Sei sulla pagina 1di 18

LA MENTE NEL CERVELLO

Introduzione: la neuropsicologia

È una scienza interdisciplinare, integra studi clinici e ricerca nel tentativo di individuare le basi
neurali dei processi cognitivi. La neuropsicologia elabora modelli del rapporto tra comportamento e
sistema nervoso, tra mente e cervello. Nasce nel primo 900 come disciplina autonoma, ma il secolo
800 è stato fondamentale per lo studio di questa disciplina.

neurologia
Psicologia neurofisiologia
cognitiva

NEUROPSICOLOGIA neuroanatomia

Intelligenza
artificiale linguistica
filosofia

Obiettivo: comprendere le basi neurali dei processi cognitivi esplorando i rapporti tra funzioni
mentali e strutture nervose

Procedura: combinazione dello studio degli aspetti cognitivi del comportamento lesi e/o disturbati
in molte patologie con dati anatomici e fisiologici sul sistema nervoso

Fonti: indagine clinica, ricerca sperimentale

La neuropsicologia può essere classica o contemporanea

La prima:

 1861, Broca: afasia motoria


 1870, Fritsch e Hitzig: localizzazione area corticale motoria
 1874, Wernicke: afasia sensoriale
 1879, Wundt: nascita della psicologia scientifica
 Fine 800: primi modelli connessionistici

La seconda:

 Paradigma: ‘ elaborazione dell’informazione’


 Modello: sistema cognitivo come complesso dispositivo organizzato in unità funzionali
diverse (‘moduli’)

