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FERRARI

TESTIMONE DEL TEMPO

Ferrari:
Propriet letteraria riservata
1980 Rizzoli Editore. Milano
Testimone del tempo:
1980 Club Italiano dei lettori, Milano
Edizione riservata ai soci del
Club Italiano dei Lettori S.p.A.. Milano 1980
su licenza di Rizzoli Editore

Enzo Biagi

FERRARI

TESTIMONE
DEL TEMPO

Club Italiano dei Lettori

La mia vita stata un ansimante cammino. Non


tornerei indietro. Non mi piace pi questo mondo
dove la violenza ha preso il posto della ragione.
Intravedo uno smisurato penitenziario che ha in noi
i suoi reclusi. L'egoismo ci condiziona,
allontanandoci spesso dal prossimo, costringendoci
a contare sulle nostre sole possibilit.
E NZO FERRARI

I giorni che contano

L'antefatto
Una storia lunga cominciata oltre sessant'anni fa. il 5 ottobre del 1919, infatti,
quando Enzo Ferrari irrompe nel mondo dell'automobilismo, facendo il suo esordio
come corridore. Disputa la Parma-Poggio di Berceto. Si classifica al quarto posto. La
sua esperienza durer dieci anni. Ma senza grandi bagliori. Dir pi tardi: La mia
grande passione non mai stata guidare le macchine, ma farle nascere . Dovr
attendere.
Nel 1929, abbandonata l'attivit di pilota, organizza una scuderia: la scuderia
Ferrari. Ne faranno parte, tra gli altri, Nuvolari, Varzi, Campari, Fagioli, Chiron.
Corrono con le Alfa. E ottengono raffiche di vittorie. Poi arrivano gli anni del
predominio tedesco. Mercedes e Auto Union scendono in forze sulle strade e sulle
piste. Nessuno sembra in grado di resistere ai bolidi argentati.
Ma nel 1935 Nuvolari realizza una eccezionale impresa: vince il Gran Premio di
Germania. Qualcuno dir: un affronto per il nascente nazismo, paragonabile solo a
quello che un nero americano di nome Jesse Owens, sull'anello olimpico della Berlino
1936, infligger al Terzo Reich e ai suoi profeti della razza pura.
La scuderia Ferrari dura nove anni. Nel 1938, dopo avere preparato la 158, la
freccia dell'Alfa che dominer nel dopoguerra, Ferrari viene nominato direttore
sportivo della casa milanese. Ma una brevissima parentesi. Ferrari lascia l'incarico
perch non va d'accordo col direttore generale. Torna nella sua Modena.
Nasce il costruttore
Sull'Europa si addensano le nubi della grande bufera. Ferrari fonda la Auto Avio
Costruzioni. Anno 1939. Costruisce motori per aerei-scuola, macchine, utensili, ma
non auto. Ha un impegno con l'Alfa che gli impedisce, per quattro anni, di lanciare
vetture denominate Ferrari. Ma il suo obiettivo resta sempre quello. E cos realizza la
815, utilizzando parti meccaniche della Fiat. C' il tempo per farne gareggiare due
esemplari nella Mille Miglia edizione 1940. Poi la guerra, le distruzioni.
Ferrari si trasferisce a Maranello. Ma anche l non c' scampo. I bombardamenti
non risparmiano la sua fabbrica. Ferrari non si arrende. Ricostruisce. E quando il
cannone tace, d inizio alla scalata che lo porter ai vertici dell'automobilismo
mondiale. Riesce a strappare ad Arese Gioacchino Colombo, il progettista della 158.

Nasce la Ferrari. Nel 1947 se ne vendono i primi esemplari: sette in tutto.


La nuova vettura, denominata 125-GT, esordisce nel maggio '47 al circuito di
Piacenza. La pilota Franco Cortesi, che sar costretto al ritiro a due giri dal termine.
Sono anni di crescita. Ma anche difficili. In Formula 1, c' lo strapotere dell'Alfa, che
vince il primo campionato mondiale con Nino Farina, seguito in classifica da Fangio e
Fagioli. La 158, la gloriosa Alfetta, non ha rivali. E anche il titolo del 1951 suo:
stavolta ad aggiudicarselo Fangio.
Ma in quell'anno avviene qualcosa di nuovo e di importante. Al traguardo del Gran
Premio d'Inghilterra sfreccia davanti a tutti una Ferrari. la prima affermazione di
prestigio. La consegue un "maciste" argentino. Si chiama Froilan Gonzales.
L'incantesimo rotto. E subito seguono due successi, in Germania e Italia, di Ascari.
Ormai la Ferrari lanciata: la classifica finale del '51 la vede al secondo e terzo posto
rispettivamente con Ascari e Gonzales.
Il biennio d'oro
I trionfi sono vicini. E arrivano infatti nel 1952 e l'anno dopo. Tre ferraristi ai
primi tre posti nel 1952: Ascari, Farina e Taruffi. E due nel 1953: primo Ascari,
secondo Fangio su Maserati, terzo Farina. la consacrazione internazionale dell'auto
italiana. E di un pilota italiano.
Era stato Gigi Villoresi a portare Alberto Ascari in casa Ferrari. E sembrava un
sodalizio destinato a durare a lungo. Alberto Ascari era figlio di un altro campione del
volante, Antonio, amico e compagno dello stesso Ferrari, morto nel '25 sul circuito di
Montlhry. E come il padre, era un abilissimo collaudatore e un pilota generoso.
Proprio le qualit che Ferrari predilige. Ma l'unione, cominciata nel '49, si spezza nel
'54, proprio dopo il biennio d'oro, quando Ascari passa alla Lancia. Il primo divorzio
importante consumato a Maranello.
Passer poco tempo e la separazione diventer tragicamente irreparabile. il 26
maggio del '55. Un gioved. Alberto Ascari, appena reduce da un pauroso incidente
sul circuito di Montecarlo, si reca a Monza per seguire le prove di alcuni colleghi che
avrebbero dovuto gareggiare la domenica successiva. Tra i piloti che si esercitano c'
Eugenio Castellotti. Ascari gli chiede di guidare la sua Ferrari. Si fa dare il casco e gli
occhiali dell'amico. Parte. Un giro. Poi uno schianto. Accorrono e trovano la macchina
capovolta e Ascari esanime. Scompare un grande pilota, un milanese ricco di
tenerezza e di coraggio. Lo chiamavano Ciccio. Aveva 37 anni. Nessuno sapr mai
com' successo.
Nel '54 Ferrari deve accontentarsi del secondo posto di Gonzales e del terzo di
Hawthorn. Il vincitore Fangio su Maserati e Mercedes. E ancora l'argentino, su
Mercedes, fa il bis l'anno dopo precedendo il compagno di squadra Moss e il ferrarista
Castellotti. Ferrari rimane ai vertici ma gli mancano le vittorie assolute. Come
rimediare al dopo-Ascari? La soluzione Juan Manuel Fangio.
L'argentino era arrivato in Italia nel 1948, con le credenziali di "capitano" di una
squadra del suo Paese e di "protetto" di Juan Pern. Allora aveva 37 anni. Sembrava
tardi per pronosticargli un futuro in Formula 1. Ma Ferrari, dopo averlo visto in
azione sulla pista di Modena, ne aveva intuito le eccezionali risorse. Cos decise di
affidargli una sua vettura. E Fangio rispose vincendo il Gran Premio di Monza

nonostante un guasto. Ma non si ferm a Maranello. Alla Ferrari prefer l'Alfa.


Scriver poi Ferrari: Fangio non ha mai sposato alcuna casa: consapevole delle
sue capacit, ha rincorso tutte le possibilit di pilotare sempre la vettura migliore del
momento .
E in quell'anno, il 1956, ritiratasi la Mercedes, nessuna vettura gli d maggiori
garanzie della Ferrari, che eredita dalla Lancia le D-50 otto cilindri. Fangio riporta
cos il titolo mondiale a Maranello. E poi lascia. Va alla Maserati, con la quale si
conferma campione mondiale.
Le tragedie
Per Enzo Ferrari sono giorni di dolore, anche se nel '58 si prende la rivincita con
Hawthorn, un inglese di fuoco protagonista di un memorabile duello col
connazionale Moss. Ferrari si porta addosso le ferite di una catena di tragedie. La
prima quella della morte, nel 1956, del figlio Dino (e Dino dar il suo nome alla sei
cilindri a V 1500). Dino, laureato in ingegneria in Svizzera, era uno dei suoi tecnici pi
ascoltati e l'interlocutore pi vicino: la sua pi forte ragione di vita.
L'anno successivo, la strage alle Mille Miglia, l'ultima Mille Miglia. Un patrizio
spagnolo, il marchese De Portago, e il suo secondo, Nelson, muoiono sulla loro
Ferrari che falcia e uccide nove spettatori a Guidizzolo di Mantova. La stampa
insorge. E Ferrari viene processato, in sede penale. I giudici lo assolvono. Non ha
nessuna colpa. Ma l'amarezza rischia di travolgerlo. Medita il ritiro. Poi la sua tempra
indomabile ha il sopravvento. E resta al suo posto.
In quello stesso anno scompare Eugenio Castellotti, un giovane lodigiano bello
come un divo del cinema. legato da rapporti sentimentali con Delia Scala, una delle
regine del teatro di rivista italiano. Castellotti sta provando sull'autodromo di Modena.
Esce fuori strada in una curva. il 14 marzo 1957. Aveva ventisette anni. Era
promettente, per il suo coraggio pi che per la sua classe. morto sognando di
vincere un Gran Premio.
Un altro giovane cade nel '58. un inglese. Lo descrivono come un gentleman. Si
chiama Peter Collins. Ha appena passato in testa il traguardo del Gran Premio di Gran
Bretagna. La sua Ferrari si sfascia in una scarpata del Nrburgring. Stava inseguendo
la Vanwall di un compatriota, Tony Brooks.
In quell'anno tocca pure a Luigi Musso. La tragedia avviene a Reims, durante il
Gran Premio di Francia. Il pilota romano esce fuori strada. Cessa di vivere in
ospedale. Qualcuno dir che la sua morte trova una spiegazione nella rivalit che lo
divideva dal suo collega di quipe Hawthorn.
Mentre questi lutti si susseguono, sugli autodromi avanza la minaccia dei
costruttori britannici. Il campionato del '59 si conclude con l'affermazione di
Brabham, su Cooper. La Ferrari seconda con Brooks. Nel '60 ancora la Cooper:
primo posto dello stesso Brabham, secondo il suo compagno di "team" McLaren.
Segue Moss su Lotus.
Ma la Ferrari si scuote. A Maranello approda un americano, scontroso, teso, eppure
sentimentale: Phil Hill. E con lui arriva il quinto titolo mondiale targato Ferrari. il
1961, un altro anno segnato a lutto nella storia dell'automobilismo.

Strage a Monza
14 settembre. Si corre il Gran Premio d'Italia, penultima prova della stagione. Il
tedesco von Trips in testa alla classifica del mondiale. Ha 33 punti contro i 29
dell'altro ferrarista, Phil Hill. Al secondo giro il disastro. Lo scozzese Jim Clark,
ancora alle prime armi come pilota della Formula 1, tocca con la sua Lotus la Ferrari
di von Trips, poco prima della curva parabolica di Monza. Il bolide del tedesco
sembra impazzito. Ed la strage: con von Trips muoiono quattordici spettatori. I
feriti sono decine. A von Trips resta il secondo posto alla memoria , nel mondiale.
Per Ferrari seguiranno due anni di grigiore.
Ritorno alla vittoria
John Surtees a vincere il sesto mondiale nel '64. Surtees aveva trent'anni, era
inglese di Tastfield, e prima di approdare alle quattro ruote, nel '60 con la Cooper, era
stato un grande campione di motociclismo: sette titoli iridati con la MV Agusta. Il suo
successo fu contrastato e appassionante: prima dell'ultimo Gran Premio, in
programma a Citt del Messico, era secondo in classifica dietro il connazionale
Graham Hill (BRM): trentaquattro punti contro trentanove. In quella prova decisiva si
ritirarono Clark, terzo a quota trentadue, e Graham Hill. Bandini, altro ferrarista ,
era in seconda posizione ma lasci passare il compagno di scuderia che ottenne cos
sei punti necessari a vincere.
Il binomio Ferrari-Surtees pareva destinato a buone imprese: c'erano stima
reciproca e identit di vedute su parecchi argomenti tecnici; eppure nel '66 alla vigilia
della 24 ore di Le Mans avvenne il distacco.
Periodo duro
Cos con il '66, che dopo le delusioni dell'anno prima doveva essere la stagione del
riscatto, comincia un periodo duro per gli uomini di Maranello. La prima guida
Lorenzo Bandini, nato in Cirenaica, figlio di un meccanico, rimasto orfano
prestissimo. La vita per Bandini fu - come si dice - tutta in salita, le macchine il mezzo
dell'ascesa sociale ed economica.
Debutta con la Ferrari nel '62 a Montecarlo, ha il suo unico successo nel Gran
Premio d'Austria del '64: all'appuntamento con la gloria trova la morte.
Capita a Montecarlo nel '67, gara d'esordio per le rosse vetture che hanno disertato
il Sud Africa. Bandini parte in prima fila con Brabham, subito in testa, lo gioca l'olio
sull'asfalto costringendolo a cedere ad Hulme e Stewart il comando della corsa.
Ritiratosi Stewart, Bandini dal 42 al 58 giro si porta a soli sette secondi da Hulme. A
met dell'81a tornata, l'incidente: Bandini ha toccato con una ruota una staccionata, la
macchina, rimbalzando contro un parapetto di ferro, si sventrata, capovolta ed
incendiata. Lunghi giorni di agonia: Bandini muore il 10 maggio 1967.
l'epilogo drammatico di un periodo denso di disavventure, nonostante i successi
dei prototipi e la vittoria di Scarfiotti nel '66 a Monza. Il gravissimo incidente di
Parkes, costretto in pratica ad abbandonare la carriera, la rottura con Scarfiotti, la sua
stessa morte nel '68 nelle prove del campionato europeo di montagna, le difficolt di
Amon che disputa ventisei grandi premi senza riuscire a vincerne uno: il caso limite in

Spagna nel '68, al comando con venticinque secondi di vantaggio su Graham Hill,
fermato dall'avaria del fusibile della pompa di benzina.
Intanto, fra i successi degli altri, si annuncia il micidiale otto cilindri della FordCosworth che avrebbe segnato un'epoca e al quale la Ferrari risponde lanciando in
Formula 1 l'alettone posteriore, Belgio '68. Manca sempre per il corridore di spicco,
il campione in grado di sfruttare le risorse tecniche della casa. In quegli anni bui si
alternano De Adamich, Bell, Williams, Pedro Rodriguez, fratello di Ricardo, un altro
innamorato della scuderia: segue la stessa sorte del fratello morendo nel '71 in una
gara di contorno alla guida di una vecchia macchina di Maranello.
in questa situazione che arriva Jacky Ickx, lunatico rampollo di una famiglia
dell'alta borghesia belga. Ickx ha soltanto ventitr anni. Vince subito il Gran Premio di
Rouen in Francia e poi comincia l'altalena dei risultati che per quattro anni
somministreranno illusioni ed amarezze ai tifosi del cavallino rampante.
Ci si mette di mezzo anche la malasorte, nel '70, quando la rottura di un raccordo
della benzina impedisce il successo del Gran Premio degli USA, necessario per
scavalcare in classifica l'austriaco Rindt. Il '70 (quattro vittorie: Ickx in Austria, Canada
e Messico, Regazzoni a Monza) pareva essere l'annuncio di un'altra ra fortunata per
la Ferrari ed invece rimane un bagliore senza seguito.
Un brusco cambiamento di rotta cominciato con la morte d'Ignazio Giunti a
Buenos Aires, nel gennaio del '71. Accanto ad Ickx in quegli anni vengono provati
molti piloti, lo stesso Giunti, Andretti, ancora agli esordi in Formula 1, Galli,
Merzario. Sono anni incerti, illuminati appena da un paio di vittorie, (Olanda nel '71 e
Germania nel '72) che si concludono nella maniera pi naturale e cio con la
separazione fra Ickx, ormai ricco e annoiato, e la Ferrari che si appresta a battere altre
vie.
Ecco Lauda
Viene creata una struttura nuova: dalla direzione tecnica, affidata a Mauro
Forghieri, alla direzione sportiva con l'allora giovanissimo Luca di Montezemolo, alla
squadra formata da un vecchio ma utilissimo cavallo di ritorno, Regazzoni, e da un
ragazzino, Niki Lauda.
Austriaco, il giovane Lauda si tirato su da solo, investendo sul proprio talento e
rompendo con la famiglia allorch i parenti si oppongono alla sua scelta.
Quando Lauda arriva a Maranello un pivellino di scarsa esperienza, ma che
mostra subito un impegno quasi maniacale nella messa a punto della 312 B-3; giorni e
giorni di preparazione che danno presto buoni frutti: all'esordio della stagione
arrivano i primi piazzamenti. In Spagna il clamoroso e definitivo ritorno al vertice:
primo Lauda, secondo Regazzoni.
L viene presa la decisione di privilegiare Lauda su Regazzoni: ci non impedisce ai
due di cominciare una serratissima battaglia e spesso il giovane finisce, con la propria
inesperienza, per danneggiare il secondo. Nelle ultime corse dell'anno Regazzoni ha la
possibilit di vincere il mondiale: all'ultima prova, negli Stati Uniti, lui e Fittipaldi sono
alla pari in testa alla classifica. Regazzoni parte benissimo superando Fittipaldi ma poi

cominciano i guai e il pilota brasiliano pu raccogliere il quarto posto che serve per
aggiudicarsi il titolo.
Ma l'appuntamento con il titolo rinviato soltanto di un anno. Il '75, per l'appunto,
che quello di tutte le rivincite. Inizio in sordina. Poi cavalcata trionfale con la nuova
e rivoluzionaria 312-T, a cambio trasversale. Lauda vince a Monaco, in Belgio, in
Svezia, in Francia e negli Stati Uniti.
La consacrazione mondiale arriva a Monza, penultimo atto del mondiale:
all'austriaco basta un terzo posto per essere certo dell'affermazione finale: Lauda
puntualmente terzo e il successo della gara va a Regazzoni. Nella storia del cavallino
rampante uno dei giorni pi felici: sulla pista dell'autodromo alle porte di Milano
duecentomila spettatori ebbri di gioia decretano il trionfo ai loro beniamini.
Anche il '76 comincia sotto lieti auspici: Lauda primo in Brasile e in Sud Africa,
Regazzoni nel Gran Premio Ovest degli USA. La T2 d buone prove di s, ma gi in
Spagna, con una vittoria prima data, poi tolta, le prime polemiche e proprio con la
McLaren di Hunt, un inglese un po' zotico ed irruento che gi si annuncia quale
avversario pi pericoloso.
Lauda comunque riprende a vincere: Belgio, Montecarlo, Svezia, Inghilterra, dopo
una sentenza dei giudici della FIA che per riparare forse all'ambiguo verdetto
spagnolo assegnano all'austriaco la vittoria a tavolino a danno di Hunt.
Ma il destino in agguato. 1 agosto: si corre al Nrburgring il Gran Premio di
Germania. Al secondo giro, subito dopo la curva di Adenau, la 312-T2 di Lauda
s'arrampica sul cordolo di cemento, sbanda, fa testa-coda, urta con la parte
posteriore contro un terrapieno, rimbalza roteando in mezzo alla pista. Si sprigionano
le fiamme, mentre l'auto viene urtata da altre due vetture che sopraggiungono. La
monoposto spostata di una cinquantina di metri, attorno ad essa si affannano, per
spegnere l'incendio ed estrarre un Lauda intontito, Arturo Merzario, Erti, Lunger,
Edwards. Riescono a liberare il pilota dall'abitacolo e lo adagiano sul prato.
Lauda in quel momento imbocca un tunnel dal quale verr fuori soltanto il 6
agosto quando a Mannheim, dove stato trasportato in elicottero, viene dichiarato
fuori pericolo.
L'incidente ha lasciato terribili ricordi sul volto e sul corpo, ma Lauda dimostra il
suo carattere presentandosi a Monza per le prove del Gran Premio d'Italia: dopo il s
dei medici alla partenza. Un anno prima, su quella stessa pista, per lui era stato il
trionfo; adesso tenta la difesa del titolo dal robusto assalto di Hunt. Monza gli dice
bene: l'inglese fuori, lui quarto. Ma nella trasferta americana Hunt ottiene due primi
posti e Lauda un terzo. Il mondiale verr deciso, in Giappone.
Alle pendici del Fujiama, il monte sacro, in una giornata di pioggia e nebbia con la
pista allagata, la corsa di Lauda dura soltanto due giri, poi l'imprevisto rientro ai box,
la scelta di non rischiare. La corsa un susseguirsi di colpi di scena con Hunt che alla
fine riesce ad acchiappare il quarto posto, quello che gli serviva per diventare
campione del mondo per un solo punto.
Un anno duro, sofferto, i cui riflessi toccano anche il '77. Tre successi, in Sud
Africa, Germania e Olanda, pi uno di Reutemann, che ha sostituito Regazzoni, una
ragnatela di piazzamenti che alla fine catturano il titolo mondiale: due mesi prima che
ci avvenga la frattura definitiva fra l'austriaco e la scuderia. L'addio il 29 agosto nello
studio di Ferrari al termine di un colloquio burrascoso.

Si scioglie cos un'accoppiata che nei quattro anni di vita era apparsa imbattibile e
che per mesi e mesi catalizz l'interesse dell'opinione pubblica facendo quasi passare
in secondo piano la nuova coppia Reutemann-Villeneuve. A cinque anni di distanza,
forse inconsciamente, gli uomini della scuderia tentavano di unire nuovamente il
pilota esperto con il giovane da preparare.
Reutemann, approdato a Maranello nei giorni tempestosi dell'incidente di Lauda,
non riesce a convincere il clan modenese. Non tanto per il fallito obiettivo del
mondiale, nonostante le affermazioni in Brasile, USA Ovest, Inghilterra e USA Est,
quanto per la difficolt d'intendersi con gli altri. Per la Ferrari il '78 un anno difficile.
Non c' soltanto da controbattere lo strapotere della Lotus di Andretti, che fa man
bassa di grandi premi, ma anche il difficile affiatamento da trovare con la Michelin,
che ha sostituito la Goodyear nella fornitura dei pneumatici.
Turbo e minigonne
Il divorzio fra Reutemann e la scuderia brusco, con dure accuse da tutte le parti.
Non rimane spazio per i ricordi lieti, (non ce n'erano stati molti), ma il sorpasso
effettuato da Reutemann a Brands Hatch nei confronti di Lauda rimane memorabile
per i tifosi di quella che stata chiamata la nazionale a pistoni. Emigrato
Reutemann, salgono sul proscenio Scheckter, ex ragazzo prodigio sudafricano, e
Villeneuve che a furia di rompere una macchina dopo l'altra, ha finalmente affinato le
sue doti di combattente spericolato e ardito.
proprio Villeneuve a chiudere il '78 vincendo a casa sua, in Canada, e ad aprirlo
con l'affermazione in Sud Africa. Questa vittoria vale a bloccare il sorprendente
strapotere delle Ligier in un'annata che si annuncia densa di sorprese con nuovi team
alla ribalta, Ligier per l'appunto, Williams, Renault, e l'affermazione del turbo che,
dopo l'introduzione delle minigonne, rappresenta la pi alta novit tecnica della
Formula 1.
Il '79 una stagione felice. Scheckter coglie nella prima parte due successi, Belgio e
Montecarlo, che sono la base della sua affermazione. Il sudafricano, infatti, a
differenza di Villeneuve, che arrivato primo in Sud Africa e a Long Beach,
colleziona una serie di piazzamenti che mettono un distacco incolmabile fra lui e
Jones, l'australiano della Williams che domina alla grande la seconda parte, strappa
quattro vittorie ma alla fine terzo, superato anche da Villeneuve diventato pi
competitivo, ma sempre impetuoso. Pure il '79 si chiude dunque all'insegna della
Ferrari che a Watkins Glen coglie il successo che sigla l'intera stagione.
Il nono titolo mondiale della scuderia il definitivo riconoscimento al lavoro di un
gruppo che ha dominato la seconda met degli anni Settanta: tre campionati, due
secondi posti e un terzo posto: nessuno ha saputo fare meglio.
Gli anni Ottanta si annunciano belli e misteriosi con la nuova prova tecnica che sar
costituita dal motore turbo e con le grandi marche automobilistiche che sembrano
ormai decise a riversare fiotti inestinguibili di quat
trini nella competizione sportiva. Ma come disse una volta Scheckter, la Ferrari non
soltanto una casa ; dentro di essa batte una parte del cuore di tutta una nazione.
Per Ferrari, classe 1898, la lotta continua. Bilancio a tutt'oggi: dal 1950, tra
campionati del mondo piloti e marche, 23 titoli.

Molte voci per raccontare una vita


Lo hanno chiamato in tanti modi: "il gran vecchio", "il mago", "il fenomeno", ma
ci sono anche definizioni meno cordiali. uno ha detto il corridore Gigi Villoresi
che non conosce la parola grazie. L'Osservatore Romano stato addirittura pi
aspro: Un Saturno ammodernato: continua a divorare i suoi figli . Un biografo: Il
Richelieu delle automobili , ed una allusione alle sottili strategie, al suo bisogno di
imporsi. Duro, orgoglioso, misantropo precisa una scheda informativa.
Enzo Ferrari troppo chiuso, e in qualche momento impenetrabile, per limitarlo
dentro una frase. Dice: Sono ritenuto abbastanza complicato . Ha ottantadue anni:
ma credo che il tempo lo spiegher sempre di pi. I suoi gesti possono suscitare
simpatia od ostilit: ma in ogni caso, considerazione.
Ha scritto di s: Non ho mai odiato, non ho mai saputo che cosa siano l'invidia e
il rancore. Non mi sono mai pentito, rammaricato molto spesso: giusto, questo?
Credo di no. Mi sento solo, dopo tanti allucinanti avvenimenti, e quasi colpevole di
essere sopravvissuto .
Lo osservo: le lenti scure proteggono gli occhi forse stanchi, ma la faccia viva.
Ogni tanto, qualche segno di insofferenza, per la telefonata troppo lunga, per
l'intervento inopportuno o sbadato. Vorrebbe sempre l'essenziale.
Senti che qualcuno: hanno scritto che, in America, l'italiano pi famoso, dopo
Cristoforo Colombo. vero: prima della guerra conoscevano soltanto due nomi:
Pinocchio, e Borsalino. Poi Fellini, la Loren, la pizza, la pasta Barilla, le scarpe e lui.
Mi sembra uno di quei personaggi del West, avventurosi, forti, prepotenti,
drammatici, che allevavano bestiame, costruivano ferrovie, scoprivano il petrolio, e
portavano in s, fino all'epilogo, visioni di conquiste e struggenti passioni.
La sfortuna non esiste uno dei suoi motti. Anche per questa sua libert di
giudizio, che non ricerca attenuanti, penso, piace. La vicenda della sua fabbrica dice
Giuseppe Prezzolini un capitolo di storia del costume contemporaneo.
Nasce, all'inizio del secolo, nella campagna emiliana. I suoi sono piccoli borghesi,
che lavorano, ma che hanno anche un senso pacato dei piaceri della vita. Portano i
figli a spasso in automobile, il sabato sera si va a teatro, la domenica al ristorante.
Il bambino Enzo ama poco i libri di scuola, e pi lo sport, le gare podistiche, ad
esempio, la bicicletta, che la conquista della gente, e da queste parti l'adoperano tutti:
il romanziere Oriani, il poeta Olindo Guerrini, che le dedica versi carichi di
entusiasmo, o il "povero letterato" Alfredo Panzini che, pedalando, va a scoprire posti
e uomini di queste contrade.
molto bravo nel tiro a bersaglio, e infatti, pi tardi, quando consacra un libro
scherzoso ai giornalisti che si sono occupati, generosi o severi, delle sue vicende, lo
intitola Flobert. Fa centro spesso.
Nota gentile: alleva anche colombi, e frequenta la palestra della gloriosa societ
Panaro: quei vecchi stanzoni, che sanno di umido, di polvere e nei quali si respira
odor di gesso e di sudore.
Nella scena agreste, strade segnate dalle file dei pioppi, fatte per i birocci e i carri
trainati dai buoi, con sullo sfondo i casolari dai muri scoloriti dalle piogge o dal

solleone, che compaiono anche nei melodrammi di Verdi, fa irruzione il motore, ed


esalta lo spirito intrepido, e il gusto dell'azzardo di questo popolo piuttosto epicureo.
La sfida, la ribellione, il carattere indipendente ce l'hanno nel sangue. Dice Ferrari:
Sono individualista e pragmatista, insofferente delle discipline e delle consuetudini di
partito .
qui che predicano i primi apostoli laici, anarchici e socialisti, e prosperano, dove
comandavano i preti, gli anticlericali, e dove governa il re, i repubblicani. Io
confessa Ferrari sono attaccato alla mia terra. Oserei dire in modo feroce.
Ne ha preso il temperamento: concreto, tenace, curioso, pronto sempre a
ricominciare, ma anche irritabile, un po' despota, accentratore. Qualche volta salta
fuori la diffidenza del campagnolo, ma non si nasconde: confessa a un intervistatore:
Sono giudicato un tipo difficile e penso di esserlo .
Ha dieci anni quando assiste, coi genitori, alla prima corsa: l che forse nasce una
vocazione. Albert Sabin, lo scopritore del siero antipolio, mi raccont che il pensiero
della ricerca gli venne, da bambino, leggendo un libro a quel tempo famoso:
Cacciatori di microbi; Hermann Oberth, il maestro di von Braun, mi disse che era
piccolo e malato quando, abbandonandosi a un romanzo di Giulio Verne, dove si
narrava di un cannone che sparava un ardimentoso verso gli spazi celesti, intu che si
doveva invece fabbricare un veicolo che lo portasse in alto, fino alla Luna. C' gi
l'idea delle V 1, e dei razzi interplanetari.
Vince Nazzaro, sfrecciando sulla via Emilia, e quelle vetture dai lunghi cofani,
quegli uomini con la berretta di pezza e gli occhiali di gomma agitano la sua fantasia.
Chiam poi i piloti i volontari del rischio e ha sempre creduto di capirne i
problemi, perch stato uno di loro.
Lo hanno definito anche "stregone", o "Drake", con chiara allusione al leggendario
corsaro, ed complicato rivolgergli il discorso: ingegnere, commendatore, cavaliere?
Lui preferisce i modi spicci del suo barbiere, che ogni mattina gli indirizza il consueto
saluto: Buongiorno, Ferrari .
Odia le esibizioni, le massime, il miracolo. Confida: Se potessi direi:
dimenticatemi . Ha perfino un candore che lo spinge verso l'infanzia, un bisogno di
innocenza: Quando prego dico: Dio, fatemi diventare pi buono .
Gli attacchi che lo hanno spesso bersagliato li considera inevitabili, normali,
almeno conversando: il conto che si deve saldare quando si da troppo tempo
sull'onda . convinto che si paga tutto, c' un prezzo per ogni cosa: una regola
aspra, ma che bisogna accettare. Ma si sente anche appagato: Sono uno che ha
sognato di essere Ferrari .
Si guarda attorno, senza illusioni. Non si ammira, si accetta. Se pesa le frasi, lo fa
per quell'amore di precisione, per il desiderio di arrivare fino in fondo alle cose, un
atteggiamento che domina la sua maniera di essere. Lo videro in un capannone, seduto
alla guida di una macchina sconvolta da un incidente, che toccava, con mano leggera,
le lamiere contorte, e gli strumenti, i pezzi del motore, cercando di rispondere ai
perch che l'ossessionavano.
Ho chiesto a Gianni Agnelli di darmi un giudizio sul suo socio di Maranello.
uno abituato a vincere. L'ho riferito a Ferrari: Forse ha commentato sarebbe
pi giusto dire: "allenato" . Ha detto Ford con invidia: Questo signor Ferrari, che si
vede citato gratis ogni luned da tutti i giornali del mondo, mentre gli altri buttano via

i milioni in pubblicit .
Ho interrogato un concorrente diretto e prestigioso, Anthony Colin Bruce
Chapman, padrone, manager e ispiratore della Lotus, questa vettura che porta il nome
di un fiore orientale.
considerato uno dei pi grandi e geniali progettisti di bolidi da competizione,
quello che ha costruito per primo il telaio attorno al conducente, seduto quasi
sull'asfalto, in posizione di guida. Han battezzato la trovata "effetto suolo". Ricorda
Stirling Moss: Sembrava di correre col motore attaccato al sedere, e con i piedi
appoggiati al terreno .
Laureato in ingegneria chimica, considerato un asso della meccanica; durante la
guerra era pilota della RAF, e viaggia ancora con il suo Chessna; forse da quelle
esperienze nata la sua convinzione che una Formula 1, per vincere deve somigliare
a un tubo con quattro ruote, o meglio a un aereo senz'ali .
anche l'inventore delle "minigonne", due paratie mobili messe sotto i fianchi
della Lotus, che contribuiscono, in curva, a mantenere l'aderenza alla superficie.
Elisabetta II gli ha rifiutato il titolo di "sir" che ha concesso invece al calciatore
Matthews e ai Beatles; si vede che la regina preferisce, alle piste e ai circuiti, i cavalli e
gli stadi.
Di Chapman dicono che abile, ma anche cinico e spericolato. Se ne infischiato
del verde, che il colore nazionale, e ha tinto le sue macchine a seconda dei desideri
dei fabbricanti di sigarette che pagavano, ed cos passato dal rosso e oro al nero
filettato di porporina, per far contenti i clienti.
Gli importa arrivare primo, e non guarderebbe troppo per il sottile al pericolo che
corre chi sta al volante. La giustizia lo ha sempre assolto, ma Jochen Rindt si
fracassato a Monza per il cedimento di una sospensione. Pu capitare.
Anche Ronnie Peterson ha fatto la stessa fine, pur se non si son trovate ragioni
tecniche. Jim Clark, fuori classe scozzese, nel circuito di Hockenheim, in Germania,
stato vittima della stessa dinamica che uccise Rindt. Disse Jackie Stewart, due volte
campione del mondo, che non avrebbe mai avuto il fegato di correre sulle Lotus .
Chapman, a queste critiche ha risposto che non ha tempo di correre dietro alle
chiacchiere dei giornalisti .
Ha il bilancio al suo attivo, e questo cancella ogni obiezione. Nessun pilota ha
vinto con una stessa marca quanto Jim Clark; e nessuno ha lanciato tante innovazioni.
Sposato, con tre figli, trascorre con la famiglia solo due settimane di vacanza, non
frequenta giri mondani, dorme pochissimo, mangia coi suoi meccanici. Quando
vince, butta all'aria il cappellino, ma i maligni dicono che c' sempre qualcuno svelto
a recuperarlo.
Gli ho chiesto:
Che cosa ne dice di Enzo Ferrari?
Penso che uno dei "benefattori" dell'automobile. Il suo lavoro ha sempre dato
un enorme contributo allo sviluppo dell'industria meccanica.
Non crede che sia un dittatore?
No. Sue sono le responsabilit, sua la fabbrica e perci non vedo nulla di male
nel fatto che sia lui l'ultimo a decidere.
Ferrari non va mai alle corse, lei sempre ai bordi della pista: perch?
solo una questione di et. Una volta ci andava anche lui. Verr il momento in

cui anch'io star a casa.


Come nata la sua vocazione di costruttore?
Ero studente di ingegneria subito dopo la guerra, e naturalmente mi piaceva
mettere insieme delle piccole cose. Ero per soprattutto interessato ai motori e cos,
un po' alla volta, con pezzi provenienti da altre vetture che io riparavo, iniziai a
preparare le prime macchine. Ho cominciato rimettendo in sesto una vecchia Austin
Seven.
Qual il vostro ruolo?
Credo che le corse automobilistiche siano un buon banco di prova per soluzioni
tecniche che verranno poi adottate su macchine di serie. Il nostro compito perci
quello di studiare sempre nuove soluzioni, di proporre nuove combinazioni, di
sviluppare, insomma, la base dell'industria automobilistica in generale.
Se non avesse fatto il suo mestiere, che cosa le sarebbe piaciuto?
Avrei voluto dedicarmi all'aeronautica.
I suoi avversari dicono che le sue macchine hanno una marcia in pi. vero?
Bene, grazie del complimento, ma hanno solo degli accorgimenti forse migliori
di altre. Ma per quale altra ragione costruirei auto da corsa?
Quante marce ha la Ferrari?
Il punto di forza delle Ferrari il motore, ma un altro segreto della casa di
Maranello la compattezza della squadra e la bravura dei progettisti.
Perch getta il cappello in aria alla fine di ogni gara? superstizione?
Certamente no. solo una tradizione. Avevo preso questa abitudine anni fa
quando qualche mio pilota vinceva. Ai giornalisti piaciuto, e cos ho continuato.
Che cosa si prova quando muore uno dei tuoi?
difficile spiegarlo: io allaccio sempre un rapporto di amicizia con i miei
corridori, e perci se uno muore un grosso colpo per me. Ma l'automobilismo uno
sport pericoloso e il nostro principale obiettivo resta quello di migliorare le
condizioni di sicurezza delle macchine in modo che gli incidenti, poich sempre ci
saranno incidenti, arrechino il minor danno possibile.
Hai mai pensato di smettere?
S, una volta. Fu dopo la morte di Clark, ma poi la tragedia pass e io
ricominciai.
Chi un campione?
Un uomo che ha talento, esperienza, forza di volont, una buona macchina e un
buon team.
Quale corridore ha ammirato di pi?
Penso che Jim Clark sia stato il miglior pilota di Formula 1.
Progrediranno ancora i limiti attuali di velocit e di sicurezza?
Credo che a medio o a lungo termine si dovranno studiare delle nuove misure
per rendere sicuri quei circuiti che, a causa soprattutto dell'aumento di dinamismo
delle vetture, non saranno pi tali.
Perch un uomo rischia la vita per correre?
Non posso rispondere a questa domanda: ognuno decide della propria esistenza.

Perch i modelli attuali assomigliano sempre meno alle auto di tutti i giorni?
Credo che le nostre soluzioni saranno adottate dalla grande produzione nell'arco

di dieci anni, soprattutto per quanto riguarda la parte aerodinamica. Noi stiamo solo
anticipando i tempi.
Che cosa conta di pi in un corridore?
difficile dirlo perch un buon pilota il risultato di molte qualit diverse. Uno
dei punti pi importanti credo sia per la capacit analitica, saper, in altre parole,
valutare le situazioni man mano che si presentano, senza forzare troppo la macchina e
senza eccedere.
Quanto conta la macchina e quanto il pilota?
Non saprei sinceramente cosa dire: un buon risultato si ottiene con la
combinazione di molti fattori, e non ci sono percentuali determinabili.
Non pensa che l'ondata pubblicitaria distrugga l'aspetto romantico delle gare?
No. Noi lavoriamo nell'industria che ha, naturalmente, le sue esigenze.
Perch alcune marche come la Maserati o la Mercedes si sono ritirate?
Non lo so, probabilmente ad un certo stadio della loro partecipazione decisero
che era meglio tentare altre strade, oppure che il loro nome era stato sufficientemente
pubblicizzato.
Si pu chiedere ad un pilota di rinunciare ad una vittoria per favorire un
compagno o una squadra?
Credo di s. Nella mia squadra capitato spesso.
A Settimo Milanese c' l'Autodelta, che il reparto corse dell'Alfa Romeo. Lo
dirige l'ingegnere Carlo Chiti, toscano, imponente, scamiciato e cordiale. Il suo ufficio
qualcosa che ricorda una certa scena dell'Opera da tre soldi e del bazar: il trionfo
del kitsch. Trofei, pezzi di motore, libri, e brandine per cani. Un paio di bastardini,
raccolti per la strada, gemono sotto la scrivania. Hanno la febbre dice,
accarezzandogli il muso. Con l'aiuto della segretaria distribuisce pastiglie di antibiotici.
Ne ha messi insieme una dozzina, che vagano tra i capannoni della fabbrica. Agli inizi
della carriera, quando era alla Ferrari, aveva Pippo, poi pass alla ATS e adott la
Trilli, e quando arrivato qui ha trovato l'Orbina, che aveva, fra tante disgrazie, anche
perso un occhio, perch c' sempre un prediletto. Fuori delle automobili ha anche altri
interessi: psicanalisi e antropologia; gli animali sono un amore. Mangia e beve senza
inibizioni, allegramente.
Di Chiti, Enzo Ferrari fa un ritrattino che tien conto dei meriti, ma che non ha
accenti molto cordiali: Uomo di vasta cultura teorica, pari alla sua ansia di emergere.
Da lui mi sono separato non per contrasti di natura tecnica, sindacale o finanziaria,
bens per ragioni o per pretesti sorti per fattori estranei che distorsero la visuale esatta
e le giuste proporzioni delle singole posizioni. Questo divorzio sugger ad altri
collaboratori una curiosa solidariet, che in seguito mi apparve fin troppo chiara. Il
tempo si poi incaricato di definire le individuali capacit di tutti costoro .
Ferrari leale: riconosce che ogni collaboratore ha portato il suo contributo, dice
che si debbono ricordare solo le pagine liete, ma che chi se ne andato si portato
dietro un insegnamento e una somma di conoscenze possibili solo in un ambiente come si sa - aperto ad ogni proposta, ad ogni suggerimento.
Nel 1975 c' stata la riappacificazione, con tanto di abbracci e qualche flash dei
fotografi.
Non siamo andati d'accordo mi racconta l'ingegnere Chiti ma non c'erano

motivi personali. Ho passato sei anni con lui. Ma non sono stato il solo a venir via,
eravamo un gruppo di dirigenti, tutti abbastanza giovani, e Ferrari era abbastanza
duro. Mi chiam dopo la morte di Fraschetti, che era capo dell'ufficio tecnico, e si
ammazz provando una vettura. Guardi: Ferrari un grand'uomo, con grandi difetti e
grandi pregi. Molte delle sue pecche, ora che ho un posto simile al suo, mi accorgo
che sono proprie del mestiere. estremamente intelligente. Ha una preveggenza
degna di una chiromante. Capisce le cose cinque giorni prima, conosce bene gli
uomini e il suo compito. Diffonde simpatia. La pi affascinata era mia moglie che si
interessa di Freud. Un soggetto straordinario. Fuori dai rapporti di lavoro di un
fascino incredibile. L'ho visto discutere con un gesuita, e lo incastrava. Se avesse fatto
il politico, sono certo che avrebbe ottenuto un successo immenso.
I lati negativi? Impulsivit e diffidenza. Spesso affermava: "Pensate male e siete
alla met della realt". Per me non sempre cos. Una volta lo consideravo anche
prepotente, ma adesso ho capito che certe decisioni, certi atteggiamenti non sono
soprusi.
Non vuole piloti italiani: e lo capisco. Se succede una disgrazia hai contro tutti:
stampa, partiti, chiesa. Se te ne muore uno finita. La sua passione per le macchine
particolare: pensi che non va in ascensore, o in treno, o in aereo, perch ha paura. Lo
confessa ridendo. Si fida solo del suo autista.
Molti si chiedono da che cosa nasce il suo mito. Ha vinto moltissimo, e non ha
mai rinunciato, anche quando le cose non andavano bene. Ha spaziato in ogni
categoria. Si dimostra freddo quando c' qualche incidente: ma vero? Poi ha il culto
del figlio morto, una devozione da meridionale.
Non va alle gare perch soffre moltissimo: io invece s, ma lui il padrone, e io
un tecnico. Le sue reazioni sono improvvise: una volta a Le Mans, una vettura
rimasta senza benzina. Cosa non fece; licenzi tutti. Ma ne era rimasta una, che vinse.
Allora tutto fin lietamente.
Che cosa si prova quando uno dei tuoi corridori ci lascia la pelle?
Uno cerca di essere freddo, un mestiere brutto. come fare l'ufficiale in guerra:
piangi perch c' l'assalto?
Anche lei convinto che le corse facciano progredire?
Senz'altro. Senza non si sarebbe arrivati fino a questo punto. Quando non c'
agonismo ci si adagia. Il motore Diesel rimasto indietro perch non ha mai
gareggiato.
Chi il campione?
Quello che va pi forte, e arriva anche primo. Stirling Moss era grande, ma non
ha mai vinto campionati mondiali.
Chi il corridore che ha ammirato di pi?
Stewart, e Jim Clark, e anche Moss, ma quei due erano veramente qualcosa di
superiore.
Che cosa conta di pi, per uno che si misura in pista: prontezza, coraggio,
tecnica, resistenza fisica, colpo d'occhio?
I riflessi. come l'acrobata che va sul filo. Una sensibilit diversa.
Quanto in un successo tocca alla macchina, quanto a chi la guida?
Una volta, con motori cattivi, la prevalenza andava all'uomo. Oggi pi
sofisticata: e a lui, vanno quaranta punti su cento.

Si pu chiedere a uno di rinunciare alla vittoria per far vincere un compagno di


squadra?
Lo abbiamo fatto tante volte. Nel '58, quando Hawthorn era in lotta con Moss,
per un punto, e a Monza e a Casablanca chiedemmo a Phil Hill di arrivare dietro. Non
poi tanto strano.
Non solo Enzo Ferrari, dunque, che tende ad imporre la sua visione e la sua
personalit: fa parte del ruolo, tanto che il suo collega Alfred Neubauer della
Mercedes era chiamato "il sergente di ferro", e sono note le polemiche di Chapman
con Emerson Fittipaldi e con Graham Hill. Il dissenso, anche aspro, tra costruttore e
pilota nelle cose. Ferrari conseguente: convinto com' che se gli avvenimenti
vanno in una certa maniera non dipende dal destino; gran parte della nostra sorte
nelle nostre mani. E lui le usa.
Non si arriva al suo posto se, sul cammino, non c' anche qualche lacrima, tua e
degli altri. Disse una volta Kruscev: Datemi due vetture fatte da lui e vi firmo la
coesistenza . un riconoscimento, anche se un po' enfatico, assoluto. Ma lascia
spazio anche ai risvolti negativi.
Il giudice pi severo uno dei vecchi tempi: Gigi Villoresi. Un bel signore che ha
passato i settanta. Porta addosso i segni della storia vissuta: le ammaccature, voglio
dire. Commercia in automobili, rimasto nell'ambiente. Ha alle spalle una consistente
carriera: il Gran Premio di Gran Bretagna, la Temporada, due volte Monza, le 12 ore
di Casablanca, le Mille Miglia del 1951. Con una Maserati, stava per vincere sulla pista
lombarda la pi bella corsa della sua vita: era in testa, aveva superato anche Fangio,
quando fu tradito dal bullone dell'albero di trasmissione, un accessorio del costo di
venti lire.
Ha detto in una intervista che il "mago di Maranello" come uomo non gli piace, e
che riuscito a rendergli perfino simpatico Lauda.
Si tirato fuori nel 1955, quando una sbandata lo mand all'ospedale. Quella
volta racconta sentii troppo male. E poi dovevo dare un'altra impostazione al mio
avvenire. E quando smetto una cosa non ci torno pi sopra.
stato un protagonista. Ma erano altri momenti; per una vittoria con la Fiat, il
professor Valletta, amministratore delegato della societ, gli mand una lettera gentile
e un assegno di mille lire. La prima quattro cilindri usata la acquist coi suoi risparmi.
Lo avevano battezzato "il pazzo volante", perch era solo, senza l'assistenza di una
scuderia. Un meccanico caritatevole di un'altra squadra lo avvert, prima di una
partenza, che aveva una gomma fuori posto. Come assistente, si era portato dietro
l'autista di famiglia. Aveva un fratello pi giovane, Emilio, pervaso dagli stessi
entusiasmi: si uccise durante una prova. Ecco il resoconto del nostro colloquio:
Chi per lei Enzo Ferrari?
Ce ne sono due: l'uomo e il creatore del suo nome. L'uomo pu avere delle
pecche, come costruttore non si pu che ammirarlo. Quando firmammo il primo
contratto, io gli dissi: "Lo so che non le sono simpatico, ma lei non lo a me: sono
qui per parlare di affari". In tre minuti ci mettemmo d'accordo.
Perch ha detto che non conosce la parola gratitudine?
Non ha mai avuto riconoscenza per nessuno, perch pensava che il corridore gli

doveva tutto. Ma pretendeva in cambio la dedizione assoluta. Solo per Ascari, forse,
ha sentito affetto, perch era stato amico del suo pap. Per gli altri si trattava di
convenienza: vinci e va bene, perdi e cambiamo. Forse l'inesorabile e crudele logica
di uno che vuole imporsi.
Cosa ricorda del periodo che ha trascorso con lui?
Mi rimasto come un senso di obbligo; debbo ringraziarlo perch mi ha messo
nella condizione di realizzare serenamente quello che era il mio desiderio pi forte. I
rapporti si sono guastati quando ho compreso la sua personalit, coi pregi e i difetti.
Le virt non tornavano a mio vantaggio, le manchevolezze le avevo contro. Quando
con Alberto Ascari decidemmo di lasciarlo non ne provai dolore.
Ferrari ha detto: Le donne dei box sono le rivali pi pericolose . Condivide?
Forse s. Prima di noi, ci sono state figure femminili di grosso rilievo: Alice
Caracciolo, la compagna di Sommer, la Norma di Varzi, erano veramente non solo
signore di una certa classe, ma aiutavano il loro uomo, moralmente e materialmente.
importante avere qualcuno che ti distende, e ti aiuta a sciogliere le contrariet. Io non
l'ho incontrata, io non l'ho capita, cosa di cui mi pento oggi; c'erano delle amiche, ma
sempre saltuarie. Dopo non ci sono state forti personalit. L'ambiente cambiato.
Quello di oggi non lo conosco.
Quando si vede un compagno morire si pensa: Ora basta, la finisco?
Dico di no. Quando ho perso mio fratello, al quale ero veramente legato, avrei
smesso. Ho continuato, provocando un enorme dolore ai miei genitori, che per non
dissero nulla: sapevano che quello era il mio ideale. Ne ho visto cadere tanti, Musso,
Alberto Ascari; era qualcosa di scontato, poteva accadere. Neppure adesso temo di
morire. Ho smesso per paura del dolore. A Roma, al circuito di Ostia, sono finito sulla
sabbia che era al bordo della strada e mi sono accartocciato contro un pino. Sono
partiti spalla, femore, gambe e tre costole.
La riprende mai la nostalgia del mondo delle corse?
Forse s. Volevo darmi ai rallies, mi piacevano, ci sapevo fare. Ma bisogna capire
quando il momento di dire di no.
Rivalit significa rancore?
No. Ce l'hai con chi scorretto.
Perch uno si mette a correre in automobile?
I tempi sono cambiati. Una volta solo per la passione. L'interesse allora contava
poco. Con Ferrari, io e Alberto Ascari prendevamo met dei premi d'arrivo, met degli
ingaggi e un rimborso spese sulle centomila mensili. Parlo del'49.
Che cosa vuol dire vincere?
Toccare quello che ti sei sognato. La pi grande gioia possibile.
Che cosa fa il campione?
Si dice che il pilota si crea, ma non vero. Si pu perfezionare. Il grande cantante
nasce col dono della voce, con lo studio migliora. Anche guidare particolarmente bene
l'auto un dono di natura, arrivare alla perfezione un altro discorso. Bisogna capire
il mezzo che hai a disposizione, possedere il senso di come va utilizzato, le curve sono
uguali per tutti, e l'asso ha l'intuito su come vanno prese, poi quella dote di coraggio
che non incoscienza, ma controllo delle proprie capacit, per spingersi fino
all'estremo, ma senza superarlo. E poi onest professionale: dare tutto senza riserve.
Che cosa si prova prima della partenza? Uno si rende conto del rischio?

S, il pubblico ti considera un irresponsabile: il 70 per cento dei piloti, a quei


tempi, moriva. Tu, invece, accantoni questo pericolo, ma negli ultimi cinque minuti hai
una visione di tutta la tua esistenza, di ci che puoi perdere in un attimo, per caso. C'
spesso una fuga verso i gabinetti. Poi, il via, e non vedi altro che il miraggio dell'arrivo.

Ha mai avuto paura?


S. Ho avuto tre incidenti gravissimi che mi porto sempre addosso. Sono due
secondi: ma non finiscono mai. Senti che la macchina ti sfugge, ma non puoi far
niente, lo sgomento ti invade.
A un giro della Sicilia, che ho vinto, mi sono partiti i freni; ho fatto da Messina a
Palermo senza poterli toccare, ero in testa da dieci minuti e al rifornimento mi hanno
detto di proseguire. Provaci, tieni duro.
Al passaggio a livello di Buonfornello, le sbarre stavano abbassandosi. Andavo a
duecentocinquanta all'ora, non c'era niente da fare. Ho detto al mio meccanico
Cassani: "Abbassati", e anch'io mi sono buttato sotto, siamo passati a cinque
centimetri dalla stanga. Dopo, andavamo a sobbalzi. Mi tremavano le gambe.
Quali sono le sue pi grandi soddisfazioni?
Ho avuto grandi gioie e grandi dolori. A Modena lotta Maserati-Ferrari. C'erano i
meglio: Fangio e Gonzales per Maserati, Ascari e Villoresi per Ferrari. Ero reduce da
un guaio, e avevo un busto di gesso. Corsi con il muletto, perch la vettura datami non
mi piaceva. Mancavano dieci giri, Gonzales mi passa. Ho cercato di attaccarmi a lui, e
mi sono accorto che non aveva pi i freni. L'ho studiato un po' e verso il finale, vista
una curva ad angolo retto, mi sono buttato dentro e l'ho passato. Non era un Gran
Premio, ma l'ambiente contava, quello che avevo fatto mi dava soddisfazione. Ferrari
mi disse grazie. Non credo che lo abbia fatto tante volte.
La pi grande delusione stata Indianapolis; avrei vinto quasi facilmente. Sono
rimasto fregato dai magneti, non revisionati, nonostante i consigli della casa.
Che cosa ne pensa di Fangio, di Moss, di Lauda? Sono questi i pi grandi?
Non si possono fare paragoni con Nuvolari e con i miti dell'epoca precedente.
Aggiungo che se Alberto Ascari fosse vissuto qualche anno di pi, forse oggi si
parlerebbe di lui.
Chi tra i suoi successori di oggi quello che ammira di pi?
Villeneuve, per il quale ho una grossa simpatia. Il legato accoppiato alla classe va
ammirato.
Esistono le "pastette" nelle gare?
Fra noi corridori mai. Avevamo un principio: lotta fino al cinquantesimo giro, ad
esempio, dopo rispetto per la macchina. Proteggevamo chi stava affermandosi.
Qual il difetto maggiore per un pilota?
Sopravvalutarsi.
Cosa consiglierebbe a un giovane che comincia?
Umilt.
Molti corridori hanno superstizioni. Ne ricorda qualcuna? Lei ne aveva?
Io no, e dovevo sempre combattere contro le ubbie di Alberto Ascari, che
temeva tutto: gobbe, gatti neri, sale rovesciato sulla tavola. Non correva se non aveva
le sue cose, era un pignolo: l'ultima volta, ha chiesto in prestito casco, guanti e occhiali
a Castellotti. andato contro i suoi princpi, le sue convinzioni.

Quanto conta il motore nella vittoria e quanto chi lo guida?


Allora al cinquanta e cinquanta, oggi, il pilota al venti.
Qual il momento pi critico della gara? La partenza?
Adesso determinante. Allora il ricupero era pi facile. A Montecarlo, vuole dire
praticamente la vittoria.
C' qualche altro mestiere che l'avrebbe affascinata?
Direi di no.
Ferrari l'ho incontrato in diverse occasioni: non mi sembrato misterioso o furbo,
ma scoperto e perfino indifeso. Le sue astuzie, mi sembrano piuttosto intuizioni
psicologiche. Dice: Non regalare mai niente; se dai cento l'altro pensa: chi sa quanto
ha lui, ma concedi sempre qualcosa .
E ancora: Non avrei mai potuto fare il magistrato: nelle stesse circostanze, con
uguali necessit, come mi sarei comportato io? In galera ci sar di sicuro qualche
innocente .
Non intende presentarsi neppure nella veste migliore, e non credo sia per un senso
di falsa umilt. Io penso mi confida che nella vita, per arrivare, si lavora di gomiti,
e i gomiti fanno male. Io adduco a mia discolpa una grande giustificazione: noi ci
portiamo dentro l'educazione che ci hanno data i nostri genitori. Se uno ha avuto la
disgrazia di nascere in una famiglia dove l'armonia non era perfetta, e le grida, gli
insulti e le bestemmie si sprecavano, difficile che dimentichi quelle emozioni.
Formano il tessuto iniziale della sua personalit.
Naturalmente si invecchia, e si cambia: Oggi mi muovo con un garbo che non
crea inimicizie, senza alzare la voce si possono dire cose terribili. Ma l'ho imparato in
ritardo. Ho sempre avuto un complesso di soggezione verso certi tipi di interlocutori.
accaduto cos che timidezza e impreparazione si sono trasformate in qualcosa che
poteva sembrare alterigia, ma che in effetti non lo era .
Gli hanno pesato i pochi studi, ha imparato il francese, ad esempio, ma l'inglese
non lo sa: Quando uno manca di cultura fondata, si sente come paralizzato . Non
va scordato che il suo modello , nemmeno a dirlo, Napoleone; lo accetta senza
riserve, in blocco: stratega, matematico, ispiratore di codici, e perch no? amatore di
molto riguardo.
Questo "cinico", che non crede alla beneficenza, lascer quasi tutto quello che
possiede a istituti per le ricerche sulla distrofia. Ci sono scuole, piscine, centri di
riunione che portano il nome di suo figlio Dino.
Ha una certa considerazione di s, anche perch capace di confessare le sue
debolezze, o certe chiusure mentali.
Mi ha raccontato che nel 1957, quando durante una Mille Miglia una sua macchina
piomb sul pubblico, e ci furono parecchie vittime, si sent ancora pi solo, cercava
una spiegazione, aveva bisogno di conforto. Feci una lunga confessione del mio
stato d'animo, dubbi, pentimenti, colpe presunte e reali, con un padre benedettino
dell'Abbazia del Monte, vicino a Cesena. Alla fine gli dissi: "Mi perdoni se le ho
rubato qualche giornata". " sicuro" rispose il frate "di avermi portato via del tempo,
o regalato qualcosa?"
un discorso che lascia aperta la strada del dubbio, come qualche volta affiora
nelle sue parole il rimpianto per quello che non conosce, per ci che non stato
possibile: I signori nascono signori dice, ognuno deve quindi accettare il proprio

ruolo.
Donne e motori, riferiscono gli assidui della sua tavola, sono gli argomenti pi
consueti, ma pieno di curiosit, sa tutto, anche i pettegolezzi, c' da ogni parte
qualcuno che lo informa sulle storie delle redazioni, sui misteri dell'industria e anche
sugli amori dei piccoli e dei grandi.
Mi disse un giorno: La donna bisogna considerarla un premio al lavoro . Poi
aggiunse: molto bello quando si pu parlare . Non un genere di affermazione
destinato a piacere alle femministe, ma ha almeno il merito di essere esplicito. Del
resto le riconosce un ruolo complicato: difficile recitare le cinque parti che il
compagno della commedia della vita le richiede: buona moglie, ottima madre, esperta
cuoca, gentile creatura con gli ospiti, e appassionata al punto di non fare desiderare
una scatenata amante. La grande maggioranza degli uomini condizionata dalla
funzione ghiandolare .
Non deve avere avuto rapporti facili, se confida: una donna che mi ha
insegnato la volutt del giuramento falso, sempre. Dicevo la verit, e non ero creduto.
Una volta quando ero all'Alfa, rincasai tardi dal Portello: ero stato in officina. Ci fu
una scenata. Dovrebbero essere orgogliose, quando ritorni: alla fine, pensavo, le
tradisco tutte con te. Poi c' la gioia del pentimento, che una cosa meravigliosa .
Da una maestrina che conobbe durante la guerra, e che descrivono come una
signora garbata e discreta, Enzo Ferrari ha avuto un figlio, che si chiama Piero Lardi, e
che lavora nell'azienda. Non gli dar mai il suo nome; non perch non lo meriti, ma
aveva giurato a Dino che sarebbe stato il solo Ferrari. Quando lui non ci sar pi,
potr, se vuole, aggiungerlo al cognome della madre. Credo non volesse anche
mettergli addosso il peso di una immagine, esporlo a ritorsioni. Lo ha seguito,
diventato perito industriale, ha girato il mondo; erediter, ma non una posizione. Avr
il suo posto nella fabbrica, dove considerato un impiegato modello.
Penso che in Ferrari si dibatta un penoso confronto; con qualcuno ha detto che un
dramma di sentimenti, da una parte quello che non ha avuto niente, dall'altra quello
che ha avuto tutto. E poi Dino la sua leggenda, e la sua pena continua; tutto quello
che ha fatto, va inteso, ha scritto: a maggior onore di quel nome che fu tuo, e tuo
rimane .
A Maranello, il "gran vecchio" il principe. I ragazzini stanno fuori dai cancelli
della pista di Fiorano per vederlo passare, seduto accanto all'autista, quando va a
controllare le prove. Non guida ormai pi, e la sua patente, che ha il numero 1363,
risale al 1916.
Ho conversato con due operai: Bruno Solmi con Ferrari da pi di trent'anni.
Racconta: Lo abbiamo visto arrivare da Modena in bicicletta, aveva una Bianchi.
Anche allora comandava, nato per comandare. Sono sempre stato con lui, nella
buona e nella cattiva sorte. Vorrei che fosse pi giovane, sarebbe molto importante.
Stavo in una piccola officina e mi ha preso. Una volta dava pi soggezione. Ma uno
che ha anche umanit. Quando ho avuto bisogno mi ha aiutato. Se devo andare a
parlare con lui, e ho commesso qualche errore, discutere non facile. Io lavoro ai
cambi, che in Formula 1 sono ancora artigianali. Non permesso sbagliare: se
successo qualcosa a questo pezzo, il commendatore parla. E come. un carattere
rude. Se lo vedevi col cappello sulle ventiquattro, voleva dire che c'era qualche

problema, e qualcosa non funzionava. Politicamente penso che sia un liberale.


Ferrari una persona venuta dal niente, che con capacit e coraggio,
caparbiamente, diventato una favola. Lei mi chiede se amato o rispettato:
rispettato, direi. Vorrebbe sapere che cosa scelgo tra un aumento di paga o una
vittoria? Ma una cosa dipende dall'altra .
Ho chiesto: Crede che per vincere l'ingegnere sacrificherebbe tutto?
Non tutto, ma quasi. Per arrivare, sbatte fuori chi non utile. Ma deve sempre
cercare il meglio. Quelli che sono andati via volevano fare in un certo modo, e lui no.
Ha avuto ragione.
Dicono che non sa dire grazie.
Potrebbe anche essere vero.
Lo invidia?
Come personalit, s. Ma molto solo.
Come sar l'azienda senza di lui?
Funzioner, ma non come adesso. Anche mia figlia impiegata qui. Sa, come
un biglietto da visita.
Bruno Iseppi uno dei giovani, e dal 1975 aggregato alla gestione corse. uno
di quelli che in sedici secondi hanno cambiato quattro gomme. Si occupa della
macchina di Villeneuve, dice che fa il tifo naturalmente per la Ferrari, ma se vince
Gilles "c' qualcosa in pi". Per lui il capo uno che ha raggiunto qualcosa nella vita.
In paese Ferrari sulla bocca di tutti. molto considerato. Non sa come la pensi,
anzi: non vuole pronunciarsi, ma mi spiega che quando la vettura arriva in fondo e
fa il primo posto si cancella ogni cosa .
Gilles Villeneuve ha una sua idea e la esprime rapidamente: Per me il boss. Lo
rispetterei sempre, perch mi ha dato fiducia anche in giorni difficili .
Forse la persona che gli pi vicina, o per lo meno che gli assomiglia di pi, Mauro
Forghieri. Quarantacinque, sposato con tre figli, laurea a ventiquattro, da venti in ditta.
il direttore tecnico, quello che progetta le macchine rosse col cavallino rampante.
un tipo franco ed efficiente, con gli occhiali; sorride, ma senti che in lui c' qualcosa di
severo. Inventa anche pompe idrauliche, case, mobili, decorazioni: gli piace fare.
stato il primo a mettere i radiatori dietro le ruote, non la Lotus.
Senti che ha l'orgoglio di appartenere a una impresa che una delle poche cose che
marciano in Italia, e di essere uno dei protagonisti. La stima di Ferrari, ha detto, gli
basta, e non ha mai mandato lettere ai giornali per discutere apprezzamenti anche non
graditi.
Lo hanno accusato di essere dispotico e invadente; Niki Lauda ha scritto che un
pazzo geniale . Ha una filosofia assai realistica: se vince non si esalta, se perde non si
abbatte. Non rinuncia mai alla lotta. Scamiciato, capelli al vento, parla con gli operai in
dialetto. Suo padre era capo officina, e Mauro Forghieri cresciuto tra questi rumori.
Quando arriv, appena uscito dall'Universit, Ferrari gli disse: Fai quello che sai
fare, metticela tutta. non avere paura: ricordati che qui ci sono io .
Lo ha preso in parola. Del padrone ha la concretezza, cammina coi piedi per terra.
Alla partenza, dice al pilota: Dai, che tra due ore abbiamo finito .
Non gli piacciono i fenomeni, i mostri, i divi. abituato per vocazione e mestiere
a esercitare la critica , per questo, ha riconosciuto che raramente si sentito felice.
Il dibattito pi crudo lo ha avuto con Niki Lauda, ma dice che la colpa stata loro,

perch lo avevano viziato, per tutto quello che aveva fatto, come un figlio unico. Ma
anche convinto che, andandosene, Niki ha ridimensionato molte idee.
A Ferrari dice impossibile raccontare storie. Non si riesce. Ci vorrebbe, per
tentarlo, un idiota. L'ho fatto urlare, non l'ho mai blandito. Non lo chiamo ingegnere,
perch non lo . Del resto, non vuole titoli. Lo chiamo commendatore, come da
bambino. Lo ammiro perch ha saputo, nei giorni bui e in quelli felici, fare un lavoro
che altri hanno mollato. Io per un pistone che non va faccio calcoli, lui lo sente con
l'anima. Ha una fede. un capitano, e si porta dietro un piccolo esercito. Ha un
intuito nei momenti difficili che nessuno possiede. Gli debbo riconoscenza.
Le qualit? Quelle del contadino emiliano, una grande sensibilit, il che non vuol
dire buon uomo. I difetti: se avesse saputo vincere i piccoli residui di sfiducia nella
gente, ma non riesce a farcela completamente. Vorrei prendere tutto da lui, fuor che
l'aspetto umano. Ad esempio, ama l'immagine della donna, non una in particolare. Gli
sono rimasti vicini quelli che hanno saputo dirgli di no.
Ti sbigottisce spesso, e in tutti i sensi: l'ho visto discutere con uno storico, sapeva
tutto. Ha un intuito femminile: vennero delle ragazze, e rimasero stupite da come gli
rivelava aspetti intimi. Sente il peso di una figura creata dalla stampa, e non sa come
liberarsene. Ma si giudica anche: aveva un amico, Peppino, che lo portava in giro, era
la sua ombra, ma la sola volta che non se lo vide accanto esplose: "Ma quello non c'
mai". Poi scoppi a ridere.
Luca Montezemolo si fatto a Maranello, stato direttore sportivo, e ama "il
mago". Mi ha raccontato che quando Lauda, dopo che aveva sofferto il disastro di
Nrburgring, si ripresent in pista, La Gazzetta dello Sport fece un grosso titolo:
Niki torna a Monza. Ferrari lesse, e comment amaro: Come corre, a piedi? .
Lo considera la pi grande primadonna sulla piazza, anche in senso positivo,
s'intende, perch si prende le responsabilit .
Dedica due ore alla posta, e risponde a tutti, e fa spedire adesivi, portachiavi,
fotografie con l'autografo. un lettore attentissimo: con un pennarello viola
sottolinea sui giornali quello che lo colpisce o lo irrita, e chiede spiegazioni. Ama
scoprire piloti non importanti, che valorizzino i suoi motori. Manda di nascosto quella
che fu la ragazza di Musso, di cui si fida, a vedere certe corse, perch gli riferisca. C'
chi sostiene che il grande campione lo infastidisce, perch prende troppo spazio. I
corridori con lui quasi non parlavano, da bravi lavoratori dipendenti.
Con Lauda, all'inizio, tutto procedeva per il meglio. Niki stava all'Hotel Canal
Grande, mangiava al ristorante Cavallino, c'era pi un clima da societ calcistica che da
Formula 1.
Niki diceva, nel suo cattivo italiano: Tu che cosa vuole commendatore prossimo
Gran Premio? .
Nove punti.
veniva accontentato, poi Niki chiedeva moneta , e il commendatore gli diceva
ebreo . Lo vedeva come una sua creatura, gli dava molta confidenza. in quattro
anni il giovanotto austriaco gli ha portato due titoli mondiali, e il terzo gli scappato
per un punto, e nella prima stagione ha battuto il record delle partenze al palo. Poi, il
giocattolo si rotto. Ferrari non va ai box, non ha rapporti diretti coi corridori e con
l'ambiente, deve prendere decisioni su opinioni e fatti riferiti da altri. Qualcuno

sostiene che Forghieri non ha favorito i rapporti tra i due. Lauda calcolatore e
distaccato, ma corretto. Non si sono capiti.
Dice Montezemolo: La sua capacit mettere attorno a un tavolo persone, anche
in competizione tra di loro, e lui d temi di grande valore, esaspera, stimola, e critica .
si porta dietro la sua diffidenza: Metto le lenti scure dice perch non voglio
dare agli altri la sensazione di come sono fatto dentro. Io sono per i grandi amori, e
per i grandi odi . Non conosce la via di mezzo.
Credo che l'ingegnere sia un nazionalista: sotto il ritratto di Dino c' una lampada
tricolore, nella sala di soggiorno, sulla parete, c' una foto della squadriglia d'alta
acrobazia, che lascia dietro, nel cielo, una scia bianco-rosso-verde, il sincero amore per
il suo paese lo dimostra, non solo dandogli del prestigio, ma anche nelle piccole cose.
Chi vede una Ferrari rossa pensa Italia: non si mai rassegnato ai colori degli
sponsor. sparito il verde degli inglesi, l'argento tedesco, il blu francese.
Nel 1975, al Gran Premio degli Stati Uniti, al circuito di Watkins Green, gremito di
compatrioti, il direttore di gara abbass la bandiera nera e squalific Regazzoni;
Montezemolo si precipit a protestare, e fin in una cazzottatura, ampiamente ripresa
dai fotografi, alla quale parteciparono con entusiasmo anche i meccanici. Vinsero
ugualmente con Lauda. Ferrari telefon: Avete fatto bene . L'Italia e la Ferrari non
si toccano.
Sante Ghedini uno di quelli che seguirono Niki. Dirigeva la pista, e si occupava
delle trasferte della squadra. Quando disse che andava, gli fecero avere la roba che era
rimasta in ufficio a casa. Ma dice: Ferrari per me stato tutto. Ma impossibile una
posizione neutra o di attesa: o si con lui, o contro.
un grande trascinatore: se ci stai, gli vai dietro. Io avevo conosciuto Piero
Lardi, che un ragazzo molto gentile; forse sente il complesso del padre. Fu lui che
mi present. Ho vissuto giornate magnifiche. Niki si era offeso perch, dopo
l'incidente, avevano contattato Fittipaldi e Reutemann per sostituirlo a Monza. Lui ha
corso lo stesso, perch caparbio, col casco scavato dentro, per non premere sulla
zona bruciata. "Voglio provare a me stesso se ho ancora la forza per fare il pilota, o se
ho paura, e debbo smettere" disse.
Niki leale: in Giappone, volevano dare la colpa del ritiro alla macchina. Ma lui
disse: "Non vero, perfetta. Sono io che non ce la faccio". Non si sentiva pi a suo
agio a Maranello. Voleva dimostrare che era capace di vincere anche senza Ferrari;
non ce l'ha fatta. Ferrari non capiva il perch di quel distacco: "Che cosa vuoi?".
Niki: "Io niente, commendatore, io vuole andare via".
Niki uno che va all'essenziale. Volevamo che affrontasse un'operazione di
plastica, ma non lo abbiamo convinto: "Io abituato mia faccia, io non ci ho interesse".
Un giorno arriva e dice: "Io stamattina fatto cosa. Io stamattina sposato
Marlene". Tutto l. Due caratteri troppo forti.
Una volta c'era l'automobilismo, e c'era Tazio Nuvolari.
Disse di lui Porsche, il famoso costruttore: il pi grande pilota del passato, del
presente e dell'avvenire .
Era piccolo, magro, tutto nervi: 1,65 di altezza, 60 chili di peso. Nato in una famiglia
di agricoltori assai ricchi, aveva cominciato a correre da ragazzo, in motocicletta, poi

gli avevano offerto la possibilit di provare una vettura da corsa.


