantiche che sposò nel corso della sua vita, predilesse una lingua fiorentina ma semplice: non il
fiorentino aulico e pomposo degli scritti letterari ma una lingua schietta, popolare, che accogliesse
anche i termini più pratici e comprensibili delle parlate locali (oltre il fiorentino di base quindi) e i
termini stranieri circolanti all’epoca.
La morte di Manzoni avvenne a Milano nel 1873 e fu occasione di solenni cerimonie che ispirarono
anche una Messa da Requiem di Giuseppe Verdi.

Il pensiero

Alla base della poetica di Alessandro Manzoni c’è la sua personalità sensibile, profondamente
religiosa e sempre ossessionata dall’idea del peccato in linea con le filosofie gianseniste, disillusa
dal processo storico e per certi versi timida. Le idee che circolano all’epoca, i residui
dell’Illuminismo e le nuove inquietudini romantiche vengono accolte e interpretate secondo
questo suo animo ritroso. Vediamo come:

Eredità dell’Illuminismo: la formazione illuminista è alla base del pensiero di Manzoni. Il suo
metodo nell’affrontare questioni letterarie e politiche è razionale e analitico. Critica i pregiudizi e
le superstizioni ma, a differenza degli illuministi, Manzoni è segnato da una profonda disillusione
verso la Storia. La sua religiosità lo porta a vedere l’uomo incapace di cavarsela con i propri mezzi,
l’uomo un essere imperfetto e perennemente corrotto che non ha modo di risollevare il processo
storico verso una nuova età dell’oro.
L’interesse per la Storia: nonostante questa visione pessimistica l’interesse e la passione per la
storia (argomenti che lo mettono in contatto sia con l’Illuminismo che con il Romanticismo) sono
un punto fondamentale nel lavoro di Manzoni. Il fatto che la storia non sia un processo evolutivo
verso un crescendo positivo non implica che l’indagine storiografica non sia istruttiva,
appassionante e da rivalutare. Non lo interessano i governi o le guerre disputate fra i capi di Stato,
poiché nutre una forte attenzione verso le masse e la loro sofferenza perdurante nei secoli.
Il romanticismo in Manzoni: in Italia il Romanticismo aveva tralasciato le tematiche più irrazionali e
sconvolgenti che questo movimento aveva avuto nel resto d’Europa. Manzoni accoglie lo stesso
tipo di Romanticismo e cioè rifiuta le idee di assoluto, di irrazionalità e di sentimentalismo
prediligendo l’interesse verso il popolo e le credenze popolari, rifiutando la rigidità del classicismo
per una letteratura “vera” (non servono modelli di perfezione ma una schietta rappresentazione
del reale) e spontanea.

I Promessi Sposi

La stesura de I Promessi Sposi, grande romanzo storico e capolavoro di Manzoni, si dispiega


attraverso due decenni e tre diverse redazioni che porteranno alla finale edizione degli anni
quaranta dell’Ottocento.
Si passa da una versione provvisoria e da una veste linguistica lombarda, quella del Fermo e Lucia
del 1821, all’edizione rivista e completa, linguisticamente coerente con le idee di Manzoni sulla
questione della lingua, del 1841 con il titolo di Promessi Sposi.

Dalla trama de I Promessi Sposi emergono chiaramente le idee di Alessandro Manzoni:


-I protagonisti sono popolani, umili, travolti da avvenimenti storici a loro estranei. Lotte di potere,
epidemia di peste, rivolte cittadine mettono i protagonisti a dura prova.
-Il lieto fine è affidato alla Divina Provvidenza: la peste uccide gli antagonisti e fa ricongiungere gli
innamorati.
-Rottura delle unità aristoteliche.

Breve trama dei Promessi Sposi

Renzo e Lucia stanno per convolare a nozze ma un signorotto locale, Don Rodrigo, invaghitosi della
donna, minaccia il pavido Don Abbondio, parroco che avrebbe dovuto unirli in matrimonio, e
l’unione salta. I due si vedono costretti a separarsi per sfuggire alle minacce di Don Rodrigo e dopo
varie vicissitudini e incontri con personaggi disonesti (Monaca di Monza e Innominato) o benevoli
(Frate Cristoforo), riescono finalmente a ricongiungersi e a celebrare le nozze.
La poetica di Alessandro Manzoni e la tragedia

