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LEZIONI DI ANTROPOLOGIA COGNITIVA

Lezione 1
prof. M. Squillacciotti

1 Premessa
Come nasce lantropologia cognitiva:
- da una parte ha la sua matrice storica nellambito delle altre e varie scienze antropologiche (dette
discipline Demo-Etno-Antropologiche in quanto raggruppano le varianti della Demologia,
dellEtnologia e dellAntropologia, sia interne che esterne a ciascuna di queste1);
- dallaltra ha un proprio titolo di campo scientifico nellambito del complesso denominato scienze
cognitive.
Punto comune tra questi due rami del sapere che configurano lantropologia cognitiva lesperienza
di ricerca sul campo: letnografia nella e della alterit riguardo le forme del pensiero, i suoi codici di
espressione in contesti culturali definiti e diversi dai nostri per un qualche carattere storico.
Due i paradigmi2 dellantropologia cognitiva o studi etno-cognitivi:
- la unit psichica del genere umano,
- la diversit di forme del pensiero dovuta alla diversit delle forme culturali entro cui le prime
vengono prodotte e devono essere spiegate.
Da dove nasce: alcuni studiosi identificano lorigine dellantropologia cognitiva a partire dagli studi
linguistici, etnolinguistici e di etnoscienza nella caratterizzazione statunitense dagli anni 950 in poi,
mentre questa nuova scienza si forma in realt con lassommare una serie di tematiche e filoni di
studio ben pi ampi ed antichi che partono fin dallorigine degli studi sociologici ed antropologici.
Infatti, ad una attenta considerazione storiografica, le radici storiche dellantropologia cognitiva
negli studi antropologici emergono come un crescendo che, provenendo nel tempo da diversi campi,
confluiscono negli ultimi 20 anni in un complesso dai molti interessi ma unificato per quanto detto
finora3.
La matrice di questo sviluppo fa riferimento a studi su:
- mentalit primitiva tra ontologie e naturalismo: mile Durkheim (1898) e Marcel Mauss
(1901-1902); Franz Boas (1911); Lucien Lvy-Bruhl (1910-35);
- carattere dello spirito: forme sociali e storicismo: Remo Cantoni (1938-41), Ernesto de Martino
(1941) e Giuseppe Cocchiara (1948);
- ambiente culturale e sviluppo del pensiero: J. Piaget, L. Vygotskij, A. Lurija; D. R. PriceWilliams, C. R. Hallpike; J. S. Bruner, M. Cole, D. R. Olson; B. Whorf, E. Sapir, N.
Chomsky; B. Bernstein; M. McLuhan; J. Jaynes; G. Bateson (dagli anni 950 agli 980);
- il pensiero selvaggio: Claude Lvi-Strauss (1949 e 1962 segg.); dagli anni 970: Alberto Cirese,
Vittorio Lanternari, Francesco Remotti, Michel Foucault, Maurice Godelier, Rodney
Needham, Marshall Sahlins, Edmund Leach, Jack Goody, Maurice Bloch;
- le categorie del pensiero: etnoscienza ed antropologia simbolica:
- temi specifici danalisi allinterno dellormai vasto campo dellantropologia cognitiva: H. Putman
(1975); H. Gardner (1983); P. N. Johnson-Laird (1983, 1988);
- etnoscienza: G. R. Cardona (1985a, 1985b);
- antropologia simbolica: M. Douglas (1970a, 1970b); C. Hugh-Jones (1979);
1

- categorie del pensiero di tempo, spazio, numero, colore, logica delle relazioni (Pignato 1987b; La
Cecla 1987; Gnerre 1987; Cardona 1980, 1987; Giannattasio 1987; Squillacciotti 1986,
1994, 1995, 1996a, 1996b, 2004, 2006);
- riflessioni sulla storiografia della scienza antropologica: S. Mancini (1989); L. Moruzzi (1991);
- limiti e questioni di epistemologia della cognizione e del simbolismo: D. Sperber (1974, 1982,
1996);
- tentativi di trasferimenti interdisciplinari di acquisizioni circa la dimensione cognitiva della specie
umana: T. Dobzhansky (1962); A. Leroi-Gourhan (1964); K. Lorenz 1965; C. Geertz (1973,
2000); M. Sahlins (1977); A. M. Cirese (1984); V. Turner (1986); G. Angioni (1986);
Tattersall 2002; T. Ingold (2004); L. L. Cavalli Sforza (2004); M. Tomasello (2005);
- aggiornamento della ipotesi di Sapir-Whorf, il rapporto tra categorie di lingua e categorie del
pensiero: L. Giannelli, L. e M. R. Sacco (1999), G. R. Cardona (1980), M. Squillacciotti
(1986, 1994, 1995, 1996b, 1998a, 2000a, 2004).
- codici dell'oralit e della scrittura: Walter Ong (1967, 1982), J. Goody (1977, 1987); G. R.
Cardona (1981); D. R. Olson (1979), D. R. Olson e N. Torrance (1991); M. Squillacciotti
(1986, 1998a, 2000a,).
- processi di pensiero e scienze cognitive
C. Geertz (2000); T. Ingold (2004); A. Acerbi (2003, 2005). S. Lutri (2008).

