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E.

De Martino

1) Crisi della presenza e crisi del cordoglio:

- Sintomi fisici di una perdita: sé spersonalizzato (guardarsi dall’esterno, scribentis imago, feror);
perdita di connotati di senso del mondo (una malata descrive il mondo come una distesa fredda e
lunare, immensità senza confini e piatta – mare! – immutabile e fissa; gli oggetti sembrano come
figure di uno scenario; lei isolata e fredda, le persone si muovono come fantasmi); anche gli oggetti
esterni vengono visti come potenziali nemici, con spinte al disordine e minacciosa incombenza.
Crolla la possibilità di contrapporre sé agli oggetti del mondo, si ha la terrificante esperienza
dell’universo in tensione.

- Il rischio della perdita della presenza è segnalato dall’angoscia; 3 modi di agire per
autodifendersi dal dolore (destorificazione irrelativa della crisi): a) assenza dello stupore, rigettare
ogni emozione come nociva > pietrificazione (Arianna, Niobe), contraddizione del “farsi assente
per timore dell’azione”; b) oppure agire rituale (e non autentico); c) affidarsi a simboli protettivi,
dando loro il compito dell’azione; cercarli ansiosamente significa cercare di occultare a sé la
storicità del reale e la responsabilità personale delle iniziative, così che il fare effettivo si riduca ad
iterazione del già deciso e fatto su un piano metastorico.

- L’assenza totale rappresenta il limite estremo della crisi del cordoglio: ebetudine stuporosa, senza
parola e senza gesto, senza anamnesi della situazione luttuosa (‘impietrito, raggelato dal dolore’),
vd. Niobe (paradosso, perché questa inautentica fissità può evolvere in ogni momento nel planctus
irrelativo ed autodistruttivo).

- Oppure comportamenti di negazione (delirio di negazione): si vive come se il morto fosse ancora
vivo (o un dormiente che ritornerà, o un assente che sta per ritornare), proiettando le sue
caratteristiche su surrogati; questo può portare al normale processo di rielaborazione del lutto e
riadattamento alla realtà storica, ma anche ad una patologica inerzia e progressivo distacco dalla
realtà.

Il lamento funebre rituale serviva a superare ed evitare questa crisi del cordoglio.

2) Il lamento funebre folklorico euromediterraneo:

- Presenza rituale del pianto.

- Ebetudine stuporosa, planctus irrelativo e ordine della lamentazione: il rito istituzionalizza i gesti
del dolore, sottraendo il lugente all’ebetudine, la periodizzazione stereotipa (per es. nei ritornelli)
incanala il planctus irrelativo – con incidenza corale (collaborazione, vd. anche lamentatrici
specializzate) e discorso protetto, regolato da moduli letterari, mimici e melodici.

- Singolarizzazione del dolore, attraverso planctus stereotipato si ritorna alla normalità.

3) Il lamento funebre antico:

- Lamenti responsoriali (singolo/coro).

- Gesti del lamento: equivalente attenuato e simbolico dell’impulso all’annientamento totale (‘come
se’ della volontà di morte), fissano la misura da non oltrepassare, sono rito ordinato, recitato e
fisso; sono quasi sempre moduli ritmicamente iterabili (gemere, percuotersi). (Allo stesso modo
agiscono i moduli letterari del discorso funebre).

- Ideologia del cadavere vivente: il rito e la sepoltura accompagnano il morto nell’aldilà, quindi se
il rito non avviene il cadavere resta inquieto, in sospeso, ed ossessiona i vivi; attraverso la
ritualizzazione del planctus, il superstite compie catabasi verso le tentazioni di morte e di crisi e
l’anabasi verso la coscienza culturale. Atti come spargersi il capo di cenere (inumazione, o simbolo
d’impurità) permettono al vivo di attuare sul piano simbolico e attenuato gli impulsi suicidi, ed
anche di partecipare e condividere col morto > processo d’interiorizzazione.

- I rituali funebri servono anche a riassorbire le tentazioni e i potenziali motivi di crisi,


reintegrandoli nell’ordine culturale: furore (ritualizzato nel sacrificio di vittime), fame (banchetto
funebre), erotismo (giochi lascivi, esibizioni oscene).

Grilli, Adone

- In termini di pratiche rituali, la pathetic fallacy permette di conservare anche nell’orizzonte della
finzione poetica il dato essenziale del coro di astanti, cui pertiene, come si è detto, la funzione di
rappresentare la collettività che si unisce al lamento dei congiunti in lutto. La risonanza degli
elementi naturali non è dunque un mero espediente di patetizzazione retorica, come si tende
superficialmente a liquidarla, ma assolve l’importante funzione di mantenere anche all’interno
della finzione poetica le coordinate essenziali di una corretta gestione culturale del lutto come
espressione di una cultura comunitaria condivisa. (Però in Arianna non è proprio così > quali
implicazioni?).

- La pathetic fallacy è un topos letterario che rispecchia una forma di pensiero esorcizzante, ovvero
un wishful thinking a proposito del problema cruciale che stiamo discutendo, il contrasto tra
finitezza dell’individuo e apparente eternità del collettivo.