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LA SOCIETA’ INTERNAZIONALE E IL SUO ORDINAMENTO

DIRITTO INTERNAZIONALE: ordinamento giuridico della società internazionale.

1. DIRITTO INTERNAZIONALE PUBBLICO, non è parte del diritto interno di alcuno Stato ma è
espressione di una società assai diversa dalle singole società nazionali che esprimono gli ordinamenti
giuridici interni degli Stati.
2. DIRITTO INTERNAZIONALE PRIVATO, parte del diritto interno di ciascuno Stato che disciplina i
rapporti privatistici che presentano elementi di estraneità rispetto al diritto interno medesimo.

La società internazionale non è una società organizzata di individui bensì una società composta principalmente
da Stati Sovrani e indipendenti cioè organizzazioni di governo di una comunità territoriale che non riconosce sopra
di sé alcuna autorità, formalmente eguali fra loro. I suoi membri, e in particolare gli Stati Sovrani si trovano tutti su
una struttura paritaria e ciò sancisce il principio di uguaglianza formale degli Stati.

STORIA

La nascita della società internazionale si fa coincidere con la Pace di Westfalia del 1648 la quale sancì la fine della
Guerra dei Trent’anni, sancendo il definitivo tramonto delle pretese sovranazionali del Papato e dell’Impero.
Inizialmente il diritto internazionale si divideva in diritto internazionale di pace e diritto internazionale di guerra. Il
primo si preoccupava di favorire la coesistenza degli Stati attraverso norme che ne delimitavano il potere di governo e
ne proteggevano l’organizzazione. Ora si è evoluto in maniera tale da delimitare la libertà di cui gli Stati godevano,
volto a tutelare gli Stati stranieri e i diritti fondamentali e da assicurare la cooperazione tra gli Stati nella protezione
dell’ambiente e nei rapporti economici commerciali. Il secondo invece si limitava a regolare le guerre internazionali,
ora ci si occupa anche dei conflitti interni.

SOGGETTI

I soggetti primari del diritto internazionale sono i membri della società internazionale: gli Stati Sovrani e indipendenti
ai quali si affiancano gli enti che partecipano alla vita di relazione internazionale su di un piano di parità con gli Stati:
le organizzazioni internazionali. La società internazionale si distingue dalla società nazionale per l’assenza di una
struttura di governo gerarchicamente organizzata. E’ un ordinamento effettivo poiché gli Stati tendono a rispettare la
gran parte delle sue regole.

ONU : organizzazione politica con competenza generale che ambisce a mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza
internazionale in presenza di minacce o violazioni,creata nel secondo dopoguerra.

STRUTTURA DELL’ORDINAMENTO GIURIDICO INTERNAZIONALE

Si distinguono tre principali funzioni:

1. Funzione normativa. Fonti principali del diritto internazionale sono la consuetudine,fonte di norme generali
che scaturisce dalla prassi degli Stati, e l’accordo,fonte di norme particolari che è il prodotto dell’incontro
della volontà di due o più Stati.
Quindi gli Stati della società internazionale producono le norme del diritto internazionale.
2. Funzione di accertamento del diritto. Risultato di atti unilaterali o di accordi tra Stati.
In presenza di una controversia tra Stati la soluzione di essa è possibile solo mediante accordo, il quale può
risolvere direttamente la controversia o demandarne la soluzione ad un’istanza arbitrale o giudiziale, in questo
caso la controversia si risolve mediante l’applicazione di norme di diritto internazionale.
3. Funzione di attuazione coercitiva del diritto. L’attuazione del diritto internazionale è rimessa agli Stati
attraverso l’autotutela, una volta poteva tradursi nel ricorso alla forza armata ma dopo la nascita dell’ONU la
C.ONU contiene un esplicito divieto dell’uso generale della forza. Molti obblighi imposti agli Stati da norme
di diritto internazionale devono essere attuati al proprio interno. Nella maggior parte dei casi gli Stati rendono
applicabili le norme internazionali attraverso procedimenti di adattamento.

FONTI DI DIRITTO INTERNAZIONALE


Vi sono due distinzioni per la fonte:

1. Fonti in senso materiale come i fattori che agiscono storicamente determinando la creazione di norme
giuridiche in un determinato ordinamento, da soli di per sé non sono idonei a creare norme. Atti non
vincolanti delle organizzazioni internazionali, accordi non vincolanti che gli stati concludono dopo
conferenze e organizzazioni.
2. Fonti in senso formale intese come i fatti, atti o procedimenti di produzione giuridica con cui l’ordinamento
giuridico ricollega l’effetto di creare modificare o estinguere norme giuridiche. Convenzioni
internazionali,consuetudini internazionali, le fonti previste da accordo e gli atti giuridici unilaterali.
3. Procedimenti di produzione giuridica integrativa, che non è una vera e propria fonte di diritto internazionale
ma vi si ricorre in assenza di norme di diritto internazionale generale o particolare. Analogia legis, analogia
iuris e principi generali di diritto riconosciuti dalle nazioni civili.

Per quel che riguarda le fonti in senso formale l’esempio migliore è quello dello Statuto della Corte internazionale di
Giustizia , in particolare l’art. 38 che precisa che la Corte nel risolvere le controversie applica: le convenzioni
internazionali,cioè le norme espressamente riconosciute dagli Stati in lite; la consuetudine internazionale e i principi
generali di diritto riconosciuti. Il problema di questo statuto sta nel fatto che non risulta esaustivo e in particolare non
tutte le fonti elencate nell’art.38 sono di tipo formale. Dottrina e giurisprudenza infatti sono considerati mezzi
sussidiari per la determinazione delle norme giuridiche.

Nell’ambito dei procedimenti di integrazione si può ricorrere all’analogia per integrare la disciplina giuridica
risultante dalle norme generali di fonte consuetudinaria (ANALOGIA LEGIS), è ammessa anche il ricorso a principi
generali e informatori cui è ispirato l’ordinamento (ANALOGIA IURIS), infine sono ammessi anche i principi
generali di diritto riconosciuti dalle Nazioni civili, i principi generali comuni agli ordinamenti interni degli Stati. Gli
ultimi però mantengono la loro importanza in settori specifici non sviluppati come ad esempio il diritto internazionale
amministrativo.

DIRITTO INTERNAZIONALE GENERALE E PARTICOLARE

Il diritto internazionale generale è quello composto da norme vincolanti per tutti i soggetti internazionali.
consuetudine Il diritto internazionale particolare è
composto da norme vincolanti per un numero determinato di soggetti. accordo,convenzioni internazionali e atti
vincolanti delle organizzazioni internazionali
Esistono poi delle consuetudini particolari che creano diritto particolare internazionale.

La dottrina si è preoccupata di stabilire una gerarchia all’interno del diritto internazionale. Una parte della dottrina
sostiene che tanto la consuetudine quanto l’accordo siano fonti primarie e in questo caso le fonti previste da accordo
sarebbero di tipo secondario. Un’altra parte della dottrina afferma che la sola fonte primaria del diritto sia la
consuetudine internazionale, di conseguenza l’accordo si configura come fonte secondaria e fonti di terzo grado sono
quelle previste dall’accordo.

DIRITTO INTERNAZIONALE COGENTE

Art. 53 della Cdt : la norma cogente è la norma imperativa del diritto internazionale generale. Secondo la
dottrina le norme cogenti sarebbero da identificarsi con gli obblighi ricavabili dalla Carta dell’ONU, la quale
all’art.103 afferma che prevalgono in caso di contrasto prevalgono sugli obblighi assunti dai membri
dell’organizzazione in base a qualsiasi altro accordo.

SOFT LAW

Il soft law è un insieme di fatti o procedimenti che creano regole non giuridicamente vincolanti ma che possono ciò
nonostante contribuire allo sviluppo del diritto. Tra le fonti di soft law si riconoscono gli atti non vincolanti delle
organizzazioni internazionali e gli accordi vincolanti che gli Stati a volte concludono in seno a conferenze
diplomatiche o organizzazioni internazionali. Questi fattori vengono fatti rientrare nell’ambito delle fonti in senso
materiale perché si tratta di fattori inidonei a creare vere e proprie norme giuridiche ma che possono fornire l’impulso
per la successiva creazione di tali norme. Gli atti produttivi di soft law possono contribuire all’evoluzione del diritto
internazionale consuetudinario o provocare la successiva stipulazione di accordi giuridicamente vincolanti.

LA CONSUETUDINE

La consuetudine consiste in norme che si formano spontaneamente con la ripetizione di un comportamento da parte
degli Stati, una fonte non scritta applicabile ai soggetti in assenza di una procedura legale. Mentre nel diritto interno
degli Stati la consuetudine ha un valore ormai trascurabile nel diritto internazionale è l’unica fonte di diritto
generale e fonte di norme non scritte.

La consuetudine risulta composta da due elementi: -


ELEMENTO MATERIALE dato dalla ripetizione di un comportamento da parte degli Stati, espresso con le parole
usus e diuturnitas . Nonostante la parola diuturnitas indichi la lunga durata questo non c’entra assolutamente con il
riconoscimento della consuetudine poiché non è previsto un tempo preciso per la formazione di essa. La prassi degli
Stati può essere costituita oltre che da comportamenti che gli Stati tengono nelle relazioni internazionali anche da
comportamenti che gli Stati tengono al loro interno. Innanzitutto la prassi degli Stati deve essere sufficientemente
diffusa,basta che provenga da un numero di Stati rappresentativo della società internazionale nel suo insieme e in
particolare dagli Stati che saranno maggiormente interessati all’applicazione della norma consuetudinaria.

- ELEMENTO PSICOLOGICO dato dalla convinzione che il comportamento tenuto dai membri della società sia
conforme a diritto, espresso con la formula opinio iuris sive necessitatis. L’opinio iuris si forma solo al termine del
processo consuetudinario ed al coronamento di esso. Nella fase iniziale in cui la norma consuetudinaria ancora non
esiste ma è solo in corso di formazione, ciò che rileva è che i singoli comportamenti statali siano sostenuti dalla
convinzione della loro opportunità o doverosità sociale. Al di là di ciò l’elemento psicologico è una pratica
indispensabile per quattro ragioni. In primo luogo per distinguere la consuetudine dal mero uso, inteso con la
ripetizione di un comportamento che gli Stati tengono per ragioni di cortesia ma senza sentirsi giuridicamente
obbligati. Il secondo motivo risiede nell’accertare in che misura una diffusa prassi convenzionale costituisca prova di
una consuetudine generale: il ripetersi e il diffondersi di determinate stipulazioni convenzionali in trattati bilaterali o
conclusi da un ristretto numero di Stati, può essere la prova dell’inesistenza di una regola corrispondente nel diritto
internazionale generale o può costituire la prova del diffondersi di una prassi idonea. In terzo luogo stabilire la
rilevanza di una prassi normativa interna costituita da una serie di uniformi disposizioni legislative o di decisioni
giudiziarie all’interno degli Stati. Infine stabilire la rilevanza di una prassi meramente negativa, costituita dal fatto che
gli Stati si astengono dal comportarsi in un certo modo.

La consuetudine internazionale crea anche norme flessibili, derogabili da due o più Stati mediante trattato, o crea
norme cogenti che provocano l’invalidità o l’estinzione di contrari accordi. Art.53 Cdt definisce lo ius cogens come
una norma accettata e riconosciuta dalla comunità degli Stati nel suo insieme come norma alla quale non è
consentita alcuna deroga e che può essere modificata solo da una successiva norma di diritto internazionale
generale avente lo stesso carattere. Ad imprimere alle norme stesse carattere cogente è proprio l’opinio iuris.Oltre
alla convinzione che esiste una norma giuridicamente vincolante, perché si crei diritto cogente tramite consuetudine è
necessaria la convinzione che la norma sia inderogabile tramite accordo.Il momento in cui una norma si afferma nel
diritto e il momento in cui la norma diviene cogente possono anche non coincidere.

Ci sono poi le concezioni moniste della consuetudine internazionale a seconda che facessero prevalere l’uno o l’altro
elemento: il primo filone dottrinale sostiene che la consuetudine si risolva nel solo elemento materiale dell’usus.
Questa corrente è poco sostenuta. L’altra corrente invece sostiene che la consuetudine si risolva nel solo elemento
psicologico dell’opinio iuris, la prassi assume rilevanza come mezzo di prova dell’esistenza di una norma di diritto
internazionale generale,nel senso che la prova del fatto che una regola vive e opera nella coscienza dei membri della
società non può che fornirsi in basi a manifestazioni chiare della prassi. In ogni caso non c’è
dubbio che il ruolo più importante sia svolto dall’opinio iuris ma in ogni caso i due elementi costitutivi della
consuetudine sono intimamente legati nel senso che non è possibile identificarne uno senza ricorrere all’altro.
L’elemento psicologico della consuetudine viene
identificato con l’accettazione di una pratica generale come diritto, prima ancora che con la convinzione della
conformità di tale pratica a diritto. Tutto ciò sarebbe l’equivalente di un accordo tacito,un vero e proprio atto
normativo.La concezione detta sopra trova il suo padre in Ugo Grozio e nel positivismo giuridico in cui si fingeva che
un’autorità superiore ai suoi membri fosse costituita dalla volontà collettiva degli Stati. La formulazione degli
art. 38 e dell’art. 53 della Cdt non va presa alla lettera poiché ne deriverebbe che non esiste alcuna fonte di diritto
internazionale generale e che uno Stato non può essere vincolato se non da norme rispetto alle quali abbia manifestato
esplicitamente o implicitamente il suo consenso. La questione in ogni caso ha una rilevanza puramente teorica.

L’OBIETTORE E L’OBIETTORE PERSISTENTE

L’unico problema che può sorgere dall’accoglimento della concezione con sensualistica della consuetudine riguarda
l’applicabilità di una norma nei confronti di: - Uno Stato di nuova formazione
che si rifiuta di adeguarsi ad una o più norme consuetudinarie preesistenti.La dottrina è concorde nell’affermare
che l’atteggiamento di tale Stato sarebbe irrilevante e che sia vincolato dal diritto internazionale consuetudinario
preesistente. Una volta formatasi , la norma generale sarà applicabile a tutti gli Stati, indipendentemente dalla prova
che ciascuno di essi abbia accettato di considerare la prassi come conforme a diritto.Se invece la contestazione
proviene da un gruppo di Stati allora siamo in presenza di una prassi idonea a modificare o ad abrogare la norma
preesistente, ma solo se la prassi si diffonde anche oltre il gruppo degli originari contestatori e dà vita ad una
corrispondente opinio iuris nell’insieme della società internazionale.
- Uno Stato già esistente si rifiuta di adeguarsi a una o più nuove norme
consuetudinarie in corso di formazione. (OBIETTORE PERSISTENTE) Se uno Stato si oppone dall’inizio al
processo consuetudinario e mantiene persistente la sua opposizione, anche se non riesce a impedire che si formi una
nuova norma di diritto internazionale generale, non è però vincolato da tale norma. Se gli altri Stati protestano nei
confronti dell’atteggiamento dell’unico Stato obiettore e questo resta isolato esso debba considerarsi obbligato e, se
non si adegua, finisca per essere responsabile di un comportamento illecito. Se invece, anziché protestare, gli altri Stati
accettano o tollerano il suo comportamento vuol dire che essi ammettono che la norma consuetudinaria subisca
un’eccezione. (Sentenza del caso Norvegia vs. Gran Bretagna a pag. 44)

CONSUETUDINE PARTICOLARE

La consuetudine particolare crea norme di diritto internazionale particolare che vincolano esclusivamente un
determinato numero di Stati.Si evidenziano due tipologie di C.p.

 Consuetudine locale che si forma esclusivamente tra gli Stati che appartengono a una determinata area
geografica.
 Consuetudine modificatrice o integratrice di un accordo multilaterale

Si ritiene che la consuetudine particolare, di entrambi i tipi, sia una vera e propria consuetudine che scaturisce da un
processo spontaneo in cui è irrilevante provare la partecipazione del singolo Stato. Altri ritengono invece che solo la
consuetudine regionale sia una vera e propria consuetudine e che la seconda sia in realtà un accordo tacito. Sarebbe
meglio però parlare solo di accordo tacito senza evocare consuetudine particolare o bilaterale. Può accadere che una
consuetudine particolare affermatasi tra un ristretto numero di Stati si trasformi col tempo in una consuetudine
generale: in questo caso sarà necessario che la prassi si diffonda oltre che agli Stati destinatari a tutta la società
internazionale.

LA CODIFICAZIONE

L’accertamento del giudice non è sempre facile in questo ambito, per questo risultano molto importanti la dottrina e la
giurisprudenza che si configurano come mezzi sussidiari per la determinazione delle norme giuridiche. Le sentenze
della Corte internazionale di Giustizia,pur essendo formalmente vincolanti per le sole parti in causa, hanno una grande
autorevolezza e costituiscono un ausilio per la determinazione dell’esistenza e del contenuto delle norme applicate.
Non da meno è l’importanza della vera e propria codificazione nell’esporre in forma scritta e in maniera uniforme e
sistematica le norme consuetudinarie vigenti (codificazione in senso stretto). Quest’ultimo procedimento si
accompagna allo sviluppo progressivo del diritto internazionale, cioè alla predisposizione di norme innovative allo
scopo di colmare eventuali lacune o di eliminare contraddizioni della prassi in un settore in cui il contenuto del diritto
internazionale appaia particolarmente incerto.
A seconda che l’operazione si traduca in un atto normativo giuridicamente vincolante o meno si
distinguono tre tipologie di codificazione:

1. Codificazione scientifica o dottrinale, l’esposizione delle norme generali vigenti in un determinato settore
del diritto internazionale in un testo scritto non giuridicamente vincolante predisposto da studiosi del diritto
internazionale.
2. Codificazione normativa,consiste nell’esposizione delle norme generali vigenti in un determinato settore in
un testo giuridicamente vincolante. L’unico atto vincolante che gli Stati hanno a disposizione per codificare
norme di diritto internazionale generale è l’accordo, che a differenza della consuetudine di solito crea norme
scritte.
3. Codificazione mediante l’adozione di norme non vincolanti (soft law), si trova a metà tra la codificazione
scientifica e quella normativa. Non è codificazione normativa in senso formale perché si traduce in atti privi di
valore vincolante, non può essere nemmeno scientifica : la codificazione mediante atti di soft law ha spesso
una maggiore autorevolezza rispetto alle opere della dottrina o delle associazioni scientifiche proprio in
quanto sono gli Stati stessi a promuoverla.
 Le conferenze della pace convocate all’Aia nel 1899 e nel 1907 per la codificazione del diritto internazionale
di guerra che si sono tradotte in una serie di trattati ancora oggi rilevanti. Ai giorni d’oggi è l’ONU che si
preoccupa di questo lavoro mediante la stipulazione di accordi o mediante l’adozione di atti creativi di soft
law.

ONU l’Assemblea generale ha istituito nel 1947 un organo sussidiario denominato Commissione del Diritto
internazionale (CDI) il quale, a differenza dell’assemblea generale non è composto da Stati bensì da individui: 34
esperti di diritto internazionale,eletti sulla base di liste presentate dagli Stati membri,con il compito di studiare le
materie da codificare e di elaborare progetti di articoli. Il procedimento può articolarsi in diverse forme:

1. L’Assemblea generale decide di adottare il progetto del CDI sotto forma di accordo, da sottoporre poi alla
ratifica e all’adesione degli Stati membri. L’adozione del testo può avvenire direttamente in seno
all’Assemblea oppure (più spesso) nell’ambito di un’apposita conferenza diplomatica degli Stati membri
convocata dall’Assemblea. Nella maggior parte dei casi i progetti elaborati dalla CDI si sono trasformati in
accordi di codificazione.
2. L’Assemblea generale decide di non trasformare il progetto della CDI in un accordo vincolante e si limiti a
prendere atto del progetto medesimo con una propria risoluzione non vincolante raccomandandone
eventualmente l’osservanza agli Stati membri. In tal caso il progetto si trasforma in un atto creativo di soft law
. Può anche accadere che l’Assemblea generale si limiti ad adottare una risoluzione in cui prende atto di un
progetto elaborato dalla CDI demandato ad un momento successivo l’eventuale trasformazione del progetto in
un vero e proprio accordo di codificazione. La codificazione si accompagna spesso allo sviluppo progressivo
del diritto internazionale generale.
3. Può in certi casi accadere che la codificazione e lo sviluppo progressivo del diritto internazionale avvengano
senza il previo coinvolgimento della CDI. L’Assemblea generale incarica un comitato ad hoc composto da
rappresentanti di Stati. Inizialmente si procede all’adozione di un atto non vincolante e in un secondo tempo di
un vero e proprio accordo internazionale.

La vera e propria codificazione normativa si traduce nell’adozione di un accordo di codificazione che crea norme
giuridicamente vincolanti per gli Stati parti, cioè per gli Stati che liberamente abbiano deciso di stipulare il trattato
mediante un atto di ratifica o di adesione. Gli Stati parti sono vincolati a dare esecuzione al trattato e per quanto
riguarda gli Stati terzi l’accordo non è vincolante. (Sentenza del 1969 Germania vs. Danimarca e Paesi Bassi)

Da un accordo di codificazione possono scaturire tre diversi effetti :

1. Effetto dichiarativo, che si produce quando l’accordo si limita a dare forma scritta a norme già vigenti nel
diritto internazionale consuetudinario, codificazione in senso stretto.Per gli Stati terzi l’accordo non
costituisce una fonte di diritto in senso formale ma può costituire una fonte di cognizione delle norme
consuetudinarie vigenti.
2. Effetto di cristallizzazione,si produce quando l’accordo conferisce forma scritta a norme che sono in corso di
formazione, è il coronamento del processo di formazione del processo consuetudinario. Anche in questo caso
l’accordo è vincolante per i soli Stati parti ma può utilizzarsi come fonte di cognizione delle norme
consuetudinarie vigenti anche per gli Stati terzi.
3. Effetto creativo,che può prodursi quando l’accordo innova rispetto al diritto consuetudinario vigente,facendo
opera di sviluppo progressivo del diritto internazionale generale anziché di codificazione in senso stretto.Se
l’innovazione non è ragionevole è prevedibile che l’effetto creativo non si produca.Se invece l’innovazione
rappresenta un ragionevole bilanciamento degli interessi coinvolti può accadere che un comportamento
corrispondente alla norma innovativa si diffonda anche al di là degli Stati parti e si generi progressivamente
una opinio iuris. Quando ciò si verifica l’accordo può utilizzarsi come fonte di cognizione della norma
consuetudinaria che vincola anche gli Stati terzi.

Il numero degli Stati parti di un accordo può essere un elemento importante al fine di accertare se l’accordo è anche
fonte di cognizione di norme consuetudinarie corrispondenti.

N.B. Se un accordo di codificazione è vincolante per gli Stati parti, la risoluzione dell’Assemblea generale dell’ONU
non è vincolante per gli Stati membri ed ha solo un valore esortativo.

NORME DI CODIFICAZIONE CHE INVECCHIANO

Poiché il diritto internazionale consuetudinario è in continua evoluzione può verificarsi un fenomeno particolare: una
norma di codificazione inizialmente corrispondente al diritto internazionale consuetudinario che a seguito della
successiva evoluzione della prassi e dell’opinio iuris degli Stati appaia come non più corrispondente al diritto vigente.
- Se la norma di codificazione è una norma giuridicamente non vincolante la
risoluzione è facile poiché gli Stati che non rispettano la norma di codificazione e rispettano invece la nuova norma
consuetudinaria non commettono alcun illecito. - Se la norma di
codificazione è contenuta in un accordo che in quanto tale vincola comunque gli Stati contraenti l’accordo continua
a vincolare gli Stati contraenti a meno che non sia abrogato o modificato da un successivo accordo. Nel caso di non
coincidenza tra le parti del primo e quelle del secondo, l’accordo invecchiato continua ad applicarsi nei rapporti tra le
parti. N.B. L’accordo dovrebbe sempre prevalere nei rapporti tra le parti sulla consuetudine, anche se questa è
successiva in virtù del criterio di specialità. Se però tutte le parti dell’accordo di codificazione partecipano al processo
consuetudinario e applicano la nuova norma anche nei rapporti inter se, è possibile sostenere che si formi una
consuetudine particolare.

L’ACCORDO INTERNAZIONALE

L’accordo internazionale si definisce come l’incontro delle manifestazioni di volontà di due o più soggetti di diritto
internazionale dirette a creare norme giuridicamente vincolanti nel loro rapporti internazionali. A seconda del numero
delle parti l’accordo può essere bilaterale o multilaterale. I modi di designare l’accordo internazionale sono
molteplici: accordo,trattato,convenzione ecc. Rispetto al contratto però l’accordo internazionale presenta alcune
differenze:

1. Le parti di un accordo sono soggetti di diritto internazionale, Stati sovrani e indipendenti, ma si può trattare
anche di altri enti che partecipano alla vita internazionale come la Santa Sede ad esempio. La capacità di
stipulare accordi internazionali è indice della soggettività internazionale di un ente.
2. E’ necessario che le parti vogliano stipulare un negozio giuridico regolato dal diritto internazionale produttivo
di regole giuridicamente vincolanti. Essi possono anche stipulare un accordo non giuridicamente vincolante
che si limita a creare norme di soft law la cui eventuale violazione non costituisce illecito.
3. L’accordo internazionale sia configurabile come una vera e propria fonte internazionale particolare.

DIRITTO DEI TRATTATI (CDT)


L’idoneità dell’accordo internazionale a creare norme giuridicamente vincolanti per le parti si fonda su una norma
espressa con la formula pacta sunt servanda.Tale norma si specifica in alcune norme consuetudinarie relative al
procedimento di formazione e all’efficacia dell’accordo,cui si aggiungono altre norme consuetudinarie relative alle
riserve. Queste norme consuetudinarie costituiscono il diritto dei trattati e sono state codificate nella Convenzione di
Vienna sul diritto dei trattati (Cdt) del 1969. Tale convenzione si applica ai trattati stipulati solo dopo la sua entrata
in vigore ( art. 4) e si applica solo agli Stati che ne sono parti. La Cdt è in larga
misura corrispondente al diritto consuetudinario vigente sia perché riproduce norme consuetudinarie già esistenti
all’atto della sua adozione sia perché ha dato luogo ad un’evoluzione della prassi internazionale in senso
corrispondente ad alcune regole che all’atto della loro adozione apparivano innovative. In seguito all’adozione della
Cdt nel 1986 è stato stipulato un successivo accordo di codificazione: La Convenzione di Vienna sul diritto dei
trattati fra Stati ed organizzazioni internazionali e fra organizzazioni internazionali.