2 Cosa studia: la cognizione


LAntropologia Cognitiva, dunque, studia la cognizione, secondo i paradigmi gi enunciati.

Chiarisco subito che la prospettiva di studio dellevoluzione umana, del processo di ominazione e
costituzione della specie:
- non dipende da un caso, n da una necessit, n da un atto creativo di qualsivoglia origine;
- non si verifica prima la trasformazione e lassetto del corpo, poi formazione della psiche ed infine
la modificazione e la speciazione del cervello con le relative funzioni cognitive e categorie del
pensiero;
- non merito di un particolare sviluppo del cervello con lampliamento delle sue possibilit
applicative, n dellaumento in s della grandezza della sua massa.

La spiegazione passa per la definizione di cognizione: con il termine cognizione4 indichiamo il


processo mentale di comprensione delle regole che governano il mondo e di significazione del
mondo, processo attivo di presa di possesso e di attribuzione di significato del s e dellambiente
naturale e culturale da parte delluomo.
La cognizione una condotta intelligente5, una azione anche quando rimane solo nel pensiero, e
si struttura utilizzando gli organi di prensione, di senso e poi di parola; occupa il tempo e lo spazio;
si svolge con un ritmo.
Processo di mediazione mentale del soggetto (che si costruisce come persona) con il s, gli altri ed
il mondo in un ambiente; come dire che la cognizione :
Incorporata Contestualizzata Situata Distribuita Socializzata Cumulativa Mediata Tacita.

Processo attivo, dunque, perch luomo nel produrre il mondo, in cooperazione con gli altri uomini,
prende coscienza del suo operare e del suo collocarsi nel processo produttivo: la sua natura
diviene con ci culturale, cio definibile solo in termini di cultura.
La coscienza la capacit che nasce quando il produttore consapevole della relazione con il
prodotto, relazione tra idea della cosa e la cosa da produrre o gi prodotta, sia nello strumento
oggetto (artefatto) che nella rappresentazione visiva (immagine mentale).
Come successo questo? Al di l della poca differenza genetica tra la nostra specie e quella delle
scimmie antropoidi, la nostra storia primordiale ha visto processi di mutazione genetica e
selezione naturale-sociale a seguito di un dispiegamento del corpo e dei suoi organi nel produrre e
riprodurre le condizioni della propria esistenza. La morfogenesi6 della specie strettamente legata
alla sociogenesi, come due facce di una stessa medaglia: levoluzione un processo di sviluppo in
cui la morfogenesi si realizza in relazione di interdipendenza reciproca con la sociogenesi7. Per
questo la distinzione natura/cultura per gli umani definibile solo come grado 0 perch nel
processo reale, concreto e storico le due facce appartengono unificate, inscindibili, interrelate,
interdipendenti ad una sola medaglia che la specie. Insisto nel dire che motore di questo
processo sono le rilevanze cerebrali (e poi mentali) degli strumenti corporei (e poi oggettuali e
simbolici) attivati nella presa di possesso del mondo. La relazione tra natura e cultura non
configurabile come natura vs cultura, n natura+cultura, ma natura x cultura. Cio la relazione

costituisce non un ente ma un processo e possiamo schematizzare il processo costitutivo della


specie in questo modo:

Cognizione

STRUTTURA8
funzioni ed organi
(cervello: funzioni cognitive)