La raccolta di Manzoni intitolata Inni Sacri scaturisce dalla svolta spirituale della conversione al
giansenismo. Nel progetto originario doveva comprendere dodici componimenti dedicati alle
principali festività dell’anno liturgico ma Manzoni ne scrisse solamente cinque (fra il 1815 e il
1822) e che recano i seguenti titoli: Resurrezione, Il nome di Maria, Il Natale, La Passione, La
Pentecoste.
Ogni inno rievoca l’episodio della storia sacra che nella festività corrispondente viene celebrato,
spiegando il significato che per la collettività riveste ognuna di queste ricorrenze. Ogni
componimento ha il tono di una poesia collettiva e Manzoni parla sempre di “noi” e mai di un “io”.
Il linguaggio è ancora molto lontano dalle idee espresse durante la carica di senatore perché usa
termini aulici, latineggianti e arcaici.
Le Odi civili seguono la forma e il linguaggio degli Inni Sacri. Le più importanti sono Marzo 1821 e il
Cinque Maggio, composta quando Manzoni venne a conoscenza della morte di Napoleone
Bonaparte. La prima è ispirata alla speranza, disillusa, della liberazione di Milano dagli austriaci per
opera del re sabaudo Carlo Alberto. Il fatto non avvenne e anzi la città fu sottoposta a una dura
repressione e censura ma nel 1848 venne pubblicata dal suo autore con l’incitamento agli italiani
di unirsi per liberare il Paese.

Il cinque maggio, una delle odi più note di Alessandro Manzoni, presta l’occasione all’autore per
riflettere sulla vanità delle azioni umane sulla terra e sulla possibilità di una redenzione nella fede
che è riuscita a placare anche l’animo bellicoso di Napoleone lasciandolo morire in pace.

Conte di Carmagnola

È nelle tragedie che meglio si esprime l’interesse per la storia di Alessandro Manzoni. Gli studi
sulla tragedia sono al centro delle riflessioni sui generi letterari del tempo e Manzoni crede che la
tragedia si presti benissimo per rappresentare i profondi conflitti morali che caratterizzano il
processo storico. Nella prefazione al Conte di Carmagnola, Manzoni espone le sue teoria sulla
tragedia: rifiuta le unità aristoteliche prediligendo quello che definisce “sistema storico” già
affrontato da Shakespeare e che prevede che il dramma si svolga in spazi diversi e in giorni diversi,
in questo modo è possibile rendere i conflitti in modo più verosimile e storicamente attendibile.
Le tragedie manzoniane sono quindi ricche di scenari e di situazioni e recuperano, modificandolo,
il coro del teatro classico: in Manzoni i cori servono per inserire pause liriche alla fine di ogni scena
e non a interpretare le idee dell’autore o del pubblico come avveniva nella sua funzione originaria.
A tutto ciò accompagna una serie di approfondite ricerche storiche che erano state proprie anche
dello sviluppo del suo romanzo storico.
Il Conte di Carmagnola è il racconto ispirato ad un episodio delle guerre tra gli Stati regionali
italiani nel Quattrocento. Il capitano di ventura, conte di Carmagnola, passa dalla fazione milanese
a quella veneziana. Ottenuta la vittoria a Maclodio è visto con sospetto dai Commissari della
Repubblica Veneziana per aver liberato dei prigionieri. Convinti di un futuro di tradimenti del
Conte il Senato lo convoca a Venezia con un pretesto e lo condanna a morte. In questa tragedia si
dispiega il tema classico dell’eroe contro un fato avverso incontrollabile.

La Pentecoste - ANALISI

È un’opera un po’ travagliata; la Pentecoste è la settima domenica dopo la Pasqua e ricorda la


discesa dello Spirito Santo su Maria e sugli apostoli riuniti nel cenacolo (avvenuta 50 giorni dopo la
morte di cristo) Infatti, questo nome viene dal greco e significa cinquantesimo giorno. Dall’evento
della Pentecoste gli apostoli trovarono la forza e il coraggio di diffondere la parola di Cristo nel
mondo. Nella prima parte dell’inno Manzoni vuole chiarire il ruolo della Chiesa come unico mezzo
per infondere speranza tra gli uomini e deve essere la base di ogni società giusta e armoniosa. La
seconda parte è un invito ad abbracciare questa religione e questa fede perché si fonda su valori
morali e spirituali e non su mondanità e frivolezze. La terza parte è come una preghiera corale in
cui tutta la comunità dei fedeli invoca che si rinnovi il miracolo e che si affermino i valori cristiani
per una felice e giusta convivenza. L’inno si conclude con il paragone del sole e del seme e c’è
l’augurio che cristo sia consolazione per gli umili e avvertimento per i violenti; qui si manifesta il
progetto morale di Manzoni fondato su principi umanitari di non-violenza, rispetto reciproco e
solidarietà. Questo inno è stato scritto con l’intento di infondere speranza negli uomini e a
rinnovare la presenza di dio nella vita di ognuno.