FORMA DI STIPULAZIONE DELL’ACCORDO

Esiste nel diritto internazionale una piena libertà di forma,accanto agli accordi stipulati in forma scritta possono
configurarsi anche accordi stipulati in forma orale detti accordi verbali, che però sono utilizzati poco. Vanno distinti
gli accordi taciti,in cui la volontà degli Stati parti di obbligarsi a rispettare certe regole si ricava da comportamenti
concludenti. Anche per gli accordi stipulati in forma scritta vale comunque
un’ampia libertà circa i modi di espressione del consenso delle parti ad obbligarsi: l’Art.4 della Cdt sostiene che il
consenso di uno Stato ad obbligarsi ad un trattato può essere espresso per mezzo della firma, dello scambio degli
strumenti costituenti un trattato, della ratifica , dell’accettazione,dell’approvazione o dell’adesione di qualsiasi altro
mezzo convenuto.

Il procedimento inizia con la fase del negoziato che si conclude con l’adozione del testo del trattato ma si differenzia
per le modalità in cui avviene la vera e propria stipulazione del trattato.

a) Procedimento in forma semplificata, si caratterizza per il fatto che il consenso dello Stato ad
obbligarsi a rispettare le regole concordate nella fase del negoziato avviene immediatamente,
attraverso la firma del testo che è emerso dal negoziato.
b) Procedimento in forma solenne, si caratterizza per il fatto che il consenso dello Stato ad obbligarsi
avviene in un momento successivo a quello della firma del testo che è emerso dal negoziato,mediante
un atto formale denominato ratifica.

La scelta tra queste due principali modalità di stipulazione è libera per il diritto internazionale, tuttavia i limiti alla
libertà di scelta di uno Stato possono derivare dal suo diritto interno.

NEGOZIATO E PLENIPOTENZIARI

La fase del negoziato consiste nel momento in cui gli Stati concordano le regole da inserire nel testo scritto
sulla cui base manifesteranno successivamente la loro volontà di obbligarsi. Mentre i trattati bilaterali possono
anche essere negoziati a distanza, i trattati multilaterali vengono di solito negoziati in seno ad una conferenza
diplomatica appositamente convocata su iniziativa di uno Stato o di un’organizzazione internazionale; può anche
accadere che il negoziato si svolga in seno ad un’organizzazione internazionale, in cui si istituisce un organo
sussidiario ad hoc composto dai rappresentanti degli Stati membri.
I protagonisti del negoziato sono i rappresentanti degli Stati che intendono successivamente stipulare il trattato. Capita
che al negoziato vengano invitati a partecipare anche i rappresentanti di organizzazioni non governative o di altri enti
privi di piena soggettività internazionale,ma anche in tali casi sono i rappresentanti degli Stati che hanno il vero e
proprio potere decisionale. A volte alla conferenza diplomatica viene sottoposto un testo
precedentemente predisposto da un gruppo di esperti indipendenti, ma anche in tali casi i rappresentanti sono sempre
liberi di accettare o meno il testo predisposto in precedenza.
I rappresentanti degli Stati sono denominati plenipotenziari: l’idoneità di una persona a rappresentare lo
Stato nel negoziato e a manifestarne il consenso deve risultare da un documento scritto, rilasciato dai competenti
organi statali, che attesta i suoi pieni poteri. Ci sono alcune persone che non devono esibire i
pieni poteri:
1. Capi di Stato, Capi di Governo, Ministri degli affari esteri
2. Capi di missione diplomatica
3. Rappresentanti degli Stati accreditati a una conferenza internazionale

ADOZIONE E AUTENTICAZIONE DEL TESTO

Se il negoziato ha successo si conclude con l’adozione del testo del trattato. Nei trattati multilaterali il testo del trattato
è solitamente inserito nell’atto finale della conferenza diplomatica nel cui seno è stato negoziato il trattato. Se il
negoziato si è svolto in seno ad un’organizzazione internazionale il testo può essere inserito in un atto della stessa
organizzazione. L’Art.9 Cdt esplica che l’adozione del testo ha luogo con il consenso di tutti gli
Stati partecipanti alla sua elaborazione,tuttavia l’adozione del testo di un trattato in seno a un’organizzazione
internazionale ha luogo con la maggioranza dei due terzi degli Stati presenti e votanti. Tale art. distingue le
due fasi ma generalmente l’adozione del testo coincide normalmente con l’autenticazione del testo che comporta
l’impossibilità di variarlo a meno che non si riapra il negoziato, ciò non vuol dire che non si possano correggere gli
errori materiali contenuti in esso (art. 79 Cdt). Secondo l’art. 10 Cdt invece il trattato è certificato come autentico e
definitivo:

a) Secondo la procedura prevista nel testo dello stesso trattato o concordata dagli Stati in sede di negoziato.
b) Mediante la firma del testo del trattato o dell’atto della conferenza diplomatica che contiene il testo del
trattato.

La firma del trattato dal parte del plenipotenziario ha la funzione di autenticare il testo del trattato:se è stipulato in
forma semplificata la firma esprime anche il consenso dello Stato ad obbligarsi senza poi bisogno di ratifica; se il testo
è stipulato in forma solenne la firma ha solo funzione di autenticazione del trattato (trattati bilaterali). Nei trattati
multilaterali in seno ad una conferenza diplomatica si usa la prassi della firma differita:dopo l’adozione del testo e la
sua autenticazione il trattato viene aperto alla firma dei plenipotenziari e resta aperto alla firma per un certo periodo, in
questo caso la firma non ha funzione di autenticazione ma solo di manifestazione della disponibilità dello Stato a
stipulare successivamente il trattato mediante ratifica.

STIPULAZIONE E PERFEZIONAMENTO DEL TRATTATO

Nella fase vera e propria della stipulazione del trattato si può distinguere tra trattati stipulati in forma semplificata e
trattati in forma solenne:

a) Nel primo caso sono trattati stipulati mediante la firma ed opera dei plenipotenziari al termine del negoziato
mediante lo scambio di note diplomatiche, in genere trattati bilaterali.
b) Nel secondo caso i trattati sono stipulati mediante un atto successivo alla firma che esprime il consenso dello
Stato ad obbligarsi: la ratifica. L’art. 14 Cdt equipara alla ratifica l’accettazione e l’approvazione di condizioni
analoghe a quelle che si applicano alla ratifica. A differenza della firma la ratifica promanata dall’organo dello
Stato costituzionalmente competente a stipulare il trattato il quale ratifica l’operato del plenipotenziario. Tra
firma e ratifica può intercorrere un certo periodo. L’art. 18 Cdt indica che lo Stato pur non avendo ancora
manifestato il suo consenso ha però l’obbligo di astenersi da atti che priverebbero il trattato del suo oggetto e
del suo scopo.

L’art. 15 Cdt ammette che uno Stato possa manifestare il suo consenso ad obbligarsi mediante un atto chiamato
adesione: atto con cui lo Stato che non ha partecipato al negoziato può divenire parte del trattato.Se uno Stato
partecipa ai negoziati ma non firma il testo esso non potrà ratificarlo ma potrà aderirvi.
La ratifica ad opera di uno Stato firmatario è sempre
possibile solo se il trattato è aperto (se contiene una clausola di adesione che consente di aderire al trattato) ma sarà
necessario il consenso degli originari contraenti). Il perfezionamento dell’accordo si verifica quando si incontrano le
manifestazioni di volontà degli Stati interessati. L’art.16 stabilisce come può avvenire:

1. Mediante lo scambio delle ratifiche


2. Mediante il deposito delle ratifiche o delle adesioni presso un depositario,che può essere uno Stato o
un’organizzazione internazionale.
ENTRATA IN VIGORE,APPLICAZIONE E REISTRAZIONE

Il momento dell’entrata in vigore delle regole concordate è specificato nel testo: nei trattati multilaterali si richiede un
numero minimo di ratifiche o adesioni per l’entrata in vigore. Nel caso in cui un trattato ratifica/aderisca in un
momento successivo per tale Stato l’accordo entrerà in vigore dal momento del deposito della ratifica/adesione. In
mancanza di espresse disposizioni nel testo l’art. ventiquattro Cdt richiede che il consenso sia stato espresso da tutti gli
Stati partecipanti. Secondo l’art. venticinque i contraenti possono concordare l’applicazione provvisoria del trattato nel
caso sussistano particolari ragioni d’urgenza.

L’art. 102 della Convenzione ONU impone ai membri l’obbligo di procedere alla registrazione dei trattati presso il
segretariato dell’organizzazione che ne deve curare la tempestiva pubblicazione, questo per evitare la diplomazia
segreta. La non registrazione si traduce nell’impossibilità di invocare il trattato davanti agli organi ONU,compresa la
Corte internazionale di giustizia.

I TRATTATI IN ITALIA

Gli Stati sono liberi di designare anche gli organi competenti a stipulare trattati internazionali mediante norme di
diritto interno,la violazione di tali norme si ripercuote sulla validità del trattato. In Italia le norme che regolano la
stipulazione dei trattati si trovano nella Costituzione. Art. 87 della Costituzione attribuisce al Presidente
della Repubblica la competenza a ratificare i trattati internazionali previa autorizzazione delle Camere. Tale potere
corrisponde ad una prassi molto diffusa poiché il Capo dello Stato è considerato come l’organo principali delle
relazioni internazionali. Secondo l’art. 80 le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati che rientrano nelle
seguenti categorie e deve essere espressa in una legge che può essere ordinaria o costituzionale:

1. Trattati di natura politica


2. Trattati che prevedono regolamenti giudiziari
3. Trattati che comportano variazioni del territorio,anche per le zone marine
4. Trattati che comportano oneri alle finanze
5. Trattati che comportano modificazioni delle leggi,se la materia regolata è coperta da riserva costituzionale di
legge.

Tuttavia la decisione politica di ratificare un trattato spetta al Governo. Al ruolo del Parlamento l’art.80 trova
corrispondenza nell’esigenza che la scelta politica di ratificare un trattato sia condivisa dal Governo con il Parlamento.
Un’eventuale violazione dell’art.80 può essere sanata mediante una legge successiva da cui si evinca l’assenso del
Parlamento alla stipulazione del trattato.

COMPETENZA DELLE REGIONI

Le articolazioni territoriali di uno Stato non sono considerate come soggetti di diritto internazionale,ma il problema è
risolto dall’art. 117 Cost. il quale sostiene che la Regione può concludere accordi con Stati e intese con enti territoriali
interni ad un altro Stato,ma solo nei casi e con le forme disciplinati da leggi dello Stato. Le intese con enti territoriali
interni ad altro Stato sono previste a meno che la Regione ne dia comunicazione alla Presidenza del Consiglio e al
Ministero degli affari esteri prima della firma,decorsi 30 giorni senza che vengano fatti rilievi la Regione può
procedere a stipulare le intese. Nei veri e propri
accordi con altri Stati è previsto che la Regione possa stipulare solo tre categorie di accordi:

a) Accordi esecutivi o applicativi di accordi internazionali in vigore


b) Accordi di natura tecnico-amministrativa
c) Accordi di natura programmatica

In ogni caso è sancito l’obbligo di rispettare la Costituzione e i vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario,gli
obblighi, le linee e gli indirizzi della politica estera italiana. E’ previsto l’obbligo di comunicare il progetto di trattato
prima della firma al Ministero degli Affari che,sentita la Presidenza del Consiglio, ne accerta la legittimità.Gli accordi
conclusi dalla Regione senza il conferimento del poteri sono nulli.
RISERVE NEI TRATTATI

Un notevole temperamento al principio di uguaglianza tra Stati in un trattato è costituito dalla possibilità di apporre
una riserva all’atto di manifestare il suo consenso ad obbligarsi ad un trattato. L’art. 1 della Cdt definisce la riserva
come una dichiarazione unilaterale fatta da uno Stato quando sottoscrive ,ratifica,accetta o approva un trattato
mediante la quale esso mira ad escludere o modificare l’effetto giuridico di alcune applicazioni del trattato nei
suoi confronti. N.B.
nel caso dei trattati multilaterali viene utilizzato questo strumento per favorire la partecipazione del maggior
numero possibile di Stati.

TIPOLOGIA DELLE RISERVE

Le riserve possono essere di due tipi ma alcuni ritengono che ce ne sia anche un terzo:

1. Riserve eccettuative, con cui lo Stato mira ad escludere l’effetto giuridico di alcune disposizioni del trattato.
2. Riserve modificative,con cui lo Stato mira a modificare l’effetto giuridico di alcune disposizioni del trattato,
che mirano ad escludere l’applicazione di una disposizione del trattato in relazione a determinate
fattispecie.Sono considerate riserve modificative anche quelle che mirano a modificare gli effetti giuridici di
una disposizione del trattato nei confronti della parte che formula la riserva.
3. Riserve interpretative, le quali vanno distinte dalle dichiarazioni interpretative che gli Stati effettuano al
momento di firmare o ratificare un trattato. La distinzione si fonda sull’effetto giuridico che lo Stato che
formula la dichiarazione intende produrre:
a) Se lo Stato intende accettare certe disposizioni del trattato solo se interpretato in un certo modo e si
tratta poi di accertare se la riserva sia o meno ammissibile.
b) Se lo Stato si limita ad avanzare il suo punto di vista senza però subordinare il suo consenso a
quell’interpretazione non è equiparabile a una vera e propria riserva.(Interpretazione unilaterale)
4. Riserve tardive, la prassi ha deciso di ammettere anche queste riserve,che sono apposte da uno Stato dopo il
deposito della sua ratifica o della sua adesione purché non vi sia obiezione da parte degli Stati contraenti.

FORMULAZIONI DELLE RISERVE

La Cdt ammette che uno Stato possa formulare una riserva anche in assenza di una previsione espressa nel testo del
trattato. Secondo l’art. 19 uno Stato all’atto di sottoscrivere, ratificare, accettare o aderire ad un trattato può formulare
una riserva a meno che la riserva non sia proibita dal trattato,il trattato non disponga che possono essere fatte
solo determinate riserve fra le quali non figura quella in questione, o nei casi diversi da quelli contemplati. Se il
trattato contiene disposizioni relative alla formulazione di riserve quelle vanno rispettate; se non le contiene il criterio
di ammissibilità di una riserva è quello della compatibilità con l’oggetto e lo scopo del trattato.
L’art. 23 Cdt afferma che la riserva deve essere
formulata per iscritto e comunicata agli Stati contraenti e agli altri Stati aventi titolo per divenire parti del trattato.
L’art. 20 invece tratta della necessità necessita dell’accettazione da parte degli Stati parti del trattato,la quale non è
sempre necessaria affinché una riserva produca i suoi effetti. Da esso si ricava che:

a) Una riserva espressamente autorizzata dal trattato non richiede un ulteriore atto di accettazione da parte degli
altri contraenti, a meno che ciò non sia previsto dal trattato stesso.
b) Negli altri casi è invece necessaria l’accettazione da parte degli altri contraenti.

La riserva si considera accettata se non vengono formulate obiezioni entro dodici mesi dalla data della notifica
della riserva agli altri contraenti. Nel caso di uno Stato che divenga successivamente parte del trattato questo ha a
sua volta dodici mesi di tempo per opporsi ad una riserva formulata da un altro Stato,fanno eccezione solo i trattati
istitutivi di organizzazioni internazionali, per i quali in assenza di diverse disposizioni del trattato che la riserva sia
comunque accettata dal competente organo dell’organizzazione. In caso di assenza di disposizioni nel testo del trattato
i giudici dell’ammissibilità di una riserva sono gli altri Stati contraenti.

EFFETTI DELLE RISERVE


Gli effetti sono diversi a seconda della tipologia di riserva: nei rapporti tra Stato autore della riserva e le altre parti
contraenti le disposizioni del trattato che sono oggetto di riserva non si applicano, se la riserva è eccettuativa o si
applicano così come modificate dalla riserva, se la riserva è modificativa o interpretativa.
L’art. 22 Cdt precisa comunque che, salvo che il trattato non
disponga diversamente, è sempre possibile il ritiro di una riserva, senza che sia necessario il consenso degli Stati che
hanno accettato la riserva, in questo caso essa cessa di produrre i suoi effetti a partire dal momento in cui il ritiro è
notificato agli altri contraenti.

OBIEZIONI ALLE RISERVE

Se uno Stato si oppone alla riserva nel termine di dodici mesi previsto dalla Cdt l’accordo tra i due Stati non si forma
e il trattato non è applicabile, questa era la soluzione tradizionale; l’art. 20 Cdt invece ha innovato questo ambito e
dispone che l’obiezione ad una riserva da parte di un altro Stato non impedisce che il trattato entri in vigore tra lo
Stato che ha formulato l’obiezione e lo Stato autore della riserva,a meno che lo Stato che ha formulato l’obiezione non
abbia espresso un’intenzione nettamente contraria.
Secondo la Cdt esistono due tipi di obiezione a una riserva:

a) Obiezione qualificata, accompagnata dall’espressa manifestazione di volontà di impedire l’entrata in vigore


del trattato nei rapporti tra lo Stato obiettore e lo Stato che ha formulato la riserva.
b) Obiezione semplice, non accompagnata da una tale espressa manifestazione di volontà.
In questo caso l’art. 21 stabilisce che il trattato entri in vigore tra lo Stato obiettore e lo Stato che ha formulato
la riserva,se la riserva è’ eccettuativa,l’effetto dell’obiezione è identico a quello dell’accettazione della
riserva.Ha una rilevanza soprattutto politica. Ai sensi del’art. 22 è sempre possibile il ritiro di un’obiezione a
una riserva salvo che il trattato disponga altrimenti, in tal caso l’obiezione cessa di produrre i suoi effetti a
partire dalla notifica del suo ritiro allo Stato che ha formulato la riserva.

RISERVE SULLA CEDU

Se un trattato istituisce un organo di controllo incaricato di accertare il rispetto del trattato stesso da parte degli Stati
parti bisogna valutare se tale organo possa valutare imparzialmente l’ammissibilità delle riserve formulate da uno
Stato. In ambito regionale europeo l’art. 57 Cedu afferma che uno Stato può,all’atto della firma o della ratifica,
formulare una riserva riguardo a una particolare disposizione della Convenzione,nella misura in cui una legge in quel
momento in vigore nel suo territorio non sia conforme a tale disposizione,le riserve a carattere generale non sono
autorizzate in base a tale accordo. La Corte europea dei diritti dell’uomo, incaricata dalla Convenzione di accerta rese
gli Stati parti rispettano gli impegni derivanti dalla Cedu ha ritenuto che il silenzio degli altri contraenti nei confronti
di una riserva di dubbia legittimità non è idoneo a privarla del potere di accertare se la riserva è ammissibile ai sensi
dell’art. 57 Cedu. Una volta accertato che una riserva è inammissibile il risultato è che la riserva si
considera invalida e priva di effetti,di conseguenza lo Stato che ha formulato la riserva deve considerarsi vincolato a
dare esecuzione alla disposizione oggetto della riserva come se essa non fosse stata mai formulata.
In ambito mondiale il Pcdp ( patto
internazionale sui diritti politici, 1966) non accenna alla possibilità di formulare riserve ,sono ammesse solo le riserve
non incompatibili con l’oggetto e lo scopo del trattato. Il Comitato sui diritti dell’uomo ritiene che debbano
considerarsi come non apposte le riserve inammissibili,indipendentemente dal fatto che ci siano o meno obiezioni.

RISERVE NEL DIRITTO ITALIANO

La Costituzione non regola espressamente la competenza a formulare a formulare le riserve, in linea di principio deve
considerarsi idoneo a formulare le riserve l’organo che ha competenza a manifestare la volontà dello Stato ad
obbligarsi nel trattato. Se il trattato è stipulato in forma solenne,la riserva formulata dal Governo sarà inserita nell’atto
di ratifica che promana il Presidente della Repubblica ai sensi dell’art.87. E’ necessario che la volontà del Governo sia
condivisa dal Parlamento che deve autorizzare con legge la ratifica.

a) Il Governo formula una riserva non prevista dal Parlamento nella legge di autorizzazione alla
ratifica/adesione. E’ considerata ammissibile da una parte della dottrina,l’altro filone invece sostiene che il
Governa debba sempre chiedere un’ulteriore pronuncia delle Camere prima di apporre riserve non previste
nella legge di autorizzazione alla ratifica.
b) Il Governo non formula una riserva prevista dal Parlamento nella legge di autorizzazione alla ratifica o
all’adesione, anche se questa ipotesi non si è mai verificata in pratica.

PACTA SUNT SERVANDA

Art.26 Cdt afferma che ogni trattato in vigore vincola le parti e deve essere da esse eseguito in buona fede. Si
tratta del principio normativo generale su cui si fonda l’idoneità dell’accordo internazionale a creare norme giuridiche
vincolanti nei rapporti tra le parti. La mancata esecuzione di un trattato ad opera di uno Stato dà luogo ad un
illecito internazionale da cui deriva la responsabilità internazionale dello Stato autore dell’illecito. L’art 27
enuncia che una parte non può invocare le disposizioni del suo diritto interno per giustificare la mancata esecuzione di
un trattato. Se esiste un contrasto tra il diritto interno di uno Stato e il trattato esso deve provvedere ad adattare il suo
diritto interno se vuole evitare di commettere una violazione del trattato.

EFFICACIA

a) Efficacia del trattato nel tempo,la regola generale prevede l’irretroattività dei trattati. Le disposizioni di un
trattato non obbligano una parte per quanto riguarda un atto o un fatto anteriore alla data di entrata in vigore
del trattato medesimo nei confronti di tale parte.
b) Efficacia del trattato nello spazio,art.29 enuncia che un trattato vincola ciascuna delle parti rispetto all’intero
suo territorio solo se un’intenzione diversa non sia ricavabile dal trattato o non risulti per altra via. Questo ha
senso solo per i trattati stipulati tra enti territoriali
c) Efficacia soggettiva del trattato, il trattato vincola le parti e non crea né obblighi né diritti per uno Stato
terzo senza il suo consenso. Affinché un trattato crei diritti o obblighi per uno Stato terzo è necessario che la
volontà degli Stati contraenti di attribuire un diritto o imporre un obbligo ad uno Stato terzo vada ad
incontrarsi con il consenso di esso. Quindi è necessario che si stipuli un altro accordo eventualmente in forma
semplificata o in forma tacita tra i contraenti del trattato e dello Stato terzo.

TRATTATI PER GLI STATI TERZI

L’art.34 enuncia il principio generale ma la Cdt ha previsto ampia disciplina per tale materia.

1. Nel caso del trattato che prevede un obbligo per lo Stato terzo l’art. 35 Cdt richiede che lo Stato terzo accetti
espressamente per iscritto l’obbligo in questione.
2. Nel caso del trattato che prevede un diritto per lo Stato terzo l’art.36 dispone che il consenso si presume fin
tanto che vi sia un’indicazione contraria,a meno che il trattato non disponga altrimenti. Ancora prima di
accertare se vi è stato il consenso del terzo,occorre accertare se sussiste l’intenzione delle parti di imporre un
obbligo o conferire un diritto al terzo, solo in tal caso il consenso del terzo lo rende parte di un nuovo accordo
che si forma tra gli Stati contraenti del trattato e il terzo.

Ciò vale nel caso di trattati che contengano disposizioni favorevoli agli Stati terzi o ai loro cittadini.L’art. 37 Cdt
relativo alla revoca o modifica di obblighi o diritti di Stati terzi stabilisce che un obbligo sorto per un terzo ai sensi
dell’art.35 può essere revocato o modificato solo con il consenso delle parti al trattato e dello Stato terzo a meno che
non sia alrimenti convenuto.

EMENDAMENTO DEI TRATTATI

L’art.39 dispone la regola generale per cui un trattato può essere emendato per accordo tra le parti. Un vero e proprio
emendamento,poiché l’accordo vincola solo le parti, potrà essere attuato solo se c’è coincidenza tra le parti del trattato
originario e quelle dell’accordo successivo che contiene gli emendamenti. L’unico modo per assicurare che ciò si
verifichi è inserire nell’accordo che contiene gli emendamenti una clausola che disponga nel senso della sua entrata in
vigore solo a seguito della ratifica da parte di tutti i contraenti del trattato da emendare. Nel caso in
cui non vi sia coincidenza tra le parti, l’art.40 Cdt afferma che l’accordo di emendamento non vincola gli Stati che
sono già parti al trattato e che non divengano parti di detto accordo.Regola generale che si applica quando non vi è
perfetta coincidenza tra le parti di due trattati successivi aventi ad oggetto la stessa materia.
1. Nei rapporti tra gli Stati parti di entrambi i trattati prevale il trattato posteriore, lex posterior derogat priori.
2. Nei rapporti tra uno Stato parte di entrambi i trattati e uno Stato parte di uno solo di essi si applica il trattato di
cui sono entrambi parti.

Quasi sempre i trattati contengono disposizioni relative al loro emendamento ma non sempre sono idonee ad evitarne
gli inconvenienti, ciò si verifica spesso nei trattati istitutivi di organizzazioni internazionali:

a) Il trattato dispone che l’emendamento avvenga mediante un successivo accordo che entrerà in vigore solo
dopo la sua adozione e ratifica da parte di tutti i contraenti.
b) Il trattato dispone che l’emendamento,dopo essere stato adottato e ratificato da una certa maggioranza degli
Stati contraenti ,entrerà in vigore per tutti i contraenti. Il procedimento di emendamento è qualificabile come
una fonte prevista da accordo in quanto gli Stati che non hanno acconsentito all’emendamento sono vincolanti
da esso in virtù del trattato originario.

Emendamento : adozione di modifiche a singole disposizioni del trattato Revisione: adozione di


modifiche più incisive che coinvolgono il trattato nel suo complesso La distinzione non ha però rilievo sul
piano giuridico. Va invece distinta dal trattato l’adozione di un accordo di modifica di un trattato multilaterale
limitatamente ai rapporti tra alcune parti,in questo caso non c’è alcuna volontà di procedere all’emendamento del
trattato ma solo la volontà di alcune parti.
L’art.41 Cdt ammette tale possibilità solo se essa è espressamente prevista o non
espressamente proibita dal trattato. E’ inoltre necessario che l’accordo modificativo:

1. Non pregiudichi il godimento da parte delle altre parti dei loro diritti né l’adempimento dei loro obblighi in
base al trattato.
2. Non riguardi una disposizione la cui deroga sia incompatibile con l’oggetto e lo scopo del trattato.