ARCHITETTURA9
categorie del pensiero
processi cognitivi

SISTEMA10
simboli, valori
codici, artefatti

La mente11 come luogo dei processi cognitivi, epifenomeno rispetto allorgano del cervello, relai
di connessione tra il s e gli ambienti (il relai un particolare tipo di interruttore che fa da
meccanismo di messa in relazione di parti diverse, e non solo di contatto tra queste parti,
conferendo un particolare tipo di connessione).
Il pensiero12 viene assunto come insieme dei processi cognitivi, parte attiva di un luogo
costitutivo della specie (la mente), ed organizzato secondo categorie.
Le funzioni cognitive13: la mutazione naturale del cervello, in relazione ed insieme al processo
ed alla trasformazione culturale, ha permesso nellinterazione sociale e tecnologica tra gli umani e
con lambiente laccumulo e la trasmissione del sapere; ha permesso lo sviluppo delle funzioni
cognitive specie specifiche, che sono: percezione intermodale, controllo volontario, mediazione,
categorizzazione, memorizzazione, ordine sequenziale, automatismi 14.
Le categorie del pensiero15 sono i criteri, campi di organizzazione del pensiero; le
concatenazioni, connessioni, messa in relazione, classi logiche a cui il pensiero ricorre per
organizzarsi e poter attivare il processo di significazione; queste sono tempo, spazio, quantit,
colore, relazionalit.
I processi cognitivi:
- si attivano in virt delle funzioni: percezione intermodale, controllo volontario, mediazione,
categorizzazione, memorizzazione, ordine sequenziale, automatismo;
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- operano attraverso meccanismi neuro-fisiologici, tipo: astrazione, attenzione, discriminazione,


identificazione, immaginazione, percezione, rappresentazione, simbolizzazione
- si avvalgono di categorie del pensiero: tempo, spazio, quantit, colore, relazionalit;
- realizzano fenomeni di pensiero, tipo: dislocazione, slittamento, trasferimento, riconoscimento,
finzione, riduzione, evocazione, ripetizione, conservazione, differenziazione
- devono fare i conti con: circostanze e coincidenze.

Dal punto di vista cognitivo, lincorporazione non solo un processo di memorizzazione nel corpo
di un sapere generico (memoria mentale) o di un sapere tecnico (memoria corporea) ma, proprio
come processo ed in quanto processo, lo sviluppo di abilit della persona che si realizza con un
trasferimento e connessione di funzioni cognitive diverse, con una resa immateriale delle condizioni
materiali, delle regole dellapprendimento, delle tecniche di produzione (materiale e immateriale).
E su questa base che si allora costituita la capacit simbolica, la simboli-ficazione, cio il fare e
sapere, o meglio, il saper fare ed il saper sapere...

NOTE
1

In nota bene notare che la particolare sottolineatura nella dizione studi demo-ento-antropologici italiani,
un po pesante s oggi, evidenzia storiograficamente gli apporti interni allantropologia di quei diversi filoni
tutti italiani che venivano coordinandosi in un complesso di discipline in opposizione agli innesti disciplinari
provenienti dallestero, che per diversi motivi non riuscivano ad inquadrarsi nelle specificit storico-culturale
italiana o che trovavano accoglienza nel versante socio-assistenziale di stampo cattolico. Questa stessa
dizione oggi servirebbe alla qualificazione della rilevanza dellesperienza di campo, interna ed esterna alla
nostra societ, ed irrinunciabile come apporto storico e specifico della ricerca antropologica altrimenti
generica e, tutto sommato, ridotta ad una semplice, anche se moderna, ottica danalisi nellassunzione dei
quadri culturali interni allepoca cui si riferiscono le specifiche analisi storiche compiute.
Nella storiografia degli studi antropologici italiani la data del 1941 assume un valore simbolico di
riferimento significativo: lanno di pubblicazione di una serie di libri che segnano uno spartiacque dallo
storicismo idealistico lungo quel percorso, tutto italiano, costituito da De Sanctis-Croce-Gramsci, per dirla
con Ernesto De Martino ed Alberto Cirese. Questi sono: il romanzo di Carlo Levi, Cristo si fermato a
Eboli, lantologia di Ernesto De Martino, Naturalismo e storicismo in etnologia, ed il saggio critico di Remo
Cantoni, Il pensiero dei primitivi. Con questi contributi si evidenza la distanza della cultura nazionale sia
dalle istanze di approcci moderni del sapere, che dalla scoperta della realt diversa e specifica della cultura
meridionale; con la necessit, presto diventata anche impegno politico, di studiarla e comprenderla, con
strumenti adeguati come, in primo luogo, la dilatazione del concetto di cultura in prospettiva demo-etnoantropologica. Eravamo in una Italia dal clima della ricostruzione postbellica, sia in senso materiale che di
formazione di un nuovo blocco storico.
in questo ambito che nel 1953 nasce il confronto sulla rivista La Lapa, fondata e diretta da Eugenio
Cirese, intorno alla portata di questa scoperta meridionalista della cultura, come dellesistenza della
capacit analitica di strumenti gi presenti negli studi italiani sul folklore, subito appresso rivitalizzati dalla
lettura dellopera di Antonio Gramsci, come, ancora, della definizione del concetto di cultura tra studi
demologici italiani ed antropologia culturale (A. M. Cirese, T. Tentori ed altri).
ancora in questo quadro che si svolgono in successione ravvicinata il I ed il II convegno nazionale di
antropologia culturale (1962 e 1963): nel confronto tra quadri concettuali interni alla rinnovata tradizione
scientifica italiana ed apporti dallantropologia culturale, in primo luogo statunitense. Dalle posizioni