La sua tecnica afferma Enzo Ferrari ancora insuperabile; entrava nelle curve
schiacciando il piede a tavoletta, puntando il muso verso il margine interno: la
macchina faceva un grande balzo e si ritrovava allineata sulla strada. Per sette volte la
sua vettura era uscita dalla carreggiata. Aveva una gamba pi corta, all'indice della
mano destra mancava una falange. Ma non conosceva la paura.
Tazio Nuvolari, "il mantovano volante" - come lo chiamavano i giornali, "Nivola" come gli urlava dietro entusiasta la gente, correva perch sentiva l'ebbrezza della
competizione; non gli importava l'ordine di arrivo. Certo, la vittoria lo esaltava, ma si
batteva anche quando gli avversari disponevano di un mezzo pi forte, quando tutto
gli era contro.
Partecipa, ormai vecchio e malato, all'ultima Mille Miglia: un fazzoletto bianco
legato alla nuca gli protegge la bocca dai gas del carburante bruciato. Ha i bronchi a
pezzi. Al rifornimento di Roma, in testa con diciassette minuti di vantaggio, ma al
momento di ripartire, il cofano non si chiude. Lo fa togliere, e riprende la corsa col
motore scoperto. A Firenze ancora in progresso: mezz'ora, ma perde un parafango.
Pi avanti deve liberarsi anche di un sedile. La sua Ferrari ridotta a uno scheletro. A
Reggio Emilia, un guasto irriparabile alle sospensioni. l'addio.
Attorno a Nuvolari fiorita una specie di saga. Agli inizi, prima di una
competizione, chiese che gli trovassero un meccanico ancor pi esile di lui. Gli
presentarono un giovanottino sottile; gli and bene. Volle subito istruirlo: Quando
affronter una svolta troppo spinto far un urlo. Tu buttati sotto il cruscotto, cos, se
ci ribaltiamo, sei protetto .
All'arrivo domandarono all'esordiente com'era andata: Ha cominciato a gridare al
via, ha finito al traguardo. Sono rimasto rannicchiato per tutta la gara .
Una volta, in allenamento, slitt sul catrame fresco e vol per trenta metri in fondo
a una scarpata. Andarono a cercarlo: Tazio, Tazio .
Spunt dalla carcassa, si arrampic fra gli sterpi e i sassi: State zitti preg
sottovoce. C' un nido di quaglie, e i piccoli sono appena nati. Venite a vedere.
Dicono che sperava di non chiudere gli occhi nel suo letto. Si sentiva solo, senza
una ragione per vivere. Aveva perduto tragicamente due figli di diciotto anni, belli e
felici. Raccomandava agli organizzatori: Non sprecate soldi. Comperatemi solo il
biglietto di andata. C' sempre la possibilit che debba tornare in un baule di legno .
Ricorda Ferrari: Sognava di arrivare a pari merito con la morte .
Non stato accontentato.
Era anche astuto. A un Gran Premio, doveva battersi per l'Alfa Romeo, con
Caracciola, un italo-tedesco suo compagno di squadra. Il direttore sportivo avverte:
Se esponiamo la bandiera color verde, vuol dire che tocca a Caracciola fare l'andatura,
e che dovete mantenere le posizioni. D'accordo? . Nuvolari parte scatenato come
non mai, guida il plotone, sventolano il drappo convenuto, ma lui continua a tirare, e
quando gli rinfacciano
quell'eccesso di intraprendenza si giustifica: Ma io sono daltonico .
Sulle coppe che testimoniano la sua straordinaria carriera ci sono nomi come
Monza, Nrburgring, Vanderbilt. Nel 1935 batt il primato su chilometro lanciato:
324 chilometri all'ora. Bisogna tener presenti i motori, le gomme, le benzine di quel
tempo.

Nel marmo che copre la sua tomba hanno inciso soltanto una frase: Camminerai
pi veloce per le vie del cielo .
Volle essere vestito, anche per l'ultimo viaggio, con quella uniforme che lo rendeva
subito riconoscibile agli occhi del pubblico: calzoni color azzurro, una maglietta gialla,
casco bianco, e la cintura nera che gli avevano regalato gli americani.
Tutt'altro tipo l'idolo moderno: Andrea Nikolas Lauda detto "Niki". nato a
Vienna, figlio e nipote di banchieri, e per due volte ha vinto con la Ferrari il
campionato del mondo. Lo hanno definito un cervello lucido come un computer, uno
che regolava la sua vita come un robot, un soldato di ventura, pronto a servire il
signore che lo pagava meglio. Ha guadagnato nella sua carriera tre milioni e mezzo di
dollari, ma quando ha deciso di smettere, ha detto no a una offerta di due milioni,
sempre della stessa valuta. Mi sono chiesto spieg ai cronisti che senso ha correre
attorno alla pista, ci sono altre mille faccende importanti da fare.
Ha fondato, infatti, la "Lauda Air", che possiede alcuni Fokker e perfino un DC
10.
Quando lo accusavano di venalit, rispondeva che gli erano necessarie tre cose:
essere felice, avere una macchina in grado di competere, e guadagnare molti soldi.
Aveva una spiegazione anche per quelli che gli sportivi considerano dei tradimenti:
Uno vive cinquant'anni con una donna, e a un certo momento si accorge che finito
tutto, che non c' pi amore. Lei pensa: ho il seno cadente, i fianchi sfasciati, la
cellulite, e ricorre a un chirurgo. Poi torna a casa convinta che tutto tornato come
prima, invece no. Non basta un'operazione .
Se ne andato senza rimpianti: Ho dato tutto, ho avuto tutto, ricomincio da capo
. la moglie disse: Ora, finalmente, non avr pi paura quando suoner il telefono
.
stato protagonista di un terribile incidente in Germania, quando le fiamme lo
hanno avvolto, ed finito, moribondo, in camera di rianimazione. Gli sono rimasti i
segni di quelle ustioni sul volto, gli occhi senza ciglia, le cicatrici profonde; dalle sue
parti lo chiamano "coniglio bruciato", ma gi dopo quaranta giorni, nella corsia
dell'ospedale, aveva deciso: Voglio ricominciare .
Ricorda Marlene Lauda: stato terribile, la radio lo aveva dato per morto.
Quando guarito, gli ho raccontato che la notte prima avevo sognato tutto, nei
minimi particolari. Nel sogno vedevo per solo la macchina che correva e poi si
incendiava. Ma Niki su quell'auto non c'era. Ce l'ha fatta. tornato. Non era diverso.
Per me anche se sfigurato e irriconoscibile era sempre Niki. Non mi faceva senso, ma
tanta, tanta tenerezza. In quel momento ho capito che se Niki fosse morto la mia vita
sarebbe finita .
Aveva il sentimento del suo prestigio, e lo difendeva, anche in polemica con
l'ingegner Ferrari.
Dice il costruttore: Il pilota come un fantino .
Lauda risponde: Il motore non ragiona. Il pilota s . va avanti senza voltarsi,
senza patteggiamenti con la nostalgia e con gli entusiasmi. Non mi interessano i
fischi del pubblico n i giudizi negativi dei giornalisti. Niente pi importante della
mia carriera.
Alla quale sacrifica tutto, nel rispetto di un programma che non conosce cedimenti.

Si alza alle sette, e dopo un'ora e mezza gi coi meccanici: smontano pezzi,
discutono, provano, lui gira a forte velocit, denuncia ogni inconveniente,
questionano, litigano, fin quando non scende la notte: Non vado a cercare ragazze,
non partecipo ai ricevimenti, alle dieci sono a letto .
La mattina dopo si ricomincia, fino al via della gara.
Io dice lavoro e corro per vincere. Se sono primo in un certo numero di corse,
divento il numero uno del mondo. Tutto qui. Non un prodigio n un dono. La
stagione dei Nuvolari, dei folli cavalieri del volante forse finita.
Abbiamo chiacchierato a lungo in un albergo di Roma. Va ancora in giro con il
berretto della Parmalat, la societ che lo sosteneva, e di cui cura sempre le relazioni
pubbliche. Non d affatto l'impressione di un temperamento gelido, ma piuttosto
ironico. Credo abbia poche illusioni.
Allora, Lauda, chi Ferrari?
Un personaggio molto grande. Dentro di s tanto forte. Ha un carattere: se sceglie
le strade buone tutto va per il meglio. Se sbaglia, sono guai. Lavorare con lui facile;
se crede in te non ci sono problemi. Per quattro anni ho collaborato lealmente, e con
parecchia soddisfazione. Adesso passato molto tempo. L'ingegnere prende le
decisioni vedendo le cose solo da Modena, e dipende da quello che gli riferiscono, e
qualche volta ascolta notizie inesatte, perch hanno soggezione di lui. Se non ci
prende, allora, non colpa sua, ma della sua gente. Io lo rispetto anche oggi: lui, come
me, ha il senso della tecnica. Quando guarda una vettura, io capisco quello che prova.
anche molto suscettibile, si arrabbia per poco.
Perch uno corre?
A me piace trafficare con le macchine, adesso con gli aeroplani. Quando sono su
una certa automobile mi sento molto felice, su una Ferrari anche di pi. Quando vinci
con uno di quei bolidi rossi, niente ti d la stessa soddisfazione.
Ha mai avuto paura?
Tante volte. Specialmente dopo l'incidente; pensi a quella curva, e il giorno dopo
lasci il gas, non sei pi come prima, nella tua testa accaduto qualcosa. Poi, dopo due
o tre corse, tutto ritornato normale.
Ha nostalgia?
C' una piccola pena in me, ma voltarsi indietro non serve. Mettersi nell'aviazione
molto duro, e penso che bisogna guardare avanti. Certo, quando non sono
impegnato, qualcosa mi manca. Un uomo cambia sempre; non so cosa far fra due o
tre anni. Chi sa cosa penser domani; potrei anche desiderare di salire sulla Luna.
Chi un campione?
Dipende da tanti fatti: uno che nel momento giusto ha il motore giusto, le
gomme ottime e via dicendo. uno che c' riuscito tante volte: Fangio, per esempio,
lo di sicuro.
Che cos'ha di diverso da un pilota?
pi bravo. Ha sempre qualcosa in pi. Pi testa, per fare un caso.
Quanto conta la fortuna?
Per me niente. Quando uno in crisi tutta la vita la colpa sua. Si possono
influenzare le cose. Due o tre volte sono incontrollabili, non sempre.
La accusano di essere un computer.
Balle. una invenzione dei giornalisti. Io sono come lei, uno col sangue e tutto il

resto.
In una vittoria, quanto conta chi guida, quanto la vettura?
Dipende: una volta pi l'uno, una volta pi l'altra. Non serve dividerli: stanno
insieme, sono una cosa sola.
Ma lei chi ?
Un austriaco, nato a Vienna.
risaputo. Ma come persona?
Un tipo normale, forse col culo pi sensibile per pilotare la macchina.
Ha salvato la vita, nonostante un orribile episodio. A che cosa lo deve: buona
sorte, abilit?
Non stata una sorpresa: sapevo il rischio. Dopo ho lottato come un matto per
vivere. Il destino conta poco, dipende da come tu lo affronti.
Da che cosa nata la sua disputa con Ferrari?
Per me non esiste; dopo quattro stagioni volevo cambiare, per motivi miei. Non
l'ho lasciato per dimostrare che ero pi in gamba di lui, volevo vedere come vanno le
macchine in Inghilterra.
Come vi siete congedati?
C' stato un po' di casino perch lui non era preparato alla mia decisione. Aveva il
contratto pronto, e gli ho detto: "Scusa, arrivederci".
Pensava che restassi, rimasto male.
Ha detto: " questione di moneta?".
Io ho risposto no, voglio conoscere un altro ambiente.
Lui non capiva perch, era tutto ottimo, avevamo vinto, ma io volevo andare in
Inghilterra. Mi ha offerto tante possibilit, ma io non sentivo.
Allora lui ha detto: "Addio".
Quando ho lasciato l'officina di Maranello mi pareva di essere molto leggero, pi
libero. Finiva quell'oppressione creata dalla stampa, dalla gente. Quando ce la fai sono
tutti con te, quando perdi li hai tutti contro. In mezzo non c' niente.
Continuo:
Che cosa si prova a vincere?
Ho fatto il meglio; pensiamo alla prossima volta. Non si pu essere un fenomeno
ogni tanto.
Che cosa le piace di Niki Lauda, e che cosa non le va?
Io voglio sempre dire la verit, soprattutto per me. Quando ho guidato male, mi
sono detto: "Tu sei uno stronzo, altro che colpa del sole o del vento". Mi critico
senza indulgenza, mi ripeto sempre: "Guardiamo alla storia. Altro che ha sbagliato
l'ammortizzatore; ho sbagliato io".
Che cosa che fa un campione?
Macchina, meccanici, tutti. Non siamo come gli atleti che vanno solo con i
muscoli.
Che cosa si prova prima della partenza? Ci si rende conto del pericolo?
No, non ci pensi. Prima hai immaginato dieci programmi, ma dopo il via
sempre diverso. Poi ho lasciato perdere, e ho imparato a regolarmi su quello che
accadeva.
Come viveva la giornata della corsa?
L'ottimo dormire: io riposavo tranquillamente. Certo, non mangiavo cocktail di

scampi.
Quando ha deciso di smettere le costato molto?
No, perch c'era un sentimento finito. Restavano i soldi e la gloria, ma non ti
pagano di quella felicit d'indossare la tuta che non c' pi. Non ho pi sentito la gioia
di correre. Per ci sono altre cose molto importanti.
Che cosa si prova ad andare pi forte degli altri?
La voglia di migliorare ancora. Bisogna essere pronti per le vicende che
cambiano, ed adeguarsi.
Le donne dei box, come sostiene Ferrari, sono proprio un pericolo?
Io non ho mai avuto problemi. Una faccenda sono le ragazze, un'altra le
macchine. Io non guido pi veloce se ho un'amica.
Hanno contato molto nella sua vita, quelle della pista e le altre?
No, io sono sposato, e una moglie il meglio. Mi ha lasciato sempre fare. Prima
avevo un'altra, poi ho conosciuto Marlene e ho detto a Mariella dopo una crisi, un
bordello, pianti e liti: "Arrivederci e grazie. Siamo stati insieme sette anni, forse sono
cambiato io, forse colpa mia, ma ora ho interessi diversi".
Come deve comportarsi la compagna di un campione?
Deve lasciarlo tranquillo, a decidere da solo. Marlene non ha mai detto: fermati;
tre mesi dopo le nozze io ero in clinica. Marlene ha visto gli aspetti peggiori dei Gran
Premi.
Che cosa rende appassionante il suo mestiere?
Se sei emotivo, sei in errore. Le macchine, e sono le cose pi importanti, non si
agitano. Rischio, velocit, sono solo una parte.
Dopo l'incidente mutato qualcosa in lei, in senso morale o psichico?
Ho capito che molto facile morire. cambiata la mia vita normale: se guido
sulla strada di tutti sono molto prudente.
Quando si vede un compagno morire, non si pensa: La smetto, adesso basta?
Si pensa anche a questo, ma bisogna prendere la risoluzione senza influenze
esterne. Ho voluto chiudere quando piaceva a me, non per quello che era accaduto ad
altri, o per quello che poteva succedermi.
Rivalit significa anche rancore?
No, va intesa in senso buono.
Oggi si corre in modo diverso? No.
Chi, tra i suoi successori, ammira di pi?
In questo momento li vedo tutti insieme. Forse tra i giovani c' qualcuno che
emerger. Il problema non riuscire una volta, ma tante.
Esistono le "pastette" nelle gare?
Solo, forse, in un team, ma poi le faccende si presentano sempre in maniera
diversa da quella che si vorrebbe.
Che cos'ha Ferrari nel confronto dei suoi rivali?
un artista; se l'imbrocca, batte tutti, se fallisce,
gi.
Qual il difetto massimo di un pilota?
Non essere veloce.
A un giovane che comincia cosa suggerisce?
Lavorare tanto, e non nascondersi niente. Essere franco con se stesso.

Ferrari dice che non gli piacciono i piloti di oggi; sono come attori e chiedono
molto denaro.
I quattrini sono importanti, se il pilota bravo pretende molto, se lui
mezzasega chiede poco. In Formula 1 non c' solo cuore; ci sono anche quelli della
pubblicit e gli affari.
Molti corridori hanno superstizioni. Ne ricorda qualcuna?
Io conosco un manager, si chiama Roberto Nosetto, e vuole tutto verde, maglia,
mutande, e distribuiva batuffoli di lana di quel colore prima della partenza. Io manie
non ne ho mai avute.
Che cos' Maranello nell'automobilismo mondiale?
Quando si vince grande.
Considera pi sicure le vetture di oggi o di ieri?
Uguali, forse adesso pi pericolose, perch con le minigonne sono pi veloci.
Cosa contano i meccanici in una squadra?
Quanto il pilota.
Qual il momento pi teso? La partenza?
S, molto pericolosa. Se sbagli in quel momento finita. Si tutti insieme.
Ferrari dice che i piloti si dividono in due categorie: i professionisti e gli
ambiziosi, che sono i dilettanti. esatto?
S.
vero che un pilota deve essere crudele con la macchina, come un giocatore di
polo col cavallo?
La macchina molto sensibile e va rispettata.
L'automobilismo che cosa le ha dato, oltre la ricchezza?
Sono cresciuto con le corse. Ho imparato molto a vivere, a stare con gli altri.
Tutto.
I guai che lei ha avuto erano provocati dalla stanchezza?
No, non ricordo nulla di quel fatto, nemmeno il fuoco. Ho visto delle
registrazioni, ma mi sembrava una cosa che riguardava un altro.
Aveva nella sua mente un modello di corridore?
No, ma mi piacevano Fangio e Jim Clark.
Il coraggio in corsa che cosa vuol dire?
importante; serve come la velocit.
Come nata la sua vocazione per le piste?
Quando a dodici anni ho scoperto quella per i motori.
Quale stata la sua corsa pi bella?
Forse il primo Gran Premio, nel '74 in Spagna.
Pensa che un campione si possa fabbricare?
Non esiste un laboratorio, o uno stabilimento, per questo.
Che cosa le rimasto dell'incontro con Ferrari?
Non ho mai pensato di rinnegare un'amicizia, e non ho mai inteso fare una
guerra.
Pensa di dovergli qualcosa o di essere alla pari?
Alla pari.
Chi Forghieri?
uno eccezionale nel suo mestiere, assomiglia a Ferrari. Testardo, anche. Se gli

dico che il problema davanti, e lui dietro, niente da fare. Se si muove nella direzione
giusta, formidabile. pi bravo degli altri.
Chi ha stimato di pi dei suoi avversari?
Dipendeva dalle corse, cambiavano sempre.
Chi ricorda di quelli scomparsi?
Ronnie Peterson perch era molto simpatico. morto in un modo stupido. Forse
si poteva salvare.
Crede che l'automobilismo sportivo favorisca il progresso?
Certamente; guardi il turbo, adesso.
Qual l'et migliore per un campione?
Dipende, dai venticinque ai trenta. Ma c' anche chi a quaranta va benissimo.
Juan Manuel Fangio, argentino, tra i piloti che Ferrari ammira, da un punto di
vista sportivo, senza riserve: viene dopo Nuvolari, e sta alla pari con Stirling Moss.
Lo vide provare, a Modena, nel 1949, e non nascose l'entusiasmo: Possedeva una
visione della corsa decisamente superiore, e un equilibrio, una intelligenza e una
sicurezza singolari. Aveva uno stile insolito. Era il solo che veniva fuori dalle curve
senza sbarbare le balle di paglia. Mi dissi: " bravo sul serio: esce sparato e resta nel
bel mezzo della pista".
Fangio si presenta ai Grandi Premi a trentasette anni, quando gli altri, di solito, si
ritirano. Si preparato nelle massacranti corse a tappe del Sud America, cresciuto in
un'autorimessa, conosce tutti i segreti del motore. Aveva dieci anni, e si mise per la
prima volta al volante di un carretto per le immondizie.
C' chi arriva alle corse automobilistiche dalla motocicletta, come Nuvolari, Varzi,
Surtees, chi perch cresciuto nell'ambiente, come Alberto Ascari, chi per amore per
la meccanica, e chi ha il padre con molti quattrini e disposto a incoraggiare la
vocazione del suo ragazzo.
Fangio, come Bandini, ha cominciato armeggiando in officina.
Da molti considerato il pi grande di tutti, in assoluto, anche se queste classifiche
sono abbastanza improbabili, ma ha fatto centro cinque volte: 1951 con l'Alfa, '54 e
'55 con la Mercedes, '56 Ferrari, '57 Maserati: sembrava quasi un gioco, ma arrivava
sempre primo. Ne venuto fuori famoso, ricco e vivo: i suoi compagni e rivali sono
usciti di strada per sempre. Cos Wimille, Achille Varzi, Felice Bonetto, Luigi Fagioli,
Nino Farina, Alberto Ascari, Jean Behra, Eugenio Castellotti, Alfonso De l'Ortago,
Peter Collins, Luigi Musso, Onofre Marimon: lui scampato due volte a situazioni
disperate, e sempre per stanchezza. Confessa: Non sono stato in ogni momento un
campione, un guidatore attento .
Eppure lo chiamavano "Fangio il saggio", antirettorico, metodico, preciso. Quando
guidava, masticava chewing-gum e cantava. Teneva le braccia quasi tese sullo sterzo;
una volta con la frizione bruciata, riusc ad arrivare in fondo cambiando "ad
orecchio".
Adesso va verso i settanta, ma ha un aspetto assai giovanile, nonostante abbia
sofferto di qualche guaio cardiaco. presidente della Mercedes argentina, ed
proprietario di due concessionarie, e anche di una "fazenda".
Con Ferrari i rapporti non sono stati da idillio: in un libro autobiografico, ma di cui
autore un suo manager, ci sono giudizi che dipingono l'ingegnere come tipo capace

di congiure e di sabotaggi, pur di raggiungere i suoi perfidi scopi.


Questo colloquio dissipa, con molta lealt, tanti equivoci.
Chi Juan Manuel Fangio? Ferrari, ancora oggi, lo descrive come un
personaggio indecifrabile.
Io non lo posso dire. una sua opinione che condivido. Forse ha ragione: non
ho mai fatto una analisi della mia persona. Sono confuso. Non so che cosa far
domani.
Chi invece per lei Enzo Ferrari?
l'uomo che mi ha dato la possibilit di vincere un campionato del mondo. Lo
conosco da tanti anni, ammiro la sua costanza e la sua personalit.
Che differenza c' tra un pilota e un campione?
Il campione ha avuto pi fortuna.
Lei ha conquistato cinque campionati del mondo. Quale era il suo segreto?
Mi andata bene: quando vinci una volta puoi scegliere la macchina migliore.
poi devi avere dei buoni meccanici: se lavorano bene per te, le tue possibilit
aumentano.
Ha salvato la vita, nonostante un grave incidente. A che cosa lo deve?
Provvidenza, abilit?
Ho commesso un grosso errore: ero stanco. Ho corso il sabato in Irlanda, ho
viaggiato tutta la notte, e la domenica via a Monza. Colpa mia: non avevo una risposta
agli stimoli pronta. Questo brutto episodio mi servito a vincere, dopo, il campionato
del mondo.
Lei accusa Ferrari di intrighi per danneggiarla, e Ferrari la schernisce. Quali
sono le macchinazioni, e quali le prove?
Non sono stato io a scriverlo, ma il mio manager. Abbiamo avuto dei guai, sono
stupidaggini che succedono, e lui ha pensato al sabotaggio, invece sono cose che
capitano.
Ferrari sostiene che Musso e Collins si sono sacrificati per lei. Crede che il gioco
di scuderia possa favorire un corridore e determinarne il successo?
vero, in quell'epoca si poteva: ho preso quattro punti con la vettura di Musso.
Loro hanno fatto un piacere a me, e io a Ferrari.
Ferrari dice anche che lei stato grandissimo, ma afflitto da mania di
persecuzione.
No.
Com' la storia di quell'attrice parigina che cercavano, alla vigilia del Gran
Premio di Monaco del 1957, di infilarle nel letto?
Questa ancora fantasia. Neppure questo esatto.
vero che anni dopo lei disse a Ferrari: Non sono pi sposato, ora le cose mi
appaiono in un'altra luce ?
Ha ragione Ferrari; una confessione che ho fatto.
Perch un uomo si mette a correre in automobile?
Per diversi motivi. C' chi spinto dalla passione,
chi lo fa per soldi, chi per diventare qualcuno. A me non premeva tanto il denaro. Io
avevo una piccola officina, e se vinco una gara, ho pensato, cresceranno i clienti.
Che cosa vuol dire vincere?
Conta per te, per la tua squadra, e anche per il tuo paese, e per i tuoi amici. Io ho

realizzato quello che sognavo. C' un attimo, quando tagli il traguardo, che non si pu
raccontare. l'allegria che c' intorno a te, perch pi bello dare che ricevere.
Che cos' che fa il grande campione?
Parecchie cose: l'entusiasmo, ma anche la responsabilit di quello che hai in mano,
un gioiello che costa molto. Devi impegnarti senza risparmio, tu ci metti la tua
persona, sei un pezzo della macchina che non si deve rompere, ma ci sono tanti altri
che hanno fatto molto.
Che cosa si prova prima della partenza? Uno si rende conto del rischio?
No, c' sempre un po' di nervosismo. Quando sei seduto al volante, tutto finisce.
Ti senti gi in un altro mondo, che solo tuo. Il resto di tutti.
Come viveva la giornata della corsa?
Cercavo di riposare il pi possibile, di avere pochi contatti con la gente, il giorno
prima andavo al cinema per non pensare continuamente. Tutti vogliono darti consigli,
e tu ti stanchi.
Ha mai avuto paura?
No.
Stirling Moss mi ha detto che le deve molto. Che cosa pensa di avergli dato?
Era un ragazzo che andava molto forte, su qualunque macchina. Credo sia stato
uno dei pi completi, ma sfortunato. Era molto coraggioso. Non so come posso
averlo aiutato.
Che cosa ne dice di Niki Lauda?
stato bravissimo. Mi piaciuto sempre.
Quando ha deciso di smettere le costato molto?
No. Pensavo gi da un po' di chiudere. Dopo quindici giri a Reims ho rotto il
pedale della frizione, e ho continuato lo stesso. Qui avevo cominciato, e qui, ho detto,
finisco.
Quel giorno morto Musso, l'ho sentito molto, ma non stata la disgrazia a
farmi decidere. Se continuo, ho pensato, sono uno stupido. Il destino mi stato molto
favorevole, d'ora in poi comincer la discesa.
Che cosa si prova a correre pi forte degli altri?
Ognuno ha un limite: fino a un certo punto per siamo tutti uguali. una
soddisfazione, forse sai sfruttare meglio il motore. Sono le piccole cose quelle che
fanno vincere, non le grandi differenze. I fattori che contano? La vettura e i
meccanici, che se ti vogliono bene fanno miracoli.
Ferrari ha detto che le donne dei box sono le concorrenti pi pericolose.
vero? perch?
Saranno pericolose, per sono belle.
Le donne hanno contato molto nella sua vita; quelle della pista o quelle di
fuori? In ogni senso, s'intende.
Io ho vinto il primo campionato, nel '51, ed ero solo; a qualcuno danno
tranquillit, ad altri tensione. Qualche volta ne hai bisogno, in certi momenti sono un
disturbo.
Che cosa rende emozionante il mestiere di pilota: il rischio, la velocit?
Il piacere del trionfo. La pista per un piccolo gruppo, e tu puoi essere davanti, e
allora tutta tua. Quando va bene, il motore una musica incomparabile.
Dopo l'incidente qualcosa cambiato in lei in senso psicologico?

Penso di s, stata una delle pi forti esperienze della mia vita. Mi ha insegnato a
non fare le cose sbagliate.
Quando si vede un compagno morire non si pensa: Ora basta, la finisco?
No, sei portato a credere che lui ha commesso qualche errore. Non coraggio,
fiducia in te stesso, e nel mezzo che hai in mano.
La riprende mai la nostalgia del mondo delle corse?
Mai. Sono abituato a vivere del presente.
Rivalit significa anche rancore?
Per me no.
Si corre in modo diverso, oggi?
Penso di s, ma l'obiettivo sempre lo stesso: il traguardo.
Chi tra i suoi successori quello che ammira di pi?
Ho ammirato Ascari e Stirling Moss, poi Clark e Jackie Stewart; adesso non so.
Esistono le "pastette" nelle gare?
No. Ognuno fa la sua parte.
Che cos'ha in pi Ferrari nel confronto dei suoi rivali?
quello che praticamente ha fatto da niente una grande impresa, e ha avuto
l'abilit di trovare dei buoni collaboratori, e ha portato la bandiera italiana in alto, in
ogni parte del mondo. poi l'ha saputa mantenere tra quelli che contano: un
creatore. Tutti i piloti vogliono avere la possibilit di correre una volta con lui.
Qual il difetto maggiore per un pilota?
Pensare che le altre macchine sono meglio della sua, e sentirsi svantaggiato prima
di partire. Deve credere nella sua vettura e nella sua gente.
Ferrari dice che non gli piacciono i piloti di oggi; sono come attori e chiedono
molto denaro. Il suo giudizio?
possibile, lui se ne intende pi di me. Ma adesso i soldi li vogliono tutti, anche
quelli che non corrono.
Molti corridori hanno superstizioni. Ne ricorda qualcuna?
Questa una brutta faccenda; perch uno diventa schiavo. All'inizio ne hanno
tutti, ma bisogna eliminarle.
Lei ne soffriva?
Quando cominciai, s. Una volta, a Berna, avevo l'abitudine di notte di andare sul
circuito per provarlo. I l'ho ammazzato un gatto nero, non ho dormito, ma il giorno
dopo pioveva e io ho vinto lo stesso. Allora ho deciso: basta.
Che cos' Maranello nell'automobilismo mondiale?
Maranello e Modena sono al centro.
Sono pi sicure le vetture di oggi o di ieri?
Quelle di adesso, e cos gli autodromi. Nei miei dieci anni di corsa sono morti
trenta piloti, in questi ultimi dieci, la met.
C' qualche altro mestiere che le sarebbe piaciuto, che l'avrebbe appagato?
Fin da piccolo pensavo alle automobili, e questo mi ha assorbito completamente.

Che cosa contano i meccanici in una squadra?


Il 15 per cento erano, al mio tempo, la macchina e i meccanici, il 25 il pilota e la
buona sorte.
Qual il momento pi teso della gara? La partenza?

Prima del via.


Dice Ferrari che i piloti si dividono in due categorie: i professionisti e i superbi,
i vanitosi che sono i dilettanti. esatto?
Forse ce ne sono tre: chi per sentimento, chi per ambizione, chi per quattrini.
vero che un pilota deve essere crudele con la macchina, come i giocatori di
polo con il cavallo?
Mai.
Sua moglie diceva che c'erano due Fangio: quello col casco, torvo, spietato,
calcolatore, antipatico e il suo. Quello che conosceva lei un cuor d'oro, allegro,
chiacchierone. Come si vede?
Pu essere esatto. C' spazio per le due versioni.
giusto, come lei disse, che per vincere bisogna tenere l'acceleratore sempre
schiacciato?
No: se spingi troppo non finisci la gara.
Il suo direttore di corsa alla Ferrari, Eraldo Sculati, disse che lei faceva due cose
in una volta: Guida e ragiona . cos?
possibile.
L'automobilismo che cosa le ha dato oltre alla ricchezza?
La possibilit di conoscere il mondo, soprattutto la terra dove nato mio padre,
l'Italia, e di avere amici ovunque.
Come mai la met dei piloti morta su vetture comuni e su strade normali?
Bisogna sempre pensare che la strada fatta per molti, e non tutti sanno guidare.
I momenti peggiori non li ho passati sulla pista.
Aveva nella sua mente un modello di campione?
Avevo una grande ammirazione per Varzi e per Nuvolari. Il nome della mia
scuderia argentina era Achille Varzi, suo padre mi ha dato la sua villa per viverci,
quando correvo in Italia.
Lei stato definito il miglior automobilista del inondo. Le basta?
un grande onore, molto di pi di quello che io ho sperato. Non ci credo.
Il coraggio in una corsa che cosa vuol dire?
uno sbaglio, i coraggiosi non hanno una lunga storia. Bisogna avere molta
fiducia in se stessi.
Qual stata la sua corsa pi bella?
Il primo anno, a Monza, 1949, ho avuto la macchina tre giorni avanti, una
Ferrari, e ho vinto. C'erano Ascari, Villoresi, Farina, e nel 1957 a Nrburgring stata
un'altra rispettabile impresa.
Lei pensa che un campione si possa fabbricare?
Si pu perfezionare, si pu "ripulire". Non si pu inventare.
Chi ricorda dei suoi compagni scomparsi?
Pi di ogni altro, Bonetto, Ascari, Musso, Marimon, un ragazzo argentino, e
Castellotti.
Qual l'et migliore per un campione?
Ho cominciato a 18 anni, sono venuto in Europa che ne avevo 37, ho tirato di
lungo per dieci. Sono quanti bastano per saturare una persona. Un pilota non deve
avere problemi di nessuna specie, n familiari, n finanziari.

Stirling Moss quello che non ce l'ha fatta: un asso che la vita non ha premiato
come meritava. Aveva di fronte Juan Manuel Fangio; dopo divent il numero uno. Ha
affrontato il suo ruolo appassionatamente, e nei suoi discorsi ritorna spesso il
paragone tra automobile e donna. il corridore europeo che, nel suo momento, ha
guadagnato di pi.
Quando a Goodwood la sua macchina sband, fin in un prato, sbatt su un sasso
e capott, lo tirarono fuori dopo mezz'ora con la fiamma ossidrica. Cap che non era
pi come prima, che stava arrivando il momento del congedo.
Una volta gli si ruppe il serbatoio dell'olio mentre stava per superare Fangio in
prossimit del traguardo: percorse gli ultimi ottocento metri a piedi, spingendo la
macchina.
ancora nel giro, e ogni tanto si esibisce con qualche vettura d'epoca. L'ho
incontrato a Londra nella sua casa di Mayfair, carica di trofei. Ha avuto due mogli, ma
non stato felice.
Cos' che spinge un uomo a buttarsi nei pericoli e nelle gioie del corridore?
Credo che le ragioni, oggi, siano alquanto differenti dal passato. In linea di
principio un uomo si dedica alle corse perch ama il rischio, ama quel gusto del
brivido che d il correre su un'automobile da corsa, l'euforia che connessa alla
velocit e a quel senso di potenza che si prova a trovarsi alla guida di un bolide.
Quando parlo di velocit devo precisare che non le attribuisco un significato assoluto,
non si tratta di andare a trecento chilometri invece che a duecento. Se per esempio
affronto a questa andatura una curva la sfida, il senso di eccitazione, nasce dal fatto
che riesco a padroneggiare la vettura quando vuole andare in una altra direzione, e
abbandonare la strada.
Cosa significa per lei vincere una competizione?
Vuol dire dimostrare la propria superiorit, rivelarsi pi bravo del concorrente
con il quale ci si misura. Significa anche contribuire al prestigio del proprio paese,
contribuire al successo della propria squadra, del gruppo di persone con cui ci si batte.
Io dovevo riuscire a far compiere alla macchina che mi veniva affidata delle imprese di
cui non erano capaci gli altri miei compagni. poi c' l'applauso del pubblico.
Quali sono secondo lei le qualit di un campione automobilistico?
Credo che la dedizione sia molto importante. difficile spiegare in che cosa
consiste; una serie di particolari riguardi, di complicate attenzioni. Bisogna conoscere
e dosare con cura l'equilibrio e le prestazioni di un motore, portarlo al limite, senza
superarlo, perch al di l c' il disastro. Questo controllo deve essere mantenuto giro
dopo giro, costantemente, senza concedersi neppure un istante di negligenza. Perci
una dote fondamentale del pilota la concentrazione. Insomma vincere un fatto di
tenacia, di coraggio, di controllo costante di se stessi e del mezzo meccanico, mentre
non sono d'accordo con quello che sento ripetere spesso sull'importanza delle
reazioni, dei riflessi.
Non contano come molti credono. Entrano in gioco soltanto se si presenta
all'improvviso un problema, se c' il pericolo di trovarsi coinvolto in un incidente,
allora s, vero che chi dispone di stimoli pi pronti pu padroneggiare l'imprevisto,
ma nella vicenda di un Gran Premio non hanno un peso decisivo.
la stessa cosa, in definitiva, dei rapporti che un uomo pu avere con una donna: se
si debbono sviluppare, evolvere in maniera felice, l'uomo deve avere l'intuito, la

percezione di capire fino a che punto pu arrivare. Con l'automobile da corsa il


paragone sembra piuttosto scontato, ma proprio cos. Se lui supera un certo limite
viene preso a schiaffi; anche la macchina pu percuotere il pilota, e le conseguenze si
sanno.
Certo, esiste una differenza perch una persona umana, per restare nel paragone,
non si pu modificare e costruire come si riesce invece con una vettura. Sotto questo
aspetto il pilota pu essere, in parte, un Pigmalione della sua auto, mentre molto pi
difficile per un innamorato esserlo della ragazza che ama.
Si finisce per creare, insomma, una relazione che quasi di simbiosi, di vita
vissuta insieme, fra l'auto e chi la guida, e chi sta al volante deve sapere prevenire,
intuire e padroneggiarne sempre il comportamento. Se per esempio la pista bagnata
la tenuta di strada cambia, se si affronta una svolta con un determinato assetto il
motore tende a sbandare, sotto o sopra sterzo a seconda del rapporto tra potenza e
peso e anche tra potenza, peso e aderenza. Tutti questi fattori devono essere valutati
con cura e di volta in volta bisogna scegliere istantaneamente ci che ti mette in grado
di controllare l'andamento e di correr sempre pi velocemente.
Che cosa si prova prima della partenza?
Si tratta di un problema personale. Certo l'azzardo, il pericolo, magari a livello
inconscio, sempre presente, per le reazioni, i modi di sentire questa incertezza,
questo timore, variano. Graham Hill era nervoso prima del via, e anche io mi sentivo
apprensivo. Definire questo stato d'animo una questione molto complessa: c'entra
anche la paura, perch mi rendevo conto che in determinate situazioni avrei tentato
delle manovre che avrebbero comportato anche un pericolo mortale. Questo noi lo
sappiamo, ma fa parte della emozione, se si vuole anche del premio che giustifica il
mestiere di corridore.
A proposito di Fangio lei ha detto: Io gli devo molto . In che senso?
Secondo me Fangio il pi grande campione della storia dell'automobilismo.
Senza dubbio dalla fine della guerra in poi e forse, come ho detto, in assoluto. Gli
devo molto perch lo considero un gentiluomo del volante, non soltanto eccellente
come capacit tecnica, ma anche molto pulito, un vero signore; quando dico pulito
intendo riferirmi al fatto che non ha mai ricorso a mezzi sleali contro l'avversario. Era
estremamente onesto: potevo seguirlo a distanza ravvicinatissima ed ero sicuro che
non avrebbe mai sterzato per uscire fuori pista e ostacolare la mia visuale con il lancio
delle pietre o della polvere che si trovano al di fuori dell'asfalto e che avrebbero
investito il mio parabrezza costringendomi a rallentare. Questo Fangio non l'ha mai
fatto con nessuno.
che cosa pensa invece di Niki Lauda?
Considero Lauda la pi grande macchina per macchine da corsa che sia mai stata
inventata; intendo dire che il suo modo di correre paragonabile a quello di un
perfetto servo meccanico, di un calcolatore che pu essere programmato con
straordinaria perfezione in maniera da farlo arrivare primo al traguardo. Lo considero
un uomo di grande tenacia, ardimento e abilit.
Per si corre e si vincono le gare anche con il cuore e sotto questo aspetto credo
che Lauda sia un freddo, ho parlato appunto di computer. Penso che non abbia le
caratteristiche, diciamo la passionalit, l'ardore sportivo, l'ossessione dell'automobile,
quella capacit di capire che cosa fa cantare un motore, le caratteristiche che avevano

Tazio Nuvolari, Fangio o anche io stesso.


Io amo la corsa, amo quel mondo, con una profonda dedizione come se si
trattasse di una avventura amorosa. Non credo che Niki Lauda provi questo
sentimento. Lui apprezza soprattutto la sfida, l'impegno della competizione. Si pu
dire insomma che per lui una gara come una partita a scacchi, anche se riconosco
che ha sempre dimostrato di capire le sue macchine; non mai stato crudele, come
altri corridori che le maltrattano. Niki Lauda una persona impassibile anche se non
un corridore spietato.
Che cosa ha provato quando ha dovuto abbandonare le competizioni: stato
doloroso, stato triste?
Non stata una pena improvvisa, ma una sensazione di vuoto perch amavo,
come amo ancora profondamente, questo sport. Quando mi sono trovato nella
necessit di chiudere ho sentito di avere davanti a me una vita priva di molta parte del
suo significato; per ho conservato qualche legame. Ma nulla paragonabile a trovarsi
su una pista di Formula 1.
Lei ha detto: Una automobile da corsa come una bella, una bellissima
donna, che affascina . In che senso?
Per me l'automobile ha un cuore, un oggetto animato che risponde a ci che le
viene chiesto fino a un punto stabilito che ne costituisce il limite, che dato dalle
possibilit tecniche della macchina, dalle condizioni in cui essa partecipa a una
determinata gara e dalle capacit del pilota che la guida.
C' questa analogia anche nella relazione con una ragazza, e dipende in grande
misura dal modo in cui un uomo si sente legato emotivamente, in cui lei lo coinvolge.
Si pu salire su una vettura da noleggio, senza partecipazione e la senti
completamente estranea, in questo caso non scocca il momento magico. Invece con
una macchina da corsa che viene costantemente perfezionata, adeguata a ci che le
chiedi, si stabilisce lentamente e si approfondisce, si affina sempre pi, un legame
intimamente personale. come quando si vive con una donna e si finisce per
acquistare una comprensione talmente perfetta delle esigenze reciproche che non
neppure necessario parlarsi.
A proposito di donne Enzo Ferrari non ne ha una grande considerazione. Di
quelle dei box: le considera deleterie, una minaccia. Lei d'accordo?
No, non so a chi, a quale situazione volesse riferirsi quando ha pronunciato
questo giudizio. Pu darsi che intendesse parlare dei rapporti fra queste ragazze che
assistono alle competizioni dei loro uomini, pu darsi che alludesse all'effetto che esse
possono avere sui corridori. Io per sono convinto che l'influenza di una donna su un
campione positiva, normalmente qualcosa che contribuisce, non sempre, ma molto
spesso, quando c' affetto e ci si intende, a rendere il pilota pi sicuro di s, pi calmo,
pi fiducioso.
Per quanto mi riguarda non ho mai fatto l'amore prima di partecipare a una
corsa, la notte precedente, nonostante sia una delle attivit che prediligo. Ma questo
perch dovevo concentrare tutte le mie energie, tutto me stesso nell'impegno di
gareggiare, e ritenevo che la corsa, in quelle determinate circostanze, dovesse avere il
sopravvento.
Ma non all'aspetto fisico che intendevo riferirmi, alludevo invece a quella
solidariet, a quella comunione che ha un peso benefico sulla psicologia di un

campione, come vero, penso, per qualsiasi altra attivit.


A me non mai capitato che una donna facesse scadere le mie prestazioni.
Quelle che sono state con me riconoscevano, accettavano che nella mia esistenza c'era
il mondo delle corse, che il mio modo di essere era quello di un campione di
automobilismo con le soddisfazioni, ma anche con quel tanto di avventura e con gli
impegni e la disciplina che ci comporta. Mi hanno fatto del bene.
Cos' che contribuisce a render emozionante la vita di un pilota?
Mi piace viaggiare, mi piace incontrare la gente, mi piace l'emozione intensa che
produce il misurarsi, mi piace, lo ammetto liberamente, anche il fatto di essere
socialmente accettato come un campione, di trovarmi, se si vuole, al centro
dell'attenzione, dell'ammirazione, dell'interesse. Mi sembra una sensazione profonda
quella che provoca il fatto di rivelarsi anche a se stesso capace di padroneggiare il
pericolo e la velocit.
Dopo il suo incidente di Goodwood, quando lei si mise nuovamente al volante
di una automobile da Gran Premio, che cosa prov? I riflessi le sembrarono
appannati, ci fu qualche altro fattore che le fece capire come il suo modo di correre
non poteva pi essere lo stesso?
No, notai per che la mia capacit di concentrazione era scomparsa, e questa
una delle pi gravi lacune che possano capitare nella carriera di un pilota.
Lei non pensa, insomma, che il fatto di non essere pi riuscito a competere
dopo Goodwood sia una forma di blocco psicologico, che pu avere anche
condizionato la sua reazione agli stimoli, o la capacit di applicarsi alla guida?
No, penso che si trattasse di qualcosa di diverso. Se, per esempio, affrontavo in
piena velocit una dirittura di un tracciato mi rendevo conto io stesso che, arrivato alla
fine del rettilineo, avrei dovuto cominciare a rallentare e non avevo ancora frenato
perch la concentrazione, che mi avrebbe dovuto dettare un determinato
comportamento, non era pi quella necessaria. Riuscivo in qualche maniera a
controllare le situazioni, ma a prezzo di uno sforzo straordinario, uno sforzo
consapevole, mentre in precedenza non era cos; tutto si svolgeva automaticamente.
Sulle cause dell'incidente di Goodwood stata mai fatta luce in maniera
convincente? Come avvenuto?
Nessuno riuscito a stabilirlo, per quanto si pu vedere non c' stato nessun
guasto di natura meccanica. Per non si pu esserne assolutamente certi, perch le
fotografie non sono state sufficienti a ricostruire la dinamica esatta dell'incidente, e
non ci sono gli elementi, in sostanza, per sapere che cosa lo ha determinato.
Lei che ricorda di quel momento?
Non rammento assolutamente nulla dalla notte precedente a un mese dopo la
gara.
A proposito di incidenti, le mai capitato di vedere un amico, un collega morire
in una sciagura e dire a se stesso: " arrivato il momento di smettere"?
No, non mi mai accaduto. Del resto chiunque si dedichi a questo sport sa
consapevolmente che fa un esercizio molto pericoloso e che i piloti muoiono,
possono morire. Si tratta perci di accettare anche questa eventualit.
Lei prova ancora nostalgia per il mondo della Formula 1?
S, certamente, ma non credo che abbia la stessa attrazione di quando c'ero
anch'io. Molte cose sono cambiate da allora, e non penso che vorrei correre nelle

condizioni attuali.
perch?
Perch questo sport si troppo professionalizzato, in esso sono coinvolti enormi
interessi anche finanziari, e credo che sia quasi immorale che un campione guadagni le
somme che adesso riesce a portare a casa.
Mi sta bene che sia magari il pi pagato fra tutti gli assi sportivi perch
l'eventualit di guai elevatissima. Non credo per sia giusto che guadagni come
adesso accade: due milioni di dollari all'anno, due milioni di dollari sono oltre un
miliardo e seicento milioni di lire all'anno. non credo neppure che si possa
assegnare un prezzo alla vita di un uomo. Non possibile dire: il valore di questo
individuo due milioni di dollari, un miliardo e seicento milioni di lire perch pu
morire su un circuito. In realt quest'uomo partecipa alla gara perch ama il suo
lavoro. Oggi, secondo me, gli uomini sono spinti in misura eccessiva dal denaro e
troppo poco dallo sport.
C' rivalit tra campioni?
Veramente no, se devo giudicare sulla mia esperienza. Per pochissimi provavo
antipatia.
Dei suoi attuali successori chi ammira di pi, chi considera il migliore?
Mario Andretti molto competente, ha un'esperienza completa, ed molto, molto
capace, molto bravo. Credo che anche Gilles Villeneuve sia dei meglio in questo
periodo, ma ancora troppo giovane e deve diventare pi esperto. troppo
impetuoso, ma anche necessario quando si ragazzi. Mi piace Alan Jones anche
perch vedo il modo con cui partecipa emotivamente. Gode di sentirsi in gara. lo
stesso vero anche per Mario Andretti.
Lei per, una volta, di Niki Lauda, ha detto: Niki Lauda uno dei cinque
maggiori campioni . Quali sono gli altri quattro?
Il giudizio sempre relativo, naturalmente, si tratta di riferirlo a una determinata
epoca. Non penso che sia un'opinione valida in assoluto. Quando espressi questo
parere su Lauda, Villeneuve non era ancora arrivato; adesso, potenzialmente uno dei
migliori. non c'erano neppure Alan Jones e Carlos Reutemann che considero
ugualmente uno dei pi capaci, anche se ancora instabile.
Questo un mondo che cambia di continuo, con enorme rapidit. Il vero
problema del nostro sport che al giorno d'oggi non ci sono le condizioni perch
possa emergere un altro Fangio. questo fatto dipende dall'enorme perfezionamento
tecnico che ha caratterizzato le automobili da corsa. Sono di un livello talmente
sofisticato che offrono poche possibilit al pilota di dimostrare quanto egli sia abile, di
provare che cosa capace di fare. Invece quando gareggiava Fangio il risultato era
influenzato, era dovuto, ai 50 per cento all'abilit del corridore e il resto toccava alla
vettura. Le proporzioni ora si sono invece modificate: la macchina conta per il 90 per
cento e il pilota forse soltanto per il dieci, forse anche meno, e di questo nuovo
assetto, di questo nuovo equilibrio non possiamo rallegrarci, anzi un fenomeno da
deplorare perch non permette ai numerosi, eccellenti corridori, di venire fuori.
Insomma come confrontare un artigiano con un tecnico che lavora in una linea
di montaggio. Il tecnico forse dotato di grande spirito creativo, ma non gli si chiede
di dimostrarlo, anzi non messo in condizione dal sistema di provarlo. Cos anche
per il pilota.

Che opinione ha di Ferrari, come uomo e come costruttore di automobili da


corsa?
Con Ferrari io ebbi una lite terribile, probabilmente senza che lui se ne rendesse
conto. Credo nel 1950: mi aveva chiesto di guidare la sua ultimissima vettura, una
Ferrari a 4 cilindri da 2 litri e mezzo. Credo, anzi, si fosse nel 1951 e davanti a questa
prospettiva ero eccitatissimo. Andai a Bari, quando arrivai per mi sentii dire che la
macchina non era per me, ma per Taruffi, Piero Taruffi. Ora questa scelta non mi
sorprese perch Taruffi era un pilota eccellente, per mi infastid, mi urt soprattutto
il fatto che Ferrari non fosse stato sufficientemente signore, sufficientemente corretto
da farmelo sapere. E divenni furioso e giurai che non avrei mai pi corso per la
Ferrari e mantenni la promessa. Per devo riconoscere lealmente che Ferrari ha
costruito forse le migliori macchine che siano mai scese in pista. Ho quindi un
enorme rispetto per Enzo Ferrari proprio per quello che riuscito a fare.
Nel 1962 mi recai a Modena quando invece la Ferrari non aveva grande fortuna e
parlai a lungo con Enzo Ferrari e ci mettemmo d'accordo, in linea di massima,
decidemmo che avrei corso su una delle sue vetture: e stabilimmo anche il colore,
sarebbe stata dipinta di blu. Poi avvenne l'incidente di Goodwood e questa possibilit
non si realizz mai. Ma ci tengo a ripeterlo: per Ferrari ho sempre avuto una
grandissima considerazione. Credo che se una critica gli si pu muovere di avere
tentato di fare troppe cose; se si fosse limitato alla Formula 1 avrebbe avuto successi
anche maggiori, ma io stesso, al suo posto, mi sarei comportato nella medesima
maniera.
Che cosa ha Enzo Ferrari che manca invece agli altri costruttori?
Il cuore, la passione. Altri sono brillanti dal punto di vista tecnico, per esempio,
Colin Chapman, ma quello che penso a loro manchi il grande slancio, l'ardore che
lui ci mette, e che qualcosa di importante in questo sport.
Parliamo ora dei difetti di Ferrari.
I difetti... i difetti alle volte possono essere anche delle qualit.
Nell'automobilismo lo sono. Ferrari un dittatore, non c' dubbio, ma necessario. Si
pu discutere, si pu dire che ingiusto. indispensabile esserlo se si ha un piano e
lo si vuole vedere realizzato. Eppure, c' un aspetto nel quale non mi trovo d'accordo
con lui. Ferrari ha un cuore, ha delle attenzioni per le macchine, non le ha per per gli
uomini. Credo che le vetture per lui significhino pi dei piloti e questo, secondo me,
un suo punto debole.
Ma lei stesso non ha detto che il margine di abilit del corridore diminuito?
Lei ha parlato di meno del 10 per cento, quindi Ferrari un precursore.
S, vero che il mezzo meccanico oggi incide in misura molto rilevante, anzi
preponderante sul risultato, per non si pu impedire a una singola macchina di
essere messa a punto pi perfettamente di un'altra, di essere quindi la macchina
vincente.
Negli anni Cinquanta, per esempio, in una determinata corsa, Hawthorn aveva la
vettura migliore e nella gara successiva la macchina migliore veniva affidata invece a
Musso e poi ancora a Castellotti, poi succedeva lo stesso con Collins e cos la filosofia
di Enzo Ferrari era: "Questa la macchina migliore, non ha importanza chi si trova al
volante". Il che significa appunto dare la preferenza al motore, ma dal punto di vista
del pilota questo modo di discriminare non accettabile, non giusto.

In sostanza, pensa che ci sia stata una incomprensione di personalit fra lei e
Enzo Ferrari. Ha parlato prima dell'episodio di Bari, della preferenza accordata a
Taruffi, ma crede che la sua carriera al volante di una Ferrari avrebbe potuto essere
diversa?
Non c' dubbio che se avessi potuto correre con la Ferrari avrei avuto possibilit
di affermazione molto maggiori, avrei conquistato pi vittorie. Non credo per che
sarei stato soddisfatto per quei problemi di rapporto personale a cui ho gi accennato.
E per me correre importante, proprio per il fatto che io correndo mi sento felice.
Correndo con Ferrari non lo sarei stato.
Ma che cosa cambiato di sostanziale, di veramente importante nelle gare
automobilistiche rispetto ai suoi tempi?
C' una eccessiva dipendenza dal denaro, l'aspetto economico diventato troppo
importante, secondo me. L'aspetto ideale stato sacrificato, insomma, questo
sbagliato. Uno deve partecipare perch ama battersi al volante, non perch prende
parte a una operazione finanziaria.
Ci sono degli imbrogli nel mondo delle corse, ci sono delle gare il cui risultato
stato organizzato?
No, l'unico episodio che ricordo, fu il Gran Premio di Tripoli, disputato prima
della guerra, che fu una competizione, a quanto mi fu detto, truccata. Un altro caso
dove il corridore che avrebbe dovuto arrivare primo non vinse, avvenne a Casablanca
quando Phil Hill era al secondo posto dietro di me, mentre Hawthorn era terzo. Phil
rallent e permise a Hawthorn di superarlo e di tagliare il traguardo in testa, cosa che
era logica in quella particolare circostanza, dato che cos Hawthorn pot diventare
campione del mondo, e perci la scelta fu in questo caso corretta.
Qual il peggiore difetto in un campione, secondo lei?
Per i giovani tentare di fare pi di quanto gli consentito. Il passo pi lungo
della gamba. Un altro errore quello di attribuire la colpa dei propri insuccessi alla
macchina, quando in realt non c'entra per niente.
Se le chiedessero di dare un consiglio a un principiante, che cosa
risponderebbe?
Guida appena un po' pi adagio di quanto credi di poter fare, e forse vincerai.
Ferrari dice: Non mi piacciono oggi i campioni: si presentano al box con la
mentalit di una diva cinematografica, sono pronti per il loro show personale e sono
in sostanza degli esibizionisti . Lei condivide questa sentenza cos assoluta?
In parte s, ma impossibile controllare il fenomeno. Accadr con i piloti da
Gran Premio come con le attrici dello schermo, come con gli acrobati da circo. Tutte
le personalit famose sono consapevolmente o inconsciamente ansiose di esibire il
loro successo. Sono pochi i campioni capaci di concentrarsi, dimenticando tutto e
dedicandosi unicamente alla macchina e alla pista.
Alcuni concorrenti sono superstiziosi; pu ricordare qualche episodio?
De Portago odiava il numero 13, anch'io del resto non lo amo, anzi non lo voglio.
Questo l'unico caso di pregiudizio che ricordo, poi ci sono tipi, aspetti personali di
credenza; io, per esempio, portavo addosso un talismano al quale affidavo, in maniera
semiseria, non completamente convinta, un certo potere rassicurante.
Inoltre ci sono alcuni corridori che detestano un determinato colore, per esempio
il verde, a me invece il verde non dava nessun fastidio, al contrario lo amavo perch

distingue le macchine inglesi.


Altre ubbie o paure: non camminerei sotto una scala, ma ci sono milioni di
persone che si comportano nella stessa maniera.
Eppure nonostante i suoi contrasti con Ferrari, Ferrari ha detto una volta: Ci
sono stati nella storia dell'automobilismo soltanto due piloti migliori delle macchine
sulle quali gareggiavano: Tazio Nuvolari e Stirling Moss .
Mi sento molto lusingato, anche perch io sono uno che ama la lotta, ama
battersi contro la sfortuna e quando gareggiavo avevo delle vetture che non erano
ugualmente affidabili, ugualmente sicure come le Ferrari. Ho partecipato a 496 gare in
tutta la mia carriera e sono arrivato sulla dirittura d'arrivo, ho tagliato il traguardo
soltanto in 366. E di queste gare che ho portato a termine, ne ho vinte 222. Quando
non vincevo c'era sempre qualcuno che diceva: Ha sfasciato la macchina, ha distrutto
la macchina, e me ne faceva una colpa. Ora mi fa piacere, mi alletta, non lo nascondo,
il fatto che un uomo della competenza e del valore di Enzo Ferrari sostenga invece il
contrario, affermi che io, come Nuvolari, sono stato un pilota superiore al motore che
mi hanno affidato. Ferrari non parla per cortesia, non nel suo stile usare eufemismi.
Ha capito che non maltrattavo l'automobile, che se si verificava un guasto era dovuto
a qualcosa che non era a punto.
Che cosa rappresenta Maranello nel mondo delle corse?
il centro, inevitabile se si parla di automobili da corsa che si parli di Ferrari
e di quel paese, sono i due punti di riferimento fondamentali.
Di Manuel Fangio, Ferrari disse una volta: Non sono mai riuscito a capirlo
. Lei invece ha detto di stimare Fangio, anzi di considerarlo il migliore corridore di
tutti i tempi. Com'era dunque Fangio come uomo?
Certamente una persona gentile, di grande abilit, un gentiluomo,
naturalmente cordiale, ma non il mio pi caro amico. Fra l'altro per ostacoli di
carattere linguistico non parliamo la stessa lingua, per l'uomo col quale posso
avere un rapporto.
Fangio ha detto, o gli han fatto dire, che in certe circostanze le sue macchine
venivano sabotate da Ferrari, che gli creavano degli ostacoli.
Io sarei propenso a credere a questa versione. Pu darsi ci sia stato un
momento nel quale Ferrari pensava: "La gente entusiasta, tutte le lodi vanno a
Manuel Fangio, la gente non pensa che il merito sia invece delle vetture che
costruisco". Pu darsi che in questi casi Ferrari abbia deciso di prendere, di
scegliere un determinato tipo di macchina e di darla ad Ascari o a Farina.
Ferrari ha detto una volta: Ci sono due categorie di piloti, il professionista
e l'ambizioso . Lei d'accordo?
S, in un certo senso, forse oggi pi vero che in passato, che la professionalit,
la specializzazione predominano, ma il dilettante una categoria che va anche
considerata come positiva perch uno che si impegna per slancio, non per guadagno.

Che cosa fa oggi, quali sono i suoi progetti?


I miei interessi adesso sono molteplici, mi occupo di investimenti immobiliari, ho
una societ di progettazioni legata all'automobilismo, un'altra che provvede alla
smaltatura delle stufe, un'altra ancora produce attrezzi da giardinaggio, e svolgo una
certa attivit giornalistica e mi occupo di relazioni pubbliche. Partecipo a gare

automobilistiche storiche, cio con vetture d'epoca. Uno svago.