Tutto ciò non deve tradursi in una violazione del trattato, in caso contrario l’accordo sarà pur sempre valido ma le parti
saranno responsabili di un illecito nei confronti delle parti del trattato multilaterale che non sono parti dell’accordo
modificativo. E’ sempre possibile stipulare un accordo sospensivo
mediante il quale intendano sospendere temporaneamente l’applicazione del trattato o di alcune sue disposizioni nei
reciproci rapporti.

INTERPRETAZIONE DEI TRATTATI

Gli artt. 31-33 codificano le norme relative all’interpretazione.

1) Interpretazione unilaterale.Tali regole devono essere applicate in primo luogo dagli Stati in quanto la
corretta interpretazione delle sue disposizioni è un’operazione indispensabile per esecuzione degli obblighi e
l’esercizio dei diritti derivanti da un trattato,pena la violazione del trattato stesso.
2) Interpretazione giudiziale, Le regole sull’interpretazione dei trattati devono essere applicate dal giudice
internazionale,se uno Stato avanza un’interpretazione unilaterale ciò non impedisce che tale Stato in caso di
controversia con un altro Stato che abbia avanzato una diversa interpretazione, sia obbligato ad abbandonare
l’interpretazione avanzata.
3) Interpretazione giudiziale interna,le regole sull’interpretazione devono essere applicate anche dal giudice
interno,chiamato a dare esecuzione a un trattato da una norma interna che in tal senso disponga. E’ importante
che il giudice interno interpreti correttamente il trattato perchè potrebbe derivarne una violazione del trattato.

REGOLE DI INTERPRETAZIONE

L’art. 31 Cdt dispone la regola generale di interpretazione,fornendone vari criteri. Esso opera una sintesi tra il metodo
soggettivo,che consiste nella ricerca della volontà delle parti,e il metodo oggettivo,che tende a prescindere dalla
volontà delle parti. Viene però privilegiato il metodo oggettivo e di conseguenza le norme internazionali
sull’interpretazione dei trattati sono più simili alle norme interne sull’interpretazione della legge che non alle norme
interne sull’interpretazione dei contratti. “Un trattato deve essere interpretato in buona fede seguendo il senso
ordinario da attribuire ai termini del trattato nel loro contesto e alla luce del suo oggetto e del suo scopo.”

Per quanto riguarda il criterio testuale,che consiste nell’attribuire ai termini del trattato il loro significato ordinario, è
la principale espressione della prevalenza del metodo oggettivo sul metodo soggettivo. Il criterio sistematico invece,
che consiste nel considerare i termini del trattato nel loro contesto,si specifica che ai fini dell’interpretazione del
trattato il contesto comprende: l’intero testo del trattato e anche ogni altro accordo eventualmente stipulato dalle stesse
parte contestualmente a quello da interpretare e che sia in relazione con esso. Esiste poi il criterio teleologico ,che
consiste nel considerare i termini del trattato alla luce dell’oggetto e dello scopo del trattato stesso. Circa il criterio
soggettivo l’art. 30 dispone che un termine verrà inteso in un senso particolare se risulta che era tale l’intenzione delle
parti,Ma il criterio soggettivo può rilevare anche in un secondo momento: nell’ambito dell’interpretazione collettiva,
fornita dalle stesse parti di comune accordo dopo la stipulazione del trattato. Ciò vale sia nell’ipotesi in cui vi sia un
comune accordo interpretativo esplicito intervenuto tra le parti, sia nell’ipotesi in cui l’accordo sia ricavabile
implicitamente dalla prassi seguita dalle parti. Infine esiste l’interpretazione evolutiva,la quale prevede che si tenga
conto di qualsiasi regola pertinente di diritto internazionale applicabile nei rapporti tra le parti.

MEZZI COMPLEMENTARI DELL’INTERPRETAZIONE

L’art.32 Cdt introduce due mezzi complementari di interpretazione allo scopo di confermare l’interpretazione già
raggiunta sia allo scopo di determinare il senso di certe disposizioni del trattato quando questo risulta ambiguo o
oscuro,oppure è addirittura manifestamente assurdo o irragionevole. Tali mezzi sono:

1. I lavori preparatori,
2. Le circostanze nelle quali di un’organizzazione internazionale .il trattato è stato concluso

Questi mezzo sono espressione del metodo soggettivo di interpretazione dei trattati.

L’art.33 Cdt si riferisce al problema dell’interpretazione dei trattati autenticati in più lingue.Non esiste più una lingua
internazionale unica che viene utilizzata per l’adozione del testo dei trattati e per la sua autenticazione,in passato il
latino e il francese. Per ora la lingua più utilizzata è l’inglese.

1. L’art.33 stabilisce una presunzione:si presume che i termini di un trattato abbiano lo stesso significato nei
diversi testi autentici.
2. Se il raffronto tra i testi autentici fa apparire una differenza di senso tale differenza andrà risolta in base ai
criteri generali o eventualmente in base ai mezzi complementari.
3. Solo nel caso in cui la differenza di senso non sia risolvibile l’art.33 dispone una regola specifica di
interpretazione: si adotterà il senso che,tenuto conto dell’oggetto e dello scopo,permette di meglio conciliare i
testi.

INTERPRETAZIONE DI TRATTATI ISTITUTIVI DI ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI

L’art.5 Cdt afferma che la Convenzione si applica a qualsiasi trattato che rappresenti l’atto costitutivo. Le norme
generali sull’interpretazione dei trattati sono applicabili anche a trattati istitutivi delle organizzazioni
internazionali. Queste regole sono sufficientemente elastiche da consentire di tener conto dello scopo particolare di
questi trattati.Se il trattato istitutivo dell’organizzazione internazionale contiene regole specifiche per la sua
interpretazione queste prevalgono sulle regole generali dell’art.31.

FONTI PREVISTE DA ACCORDO

Una fonte prevista da accordo è un fatto,un atto o un procedimento che in virtù di un accordo internazionale è idoneo a
creare norme vincolanti per le parti dell’accordo.Le fonti previste da accordo creano necessariamente norme di diritto
internazionale particolare. Persino una sentenza internazionale può considerarsi fonte prevista da accordo:sentenza
dispositiva. Particolare rilievo lo assumono i trattati istitutivi di organizzazioni internazionali perché alcuni di essi
prevedono che determinati organi collegiali possano adottare atti vincolanti per i membri dell’organizzazione. In linea
di principio le fonti previste da accordo possono creare norme che derogano all’accordo stesso se questo lo consente.
INVALIDITA’ DEL TRATTATO

In base all’art. 69 Cdt le disposizioni di un tratttao nullo non hanno forza giuridica:ciò significa che fin dall’inizio il
trattato non produce i suoi effetti.In questo caso è necessario l’accertamento, che avrà effetto retroattivo:

a) Se sulla base del trattato invalido dono stati compiuti degli atti di esecuzione qualsiasi parte può chiedere
all’altra parte di ristabilire per quanto possibile nei loro reciproci rapporti la situazione che sarebbe esistita se
quegli atti non fossero stati compiuti.
b) Gli atti compiuti in buona fede prima che l’invalidità sia stata invocata non sono resi illeciti dal solo fatto della
nullità del trattato.

Se il trattato si limita ad enunciare le norme generali di fonte consuetudinaria l’invalidità del trattato non pregiudica
l’obbligo degli Stati parti di continuare ad applicare le norme consuetudinarie. L’art.41 Cdt enuncia il principio della
tassatività delle cause di invalidità:la validità di un trattato o del consenso di uno Stato ad essere vincolato da un
trattato può essere contestata solo in applicazione della Convenzione.

a) Per la maggior parte si tratta di cause che inficiano la volontà degli Stati di obbligarsi e quindi la stessa
formazione dell’accordo internazionale. Vizi di volontà. Tali vizi provocano l’invalidità del trattato solo se
questo è bilaterale; se il trattato è multilaterale i vizi della volontà provocano solo l’invalidità del consenso a
vincolarsi dello Stato la cui volontà è viziata,mentre il trattato resta valido e vincolante per gli altri Stati
contraenti.
b) Nel caso di i violazione di una norma cogente che attiene alla gerarchia delle fonti internazionali l’invalidità si
produce necessariamente per tutte le parti del trattato, a seconda delle circostanze tale violazione può essere
causa di invalidità o causa di estinzione del trattato e in entrambi i casi si producono conseguenze giuridiche
più gravi. Art. 53.

VIOLAZIONE DELLE NORME INTERNE SULLA COMPETENZA A STIPULARE

L’art. 46 Cdt pone però delle condizioni: il fatto che il consenso di uno Stato a vincolarsi a un trattato sia stato
espresso in violazione del suo diritto interno riguardante la competenza a concludere trattati non può essere invocato
dallo Stato in questione come viziante il suo consenso. Questo avviene a meno che tale violazione non sia stata
manifesta o non riguardi una norma del suo diritto interno di importanza fondamentale. Una violazione è manifesta se
essa è obiettivamente evidente per qualsiasi Stato che si comporti in materia secondo la pratica abituale e in buona
fede. La necessità di rispettare il diritto interno cede il passo alla necessità di tutelare l’affidamento degli altri
contraenti.

ALTRI VIZI DELLA VOLONTA’

Tali vizi hanno minore rilevanza pratica se il trattato è stipulato in forma solenne.

1. L’errore. In base all’art.48 uno Stato può invocare un errore in un trattato come vizio del suo consenso a
vincolarsi a quel trattato se l’errore riguarda un fatto o una situazione che quello Stato supponeva esistente al
momento in cui il trattato è stato concluso e che costituiva una base essenziale. Deve trattarsi di un errore di
fatto,cioè che non rileva, e di un errore essenziale (se lo Stato fosse stato a conoscenza di come stavano le
cose non avrebbe concluso). Inoltre l’errore deve essere incolpevole e scusabile.
2. Il dolo. L’art.49 Cdt sostiene che se uno Stato è stato indotto a concludere un trattato dal comportamento
doloso di un altro Stato che ha partecipato alla negoziazione, esso può invocare il dolo come vizio del suo
consenso.
3. La violenza. Si distingue in due aspetti: la violenza esercitata sul rappresentante dello Stato che però rileva
solo nei trattati stipulati in forma semplificata; in secondo luogo la violenza esercitata su uno Stato con la
minaccia o l’impiego della forza. L’art.52 afferma che è nullo ogni trattato la cui conclusione sia stata ottenuta
con la minaccia o l’impiego della forza in violazione dei principi di diritto internazionale incorporati nella
Carta delle Nazioni Unite. Nell’ambito dei trattati di pace si può invocare solo l’invalidità di un trattato
imposto dallo Stato vincitore come immediata e diretta conseguenza di un uso della forza in violazione del
diritto internazionale.
L’art.53 Cdt afferma che è nullo qualsiasi trattato che al momento della sua conclusione è in conflitto con una norma
imperativa del diritto internazionale generale. Questa causa di invalidità non è un vizio della volontà ma riguarda il
contenuto del trattato e attiene alla gerarchia delle fonti internazionali. Le norme cogenti sono una particolare
categoria di norme consuetudinarie che sono o diventano inderogabili in virtù di un particolare modo di atteggiarsi
dell’opinio iuris degli Stati. L’art. 64 afferma che in caso di sopravvivenza di una nuova imperativa di diritto
internazionale generale,qualsiasi trattato esistente che sia in conflitto con tale norma diviene nullo e si estingue. In
genere la contrarietà a diritto cogente provoca conseguenze più gravi di quelle che derivano normalmente
dall’invalidità e dall’estinzione dei trattati. Nell’ambito dell’invalidità essa non rende illeciti gli atti di esecuzione
compiuti in buona fede, tuttavia nel caso di invalidità per contrarietà allo ius cogens le parti devono eliminare nella
misura possibile le conseguenze di qualsiasi atto compiuto sulla base della disposizione che è in conflitto con la norma
imperativa e rendere i loro rapporti reciproci conformi a tale norma imperativa. Per quanto riguarda l’estinzione di un
trattato essa ha effetti ex nunc e non pregiudica alcun diritto,obbligo o situazione giuridica delle parti, sorti per effetto
dell’esecuzione del trattato prima della sua estinzione. Esempi di norme cogenti
sono le violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo, quelle che riguardano il mantenimento con la forza di un regime
coloniale e i principi fondamentali di diritto internazionale dei conflitti armati.

INVALIDITA’ RELATIVA E ASSOLUTA

Sono cause di invalidità assoluta:

1. La violenza esercitata contro il rappresentante dello Stato


2. La violenza esercitata su uno Stato con la minaccia o l’uso della forza
3. La violazione di una norma cogente

Le conseguenze particolari delle cause di invalidità assoluta sono: l’indivisibilità del trattato,in base all’art.44 Cdt ,
che può essere invocata solo con riguardo al trattato nel suo complesso. Se la causa riguarda soltanto determinate
clausole essa può essere invocata con riguardo esclusivo alle clausole in questione purchè sussistano tre condizioni: le
clausole sono separabili dal resto del trattato per quanto riguarda la loro concreta applicazione,non si tratta di clausole
essenziali la cui accettazione ha costituito per gli altri contraenti una condizione per la loro volontà ad obbligarsi, non
è ingiusto continuare ad applicare la parte residua del trattato. L’insanabilità della causa di invalidità, in base all’art.
45 uno Stato non può invocare una causa di invalidità se, dopo aver avuto conoscenza dei fatti, ha esplicitamente
accettato di considerare il trattato valido e a causa del suo comportamento ha prestato acquiescenza alla validità del
trattato.

ESTINZIONE E SOSPENSIONE DEL TRATTATO

Si parla di estinzione di un trattato a proposito di un trattato valido che a partire da un determinato


momento,successivo alla sua entrata in vigore, cessa di produrre effetti giuridici,non pregiudica l’obbligo degli Stati
parti di continuare ad applicare le norme consuetudinarie eventualmente enunciate in quel trattato. L’accertamento
del trattato non ha effetto retroattivo. L’art.70 Cdt disciplina le conseguenze dell’estinzione del trattato:
libera le parti dall’obbligo di continuare ad applicare il trattato e non pregiudica alcun diritto,obbligo o situazione
giuridica delle parti,sorti per effetto dell’esecuzione del trattato prima della sua estinzione. La
sospensione dell’applicazione del trattato tratta di un trattato valido che, a partire da un determinato momento cessa di
produrre effetti: a differenza dell’estinzione la sospensione ha effetti temporanei anziché definitivi. L’art.72 Cdt libera
le parti dall’obbligo di eseguire il trattato durante il periodo della sospensione ma non incide sui rapporti giuridici
instaurati dal trattato fra le parti. L’art.42 Cdt enuncia il principio della tassatività delle cause di estinzione e di
sospensione, occorre tener conto che ai sensi dell’art. 73 le disposizioni della Cdt non pregiudicano alcuna questione
che si ponga a proposito di un trattato per il fatto di una successione tra Stati o dello scoppio di ostilità tra Stati.
Nel caso di trattati multilaterali tali cause possono funzionare come cause di
denuncia o di recesso di una sola parte oppure come cause di sospensione dell’applicazione del trattato nei confronti di
una sola parte,lasciando impregiudicata l’applicazione del trattato nei rapporti tra gli altri Stati contraenti. Come cause
per l’invalidità l’art.44 Cdt ammette la divisibilità delle disposizioni di un trattato: una causa di estinzione,di recesso o
di sospensione può essere invocata in relazione alle singole clausole solo se queste sono separabili,se non si tratta di
clausole essenziali e se non è ingiusto continuare ad applicare la parte residua del trattato.Tra le cause di estinzione e
di sospensione si può distinguere:

a) Cause riconducibile alla comune volontà dei contraenti. Essa può risultare dallo stesso trattato oppure può
manifestarsi in un momento successivo. Nel primo caso l’estinzione del trattato o la sospensione si verificano
in conformità alle disposizioni del trattato. Le clausole del trattato possono contenere un termine finale o
una condizione risolutiva o sospensiva per cui al verificarsi di una determinata situazione il trattato si
estingue o se ne sospende l’applicazione. Le clausole del trattato possono regolare la possibilità per una parte
di denunciare il trattato o di recedervi oppure possono regolare la sua sospensione nei confronti di una sola
parte. A questo proposito si configurano le clausole implicite in caso di silenzio del trattato. L’artt. 55-56 Cdt
ammettono la denuncia o il recesso di un trattato che non contenga un’esplicita causa in tal senso quando la
facoltà di denuncia o di recesso corrisponde all’intenzione delle parti o quando può essere dedotta dalla natura
del trattato. Nel secondo caso l’estinzione e la sospensione del trattato si verificano per consenso di tutte le
parti del trattato, se tutte le parti sono d’accordo è possibile porre fine al trattato o sospenderne
l’applicazione in ogni momento. La Cdtt ammette oltre al caso dell’accordo abrogativo o sospensivo esplicito
anche quello implicito. Questo è regolato dall’art.59 quando tutte le parti del trattato concludono un trattato
successivo che regola la stessa materia e le cui disposizioni sono incompatibili con quelle del trattato
precedente al punto che è impossibile applicare contemporaneamente i due trattati.
b) Cause previste da norme di diritto internazionale consuetudinario, invocabili indipendentemente da ogni
previsione del trattato e dal consenso successivo di tutte le parti. La violazione di una trattato è un fatto
illecito dello Stato ed ingenera la sua responsabilità internazionale. La violazione di un trattato ad opera di
una parte può essere invocata dalla vittima della violazione come causa di estinzione del trattato o di
sospensione della sua applicazione. L’art.60 cdt regola tale fatto: deve trattarsi di una violazione
sostanziale,di una disposizione essenziale per la realizzazione dell’oggetto e dello scopo del trattato oppure
di un ripudio del trattato non autorizzato,cioè i casi in cui uno Stato pretende senza fondamento di denunciare
o recedere dal trattato o di contestarne arbitrariamente la validità. L’inadempimento non può mai essere
invocato per invocare l’estinzione o la sospensione dell’applicazione delle disposizioni relative alla
tutela della persona umana contenute nei trattati di carattere umanitario. Le conseguenze
dell’inadempimento sono assai diversa seconda che si tratti di un trattato bilaterale o multilaterale: una
violazione sostanziale di un trattato bilaterale ad opera di una parte legittima l’altra ad invocare la violazione
come causa di estinzione del trattato o di sospensione totale o parziale della sua applicazione. In caso di
violazione sostanziale di un trattato multilaterale ad opera di una delle parti la situazione è più complessa:
l’estinzione del trattato o la sospensione della sua applicazione è possibile solo se c’è un accordo in tal senso
tra tutte le parti del trattato diverse dallo Stato inadempiente. Oppure la parte colpita on modo particolare
dalla violazione non può provocare l’estinzione del trattato: può solo invocare l’altrui inadempimento come
causa di sospensione totale o parziale dell’applicazione del trattato nei suoi rapporti con lo Stato
inadempiente. In un ultimo caso può darsi che il trattato multilaterale sia di natura tale che una violazione
sostanziale delle sue disposizioni ad opera di una delle parti modifichi radicalmente la situazione di ciascuna
delle parti riguardo l’adempimento,in tal caso qualsiasi parte può invocare la violazione come causa di
sospensione dell’applicazione del trattato.
c) Impossibilità sopravvenuta dell’esecuzione del trattato. L’art.61 Cdt afferma che una parte può invocare
l’impossibilità di esecuzione di un trattato come motivo di estinzione o di recesso se questa impossibilità
risulta dalla scomparsa definitiva di un oggetto indispensabile all’esecuzione del trattato,se invece
l’impossibilità è temporanea può essere invocata solo come motivo per sospendere l’applicazione del trattato.
L’impossibilità sopravvenuta non può essere invocata se deriva dalla violazione,compiuta dalla parte che la
invoca, sia di un obbligo del trattato sia di qualsiasi altro obbligo internazionale a danno di qualsiasi altra
parte. L’art.63 Cdt afferma che la rottura delle relazioni diplomatiche o consolari tra le parti di un trattato non
produce effetti sui rapporti giuridici instaurati fra esse dal trattato,salvo nella misura in cui l’esistenza di
relazioni diplomatiche e consolari è indispensabile per l’applicazione del trattato.
d) Il sopravvenire di un mutamento delle circostanze di fatto esistenti al momento della stipulazione del
trattato comporta che ciascuno Stato parte possa invocare questo fenomeno in virtù di una norma di diritto
internazionale consuetudinario. L’art.62 cerca di limitare la portata di tale fenomeno: deve trattarsi di
circostanze essenziali,che devono aver costituito una base essenziale del consenso delle parti a vincolarsi al
trattato. Il mutamento di tali circostanze deve aver provocato una trasformazione radicale della portata
degli obblighi che rimangono ad adempiere in base al trattato. Deve trattarsi di un mutamento imprevisto
e incolpevole,nel senso che non può essere invocato dalla parte che lo abbia provocato mediante una
violazione del trattato o di un obbligo internazionale ad essa incombente nei confronti delle altre parti del
trattato. Non può mai invocarsi in relazione ad un trattato che stabilisce un confine.

N.B. Lo scoppio di una guerra può costituire un mutamento fondamentale delle circostanze invocabile,a seconda dei
casi,come causa di estinzione o di recesso,oppure come causa di sospensione dell’applicazione del trattato.

COME FAR VALERE L’INVALIDITA’,L’ESTINZIONE O LA SOSPENSIONE

La Cdt si pronuncia chiaramente nel senso della non automatica operatività di tali cause: l’art.65 lo Stato che vuole
invocare una causa di invalidità, di estinzione (o recesso), o di sospensione deve notificare la sua pretesa alle altre
parti. Se decorso un periodo non inferiore a tre mesi dalla notifica, nessuna parte ha sollevato obiezioni,lo Stato può
adottare le misure proposte. Se invece nel periodo in questione una parte solleva un’obiezione allora ne deriva una
controversia internazionale che le parti dovranno cercare di risolvere con un mezzo di loro scelta. L’art.66 dispone che
qualora le parti della controversia non abbiano raggiunto una soluzione con un mezzo di loro scelta nell’arco dei
dodici mesi successivi alla data in cui l’obiezione è stata sollevata,si ricorra obbligatoriamente alla conciliazione,o, se
la controversia riguarda l’invalidità o l’estinzione del trattato per contrarietà al diritto cogente al regolamento
giudiziale.

IL DIRITTO DEL MARE

Il diritto internazionale contiene una serie di norme consuetudinarie finalizzate a delimitare l’esercizio del potere di
governo degli Stati in tali spazi: diritto internazionale del mare. Le navi pubbliche e private,sono sottoposte al potere
di governo dello Stato della bandiera,cioè dello Stato di cui la nave ha la nazionalità, tuttavia questo potere è esclusivo
solo se la nave si trova fuori dalle zone marine che il diritto internazionale sottopone alla sovranità territoriale o a
diritti sovrani di minore portata dello Stato costiero. A Ginevra nel 1958 si tenne la Prima Conferenza delle Nazioni
Unite sul diritto del mare,la quale adottò il testo di quattro convenzioni di codificazione: la prima sul mare
territoriale e la zona contigua, la seconda sull’alto mare, la terza sulla piattaforma continentale, la quarta sul regime
della pesca e la conservazione delle risorse biologiche dell’alto mare. Sempre a Ginevra nel 1960 fu convocata la
Seconda Conferenza delle Nazioni Unite sul diritto del mare, le prime tre convenzioni riuscirono ad ottenere un
adeguato numero di ratifiche e adesioni la quarta non durò a lungo. Nel 1970 fu convocata una Terza Conferenza
delle Nazioni Unite sul diritto del mare che concluse i suoi lavori solo nel 1982 con l’adozione della Convenzione
delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos) a Montego Bay ( Giamaica) il 10 dicembre poiché si è preferito
adottare un unico trattato che codifica l’intera materia. Le norme dell’Unclos sono largamente riproduttive del diritto
internazionale consuetudinario come riconoscono anche quegli Stati che non ne sono ancora divenuti parti.

NOZIONE ED ESTENSIONE DEL MARE TERRITORIALE

(Art. 2 Unclos) Il mare territoriale è una zona di mare in cui si estende la sovranità territoriale dello Stato
costiero, la sovranità dello Stato si estende anche allo spazio aereo sovrastante e al fondo marino e al relativo
sottosuolo. Anche le isole appartenenti allo Stato hanno il proprio mare territoriale,non ce l’hanno invece i bassi
fondali che affiorano a bassa marea ma sono ricoperti dal mare ad alta marea,come non ce l’hanno le isole artificiali.

Lo Stato costiero ha il diritto di sovranità territoriale,cioè il diritto di esercitare il potere di governo in via generale
ed esclusiva. La sovranità territoriale subisce,nel mare territoriale,due specifiche limitazioni:

a) Il passaggio inoffensivo delle navi straniere


b) L’esercizio del potere giurisdizionale

L’art.3 Unclos stabilisce che ogni Stato ha il diritto di fissare la larghezza del proprio mare territoriale fino a un
limite massimo di dodici miglia. E secondo l’art. 4 Unclos il mare territoriale ha un limite interno costituito dalle
linee base del mare territoriale lungo la costa e un limite esterno costituito dalla linea di cui ciascun punto si trova a
una distanza eguale alla larghezza del mare territoriale dal punto più prossimo della linea di base.
La delimitazione del mare territoriale tra Stati con coste adiacenti o che si fronteggiano va effettuata
mediante accordo tra Stati interessati. Più precisamente l’art.15 Unclos afferma che nessuno dei due Stati ha il diritto
di estendere il proprio mare territoriale al di là della linea mediana di cui ciascun punto è equidistante dai punti più
prossimi delle linee di base da cui si misura la larghezza del mare territoriale di ciascuno dei due Stati. Un’eccezione
all’art. 15 è costituita dal fatto che la regola dell’equidistanza non si applica quando in virtù di titoli storici o di altre
circostanze speciali è necessario delimitare in altro modo il mare territoriale dei due Stati.