presenti in questi convegni appare chiaro come lopposizione reciproca tra filoni di studio sia un riflesso
allinterno della scienza dei termini delle opposizioni pi generali allora esistenti nella cultura italiana.
[] Il dibattito allinterno dellantropologia italiana ha avuto un altro momento dintensit, tra la fine degli
anni 70 e la met degli anni 80, ad opera di Francesco Remotti sulle pagine della Rassegna Italiana di
Sociologia a partire dal tema del rapporto tra antropologia e marxismo, ma subito generalizzatosi intorno al
senso stesso dellantropologia culturale. (M. SQUILLACCIOTTI 2000)

Va sottolineato che il dibattito svoltosi per scritto sulla rivista suddetta (1978) sorto allindomani
di un seminario che alcuni di noi organizzarono presso la Fondazione Feltrinelli di Milano (1977),
proprio nella prospettiva di una rifondazione marxista dellantropologia italiana, ma anche in
risposta alla recensione che sul seminario aveva scritto A. Sobrero sulle pagine di Rinascita. E
che pi miti pretese, senza per demordere, avemmo poi con Sandra Puccini, Alberto Sobrero e
Vincenzo Padiglione nellorganizzare due numeri della rivista Problemi del Socialismo nel
1979, dedicati uno ad Orientamenti marxisti e studi antropologici italiani. Problemi e dibattiti ed il
secondo a Studi antropologici italiani e rapporti di classe. Dal positivismo al dibattito attuale.
2

Il termine paradigma stato introdotto da Thomas Kuhn, La struttura delle rivoluzioni


scientifiche, Torino, Einaudi, 1978 [ed. orig. 1962].
Che cos un paradigma? Con tale termine dice Kuhn voglio indicare conquiste scientifiche
universalmente riconosciute, le quali, per un certo periodo, forniscono un modello di problemi e
soluzioni accettabili a coloro che praticano un certo campo di ricerca. In altre parole il filosofo,
servendosi di questo concetto, vuole indicare una struttura composita, formata da credenze e assunti
metafisici, oltre che da modelli scientifici di spiegazione. Si tratta di un complesso di principi,
concezioni culturali e scientifiche universalmente riconosciute, procedimenti metodologici,
modalit di comunicazione e trasmissione delle teorie, a cui si ispira il lavoro della comunit
scientifica di una data epoca. Esso strettamente ancorato a condizioni e a fattori extrascientifici,
cio sociali e psicologici, e non quindi un modello puro, astorico e astratto.
[da: Thomas Kuhn: la struttura delle rivoluzioni scientifiche, a cura di Enrico Rubetti,
http://www.filosofico.net/kuhnrivscientiff.htm]
Insieme di problematiche prestabilite alle quali si dovr dare una risposta tramite un programma di
ricerca [da Marcus e Fisher, Antropologia come critica culturale, p. 37].
Devoto G., Oli G. C., Il dizionario della lingua italiana, Firenze, Le Monnier, 1995:

Per una ricostruzione interdisciplinare della storia degli studi dallantropologia allantropologia
cognitiva vedi: Borofsky R., Lantropologia culturale oggi, Roma, Meltemi, 1994. - Gardner H., La
nuova scienza della mente, Milano, Feltrinelli, 1987. - Squillacciotti M., Postfazione. Prima lezione
di antropologia cognitiva ovvero I sette giorni allantropologia cognitiva, nel volume curato da S.
Lutri, Modelli della mente e processi di pensiero, Catania, Ed.It, 2008, pp. 247-296; anche in questo
sito, nella sezione DOCUMENTI, con bibliografie relative al saggio ed al volume.
4