Che proporzione, in caso di vittoria, va al pilota e alla macchina?
Negli anni Cinquanta era quasi uguale, met e met. Ma un uomo come Fangio
che , a mio parere, il migliore, poteva vincere anche con un'automobile non eccelsa,
certamente non avrebbe potuto farcela con una scadente, ma era talmente abile da far
prevalere la sua capacit anche sulla mediocrit del mezzo che gli veniva affidato.
Adesso vero che il pilota deve essere sempre di grande talento, non si pu
prendere un idiota e metterlo al volante di una automobile che somiglia a un mostro
con gli alettoni, ma la capacit del conducente di influire sul risultato modestissima e
non supera, come ho gi detto, il 10 per cento, anzi al di sotto.
Come spiega il fatto che alcuni grandi paesi industriali, come gli Stati Uniti e il
Giappone, non hanno prodotto delle macchine da corsa eccezionali?
come la pittura, occorre una capacit di intuizione, occorre talento. Ci sono
elementi che concorrono nel fare di un pittore di ragguardevoli risorse un artista. E
poi c' l'esperienza.
Le automobili di oggi sono pi sicure di quelle dei tempi in cui lei correva?
Molto di pi, senz'altro. Non solo dal punto di vista della struttura e della
meccanica: meno guasti, pi protezione. Sono migliorati molto anche i freni, per non
si pu dire che questo abbia un'influenza molto importante, perch si rallenta pi
tardi, dato che si cerca di sfruttare al limite la velocit della macchina. Non esistevano
i serbatoi di gomma per la benzina, ma erano di alluminio. Le macchie d'olio sono
quasi scomparse. Le perdite sono rarissime.
Se lei non fosse stato un pilota, che cosa le sarebbe piaciuto diventare?
Nient'altro, nient'altro. Non riesco a vedere nessuna altra possibilit. Forse il
discesista su sci, perch anche lui deve saper controllare la velocit e se stesso. solo
con se stesso, in questa sfida contro la natura.
Cosa pensa dei meccanici?
Gli italiani sono molto eccitabili. Il mio era un polacco, comunque tornando agli
italiani, alcuni di loro sono veramente dei grandi. Capiscono profondamente che cosa
significa un motore e lavorano con dedizione estrema nella messa a punto.
Tecnicamente per non direi che siano migliori dei tedeschi: molto metodici e di
conseguenza in grado di assicurare la continuit di prestazione di un motore in una
maniera che forse la pi soddisfacente.
A proposito dei vari momenti di una gara, vero che la fase decisiva la
partenza? alla partenza che si decide buona parte del risultato?
S, certamente conta parecchio, soprattutto perch se si riesce a conquistare il
primo posto e ad impegnare la prima curva davanti a tutti gli altri, si ha una strada
sgombra davanti e si pu verificare, per esempio, la presenza di olio sulla pista. Si ha,
senza dubbio, una condizione di vantaggio.
Come dormiva lei la notte della corsa? Come vivono in generale i campioni la
serata che precede una grande competizione?
Io non avevo problemi di sonno, riposavo tranquillo, la mattina facevo una
colazione abbondante e non mi sentivo ansioso.
E alla fine della gara era logorato, esausto?
Non particolarmente. C'era quasi un fenomeno di sdoppiamento in me. Il mio
corpo si trovava fisicamente in un certo luogo, mentre la mia mente vagava in un

altro. Se indipendentemente dal risultato, ero convinto di avere corso al massimo delle
mie possibilit, mi consideravo soddisfatto. Primo, secondo, terzo, non contava.
John Surtees, detto "big John", o anche "il figlio del vento", o anche "il
fenomeno". Sette volte campione del mondo sulle due ruote, una volta con l'auto che
ha sulla fiancata il cavallino rampante. Nessuno lo ha mai eguagliato. Figlio d'arte, si
potrebbe dire: il padre, Jack, era un corridore di mezzatacca, che si esibiva in sidecar, e
nella carrozzina, a far da zavorra, metteva la moglie, l'intrepida Dorothy. La
chiamavano "la dragonessa", ed era perfetta a preparare il pudding, e come compagna
di avventure.
Quel mondo fatto di sole, di urli, del sibilare dei motori che sfrecciano nell'aria che
sa di carburante bruciato, quell'atmosfera esasperata ed esaltante conquistano il
ragazzo John, che a ventidue anni si vede mettere attorno al collo la corona di alloro
che compete al campione del mondo.
"La dragonessa" lo sostiene impavida, e quando a Nrburgring una improvvisa
folata lo sbatte fuori dal nastro, con le ossa rotte, l'amata creatura non batte ciglio:
Nulla di grave, un braccio rotto. Aveva gi in tasca la vittoria. stato un incidente
banale. Se c' qualche giornalista riferisca pure che John Surtees parteciper
sicuramente al prossimo Gran Premio delle Nazioni a Monza .
Quando lascia il manubrio, per battersi sullo sterzo, la stampa se ne rammarica, e
avanza qualche perplessit: Il grande John abbandona il motociclismo. Sar capace
di ripetere le imprese di Varzi, Nuvolari, Behra, Rosemeyer? Ce la far. Anche a
prezzo di nuovi dolori.
A Toronto si rovesci, per due giorni stette tra la vita e la morte, scrissero che la
sua carriera era finita.
Manuel Fangio and a trovarlo in ospedale e gli disse: Ehi, John, lo sai che si va
pi forte quando si viene fuori da una botta cos? .
Era fracassato un po' dappertutto: spaccato un rene, commozione viscerale, lesioni
alle vertebre lombari, rotto l'osso pelvico, il femore sinistro salito alla pancia, quello
destro incrinato, tagli e contusioni varie. I medici lo lasciarono stare, per non
accopparlo, dissero, prima del tempo; poi lo rimisero in sesto. Ma lui non sapeva
decidersi a riprendere. Guardava Pat, la moglie-cronometro, che gli era sempre
accanto, e taceva, poi un giorno andarono a Modena, c'era sulla pista una monoposto
rossa, vi sale sopra e batte il record. Allora strizza l'occhio, alza il pollice in su,
all'inglese, e si rimette nella mischia.
invecchiato, i capelli sono radi e bianchi, sembra un impiegato avvilito dalle
banalit quotidiane, invece uno che ha una volont di ferro, che si diverte a sbrigare
il suo mestiere.
Correre spiega fare della geometria, ci vuole immaginazione ad
abbandonarti a curve, cerchi, parabole.
Gli ho chiesto:
Come entrato alla Ferrari?
Quando andai la prima volta a Maranello, nel 1962 guidavo automobili da circa
un anno ma non avevo ancora sufficiente esperienza per poter firmare un contratto
con Ferrari. Dissi all'ingegnere che preferivo aspettare prima di accettare questa
responsabilit e, dopo aver lavorato con la Lola e con Cooper, tornai in Italia nel

1972. Fu per me una "rimpatriata", avevo infatti gareggiato per la MV di Gallarate, ma


soprattutto quello che mi affascin fu la professionalit della squadra Ferrari. S,
posso dire che fu una esperienza felice.
Cosa pensa dell'ingegnere?
un uomo semplice e complicato nello stesso tempo, e non lo dico con
intenzioni ironiche o dispregiative. Certamente riesco a capirlo meglio ora, proprio
perch sono passato attraverso esperienze che, sebbene in scala ridotta, possono
essere considerate simili alle sue. un self-made man, un uomo che si fatto da solo,
ha dovuto farsi largo nella vita imparando che la cosa pi difficile riuscire a valutare
i propri collaboratori. ambizioso, ma senza questa qualit non avrebbe raggiunto la
posizione che oggi occupa. Per quanto mi riguarda il mio rapporto con lui si sempre
basato su un sentimento di odio-amore, senza per troppa enfasi sulla parola odio. Su
di lui si costruita una leggenda con delle interpretazioni estremamente sottili e
romanzate, che non trovano riscontro nella realt.
vero che un dittatore?
Quello che diceva, almeno durante la mia permanenza a Maranello, era legge per
tutti. Ma era lui il proprietario, lui il responsabile, non vedo quindi nulla di sbagliato in
questo atteggiamento. Sono convinto che avesse ragione.
Qual il segreto del successo di Ferrari?
Ferrari ha un amore, tipicamente italiano, per la bellezza. Le sue macchine
nascono proprio dal suo desiderio di perfezione, sono parte della sua vita, della sua
mentalit. Ricordo che in occasione di ogni nuovo modello la prima domanda che
poneva ai collaboratori era: " bello?".
Quante gare ha vinto?
Sinceramente non lo so. Posso dire che, paradossalmente, ogni volta che
scendevo in pista pensavo alla gara seguente, e perci non ho mai tenuto un conteggio
preciso.
Che cosa significa il nome Ferrari nel mondo?
Ferrari un simbolo dell'Italia, un uomo che riuscito a raggiungere risultati
strepitosi partendo da zero, aprendo nuove prospettive per l'industria automobilistica
in generale e per la Formula 1 in particolare.
Chi secondo lei un campione?
Un uomo con delle buone doti naturali, dotato di spirito battagliero, concentrato
nel raggiungere un determinato obiettivo.
Come definirebbe un pilota?
Per essere un buon pilota occorre avere due qualit: una buona dose di
aggressivit, ma soprattutto buon senso, intelligenza pratica, la capacit insomma di
valutare le situazioni man mano che si presentano in pista senza mettere a repentaglio
la propria vita o quella degli altri. Deve soprattutto conoscere i suoi limiti e quelli della
sua macchina, e agire di conseguenza.
vero che gli italiani, in media, sono migliori guidatori degli inglesi? Perch
per l'Italia non produce tanti buoni piloti di Formula 1 come la Gran Bretagna?
Penso sia una questione di temperamento. Gli italiani sono dei buoni piloti ma
non si dedicano abbastanza alla preparazione, all'allenamento. Gli inglesi,
probabilmente, sono pi puntigliosi, pi attenti, ed inoltre qui in Inghilterra ci sono
molte piste dove allenarsi, dove fare esperienza.

Lei superstizioso?
S, forse un po'. Ad esempio non indossavo mai per la gara indumenti nuovi,
oppure entravo in macchina sempre dallo stesso lato, anche se questi pregiudizi non
condizionavano, certamente, come avveniva per alcuni miei colleghi, la mia vita.
Perch molti corridori lo sono?
Credo che si seguano dei modelli dovuti all'esperienza: quando ancora correvo in
motocicletta una notte, prima di una gara, fui tormentato da un terribile dolore al
braccio destro. Il giorno dopo caddi e ruppi proprio lo stesso braccio.
Un buon numero di campioni sono morti in incidenti banalissimi, perch?
Ritengo che, in molti casi, quando si raggiungono risultati come la conquista di
un titolo mondiale, quello che viene a mancare la prudenza. Ecco la ragione di molti
tristi episodi che apparentemente sembrano stupidi.
Che parte hanno le donne dei box nelle gare?
Alcune possono essere di grande aiuto, una parte essenziale nel funzionamento
di un buon team, altre sono solo un ornamento, neppure troppo intelligente, senza
per creare problemi. C' infine un terzo caso, il pi pericoloso, quello delle
apprensive. Queste ultime possono persino, qualche volta, distruggere la carriera di un
pilota.
Incidono nella vita dei corridori?
Certo, devono per essere in grado di assumersi la maggior parte dei problemi
familiari, perch un buon pilota, come ho gi detto, deve essere concentrato sulla sua
attivit senza lasciarsi distrarre da altri questioni.
Chi secondo lei un campione?
Per raggiungere dei buoni risultati ci deve essere un buon pilota, ma anche una
buona macchina. Il pi vicino al mio temperamento stato senza dubbio Stirling
Moss, ma altri grandi assi furono Gurney, Brabham, Rindt, Stuart, Bandini, Clark.
Si pu prefabbricare una vittoria con la strategia?
S, in alcuni casi possibile, ma dipende soprattutto dal tipo di pista e
naturalmente dall'intelligenza di chi corre.
Esistono le "pastette"?
No, almeno non durante le gare. Forse possibile al di fuori della pista, ma non
tra i piloti.
Qual il pi grande difetto per uno di voi?
Potrebbe essere la stupidit, ma allora non sarebbe un buon corridore, sarebbe solo
molto veloce. correre senza "arte", senza passione.
La rivalit contempla anche la scorrettezza?
S, in qualche caso. Ma solitamente avvengono fuori delle gare, soprattutto nelle
dichiarazioni ai giornali, ma sempre e comunque con mezzi indiretti.
Pu raccontare qualche episodio?
No, durante la mia attivit ero concentrato su come fare a vincere e cos pochi
cercavano di essere scorretti con me. E poi, anni fa, il mondo delle corse era certamente
pi pulito.
Perch si diventa piloti?
Io divenni pilota automobilistico dopo aver concluso una carriera motociclistica
perch volevo continuare a praticare questo sport e perch avevo ancora sufficiente
abilit per farlo.

Che attivit svolge ora?

Ho una piccola finanziaria interessata soprattutto in costruzioni, possiedo poi due


garages e ho una concessionaria della Honda e sono impegnato nelle campagne
pubblicitarie di questa casa in America e in Giappone. Faccio collezione dei modelli di
motociclette e di macchine sulle quali ho corso.
C' qualche altra attivit che avrebbe voluto svolgere?
No, credo proprio di no. Avrei desiderato vincere un campionato del mondo con
una macchina inglese, ma non ho mai trovato i finanziatori per sviluppare il progetto, ed
stata questa l'unica delusione nella mia carriera.
Quanto contano i meccanici in una squadra?
Moltissimo, senza dubbio moltissimo. Sono stato fortunato poich ho sempre
potuto contare su meccanici abilissimi e forse una parte della mia fortuna, e non certo
piccola, deriva proprio da questa stretta collaborazione che ho sempre cercato di
coltivare.
Chi sono i migliori?
Gli italiani, credo. Non bisogna per dimenticare che la mia carriera si sviluppata
per la maggior parte con squadre italiane, MV e Ferrari.
Ha mai avuto paura?
Penso che se un pilota non ha mai paura significa solo che un idiota. Chi sostiene
il contrario mente. S, ho avuto paura, aver paura significa soprattutto esaminare e
considerare i propri limiti, analizzare gli errori per non ripeterli. Solo cos si pu essere
un buon pilota, o addirittura un campione.
Qual il momento pi critico della gara? La partenza?
Almeno dal punto di vista della sicurezza, s. Nel complesso, comunque, tutta la
gara pericolosa, proprio perch tutti vogliono vincerla. Non si mai sicuri sino allo
sbandieramento finale.
Che cosa si prova vedendo un compagno morire?
E una domanda difficile. Sinceramente posso dire che la mia preoccupazione
principale in ogni incidente era quella di essere estremamente prudente per non rimanere
coinvolto. La mia salvezza era la cosa pi importante in quel momento. Il dolore veniva
dopo, a fine corsa.
Le costato molto smettere di gareggiare? Che cosa rimpiange?
No, non mi costato molto e non rimpiango nulla: ho smesso di correre quando
altri interessi mi conducevano verso diversi obiettivi. Guidare macchine da corsa non
un hobby e cos decisi di por fine alla mia carriera. In caso contrario non sarei stato
sincero con me stesso.
Che cosa direbbe a un ragazzo che comincia?
Sii sincero: se lo fai per denaro o per metterti in mostra, abbandona. Se sarai
bravo il denaro verr in seguito, ma per prima cosa devi essere certo della tua
passione. Impara dagli altri, ma cerca di essere il tuo migliore insegnante. Infine: cerca
di restare sempre onesto.
Questa che leggerete , credo, la pi lunga intervista che Enzo Ferrari abbia mai
concesso. Abbiamo chiacchierato per due giorni, nella vecchia casa colonica che ha
trasformato in una gradevole residenza, accanto alla pista di Fiorano, e alle parole
faceva da sfondo il rombo della macchina che Gilles Villeneuve stava provando. Su un

teleschermo, appariva il tempo di ogni giro.


O in quel suo studio disadorno, solo l'agenda sul tavolo, dove segna, con
inchiostro viola (era il colore del copialettere di suo padre), i fatti memorabili. una
abitudine che continua, con diligenza, da sessant'anni.
O a tavola, durante il solo pasto che consuma nella giornata. Una volta c'era
Gozzi, il capo dell'ufficio stampa, e il direttore generale della fabbrica, un'altra
eravamo soli.
Ci sono, alle pareti, immagini che ricordo: una sua foto alla guida di un'Alfa
Romeo, circuito del Savio, in Romagna, nel 1914. Un ritratto di Baracca vicino al suo
aereo. Due quadri che rappresentano due vispi vecchietti, all'osteria: una scenetta
tipicamente emiliana. Un diploma che lo promuove doctor of engineering.
Di lui si detto tutto: inaccessibile, imprevedibile, scontroso, altero, introverso,
autoritario. Abbiamo parlato con estrema confidenza, affrontando anche temi mai
trattati, perch io non volevo cadere nel peccato di omissione, n lui poteva mostrarsi
insincero.
Mi sono fatto un altro ritratto: di sicuro un gran personaggio; sa accettare le
sconfitte, e non si aspetta niente. La sua azienda, col prestigio e con l'impegno, e con
quelle 2000-2500 vetture sportive che manda in giro ogni anno, una delle non molte
cose che onorano l'Italia.
Se qualche volta brutale, lo anche con se stesso. Quanta comprensione ha
scritto ho scroccato agli altri sul conto di Dino?
Ha detto no alla Ford e alla General Motors che volevano la sua officina: Non so
che farmene dei soldi, per i miei bisogni ne ho anche troppi . Anche se non va in
chiesa dalla lontana prima comunione, ha l'abitudine della confessione con se stesso.
Se misura le frasi, lo fa perch ha imparato che le parole hanno un peso, e possono
anche far male.
Vogliamo tentare una definizione: chi Enzo Ferrari? Circolano su di lei molte
definizioni. Ce n' una che le assomiglia? Forse "il mago di Maranello"?
Definizioni su di me ne ho ascoltate tante. Dal "Manzoni dei motori" di
Bargellini al "Grande Vecchio" di Brera. "Mago di Maranello" lei propone? Non mi
soddisfa affatto, ma devo adattarmi, accettare quella figura che hanno inventato i
cronisti, dal 1919 ad oggi. Mi hanno fatto cos.
Gi: irascibile, cinico, lunatico. Rivolgendomi a loro, mi sono definito
"l'espressione vivente della vostra
fantasia". La polemica con la stampa non ha senso: come sparare con un Flobert
ad aria compressa contro una mitragliatrice a tiro rapido. Chi sono allora? Sono
peggio di tanti altri, ma non so quanti siano migliori di me. Io ritengo di avere una vita
intima tormentosa, e sono capace di sentimenti profondi. Detesto la violenza: l'unica
volta che sono finito in un fosso stato per non travolgere un cane.
Lei nel suo libro di ricordi si chiede: Posso dire di avere esaudito i sogni e le
passioni di ragazzo? . Adesso possibile un bilancio?
I sogni sono sempre pi belli della realt, perch non tengono conto di tutto il
travaglio che precede il compimento, ma offrono soltanto l'immagine di un risultato,
quando sono felici. Penso di avere avuto tante cose sproporzionate ai miei meriti e di
essere stato privato di sentimenti consolatori, di affetti essenziali che avrei anteposto a
qualsiasi altro risultato.

difficile fare un consuntivo: ho lavorato tanto, non sono niente, non sono
ingegnere, sono stato punito, ho pagato caro tutto quello che ho avuto. L'ultimo
conto stato enorme.
Che cosa ha giocato di pi nella sua storia, la passione o il desiderio di
affermarsi?
Direi che la passione stata l'elemento determinante ed alimenta tuttora le mie
azioni, la mia vita.
Qual per lei la soddisfazione che pi conta? Aver creato un'azienda, un nome
che ha un enorme prestigio, o sentirsi Enzo Ferrari?
Quello che ho fatto non stato altro che la realizzazione di un amore
dell'adolescenza, che mi ha permesso di soddisfare il mio feroce egoismo. Quello che
conta non dare fastidio agli altri: ma chi ci riesce?
Che tipi erano i suoi genitori?
Mio padre era un uomo di buona cultura, dedito principalmente alla sua impresa,
anche se si dilettava di musica. In casa mia esisteva un pianoforte, lui da giovane
suonava il violoncello. Mia madre era indubbiamente una bella donna, discendeva da
una nobilt rurale forlivese, trapiantata a Marano sul Panaro. Non credo che tra i miei
genitori ci sia stato sempre un buon accordo. Vi era una stridente differenza di
carattere che si rifletteva sulla mia educazione e su quella di mio fratello, che certo
hanno risentito di quella fluttuante armonia familiare.
Aveva tre strade: tenore di operetta, giornalista sportivo, corridore
d'automobile. Chi erano i modelli?
Gli spettacoli del sabato sera: dalla Geisha alla Vedova allegra, alla Principessa
dei dollari, questo stravagante e fatuo mondo del palcoscenico. Corrispondente: sulla
Gazzetta del 1914 c' un mio articolo firmato: Inter batte Modena 7 a 1. Ho fatto il
galoppino al romanziere Luciano Zuccoli quando era direttore del quotidiano
cittadino. Allora frequentavo quell'ambiente che mi ha sempre interessato.
L'automobile: ero pervaso dai miti di Nazzaro, di Lancia, di Leonino da Zara, gli assi
di quell'epoca.
Come ha in mente il pilota Raffaele De Palma che colp la sua immaginazione e
vinse a Indianapolis?
Mi dissi: "Se un italiano pu vincere la pi grande corsa americana, perch no
io?". Era una visione ingenua.
Come si viveva in casa Ferrari?
Mio padre cominciava prima delle 7 e stava fino a notte in officina. L'unica pausa era
il sabato sera. Andavamo a cenare in un ristorante che era il retrobottega di un
salumiere, si mangiava benissimo. Lo rivedo ancora. Forse mi accompagnava l
ricordando che era figlio di un pizzicagnolo di Carpi che aveva negozio davanti al
municipio. Dopo a teatro. Domenica a passeggio in automobile, poi a letto presto
perch il luned si ricominciava. Noi a scuola, lui in bottega.
Lei aveva un compagno di giochi, Peppino. Che ne stato di lui?
Suo padre era un grande esportatore di derrate alimentari, abitava di fianco a me.
Anche lui studiava. Finivamo per incontrarci ogni sera in mezzo al prato. Un altro che
abitava oltre il canale era Giuseppe Ghisetti che ancora al mondo. Era stato ufficiale
della Julia e fece l'interprete tra il cardinale Schuster, il maresciallo Kesselring e
Mussolini. Parlava parecchie lingue. Commerciava in agrumi con l'estero. Peppino

morto del morbo di Brger perch era un fumatore spaventoso. Con Ghisetti ci
vediamo ancora. Erano i miei confidenti e lo sono rimasti. Ne ho avuti pochissimi
perch mi sono convinto che la parola amicizia si spreca con una facilit incredibile.
Cosa diceva sua madre delle sue scelte?
Si sempre dimostrata preoccupata della mia vocazione automobilistica: ricordo le
scene che hanno preceduto la mia partenza per Torino alla fine del 1918. Sono stato
per lei un orgoglio e il suo tormento quotidiano. Ho ereditato da lei due proverbi.
Uno dice: "Chi salute ha, ricco e non lo sa", l'altro: "Non far mai del bene se non hai
la forza di subire l'ingratitudine del beneficato". Era piena di spirito; a novantatr anni
conversava con la vivacit di una persona di cinquanta. Da lei ho attinto molto nei
momenti di crisi perch mi spingeva a buttarmi nei miei progetti per neutralizzare il
pi possibile le pene che mi assillavano. "Pensa a quello che devi fare domani" mi
diceva "non smettere mai." Questo attaccamento al mio impegno stato il pi grande
farmaco. Da mio padre ho imparato l'ordine delle cose, nel tenere diligente
annotazione di tutto, tant' vero che dal 1919 io conservo le agende che ho riempito
di appunti.
Mi trovavo a Torino, quando un giorno fui invitato in Questura e sottoposto a un
interrogatorio. Volevano accertare dove io avevo passato una certa sera e in
compagnia di chi. Mi giustificai spiegando che non lo ricordavo, ma se mi avessero
concesso il tempo di recarmi in albergo, avrei potuto trovare una nota precisa. Fu cos
che stabilii di essere stato in un ristorante di corso Moncalieri fino alla mezzanotte e
c'era anche un tale Aleardo di Parma, arrestato nei giorni precedenti e che aveva citato
come alibi la mia testimonianza. Era accusato di un fatto grave accaduto alle dieci di
sera quando stava cenando con noi. Capii l'importanza che giustamente il mio pap
dava alle annotazioni quotidiane.
La giovinezza stata resa triste da due morti: prima suo padre, poi suo fratello
Alfredo. l'incontro con la sventura.
Le disgrazie arrivano all'improvviso: mio padre si mette a letto con una bronchite
che si trasforma in una violenta polmonite, allora praticamente incurabile e in tre
giorni, all'alba del 1915, sparisce. Non avevo ancora diciassette anni.
Povero Alfredo, era il periodo nel quale i volontari della Croce Rossa venivano
arruolati se portavano anche l'automobile. La Diatto 4 cilindri Torpedo rossa che
avevamo acquistato part con lui per trasportare feriti dal fronte agli ospedali
dell'interno. Dopo pochi mesi fu colpito da una malattia incurabile e mor in sanatorio
a Sortenna di Sondrio. Mi sono sentito solo.
stato un cattivo scolaro. Quali materie le piacevano?
L'italiano, i cosiddetti componimenti li facevo con abbastanza disinvoltura, mi
interessavo di storia, un po' meno di geografia, lasciamo stare la matematica. Una
decina di anni fa, andai come ogni mattina dal barbiere e incontrai un mio vecchio
professore, si chiamava Casini e insegnava all'Istituto Tecnico. Vedendomi mi venne
incontro e mi abbracci: "Tu dovresti sempre ringraziarmi quando mi vedi, perch ti
ho bocciato".
I ricordi sono gli scioperi che anche allora si facevano. Ricordo che poco dopo
aver finito il mio corso, ho fatto la terza tecnica, poi un anno per diventare geometra,
percorrendo corso Vittorio Emanuele a Modena, vi transitava il tram a cavalli che
portava i passeggeri alla stazione, ho assistito al primo sit-in fatto dalle operaie della

manifattura tabacchi: un sindacalista le incitava a sdraiarsi sui binari e le ragazze lo


facevano. La Camera del Lavoro era diretta dal socialista Nicola Bombacci che doveva
finire coi fascisti a Dongo.
Suo padre l'ammoniva: Devi fare l'ingegnere . Adesso lei dice che pentito di
non avergli dato retta. Perch? Che cosa le mancato?
Non avendo una conoscenza specifica e profonda di taluni problemi tecnici ho
dovuto affidarmi alla collaborazione di persone istruite e competenti, che io ricerco e
stimo molto, e mi sono trasformato piuttosto che in un progettista realizzatore di
motori, in un agitatore di talenti, in un promotore di idee.
Sono del parere che per governare una industria specializzata non vi sia bisogno
di una competenza particolare, ma soprattutto necessario che vi sia un conoscitore
di uomini.
Lei ha degli amici veri per tutte le circostanze?
Ritengo di averne avuti pochissimi; c' qualcuno che ha catturato la mia fiducia e
a lui riverso preoccupazioni e contentezze senza eccedere in nessuno dei casi, ma non
so fino a dove la loro adesione possa tradursi in una vera e profonda solidariet. un
sentimento molto impegnativo.
Il suo maestro era un vecchio socialista che ce l'aveva coi preti. Di quegli
insegnamenti che cosa le rimasto dentro?
Le dir che il fatto di aver vissuto a contatto coi pochi operai di mio padre,
l'essere stato a lungo un dipendente, diretto o indiretto, ma sempre sottoposto, mi ha
insegnato a comprendere tante insoddisfazioni degli altri che spesso non si sanno
tempestivamente avvertire o valutare.
C' stata anche, per lei, molta amarezza, molta pena. In certi momenti si sente
solo?
Lo sono sempre, anche quando partecipo alle riunioni, o mi intrattengo con i
visitatori. Ho avuto contro tutto e tutti, e ho provato a trovarmi solo in quei momenti
terribilmente tristi, quando si arriva a interrogare se stessi.
Dio che cos' nella sua vita? La religione le di conforto?
Non so attribuirgli una forma, non riesco a immaginarlo, a definirlo. So che io sono
la espressione del godimento dei miei genitori, so cosa faccio, come vivo,
ma da Socrate in poi credo che non ci sia nessuno che abbia dato una risposta a quello
che ci attender dopo. Se Dio rappresenta un traguardo un punto di arrivo
indefinibile. Quello che mi d serenit la visita che faccio al cimitero; in quel
momento sento profondamente di essere nulla di fronte alla maest della morte.
A dieci anni assistette alla prima corsa. Vinse Nazzaro a 100 all'ora. Come la
rivede?
Con le ansie del ragazzino, con il polverone dell'epoca, il rumore delle macchine
del tempo, non certo paragonabile a quelle laceranti di oggi.
Quando ha deciso di non fermarsi pi su una pista durante le competizioni e
perch?
A questa decisione ha contribuito la morte di Dino perch in quel momento ho
capito che iniziava un nuovo ciclo della mia vita.
Il suo padrino era il signor Anselmo Chiarii, produttore di Lambrusco. Ha
contato qualcosa?
Ricordo il primo regalo che ho ricevuto, un orologio d'argento, e la simpatia con

la quale si fermava ogni volta che mi incontrava, o quando passavo a salutarlo nella
sua cantina. Forse soltanto in questi anni ho capito qual la vera differenza con il
Lambrusco con le viole di una volta e quello che vendono oggi.
E un giorno il piccolo Enzo sal su un'automobile: come and?
Fu una forte emozione sedersi su una De Dion Bouton monocilindro, guidata dal
pap e costruita nel 1898, quando io venivo al mondo.
Portavo i pantaloncini corti con una camicina colorata, una giacchettina con la
cinghia sui fianchi e anche Alfredo era vestito come me. La mamma seguiva la moda,
il babbo molto serio, modesto, alto, con i baffi brizzolati, i capelli a spazzola. Sulla
tomba di famiglia ho messo i ritratti dei miei vecchi fatti da un pittore che lavora con
me.
Che cosa l'affascinava dell'operetta? Le donne?
S, e soprattutto le soubrettes che costituivano, con la musica orecchiabile, i
motivi della mia predizione.
Che cosa hanno rappresentato nella sua vita?
Un incentivo, molte volte si affrontano problemi anche arditi che ci consentono,
una volta risolti, di apparire capaci, che comunque possono costituire un titolo di
apprezzamento da parte della donna; le ho sempre considerate il pi bel premio alla
tua fatica, anche se non ho anteposto la loro presenza alla mia passione realizzatrice.
Per me, prima c'era l'automobile che nasceva, ma sapevo che poi ci sarebbe stata lei.
Oserei dire che in tutti i periodi dell'esistenza vi possono essere momenti nei quali il
piacere di conoscere a fondo una ragazza porta a sottovalutare altri elementi, ma non
ritengo che una vicenda amorosa sia mai arrivata a nuocere ai miei programmi, per
quanto l'infatuazione potesse raggiungere livelli molto alti. Non ho mai pensato che
donne molto interessanti debbano essere necessariamente belle. Quelle che mi hanno
appassionato hanno condiviso il mio fanatismo per i motori.
Lei considera le fanciulle dei box dei "terribili" rivali? Perch?
Rivali quando la loro presenza pu irritare o preoccupare il pilota e sono
convinto che sono poche quelle che gli offrono conforto, tranquillit, incitamento. Ne
ho conosciuto di tutti e due i tipi. Preferisco non descriverle.
Ricordo Varzi: si era innamorato di una straniera,
una bionda che non aveva sposato e di cui per non sapeva fare a meno, anche se
l'eccitazione che gli procurava quel rapporto non avvantaggiava di sicuro il suo
sistema nervoso.
Castellotti stava vivendo un momento assai combattuto della sua vita
sentimentale. Forse la sua fine stata provocata da una pausa di riflessi.
Peter Collins era un bel ragazzo, non tanto alto, ma con un volto aperto e chiaro.
Aveva conosciuto in Florida una americana divorziata, una attrice del teatro e del
cinema che aveva recitato anche con Orson Welles, si chiamava Luisa; lo conquist. Si
sposarono, ma lui divent un altro, era allegro e contento, si ritrov suscettibile e
nervoso.
Dice Maria Elena Fittipaldi: Non credo al pilota playboy sempre in cerca di
avventure con la prima bella di passaggio. Emerson, ormai lo so, ha sempre bisogno
di me. Quando lui in pista, io sono ai box a riprendere i tempi. Poi mi ritiro nella
motor-home, dove lui, quando vuole, pu trovarmi. importante per un pilota
sempre preso da mille grane sapere che sua moglie l, pronta a risolvere qualsiasi

problema. La verit che una volta entrate a far parte del circo, non si riesce pi a
starne lontane. Con tutti i suoi difetti, la sua "politica", il suo lato affaristico, un
mondo che ti entra nel sangue .
Nel 1917 Enzo Ferrari va a soldato, artiglieria alpina. Come se la cav? Fu
colpito da una grave malattia. Come l'ha vissuta?
L'ho vissuta negli ospedali a Brescia, a Bologna. Due pleuriti. Di notte sentivo
inchiodare le casse da morto. Mi svegliavo a quel rumore e l'infermiera mi
tranquillizzava, ma era il posto dei malati senza speranza, l'ultima spiaggia. Ho passato
giorni tremendi. C'era un viale che vedevo dalla finestra: la gente, il mondo mi
parevano cos lontani, quasi irraggiungibili.
Ha segnato qualcosa sul suo carattere?
Mi ha insegnato a proteggermi da certe disinvolture quando si sudati al volante
di una macchina, ma non abbastanza per non incorrere in una grave intossicazione da
gas per la lunga permanenza nella sala prove. Non c'erano allora celle con ricambio
d'aria, i motori venivano frenati con scarichi liberi, per poter valutare se erano
carburati bene o male e si respiravano tutte le porcherie possibili. Io ho riportato gravi
conseguenze: una specie di avvelenamento bronchiale.
Non a tutti piace il suo temperamento. Ferrari l'accusa pi frequente un
dittatore.
Se sollecitare dai propri collaboratori dedizione e entusiasmo, come quello che io
ho sempre prodigato, significa essere, che so io, un despota, io lo sono, ma se questo
dovesse voler dire imporre ad altri la mia volont non vero, perch proprio per il
mio desiderio di apprendere, di approfondire, di arrivare a soluzioni logiche ho
sempre richiesto l'aiuto di tutti.
vero che una volta si liber di un colpo dell'intero staff: ingegner Chiti e
compagni?
Non sono io che mi sono svincolato da loro, ma loro che si dimisero per ragioni
che a breve distanza risultarono evidenti: intendevano iniziare una attivit diretta che
poi non ebbe il successo che si erano proposti.
C' qualche critica che ritiene giusta o qualche giudizio che la ferisce?
Io le accetto tutte con le migliori disposizioni, quello che mi offende
terribilmente non essere creduto, in quanto la mia furbizia contadina mi ha sempre
indotto a dire semplici verit, ben conoscendo l'opinione che hanno di me: di uomo
abbastanza scaltro. Ci nondimeno resto del parere che ognuno di noi ha la propria
versione che ritiene autentica, e questo il materiale prefabbricato pi diffuso in tutto
il mondo.
Lei si fa delle critiche? Quali?
Certamente. Tante. Ma ripeterei tutto quello che stato, per comportandomi in
modo totalmente diverso: avrei meno nemici. Ma forse sto sbagliando anche mentre
converso con lei.
La congedarono dopo due interventi e molte cure e si present con una lettera
del suo colonnello alla Fiat. Credo che quel giorno le sia rimasto impresso; tanto gelo
come sempre nelle ore difficili, e un fallimento.
Ho conservato l'impressione di quel bell'ufficio in corso Dante al piano rialzato,
di quell'ampia scrivania in mogano, rivedo quei tendaggi di velluto e un cortese
distinto signore circondato da un ambiente che a me suscitava ammirazione e timore,

ma che non ho ricordato il giorno che mi stato consentito di farmi un ufficio.


Trov lavoro da un bolognese, un tale Giovannoni che trasformava autocarri e
lei li collaudava. Come se la cavava? Che cos' la parte pi dura per un operaio?
Il ruolo del dipendente per me non era faticoso, anche se il freddo, le poche
conoscenze, la modesta retribuzione mi procuravano disagi fisici e morali perch
sentivo che facevo il lavoro che avevo sempre desiderato. Certo, ripensando alle sere
in cui andavo a dormire saltando la cena, trovo la spiegazione della mia contrariet ad
accettare inviti.
Potrei fare il giro della terra gratis: quando avevo fame nessuno mi diede niente.
C' una specie di ribellione dentro di me; perch tutto adesso?
Chi erano i suoi amici del Bar Nord, a Porta Nuova? Salamano, Nazzaro:
protagonisti delle gare di ieri, evidentemente Torino era scritta nella sua sorte.
Era un piccolo caff, a due passi dall'Hotel Bologna dove capitavano tutte le sere,
uscendo dalle fabbriche, collaudatori e corridori, motoristi d'aviazione. C'era un
modenese che era stato con Bordino e facevamo scommesse su chi andava in meno
tempo al Moncenisio, su chi era pi veloce sulla salita di Superga e poi si discuteva di
ciclismo e ne seguivamo le corse. Pensi che io guido dal luglio 1916 e la mia patente
porta il numero 1363.
Rievoca quei giorni con amarezza?
No, con nostalgia.
Poi Ugo Sivocci, un altro del ramo, le offre di trasferirsi a Milano. Da questo
momento finisce, l'espressione sua, la fase digiunatoria.
Prendevo da vivere. La C.M.N. era un'azienda in fondo a corso Buenos Aires:
aveva costruito trattori per traini d'artiglieria e in quel momento cominci a montare
automobili con materiale Isotta-Fraschini. Fu in quell'epoca che conobbi l'ingegner
Garelli che divenne famoso con la motocicletta bicilindri a 2 tempi che vinse il raid
Nord-Sud, Milano-Napoli con Giraudi, ed io e Sivocci seguimmo la cavalcata da
Rogoredo al Vesuvio.
Quando scopre di avere la vocazione e il talento del corridore?
Era l'ambizione che ho sempre avuto, e nel 1919, in ottobre, cominciai la mia
attivit partecipando alla Parma-Poggio di Berceto.
Chi un pilota e chi un campione?
Campione chi vince normalmente, ma ce ne sono stati anche che non hanno
mai conquistato il titolo mondiale come Nuvolari e Moss pur essendo degli assi.
Che cosa fa il fuoriclasse: coraggio, intelligenza, decisione?
Dev'essere un compendio di tutte queste attitudini, ma soprattutto deve avere la
possibilit di esprimersi nel momento in cui esiste la macchina migliore.
Quanto gioca in una vittoria la vettura, quanto l'abilit di chi la guida?
Cinquanta e cinquanta.
I nomi, per favore, di quelli che lei ha ammirato di pi.
Ascari padre e figlio, Nuvolari, Stirling Moss, Collins, Musso, Fangio, Lauda.
Nel 1919, Enzo Ferrari alla guida di quelli che allora si chiamavano "bolidi" si
piazza quarto di categoria al traguardo di Berceto. il debutto.
Ricordo l'entusiasmo dell'esordiente, anche se il piazzamento era molto modesto.

Lei sa che cos' la paura?

tutto quello che ci circonda.


Che cosa si prova prima del via: ansia, timore?
Prima che si abbassi la bandierina ricorrono molte necessit, assai spesso quella
di orinare. Tutto scompare quando si partiti. In quel momento si vivono soltanto il
battito del motore e l'efficienza dei freni.
Lei crede ai presentimenti?
Se vengono dai sogni non sempre si dimostrano veritieri, ma se si presentano per
una somma di circostanze che non sappiamo neppure noi stessi come nasco
no, si compendiano, si manifestano, allora c' qualcosa che ti prende. Stringi la mano a
un pilota e ne riporti l'impressione che quello sar l'ultimo saluto. In quell'istante ci
credi e ne provi sgomento.
Lo penso e mi capitato. Quando Collins partito per il Nrburgring e quando
Ascari mi disse: "Hai fatto male a non venire a Lione al Gran Premio di Francia" e io
gli risposi: "Non posso, non me la sento" e capii che lui non valutava il rischio. L'anno
dopo, mentre partiva per Montlhery intuii per un momento che stavo dando l'addio a
un grande amico. Con Collins avvertii una somma di strane sensazioni: non era pi
sereno come un tempo, non conduceva pi la vita di una volta, il matrimonio non si
armonizzava con le sue doti.
Molti piloti sono superstiziosi, ricorrono a formule scaramantiche.
Alberto Ascari, se un gatto attraversava la strada mentre andava a correre,
ritornava indietro, alla ricerca di una deviazione anche se c'erano chilometri da fare; il
17 non lo vuole nessuno sulle macchine. Tutti hanno un corredo personale, guanti,
occhiali, caschi e poi piccole abitudini che diventano indispensabili e si trasformano in
manie ossessive. Io ho sempre portato un fazzoletto al collo che mi aveva regalato mia
madre.
L'hanno accusata di omicidio colposo, perch una sua vettura aveva travolto
gente del pubblico, durante una Mille Miglia. Ci si sente responsabili di qualcosa, con
un peso morale?
No, perch a parte il verdetto dei giudici che si concluso con una sentenza che mi
assolve perch il reato non esiste, risultato dalla perizia che la causa era precisa: gli
"occhi di gatto" in acciaio, quella specie di borchie
che segnavano al centro della strada il raggio della curva. Adesso li hanno eliminati.
Che cosa si prova quando uno dei tuoi cade? La voglia di smettere?
Non vi mai una sola causa che genera il fatto luttuoso, sono tante, il costruttore
deve avere anzitutto la coscienza che tutto quanto era nelle sue possibilit, per dare al
pilota una macchina perfetta nei limiti delle risorse umane, stato adempiuto.
Che cosa hanno inciso le corse nel progresso? Vogliamo tentare un elenco delle
conquiste?
Ci vorrebbe un libro per enumerarle tutte, anche se l'automobile si porta ancora
dietro problemi non del tutto risolti dalla sua nascita, ad esempio la differenza di
avviamento alle diverse temperature, la diversa tenuta su strade differenti, bagnate,
asciutte o con la neve, per quanto il progresso dei pneumatici ha contribuito
notevolmente all'efficacia dei freni nelle diverse condizioni.
Le corse hanno insegnato a fare macchine tanto pi leggere, di minor cilindrata e
con uguale potenza, dimezzando l'ingombro dei motori, con minore consumo e
maggiori prestazioni, una solidit all'urto, insospettabile. Assistiamo a delle uscite di

strada frontali contro un guardrail a 240 chilometri all'ora, e il pilota viene fuori
intatto dall'abitacolo della monoposto. Le vetture di serie hanno ancora qualcosa da
imparare a questo proposito.
Secondo in una Targa Florio guadagn 12 mila lire. Allora che cosa contava di
pi, la passione o il denaro?
Indubbiamente in quel momento la soddisfazione della classifica super qualsiasi
altra valutazione e ricordo che con quel denaro si potevano fare molte cose. Se penso
che un biglietto in prima classe Modena-Milano e ritorno costava quattro lire e 50
centesimi.
Per i campioni di oggi, chi considera tra i pi disinteressati?
All'inizio, sono quasi tutti non eccessivamente attaccati all'ingaggio quanto alla
possibilit di disporre di una buona macchina. Le pretese crescono, subito, con le
prime affermazioni e raggiungono il massimo con la conquista del titolo mondiale.
Il pilota parte avendo davanti a s soprattutto il bisogno di affermarsi e non fa
preminente conto dei vantaggi economici n troppi calcoli sui rischi, vuole vincere. E
il pi bel premio l'applauso della folla. Quando arriva in cima, tra i grandi, mutano i
rapporti, gli ambienti e sono diverse ancora le necessit di vita. Il personaggio sfrutta
la sua fama nelle relazioni pubbliche, si associa a imprese che magari non hanno nulla
a che fare con lo sport, ha crescenti impegni mondani. Non sempre si riesce a stare
sotto i riflettori e a mantenersi in testa. Allora comincia l'amarezza e si tende a
riversare sugli altri la responsabilit dell'insuccesso. Se intelligente si tira fuori e non
accetta la parte del comprimario o quella della comparsa.
Lei correva su Alfa, ed entr nell'industria del professor Nicola Romeo di
Napoli. Chi era?
Un insegnante di matematica che abitava a Milano e che in tempo di guerra era
entrato a far parte della Anonima Lombarda Fabbrica Automobili e che alla fine si
trov a dover trasformare la produzione bellica in vetture e in motori di aviazione.
Piccolo, con abbondanti baffi neri, sempre elegante, voce suadente, una gentilezza
meridionale, molti lo chiamavano "la sirena". Non era un intenditore di macchine, ma
quell'attivit gli piaceva perch si era messo in testa che lo avrebbe reso famoso e il
partecipare alle corse era una buona occasione.
Dei suoi concorrenti chi ha stimato e chi apprezza di pi?
Ricordo Ettore Bugatti, per la genialit artistica che aveva trasferito nelle sue
vetture, il suo estro anche di pittore. Era un lombardo emigrato in Francia.
I concorrenti cambiano con abbastanza rapidit.
Se stima significa valutare la seriet di comportamento di una persona un
conto, se guardiamo ai risultati un'altra cosa.
Il suo primo grande successo del 1924, Coppa Acerbo a Pescara. Cosa
significa arrivare primo?
Raggiungere un traguardo che ci si era prefissi e poter dire a se stessi: "Non hai
sognato". L'impressione di farcela l'hai durante la corsa dai battimani della folla che
incita e che talvolta fa commettere anche errori.
E perch si corre?
Per un'ansia di superamento umano, per la stessa ragione per cui si fa l'alpinismo,
il pugilato, si vola col deltaplano, ci si butta con gli sci. L'uomo si differenzia dagli
animali anche per questa sua scelta di rischio volontario, per questo bisogno di

competere.
Perch il secondo non conta mai nulla?
Perch il pubblico portato sempre a esasperare i propri sentimenti nella
celebrazione del vincitore. Difficilmente giustifica i perdenti e ignora quelli che
restano nel mezzo. Chi non arriva in testa molte volte ha rischiato di pi e ha pi
meriti del vincitore.
Perch c' in noi cos vivo il senso dell'emulazione, del confronto?
Siamo nati con un'ansia di superamento e l'ambizione ci porta a tentare di
primeggiare. La rivalit, anche crudele, gi agli inizi della vicenda umana: Caino e
Abele, e nel racconto dei miti: le fatiche immani che pu sopportare Ercole, o nelle
favole: dove c' sempre una fanciulla che chiede allo specchio chi la pi bella del
reame. Fin da piccoli incontriamo il pi bravo della classe, quello che si arrampica
meglio in palestra, quello che pattina con pi eleganza. E dal primo contatto con gli
altri, emerge l'istinto del confronto, della emulazione. Ci sono, naturalmente, i
lottatori, i tiepidi, i rinunciatari.
Le sue simpatie a chi vanno?
Ovviamente a chi combatte.
E l'indifferente chi ?
Di solito colui che non sposa nessuna causa. Sulla lavagna non figura n tra i
buoni n tra i cattivi.
Che cosa si prova a vincere?
l'applauso quello che ripaga maggiormente. Quello il momento
dell'esaltazione.
Che cosa si sente quando si perde?
Come pilota si ha la sensazione esatta dei propri limiti o di quelli della macchina,
come costruttore risultano chiare le ragioni di un mancato successo, mentre meno
facile giudicare quando va bene. Solo l'uomo forte sa valutare l'intrinseco valore di
una vittoria. pi facile comprendere le ragioni che hanno determinato la sconfitta
che stabilire le circostanze che hanno favorito il successo.
Lei ha detto: Il pilota come un fantino . Niki Lauda le ha risposto: Il
motore non ragiona, il pilota s . Si conciliano queste due teorie?
Il pilota come il fantino deve amministrare saggiamente le possibilit del motore.

Un personaggio che ha contato molto nella sua storia e di cui lei ha parlato
senza riserve un tecnico: Vittorio Jano. Come vi siete conosciuti e che cosa avete
combinato insieme?
In un modo molto semplice. Quando andai a Torino a casa sua a convincerlo a
passare all'Alfa Romeo, era molto giovane, ma aveva gi la reputazione di grande
tecnico. Bussai e venne ad aprirmi la moglie, mi chiese che cosa volevo. Dissi:
"Convincere suo marito a lasciare la Fiat e a venire con me". Lei mi rispose che era
troppo legato alla sua terra e che non sarebbe mai andato via. Jano arriv proprio in
quel momento, parlammo, lo convinsi. Lo avevo sentito tanto elogiare, ma i suoi
meriti erano anche superiori ai consensi. Abbiamo vissuto tanti anni in comune, lui
non aveva mai scordato la sua origine di semplice tornitore alla Scuola Fiat come io
non avevo mai dimenticato il periodo che ho trascorso all'Officina Pompieri di
Modena quando facevo l'istruttore alla scuola dei tornitori.

Ha vissuto da forte e da forte ci ha lasciato. Ha concluso con un gesto tragico


che io non considero una prova di vilt, ma di coraggio.
Che cosa accaduto?
Jano, sospettando un male incurabile, predispose tutto quanto. Un uomo
previdente come lui sapeva che cosa poteva fare. Si tolse la vita, compiendo quell'atto
di ardimento che io non seppi maturare quando mor mio figlio. Ho sempre sostenuto
che il suicidio in alcune circostanze rappresenta una scelta coraggiosa.
Lei, mi scusi, quando ci ha pensato?
Ero andato a fare una gita col mio ragazzo a San Marino, nei primi giorni
dell'estate. C'erano i colori accesi di quella stagione, era un giorno di festa. Dalla
piccola radiolina che mi portavo dietro arrivavano le notizie da Le Mans: stavamo per
vincere. Dino sorrideva, ma il suo passo nel salire era pesante e il suo respiro faticoso.
Avvertii che stava per lasciarmi. Da quei bastioni guardavamo la valle, per un attimo
pensai di abbracciarlo e di gettarmi con lui nel vuoto: in quel momento che mio
figlio ha incominciato a morire.
La malattia entra in modo drammatico nella sua esistenza: da soldato ai
polmoni; nel 1924 un grave esaurimento, che si protrae negli anni, la taglia fuori dalle
competizioni. Queste due prove come hanno influito sulla sua visione della vita?
Nell'apprezzarla infinitamente di pi.
una domanda che pu essere o troppo grande o troppo banale: Ma cos'
per lei la vita? .
Un ansimante cammino in una smisurata prigione in cui noi tutti siamo rinchiusi.

Preciso: la sua, e quella degli altri?


Siamo costretti a vivere; un pensiero che ho scritto tanti anni fa e che porto con
me. La vita un enorme penitenziario che ha in noi mortali i suoi reclusi; l'egoismo ci
domina e ci allontana dal prossimo, costringendoci a contare sulle sole nostre
possibilit. L'uomo un tristo organismo, solo nell'arido deserto dell'esistenza, dove la
pianta della speranza pu germogliare soltanto se irrorata da un ideale.
A un tratto, lei confessa: Venni preso dal desiderio quasi morboso di fare
qualcosa per l'auto, di passare dal volante al progetto . Con quali prospettive?
Conoscendo le mie limitate capacit di disegnatore e le poche risorse che ho per i
calcoli, mi son ricordato di quello che avevo fatto perch l'Alfa diventasse grande. Mi
ripromisi: convincer dei tecnici a sposare le mie idee e, se saranno fondate, a far s
che diventino reali con la determinazione e la volont della mia decisione di
costruttore esordiente.
Perch Modena la capitale dei motori?
una questione di ambiente e di persone; come la Romagna la capitale del
motociclismo. L'operaio intelligente e attivo, noi siamo dei rivoltosi, testa e
temperamento, e per fare macchine da corsa ci vogliono tipi ostinati, capaci e anche
con del fegato, oltre, naturalmente, a delle idee.
Che cosa trova di struggente nell'Emilia, in questa terra alla quale legato il suo
destino?
Ammetto che non ha particolari attrattive n climatiche n di paesaggio, ma sar
forse il modo di intendersi, di comunicare che ho sempre sentito pi facile, pi
pronto, pi completo che a Torino, a Genova, a Roma e dalle altre parti. C' una

spontaneit talvolta quasi impudente, ma permeata di grande semplicit, senza


sottigliezze.
Il suo ritorno da queste parti non stato forse una specie di rivincita?
Direi che soprattutto hanno giocato i sentimenti, la nostalgia.
I suoi compaesani la consideravano un ragazzo abbastanza strano . Le hanno
voluto bene? Gliene vogliono? O se li trovati qualche volta contro?
Non frequento nessuno, n locali pubblici, teatri, circoli, cinema. Rifuggo da
tutte le riunioni. Forse questo mio distacco ha creato un po' la diceria dell'uomo
inaccostabile. Peccato che nessuno pensi che pu essere una congenita timidezza, o
un esasperato attaccamento al proprio lavoro, o la vergogna di farmi vedere in
pubblico se una macchina non vince, perch in quel momento considero quelli che mi
guardano dei creditori insoddisfatti. Ho un amor proprio un po' particolare.
Nel luglio del 1951, a Silverstone, la Ferrari di Gonzales batt per la prima volta
l'Alfa, la casa con la quale lei aveva operato per venti anni. Fu lei ha scritto una
grande ventata di primavera.
L'ho considerato come un affronto a chi mi aveva dato i natali. Ero soddisfatto,
ma mi sentivo anche ingrato.
Lei, che a Modena nella sua scuderia costru nel 1937 l'Alfetta che fa vincere
alla casa di Milano due campionati del mondo, perch decise di lasciare quello che
ricorda ancora come "il primo amore"?
Fui licenziato alla fine del 1939 e non richiamato dopo la guerra, quando ancora
dovevo cominciare a fare le automobili. Dopo anni, chiesi, un giorno, a un altissimo
dirigente, perch non si erano ricordati di me ed egli mi rispose con candore: "Caro
Ferrari, ce lo siamo chiesto e abbiamo concluso: Chi di noi va via per fargli posto?".
C' sempre un fatto che determina le sue decisioni. Per fare un caso nasce Dino
e decide di non correre pi; che cosa la spinse a volere una vettura tutta sua?
Quando decisi di fare una macchina tutta mia avevo pensato di battezzarla
"Mutina", ma fu un amico, l'avvocato Enzo Levi che mi disse: "Giacch ti senti cos
convinto di riuscire devi darle il tuo nome".
Lei si considera "un agitatore di uomini e di problemi tecnici". Niente
progettista, niente inventore. Qual dunque il suo apporto? L'idea, la spinta?
Io credo che un costruttore, nel senso pi largo della parola, debba essere colui
che ha la cosiddetta folgorazione, che enunciata una formula, la matura e immagina
nella sua testa il modo migliore per interpretarla. Il difficile comincia dopo, quando
questo progetto ideale deve essere assimilato dai collaboratori che debbono
convincersi della proposta e debbono tradurla in una meccanica vivente.
Che cosa deve essere una macchina da competizione?
Quella ideale, bisognerebbe concepirla in modo che ogni parte, alla fine di ogni
gara, risultasse ai limiti di efficienza e di resistenza. In questo caso sarebbero stati
tenuti presenti i margini estremi di sicurezza dovuti alla incolumit del pilota.
mia convinzione che se un progettista dovesse costruire una vettura seguendo
piattamente i sacri testi della tecnica automobilistica finirebbe per realizzare un
motore onestissimo, ma non vincente.
Lei pianse di gioia quando la Ferrari batt per la prima volta l'Alfa e forse di
amarezza quando dovette lasciarla. Ci sono molte lacrime nella sua vicenda?
Ce ne sono state tante e in diverse occasioni, ma da quando morto mio figlio,

anche questa sorgente si inaridita.


giusto, lei dice, che i tecnici cambino. Ma se qualcuno la lascia, come la
prende?
A volte come una liberazione, molte altre con vivo rincrescimento.
Che cosa rimprovera loro: la mancanza di riconoscenza?
No, sono del parere che chi va via senza bagagli merita successo, chi abusa della
sua permanenza in una ditta invece non avr quello che si ripromette, in quanto la
considerazione di chi lo riceve si esaurir col fardello, con la merce che egli porta.
Come nata la prima Scuderia Ferrari, chi erano i soci e che programmi
avevate?
Cominciai nel 1929. I miei primi compagni in questa impresa furono due
commercianti di canapa: i fratelli Caniato di Ferrara e Mario Tadini, specialista in
corse in salita. Ne discutemmo una sera a cena, a Bologna, e ci trovammo d'accordo.
Come assunse i primi piloti, chi erano?
Gran gente: Nuvolari, Arcangeli, Campari, Varzi, Borzacchini, Fagioli, Chiron, e
molti altri, tutti ormai famosi, ma lanciammo anche Trossi, Brivio, Moli, Pintacuda,
Siena e tanti altri.
Che cos' una corsa? Come la si vive?
un episodio clamoroso che oggi si conclude per la Formula 1 in due ore di
spettacolo affascinante. Non bisogna dimenticare le gare di durata, come la 24 ore di
Le Mans, Daytona o Sebring, dove la rappresentazione si intreccia con le mille
avventure impreviste, umane e tecniche.
Perch un'impresa non regge col tempo? Non c' pi un Lancia alla Lancia non
c' pi un Maserati, sparita la Bugatti.
Evidentemente si trattato di iniziative legate solidamente alla vita delle persone
che le hanno volute e dirette.
Durante la guerra che cosa ha fatto? Come immaginava il futuro?
Macchine oleodinamiche per la fabbricazione di cuscinetti a sfera, mentre
preparavo progetti per le future, nascenti Ferrari. Sporcavamo della carta, tiravamo
delle righe, non potevamo fare altro.
Quali sono stati i suoi rapporti con la politica? Ho l'impressione che lei si
consideri una specie di anarchico.
Ho conosciuto molti politici sempre per ragioni connesse alle manifestazioni
sportive o per le visite che hanno fatto alla Ferrari. Non ho mai sposato un'ideologia,
convinto come sono, che solo le leggi economiche governano il mondo. D'altra parte,
ricordo sempre di avere letto molti anni fa che la politica l'arte di dire bugie al
momento opportuno. Pi che un libertario sono un rivoltoso, sono insofferente anche
delle violenze morali che subisco attraverso l'odierna sagra di sermoni politici e
sociali.
Da quanti anni non va a Roma? Venti, trenta? E perch?
L'ultima volta fu nel 1935 al Circuito delle Tre Fontane con l'Alfa, quando
correva con me Tazio Nuvolari. Non ho mai avvertito il fascino della capitale
convinto che le buone macchine si potevano e si dovevano fare senza chiedere
udienza.
Com'era la 815 basata su materiale Fiat e perch la chiam cos?
La costruii con due testate del 1100, era una 8 cilindri di 1500 centimetri cubi. La

chiamai 815, una sigla: si trattava di due vetture fatte per conto del marchese Lotario
Rangoni Machiavelli e di Alberto Ascari. Lasciando l'Alfa Romeo ottenni la
liquidazione sottoscrivendo l'impegno che per quattro anni non mi sarei pi
interessato di corse a favore di nessuna delle concorrenti.
La 815 non ebbe successo: la Mille Miglia 1940 la vinse un tedesco, Huschke von
Hanstein, che portava sulla tuta il simbolo delle SS. Poi divenuto un dirigente della
Porsche e ancora oggi un esponente dell'Automobile Club Tedesco e della
Commissione Sportiva Internazionale.
Come ricorda i giorni della guerra? Cosa pens quando la dichiararono?
Alla dichiarazione di guerra, ricordai le Ardenne, per me era un mondo che
crollava. Mi avevano insegnato ad odiare l'impero austro-ungarico. Non potevo
dimenticare che nel 1919 ero andato per la prima volta a Trieste seguendo la 600
chilometri ciclistica, vinta da Alfredo Sivocci e che nel 1921 io corsi con l'Alfa la
Coppa delle Alpi e vinsi la tappa che portava a Fiume quando era appena finita
l'occupazione di D'Annunzio.
Chi ha conosciuto dei gerarchi fascisti? Che tipi erano?
Mussolini l'ho visto una volta sola, credo nel 1924, pass da Modena perch
veniva da Milano ed era diretto a Roma.
Pilotava la nuova Alfa Spider 3 posti. Mi pregarono di fargli da battistrada, ma
forse andavo troppo veloce e il suo autista Ercole Boratto e il suo segretario mi
chiesero di rallentare perch il duce, per seguirmi, spingeva in modo pericoloso. Si
ferm davanti a una locanda, a Pavullo nel Frignano; la padrona era una giovane
donna che gli aveva offerto ospitalit qualche tempo prima in una brutta notte,
mentre il capo delle camicie nere era in viaggio per Livorno dove avrebbe dovuto
battersi a duello con un giornalista.
Lei gli aveva anche imprestato una sciarpa, mai pi restituita. Mussolini ricordava
tutto e le chiese scusa. Aveva anche in mente che nel dargliela la ragazza l'aveva punto
con uno spillo, "per non perdere l'amicizia", come imponeva un'usanza locale.
Il vecchio senatore Vicini che gli faceva da scorta, insinu: "Facciamo finta che
siano state punzecchiature di questo tipo", ma Mussolini lo guard severamente, e
disse: "Alla vostra et, senatore, non si pu purtroppo far altro che malignare".
Ho conosciuto Leandro Arpinati e Italo Balbo. Con Arpinati avevamo in comune
la passione del calcio. Una volta incontrammo un bel giovane, alto e bruno, era
Malaparte. "Caro Curzio," disse Arpinati "come mai non sei ancora al confino?" "Non
mi hanno ancora spedito. Stai tranquillo, in ogni caso, perch appena ci arriver, sar
mio dovere preparare una casa accogliente per quando sar il tuo turno." Il che
accadde veramente.
Anche Balbo era un cliente dell'Alfa Romeo. Quando si cominciava a discutere se
l'Italia sarebbe entrata nel conflitto, gli chiesi: "Questa guerra si far, o no?". Mi
rispose: "Con che cosa, con le noccioline americane?"
La caduta del fascismo la sorprese? Cosa c'entrava con lo sport?
Non mi ha stupito. Arpinati l'aveva previsto. Mi aveva detto: "Il fascismo non ha
niente da temere da parte di nessuno, ha tutto da temere da se stesso".
Nel 1943 con centosessanta tra operai e collaboratori si trasferiva a Maranello e
nasce la leggenda.
Per me nata nel 1929, quando ho impiantato la Scuderia Ferrari: la mia presenza

determinante cominciata allora.


Le vetture erano Alfa Romeo, ma avevano gi il cavallino di Baracca sulle
fiancate.
Poi arriva l'8 settembre. Come ha vissuto Enzo Ferrari quei giorni e quelli che
sono seguiti?
Potrei scrivere un libro. L'8 settembre di fronte all'euforia generale io ebbi la
netta sensazione che il brutto cominciava proprio allora e la conferma arriv il giorno
dopo. I tedeschi cominciavano a farla da padroni. Poi le colonne di prigionieri, la
fame, la tragedia. C'era un prete a Maranello, don Giulio Pavia, cappellano della
parrocchia, che aveva nascosto molti fucili dietro l'altare maggiore. Sotto le concimaie
avevamo seppellito il macchinario. L'officina sub due bombardamenti. Una volta fui
fermato a un posto di blocco col camioncino: venivo da Modena carico di bombe per
bloccare i carri armati. Con lo stesso camioncino portavo i feriti a una casa di cura che
li ricoverava. Alla fine mi hanno proposto tante cose, ma non ho voluto niente.
Quando ho compiuto 81 anni i superstiti di quei giorni, da tempo senatori o deputati,
mi hanno consegnato medaglia e tessera della resistenza.
Come le venuta l'idea di prendere come simbolo il cavallino rampante?
Me l'hanno suggerita la contessa Paolina Baracca, madre del grande eroe aviatore
Francesco, e il marito, il conte Enrico. Acquistavano vetture Alfa Romeo, erano miei
clienti e lui era un persona candida fino al punto di dirmi: "Sarei niente, se non fosse
morto mio figlio; invece, per questo, mi fanno tanti onori".
Comincia l'avventura della 12 cilindri: l'armoniosa voce di questo motore
continua a incantarla. Perch?
Proprio per quello che ha detto von Karajan: " una sinfonia cos melodiosa che
nessun maestro saprebbe interpretarla".
Che cosa pretende dai suoi collaboratori?
Prima di tutto lealt e poi molta dedizione al compito che ho loro affidato.
I costruttori cominciano ad utilizzare metalli e leghe speciali. Dove si arriver?
Indubbiamente l'astronautica, come a suo tempo l'aviazione, ha aperto nuove
strade all'automobile.
Come valuta John Surtees, corridore e uomo?
l'unico che io ricordi campione del mondo su due e quattro ruote.
Lei afferma: Le idee e l'ostinazione sono la nostra forza . Davvero bastano?
Per lo meno sono l'elemento base.
Cosa c' dietro il successo, lunghe notti, tante prove?
Tutta la somma di previdenti accorgimenti che si materializzano nella vittoria.
Che cosa significa per lei l'ora del trionfo?
Una grande preoccupazione. Mi domando come far a dimostrare che il titolo
conseguito era veramente meritato, e soltanto il futuro potr provarlo. terribile.
Come affronta la sconfitta?
Col proponimento per una rivincita.
Perch nessuna macchina da corsa pu durare pi di un anno?
Perch sono come le reginette di bellezza, sfioriscono in una stagione.
Vogliamo parlare di Dino: com'era?
Non saprei cosa aggiungere di pi. morto di una malattia che nessuno sa
curare. Sapeva di dover morire, ma non ha mai fatto pesare la sua sofferenza. Era

generoso, era nobile. Io ho ereditato da lui, e il dolore per la sua scomparsa mi ha


spiegato tante cose della vita. Per lui avevo rinunciato alle corse. Amava tanto le
automobili che guidava e sapeva starmi vicino. Quando mi vedeva teso, mi
tranquillizzava: "Pap, lascia perdere, non te la prendere, tanto il tempo sistema tutto".
Interveniva anche nelle questioni tecniche e conservo delle lettere che provano la
profondit dei suoi giudizi.
Lei lo chiama "questo mio figlio totale". Forse perch aveva le stesse
predilezioni, perch era nato nelle corse e con le corse?
Condivideva le mie ansie, i miei timori, le mie intuizioni e molte volte accettavo la
saggezza di certi suoi suggerimenti.
Lei crede alla fortuna e alla malasorte, al destino insomma?
No. La fortuna quel che abbiamo saputo fare e prevedere.
Pi di 1800 persone vivono tra le mura della Ferrari. un'eredit pesante per
chi verr dopo?
Non penso; chi ne ha la responsabilit e la gestisce fa parte di un gruppo che ha
possibilit e capacit.
Perch non ha mai avuto la tentazione di diventare un grande industriale?
Perch un costruttore non lo pu essere: ha sempre qualcosa da aggiungere o da
modificare nella macchina appena realizzata e questo in grande contrasto con le
leggi della produzione.
Tra i suoi collaboratori, chi sono quelli che ha amato di pi, a cui rimasto pi
legato?
Ricordo coloro che hanno contribuito alla nascita della Ferrari con tanto affetto e
fra i presenti c' il cavalier Luigi Bazzi e l'ingegner Gioachino Colombo, ma sono
attaccato a quanti mi seguono perch credono ancora in me. La Ferrari un esempio
tipico di nepotismo dal basso.
Di qualcuno che se ne andato lei dice con una frase non tanto sibillina che
poi il tempo si incaricato di definire le capacit di tutti costoro .
Indubbiamente: perch un inesorabile giudice.
Nel 1960 l'Universit di Bologna le ha conferito la laurea honoris causa in
ingegneria. Che cosa ha provato in quell'aula in quel giorno?
Un grave imbarazzo, quasi una vergogna pensando che era accaduto anche a
Guglielmo Marconi che io considero uno dei pi grandi geni di questo secolo.
Lei carico di riconoscimenti. Quali le hanno fatto pi piacere?
Quelli che non hanno comportato una menzione pubblica: a 26 anni ci tenevo,
quando cominciai la mia carriera, diciamo cos di decorato, e mi nominarono
cavaliere, poi a 27 commendatore. Dopo ho capito che gli uomini non riscuotono
fiducia per le onorificenze, ma per le opere che dimostrano di saper compiere.
Nuvolari e Moss sono in testa alle sue preferenze. Perch?
Perch sono stati due combattenti fino all'estremo e hanno anteposto lo spirito
agonistico a qualsiasi considerazione pratica, a interessi utilitari.
Fangio, invece, fuori dalle monoposto rivelava qualche incertezza. Si spieghi.
Sulle monoposto stato un indiscusso campione, nei suoi comportamenti
quotidiani mi sembrato mutevole, soprattutto poco decifrabile.
Ho l'impressione che lei provi per Villeneuve qualcosa di speciale. Che cosa le
ricorda?

La spregiudicatezza di Nuvolari, la semplicit di Collins.