LINEE BASE DEL MARE TERRITORIALE

Le linee base del mare territoriale sono quelle linee a partire dalle quali si calcola verso il largo la larghezza del
mare territoriale. Sono utilizzate per calcolare verso il largo anche la larghezza di quelle zone marine, situate al di là
del mare territoriale in cui lo Stato costiero esercita,anziché la piena sovranità territoriale,alcuni diritti di minore
portata. L’art.5 Unclos afferma che la linea base normale è la linea di bassa
marea lungo la costa,che lo Stato costiero deve indicare su carte nautiche a grande scala da esso ufficialmente
riconosciute. N.B. l’art. 6 Unclos afferma che nel caso di isole situate su atolli o bordate da scogliere affioranti la
linea di bassa marea rilevante è quella della scogliera dal lato del mare aperto. L’eccezione più rilevante
alla linea di base è data dall’art. 7 Unclos, il quale afferma il metodo delle linee di base rette colleganti punti
appropriati,in tal caso la larghezza del mare territoriale non si calcola dalla linea fisica della costa ma da linee
immaginarie che lo Stato costiero deve comunque indicare su carte nautiche a scala idonea a determinare la posizione.
L’adozione del metodo delle linee di base rette è però possibile a due condizioni:

a) Laddove la costa è profondamente incavata e frastagliata


b) Se esiste una frangia di isole lungo la costa nelle sue immediate vicinanze

Non è detto che il metodo delle linee di base rette possa sostituire integralmente il metodo della linea di bassa marea.
Ove sussistano tali presupposti lo Stato costiero ha una notevole discrezionalità nel tracciare le singole linee di base,
infatti l’art.7 non impone alcun limite di lunghezza e si limita a stabilire che il tracciato delle linee di base non deve
discostarsi in maniera apprezzabile dalla direzione generale della costa e che le distese di mare situate all’interno delle
linee base devono essere sufficientemente collegate al dominio terrestre e che infine è possibile tener conto degli
interessi economici della regione interessata. Sono criteri molto vaghi.

FOCI DEI FIUMI E BAIE

Lo Stato costiero può derogare alla regola della linea di bassa marea in singoli casi.

1. Le Foci dei fiumi, se il fiume sfocia direttamente in mare,l’art.9 Unclos stabilisce che la linea di base è una
linea retta tracciata attraverso la bocca del fiume, se il fiume sfocia in una baia si applicano le regole relative
alle baie.
2. Il caso delle baie è più complesso. L’art.10 impone due criteri: primo, è necessario che si tratti di qualcosa di
più di una semplice inflessione della costa poiché la baia è definita come un’insenatura ben marcata la cui
penetrazione nella terraferma sia tale che le sue acque risultino racchiuse dalla costa. Più precisamente si
adotta il criterio del semicerchio, che consiste nel tracciare un semicerchio immaginario il cui diametro è
costituito dalla linea contingente i punti naturali di ingresso della baia:se la superficie della baia è uguale o
superiore a quella di tale semicerchio può tracciarsi una linea di base retta, se è inferiore la linea di base resta
quella della bassa marea. Il secondo criterio stabilisce un limite massimo di ventiquattro miglia nautiche per la
lunghezza della linea di base: se la lunghezza della linea che congiunge i punti naturali di ingresso della baia è
uguale o inferiore a ventiquattro miglia tale linea può utilizzarsi come linea di base,se essa è superiore lo Stato
costiero può tracciare una linea retta, di lunghezza non superiore a ventiquattro miglia, all’interno della baia in
modo da racchiudere la massima superficie possibile di acque.
Fanno eccezione ad entrambi i criteri le baie storiche che sono: quelle rispetto
alle quali lo Stato costiero abbia esercitato in via di fatto la piena sovranità per un lungo periodo di tempo o
quelle con l’acquiescenza dei terzi Stati.

IL DIRITTO DI PASSAGGIO INOFFENSIVO DELLE NAVI STRANIERE


Il diritto di passaggio inoffensivo di cui godono le navi di tutti gli Stati,compresi quelli privi di litorale marittimo è di
derivazione consuetudinaria ed è uno dei due limiti posti dal diritto internazionale verso la sovranità statale. Tale
diritto spetta sia alle navi private sia alle navi da guerra/pubbliche. L’art.20 Unclos precisa che i sottomarini e gli altri
veicoli subacquei devono navigare in superficie mostrando la bandiera nazionale e spetta solo alle navi non agli
aeromobili.

a) L’Unclos definisce come passaggio il diritto di attraversare il mare territoriale per raggiungere o
lasciare i porti dello Stato costiero,ma anche come il diritto di attraversare il mare territoriale senza
entrare nelle acque interne. Il passaggio inoltre deve essere rapido e continuo: esso consente la sosta e
l’ancoraggio ma solo in quanto eventi ordinari di navigazione o se resi necessari da forza maggiore o dalla
necessità di prestare soccorso a persone. (non impone a tutte le navi straniere di entrare nei suoi porti)
b) L’art. 19 definisce il carattere inoffensivo:esso deve essere tale da non recare pregiudizio alla pace,al
buon ordine e alla sicurezza dello Stato straniero. Contiene inoltre una lista di attività considerate
pregiudizievoli per la pace ecc. ma non ha carattere tassativo. ( carico o scarico di materiali,valuta o persone
in violazione delle leggi, inquinamento internazionale e grave,ogni altra attività che non sia in diretto rapporto
con il passaggio)

L’Unclos consente allo Stato costiero di regolamentare il passaggio delle navi straniere emanando leggi e regolamenti
che queste sono tenute a rispettare. Lo Stato costiero non può ostacolare il passaggio inoffensivo o discriminare tra le
navi di diversa nazionalità, né imporre tasse che non siano il corrispettivo di specifici servizi resi alle navi in
passaggio. Lo Stato costiero può adottare le misure necessarie per impedire
ogni passaggio che non sia inoffensivo, in questo caso si presume che lo Stato costiero sia legittimato,in caso di
flagrante violazione, ad impedire l’ingresso della nave nel mare territoriale e può effettuare ispezioni e controlli per
accertare eventuali violazioni.

Dopo aver effettuato l’accertamento è consentito il ricorso a misure coercitive. Nel caso in cui il passaggio sia
inoffensivo ma la nave non abbia rispettato le leggi e i regolamenti dello Stato costiero relativi al passaggio la
Convenzione non stabilisce nulla ma l’art.220 ammette l’ispezione per presunta violazione.

IL PASSAGGIO NEGLI STRETTI

Uno stretto viene definito come un braccio di mare naturale che mette in comunicazione due porzioni più ampie
di mare. Il particolare regime internazionale riguarda esclusivamente gli stretti utilizzati dalla navigazione
internazionale ma compresi nel mare territoriale dello Stato costiero. Caratteristica peculiare degli stretti è che il diritto
di passaggio inoffensivo delle navi straniere, private e da guerra, non è sospendibile.
L’Unclos distingue due categorie di stretti all’art.45:

a) Gli stretti che mettono in comunicazione una zona di mare in cui la navigazione è libera e il mare territoriale
dello Stato costiero. Gli stretti che sono formati da un’isola appartenente allo Stato costiero e dal suo territorio
di terraferma, in questi stretti continua a vigere il tradizionale diritto di passaggio inoffensivo non
sospendibile.
b) Tutti gli altri stretti che mettono in comunicazione due porzioni di mare in la navigazione è libera. Il
tradizionale regime è sostituito dal nuovo diritto di passaggio in transito, anch’esso non sospendibile, esso
si caratterizza perché comprende,al solo fine del passaggio continuo e rapido attraverso lo stretto, la
libertà di navigazione e la libertà di sorvolo. Inoltre è ammessa la possibilità per i sottomarini di
transitare in immersione.

L’art.35 però rappresenta una deroga a tali regole poiché il regime non si applica agli stretti nei quali il passaggio è
parzialmente o totalmente regolato da convenzioni internazionali in vigore da lungo tempo.

LIMITI ALL’ ESERCIZIO DELLA GIURISDIZIONE PENALE DELLO STATO COSTIERO

Il secondo limite posto alla sovranità territoriale consiste nell’esercizio del potere giurisdizionale penale relativamente
a fatti avvenuti a bordo della nave. Le navi da guerra godono di
immunità assoluta mentre le navi private godono di un’immunità che riguarda solo i fatti che hanno una rilevanza
puramente interna. L’art. 27 dispone che lo Stato costiero non dovrebbe
esercitare la sua giurisdizione penale a bordo di una nave straniera in transito nel mare territoriale salvo quattro casi:
se le conseguenze del reato si estendono allo Stato costiero,se il reato disturba la pace o il buon ordine del Paese, se
l’intervento delle autorità locali sia stato richiesto dal comandante e se tali misure sono dirette alla repressione del
traffico illecito.

 Spetta comunque al giudice nazionale,salvo controversia internazionale, stabilire quali siano i fatti che hanno
una rilevanza puramente interna.

LE ACQUE INTERNE

L’art.8 Unclos afferma che le acque interne sono le acque situate all’interno delle linee di base del mare
territoriale,comprese le acque dei porti. Si caratterizzano per il
fatto di essere pienamente soggette alla sovranità territoriale dello Stato costiero senza le limitazioni che caratterizzano
il mare territoriale. Nell’ambito del diritto di passaggio inoffensivo esso continua ad applicarsi nel caso in cui lo Stato
costiero abbia adottato il metodo delle linee di base rette. L’esercizio della giurisdizione penale per i fatti commessi a
bordo di navi straniere applica la medesima distinzione tra fatti a rilevanza interna e fatti a rilevanza esterna.

STATI ARCIPELAGO E LE LORO ACQUE

L’art.46 Unclos disciplina la materia degli arcipelaghi, che sono definiti come Stati interamente costituiti da uno o
più arcipelaghi (o isole) come Indonesia, Filippine e Fiji. Tali Stati possono tracciare delle linee di base rette
(arcipelagiche) congiungenti i punti più esterni delle isole o degli scogli emergenti dell’arcipelago,tali linee sono vere
e proprie linee di base del mare territoriale. (Le singole linee di base non devono superare la lunghezza di cento miglia
nautiche). Lo Stato-arcipelago acquista la piena sovranità su tutte le acque situate all’interno delle
linee di base arcipelagiche che separano le varie isole che costituiscono il suo territorio. Permane il diritto di passaggio
inoffensivo delle navi straniere (art.52), applicando il diritto di passaggio arcipelagico che corrisponde al diritto di
passaggio in transito negli stretti,comprende il diritto di sorvolo e per i sommergibili il diritto di transito in
immersione.

ZONE MARINE INTERMEDIE

Tra il mare territoriale dello Stato costiero e il mare internazionale esistono delle zone marine intermedie,che non
sono soggette né alla piena sovranità territoriale dello Stato costiero né al regime di piena libertà del mare
internazionale. Lo Stato costiero ha solo alcuni diritti di natura funzionale: il diritto di esercitare il suo potere di
governo solo per perseguire specifici fini; questi sono pur sempre diritti esclusivi nel senso che nessun altro Stato può
esercitare gli stessi diritti nella zona di mare interessata. Le zone marine esistono solo dopo un’espressa proclamazione
da parte dello Stato costiero, a ciò fa eccezione la piattaforma continentale sulla quale i diritti esistono
automaticamente. La prima zona che può istituirsi al di là del
mare territoriale è la zona contigua. Nell’art. 33 Unclos si dispone che la larghezza massima della zona contigua è di
ventiquattro miglia dalle linee di base del mare territoriale. Lo Stato costiero può esercitare il controllo necessario al
fine di prevenire e di reprimere le violazioni delle proprie leggi e regolamenti doganali, fiscali,sanitari e di
immaginazione. Con la zona contigua coincide la zona archeologica,di cui l’art.303 Unclos dispone che lo Stato
costiero possa presumere che la rimozione dal fondo del mare di oggetti di carattere storico e archeologico senza la
sua autorizzazione si risolva in una violazione nell’ambito del suo territorio o del mare territoriale,delle leggi e dei
regolamenti. Tale disposizione permette allo Stato costiero di esercitare gli stessi diritti che può esercitare nella zona
contigua anche al fine di prevenire o reprimere la violazione della sua normativa sul commercio illecito degli oggetti
storici e archeologici situati sul fondo marino.

PIATTAFORMA CONTINENTALE

Il presidente Truman creò un’apposita normativa consuetudinaria riguardante l’argomento. Nella definizione
geologica si può definire come la parte sommersa di un continente che si estende sotto il mare a una profondità
pressoché costante fino ad un ciglio esterno a partire dal quale inizia una scarpata che termina nel fondo marino
abissale. Dal punto di vista giuridico la piattaforma continentale si
definisce come la porzione di fondo marino situata al di là del suo mare territoriale in relazione alla quale lo Stato
costiero ha dei diritti esclusivi di sfruttamento.
Sull’estensione massima dei diritti dello Stato costiero sulla piattaforma continentale la convenzione di Ginevra del
1958 ha adottato due diversi criteri:

1. Il criterio batimetrico,in base al quale i diritti dello Stato costiero avrebbero potuto estendersi fino al punto
in cui la piattaforma si mantenesse a una profondità costante di 200 m.
2. Il criterio della sfruttabilità in base al quale essi avrebbero potuto estendersi fino al punto in cui le risorse
della piattaforma fossero sfruttabili in via di fatto.

La Convenzione di Montego Bay del 1982 ha completamente modificato la situazione sostituendo entrambi con un
criterio spaziale che si atteggia in maniera diversa a seconda della situazione geologica infatti vengono previsti sia un
limite minimo sia un limite massimo all’art.76 Unclos:

1. Il limite minimo è quello delle duecento miglia nautiche dalle linee base del mare territoriale.
2. Il limite massimo è quello delle trecento cinquanta miglia nautiche dalle linee di base

L’art.82 Unclos impone allo Stato costiero di accantonare una parte dei profitti derivanti dallo sfruttamento delle
risorse della piattaforma nella zona situata oltre le duecento miglia: le somme relative devono essere periodicamente
versate all’Autorità internazionale dei fondi marini. Sui diritti dello Stato costiero invece bisogna dire che si
tratta di diritti esclusivi di sfruttamento che riguardano tutte le risorse naturali del fondo marino e del relativo
sottosuolo. L’art.77 parla di diritti sovrani allo scopo di esplorare la piattaforma e sfruttarne le risorse naturali e
precisa che tali diritti sono esclusivi nel senso che se lo Stato costiero non esplora la piattaforma o non ne sfrutta le
risorse,nessun altro può intraprendere tali attività senza il suo consenso. I diritti relativi alla piattaforma
continentale vengono automaticamente attribuiti allo Stato costiero e non dipendono da qualsiasi specifica
proclamazione. Tra i vari diritti esclusivi dello Stato costiero è espressamente menzionato di autorizzare e
regolamentare le perforazioni nella piattaforma e quello di autorizzare la costruzione, lo sfruttamento e l’utilizzazione
di isole artificiali o altre installazioni finalizzate all’esercizio dei diritti di esplorazione e sfruttamento delle risorse
naturali della piattaforma e lo Stato costiero ha l’esclusiva su tali installazioni. I terzi
Stati mantengono il diritto di posare cavi e condotte sottomarine e i diritti dello Stato costiero sulla piattaforma non
pregiudicano lo status delle acque sovrastanti che restano acque internazionali ma spetta ai terzi Stati la libertà di
navigazione e di sorvolo.

LA ZONA ECONOMICA ESCLUSIVA

E’ stato istituito il nuovo istituto giuridico della zona economica esclusiva,disciplinato per la prima volta dalla
Convenzione di Montego Bay nel 1982, compreso anche nel diritto internazionale consuetudinario.

a) La larghezza massima della zona economica esclusiva è stabilita a duecento miglia nautiche dalle linee di
base del mare territoriale,il limite massimo coincide con l’attuale limite minimo della piattaforma
continentale.
b) I diritti dello Stato costiero spettano allo Stato costiero.
c) I diritti sovrani ai fini dello sfruttamento ,della conservazione e della gestione delle risorse naturali che si
trovano sul fondo del mare, e ai fini dell’esercizio di altre attività connesse con l’esplorazione e lo
sfruttamento economico della zona, quali la produzione di energia derivata dall’acqua dalle correnti e dai
venti.
d) Giurisdizione in materia di installazione e utilizzazione di isole artificiali,impianti e strutture, ricerca
scientifica e protezione e preservazione dell’ambiente.
e) Diritti dei terzi Stati di cui sono significativi la libertà di navigazione e di sorvolo e la libertà di posa di cavi
e condotte sottomarine. Si prevede poi la libertà di utilizzare il mare ad altri fini internazionalmente leciti e
collegati all’esercizio di tali libertà. In caso di conflitto tra gli interessi dello Stato costiero e quelli degli altri
Stati il conflitto dovrà essere risolto sulla base dell’equità e in considerazione di tutte le circostanze pertinenti,
tenendo conto dell’importanza che tali interessi rivestono per le parti in causa e per la comunità
internazionale. Nell’esercizio dei suoi diritti sovrani lo Stato costiero può comunque ricorrere a mezzi
coercitivi, adottare tutte le misure comprese la visita,l’ispezione,il fermo e la sottoposizione a procedimento
giudiziario necessarie per garantire il rispetto delle leggi.

Nell’ambito della pesca la Convenzione stabilisce un determinato regime ispirato allo sfruttamento ottimale delle
risorse biologiche:lo Stato costiero deve stabilire il volume massimo delle catture che di ogni specie ittica possono
effettuare in modo da evitare uno sfruttamento eccessivo. Vengono poi citate alcune disposizioni specifiche relative
alle specie altamente migratorie in relazione alle quali si è sentita l’esigenza di una specifica Convenzione.

RAPPORTO TRA LA ZONA ECONOMICA E. E LA PIATTAFORMA CONTINENTALE


(zona di mare) (fondo marino)

L’istituzione di una zona economica esclusiva può comportare l’assorbimento dei diritti relativi alla piattaforma
continentale. Ciò nonostante i due istituti mantengono la loro autonomia perché:

a) La zona economica esclusiva esiste solo se lo Stato costiero l’ha proclamata espressamente,mentre i diritti
dello Stato costiero sulla piattaforma continentale sono indipendenti da una tale espressa proclamazione.
b) Anche quando uno Stato costiero ha proclamato una zona economica esclusiva la larghezza della zona e della
piattaforma continentale possono non coincidere.
c) È possibile che la delimitazione delle due zone tra Stati con coste adiacenti o che si fronteggiano non
coincida: nulla vieta ai due Stati di accordarsi nel senso di utilizzare linee diverse per delimitare la zona
economica esclusiva e la piattaforma continentale.

DELIMITAZIONE DI ZONE MARINE TRA STATI ADIACENTI O CHE SI FRONTEGGIANO

La delimitazione delle zone marine in questo caso è essenzialmente demandata ad accordi tra Stati interessati.
Attualmente non esistono regole consuetudinarie applicabili in assenza di accordo alla delimitazione della zona
contigua. Per quanto riguarda la piattaforma
continentale la Convenzione di Ginevra del 1958 stabiliva il criterio dell’equidistanza salvo che sussistessero
circostanze speciali. Nel 1969 la Corte internazionale di giustizia affermò che la regola dell’equidistanza non
corrispondeva al diritto consuetudinario e che quindi vincolava solo Danimarca e Paesi Bassi e non la Germania.
La Convenzione di Montego Bay del 1982 evita di menzionare il criterio dell’equidistanza e riprende il
diverso criterio applicandolo sia alla zona economica esclusiva sia alla piattaforma continentale: la delimitazione va
effettuata mediante accordo allo scopo di raggiungere un’equa soluzione. In assenza di una tale accordo essa si
limita ad affermare che gli Stati interessati compiono ogni possibile sforzo per giungere ad intese provvisorie di natura
pratica e per non compromettere il raggiungimento dell’accordo finale.

MARI CHIUSI O SEMICHIUSI

L’art.122 Unclos definisce un mare chiuso o semichiuso come un golfo o un bacino o un mare circondato da due o più
Stati e comunicante con un altro mare o con un oceano per mezzo di un passaggio stretto o costituito interamente o
principalmente dai mari territoriali e dalle zone economiche esclusive di due o più stati costieri. Mare chiuso: Mar
Caspio,mare semichiuso: Mar Mediterraneo.
La Convenzione stabilisce un obbligo di cooperazione a carico degli Stati costieri di mari
chiusi o semichiusi per coordinare la gestione, conservazione e lo sfruttamento delle risorse biologiche del mare,
l’esercizio dei diritti e l’adempimento degli obblighi relativi alla protezione e alla preservazione dell’ambiente marino
e le politiche relative alla ricerca scientifica.

L’ALTO MARE

All’art.86 Unclos si legge che l’alto mare è costituito da tutte le aree marine non incluse nella zona economica
esclusiva,nel mare territoriale o nelle acque interne di uno Stato o nelle acque arcipelagiche. È dunque una zona di
mare dove non si estende la sovranità territoriale di alcuno Stato. In alto mare nessuno Stato ha il diritto esclusivo di
esercitare il suo potere di governo ai fini determinati. Vige quindi un regime generale di libertà:salvo specifiche
eccezioni non sono ammesse interferenze nei confronti delle attività delle navi da parte di Stati diversi da quello della
bandiera. L’art.87 Unclos specifica che l’alto mare è aperto a tutti gli Stati,sia costieri sia privi di litorale e tale libertà
include:

a) Libertà di navigazione e di sorvolo


b) Libertà di posa di cavi e condotte sottomarine
c) Libertà di costruire isole artificiali e altre installazioni
d) Libertà di pesca e di ricerca scientifica

Un limite di carattere generale è costituito dallo stesso art.87 che precisa che libertà elencate vengono esercitate da
parte di tutti gli Stati tenendo in debito conto gli interessi degli altri Stati che esercitano la libertà dell’alto mare:ogni
Stato deve assicurarsi che le attività svolte dalle navi aventi la sua nazionalità non si traducano nella soppressione
delle libertà altrui. Specifici limiti riguardano la libertà di navigazione,le altre libertà dell’alto mare e la protezione
dell’ambiente marino: per questo si assoggetta ad uno speciale regime giuridico lo sfruttamento delle risorse del fondo
marino al di là della giurisdizione nazionale.

NAZIONALITA’ DELLE NAVI

La nazionalità delle navi è di fondamentale importanza perché costituisce il criterio in base al quale il diritto
internazionale provvede a delimitare il potere di governo degli Stati in alto mare:ciò vale sia per le navi da guerra
sia per le navi pubbliche sia per le navi private. L’art.92 Unclos precisa che le navi battono la bandiera di
un solo Stato e che una nave non può cambiare bandiera durante una traversata o durante uno scalo in porto a meno
che non si verifichi un effettivo trasferimento di proprietà o cambiamento di immatricolazione. Una nave priva di
nazionalità non è protetta dal diritto internazionale del mare e di conseguenza le sue attività in alto mare sono passibili
di interferenze da parte di qualsiasi Stato. L’art.94 inoltre pone a carico dello Stato della bandiera l’obbligo di
esercitare effettivamente la propria giurisdizione e il proprio controllo su questioni di carattere amministrativo,tecnico
e sociale sulle navi che battono la sua bandiera.

DIRITTO DI INSEGUIMENTO (ECCEZIONI)

La regola per cui in alto mare le navi sono soggette alla giurisdizione esclusiva dello Stato della bandiera non subisce
alcuna eccezione per le navi da guerra ovvero una nave che appartenga alle forze armate di uno Stato e porti i segni
distintivi esteriori delle navi militari della sua nazionalità, che sia posta sotto il comandi della Marina e iscritto
nell’apposito ruolo degli ufficiali. Alle navi da guerra sono equiparate anche le navi pubbliche, cioè le navi di
proprietà o al servizio di uno Stato e da questo impiegate esclusivamente per servizi governativi non commerciali.
Per quanto riguarda le navi private ovvero tutte le altre navi. La regola però subisce una
serie eccezioni nel senso che in determinati casi anche uno Stato diverso da quello della bandiera può interferire
attraverso le sue navi da guerra o pubbliche nei confronti delle attività svolte da tali navi in alto mare: il diritto di
inseguimento, la pirateria,la tratta degli schiavi,le trasmissioni radio e televisive non autorizzate e l’inquinamento
derivante da incidenti in mare.

Il diritto di inseguimento ha lo scopo di consentire alle competenti autorità dello Stato costiero che abbiano fondati
motivi per ritenere che una nave straniera abbia violato le leggi e i regolamenti dello Stato stesso, di inseguirla anche
se si trova in alto mare. Vengono poste però alcune condizioni:

a) Il luogo dove la nave straniera si trova quando l’inseguimento ha inizio, infatti la nave può essere inseguita in
alto mare solo per consentire l’esercizio dei poteri coercitivi di cui lo Stato costiero dispone nelle varie zone
marine soggette alla sua giurisdizione. Attualmente tale regola si applica anche quando la nave straniera si
trova nella zona economica esclusiva o nella piattaforma continentale ma solo se la nave ha violato la
normativa dello Stato costiero relativa ai diritti di cui esso gode in tali zone.
b) Il diritto di inseguimento può essere esercitato esclusivamente tramite navi da guerra,aeromobili militari o
navi o aeromobili in servizio di Stato.
c) L’inseguimento può avvenire solo dopo che è stato emesso un ordine di arresto con un segnale vivo o
sonoro.
d) Una volta cominciato esso deve essere continuo e ininterrotto e deve cessare non appena la nave inseguita
entra nel mare territoriale del proprio Stato o di un terzo Stato.
La pirateria nell’art.101 Unclos viene definita come un qualsiasi atto illecito di violenza,sequestro o rapina
commesso ai fini privati e diretto contro un’altra nave,persone ecc.

a) La pirateria si caratterizza per i fini privati di depredazione ed è inoltre necessaria la presenza di due navi:la
nave pirata e la nave vittima. Rileva in particolare il caso della nave pirata autorizzata a battere la bandiera di
uno Stato: se la nave pirata è priva di nazionalità per questo fatto qualsiasi Stato può procedere
coercitivamente nei suoi confronti.
b) È previsto per tutti gli Stati un diritto di visita della nave straniera se vi sono fondati motivi per sospettare che
essa sia dedita alla pirateria. Se il sospetto si rivela infondato o se la nave è colta in flagranza, la possibilità di
sequestro della nave e dell’arresto dei pirati e la possibilità per le autorità giurisdizionali dello Stato di cattura
di esercitare la giurisdizione penale nei confronti dei pirati.

ALTRE ECCEZIONI

In caso di nave impegnata nella tratta degli schiavi lo Stato che procede alla visita deve limitarsi ad informare lo Stato
della bandiera, se lo schiavo si rifugia a bordo della nave che procede alla visita esso è libero. Per quanto riguarda la
possibilità di adottare misure atte a evitare l’inquinamento derivato da incidenti in mare l’Unclos prevede che in caso
di incidente lo Stato costiero possa adottare e applicare al di là del mare territoriale misure proporzionali al danno
subito o prevedibile al fine di proteggere le proprie coste e gli interessi correlati dall’inquinamento o da una sua
minaccia da cui è ragionevole aspettarsi conseguenze gravemente dannose.