Il termine cognizione viene spesso usato per indicare altre due diverse cose:
- in primo luogo la conoscenza tout court, ma in antropologia ed in etnolinguistica la conoscenza,
patrimonio di un gruppo umano, definita nellambito del pi generale sistema di scienza predicata
e/o praticata e viene denominata etnoscienza;
- in secondo luogo ho trovato il termine cognizione per specificare il contesto e soprattutto il
rapporto tra antropologo ed indigeno, il tipo e la forma di relazione tra i due ma questo a mio
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avviso rientra nelle condizioni e caratteri del pi generale rapporto di intersoggettivit che si
sviluppa anche in contesto di alterit.
A questo proposito, estraggo un brano dalla mia postfazione al volume curato da S. Lutri, Modelli
della mente e processi di pensiero, Catania, Ed.It, 2008, pp. 247-296; anche in questo sito, nella
sezione DOCUMENTI:
Arrivati alla fine di questo volume, il lettore attento, addetto ai lavori o ancora inesperto che sia,
potrebbe avere la sensazione che lantropologia cognitiva nasconda qualche ambiguit o che
rischi di contenere velleit conoscitive. Le domande che rimangono in qualche modo sospese o
controverse o ancora le cui risposte sembrano attualmente richiedere ulteriori indagini,
possono andare da un minimo ad un massimo, per cominciare con: la cultura esiste nella specie
umana grazie al linguaggio (verbale) con la preminenza del secondo sulla stessa costituzione
della prima e con la conclusione che la conoscenza della lingua altrui potrebbe esaurire la
conoscenza dellantropologia o contenere ontologie culturali; e per finire con: oggi
lantropologia stessa ad essere antropologia cognitiva in quanto ricerca situata tra la cognizione
dellindigeno e la conoscenza dellantropologo sullindigeno (spesso definita anche in questo
caso come cognizione), con il rischio che allora tutto cognizione In mezzo stanno tutta una
serie di questioni che nella storia della cultura e del pensiero scientifico occidentale si pongono
da lunga data e con soluzioni spesso contrapposte, come il rapporto mente-pensiero-cultura, il
rapporto biologia-cultura, quello corpo-intelletto-sapere, quello lingua-pensiero, ed altro
ancora.
Devoto G., Oli G. C., Il dizionario della lingua italiana, Firenze, Le Monnier, 1995:

Devoto G., Oli G. C., Il dizionario della lingua italiana, Firenze, Le Monnier, 1995:

Devoto G., Oli G. C., Il dizionario della lingua italiana, Firenze, Le Monnier, 1995:

Estratto da: Squillacciotti M., Postfazione. Prima lezione di antropologia cognitiva ovvero I sette
giorni allantropologia cognitiva, nel volume curato da S. Lutri, Modelli della mente e processi di
pensiero. Il dibattito antropologico contemporaneo, Catania, Ed.It, 2008, pp. 247-296; anche in
questo sito, nella sezione DOCUMENTI:
[] negli anni 2000, da una parte si segnala una consistente produzione di saggi di
presentazione e riflessione sugli studi cognitivi e dallaltra in antropologia nodo cruciale risulta
essere la dimensione epistemologica nel raffronto tra prospettiva naturalistica o culturologica
nellanalisi della cognizione (Geertz 2000; Ingold 2004; Acerbi 2003, 2005).
Su una questione gli antropologi sembrano essere daccordo, al di l delle parole usate, come
in questo caso: a partire dalla definizione delle categorie del pensiero e delle sue forme di
espressione, si ipotizza un'identit strutturale delle prime per cui ogni pensiero prodotto ed ogni
prodotto di pensiero, a qualsiasi societ il soggetto appartenga, s un pensiero storico ma questo
si attiva ed agisce in base alle sue specifiche categorie. Ma una questione rimane comunque qui
aperta e sembra essere per ora lultima questione: luguaglianza strutturale di queste
categorie da cosa stata prodotta e configurata nella storia dello sviluppo cognitivo della
specie? In altre parole la questione diviene lordine della catena logica e storica [vedi a fine
nota] del rapporto tra corpo, mente, cervello, ambiente, cultura, anche se una cosa del tutto
evidente: le domande ora poste alla e dalla antropologia cognitiva divergono profondamente da
quelle degli studi classici sulla mentalit primitiva
Seguiamo la questione come viene posta prima da Clifford Geertz (1973, 2000) e poi da Tim
Ingold (2004), che risponde esplicitamente al primo, anche se in alcuni passaggi sembra cercare
un antagonista intellettuale pi come mera funzione narrativa che sulla base di una reale
differenza di prospettiva.
Nellesigenza di rinnovamento dellidea di evoluzione e di sviluppo umano, Geertz (2000)
ricorda come la tradizione occidentale abbia elaborato una visione di trasformazione per strati:
prima la biologica, poi la psichica ed infine quella culturale. A questa lo studioso contrappone la
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concezione dello sviluppo come processo di interazione delle diverse componenti implicate:
mente, cultura, corpo non sono individualit, enti, ma parti costituenti che si definiscono nel
procedimento stesso di integrazione, senza preminenza delluna sulle altre. Questo senza nulla
togliere alla specificit che propria a ciascuna delle componenti: ciascuna costituisce un
dispositivo il cui senso, direzione e realt ultima definibile alla fine del processo stesso di
nuovo organismo ed organizzazione. In questo quadro, credo, vada ripresa laffermazione di
Geertz (1973, 2000) che La cultura un ingrediente dello sviluppo, cio come sistema di
integrazione di specifiche componenti il cui risultato non nellaggregazione delle parti stesse
ma nel particolare processo che ridefinisce di volta in volta, di tempo in tempo non solo
lapporto di ciascuna ma soprattutto il tipo di integrazione unica raggiunta. Ora questa sintesi
sembra essere per Ingold (2000, p. 55) ancora culturologica o troppo culturologica da una parte,
ma dallaltra ritiene anche che a questa non risponda sufficientemente la prospettiva biologistica:
Ora, se la biologia neodarwinista presume che esista un disegno specifico indipendente dal
contesto per il modello di corpo, cos nel campo della psicologia, la scienza cognitiva postula
un modello analogamente indipendente dallarchitettura della mente. Questa architettura
include i vari meccanismi cognitivi o meccanismi di elaborazione che () dovrebbero essere
in atto prima di qualsiasi trasmissione di rappresentazioni culturali. Quanto al problema
delle origini di tali meccanismi, gli scienziati cognitivi generalmente presumono che questo
sia gi stato risolto dalla biologia evolutiva. Poich linformazione che specifica i
meccanismi non pu essere trasmessa culturalmente , vi una sola possibilit. Deve essere
trasmessa geneticamente cio come una componente del genotipo umano. Infatti
solitamente nella letteratura cognitiva, il postulato di strutture mentali innate viene preso per
buono senza ulteriore giustificazione se non un vago riferimento alla genetica e alla selezione
naturale.
In sostanza Ingold ritiene che le tre scienze implicate nel definire i caratteri delluomo, e il
loro livello di competenza, cospirino a produrre una teoria sistematica dellessere vivente e