Un personaggio che mi pare le piaceva molto Antonio Ascari, audace,
generoso, generoso in ogni senso e che ha inciso nelle sue scelte.
Lo considero il mio maestro perch mi insegn tante cose.
E Giuseppe Campari com'era?
Amava l'automobilismo, il canto, le donne. Sono tre cose importanti ed era molto
semplice, con buoni sentimenti anche se appariva rozzo. Era dotato di una forza
poderosa ed era un pilota di eccezionale bravura, tenace, pieno di ardimento.
Tra Achille Varzi e Nuvolari che differenza c'era umanamente e come stile?
Nuvolari: impulso, generosit, amicizia anche se contenuta entro limiti rispettosi.
Varzi: intelligente, stilista, ragionatore, inesauribile, capace di convincersi
dell'assurdo.
Tazio sentiva la macchina e aveva un coraggio quasi disumano, correva
indossando una maglietta di un giallo pallido con un nastrino tricolore, fermato al
collo da una spilla d'oro a forma di tartaruga che gli aveva regalato Gabriele
D'Annunzio. Era molto solo e si era votato alla folla, governava con molta oculatezza
il suo mito.
Varzi era un calcolatore quasi spietato, alla prima debolezza dell'avversario non
perdonava. Molto testardo. Faticai a convincerlo durante una Mille Miglia a cambiar
gomme per affrontare la pioggia che avrebbe incontrato sul percorso. Non ne voleva
sapere. Poi acconsent mentre stavano cadendo le prime gocce, mi grid: "Ha ragione,
grazie". E vinse.
Come spiega il fatto che molti corridori muoiono banalmente, fuori corsa?
In diversi casi vi la spregiudicatezza, di fronte al pericolo, di chi abituato a
correre il rischio ogni domenica. E poi fatti clamorosi come quello di Hawthorn,
campione del mondo che muore dopo pochissimo tempo per un incidente notturno
sull'asfalto viscido, mostrano l'esosit del prezzo che nella vita si paga per ogni
soddisfazione. Mi sembra che ci sia una legge cos ferrea in questa materia che
difficile sfuggire.
Come giustifica il suo pessimismo sull'esistenza? Ci sono nella sua avventura
molti capitoli che si concludono col lieto fine.
Il pessimismo deriva dalla coscienza pratica di tanti avvenimenti che, conosciuti
intimamente, dimostrano come siano stati costruiti principalmente dall'illusione, che
non c' niente di sostanziale: il successo una droga che serve al momento.
Ci sono nelle storie dei piloti molte complicate vicende sentimentali: la straniera
di Varzi, Delia Scala e Castellotti, e via dicendo. Ne ricorda qualcuna?
Le dir in generale che la donna del pilota pu rappresentare una collaboratrice
determinante alla vittoria, come per una fine tragica. Prendiamo dei casi. Carolina
Nuvolari un esempio luminoso di dolcezza, di comprensione, di tolleranza per tutto
quanto poteva ricevere dal marito anche di non gradevole perch si sentiva coinvolta e
protagonista al tempo stesso nelle imprese di Tazio.
Prendiamo Luisa Collins che con le sue abitudini e i suoi gusti particolari aveva
sovvertito il costume morigerato del marito facendogli perdere notti in feste che
finivano per essere dominate dall'alcool e sono debolezze che distruggono quella
prontezza di riflessi e quelle concentrazioni indispensabili ad affrontare una gara.
Una che si imponeva era Alice, prima compagna di Chiron e poi vedova di

Caracciola, una svedese intelligente, bella, sveltissima. Pochi, col cronometro, le


stavano alla pari. Teneva d'occhio in un colpo solo parecchi concorrenti misurandone
i distacchi, ma credo che non fossero soltanto le sue qualit tecniche quanto quelle
psicologiche che ne facevano un personaggio positivo.
Ho sempre visto e detto che quando un pilota muore almeno due donne
svengono.
Solo Guy Moli poteva essere a suo giudizio paragonato a Nuvolari. Che cosa
aveva di tanto sensazionale? Freddezza, padronanza di s, ragionamento?
Era giovanissimo e compendiava tutte quelle doti che mi avevano portato ad
ammirare e ad affezionarmi a Tazio.
Sbaglio, o il pi coraggioso era Nino Farina?
Che significato vogliamo dare alla parola coraggio? Se si tratta di scarsa
valutazione del rischio, indubbiamente Farina era il pi coraggioso e lo stesso modo
col quale guidava anche l'auto da turismo dimostrava una disinvoltura gravida di
pericoli. Ha avuto sei o sette incidenti e l'ultimo, fatale, sulla strada.
Lei afferma che Gigi Villoresi stato veramente un campione, ma che
purtroppo, colpa una intervista, ha avuto modo di conoscerlo anche come uomo.
Confermo la mia stima nelle intelligenti capacit del Villoresi pilota, come
persona non l'ho trovato altrettanto apprezzabile. Non ho mai incitato un mio
corridore a stabilire un primato sul giro di qualsiasi circuito, n in prova, n in corsa.
Non l'ho mai chiesto neppure a Castellotti, come Villoresi, in quell'intervista, mi ha
disinvoltamente addebitato.
Taruffi vinse una Mille Miglia e come aveva promesso alla moglie smise di
correre. Quanti altri sono stati capaci di mantenere la promessa?
Ricordo Paul Frre, giornalista, dopo la vittoria nelle 24 ore di Le Mans con la
Ferrari, praticamente cess la sua attivit.
Tre piloti tutti e tre morti formano la terza generazione: Alberto Ascari,
Eugenio Castellotti e Luigi Musso. Chi erano?
Ascari sapeva quello che voleva, si preparava con scrupolo. Era molto legato alla
famiglia, ma trattava i figli con molta severit, quasi con durezza. Mi spieg: "Non
voglio che mi amino troppo. Un giorno o l'altro potrei andarmene. Soffriranno di
meno". Aveva il suo stile, ma doveva partire in testa, in questo caso era quasi
impossibile superarlo.
Mietta Ascari una signora molto dolce, che vive da sola, e per i figli e i nipotini.
Ha molti interessi, la televisione e la lettura le fanno compagnia. Quando pu, scappa
da Milano e va al mare.
Dice: Enzo Ferrari con me si comportato e si comporta molto lealmente. Mi
manda i libri e i cotechini a Natale. Siamo amici, ma non si approfondisce niente. Io
Alberto l'ho conosciuto perch me lo ha presentato Gigi Villoresi, a una festa, nel
dicembre del 1939. Due anni dopo sarei diventata sua moglie. Erano allegri perch le
automobili tornavano a circolare. Aveva gi corso in motocicletta, ma in quel
momento si occupava di una azienda di trasporti.
Quando aspettavamo Patrizia, la nostra bambina, mi diceva che doveva andare a
parlare a Ferrari, che forse gli dava una macchina, e cos via. Una volta andato a
Modena, ha fatto una corsa, ma io l'ho saputo dopo. Qualche domenica mi raccontava

che andava a vedere le gare, invece penso che ci fosse dentro. Forse si rifugiava da sua
madre a cambiarsi.
Sono cominciati allora i miei esaurimenti nervosi, ma lui voleva tentare, voleva
vedere, e tutti gli dicevano che era bravo. La parte difficile aspettare la domenica
sera, dal gioved a quell'ora non si vive. Il momento pi bello quando ritornano.
In Europa lo seguivo. Stavo in un angolo del box e soffrivo. Si era quasi convinto
a smettere; c'era anche il ricordo di suo padre scomparso su una pista.
Era molto superstizioso: 13, venerd, gatti, guai a chi toccava il suo valigino, col
suo casco, coi suoi guanti, le sue visiere. Quando morto non aveva addosso niente di
suo: non so come si sia fatto convincere a prendere gli arnesi di Castellotti.
E non riesco a capire come sia andato fuori strada, a Monza, lui che conosceva
quel percorso a memoria. Il dubbio che qualcuno gli abbia attraversato il cammino
all'improvviso. C'erano dei lavori: forse un operaio. Era rimasta una frenata
lunghissima.
venuto un amico e mi ha detto: "Vieni, Alberto si fatto male". Fuori
dall'ospedale ho visto mio fratello e mia sorella e qualcuno con dei fiori in mano. Ho
capito.
Non risposerei un corridore, mai. Non so come facciano quelle signore
sorridenti che stanno tra i meccanici a cronometrare. Si fa del tifo quando va tutto
bene sperando che sia cos fino in fondo, ma un'angoscia.
Non vorrei essere fraintesa: ho un ricordo splendido, stato un marito e un
padre meraviglioso. Le concorrenti terribili di cui parla Ferrari credo siano quelle che
non sono mogli, perch i piloti li consumano un po'. Io lo ero perch continuavo a
dirgli di smettere. Mio figlio Antonio ha provato anche lui in Formula 4; fino a ventun
anni glielo ho impedito, poi coi suoi soldi si preso la macchina di scuderia, poi io gli
ho detto: "Adesso basta". Oltre tutto era troppo costosa. Avevo fatto tutto il possibile
per tenerlo lontano dall'ambiente. Poi ho pregato. Anche suo padre sperava che non ci
fosse un terzo Ascari. Cos stato.
E Castellotti com'era, ingegner Ferrari?
Castellotti non aveva una classe eccelsa, ma era generoso, gareggiava con furia,
sapeva improvvisare. Se ne andato per una causa banale, durante un allenamento
sulla pista di Modena. Penso a una pausa di riflessi.
Delia Scala non recita pi: si sposata con un vecchio amore, che commercia in
automobili, vive a Viareggio, compare qualche volta alla Televisione. Ha conservato
tutta la simpatia del pubblico. Era la fidanzata di Eugenio Castellotti.
Ferrari racconta volevo conoscerlo: oltre la mamma di Eugenio, era il mio rivale.
L'ho visto tre o quattro volte. Ci ha invitati al ristorante. Cercavo di capire che uomo
era. Eugenio di fronte a lui si mostrava come incantato, aveva di fronte Dio, come io
davanti ai miei autori, a Garinei e Giovannini. Mi parve di riuscirgli simpatica. Mi
adeguai al rispetto che provava per lui il mio ragazzo.
Sono stata la donna di Castellotti per un anno, in maniera molto complicata, lui
preso dalle corse, io dalle recite, tutti e due impegnati. La disgrazia accaduta
venticinque giorni prima del matrimonio.
Eugenio non amava la pubblicit, era un ingenuo, di una pulizia straordinaria.

Figlio unico, la madre lo aveva avuto a tarda et. Ogni volta che partiva lo salutava
dicendogli: "Vai piano". Andai una volta a Monza, ma non ai box, per non mettermi
in vista, ci conoscevamo da poco. Guardava dalla mia parte, io pensavo: "Deve essere
molto innamorato", invece gli segnalavano i tempi e le posizioni dei concorrenti.
stato lui che mi ha voluto incontrare, stavo facendo una trasmissione in TV,
aveva vinto la Mille Miglia senza occhiali, e un amico mi disse: "C' quel campione che
avrebbe piacere di conoscerti", e io gli lasciai due biglietti per lo studio. Allora si
andava in diretta. Vennero in camerino, io andai a cena con tutta la compagnia e loro
ci raggiunsero. Vidi che non si trovava a suo agio, e a un certo punto se ne and. Dissi
all'amico: "Sai che un bel villano". Ma era sotto il ristorante, con una Cadillac
celeste. Come una divisa, indossava pantaloni dello stesso colore, e una maglietta
gialla. Apr lo sportello: "Dove andate?".
"Al Rendez Vous, a bere un whisky." Gli feci capire che lo trovavo maleducato,
ma lui si spieg:
"Avevo intenzione di conoscer lei, non trenta persone. Posso accompagnarla a
casa?".
"No, grazie, vado con chi sono venuta."
Il giorno dopo ricevetti tante, tante rose rosse. Si faceva vedere. Io avevo litigato
col mio attuale marito, Piero Gianotti, per delle cretinate, e mi trov in crisi, e molto
amareggiata. Mi piaceva la sua nitidezza, l'amore per la famiglia e per la casa.
Passammo l'estate insieme.
In autunno andavamo in scena con buonanotte Bettina, e alla riunione della
compagnia venimmo assaliti dai fotografi. Walter Chiari era impegnato con Ava
Gardner, io con Castellotti, che Giovannini non amava, perch gli preferiva il mio
primo moroso, il Piero.
Aveva messo un cartello in platea: Proibito l'ingresso agli estranei. Faceva
eccezione per Ava e per mia madre, che potevano assistere alle prove. Eugenio entr
ugualmente, e lui lo aggred: "Non ha letto quell'avviso?", ma io mi arrabbiai: "Se ci
sta Ava ci sta anche lui".
A Firenze mi fece conoscere Ferrari, che mi regal una spilletta che conservo
ancora, col cavallino rampante. Prov una macchina, e vidi quanto era spaventosa
quella cosa che non amavo. Ma non ho mai pensato che potesse accadergli qualcosa.
Eugenio faceva tardi con me. No, non era una vita comoda, e avevamo deciso
che lui avrebbe smesso di correre e io di recitare. Il sacrificio mio meritava anche il
suo. Andavamo a dormire alle quattro, poi lui correva a Modena ad allenarsi. Aveva il
record di quella pista, e neppure Fangio, il suo idolo, lo aveva battuto. Gli dissero che
Behra ce la aveva fatta. Vidi la disperazione sulla faccia di Eugenio.
Si stava preparando per andare a Cuba. " l'ultima che faccio" mi diceva. Arrivavano
gi i primi regali di nozze. Una sera Ava Gardner venne a trovarmi e mi
disse: "Ci sono dei produttori americani che ti hanno vista, e vogliono scritturarti per
il film Il principe e il circo, ti aspettano domattina a colazione da Sabatini".
Dopo lo spettacolo, accaddero cose incredibili: il taxi aveva il numero 13, a tavola
versano olio e sale. "Perch non mi accompagni?" mi chiese. Ma avevo
quell'appuntamento. Part per Modena, con mio fratello. Lo salutai, gli imprestai il mio
beauty, mi telefona da Sabatini: "La macchina non pronta. Se incontro Ferrari gli
dico che questa l'ultima volta".

Con gli americani c'erano difficolt. Vado a riposare. Mi richiama: "Indovina con
chi sto dormendo?".
"Spero con una bella ragazza."
"No, con tuo fratello."
Stavo al Savoia. Sento dei rumori che mi svegliano. Dei pugni che battono alla
porta. Vedo Lola Braccini con il viso stravolto: "Delia, successa una disgrazia".
Penso a mia madre; no, si tratta di Eugenio. Chiamai al telefono il Pronto Soccorso di
Modena. Aveva provato la sua vettura, poi era salito su quella di De Portago. Al terzo
giro l'incidente. L'aveva raccolto mio fratello e portato all'ospedale. Era gi morto: 14
maggio 1956, alle cinque del pomeriggio.
Non una lacrima. Chiesi di cambiarmi appartamento. Presi la foto di lui con
Fangio che tenevo sul comodino. Vi aveva scritto sopra: "Fangio il campione del
mondo, io voglio essere il tuo".
C'era il problema degli spettacoli; pensai: o smetto adesso o lavoro. Che cosa
sono tre giorni di permesso? Chiesi soltanto di togliere dal copione una cosa che non
volevo ricordare. Ho in mente un mare di fazzoletti bianchi.
Ho avuto qualche approccio con sua madre, perch si era sparsa la voce che
aspettavo un figlio. Voleva sapere se era vero. Le risposi di no.
Mi chiam Ferrari e mi disse: "Ci sono cose che dovrebbero interessarla". Non
sono andata da nessuno.
Musso riprende Ferrari stato l'ultimo italiano di classe internazionale.
scomparso nel 1958 a Reims. Lui e Hawthorn correvano per la stessa squadra, stesse
macchine, uguale decisione di arrivare primi al traguardo.
Per Hawthorn quel giorno poteva essere decisivo per il titolo mondiale. Anche
Musso avrebbe potuto farcela, c'era molto denaro per il primo e gli premeva portarlo
a casa. Forse nella foga, spinse troppo l'acceleratore. Hawthorn, sei settimane dopo,
slitt sul bagnato mentre stava ritornando a casa e sbatt contro un albero. Qualcuno
ha detto che non aveva risparmiato i bicchieri di whisky.
Fiamma Breschi ancora molto bella: non ha voluto sposarsi, non ha voluto
bambini. Fa l'arredatrice, vive a Firenze. stata la ragazza di Luigi Musso.
Racconta:
L'ho conosciuto che avevo le calze bianche, per caso, a un ristorante di Roma,
dove mi trovavo con degli amici. Era l'immagine dell'ideale; aveva i colori che mi
piacciono, la pelle ambrata, i capelli neri. Oh, che meraviglia. Non mi ha filato per
niente, e io ce l'ho messa tutta. Poi mi ha visto.
Io stavo a Firenze, lui veniva a trovarmi e di nascosto ci vedevamo. Luigi era
sposato, ma diviso legalmente da tre anni. Per, in quel tempo, si parlava tanto di
Fausto Coppi, invaghito di una misteriosa signora, che i giornalisti battezzavano "la
dama bianca". Che scandalo. Mi ha presentato ai suoi, a sua madre e ai suoi figli.
All'estero, per tutti, ero Fiamma Musso.
Quando accaduto il fatto, mi hanno ripresa per le gambe: stavo buttandomi gi.
una scena che si vede nel film Un uomo, una donna, dove Trintignant fa la parte di
un corridore.
Per Ferrari, quelle dei box, sono delle antagoniste, e per le compagne dei piloti,

invece, sono le macchine che diventano delle rivali. Quando una ha fatto una vita del
genere, ne esce con uno spirito diverso. In quell'ambiente c'era il vero signore
d'animo, di sentimento. Erano dei cavalieri veri e propri. Quando quel mondo manca,
allora la storia diventa drammatica.
Non sono superstiziosa. Neppure Luigi lo era, ma pretendeva che io gli fossi
sempre al fianco. Diceva che non sarebbe invecchiato. Aveva il viso da bambino, e
anche il cuore. La vita era tutta un gioco. Alla vigilia di Reims aveva ricevuto un
telegramma del suo socio: "Cerca di farlo", cio: cerca di vincere. Stavano trattando la
possibilit di importare la Mercedes, sarebbe stato un colpo splendido. Era anche in
testa alla classifica del campionato del mondo. Non mi ha mai promesso di smettere, e
non voglio pensare che et avrebbe.
Quel giorno ero sola, non avevo nessuno. Tenevo il contagiri. C'era stato un
contrasto tra lui e Hawthorn. Ha voluto passare primo in una curva. Da allora, per
Hawthorn, ho avuto rancore; non posso dimenticare. Non voglio cancellare quel
tempo: il prezzo alto, per ne vale la pena. Sei viva anche quando dormi, coi sogni,
con gli incubi. Bisogna escludere tutto per vivere per quello. Non una parte facile:
Biba Fangio era dotata di una vitalit eccezionale, attaccatissima al marito, piena di
slanci, ma non adatta ai box. Aveva voglia di primeggiare ovunque, mentre lui era
modesto. Ketty Moss mi ha detto: "Amo Stirling, ma non ce la faccio. Se sto vicina
alla pista crepo, se sto lontana si arrabbia".
Della carriera di Luigi, un po' di colpa ce l'ho anch'io. Gli ho messo addosso le
cose che da piccola avrei voluto fare io che mi sporcavo la faccia di morchia, e a dieci
anni distrussi una serra, andandole addosso con una Cinquecento. Fino a quel
momento aveva partecipato solo a corse in Italia e a un Giro di Sicilia. Andammo a
comperare una Maserati e vinse la Mille Miglia.
Prima della partenza, c'era un rituale: dovevo pulirgli gli occhiali in una certa
maniera, voleva l'elastico lento, gli americani portano una piastrina al collo, io gli
avevo regalato un bracciale d'oro col suo nome, indossava una maglietta colorata, col
collo e il bordino diversi; giallo e rosso, perch era appassionato di calcio, e teneva per
la Roma.
Gli piaceva moltissimo stare in casa, mangiare in casa, e soprattutto giocare: ha
perduto una fortuna. Il padre era stato proprietario dell'Agenzia Tranviaria di
Shanghai, e la nostra abitazione era considerata il pi bel museo cinese d'Europa.
Tornato in Italia era diventato produttore cinematografico, e molto amico di
Mussolini. Luigi era golosissimo, ma astemio e fumava poco.
Una volta ebbe un grosso litigio con Ferrari, per il rinnovo di un contratto, ma
rimase. Disse: "Se lo lascio, allora vuol dire che corro soltanto per mestiere". Ogni
tanto si lasciava andare: "Io non invecchio". Ma sorrideva. Siamo stati insieme cinque
anni.
Cosa penso di Ferrari? un mostro, ne nasce uno ogni mille generazioni,
troppo al di sopra di tutto, come si fa a non invidiarlo? duro, ma anche con se
stesso. Quando la moglie di Luigi gli telefon, lui rispose: "Signora, io non la conosco.
La moglie in Francia".
Volevo restare nell'ambiente, che per me un modo di vivere. Ferrari mi aveva
accolto con simpatia: rimasta. Credo di averlo capito. L'ho incontrato, gli ho parlato,
ho avuto la sua confidenza. una delle persone che ammiro di pi, ma debbo dire

che facile. Conoscendolo, lo stimo anche come uomo. molto meglio di come si
presenta. Un tipo come lui, senza dubbio provoca polemica, ma standogli vicino, gli si
pu voler bene.
Di Luigi mi sono rimaste lettere, telegrammi, il casco, il vestito che indossava
durante l'incidente, una spazzola con dei capelli, un libro giallo con un segno, una
scatola di sigarette, e quel bracciale con scritto il suo nome .
Senta, Ferrari: come ricorda Lorenzo Bandini?
Gli ero molto legato. Figurava bene in ogni tipo di macchina. Guidava con
disinvoltura, aveva molto orgoglio. Sentiva molto lo spirito di squadra. Poteva
diventare un Peter Collins. Stavo davanti al televisore. Quando vidi quel cupo fungo
che deturpava la baia di Montecarlo, sentii che quella macchina in fiamme era la mia.
Non so perch, ma pensai a lui; ero sicuro che non l'avrei pi rivisto.
Margherita Bandini proprietaria di una autorimessa, e ha una vita serena.
Quando ci siamo visti la prima volta, Lorenzo aveva quindici anni, io dodici. Mio
padre e i suoi genitori erano di Reggiolo, e quel ragazzino venne a fare il meccanico da
noi. Le automobili le aveva addosso: all'oratorio, correva attorno con un volante di
legno tra le mani. Si portava dietro anche vicende molto tristi: suo babbo era stato
fucilato dai partigiani a Rocca San Casciano, persero la casa, fecero la fame.
Andavamo a Monza coi miei genitori, e Lorenzo cominci con qualche gara in
salita. Prendeva magari la macchina di un cliente, e la preparava di nascosto. Quante
volte gli ho sentito dire all'ignoto patrocinatore: "Ma guarda questo motore come si
mette ad andar bene".
Faceva delle strenue economie: prima comper, per settantamila lire, una FrazerNash, ma si rompeva di continuo, e il suo salario partiva per aggiustarla, poi una
Volponi, poi una Stanguellini, e finalmente fu ingaggiato alla Scuderia Centro Sud,
esord a Pescara, il 15 agosto di non ricordo pi quale anno, e vinse. Nel 1962 si fece
avanti Ferrari. "Mi hanno chiamato a Modena" diceva orgoglioso. Ferrari, per lui, era
come il miraggio di una bella donna irraggiungibile. Sentiva la macchina rossa, anche
quando riceveva proposte da altre case. Non ha mai dato un giudizio obiettivo sul
commendatore, di cui accettava anche la rigidezza. A Reims era in testa, ma gli si
ruppe il filo dell'acceleratore. "Noi abbiamo bisogno di piloti fortunati" comment
Ferrari. Nel '67, a Daytona, vinse, e Franco Lini, il direttore sportivo, lo elogi cos:
"Voi siete soltanto accessori della macchina". Era innamorato, una cotta giovanile,
giustificava un po' tutto, e questo mi faceva rabbia. Era felice quando entrava dai
cancelli di Maranello.
Quell'anno sembrava giusto, pareva il suo. Aveva cominciato bene. Io sostenevo
che era fortunato, lui diceva di no. Era riuscito a fare quello che voleva: e ci metteva
tanto impegno, dava tutto, per tenersi in forma perfetta. Ma ha vinto una sola corsa
del campionato del mondo, e poi Le Mans e Daytona, con vetture sport, per, in
Formula 1, a Monza, fa il miglior tempo, parte in prima fila, via, e gli si blocca il
tubicino dell'olio.
Io lo accettavo cos come era, non potevo fare diversamente: mi voleva molto
bene, ma prima venivano le corse, poi io.
Nel periodo invernale, quando non correva, era insopportabile, allora meglio

vederlo in gara, anche se stavo male.


Alla vigilia lo vedevo sempre concentrato, ma dormiva senza prendere niente.
Non era superstizioso, io lo sono diventata dopo la sua morte. Il numero 7 non pu
averlo ucciso, ma ricorre troppo spesso.
accaduto il 7 maggio 1967, correva da sette anni in Formula 1, alle 17 e 7
minuti, era sulla scia di Hulme a 17 secondi, mancavano 17 giri alla fine, quando
avvenne il fatto. Ci misero 17 minuti a portarlo all'ospedale, pass 72 ore di agonia
nella stanza numero 7, fu portato a Milano con un Boeing 727, volo 607, non era
pronta la tomba di famiglia, e per 17 giorni dovette stare al deposito del
Monumentale, poi stato sepolto al campo 7, loculo 7, certificato di decesso
dell'ospedale Principessa Grace di Montecarlo numero 7747.
Ripenso a quei giorni, a quei momenti. Alla partenza mi sentivo in uno stato di
agitazione enorme, poi man mano che la gara si svolgeva si delineavano le posizioni,
prendevo i tempi, speravo che si portasse avanti, che rimontasse. Vedevi pi delusione
quando andava male che gioia per le vittorie. Raccoglievo ritagli.
C'era una mafia delle mogli, che facevano parte a s, contro le compagne, quelle
principianti. Io facevo gruppo con Pat Surtees, con la signora Granville: lui
precipitato in mare quando ha smesso di correre. Diceva: "Quando ho vinto due volte
il campionato del mondo, smetto".
Per fare quel mestiere, bisogna sopportare molti sacrifici: niente vita mondana, al
cinema, ma allo spettacolo delle otto, alle undici di sera, sempre a letto. Le serate le
passavamo con coppie di amici, giocavamo a carte, sette e mezzo. A un certo
momento lui diceva: "Scusatemi, ma vado a dormire". Anche nel mangiare, rigido:
carne ai ferri, verdure, niente vino, fumava pochissimo, spezzava sempre le sigarette.
Era un ragazzo semplice. Aveva conosciuto il benessere, poi aveva visto portare via il
padre sotto i suoi occhi. La madre era morta di cancro quando aveva diciannove anni.
Diceva che la sfortuna l'aveva ereditata dai genitori, ed era convinto di non
invecchiare.
Quando andammo a Montecarlo c'era un'atmosfera particolare: aveva vinto a
Daytona, a Le Mans era stato il pi veloce, in Inghilterra arriv primo, e c'erano molti
campioni. Sentiva che le carte erano in regola per farcela. Ferrari gli fece capire che ci
teneva: da parecchio tempo le sue vetture non passavano in testa. Lorenzo voleva
andare a Indianapolis da vincitore. Dovevamo partire il giorno dopo, c'erano gi i
biglietti pronti. Tutti davano per scontato il suo successo. Non lo avevo mai visto cos
esaltato. "Stai ascoltando troppo gli altri" gli dissi. E lui: "Prendi Herrera: qual la
tattica? Li carica moralmente". Dimostrava uno slancio che non conoscevo. Glielo
feci notare, ma senza preoccupazioni. Sapevo che avevo a che fare con un uomo
responsabile, che non si abbandonava all'incoscienza.
Sono passati dodici anni: per la prima volta dico una cosa che penso. Vidi una
foto dell'impatto scattata da un americano, alla chicane urt contro una balla di fieno,
ancorata con delle putrelle. Vi sal sopra, batt contro un palo, e si capovolse.
Nell'istantanea, che non sono mai riuscita ad avere, si vede una ruota posteriore che
pi avanti: potrebbe averla persa. Io credo che Lorenzo abbia avuto un crollo fisico.
Faceva un caldo terribile. Prima un cedimento morale, poi nervoso. Al primo giro in
testa, poi a Brabham si rompe il motore, non si ferma, fa quasi un mezzo circuito
seminando d'olio la pista.

Al secondo passaggio, si trova davanti all'improvviso una macchia, e si fa


superare. Rischiava, per la terza volta, di arrivare secondo, e non battuto da Stewart, o
da Clark, ma da Dennis Hulme; che non era allora un grosso nome. L'ultimo gesto
che ho visto di lui, quando gli fecero segno: "Vai, muoviti" e mi pass davanti, di
rassegnazione: lasci il volante, e allarg le braccia. Come dire: che fare? Ogni giro
continuava a perdere. Aspettavo che sbucasse da quella che chiamano "la curva del
tabaccaio", ho visto la gente in piedi, ho sentito un urlo e ho pensato: lui. Dissero:
"Non si fatto niente". Jimmy Clark mi venne vicino: "Lorenzo okay. Un incidente di
macchina".
Mi precipitai all'Hotel de Paris: "Mio marito entrato?". Ho sentito uno che diceva:
"Bandini morto". Corsi all'ospedale; mi venne incontro Alessandro Onassis, era
affezionatissimo a Lorenzo: "Non si preoccupi," mi disse " al Pronto Soccorso. Non
grave".
stato in sala operatoria dal pomeriggio a mezzanotte. Dicevano che la forma
degli occhiali gli era colata sugli occhi ed era rimasto cieco. Gli asportarono la milza.
Tutto il corpo era coperto da ustioni. Verso mezzanotte mi mand a chiamare il
professor Chatelain, e mi condusse in una piccola stanza. Disse: "Come medico ho
fatto tutto quello che era possibile, ma gli auguro di morire, e molto presto". Non ha
mai ripreso conoscenza, almeno me lo auguro.
Ferrari venne ai funerali, mi diede consigli su come comportarmi con mia
cognata, perch non c'era testamento n figli, io continuai a mandargli gli auguri di
Natale, e il 18 febbraio, per il suo compleanno. Mi ha sempre risposto.
Ho conosciuto la signora Lina Lardi, dalla quale Enzo Ferrari ha avuto un figlio.
Una volta mi ha detto: "Da trent'anni sono insieme a un uomo, non so che cosa un
cinema, un teatro. A Natale mi manda il solito brillante. Ho una scatola da scarpe
piena di gioielli. Mi sarebbe piaciuto uscire al suo braccio, senza nascondermi, ed
entrare in un ristorante". Lui, di me, diceva a Lorenzo: "Tua moglie la classica
spuslaza, sposotta di campagna, ma ti d da mangiare bistecche di leone". Mi dava
soggezione. Un giorno, a tavola, parl di Dino, e pianse.
Di Lorenzo ho conservato un ricordo dolce, adesso ho un bimbo, e un uomo.
No, non mi metterei mai con un corridore.
Chi era Manuel Fangio, commendatore? Lei ancora se lo chiede. Timido,
grande, furbo? Sa darsi una risposta?
Su questo grande campione si sono sentiti tanti giudizi che non toccano il pilota,
ma l'uomo. A me parso impenetrabile, mi sembrava sfuggente, guardava da un'altra
parte. Mi colpivano la sua vocetta metallica e le sue risposte assai vaghe. Al volante
non c'era da discutere. Quando venne con me per la seconda volta, nel 1956, era gi
stato tre volte campione del mondo. Lo divent la quarta volta, ma poi ci ha accusato,
anzi mi ha accusato di una serie di intrighi e sabotaggi. I miei tecnici gli avrebbero
forato l'abitacolo, cos la pioggia durante una Mille Miglia gli aveva giocato uno
scherzo diabolico. A un Gran Premio del Belgio, dopo 21 giri, la macchina gli si
blocc: colpa nostra perch non gli avevamo messo l'olio nel ponte. Gli avevamo
mandato una monoposto nuova, ma lui l'aveva rifiutata e aveva preteso quella vecchia
di Collins e Collins, con la macchina da lui respinta, era passato in testa. E pensare che
Musso e Collins si erano sacrificati per lui, d'accordo con me, naturalmente! Fangio

parla, con la sua mania di persecuzione, di vergognose manovre. Racconta perfino che
avevamo tramato di indurlo in tentazione mandandogli una attricetta alla vigilia di una
gara. E qui siamo nella farsa. In ogni modo, credo che difficilmente potremo riavere
un asso dotato di tanta capacit nel successo.
Insomma perch cos polemico?
Non lo so, ma lo assolvo perch il libro delle memorie non l'ha scritto lui.
Conosco l'autore.
C' odio tra rivali, tra concorrenti?
Non credo, c' emulazione, tutt'al pi ci pu essere invidia.
Con Fangio non vi siete mai spiegati?
S, ma in ritardo, e quando ha smesso di correre. La nostra amicizia sopravvive
tuttora.
Lei prova molta tenerezza per il ricordo di Wolfgang von Trips.
Era un signore, e tanto generoso. Dimostrava una grande nobilt d'animo. Taffy,
come lo chiamavano gli amici, fu buttato fuori dalla pista da Jim Clark che lo incalzava
al centimetro, piomb tra il pubblico, a Monza, e fu un disastro. Stava per diventare
campione del mondo.
Gli stranieri adesso vanno pi forte degli italiani. Perch?
Non mi pare. Ci sono dei periodi che si alternano in relazione alle macchine
disponibili e saltano fuori le covate felici. Ogni tanto nascono tre o quattro ragazzi
destinati a diventare personaggi.
Lei afferma che i piloti si dividono in due grandi categorie: i professionisti e gli
ambiziosi, cio i dilettanti.
I professionisti sono quelli che continuano a correre perch hanno passione e
qualit. Gli altri appena raggiunta un po' di notoriet se ne vanno.
Quali classi sociali danno i migliori corridori?
Non c' una statistica, ma in ogni caso, l'origine non un fattore di successo
prevedibile. Antonio Ascari era figlio di un mediatore di granaglie. Tazio Nuvolari di
un proprietario di terreni e pur essendo ambedue nati nello stesso paese, Casteldario
in provincia di Mantova, hanno raggiunto ambedue il successo. Lorenzo Bandini era
un semplice meccanico.
pi duro per uno che viene dall'officina affermarsi?
C' un vantaggio, quello di poter contribuire alla messa a punto della vettura per
la conoscenza meccanica di cui si dispone.
Con John Surtees, Big John, sette volte campione mondiale sulle due ruote, lei
ha conquistato un titolo nel 1964. Un tipo serio, mi sembra.
S, che aveva per meditato fin da quando era presso la Ferrari di diventare
costruttore. Anche con lui c' stata polemica, poi il divorzio, ma in quel momento il
direttore sportivo della Ferrari, che era l'amico Eugenio Dragoni, avrebbe desiderato
portare Bandini al titolo intravedendone la possibilit, mentre Surtees si comportava
gi come uno che voleva abbandonare l'azienda e intanto trarre dall'ambiente il
maggior profitto possibile e per questo io precisai che lasciando Surtees conoscevo
quello che perdevo, mentre confermandolo non sapevo ci che avrei potuto perdere.
Mario Andretti ha portato tante volte la Ferrari alla vittoria. Hanno qualcosa di
particolare quelli di Indianapolis?
Hanno una tecnica di guida che ovviamente con si concilia con le esigenze dei

circuiti di Formula 1, ma nel caso di Andretti si tratta di un pilota che con la Ferrari ha
avuto la possibilit di inserirsi in questo ambiente, di conoscere uomini e tracciati e
macchine dei Gran Premi.
Di Clay Regazzoni ecco un suo giudizio: Viveur, danseur, play-boy, calciatore,
tennista e, a tempo perso, pilota . Non credo che il modello la soddisfi.
Al volante l'ho sempre apprezzato per le belle e generose corse compiute. Non
certamente uno che osserva una disciplina di squadra, ma resta un amico
simpaticissimo proprio per tutte queste attivit che i giornalisti gli riconoscono.
Vi accusa di ipocrisie. Quali?
Ebbi occasione di chiederglielo e si giustific dicendo che il cronista aveva male
interpretato il suo pensiero. Io non ho faticato a credergli, conoscendo la facilit con
la quale concede interviste senza preoccuparsi, in seguito, di quanto viene riferito.
E veniamo al serio e puntiglioso Niki Lauda: un'altra leggenda. Che cosa ha
sbagliato andando via?
Niente, perch ha ottenuto vantaggi economici ingenti che la Ferrari non
avrebbe mai potuto concedergli. A meno di prostituirsi ad accettare un finanziamento
per fare pubblicit a un prodotto che non ha niente a che vedere col progresso
dell'automobile.
Che cosa prov quando le disse: Non voglio pi correre per voi ?
Un senso di delusione, ricordando che non molto prima aveva dichiarato, senza
che io lo sollecitassi, che sarebbe rimasto alla Ferrari fin quando ci fossi rimasto io.
Lei in un'intervista disse: peggio di un Giuda. Si venduto alla concorrenza
per trenta salami .
Non ho mai fatto questa dichiarazione, che non rientra nel mio modo di
esprimermi.
Lauda afferma: Tra noi, non ci sono conti da regolare. Siamo pari . Non si
sente in credito?
No.
vero che era il solo corridore che la salutava con un confidenziale: Ciao
Enzo ?
Non ho mai valutato il tu o il lei. I sentimenti e il rispetto si dimostrano in altro
modo.
Lauda asserisce che intorno a lei ci sono persone compiacenti che non le
dicono la verit.
Questo giudizio potrei interpretarlo come una scortese sottovalutazione
dell'attivit che esercito.
Lauda un critico severo. Dice: L'ambiguit appartiene alla Ferrari come il
motore a 12 cilindri .
un'accusa gratuita che fa parte di un periodo, che oggi, penso, valuterebbe in
ben altra maniera. D'altra parte, non sarebbe il primo che dopo aver scritto un libro
che mi riguarda mi manda una lettera per dirmi: "Oggi che ho tra le mani il mio
Ferrari, non vorrei mai averlo scritto".
Avete avuto molti scontri?
No.
Lauda la dipinge come uno ossessionato dai giornali. Ma la stampa conta
proprio tanto?

La stampa forma l'opinione pubblica, crea gli idoli e prova una infinita volutt
nel distruggerli. importante.
Molti ritengono Lauda "freddo", "duro", e lui stesso non rifiuta queste
considerazioni. Lei come lo vede?
un austriaco di famiglia distinta che fin dall'inizio ha dimostrato una volont
ostinata, una enorme dedizione alle corse e questo lo ha portato rapidamente al
successo.
Io lo scoprii proprio da una trasmissione televisiva del Gran Premio di
Inghilterra. Il luned seguente invitai Montezemolo a contattarlo per definire il suo
passaggio alla Ferrari. Adesso ha trasferito questa sua passione sugli aerei.
Ora Lauda dice che vi riabbraccerete. Ma vero che lei lo scacci da Maranello?
Non ho mai cacciato nessuno. Non aveva pi ragione di venire perch era cessato
il nostro rapporto, e perch, lasciandoci, afferm che non avrebbe sollecitato l'esodo
di due suoi abituali collaboratori, nostri dipendenti. Una promessa o un impegno che
non ha mantenuto.
Niki Lauda sta alla pari con i Moss, i Nuvolari e coi Fangio?
Si tratta di un altro carattere e di una tecnica diversa di guida. Se fosse rimasto
con noi probabilmente sarebbe riuscito ad eguagliare il primato dell'argentino.
Il "grintoso sudafricano" Jody Scheckter lo vale?
Altro temperamento, altro stile, ma si tratta comunque di un pilota di primissimo
piano.
Gilles Villeneuve mi pare un suo prediletto. Ha talento naturale, ma si pu
costruire un campione?
Quando esistono doti di partenza si pu, attraverso un intenso allenamento,
buoni suggerimenti e abbondanza di materiale a disposizione.
Come si fa?
Deve anzitutto percorrere tanti chilometri, fino a quando non risulta veramente
capace di dominare il mezzo, e il sedere, s proprio il sedere, non ha acquisito
quell'estrema sensibilit che gli consente di intervenire, avvertendo le minime
alterazioni di comportamento della vettura che si trasmettono da l in fondo al
cervello e dal cervello alle braccia.
C' qualche corridore che avrebbe voluto avere con s e non ce l'ha fatta?
Pi che a coloro che non ho ingaggiato, penso con nostalgia a quelli che mi
hanno lasciato in quanto ritengo di avere sempre avuto dei buoni piloti.
Quando comincia la decadenza di un fuoriclasse?
Il giorno in cui si trasforma in un uomo di pubbliche relazioni a scopo
pubblicitario.
Come vive la vigilia delle corse?
Nell'atmosfera di attesa consueta. Per la folla e per i giornali sono un fatto
clamoroso; per me non rappresentano altro che un ennesimo episodio della mia vita.
E il giorno della gara?
La seguo alla televisione, soprattutto quando vi sono buone riprese, la qual cosa
sta verificandosi abbastanza frequentemente, ed esamino sia gli uomini che il
comportamento delle macchine. Preferisco essere solo. Mi noto qualche brevissima
impressione, senza contare che, registrando il programma, lo rivedo e lo commento
coi miei piloti e coi miei tecnici.

Stirling Moss lei lo paragona a uno dei suoi miti: Nuvolari. Perch non ha mai
vinto un campionato del mondo?
Perch come Tazio correva per vincere la corsa non per guadagnare punti.
proprio vero che per ottenere risultati clamorosi bisogna "maltrattare" la
macchina, farla soffrire?
Quando indispensabile si fa, correndo tutti i rischi conseguenti.
Quali sono le sue superstizioni?
Il 17, abbastanza, ma non il gatto nero o lo specchio rotto.
Lei dice che quel numero stato eliminato perch ha coinciso con delle
disgrazie.
S, vero, effettivamente pi di un pilota con la macchina contraddistinta da
questa cifra ci ha rimesso la pelle.
Lei ha rischiato la vita per un cane, ma ammette che non lo avrebbe mai fatto
per un gatto.
Forse perch il gatto non gode tutte le simpatie che ho per il cane.
Lei ricorda che una volta ha sfrecciato davanti a una vettura fuori strada, e ha
pensato: Uno di meno.
il primo pensiero, poi segue una preoccupazione, "chiss se si fatto male",
poi un timore, "potrebbe capitare anche a me". Quando uno confessa questi
sentimenti, deve rassegnarsi anche ad essere giudicato crudele. Ma io non mi sento n
migliore, n peggiore degli altri.
proprio vero che la maggior parte degli incidenti va attribuita agli errori
umani: scarsa preparazione, stanchezza di riflessi, mancanza di decisione?
La causa di un evento tragico non mai unica, la concomitanza di diversi fatti
che la determinano.
La rivalit tra piloti incide molto?
Fino a quando non si prende la decisione di eliminare le ragioni di questi
contrasti che spesso sorgono dalla gelosia che determinati risultati possono generare.
Che cos' il gioco di squadra?
possibile dare un indirizzo ai propri piloti, cercare un minimo di strategia,
proporre un comportamento, ma sbagliano quelli che credono che tutto si risolva in
un gioco di squadra.
Non si pu prestabilire un ordine di arrivo: c' sempre il caso che provvede a
sconvolgere i piani. Per me il numero uno sempre quello che vince. Con questo
vanno evitate le lotte all'interno, ma c' anche un limite ai sacrifici che si possono
chiedere.
Oltre alla gloria, che cosa porta, in denaro, una vittoria? Chi diventato ricco?
Molti piloti hanno messo insieme con la loro attivit patrimoni cospicui, non
potrei dire quanti hanno poi saputo conservarli, anche per la rapidit con la quale
hanno raggiunto l'agiatezza.
La Ferrari si mantiene con il successo?
Non rappresenta una passivit nel Gruppo Automobilistico Fiat al quale
appartiene. Chiude i suoi bilanci in attivo.
Delle cose che hanno detto di lei, quali le sono piaciute di pi e quali di meno?
Gli incensamenti che talvolta ho letto od ho ricevuto mi creano un disagio
morale in quanto so che in quel momento incontro un potenziale creditore. Quando si

mettono invece in dubbio le mie affermazioni tecniche e sportive, mi rammarica


profondamente il constatare come la speranza in una diversa considerazione sia stata
mal riposta.
Nell'ordine, quali fattori esterni contano di pi? Carburante, gomme, candele e
via dicendo.
L'auto ha una meccanica eterogenea. La monoposto si compone di oltre ottomila
particolari. Tutti sono ugualmente vitali; basta un bullone a creare guai.
Quali segreti deve conservare il costruttore e chi li minaccia?
Io credo che se si realizza qualcosa di veramente interessante non si deve
brevettarlo, essendo questo il modo per farlo conoscere nei particolari a tutti. Quanto
poi a conservare la riservatezza di un ritrovato cosa comunque difficilissima, data la
spasmodica e interessata curiosit dei concorrenti e dei giornalisti.
A chi le domanda: perch corre?, lei risponde regolarmente: per passione. Solo? E
se non lo facesse?
Se non lo facessi, me lo sono chiesto ripetutamente, mi mancherebbe lo scopo
per il quale ho vissuto.
Ha mai pensato di ritirarsi?
L'ho perfino dichiarato varie volte, e poi non sono stato coerente. Ci sono
momenti in cui mi pare di non farcela pi, poi mi riprendo. No, non come qualcuno
dice perch la morte ha colpito tra i miei parenti o piloti e nemmeno perch mi sento
appagato da un grande successo. Lo sconforto nasce da motivi morali di fronte a certi
linciaggi che appaiono insopportabili.
Il compromesso quanto ha giocato nella sua vita?
Diventa indispensabile quando si vuole evitare una
frattura violenta e io l'ho sempre tentato ricordando quello che mi insegn un amico
avvocato, Enzo Levi: "Meglio una cattiva transazione di una causa vinta".
Lei non ingaggia volentieri italiani, perch se succede una disgrazia, si
scatenano gli attacchi. cos?
Vi la documentazione di quello che capitato dopo la morte di Castellotti,
Musso, Bandini, Giunti.
Che cosa si concesso fuori dal lavoro?
Non sono mai stato un bevitore o un mangiatore, ma un po' un buongustaio e la
ricerca di piccoli ambienti, dove poter apprezzare gustose novit in compagnia
soprattutto dei miei collaboratori, l'ho preferita a tanti altri svaghi. Anche perch a
tavola ho sempre trovato in tutti i presenti maggiore comunicativa e pi disponibilit a
capirsi e a superare anche inevitabili controversie. Ferie mai: le pi belle vacanze sono
quelle che trascorro in officina.
Perch il cliente medio della Ferrari ha superato la cinquantina?
Perch un uomo che ha deciso di premiare se stesso, di concedersi nuove
emozioni, di ritrovare qualcosa del tempo perduto, di soddisfare, dopo tanto lavoro, le
sue giovanili ambizioni.
Perch dice che non avrebbe dovuto sposarsi?
Un uomo dominato da una passione come la mia, coi rischi, col tempo che
richiede non pu essere un buon marito e un buon padre di famiglia. Le mogli,
soprattutto quando vi sono figli, hanno diritto di pretendere una maggiore presenza
del marito.

Mi scusi, ma ho avuto l'impressione, leggendo le sue note, che il carattere suo e


quello della signora Laura non fossero proprio fatti per andare d'accordo.
Mi sono sposato molto giovane, forse troppo. L'ho conosciuta a Torino sotto i
Portici di Porta Nuova, era molto bella, bionda, graziosa, simpatica. stata un
personaggio chiave nel periodo eroico della Scuderia Ferrari, mi ha criticato con una
tale assiduit e spesso anche per piccoli motivi provocando irritazioni e contrasti; era
una amministratrice inflessibile. Qualche volta abbiamo pensato di andare ognuno per
conto suo, ma siamo stati uniti nonostante tutte le avversit. Nemmeno la tragedia ci
ha fatti separare.
Lei ha detto una volta: La donna il pi bel premio al lavoro . Cosa ne
penserebbero le femministe?
Ho aggiunto anche: "Ma gli uomini sono terribilmente egoisti perch pretendono
che la loro compagna abbia infinite risorse".
Pensa, come le disse un medico svizzero, che l'attrazione sia tutta una questione
di ormoni?
Sono convinto che noi viviamo uno stato di necessit che non si riscontra in una
donna, che ci fa diventare bugiardi e poco leali con lei.
Lei afferma che "ti amo" vuol dire "ti desidero tanto".
S,. Effettivamente dell'amore ho una concezione molto alta: non nasce a prima
vista, a prima vista spunta soltanto un desiderio.
Come nasce un bolide?
Prima di tutto bisogna immaginarlo, poi bisogna svilupparlo tecnicamente,
progettare il motore, il telaio, dargli una forma, poi costruirlo e metterlo a punto. Ci
lavorano attorno, almeno per un anno, tanti uomini legati da uno stesso entusiasmo.
Poi c' il montaggio e la prova della vettura e sempre con l'assillo delle corse
imminenti. Io poi voglio dare ai miei piloti delle macchine che garantiscano nei limiti
della perfettibilit umana la sicurezza e sulle quali non si lesinato.
Quale la sua giornata?
Inizia con dodici quotidiani tra politici e sportivi che consulto ogni mattina prima
delle 8. Mi manca qualcosa se non so che cosa accaduto e quello che potrebbe
accadere. Vado dal barbiere, poi passo dal cimitero, sosto nel mio ufficio di Modena e
arrivo a Maranello verso le 11. Mi fermo qui fino alle 20. Non mangio alla sera: mi
basta un frutto. Guardo la televisione e leggo libri disordinatamente, di tutto. Leggo
fino all'una e anche verso le due. Abitudini spesso sovvertite da impegni non previsti.

E le domeniche e i giorni di festa?


In ufficio fino alle 13, due segretari si danno il cambio, colazione. Se non ho qualche
impegno di lavoro mi ritiro in casa per vedere la TV, seguo il calcio minuto per minuto
perch non dimentico di essere stato dirigente sportivo. Ero da giovane un sostenitore
della Juventus e dell'Inter. A casa non ricevo quasi mai nessuno.
Come definirebbe la sua vita?
Un ansimante cammino.
Non si mai sentito un po' un monumento?
Quando sono costretto o indotto a ricevere clienti, curiosi, giornalisti,
rappresentanti, un po' da tutto il mondo, mi fa l'impressione che siano i visitatori di
un museo.

C' un segreto nel successo?


La volont ostinata di lavorare umilmente per un solo scopo.
Lei si considera un buon figlio?
No, ho deluso mio padre, anche se morto tanto presto, per gli scarsi risultati che
avevo a scuola e ho fatto soffrire mia madre per la vita che ho condotto.
Un buon padre?
Un padre angosciato che tentava di lenire il dramma incombente alimentando la
sua frenesia per il lavoro.
Un buon marito?
Un marito paziente anche se le mie ribellioni esplodevano con una certa
frequenza, ma si esaurivano per rapidamente.
Mai avuto paura di morire?
Che cos' la paura? Ho affrontato rischi sportivi, in guerra, con la fiducia di
cavarmela, di saltarne fuori. Questo non significa che non abbia mai pensato alla
morte o mai tentato di comprendere ci che mi attender. ovvio che il mio
tormentoso pensiero mi ha convinto sulla nullit della volont umana.
Cosa apprezza di pi nella gente?
La lealt.
E quali colpe o peccati giudica pi severamente?
Non esprimo mai giudizi, ma opinioni perch la mia convinzione che per poter
giudicare bisognerebbe essersi trovati nelle condizioni nelle quali ha agito colui che
vorremmo condannare.
Fra i protagonisti del passato, e tra i contemporanei, chi ammira di pi?
Il primo sognatore e congegnatore di macchine: Leonardo da Vinci.
Per quello che ho letto, Napoleone: le aveva tutte, anche da un punto di vista
amatorio. Poi Marconi. Poi Einstein. Fra i contemporanei la scelta difficile.
Perch le piace la solitudine?
Quando ho un libro in mano non sono pi solo, ma in compagnia di tanti
personaggi a me sconosciuti e che talvolta mi affascinano.
Che idea si fatta di Dio?
Dalla prima Comunione non ho pi pregato. La sera in cui mor Dino dissi: "Dio
fatemi diventare pi buono".
Come sceglie un pilota?
Molte volte la convinzione che si matura attraverso la sua precedente attivit o
il caso che ci fa incontrare un individuo che ci conquista per il carattere che dimostra,
la disponibilit, la conoscenza meccanica e altri elementi che influenzano la mia
decisione.
Che sentimenti prova per i suoi piloti?
Una somma di emotive considerazioni. Mi piace guardarli, osservarli, mi
entusiasmano quando li vedo in pista, quando li seguo in pista.
Come pensa alla morte?
Come ad una necessit che ci sforziamo di rimandare, ma purtroppo una
cambiale non prorogabile.
vero che legge e rilegge Stendhal?
In altri tempi l'ho fatto perch un grande scrittore e ha il buon gusto, pur
trattando argomenti con notevoli sfondi erotici, di non portare il lettore in camera da

letto.
Cosa accade quando si deve congedare un pilota?
Sono situazioni che maturano nel tempo e che lasciano normalmente l'amaro in
bocca.
Quando le cose non funzionano, ha la tendenza a dar la colpa alla sfortuna?
No, perch ho avuto modo di precisare che la disdetta, la contrariet, spesso la
dimostrazione di quello che non abbiamo saputo o potuto fare o prevedere.
Quali sono i momenti che hanno contato di pi?
Non sono capace di fare una scelta, perch tutto necessario, e a moltissimo si
pu rinunciare.
Ha delle speranze?
No, sono distaccato, mi mancato qualcosa, non c' pi Dino che mi aiutava a
guardare avanti, ad aspettare domani. Il mio libro di ricordi contiene una frase: "Non
sparate a lupara, se non dopo aver profondamente saputo, capito e giustamente
giudicato". Anche adesso, non ho niente da aggiungere, o da cambiare.
Come vorrebbe essere ricordato?
Preferirei il silenzio, se potessi direi: dimenticatemi. Quello che ho fatto, l'ho
fatto solo per me, e se qualcuno ne ha ricavato beneficio, mi tranquillizza, ma non si
trattato che di una conseguenza. Il punto di partenza era una faccenda del tutto
personale.
Maranello uno strano paese, dove anche le strade hanno nomi di corridori di
automobile: c' una via Nuvolari, c' una via Castellotti. Tutto si muove attorno alla
fabbrica. Qui arriva gente da ogni parte: scolaresche, pullman con visitatori, e poi
personaggi illustri, o giovanotti speranzosi in cerca di un ingaggio. un circo che
attira. Un buon pilota, dice Ferrari, pu toccare guadagni di centinaia di milioni ogni
anno. Quello delle corse un giro di cento miliardi all'anno. La Parmalat era disposta
a spendere per il solo Niki Lauda - come s' detto - due milioni di dollari, per il 1980,
ma lui ha risposto: Non mi sento pi il cuore di continuare a correre . Tute, caschi,
guanti, magliette, berrettini con la visiera sono coperti di scritte, e cos le vetture.
All'inizio, molti pagano per scendere in pista.
Poi ci sono i clienti, che vanno a scegliere la berlinetta, o la spider granturismo: ma
che vogliono, soprattutto, conoscere lui. Nella sua stanzetta riservata al "Cavallino"
passato mezzo mondo. Ecco il principe Bernard, consorte della regina madre Giuliana
d'Olanda. Maranello il posto che probabilmente, nel paesaggio italiano, gli piace di
pi. Va nei reparti, sceglie con cura il nuovo modello, si informa dei particolari.
Peccato che abbia esteso l'interesse per la meccanica anche agli aerei.
Con Leopoldo del Belgio c' stata anche una polemica tecnica: l'ex sovrano anche
in grado di discutere della centrifugazione dei pneumatici, e di prosciuttti, tagliatelle e
Lambrusco. Nei suoi soggiorni, trova sempre il tempo per sedersi sotto le frasche di
qualche trattoria di campagna.
Ho visto la vettura che Michael De Bakey, il celebre cardiochirurgo, parcheggia
davanti al suo ospedale di Dallas: venuto a prenderla accompagnato da Liliana de
Rthy, alla quale ha operato un figliolo. Poi c' Bertil di Svezia, e c'era anche
l'imperatore Bao Day, che ricordato soprattutto per le strane sigarette che fumava,
perch creavano, in quelli che gli stavano accanto, uno strano malessere.
Nell'albo dei visitatori che contano, o che contavano, figurano lo Sci di Persia e

l'Aga Khan Karim, il sultano del Marocco, e Hussein, re di Giordania e Adlai


Stevenson, che gli chiese come avesse fatto a diventare in America pi noto di lui.
Poi gli artisti: Arturo Benedetti Michelangeli, il pianista, con quella sua cortesia
fredda; quell'espressione sconcertante ; Herbert von Karajan che gli manda una
cartolina: Il motore esprime un'armonia cos perfetta che nessun maestro, credo,
potrebbe mai interpretarla ; e il giovane Cantelli, l'erede di Toscanini, finito in un
disastro aereo, a Parigi. Ferrari lo consiglia: Attenzione, maestro: l'automobile
femminile, ed capace anche di tradire all'improvviso .
Ed ecco quelli di Hollywood: William Holdeh, Sammy Davis, Tony Curtis, Clint
Eastwood, poi Yves Montand, Peter Sellers, James Garner, Frangoise Hardy. Ultimo
Paul Newman.
Con Rossellini, un uomo assurdo e straordinario , erano diventati amici:
Roberto andava a trovare Dino malato, e gli portava libri, e stava a fargli compagnia,
senza affaticarlo, per ore.
And con Anna Magnani, and con la Bergman, e si lasci andare a una
affermazione spontanea ma inopportuna: Non esiste emozione pi bella al mondo
che guidare una Ferrari a duecentoquaranta all'ora .
E l'ingegnere, pronto: Roberto, non gentile fare un'affermazione del genere
davanti alla moglie . Roberto Rossellini afferr una mano di Ingrid, e disse svelto:
Ma questo dopo di te, cara .
E il postino recapita anche tanta corrispondenza, che arriva da ogni parte.
C' una lettera di due giovani americani, Loren Lotz e Paul P. Bell, che gli ha dato
gioia. Dice: Noi desideriamo ringraziarvi per avere costruito questa vettura. Noi
siamo sempre orgogliosi che il genere umano abbia prodotto un uomo capace di dare
agli altri tanta parte di se stesso. Perch se voi avete creato questo motore e questa
macchina, sicuramente si tratta della realizzazione materiale di un bellissimo sogno.
Probabilmente non vi altro nome al mondo che significhi cos tanto, e cos diverse
cose, per tante e diverse persone .
Non so se Ferrari conosce questa massima del prediletto Napoleone. Si trova in un
messaggio al fratello Giuseppe: Il tempo la grande arte dell'uomo .
Ferrari ha saputo vincerlo, e ha saputo imporsi alle stagioni buone e cattive che
segnano la nostra esistenza.

TESTIMONE DEL TEMPO

INTRODUZIONE
Ho quasi sessantanni. L'et giusta per tentare un bilancio. Quaranta li ho passati girando
il mondo, dietro il bancone della tipografia, lavorando per la TV. Buona parte della mia vita
se ne andata raccontando notizie. Non ho da lamentarmi: il mio lavoro mi sempre
piaciuto, mi piace ancora. Anche nei momenti pi duri mi ha fatto compagnia.
Io , ha scritto Indro Montanelli ricordando il collega John Gunther, sono nato
pubblico . una definizione che mi assomiglia. Ho cercato di servire i lettori, la gente. C'
chi va in cerca di statistiche: il mio interesse sempre stato per i fatti. I dati, per quanto
significativi, cambiano in fretta; anche gli uomini mutano, ma restano le loro vicende.
Se ripenso ai personaggi incontrati, da quando ero giovane cronista ad oggi, che mi avvio
alla conclusione, mi trovo di fronte a un campionario di tipi di ogni genere: dal bandito
Casaroli, autore di una strage, che intervistai in una stanza di ospedale, al criminale di
guerra maresciallo Albert Kesselring, che mi ricevette, in una tiepida giornata d'autunno,
tra i fiori un po' spenti di un quieto, ordinato giardino; dal cardinale Wyszynski a Giovanni
XXIII; da Heuss a Witti Brandt; da Clara.Calamai a Zar ah Leander, maliarde al
tramonto; dal romanziere quasi centenario Sillanpad, che rievocava ancora la prima delusione
d'amore, al poeta Quasimodo che mi parlava di nemici e di donne.
Ho raccolto dal mio campionario i brani che mi sembrano pi resistenti, che possono
magari offrire qualche spunto per tracciare, a chi vorr fare il ritratto di mezzo secolo, la
storia del tempo faticoso che ci toccato di vivere.
Li ho rivisti, qualche volta li ho riscritti, ma non ho cambiato la sostanza dei resoconti;
valga anche per me la giustificazione di Gandhi: Le opinioni che ho formulato e le
conclusioni a cui sono giunto non sono definitive: posso cambiarle domani . Mi sia concesso,
in ogni caso, per ogni errore, un'attenuante: la buona fede.
Diceva il marchese de Custine nelle sue Lettere dalla Russia: Ho annoverato gli
avvenimenti come li ho visti con i miei occhi: quanto a quelli che mi furono narrati, io li ho
riferiti tali e quali, n ho tentato di ingannare chi legge sostituendomi alle persone da me
interrogate .
Ho preso il giornalismo sul serio: era, da ragazzo, la mia vocazione, stato il mio
mestiere, e ogni capitolo della mia esistenza legato a qualche episodio che ho ritrovato nelle
righe stampate di vecchi quotidiani, nette lucide pagine dei settimanali, nei piccoli fotogrammi
dello schermo televisivo. Parole leggere scritte sull'acqua, immagini che fuggono, come i brevi
giorni: resta un po' di malinconia, perch passa tutto tanto in fretta, ma forse la mia
professione betta per questo: domani ci sar ancora qualcosa di nuovo.
E. B.

I personaggi

Eduardo tragico anche se ride


Mi ha detto Fellini: come una sacra rappresentazione . Non c' mai posto,
bisogna prenotarsi con una settimana di anticipo, non consegnano pi di cinque
biglietti. La balconata gremita di giovani che assistono, stupefatti, al prodigio.
Le voci di dentro ha quasi trent'anni: ma nel canovaccio c' tutta l'angoscia di
questo tempo, i cattivi pensieri, i sospetti. Zi' Nicola, lo strampalato personaggio che
si chiuso in se stesso, non parla, comunica con gli altri a botti, a razzi, una specie di
essenziale alfabeto Morse che non concede nulla alla divagazione; un precursore
dell'alienato, un pensatore dei Bassi che ignora di avere scoperto la
incomunicabilit.
Ero pi forte ricorda Eduardo. Buttai gi il copione in diciassette ore tutte le
notti, di fila. Il dovere, sa. Filomena Marturano mi impegn per dodici giorni. Titina
diceva: Il teatro fatto per gli uomini, la donna soltanto un appoggio. Feci la
sorpresa: invitai tutti a un pranzetto, e lessi le mie pagine. Alla fine, silenzio. Titina mi
baci la mano e piangeva. In una stagione, '44-'45, feci anche Napoli milionaria, Le
bugie con le gambe lunghe, e Questi fantasmi, che rest nel cassetto per due anni.
Quando si cresciuti in palcoscenico, si frequentato una scuola rigida, che non ti fa
guardare in faccia a nessuno: si deve fare, e cos .
Il 24 maggio compir gli ottantuno; ne aveva 4 quando sal per la prima volta alla
ribalta, con un vestitino da cinese. Scarpetta recitava La geisha, e i tre piccirilli sott'a
nu' umbrello , come diceva la gente, lui, con Titina e Peppino, cominciavano la loro
grande avventura.
Nella leggenda c' tutto: le fatiche dell'avanspettacolo, la fame, i contrasti e le
incomprensioni, la solitudine. Poi, la rivelazione: quelle storie napoletane hanno
commosso lo spettatore in Inghilterra, nella Unione Sovietica, in Spagna, in America,
in Giappone. Migliaia di repliche, milioni di copie. Perch i diseredati dei vichi
sono come lo straccione di Chaplin: nascono dai bassifondi di Londra o dagli androni
umidi di Forcella, e portano la loro malinconia, le chimere, la dolce rassegnazione per
le strade del mondo, e tutti li capiscono, e anche quando l'ultimo scontro con la
sventura sembra perduto, lasciano sempre una possibilit alla speranza: S'ha da
aspett , A' da pass 'a nuttata , la battuta finale di un infelice Gennaro Esposito,
sulla quale cala il sipario.
Ho appuntamento all'Eliseo. Un vento gelido spazza le vie di Roma. Aspetto
all'ingresso degli artisti, e chiacchiero un po' col custode. Da quando lo conosco io
dice sempre andata in questo modo. Il commendatore unico, non c' paragone, e
vengono a vedere il fenomeno. Non pare mica che reciti, non sembra che ci sia fatica.
Naturale, vero. Ma bisogna assistere alle prove, tutto pensato, calcolato, l'applauso
scatta sempre in quel momento, preciso .
Arriva infreddolito con Isabella, la moglie. Sale le scale con energia: non pensa allo

stimolatore che gli hanno messo dentro, per rianimare il cuore stanco. Soltanto
Pupella Maggio gli dice: Ciao, Eduardo , tutti gli altri salutano: Buona sera,
direttore .
Conversiamo senz'ordine, nel camerino semplice, c' un disegno di Titina, la
statuetta di un pastore ungherese, che un giovanotto straniero gli mise in mano
sorridendo, e lo cacciarono, perch temevano nascondesse un coltello, poche cose per
il trucco, una bottiglia di colonia.
Quando si sveste e rimane in maglietta, osservo quel torace magro, e poi il viso
scavato, gli occhi spenti, gli zigomi che danno carattere a quella fisionomia essenziale,
e andiamo avanti senza regola, come se riprendessimo un vecchio discorso interrotto,
e io sono anche un poco commosso. Mi torna in mente il loggione del Duse, a
Bologna, e Sik Sik l'artefice magico, e gli incanti della giovinezza, com' passata in
fretta.
Io osservo, osservo continuamente dice Eduardo, come se volesse rivelarmi il
segreto della sua arte. No, non stato facile imporre un repertorio, un modo di essere,
tra le quinte e anche fuori. Faccio il nome di un amico: Eppure dice senza rancore
quando diedi Filumena, scrisse che era un'opera ignobile. Ma non mi sono mai
arrabbiato per la critica, ho appreso molto, specialmente dagli attacchi. Renato Simoni
aveva garbo. Ma adesso siamo divisi: chi recensisce da una parte, interpreti dall'altra, e
in fondo si lavora tutti insieme. Una volta non era cos. Qui non si vede pi nessuno.
Io facevo mattina a discutere con Vergani, con D'Amico. Gli artisti, quelli moderni,
non parlo di me, quelli che vengono dall'Accademia, si sono tagliati anche i ponti col
pubblico, sono freddi. Il saluto non pi come si usava, c' una certa alterigia. Si
ringraziava ogni fine d'atto, significava rispondere con una cortesia, senza lasciare
attendere inutilmente .
Dico: l'altro giorno, ho incontrato Sandro Pertini. Gli ho chiesto: Era peggio il
'45 o oggi? . Peggio oggi, mi ha risposto. C' un'altra Napoli, c' un'altra Italia?
Quale? Diversa, soprattutto perch abbiamo preso coscienza, e allora le
manchevolezze mi appaiono pi evidenti. Abbiamo capito. Allora si era pieni di attesa,
siamo ricaduti negli stessi errori, sfiducia, disistima, dal disprezzo alla voce di dentro.
Una parola buona spesa in quel momento di euforia, di fede nel futuro, ora sarebbe
anacronistica, da ridere .
In un'intervista lei ha detto: Non me ne importa niente di sapere che cos' l'aldil
. Perch? Non un fatto che mi riguarda. Sarebbe una cosa molto importante, per
cui avremmo dovuto avere qualche ragguaglio, indipendentemente dalle esplorazioni
scientifiche e filosofiche, invece lasciamo senza che ci venga un segno qualsiasi per
darci un orientamento, e allora come spingere un muro, una piramide, si fa troppa
fatica .
Da che cosa nasce la sua amarezza? Oggi, se dovessi prevedere qualcosa, sarei
ottimista. E le dico la ragione: perch i giovani capiscono, e le generazioni non si
susseguono ogni vent'anni, o quindici, ma con maggiore rapidit. Due o tre fanno gi
differenza. I pi piccoli vengono su con idee molto avanzate, in meglio, credo. Il
futuro, secondo me, verr salvato dai ragazzini, come dice Elsa Morante, e dalle
donne che, al contrario dei maschi, esercitano una politica indipendente da qualunque
tradizione. Verr il meglio, ma questa alba non mi sar dato di vederla; ci vorr molto
tempo. Mi stato riservato di combattere i mulini a vento, come un don Chisciotte .