LIMITI ALL’ESERCIZIO DELLE ALTRE LIBERTA’ IN ALTO MARE

La libertà di posa di cavi e condotte sottomarine e la libertà di costruire isole artificiale e altre installazioni bisogna
tener conto che il fondo marino è automaticamente soggetto entro i limiti ai suoi diritti sovrani. Qualora i cavi e le
condotte sottomarine debbano porsi sulla sua piattaforma continentale il percorso è subordinato al consenso dello
Stato costiero. La libertà di pesca e la libertà di ricerca scientifica sono coperte da delle
disposizioni che impongono alcuni obblighi di regolamentazione nazionale e di cooperazione internazionale e non
autorizzano ad interferire nei confronti delle navi straniere.

PROTEZIONE DELL’AMBIENTE MARINO

La Convenzione di Montego Bay detta alcune regole finalizzate alla protezione dell’ambiente marino e pone a carico
di ciascuno Stato un obbligo di protezione, di cooperazione e di informare gli altri Stati sulle attività suscettibili di
creare inquinamento. Nemmeno tali norme autorizzano Stati diversi da quello della bandiera ad intervenire
coercitivamente nei confronti delle navi che si trovino in alto mare.

SFRUTTAMENTO DEI FONDI MARINI

Una parte dell’Unclos regolamenta l’area che comprende i fondi marini ed il relativo sottosuolo al di là dei limiti
della giurisdizione nazionale: si tratta del fondo marino situato oltre il limite massimo della piattaforma continentale
(350 miglia nautiche). Viene istituita un’apposita organizzazione internazionale, l’Autorità internazionale dei fondi
marini, cui è demandata la regolamentazione delle attività nell’area e si prevede che lo sfruttamento delle risorse
avvenga in base a un regime parallelo: gli Stati che intendano sfruttare un determinato sito devono sottoporre
all’Autorità un progetto che preveda lo sfruttamento del sito da parte loro da una parte, mentre dall’altra il suo
sfruttamento diretto da parte dell’Autorità tramite l’Impresa, il suo organo operativo.

LO SPAZIO AEREO E LO SPAZIO COSMICO

Per spazio aereo si intende lo spazio in cui le attività umane si conducono principalmente a bordo di aeromobili o
mediante il volo aerodinamico. Per spazio cosmico invece si intende lo spazio in cui gli oggetti si muovono senza
incontrare una significativa resistenza, secondo i principi della meccanica celeste.
L’assenza di un confine universalmente accettato tra i due
principi di spazio non ha impedito lo sviluppo di due diversi gruppi di norme con lo scopo di regolare le attività
umane nei due spazi. La normativa applicabile allo spazio aereo è di origine più antica e si caratterizza per la
contrapposizione tra spazio aereo territoriale, soggetto alla sovranità territoriale dello Stato, e lo spazio aereo
internazionale,inappropriabile e soggetto a regime di libertà. Il vero e proprio diritto
internazionale spaziale che regola le attività umane nello spazio cosmico si caratterizza per l’inappropriabilità
dell’intero spazio cosmico,soggetto ad un regime di sostanziale libertà simile a quello dello spazio aereo
internazionale.

LO SPAZIO AEREO TERRITORIALE

Ogni Stato ha la completa ed esclusiva sovranità sullo spazio aereo sovrastante il proprio territorio. La sovranità dello
Stato sul suo spazio aereo comporta che non è possibile sorvolarne il territorio e il mare territoriale o farvi scalo senza
il suo consenso. Il consenso dello Stato al sorvolo del suo territorio e allo scalo è dato in via preventiva in virtù di
numerosi accordi bilaterali e multilaterali. Ove un aereo straniero abbia violato lo spazio aereo territoriale dello Stato
questo può ricorrere a misure coercitive: oltre ad avere il diritto di pretendere che l’aereo lasci il suo spazio aereo,ha
anche il dovere di esigerne l’atterraggio in un aeroporto designato e può a tal fine ricorrere a qualsiasi mezzo
appropriato. Gli aerei civili stranieri devono atterrare in un aeroporto designato per essere assoggettati a ispezione
doganale o altra ispezione e che le autorità competenti dello Stato hanno diritto di visitare gli aeromobili civili
stranieri all’atterraggio o alla partenza e di ispezionare i certificati e gli altri documenti prescritti dalla Convenzione.
Gli aerei militari invece godono di immunità e privilegi analoghi a quelli che spettano alle navi da guerra straniere nel
mare territoriale e nelle acque interne.

LO SPAZIO AEREO INTERNAZIONALE

Lo spazio aereo internazionale è quello che sovrasta i territori in appropriabili come l’Antartide, e tutte le zone di mare
situate al di là del mare territoriale degli Stati costieri ed è soggetto a un regime di libertà. Esistono zone di
identificazione aerea che si estendono fino a duecento miglia dalla costa: agli aeromobili stranieri è imposto l’obbligo
di sottoporsi a identificazione,localizzazione e altre misure di controllo esercitate a terra, sono passibili di
intercettazione e eventualmente di attacco.
La libertà di navigazione aerea è giuridicamente garantita dal fatto che gli aerei in volo
sono soggetti alla giurisdizione esclusiva dello Stato della bandiera cioè lo Stato di registrazione dell’aereo. L’unica
eccezione è quella dell’aereo pirata che è assimilato alla nave pirata e può essere intercettato da parte degli aeromobili
pubblici di qualsiasi Stato.

LO SPAZIO COSMICO

L’intero spazio cosmico è stato assoggettato ad un regime di libertà: la libertà di ciascuno Stato è limitata dall’eguale
libertà degli altri e non può spingersi fino a renderne impossibile l’esercizio. (l’orbita geostazionaria è l’orbita
circolare intorno all’equatore nella quale i satelliti ruotano con lo stesso periodo di rotazione della Terra in modo da
restare praticamente fissi rispetto ad essa, è un’orbita particolarmente utile perché permette le trasmissioni satellitari
dirette verso la Terra). Il trattato sullo spazio sancisce l’inappropriabilità dello spazio esterno compresi la luna e gli
altri corpi celesti e ne sancisce la libertà di esplorazione e di utilizzazione, compreso il libero accesso a tutti i corpi
celesti a favore di tutti gli Stati. Viene ribadito anche il principio secondo cui l’esplorazione e l’utilizzazione dello
spazio devono svolgersi a beneficio e nell’interesse di tutti i Paesi, quale che ne sia il grado di sviluppo economico o
scientifico e saranno appannaggio dell’intera comunità. Le attività svolte da enti non governativi devono essere
previamente autorizzate e vige l’esclusiva utilizzazione dello spazio a fini pacifici e obbliga specificamente gli Stati a
non piazzare nello spazio armi nucleari e a non stabilirvi basi militari o condurvi esperimenti o manovre militari di
qualsiasi tipo. I
principi enunciati nel trattato sullo spazio sono considerati come corrispondenti al diritto internazionale
consuetudinario e sono obbligatori per tutti gli Stati. Infine il trattato sulla Luna
stabilisce il principio per cui essa e gli altri corpi celesti appartenenti al sistema solare e le relative risorse
costituiscono il patrimonio comune dell’umanità.

I SOGGETTI INTERNAZIONALI DIVERSI DAGLI STATI SOVRANI E INDIPENDENTI

Esistono altri enti cui le norme internazionali si indirizzano attribuendo loro diritti e obblighi: la possibilità per questi
enti di entrare a far parte della società internazionale è in funzione della disponibilità degli Stati sovrani e indipendenti
di entrare in relazione con essi su un piano di parità formale. Da questo scaturisce l’importanza del riconoscimento
esplicito o implicito da parte degli Stati in quanto indice dell’effettiva partecipazione degli enti in questione alla vita di
relazione internazionale. Vengono poi in considerazione alcuni enti non territoriali come la Santa Sede, il Comitato
internazionale della Croce rossa ecc. la cui esistenza non è un fenomeno transitorio. La soggettività internazionale
di enti diversi dagli Stati sovrani e indipendenti non comporta che questi enti siano destinatari di tutte le norme del
diritto internazionale generale e titolari degli stessi diritti e degli stessi obblighi.
Alcune norme di diritto internazionale generale sono applicabili
anche ad enti diversi dagli Stati sovrani e indipendenti: la capacità di stipulare accordi internazionali è spesso indice
della loro soggettività.

I GOVERNI INSURREZIONALI

Il diritto internazionale si occupa della guerra civile soprattutto da due punti di vista:

a) La condotta delle ostilità


b) Gli obblighi dei Terzi Stati che possono aiutare anche militarmente il governo legittimo ma non possono
aiutare gli insorti se non con assistenza umanitaria.

Quando però l’insurrezione riesce ad organizzarsi e si forma una vera e propria organizzazione insurrezionale si pone
il problema della soggettività internazionale di tale organizzazione. Si ritiene che un movimento insurrezionale possa
acquisire la soggettività quando si sia dotato di un’organizzazione di governo e quando abbia acquisito l’effettivo
controllo di una porzione del territorio dello Stato. Tuttavia la soggettività di un governo insurrezionale è molto
limitata: al governo insurrezionale incombono gli obblighi consuetudinari che limitano la libertà dell’esercizio del
potere di governo dello Stato. Esso però non è titolare del diritto di sovranità territoriale sul territorio che in fatto
controlla, che resta giuridicamente parte del territorio dello Stato, e non può quindi disporne liberamente. In ogni caso
la soggettività internazionale è un fenomeno transitorio.

I GOVERNI IN ESILIO E I COMITATI NAZIONALI ALL’ESTERO

Si parla di governo in esilio quando le supreme autorità di governo di uno Stato si rifugiano all’estero ed ivi
continuano a funzionare pretendendo di essere considerate come il governo legittimo dello Stato. Nel contesto di un
conflitto armato internazionale a seguito dell’occupazione bellica dell’intero territorio dello Stato da parte di una
potenza straniera.

a) Un governo in esilio è assimilabile ad un ente territoriale,poiché viene in considerazione nella società


internazionale in quanto organizzazione che aspira a governare una determinata comunità territoriale. Non è
propriamente un ente territoriale dal momento che non esercita effettivamente la sua autorità su tale comunità
territoriale. La sua stessa esistenza è condizionata alla disponibilità di almeno uno Stato ad ospitarlo sul suo
territorio. Oltre a mancare di effettività i governi in esilio mancano di indipendenza rispetto allo Stato sul cui
territorio essi si costituiscono e sono assimilabili ad organi di fatto di questo. La soggettività internazionale di
un governo in esilio non può negarsi o affermarsi in astratto ma solo in funzione dell’atteggiamento che la
società internazionale nel suo insieme. La soggettività internazionale dei governi in esilio dipende dalla
disponibilità degli Stati sovrani e indipendenti di continuare a mantenere relazioni con essi sulla base del fatto
che essi considerano temporanea la sua mancanza di effettività. La soggettività internazionale dei governi in
esilio dipende dalla disponibilità degli Stati sovrani e indipendenti di continuare a mantenere relazioni con essi
sulla base del fatto che essi considerano temporanea la sua mancanza di effettività .
b) I comitati nazionali all’estero si differenziano per il fatto di non essere organizzazioni di governo di Stati già
esistenti e rifugiatesi all’estero,ma piuttosto organizzazioni che aspirano a governare in futuro un nuovo Stato
di cui vogliono favorire la nascita.

MOVIMENTI DI LIBERAZIONE NAZIONALE

Un movimento di liberazione nazionale può definirsi come l’organizzazione rappresentativa di un popolo che aspira
all’autodeterminazione. È un principio di matrice fortemente ideologica.

L’esistenza di tali enti è espressione di principio di autodeterminazione dei popoli: uno degli aspetti del principio di
autodeterminazione è che essa è esterna: intesa come diritto di un popolo di scegliere liberamente la propria forma di
organizzazione politica nell’ambito della società internazionale. L’autodeterminazione in quanto principio giuridico
esso si sia affermato solo a beneficio di quei popoli che appartengono a tre categorie:

1) Le popolazioni di territori soggetti a dominio coloniale


2) Le popolazioni di territori che sono stati occupati con la forza militare da una Potenza straniere
3) I gruppi razziali soggetti ad un’organizzazione di governo statale che pratica forme di discriminazione politica
nei loro confronti.

Il principio di autodeterminazione dei popoli, in quanto principio giuridico, si limita a creare una seri di obblighi di
non facile accertamento in capo agli Stati che in fatto governano i popoli in questione e il diritto di pretendere
l’adempimento di tali obblighi non spetta al popolo che ne è beneficiario ma agli altri Stati sovrani e indipendenti.
Rispetto ai governi insurrezionali, i movimenti di liberazione nazionale di trovano in una posizione di
vantaggio sul piano del diritto dovuta proprio agli effetti di autodeterminazione.
Un movimento di liberazione nazionale è l’ente rappresentativo di
un popolo che aspira all’autodeterminazione ma non si è costituito in Stato sovrano e indipendente, tuttavia gode dei
vantaggi derivanti dalla recente affermazione del principio di autodeterminazione. Ciò che distingue i movimenti di
liberazione nazionale da altri enti che aspirano alla soggettività internazionale è proprio il loro carattere
rappresentativo di un popolo beneficiario del principio di autodeterminazione.
La soggettività dei movimenti di liberazione nazionale è una
soggettività limitata. Rispetto ai governi insurrezionali c’è un importante differenza: se il movimento di liberazione
nazionale è coinvolto in un conflitto armato con la Potenza coloniale, con la Potenza occupante o con il governo
razzista,il principio di autodeterminazione ha per effetto che il conflitto non viene valutato alla stregua di una qualsiasi
insurrezione. Si ritiene che sia illecito l’uso della forza per reprimere l’autodeterminazione.

LA SANTA SEDE

La soggettività della Santa Sede/Sede Apostolica (ente non territoriale) non è un fenomeno transitorio, che può
definirsi come la suprema organizzazione di governo della Chiesa cattolica romana, comprendente il Pontefice e
gli organismi centrali della Curia romana. La Chiesa cattolica è la comunità dei fedeli che in quanto tale può
considerarsi come un presupposto necessario e una condizione immanente dell’esistenza della Santa Sede. Inoltre è
stata anche la suprema organizzazione di governo dello Stato pontificio ed è attualmente la suprema organizzazione di
governo dello Stato della Città del Vaticano. Lo Stato della Città del Vaticano è
un mero strumento dell’autonomia della Santa Sede: il suo organo supremo è il Pontefice, esso è rappresentato dalla
Santa Sede: il suo organo supremo è rappresentato dalla Santa Sede nei rapporti internazionali e il suo ordinamento
giuridico si fonda sul diritto canonico, cioè sull’ordinamento giuridico della Chiesa Cattolica. La soggettività della
Santa Sede è oggi universalmente riconosciuta e si traduce nella capacità di stipulare accordi internazionale, di
intrattenere relazioni diplomatiche, di divenire membro di organizzazioni internazionali.

N.B. La soggettività della Santa Sede fu sancita dal Trattato del Laterano tra Italia e Santa Sede nel 1929.

L’ORDINE DI MALTA

SMOM: sovrano militare ordine ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme di Rodi e di Malta. Si tratta di un
ordine cavalleresco-religioso le cui origini risalgono all’epoca delle Crociate. L’ordine svolge prevalentemente attività
medica,sociale e umanitaria in varie aree del mondo,ed ha la sua organizzazione centrale a Roma. La sua soggettività è
molto discussa, tuttora è da alcuni negata anche sulla base del fatte che nella sua qualità di ordine religioso è
indipendente dalla Santa Sede.

IL COMITATO INTERNAZIONALE DELLA CROCE ROSSA

Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) fa parte del Movimento della Croce Rossa internazionale,un
complesso di enti che organizzano ed attuano l’assistenza ed il soccorso alle vittime della guerra e delle pubbliche
calamità e tendono a promuovere il miglioramento della salute, la difesa contro le malattie e la diminuzione delle
sofferenze umane. Del movimento fanno parte: CICR,le Società internazionali di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, la
Lega delle Società nazionali di Croce Rossa e di Mezzaluna Rossa.
Il CICR svolge un ruolo molto importante nell’ambito della Società degli Stati in occasione di conflitti armati al fine
di verificare e favorire il rispetto del diritto internazionale bellico da parte delle parti del conflitto. Esso non è mai
Stato l’ente di governo di una Comunità territoriale ma si tratta di un ente costituitosi in base al diritto interno di uno
Stato: la Svizzera.

L’INDIVIDUO

L’individuo in quanto tale non è membro della società internazionale,nel senso che esso non partecipa alla vita di
relazione internazionale su di un piano di parità con gli altri Stati. Un ruolo importante però è stato affidato
all’individuo nell’attivazione di alcuni procedimenti di accertamento del diritto, previsti in particolare da trattati
relativi alla tutela dei diritti dell’uomo, ma si tratta comunque di un ruolo che gli è stato attribuito da norme create
dagli Stati. Possono discendere diritti ed obblighi per l’individuo solo nell’ambito degli
ordinamenti interni degli Stati per effetto dei procedimenti attraverso i quali le norme internazionali vengono rese
applicabili all’interno di ciascuno Stato, la maggioranza della dottrina moderna tende però ad ammettere una limitata
soggettività internazionale dell’individuo e quindi il suo carattere di diretto destinatario di alcune norme internazionali
in particolare di quelle relative ai diritti dell’uomo e ai crimini internazionali.
Riguardo alla soggettività internazionale dell’individuo si
ha riguardo tanto alle persone fisiche quanto alle persone giuridiche di diritto interno, la cui soggettività internazionale
andrà esclusa o ammessa negli stessi termini in cui si escluda o si ammetta quella delle persone fisiche, ciò vale anche
per le imprese multinazionali.

LE ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI

Le organizzazioni internazionali possono definirsi come organizzazioni create da un certo numero di Stati per
assicurare stabilità alla cooperazione tra gli Stati stessi o per dar vita a vere e proprie forme di integrazione tra
i medesimi. Le organizzazioni internazionali non sono enti territoriali
ed hanno la sede nel territorio altrui, sono enti funzionali creati per svolgere determinate funzioni nell’interesse degli
Stati membri. Le organizzazioni internazionali sono poi soggetti derivati nei senso che si tratta si enti
creati da altri soggetti internazionali sulla base un atto costitutivo che di solito è un trattato internazionale. Sulla base
del trattato si costituisce in genere un ordinamento giuridico interno dell’organizzazione internazionale, è un
ordinamento non originario ma derivato proprio in quanto la sua fonte suprema è un trattato internazionale che trae la
sua forza obbligatoria dal diritto internazionale. Possono distinguersi in organizzazioni mondiali e organizzazioni
regionali a seconda che abbiano una competenza tendenzialmente generale o limitata a specifiche materie, in questo
caso si divide ancora in organizzazioni politiche e organizzazioni tecniche.

UNIONI DI STATI E ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI

Con il termine unione di Stati si intendono quelle associazioni create da un certo numero di Stati per favorire e
imprimere stabilità alla loro cooperazione ed esercitare determinate funzioni nell’interesse comune. Nell’ambito delle
unioni internazionali il termine organizzazioni internazionali designa quegli enti che sono dotati di organi propri e di
una propria personalità giuridica internazionale. Si distinguono due tipi di unioni:

1) Le unioni semplici che sono associazioni prive di organi ad hoc che agiscono esclusivamente mediante organi
degli Stati membri. Spesso alla base di tali associazioni non c’è nemmeno un formale trattato istitutivo ma
solo una o più intese politiche prive di carattere giuridicamente vincolante.
ES. il G8 è un’associazione che riunisce periodicamente gli Stati che si
ritengono economicamente e politicamente più importanti: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania,
Italia, Giappone, Canada e Russia.
2) Le unioni istituzionali sono invece quelle dotate di organi ad hoc, a volte quelle ad hoc sono qualificabili
come organi comuni degli Stati membri. Alla base della nascita di una vera e propria organizzazione
internazionale c’è la stipulazione di un formale trattato istitutivo da parte dei membri originari.
ES. l’organizzazione mondiale del commercio, WTO

ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONE UNITE E LE PRINCIPALI ORGANIZZAZIONI MONDIALI


Il primo esempio di organizzazione mondiale fu la Società delle Nazioni fondata da Stati Uniti e Stati alleati mediante
l’adozione della relativa Carta o Statuto alla Conferenza di San Francisco nel 1945. L’ONU poi si è effettivamente
affermata come organizzazione mondiale e ne sono membri 191 Stati.
L’art.1 C.Onu enuncia la competenza sostanzialmente generale. Il
fine più importante dell’organizzazione è quello di mantenere la pace e la sicurezza internazionale, di sviluppare
relazioni amichevoli tra gli Stati fondate sul principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’autodeterminazione dei popoli,
conseguire la cooperazione nella soluzione dei problemi di carattere economico,sociale o culturale e nella promozione
del rispetto dei diritti dell’uomo. Le altre organizzazioni mondiali attualmente presenti hanno competenze
più ristrette: Organizzazione mondiale della sanità, l’Organizzazione internazionale del lavoro, l’Organizzazione
marittima internazionale ecc. Esistono altre
organizzazioni internazionali non tecnicamente qualificabili come agenzie specializzate come l’agenzia
internazionale per l’energia atomica l’Organizzazione mondiale del commercio.

LE ORGANIZZAZIONI REGIONALI

Tra le organizzazioni con competenze generali vengono in particolare considerazione quelle che si occupano anche del
mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. (Organizzazione degli Stati americani, l’Unione africana, la
Lega araba) In Europa viene in rilievo l’Organizzazione per la
cooperazione e la sicurezza in Europa (OSCE) di cui fanno parte non solo Stati europei ma anche Stati Uniti e Canada.
Il Consiglio d’Europa, organizzazione esclusivamente europea e dotata di una
competenza generale, conta 46 Stati membri e non ha competenze nel settore militare.

 NATO, organizzazione del trattato dell’Atlantico settentrionale conta 26 Stati membri ha competenze nel
settore militare e al suo posto nella funzione economica è stata istituita l’
 OCSE,organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico che ha funzioni di studio e analisi, di
indirizzo delle politiche degli Stati membri,comprende 30 Stati membri e non è un’organizzazione
esclusivamente europea. È nata da poco un’istituzione finanziaria
 EBRD, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo che ha il compito di facilitare la trasformazione
delle economie degli Stati ex comunisti dell’Europa centro-orientale in economie di mercato

ORGANIZZAZIONI REGIONALI DI INTEGRAZIONE

Le comunità europee sono esclusivamente europee: la comunità europea del carbone e dell’acciaio, quella
dell’energia atomica . attualmente le Comunità europee sono due:

1) La Comunità europea dell’energia atomica (CEEA) si propone in particolare di realizzare un mercato comune
dei materiali e delle attrezzature relative alla produzione di energia atomica a scopi pacifici.
2) La Comunità europea (CE), i suoi membri erano originariamente sei: Francia, Germania, Italia,Paesi
Bassi,Belgio e Lussemburgo, ma sono progressivamente aumentati fino ad arrivare ad un numero di 25. I suoi
fini sono enunciati all’art.2 : promozione dello sviluppo economico dell’occupazione e della protezione
sociale, della parità tra uomini e donne,della crescita sostenibile e non inflazionistica,della competitività e
della convergenza dei risultati economici ecc. Per perseguire i suoi fini la CE si propone di realizzare le
quattro libertà fondamentali: libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali e di
attuare una serie di politiche comuni in vari settori come l’agricoltura, il commercio, i trasporti, la
concorrenza ecc.

Le comunità europee hanno in comune gli organi principali e sono equiparabili ad un’unica organizzazione
internazionale e a differenza delle organizzazioni di cooperazione le Comunità europee beneficiano in certi settori di
una sorta di trasferimento di competenze da parte degli Stati stessi, il quale non è altro che l’effetto dell’adempimento
di un obbligo internazionalmente assunto dagli Stati membri a non esercitare certe competenze e a tollerare che esse
vengano invece esercitate esclusivamente dall’organizzazione.
Dall’entrata in vigore dl trattato di Maastricht del 1992 le Comunità europee sono state inglobate in una più ampia
Unione Europea che si fonda su altre politiche e forme di cooperazione della politica estera e di sicurezza comune
(PESC) della cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale (CPGP). La struttura dell’UE si basa su tre
pilastri:il pilastro comunitario, il pilastro della PESC e quello del CPGP
MEMBRI DELLE ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI

La qualità di membro di un’organizzazione internazionale coincide con quella di parte del relativo trattato istitutivo.
Una particolarità delle istituzioni finanziarie internazionali consiste nel fatto che ciascun membro oltre ad essere parte
del relativo trattato istitutivo detiene anche una quota del Capitale dell’Organizzazione. I membri dell’organizzazione
di distinguono in:

 Membri originari, gli Enti che creano l’organizzazione


 Altri membri,ammessi successivamente a fare parte dell’organizzazione

La procedura di ammissione dei nuovi membri è diversa da organizzazione a organizzazione, ma raramente consente
ad uno Stato di entrare a far parte dell’organizzazione sulla sola base di una manifestazione di volontà unilaterale. In
genere è richiesto che i membri si esprimano direttamente o in seno ad un organo della stessa organizzazione in merito
alla domanda di ammissione. I membri sono in genere Stati sovrani e indipendenti, esistono tuttavia
organizzazioni che consentono ad enti diversi di acquisire la qualità di membro di pieno diritto: può trattarsi di enti
dotati di piena soggettività internazionale oppure di enti interni ad uno Stato ma dotati di una limitata capacità di
partecipazione alla vita di relazione internazionale. Accanto poi ai membri di pieno diritto esistono molte
organizzazioni internazionali che prevedono la possibilità per altri enti di partecipare ai propri lavori in qualità di
osservatori, ciò viene più spesso attribuito a enti non statali.