Adelchi

L’Adelchi fu composta da Manzoni nel 1820-22 dedicata alla moglie Enrichetta, fu stampata a
Milano nel 1822. L’Adelchi tratta la storia dei longobardi. Ermengarda, figlia del re longobardo
Desiderio, è stata ripudiata da Carlo Magno. Nel conflitto tra papa Adriano e Desiderio, Carlo
interviene in difesa del papa scoppia così la guerra. Alcuni duchi longobardi sono pronti a tradire,
mentre al campo dei franchi il diacono Martino rivela l’esistenza di un valico segreto attraverso cui
prendere di sorpresa i longobardi attestati alle Chiuse di Susa. Ermengarda muore straziata dal
dolore a Brescia. Davanti ai due re giunge Adelchi morente.
Parafrasi
Dalle rovine delle piazze e dei palazzi pubblici, dai boschi, dalle officine riarse dal fuoco, dai campi
arati bagnati dal sudore dei servi, un popolo disperso degli italiani, improvvisamente si sveglia,
tende l’orecchio, solleva la testa colpito dalla inattesa notizia.
Dagli sguardi perplessi, dai volti timorosi, come un raggio di sole che trapela dalle nuvole, il feroce
valore degli antenati negli sguardi nei volti confuso ed incerto si mescola discordante il disprezzo
patito con l’orgoglio misero di un tempo passato.
Il volgo disperso si raduna in gruppetti, si disperde tremante per sentieri non diritti con passo
incerto ondeggianti fra paura e desiderio avanzano e si fermano. Prima adocchia e poi ammira
scoraggiata e confusa la turba sparpagliata di quei crudeli signori che fugge dalle spade senza
sosta.
Vede i longobardi ansanti come bestie feroci con il pelo dritto dalla paura, cercare i loro soliti
conosciuti nascondigli quindi toltasi dal volto la loro minacciosa maschera, le madri superbe
pallide guardano di sbieco pensosamente i figli.
Il volgo disperso vede sopra ai fuggitivi giungere con una spada con l’intento di uccidere come cani
da destra e sinistra guerrieri: il popolo li vede e preso da una felicità prima sconosciuta con la
veloce speranza anticipa l’evento e sogna la fine della dura schiavitù.
Ascoltate! I franchi che occupano l’accampamento, che ai longobardi impediscono la fuga, son
giunti da lontano per vie impervie e accidentate. Interruppero le gioie dei loro pranzi gioiosi si
alzarono in fretta dai loro letti in cui riposavano tranquilli chiamati improvvisamente dalla tromba
di guerra. Abbandonarono nelle sale dei loro castelli le loro donne tristi le quali mentre mi
salutarono ritornavano più e più volte a quelle preghiere e a quei consigli che il pianto
fermò,hanno caricato la loro fronte con gli elmi un po’ ammaccati , hanno messo la sella ai suoi
cavalli scusi, volarono sul ponte levatoio che risuonò cupamente.
A frotte passarono di terra in terra cantando allegre canzoni guerresche, ma conservando nel loro
cuore il ricordo della loro dolce patria. Attraverso valli pietrose e dirupi scoscesi trascorsero le
notti gelide inermi, svegli ricordando i colloqui d’amore con le loro spose. Essi sopportarono gli
oscuri pericoli di soste pericolose, sopportarono le marce veloci per impronte, sopportarono gli
ordini pronunciati in modo molto duro, sopportarono la fame, si videro calare sui petti le lance,
vicino agli scudi volare vicino agli elmetti, udirono le frecce volare sibilando.

5 maggio - ANALISI

Il 5 maggio è una delle poesie scritte dall'intellettuale italiano Alessandro Manzoni in data 1821 in
memoria della figura del francese Napoleone Bonaparte, morto nel periodo passato in esilio
nell'isola di Sant'Elena. Nella poesia Alessandro Manzoni ricorda le grandi battaglie vinte da
Napoleone con l'esercito francese, mettendo in risalto gli aspetti principali del suo carattere e
della sua personalità. Manzoni aveva conosciuto Napoleone Bonaparte, ma non aveva mai dato un
suo giudizio sulla figura del condottiero francese. Nel momento in cui viene a conoscenza della
morte del condottiero francese e della sua conversione cristiana in punto di morte, il poeta scrive
di getto la lirica il 5 maggio, ricordando la figura del carismatico generale.