Che cosa trova nell'uomo, di migliorato, e di peggio? Peccati intollerabili sono la


vanit, l'invidia e la debolezza di carattere. Qualit buone, lo spirito di adattamento,
ma non la rinuncia, la comprensione dei difetti altrui, ma non l'accettazione .
C' chi la definisce un piccolo borghese per il suo desiderio di pulizia, di rispetto
dei sentimenti. un giudizio che la soddisfa? Luigi Compagnone lo dice. Forse lo
lui, e allora vede cos anche me. Io mi rivolgo alle masse e questo senso di nitore,
questa voglia di moralit un'aspirazione al bene comune. Nelle mie commedie non
dico mai: 'Io parlo di problemi'. Anche lui fa la stessa cosa, e lo ammiro per questo .
I suoi eroi, invece, sono quasi sempre dei falliti, degli umiliati, sul piano sociale, e
degli anarchici su quello delle scelte. giusto: il seme della libert nasce con l'uomo.
Filumena Marturano, per esempio, il simbolo dell'Italia: tre figli, tre condizioni
umane. E poi la lotta: del resto, buoni non si potr mai esserlo del tutto .
Come nasce in lei una storia? Chi lo sa. Dall'attenzione, dall'esperienza, dallo
spirito di ricerca. Basta un'idea, non tante, e lavorarci sopra. Quando non c', si
ricorre alle trovate .
Se dovesse spiegare a un giovane che vuol fare l'attore che cos' il teatro, che cosa
direbbe? Se dovessi indicare un programma, suggerirei la pratica, perch il teatro
porta alla vita e la vita porta al teatro. Non si possono scindere le due cose. Cerca la
vita e troverai la forma, cerca la forma e troverai la morte. L'umanit, attraverso fatti
che si evolvono continuamente, e che si trasformano, ci fornisce modelli che ci
sorprendono sempre: nuovi, pazzi, imprevedibili, che ci danno i personaggi. Le parole
cambiano, i rapporti si trasformano. Come pu finire il teatro? Una volta ho detto che
fino a quando ci sar un filo d'erba sulla terra, ce ne sar uno finto sul palcoscenico .
Qual il suo primo ricordo, la prima impressione, davanti a una platea? Uno
splendore abbagliante. Ero al Valle di Roma, ero piccolo e sbigottito. Mi portarono in
scena da un momento all'altro: luce, sorpresa .
Da grande, quando decise? Molto tardi, perch mi affannavo a convincere gli
altri, che mi sconsigliavano. Piano piano cominciai a capire che quella sarebbe stata la
mia passione. Teatro significa vivere sul serio quello che gli altri nella vita recitano
male .
Lei religioso? A modo mio. Io so che mi trovo qui per una ragione, e questo
gi sufficiente. Se non mi stato spiegato perch sono venuto, vuol dire che non lo
devo sapere .
Quando si sentito affaticato, e le hanno messo il pacemaker, che cosa ha
pensato? Ha avuto paura? No, no. Anzi, non volevo applicarlo, mi sembrava di
forzare la mano alla natura, se me ne debbo andare, basta; poi mi abituai ad accettarlo,
qualcosa da dire l'avevo ancora, infatti .
Filumena Marturano dice: Sto piangendo. Quanto bello piangere . E l'uomo,
quando solo o sgomento, che fa? Lo fa troppo spesso, quindi non si pu
distinguere se c' una ragione seria, o emotivit e debolezza .
Cosa stato il successo? Un premio alla mia fatica, continua, ossessiva, da
ragioniere .
C' qualcuno fra i contemporanei che ammira? Molti, non uno solo, e non
soltanto nel mio mestiere, e fra questi Carmelo Bene, perch mi piace pure fuori, mi
piacciono le sue opinioni, come si esprime, come si ribella, come si accetta. Poi
Proietti, che ho stimato da quando era alle prime armi .

Anche di suo figlio Luca parlano bene. C' tempo per vedere se bravo. Meno
male che lo dicono gli altri. Quando nacque, Lucio Ridenti mi chiese: 'Gli farai fare
l'attore?'. Io risposi di s, perch anche se non dovesse riuscire e rimanesse soltanto un
generico, il teatro gli offrirebbe sempre il modo di essere libero .
Perch l'uomo vuole recitare? come le scimmie, che hanno il gusto
dell'imitazione. Le hanno viste che si mettevano fiori e raffia addosso, e ballavano. Ma
se vanitoso, solo uno che ha la faccia tosta di salire in alto, su delle assi inchiodate,
per farsi vedere. L'artista un'altra cosa .
Che sogni fa? Dei palcoscenici, sempre. Inventati. Uno tutto di vetro, anche la
scena di cristallo, gli attori potevano vedere lo spettacolo senza essere scorti dal
pubblico. Sogno di arrivare in ritardo, stanno gi per alzare il velario, tutto
contribuisce a farmi rallentare, non sono truccato, non trovo il cappello, allora mi
sveglio. Uno cominciava in un quartiere di Napoli, e finiva, naturalmente, in teatro.
Avevo messo Titina in un camerino tutto di merletti. Una specie di delirio, forse.
Quasimodo mi diceva: 'Tu fai le didascalie con due o tre aggettivi. Che te ne fotte?'.
Ma di questo ho vissuto .
L'altoparlante avverte: Cinque minuti. Signori, chi di scena? . Eduardo De
Filippo si fissa nello specchio: qualche ritocco appena. In quel volto estatico ed
assorto,si pu specchiare tutto il dolore del mondo: Le mie commedie sono sempre
tragedie, anche quando fanno ridere .
Eduardo conosce il segreto dell'esistenza. Dice il protagonista di Gli esami non
finiscono mai: In questa vita nessuno pu mettere il punto; esiste soltanto il punto e
virgola. Non possiamo illuderci, dobbiamo lasciare il posto agli altri . Non sempre:
lui, ormai, ne ha uno tutto per s.
Prezzolimi polemizza da un secolo
Giuseppe Prezzolini ha passato i novantotto. Il segreto per vivere a lungo, gli
spieg un famoso medico, Condorelli, scegliersi bene gli antenati . Forse anche
l'interesse per le cose, la parsimonia, il gusto della scoperta.
dentro la storia e la cultura dell'Italia. Nella sua stanza, una intera parete
nascosta da uno scaffale che contiene la corrispondenza che ha scritto e ricevuto.
Grossi fascicoli sono intestati a un solo nome: Papini, Croce, Gobetti, Mussolini. Si
definito un rompiscatole : ha discusso, contraddetto e litigato con molti personaggi
di questo secolo.
Da ragazzo piant il liceo perch si accorse che c'era poco da imparare. Fumava
l'hashish, contestava, si direbbe oggi. Ha conservato la sua indipendenza: puoi non
essere d'accordo, ma devi rispettare la dirittura di questo toscano scomodo. Ha
sempre saputo dir di no.
Nel 1925, quando si accorse della strada che aveva infilato il fascismo, se ne and a
Parigi. Ha insegnato per trentatr anni alla Columbia University e ha preso la
cittadinanza americana. Ora vive a Lugano, con Jakie, la moglie, in un tranquillo e
luminoso appartamento sul lago. Si lamenta perch non pu pi studiare come una
volta, ma batte sempre a macchina due articoli ogni settimana. Ha una lucidit, una
memoria, una chiarezza che affascinano. Le esperienze lo hanno addolcito, anche se

le sue idee, che si ispirano a un realismo senza sogno, continuano a scandalizzare.


, a suo modo, un libertario, un individualista che sa anche stare con gli altri: uno
scettico che vorrebbe credere in qualcosa, e soffre il peso del dubbio. Di Prezzolini
non accetto molti giudizi, ma rispetto il lavoro, ammiro il talento, e gli voglio bene
perch ha scelto ed accettato la solitudine. A Nuova York viveva in una soffitta su un
grattacielo: ma poteva guardare lontano. Questo il resoconto del nostro colloquio.
Che cos' un conservatore?
un freno alla illusione umana. C' chi pensa che tutto quello che nuovo sar
migliore. Non uno che vuole tornare indietro, ma intende mantenere quello che
stato provato per molto tempo, mentre ci che si propone non tiene mai conto degli
ostacoli e del disinganno che nascono da qualunque rapido trapasso .
E la rivoluzione che cos'?
Sempre un miraggio: trasforma, pu trasformare in parte un paese, talvolta ne
accentua i difetti, pu produrre qualcosa che non mai quello che si era sperato. Il
1789 ha creato niente di meno Napoleone, e nacque col presupposto che le guerre
erano fatte dai principi per scopi personali, e c'era del vero, e scoppiarono poi
conflitti molto pi estesi, il servizio militare divent obbligatorio, e le masse vennero
coinvolte .
E il 1917?
Ha avvilito quelli che speravano in un mutamento profondo della Russia in
senso democratico, ha dato un benessere diffuso, non eccezionale, ma notevole per il
passato di quel popolo. Ma l'URSS non n il modello di Marx n un esempio per gli
altri .
Mussolini ti scrisse: Io sono stato fatto e poi rifatto dal Leonardo prima e
dalla Voce poi e te ne sono riconoscente . vero?
Questa lettera io non gliela presentai mai come una cambiale, non gliene parlai
mai, non gliela ricordai, ma un documento cui tengo moltissimo perch, senza
volerlo, e pure profetizzandolo, il fascismo fu l'unica soluzione nazionale data dalla
guerra. I volontari, e soprattutto gli ufficiali di complemento, fin dall'inizio sentirono
che c'era bisogno di un rinnovamento, e su questo punto pubblicai una lettera di
Ferruccio Parri del 1915 nella quale, fin da allora, egli attribuiva a quei giovani il
compito di creare un'Italia nuova, e lo previdi perch nel '14 scrissi che Mussolini
sarebbe stato il capo della prima invasione non di barbari, ma di italiani .
Che rapporti hai avuto con lui?
Molto semplici, perch non gli ho mai chiesto nulla, salvo la grazia per il mio
segretario Renzo Rendi condannato per antifascismo attivo a quindici anni di
reclusione, e fu accordata col patto espresso nelle mie conversazioni che non gli fosse
richiesta alcuna ritrattazione. E con Rendi fu liberato anche Mario Vinciguerra,
complice della stessa accusa. Andavo a vederlo ogni volta che tornavo, e nella stessa
occasione facevo visita a Benedetto Croce, e certamente Mussolini era informato
perch c'erano agenti davanti alla porta del filosofo, e Croce lo sapeva dai giornali,
per non discussi mai n con l'uno n con l'altro la situazione politica. Un giorno a
Roma, passeggiando a piazza della Minerva, Croce riconobbe che un semplice
maestro di scuola diventato capo del governo non doveva essere una persona
comune, e siccome gli feci notare che anche lui, in giovent, aveva espresso delle idee
molto simili ai fondamenti del fascismo, mi rispose: "Se voi dite che sono miei

figli lo accetto, ma come Tassoni disse dei suoi". Io ero un ignorante, e stetti zitto, ma
pi tardi andai a cercare e imparai che il poeta li aveva diseredati perch, affermava,
gli appartenevano soltanto come escremento del corpo .
Qualcuno ha scritto che in te c' un complesso di amore-odio verso l'Italia.
Risponderei con una parola che pare non sia giusta secondo Gillo Dorfles:
esatto. Io provo affezione e antipatia. Non ho mai accettato il fascismo perch lo
trovavo troppo ricco dei difetti che attribuivo agli italiani .
Ma che cos'era in definitiva?
Un movimento popolare promosso da una minoranza di "demi-sold", insegnanti,
impiegati di banca, librai, birrai, piccoli possidenti, che da posizioni umili si erano
trovati a comandare decine o centinaia o migliaia di combattenti, in un momento in
cui dare ordini significava far vivere o far morire, e non si trovavano pi a posto
quando il conflitto fin, non se la sentivano di riprendere il loro mestiere, e dettero il
maggior contributo alla formazione dello stato maggiore delle camicie nere: avevano
scoperto che la violenza pu fruttare dei buoni risultati nello scontro ideologico. Fu il
trasferimento dell'azione guerresca nella vita nazionale, e cominci con quella rivolta
sudamericana che stata l'impresa di Fiume. Per la prima volta l'esercito scese in
campo politico: l'iniziativa non fu di D'Annunzio, ma di un gruppo di ufficiali seguiti
spontaneamente dai soldati .
Che cosa manca all'Italia?
Il carattere .
E quali sono stati gli errori compiuti dal '45 ad oggi?
Ci vorrebbe un'enciclopedia. Da parte dei democristiani, l'incapacit di trovare
un'idea nuova, poi la corruzione, e il fatto che i preti sono educati alla preghiera e
non al comando. Da parte delle sinistre, l'esagerazione nelle richieste sindacali, che
hanno portato l'Italia ad un sistema di assistenza sociale che pi dispendioso per la
finanza pubblica di quello tedesco. La colpa della destra di aver immaginato un
popolo di sentimenti guerreschi che non corrisponde alla realt storica .
Come vedi il presente?
Sono piuttosto pessimista. Penso che di solito accade sempre qualcosa che non
era previsto. Nel 1919 pochi supponevano che Mussolini sarebbe diventato un
dittatore. I fatti avvengono secondo il caso, ci non toglie il merito o la responsabilit
di chi vi partecipa, perch contano le intenzioni .
E il futuro?
Cerco di non pronunciare profezie, sebbene ne feci una documentata da una
lettera a Gobetti che prevedeva la fine del fascismo entro venticinque anni. del
1920, e allora politici come Turati, Salvemini e lo stesso Gobetti pensavano che
sarebbe stato un episodio passeggero. Calcolai che doveva esaurirsi una generazione.
Non credo n al ritorno al passato, n a un cambiamento sovvertitore ma piuttosto in
una lenta decadenza .
Che cos' per te la politica?
una necessit, ma noi sappiamo che in tutte le case esiste una stanza nelle
quali si compiono funzioni che sono necessarie, ma di cui nessuno si vanta. La
politica nasce dalla cattiveria umana. Gli angeli non hanno bisogno di un tribunale o
di una polizia, se gli uomini fossero nella maggioranza buoni non ci sarebbe necessit
dello Stato. Lo Stato non un ideale, per se cadesse, l'anarchia sarebbe peggiore. Va

considerato, come diceva Sant'Agostino, una legge fatta per peccatori inguaribili .
Sei stato amico di Gobetti e di Amendola: che cosa vi legava e che cosa vi ha
poi divisi?
Questa simpatia, diversa per Amendola, che era gi una personalit quando lo
conobbi, e Gobetti, che si stava formando, fu accompagnata da continui dissensi, che
finirono in rottura con Amendola, perch non ebbe tempo di riconciliarsi con me,
come aveva fatto gi tre volte prima, e furono messi da parte o dimenticati da
Gobetti, quando venne in Francia, e io gli fui accanto fino al giorno della morte .
Chi veramente libero?
La libert la realt dell'uomo, tutti siamo liberi nel nostro intimo, impossibile
non esserlo. Anche coloro che si sono dovuti piegare alla miseria, alle persecuzioni,
alle minacce, non hanno potuto fare a meno di sentir parlare un'altra voce .
Che cosa vuol dire essere di destra o di sinistra?
Rigorosamente parlando, non saprei: conosco individui di destra pi
rivoluzionari di quelli di sinistra e ne conosco di sinistra pi reazionari di quelli di
destra .
Tu non hai mai votato: perch?
Negli Stati Uniti ho abitato in una strada che con
fluiva con Broadway, e dalle mie finestre si potevano scorgere le panchine sulle quali
vi erano spesso degli ubriaconi o dei pezzenti a riposare. Quando venivano i
galoppini elettorali a sollecitarmi, li portavo a guardare e gli dicevo: "Ho sempre
studiato, e ho cercato che le mie azioni fossero d'accordo con i miei principi. Ora il
mio voto calcolato cos poco che pu essere distrutto da uno di quei vagabondi".
Non ho mai trovato qualcuno di quei propagandisti che mi sapesse rispondere .
Nel tuo libro Dio un rischio, concludi: Non c' alcuna certezza . E allora?
Questa la tragedia moderna, o antica, di coloro che riflettono sui problemi
generali, ma per fortuna la maggior parte di noi non stata castigata da Dio con la
capacit di pensare ad altro che al proprio destino. Il pensiero una disgrazia, non
un merito .
Il Papa ti ha invitato a convertirti: c' speranza?
Se parlassi di speranza, lo sarei gi, se dicessi una
preferenza, vorrei avere una fede .
Come ti piacerebbe essere ricordato?
La mia tomba gi preparata, e c' soltanto il mio nome: ma accanto c' quella
di Jakie .
Il grande vecchio resta inquadrato nell'ombra della porta, sorridente e distante.
Fellini parla delle donne
Titolo del film: La citt delle donne. Federico Fellini ne ha scelte mille: un
campionario di sederi, di tette, di sguardi, di gambe. Gentili come fate, oppure
inquietanti come maghe, tenere e perverse, vecchie e giovani, matte e fanatiche,
bambine e maliarde.
Marcello Snaporaz, un maturo professore di mitologia greca, ripercorre la sua vita,
ricordi, rimpianti e sogni: il viaggio di un maschio italiano nel mondo incantato e

cattivo delle femmine. Le ama, ma non potr mai capirle. Vorrebbe conquistarle, e
finisce sempre prigioniero.
Ho visto girare qualche scena, nei prati d'erba sporca di Cinecitt. Fellini ama
questi posti: nel teatro numero 5 ha realizzato Amarcord e Casanova. Qui c' il suo
ufficio, la piccola camera da pranzo, il letto sul quale pu buttarsi, e poi la stessa
gente che sta con lui da sempre. Luciano, che lo porta in giro e gli prepara i pasti, e
dice che il dottore invecchiando migliorato, la Norma, la segretaria di produzione,
che mi spiega: Non succede mai niente di quello che c' scritto nel copione , la
signorina Betti, la segretaria; forse, con Giulietta Masina, quella che lo capisce di
pi. Difatti Federico riconosce: intelligentissima , e poi Giuseppe Rotunno, il
direttore della fotografia, che traduce in luci, in immagini struggenti, le fantasie di
Fellini, e gli elettricisti, i tecnici, perfino certe facce di generici che ritornano sempre.
La sequenza si svolgeva ai bordi di un aeroporto un po' allucinante, con la pista
segnata da fari di ogni colore, e ondate di nebbia artificiale, che sapeva di carne
bruciata, rendevano ancor pi vago il paesaggio; c'erano due vecchie auto cariche di
ragazze punk, strampalate, che rabbrividivano, con le spalle nude nell'aria d'inverno, e
inseguivano il povero Snaporaz ossessionato dalla languida e intollerante presenza
muliebre.
Poi ho assistito al minuzioso doppiaggio, e ho visto in proiezione pi di un'ora di
materiale ancora grezzo, ma di una suggestione, di una forza, di una bellezza
indimenticabili. C' un Mastroianni che sar una scoperta, ironico, indifeso, smarrito,
d vita a questo dramma, a questa farsa, a questa sghignazzata, a questa saga della
nostalgia e del desiderio.
Dice Marcello: Noi diciamo che questo uno dei pi bei film di Federico , io ci
ho trovato dentro una felicit d'invenzione che davvero geniale. Ci sono in quei
fotogrammi tutte le nostre angosce e le nostre follie.
Ho passato qualche ora a parlare con Fellini e con Mastroianni: naturalmente di
donne. Anzi: soprattutto. E poi di loro due. Siamo coetanei e siamo amici: in fondo,
quei discorsi riguardavano anche me. E anche voi. C' qualche verit sull'esistenza, e
qualche lieve tremore per i giorni che fuggono. Trascrivo con accuratezza.
Federico, sei mai stato, felice?
quel tipo di domanda che mi rende balbettante
anche perch non capisco chi che proprio ci tiene a saperlo. Tu? Se per felicit si
intende uno stato di pienezza credo che questo possa essere solo temporaneo,
provvisorio, intermittente. Ecco, il lavoro che faccio mi sembra che spesso si possa
identificare con questo stato, vi riconosco la parte pi autentica di me stesso. Quando
lavoro mi sento totalmente inserito in qualcosa che mi riguarda profondamente, mi
abbandono con fiducia, con entusiasmo, ci sto bene e mi sembra di essere nato solo
per questo. Ma quando questo avviene non ne hai mai coscienza, non te ne accorgi.
Mi ricordo dopo che cos. Insomma se sono impegnato nel mio lavoro non vivo pi
a met, diviso da frizioni, resistenze, paure, rifiuti. Smetto di osservarmi, di
guardarmi, di giudicarmi. E forse questa la felicit .
E se ti guardi cosa pensi?
Ma forse proprio per non guardarmi che sto sempre facendo un film. Ma
potrebbe darsi che sia anche il contrario; e che cio fare film l'unico modo giusto
per me di osservarmi e di capire qualcosa.

Come ricordi il primo amore?


Avevo dodici anni. Stava alla finestra del palazzo di fronte. Ci parlavamo con
l'alfabeto muto attraverso i vetri, perch faceva freddo. Era una bella ragazzina, aveva
quattro sorelle, apparivano faccette spiritose, poi il fratello che mi fissava a lungo, e io
guardavo anche lui. Mia madre, accorgendosi che passavo ore intere a fare smorfie,
boccacce, segnali, una sera, mentre mangiavo il caffellatte in cucina, sul panno
pesante, mi piaceva moltissimo, mentre la donna di servizio stirava, all'improvviso
disse: "Quella struscia", che vuol dire: poco di buono, e io sono svenuto .
Credi che la sofferenza sia un elemento inseparabile dell'innamoramento?
Dipende dal grado, ma penso di s. Innamorarsi vuol dire consegnare a un'altra
creatura la parte pi preziosa di te stesso, il patimento c' nei limiti in cui l'altro
dispone di questo tuo aspetto segreto, quello pi geloso, che conosci meno. Se lo
maltratta, o lo tratta con disinvoltura, o lo impolvera, soffri .
Dicono che non ami le donne e adesso gli dedichi addirittura una citt.
E chi lo dice? Io non ho mai sentito qualcuno o un gruppo di persone
commentare: Fellini? Chi, quello che non ama le donne? Io non avrei fatto neanche il
cinema se non amassi perdutamente la donna. I miei film esistono perch esiste la
donna e io mi sento da sempre abitato dall'immagine femminile .
Che cos' la passione?
La passione un grado di temperatura, l'identificazione totale con questa fase
febbricitante, l'incapacit di controllarla, l'abbandonarsi completamente .
Chi un conquistatore?
Chi fa collezione di donne .
Qualcuno ha detto: Niente pi triste della morte di un amore . Che cosa
rimane?
Questo aspetto poetico a me arriva sempre da un punto di vista letterario, e ne
diffido. Sar vero, ma mi pare un po' vago, come tutte le definizioni troppo riuscite .
Tolstoi ha scritto che i drammi pi grandi accadono in camera da letto. Perch?
Mi sopravvaluti. l probabilmente che avviene questo grande scontro
misterioso .
I tuoi svaghi, i tuoi piaceri?
Sono Capricorno, ma da una pubblicazione ho scoperto che potrei essere anche
Acquario. Mi riconosco alcune delle caratteristiche di tutti e due i segni. La tendenza
del Capricorno alla solitudine, una certa malinconia, qualche volta persino la cupezza.
L'Acquario invece viene descritto come leggero, volubile, curioso, fondamentalmente
freddo. Tra questi due opposti la prima costellazione quella che forse predomina:
perfezionismo, costanza, pazienza fachiresca, da costruttore di dighe .
Nei tuoi film, c' un campionario di donne e di fanciulle: le grassone abnormi,
la ragazzina incantata e innocente della Dolce vita, Sandra Milo. Tra questi tipi dove
ti ritrovi?
Io credo che la donna, la psiche femminile, esiste per affascinarci in tutte le sue
forme. Le femministe a questo punto si indignano, dicono che la donna esiste per se
stessa e non per affascinare il signor Fellini o il suo amico Snaporaz. Pu darsi. Ma a
me sembra di esistere per essere affascinato dalla donna. O comunque esisto meglio
quando sono incantato dalle sue incarnazioni: sia quelle doviziose di forme calde,
morbide, avvolgenti, sia tutte le altre ancora pi doviziose di forme e pi calde,

morbide e avvolgenti .
Dal Werther in gi, c' tutta una letteratura su chi si toglie la vita per le pene
amorose. Come mai si tratta quasi sempre di eroi forestieri?
L'italiano ha come salvezza il suo aspetto bambinesco che lo esclude da perch
definitivi e assoluti. Forse uno dei pochi aspetti del nostro infantilismo cronico .
Hai dei rimpianti?
L'educazione cattolica una fabbrica di rimpianti perch stata una fabbrica di
divieti. Comunque, mi piacerebbe essere nato con venti, trent'anni d'anticipo; avrei
potuto fare del cinema prima che venisse delimitato in una convenzione di spettacolo,
prima che venisse intellettualizzato. Quando ancora poteva essere qualcosa di
vagamente animistico, iniziatico, stregonesco, liberatorio, terapeutico in senso
profondo, un modo di sperimentare la realt, una dimensione della conoscenza,
perch il cinema come tutte le altre manifestazioni della creativit dovrebbbe essere
uno stato di combustione, un metabolismo dell'inconscio, un itinerario verso il centro
di noi stessi e del mondo .
Sentimentalmente sei cambiato, o ti ritrovi come da giovane? Disponibile,
curioso, sorpreso?
Non cambiato niente. sempre lo stesso intontimento, la stessa fascinazione,
lo stesso delirio, lo stesso stimolo alla fantasia, la stessa attesa. Non ho avuto nessuna
evoluzione. Mi compiaccio. Bloccato alle prime emozioni, per sempre. Per sempre?
La donna: mi sembra che sia una premessa insostituibile quella di vederla in tutti gli
aspetti possibili. Chi l'ha detto? Ma un sacco di persone per bene, distinte, anche
coso l l'ha detto... come si chiama... adesso non mi viene in mente. Ma la verit
un'altra: che la donna invisibile, nel senso che colei che non puoi vedere, che
non devi vedere, colei che si promette e si nega a un tempo. Chi lo dice? Altre
persone ancora pi per bene. Si parla in termini psicologici, naturalmente, perch poi
lei esiste, ne incontri a milioni, e proprio per questo ritorna ad essere irraggiungibile,
nascosta, segreta. Perch? Ma perch la donna non visibile, lo si detto poc'anzi .
Che cosa ci spinge a questi soliloqui?
Aiutami anche un po' tu, cosa ci spinge, caro Biagi? .
Col tempo che passa, come la vedrai? Casanova balla con la sua bambola. E tu?
E noi?
Tu non stai forse ballando col tuo taccuino e con la tua biro? Il manichino sono
le donne viste come creature inventate, come produzioni della fantasia,
materializzazioni della creativit ritagliata in sinuosit femminili. Il grande seduttore
cosa pu fare, cosa gli pu capitare di meglio che stringere fra le braccia la pi sua, la
pi personale, una pupazza che ha creato lui, alla quale ha dato vita, un'anima, la
risposta giusta .
Simenon, durante una conversazione, ti ha confidato di avere avuto diecimila
donne. Il tuo Giacomo, mi pare, non super le duecento. Sono traguardi importanti?
Dipende dal modo in cui uno si consuma in queste vicende. Dai temperamenti:
per qualcuno, avere diverse storie come esplorare differenti pianeti. Dipende se
un impegno da grillo, o qualcosa di pi .
C' qualche momento piacevole che ricordi?
Mi dispiace essere cos limitato ma la prima cosa che mi viene in mente come
sempre legata a quel gioco meraviglioso che per me il mio lavoro. Ad esempio:

brevi soste che arrivano improvvise. Durante la lavorazione comincia a piovere, ci si


ritrova in piccole cabine di plastica, col buio, si chiacchiera, o si sta in silenzio, in
attesa. Un attimo di sospensione un po' stralunata, in una minuscola astronave che
galleggia in un'oscurit umida e scintillante .
Nelle commedie, nelle storie, c' anche chi ama tre donne in una volta.
possibile?
Credo di s. Dipende dalla ricchezza, dalla natura del protagonista. Ci sono
monogami totali che vivono una sola avventura. Forse sono i pi fortunati. In Don
Giovanni c' invece una disposizione alla dispersione, alle frantumazioni che lo
facevano vivere in una specie di circuito galvanico che lo riproiettava reintegrandolo
in una unitariet da mosaico, e gli dava un equilibrio provvisorio, miracoloso e
straziante .
Che cosa ti eccita di pi, in senso fantastico, un paesaggio, una musica, una
ragazza?
Quando dici fantastico ti riferisci al mio lavoro? Ci sono tantissime fasi nella
realizzazione di un film: uno dei momenti pi stimolanti la scelta delle facce.
Timide, sfrontate, aggressive, inerti, scomposte; anelli, borsette, pellicce, un cappello,
gambe accavallate, una sigaretta succhiata con sfida, uno sguardo che ti spia, una
risata improvvisa, tessere, patenti, messali pieni di fotografie spinti verso di te
attraverso il tavolo, oppure trattenuti in gorgogli di ansia, di paura. cos che il
racconto incomincia ad anticiparsi, a prendere vita. la parte pi magica, fatta di
brevi frammenti, la pi imprevedibile .
Dicono che l'italiano incapace di amare fino in fondo.
Fino a morire? Questa visione romantica, questo svenamento, mi pare possa
ispirare poeti, artisti, ma vissuto realmente mi sembra si traduca in un destino tragico,
da mito greco. Non dimenticare che io sono sempre di Rimini .
Quando che uno si prostituisce?
Quando fa qualcosa contro le sue convinzioni, quando si vende affermando
qualcosa che l'opposto di quello che crede .
Chi in questa tua ultima sceneggiatura Cazzone?
la parte critica del film, la sua premessa, quella
veramente femminista, pi femminista della risposta che nel film si configura nel
congresso delle femministe, una risposta confusa, violenta, forse sbagliata. Cazzone
un bambino cresciuto soltanto nella forma, una specie di mammone deluso, una sorta
di santone dell'Eros. Vegeta tra reliquie sessuali, vive in funzione del suo strapotere
fisico .
Nella donna che cosa si cerca: l'amante, la moglie, la madre?
Ma molto di pi, molto di pi, anche l'amante, la moglie, la madre degli altri. Per
esempio mi ricordo che nel '44 a Vittorelle di Castro, nelle Marche, ma meglio che
non ne parli, voglio farci un film su questa storia, ambientandolo per in un altro
posto, a Saltarello di San Vittore. Che fatica, caro Biagi, non poter mai dire la verit,
dover sempre cambiare luoghi, cognomi, date, indirizzi, valigie... .
Se la donna pi forte, come ti senti?
Ma lo sempre pi forte. E solo a queste condizioni stiamo bene con lei .
Qualche volta non ti fa un po' di paura? Non ti mette addosso ansia od
oppressione?

Ma ci che mi affascina non deve avere anche un aspetto inquietante? .


Sai essere amico, si pu?
Un bagnino di Cattolica, persona molto rozza, ma che aveva salvato moltissime
bagnanti in procinto di annegare, diceva che l'amicizia appiattisce, fa scadere il
mistero del rapporto e citava due versi di Goethe, in tedesco .
Non ti sei mai sentito mentitore, bugiardo?
Vuoi dire con le donne? Ma non credo, io dico tutto quello che mi viene in
mente .
Adesso sei pi disinvolto, pi difeso?
Ma no. Anche se la professione che faccio mi ha appiccicato addosso
un'immagine di comandante, di condottiero, di creatore di fortune, basta niente per
farmi precipitare nelle ansie di quel giovanottino magro, allampanato, un po' goffo,
che si sentiva escluso da ogni competizione con gli altri, d'estate, al mare, sulla
spiaggia. E anche d'inverno .
Come sogni l'ultimo incontro?
C' un'ultima volta per tutte le cose, ma per fortuna non lo sappiamo quando ci
accade. Comunque non voglio immaginarlo, troppa fatica, e poi queste interviste non
le pagate mai! .
Qual il tuo desiderio pi vivo?
Cominciare un film, al pi presto. un limite grosso, ma inutile che inventi
altri ardori. come fermare il tempo .
Poi ho ascoltato il racconto di Mastroianni.
Che differenza c' tra il Marcello della Dolce vita e lo Snaporaz che mi trovo
davanti?
Secondo me nessuna, solo una questione di et. Sempre questo occhio che
indaga, che guarda. Sempre lui, tanti anni dopo, passando per 8 e 1/2. Federico non
mi ha fatto discorsi sul personaggio; mi ha detto quello che voleva rappresentare, la
sua posizione umana. Io sono lui .
Tra voi due ci sono affinit?
Direi di s. Intanto quest'ansia da scolari, da compagni che la vedono pi o meno
nello stesso modo, anche se in forme differenti. Mi pare di essere il suo complice,
giusto in queste scandagliate che lui ogni tanto si d allo specchio, con un'unica
differenza, a mio vantaggio: che io ho un sacco di capelli. Come sui banchi di scuola:
io forse sono quello che copia il compito. E va sempre bene, perch noi due ci
divertiamo. Chi sa se gli altri, nelle loro professioni, ci riescono .
Che cosa accaduto nel frattempo?
Tante cose e niente. Esperienze e soluzioni, cadute, risalite, amori. Tutto questo
non servito: i difetti continuo a portarmeli dietro, non c' saggezza con l'et, il
fiato che si fa pi corto. Sei un po' stanco .
mutata la tua visione del mondo?
cambiato il mondo. Io sono sempre stato riconoscente alla vita; ho fatto
quello che ho voluto. Non ho da rimproverare nessuno. Forse io non mi sono
aggiornato: ma come si fa? Sono per natura ottimista, anche perch pi comodo.
Siamo stati o no creati a immagine e somiglianza di Dio? Allora ricupereremo
purezza, dolcezza. La Dolce vita era una zattera che andava alla deriva: ma c'era un
segnale, la vocina della ragazza sulla spiaggia, il pesce mostruoso inquietava, per

quelle parole a qualcuno sono arrivate .


E i rapporti con la donna?
Sono cambiati. Resta sempre quella cosa bellissima ed esaltante, vale ancora
moltissimo. Ti riconforta. Ha questa potenza straordinaria: fa galoppare la fantasia
anche nell'et di mezzo. Rifacendomi al film c' qualcosa che comincia a sfuggire, c'
una nuova donna che si sta formando, che si batte per conquiste giustissime, ma lei
con me non vuole spartire proprio niente. Io sono un animale preistorico che non
pu capire i problemi che l'agitano. Di fronte a questa nuova immagine le
sollecitazioni sono sempre quelle di una volta: continuo a inventare fughe che
appartengono alla nostra epoca. ancora pi difficile che il legame con i giovani, con
un ragazzo potrei anche intendermi: con le donne no. Non conosco il loro
vocabolario, l'alfabeto. Ed anche un po' umiliante .
Ho letto in un giornale una specie di confessione: pare che la persona che pi
ha contato sia Fay Dunaway. Perch?
L'ho letto anch'io. Ma no. Un bell'amore, e basta. Non so chi ha contato pi di
tutti. Ho sempre tentato di schivarmi, anche quando ho creduto di essere
generosissimo. Ogni momento pu essere esaltante .
Quando le storie finiscono ci patisci?
sempre molto doloroso, anche quando sei tu a venirne fuori. Qualcosa va a
brandelli. C' un vuoto .
E le altre vicende, favole, illusioni, quello che ti pare, come le ricordi?
Hanno scritto molte volte sulle mie fidanzate, sulle mie amanti: un argomento
che va bene quando uno giovanotto, ma poi viene una sorta di pudore. Sembra
anche che le avventure del cinema le abbiamo conosciute solo noi che lo facciamo;
ma ci sono degli uomini che potrebbero dirmi: coglione, io ho avuto la signora Rossi
che era mille volte pi bella .
C' forse una donna per ogni stazione? Un mio amico poeta, Raffaele Carrieri,
dice che gli amori finiscono, l'amore che non finisce mai.
Sono d'accordo. Per fortuna. Il giorno che non soffri pi le pene amorose
sarebbe un bel guaio. Se non si sta male mica si sta bene .
Che cosa c' di affine tra te e il personaggio che hai rappresentato?
Quello che c' di comune con tutti quelli della nostra generazione. La forza e la
bellezza dei film di Federico. Quando narra in prima persona tutti si riconoscono
nelle sue ansie. Qui un intellettuale, ma anche un operaio della Breda avverte gli
stessi slanci e le stesse impotenze. Non siamo speciali .
Tu sei uno che conquista anche nella vita, secondo un ruolo che la gente ti
attribuisce, o ti lasci prendere?
Forse sto a mezza via, non sono un seduttore, l'incontro sempre a met .
Quali sono le sconfitte che pi ti pesano?
La mancanza di ambizione vera, autentica, secondo me nell'individuo un limite
e subito viene una specie di pigrizia che giustifica tutto, invece un errore, in
particolare quando si stati fortunati, bisognerebbe far lievitare di pi questa grazia.
Forse tentando altre esperienze, magari facendo anche il regista. Io antepongo
sempre la vita al cinematografo. L'altra, quella di aver creduto di aver fatto contenti
quelli che stanno attorno a me, un affanno, invece non mi riuscita .
Come immagini la vecchiaia?

In linea generale bene, perch sono preparato alle sconfitte definitive, all'idea di
essere messo da parte; poi conto sugli amici, continueremo a progettare, a
chiacchierare. Ho un solo timore: la malattia .
Hai mai detto: Ti amer tutta la vita. E poi?
Ma certo, ci si crede anche .
Con Fellini avete molte parentele, molte somiglianze. Vuoi dirmene qualcuna?
Un po' di bugie, ma sempre credendo di far del bene, il telefono, l'immaginazione a
livello di servizio militare, sai, per ingannare i giorni, contentarci. Per farti un
esempio. Eravamo stati a Gaeta per dei sopralluoghi, c'era il tramonto, si era assopito
perch aveva la febbre, si svegliato e ha detto: "Mi sembra una settimana. Ci
fermiamo in un casale, chiediamo delle castagne, del vino rosso, una bella culona che
ci prepara la bagnarola, e dopo andiamo a dormire contenti". Su questo tipo di gioco
ci troviamo sempre d'accordo .
E le differenze?
Di statura, di cultura, di chioma, io ho mani da contadino, lui le ha eleganti, le
qualit artistiche. Sono tante .
Accusano Federico di essere antifemminista, quasi misogino. Condividi?
Tutti gli uomini sono un po' misogini, che balla. Con la donna c' sempre
conflitto. Non ha fatto che parlare di donne per tutta la sua vita. Le guarda sempre
come un bambino goloso .
Come ricordi la prima conquista, la prima volta?
Ero ragazzino. Si chiamava Silvana, incontrata ai
soliti giardinetti, mi piacque tanto, corsi a casa, eravamo ospiti di uno zio, in un
villino dei ferrovieri, presi una rosa, non mi sembrava abbastanza profumata, e ci
versai sopra la colonia di mia madre. L'accompagnai a casa e le diedi un bacio. Facevo
passeggiate sotto la sua finestra, per ore .
In che cosa consiste il fascino, la seduzione?
Non lo so. Gioca la bellezza fisica, quella spirituale, ma c' qualcosa che sfugge
al giudizio .
Hai dei rimorsi?
Come si fa a non averne? Ma anche in questo a volte si pecca di presunzione.
Avrei potuto fare, si dice, ma forse non ne sei capace. Ci mancavano magari le qualit
.
Ricordi qualche cattiva azione fatta a una donna?
No, il corno, le piccole menzogne, ma siamo nel normale .
E ricevuta?
Ogni volta che ci mollano diventano mostri di cattiveria, ma dopo un paio
d'anni dici: "Ma per fortuna che mi ha piantato. Non era una perla di santit" .
Se ne possono avere due o tre in una volta?
Donne? Due dico di s. Tre un po' eccessivo. L'individuo ha molteplici
possibilit di amare. chiaro che sono diverse le espressioni. Il classico moglieamante io lo ritengo normale, a me sembra che non si tolga nulla n all'una n
all'altra, un completamento .
Tu sei geloso?
S, certo. Anche il passato pu creare turbamenti, ombre inquietanti, ma
anche un fatto di vanit: temiamo il paragone, e questo un po' infantile .

Con quale delle tue compagne, vorresti passare la vecchiaia?


Mi piacerebbe molto con le mie figlie .
Come guardi al futuro?
Non ci penso mai .
Lo capisco. Siamo di una generazione che ha salvato soltanto una cosa: il senso
del provvisorio.
Dario Fo, buffo senza mistero
Sulla Palazzina Liberty sventolano tre grandi bandiere rosse, quasi come al
Cremlino. Sui muri, manifesti sanguigni annunciano la presenza del Dario, come lo
chiamano i ragazzi, a un dibattito con Pierre Chesneaux. Tema: la storia. Sottotitolo,
un interrogativo assai ambizioso: Cancelliamo il passato? .
Ho visto che ha firmato la protesta contro la repressione in Italia. So che si
occupa dei compagni carcerati, della Comune, che la sua compagnia, dei dossier,
che son libretti su problemi urgenti e difficili, e poi ha i copioni da scrivere, interventi
da studiare e spettacoli da mettere in scena, anche negli stadi, diecimila persone, quasi
ogni sera una spossante fatica.
Il nostro teatro ha detto in un'intervista un modo diverso di vivere.
politica . La politica, per loro, la coppia pi impegnata delle nostre ribalte, entra
in tutto: li ha aiutati, ha confessato la Franca, anche a risolvere le inevitabili crisi
coniugali. Da pi di vent'anni stanno insieme, si parlano, si capiscono.
Non si tirano mai indietro, e si sono battuti, di volta in volta, per tutti: per i. greci,
per 1 palestinesi, per gli spagnoli, e contro le truffe governative, il Vaticano, gli USA,
Nixon, Bonifacio Vili, e anche il PC che non avrebbe capito l'evoluzione culturale.
La rabbia di Dario Fo, la sua polemica, si sfoga nella risata: ha lasciato i velluti, per
impiantar la baracca in piazza, com' nella tradizione della commedia, ed convinto
che, nella lotta al potere, la satira un'arma rivoluzionaria.
Chiacchieriamo in una saletta della Tv, sta montando le registrazioni delle sue
farse. Ritorno dopo l'esilio: mancava dal 1962. attento, meticoloso, pignolo: anche
l'improvvisazione, l'estro, sono calcolati; c' sempre l'istinto che li regola. Lo hanno
definito, o si presentato, in molti modi: un giullare, un istrione, un clown, un
buffone; certo un personaggio straordinario, unico.
Ha inventato un genere, ha fatto delle scelte scomode, e ha pagato. Anche
duramente. Ma questo genio della beffa, un uomo sorridente e mite; nel suo
discorso non c' acredine, anche se le opinioni sono nette e poco sfumate. Bianco, un
po' ingrassato, un po' stanco, ma sempre capace di accendersi, e pronto a
ricominciare. Non divaghiamo, e procediamo con ordine.
Nel 1975, a Stoccolma,, il Pen Club ha dato dodici voti a te e dieci a Moravia,
per candidarti al Nobel. Cosa hai pensato?
Prima di tutto che era un'iniziativa strumentale: di questo gruppo, diciamo cos,
di estimatori, conosco solo un professore universitario e un regista che si chiama
Bergman, e per il momento un po' fuori stanza, credo o almeno credevo allora, che
la proposta fosse un po' provocatoria. Adesso penso a ragioni di scelta pi profonde:
quest'anno sono arrivato a sedici e non conosco il punteggio degli altri. A parte le

classifiche, che non vogliono dire niente, c' il tentativo che loro stanno facendo da
molto tempo di non chiudersi nel momento letterario, e di allargarlo a quello civico .
Il fatto di essere un comico ti ha danneggiato? Intendo, rispetto agli autori
paludati, ai cosiddetti seri?
Anzi: mi ha dato vantaggio. D'altra parte l'appellativo che compete da sempre
agli attori; non significa rozzo e ridanciano .
Hai avuto molte battaglie. L'ultima accusa di essere stato, con Volont e
Albertazzi, nelle brigate della repubblica di Sal.
Io ho gi dato querela; m'hanno lanciato la pietra e poi sono spariti. Proprio ieri
ho denunciato quattro giornali. una grossa menzogna. Ho avuto solidariet da tanti
partigiani, e quello che mi ha commosso di pi stato Moscatelli .
Perch critichi il partito comunista? I tuoi primi testi non erano poi cos
estremisti . Da che cosa nata la rivelazione?
Bisogna ricordare che proprio quest'anno mi hanno invitato per alcuni
interventi, e Rinascita ha publicato dei miei articoli. una polemica di ragionamento,
e non sul piano dei rancori. Ci divide l'idea di fondo legata al mestiere: la posizione
dell'intellettuale davanti alla cultura che per me deve essere classista, mentre loro si
allontanano sempre di pi da questa concezione .
In quale di questi movimenti ti riconosci di pi? Manifesto, Lotta Continua,
PDUP?
Sono un cane sciolto, ma nell'area della cosiddetta sinistra di classe. Il distacco
cominciato subito dopo il '68, quando mi sono messo a lavorare per un circuito
alternativo gestito da circoli, camere del lavoro, case del popolo .
Danno alla televisione sedici tue opere. Non sarebbero molte anche per
Shakespeare?
Sedici puntate, e la cosa diversa, di circa un'ora e venti ciascuna, e poi in
alcune, come interprete, non appaio nemmeno .
Cosa pensi degli espropri, delle occupazioni, delle spese proletarie?
Che sia un metodo di coinvolgimento e che servano non tanto a risolvere i
problemi, ma a porli all'attenzione dello Stato, dei ministri, e soprattutto dell'opinione
pubblica. A Milano i senzatetto, dopo un'incredibile serie di inutili scontri, hanno
costretto la Regione e il Comune e Roma a intervenire .
Conservo qualche dubbio su questa terapia. E dell'opposizione fatta con la P
38?
C'era un articolo su Panorama che condivido in pieno, e c' una massima di
Brecht ripresa dal Vangelo che mi pare giusta: Chi il ventre che ha partorito il
mostro, chi la madre che lo gener, chi il padre che lo ha concepito? Andiamo
all'origine delle cose, guardiamo l'esempio che la societ dirigente d ai figli a
proposito di una condizione morale e corretta. E allora mi ricordo Gioia Tauro,
Cazzaniga che paga e se ne esce, l'acquisto da parte di banche pubbliche di imprese
fallimentari come se fossero in attivo, i processi, come quello di Catanzaro, 300 mila
giovani disoccupati cronici soltanto nel Lazio, 200 mila a Napoli. Cera un film in cui
Tognazzi faceva il padre, e aveva in macchina, accanto a s, il primogenito, e gli
mostrava come si frega il benzinaro, l'autostrada, il padrone della trattoria.
A un tratto si fermano dietro l'angolo, l'auto riparte, ma il babbo non c' pi.
Didascalia: Minorenne uccide il proprio genitore industriale gi cavaliere del lavoro

Questa una possibile spiegazione. Ma il mostro, come dice Brecht, resta, e


spara. Ti hanno accusato di fare pi che della politica, della propaganda. A proposito:
Rinascita ti riconosce appena una bravura artigianale .
Sono due cose che un marxista non dovrebbe mai dire: prima di tutto il termine
usato in forma terroristica e borghese. Ma non denigratorio. Brecht diceva:
datemi dell'immodesto ma voglio riconoscermi un pregio: sono un bravo artigiano .
Tu come ti definiresti?
Un selvaggio, non ho dogmi artistici e ideologici, non ho fede; cerco di aver
soltanto ragione e grandi emozioni, la chiave fondamentale il divertimento, e non
solo per la platea ma soprattutto per me .
Quale critica ti ha pi ferito? Ci patisci?
I giudizi che mi premono sono quelli di coloro che stimo: mi colpiscono, mi
fanno pensare. La prima reazione di risentimento, ma dopo riesco, e non una
capacit naturale, a farli diventare positivi. I pi feroci li ho avuti sempre da mia
moglie; l'angoscia che ci azzecca e mi mette in crisi .
Che cosa non ti va dell'Italia?
A me piace moltissimo. Mi piacciono i suoi abitanti. Ho girato molto, ho
recitato in paesini dove non c' un palcoscenico, Sicilia, Calabria, e mi sono reso
conto che il livello di creativit che c' tra noi non lo ritrovi da nessun'altra parte.
Non mi va la struttura economica, politica e culturale. Quello che mi infastidisce la
prosopopea di chi sta su .
Quali sono i nostri pi gravi difetti?
Il provincialismo, senz'altro. Una specie di panico verso tutto quello che viene
dall'estero .
Ho letto che sei entusiasta della Cina.
La cosa che mi aveva colpito maggiormente era il confronto, la discussione che
ho notato nelle fabbriche, nelle scuole, tra i contadini. Adesso frenano, ma sono
convinto che a non lunga scadenza ci sar un'altra spinta in avanti .
E dell'URSS che ne dici?
La gente non abituata a partecipare alle vita politica, c' una specie di
accettazione fideistica, oppure un pessimismo fatalistico. Questo l'aspetto pi
negativo di un sistema .
Chi sono i tuoi buoni esempi, i tuoi modelli?
Quelli che mi sono serviti: Mao-Tse-tung, senz'altro, per la dimensione del
pensiero, per la chiarezza, e soprattutto perch mi ha insegnato il significato della
dialettica .
Sai che differenza passa tra un brigatista rosso, un nappista, un autonomo, un
indiano metropolitano e uno di Prima linea?
Se vogliamo parlare delle loro origini, il movimento dei brigatisti nasce dagli
intellettuali. Quello dei NAP dal sottoproletariato, quello degli autonomi vario e
vasto, non hanno capi, non vogliono produrre documenti, cos gli indiani, che escono
dall'universit, e Prima linea ha una partenza tra i lavoratori. Secondo le mie
intuizioni, si intende, gli indiani sono non violenti, gli autonomi divisi, ma la cosa che
voglio ripetere una battuta che ho sentito l'altro giorno tra le donne di uno
stabilimento occupato: "Con la P 38 hanno sparato a un carabiniere, lo hanno

ammazzato, ma il funerale lo stanno facendo a noi, e la nostra tomba il contratto


che dopo cinque mesi siamo costretti a firmare. Dicevano a Torino quelli della
Lancia: quando sparate a un dirigente con il quale siamo in conflitto, in verit a noi
che spezzate le gambe, siamo noi che mettete in ginocchio" .
Quali sono gli errori della sinistra?
Ha perso tutti gli autobus della spinta progressista che veniva dalle masse, il
movimento femminista, quello degli studenti, sempre in coda, sempre dietro, in molti
casi ha cercato anche di ostacolarli .
Che cosa aspetti dal futuro?
Ho fiducia, ho visto a Napoli degli operai che hanno preso in casa degli orfani
tirandoli fuori dagli istituti dove stavano rincretinendo, senza farlo pesare,
naturalmente, ho visto a Reggio Emilia, accanto a delle macchine, delle persone che
lavoravano prese dal manicomio, e giudicate inguaribili. Erano miracoli dell'amore.
Gli intellettuali continuano a stare sulle nuvole, e parlano di ottimismo e di
pessimismo, ma non si preoccupano di andare a guardare ci che succede attorno a
loro .
Come vorresti che ti ricordassero, in un lontanissimo futuro?
Mio nonno, morto a ottantacinque anni, era uno straordinario e lieto narratore, e
ho in mente che ai funerali alcuni piangevano e dicevano: pecc perch l'era insc alegher
.

Le signore

Cena a casa Vermi


Trovai, nella cassetta della posta, un biglietto che diceva: Il professor Enrico
Fermi e signora la invitano, per sabato prossimo, a cena a casa loro .
Fu il professore che venne ad aprire: indossava una giacca grigia, molto larga, e dal
taschino sporgevano matite colorate. Disse soltanto: Buona sera e mi tese la mano.
Entrammo subito in camera da pranzo: la tavola era gi apparecchiata. Dovremo
attendere qualche minuto spieg Fermi. Nella, la mia figliola, non ancora
rientrata. Ma non tarder molto. Il treno arriva alle 7,28, da qui alla stazione, di buon
passo, s'impiega un quarto d'ora .
Dalla cucina una voce avvert: Enrico, faccio cuocere gli spaghetti .
Mia moglie , disse Fermi sorridendo.
La stanza era modesta, pochi mobili, un arredamento assai semplice. Una intera
parete era occupata da una libreria. Spiccavano i volumi della Treccani, ma c'erano
anche romanzi, qualche libro poliziesco.
Disse Fermi: I quadri sono di Nella. Dipinge. Anche oggi andata ad un circolo
di giovani artisti. Quella "veduta italiana" di mia nipote. Che gliene pare? .
La signora Fermi venne a salutare: si tolse il grembiule e si scus: Non abbiamo
domestica. Sono io che cucino . La ricordo coi capelli grigi, vivace e graziosa.
Enrico disse dovresti andare incontro alla ragazza. Ritarda .
Prendo la macchina rispose Fermi quattro minuti per andare, quattro per
il ritorno .
Poco dopo Fermi rientr. Anche Nella, come il padre, portava gli occhiali. Era
taciturna, riservata. Ci sedemmo, e la signora Laura serviva.
Minestra italiana e vino del Chianti disse. Facciamo cos quando abbiamo
ospiti italiani. Il resto dei cibi, per, americano. D un'idea della famiglia .
Chiacchierammo di tante cose. Fermi era un conversatore cortese, misurato,
amava i termini precisi: ad un tratto il discorso cadde sull'importanza della citt e lui
si mise a calcolare l'area di Chicago. Poi s'inform minutamente della situazione
italiana: soprattutto della politica.
Noi disse Laura Fermi abbiamo votato per Stevenson .
La signora parlava molto di Roma, di quando era studentessa, di storie di un altro
tempo.
Disse che stava preparando un libro, per raccontare le sue esperienze; il Premio
Nobel assegnato al marito a Stoccolma, sedeva accanto a Pearl Buck, la fuga (lei
ebrea, l'Italia fascista), le prime giornate americane, la giovinezza a Roma, era iscritta
a scienze naturali, il suo incontro con un giovanotto timido, figlio di una maestra
elementare e di un funzionario delle ferrovie che a scuola studiava poco ma si era

laureato in fisica quando non aveva ancora ventun anni, con pieni voti e lode,
discutendo una tesi sui raggi Roentgen. Era il 1922.
Dissi a Fermi: Ho visto qui a Chicago, all'Universit, il fiasco di Chianti che fu
aperto quando lei esperiment la prima pila atomica, un curioso ricordo dell'Italia .
Gi comment lo scienziato.
Non gli piaceva essere soggetto di conversazione. Solo due anni dopo, di quel
fatto, ne aveva parlato a Laura, le aveva detto delle ore di angoscia passate il 2
dicembre 1942, prima del raggiungimento della fase critica , gli ignoti pericoli
affrontati, per la possibilit di un'esplosione o dello sprigionamento di radiazioni
letali: infine il momento in cui, tra il silenzio generale, aveva impartito le istruzioni
definitive e la prima reazione controllata della storia si era svolta senza incidenti
inaugurando l'ra atomica dell'umanit.
Uno dei collaboratori di mio marito gli offr di brindare con del vino che
sembrava avesse tenuto nascosto durante tutto l'esperimento raccont sorridendo
la signora Fermi. Enrico ne vers a tutti, in bicchierini di carta, e tutti bevvero,
senza parlare. Poi ognuno mise la sua firma sulla paglia del fiasco. la sola
testimonianza documentaria che resta di quella riunione .
Il navigatore italiano approdato nel mondo nuovo , telefon Arthur Campton,
direttore del laboratorio al capo della ricerca scientifica del governo americano.
Com'erano gli indigeni? chiesero dall'altra parte del filo, e intendevano i
neutroni.
Gente docile, cortese , fu la risposta.
La signora Fermi dal 1940 al 1945 non seppe mai nulla dell'attivit del marito, non
gli domand mai:
Cosa hai fatto? Per dove parti? Quando ritorni? .
Impar per caso di Hiroshima da un'amica russa, moglie di uno studioso tedesco:
La nostra roba , le disse, stata gettata sul Giappone .
Durante il pranzo non parlammo quasi mai di problemi nucleari: c'era la guerra
fredda , Pontecorvo aveva passato la cortina per raggiungere Mosca, l'argomento
avrebbe creato forse disagio, imbarazzo.
Robert Oppenheimer gi confidava, ripensando all'esplosione di Los Alamos:
Abbiamo fatto il lavoro del diavolo . Fra i demoni figurava anche Klaus Fuchs.
Solo a un certo momento, e non so a quale proposito, Fermi raccont: Quando
a Roma iniziai le mie ricerche, mi servii di un pezzetto di ceralacca: eravamo molto
poveri .
Scandiva le parole lentamente, si sentiva che erano parole pensate, insostituibili,
anche se gli argomenti non erano n molto impegnativi, n molto importanti.
Gli piacevano i film italiani che cercava di vedere in edizione originale: Noi e i
messicani disse siamo oggi i pi vivi . Spieg il perch della sconfitta elettorale
del partito democratico: I discorsi di Stevenson erano troppo lucidi; forse, c'era
troppo raziocinio e troppa verit in quello che enunciava . Polemizz garbatamente
con la moglie. Nelle sue risposte c'era sempre una leggera ironia: Laura disse per
ribattere una affermazione che gli era parsa eccessiva mi accorgo che non ti
conosci .
Enrico ribatt la signora rivolta a me meticoloso, fino alla esasperazione.
Calcola sempre. Si figuri che quando abitavamo a Roma, e faceva molto freddo, mi

pare fosse l'inverno del '29, lui fece uno studio per elevare la bassissima temperatura.
Ma sbagli nel mettere la virgola che doveva separare i decimali e per molti giorni il
caldo, nonostante gli sforzi del termo, non raggiunse i sette gradi.
Quando era poco pi che un ragazzo, Enrico adoperava il pollice come unit di
misura: lo metteva davanti all'occhio sinistro, chiudeva il destro e calcolava la distanza
dalla cima di un monte, l'altezza di un albero, la velocit di un uccello. Amava molto
far vita attiva, le gite, le ascensioni, il nuoto. Ora tocca al nostro Giulio: anche a lui
piace andare in giro con gli amici .
Mio figlio Giulio , intervenne Fermi, e nel suo discorso era chiaro il rammarico,
non parla quasi mai l'italiano. Qui si fa un'altra vita e i ragazzi dimenticano presto .
A me dispiace molto disse la signora.
Verso le dieci mi accorsi che la famiglia Fermi doveva avere abitudini molto
patriarcali: gente solita a coricarsi presto e ad alzarsi di buon'ora. Nella, la figliola,
s'era ritirata quasi subito, terminato il pranzo.
Venne, dunque, il momento di accomiatarmi. La signora mi disse, congedandomi:
Sto scrivendo la storia della nostra vita. Spero anche di spiegare qualcosa del nostro
Paese agli americani. E la prossima estate verremo a passare le vacanze in Italia. Vero,
Enrico? .
Lui fece di s con la testa.
passato un anno, arrivata l'estate, e quelle sono state le ultime vacanze italiane
del grande scienziato. Aveva detto una volta a un'amica che lo complimentava per la
sua energia, per la grande capacit di lavoro: Il mio cuore fuori serie. pi
resistente di tutti gli altri .
Ma un conto che non si pu pi fare. Dice la Bibbia: Beato l'uomo perch non
conosce la sua ora .
La ragazza di Hemingway
Gli piacevano le giornate come questa. La nebbia, la caccia alle anatre, il mercato
del pesce, qualcosa che brucia nel caminetto, i grandi bicchieri di Martini Dry. Gli
piacevano il Tagliamento e la laguna, l'odore di legno marcito, la campagna battuta
dallo scirocco. Gli piacevano i cavallerizzi del circo, i barmen, i toreri, le ballerine, i
pugili. Gli piacevano anche i soldati.
Gli piaceva andare in Africa a sparare, le lunghe notti delle Six jours di Parigi, le
chiacchiere all'osteria. Gli piacevano le avventure, tutte le avventure: la guerra, il ring,
l'arena. E le donne, soprattutto le donne. Ma dovevano avere ogni particolare in
ordine. Ne descrive una: Gambe brune, ventre piatto, piccoli seni duri .
Una sera conosce Josphine Baker, che indossa solo una pelliccia, e sotto non ha
niente, e ballano fino all'alba senza lasciarsi un momento. Conosce Marlene, lo
conquista, ma non trovano mai l'occasione per essere liberi, per fare l'amore. Uno dei
due sempre impegnato.
Si innamora con una certa facilit, e di solito gli va bene. Siamo nati fortunati ,
si legge in Il vecchio e il mare. Ha fascino. Ecco come lo presenta Alice Toklas a
Gertrude Stein: Era allora un giovanotto di una bellezza straordinaria , e Mary,
l'ultima compagna, ricorda: Aveva una voce cos bassa, cos delicata .

Ci sono state quattro mogli nella sua vita: la prima Hadley Richardson di Saint
Louis. Si videro a Chicago, in casa di una certa Kate Smith, che spos poi un tipo
promettente, un certo John Dos Passos. Era, dice Sylvia Beach, graziosissima, e
molto simpatica e briosa .
Poi viene Pauline Pfeiffer, brunetta, riccia, e sembra un personaggio gentile di
Charlot. Poi in Europa incontra Martha Gellhorn, bionda, robusta, ma la faccenda sta
in piedi appena tre anni. E alla fine ecco Mary Welsh, che lui trova coraggiosa,
deliziosa, spiritosa, eccitante a guardarsi, piacevole a starci assieme .
Sa fare le cose che gli premono: tirare anche alla tigre, gettare la lenza e
raccoglierla al punto giusto, nuotare a lungo, cucinare, capire un vino, un libro, una
barca, capire lui, e questo suo instancabile bisogno di muoversi, di vivere.
rimasto il ragazzo che vagava nei boschi attorno al Michigan per cacciare i
castori, che stava per lunghe ore ad aspettare fra i canneti che qualcosa abboccasse,
che andava a cercare gli ultimi pellirosse della riserva, sulle orme degli eroi di
Fenimore Cooper.
E se d retta a una di quelle che gli cascano addosso, Mary non si impressiona.
sicura che dopo ritorna, che non sa nascondere nulla, e le stupidelle lo stancano
subito. Del resto, come si fa a essere gelose di Papa , cos lo chiamano gli intimi,
imprevedibile, curioso di storie umane, e sempre alla ricerca di emozioni, e che ormai
interpreta se stesso, una vicenda che lo colloca o nelle foreste del Kenya, o fra i tori
di Ordnez o di Domingun, o a discutere con Fidel Castro, o in giro con Gary
Cooper nei bistr che lo videro reduce dal fronte e dall'ospedale militare, alla ricerca
di uno stile e di un poco di gloria?
Erano i giorni delle tenaci amicizie, e alla libreria Shakespeare and Company
capitavano Thornton Wilder, timido e silenzioso, Ezra Pound il miglior fabbro ,
diceva Ernest, e il perfido Joyce, e quei due strambi di Scott Fitzgerald e di Zelda,
la sua imprevedibile sposa.
Nel 1949, quando gli era ormai difficile scrivere, si sentiva stanco, qualcuno
pensava: Non ha pi niente da dire , Hemingway incontr una ragazza che, dice
Hotchner, il biografo, rappresentava nella sua esistenza qualcosa di speciale . Ha
diciotto anni e lui cinquanta, bella come un buon cavallo o un poiettile lanciato ,
sta sotto la pioggia, su una strada di fango, dalle parti di Latisana, e ha bisgono di un
pettine. Hemingway cerca nel giubbone di cuoio, ne trova uno d'osso, lo spezza e
gliene d la met.
Si chiama Adriana Ivancich, ha una casa a Venezia, ama leggere, dipingere,
ascoltare, comincia appena a vivere. Aveva scrive Hemingway una pelle pallida,
quasi olivastra, un profilo che avrebbe fatto battere il cuore di chiunque, e i capelli
bruni di fibra vivace le cadevano sulle spalle .
Cos nasce il volto di Renata, la protagonista di Di l dal fiume e tra gli alberi, e
si sviluppa la vicenda del vecchio colonnello Richard Cantwell, che va verso la morte,
ma che incontrando la romantica e nobile fanciulla vive il suo ultimo, il suo vero, il
suo unico amore .
Adriana Ivancich da qualche anno la moglie di un uomo d'affari tedesco, Rodolfo
Rex, e ha due bambini. Mi parla di Hemingway nel suo salotto, in una villa sulla
collina di Varese, nella brughiera. Fuori buio, una luce calma illumina i ritratti degli
antenati, severi e astuti gentiluomini veneti, le porcellane di Bassano, gli argenti, e la

signora rievoca quello scrittore famoso e solo che le diceva: Adriana, tu mi hai dato
un soffio di vita. Grazie a te scriver ancora un romanzo, il pi bello .
Sembrava racconta ancora pi vecchio, era forte, grosso, ma la barba era
chiazzata di bianco; sulla faccia si vedevano i segni delle esperienze. Io ero appena
una ragazzina e non capivo il suo dramma, ma sentivo che aveva bisogno, lui cos
importante, di essere protetto, sentivo che gli ero utile. Avevo in mente i miei amici
tornati dalla guerra: anche loro cercavano un rifugio, qualcuno. Parlavamo di cose che
ora non ricordo, chi sa quali sciocchezze io dicevo. Lui mi chiamava in tanti modi,
una volta Daughter, figlia, o Partner, socia. Avevamo fondato il club della Torre
Bianca. Membri onorari erano anche Ingrid Bergman, Ava Gardner e la Dietrich. Gli
piaceva la gente attraente e coraggiosa, diceva che erano tre grandi donne.
Mi chiamava anche Black Horse, cavallo nero. Fisicamente, certo, Renata sono io.
Sempre spettinata, con la carnagione scura, ma la Renata del libro , come lui
spiegava, un simbolo di quattro ragazze che aveva conosciuto, che avevano idee
diverse dalle mie, e anche altri sogni, e altre malinconie.
S, ricordo, mi parlava anche della morte, ma per riderci sopra, senza
presentimenti, senza timore. Era, nei miei confronti, paterno: fu lui che si accorse che
soffrivo di anemia. Gli piaceva stare tra i giovani, sentire i reso onti delle loro
imprese, ma quasi con pudore, rimaneva fuori. Posso dirlo: era uno che aveva
bisogno di aiuto, mi parlava, mi cercava, ed era anche buono, dolce, e desiderava
farmi felice. Andavamo in giro in motoscafo per il canale, a sparare nelle botti, a cena
da Cipriani. Conobbe la mia famiglia: trovava che mio fratello Gianfranco aveva un
certo talento di narratore, e con noi c'era sempre anche Mary, minuta, bionda,
sorridente, vigile, era lei che l'organizzava, lui di pratico non sapeva far nulla.
Mary capiva l'interesse che Papa provava per me, ma capiva anche che il mio non
era amore, ma tenerezza, devozione, scoperta di un mondo. Mary era molto attiva,
era un appoggio per Papa. Vede, qualche volta penso che mio marit sarebbe piaciuto
a Hemingway. Lui si preoccupava della scelta che avrei fatto. "Questo" diceva
"farebbe per te, quest'altro no, devi scegliere il meglio, un campione", penso proprio
che gli sarebbe piaciuto.
Io allora non sapevo cosa c'era nel suo cuore, nel suo destino; cosa significava
l'incontro di una ragazzina e di uno scrittore alla ricerca dell'ispirazione perduta, in
una Venezia autunnale, rarefatta, quasi disperata. Gli sono passata accanto senza
conoscerlo. Papa mi ha scritto in cinque anni, a cominciare dal 1950, una settantina di
lettere: d'accordo con Mary le ho vendute. Desidero che finiscano in una biblioteca,
quello il posto giusto. Rileggendole, mi sono accorta che spiegano tante cose del
suo carattere e della sua arte. Verranno pubblicate fra tanto tempo; allora nessuno di
noi ci sar pi, e varranno solo come pagine letterarie. Quando Across the viver fu
pubblicato, provoc tanti commenti, molte chiacchiere.
"La gente", mi scrisse Ernest una volta, " gelosa di coloro che sono felici". Ma
lui volle tranquillizzarmi: "Tu non sei la ragazza del libro, e non sei responsabile dei
suoi peccati e dei suoi errori. La migliore arma contro le bugie la verit. Non c'
arma contro il pettegolezzo. come la nebbia, e il vento chiaro lo dirada e il sole lo
brucia".
Per un anno non venne neppure in Europa, "Cos vedranno" disse "che non ti
corro dietro".