agente come una creatura composta di tre elementi: genotipo, mente e cultura. (p. 58) alla luce
di un postulato da queste condiviso: che le forme organiche, le capacit intellettuali e le
disposizioni comportamentali degli esseri umani sono specificate e determinate
indipendentemente e prima del loro coinvolgimento nei contesti pratici dellattivit. (p. 59).
A tutto questo lo studioso contrappone la sua sintesi: un punto di vista unitario
sullorganismo-persona, che passa attraverso processi di crescita e sviluppo in un ambiente,
contribuendo con la sua presenza e attivit allo sviluppo di altri (p. 59), come dire che genotipomente-cultura sono il risultato dello sviluppo dellintero organismo-persona () situato in un
ambiente. (p.. 78).
Ma qui sorge in me un interrogativo: dove siamo arrivati? E mi viene spontaneo rispondere
per ora con una proposizione frutto di parafrasi del pensiero di vari e diversi studiosi: luomo,
come animale che produce e riproduce nel tempo le condizioni materiali e spirituali della propria
esistenza, nel costruire il mondo, costruisce se stesso, in un modo tale che in questo processo di
conoscenza e significazione entra in relazione particolare con gli altri, uomini, ideologia o natura
che sia. Noi siamo qui e qui la sfida dellantropologia cognitiva nellindividuare componenti e
caratteri della cognizione, come la prospettiva di un punto di vista
Estratto da: Squillacciotti M., Pensiero, scrittura, comunicazione, conoscenza. Riflessioni in antropologia
cognitiva, Orientamenti Pedagogici, n. 5, 1986, pp. 829-844; qui alle pp. 835-836:
Il pensiero concepibile in s, indipendentemente dalle forme della sua espressione in senso
logico, come grado zero: in questo caso il pensiero , il pensiero pu pensare se stesso. Ma se
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prendiamo in considerazione un segmento reale del pensiero, un atto di pensiero, cambiano sia il
grado di pensiero che il suo senso analitico: il pensiero non pi il pensiero ma un pensiero,
forma di pensiero; in senso storico il pensiero diviene, il pensiero relazione.
Ancora, da una parte il senso logico postula il pensiero come fatto (semplice, teorico), come
categoria; dall'altra il secondo termine - il senso storico - lo reperisce come complesso, relazione
di fatti (complessi, empirici). Questo perch diverse sono, da un punto di vista teorico, le
implicazioni connesse e le specificit delle due facce del pensiero enunciate, per i caratteri stessi
dei termini del nesso costitutivo senso logico-senso storico. Da una parte il primo termine del
nesso non introdotto a livello dell'oggetto ma fissato a livello di teoria dell'oggetto, come
definizione di campo che, differenziando appunto le due facce di un oggetto, fissa con il grado
zero un prius logico-teorico a prescindere dai caratteri dell'oggetto e delle sue relazioni.
Dall'altra il secondo termine senso storico assume invece la realt e l'atto di pensiero come
punto di partenza dell'analisi: il posterius si definisce allora come un complesso le cui relazioni
vanno enunciate e definite sulla base di un'analisi storico-culturale specifica.
Ma cosa determina la complessit della seconda faccia o dimensione del pensiero? Il pensiero
sembra assumere, in sostanza, a livello analitico, fondamenti specifici e caratteri distintivi a
seconda della forma espressiva realizzata, del codice prescelto (gestuale, visivo, verbale, grafico,
cinesico, prossemico...). Ma non per questo il pensiero, l'atto di pensiero, tutto determinato
dalle sue forme di espressione: da una parte il pensiero ha caratteri costitutivi irrinunciabili, ha
un suo statuto, delle regole da seguire in se stesso; dall'altra le forme di espressione del pensiero
risultano non indifferenti rispetto al pensiero stesso, perch anch'esse seguono regole proprie, pur
di ordine diverso da quelle del pensiero. In realt questa non-indifferenza delle forme espressive
pertinente non solo rispetto ai caratteri costitutivi del pensiero, ma anche rispetto agli strumenti
d'espressione usati. E' quanto accade, ad es., nel rapporto tra suoni naturali e segni linguistici
verbali: noi possiamo pronunciare tutti i suoni possibili che in natura sono posti lungo un
continuum, ma nella realt c' bisogno di una cesura tra suoni perch un suono diventi un segno
verbale, perch un atto linguistico si produca. Tutto ci presuppone una lingua, un sistema
linguistico ma anche uno strumento: l'apparato fono-vocatorio-uditivo, non indifferente nella
produzione dell'atto linguistico come nell'articolazione della cesura suoni/segni.