1. Il Manzoni non ha mai amato la dittatura di Napoleone, però considerava giuste le idee della
Rivoluzione francese, che Napoleone voleva imporre con la forza a tutta Europa.
2. Il Manzoni qui non giudica Napoleone col metro morale, non si chiede cioè se il suo operato fu
"vera gloria", in quanto lascia la sentenza ai posteri. Dice soltanto che anche in Napoleone, Dio ha
compiuto i suoi disegni in modo misterioso, senza che neppure Napoleone se ne rendesse conto.
3. L'uomo-Napoleone appare al Manzoni migliore del dittatore, anche perché si diceva fosse
morto cristianamente. Di conseguenza il vero soggetto dell'ode civile è Dio che redime gli uomini,
e Napoleone non è che l'oggetto della provvidenza di Dio.

Marzo 1821 – ANALISI

L'ode fu scritta da Manzoni in occasione dei moti carbonari piemontesi del 1821, quando
l'atteggiamento riformistico e liberale del giovane Carlo Alberto, erede al trono piemontese e
Reggente in attesa dell'arrivo del Re Carlo Felice di Savoia, che sembrava stesse per varcare il
Ticino ed entrare con le armi in Lombardia per aiutare i patrioti a liberare il Lombardo-Veneto
dall'oppressivo dominio austriaco, aveva acceso le speranze dei liberali e di coloro che aspiravano
all'unificazione dei vari stati italiani sotto un'unica bandiera. Ma le speranze vennero ben presto
vanificate sia dall'intervento di Carlo Felice che della polizia austriaca, che procedette a una dura
repressione nella quale furono coinvolti, tra gli altri, Silvio Pellico e Federico Confalonieri.
L'entusiasmo di quei giorni venne quindi subito stroncato dagli eventi, ma l'ode rispecchiò
profondamente uno spirito che non verrà mai soffocato e che ha rappresentato uno degli elementi
politici e culturali fondamentali dell'Ottocento, elemento che, dopo circa trent’anni di discussioni
e approfondimenti, che toccarono non solo le sfere della politica e del diritto, ma anche quella
della religione (pensiamo ad esempio al Neoguefismo), a partire dal 1848 in poi, comincerà a
trovare una sua qualche realizzazione, non appena i sentimenti liberali si diffonderanno nelle classi
sociali medio-basse e diventeranno popolari, non appartenenti più a una ristretta élite. Nel timore
di una perquisizione della polizia, il Manzoni nascose o addirittura distrusse il manoscritto dell'ode,
ma qualche copia venne conservata da amici, e fu pubblicata solo nel 1848, a cura del Governo
provvisorio di Milano, a seguito del successo delle Cinque Giornate che facevano ben sperare in
una felice conclusione della liberazione dallo straniero, devolvendo i proventi ai patrioti. Alla base
dell'ode si trovano, quindi motivi storici e politici e di esaltazione della libertà dallo straniero
insieme a una presenza di Dio, viva e puntuale nelle vicende umane, una presenza che aiuta
l'uomo a combattere non solo per il personale riscatto dal peccato, ma anche in senso più
universale a combattere per il riscatto della patria dallo straniero, portando gli uomini verso la
creazione di un mondo in cui ci sia veramente un maggiore rispetto dell'uomo per gli altri uomini,
superando la barriera dell'egoismo personale e dell'interesse politico di una classe sociale che
pensa solo e innanzitutto a mantenere il proprio potere. L'ode è un appello alla libertà di tutti i
popoli, che va al di là della polemica contro i princìpi (soprattutto quello di legittimità) sanciti dal
Congresso di Vienna, princìpi che non tenevano conto delle nuove aspirazioni dei popoli e della
nuova situazione europea, venutasi a creare sia con la Rivoluzione francese (sul piano ideologico e
politico) che con la Rivoluzione industriale (sul piano economico); l'ode è un appello, infine, contro
ogni forma di violenza, ad abbandonare la via del male per seguire quella del diritto dei popoli,
rivolto proprio a quei popoli e a quei governi che solo qualche anno prima l'avevano sbandierato
per liberarsi dall'oppressione napoleonica. Per questo diventa fondamentale un concetto in
questo appello: Dio protegge gli uomini oppressi, e come aveva già protetto a suo tempo i
Tedeschi (accomunati agli Austriaci) così avrebbe protetto gli Italiani; ed è proprio il concetto della
protezione degli oppressi che troverà la sua grandiosa e definitiva sistemazione ideologica ed
artistica ne I Promessi Sposi. Il Poeta dedicò l'ode a Teodoro Koerner, patriota e poeta romantico
tedesco, autore di drammi e canti patriottici contro l'oppressione napoleonica, morto
combattendo nel 1813 combattendo nella battaglia di Lipsia, secondo il Manzoni. "In questa
poesia il Manzoni esprime il proprio ideale nazionale unitario, fondato sull'unità di lingua, di
religione, di tradizioni, di stirpe e di aspirazioni, superando ogni forma politicamente gretta o
vuotamente retorica dell'ideale patriottico e incentrandolo su un'effettiva comunione di vita,
materiale e spirituale, del popolo, sancita da una tradizione nazionale (le memorie del v. 32).
Altrettanto importante è l'ammonimento rivolto agli stranieri che si sono serviti degli ideali
nazionali per far ribellare i popoli a Napoleone, ma subito dopo hanno sostituito la loro
oppressione a quella dell'imperatore francese. Qui c'è un'altissima e nobile protesta contro la
bassa politica della violenza e dell'intrigo, totalmente opposta al messaggio cristiano. È la voce di
un cattolico liberale, che esorta gli italiani a insorgere contro l'oppressione in nome di un Dio che è
amore ma anche giustizia. Il diritto alla libertà diviene così un dovere, un momento della lotta per
l'affermazione del bene contro il male; Il Manzoni, che nelle Tragedie esecra la guerra, non esita
qui a invocare il Dio degli eserciti, a incitare gli Italiani a combattere in nome della giustizia.