Gli Hemingway ci invitarono a Cuba. Andai con la mamma e Gianfranco: Papa


scriveva, io disegnavo. Furono giornate indimenticabili. Ernest volle anche dare una
festa di stile spagnolo, io preparai striscioni di carta, decorazioni, paraventi, la piscina
era tutta illuminata e vennero i suoi amici; don Andrs, un prete che poi morto di
cancro, e il marinaio Sinskj, chiss dove finito, e ci divertimmo tanto. Io, allora, ero
innamorata di un giovanotto di laggi, allegro, che mi insegnava a ballare il mambo.
Adesso vive in Spagna: scappato dall'Avana, ha moglie.
Un giorno Pap mi chiese di accompagnarlo verso la spiaggia alla piccola baia di
Cojimar. Non capivo il perch di quell'invito. "Devi solo guardare l'oceano assieme a
me", mi disse. Forse stato il momento pi intenso della nostra amicizia; quel cielo,
le grida dei gabbiani, il fragore delle onde, i pescatori che tiravano su le reti, lui
taceva, aveva gli occhi pieni di lacrime. Stava vivendo, in silenzio, lo sgomento di Il
vecchio e il mare. Allora io sentii la sua grande tristezza .
Disse Hemingway a Hotchner: Quando la ferita fa veramente male, io piango .
Tante cose racconta la signora sono poi accadute. Mio fratello non ha
pubblicato nulla; amministra i suoi poderi, si occupa di agricoltura, io ho scritto
qualche racconto, forse li pubblicher. Ho gi il titolo: Un giorno qualunque. Ho due
figli, Mary vive a New York, una citt che non la sua, che le ostile. Qualche volta
le scrivo ancora. Guardo avanti, bado alla mia famiglia. La notizia che Papa era morto
me la diede qualcuno, una telefonata. No, non pensavo che sarebbe finita cos, che
come il colonnello Cantwell si sarebbe lasciato andare, solo, lontano da tutti .
Uno scrittore serio deve soffrire maledettamente , aveva confidato Hemingway a
qualcuno. Ha lottato fino all'ultimo, come doveva, come la sua immagine e la sua
morale imponevano . L'uomo non fatto per la disfatta , ha detto. Pu essere
distrutto ma non vinto ..
Ha combattuto nella coscienza l'ultima battaglia. Ho sempre pensato che fosse
profondamente religioso spiega Sylvia Beach.
Le sue lettere dice la signora erano la sola cosa che mi apparteneva. Ma non
potevo tenerle, le aveva scritte a un'altra donna, tanto diversa da quella che io sono.
In una diceva: "Forse non avrei mai dovuto conoscerti, forse sarebbe stato molto
meglio per te". Ma non vero: le persone come lui arricchiscono. Sono contenta che
in quella Renata ci sia qualcosa di me, e contenta, soprattutto, di essergli stata accanto
in quei giorni di pioggia, quando credeva di non aver pi niente da scrivere, di non
essere pi capace n di bere, n di amare, e parlava della morte come di uno scherzo.
Ma credo in verit che non gli abbia fatto paura .
La signora si alza, e cerca nella biblioteca un volume. Legge: " forse duro,
morire, Papa?". "No, credo sia assai facile, Nick. Dipende" .
Per lui era arrivata l'ora. In testa a un suo romanzo aveva posto questa frase
dell'Ecclesiaste: Una generazione va e un'altra viene, ma la terra rimane sempre l .
Lo hanno sepolto a Ketchum, Idaho, in una fossa, una lapide con un nome, e sul
fondo c' un piccolo monte, pieno di arbusti e di felci. E adesso , disse il vecchio
colonnello Richard Cantwell, andiamo oltre il fiume, e andiamo a riposare tra gli
alberi .

Milena, il dolore di Kafka


A Berlino, sulla Kurfurstendamm, un libraio espone una lettera. L'inchiostro un
po' scolorito. Sulla busta nitido il nome della destinataria: Fraulein Felice Bauer, e
quello del mittente: dottor Franz Kafka.
Due fidanzati: e c' anche la fotografia. Felice bruna, i lineamenti marcati, un
medaglione pende sulla camicetta, porta all'anulare un piccolo anello. Il giovanotto
elegante, indossa un abito grigio, dal taschino spunta il fazzoletto candido. il
secondo anniversario del lieto incontro. Ce ne saranno altri tre, poi la fine. Fraulein
Bauer andr sposa a un altro. Sono passati cinquantanni, chiss cos' accaduto. Ci fu
una guerra, poi Hitler, poi un'altra guerra.
Chiss che ne stato di Grete Bloch, o della signora M. M.: raccontano che un
soldato tedesco la uccise col calcio del fucile. Ma della sua vita, dei suoi ricordi?
Anche Dora Dyamant, la serena compagna degli ultimi giorni, sparita. Mettendosi
in viaggio per Israele disse: Franz sognava di avere un figlio e di andare in Palestina
. Nulla.
Kafka, ha scritto l'amico Max Brod, in tutti i periodi della sua esistenza esercit
un notevole fascino sulle donne . Su Hausi, la cameriera, che aveva rallegrato interi
reggimenti di cavalleria, o sulle ragazze che raccoglieva per la strada. Colpivano i suoi
silenzi, la timidezza, la bont. Io devo stare molto solo , spiegava. Non beveva, non
mangiava carne per lunghi periodi, odiava il frastuono e la folla. Gli bastavano i libri,
le passeggiate, i fogli bianchi. Scrivere diceva come pregare .
Ho ritrovato la figlia di Milena Jesenska, la Frieda del Castello, l'ispiratrice di
molte pagine e di un epistolario. Si chiama Jana Cerna, ha passato i trenta, distrutta.
Si fatta avanti attraverso troppe esperienze: troppi mariti, troppe sconfitte. Sua
madre cap la sofferenza e la grandezza di Kafka, lo aiut a comprendersi. Milena
scriveva lo sconosciuto romanziere tu sei per me un coltello col quale frugo dentro
me stesso .
Quando la conobbe, Kafka aveva trentotto anni e i capelli bianchi delle vecchie
notti . Lei era sposata, collaborava ai giornali, era molto giovane e ricca, e bella
come un angelo , mi ha detto la vedova di Karel Capek. E anche fresca e coraggiosa.
Lui se ne innamor subito. Fu esaltato da quella creatura che sapeva battersi e
accettare la sua parte, e capiva le sue angosce, le sue inquietudini: Se potessi essere
vivo senza essere obbligato a vivere diceva Franz.
La mamma racconta Jana Cerna mi parlava qualche volta di Kafka. Ero piccola,
ma ero anche la sola persona di cui aveva fiducia. Ho ancora qualche lettera di quelle
che lui le scrisse, e un suo ritratto, ma ormai, guardi, non si vedono neppure i
lineamenti, corroso dal tempo. So che il loro rapporto dur poco pi di due anni,
ma lasci un segno per sempre. Mia madre, quando lo incontr, viveva nella grande
Praga intellettuale di allora, era la moglie di Ernst Pollak, frequentava assiduamente
Franz Werfel. Anche mio nonno, un famoso chirurgo, come il padre di Kafka, ebbe
un ruolo decisivo nella formazione del suo carattere: era duro, terribile. Il loro
destino si assomigliava. La mamma era appassionata, me lo hanno detto in molti, e
libera, ardente, generosa. Andava oltre le convenzioni, controcorrente, scandalizzava i
benpensanti. A sedici anni si invagh di un musicista, ma la storia dur un attimo, e

lasci soltanto delusione, poi si innamor di Pollak, infedele, demoniaco, lo volle ad


ogni costo, non seppe distinguere tra il fascino malefico e il bene, tra l'attrazione
fisica e lo spirito. Per lui accett le umiliazioni e la fame. A Vienna, dove vivevano, lei
fece la portabagagli alla stazione, ma non chiese soccorso. In un suo articolo di allora
ho letto: "Va' avanti, sempre avanti, per ore, fino all'esaurimento. Quando poi ti
fermerai, forse troverai, nella pace che si distende attorno a te, ma con sicurezza non
te lo posso promettere, due o tre lacrime".
Kafka e mia madre si videro nel 1920, lui era gi ammalato di tubercolosi, andava
per cura a Merano. Fu una vera passione, lei si abbandon completamente a
quell'uomo che diceva di s: "Sono brutto, malvestito, sono spiritualmente incapace
di sposarmi". E anche: "Come va, Milena, che ancora non provi paura o ribrezzo di
me?". Mamma aveva ventiquattro anni, una triste vicenda alle spalle, ma anche una
straordinaria ricchezza di sentimenti. Diceva: "Nulla sappiamo di una persona prima
di averla amata".
All'inizio lei che quasi lo aggredisce, biglietti, tele grammi, invocazioni, che lo
vuole vicino. Fanno un viaggio insieme, vivono quattro giorni indimenticabili, ma
Franz sempre titubante. Scriveva: "Amore tutto ci che aumenta, allarga,
arricchisce la nostra vita", pensava che non vi niente di pi importante che
"coltivare un campo, piantare un albero, generare un figlio", ma la loro relazione era
complicata e difficile. Quando lui la vorrebbe tutta per s, mia madre davvero il
titubante personaggio Frieda, che non sa staccarsi dal marito che la soggioga, che la
lega subdolamente. Pi tardi confesser: "Se fossi riuscita ad andare con lui, avrebbe
potuto vivere felice accanto a me". Ma in quel momento non pu capirlo. "La sua
riottosit nel confronto dei soldi" spiega " quasi la stessa che prova di fronte a una
donna... Franz non ha la capacit di vivere, Franz non guarir mai, Franz morir
presto".
Ho visto l'ultima lettera. Comincia: "Cara signora Milena, per favore non mi scriva
pi". Lui si avvicina al congedo dal mondo, non c' pi nemmeno un'ora per il
dialogo: Kafka si prepara all'addio. Una volta le aveva detto: "Non prendo commiato.
Come potrei farlo se tu sei viva?", ma dicono che la civetta canta ogni notte sulla sua
finestra, al sanatorio, e il male lo strazia. Mia madre si confida con Max Brod: "Certo
non scriver pi a Franz; come potrei? Se vero che ognuno ha da assolvere un
compito, io accanto a lui sono fallita. Come potrei essere orgogliosa e nuocergli, se
non ero capace di aiutarlo?".
Mia madre aveva dei rimpianti, era pentita di non averlo seguito, di non averlo
compreso; le era mancata la forza per andare fino in fondo: "In me" disse poi "esiste
una nostalgia inesprimibile, scatenata, di una vita completamente diversa da quella
che vivo, e che probabilmente non avr mai, una vita con un bambino, una vita
molto vicina alla terra" .
Kafka scrive a Max Brod: Tu vedrai Milena, io non avr pi questa fortuna.
Quando le dirai di me, parla come di un morto .
Si ritrovarono ancora in un giorno di maggio del 1922. Due anni dopo Kafka
spirava, e accanto al suo letto c'era un'altra donna; c'era Dora Dyamant. Mia madre
scrisse un ricordo di Franz. Diceva: "Era schivo, timido, tenero e buono, ma i suoi
libri sono crudeli e dolorosi. Vide il mondo popolato di demoni invisibili, che danno
battaglia all'umanit indifesa e l'annientano. Era troppo sensibile, troppo saggio per

poter vivere e troppo debole per lottare: ma era la fragilit degli uomini nobili e belli,
che non sanno combattere contro lo sgomento, le incomprensioni, la mancanza
d'amore, le menzogne spirituali" .
L'avventura di Milena Jesenska continua. Trova un compagno in un conte
austriaco: Xaver Schaffgotsch, un gentiluomo che si trov in Russia durante le
giornate d'ottobre, divent bolscevico, e certo Milena ne sub l'influenza. Pubblica
volumi ed articoli, vive la splendida stagione della Cecoslovacchia dei Masaryk e dei
Benes, ha l'orgoglio di sentirsi qualcuno, ma il conte, in quell'ambiente tumultuoso,
non riesce ad affermarsi, e la lascia.
Nell'estate del 1926 Milena incontra un giovane architetto boemo, Jaromir Krejcar,
Jaromir ha molto talento e la loro unione davvero felice. Si sposano, e poco dopo si
annuncia l'arrivo di un figlio. Milena si ammala gravemente di setticemia, soffre, e i
medici devono ricorrere alla morfina. La signora Krejcar d alla luce una bimba, ma
diventata informe, grassa, e non pu pi fare a meno della droga. Il vizio costa
troppo, e riduce tutti e due al lastrico; l'architetto si allontana, va a Mosca, e laggi
trova un'altra moglie.
Ma Milena non pu vivere se non ha accanto qualcuno; diventata anche lei
comunista, ed il partito che le fa incontrare Fredy Mayer. Si vogliono bene. Il suo
temperamento, per, non si adatta ai rigori dell'apparato, cos la espellono. Franz lo
aveva previsto: La rivoluzione evapora e non rimane che il limo di una nuova
burocrazia .
Milena diventata una scrittrice politica ed molto seguita, pubblica sul
quotidiano liberale Protomnost delle inchieste sociologiche. Quando i tedeschi
invadono il Paese, aiuta gli ebrei a fuggire, mette in salvo gli ufficiali, insorge contro
l'occupazione. Dice a un collega: E questo non ancora niente, aspetta soltanto che
arrivino i russi .
Nel 1939 la Gestapo l'arresta. Racconta Jana: L'ho vista l'ultima volta al
comando della polizia, al palazzo Petsehek. Mi apparve in fondo a un corridoio, alla
luce delle grandi finestre, sembrava un'altra, esile, sfumata. La riconobbi perch
zoppicava. L'avevano arrestata perch scriveva su un giornale illegale, e perch aveva
aiutato qualcuno a fuggire attraverso la Polonia. Mi accompagn il nonno che era
professore di architettura come mio padre. Dissi alla mamma che non volevo studiare
il tedesco, e lei mi rispose che la lingua non c'entra nulla con la gente. Non la vidi pi.
So che nel campo di Ravensbruck pass due giorni in agonia, dopo un'operazione. Io
restai sola, e sono stata ospitata da trentacinque famiglie. Ades
so scrivo novelle e romanzi e aspetto che la censura mi faccia sapere qualcosa .
Sono stato al cimitero di Olsanke. Il dottor Franz Kafka, come scolpito sul
ceppo, riposa accanto a Hermann, il padre forte e severo. Anche la madre, la dolce
Julie, sepolta qui: sopravvisse dieci anni a quel suo strano ragazzo divorato dal
dubbio e dal timore. L'erba del prato quasi bianca, gli alberi sono spogli. Davanti
alla tomba c' un'urna con dentro qualche sasso.
Anch'io cerco una pietra e ripeto un gesto antico, lo facevano gli ebrei nel deserto,
quando uno di loro cadeva, vinto dalla febbre e dalla stanchezza, e non c'erano fiori
per coprirlo. Ricordo: Uno stato mandato fuori come colomba biblica, non ha
trovato niente di verde, e s'infila di nuovo nell'arca buia: ecco tutto . Kafka non
trov mai il suo ramo folto di foglie. Ma non aveva perduto la fede: Gli uomini

diceva non sono cattivi . Sono le stesse parole che si leggono nel diario di una
ragazzina: Anna Frank.

Le ore della storia

Le valigie di Sua Maest


Sono quasi le otto di sera. Si fa buio. I lampioni diffondono una pallida luce
azzurra. Il re e la regina hanno appena lasciato Villa Savoia. Si teme un colpo di
mano. Radio Londra ha trasmesso un breve annuncio: l'Italia ha firmato l'armistizio.
Per le strade qualche soldato butta all'aria la bustina, gridando: finita! finita! ;
delle donne piangono. Badoglio andato negli studi dell'EIAR e ha inciso un disco. Il
suo proclama avverte: Ogni atto di ostilit contro le forze anglo-americane deve
cessare da parte delle forze italiane, in ogni luogo. Esse per reagiranno ad eventuali
attacchi da qualsiasi altra provenienza .
Un'automobile varca il portone del ministero della Guerra, in via XX Settembre.
Ne scendono Vittorio Emanuele III, che indossa la divisa grigioverde, ed Elena che
porta un abito molto lungo e ha in testa un curioso cappellino tondo. Il re le d il
braccio; salgono scale, attraversano stanze e saloni. Si rifugiano nell'appartamento
destinato al ministro. Vittorio Emanuele critica i mobili che non sono di suo gusto.
Siedono in un salotto, vicini. Elena passa un braccio attorno al collo di questo
piccolo uomo stanco, dagli occhi freddi. Restano cos in silenzio, al buio. l'ultima
notte che trascorrono a Roma. Domattina, 9 settembre 1943, si metteranno in
viaggio per Pescara.
Sono passati sette mesi. Il sovrano ha deciso. Umberto diventer luogotenente;
quando la capitale sar liberata, i poteri passeranno al principe. Non stato facile
convincerlo. La corona , afferma, non ha responsabilit politiche . vero che
aveva accettato Mussolini (diceva del duce: Ha una testa grande cos, per un
ignorante ) ma interpretando la volont popolare. E quando si era reso conto che le
camicie nere avevano fatto il loro tempo, non lo aveva forse congedato? Non tutti
sono disposti ad accogliere le sue ragioni. Sta di fatto , risponde Croce, che fin
che rimane a capo dello Stato noi sentiamo che il fascismo non finito, che esso ci
rimane attaccato addosso, che continua a corroderci e a infiacchirci, che risorger pi
o meno camuffato .
Poi, Vittorio Emanuele non ha molta fiducia nelle doti del figlio; pensa che, per
fare il re in questo momento, occorra una maggiore esperienza. A due diplomatici
alleati, che cercano di sollecitare una decisione, risponde bruscamente: La loro
presenza mi infastidisce . De Nicola che gli suggerisce una forma accettabile, cos

il 12 aprile 1944 chiama Umberto e gli comunica il suo proposito definitivo e


irrevocabile : Vai a divertirti tu, adesso , conclude. Badoglio ha gli occhi lucidi.
Maest esclama, servo casa Savoia da quando ero ragazzo: non mi attendevo di
arrivare a questo, lasciatemi piangere .
Ha regnato quarantaquattro anni ma senza vocazione. Confida un giorno al suo
aiutante, il generale Puntoni: Non si pu dire che da quando si fondata l'Italia le
cose siano andate favorevolmente per la mia casa. Solo mio nonno ne uscito bene.
Carlo Alberto dovette abdicare, mio padre fu assassinato. Non avevo nessuna
intenzione di succedergli, e l'avevo quasi convinto ad accogliere il mio proposito di
rinunciare alla corona. Ma fu ucciso, ed io, in quell'ora tragica, non potei rifiutare di
salire al trono. Se lo avessi fatto, avrebbero detto che ero un vile .
Si trasferisce a Villa Rosebery, a Napoli. Non vuol sentire parlare di cose
politiche , dice il ministro Acquatone. Pu finalmente vivere come gli sarebbe
sempre piaciuto, con le sue monete e i suoi libri, e pochi contatti umani. Esce in
barca, e lo accompagna Gennaro, un vecchio pescatore, col quale scambia appena
poche parole. Passeggia nel parco con Elena, prepara le sue memorie. Il 9 maggio
1946 scrive di suo pugno, su un foglio di carta da bollo da dodici lire, l'atto di
rinuncia. Sbaglia data (6 maggio) poi corregge. Al suo notaio di fiducia, Angrisani,
che con due testimoni lo assiste, dice: Il testo dell'abdicazione lo stesso che fu
adottato da Carlo Alberto. Lo ricordo perfettamente . La regina vestita a lutto. Il re
si ritira nello studio con Umberto, e parlano a lungo. Gli consegna anche una lettera,
che una specie di testamento: Tu sai che ho avuto un duro lavoro, mirando
sempre, anche se posso aver errato, al bene della nazione .
Quando la porta si apre il volto del re non tradisce alcun sentimento. Avverte il
notaio che ha deciso di far dono della sua collezione numismatica allo Stato italiano.
Dall'estero gli avevano offerto un miliardo. Le cameriere e gli impiegati della piccola
corte stanno gi preparando i bagagli: cinquantatr fra valigie e bauli. ora di partire.
Al molo San Vincenzo l'incrociatore Duca degli Abruzzi ha le macchine sotto
pressione. Quando i sovrani escono il pescatore Gennaro si butta in ginocchio e
cerca di baciare la mano del re. Umberto accompagna i genitori. Sembra impassibile.
Il comandante della nave non punta diritto verso l'alto mare, ma percorre lentamente
tutto il golfo. Pensa che ai due vecchi faccia piacere vedere ancora quei luoghi cari.
Vittorio Emanuele III si ferma a guardare una volta, due volte, poi si ritira
sottocoperta.
Divampa nel Paese la polemica: Repubblica o Monarchia? Vittorio Emanuele ha
abdicato con due anni di ritardo , dicono. O la Repubblica o il caos , afferma
Nenni. La posizione di Umberto II difficile. Le sinistre, e in particolare il Partito
d'azione, lo attaccano violentemente. La democrazia cristiana non si pronuncia, ma
non d grande affidamento. Le forze monarchiche sono male organizzate. Il 10
maggio il nuovo re, con la consorte e i bambini, si affaccia al balcone del Quirinale.
Una grande folla inneggia al sovrano, a quest'uomo che ha poco pi di quarant'anni,
ma che gi completamente calvo e ha il volto segnato. Ma se ci applaudono cos
commenta il piccolo Vittorio Emanuele, vuol dire che ci vogliono bene . Non c'
da illudersi. Se prenderemo un milione e mezzo di voti , dice la regina Maria Jos,
che ha poche speranze, chiss che vergogna .
Umberto sembra fatalista. Ha iniziato il suo regno ascoltando nella cappella, la

mattina alle sette, una messa in compagnia della moglie. C' in lui , scrive
Domenico Bartoli, qualcosa di torbido: un alternarsi di misticismo e di ambigua
sensualit . Togliatti ha cos descritto i suoi incontri col re: Era una disperazione,
desolante.
Sempre molto corretto, molto cortese, quando entravo ed uscivo si inchinava
leggermente . Bonomi dice di lui: un buon giovane . Sforza: il primo re
sabaudo che parla e pensa in italiano e non in piemontese. meglio di suo padre .
De Gasperi: una gran brava persona . Nenni prima lo definisce un
giovanottino scialbo che pare un impiegatine , poi un giorno il re gli parla di sua
sorella Mafalda morta a Buchenwald, come la figlia di Nenni, e Nenni commenta:
in fondo un bravo figliolo . Togliatti ha ragione quando gli dice: Il tuo punto
debole non sapere odiare, perch l'odio in politica un'arma essenziale .
L'Italia prostrata. Occorrono i punti per acquistare gli abiti o le scarpe, c' il
Commissariato degli alloggi, molti generi sono razionati, anche l'energia elettrica
distribuita secondo degli orari. Il costo della vita che nel 1938 era 100 salito nel
gennaio del 1946 a 2781. Umberto II ha allestito nei saloni del Viminale delle mense,
un asilo per gli orfani, un ospizio per i mutilatini, un dormitorio. Nei settimanali sono
riapparse le cronache mondane. Un colore che va molto il mauve. Il socialista
Umberto Calosso, che dai microfoni di Londra, rifacendosi all'Alfieri, lanci la parola
repubblichini , lancia adesso il diritto delle donne ad avere l'iniziativa in amore. Fra
le varie scritte che compaiono sui muri di evviva o di abbasso la Repubblica e la
Monarchia, un indipendente apolitico inneggia e una certa Lucianella Ritas, una
piccola soubrette della Sala Umberto. Sui giornali si parla molto di forze della
reazione in agguato , e i cori dei manifestanti comunisti dicono, rivolgendosi a De
Gasperi: E vattene, e vattene, odioso cancelliere, se non ti squagli subito, son calci
nel sedere . Quelli delle Figlie di Maria rispondono: Sempre col Papa fino alla
morte, che bella sorte, che bella sorte . La polemica sempre pi accesa. C' un
giornalista che si fatto un gran nome: Guglielmo Giannini. La sua rubrica si chiama
Le Vespe. Vi si leggono frasi come queste: Togliatti, Nenni, Sitane, farabutti, falsari,
immondo brulicare di politica verminaia . E anche: Fetenti, fetentoni, fregnoni,
panscrementi, carogne e simili . Il suo giornale si chiama l'Uomo Qualunque, vende
ottocentomila copie. Nella testata c' un povero vecchio stritolato da un torchio.
quello che gli inglesi chiamano The man in the Street, l'uomo della strada. Per lui
Giannini si batte contro i professionisti della politica . Sono loro scrive che
per mania o per orgoglio hanno condotto il mondo al macello. Cos anche mio figlio
morto. E questo non deve pi accadere . Giannini vuole anche lo Stato
amministrativo , governato dai tecnici. Fra poco un milione e mezzo di italiani
voteranno per lui. Il commediografo napoletano diventato un personaggio
importante. Un giorno De Gasperi gli chiede: Che ministero le piacerebbe,
Giannini? Quello delle fregnacce , risponde il fondatore dell'UQ. Che cosa vuol
dire fregnacce? , domanda serio De Gasperi che non ha il senso di un certo
umorismo, e che non capisce che Giannini intende dire: lo spettacolo, le
informazioni.
Dodici anni dopo Guglielmo Giannini era un signore dimenticato, e il suo giornale
non contava pi nulla. Costa quaranta lire mi disse ma non le vale . E aggiunse:

Quel successo, quando ci ripenso, mi pare una vergogna. La folla mi applaudiva: mi


credevano un fascista. Non lo sono mai stato, e avevo altri programmi .
Umberto di Savoia conduce una vita intensa. Pochi giorni lo separano dal
referendum, e non sar facile guadagnare il tempo perduto. una lotta fra sentimenti
e risentimenti. In fondo la figura in discussione non nemmeno la sua, ma piuttosto
quella del re che ha abdicato. Di Umberto si dice: Doveva farsi paracadutare fra i
partigiani ma a Vittorio Emanuele si rimproverano tante cose. Nel 1924 il fascismo
era in crisi, era una minoranza, e lui non si liber di Mussolini, come tutti si
aspettavano. Sarebbe stato , scrive qualcuno, il salvatore della Patria . Lasci
accantonare lo Statuto, permise la creazione di una milizia di parte, l'istituzione del
Tribunale speciale e del confino, le avventure dell'Africa e della Spagna, il patto
d'acciaio. vero che nel 1943 c'era stato il 25 luglio, e che si era ribellato ai tedeschi,
ma anche la pagina dell'8 settembre veniva ricordata con amarezza: non perch si
fosse messo in salvo, come del resto avevano fatto molti altri sovrani, ma per il
disordine nel quale aveva lasciato il Paese: Far ritorno fra voi , annunciava
Toscanini alla radio americana, come cittadino della libera Italia, ma non quale
suddito del re degenerato e dei principi di casa Savoia .
Prepariamoci al commiato , dice Umberto al ministro della Real Casa che lo
accompagna in un viaggio nel Nord dell'Italia. A Genova un giovane scalmanato si
avvicina alla sua macchina e gli grida: Assassino , a Venezia, quando passa davanti
all'arsenale, centinaia di operai lo fissano in silenzio. Solo gli allievi del Collegio
navale di Sant'Elena lanciano i berretti candidi e gridano evviva. Dice a Luigi Barzini:
La Monarchia non mai un partito. Non pu essere tollerata, semplicemente. Deve
essere un simbolo caro, o non nulla .
Il 1 giugno, vigilia delle elezioni, il Corriere della Sera, che ha un deciso
atteggiamento repubblicano, pubblica un fondo del suo direttore, Mario Borsa.
Concludendo il titolo. Paura di che? , scrive l'editorialista. Del nuovo perch
nuovo? Qualunque cosa ci capiti domani non sar mai cos brutta, cos disastrosa,
cos tragica come ci che ci capitato ieri. Paura di che? Del famoso salto nel buio?
Lo credano i nostri lettori: il buio non nella Repubblica o nella Monarchia. Il buio,
purtroppo, in noi, nella nostra ignoranza, o indifferenza, nelle nostre incertezze, nei
nostri egoismi di classe o nelle nostre passioni di parte .
Due giugno 1946. Si vota. La regina non mette la sua scheda nell'urna che deve
decidere del referendum, ma la depone in quella dell'Assemblea costituente. D la sua
preferenza a Saragat. Anche mio padre era socialista , spiega. C' chi ha detto di lei,
con ironia: l'unico uomo di casa Savoia . Non ha preso alcuna iniziativa, non ha
fatto, come qualcuno si aspettava, propaganda elettorale. Il suo stato un
matrimonio infelice, e Vittorio Emanuele non le permise di assumere una parte nella
politica di casa Savoia; era una prerogativa esclusivamente maschile. Cos Maria Jos
si ritirata dalia scena. Umberto vota il giorno 3, alla sezione di via Lovanio. Depone
due schede bianche; un piccolo gruppo di elettori lo applaude e il presidente del
seggio protesta. Tutto si svolge con ordine.
Il 5 giugno Alcide De Gasperi chiede udienza al sovrano. Indossa un vestito scuro,
porta con s una borsa nera. Maest , dice, il lavoro di spoglio ha portato alla
constatazione di una considerevole maggioranza a favore della Repubblica. Non le
nascondo che il primo ad esserne dolorosamente sorpreso sono io .

Trae dalla borsa una cartella piena di numeri, e la mostra al re, che d appena
un'occhiata. Umberto avverte il presidente del Consiglio che lascer Roma solo dopo
la proclamazione ufficiale della Corte di cassazione. Il suo discorso privo di
cordialit, il tono composto ma risentito. Poi prega la regina di raggiungerlo nello
studio. Le d notizia della visita di De Gasperi, la prega di prepararsi a partire, subito,
nel pomeriggio. Lei tenta di resistere, ha uno slancio affettuoso, vorrebbe rimanere
accanto al marito. Fanno colazione assieme, nel salotto dell' appartamento di Maria
Jos. I bambini che stanno giocando vengono condotti dalle governanti a cambiarsi.
Maria Pia ha dodici anni, Vittorio Emanuele nove, Maria Gabriella sei, Maria Beatrice
tre. Alle quindici le macchine escono dalla Porta dei Giardini e si dirigono a Napoli.
Maria Jos cerca ancora di restare, vorrebbe prolungare la sosta di un paio di giorni,
ma Umberto irremovibile. La mattina seguente, alle cinque, si imbarca coi ragazzi
sullo stesso incrociatore che ha portato Vittorio Emanuele ed Elena in Egitto. Una
piccola folla di monarchici napoletani piange ed applaude. Con lei partono soltanto i
duchi di Ancona e di Genova. Meglio cos commenta Maria Jos non desidero
andarmene con tutto il corteo funebre dei Savoia .
Umberto rimasto solo. Continua a ricevere diecine di sudditi devoti. Le udienze
cominciano alle otto e si prolungano fino a mezzogiorno, poi proseguono dalle sedici
alle diciannove. I monarchici pi accesi gli consigliano un colpo di Stato. I pi
tranquilli e prudenti suggeriscono di ricorrere alla Corte. Qualcuno (assicura Romita)
progetta l'arresto dei ministri, con quella stessa tecnica dell'autoambulanza che gi
diede un buon risultato con Mussolini. Romita, ministro dell'Interno, convoca il
comandante dei carabinieri, Brunetti, e gli fa un discorso: Caro generale, se
ammazzano me lei va davanti al Consiglio di disciplina, se ammazzano De Gasperi va
davanti al tribunale militare, se ammazzano il re propongo la sua fucilazione. Stia
bene accorto che al Quirinale non si commettano imprudenze .
Sono ore tese e incerte. I giuristi di Umberto sollevano la questione del quorum
. una interpretazione sulla quale si molto discusso, senza arrivare,
probabilmente, a chiarirla alla massa del pubblico. L'articolo 2 della legge sul
referendum parla di elettori votanti come base per il computo della maggioranza.
Anche i voti nulli o annullati dovrebbero dunque entrare nel calcolo. La Repubblica
(se la tesi fosse accolta) avrebbe un vantaggio limitato: non pi due milioni, ma
cinquecentomila voti. Questo risultato incoraggerebbe molte ipotesi e molte
chiacchiere, con paurosi effetti psicologici. Gi si parla di brogli, di schede false, di
un milione di voti che Romita teneva nel cassetto (c' chi li porta addirittura a
quattro). Se non fosse arrivato davvero quel milione di voti dir pi tardi
Giuseppe Romita, nonostante la furbizia di cui mi dicevano capace, Umberto
sarebbe rimasto al Quirinale .
Il ministro Bracci, che anche un illustre studioso del diritto, oppone che votanti
sono coloro che esprimono liberamente il loro voto, mentre elettori sono coloro che
hanno la scheda annullata. E Romita aggiunge ancora: Alla Monarchia non stato
tolto un voto, e un voto non stato regalato alla Repubblica . L'onorevole Benedetti
non si fida e chiede addirittura l'intervento dell'ammiraglio Stone, capo della
Commissione alleata, per una esauriente verifica di tutto il materiale elettorale .
Il 10 giugno, alle diciotto, nel salone della Lupa, a Montecitorio, il presidente
Pagano legge pacatamente i risultati. Pacciardi, sull'organo del partito repubblicano,

deplora quella voce burocratica e dimessa : Repubblica: 12.717.923; Monarchia:


10.719.884; nulli 1.498.136. Sembrano molte le schede annullate, ma nella votazione
per l'Assemblea costituente superano addirittura i due milioni. La Democrazia
cristiana avr 207 deputati, i socialisti 115, i comunisti 104, i liberali 41, i repubblicani
23, i qualunquisti 30, 16 i monarchici e 4 i separatisti siciliani. In un'altra adunanza
sar espresso il giudizio sulle contestazioni e sui reclami. Dodici magistrati su
diciannove confermeranno: Per maggioranza degli elettori votanti si deve intendere
la maggioranza degli elettori che hanno espresso voti validi .
Tutto regolare, dunque.
Umberto ascolta la radiocronaca col piccolo apparecchio da camera e quando De
Gasperi, accompagnato da Giustino Arpesani, va ad annunciargli ufficialmente i
risultati, dice che la comunicazione che ha appena sentita gli ha fatto nascere dei
dubbi, e che desidera consultarsi coi suoi consiglieri. Potrebbe ritirarsi intanto nella
tenuta di Castel Porziano. De Gasperi irritato. Obietta che non pu rispondere
senza prima aver ascoltato il parere del governo. Quando esce viene fischiato da un
gruppetto di monarchici. Al Viminale trova l'ambiente eccitato, i ministri sono
nervosi; lo aspettavano da tre ore mangiando panini al prosciutto o al pollo freddo e
bevendo birra. Ritorna al Quirinale con Bracci per tentare ancora di convincere il re.
Entrano da una porta secondaria, e in anticamera c' un vivace scambio di battute fra
il presidente e Lucifero. Domattina, o lei verr a trovare me a Regina Coeli, o io
verr a trovare lei , dice De Gasperi. quasi l'una di notte. Umberto lo ascolta con
diffidenza e lo congeda bruscamente: Non questo il momento di discutere. ora
di andare a letto .
Al Viminale il povero De Gasperi deve affrontare un'altra bufera. Le sinistre
minacciano lo sciopero generale. Togliatti dice: Se dipendesse da noi, oggi il re
sarebbe gi alto trenta centimetri di meno . Il governo dirama un comunicato col
quale fa appello al Paese perch nella sua forza e nel suo diritto non si presti a
provocazioni di elementi faziosi nella sicurezza che nessuno potr strappargli la
vittoria raggiunta nella legalit della consultazione popolare .
Il giorno dopo De Gasperi torna ancora al Quirinale. Fa un'ora di anticamera, e
Umberto lo assicura che cercher i modi per arrivare a una conciliazione.
Passeggiando sulla terrazza, mentre Roma avvolta nel buio, dice al suo aiutante di
campo: Non c' niente da fare .
La sera dell' 11 il re va a cena a casa di Luigi Barzini. La moglie del giornalista ha
una gamba ingessata, e un pasto freddo viene servito nella stanza della signora. C'
anche il senatore Bergamini, che stato molto vicino al sovrano. Umberto II
affaticato ma si dimostra sereno. Barzini, che a una cert'ora andato al quotidiano
dove lavora, telefona: il governo ha emesso una dichiarazione per cui il presidente del
Consiglio assume le funzioni di capo dello Stato. Umberto non commenta e va a
dormire in casa di amici. Reagiscono i suoi seguaci e il re firma un messaggio nel
quale si dice che un gesto rivoluzionario, compiuto in spregio alle leggi e al potere
sovrano della magistratura . Non c' scelta per Umberto II: o subire la violenza,
afferma, o provocare lo spargimento di sangue. Rinuncia alla lotta di fronte alla forza.
Il suo merito , scrive Domenico Bartoli, resta quello di avere respinto la
tentazione della guerra civile . Il governo risponde affermando che si tratta di un
documento penoso impostato su basi false e su argomentazioni artificiose ; i

comunisti chiamano il re un nobile coronato mascalzone dalla carriera stroncata .


Nel pomeriggio del giorno 13, Umberto si congeda dalla sua corte. Saluta i
camerieri, i funzionari, gli staffieri, ci sono dei vecchi che lo ricordano bambino. I
granatieri e i corazzieri, con la fanfara e senza bandiera, sono schierati nel cortile.
Guardie del re, saluto al re , ordina il comandante Riario Sforza. Viva il re ,
rispondono i soldati. La banda attacca la marcia al campo. Umberto II indossa un
vestito grigio, cravatta azzurra, e tiene in mano il cappello. La macchina corre verso
Ciampino dove un SM 95 di colore argento, al comando del capitano Lizzani, attende
di decollare. Sono le 4,09 del pomeriggio. Accompagnano l'ex re Roberto e Falcone
Lucifero, Carlo Scialoja e Manlio Lupinacci. Ci sono anche i ministri della Marina e
dell'Aeronautica, De Courten e Cevolotto, ma Umberto si rifiuta di salutarli.
Abbraccia invece i suoi collaboratori, sale la scaletta, si volta ancora un attimo, e
dopo un poco l'apparecchio si stacca da terra e punta verso ovest.
Il primo scalo, dopo un volo agitato e difficile, Madrid; poi Lisbona. Ha regnato
trentaquattro giorni.
Il 28 giugno l'Assemblea costituente elegge, con 306 voti, Enrico De Nicola capo
dello Stato. I qualunquisti hanno dato la loro preferenza a una donna, la baronessa
Ottavia Penna, la quale aveva promesso: Se sar eletta richiamer subito Umberto
. Alle 11 di sera la notizia arriva a Torre del Greco; don Enrico sta riposando ma lo
svegliano gli urli della gente che, dopo avere votato Monarchia, ora applaude, per
fargli piacere, alla Repubblica. Compare in vestaglia nell'ingresso, saluta, ringrazia. La
mattina va a Napoli e dopo un lungo colloquio con Benedetto Croce spedisce un
telegramma a Saragat: Mi inchino con animo riconoscente e commosso di fronte
alla volont sovrana dell'Assemblea costituente. L'onore che mi stato conferito
supera troppo la mia persona e le mie forze. Non avr altra ambizione che di
rendermene degno .
Arriva a Roma il 2 luglio, a mezzogiorno, sotto un sole incandescente, su un'auto
polverosa e senza alcuna scorta. Porta con s una valigetta di pelle un po' consunta.
Saragat gli va incontro: Roma saluta il Presidente della Repubblica . Ah, no ,
risponde, Roma saluta, semmai, il capo provvisorio dello Stato . Non se la sente di
abitare al Quirinale, gli sembra troppo fastoso, cos lo alloggiano nel modesto e
inadatto Palazzo Giustiniani. I servizi dell'improvvisata residenza non funzionano, e
De Nicola si fa portare i pasti da un ristorante. Ma trova che i conti sono troppo cari,
allora dispone che ci si rivolga a una trattoria pi modesta. un vecchio solo,
malinconico e riservato, che rimpiange la sua casa di Torre del Greco. Quando muore
si accorgono che il cappotto nero che portava sempre era stato rivoltato.
Le forche di Norimberga
La nave si chiama Patria . stata requisita dalla Commissione di controllo. Karl
Dnitz, da venti giorni, il nuovo Fhrer della Germania, e quasi ogni mattina sale a
bordo. Gli alleati lo trattano con freddezza ma con rispetto. Oggi, per, si nota
qualcosa di nuovo. Al barcarizzo non c' nessuno ad accoglierlo; le sentinelle non gli
presentano le armi. Lo fanno sedere a un tavolo; accanto a lui prendono posto Jodl e
l'ammiraglio Friedeburg. I tre generali vincitori, Rooks americano, Foord inglese e il

russo Truskov, stanno dall'altra parte. Ci sono i fotografi. Rooks avverte che, per
ordine di Eisenhower, il governo tedesco e l'alto comando della Wehrmacht
debbono essere arrestati. Da questo momento si considerino prigionieri. Qualsiasi
parola superflua , commenta Dnitz alzandosi. il 23 maggio 1945.
Lo stesso giorno la Military Police trova, in una stanza sconvolta, il cadavere di un
piccolo uomo calvo, obeso, la pelle gialla; in una mano stringe gli occhiali. Ha sulle
labbra sottili delle schegge di vetro. Heinrich Himmler; gi comandante delle SS,
capo della Gestapo, ministro degli Interni, responsabile delle Forze di riserva. Morto
Hitler, si offerto a Dnitz: Mi permetta di essere il secondo uomo del suo Stato ;
ma il nuovo presidente del Reich lo ha respinto. Himmler diceva: Bisogna essere
onesti, corretti, fedeli e cordiali solo con chi appartiene al nostro stesso sangue . E
anche: I forni crematori dei campi sono costruiti per motivi igienici, allo scopo di
prevenire le epidemie .
Cercano Martin Bormann, braccio destro di Hitler, capo della Cancelleria.
scomparso dal bunker. Ancora adesso c' chi pensa che la vecchia volpe sia
ancora viva; ogni tanto qualche giornale lo scopre in Sudamerica.
Mancano dunque all'ultimo appello Himmler, Bormann, manca il dottor Robert
Ley, capo del Fronte del lavoro, che si impiccato con un lenzuolo, manca Geobbels,
e manca Heydrich, Reinhard Heydrich, protettore della Boemia e della Moravia,
generale dell'Arma e della Polizia SS, incaricato della soluzione finale della
questione ebraica . Era bello e perverso come Lucifero, era l'angelo del male , dice
di lui Eugenio Dollmann. A Napoli entr in una casa chiusa affollata di soldati, si
divert a buttare per aria pacchi di denaro, le sgualdrine e gli uomini si azzuffavano
per afferrare i soldi, e si picchiavano a sangue. Usc soddisfatto . I partigiani
cecoslovacchi lo hanno ucciso in una strada di Praga.
Nel carcere di Norimberga ventun celle sono occupate dai pi importanti
personaggi del nazionalsocialismo. Su ogni porta scritto un nome: c' il diplomatico
barone von Neurath, e il collega von Papen, ci sono gli economisti Schacht e Funk,
gli ammiragli Raeder e Dnitz, il maresciallo Keitel e il generale Jodl, il capo della
Hitler-jugend von Schirach, il re della Polonia Frank, e Goering, che dimagrito, e
ha perso l'antica magnificenza. C' l'altezzoso Ribbentrop, e c' Rosenberg, il teorico
della rivoluzione, il filosofo dell'antisemitismo. Streicher, il persecutore degli ebrei, fa
ginnastica tutte le mattine, completamente nudo; Speer disegna sulle pareti, e le
guardie protestano; Schirach scrive poesie. Una dedicata alla moglie Henriette, figlia
del signor Hoffmann, il fotografo ufficiale del regime: Non ci rendemmo conto
della felicit che ci appartenne intera e che ora distrutta. Il presente minacciato
dal pericolo, mentre il passato non torna pi. La felicit che fu resta la nostra felicit
.
Ma Henriette si innamorata di un altro, e gli chiede il divorzio.
Keitel e Jodl, Raeder e Dnitz durante la passeggiata si consultano. Hess vaneggia,
parla da solo. Gli manca una rotella , dice Goering. Frank riscopre i classici, e
declama versi tragici. I soldati che custodiscono i prigionieri fanno collezione di
autografi. Il trattamento dei detenuti discreto, meglio, di certo, di quello riservato ai
cittadini: duemilanovecento calorie quotidiane, la pi alta razione alimentare in vigore
nell'Europa affamata. Mangiano tre volte al giorno. Ecco una lista: prima colazione
con biscotti e cereali bolliti; a pranzo minestra, polpette, patate, cavoli e caff; a cena

uova strapazzate, carote e pane. I carcerati devono salutare i visitatori, ufficiali,


avvocati, psicanalisti, alzandosi in piedi e con un cenno del capo; il saluto militare
abolito.
Il processo comincia il 21 novembre 1945, nell'aula numero 600 del tribunale di
Norimberga. Le pareti sono foderate di legno scuro, sulle porte hanno rappresentato,
in bronzo, i simboli della giustizia e della colpa. C' anche Adamo con Eva, il primo
peccato, il primo castigo. Dalle finestre si vedono le foglie dei pioppi che tremano al
vento. Il barbiere del carcere ha raso tutti i detenuti; qualcuno ha ricevuto una nuova
divisa. La sala illuminata dai riflettori. Quando gli accusati prendono posto scattano
le macchine da presa. Entra la corte: presiede un inglese, lord Geoffrey Lawrence. Gli
accusatori sono R. H. Jackson (Stati Uniti), Francois de Meuthon (Francia), Hartley
Shawcross (Gran Bretagna), e il generale Rudenko per l'URSS. Ogni giudice ha il suo
sostituto. I francesi indossano ampie toghe, gli inglesi e gli americani sono pi sobri, i
russi portano le uniformi dell'Armata Rossa. Comincia la lettura dell'atto di accusa; in
tutto trentamila parole, settanta pagine dattiloscritte. I capi di imputazione ricordano
le ripetute violazioni dei trattati di Versailles e di Locarno, le imprese naziste contro
l'Austria, la Cecoslovacchia e la Polonia, l'estensione del conflitto a una guerra
generale d'aggressione, l'alleanza con l'Italia e col Giappone e l'attacco agli Stati
Uniti, i quattro milioni di morti di Auschwitz e il milione e mezzo di Madanek, i
settecentomila cittadini sovietici uccisi a Lwow e i duecentomila eliminati a Ganow, i
quasi cinque milioni di russi deportati e i sei milioni di ebrei scomparsi. Tutti gli
imputati dichiarano di essere innocenti. Hjalmar Schacht sorride. Conosce le storie
del mondo e sa come vanno a finire. Il mio errore , dice, fu quello di non essermi
accorto in tempo del progredire della natura criminale di Adolf Hitler. Ma io non ho
mai sporcato le mie mani con un atto illegale. La mia mente retta .
Gli chiesi un giorno: Ma come ha fatto, un uomo della sua esperienza, a farsi
prendere in trappola dai nazisti? . Rispose: Ci ritrovammo, quando Hitler si
present alla ribalta, con sei milioni e pi di disoccupati. C'era una grande
depressione, la situazione economica si presentava disperata. Imperversavano gli
scioperi, il comunismo avanzava. Ci pareva che Hitler fosse il personaggio capace di
rimettere in ordine il Paese, il solo adatto a risollevarne la sorte. Certo, avevamo letto
Mein Kampf ma fin che le cose vanno bene, le teorie non interessano, cosa vuole che
importino? .
Le teorie. L'avvocato Stahmer, della difesa, prende la parola anche a nome dei suoi
colleghi, e discute la legalit del processo: Ci che questo tribunale internazionale
vuol fare applicare una legge nuova a fatti accaduti in precedenza. La legge, per un
principio universale, non pu avere valore retroattivo. Del resto, non esiste un diritto
penale internazionale, e i giudici che emettono la sentenza sono scelti unicamente tra
i vincitori .
Qualche giornalista, specialmente tra gli inglesi, condivide le obiezioni di Stahmer.
Non possibile nello stesso tempo , osservano, essere giudice e parte in un
processo . Qualcun altro ricorda le bombe atomiche di Hiroshima e di Nagasaki, e li
considera crimini contro l'umanit.
Risponde il procuratore generale Jackson: Qui si tratta di giudicare delinquenti
comuni. Hanno dato, o eseguito, ordini contrari al diritto delle genti. Sono criminali
secondo la definizione accettata in tutti i Paesi civili. Molti daranno la colpa a Hitler,

ma anche per il codice tedesco solo gli ordini conformi alla legge obbligano un
subordinato .
Osserva Keitel: Non credo che in Russia vi siano generali che si rifiutano di
obbedire al maresciallo Stalin .
Prosegue Jackson: Quattro delle pi grandi Nazioni, sostenute da altre quindici,
vogliono creare un precedente che conti anche in avvenire, e per sempre: il diritto
dell'umanit di far fronte alla pi grande minaccia della nostra epoca, la guerra di
aggressione. La logica domanda che la legge non punisca soltanto i crimini commessi
dai sottoposti, ma che persegua soprattutto i capi che disponevano del potere e
l'hanno impiegato deliberatamente a fini di distruzione e di asservimento. Questi
accusati hanno gettato il mondo in un bagno di sangue e lo hanno fatto retrocedere
di cento anni. La vera accusatrice la civilt .
La prima udienza terminata. Si andr avanti per dieci mesi.
Comincia l'interrogatorio di Goering. Non sembra pi, come dicevano i suoi
ammiratori, una figura del Rinascimento . I medici americani lo hanno
disintossicato dagli stupefacenti, ha perso molti chili, parla e si difende con lucidit.
Riconosce di aver avuto l'intenzione di rovesciare la Repubblica di Weimar. La
democrazia , dice, ha rovinato la Germania e solo una direzione politica energica
poteva risollevarla. La dittatura nazista era, nel 1933, la sola forma di governo che
conveniva al Reich . Nega di aver appartenuto alle SS, e si dichiara estraneo alle
persecuzioni antireligiose. Qualcuno gli ricorda i furti perpetrati per suo ordine nelle
gallerie dell'Europa invasa. Nel mio comportamento , ammette, riconosco un
punto oscuro; la mia passione di collezionista. vero, vero: a quei tempi volevo
tutto quanto era bello, ma non per appropriarmene, intendevo cedere tutto allo Stato
.
Non ha illusioni. L'ultima speranza che ci rimane dice con Fritzsche, un
compagno di prigionia che ci facciano un sarcofago di marmo . Termina il suo
racconto citando una frase di Churchill: Nella lotta per la vita e per la morte non c'
legalit .
Un giornalista gli chiede: Dei grandi capi alleati, chi ritiene il maggiore? .
Risponde: Stalin .
E ancora: Qual la sua opinione sulla futura importanza della bomba atomica?
.
Il possesso dell'atomica decide dell'avvenire del mondo. Se gli Stati Uniti non
mantengono la loro supremazia in questo campo sar la fine .
Passa le lunghe giornate del processo sonnecchiando, le testa appoggiata sul
banco; c' anche fra gli imputati chi legge qualche pagina di letteratura amena.
Wilhelm Keitel era il capo dell'OKW, l'Ober Kommando della Wehrmacht, il
comando supremo dell'esercito. Si presenta ai giudici rigido e impettito. accusato
delle sevizie inflitte ai prigionieri di guerra e alle popolazioni dei territori occupati. La
Wehrmacht, a suo parere, non ha responsabilit; la colpa di Himmler, delle SS e
della Gestapo.
Fa l'elogio di Hitler come capo militare: Debbo ammetterlo; in realt il maestro
era lui, io ero l'allievo. Sono stato un soldato ubbidiente e leale . Von Manstein ha
scritto: Egli era in costante adorazione del Fhrer, nelle cui geniali intuizioni
ciecamente credeva . Keitel non nasconde la sua miseria. In cella scrive le pagine

delle memorie. Ci sono frasi come queste: Ero feldmaresciallo e capo dell'OKW, ma
in realt non comandavo che all'autista e alla mia ordinanza . E anche: A un certo
momento fui costretto a diventare un delatore nella convinzione di essere un patriota
. Disse un giorno a un amico, il generale Westphal: Sono diventato un miserabile
farabutto .
Il generale Alfred Jodl spiega che Hitler fu costretto ad attaccare l'URSS perch i
russi avevano concentrato centocinquanta divisioni ai confini orientali. Per difendersi,
la Germania avrebbe dovuto mobilitarne trecento, e non ne disponeva assolutamente.
Hitler voleva iniziare la marcia all'Est , la conquista dello spazio vitale il 1
aprile del 1941, ma a causa dell'imprevista campagna dei Balcani dovette rimandare
l'attacco al 22 giugno. Jodl protest col Fhrer per la fucilazione dei commissari
politici sovietici. Hitler gli rispose: Non posso pretendere che i generali
comprendano i miei ordini, ma posso pretendere che li obbediscano . Jodl racconta
che quando Ribbentrop, nell'agosto del 1940, and a Mosca, trov i dirigenti
dell'Unione Sovietica perfettamente disposti a riconoscere come pleonastica
l'esistenza della Polonia in Europa . Il giudice russo lo interrompe. L'accusatore
inglese domanda: Siete ancora convinto di essere un soldato onorato, un uomo
amante della verit? .
Jodl: La documentazione che vi sta davanti lo dimostra. Uscir tenendo la testa
alta come quando sono entrato. In una guerra i provvedimenti energici non sono
crimini contro la moralit e la coscienza. L'ubbidienza alla propria patria sopra ogni
altra cosa .
Baldur von Schirach difende i suoi ragazzi della Hitlerjugend: Sono colpevole di
aver educato la giovent al culto di un uomo che si macchiato di milioni di omicidi.
A mia discolpa posso dire soltanto di aver avuto fede in quell'uomo. Ma sono
colpevole soltanto io. La generazione dei giovani innocente, e non ha mai voluto
questa guerra .
Joachim von Ribbentrop afferma di essere stato solo uno strumento di Hitler;
Seyss-Inquart dichiara: Per me il Fhrer rimane l'uomo che fece grande la
Germania, un fatto nella storia tedesca. Lo servii e gli rimasi fedele: non posso
gridare: "Crocifiggetelo". Ieri ho gridato: "Osanna" .
Fritzche d una spiegazione della sua attivit di propagandista: Credetti in Hitler
e nelle smentite ufficiali alle voci straniere che ci attribuivano tante atrocit. Rafforzai
la fiducia del popolo tedesco nell'onesta dei suoi capi. Questa , n pi n meno, la
mia colpa .
Von Papen non ha dubbi sul riconoscimento della sua innocenza. Dice a Fritzche:
Prego il buon Dio che allunghi la mia giornata di tutte le ore che sono costretto a
trascorrere qua dentro .
molto corretto con tutti, e durante la passeggiata fa delle gran corse da un muro
all'altro del cortile. imputato di aver preso parte alla preparazione dei piani politici
che hanno condotto alla guerra. Non mi spinsi mai ad alti incarichi , dice.
Credetti nella possibilit di incanalare il nazionalsocialismo in un senso responsabile.
L'amore per la patria stato il solo fattore decisivo di tutte le mie azioni .
Il grande ammiraglio Erich Raeder accusato di aver commesso crimini nella
guerra sul mare. Aveva ordinato ai suoi equipaggi: Siate duri, provvedete alla vostra
salvezza prima che a quella dei naufraghi . Aveva collaborato al riarmo della

Germania, infrangendo gli impegni del trattato di pace. Sua la creazione delle
corazzate tascabili . Volle l'invasione della Norvegia; sosteneva che la marina tedesca
aveva bisogno di basi in questi territori. Era in contrasto con Hitler perch il Fhrer
rifiutava di concentrare ogni sforzo nella guerra sottomarina; il 1 febbraio del 1943
le sue dimissioni vennero accettate. Dice: La flotta tedesca inalbera una bandiera
senza macchia. Sono convinto che gli ammiragli delle forze alleate mi capiscono e
sanno di non aver combattuto contro un delinquente .
Karl Dnitz deve difendersi dalla stessa accusa. Nega di aver ordinato l'uccisione
dei naufraghi, e sessanta comandanti di U-Boote giurano di non aver mai ricevuto
questo comando. Se, a dispetto di tutto l'idealismo , conclude l'ammiraglio, di
tutte le oneste intenzioni, di tutta l'abnegazione della grande massa del popolo
tedesco, col principio dittatoriale non stato ottenuto altro risultato che l'infelicit di
questo popolo, allora il principio in s deve essere errato .
Alfred Rosenberg esalta invece l'idea : Il nazionalsocialismo cre uno spirito
di fratellanza nell'intera nazione. Costru case per le madri, ostelli per la giovent,
spese milioni per i tesori dell'arte .
Fritz Sauckel, imputato di crimini contro l'umanit, quasi sorpreso: Le atrocit
svelate in questo processo mi hanno scosso nel pi profondo dell'anima. M'inchino
reverente davanti alle vittime appartenenti a tutte le nazioni e davanti alla miseria e al
dolore del mio popolo .
Albert Speer, che deve rispondere della accusa di aver abusato di milioni di operai,
costringendoli a lavori forzati, si preoccupa per l'avvenire: Una nuova guerra
universale potrebbe portare alla distruzione della cultura e della civilt umana. Ecco
la ragione per cui questo processo pu esser un contribuito alla prevenzione di guerre
nel futuro .
Julius Streicher, il grande persecutore degli ebrei che girava sempre con un frustino,
rinchiuso nella stessa cella dove, ai bei tempi, fustig un detenuto. Aveva fatto
abbattere nel 1938 la sinagoga di Norimberga perch l'edificio turbava l'estetica
cittadina . Su quell'area voleva costruire un planetario. D la colpa di tutto a una
voce intima , o al destino che gli imponevano certe odiose iniziative. Se in
qualche parte del mio giornale, lo Strmer, parlai di distruzione o di sterminio degli
ebrei spiega fu solo per ragioni polemiche .
Walter Funk aveva tracciato il piano finanziario della guerra nazista: Fino a
questo momento , dice, non sapevo che fra i beni portati alla Reichsbank c'erano
gioielli e denti d'oro. Come potevo sospettare che le SS li procuravano profanando i
cadaveri? .
Hans Frank deve render conto dei delitti commessi nei territori occupati; era
governatore generale a Varsavia. Diceva allora: Se io dovessi fare attaccare un
manifesto per ogni sette polacchi fucilati, le foreste della Polonia non sarebbero
sufficienti a fornire la quantit di carta necessaria . In carcere ha ritrovato la fede
religiosa: Dio ha pronunciato una condanna contro Hitler e contro il sistema di
governo che servivamo. Un centinaio d'anni non sarebbero sufficienti per cancellare
la colpa caduta sul nostro popolo a causa dei crimini di Hitler .
Il primo giorno di ottobre del 1946, il presidente del tribunale Lord Lawrence
legge la sentenza. La sua voce non ha vibrazioni. Gli imputati sono pallidi, attenti, il
silenzio domina l'aula. Goering, Ribbentrop, Rosenberg, Keitel, Jodl, Kaltenbrunner,

Frank, Frick, Streicher, Sauckel, Seyss-Inquart e Bormann (contumace), riconosciuti


colpevoli dei reati loro ascritti, sono condannati a morte per impiccagione. Hess,
Funk e Raeder trascorreranno la vita in carcere. Von Schirach e Speer sconteranno
venti anni di prigione, quindici Neurath e dieci Dnitz. Schacht, von Papen e Fritzche
sono assolti. Il tribunale ha deciso a maggioranza. In caso di un ugual numero di voti,
quello del presidente doveva essere considerato preponderante.
Dice Schacht, al momento della liberazione: Non mi resta un soldo, non
possiedo n un letto n una casa, un ricovero qualsiasi per la mia famiglia, e sono
certo che tutti mi abbandoneranno . Diventa poi presidente di una banca,
consulente di grandi industrie, e lo Stato gli paga una pensione di duemilaottocento
marchi (quasi mezzo milione di lire) ogni mese. E von Papen: la prima notte
piacevole che ho trascorso nella prigione di Norimberga. stata una sensazione
strana riposare senza che le guardie mi proiettassero di tanto in tanto la luce della
lampadina elettrica in faccia . Fritzche ha fretta: Desidero andare ad Amburgo per
rivedere mia figlia che ha otto anni .
L'esecuzione dei condannati a morte fissata per la notte del 16 ottobre. Otto
giornalisti, sorteggiati fra gli inviati speciali, potranno assistere all'impiccagione. In
una palestra lunga trentatr metri e larga diciotto sono state issate, su tre patiboli
neri, tre forche gigantesche. Grosse lampade illuminano l'ambiente. I muri sono
imbiancati a calce, le finestre sono oscurate con i fogli di carta. In un angolo, il tavolo
dei giornalisti e otto sedie. Dallo spioncino delle celle si possono osservare i detenuti.
Keitel sta lavandosi i denti. Ribbentrop prega in ginocchio e ha al fianco un frate
cappuccino, Streicher scrive, Jodl legge con la testa fra le mani, Fritz Sauckel parla
nervosamente da solo. Goering sdraiato sulla branda, riverso su un fianco. Si
ucciso. Dicono che ha ricevuto la fiala dalla moglie che lo ha baciato (lui le ha messo
in mano un foglietto: Emmy, ti amo ), poi raccontano che il cianuro di potassio gli
stato dato da un giornalista austriaco che seguiva il dibattito: con la gomma da
masticare avrebbe attaccato la fialetta al banco degli imputati; c' chi fa il nome del
barone Bach Zeleski, un ex generale delle SS. Solo Emmy Goering conosce la verit.
L'una passata da poco. Si sente lo scricchiolo di una porta. Entra Ribbentrop,
ha gli occhi socchiusi, la faccia bianca segnata dalle rughe. Gli tolgono le manette e lo
legano con una cordicella nera. Gli chiedono il nome: Joachim von Ribbentrop .
Sale i dodici gradini gridando: Dio salvi la Germania . Quando sul patibolo
chiede: Posso aggiungere qualcosa? Il mio ultimo voto che si realizzi l'unificazione
del mio Paese, che si ricongiungano l'Est e l'Ovest dell'Europa, e che la pace riprenda
a regnare sulla terra . Gli infilano il cappuccio nero. L'esecuzione durata tre minuti
e mezzo.
Calmo e senza emozioni appare il feldmaresciallo Keitel. Si rivolge al cappellano:
Vi ringrazio, padre . Poi aggiunge: Invoco la protezione di Dio sul popolo tedesco.
Oltre due milioni di soldati sono gi morti prima di me per la patria, ora mi accingo a
raggiungere i miei figlioli. Tutto per la Germania .
Le cicatrici sul volto di Kaltenbrunner, ricordo dei duelli studenteschi, sono rosse.
Dice: Ho amato il mio popolo e il mio Paese, non ho partecipato ai misfatti che mi
sono stati attribuiti .
Chiedono a Rosenberg: Ha nulla da dire? . No .
I giornalisti fumano e bevono cognac. Le macchine per scrivere non fanno rumore.

Frank ha il volto contratto: Ringrazio per le attenzioni che mi sono state usate
durante la prigionia. Prego Dio che si degni di accogliermi nella sua misericordia .
Dice al figlio Norman, congedandosi per sempre nel parlatorio del carcere: Ti
auguro ogni bene, e una vita serena .
Frick urla: Viva la Germania immortale . Streicher: Viva Hitler , poi dice al
boia: Sarete impiccati dai russi ; quando gli mettono il cappuccio mormora:
Adele, moglie mia diletta . Sauckel muore compostamente: Sono innocente. Che
Dio protegga la Germania e la mia famiglia . Jodl indossa la divisa di generale senza
gradi e senza decorazioni. Dice: Ti saluto, Germania mia , e Seyss-Inquart: Io
spero che questa esecuzione sia l'ultimo atto di quella tragedia che stata la seconda
guerra mondiale .
Tutto durato novantacinque minuti. Il generale francese Morel, che ha assistito
alle esecuzioni, conclude: Ora tutto finito .
Il sergente americano John Woods, che ha fatto da boia, un uomo piccolo e tozzo,
che stato combattente in Africa e in Normandia, dichiara: Ho impiccato quei dieci
nazisti e ne sono orgoglioso. Era un lavoro che doveva essere sbrigato da tempo, ma
in ogni modo ho fatto lo stesso una bella cosa perch tutto si svolto
cronometricamente. Ho impiccato trecentoquarantasei persone negli ultimi quindici
anni, e non ho mai visto una esecuzione migliore di questa. Mi soltanto dispiaciuto
che Goering l'abbia fatta franca .
Con la morte , ha scritto un poeta tedesco, tutte le fiamme di collera si
spengono . Walter Funk se ne andato nel suo letto, e cos von Neurath, e il grande
ammiraglio Raeder: li liberarono prima del tempo, perch erano molto ammalati.
Raeder, alla fine, non era pi lucido di mente, la paralisi lo aveva colpito. Lo
seppellirono a Kiel, davanti al mare, e Dnitz fece il discorso funebre: Raeder era
un uomo senza macchia, era un pio, era un cristiano . Karl Dnitz si gode la sua
pensione; la vista gli si indebolita, abita una villetta in un paese. dello SchleswigHolstein; da queste parti egli fu presidente di un Reich senza Reich . Dei
trentanovemila uomini dei suoi equipaggi, trentaduemila sono scomparsi
nell'Atlantico, nel Mare del Nord, nel Mediterraneo.
A Spandau, quaranta soldati e dieci guardie custodiscono un fantasma: Rudolf
Hess che delira e cerca nei testi di astrologia una spiegazione al mistero della vita.
Quel giorno a Dallas
Scrivo questa nota dall' Holliday Inn di La Crosse. La Crosse una cittadina del
Wisconsin. Sono le tredici, ora locale; la sala del ristorante affollata: c' un
gruppetto di vecchie signore che chiacchierano e ridono, ci sono dei camionisti, dei
commessi viaggiatori. La cameriera dai capelli rossi torna correndo dalla cucina e
strilla: Hanno colpito Kennedy .
Nell'ingresso dell'albergo il televisore acceso. Parla Walter Kronkite, il numero
uno dei commentatori della C.B.S. Lo conoscete anche voi: il giornalista che
presenta Aria del ventesimo secolo . La hall si riempie di gente. Kronkite in
maniche di camicia, ha alle spalle telescriventi che battono, ogni tanto qualcuno gli
passa un foglio.