10

Devoto G., Oli G. C., Il dizionario della lingua italiana, Firenze, Le Monnier, 1995:

Vedi anche in questo sito la Sezione: STRUMENTI, Indirizzi Teorici e Concetti di Antropologia.
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Devoto G., Oli G. C., Il dizionario della lingua italiana, Firenze, Le Monnier, 1995:

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10

Devoto G., Oli G. C., Il dizionario della lingua italiana, Firenze, Le Monnier, 1995:

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Vedi anche in questo sito la Sezione: STRUMENTI, Indirizzi Teorici e Concetti di Antropologia.
11

Devoto G., Oli G. C., Il dizionario della lingua italiana, Firenze, Le Monnier, 1995:

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12

Devoto G., Oli G. C., Il dizionario della lingua italiana, Firenze, Le Monnier, 1995:

13

Devoto G., Oli G. C., Il dizionario della lingua italiana, Firenze, Le Monnier, 1995:

14

Lever F., Rivoltella P. C., Zanacchi A. (a cura), La comunicazione: il dizionario di scienze e


tecniche, Rai Radioletevisione italiana, Elledici, Las, Roma, 2002:

Vedi anche in questo sito la Sezione: STRUMENTI, Indirizzi Teorici e Concetti di Antropologia.
15

14

Estratto da Francesca Lussana, Genesi delle capacit linguistiche, in Annali della Facolt di
Lettere e Filosofia dell'Universit degli Studi di Siena, IX, 1988, pp. 195-218; anche in questo sito,
nella sezione DOCUMENTI:
1) Percezione intermodale: si intende la interrelazione tra i cinque sensi, ossia che le
modalit sensoriali degli esseri umani operano insieme come un sistema integrato di unit.
Possiamo fare esperienza di una stessa cosa attraverso uno dei nostri sensi, ma ci nonostante il
concetto rappresentato nella memoria in un modo unitario. E' interessante notare che tali
capacit non sono riscontrabili in animali pi elementari delle scimmie.
2) Controllo volontario: si intende la capacit da parte di un individuo di controllare,
comandare il proprio comportamento. Gi Khler (1921) aveva notato che la capacit di dirigere
l'attenzione un fattore essenziale del successo di qualsiasi operazione pratica. Nei primati non
umani tutte le vocalizzazioni sono istintuali, non comandate, e la stimolazione elettrica mostra
che sono localizzate a livello del sistema limbico. Viceversa, come ricorda Lyons (1981), il
linguaggio verbale libero da stimoli.
3) Mediazione: si intende il processo attraverso il quale una percezione naturale, cio di
stimolo-risposta, viene soppiantata attraverso l'inserimento di un elemento mediatore (Vygotskij
1978). L'aspetto interessante proprio come questi processi mediati ristrutturino la mente,
arricchendo le capacit cognitive.
4) Categorizzazione: quel processo attraverso il quale la maggior parte degli animali
organizzano il mondo sensoriale. Una categoria una classe a cui appartengono elementi che
hanno caratteristiche pertinenti comuni. Tramite la classificazione si riesce ad organizzare
l'esperienza e a socializzarla. Il linguaggio ci fornisce la possibilit di ridurre a categorie discrete
quello che altrimenti, come ha scritto incisivamente Hjelmslev, non sarebbe che flusso continuo,
massa amorfa.
5) Memorizzazione: la possibilit di memorizzare i dati d'esperienza un requisito
fondamentale per un adeguato sviluppo linguistico. L'essere parlante deve essere in grado di
trattenere i significati interiorizzandoli. La nostra memoria molto efficiente proprio perch
l'informazione codificata. E' una memoria, per usare un'espressione vygotskiana mediata,
diversa dalla memoria naturale (ossia l'influenza diretta di certi stimoli esterni).
6) Ordine sequenziale: la capacit di seguire un ordine sequenziale presiede alla capacit di
usare la sintassi. Per interrelare i segni del linguaggio, l'essere umano deve essere in grado di
attribuire significato non solo ai singoli segni, ma anche al particolare modo in cui vengono
raggruppati.
7) Automatismi: sequenze di eventi che si svolgono senza richiedere l'intervento cosciente del
pensiero nella loro esecuzione. E' necessario presupporre un comportamento automatizzato,
altrimenti sarebbe difficile in tempi cos brevi compiere i complessi movimenti articolatori
richiesti al parlante o seguire le numerose norme che regolano la sintassi. Probabilmente,
filogeneticamente tale capacit si svilupp nell'ambito di situazioni e attivit specializzate.
[] Perch una certa funzione emerga c' bisogno di un contesto in cui possa essere reperita e
una mente capace di reperirla. Se questo ragionamento vale per il linguaggio, dobbiamo allora
andare in cerca di un ambito socioculturale dove si possono ipotizzare condizioni di vita
appropriate al suo reperimento e di un ominide con capacit cognitive avanzate tali da far
presupporre l'esistenza di un'attivit linguistica. Probabilmente ambiente "idoneo" ed ominide
"evoluto" sono le facce di una stessa medaglia. L'uomo costruisce il suo ambiente sociale e le sue
costruzioni, i suoi prodotti di rimando modellano l'uomo ossia ampliano le potenzialit della sua
mente (Vygotskij 1978). Di quale habitat dobbiamo rinvenire le tracce?
[] Leroi-Gourhan (1964:27) sostiene che "utensile per la mano e linguaggio per la faccia
sono i due poli di uno stesso dispositivo". L'idea che l'ominide, una volta assunta la postura,
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eretta, ha liberato i suoi arti anteriori permettendo ad essi di sviluppare altre potenzialit: la mano
raffina la sua presa di forza e soprattutto sviluppa quella di precisione e si prolunga
artificialmente nello strumento; parallelamente ci sono state modifiche profonde della
sospensione cranica con un progressivo allargamento del ventaglio corticale e una
ristrutturazione del cavo orale. Per Leroi-Gourhan i due cammini sono assolutamente paralleli,
per cui possiamo seguire l'evoluzione delle culture litiche e insieme congetturare su probabili
stadi evolutivi del linguaggio. Egli ipotizza che l'australopiteco possedesse un linguaggio con
contenuti limitati; l'habilis possedesse "concatenazioni operative" pi complesse, un linguaggio
pi ricco, ma ancora legato all'espressione di situazioni concrete. Infine il neanderthal giunse ad
utilizzare simboli non concreti per esprimere sentimenti imprecisi.
[] E cio le esigenze di cooperazione e di comunicazione che sono alla base di ogni assetto
sociale promuovono le facolt creative del cervello.
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Il termine categoria sta qui ad indicare il risultato del processo di categorizzazione (una delle
funzioni cognitive) e categoria una classe a cui appartengono elementi che hanno caratteristiche
pertinenti comuni, in relazione ad un preciso sistema di riferimento.
Devoto G., Oli G. C., Il dizionario della lingua italiana, Firenze, Le Monnier, 1995:

Oltre alle voci estratte dai due Dizionari:


Lever F., Rivoltella P. C., Zanacchi A. (a cura), La comunicazione: il dizionario di scienze e
tecniche, Rai Radioletevisione italiana, Elledici, Las, Roma, 2002;
Devoto G., Oli G. C., Il dizionario della lingua italiana, Firenze, Le Monnier, 1995;
altre voci estratte da altri dizionari sono reperibili nel sito alla sezione STRUMENTI.

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