Natale – ANALISI

Tra il luglio e il settembre del 1813 fu composto “Il Natale”, terzo Inno Sacro in ordine di
composizione.
Il procedimento narrativo usato dal Poeta fa frequente ricorso a reminiscenze bibliche e liturgiche.
Tema dell’inno è l’evento della nascita di Cristo, e il suo carattere insieme di Grazia divina e di
necessità di redenzione dell’umanità corrotta.
Può essere diviso in 4 parti: la parte iniziale come premessa esplicativa, l’apostrofe a Cristo, la
parte narrativa e la conclusione.

Basta prendere l’inizio de Il Natale di Manzoni per rendersi conto della rottura con molti degli
aspetti della tradizione lirica italiana. La similitudine che occupa la le prime quattro strofe può
infatti ritenersi emblematica, sia per il piano formale che per quello dei contenuti, del tipo di lirica
perseguito dall’autore. Significativo per la ricerca di varietà ritmica e di effetti di dissonanza è già
lo schema metrico adottato: strofe di sette settenari, dei quali i primi quattro alternativamente
sdruccioli liberi e piani rimati; il quinto e il sesto piani e rimati fra loro e l’ultimo tronco in rima con
l’ultimo settenario della strofa successiva.
Innanzitutto nella prima strofa colpisce proprio l’effetto prodotto dal gioco degli accenti, posti in
modo che le sillabe toniche producano un effetto fonosimbolico. Al settenario iniziale, con due
accenti ritmici forti contigui ("quàl màsso") su vocale identica "a" e un terzo, ritardato, su parola
sdrucciola ("vértice"), con effetto di rallentamento del ritmo, segue il secondo settenario in cui il
ritmo è più incalzante e ribattuto, con tre accenti ritmici forti ("lùnga érta montàna") su vocali che
vanno dal suono cupo al suono progressivamente più chiaro (u; e; a). Il terzo settenario presenta
un nuovo rallentamento con due accenti ritmici in una stessa parola ("àbbandonàto") e sulla
stessa vocale a del settenario iniziale, seguiti dal terzo su parola sdrucciola ("ìmpeto") e vocale
anch’essa chiara, analoga a quella della parola sdrucciola del primo settenario. Nel quarto
settenario si ritrova invece il ritmo ribattuto del secondo ("dì rumoròsa fràna"), anche se con un
andamento diverso, per il fatto che l’accento qui è in prima sede e non in seconda, con un
prevalere, tra l’altro, di vocali di suono scuro e allitterazioni in r, tese a riprodurre il suono aspro
della "frana" indicata. Il quinto e sesto settenario ripresentano poi il ritmo incalzante e insistito del
secondo e quarto, prodotto in questo caso dagli accenti ritmici sulle stesse vocali chiare a ed e
quasi nelle stesse posizioni ("pér lo scheggiàto càlle"; "précipitàndo a vàlle"), oltre ad avere in rima
baciata parole piane in paronomasia ("vàlle"; "càlle"). L’ultimo settenario, fortemente
contrassegnato dalla parola tronca finale (stà), presenta in generale un ritmo assai scandito e
fortemente rimarcato, quasi martellante, con le due vocali chiare a, all’inizio e alla fine, accentate
("bàtte"; "stà") cui si contrappone la sonorità scura della o posta in mezzo, rispetto alle sillabe con
la a, in due sillabe, la prima della quali accentata ("fòndo"). In tutta la strofa, inoltre, predominano
sonorità aspre e dure, con la frequenza delle "s", delle "r" e delle "t". Risulta così evidente la
volontà di Manzoni di riprodurre il suono del precipitare della frana. Per ottenere questo, il poeta
ricorre, in termini fonosimbolici, al gioco degli accenti e delle vocali, variamente intrecciati e
caratterizzati da linee ritmiche e suoni contrastanti che evocano, in modo dissonante, il
precipitare, inizialmente lento, del masso, il fragore che esso acquista nella discesa, la velocità
progressiva, i rumori cupi, sordi, aspri che produce, il violento e definitivo arrestarsi una volta che
abbia terminato la caduta. In questo modo l’idea della rovina e del precipitare, così evocativa sul
piano etico e funzionale al tema affrontato, viene impressa nel lettore già al livello delle
suggestioni emotive suscitate da sonorità disarmoniche, dure ed aspre.