GLI ORGANI DELLE ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI

Vige la libertà degli Stati membri di dare all’ente l’organizzazione che preferiscono. In genere è il trattato istitutivo
dell’organizzazione che ne individua gli organi principali, anche se tali organi possono poi creare ulteriori organi
sussidiari. Gli organi delle organizzazioni internazionale possono classificarsi in organi composti da Stati in cui
siedono individui inviati da governi degli Stati membri dell’organizzazione e che agiscono su istruzione di questi
ultimi, e organi composti da individui in cui siedono invece individui indipendenti cui è fatto obbligo di non
accettare istruzioni da alcuno Stato membro. Tutte le organizzazioni internazionali hanno un organo di tipo
burocratico composto da funzionari indipendenti al vertice del quale c’è in genere un funzionario che ha in genere
anche un importante ruolo politico e di impulso nei confronti degli altri organi. La struttura dell’ Organizzazione
delle Nazioni Unite è composta da organi collegiali entrambi composti da Stati (poi c’è anche il Segretariato a capo
del quale c’è il Segretario generale) :

 Assemblea generale, che è l’organo di base ed è composta dai rappresentanti di tutti gli Stati membri. Essa ha
una competenza generale, un ruolo di supervisione dell’attività degli altri organi, il compito di approvare il
bilancio dell’Organizzazione.
 Consiglio di sicurezza, il quale ha una composizione più ristretta e competenze più specifiche. Si compone di
quindici Stati membri, di cui dieci eletti per due anni dall’Assemblea generale e cinque permanenti: Stati
Uniti, Gran Bretagna, Francia,Cina e Russia. Le competenze del Consiglio riguardano il mantenimento della
pace e della sicurezza internazionale.

Vi è poi la presenza di altri organi come il Consiglio economico e sociale, il consiglio di amministrazione fiduciaria e
la Corte internazionale di giustizia. Le istituzioni politiche di vertice delle
Comunità Europee invece si dividono in:

 Il Consiglio è un organo collegiale composto da Stati: ne sono membri tutti gli Stati membri delle Comunità.
 La Commissione è un organo collegiale composto da individui indipendenti, i membri della Commissione
sono nominati per cinque anni dal Consiglio con l’approvazione del Parlamento europeo, ovvero un organo
composto da rappresentanti dei popoli degli Stati membri, infatti esso partecipa al procedimento decisionale
in seno alle Comunità ma i suoi membri vengono eletti a suffragio universale diretto.

PROCEDIMENTO DI VOTO IN SENO AGLI ORGANI COLLEGIALI COMPOSTI DA STATI

Nelle organizzazioni mondiali è ormai stata abbandonata la regola dell’unanimità, che però è ancora utilizzata in
alcune organizzazioni regionale per le delibere che riguardano questioni ritenute più sensibili per gli interessi
particolari degli Stati membri: ad esempio per tutte le decisioni del Consiglio dell’Unione europea nell’ambito del
secondo e del terzo pilastro dell’Unione. Gli organi collegiali delle organizzazioni internazionali adottano i
propri atti a maggioranza semplice o qualificata.
Tra le questioni importanti rientrano l’ammissione,l’espulsione e la sospensione dei diritti dei
membri, l’elezione dei membri non permanenti del Consiglio di sicurezza e di altri organi, le questioni di bilancio e
quelle relative al mantenimento della pace. Es. in seno agli organi collegiali
dell’Onu ciascuno Stato membro dispone di un solo voto, ma in seno al Consiglio di sicurezza la posizione di
preminenza assegnata ai cinque membri permanenti si traduce nel diritto di veto che spetta ad ognuno di essi.

Gli organi collegiali di molte organizzazioni internazionali tendono ad adottare le proprie delibere con una procedura
chiamata consensus che consiste quando la delibera viene adottata se nessuno vi si oppone, non è necessario il
voto favorevole di tutti i membri ma solo l’assenza di opposizioni. A volte però viene adottata anche la regola
dell’alternanza che significa che a seconda delle materie, alla votazione in seno all’organo collegial partecipa
esclusivamente la Comunità europea o partecipano esclusivamente gli Stati membri.

COMPETENZE DI ATTRIBUZIONE E TEORIA DEI POTERI IMPLICITI

Trattandosi di enti derivati le organizzazioni internazionali possono esercitare attraverso i propri organi
esclusivamente poteri loro attribuiti dagli Stati membri. I più ritengono che nell’ambito delle organizzazioni
internazionali operi un principio delle competenze di attribuzione, in virtù del quale ciascuna organizzazione
esercita attraverso i propri organi,soltanto i poteri ad essa attribuiti dai suoi membri mediante il trattato istitutivo o atti
a questo equiparabili. Un significativo temperamento del principio di attribuzione è costituito dalla teoria dei poteri
impliciti che si è sviluppata allo scopo di ampliare i poteri dello Stato federale a scapito di quelli degli Stati membri e
comporta che allo Stato federale spettino i poteri ad esso espressamente conferiti dalla Costituzione federale ma anche
tutti quegli ulteriori poteri che si rendano necessari per esercitare adeguatamente i poteri espressamente conferiti. Tale
regola si ritiene applicabile anche per ampliare i poteri di un’organizzazione internazionale. Nel trattato istitutivo della
Comunità europea esiste una disposizione espressa che dispone che quando un’azione della Comunità risulti
necessaria per raggiungere uno degli scopi della Comunità senza che il trattato abbia previsto i necessari poteri
d’azione, il Consiglio prende le disposizioni del caso. La teoria dei poteri impliciti si
pone in netta antitesi con la concezione di un tempo dominante, in virtù della quale i trattati internazionali in quanto
comportanti limitazioni della sovranità degli Stati parti, devono sempre interpretarsi restrittivamente. L’analogia tra
organizzazioni internazionali e Stati federali è assai discutibile quindi andare oltre l’originario significato della teoria
dei poteri impliciti per dedurre i poteri di un’organizzazione internazionale direttamente dai suoi fini statuari rischia di
provocare una crisi di rigetto.

PERSONALITA’ GIURIDICA DELLE ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI

La personalità giuridica internazionale comporta l’attitudine dell’organizzazione ad essere un centro di


imputazione di diritti ed obblighi in virtù di norme di diritto internazionale. Ci sono norme di diritto internazionale
generale che si rivolgono alle organizzazioni internazionali. Esse possono stipulare trattati
internazionali da cui discendono diritti ed obblighi veri e proprio e possono commettere illeciti di cui sono
internazionalmente responsabili. Riguardo all’acquisto della personalità internazionale sembra imprescindibile la
volontà degli Stati membri di creare un ente dotato di tale personalità. Tale volontà non è sufficiente, infatti ad essa
deve accompagnarsi, conformemente al principio dell’effettività, l’effettiva partecipazione dell’ente alla vita di
relazione internazionale come ente distinto dagli Stati membri.
L’atteggiamento assunto dagli Stati terzi può senz’altro facilitare l’acquisto della personalità internazionale da parte
dell’ente.

GLI ATTI NON VINCOLANTI DELLE ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI

In generale le organizzazioni internazionali non sono create per emanare direttamente norme giuridiche ma per
facilitare la cooperazione tra gli Stati membri, per questo motivo esse non hanno in genere il potere di adottare atti
vincolanti. Con il termine raccomandazioni internazionali si
indicano gli atti non vincolanti delle organizzazioni internazionali. Tali atti produrrebbero un effetto di liceità nel
senso che non potrebbe essere accusato di commettere un illecito internazionale uno Stato che, per ottemperare
alla raccomandazione,tenesse un comportamento contrario a un trattato o a una norma consuetudinaria. Inoltre le
raccomandazioni internazionali possono contribuire indirettamente alla formazione di norme internazionali
vincolanti,favorendo la successiva stipulazione di accordi o l’evoluzione del diritto consuetudinario.
Questo vale in particolare per le dichiarazioni dei principi che si
caratterizzano per il fatto di non raccomandare a uno o più Stati membri di tenere un determinato comportamento per
far fronte a una particolare situazione, ma di raccomandare a tutti gli Stati membri di osservare certe regole di
carattere generale ed astratto nei rapporti internazionali o al proprio diritto interno. Le raccomandazioni internazionali
non sono vere e proprie fonti di diritto internazionale ma appartengono alla categoria degli atti creativi di soft law.

GLI ATTI VINCOLANTI

Tra gli atti vincolanti delle organizzazioni internazionali occorre distinguere tra:

 Atti a rilevanza interna, destinati a produrre effetti nell’ambito del diritto interno dell’organizzazione
interessata riguardo al funzionamento e alla struttura dell’organizzazione. Ad esempio i regolamenti
procedurali, ripartizione delle spese ecc.
 Atti a rilevanza esterna ,destinati a produrre effetti nell’ambito del diritto internazionale creando diritti e
obblighi per gli Stati membri. Sono però poche le organizzazioni che possono adottare atti di tal genere.

ATTI VINCOLANTI DELL’ONU

L’ONU ha scarsi poteri normativi e questi sono attribuiti ai due organi politici principali. Nell’ambito dell’Assemblea
generale essa può discutere di qualsiasi questione rientrante nei fini dell’ONU ma le sue discussioni possono tradursi
esclusivamente in raccomandazioni indirizzate agli Stati membri o al Consiglio di sicurezza. L’unico caso in cui la
C.Onu attribuisce all’Assemblea il potere di adottare decisioni vincolanti riguarda la ripartizione delle spese
dell’Organizzazione tra gli Stati membri: si tratta si decisioni a prevalente rilevanza interna. Il Consiglio di sicurezza
ha maggiori poteri normativi come la soluzione pacifica delle controversie, il Consiglio può adottare solo
raccomandazioni. Solo raccomandazioni possono essere adottate anche nel caso dell’azione rispetto alle minacce alla
pace, alle violazione della pace e gli atti di aggressione.

ATTI VINCOLANTI DI ALTRE ORGANIZZAZIONI MONDIALI

Poche altre organizzazioni mondiali hanno il potere di adottare atti vincolanti per gli Stati membri, nella maggior parte
dei casi esse si limitano a predisporre dei trattati internazionali nelle materie della loro competenza.
Tra gli atti vincolanti ci sono anche gli atti
dell’ICAO ,l’organizzazione per l’aviazione civile internazionale. Questi atti entrano in vigore per tutti gli Stati
membri sotto forma si allegati all’Atto costitutivo, dopo tre mesi dalla loro comunicazione agli stessi se la
maggioranza non abbia notificato la sua disapprovazione:mentre le pratiche raccomandate sono atti non
giuridicamente cincolanti,gli atti denominati come norme sono vere e proprie fonti previste dall’accordo. Nel
caso della WHO, l’organizzazione mondiale della sanità, che può adottare dei regolamenti relativi alle procedure per
prevenire la diffusione delle epidemie,alla nomenclatura delle malattie, alle caratteristiche dei prodotti farmaceutici. I
regolamenti della WHO entrano in vigore solo per quegli Stati membri che entro un periodo di tempo prefissato non
abbiano comunicato il proprio dissenso.
La WTO è l’organizzazione mondiale del commercio e ha rilevanti competenze in materia di
soluzione delle controversie e di attuazione coercitiva del diritto.

ATTI NORMATIVI DELLE COMUNITA’ EUROPEE E DELL’UNIONE EUROPEA

Le Comunità europee hanno competenze normative esclusive nel senso che gli Stati membri sono obbligati a non
esercitare la propria attività normativa e tollerare che l’attività normativa venga esercitata esclusivamente dalle
istituzioni comunitarie. Gli atti normativi comunitari sono spesso dotati della diretta applicabilità all’interno degli Stati
membri. Gli atti delle istituzioni comunitarie vengono in considerazione come fonti di diritto comunitario, che è
l’ordinamento giuridico interno delle Comunità europee: essi vincolano anche le persone fisiche e giuridiche private.
Nella misura in cui creano anche diritti ed obblighi nei rapporti tra gli Stati membri,compresa la Comunità, gli atti
normativi comunitari sono anche fonte di diritto internazionale e vengono in considerazione i regolamenti, le direttive
e le decisioni che sono invece atti vincolanti anche se tali atti riguardano esclusivamente le Comunità europee.

RAPPORTI COL TRATTATO ISTITUTIVO

Nel caso specifico degli atti normativi delle organizzazioni internazionali essi non possono derogare al trattato
istitutivo salvo nel caso in cui questo consenta espressamente di essere derogato. Nelle organizzazioni internazionali
di tipo classico manca in genere un organo preposto al controllo di legittimità degli atti dell’organizzazione e pertanto
l’eventuale illegittimità di un atto dell’organizzazione può essere sanata dall’acquiescenza degli Stati membri
integrando o modificando lo stesso trattato istitutivo. Anche in questo le Comunità europee si differenziano dalle altre
organizzazioni internazionali: tra le competenze della Corte di giustizia delle comunità europee c’è anche quella di
annullare gli atti vincolanti delle istituzioni comunitarie sulla base dei ricorsi proposti dalle stesse o da altri Stati
membri.

CONTROVERSIE INTERNAZIONALI E LA LORO SOLUZIONE

Una controversia internazionale è un disaccordo su un punto di diritto o di fatto,una contraddizione,


un’opposizione di tesi giuridiche o di interessi tra due soggetti di diritto internazionale. Si classificano in:

a) Controversie politiche,che si fondano su criteri non giuridici come la giustizia,l’equità,l’opportunità ecc.


b) Controversie giuridiche in cui le parti si richiamano al diritto internazionale.

La nascita di una controversia internazionale si ha innanzitutto quando uno Stato avanza una pretesa tendente a far
prevalere il suo interesse e un altro Stato che si vede leso in un suo proprio interesse e vi si oppone contestando la
pretesa o non tenendo un comportamento richiestogli. Una controversia però può anche insorgere quando uno Stato
tiene in fatto un determinato comportamento tendente a far prevalere il suo interesse ma lesivo di un interesse altrui e
lo Stato leso eleva una protesta. L’estinzione di una controversia internazionale si ha se uno dei due Stati desiste
unilateralmente dal suo atteggiamento: può essere il primo Stato che desiste dalla pretesa o il secondo che finisce per
riconoscere la fondatezza della pretesa altrui o per adempiere alla pretesa tenendo il comportamento richiestogli;
oppure può accadere che lo Stato leso desista dal protestare e finisca per manifestare la sua acquiescenza al
comportamento lesivo. La soluzione di una controversia internazionale implica una valutazione
giuridicamente vincolante delle pretese contrapposte dalle parti. La soluzione della controversia presuppone sempre
l’accordo delle parti, se queste non si accordano non si ha la soluzione della controversia. Essa non si traduce
necessariamente nell’accertamento del diritto e può sfociare nella creazione di nuovo diritto se la controversia non
viene risolta applicando il diritto internazionale ma ricorrendo all’equità o ad altri criteri non giuridici.

 Le parti raggiungono direttamente un accordo risolutivo della controversia


 L’accordo può risolversi nella scelta di un mezzo di soluzione che comporta normalmente l’intervento di un
terzo imparziale. Esistono alcuni mezzi diplomatici che non si traducono in una valutazione vincolante ed
hanno il solo scopo di facilitare un accordo tra le parti. Esistono invece altri mezzi arbitrali o giudiziali che
si traducono in una sentenza internazionale che pone una valutazione vincolante per le parti in causa.

MEZZI DIPLOMATICI

Tra i mezzi diplomatici sono citati: il negoziato, i buoni uffici, la mediazione, la conciliazione e l’inchiesta.
Il negoziato è la fase
iniziale del procedimento di formazione di un accordo che si propone di raggiungere direttamente una soluzione nel
merito oppure di scegliere un mezzo di soluzione più sofisticato che implica l’intervento di un terzo imparziale. Il
ruolo del terzo è quello di facilitare l’accordo tra le parti.
I buoni uffici si hanno quando il terzo si limita a favorire l’inizio di un negoziato
tra le parti. La mediazione si ha quando il terzo partecipa al negoziato e cerca di mediare tra le parti per
facilitare l’accordo. Si ha la
conciliazione quando il ruolo del terzo è quello di suggerire alle parti la soluzione da dare alla controversia. Questo è
il più sofisticato tra i mezzi diplomatici e presenta delle affinità con l’arbitrato. Essa viene considerata un mezzo
diplomatico perché si conclude con un rapporto che ha valore di mera raccomandazione e le parti restano pur sempre
libere di accettarlo o di accordarsi diversamente.
Simile alla conciliazione è l’inchiesta, spesso affidata a una commissione di inchiesta composta da individui esperti
della materia. Consiste nel compito del terzo di procedere solo ad un accertamento imparziale dei fatti che sono alla
base della controversia senza però fornirne una valutazione.

I MEZZI ARBITRALI O GIUDIZIALI

I mezzi arbitrali o giudiziari sono caratterizzati dall’intervento di un terzo ma si traducono poi in una sentenza
internazionale che fornisce una valutazione della controversia che ha carattere vincolante per le parti. Se le parti della
controversia decidono di ricorrere ad un mezzo arbitrale o giudiziale esse vogliono che la controversia sia risolta
secondo diritto. In questo caso si tratta di una sentenza dispositiva, pur sempre vincolante, che consiste in una fonte di
nuovo diritto per le parti qualificabile come una fonte prevista da accordo.
Tra i mezzi in questione si distingue tra arbitrato e regolamento giudiziale. L’arbitrato si
caratterizza per il fatto che l’arbitro o il collegio arbitrale è scelto dalle parti della controversia. Attualmente gli Stati
preferiscono ricorrere all’arbitrato proprio per questo motivo. L’accordo, detto compromesso arbitrale, con cui le
parti di una controversia decidono di ricorrere all’arbitrato deve indicare l’arbitro o il collegio o almeno stabilire i
criteri per la sua individuazione e spesso deve anche specificare le regole di procedura che l’arbitro dovrà seguire per
arrivare alla sentenza finale detta lodo arbitrale. Il
regolamento giudiziale si caratterizza per il fatto che la soluzione della controversia è deferita da un tribunale
internazionale precostituito, la scelta della procedura e dei giudici non è rimessa alla libera determinazione delle parti
della controversia. (la differenza rispetto all’arbitrato è minima) Il primo vero tribunale precostituito fu la Corte
permanente di giustizia internazionale dell’Aia creato nel 1922.

L’OBBLIGO DI SOLUZIONE PACIFICA E LA LIBERTA’ DI SCELTA NEI MEZZI DI SOLUZIONE

Il fatto che la soluzione di una controversia presupponga necessariamente l’accordo tra le parti implica che la
controversia può restare irrisolta. Un punto fermo della soluzione delle controversie sta nel fatto che non può avvenire
mediante la forza armata: l’obbligo di soluzione pacifica delle controversie internazionali è sancito all’art.2 C.Onu e il
medesimo obbligo grava su tutti gli Stati. A questo obbligo si associa poi il generale divieto dell’uso della forza nelle
relazioni internazionali. Il principio della libertà di scelta dei mezzi di soluzione delle controversie internazionali
afferma che le parti devono perseguire una soluzione mediante negoziati, inchiesta, mediazione ecc. o altri mezzi
pacifici a loro scelta. Una limitazione alla libertà delle parti sta però nel fatto che il Consiglio di sicurezza può
intromettersi tra le parti facendo ad esse delle raccomandazioni. Tuttavia l’accordo con cui le parti scelgono uno di tali
mezzi può anche essere preventivo cioè precedere l’insorgere della controversia. Se il mezzo prescelto è un mezzo
diplomatico non è detto che si arrivi alla soluzione della controversia, ma se si tratta di un mezzo arbitrale o giudiziale
la controversia sarà risolta con una sentenza vincolante.

ACCORDI CHE IMPONGONO IL RICORSO A MEZZI ARBITRALI O GIUDIZIALI

Il ricorso all’arbitrato o al regolamento giudiziale può essere obbligatorio per le parti di una controversia in virtù di un
trattato generale di arbitrato o di regolamento giudiziale, cioè di un trattato che preveda che tutte le controversie future
debbano essere risolte con tali mezzi. Lo stesso discorso vale se la controversia riguarda l’interpretazione di un trattato
relativo a una specifica materia. In alcuni casi il trattato si limita ad obbligare le parti a stipulare un compromesso
arbitrale o un accordo con cui la controversia viene deferita al regolamento giudiziale, in tali casi si ha un pactum de
contrahendo e l’obbligo di ricorrere all’arbitrato o al regolamento mediante la stipulazione di un accordo successivo.
In altri casi ancora l’obbligo di sottoporsi ad arbitrato o al regolamento giudiziale è completo nel senso che non è
necessaria la stipulazione di alcun accordo successivo e ciascuna parte della controversia può instaurare il
procedimento arbitrale o giudiziale con un’istanza unilaterale.
Altri trattati multilaterali prevedono direttamente la competenza obbligatoria della Corte internazionale di giustizia ma
contengono delle clausole di opting out, che consentono a ciascuno Stato parte di svincolarsi dall’obbligo di
sottoporre le future controversie di cui fosse parte al regolamento giudiziale.

SOLUZIONE DELLE CONTROVERSIE TRA LE ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI

I procedimenti di soluzione delle controversie previsti nell’ambito di organizzazioni internazionali


possono avere il solo scopo di facilitare un accordo tra le due parti e vanno allora classificati tra i mezzi diplomatici o
mezzi arbitrali. Nell’ambito dell’Organizzazione
delle Nazioni Unite la C.Onu per le controversie potenzialmente pericolose per la pace e la sicurezza internazionale
obbliga le parti a tollerare che il Consiglio di Sicurezza faccia loro delle raccomandazioni (mezzo diplomatico) . Il
Consiglio può:

a) Limitarsi ad un invito generico alle parti a scegliere un mezzo di soluzione alla controversia.
b) Invitarle a scegliere uno specifico mezzo di soluzione, anche predisposto ad hoc dal Consiglio.
c) Fare opera di conciliazione entrando nel merito della controversia e raccomandando alle parti la soluzione
ritenuta più adeguata
d) Effettuare un’inchiesta.
e) Fare raccomandazioni alle parti di una controversia anche a prescindere dal loro consenso.

Il caso dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) è diverso perche essa presiede alla negoziazione e
all’applicazione dei più importanti trattati multilaterali relativi al commercio internazionale. Nel suo ambito è stato
predisposto un meccanismo di soluzione delle controversie commerciali internazionali molto originale e complesso di
tipo giudiziale. Tale meccanismo è regolato dall’Intesa sulle norme e le procedure per la soluzione delle
controversie,un accordo allegato al trattato istitutivo ma vincolante per tutti i membri. Tuttavia anche l’Intesa WTO
lascia gli Stati liberi di raggiungere direttamente una soluzione concordata o di ricorrere di comune accordo a buoni
uffici, mediazione, conciliazione o arbitrato.

PROCEDIMENTI DI ACCERTAMENTO DEL DIRITTO

Esistono attualmente vari trattati che predispongono dei meccanismi di accertamento che possono essere attivati
indipendentemente dall’insorgere di una controversia. Si tratta di trattati relativi alla protezione dei diritti
dell’uomo,alla protezione dell’ambiente e al disarmo o controllo degli armamenti.
In alcuni casi si tratta di procedimenti di controllo
che hanno lo scopo di verificare e facilitare l’adempimento degli obblighi derivanti dal trattato, anche allo scopo di
prevenire eventuali controversie. La procedura di controllo in genere non ha esito vincolante.
In altri casi si tratta invece di procedimenti contenziosi che coinvolgono uno Stato e un individuo. Particolarmente
significative sono le competenze di alcuni organi creati per verificare l’adempimento degli obblighi relativi alla
protezione dei diritti dell’uomo. In altri casi ancora di tratta di procedimenti penali che
vedono un individuo in veste di imputato cui si contrappone l’interesse collettivo degli Stati all’accertamento del reato
commesso e all’applicazione di una sanzione.
Infine può trattarsi di procedimenti che mirano soprattutto ad accertare la corretta applicazione delle norme
appartenenti all’ordinamento interno di un’organizzazione internazionale.

RESPONSABILITA’ INTERNAZIONALE

La responsabilità degli Stati riguarda gli Stati sovrani e indipendenti. Nulla esclude però che si possa configurare
una responsabilità internazionale di soggetti non statali ovvero quegli enti che partecipano alla vita di relazione
internazionale su di un piano di parità con gli Stati sovrani e indipendenti, in particolare le organizzazioni
internazionali. La responsabilità internazionale deriva da fatti internazionalmente
illeciti e si parla di essa anche in relazione ad una responsabilità derivante da fatti internazionalmente illeciti. Ci
sono pochi casi in cui il diritto internazionale riconduce a tali attività come un obbligo di risarcimento del danno o un
obbligo di ripristino dello status quo ante.

NORME PRIMARIE E SECONDARIE E REGIMI SPECIALI DI RESPONSABILITA’

Caratteristica fondamentale del Progetto di articoli sulla responsabilità degli Stati adottato nel 2001 è quello di
disciplinare la distinzione tra norme secondarie relative alle conseguenze della violazione delle norme
primarie,indipendentemente dal contenuto di queste ultime. Ogni fatto internazionalmente illecito comporta la sua
responsabilità internazione e così si è affermata l’esistenza di un sistema generale di responsabilità comune a tutte le
materie. Il progetto però afferma che le regole generali in esso contenute non escludono
l’applicazione di norme speciali di diritto internazionale relative tanto alle condizioni per l’esistenza di un fatto
internazionalmente illecito quanto al contenuto o alla messa in opera della responsabilità internazionale di uno Stato.

ELEMENTI COSTITUTIVI DELL’ILLECITO INTERNAZIONALE

Un fatto internazionalmente illecito sussiste quando un comportamento consistente in un’azione o in un’omissione


può essere attribuito allo Stato alla stregua del diritto internazionale o quando costituisce una violazione di un obbligo
internazionale dello Stato. Si individuano così due elementi costitutivi dell’illecito: l’imputabilità o elemento
soggettivo e l’antigiuridicità o elemento oggettivo. La colpa non ha carattere di elemento costitutivo dell’illecito
perché la responsabilità dello Stato viene in genere fatta discendere dalla semplice violazione di un obbligo ad esso
imputabile. Relativamente al danno esistono norme internazionali la cui violazione può non causare alcun
danno inteso come un pregiudizio inerente alla stessa antigiuridicità del comportamento statale rispetto alla quale esso
non ha nessuna autonomia.