Kronkite parla pacatamente, ha la faccia tesa, a un certo momento si toglie gli


occhiali e dice: President Kennedy is dead . Si ferma un istante: Just a moment
, si scusa e si schiarisce la voce. Le telecamere inquadrano un cartello per richiamare
l'attenzione del pubblico: una voce fuori campo prega la gente di non telefonare alle
stazioni TV, le linee sono sovraccariche. La cameriera dai capelli rossi piange. Che
cosa succeder adesso? , domanda.
Riappare Walter Kronkite e racconta che il Presidente viaggiava su una
limousine , prende in mano una foto e la mostra, si vede John Kennedy che sorride,
ha accanto Jacqueline, anche Jacqueline sembra contenta, agita una mano per salutare
la folla, il governatore Connally ha un fiore bianco all'occhiello.
Kronkite legge i telegrammi che arrivano. Spiega che Kennedy spirato, dopo
trentacinque minuti, al Park Lane Hospital, dice che Connally, quando stato ferito,
ha urlato ai poliziotti: Badate a Nelly . Nelly la moglie.
Dice che dal 1901 non c'era stato un attentato, e i colpi sparati, colpi di fucile,
sono tre. Venivano da una finestra d'angolo, forse dal terzo piano, o dal quarto.
Hanno arrestato un giovane di ventiquattro anni che aveva in tasca una pistola.
S'interrompe. Le telecamere riprendono la sala delle riunioni all'ONU, la seduta
sospesa, i delegati vanno a stringere la mano a Stevenson.
Lo speaker della C.B.S. racconta che Johnson, il vicepresidente, adesso
circondato dai poliziotti che hanno paura d'un altro attentato. Fuori piove forte, sul
Mississippi stagnano banchi di nebbia. Entrano automobilisti di passaggio, con gli
impermeabili lucidi e subito non capiscono. Tanta gente attorno al televisore.
Un altro giornalista si presenta per continuare il notiziario, Walter Kronkite si
infila la giacca e se ne va. Il nuovo commentatore dice che a New York molti
piangono. Pare che l'attentatore, dice ancora, sia uno di estrema destra. Mostra altre
fotografie, le ultime foto di John Kennedy, prima della morte. Kennedy stringe le
mani a donne agitate, allegro, ha il ciuffo scomposto, applaude anche lui Jacqueline
che festeggiata dagli ascoltatori di un comizio.
La cameriera dai capelli rossi sfoglia l'ultimo numero di hook appena uscito, c'
un servizio fotografico, The president and his son , Kennedy con John junior,
che gioca, si nasconde dietro la fotografia di Daddy , sale sul tavolo ovale dove il
padre si riunisce con i suoi collaboratori, l'ultima immagine mostra il bambino in
vestaglia da camera che d la buonanotte al padre.
Il racconto della TV continua. Il fucile che ha sparato i colpi un Mauser. Si vede
un cronista che intervista i passanti su una strada: Non possibile , dicono, non
ci credo . Poi trasmettono un filmato, ripreso subito dopo gli spari. Sulla limousine
rimasto il mazzo di fiori che avevano offerto a Jacqueline all'aeroporto. I poliziotti
in borghese, grossi e con i cappelli di feltro da cow-boy, corrono sui marciapiedi, gli
agenti hanno i fucili sotto il braccio, un dispaccio avverte che il corpo del Presidente
sar portato a Washington.
Le botteghe di La Crosse si chiudono; nelle vetrine ci sono cartelli che fanno
propaganda ai tacchini da consumare per il thanks-giving, il giorno del
ringraziamento, che cade gioved prossimo, ci sono i primi Babbi Natale. Il cronista
della TV racconta che la signora Kennedy, quando le hanno detto che John era
morto, ha mormorato soltanto: Oh no! . Come la gente, che continua a dire:
impossibile, non ci credo .

La vecchia si chiama Amy S. Dunbar. Ha ottantacinque anni. Passa le giornate su una


sedia a rotelle. dolce, un po' svanita. Ha sempre votato democratico, e sognava di
vedere un Presidente. l'ultima persona che, all'aeroporto di Dallas, strinse la mano
a John F. Kennedy. Era una giornata stupenda , ricorda, c'era la banda. Ogni
volta che lui si muoveva la gente si spostava, e spingevano anche la mia carrozzella.
Jacqueline aveva un'aria magnifica e un sorriso amichevole .
Ho cercato Allan Smith, il ragazzo che vide Kennedy accasciarsi, e sent Jackie
gridare: Dio, oh Dio, no , ma ancora in vacanza. Sono entrato all'ospedale Park
Lane dove vennero ricoverati il Presidente e l'uomo che gli aveva sparato, e dove
nata Rachel, la seconda bambina di Lee Harvey Oswald. Il dottor Perry, che
massaggi il cuore dei due moribondi, in California, e del resto non vuol parlare
con i giornalisti. Sul lettino della sala operatoria Trauma I disteso un negro; gli
stanno infilando un tubo di gomma nell'esofago.
Padre Oscar L. Huber, parroco della Santa Trinit, mi ha ricevuto nel suo studio.
una giornata calda, e il sole brucia l'erba del sagrato. Il 22 novembre 1963, in una
stanzetta del Park Lane Hospital, padre Huber amministr l'estrema unzione al
devoto cattolico John Fitzgerald Kennedy. Lo trovai sdraiato su una barella ,
racconta, e la moglie gli era vicina. Apparentemente era morto, ma noi non
sappiamo quando l'anima lascia il corpo, cos gli diedi i Sacramenti sotto condizione
.
Chiedo: Cosa fece la signora durante la cerimonia? .
La signora Kennedy si avvicin al marito e lo baci. Questo me lo ricordo. E,
naturalmente, la sua faccia mostrava grande dolore; e io non posso capire come
potesse resistere con tanta forza a una cos dura prova. Recitai anche le preghiere del
rituale. La moglie del Presidente e le persone che le erano accanto rispondevano.
Quando dissi: "Riposa in pace", la signora mormor: "Cos sia" .
Cosa pensa, padre, del delitto? .
Non posso dire la mia idea in proposito; una cosa che successa, che non si
pu spiegare. difficile dire. Non lo so. Io non voglio parlarne, preferisco non
parlarne. Anche altri Presidenti hanno subito la stessa sorte .
Sono stato ricevuto dalla signora Marguerite Oswald, al 222 di Thomas Place, in
una casetta di legno verniciata di fresco. Fuori parcheggia la nuova automobile che la
madre di Lee ha acquistato di recente. La signora ha avuto durante la sua ormai lunga
vita tre mariti, che sono rimasti con lei in tutto nove anni, ma non rivela tracce di
queste esperienze e di questi addii, e nemmeno sembra tanto turbata per quello che
accaduto poi. Si preparata alla visita, indossa una appropriata camicetta di seta,
pettinata con cura, il rossetto sottolinea le labbra sottili. Un medaglione, legato a una
catenella d'oro, ondeggia sul petto e fa la dovuta figura. Marguerite Oswald, previo
versamento di centocinquanta dollari, disposta a chiacchierare, ma per prudenza,
non si sa mai, la conversazione rester incisa anche nel suo registratore. disinvolta,
sicura. Ha fatto di recente anche un giro di conferenze. Si sente un personaggio, e si
comporta di conseguenza. la madre dell'assassino o dell'innocente; merita, in ogni
caso, una certa considerazione.
La signora Eva Grant, invece, venuta a trovarmi all'albergo. la sorella di Ruby, e
aiutava Jack a mandare avanti i due night, il Carousel e il Vegas . Ha voluto due
assicurazioni: che non fossimo comunisti, perch Jack un patriota, un vero

americano, e con certa gente non desidera avere rapporti e figuriamoci se lei..., e che
non avessimo difficolt a versarle duemila dollari per il disturbo. Duemila trattabili,
s'intende. Con quattrocento si combina. divorziata, dice che non si sente in buona
salute; qualche anno fa doveva essere graziosa.
Non facile trovare l'indirizzo di Marina Nikolaievna, la moglie di Oswald; abita
alla periferia, e si sposta spesso. La Beltline Road segue la circonvallazione della citt.
Marina sta al numero 616, in una villetta uguale alle altre che le si allineano accanto.
C' la cassetta per le lettere nella quale il ragazzo dei giornali infila il quotidiano del
mattino, e il lattaio lascia due bottiglie sulla porta. Nel cortile teso un filo di plastica
per asciugare i panni, c' uno scivolo per i giochi dei bambini, un pallone
abbandonato, e un coniglietto bianco saltella in cerca di trifoglio. C' anche, ferma
all'angolo, una lunga limousine nera con due signori vestiti di scuro, che mostrano
una tessera e gentilmente mi chiedono i documenti. Vogliono sapere perch
passeggio da queste parti, che cosa cerco, e mi informano con squisita cortesia che al
momento la signora Oswald fuori. Forse al market, a fare acquisti, o forse alla
scuola di June, la figliola pi grande, o magari a Washington per essere interrogata
dalla commissione Warren. Si tranquillizzano. La piccola farmacista russa cambiata.
Mi presentano , scrive Lee nel suo diario, il 17 marzo 1960, una ragazza pettinata
alla francese, con un vestito rosso e scarpette bianche. Si chiama Marina .
Marina, adesso, pettinata all'americana e veste come le donne che si vedono in
McCall's o nelle pubblicit di Life, confezioni in serie, ma di un certo gusto; si trucca
anche un po', e nessuno pi le impedisce di studiare l'inglese che parla lentamente. Si
fatta pi bella, dice che non pensa di ritornare nell'URSS, e che grata al popolo
americano per quanto ha fatto per lei. Dice che pensa sempre a Lee con tenerezza.
Lee scriveva con orgoglio nel suo quaderno: Marina si pazzamente innamorata di
me fin dal primo momento .
Ruth Paine ha trentatr anni e due figli, un maschietto e una bimba, il maschio si
chiama Christofer e Lee Harvey Oswald lo teneva sulle ginocchia quando guardavano
la televisione, e giocava con lui. La signora Paine abita a Irving, un quartiere che dista
tre quarti d'ora dal centro. quacquera, divisa dal marito, ha frequentato l'Universit
e ha studiato il russo. Vendette il suo sangue quando Marina aspettava un bambino.
Racconta che Oswald era rude con la moglie e non le permetteva alcun
atteggiamento indipendente. Lei li aveva conosciuti in casa di amici, e provava
simpatia per quella giovane coppia che le sembrava indifesa, specialmente la ragazza,
Marina, cos li aveva ospitati e cercava di aiutarli. a lei che Oswald telefon dal
carcere per chiederle di interpellare un avvocato di New York, e di sentire se era
disposto a difenderlo, e la sera prima dell'attentato la pass in casa sua. Ricorda che
Lee si tolse la fede e la mise in un vasetto cinese che una volta apparteneva alla
nonna di Marina. Pensa che se Oswald avesse posseduto diecimila dollari, forse non
avrebbe sparato. Dice che era mosso pi dai sentimenti che dalle idee. Vide con
Marina alla TV la prima trasmissione sulla morte del Presidente, e ricorda che la
signora Oswald provava una gran pena per Jacqueline. forse il personaggio pi
limpido e generoso di questa vicenda.
Ora il discorso passa a Marguerite e a Marina
Oswald, alla sorella di Ruby e a Ruth Paine e io riferisco le loro opinioni come le ho
raccolte nel corso di lunghi colloqui. Mi limiter a legarle o a contrapporle, perch

dal dibattito esca un quadro, il pi possibile vero, di ci che accadde a Dallas nella
mattinata del 22 novembre 1963.
Signora Paine, come ha conosciuto gli Oswald? .
Ruth Paine: Li ho incontrati per la prima volta l'anno scorso, a un ricevimento in
casa di certi amici, a Dallas. Lee era invitato e anche Marina. Non c'era molta gente .
Cosa pens di Oswald allora? .
Ruth Paine: Raccont del suo viaggio in Russia, perch aveva tentato di restare
laggi e di prendere la cittadinanza sovietica, e come aveva deciso di far ritorno in
America. Io pensai che era interessante quello che diceva dell'URSS. Non capii dalle
sue parole se si era profondamente annoiato della vita russa, e nemmeno perch era
tornato a casa .
Quali erano gli argomenti di cui parlava pi volentieri? Politica, ad esempio? .
Ruth Paine: No, con me non parlava mai di politica. Con me non parlava mai
nemmeno in inglese. Se io cominciavo, lui rispondeva in russo. E il mio vocabolario
russo non comprende parole sufficienti per un discorso sulla politica. Io poi sentivo
che lui non era molto... non ragionava molto bene, cio non era logico, e non volevo
discutere con lui. Era facilmente emozionabile; quello che lui sentiva aveva
importanza pi di qualsiasi altra cosa, pi di quello, ad esempio, che faceva .
Come si comportava con la moglie? .
Ruth Paine: L'ho visto qui, in ottobre e in novembre del '63. Litigavano, certe volte,
per piccole cose .
Pensa che Oswald sia colpevole dell'uccisione di John Kennedy? .
Ruth Paine: S, penso di s, per quello che ho saputo dopo l'assassinio .
Oswald non le ha mai detto nulla del Presidente, un giudizio, una impressione? .
Ruth Paine: No, non mi ha mai parlato di Kennedy, mai. La moglie mi disse, la
sera del 22 novembre, quando siamo tornate dall'interrogatorio della polizia, che lei
non poteva capire come Lee avesse potuto fare quel gesto, perch non aveva nulla
contro il Presidente. Tutto quello che lei gli aveva sentito dire non erano che parole
gentili, favorevoli. E molte volte le aveva tradotte dai giornali, dalle riviste, le parole
di Kennedy, e se lui avesse avuto qualche cosa contro il Presidente "certamente",
diceva Marina, "me lo avrebbe detto mentre mi traduceva quei brani di discorsi" .
Allora perch pensa che abbia sparato? .
Ruth Paine: Penso che per un morboso desiderio di volersi affermare avesse
cercato gi da molto tempo di compiere un gesto clamoroso; forse non di uccidere il
Presidente, ma qualcun altro. Non era una persona capace. Ha cercato di andare in
Russia, di tradire l'America, e ha scoperto che nessuno lo considerava un eroe,
nemmeno laggi. Anche questo credo fosse un tentativo di trovare un specie di
forma, spaventosa, tremenda, di affermazione. Un tentativo, cio, di imporsi sugli
altri. Di raggiungere qualche cosa per cui la gente avrebbe dovuto dire: "Ecco, questo
un uomo straordinario" .
Come si comport la sera prima dell'assassinio? .
Ruth Paine: Come le altre volte, quando veniva dopo il lavoro. Abbiamo pranzato.
Non accadde niente di speciale. Forse solo il fatto che io andai nell'autorimessa, dopo
aver messo i bambini a letto, e scoprii che c'era la luce accesa e ci voleva dire che lui
era stato l a prendere qualcosa della sua roba. ( una allusione alla carabina, che
Oswald aveva riposto nel garage). Io spensi la luce e me ne andai .

Signora Oswald, lei sempre convinta dell'innocenza di suo figlio? .


Marguerite Oswald: Anzi, ancor pi di prima, perch ci ho ragionato sopra .
Basa questa affermazione sull'affetto che prova per Lee, oppure ha dei fatti
concreti a cui appoggiarsi? .
Marguerite Oswald: No. Da documenti del dipartimento di Stato, e poi ho
studiato tutto quello che stato detto e tutti i particolari del caso. Ho molte donne
americane che mi aiutano, e la gente mi manda suggerimenti e prove. Naturalmente
io affermo l'innocenza di mio figlio perch l'ho sentito dire: "Non l'ho fatto, non l'ho
fatto, non l'ho fatto, non ho ucciso nessuno". L'ho sentito gridare questo. Se avessi
udito qualsiasi altro uomo dichiararsi innocente e poi lo avessero ucciso, io avrei
continuato a pensare che quell'uomo non aveva colpa .
Ma pu dire quali sono le prove dell'innocenza di suo figlio? .
Marguerite Oswald: S, la mia convinzione fondata su documenti del
dipartimento di Stato: Lee era il capro espiatorio, e l'ho detto fin dal principio, l'ho
detto fin da quando la polizia segreta mi ha portato, subito dopo l'assassinio del
Presidente, all'albergo "Six Flags", e appena tornata a casa io ho fatto subito questa
dichiarazione: Lee il capro espiatorio di una organizzazione, di un complotto nato
tra gente della politica, gente che voleva che Kennedy fosse ucciso, e mio figlio
stato scelto proprio come vittima, perch era un disertore, perch era un marxista,
perch aveva sposato una ragazza russa e non nascondeva tutti questi fatti. questa
la cosa pi importante. Molta gente del dipartimento di Stato aveva la possibilit di
controllare le carte, cio la storia, la vita di questo ragazzo e conosceva il suo passato,
tutto quello che aveva fatto .
molto tempo che non ha visto Marina? .
Marguerite Oswald: L'ultima volta fu il 28 novembre .
Come mai non vi siete pi incontrate? .
Marguerite Oswald: colpa del servizio segreto. Perch quando eravamo al
"Six Flags", Marina e io ci sentivamo molto vicine. Lei mi chiamava mamma, e il suo
programma era di venire ad abitare con me. Ma un giorno andai nella sua camera da
letto per dirle qualche cosa e lei mi mand via. Forse stanca, pensai. Allora attesi un
momento, poi andai ancora a parlarle, e di nuovo mi mand via. Allora me ne andai
dove erano mio figlio Robert e gli agenti del servizio segreto e dissi: "C' qualche
cosa che non va con Marina? Marina non vuole parlare con me: perch?". E allora
Robert e gli agenti del servizio segreto mi dissero: "La signora Oswald ha l'offerta di
andare a vivere con una signora molto ricca che dar una educazione ai suoi figli".
Allora io dissi: "Ma perch non me lo avete detto?". E Robert mi rispose: "Proprio
per cercare di evitare che tu ti comporti come fai adesso". Allora io dissi: "Ma come
mi comporto, adesso? Pensate che io dovrei essere contenta perch la mia figlia... la
mia figlia adottiva, diciamo, i miei nipoti, vanno a vivere con degli sconosciuti, come
pensate che io debba reagire?". Allora dissero: "Ecco, questo proprio il motivo per
cui non ti abbiamo detto niente. Perch tu ti comporti in questa maniera". stata
l'ultima volta che ho parlato, che ho visto Marina. Cercai di dirle addio prima di
andare via. Infatti l'agente del servizio segreto che doveva accompagnarmi a casa
buss alla porta di Marina e disse: "C' la signora Oswald che vuole dire addio a
Marina e ai nipoti". Ma l'altro agente che era all'interno della camera con Marina
rispose: "In questo momento stanno proprio interrogandola, e non possiamo

disturbare. Le dir di chiamare la signora Oswald". Da allora non l'ho pi vista, non
l'ho pi sentita .
Ha saputo quello che Marina ha detto di Lee? Ha raccontato che aveva tentato di
uccidere altra gente, Nixon e Walker .
Marguerite Oswald: Ebbene, ci sono solo due possibili interpretazioni: Marina
stata istruita su ci che deve dire, o stata minacciata; oppure compromessa con
questi fatti. Sono le sole due ragioni che io posso vedere. O stata minacciata,
oppure sta nascondendo una sua responsabilit. Ecco perch dice che Lee ha
commesso l'assassinio. E sta dando a me tutta la responsabilit di aver fatto di Lee un
uomo sbagliato. Questo atteggiamento non ha nessuna spiegazione. Marina era
un'ottima madre, io la conoscevo, una ragazza forte, onesta, educava bene i suoi figli,
e quello che sta facendo adesso davvero inspiegabile. Ho letto un articolo su un
giornale, un po' di tempo fa. Un articolo in cui parlava di suo marito come di un
essere spregevole. Non c' giustificazione per questo. Oltre al fatto che non esiste
alcuna
prova. E quindi lei sta facendo del male a suo marito, e specialmente a se stessa e ai
bambini .
Marina, crede che suo marito abbia ucciso il presidente Kennedy? .
Marina: Non voglio crederlo: io sono troppo viva parte nella questione, ma i fatti
dicono che Lee ha ucciso Kennedy .
Lee non le aveva mai detto nulla del suo proposito? .
Marina: Non me ne aveva mai parlato. E fu per me una terribile sorpresa .
Lei amava Lee Oswald? .
Marina: S, lo amavo e mi spiace... .
Come? .
Marina: Mi spiace .
Le spiace per quello che accaduto? .
Marina: S, perch morto molto giovane .
Va mai al cimitero? .
Marina: Ogni settimana, una o due volte .
libera di fare ci che vuole? .
Marina: S, sono libera, se voglio posso andare a fare acquisti da qualunque parte
.
C' qualcuno che le dice che deve restare a Dallas? sotto custodia o in arresto?
.
Marina: Non sono mai stata n arrestata n sotto custodia .
Pu fare allora tutto quello che desidera? .
Marina: S, prima voglio studiare l'inglese, e lavorare per i miei figli, e pensare
alla loro educazione .
Teme che qualcuno possa fare del male a lei e ai suoi bambini? .
Marina: Oh no, non ho mai avuto paura e penso che gli americani mi capiscano e
non tentino di farmi del male .
Come passa il suo tempo? .
Marina: Ho da fare con i miei bambini, curo la casa, studio un po', vado a fare
compere .
La gente l'ha aiutata? .

Marina: S, molto .
Ha intenzione di scrivere un libro per raccontare la sua vita con Lee? .
Marina: S, vorrei farlo, un giorno .
vero che decisa a diventare cittadina americana? .
Marina: S, voglio essere cittadina americana, ma ora non parlo molto bene
l'inglese. Quando l'avr imparato diventer americana .
I suoi bambini sono buoni? .
Marina: S, per me sono molto buoni e penso che siano dei buoni bambini per
tutti, perch June e Rachel sono molto tranquilli .
Con loro come parla, in russo o in inglese? .
Marina: Con June molte volte parlo in russo e, se conosco le parole, in inglese .
Signora Paine, com'era Oswald coi suoi bambini? .
Ruth Paine: Era molto affettuoso. Giocava con June, proprio in questo giardino,
e giocava anche con i miei figli. Era molto contento di aver avuto una nuova bimba,
anche se desiderava un maschio, era molto fiero .
Signora Oswald, come era Lee da bambino? Era violento? .
Marguerite Oswald: Be', tutti i documenti dell'epoca, tutte le pagelle provano che
Lee andava a scuola regolarmente. E se la cavava molto bene. Anzi arrivava sempre
prima che la scuola aprisse, sempre in anticipo. Fino a quando ci trasferimmo a New
York. New York era una citt strana, una citt grande e Lee, come tutti i ragazzi che
vanno per la prima volta a New York, aveva voglia di vedere, di scoprire la citt, di
andare in giro. Lee ha perso un pochino di tempo. Andava sempre allo zoo, amava gli
animali, amava molto gli animali. A New York sono molto severi per le assenze
ingiustificate. Due volte lo sorpresero mentre, invece di andare a scuola, passava la
giornata allo zoo. E la seconda volta lo portarono anche in tribunale. A New York
sono molto severi. Nel Texas, invece, non sono cos duri. Non portano i bambini di
fronte alla Corte per il fatto che non vanno alle lezioni. Poi a tredici anni Lee ebbe un
esame psichiatrico. E ne ebbe un altro prima di entrare nella marina, e ci prova che
era moralmente e mentalmente a posto. Dieci anni dopo il Presidente venne
assassinato, e la gente dice che Lee odiava sua madre, che non poteva vederla, ebbene
io su un giornale americano, Esquire, ho pubblicato delle lettere di Lee dalla Russia,
dalle quali viene fuori tutto l'affetto che aveva per me. Per sei settimane, per il fatto
che trascurava la scuola, Lee fu poi messo in una specie di casa di correzione dov'era
assieme a tanti altri ragazzi che avevano commesso colpe molto pi gravi e gesti
criminali. Non so se egli ha subito dei trattamenti psichiatrici, io non lo so. In ogni
caso non ne sono al corrente .
Signora Grant, quando ha visto suo fratello Jack Ruby l'ultima volta, che
impressione le ha fatto? .
Eva Grant: L'ho visto l'altra sera, ventiquattro ore fa: molto malato, nel fisico e
nella mente. Qualsiasi cosa gli si dica lui non la capisce. Vede, Jack, mio fratello, ha
avuto una specie di crisi dopo l'assassinio del 22 novembre, una crisi nervosa.
difficile capire quanto un uomo pu ammirare un altro, la maniera con cui mio
fratello ammirava Kennedy. Per natura, per il suo carattere, Jack una persona
facilmente emozionabile, sensibile. E quella sera stessa, la sera dell'assassinio, Jack
pranz con me e mangi molto poco. Si sedette nella nostra camera di soggiorno,
pianse e mi disse: "Sai, non mi sono mai sentito cos male nemmeno quando nostro

padre e nostra madre morirono" .


Come passa la giornata Ruby? .
Eva Grant: Be', appena arriv, nei primi tempi, leggeva, scriveva delle lettere.
Ma adesso non fa nemmeno questo. Praticamente non fa nulla. Di solito passa le ore
giocando a carte, facendo dei solitari, ma anche a quanto mi hanno detto i suoi
guardiani confuso, non capisce bene, non ragiona. Non fa proprio nulla. Non ha la
radio, non ha la televisione. Ha delle cose da leggere, ma non prova nemmeno. Ha
delle allucinazioni, pensa, lui pensa... Pensa che gli imputino molte cose di cui in
realt non lo accusano affatto. Una faccenda che io voglio mettere in chiaro che
mio fratello Jack non mai stato comunista, non mai stato coinvolto con delle
bande di gangsters, credo che lui fosse molto addolorato che gli attribuissero queste
colpe che non sono vere. Jack veramente quello che si pu dire un buon americano;
uno dei miei quattro fratelli, il pi giovane, adesso ha cinquantatr anni. Ha
servito nell'esercito per trenta mesi, e i documenti di quel periodo provano che
genere di americano fosse .
Signora Oswald: Lee, invece, era comunista? .
Marguerite Oswald: Lee non mai stato comunista, per quanto io sappia.
Nessuno ha mai provato che fosse un comunista, almeno fino a questo momento .
Ma dicono che leggeva testi marxisti, che studiava Il capitale, che era molto
interessato a tutto quello che riguarda la Russia e il comunismo .
Marguerite Oswald: S, questo vero. Lee leggeva molto. Era una parte del suo
lavoro. Devo farvi capire che io credo che mio figlio fosse un agente del governo
degli Stati Uniti, e quindi per il suo incarico doveva sapere tutte queste cose e leggere
anche opere sovversive. Ma non si pu dire per questo che era comunista; leggeva
tutto. Faceva parte del suo lavoro di agente del governo americano .
Crede che suo figlio conoscesse Ruby? .
Marguerite Oswald: Non ho nessuna possibilit di saperlo, ma dalle mie
investigazioni e leggendo parecchi resoconti mi sembra che molta gente pensi che ci
sia tra loro due un legame. Io ho dichiarato subito che Lee avrebbe potuto conoscere
Ruby, perch ritengo che come agente del governo lo pedinasse. E sappiamo bene
che Ruby andato a Cuba, e sappiamo bene che genere di carattere egli avesse. Certo
non erano amici, ma pu darsi che Lee cercasse delle informazioni su Ruby .
Che ne dice, signora Grant? .
Eva Grant: La signora Oswald non capisce niente. La moglie di Oswald ha, nelle
sue testimonianze, ammesso che Lee non conosceva Ruby, non lo aveva mai
conosciuto. E inoltre quando mio fratello and a Cuba nel 1959, ci and perch c'era
un suo grande amico che lavorava l. Jack era disgustato del suo lavoro, e il suo amico
lo invit, gli mand un biglietto, e allora lui ci and nell'agosto 1959, quindi due anni
e mezzo prima che noi avessimo il contrasto con Cuba, e solo per passare qualche
giorno di vacanza .
certa, allora, che non conosceva Oswald? .
Eva Grant: No, sicuramente no. Nessuno di noi aveva mai sentito il suo nome.
Eppure conoscevamo molta gente io e Jack .
Pensa che suo fratello abbia ucciso Oswald perch emozionato, sconvolto,
perch addolorato per la morte del Presidente, oppure perch faceva parte di un
complotto? .

Eva Grant: Certamente non c'era alcun complotto. Jack non aveva mai sentito
parlare di Oswald, e non aveva mai preso parte ad alcuna attivit comunista. La
mattina in cui spar, Jack usc di casa alle 10,30, e and in giro per la citt, e perfino
due poliziotti lo videro mentre se ne stava passeggiando per la strada. Dopo pochi
minuti dovette andare a portare del denaro a Linda Bennet, una ragazza che lavorava
per lui. Glielo aveva promesso la sera prima, perch Linda aveva bisogno di soldi
dato che il padrone di casa le aveva detto che se non li avesse portati quella mattina, a
mezzogiorno l'avrebbe cacciata fuori. E allora prese la macchina, e il suo cane
preferito, Sheba, e and alla Western Union che nello stesso edificio dove
sistemata la polizia, e mand un telegramma, un vaglia telegrafico, che risulta spedito
alle 11,17. Quindi alle 11,17 era ancora all'ufficio postale. Dopo di che ebbe bisogno
di almeno qualche minuto per arrivare alla stazione di polizia. Il fatto che Jack avesse
una pistola del tutto normale, perch la portava novantanove giorni su cento. Pochi
mesi fa mi ricord che l'aveva anche alla sinagoga, e io gli dissi: "Ma perch non la
lasci a casa?", e lui mi rispose: "Sono talmente abituato". Molti non ricordano un
particolare: la radio, la televisione, continuarono a ripetere, la sera prima
dell'uccisione, che Oswald sarebbe stato trasportato alle dieci di mattina, quindi se
Jack avesse avuto veramente intenzione di uccidere, si sarebbe trovato sul posto alle
dieci, e non alle 11,17 come invece accadde. Jack era una persona molto conosciuta in
citt, e quella mattina tutti potevano entrare nel seminterrato dove Oswald stato
ucciso .
Jack le aveva detto nulla di Oswald? .
Eva Grant: Non mi ha detto nulla .
Neppure dopo l'assassinio? .
Eva Grant: Non lo ha mai nominato: nemmeno adesso, quando parla del fatto,
fa il nome di Oswald. Lo chiama "il morto", "il defunto". Non lo nomina mai .
Dopo l'assassinio del Presidente, nei due giorni che precedettero l'uccisione di
Oswald, non fece alcun commento? .
Eva Grant: Quando vide Lee alla televisione, quando annunciarono che aveva
sparato al Presidente, disse: "Ma guarda che verme, che essere abominevole" .
E quando and ad uccidere? .
Eva Grant: Niente. Usc da casa mia la sera prima. Poi mi richiam parecchie
volte, e l'ultima fu a mezzanotte, e mi disse: "Vai a dormire che forse domani sera ti
porto fuori a pranzo" .
Ha avuto modo di vedere l'uccisione di Oswald alla televisione? .
Eva Grant: S, l'ho vista, ma mi creda proprio in quel momento il telefono
suon, e allora ho abbassato il sonoro e cos non capii subito che era stato mio
fratello. E quando rialzai di nuovo sentii che dicevano che l'assassino era un certo
John Logan, e facevano altri nomi. Pi tardi i miei vicini vennero a trovarmi, e
cominciarono a pormi delle domande, e allora non capii pi niente, non sapevo cosa
pensare, non riuscivo a rendermi conto di che cosa fosse successo .
Lei, signora Oswald, vide uccidere Lee? .
Marguerite Oswald: No, io stavo con Marina, eravamo sole, cos accendemmo la
televisione, ma sembrava ripetessero sempre le stesse cose gi viste, e allora
chiudemmo e non abbiamo visto Lee quando lo uccisero .
Lei, signora Paine, vide la trasmissione dell'assassinio di Oswald? E cosa pens

in quel momento? .
Ruth Paine: S, la vidi. Non ebbi nemmeno il tempo di pensare. Ma riflettendoci
poi giudicai che era un sollievo per Marina, che in ogni caso quell'uomo sarebbe
morto su una sedia elettrica, in ogni caso. E forse questa morte era... insomma pensai
che questa morte aveva evitato molto dolore a lei e a lui, a tutti e due .
Cosa disse Marina quando vide l'assassinio del Presidente alla televisione? .
Ruth Paine: Tutte e due rimanemmo molto colpite. Quando sent che il
Presidente era morto Marina mormor: "Che cosa spaventosa deve essere per la
signora Kennedy. Adesso i figli dovranno crescere senza il padre" .
Marina cap subito che era Oswald l'assassino? .
Ruth Paine: No, non credo .
Cosa le ha detto Lee quando l'ha chiamata dalla prigione? .
Ruth Paine: Mi chiam il 23 pomeriggio, sabato, per domandarmi se potevo
prendere contatto con un avvocato a New York. Perch lui voleva un avvocato
proprio speciale, uno che conosceva a New York. Io fui piuttosto seccata del fatto
che lui mi telefonasse per chiedermi un favore, in quel momento. Per pensai che era
giusto avesse un avvocato, e quindi mi misi in moto per cercarlo .
Qual , signora Grant, la sua opinione sul gesto di Jack? .
Eva Grant: Devo ripetervi che Jack una persona facilmente emozionabile, e,
per quello che io ho capito, quando vide Oswald ne fu talmente scosso, si emozion
tanto, che perse ogni controllo. E allora tir fuori la pistola e spar .
E cosa crede che pensino gli americani di ci che ha fatto Ruby? .
Eva Grant: Non so cosa pensino gli altri. Io ho ricevuto quindicimila lettere
indirizzate a me e a Jack, e una su duemila diceva che Jack aveva fatto una cosa
sbagliata. Ma Jack nel momento in cui ha sparato non capiva certamente quello che
faceva. Penso che se avesse avuto due minuti, cinque minuti per pensarci sopra, non
sarebbe accaduto .
Perch Ruby non ha testimoniato durante il processo, perch non ha preso la
parola? .
Eva Grant: Perch era troppo malato, troppo stanco, non aveva volont, non
capiva bene di che cosa si trattasse. Gi allora era mentalmente infermo. Dal
momento in cui il Presidente fu assassinato la sua mente cominci a vacillare. Gi
allora le parole che diceva non avevano molto senso, ma visto che io ero malata e che
prendevo delle pillole contro il dolore, non ci badavo troppo. Se fossi stata in
condizioni normali avrei analizzato la sua logica un pochino meglio .
Cosa pensa di coloro che sostengono l'innocenza di Oswald? .
Eva Grant: Il governo americano ha presentato tutti fatti che provano che
stato lui ad assassinare il Presidente. Chiunque sostiene che Oswald non l'assassino,
non sa quello che successo. Vuol dire chiudere gli occhi di fronte alla realt .
Pensa che se il processo sar rifatto ci saranno nuove prove a favore di Ruby? .
Eva Grant: Io penso di s. Dimostreremo che Jack ha subito un esame
psichiatrico quando aveva dieci anni. Poi ci sono state alcune false testimonianze
durante il dibattimento, e questo verr provato. A dire il vero ci sono stati pi sbagli,
pi scorrettezze, nel processo contro Ruby, che in qualsiasi altro caso di assassinio
discusso davanti alle corti americane .
Lei, signora Oswald, ritiene che la condanna di Ruby sia giusta? .

Marguerite Oswald: Io non sono un giudice, non posso dirlo. C'era una corte
con dodici giurati e penso che abbiano deciso secondo coscienza. Dato che sono
contraria alla pena di morte, e anche per altre ragioni, preferirei che Ruby rimanesse
in vita, perch un giorno, forse, potrebbe parlare e spiegare molte cose .
Come si comportata la gente con lei? .
Marguerite Oswald: Siamo in casa mia e posso essere sincera: solamente tre
persone sono venute a trovarmi. E io lo capisco, perch non vogliono
compromettersi. Ricevo molte lettere nelle quali mi dicono che solidarizzano con me;
per, per la verit, non c' persona che si sia avvicinata con amicizia. Io mi rendo
conto che la gente vorrebbe aiutarmi, dimostrarmi la sua simpatia, ma desiderano
rimanere al di fuori di questa storia. Sono una persona piuttosto compromettente,
discussa, perch sto combattendo per dimostrare l'innocenza di mio figlio, e
rappresento una minoranza. Tanti pensano per che Lee non sia colpevole. Ricevo
molte lettere, molti libri a questo proposito. Credono alla sua innocenza, ma hanno
paura di parlarne. In pratica sono sola .
Qual il gesto pi umano che stato fatto verso di lei? .
Marguerite Oswald: Sono molto triste di doverlo dire, ma non ho ricevuto
alcuna affettuosa attenzione. La cosa pi dolorosa stata il funerale di Lee. Ho
saputo della cerimonia soltanto un'ora prima che lo seppellissero. Dopo quello che
successo ho cercato e ho trovato la ragione per cui non abbiamo avuto un prete;
dovevano essere in tre, invece non venuto nessuno. Noi andammo alla cappella, ma
il corpo di Lee non era ancora arrivato. Aspettammo, ma inutilmente, perch Lee
godeva della fama di essere comunista, e nessuno voleva sentirsi rimproverare di
avergli dato gli ultimi Sacramenti. Non una cosa crudele questa? Il reverendo
Zonner arriv all'ultimo momento e disse soltanto poche parole sulla salma del mio
ragazzo. il capo del consiglio delle Chiese di Fort Worth, cerc di scusare gli altri
pastori assenti, ma lui non un ministro, non un sacerdote. Si figuri che dimentic
perfino la Bibbia nell'automobile, e quindi disse semplicemente due frasi, cos, alla
svelta. Questa la carit cristiana di oggi .
Signora Grant, qual ora il suo lavoro, come passa le giornate? .
Eva Grant: Io ero prima una commessa viaggiatrice, ma negli ultimi quattro
anni ho lavorato con mio fratello, aiutandolo nell'amministrazione dell'altro club di
cui era proprietario, il "Vegas", mentre lui si occupava pi del "Carousel". Adesso sto
cercando un impiego, sono andata in molti posti, ma inutilmente. Forse sono troppo
vecchia, non riesco a trovare lavoro. A dire il vero c' molta gente che disoccupata,
in questo momento .
E lei, signora Oswald? .
Marguerite Oswald: Io ho una vita molto felice, dormo bene. Io credo che mio
figlio sia innocente, quindi non ho preoccupazioni, sono serena. Io non ho molto
tempo da dedicare al mio lavoro di casalinga, mangio fuori perch amo vivere in
mezzo alla gente, e quando vado al ristorante o al caff c' sempre qualcuno, qualche
cameriere, che dice: "Come sta oggi, signora Oswald?", cos mi fa capire che mi
conosce, e che vuole esprimermi la sua simpatia. Sono molto gentili con me, per
non vogliono avvicinarsi troppo .
Ha sentito che Marina ha ricevuto molti dollari dagli americani? Una parte di
questo denaro arrivata anche a lei? .

Marguerite Oswald: Ho ricevuto novecentottanta dollari dalla gente, e io


capisco la ragione per cui Marina ne ha avuto settantamila. Ma questo devo spiegarlo.
Lee era, come ho detto, un agente del governo, e non posso credere che tutti questi
settantamila dollari siano stati offerti a Marina dai semplici cittadini. Non posso
crederlo. ben vero che noi siamo generosi, che proviamo improvvise commozioni,
che ci entusiasmiamo facilmente. Ma io ho ricevuto soltanto novecentottanta dollari,
quindi non credo che Marina ne abbia avuti settantamila dalla gente. Non lo credo. Io
penso che questa somma, o una parte almeno, sia la liquidazione di Lee come agente
del governo. Io non creder mai che il popolo americano possa avere aiutato fino a
tal punto la moglie di un assassino, la moglie di quello che pensano sia l'assassino di
un Presidente americano .
Vorrei farle ancora una domanda: qual la sua opinione su Kennedy? .
Marguerite Oswald: Non mi intendo di politica, adesso forse ne capisco un
pochino di pi perch ci ho pensato sopra, ma fino al momento dell'assassinio del
Presidente non me n'ero mai interessata. E quando Kennedy venne eletto io lo
accettai, naturale, come avrei fatto con qualsiasi altro presidente. Questa la mia
opinione sul signor Kennedy. Egli era il nostro Presidente, e quindi lo rispettavo e lo
accettavo come tale .
Ancora una domanda, signora Paine. Lei ha detto che se Oswald avesse avuto
diecimila dollari forse non ci sarebbe stato il dramma .
Ruth Paine: Io penso che lui si sentiva imbrogliato dalla vita, lui credeva di
valere pi di quello che il mondo gli dava, quindi se avesse avuto pi soldi, se fosse
stato pi sicuro di s, pi sicuro di poter mantenere la moglie, forse non sarebbe
diventato cos perverso nella sua contorta mentalit tanto da arrivare a uccidere
qualcuno senza motivo. Io penso che il suo desiderio era di uccidere qualcuno pi
che di uccidere proprio il Presidente, qualcuno di importante .
Sono andato alla prigione dove Ruby detenuto. giorno di visita per i carcerati
bianchi, ma Jack rester nella sua cella, al di l di molti cancelli d'acciaio. Il Carousel
chiuso; il vento agita malinconiche strisce di carta d'argento che pendono dalla
porta. chiuso dal giorno della morte di Kennedy. A Dallas nessun monumento
ricorda il Presidente assassinato; c' un ritratto per terra, e qualcuno porta dei mazzi
di fiori. Al Texas Theater, dove Oswald venne arrestato, proiettano un film giallo;
quel giorno era in programma una pellicola intitolata La guerra un inferno. Anche la
vedova di Tippit, l'agente ucciso, ha ricevuto molte offerte, e ha posato per una
fotografia davanti all'immagine del caduto, esposta nel comando della polizia con la
reverente scritta: Morto sulla linea del dovere .
Sono andato al Rose Hill Cemetery di Fort Worth; Lee Harvey Oswald sepolto
per terra, e una lapide ricorda il giorno della nascita e quello del delitto di Ruby.
Aveva ventiquattro anni. C' sulla tomba un alberello quasi spoglio; i turisti, per
ricordo, scattano una istantanea e portano via qualche ramoscello. Vicino a Lee
Harvey Oswald riposa un ignoto mister Bill Kennedy che se ne and a settant'anni,
cancro o infarto, naturalmente.
A Dallas la vita continua. Alla piscina del Cabana ragazze vestite da antiche
romane servono whisky ghiacciato. Le signore dei petrolieri fanno arrivare con
l'elicottero il gelato per il party. Nel museo della citt Picasso e Rivera continuano ad

essere esclusi, e il violinista Oistrakh non suona nella grande sala dei concerti perch
russo. Al bar del Mariot Motel un signore mi dice: Poteva accadere da
qualunque altra parte . Per , ha commentato Art Buchwald, successo qui .

Chi erano

Una camomilla per Mussolini


Un cartello all'ingresso del paese avverte: Predappio, zona particolarmente
depressa . Negli stabilimenti della Caproni dove si fabbricavano parti di aeroplano (
ali per gli aquilotti , secondo una definizione allora di moda), c' un allevamento di
pulcini olandesi. A Dovia, nella casa natale del duce , abitano due famiglie di
disoccupati. Nella stanza da letto, che fa anche da cucina, si rifiugiato l'operaio
Giuseppe Perini. Sulla porta c' la gabbia del canarino. L'ho trovato una sera per la
strada, forse era caduto da un albero, ma canta poco , dice. Qui Mussolini dormiva
da ragazzo; una volta i visitatori portavano rami di alloro e fasci di garofani, poi
toccavano il materasso riempito di foglie di granoturco secche che scricchiolavano.
Sulla ripida scala dove i pellegrini scattavano le foto ricordo (anche il re,
Vitturiet , come lo chiamava con gli intimi il suo primo ministro, fu ritratto mentre
la saliva faticosamente), al riparo di un grande ombrello d'incerata verde, giocano un
gatto e una bambina.
Oggi il cimitero deserto. Pioviggina. Si sente nell'aria l'odore dell'erba marcita. In
paese giorno di mercato, ma anche attorno alle bancarelle c' poca gente. I
mediatori di bestiame riempiono le osterie di fumo di sigaro e di voci. Il custode del
camposanto un giovanotto che cammina agitando un mazzo di chiavi. Brutto
tempo , sospira, scommetto che non viene nessuno . Due carabinieri fanno una
inutile guardia davanti al cancello.
La porta della cappella cigola un poco. La tomba del duce nel sotterraneo. Un
lume tenue rischiara la pietra dei sarcofaghi, illumina un gagliardetto nero, omaggio
dei missini romani, quartiere Parioli, fa risaltare le bacche d'argento delle corone,
sembra di essere nella stiva di un vascello sommerso. Un giorno qui andr io,
Rachele, e qui tu , disse una volta Mussolini alla moglie, e segn il posto: accanto al
figlio Bruno, fra i suoi genitori. D'estate s , dice il becchino, c' movimento. Ho
contato anche duecento persone, e vedesse i tedeschi! .
In una vetrinetta sono raccolte le testimonianze dei fedeli. Le discusse medaglie
del comandante di sommergibile Enzo Grossi, un pugnale che la camicia nera scelta
Zerbini Benvenuto ha creduto opportuno restituire al capo: Da te duce mi fu
affidato dice la lettera accompagnatoria a te ora lo rendo . Anche l'Alianga

Libertadora Nacionalista ha inviato, in segno di devozione, un esemplare della tessera


degli iscritti. Il motto Dios, Patria, Hogar . Hogar sta per focolare. Si tratta di
malinconici fascisti sudamericani.
C' un mazzetto di spighe per ricordare le opere di bonifica, e una squadra di
balilla, strappata da un vecchio libro di lettura, marcia con innocente fierezza verso
un incerto avvenire.
Dei gladioli che una sposa in viaggio di nozze ha deposto nel mausoleo il lieto
evento era stato celebrato nell'anniversario della conciliazione rimasta solo la
garza inamidata che li avvolgeva.
Davanti al sepolcro, protetti da un involucro di plastica trasparente, sono
conservati gli stivali e i pantaloni alla cavallerizza che Benito Mussolini portava al
momento della fucilazione. Un cancelliere del tribunale ha compilato il burocratico
biglietto che li classifica Corpi del reato numero 349 .
A pochi passi, sotto il portico, una semplice croce indica il luogo dove sepolto
un altro predappiese, l'avvocato Adone Zoli, un avversario del duce, che quando fu
Presidente del Consiglio permise che la salma del compaesano fondatore del
fascismo tornasse alla sua terra. Quando donna Rachele , come la chiamavano
durante i vent'anni, viene in visita, mette un fiore anche sopra quella lapide.
Poverino, anche tu , l'ho sentita mormorare. Sulle lapidi, i ritratti di porcellana
mostrano defunti in orbace, o vestiti da figli della lupa. Allora anche la morte aveva
una divisa. Fu un'epoca di questurini , ha scritto Corrado Alvaro. Anche i letterati
aspirarono a portare un'uniforme .
Quei fasci mi spiegava il sindaco tornano sempre fuori. Ho impiegato
quintali di vernice, ma non spariscono mai del tutto. Ne ho uno, guardi, anche sulla
mia scrivania. Debbo tenerci sopra il portacenere. E abbiamo anche un certo numero
di aderenti al movimento sociale, e perfino nella giunta. C' chi li aiuta. Si figuri che
per restaurare la sede hanno ricevuto in regalo millecinquecento quintali di cemento.
Sta a vedere che costruiscono una diga, ha detto la gente .
Il sindaco socialista, e si chiama Dervis Laghi. Questa la patria dei nomi curiosi: ci
sono figli di anarchici che si chiamano Ordigno o Ideale, figli di camerati che si
chiamano Labaro. Il primo amministratore democratico, subito dopo la liberazione, si
chiamava invece Benito. Un peccato originale.
un brav'uomo, Dervis Laghi, di mestiere fa l'allevatore di polli. Ci tiene a
precisare che Predappio non per un paese di nostalgici, e che se nella tabaccheria
si fa un notevole commercio di cartoline con la Rocca delle Carninate, la tomba, la
casa natale, il fondatore dell'Impero che fa il saluto romano o va in bicicletta,
soltanto per una piccola speculazione turistica. Per molti Mussolini sempre ch'al
birichein, quel birichino (in Romagna non un complimento) che volt
clamorosamente la gabbana: c' un vecchio che conserva da pi di quarantanni una
bandiera rossa sulla quale ricamato il motto Fate largo che passa il lavoro . Lo
aveva dettato Benito Mussolini. Raccontano, del resto, che anche la sua vedova non
nasconde che la sua idea non l'ha mai cambiata: la Chelina socialista era, e
socialista sarebbe rimasta. Per lei, anche la caduta del fascismo, ha quasi l'aria di una
faccenda domestica. Cos racconta il 25 luglio 1943: Quella mattina torn verso le
tre o le quattro, non so i minuti precisi, ma era tardi e albeggiava. L'ho aspettato, e gli
avevamo preparato una tazza di brodo. Quando apr lo sportello della macchina, gli

dissi: "Bene, come andata?" Lui rispose: "Abbiamo fatto il Gran Consiglio".
Chiesi: "Li hai fatti arrestare almeno tutti?". E lui: "Lo faremo".
Sapevo che mio marito non ne sarebbe stato capace. E mi raccont che doveva
andare a Villa Savoia in borghese.
E io gli dissi: "Guarda, ti vogliono in borghese perch
forse fanno prima a fare quello che io penso".
E lui mi spieg che era molto importante andarci, perch chi aveva firmato la
dichiarazione di guerra non era solamente lui. La responsabilit era sua, ma era anche
di Sua Maest il Re. Io lo avvertii: "Ma ci vai? Tu non ritorni indietro".
Abbiamo parlato un po' e poi, vedendo che era stanco era gi tardi ho
preferito dire che andasse a letto. Ha bevuto una camomilla e siamo andati a riposare.
E alla mattina si alzato presto, e alle otto era gi a Palazzo Venezia.
La villa, il giorno dopo, era occupata. venuto un colonnello e trecento soldati
coi carri armati, con i cannoni.
Io ero andata fuori per dar da mangiare, che avevo dei polli, cos, perch ero
rimasta sola, e ho visto che l'ufficiale mi venuto incontro e mi ha chiesto se era
quella la Villa Mussolini. Io gli risposi: "S". E cominci a parlare. Mi disse: "Sa, il
signor Mussolini ieri sera la radio ha dato notizia che era scappato e che l'hanno
preso a Milano con una valigia piena di pellicce e di gioielli".
"Ah, gli risposi stato furbo stavolta".
E allora lui entrando nella porta della Villa Torlonia guard cos e comment: "Ma
una gran bella villa, questa".
Dissi: " una casa".
E poi gir da una parte, e vide che c'era il busto di mio figlio Bruno.
Lui comment: "Ah, era tanto un buon ragazzo. Abbiamo fatto le elementari a
Milano assieme quando stava al Foro Bonaparte".
Chiese: "Lei, voi lo conoscevate?".
Risposi: "S, lo conoscevo, perch era mio figlio".
Mi venne vicino: "Ma non ce l'hanno detto che voi eravate nella villa. Adesso vado
gi in portineria e vado ad avvisare il colonnello, perch non lo sa neanche lui".
E si misero a disposizione mia, e mi misero le guardie alla porta perch non mi
facessero niente. E mi trattarono bene.
E il giorno dopo venne un ragazzo all'ingresso di dietro perch c'erano le
sentinelle e mi avvert che sapeva dove era mio marito. Io credevo che scherzasse
ma lui mi assicur: "No, no, si trova nella caserma dei carabinieri".
Due giorni dopo mi mand una lettera la principessa Mafalda che mi diceva di
stare tranquilla perch mio marito non era morto .
Ora la Rocca inabitabile. Nelle grandi sale passata la guerra. I soldati hanno
distrutto, per far fuoco, i pavimenti di legno: sulla torre il faro tricolore, che si
accendeva nelle notti d'estate, ha i vetri in frantumi, nel cortile un'aquila di bronzo ha
perduto la testa, perfino la tazza del gabinetto, marca Turbine , stata divelta.
Rachele Mussolini ha portato via i pochi oggetti rimasti: uno strano miscuglio di
busti di marmo Arnaldo Mussolini, Michelangelo, Virgilio una culla di legno,
statuette con cavalli che hanno perduto il cavaliere, cassapanche sfondate, elmi
arrugginiti, si pensa al disordine di un palcoscenico dopo la recita di una tragedia di
Sem Benelli.

Visto da quass il paesaggio bello. Dalla stanza di Mussolini si vedono i colli


avvolti nella luce bianca dell'inverno, nel parco il vento scuote i cipressi, i buoi dalle
lunghe corna trascinano il carro nei campi molli di pioggia. Sono queste le immagini
che vide per l'ultima volta alla fine del 1943.
Nel cimitero di San Cassiano sono sepolte anche le illusioni e le imprese fasciste.
Da queste parti correvano i 18 BL, di Italo Balbo, i fragorosi camion delle spedizioni
punitive: nascevano in Romagna quegli atletici federali che andavano a vincere le
olimpiadi di tiro alla pistola: i lampioni di Ravenna avevano conosciuto le prodezze di
Ettore Muti, le squadre di Arconovaldo Bonaccorsi, il Conte Rossi dell'avventura
spagnola, e dei fratelli Gelati, e di Maria Ghinelli, gli schiaffeggiatori di Toscanini, si
esibivano sulle aie della bassa , o nelle Camere del lavoro. Sono nati da queste parti
anche i primi eretici, come Leandro Arpinati, il gerarca che prese a pugni Starace, e
che fu relegato per molti anni in esilio nella tenuta di Malacappa. Per un certo
periodo molti somari di ortolani, nelle campagne ribelli , si chiamarono Achille.
Quando dopo l'8 settembre, Mussolini invit Arpinati alla Rocca per offrirgli un
posto da ministro si sent rispondere: Ancora una volta troppo tardi .
A Predappio non si avvertono pi n rancori n rimpianti: c' un piccolo mondo
che muore di noia, in uno spettrale scenario di inutile cemento armato e di colline
riarse che i contadini abbandonano.
La bambola di Hitler
Ho visitato l'aula numero 600 del Tribunale di Norimberga. La finestra lascia
vedere le cime dei pioppi che tremano nel vento. Le pareti sono foderate di legno
scuro; su una porta hanno rappresentato in bronzo Adamo ed Eva, il primo peccato,
il primo castigo. Qui venne sepolta la triste memoria del Terzo Reich.
Sono passati venticinque anni dalla fine della guerra. Ho intervistato Norman
Frank, un giovane uomo di quarantun anni, figlio del dottor Hans, ministro senza
portafogli, governatore generale della Polonia; Robert von Schirach, di anni trentuno,
figlio di Baldur, capo della Hitlerjugend, un elegante giovanotto dai modi garbati e
dalla parola compita; Gudrun Himmler di anni quarantuno, figlia di Heinrich, capo
della Gestapo, ministro degli Interni, comandante delle SS; Gerard Bormann, il pi
giovane dei figlioli di Martin, braccio destro del Fhrer, sposato e padre di un
bambino che porta il nome del nonno; Sylk Heydrich, di anni trentuno, una bella
ragazza che assomiglia tanto al padre Reinhard, protettore della Boemia, generale
dell'Arma e della Polizia SS, e incaricato della soluzione finale (ucciso nel maggio
1942 nel centro di Praga); e infine Wolf Rdiger Hess, figlio unico di Rudolf, il
camerata a cui Hitler accordava maggiore fiducia, e che vol in Inghilterra all'inizio
del conflitto. Ho rivolto a tutti le stesse domande.
Signorina Himmler, come vive e qual il suo lavoro? .
Gudrun Himmler: Abito da anni a Monaco, sono sposata e ho un impiego
come segretaria in un ufficio. Mia madre sta invece nella Germania del Nord.
Conduce vita molto ritirata. sola, non riceve alcuna pensione e neppure contributi
dallo Stato, cos mio dovere aiutarla .
E lei, signor Hess? .

Wolf Rdiger Hess: Ho ultimato gli studi tecnici e ho un posto


nell'amministrazione statale. Conto di restarci definitivamente, oppure di entrare
nell'industria .
Lei, signorina Heydrich, studia ancora? .
Sylk Heydrich frequentava la Scuola di musica e teatro della Sassonia Inferiore per
diventare cantante: Ho fatto la maestra di ballo e di nuoto, per i miei studi e per
vivere .
Signor Frank? .
Norman Frank: Lavoro alla televisione bavarese. Prima ero occupato presso una
societ cinematografica .
La sua, signor Bormann, era una famiglia numerosa. Che ne dei suoi fratelli? .
Gerard Bormann: Io risiedo a Freising e faccio l'economo presso un istituto di
rieducazione. Due sorelle sono a Bolzano, una a Merano, un fratello a Duisburg, un
altro si trova a Essen in una azienda commerciale, mio fratello maggiore, Martin, vive
in Africa ed missionario .
Vorrei fare la stessa domanda anche al signor von Schirach .
Robert von Schirach: Lavoro a Trosching, nel Wrttemberg, presso le officine
Epak; sono rappresentante di una grande tipografia .
Signor Bormann, quando ha visto suo padre l'ultima volta? .
Gerard Bormann: Nel 1945, a Obersalzberg .
Vorrei chiederle: come giudica la vita di suo padre? .
Gerard Bormann: Mio padre era un uomo molto intelligente, e un grande
idealista. A lui viene fatta colpa di molte cose, e anche lo si ritiene responsabile di
decisioni che in realt non prese .
Ma si dice che Martin Bormann abbia avuto una grande influenza su Hitler .
Gerard Bormann: S, mio padre ha avuto una grande influenza su Hitler, nel
tempo in cui stato con lui .
Lei, Gudrun Himmler, quando ha saputo della morte di suo padre? .
Gudrun Himmler: Mia madre ed io siamo state informate della sua morte
nell'estate del '45, mentre ci trovavamo prigioniere degli inglesi a Cinecitt, a Roma.
Un giornalista americano preg mia madre di concedergli una intervista, pi
precisamente la sottopose ad un interrogatorio, alla presenza di un ufficiale
britannico, e mia madre chiese all'americano: "Che notizie pu darmi? Ha saputo
qualcosa di mio marito?" e l'americano rispose: "Suo marito? Ma quello si
avvelenato da un pezzo". In questa maniera molto brutale abbiamo saputo della
morte di mio padre. Per una conferma ufficiale sul suo presunto suicidio non
l'abbiamo mai ricevuta .
vero che sta scrivendo un libro su di lui? .
Gudrun Himmler: S, ho intenzione di dare alle stampe tra qualche anno un
libro, e adesso sto raccogliendo materiale di documentazione .
Che cosa intende dimostrare? .
Gudrun Himmler: Ho intenzione di dare un quadro obiettivo, e il pi possibile
vicino al vero, della sua vita e della sua opera .
gi a buon punto? .
Gudrun Himmler: No, purtroppo. Trovo enormi difficolt nella ricerca delle
informazioni necessarie. Soprattutto mi difficile parlare con conoscenti del passato

che siano in grado di fornirmi testimonianze .


Lei, signor Frank, quando ha visto suo padre l'ultima volta? .
Norman Frank: A Norimberga, quattordici giorni prima che fosse giustiziato .
Come lo ricorda? .
Norman Frank: Era molto calmo, e cercava di confortarci per quello che si
prevedeva fosse l'esito del processo. Le ultime parole sono state: "Ti auguro ogni
bene e una vita serena" .
Posso chiederle: che cosa pensa di lui? .
Norman Frank: Era un eccellente padre di famiglia, cordiale, affettuoso, e
amava molto la compagnia, soprattutto quella degli amici .
Vorrei precisare la domanda: cosa pensa di lui come uomo che ha fatto una certa
vita politica? .
Norman Frank: La vita di mio padre, considerata sotto l'aspetto filosofico,
conclusa in se stessa. Mio padre ha creduto a Hitler, mio padre stato trascinato in
quel movimento ed naufragato col nazismo .
Dicono che lei un avversario dei nazisti .
Norman Frank: Io credo che essere un avversario dei nazisti oggi sarebbe una
perdita di tempo. Io sono contrario a qualsiasi imposizione forzata, e a qualunque
violenza .
Suo padre non si mai espresso in senso negativo nei confronti del regime
hitleriano? .
Norman Frank: In casa nostra vi era libert di parola, e mi posso ricordare di
parecchie conversazioni con mio padre nelle quali egli dava rilievo alla probabilit,
anzi, alla quasi certezza che la guerra sarebbe stata perduta .
Come spiega la sua fede nel Fhrer e in quelle idee? .
Norman Frank: Posso dire che non lo capisco. Certo quegli uomini avevano, in
comune tra loro, qualche cosa che non comprendiamo. Un esagerato amore per il
proprio popolo, e una visione un po' ristretta .
Lei, signor von Schirach, che cosa pensa di lui? .
Robert von Schirach: La prego di formularmi la domanda con maggiore
precisione .
Ecco, volevo dire: ciascuno ha una idea del proprio padre... .
Robert von Schirach: Se lei intende che io dica ci che penso come figlio,
lasciando da parte tutto ci che politica, cos come di certo mio padre desidera che
io faccia... .
Ma il giudizio che certamente pi interessa quello politico .
Robert von Schirach: Mio padre era davvero un grande idealista. E io credo che
nel suo lavoro, che era quello della preparazione della giovent, egli non si sia
mai veramente preoccupato dello sviluppo che avrebbero potuto prendere le cose.
Egli si regolava secondo le esigenze del suo incarico, ecco. Io credo, in ogni caso, che
dopo tanti anni di prigionia ogni colpa sia stata espiata .
Lei, signorina Heydrich, era troppo piccola... .
Sylk Heydrich: Non mi ricordo proprio nulla di lui. Avevo appena tre anni
quando venne ucciso, e so solo quello che mi stato raccontato. Mio padre mi voleva
molto bene, e a quanto mi hanno detto, avrebbe voluto portarmi con s da tutte le
personalit, dai suoi colleghi, da Himmler. Mi mostrava con orgoglio e diceva:

"Questa la mia bambina prediletta, ed il mio raggio di sole!" .


Che idea si fatta di lui? .
Sylk Heydrich: Per ogni figlio il padre sempre il padre e non pu giudicare
delle colpe che gli rimproverano. Io allora avevo tre anni e mio padre lo deve
giudicare la gente che allora era con lui .
Lei, signor Hess, non ha visto suo padre a Spandau? .
Wolf Rdiger Hess: Mio padre l'ho visto l'ultima volta nella primavera del 1941,
cio poco prima che andasse in Inghilterra .
Che idea ha di quella romanzesca fuga? .
Wolf Rdiger Hess: Credo che le cose siano andate come anche molti pensano.
Mio padre voleva indurre l'Inghilterra a fare pace con la Germania, e ad unirsi ad essa
per opporsi al comunismo .
Suo padre le scrive? .
Wolf Rdiger Hess: S: mi scrive sempre, e quasi ogni settimana mi arriva una
lettera anche di dodici pagine; anche a mia madre ha cercato di dare dei consigli, dei
suggerimenti per la mia educazione .
Quando suo padre andato in Inghilterra la sua famiglia ha subito ritorsioni? .
Wolf Rdiger Hess: S, abbiamo avuto delle difficolt e non pochi guai. Questo
fatto ci ha creato una quantit di disagi appena immaginabili .
Vivevate sempre a Monaco? .
Wolf Rdiger Hess: No, nel 1942 siamo andati via, ci siamo stabiliti in
campagna dove anche adesso abbiamo la nostra casa .
Perch non mai andato a Norimberga e a Spandau? .
Wolf Rdiger Hess: Ho capito che mio padre deve tenere un certo contegno,
che si imposto, e che una visita potrebbe disturbarlo .
Come spiega questo suo atteggiamento? .
Wolf Rdiger Hess: S, me lo spiego. Lo capisco, ma anche lo giudico fuori
posto .
Lo attribuisce al suo carattere? .
Wolf Rdiger Hess: S, al suo carattere .
Che cosa pensa che suo padre potrebbe voler fare adesso? .
Wolf Rdiger Hess: Non lo so, dato che ormai detenuto da tanto tempo.
Certo egli avrebbe ancora interesse per molte cose. Nel campo dello spirito, si
intende, non per altro .
Come ritiene si debba giudicarlo? .
Wolf Rdiger Hess: Se lo si considera secondo la legge scritta, una cosa; ma si
dovrebbero tenere presenti le condizioni nelle quali egli ha agito, e si dovrebbe
giudicarlo di conseguenza. Allora egli sarebbe senz'altro assolto e messo in libert. Ci
sono altre persone che sono ben pi colpevoli di lui .
Ha mai visto Hitler? .
Wolf Rdiger Hess: Io non l'ho mai veduto. Allora ero troppo piccolo .
E lei, Gudrun Himmler? .
Gudrun Himmler: S, spesso... Prima della guerra ho visto Hitler molte volte a
casa nostra e mi ricordo, in particolare, di avere accompagnato ad ogni ricorrenza
natalizia mio padre nelle sue visite per gli auguri. Ci recavamo nella
Prinzregentenstrasse a Monaco, dove Hitler viveva in un appartamento grande e

molto bello, al primo piano. Hitler era gentile con me, ed era commovente come si
interessava di me... Era, come si sa, un individuo assai amante dei fanciulli e molto
buono con i bimbi. Mi ricordo di una bambola che una volta mi regal e che mi era
particolarmente cara, e che poi nel '45 and perduta. Questo uno dei ricordi pi
belli dei miei incontri con Adolf Hitler .
Signor Bormann, ha conosciuto il Fhrer? .
Gerard Bormann: S, Hitler lo vedevo in media tre o quattro volte l'anno. Una
volta ricordo che fummo invitati da lui a prendere il caff, ed io ebbi una tazza di
cioccolata. Allora abbiamo giocato insieme con la signora Eva Braun .
Anche lei, signorina Heydrich, ha qualche ricordo in proposito? .
Sylk Heydrich: No, so soltanto che capitava da noi Himmler, ma mia madre
aveva una certa ripugnanza a parlare con lui. In certe occasioni egli si comportava nei
suoi confronti piuttosto stranamente. Alla fine venne a dirle che il Fhrer voleva
distribuire delle fiale di veleno fra le persone che sarebbero state chiamate a dar
conto del loro operato, e anche mia madre ne ebbe per ciascuno di noi. Rimase molto
impressionata, non aveva alcuna intenzione di morire. Scrisse allora a Himmler per
avere spiegazioni, e la risposta fu che ne avrebbero parlato al primo incontro. Una
volta vedemmo Himmler in una via di Praga. Egli ripet quello che aveva scritto nella
lettera, per aggiunse: "Ma noi continuiamo a vivere!". Mia madre allora disse: "Io
adesso prender tutte le mie cose, i miei figli e l'istitutrice, e me ne andr nella
foresta bavarese o in un altro posto dove si possa non essere perseguitati" .
Lei, signor Frank, ha visto Hitler? .
Norman Frank: S, l'ho visto, ma allora ero troppo piccolo, e non posso avere
che dei ricordi superficiali. Avevo sei anni, e fu in occasione dell'apertura
dell'esposizione di arte tedesca a Monaco. Mio padre sedeva proprio dietro a Hitler,
ed allora il Fhrer mi prese e mi tenne sulle sue ginocchia: fece, insomma, quello che
usano fare tutti i dittatori del mondo .
Una domanda a lei, Gudrun Himmler. Il suo nome le ha creato problemi? .
Gudrun Himmler: S. Nella mia vita professionale mi stato di ostacolo, o
meglio: mi tuttora di ostacolo, perch quale ufficio in grado e pu permettersi di
assumere una persona col mio nome e il mio passato? Al contrario, nella vita privata
non ho alcuna difficolt. Certo, incontro ogni momento gente che nel sentire il mio
nome si incuriosisce, ma tutto .
E a lei, signor von Schirach? .
Robert von Schirach: Personalmente non ho avuto difficolt notevoli .
Signor Bormann? .
Gerard Bormann: No, il nome che porto non mi ha
creato nessun impaccio. Gli italiani, poi, quando ci rifugiammo in Alto Adige, sono
stati molto buoni con noi .
E lei, signorina Heydrich? .
Sylk Heydrich: Per quanto mi riguarda, no. Mio fratello, invece, che aveva
studiato per tre anni costruzioni di macchine, e voleva diventare ingegnere e aveva
fatto i suo studi in Renania, non riusc ad entrare in nessuna scuola. Per questo era
disperato. Si rivolse allora ad Hannover, ad Hannover furono veramente generosi con
lui, gli dissero che non c'era nessuna ragione per essergli ostili, e cos mio fratello
pot essere ammesso .