La morte di Ermengarda – ANALISI

La morte di Ermengarda è un coro scritto dal Manzoni, con il quale egli narra la triste fine della
moglie di Carlo Magno. Ella, infatti, era stata ripudiata dal marito in quanto non era stata in grado
di concepire un figlio maschio, così aveva deciso di rifugiarsi in un convento di suore per cercare di
dar pace al dolore incessante, dovuto alla perdita di un uomo che aveva realmente amato. Ed è in
quel convento che si trova in punto di morte, mentre ricorda i momenti più belli della sua vita. Con
parole di forte sensualità, Manzoni celebra la passionalità dell’amore di Ermengarda, ammaliata
dal fascino del marito, dell’orgoglio che la accompagnava mentre era consapevole dell’invidia che
suscitava nelle donne franche. Ricorda anche le battute di caccia, la furia dei cavalli e la propria
inconsapevolezza di un futuro inclemente. Ora è su un letto di morte, esausta, addolorata, ma allo
stesso felice di non dover più patire. Morendo, infatti, Ermengarda si purifica delle colpe della
propria stirpe di conquistatori, i Longobardi. Manzoni conclude paragonando il momento della
morte della donna al sole che tramonta, colorando di rosso il cielo, simbolo di buon auspicio
secondo la tradizione popolare, stando ad indicare la felicità che potrà raggiungere solo nella vita
eterna.
Il coro in onore della morte di Ermengarda è molto simile all’ode che Manzoni scrive per
Napoleone. Non solo la struttura accomuna i due componimenti, ma anche i contenuti e le
vicende dei due personaggi. Entrambi infatti vivono la loro vita all’insegna della gloria e della
felicità, inconsapevoli della fine che avrebbero fatto. Muoiono da soli, dimenticati, mentre
ricordano i momenti felici vissuti e mentre negli ultimi istanti di vita si avvicinano a Dio, grazie alla
sofferenza.

Un tema presente in questo passo e ricorrente in tutta l’opera manzoniana è quello della “provida
sventura”: essa è la sventura mandata dalla Provvidenza divina. Attraverso questo processo Dio
agisce sugli uomini commettendo del male al fine di un bene superiore. Le sofferenze di
Ermengarda sono state, per l’autore, provvidenziali, in quanto egli interpreta la sofferenza come
miracolosa poiché, proprio la sofferenza, ha consentito lei, che apparteneva ad una stirpe di
oppressori, di riscattarsi e di porsi non più tra i brutali oppressori da cui discendeva, ma tra gli
oppressi, che attraverso il loro dolore si sono guadagnati il premio della vita eterna.