L’IMPUTABILITA’ DEL COMPORTAMENTO ALLO STATO

Riguardo all’elemento soggettivo dell’illecito lo Stato risponde del comportamento dei suoi organi. Un organo
comprende qualsiasi persona o ente che rivesta tale posizione secondo il diritto interno dello Stato e sono irrilevanti le
funzioni legislative esecutive giudiziarie che l’organo esercita come pure lo è la sua posizione nell’organizzazione
dello Stato. Lo Stato poi risponde anche del comportamento di persone o enti che, pur non qualificabili come suoi
organi, sono tuttavia abilitati dal suo diritto interno ad esercitare prerogative dell’autorità di governo purché abbiano
agito in tale qualità. (ad esempio casi in cui le forze di polizia di uno Stato abbiano agito per fini diversi da quelli
istituzionali). Lo stesso progetto poi riconosce che ci sono casi in cui il diritto internazionale assimila a fatti dello
Stato anche fatti di persone o gruppi di persone che un base al diritto interno vengono qualificati come organi di fatto
ovvero situazioni in cui una persona o un gruppo di persone di fatto esercita prerogative dell’autorità di governo in
assenza o in mancanza delle autorità ufficiali. Ma si può avere anche una tale condizione quando la persona o il
gruppo di persone agiscono su istruzioni o sotto la direzione o il diretto controllo di quello Stato nel porre in essere
quel comportamento. Può addirittura
accadere che lo Stato risponda del comportamento di organi di altri soggetti, in riferimento al caso in cui l’organo sia
stato posto a disposizione dello Stato da un altro Stato, in tal caso lo Stato risponde del comportamento dell’organo
altrui se questo agisce nell’esercizio di prerogative della sua autorità di governo. Infine vengono citati anche i casi in
cui uno Stato debba rispondere di un comportamento che lo Stato abbia riconosciuto e adottato come proprio.

L’ANTIGIURIDICITA’ DEL COMPORTAMENTO STATALE

L’elemento oggettivo dell’illecito è costituito dall’antigiuridicità del comportamento attribuibile ad uno Stato: deve
trattarsi quindi di un comportamento contrario a un obbligo che incombe allo Stato in virtù di una norma
internazionale in vigore al momento in cui si compie l’illecito.

Importanza fondamentale la riveste il contenuto della norma primaria da cui discende l’obbligo e che ne determina la
struttura. Per questo si sono disposte una serie di distinzioni tra illeciti:

 Illeciti commissivi e illeciti omissivi,


 La distinzione ritenuta più rilevante è quella che determina il momento in cui l’illecito deve ritenersi
perfezionato. Si parla di illeciti istantanei che si perfezionano nel momento in cui il fatto dello Stato si
produce anche se i suoi effetti perdurano. Si parla poi di illeciti a carattere continuativo che si estendono per
tutto il tempo durante il quale il fatto continua e rimane non conforme all’obbligo internazionale. (illeciti
complessi che consistono in una serie di azioni o omissioni come il genocidio o i crimini contro l’umanità)

CAUSE DI ESCLUSIONE DELL’ILLICEITA’

Le cause di esclusione dell’illiceità sono quelle che escludono l’antigiuridicità del comportamento statale purchè non
si tratti di un comportamento contrario a una norma imperativa. Oltre a provocare l’invalidità o l’estinzione dei
contrari accordi,le norme cogenti sono norme la cui violazione non può mai essere giustificata. La possibilità di
invocare una causa di esclusione dell’illiceità non pregiudica la questione dell’indennizzo di ogni perdita effettiva
causata dal fatto in questione. Le norme cogenti ad esempio vietano l’aggressione,il genocidio, la riduzione in
schiavitù ecc. Tra le cause di esclusione dell’illecito vengono elencate innanzitutto le due principali forme che assume
l’autotutela:

1. La legittima difesa che esclude l’illiceità del ricorso alla forza armata in presenza di un attacco armato altrui.
2. La rappresaglia,oggi denominata anche contromisura che invece esclude l’illiceità dei comportamenti non
implicanti l’uso della forza armata per reagire ad un qualsiasi illecito altrui.

Vengono in considerazione alcune circostanze che non presuppongono un illecito altrui. La prima di tali circostanze è
il consenso dell’avente diritto, che esclude l’illiceità di un comportamento nei soli confronti dello Stato consenziente.
Tale consenso deve essere espresso in maniera chiara e non deve essere viziato da cause di invalidità. Deve inoltre
essere preventivo o almeno contestuale e il comportamento non deve eccedere i limiti del consenso.
Il secondo elemento è la forza maggiore,intesa come il sopravvenire di una forza irresistibile o di
un avvenimento imprevedibile fuori dal controllo dello Stato, che rende materialmente impossibile nelle circostanze
agire in conformità all’obbligo. In ogni caso non deve trattarsi di una situazione dovuta al comportamento dello Stato
né di una situazione del cui verificarsi lo Stato abbia preventivamente accettato il rischio.
Viene poi citato il caso dell’estremo pericolo,esso è volontario ma
costituisce l’unico mezzo che un individuo il cui comportamento è imputabile allo Stato ha ragionevolmente a
disposizione per salvare la propria vita o quella di persone affidate alle sue cure. La situazione non deve essere causata
dal comportamento dello Stato e inoltre non deve essere suscettibile di creare un pericolo comparabile o più grave.
L’estremo pericolo è una sottospecie dello stato di necessità, di cui si parla quando non è in pericolo la vita o
l’integrità fisica dell’individuo-organo statale, ma è in pericolo un interesse essenziale dello Stato nel suo complesso.
Lo Stato non deve aver contribuito al verificarsi dello stato di necessità e il comportamento in sé illecito deve essere il
solo mezzo che esso ha a disposizione per salvaguardare un proprio interesse essenziale da un pericolo grave e
imminente. Il
fatto che uno Stato si sia comportato in conformità con i principi fondamentali della sua Costituzione non costituisce
un’autonoma causa di esclusione dell’illecito né della responsabilità.

LA PARTECIPAZIONE DI UNO STATO ALL’ILLECITO DI UN ALTRO STATO

Esistono tre forme di coinvolgimento dello Stato in un illecito altrui:

1) L’aiuto o assistenza forniti da uno Stato nella commissione di un fatto internazionalmente illecito da parte di
un altro Stato. È il secondo Stato che commette l’illecito e ne è responsabile. L’assistenza diviene illecita se
ha causato o contribuito alla commissione dell’illecito altrui. Pertanto aiutare uno Stato a violare un obbligo
che non è in vigore per lo Stato che fornisce assistenza non costituisce illecito.
2) La direzione e controllo esercitati da uno Stato nei confronti di un altro. Deve trattarsi di un fatto illecito che
sarebbe stato illecito anche se fosse stato commesso dallo Stato che ha impartito le direttive.
3) La coercizione, il caso più grave, di uno Stato da parte di un altro. Deve trattarsi di forme di coercizione che
privano lo Stato coartato della possibilità di tenere un comportamento diverso. Non deve necessariamente
trattarsi di un fatto che viola un obbligo in vigore anche per lo Stato autore della coercizione, deve piuttosto
trattarsi di un fatto che sarebbe stato qualificabile come un illecito dello Stato coartato anche in assenza della
coercizione.

In tutti questi casi ciò che caratterizza le regole adottate è il rilievo attribuito all’atteggiamento psicologico dello Stato
coinvolto nell’illecito altrui in deroga al regime generale di responsabilità oggettiva, deve avere comunque la
consapevolezza delle circostanze del fatto.

IL RAPPORTO DI RESPONSABILITA’

L’illecito fa sorgere una serie di obblighi nuovi in cui si sostanzia la responsabilità internazionale dello Stato, tutto ciò
in virtù di specifiche norme consuetudinarie che vengono denominate norme secondarie per distinguerle dalla norma
primaria che è quella che lo Stato ha violato. Tale responsabilità si sostanzia in due obblighi fondamentali:

 L’obbligo di cessazione e non reiterazione, consiste nell’obbligo di porre fine al fatto internazionalmente
illecito e viene in considerazione in caso di illecito a carattere continuativo nelle sue varie specificazioni.
L’obbligo di cessazione non è un obbligo discendente da una norma secondaria ma deriva dall’applicazione
permanente della stessa norma primaria violata. Vi è poi il caso dell’obbligo di fornire adeguate assicurazione
e garanzie di non reiterazione e riguarda sia gli illeciti istantanei sia gli illeciti a carattere continuativo. Il
problema qui però si pone per l’incertezza del confine tra questo obbligo e l’obbligo di soddisfazione che è
una delle forme che può assumere l’obbligo di riparazione dell’illecito.
 L’obbligo di riparazione mira ad eliminare le conseguenze dell’illecito e sussiste nell’ipotesi in cui questo
abbia causato un pregiudizio per lo Stato che fa valere la responsabilità. Lo Stato responsabile ha l’obbligo di
prestare integrale riparazione per il pregiudizio causato dal fatto internazionalmente illecito e il pregiudizio
non deve essere troppo remoto. Inoltre il pregiudizio comprende ogni danno, sia materiale sia morale, causato
dal fatto internazionalmente illecito di uno Stato. L’integrale riparazione del
pregiudizio può assumere tre forme: restituzione, risarcimento e soddisfazione, singolarmente o in
combinazione. La colpa dello Stato non è considerata un elemento costitutivo dell’illecito e può avere
rilevanza in sede di graduazione della responsabilità.
1. La restituzione consiste nell’obbligo di ristabilire la situazione che esisteva prima che il fatto illecito
fosse commesso. È previsto come conseguenza generale dell’illecito a meno che essa non sia
materialmente impossibile oppure non comporti un onere sproporzionato.
2. Il risarcimento copre ogni danno suscettibile di valutazione economica ivi compreso ul mancato
guadagno nella misura in cui sia determinato. Vanno pagati anche gli interessi, i quali maturano dal
giorno in cui la somma capitale avrebbe dovuto essere pagata al giorno in cui l’obbligo di pagamento
è adempiuto. In questo ambito rientra anche il danno materiale subito dallo Stato.
3. Quanto al danno morale subito dallo Stato (l’offesa al suo onore e alla sua dignità) si tratta di un
pregiudizio non matrimonialmente valutabile e la riparazione può assumere la forma della
soddisfazione. La soddisfazione può consistere in un riconoscimento della violazione, una
manifestazione di rincrescimento,scuse formali o altra modalità adeguata. Altra forma che può
assumere la riparazione è la punizione dell’individuo-organo che ha materialmente commesso
l’illecito. Anche la prestazione di idonee garanzie di non reiterazione può costituire una forma di
soddisfazione e il confine tra i due obblighi non è sempre agevole.

RESPONSABILITA’ AGGRAVATA PER LA VIOLAZIONE DI NORME IMPERATIVE (o crimini internazionali)

Il presupposto di responsabilità aggravata prefigurata nel Progetto è costituito da una grave violazione di una norma
imperativa del diritto internazionale generale. Le conseguenze della violazione sono ordinarie ma ce ne sono due
ulteriori consistenti nell’obbligo per tutti gli Stati di cooperare per porre fine con mezzi leciti alla violazione e
nell’obbligo per tutti gli Stati di non riconoscere come legittima la situazione creata dall’illecito e di non prestare aiuto
o assistenza nel suo mantenimento.
Un’ulteriore conseguenza della violazione di norme imperative, poiché costituiscono obblighi erga omnes, risiede nel
fatto che la loro violazione legittima ogni Stato ad invocare la responsabilità dello Stato autore dell’illecito.

LEGITTIMAZIONE A INVOCARE LA RESPONSABILITA’ DELLO STATO E OBBLIGHI SOLIDALI

È possibile ipotizzare l’esistenza di un numero ristretto di norme istitutive di obblighi solidali che tutelano interessi di
un gruppo della società internazionale nel suo insieme e la cui violazione costituisce un illecito nei confronti di quel
gruppo di Stati o dell’intera società internazionale. Sono norme che istituiscono obblighi erga omnes.
Le norme di ius cogens sono anche norme istitutive di obblighi erga omnes
come la norma che vieta l’aggressione e delle norme fondamentali del diritto internazionale dei conflitti armati. La
categoria delle norme istitutive di obblighi erga omnes non coincide con quella delle norme cogenti in quanto non può
escludersi che esistano norme particolari poste da trattati multilaterali a tutela degli interssi collettivi del gruppo degli
Stati parti. Il Progetto ammette la possibilità di invocare la
responsabilità non solo da parte dello Stato leso ma anche da parte di Stati diversi. Tale possibilità sussiste in casi do
norme istitutive di vincoli solidali cioè quando l’obbligo violato si pone nei confronti della comunità internazionale
nel suo complesso e quando esso sussiste nei confronti di un gruppo di Stati ed è stabilito a tutela di un interesse
collettivo del gruppo.

RESPONSABILITA’ DI SOGGETTI NON STATALI


L’autore dell’illecito può essere chiamato a rispondere in forme non molto diverse da quelle proprie della
responsabilità internazionale dello Stato. Le regole della responsabilità internazionale degli Stati possono applicarsi
anche agli altri enti soggetti del diritto internazionale. Il comportamento dei movimenti
insurrezionali può essere attribuito allo Stato ai fini della responsabilità internazionale di questo. In linea di principio
lo Stato non risponde del comportamento degli insorti. Esiste comunque una norma internazionale che imputa allo
Stato gli illeciti precedentemente commessi dal governo insurrezionale. Il
comportamento delle organizzazioni internazionali non pregiudica qualsiasi questione relativa alla responsabilità
secondo il diritto internazionale di un’organizzazione internazionale o di uno Stato per il comportamento di
un’organizzazione internazionale.

CONTROMISURE NON IMPLICANTI L’USO DELLA FORZA ARMATA

La contromisura è un comportamento dello Stato che è in sé contrario ad un obbligo internazionale dello Stato
stesso ma che diviene lecito se lo Stato vi ricorre per reagire ad un illecito altrui allo scopo di indurre l’autore
dell’illecito a cessarlo e a far fronte alla propria responsabilità internazionale. La rappresaglia/contromisura va
distinta dalla ritorsione poiché pur costituendo una reazione all’illecito altrui se ne differenzia per il fatto di essere
costituita da un comportamento in sé lecito e che non richiede alcuna causa di giustificazione. Il
presupposto necessario per l’adozione di una contromisura è l’illecito altrui e l’effetto di esclusione dell’illiceità si
produce esclusivamente nei rapporti tra lo Stato che adotta la contromisura e lo Stato autore del primo illecito.

CONTROMISURA COME STRUMENTO DI ATTUAZIONE COERCITIVA NEL D.I.

La finalità della contromisura è quella di indurlo a cessare l’illecito e a cancellarne nella misura del possibile gli
effetti, si tratta quindi di una funzione di garanzia dell’ordine giuridico violato. La contromisura ha
necessariamente carattere temporaneo e pur consistendo in un comportamento in sé contrario ad un obbligo
internazionale dello Stato che vi ricorre deve essere adottata in modo tale da permettere la ripresa dell’adempimento di
quell’obbligo. La contromisura costituisce insieme alla legittima difesa la più importante forma di
autotutela. Quest’ultima rappresenta il modo in cui gli Stati provvedon in maniera decentrata all’attuazione coercitiva
del diritto internazionale.

INAMMISSIBILITA’ DI CONTROMISURE IMPLICANTI L’USO DELLA FORZA ARMATA

Questa è un’altra modalità di esercizio dell’autotutela ed è attualmente consentito solo a titolo di legittima difesa
oppure nell’ambito del sistema di sicurezza collettiva dell’ONU. L’autotutela nel diritto internazionale moderno può
consistere esclusivamente in contromisure non implicanti il ricorso alla forza armata.
Non è più ammessa la rappresaglia armata e il divieto di ricorrervi
riguarda esclusivamente il ius ad bellum cioè la normativa internazionale sulla liceità del ricorso alla forza armata nei
rapporti internazionali. Lo ius in bellum invece è la normativa internazionale sulla condotta delle ostilità e si applica a
tutti i belligeranti e ammette il ricorso alla rappresaglia.

INAMMISSIBILITA’ DI CONTROMISURE CONTRARIE ALLO IUS COGENS

Le contromisure non possono pregiudicare né gli obblighi di tutela dei diritti umani fondamentali né gli obblighi di
carattere umanitario che vietano le rappresaglie né gli altri obblighi derivanti da norme imperative di diritto
internazionale generale. È proprio il carattere imperativo che impedisce di giustificarsi la violazione a titolo di
rappresaglia o contromisura. Dal momento che le norme imperative sono anche norme
istitutive di obblighi solidali se anche si potesse giustificarne la violazione nei confronti dello Stato autore dell’illecito
contro il quale si intende reagire, la causa di giustificazione sarebbe inoperante nei confronti di tutti gli altri Stati.

INAMMISSIBILITA’ DI CONTROMISURE RELATIVE AI RAPPORTI DIPLOMATICI E CONSOLARI

Uno Sato che adotta contromisure non è esentato dal’adempiere ai propri obblighi relativi al’inviolabilità degli agenti,
dei locali, degli archivi e dei documenti diplomatici o consolari. Viene impedita dolo la violazione delle norme dirette
a garantire la sicurezza e l’inviolabilità degli agenti diplomatici e consolari.
L’esclusione delle contromisure ha lo scopo di evitare che i membri del
personale diplomatico e consolare si trasformino in ostaggi in caso di illeciti ascritti allo Stato ospite allo Stato di
invio.

LE CONDIZIONI PROCEDURALI PER IL RICORSO ALLE CONTROMISURE

Il rapporto tra l’adozione di una contromisura e gli obblighi relativi alla soluzione delle controversie internazionali
pone il problema del caso di controversia tra lo Stato che intende ricorrere ad una contromisura e lo Stato accusato
dell’illecito, gli obblighi relativi alla soluzione delle controversie internazionali limitano la possibilità di adottare la
contromisura. Lo Stato che intende far valere la responsabilità internazionale di
un altro Stato deve comunicare la propria pretesa a quello Stato specificando il comportamento che lo Stato
responsabile dovrebbe tenere per porre fine all’illecito e la forma che dovrebbe assumere la riparazione. Lo Stato leso
può adottare le contromisure urgenti che siano necessarie per preservare i propri diritti. Le contromisure non
pregiudicano gli obblighi derivanti da procedure di soluzione delle controversie applicabili nei rapporti con lo Stato
responsabile. La possibilità di adottare contromisure viene sospesa solo qualora l’illecito sia cessato e nel caso in cui
la controversia sia pendente dinanzi ad una corte o a un tribunale che abbia il potere di adottare decisioni vincolanti
per le parti. Deve
trattarsi di un obbligo tale da assicurare in maniera effettiva il rispetto dei diritti dello Stato leso: se le parti della
controversia si sono assoggettate a un procedimento arbitrale o giudiziale, alle contromisure adottate unilateralmente
dovrebbero sostituirsi le misure cautelari disposte dal tribunale.

PROPORZIONALITA’ DELLE CONTROMISURE E IL TERMINE FINALE

Nell’ambito della proporzionalità le contromisure devono essere commisurate al pregiudizio subito, tenendo conto
della gravità del fatto internazionalmente illecito e dei diritti in gioco. Le contromisure non devono essere
necessariamente reciproche o identiche, cioè consistere nella violazione dello stesso obbligo violato dall’autore
dell’illecito contro cui si vuole reagire. La proporzionalità va commisurata al pregiudizio subito dallo
Stato leso, proporzionalità quantitativa, ma tenendo anche conto dell’importanza della norma violata e della gravità
della violazione, proporzionalità qualitativa. Le
contromisure devono cessare appena lo Stato responsabile si sia conformato ai suoi obblighi e quindi all’obbligo
di porre fine all’illecito e all’obbligo di riparazione.

L’AMMISSIBILITA’ DI CONTROMISURE COLLETTIVE

In presenza di un attacco armato è ammessa la legittima difesa collettiva. È dubbio però che la violazione di un
obbligo solidale autorizzi tutti gli Stati nei cui confronti l’obbligo sussiste ad adottare contromisure nei confronti dello
Stato autore dell’illecito. Si prevede inoltre che uno Stato diverso da quello leso possa invocare la responsabilità dello
Stato autore dell’illecito chiedendo la cessazione dell’illecito stesso e la riparazione. Sulle contromisure ci si limita a
dichiarare impregiudicato il diritto di ogni Stato diverso dallo Stato leso di adottare misure lecite contro lo Stato autore
dell’illecito per assicurare la cessazione della violazione e la riparazione nell’interesse dello Stato leso e dei
beneficiari dell’obbligo violato.

LIMITI CONVENZIONALI ALLA POSSIBILITA’ DI ADOTTARE CONTROMISURE

Sulla possibilità di adottare contromisure esistono norme speciali che un vario modo limitano tale possibilità: gli Stati
parti di un trattato possono limitare convenzionalmente il diritto di adottare contromisure in caso di violazione di quel
trattato da parte di uno di essi. Le limitazioni che derivano dall’appartenenza a certe
organizzazioni internazionali come l’Unione europea, i cui trattati istitutivi hanno il proprio sistema di attuazione
coercitiva. Le controversie della WTO prevedono che solo dopo l’esaurimento delle
procedure di soluzione delle controversie previste nell’Intesa medesima, qualora una parte non dia esecuzione ad una
decisione in un termine ragionevole, l’altra parte possa sospendere le concessioni e gli altri obblighi derivanti dagli
accordi commerciali multilaterali. Inoltre è prevista la possibilità di adottare contromisure è subordinata ad
un’autorizzazione da parte dell’Organo per la soluzione delle controversie.

IUS AD BELLUM E IUS IN BELLO

Le norme internazionali vengono classificate in due corrispondenti categorie:


 Norme che stabiliscono quando è lecito ricorrere alla forza armata (ius ad bellum)
 Norme che disciplinano lo svolgimento del conflitto armato (ius in bello)

LA GUERRA E LE AZIONI MILITARI AL DI FUORI DELLA GUERRA

Dal punto di vista giuridico la guerra veniva definita come un conflitto armato regolato dal diritto internazionale di
guerra (ius in bello), il ricorso alla guerra si riteneva del tutto libero e l’uso della forza in caso di guerra non
necessitava di alcuna giustificazione. Lo stato di guerra comportava l’applicazione del diritto internazionale di guerra,
la sospensione dell’applicazione del diritto internazionale di pace compresa la norma che tutela la sovranità
territoriale. Ai fini dell’instaurazione dello stato di guerra si riteneva indispensabile che almeno uno degli Stati
coinvolti nel conflitto avesse manifestato la sua volontà di muover guerra, esplicitamente o almeno implicitamente.
Il diritto internazionale
tradizionale ammetteva la possibilità di configurare un conflitto armato non qualificabile tecnicamente come guerra e
regolato dal diritto internazionale di pace. A differenza del ricorso alla guerra l’uso della forza al di fuori della guerra
non era libero ma doveva fondarsi su di una causa di esclusione dell’illecito.

IL DIVIETO DELL’USO DELLA FORZA NEI RAPPORTI INTERNAZIONALI

L’ART. 2 C.Onu afferma che i Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso
della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato sia in qualunque altra maniera
incompatibile con i fini delle Nazioni Unite. Oltre all’uso della forza armata è vietata anche la
semplice minaccia dell’uso della forza nelle relazioni internazionali. Si ammettono poi varie eccezioni che hanno
riguardo all’obiettivo dell’atto senza che tutti siano d’accordo su tali eccezioni. Il divieto della minaccia e dell’uso
della forza nelle relazioni internazionali è da tutti menzionato come esempio di norma cogente sostenuta da una
particolare opinio iuris che ne sancisce l’inderogabilità. In particolare
non è illecito l’uso della forza in territorio altrui con il consenso del sovrano territoriale, il consenso non può
giustificare la violazione di una norma cogente ma può giustificare un uso della forza non qualificabile come
aggressione.

ECCEZIONI AL DIVIETO DELL’USO DELLA FORZA

Il divieto della minaccia e dell’uso della forza subisce tre eccezioni di cui solo due sono attualmente rilevanti.

 Il divieto è collegato alle competenze attribuite alla stessa ONU nel mantenimento della pace e della sicurezza
internazionale. Il sistema di sicurezza collettiva dell’ONU consente al Consiglio di sicurezza di decidere
l’adozione di misure implicanti l’uso della forza armata.
 Vi è poi la possibilità di ricorrere ad un’azione coercitiva nei confronti di uno Stato ex nemico ma tale
disposizione è stata tacitamente abrogata.
 L’unico caso in cui è ammesso l’uso unilaterale della forza in assenza di un’azione del Consiglio di sicurezza
dell’ONU è costituito dalla legittima difesa individuale e collettiva.

IL PRESUPPOSTO DELLA LEGITTIMA DIFESA

Si ritiene necessario un attacco armato in atto e si esclude la legittima difesa preventiva per reagire alla semplice
minaccia dell’uso della forza. Quanto al vero e proprio attacco armato si ritiene che non sia sufficiente una qualsiasi
violazione del divieto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali ma che sia invece necessaria una violazione
particolarmente qualificata. La legittima difesa è invocabile solo in presenza di un atto di aggressione o in presenza di
un attacco terroristico proveniente dall’esterno. Vi è
poi l’aggressione indiretta, tra gli atti di aggressione è previsto anche l’invio da parte o per conto di uno Stato di
bande armate, gruppi irregolari o mercenari che commettano atti di forza armata contro un altro Stato di gravità tale da
costituire un atto di aggressione.

N.B. Caso Nicaragua

CARATTERI DELL’USO DELLA FORZA A TITOLO DI LEGITTIMA DIFESA


Per potersi giustificare a titolo di legittima difesa l’uso della forza armata deve soddisfare i criteri della necessità e
della proporzionalità. Tali criteri esprimono l’idea che l’uso della forza è giustificato solo se è necessario per reagire
all’attacco armato e se è proporzionato a tale scopo. Per valutare il rispetto della proporzionalità occorre aver riguardo
all’operazione militare complessiva in questa si inserisce. Il terzo criterio è quello dell’immediatezza. Lo Stato che
invoca la legittima difesa deve portare a conoscenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu le misure intraprese: non sono
ammesse le azioni clandestine. È inoltre previsto un termine finale nel
senso che la legittima difesa deve cessare se il Consiglio di sicurezza intraprende le misure necessarie per mantenere
la pace e la sicurezza internazionale. La legittima difesa può essere anche collettiva nel senso che è ammesso
l’intervento di altri Stati a fianco della vittima dell’attacco armato per aiutarla a difendersi, può trattarsi di assistenza
finanziaria, logistica ecc. è
necessaria una richiesta di intervento da parte dello Stato vittima dell’attacco, ma anche in presenza di una tale
richiesta gli Stati terzi non sono obbligati a intervenire.