Lei conserver il suo nome? .


Sylk Heydrich: S. Ci sono gi molti artisti che si chiamano Heydrich. In
Sassonia, del resto, il cognome Heydrich molto diffuso. Mio nonno era un grande
interprete wagneriano e cant anche sotto la direzione di Cosima Wagner. Si
chiamava Bruno Heydrich .
Signor Frank, suo padre stato in Polonia. Ha dei ricordi di quando viveva
laggi? .
Norman Frank: Ho una quantit di ricordi, ma purtroppo non precisi. Allora io
avevo quindici, sedici anni, e a quell'et si bada pi che altro alla scuola e al primo
amore. Ma, naturalmente, noi avvertivamo anche qualche cosa d'altro. Mi ricordo che
una volta che avevo giocato una partita di calcio con un'altra scuola, fummo sorpresi
nell'udire voci affannose di uomini. Allora smettemmo di giocare e andammo a
vedere. E a circa duecento metri di distanza giacevano a terra dodici partigiani
polacchi fucilati. Questo ci fece una impressione terribile. Mi ricordo che allora mi
recai al castello dove stava mio padre, e glielo raccontai. Ne fu molto scosso, divenne
rosso in viso e mi disse: "Non parlare di questo" .
Posso chiederle Frau Himmler che cosa pensa del passato? .
Gudrun Himmler: Io sono la figlia di Heinrich Himmler, e non mi sento in
grado di dare un giudizio .
E la sua idea, signor von Schirach? .
Robert von Schirach: Gi ! Lei vuole alludere al Terzo Reich. Ecco: nel Terzo
Reich sono accadute parecchie cose deplorevoli, specialmente in relazione alla
questione ebraica, alle quali non si pu pi porre rimedio. Su questo punto non vi
pu essere alcun dubbio ma, d'altra parte, in certi campi, come nell'educazione della
giovent, vi erano alcuni aspetti che non si possono affatto dire cattivi .
Signor Bormann, posso farle un'ultima domanda? Molta gente afferma che suo
padre ancora in vita. Che ne pensa di queste voci? .
Gerard Bormann: Non ho proprio nulla da pensare, perch in base a quello che
affermano i miei amici ho la certezza che mio padre morto nel 1945, e vi sono
abbastanza testimoni oculari, sebbene a molti di essi non si voglia credere .
Poterebbe dirmi il nome di qualcuno di questi testimoni? .
Gerard Bormann: Uno morto qui a Freising quindici giorni fa. Si trovava
allora con mio padre. Era il signor Hostiber. C'era poi il dottor Stumpfenger e il terzo
nome, ora, non lo ricordo. Questi tre testimoni affermano che mio padre cadde nella
Invalidenstrasse, a Berlino, presso la spalla del ponte. E anche il signor Hans Bauer
era presente. Egli era con mio padre, e ha cercato di fuggire con lui .
Vorrei, signor Frank, concludere con un suo giudizio sul mondo di ieri .
Norman Frank: Devo dire che un uomo ragionevole pu soltanto pensare:
"Sono lieto che quel passato sia passato". E dobbiamo vigilare perch ai nostri giorni
non si ripeta nulla di simile .
Mio nonno Josef Jugasvili, detto Stalin
Nella piazza di Gori c' un grande monumento a Stalin. rappresentato nella
solita posa: una mano infilata nel cappotto slacciato, il volto sorridente. Sulla casa

dove nato costruirono, nei giorni del potere, un museo, con colonne di marmo e
tappeti di velluto rosso. aperto, e i visitatori non mancano.
Il seminario dove impar le prime nozioni della religione ortodossa stato adibito
a Istituto di agraria, ma una lapide ricorda l'eccezionale scolaro.
Josef Vissarionovic Jugasvili fu qui, l'ultima volta, nel 1952; era stanco e di umore
tetro, e i paesaggi della giovinezza, ormai, non lo rallegravano. La gente per vederlo,
raccontano, rischiava di farsi travolgere dal treno; ma anche adesso l'entusiasmo per il
compaesano illustre non diminuito. Non c' banchetto, in Georgia, durante il quale
non si brindi alla memoria del capo che per trent'anni fu la guida gloriosa
dell'Unione Sovietica . Evtuscenko, che partecip a uno di questi simposi, in segno
di dissenso ruppe il bicchiere. Il gesto non venne apprezzato.
Ho conosciuto a Tbilisi, Gula Jugasvili, figlia di Jakov, nipote di Stalin; con lei
che ho visitato il paese del nonno. Gula ha ventinove anni, laureata in francese,
lavora a Mosca, all'Istituto di letteratura mondiale dove, saltuariamente, andava anche
zia Svetlana.
Suo padre stato fucilato dai tedeschi, in un campo di concentramento; la madre
morta da qualche mese, di cancro. Si chiamava Julia Isacovna Meltzer, era ebrea, e
per due anni Beria la fece imprigionare. Stalin non volle mai riceverla. Gula, adesso,
sola.
una ragazza bruna, dalle fattezze minute, piccola; quando il nonno la vide la
prima volta disse: Ma questo il ritratto di Jascia . Del primogenito del
generalissimo non sono rimaste che poche istantanee; anche Gula lo ricorda
vagamente, nella dacia, su un'automobile, prima della partenza per il fronte.
Galosca, Gula, come la chiamano tutti, non ha fratelli. Non mai stata all'estero:
le piacerebbe fare un viaggio in Africa, e ad Algeri in particolare. Ha un mentalit
aperta, e una conversazione garbata. Vive con la pensione che le compete, come figlia
di un ufficiale caduto, e coi proventi del suo lavoro.
Non aveva mai visto questi luoghi che un tempo furono meta di pellegrinaggi, e
non parla georgiano. Il paesaggio lussureggiante e duro: i vigneti, le foglie scure del
tabacco, i cipressi, gli eucalipti, l'odore di muschio bagnato e di menta; gli uomini neri
e baffuti, che conoscono il volo dell'aquila e la tana della lince; le donne taciturne che
invecchiano chiuse nei lunghi abiti scuri, si vedono soltanto gli occhi nel volto
pallido.
Entra, commossa, nella stanza dove suo nonno venne al mondo; Stalin era l'unico
figlio di un povero calzolaio, che aveva preso in affitto una sola camera. C' ancora il
letto ampio, il samovar di ottone, e uno specchio; la madre di Josef Vissarionovic, che
se ne andata a ottant'anni, e che ha sempre vissuto modestamente, sepolta nella
vecchia Tiflis sulla collina. Accanto a lei, riposa un poeta classico, Vasa Psavela.
Un diplomatico italiano, che fu console nella citt, ricorda che una volta, recatosi
in un palazzo del governo, chiese ad alcune persone che aspettavano in un corridoio
dove si trovava l'ufficio di un funzionario. Una donnina insignificante gli diede
l'indicazione, poi aggiunse: Io sono la mamma di Stalin .
Era rimasta, fino all'ultimo, molto devota, e in fondo le dispiaceva che Soso ,
cos lo chiamava, non fosse diventato ministro di Dio.
Lo salut, forte e temuto, e fu come un congedo, nel 1935, e ho letto sulla Pravda
di allora il suo racconto di quella visita: Era tanto che non lo vedevo; non sto bene,

sono debole, ma incontrandolo mi sono rallegrata che tutto sia passato. Ci siamo
abbracciati e baciati. Ho chiesto dei nipotini. Li amo pi di ogni cosa, la mia Svetlana,
Jascia e Vasso .
Nelle teche del museo sono conservati molti documenti; c' anche una poesia che
Stalin compose da ragazzo. Si intitola Mattina, parla di corolle, di boccioli, del canto
delle allodole, e incita allo studio.
Una fotografia riproduce il piccolo Jugasvili nel coro della chiesa: un bel
bambino, l'hanno messo nell'ultima fila, ma pare che avesse una voce gradevole.
Un'altra lo ritrae in seminario; assomigliava molto al giovane Josef, il figlio di
Svetlana: magro, il profilo affilato, i capelli corti. C' la foto dell'ultimo discorso: un
ometto cadente, alla faccia segnata, un vecchio , lo ricordava Ehrenburg, con il
viso sforacchiato dagli anni, la fronte bassa, gli occhi vivi ed acuti . Conservano pure
la maschera mortuaria, ricavata dallo scultore Maniser: il volto ha un'aria calma e
solenne.
C' anche un piccolo campionario dei doni che ricevette per il settantesimo
compleanno, quando una lirica di circostanza, sull'organo ufficiale del partito, gli
attribu anche i non piccoli meriti di aver popolato la terra e fatto sbocciare la
primavera.
Si tratta, in genere, di orribili cose, una colomba di pezza di ispirazione picassiana,
ad esempio, una scatola di legno dipinta dal figlio Vassili; mi chiedo dove sar finita la
lucida Alfa Romeo, omaggio dei comunisti italiani.
Com'era Stalin? una domanda che molti si sono posti. Anche Einstein disse a
un ospite russo: Avrei voluto sapere qualcosa di lui come uomo .
Hopkins lo descrive in modo sbrigativo: alto 1,60, deve pesare ottanta chili ; De
Gaulle gli riconosce una specie di fascino tenebroso ; Gilas lo trova piccolo e mal
costruito, con il torace breve e stretto, fianchi larghi, braccia e gambe troppo lunghe
; il compagno Barmine, poi emigrato, lo dipinge anche peggio: la faccia butterata,
gli occhi sono castano scuri, con qualche leggero riflesso pi chiaro, la sua
espressione non rivela mai il suo sentimento .
Pietro Quaroni mi ha detto che il suo profilo non esprimeva nulla di
straordinario, mentre il collo sprigionava una specie di forza bruta. C'era un senso di
vuoto attorno a lui, e stabiliva sempre una certa distanza con gli altri .
Il ritratto di Gula , ovviamente, pi appassionato e benevolo; lei lo amava, e lui la
chiamava padroncina , appellativo concesso solo alla prediletta Svetka.
A lui dice Gula non piaceva rivolgersi alle persone di casa chiamandole per
nome. Era buono, mi prendeva in braccio, mi accarezzava. Quando si toglieva il
cappotto militare mi sembrava pi piccolo, minuto, e questo mi pareva molto strano,
e quando se lo rimetteva, diventava quello delle fotografie e delle statue, e mi
incuteva un po' di paura.
C'era qualcosa che ci separava, non riuscivo ad avvicinarlo e a fargli capire che gli
volevo bene. Una volta mi ha fissato, e ha detto a Svetlana: "Guarda come quella l mi
osserva".
Allora Sveta mi ha spiegato che bisognava essere pi affettuosi con lui, andargli
incontro e baciarlo, e queste parole mi hanno rattristata e ho cominciato a piangere .
Stalin non aveva nessun gusto per l'eleganza, portava sempre la stessa divisa, lo
stesso pastrano, per anni e anni; non era soltanto trascuratezza, forse voleva che il

popolo lo riconoscesse facilmente, nella stessa immagine.


Gula ha vissuto con Svetlana e il cugino Josef al Cremlino; il nonno non gradiva,
invece, le visite dei figli di Vassili, col quale aveva rapporti confusi .
Ero piccola, ma capii che c'era la guerra racconta Gula perch andavamo
spesso nel rifugio, e fin che non fu finita non lo vedemmo pi. Era molto premuroso
con noi bambini, guai se piangevamo. Non ci faceva regali, ma tutto quello che io
possedevo lo dovevo a lui. Quando sono stata pi grande, mi dava ogni mese del
denaro, per le spese straordinarie, per le lezioni private di francese. Aveva conservato
certe abitudini georgiane, offriva il vino anche ai pi piccini, a me e a Josef.
C'erano sul suo tavolo molte bottiglie, e tanti piatti, e gli faceva piacere vedere gli
ospiti mangiare. Lui assaggiava un po' di tutto, caviale, salmone, trota affumicata,
cetrioli freschi, melanzane in salamoia, pasticci di carne, formaggi piccanti, torte e
tanti tipi di frutta. Non vero che fosse ingordo: era, magari, piuttosto goloso .
Churchill, che di bevute se ne intendeva, racconta che durante un pranzo Stalin
brind trenta volte; Bidault, che a un festino gli sedeva accanto, a met della serata lo
portarono via ubriaco; Gilas parla di una cena che si prolung per sei ore; i vecchi
compagni narrano di certe scampagnate sul Mar Nero, con uova di fagiano cotte nella
cenere, e fuochi di faggio sui quali si cuoceva lo sciaslik, l'agnello allo spiedo.
Del resto, Stalin diceva, ed Trotzki che ne d conferma, che non c' nulla di
meglio che identificare l'avversario, predisporre ogni cosa, vendicarsi per bene,
mangiarsi un arrosto, bere una bottiglia di Mukuzani, accendere la pipa, e poi
andarsene a dormire .
Una Dunhill fa parte dell'iconografia privata: non c' uno Stalin allegrone, con
gli amici o coi visitatori, che non mostri la sua predilezione per il fumo. Smise
soltanto, e per ragioni di salute, pochi mesi prima di morire.
Delle feste dice Gula ricordo molto bene quando preparavamo l'albero di
Capodanno nella dacia. Sveta, Josef ed io decoravamo l'abete, che era nella mia
stanza. Poi venivano gli invitati, e il personale. Non c'era per il nonno alcun dono, e
nessuno gli mandava gli auguri.
Arrivava all'improvviso, ma non prendeva parte ai giochi o al ballo, si divertiva,
qualche volta, a stare a guardare, e magari incitava gli altri.
Quando il fronte si avvicin, noi fummo mandati a Kuybiscev; c'erano anche i
parenti Allilujev, la nonna di Svetlana, e anche mio cugino Alessandro, detto Jascia,
figlio di zio Vassili. La mia bambinaia si chiamava Jevdochia Ivanovna; ancora viva,
adesso andata a trovare i suoi che stanno in Ucraina, si occupata di Josef e di sua
sorella Katia, noi la chiamavamo Dununa, e c'era la nyanya di Svetlana, quella che le
raccont la verit sulla morte di sua madre.
Ho frequentato una scuola comune, come tutti. Ricordo che furono sfollati con
noi anche i figli di Kruscev. La loro casa era vicina alla nostra. Uno era malato alla
spina dorsale, si chiamava Sergio, Sirioscia, e mi faceva pena. La bambina, Elena,
invece, giocava sempre con me. Andavamo a fare il bagno nel fiume, correvamo sotto
gli alberi. Non so pi nulla di loro. Aspettavamo sempre il nonno, ma lui non venne
mai .
Il coraggio e la fermezza, anche nelle ore buie, nessuno glieli nega. Disse
Dimitrov a Tito: Quando i tedeschi furono a poca distanza da Mosca, Stalin non se
ne and, e restitu al popolo la fede, la certezza nella vittoria .

In quei giorni racconta Gula Beria ha calunniato mia madre davanti al nonno.
L'ha accusata di spionaggio, senza precisare neppure a favore di chi. Mio padre era
gi caduto prigioniero, non sapevamo nulla di lui. stata in una cella due anni,
aspettando il processo. Nessuno l'ha mai giudicata. A me non dicevano niente, e io
mi sono abituata a vivere senza di lei, l'ho dimenticata. Prima era detenuta a Mosca,
poi, quando i nazisti avanzavano, l'hanno trasferita a Engels sul Volga, poi l'hanno
riportata ancora nella vecchia prigione.
In carcere non lavorava, era isolata, poteva leggere; una sola volta ha avuto una
compagna. Non doveva avere contatti: non si doveva sapere chi era.
Quando l'hanno messa fuori, nessuna scusa, nessun chiarimento, soltanto una
parola: libera. Appena l'ho rivista, non la riconoscevo; avevo timore ad avvicinarla.
Mia madre non ha mai pi incontrato il nonno, non venne neppure ai funerali. Non
lo criticava, non diceva nulla, ma capisco il suo silenzio. Io posso dire che lo amo, e
penso che certamente stato un grande uomo.
So una cosa: che un ruolo terribile ha avuto nella sua vita Beria, come nella vita di
tutti in Russia. Del resto, quando spariva qualcuno della famiglia ero piccola; pi tardi
mi hanno detto che molti degli Allilujev e degli Svanidze sono stati arrestati, e
qualcuno finito davanti a un plotone della Ceka. Dei Tukacevski, di Bucharin, dei
bolscevichi di ottobre e dei generali, non so nulla; sono fatti accaduti prima della mia
nascita. Ma non posso essere un giudice obiettivo; si tratta di una persona a me cara
.
Lo Stalin dei congiunti dolce, cedevole, un cuore semplice: va a pescare nel
Kura, sa sparare soltanto ai conigli selvatici nelle macchie del Caucaso, gli piace la
fiamma del caminetto, contempla i ciliegi fioriti, gioca a biliardo o a gozodki, ed ha la
mossa pronta nel manovrare il bastone, ride come un fanciullo alle comiche di
Charlie Chaplin, si intenerisce come una signorina ascoltando le canzoni paesane.
La preferita si intitola Gandagan, ed una storia d'amore, uno scherzo fra un
giovanotto e una ragazza.
Durante uno spettacolo al Bolscioi , Churchill lo vede turbato. Il baritono
Pazumovski canta ballate popolari, che narrano le dolorose vicende degli esiliati in
Siberia; anche Stalin forse preso dalla tristezza e dai ricordi, era stato deportato
nella taiga. Tira fuori un gran fazzoletto, e si asciuga le lacrime.
Anche la stampa incoraggia l'aneddotica gentile: c' al Cremlino una buca delle
lettere, sorvegliata da una sentinella, dove il cittadino pu deporre le sue missive.
Qualcosa del genere funzionava nella Venezia dei Dogi; ed era un comodo mezzo per
le denunce.
Si racconta nei giornali di una bambina che rimasta paralizzata, non pu
muoversi, e piange, ma scrive a Stalin, e Stalin buono e le fa subito avere una
bicicletta a tre ruote.
L'ambasciatore Quaroni non sapendo come comunicare col supremo capo
dell'URSS, per aver qualche notizia degli italiani prigionieri va a imbucare la sua
supplica, ma non riceve risposta.
Dora Michailovna Monaselitze, che figlia di una sorella di Caterina, la prima
moglie di Stalin, lo ricorda pure generoso. La sua famiglia nascose il rivoluzionario
Jugasvili inseguito dalla polizia dello zar, e quando la madre di Dora fu colpita da un
tumore, Stalin la ospit nel suo appartamento al Cremlino, chiam i medici pi bravi,

e pag anche un viaggio a Parigi, purtroppo inutile.


Anche la pittura ufficiale esalta la bont di colui che, nel linguaggio corrente,
viene definito guida , fabbro di felicit , padre e maestro : nelle oleografie egli
riceve mazzi di fiori dai teneri virgulti del partito, che bacia felice ( Tutti i dittatori
disse Ehrenburg sono sentimentali ), si intrattiene cordiale coi kolkosiani, e
insonne, sempre chino sulle mappe nelle quali sono tratteggiate le linee del fronte.
Romain Rollane!, che lo incontra, lo trova straordinariamente umano ; i proletari
che, un paio di volte all'anno, lo vedono sulla tribuna della Piazza Rossa, lo seguono e
lo applaudono con devozione.
Lui sa come vanno trattati. Dice in un discorso agli stakanovisti: Bisogna allevare
gli uomini con cura e attenzione, come fa il giardiniere con il suo albero prediletto .
Cos, vanno all'assalto gridando il suo nome, si fanno condannare a morte e
inneggiano alla sua virt; ispira anche i poeti e i filosofi. La giornalista Eugenia
Sermionovna Ginzburg, nella sua peregrinazione da una galera all'altra, ascolta una
giovane scrittrice di Vologda che afferma: Ho visto Stalin, adesso posso pure
morire .
Non gli manca proprio alcuna consacrazione: perfino il Patriarca Sergio lo
riconosce capo della nostra grande Unione per volere del Signore .
Dice Krishna Menon, che a lungo rappresent l'India a Mosca: Stalin sapeva
benissimo che gli uomini hanno bisogno di venerare qualcosa. Gli occidentali
possiedono Ges Cristo, la domenica per lo meno. Noi abbiamo centinaia di divinit
che possiamo adorare esplicando tutta la nostra fantasia. La Cina l'unica nazione
dove siano in qualche maniera riusciti a mantenere un certo grado di rispetto senza
credere in Dio, ma la Cina ha avuto Confucio. Ogni giorno, per, Confucio viene
detronizzato, e il culto di Mao sta guadagnando terreno .
La nuova religione, professata con tanta reverenza, non disturba il mitico
semidio , che spiega a Lion Feuchtwanger: Se questo che il popolo desidera, non
vedo che male c' .
Gula mi parla invece delle sue abitudini modeste; una stanza dove mangiava, leggeva,
lavorava, dormiva, era il suo regno, e guai ai bambini, o alle cameriere se toccavano
fogli od oggetti; non aveva il senso del valore materiale delle cose, non largheggiava
n in parole, n in gesti generosi.
Anche ai parenti concedeva il necessario, ma non tollerava il dispendio, il lusso, le
stravaganze. Odiava nel figlio Vassili la dissipazione, il carattere leggero, e lo batteva
come suo padre, spesso alticcio, aveva picchiato lui.
Vien fuori da queste tenere testimonianze un ometto parco e dimesso, che non
sopporta il mare, perch non sa nuotare, e si infastidisce al sole, che predilige le
uniformi, perch, probabilmente, si sent umiliato quando i medici dello zar, alla
visita di leva, trovarono che due dita di un piede erano unite e che un braccio non
funzionava a dovere; quella mania delle divise militari una specie di rivincita per
uno scacco giovanile.
Un ometto che ha una severa morale familiare, e non capisce come i suoi figli
passino da un amore all'altro, con tanta disinvoltura.
Chiama Jakov, davanti ai segretari, il mio sciocco , perch deplora le infatuazioni
sentimentali; disprezza Vassili che percuote le mogli, le caccia dalla sua casa e ogni
tanto le cambia; ammonisce l'insofferente Svetlana sempre alla ricerca del compagno

ideale, con considerazioni che escludono gli slanci del cuore, e mettono invece in
rilievo il predominio dei sensi e gli influssi delle stagioni. Lui rimasto vedovo due
volte: e Caterina Svanidze, mi ha detto un medico di Tbilisi, fu colpita probabilmente
dal tifo, ma la diagnosi della malattia rimase incerta. Nadia fu vittima dei suoi nervi e
lo lasci ancora pi arido, ancora pi solo. Aveva cinquantadue anni. Ogni giorno,
sulla tomba di Nadezda, qualcuno deponeva due rose; i custodi dicevano che era lui
che le mandava.
Gli hanno attribuito un terzo matrimonio con Rosa Kaganovic; ma i nipoti lo
escludono. Il vecchio, in queste faccende, rivela piuttosto una natura quacquera; forse
un ricordo dell'educazione ricevuta dai pope, o dai severi costumi georgiani.
Non aveva riguardi neppure formali per coloro che gli vivevano accanto, fossero i
figli, o i collaboratori, non risparmiava n i sarcasmi, n le sentenze. Circolava, verso
il 1936, una storiella, che mette in luce il suo scetticismo, la sua natura di despota:
Compagna Krupskaja , avrebbe detto alla delusa Nadezda Konstantinovna, che non
apprezzava le sue decisioni, se farete la sciocca, metteremo un'altra donna al posto
di vedova di Lenin . E le reazioni delle vittime non lo turbano, non si scompone:
Quest'uomo ha i nervi d'acciaio diceva di lui il maresciallo Zukov.
Gula ha letto qualche capitolo delle Lettere di Svetlana, che circolano tra gli
interessati. Gli indiani, che fecero uscire con la valigia diplomatica il manoscritto,
probabile che ne abbiano fatta avere una copia fotostatica alle autorit del Cremlino.
Mi dice che non capisce l'astio di Sveta, cos lei la chiama, per i parenti.
Mi racconta un tentato suicidio di Jakov. Mio padre dice quando tent di
uccidersi aveva diciannove anni. Sveta era appena nata. Non vero che il nonno lo
disprezzava perch era un giovanotto mite, rassegnato, e senza particolare talento; era
ingegnere, con due specializzazioni, trasporti e turbine elettriche, e aveva frequentato
l'Accademia di artiglieria.
Guidava bene la macchina, sapeva pilotare l'aereo, cacciava, era un gran tiratore e
andava a pescare. Aveva conosciuto una ragazza, il suo primo amore, che non era un
tipo serio, e se ne era troppo invaghito. Il nonno seppe subito della tresca, e gli
diedero anche informazioni negative, gli avevano detto che non era adatta per essere
una brava moglie, e disse di no, quando pap gli chiese il permesso di sposarsi.
"Devi ancora studiare, troppo presto, e lei non mi piace" ammon con tono
brusco.
I due ragazzi erano disperati, e pensarono a una fine romantica, come Giulietta e
Romeo; la morte li avrebbe liberati da ogni pena. Giulietta, per, ci ha ripensato;
Romeo, invece, ha preso una rivoltella e ha tirato il grilletto, ma la pallottola,
fortunatamente, ha colpito il torace, ma passata di striscio.
Il nonno, facile capirlo, si infuriato per quella vicenda pi buffa e ingenua che
drammatica, e con ironia ha detto: "Non stato capace neppure di uccidersi". Mio
padre guarito e si sposato ugualmente.
Non era, mi pare, un carattere fragile, indifeso, ma il comportamento equivoco
della sposa ha fatto naufragare subito quelle nozze troppo precoci. Il nonno, dunque,
aveva avuto ragione.
Ma, nonostante tutte le incomprensioni, si volevano bene: era il suo primo figlio, e
aveva amato molto la prima moglie, e amava anche me. Mio padre era pronto a fare
qualunque cosa per lui.

Poi, pap conobbe la mamma, che era gi sposata; fu, come si dice, un fulmine. Lei
abbandon tutto per andare con lui, nonostante il marito minacciasse di ucciderla. Si
calm, ma per dispetto, le tagli tutti gli abiti a strisce, con una lametta. Mia madre mi
ha sempre detto: "Soltanto la guerra mi stata rivale .
Mi pare che fu lei a raccontarmi che pap era stato catturato dai nemici, me lo
disse quando io potevo capire ci che era accaduto. Sapemmo della sua morte dopo il
1945. Una volta Hitler offr di scambiarlo con un alto ufficiale tedesco, ma il nonno,
sdegnato, rispose di no, e fece bene. Che cosa avrebbero detto le mogli e le mamme
degli altri tenenti che restavano nelle mani dei nazisti? Non fu un atto di crudelt, ma
di giustizia.
Leggemmo, su una rivista inglese, come mio padre era finito. Era il racconto di un
belga, che si trovava nello stesso Lager.
Avevano detto a mio padre che nei reticolati non passava la corrente ad alta
tensione, ma non era vero. Aveva tentato gi diverse volte di fuggire, volle provare
ancora, ma rimase attaccato ai fili; allora una guardia, per piet, gli spar addosso. Ho
visto una fotografia; era magro, sfinito, irriconoscibile. Aveva molto sofferto.
Quando diedero la notizia al nonno, si chiuse in una stanza e vi pass tutta la
notte, da solo. Al mattino si accorsero che aveva i capelli bianchi. Nessuno ha mai
saputo cosa pensava .
Il regista del film La caduta di Berlino, Michail Ciaureli, voleva dedicare un
episodio della sua epica rievocazione al tenente Jakov Jugasvili, ma Stalin si oppose.
Era una idea servile. Incoraggi invece Eisenstein perch realizzasse, nonostante le
difficolt create dal conflitto, una colossale pellicola su Ivan il Terribile. La figura
dello zar crudele, che passava dalle orge alla preghiera, che inventava riforme e
torture, lo affascinava. Cercava, dice Constantin Simonov, una giustificazione storica
per se stesso.
Poi, non desiderava che la sua famiglia fosse portata alla ribalta; vederlo nei panni di
un comune padre, e di un nonnetto patetico, significava limitarne la suggestione e il
prestigio: doveva restare un personaggio chiuso nell'Olimpo impenetrabile del
Cremlino, nascosto dietro a quella rossa muraglia che sugger a Churchill
un'immagine felice: Un enigma rinchiuso in un mistero .
Le sole fotografie di tono non ufficiale furono scattate da un generale di polizia, e
sono rimaste per anni nel fondo di qualche archivio.
Stalin non concedeva confidenza n ai suoi intimi, n agli altri. Si controllava, non
usciva dai limiti del protocollo. Gli impegni non gli permettevano di lasciarsi andare
alle piccole vicende quotidiane.
Conversare con lui, mi ha detto Quaroni, era opprimente. Lasciava parlare, e
intanto disegnava. Quasi sempre dei lupi che, se il discorso andava per le lunghe,
colorava di rosso. Quando l'interlocutore taceva, chiedeva: Ha finito? . Seguivano
tre minuti di imbarazzante silenzio. Poi faceva qualche domanda per chiarire i punti
che gli parevano oscuri, e continuava a scarabocchiare. La voce era monotona e
stanca. L'atmosfera glaciale. Molotov che, come ministro degli Esteri, accompagnava
il rappresentante dei governi stranieri, veniva lasciato in piedi. Non era trattato con
riguardo.
Ne ha gi parlato disse una volta con Vladislav Michailovic? Ma non si
accorto che non capisce niente? .

Forse si teneva un margine di tempo per riflettere.


Bla Kun diceva di lui: Non sa andare troppo in fretta .
Raccontava Ehrenburg che Litvinov, durante la seduta nella quale fu espulso dal
Comitato centrale, chiese con concitata apprensione al segretario: Ma allora, mi
considerate un nemico del popolo? .
Silenzio. Al termine della discussione, e uscendo dalla sala, Stalin si tolse la pipa di
bocca e finalmente rispose: No .
Gula conserva del nonno una memoria che gli anni caricano di rimpianto. Lo vede
isolato, infelice, circondato da collaboratori malevoli e infidi; anche per lei Beria il
demone che ha macchiato quell'uomo che, per servire i suoi ideali, non conobbe n
affetti n debolezze. Il suo motto era: onesto ci che utile al proletariato e allo
Stato .
Il nonno leggeva Gogol, Cechov, Hugo, Tackeray, Balzac, studiava, si faceva
tradurre gli articoli dei giornali stranieri, cercava soltanto l'interesse della Russia, che
voleva grande e potente e se, come disse Dimitrov, si era tagliato un po' di carne
buona per liberarsi di quella cattiva bisognerebbe stabilire di chi era veramente la
responsabilit.
I Napoleoni afferma Tolstoi non nascono a caso e neppure gli Stalin. E
allora, quelle stragi, quei delitti, vanno attribuiti un po' a tutti, a Jagoda, a Ezhov, e a
coloro che stavano al Politburo, al governo.
Ezhov si d da fare, ma non si tratta di lui confid Isaac Babel nei giorni del
terrore, facendo capire che le colpe andavano addebitate pi in alto. Kruscev
raccont che Stalin aveva ordinato la morte dei medici ebrei, e stabilito anche quale
genere di tortura dovevano subire. Lo stesso Stalin ammise, in una conversazione con
Churchill, le stragi dei Kulaki: Milioni , disse, fu spaventoso, e dur quattro anni
.
Aveva creata, e la teneva presente, questa massima: Una sana diffidenza la
migliore base della collaborazione . Proclam: L'antisemitismo la pi perniciosa
soprawivenza del cannibalismo ma, stragi degli israeliti a parte, non volle mai che
entrassero nella sua casa Kapler, il primo amore di Svetlana che era ebreo, Morozov,
il primo marito che era pure ebreo, Julia Meltzer, la seconda moglie di Jakov, che era
ebrea.
I suoi capricci diventavano ordini: stabiliva che gli scrittori dovevano essere:
ingegneri delle anime , che la cibernetici una cialtroneria, e la genetica, come
suggeriva Lysenko, una scienza di impostazione borghese, che nessun cittadino e
cittadina poteva sposare uno straniero, anche se si trattava di un cecoslovacco e di un
ungherese, di un democratico popolare .
Ogni edizione del Dizionario enciclopedico riguardava i giudizi, e li adeguava al
momento politico e alle ultime estetiche. Nessuna figura politica del mondo
scriveva nel 1945 Edgar Snow investita di tanti poteri . Faceva eseguire, ma senza
esporsi; anzi: deplorava gli eccessi, e ammoniva i colpevoli.
Non aveva alcuna considerazione per gli intellettuali, che nella classifica dei meriti
venivano sempre dopo gli operai e i contadini. In una recente commedia di Nikolai
Pogodin, Uccelli neri, si ascolta questa battuta: Chi era Lenin? Chi era Cechov?
Perch li abbiamo sempre messi all'ultimo posto? .
Non li ricompensava neppure con larghezza: il pittore Saryan, ad esempio, che

non era ufficiale e celebrativo come Gherassimov, ha dovuto aspettare gli


ottantacinque anni per essere proclamato Eroe dell'URSS . L'insofferenza per la
critica, per la libert di pensiero, era per lui un atteggiamento costituzionale: forse
una eredit dell'oscurantismo russo.
Nel museo di Istra mi sono fermato davanti ad un grande quadro del Seicento.
Rappresenta una scena curiosa. Si vede un truce boiardo con abiti di velluto d'oro
che, circondato dai servi, esce dalla ricca casa; uno straccione lo avvicina con aria
allucinata e gli mostra un pezzo di carne corrotta dai vermi.
Spiega la guida: L'uomo dalla tunica a brandelli sta dicendo al signore: "Siete voi
che sfruttate la povera gente"; al tempo degli zar, solo ai matti era concesso di dire
tutto quello che volevano .
Non mi pare che ci sia stata una profonda evoluzione. Stalin, col soccorso di
Edanov, impose l'arte governativa, le regole del realismo socialista, il culto del
Personaggio Positivo, gli inni al Piano quinquennale, al primo maggio, alle industrie,
ai canali e alle madri prolifiche. Per un lungo periodo non si stampato Dostojewskij,
e ci si scusava attribuendo le sue descrizioni alle deformazioni dell'epilessia.
Sapeva adattarsi alle situazioni e sfruttarle convenientemente: nel primo appello
lanciato al suo Paese, mentre le colonne della Wehrmacht invadono la patria russa, si
rivolge ai compagni chiamandoli fratelli e sorelle . Nel discorso che proclama la
fine vittoriosa della guerra, ristabilisce le distanze: connazionali . Diceva di lui
Lenin con la Krupskaia: Manca della pi elementare lealt umana .
Ha detto Svetlana su Mc'Calls: Non credo affatto che i metodi indiscriminati e
senza scrupoli di mio padre fossero necessari per il raggiungimento dei fini che egli si
era proposto .
difficile spiegare la sua tortuosa e torbida psicologia. Che idea vi siete fatto del
vecchio Josef Stalin,
signore? chiesero a Truman, mentre stava rimpatriando da Potsdam. L'idea del
vecchio figlio di una cagna. Ma credo che l'impressione sia reciproca .
Era un uomo di grande intelligenza e di ancora maggiore perfidia diceva
Ehrenburg, cronista e superstite di trent'anni di vita sovietica. In lui, come in molti
georgiani, era vivo il sentimento della vendetta .
Stalin cresciuto ascoltando i racconti che si fanno attorno alle grandi stufe di
terracotta, nelle lunghe notti dell'isba, o nell'umido tepore delle stalle. Se il ladro di
cavalli portava via la giumenta, il derubato batteva a lungo sull'incudine per avvertire
la gente del villaggio che l'offesa non sarebbe stata dimenticata. Noi siamo fieri ,
spiegano, possiamo perdonare, ma non piegarci alla paura .
Quando Alessandro Svanidze, cognato dell'onnipotente Josef, fu inviato a un
campo di eliminazione, non ammise l'errore, non invi suppliche: Guardatelo
comment un giorno Stalin, infuriato questo tipo altero: morto, ma non ha
chiesto perdono .
Poche volte la piet, nell'antica Georgia, poteva indurre all'indulgenza. E c'era,
tanto nella rappresaglia, come nel perdono, qualcosa di barbarico. Se la madre del
giovane ucciso durante la rissa, nel nome di Dio, assolveva l'assassino, in segno di
pace, davanti ai paesani raccolti sulla piazza, lo attaccava al seno accettandolo come
figlio.
Lo Stalin sereno appartiene a una ristretta cronaca familiare, che si regge su

piccoli episodi, completamente distaccati dal fosco quadro nel quale vive la folla. La
notizia della nascita del primo nipote si confonde con quella della prima esplosione
atomica, i grandi processi coincidono con l'interruzione delle vancaze: non
accompagner pi i figli a Soci. Verso la fine della guerra racconta Gula
tornammo nella casa di Zubalovo .
Gula ricorda l'ultima volta che vide Stalin, sei mesi prima della morte. Lei era in
uniforme da pioniera, col fazzoletto rosso al collo, e la camicetta bianca; aveva
quindici anni.
Sapevamo che doveva arrivare, e lo aspettavamo tutti nella dacia racconta. Mi
accorsi che aveva l'aspetto molto affaticato, ma non poteva star fermo, tranquillo. Mi
accarezzava, mi baciava. Ho in mente la sua faccia accesa, i baffi ispidi, che mi
pungevano. Non sapevo far niente, ma volevo inventare qualcosa per mio nonno,
rendermi utile, e ho cercato di servire il t, ma non mi riuscito molto bene. Lui ha
fatto finta che fosse buono, e mi ha sorriso. Poi andato un po' a riposare. Dopo
arrivata Sveta e siamo rimasti a cena noi tre. In tavola c'erano tante cose buone, come
sempre. Non venne nessuno dei capi, il nonno parl poco, mi parve vecchio come
non mai .
Nell'ultima sala del museo di Gori c' un quadro di un pittore realista, che
riproduce Stalin nella bara. Gula lo osserva emozionata: Era cos mi dice. Cos io
lo ricordo .
Stalin imbalsamato, coperto di fiori e di decorazioni. Non rivela alcuna traccia
del male e della lunga agonia.
Della sua morte dice Gula io conosco la versione ufficiale. So che stato
trovato una mattina disteso sul pavimento del suo studio, incosciente, i medici ci
hanno detto che era cos da alcune ore, e poi cominciata la sua lotta per
sopravvivere, il suo declino. In qualche momento parve che riconoscesse coloro che
gli stavano attorno.
Della famiglia andata soltanto Svetlana, che stata accanto a lui fino alla fine, e ha
visto anche quando lo portavano via su un'autoambulanza; ma di queste cose non
voleva parlare.
Quando gi stava male, mia madre venuta a scuola, sono uscita dall'aula, mi
aspettava nel corridoio, mi ha detto che il nonno era in gravi condizioni e mi ha
condotto a casa, poi le cose si sono succedute in fretta, una dietro l'altra. Io il nonno
l'ho rivisto nella sala delle colonne; stavo con Svetlana e Josef, mi avevano messo un
vestito marrone, faceva tanto freddo, ma ricordo solo il sarcofago e quel volto amato,
l'odore acuto che sprigionavano le centinaia di corone, e la musica, era il finale della
Sesta sinfonia di Ciajkowskij. Non ho in mente le personalit, e neppure la gente.
Pensavo solo a lui. Quando mi dissero che non c'era pi, mi parve impossibile: io lo
credevo immortale. Ricordo anche il mio sentimento di allora, perch ho capito per la
prima volta che ci sono cose orribili, impreviste, e ho scoperto il senso dell'inevitabile
.
Volevo vedere la dacia chiamata Blishnaya , che vuol dire la pi vicina , dove
Josef Jugasvili si spento, ma ancora circondata da un alto steccato di legno verde
scuro, e da una feritoia si affaccia ancora il volto severo di un poliziotto, che
impedisce l'ingresso.
Il Poteshny Palace, che vuol dire Palazzo dei buffoni di corte , dove Nadezda si

uccise, e dove Stalin trascorse i primi anni del comando, lass isolato, e le finestre
sono sempre chiuse.
C' solo la tomba, sul prato, circondata da un'aiuola di fiorellini azzurri, davanti al
Cremlino. Lo hanno retrocesso a eroe di seconda classe. Ora ha, come altri bene
meriti, il busto, e gli competono pi o meno gli onori riconosciuti al compagno
Digaj che fu appena sindaco della capitale.
Gule dice ancora: Non ho nulla che mi ricordi il nonno, nessun oggetto. Ogni
tanto guardo una fotografia: c' lui, con Svetlana bambina, e zio Vassili e mio padre, e
il grosso Edanov. Tutti hanno occhi contenti. Quattro morti, e Svetlana che andata
laggi in America .

I giorni e i luoghi

Quando si nasce con la pelle scura


Ogni dieci americani uno negro. Ho visto i negri di Harlem e quelli del
Mississippi; li ho sentiti cantare nei giorni in cui si raccoglie il cotone, li ho sentiti
piangere, una notte, mentre suonava una tromba, dietro le sbarre del penitenziario di
Angola, nella Louisiana. Ho conosciuto il negro gonfio di orgoglio e che sogna la
rivolta: Malcolm X. Ci incontrammo allo Shabbazz , alla 125 a Strada e bevemmo
caff, soltanto caff, perch il buon musulmano deve lasciar perdere il whisky, le
donne, i dadi e le lotterie; c'era in giro odore di patate fritte, di nafta bruciata e di
brillantina. Tutti lo guardavano con rispetto, poi una domenica, mentre stava
predicando, lo hanno ucciso.
Malcolm X diceva che l'America una grande prigione, basta nascere con la pelle
scura ed come stare sempre a Sing Sing, diceva che Allah giusto, mentre i cristiani
sono ipocriti, e per questo lui si era convertito alla grandezza dell'Islam, diceva che il
negro superiore, anche fisiologicamente, perch da un negro pu nascere un
bianco, mentre non mai accaduto il contrario. Disprezzava Martin Luther King,
perch incita alla pacifica convienza, all'amore verso l'oppressore, vuole seguire
l'esempio di Gandhi. Ma Gandhi spiegava Malcolm X era l'elefante nero che
schiaccia il topo bianco, mentre Martin Luther King un topino nero, sotto le zampe
di un elefante bianco . Mi parl di suo padre, massacrato da quelli del Ku-KluxKlan; lui, invece, stato abbattuto a rivoltellate da un fratello negro.
Ho conosciuto il negro ironico e realista, Roy Wilkins, segretario
dell'Associazione per il progresso della gente di colore. Mi raccont la barzelletta di
quel negro balbuziente, che voleva fare l'annunciatore alla radio, ma fu respinto, e
allora si lamentava: Le solite prepotenze. Non mi hanno voluto, hanno assunto uno
speaker bianco .

Ricordava le umiliazioni subite, ma quasi con distacco: era Natale, stava con la
moglie a New York, si affacci alla porta di un ristorante ma venne respinto. Fece
causa per l'oltraggio ricevuto, e il giudice condann il padrone del locale a pagargli
cento dollari di danni, ma mentre raccontava quella vecchia storia Roy Wilkins aveva
ancora gli occhi lucidi. Mi disse delle piccole crudeli offese, a tua moglie i bottegai
non danno il titolo di signora, sulle tue lettere non sta scritto Mister, il tuo bambino,
al parco, scopre che c' un altro impenetrabile mondo, quello degli altri bambini che
hanno la faccia chiara e i capelli biondi .
Ricordo che aveva alle spalle un manifesto, riproduceva un ragazzino negro
sull'altalena, e la scritta diceva: Dammi una spinta . Sono tanti i traguardi da
raggiungere, mi diceva Wilkins, l'uguaglianza dei salari, a parit di condizioni, le
stesse possibilit di impiego per chi dimostra la stessa capacit, l'uguaglianza di fronte
alla casa, di fronte alla vita: un americano bianco vive, in media, sessanta-sessantasei
anni, un negro, cinquanta-cinquantadue. Anche questo un altro solco. Ma
scrive Georgia Douglas Johnson chi separer la polvere che noi diventeremo
dopo? .
L'America ha detto il sociologo Michael Harrington si aspetta che il negro sia
povero e la miseria, e la mancanza di cultura, poich l'educazione si svolge in una
societ segregata, lo spingono verso la prostituzione, l'alcool, il gioco d'azzardo, gli
stupefacenti, anche al delitto, nel tentativo di evadere dalla soffocante oppressione di
ogni giorno. Si sente diverso , c' una impenetrabile barriera psicologica che lo
separa dagli altri, Perch , dice il poeta Claude Mc Kay, io sono nato lontano
dalla mia aria natia, sotto la minaccia del bianco, fuori dal tempo .
Ho conosciuto il negro sottile e complicato: James Baldwin. Sono stato nel suo
piccolo appartamento al Greenwich Village. Baldwin il negro che ha successo,
come l'attore Sammy Davis junior, o il cantante Harry Belafonte. Del suo romanzo
Un altro mondo si sono vendute un milione di copie, Time gli ha dedicato una
copertina. Stava in compagnia di un amico, suonatore di jazz, e si servivano di
continuo scotch con molto ghiaccio, e ascoltavano dischi. Io guardavo la faccia da
grossa lucertola di Baldwin, gli occhi un po' a telescopio, osservavo i gesti nervosi, e i
titoli dei libri negli scaffali, c'erano Voltaire, Spinoza, Seneca, Mann, Orwell e
Cechov. Ma tanti, tanti libri su una sola materia, di cui mi divertivo a segnare qualche
titolo: Storia delle anomalie e delle perversioni, Psicologia del sesso, Storia della
prostituzione, Storia psicanalitica delle nevrosi, La perversione del sesso e i suoi
crimini.
Baldwin parlava, muoveva le mani con grazia, con troppa dolcezza, e diceva cose
gravi e terribili. Mi parlava della sua infanzia in un grigio edificio, di bambini che
aspettano dietro la finestra il ritorno del padre che porta pochi dollari, di marciapiedi,
di androni bui dove si commercia, senza ritegno, il peccato, mi parlava di una ragazza
bianca con la quale and una volta a passeggio al Central Park, e discutevano e
litigavano, come fanno i giovani, per una sciocchezza, per niente, e lei gli diede uno
schiaffo, per fargli sentire la sua superiorit, solo per quello, e James scapp
terrorizzato: Potevano uccidermi per quello schiaffo, potevano linciarmi . Gli
rimasto un segno di quell'episodio e ha scritto: Un mondo tutto bianco guarda ogni
giorno la mia faccia nera, e mi fa colpa di esistere .
Mi diceva James Baldwin: Il futuro del negro, in questo Paese, legato a quello

degli Stati Uniti ; mi diceva che un milione di negri hanno fatto la guerra, mi diceva
Siamo venti milioni, e sono sicuro che si arriver prima o poi alla integrazione, ci si
arriver per forza, ci si arriva gi anche nel Sud , spiegava ridendo, ma dopo il
tramonto , e rideva della solita frase dei bianchi: Daresti tua sorella a un negro? .
Ma bisogna , spiegava ridendo, che al negro tua sorella piaccia, e che lui piaccia a
lei, e in questo caso, a te, che te ne importa? .
Ho conosciuto l'altro giorno da Frank's , un buon ristorante dove camerieri
bianchi servono educatamente benestanti negri, il negro che sta affermandosi, il
giovane negro, trent'anni, commediografo, musicofilo, saggista, lineamenti gradevoli,
barba curata: dico Leroy Jones. Il suo lavoro, The Dutchman, l'Olandese, stato
rappresentato felicemente anche a Spoleto. Leroy Jones ammirava Malcolm X, un
magnifico uomo , e stima Baldwin, ma solo come stilista, non per quello che dice.
Lui non riconosce all'America nemmeno una certa umanit. Si sente, nel suo
discorso, durezza e intransigenza, e un'alta considerazione di s. Ho letto in un suo
articolo questa frase: Ho sempre pensato che qualcuno debba avere interesse per
quello che scrivo .
Attacca: No, anche dopo l'approvazione della legge sui diritti civili, non vedo
alcun cambiamento. Ha accentuato qualcosa che era gi nella Costituzione, ha
sottolineato regole che dovevano gi essere imposte cento anni fa, e se c' stato
qualche mutamento per i negri ricchi, per i poveri non successo niente. S, avevo
amici fra i bianchi, li avevo; una storia complicata, erano poeti, artisti, ma adesso
non li vedo pi. Le nostre strade sono diverse, impossibile incontrarsi. Mi hanno
rimproverato perch, quando due bianchi sono stati uccisi nel Mississippi, io ho detto
che la faccenda non mi riguardava. Sicuro, quei due bianchi uccisi negli scontri
razziali, anche se stavano dalla nostra parte, mi hanno lasciato indifferente. Ma ci
sono tanti negri morti, e nessuno se ne accorge; ricordo, quando moriva un francese i
giornali facevano grossi titoli, quando fucilavano dieci algerini nessuno ne parlava; io
sono triste solo per i negri morti. Del resto quei due ammazzati lungo il fiume sono
vittime di una lite in famiglia, gli hanno sparato addosso altri bianchi, e questo non
mi interessa, tutta la questione non mi ha scosso per nulla. Lei dice che un fatto come
quello dovrebbe avvicinare le due parti. No, e perch? Questa Una ragione di
sollievo per l'opinione pubblica americana, la fa sentire ammirevole, ma non cambia
nessuno, non d pane a nessuno, non toglie l'oppressione. Migliaia di negri muoiono
di fame.
C' il doppio di disoccupati tra noi, molti sono assassinati moralmente perch
vivono nell'ignoranza, perch non gli permesso di svilupparsi. Per aver successo un
negro deve dimenticare le sue origini, la sua storia: a gran parte dei bianchi non
interessa. S, ho subito anch'io la mia umiliazione, nei due anni e mezzo in cui sono
stato soldato nella "Air Force": l si pu capire davvero l'America, questa societ, l
non c' sofisticazione. Io amo l'America ma odio il sistema. Distruggerei il sistema
questa notte stessa, se lo potessi. vero, ero sposato con una donna bianca, ma
difficile per uno che sta sul monte capire quest'altro che sta in fondo. Come facciamo
a comunicare tra noi, se io sono nato in una cabina telefonica, e tu in una grande
stanza? Il nostro matrimonio fallito per il colore della nostra pelle. Tutte e due le
culture, la bianca e la negra, sono contro queste impossibili unioni, anche l'uomo
medio negro le avversa. E io mi sento pi negro che americano, mi sento come un

prigioniero negro nel West, come un moro portato in catene a Roma. I negri
vogliono vivere su questa terra; da uomini, ma impossibile. L'America dovrebbe
cambiare completamente, questa una societ creata per i bianchi. Non vedo un
futuro, non vedo nessuna soluzione .
Ha scritto qualcuno: Il negro un americano esagerato . Leroy Jones mi fissa
con sguardo indifferente, senza curiosit, come uno che ha recitato la sua parte ed
rassegnato a non ricevere consensi; finisce la sua bibita di lamponi, prende la borsa di
plastica, e mi saluta. Ha finito. C' l'orchestra e una ragazza mulatta, dai lunghi occhi
e dalle labbra sanguigne, canta un motivo lento, l'accompagnano solo il sassofono e il
tamburo.
Dice la canzone: La speranza un'ala d'uccello spezzata da una pietra .
I camerieri bianchi urlano le ordinazioni.
L'uccisore di Garca Lorca
Qualcuno sospira: Il prestigio della Spagna, ormai, affidato alle squadre di
calcio. O ai tori . Rimpiangono tempi lontani. C'era Manuel De Falla, che durante la
guerra civile affrontava i violenti spiegando: Sono un artista, sono un cristiano ;
c'era il vecchio Miguel De Unamuno che, dalla cattedra universitaria, esortava alla
ragione, e ammoniva gli esaltati che gridavano Viva la muerte: Voi vincerete perch
avete la forza bruta, ma non convincerete ; c'era l'ancor giovane Pablo Picasso che
disegnava vignette intitolate I sogni e le menzogne del generale Franco , e poi
dipinse Guernica, l'inizio dei grandi massacri.
C'era, in Andalusia, un poeta che si chiamava Federico Garca la Lorca, che
confidava ad una bella ragazza di nome Esperanita i suoi timori, la sua incapacit di
combattere: Non mi sono mai interessato di politica, sono troppo pauroso. Per
prendere un atteggiamento, necessario un coraggio che mi manca . Una volta
disse alla madre: Io sono del partito dei poveri .
Ho cercato dona Isabel, la sorella, ma in viaggio per
la Francia. Ho parlato, per una lunga sera, con Jos Maria Cossio, membro della Real
Academia de la Lengua, maestro di tauromachia, fedele compagno di Federico.
Veniva raccontava tante volte nella mia casa sui monti, ero anch'io tra quelli
che fondarono La barraca, conservo molte cose di lui. Non era, come la gente
immagina, triste e rassegnato, la sua allegria appariva persino smodata, inventava
stornelli popolari, suonava il pianoforte, gli piacevano le arene e le osterie, i
banderilleros, le cantanti di flamenco, i gitani, si considerava fuori dalla mischia.
Otto giorni prima che gli sparassero, prese parte a un comizio della sinistra,
promosso da Rafael Alberti. "A me, di queste faccende" spiegava "non importa
niente, ma come faccio a dir di no a un amico?".
Amava le avventure spensierate, la nostra terra, non avrebbe mai potuto andar via,
era legato alle cose e ai paesaggi. No, non c'era in Federico solitudine o stanchezza;
"Io vivo" confessava "nell'angoscia dell'aldil". Chi l'ha soppresso non sapeva che
uccideva un genio .
Per anni e anni il silenzio e il mistero hanno soffocato l'ultima vicenda del
drammaturgo di Jerma. Adesso, si sa che non fu portato via dalla Guardia, o dai

nazionalisti, o dai repubblicani, le menzogne e le accuse della propaganda sono


cadute, il nome di chi volle la fine di Garca Lorca stato scritto, figura nell'elenco
telefonico di Madrid, il suo volto e il suo aspetto sono conosciuti. Piccolo, un viso
tondo e sensuale , era un seguace dell'avvocato Gil Robles, che and a far visita a
Hitler, per trarne qualche insegnamento, e che pensava alla Spagna come a uno Stato
corporativo, come all'Austria di Dolfuss. Robles si faceva chiamare Jefe, capo, in
un'Europa che aveva gi un Duce e un Fhrer.
Ruiz Alonso, ex tipografo, ex deputato della CEDA, Confederacin espahola de
derechas autonomas, il pi forte gruppo di destra, cattolico, conservatore e clericale,
vivo e va in giro indisturbato, ha dei figli e una buona posizione, d ai giornalisti
appuntamenti che non mantiene, e per tre volte Marcelle Auclair, che ha ricostruito
l'infanzia e la morte di Lorca, ha cercato invano di parlargli, nell'onesto intento di
accogliere anche la sua difesa, o la sua versione.
Non si sa dove Federico sia sepolto, non si sa con certezza se la notte, quella
notte dell'estate 1936, in agosto, fu proprio quella che andava dal tramonto del 18
all'alba del 19, perch ancora adesso molti tacciono, qualcuno ha preferito
dimenticare. Perch, in fondo, Garca Lorca non appartiene a nessuno, una vittima
di quelle crudelt che travolsero operai e vescovi, scrittori e contadini, soldati e
miliziani. Tra un milione di fosse c' anche la sua.
Il poeta Lorca si era rifugiato in un palazzotto di Granada, da ospiti che
appartenevano alla Falange, per sfuggire alle minacce, per sentirsi protetto. Aveva
respinto l'idea della fuga, nessuno pensava davvero che qualcuno potesse fargli del
male. Non dispiaceva ai rossi , non c'era nel suo contegno nulla che potesse
provocare i seguaci del Caudillo. I virtuosi, o i moralisiti, potevano condannare certi
aspetti del suo costume, ma vi sono miserie che appartengono alla condizione umana,
e che non hanno niente a che vedere con le esigenze dell'arte o con i problemi del
governo.
Il destino di Lorca legato alla vendetta di Ruiz Alonso, che tenta, durante un
colloquio con un camerata, di dare una spiegazione del suo delitto: Ha fatto pi
danno coi suoi libri che gli altri con le rivoltelle .
morto il governatore della citt, il generale Valds, che firm la condanna, ed
sparita, fra i relitti in demolizione, la Ford modello T che port Lorca nell'ultimo
viaggio; molti testimoni di quelle giornate sono scomparsi, o sono andati in esilio, ma
si sa che Federico part dalla casa dove si era nascosto con sgomento, volle fermarsi a
pregare davanti ad una immagine della Madonna, pass tre giorni in carcere, e una
serva gli portava il cibo, ma una mattina le dissero che era inutile, tutto finito, e nella
cella trov soltanto un pigiama e un termos pieno di latte, si sa che due uomini gli
sedevano accanto, quel mattino, mentre l'auto correva sulla strada polverosa, verso
Viznar, e cantavano gi i galli, l'aria odorava di menta e di aranci, andavano verso un
barraco, la terra appariva argillosa, coperta di giunchi e di erbe sottili, i due
accompagnatori tacevano. Federico voleva un prete, ma gli risposero di no, e gli
ordinarono anche di scavare la fossa, il cimitero di Granada era stato ingrandito per
le tante esecuzioni, ma molti finivano sepolti sulle colline.
Lorca teneva sulle spalle una coperta, perch faceva freddo, aveva davanti agli
occhi gli ulivi e le montagne e i due fiumi di Granada, l'uno di lacrime, l'altro di
sangue . E nel cuore l'angoscia di chi sente l'inutilit della vita: Non ti conosce il

bimbo n la sera / perch sei morto per sempre .


Spar, come tanti altri, e riprese a vivere quindici anni dopo, quando le sue opere
furono pubblicate in Spagna, e i ragazzi cominciarono a recitare i versi del Lamento.
Cos, alle cinque della sera, tutto il mondo pensa ad un poeta che stava una volta in
Andalusia.
Tre ribelli
Ci sono, nella Germania Federale, otto milioni di ragazzi. La loro et va dai tredici
ai ventitr anni. A guardarli, assomigliano ai teenagers di New York, o ai nostri
giovanotti. Comperano gli stessi dischi, seguono le stesse mode, leggono gli autori
arrabbiati , vanno a sentire i Beatles . Ma hanno alle spalle altre esperienze, e
problemi diversi. Non facile capire cosa vogliono, cosa pensano. Forse, hanno
cancellato le ombre del passato. In una scuola media di Monaco, siedono sul primo
banco David Heinemann Rufe, nipote di Julius Leber, l'economista che partecip alla
congiura del 20 luglio, e fu impiccato da Hitler, e Karl Keitel, nipote del maresciallo
della Wehrmacht che sal sulla forca di Norimberga. Sono amici, si scambiano libri,
giocano insieme.
Forse hanno assorbito l'ottusa filosofia del presente. A quattromila studenti,
intervistati a Stoccarda, stata posta questa domanda: Di che cosa ha bisogno
l'uomo per essere felice? . Tremila hanno risposto elencando concrete esigenze, uno
ha interpretato l'ideale della maggioranza: Soldi in quantit, un barile di vino, una
donna come Brigitte Bardot, due bistecche ogni giorno, un televisore, una sedia a
sdraio .
Sono aneddoti, e non bastano per tracciare un ritratto, come non basta sapere che,
su cento reclute, una si rifiuta, per ragioni ideologiche o per convinzioni religiose, di
prestar servizio militare, come non sufficiente scoprire che si sposano presto, per
vincere la solitudine, pi presto che in qualunque altro Paese d'Europa. Si registrano
ventimila matrimoni di minorenni ogni anno.
Anche le loro proteste politiche restano nei limiti di qualche urlo davanti alla
Casa dell'America , di qualche recita satirica nei teatrini delle cantine, partecipano,
magari, alla marcia della pace , o per andare contro la rispettabilit borghese, e la
corporazione dei barbieri, mettono in mostra fluenti capigliature. Respirano la grigia
atmosfera conformista ( Questo un popolo ebbro di assoluto ha detto qualcuno),
e per i reati degli adolescenti i giudici hanno inventato una formula che rispecchia la
situazione economica e morale: Wohlstandkriminalitat, delinquenza causata dal
benessere. Nonostante questi appunti, c' chi, come il sociologo professor Lehmann,
li considera migliori dei padri e attribuisce anche le responsabilit delle loro colpe
agli adulti.
Vorrei raccontarvi la storia di tre ribelli. Non sono, si capisce, che un piccolo
elemento indicatore, non fanno opinione, non entrano neppure nelle statistiche, ma
raro trovare da queste parti qualcuno che infrange l'antica regola della Disziplin, e mi
pare ne valga la pena. Tre ribelli, che si sono rifugiati nella terra di nessuno , a
Berlino.
Lei si chiama Cristine John, ha diciassette anni, ed fuggita dalla zona sovietica

; Giesbert Baulmann ed Helmut Weisser sono due allievi del Politecnico, e hanno
disertato dalla Bundeswehr. Cristine non voleva accettare i metodi pedagogici
imposti da Ulbricht e il rigore del partito. Anche i maschi debbono imparare il
ricamo, hanno inventato perfino la cresima socialista , una nuova liturgia nella
quale il funzionario sostituisce il vescovo e il bambino, invece di diventare soldato di
Cristo, ammesso tra i pupilli del regime. Un giorno le diedero questo tema: Perch
non ritengo che la Germania di Bonn sia la mia patria ; lei si rifiut di trattarlo, e
incominci la sua crisi. Decise di scappare.
Giesbert Baulmann ed Helmut Weisser, quando hanno ricevuto la cartolina
dell'esercito, si sono rifugiati a Berlino, dove nessuno obbligato ad indossare una
divisa, a meno che non abbia una speciale e del tutto libera inclinazione per la
carriera del poliziotto. N Cristine, n Helmut, n Giesbert possono tornare di l: li
aspetta un carcere, rosso o democratico; sono prigionieri della loro scelta.
Ho chiacchierato a lungo con Cristine, un pomeriggio di domenica, passeggiando
davanti al filo spinato della Alexanderplatz. Suo padre, sua madre e i suoi fratelli
stanno nell'altra parte, e mille metri di macerie, di case sbarrate e di posti di vedetta li
dividono, lei non potr pi vederli.
Volevo diventare interprete, anche adesso studio lingue raccontava. Tutti gli
scolari debbono imparare un mestiere, un lavoro manuale, e loro mi hanno messo a
fare la cameriera. Ho lavato bicchieri in parecchi caff, ma mi pareva ingiusto, non
aveva nulla a che vedere coi miei progetti per il futuro. Chiesi un impiego in una
agenzia di viaggi, ma senza risultato. La mia scuola era vicina al confine, ogni mattina
io passavo davanti alle sentinelle, ogni giorno mi ossessionava un pensiero: andare,
andar via. Anche certi miei compagni parlavano spesso della fuga. E dieci di loro a
un tratto scomparvero. Nell'agosto del 1964 scelsi il posto, vicino al quartiere di
Neukln, c' meno controllo e un solo reticolato. Uscii di casa mentre i miei genitori
dormivano, non volevo comprometterli, mi nascosi tra l'erba dietro una baracca di
giardinieri. Avevo molta paura, ma ce l'ho fatta .
Cristine sola, non ha parenti, vive in un collegio mantenuta dal Senato della
citt. Le chiesi se c'era molta differenza tra la giovent delle due Germanie. Disse che
i ragazzi dell'Est sono obbligati a stare pi insieme, si conoscono di pi, si aiutano,
debbono superare maggiori difficolt. Le pareva che gli occidentali avessero
interessi meno profondi, si occupano meno, spieg, dei problemi fondamentali della
vita, pensano pi a divertirsi, la politica non entra che raramente nei loro discorsi.
Con Giesbert ed Helmut aveva appuntamento in un giardino pubblico, e vennero
dopo essersi consigliati con l'avvocato. Debbono affrontare un processo, sono
considerati disertori. Parlarono poi francamente, senza reticenze. Disse Helmut: Io
credo che l'esistenza della Bundeswehr sia giustificata, ma sono venuto qui perch
intendo avvalermi di un mezzo legale per sfuggire alla chiamata. Per molti giovani
d'oggi il servizio militare non ha pi il senso di una volta: per me non affatto una
questione d'onore. Mio padre stato per otto anni soldato: invasione della Francia,
invasione della Russia. Si sono visti i risultati: mi capisce e mi approva. Il suo
concetto di patria e il mio lo stesso: egli non pensa pi a una grande Germania, ma
a una Europa unita. Mio padre stato camicia bruna ma nel '45 ha deciso che ad
ogni costo non avrebbe pi imbracciato un fucile. Io voglio essere un berlinese, mi
interessano gli studi di ingegneria, sono disposto a far qualcosa per la pace .

Disse Giesbert: La mia famiglia viene dai territori polacchi, se dovessi esser
chiamato alle armi, sarei costretto a pensare ai miei parenti, agli amici che vivono
ancora laggi. In Germania la strategia di difesa in funzione dell'Oriente, ed per
me ragione di un conflitto morale. I miei genitori non pensano nemmeno di ritornare
al nostro paese, non c' in noi spirito di rivincita, mi hanno educato concedendomi la
pi ampia libert. Io mi batto perch mi venga riconosciuto il diritto di non fare il
militare. Vede, i giovani hanno imparato dalle vicende del Terzo Reich a quale
aberrazione pu condurre il sentimento nazionale .
Chiesi a Helmut: Come vengono giudicati gli obiettori di coscienza? . Rispose:
Il loro atteggiamento riconosciuto legittimo, possono svolgere mansioni
complementari. Ce ne saranno sempre, c' chi li rispetta e li capisce, c' chi li
considera vigliacchi. Vengono trattati, in genere, in maniera abbastanza dura, hanno
quasi l'impressione di essere sottoposti a una rappresaglia .
Chiesi a Giesbert: Come considerate von Stauffenberg e gli altri ufficiali che si
ribellarono a Hitler? .
Rispose: Abbiamo studiato le loro imprese a scuola, se ne parla molto, con
profondit. Viene anzi il sospetto, e negli ultimi tempi ci sono state discussioni in
proposito, che si cerchi di forzare un po' la mano sulla resistenza al nazismo, ma per
noi un senso di liberazione sapere che, anche sotto la dittatura del Fhrer, e nei
posti di comando, c' stato chi ha capito la miseria delle cose e ha cercato di vincere il
male .
Parlammo poi anche del futuro, ma non c'erano in loro grandi speranze, visioni
serene: Non cambier nulla , dicevano. Chiss fino a quando continuer cos .
Disse Helmut: Io non credo che si possa arrivare a un conflitto fra le due
Germanie, non possibile, non accadr. Vi sarebbero implicate anche le grandi
potenze, ed i tedeschi dovrebbero combattere contro altri tedeschi. Non saprei cosa
fare. Mi terrei di fuori, io non sono nella Bundeswehr .
Disse Giesbert: Mi sento sconvolto dal solo pensiero. Fuggirei, ancora,
indosserei un'altra uniforme . Tir fuori dal cappotto un libro, era Il breviario di
Brecht. Volle regalarmelo. Aveva sottolineato dei versi. Dicevano: Generale, l'uomo
fa di tutto. Pu volare e pu uccidere. Ma ha un difetto: pu pensare .
Entrammo in una bettola a bere birra ma stemmo in silenzio ad ascoltare un
vecchio che suonava la chitarra e cantava, con voce aspra, motivi di una volta. Non
avevamo pi molto da dirci.

Indice

FERRARI .......................................................................

pag-

I giorni che contano ................................... .

Molte voci per raccontare una vita ..........

25

................................

173

TESTIMONE DEL TEMPO

Introduzione ...................................................
I personaggi .................................................
Le signore ....................................................
Le ore della storia........................................
Chi erano .....................................................
I giorni e i luoghi ........................................

175
177
217
239
297
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Finito di stampare nel mese di novembre 1980


nello stabilimento di Rizzoli Editore in Milano
Printed in Italy