TENDENZA A CONFIGURARE ALTRE ECCEZIONI AL DIVIETO

La dottrina tende ad ammettere anche casi in cui si può ricorrere alla forza armata anche al di la della legittima difesa.
Il primo caso è quello dell’intervento a protezione dei cittadini all’estero, che consiste nell’intervento militare in
territorio altrui per mettere in salvo cittadini dello Stato interveniente che si trovino in pericolo quando lo Stato
territoriale non sia in grado di intervenire. Non riconducibile alla legittima difesa è l’intervento di umanità che
consiste nell’intervento militare il territorio altrui per reagire a gravi violazioni dei diritti dell’uomo da parte dello
Stato territoriale o commesse in tale Stato senza che questo sia in grado o abbia la volontà di intervenire. A proposito
del caso Nicaragua la Corte internazionale di giustizia ha affermato che l’uso della forza non può considerarsi un
mezzo appropriato per verificare e assicurare il rispetto dei diritti dell’uomo. L’intervento armato in territorio altrui è
lecito se avviene con il consenso del sovrano territoriale. Il consenso può giustificare un intervento per proteggere i
cittadini stranieri, un intervento umanitario ecc. e deve però provenire dal governo fantoccio e deve essere valido.

L’APPLICAZIONE DEL DIRITTO NEI CONFLITTI ARMATI

A partire dalle quattro Convenzioni di Ginevra del 1949 lo ius in bello si applica a qualsiasi conflitto armato
internazionale (guerra in senso materiale) indipendentemente dal formale riconoscimento dello stato di guerra da parte
di almeno uno dei belligeranti. Attualmente il diritto internazionale regola anche i conflitti armati interni. Uno Stato
può legittimamente ricorrere alla forza per reprimere un’insurrezione al suo interno ma tale Stato non è più libero di
usare la forza senza limiti. In presenza di situazioni di tensioni o disordini interne ad uno Stato e caratterizzate da atti
isolati e sporadici di violenza non si ritiene superata la soglia del conflitto armato e la libertà dello Stato di reagire a
tali situazioni trova un limite nelle norme relative alla tutela dei diritti dell’uomo. Lo ius in bello si
caratterizza per l’eguaglianza dei belligeranti nel senso che tutte le parti del conflitto internazionale o interno sono
tenute a rispettarne le norme, indipendentemente dal fatto che abbiano fatto ricorso alla forza armata legittimamente o
illegittimamente alla luce dello ius ad bellum. Oggi si ammette che le gravi violazioni del diritto dei conflitti armati
costituiscono crimini di guerra e comportano la responsabilità penale individuale dell’autore.
Solo nei conflitti internazionali i membri delle forze armate degli Stati belligeranti sono legittimi combattenti: possono
cioè legittimamente prendere parte alle ostilità, in caso di cattura essi hanno diritto al trattamento di prigioniero di
guerra e non possono essere puniti per il fatto in sé di aver preso parte al conflitto.
Il Protocollo del 1977 ha equiparato ai conflitti internazionali
le guerre di liberazione nazionale, cioè i conflitti armati con cui i popoli lottano contro la dominazione coloniale e
l’occupazione straniera e contro i regimi razzisti, nell’esercizio di autodeterminazione dei popoli.

SISTEMA DI SICUREZZA COLLETTIVA DELL’ONU

Il fine principale dell’ONU è quello di mantenere la pace e la sicurezza internazionale e di prendere efficaci
misure collettive per rimuovere le minacce alla pace e per reprimere gli atti di aggressione e le altre violazioni della
pace. Per questi scopi il Consiglio di sicurezza può
adottare delle misure provvisorie implicanti o meno l’uso della forza. Nella logica della C.Onu si vorrebbe sostituire
all’autotutela un sistema di sicurezza collettiva centralizzato e incentrato nell’ONU.

SITUAZIONI IN CUI E’ AMMESSA L’AZIONE DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA


Il Consiglio di sicurezza gode di un’ampia discrezionalità anche in virtù del fatto che non esiste nell’ONU un
meccanismo giudiziale per accertare la legittimità delle sue risoluzioni e che l’acquiescenza degli Stati membri può
sanarne l’eventuale illegittimità. In una prima ipotesi l’azione del Consiglio è
ammessa in caso di minaccia alla pace, in presenza di comportamenti statali che possono provocare un conflitto
armato internazionale, disordini o guerre civili all’interno di uno Stato, la proliferazione di armi di distruzione di
massa ecc. La seconda ipotesi è quella della violazione della pace, che si ha in presenza di un
conflitto armato internazionale
l’ipotesi più grave è quella dell’atto di aggressione, il caso più grave della violazione della pace nonché la violazione
del divieto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali. Esiste un tendenza a considerare anche l’aggressione
come un crimine internazionale che comporta la responsabilità penale dell’individuo responsabile.

MISURE PROVVISORIE

Il Consiglio di sicurezza può invitare le parti ad ottemperare a quelle misure provvisorie che esso consideri necessarie
o desiderabili al fine di prevenire un aggravarsi della situazione: una misura provvisoria tipica richiesta è quella del
cessate il fuoco. Inoltre il Consiglio può adottare a sua discrezione raccomandazioni ma anche decisioni vincolanti.

MISURE NON IMPLICANTI L’USO DELLA FORZA

L’art. 42 C.ONU sostiene che il Consiglio di sicurezza può decidere quali misure non implicanti l’uso della forza
armata debbano essere adottate per dare effetto alle sue decisioni e può invitare i membri delle Nazioni Unite ad
applicare tali misure. Viene fatto anche un elenco contenente le misure che possono comprendere l’interruzione totale
o parziale delle relazioni economiche e delle comunicazioni ferroviarie, marittime ecc. Le risoluzioni adottate possono
essere sia raccomandazioni sia decisioni vincolanti per gli Stati:nel secondo caso, poiché esse implicano una serie di
obblighi nuovi per gli Stati, devono essere qualificate tra le fonti previste da accordo. Normalmente si tratta di
misure adottate per far fronte ad una situazione concreta di minaccia alla pace o alla violazione della pace che hanno
una durata temporanea. Sulla base però del presupposto per cui certe attività come il terrorismo costituiscono minacce
alla pace, il Consiglio ha adottato alcune decisioni molto simili ad atti di legislazione internazionale suscettibili di
durata limitata. Si è poi affermata una tendenza del Consiglio ad adottare delle misure atipiche, in particolare le
risoluzioni con cui il Consiglio di sicurezza ha istituito i due tribunali penali internazionali per la Jugoslavia e la
Ruanda.

MISURE IMPLCANTI L’USO DELLA FORZA

Per l’art.42 se il Consiglio ritiene che le misure previste dall’art.41 siano inadeguate o si siano dimostrate tali esso
potrà intraprendere con forze aeree,navali o terrestri ogni azione che sia necessaria per mantenere o ristabilire la pace e
la sicurezza internazionale. Si prevede inoltre un’azione diretta del Consiglio di sicurezza: le risoluzioni prefigurate
sono inquadrabili come delibere operative con cui il Consiglio decide di intraprendere una propria operazione.
Con ciò si fa riferimento a dimostrazioni,blocchi e altre operazioni mediante forze aeree navali o terrestri di membri
delle Nazioni Unite.

OPERAZIONI DI MANTENIMENTO DELLA PACE DELL’ONU

Per facilitare la costituzione di forze militari ONU, alcuni Stati hanno stipulato degli accordi preventivi di stand by,
che li obbligano a tenere a disposizione determinati contingenti militari specificamente addestrati, ma l’assegnazione
di tali contingenti implica sempre un accordo ad hoc. Il Consiglio di sicurezza si riserva il controllo politico
dell’operazione. Le operazioni militari intraprese dall’ONU sono denominate operazioni di mantenimento della pace
(peace keeping) ma ad oggi si distinguono le varie tipologie di operazioni.
Il dato fondamentale è che le operazioni militari dell’ONU si fondano di solito sul consenso dello Stato territoriale,
ovvero nel territorio su cui esse si svolgono. Le forze militari dell’ONU non sono autorizzate ad usare le armi se
non a titolo di autodifesa personale dei membri.

AUTORIZZAZIONI ALL’USO DELLA FORZA DA PARTE DEGLI STATI


C’è la tendenza da parte del Consiglio di sicurezza a non intraprendere direttamente operazioni coercitive, ma a
raccomandare o autorizzare gli Stati membri singolarmente o nell’ambito di accordi od organizzazioni regionali ad
usare tutti i mezzi necessari. Si tratta di vere e proprie operazioni belliche condotte contro uno Stato.
In altri casi si tratta di operazioni coercitive, condotte con forze navali,
finalizzate a prevenire o reprimere violazioni di misure non implicanti l’uso della forza precedentemente adottate dal
Consiglio di sicurezza. In altri casi ancora si tratta di operazioni militari condotte all’interno di uno Stato, ma
implicanti l’uso della forza al di là dell’autodifesa personale da parte dei membri delle forze armate coinvolte.
La prassi del Consiglio ha una
rilevanza anche ai fini di escludere illiceità dell’uso della forza da parte degli Stati. Si tende a ritenere che
l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza possa escludere l’illiceità dell’uso della forza anche ove questo non sia
riconducibile alla legittima difesa, individuale o collettiva, o al consenso del sovrano territoriale. Vengono posti tre
problemi:

 Il problema dell’autorizzazione implicita. Alcuni Stati mostrano di ritenersi autorizzati ad usare la forza in
presenza di risoluzioni del Consiglio di sicurezza dal linguaggio ambiguo ed oggetto di contrastanti
interpretazioni.
 Il problema del limite temporale di un’autorizzazione esplicita.l’autorizzazione all’uso della forza viene in
genere data senza limiti temporali espliciti e la durata dell’operazione militare va commisurata alla necessità
di mantenere o ristabilire la pace. Ciò ha dato vita alla tendenza di alcuni Stati ad invocare la reviviscenza di
un’autorizzazione precedentemente data dal Consiglio.
 Il problema della sanatoria.l’eventuale illiceità del ricorso alla forza armata in assenza di autorizzazione da
parte del Consiglio di sicurezza possa essere sanata da una successiva risoluzione del Consiglio. La teoria
della sanatoria presuppone la possibilità di ricavare una volontà implicita del Consiglio di sicurezza da
risoluzioni che non contengono un’espressa dichiarazione in tal senso.

RAPPORTI CON LE ORGANIZZAZIONI REGIONALI

Esistono poi organizzazioni internazionali che si occupano del mantenimento della pace e della sicurezza
internazionale come l’Organizzazione degli Stati americani, l’Unione africana ecc. Il Consiglio di sicurezza deve
essere tenuto in ogni momento pienamente informato non solo dell’azione intrapresa ma anche dell’azione progettata
in base ad accordi regionali o da parte di organizzazioni regionali. Tale disposizione cerca di coordinare l’azione delle
organizzazioni regionali con quella dell’ONU, ma tenendo fermo il principio che la responsabilità principale nel
mantenimento della pace e della sicurezza internazionale spetta al Consiglio di sicurezza. Il Consiglio di
sicurezza può utilizzare sia le organizzazioni regionali per svolgere azioni coercitive sotto comando ONU,sia
autorizzare tali organizzazioni a svolgere proprie azioni coercitive. Tuttavia le organizzazioni regionali non possono
svolgere azioni coercitive di loro iniziativa senza la previa autorizzazione del Consiglio di sicurezza.

MONISMO E DUALISMO

Esistono norme internazionali che si rivolgono agli Stati non in quanto attori sulla scena internazionale ma in quanto
gestori del proprio ordinamento giuridico interno, da ciò la necessità che il diritto interno statale si conformi agli
obblighi internazionali che incombono allo Stato. L’impostazione monista è espressione di un mancato
internazionalismo e pacifismo. Il diritto internazionale e i diritti interni degli Stati costituiscono un unico grande
ordinamento giuridico nel cui ambito si dovrebbe ammettere il primato del diritto internazionale sui diritti interni degli
Stati. Secondo tale impostazione le norme internazionali sarebbero direttamente applicabili all’interno degli
ordinamenti giuridici nazionali senza bisogno di alcuna trasformazione in norme interne. L’impostazione dualistica
configura gli ordinamenti interni degli Stati come ordinamenti giuridici distinti e separati tra di loro e rispetto al diritto
internazionale. Le norme internazionali devono considerarsi inapplicabili all’interno dello Stato a meno che non
vengano trasformate in norme interne o almeno rese applicabili nell’ordinamento statale da una norma interna.

ADATTAMENTO DEL DIRITTO INTERNO AL DIRITTO INTERNAZIONALE

Ammettendo l’impostazione dualista si deve prendere in considerazione il principio della relatività dei valori giuridici.
Ciascun ordinamento giuridico procede in maniera autonoma ed indipendente dagli altri, alle proprie valutazioni e può
accadere che uno stesso fatto sia considerato illecito o lecito a seconda dell’ordinamento giuridico. È quindi necessario
l’adattamento del diritto interno al diritto internazionale che consiste nel rendere le norme interne statali conformi agli
obblighi che derivano da diritto internazionale. In certi casi l’obbligo internazionale consiste proprio nell’adottare
certe norme nel diritto interno. È questo ad esempio il caso di un trattato di diritto uniforme che contiene una serie di
norme che ciascuno Stato si impegna ad adottare al suo interno per regolare determinate fattispecie.
La più gran parte delle norme internazionali si
limitano ad obbligare lo Stato a garantire un determinato risultato.

PROCEDIMENTO DI ADATTAMENTO

Ciascuno Stato è libero di procedere come crede allo scopo di adattare il suo ordinamento interno agli obblighi
internazionali. Il primo è un procedimento ordinario che consiste nella riformulazione delle norme internazionali
mediante norme interne corrispondenti. L’operatore giuridico interno non applica la norma internazionale ma la norma
interna adottata per darvi esecuzione. La seconda scelta è il procedimento speciale che consiste nell’adozione di una
norma interna che rende applicabili le norme internazionali all’interno dello Stato. Lo strumento utilizzato dalla norma
interna per rendere applicabile le norme internazionali è quello del rinvio: la norma interna non riformula le norme
internazionali ma rinvia ad esse ordinandone l’applicazione all’interno dello Stato. L’operatore giuridico interno può
applicare direttamente la norma internazionale in virtù della norma internazionale che ne ordina l’applicazione. Questo
può essere di due tipi: permanente quando la norma interna ordina l’applicazione di tutte le norme internazionali
prodotte, anche in futuro da una determinata fonte. Es. art.10 Costituzione italiana. Oppure ad hoc quando la norma
interna non rinvia a tutte le norme internazionali prodotte da una determinata fonte, ma rinvia ad una singola norma
internazionale o a determinate norme internazionali. Il rango delle norme
internazionali nell’ordinamento dell’atto normativo interno che opera l’adattamento.

I VANTAGGI DELL’ADATTAMENTO MEDIANTE RINVIO

L’adattamento mediante rinvio è preferibile se si vuole assicurare la perfetta corrispondenza tra diritto internazionale.
Se si adotta il procedimento ordinario la riformulazione delle norme internazionali da parte del legislatore nazionale
può risultare lacunosa o erronea. Se si segue il procedimento del rinvio la norma internazionale viene resa
direttamente applicabile nell’ordinamento interno ed è compito dell’interprete assicurarne la corretta applicazione in
ogni singolo caso concreto. Se si adotta il procedimento ordinario la norma interna resterà in vigore fino alla sua
successiva abrogazione.

LE NORME NON AUTOAPPLICATIVE

Si parla di norme non auto applicative o non self executing in presenza di norme incomplete che non possono essere
applicate ad una concreta fattispecie in assenza di una normativa di integrazione. Possono considerarsi come norme
auto applicative le norme che attribuiscono allo Stato una facoltà,che lo Stato è libero di esercitare o meno; e anche le
norme che impongono allo Stato un obbligo per la cui esecuzione è indispensabile individuare un organo interno
competente o a una procedura interna applicabile; e anche le norme per la cui esecuzione sono indispensabili
adempimenti costituzionali.

L’ADATTAMENTO MEDIANTE RINVIO AUTOMATICO E PERMANENTE

L’art. 1° della Costituzione opera un rinvio automatico e permanente alle norme del diritto internazionale
generalmente riconosciute,rendendole applicabili nell’ordinamento italiano a mano a mano che si formano. A tali
categorie appartengono le norme consuetudinarie, norme non scritte in continua evoluzione e di difficile accertamento.
Poi ci sono le norme cogenti che sono definite come norme imperative del diritto internazionale generale. Infine ci
sono i principi generali del diritto internazionale, cioè quei principi generali che si ricavano per induzione da una
considerazione complessiva dell’ordinamento internazionale e che hanno la funzione di aiutare nella corretta
interpretazione e nell’integrazione delle norme internazionali dei principi generali di diritto riconosciuti dalle Nazioni
civili.

DIRETTA APPLICABILITA’ DELLE NORME AUTOAPPLICATIVE

Per effetto del rinvio le norme del diritto internazionale generale generalmente riconosciute vengono rese applicabili
nell’ordinamento italiano e possono essere direttamente applicate dalla pubblica amministrazione ed invocate da
soggetti interessati in sede giudiziale. La diretta applicabilità presuppone che si tratti di norme auto applicative o self
executing. Sono infatti norme che impongono allo Stato un obbligo negativo quello di non esercitare la sua
giurisdizione, sufficientemente chiaro, preciso e incondizionato da potersi applicare ad un caso concreto anche in
assenza di una specifica legislazione italiana che regoli la materia.

RAPPORTO CON LE NORME DI LEGGE ORDINARIA O DI RANGO INFERIORE

Il rango del diritto internazionale generale nell’ordinamento interno è quello costituzionale. Il rango del diritto
internazionale consuetudinario è superiore a quello della legge ordinaria :una disposizione di legge interna che fosse in
contrasto con una norma di diritto internazionale sarebbe incostituzionale. Il giudice della causa non potrebbe
disapplicare una norma interna ritenuta in contrasto col diritto internazionale ma dovrebbe sollevare la questione di
costituzionalità dinanzi alla Corte Costituzionale e resta al giudice il compito di interpretare la norma interna.

RAPPORTO CON LE NORME COSTITUZIONALI

In pratica è difficile che il contrasto si verifichi poiché alcune materie regolate dalla Costituzione non sono regolate
dal diritto internazionale. Si può però risolvere la quastione sulla base di tre criteri:

1. Quello cronologico, le norme internazionali già esistenti al momento dell’adozione della Costituzione
dovrebbero comunque prevalere.
2. Il criterio gerarchico in base al quale le norme internazionali venute ad esistenza dopo l’adozione della
Costituzione non potrebbero derogare a quei principi fondamentali della Costituzione che hanno un rango
superiore a quello costituzionale.
3. Il criterio di specialità che garantirebbe normalmente la prevalenza delle norme internazionali antecedenti
all’adozione della Costituzione e di quelle successive non contrastanti con i principi fondamentali.

L’ORDINE DI ESECUZIONE DEL TRATTATO

Per quanto riguarda l’adattamento ai trattati non c’è uniformità. In Italia la Costituzione non si occupa espressamente
del modo in cui l’ordinamento italiano si conforma ai trattati internazionali. In assenza di un rinvio automatico e
permanente di deve procedere all’adatamento ad hoc, cioè in relazione ad ogni singolo trattato stipulato dall’Italia.
Tuttavia l’adattamento non avviene in genere con il procedimento ordinario della riformulazione ma con il
procedimento speciale cioè mediante rinvio. Si adotta un atto normativo che si limita ad ordinare l’esecuzione del
trattato nell’ordinamento interno: si parla in tal proposito di ordine di esecuzione del trattato. L’ordine di esecuzione
può essere contenuto in una legge costituzionale, in una legge ordinaria, oppure in un atto normativo di rango
regolamentare a seconda della materia regolata dal trattato. Per i trattati stipulati in forma solenne che rientrano nelle
categorie per le quali si richiede l’adozione di una legge, con la quale il Parlamento autorizza la ratifica da parte del
Presidente della Repubblica. La prassi italiana si è sviluppata nel senso di inserire l’ordine di esecuzione in quella
stessa legge, in genere una legge ordinaria. Si adotta poi un’unica legge ordinaria che contiene sia l’autorizzazione alla
ratifica sia l’ordine di esecuzione del trattato.

L’EFFICACIA DELL’ORDINE DI ESECUZIONE DEL TRATTATO

L’ordine di esecuzione è un atto che intende rinviare alle norme prodotte del trattato per renderle applicabili nel diritto
interno e che non è in grado di operare de non a partire dal momento in cui quelle norme esistono in quanto norme
internazionali. Il trattato è sempre applicabile nell’ordinamento italiano, non a partire dal momento in cui entra in
vigore la legge che vi dà esecuzione, ma a partire dal momento normalmente successivo in cui il trattato entra in
vigore sul piano internazionale.

LA SFERA DI APPLICAZIONE DELLE NORME DEL TRATTATO NEL’ORDINAMENTO INTERNO

L’interprete deve accettare quali siano gli Stati parti del trattato e se c’è stato il subentro dello Stato successore nella
qualità di parte/parti del trattato. Se è vero che il trattato in quanto fonte di diritto internazionale, vincola solo gli Stati
contraenti, una volta reso applicabile nel diritto interno quello stesso trattato può produrre diritti ed obblighi per tutti i
soggetti dell’ordinamento statale, in generale si tratta di accertare a quali fattispecie le norme del trattato sono
applicabili.
LA NECESSITA’ DI INTEGRARE NORME NON AUTOAPPLICATIVE

L’operatore giuridico nazionale deve poi accertare se le norme del trattato sono auto applicative o self executing. Nel
caso di norme non self executing l’ordine di esecuzione non è sufficiente per consentirne l’applicazione all’interno
dello Stato e devono adottarsi con il metodo ordinario, le norme di integrazione indispensabili per darvi attuazione.
Occorre poi circoscrivere le norme non auto applicative a quelle norme che si limitano ad attribuire allo Stato una
facoltà, norme che impongono allo Stato un obbligo la cui esecuzione presuppone necessariamente la creazione di un
organo o di una procedura interna, norme che impongono allo Stato un obbligo la cui esecuzione richiede
adempimenti costituzionali.

RAPPORTO CON LE NORME COSTITUZIONALI

Se l’ordine di esecuzione è contenuto in una legge ordinaria, il rango delle norme del trattato sarà quello della legge
ordinaria. In caso di contrasto tra una disposizione pattizia e una norma costituzionale italiana, dovrà prevalere la
norma costituzionale.

RAPPORTO CON LE NORME DI LEGGE ORDINARIA

Nel caso di contrasto tra una norma del trattato e una norma di legge ordinaria, trattandosi di norme di pari grado, si
potrebbe pensare che si applichi al principio temporale. Nel caso in cui la norma interna sia suscettibile di più
interpretazioni, una delle quali è conforme all’obbligo internazionale, l’operatore giuridico interno è tenuto ad adottare
l’interpretazione conforme della norma interna in modo da evitare l’illecito internazionale. Può darsi che il contrasto
sia risolvibile in base al principio di specialità. La Costituzione contiene alcune disposizioni tali da fornire una
garanzia costituzionale ai trattati stipulati dall’Italia:

 L’art. 10 Cost. afferma che la condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle
norme e dei trattati internazionali.
 L’art.11 Cost. afferma che l’Italia consente in condizioni di parità con gli altri Stati alle limitazioni di
sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni e promuove e
favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Limitatamente ai trattati relativi alla tutela dei diritti dell’uomo era chiaramente emersa la tendenza nella
giurisprudenza italiana a garantirne la prevalenza sulle leggi successive. L’art. 117 Cost. afferma che la potestà
legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione nonché dei vincoli derivanti
dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali. Si tratta di una norma che generalizza la garanzia
precedentemente fornita solo a determinati trattati. Una legge successiva in contrasto con obblighi internazionali
derivanti da un qualsiasi trattato stipulato dall’Italia, sempre che il contrasto non sia apparente e non possa essere
risolto in via interpretativa, potrebbe essere dichiarata costituzionalmente illegittima dalla Corte Costituzionale.

TRATTATI PRIVI DELL’ORDINE DI ESECUZIONE E LA PUBBLICAZIONE DEI TRATTATI

Può accadere che un trattato non rientrante nelle categorie dell’’Art. 80 Cost. sia stipulato in forma solenne o in forma
semplificata, senza che ne sia stata ordinata preventivamente l’esecuzione. L’ordine di esecuzione deve essere dato
successivamente alla stipulazione del trattato o si dovranno adottare le norme di attuazione eventualmente necessarie
con il procedimento ordinario. Il trattato privo di ordine di esecuzione non sia applicabile in Italia.

L’ATTUAZIONE DEGLI OBBLIGHI DERIVANTI DA FONTI PREVISTE DAL TRATTATO

Non esiste nell’ordinamento italiano una norma che da un punto di vista generale ordini l’esecuzione delle norme
prodotte da atti vincolanti di organizzazioni internazionali. L’ordine di esecuzione del trattato sia già idoneo ad
immettere nell’ordinamento interno, oltre al trattato anche le norme prodotte dalle fonti istituite da quel trattato. Si
tende di più ad una necessità di un atto ad hoc di esecuzione hoc di esecuzione, in genere si procede con il metodo
ordinario della riformulazione anziche con quello del rinvio, a meno che la materia non rientri nell’ambito delle
competenze comunitarie,nel qual caso è la Comunità europea ad adottare l’atto di esecuzione e questo sarà poi
direttamente applicabile nell’ordinamento italiano. Nell’ambito dei rapporti tra le norme prodotte da fonti previste da
accordo e norme di legge italiane,la prevalenza del diritto comunitario sul diritto interno è garantita dall’art.11 Cost.
Sarebbe quindi incostituzionale una norma di legge italiana in contrasto con una norma derivante da una fonte prevista
da accordo indipendentemente dal rango della norma interna che provvede all’adattamento.

COMPETENZE REGIONALI IN MATERIA DI ADATTAMENTO

Qualora lo Stato adotti impegni internazionali in materia rientranti nelle competenze regionali, spetti alle Regioni la
competenza ad adottare la normativa eventualmente necessaria per dare esecuzione a norme non self executing. Se una
norma internazionale regola una materia che rientra nell’ambito della competenza normativa regionale. Le regioni,
sempre nelle materie di loro competenza, provvedono direttamente all’attuazione degli accordi internazionali ratificati.
Bisogna poi distinguere tra:

 Trattati delle Regioni per i quali vige la competenza regionale ad adottare le norme di adattamento
eventualmente necessarie per consentire l’adempimento degli obblighi che ne derivano.
 Trattati dello Stato per i quali vige la fase della recezione del trattato nell’ordinamento nazionale e la fase
dell’adozione delle norme eventualmente necessarie per l’attuazione delle norme del trattato prive di carattere
auto applicativo o self executing.

Viene riservato allo Stato il potere sostitutivo in caso di inadempienza delle regioni, alle regioni invece spetta solo il
potere di adottare le norme di integrazione eventualmente necessarie.