Capitolo 1: Le origini

La più antica menzione del rapporto diretto fra cervello e comportamento, è contenuta nel Papiro di
Edwin Smith, che risale al 1700 a. C, ma è una copia di un trattato chirurgico egiziano più antico.
Contiene la descrizione di 48 casi di lesioni traumatiche, presentati sotto le voci di esame, diagnosi
e trattamento. Le diagnosi giungono sempre a 3 conclusioni: 1) tratterò questo disturbo, 2) proverò
a trattarlo, 3) non si può trattare. L’autore parla di disturbi del linguaggio e di crisi epilettiche e
collega esplicitamente diversi casi di disturbi motori a zone celebrali determinate che evidentemente
considera i luoghi della funzione motoria disturbata. L’idea del collegamento tra cervello e
comportamento, o tra cervello e funzioni mentali, torna nelle tradizioni filosofiche e mediche della
Grecia. L’opinione prevalente riteneva che nel cuore si elaborassero i pensieri e le sensazioni, che il
cuore fosse la sede dell’anima cardiocentrica). Anche Aristotele considera il cuore, il primo a vivere
e l’ultimo a morire e quindi il centro della vita dell’organismo e anche delle attività psichiche; nel
cuore avviene l’associazione tra esperienze, memoria e immagini, secondo un meccanismo
associativo che segue i criteri della similarità, del contrasto e della contiguità. Il cervello ha solo la
funzione di raffreddare il corpo. Bilanciando e tenendo in equilibrio il calore vitale prodotto dal
cuore. La superiore intelligenza umana deriva dalla capacità cerebrale di tenere il cuore freddo al
punto giusto per consentire un’attività umana ottimale. Cervello essenziale ma viene dopo il cuore
per importanza. Per Omero la sede era nel diagramma, la vita è il soffio vitale, proprio perché
soffio, il diaframma si alza e si abbassa, fino a quando si esala l’ultimo respiro (l’idea è debole).
Empedocle lo ricollegava al sangue, e dalla sua particolare composizione dipendesse il grado di
intelligenza individuale. Ippocrate aderisce alla linea degli encefalocentristi, e intorno al 425 a.C.
afferma che il cervello è la sede della ragione e delle emozioni, di tutta la nostra vita psichica, sana
e patologica. Dice che, il piacere, il riso, il dolore ecc provengono tutti dal cervello. Per lui il
cervello è l’organo più potente e interprete dell’intelligenza. Lui dissezionava cadaveri. Si arrivò
alla conclusione, che ha differenza degli animali, siamo più intelligenti perché il nostro cervello ha
più pieghe e che tutti i nervi dell’organismo derivano dal cervello. I ventricoli celebrali erano
considerati la sede delle forze vitali e in particolare Erofilo, definì il 4° ventricolo <<il centro di
comando>> del comportamento. Col tempo si indagò sulla possibilità che le diverse capacità
dell’organismo, fossero collegate a parti diverse del’encefalo. Aristotele è anche il padre della
psicologia degli umori, ce ne sono 4 e devono essere in armonia: 1) sangue ( un compagnone); 2) il
flegma (quieto e debole); 3) bile bianca ( collerico); 4) bile nera (malinconico. Quando l’armonia si
spezza, il corpo si ammala. Il cervello è la sede dell’anima, ma afferma Galeno (parte dalla
tripartizione di Platone), solamente dell’anima razionale, che ha funzioni legate ai 5 sensi; l’anima
irascibile ha sede nel cuore, l’anima sensitiva nel fegato. L’anima che proviene dal fegato si
combina con quella che ha sede nel cuore, hanno origine gli “spiriti vitali”, i quali raggiungono il
cervello e vengono trasformati in “spiriti animali” nella “rete mirabile”. Dal cervello gli spiriti
animali si diffondono lungo i nervi per tutto il corpo. Il cervello è l’organo dell’anima e nei
ventricoli contiene lo pneuma; Galeno sostiene di avere raggiunto questa conclusione dissezionando
animali e di aver verificato che la coscienza non scompare semplicemente sezionando il cervello in
una qualsiasi delle sue parti, ma solo quando si lede il sistema ventricolare. Le sensazione si trovano
nel primo ventricolo, quello anteriore, così come la fantasia o immaginazione. Il secondo ventricolo
o mediano, è il luogo dei processi cognitivi: il pensiero, il giudizio, il ragionamento. Nel terzo
ventricolo o posteriore è localizzata la memoria. Questo schema resterà valido per tutto il
Medioevo. Sarà valido anche per Leonardo da Vinci. Andrea Vesalio (1514-1564), l’iniziatore
dell’anatomia moderna, sulla base delle proprie dissezioni di cadaveri umani conclude che
l’anatomia di Galeno fosse basata esclusivamente su dissezioni animali e poi indebitamente
estrapolata all’uomo. Abbandonati dunque i ventricoli e le varie virtutes medievali, si tratta, a
partire dal 600, di individuare nella sostanza cerebrale l’origine degli spiriti animali. Ma il punto di
massima espressione del nuovo orientamento è rappresentato dal pensiero di Cartesio (1596-1650)
che distingue ontologicamente il corpo dall’anima. Il dualismo cartesiano comporta un approccio
nuovo al problema del rapporto tra anima e corpo nell’ambito della nuova prospettiva teorica
meccanicistica. Se si assume che tutto il mondo fisico sia costituito essenzialmente da materia e
movimento, allora tutti i corpi, sia naturali che artificiali, soggiacciono alle stesse leggi fisiche.
Cade la distinzione tra meccanica e biologia e si sostiene una visione radicalmente nuova
dell’organismo, i cui processi fisiologici sono ormai interpretati esclusivamente in chiave
meccanica. Fra i viventi l’uomo si differenzia soltanto per la dimensione razionale, in cui Cartesio
teorizza l’esistenza di due sostanze ontologicamente diverse, totalmente indipendenti, la res extensa
e la res cogitans, il corpo inteso come materia organizzata, come macchina, e la mente, l’anima
pensante, spirito inesteso, dunque unitario e indivisibile. I modelli cartesiano sono le macchine
idrauliche, le fontane e i complessi orologi del periodo. Seppur costruiti dagli uomini, hanno
tuttavia la forza di muoversi da sé in più modi, così l’essere umano, seppur fatto da Dio resta una
macchina. In quest’ottica, ogni processo fisiologico può essere interpretato meccanicamente, il
corpo può e deve essere perfettamente conosciuto nella sua struttura e nel suo funzionamento. Nel
pensiero cartesiano è presente anche una delle prime formulazioni del concetto di riflesso, laddove
si afferma che la sensazione si riflette come uno specchio nel movimento automatico tramite una
sorta di arco che collega uno stimolo a una risposta motoria (es. il piede si ritrae quando tocca il
fuoco). Il riflesso non lo decidiamo noi a differenza dei movimenti volontari. Alla base del
funzionamento mentale ci sono le idee innate date da Dio e ciò ci distingue dagli altri animali, i
sensi ingannano, la scelta metafisica rende l’uomo attivo. Nel cervello umano, la ghiandola pineale
è il luogo unitario delle mente unitaria, il punto in cui le due res si incontrano. L’anima ha innati i
principi del suo funzionamento e le idee possono essere,oltre che derivate dai sensi, dalla memoria
o dall’immaginazione, anche costruite direttamente dalla mente oppure innate. Willis ritiene che le
diverse stimolazioni sensoriali giungono ai corpi striati e qui vengono integrate, per passare poi al
corpo calloso che è il luogo delle sensazioni vere e proprie, e infine giungere alla corteccia
cerebrale per essere immagazzinate nella memoria. La corteccia è considerata il luogo d’origine del
movimento volontario, quello involontario viene invece collegato al cervelletto. Haller è scettico nei
confronti della possibilità di localizzare l’anima o la mente in aree specifiche del cervello. Alla
possibilità di localizzare in un unico punto l’unione tra anima e corpo si oppone anche Georg
Prochaska che nel 1784 ipotizza che le diverse funzioni dell’anima siano in rapporto diretto con le
diverse parti dell’organismo cerebrale: poiché il cervello e il cervelletto sono composti di parti
differentemente costituite, è probabile che la natura, che non opera mai invano, abbia destinato
queste parti diverse ad usi diversi. Per quanto riguarda il controllo del movimento, già nel 1710 si
ha il primo esempio di localizzazione cerebrale della funzione motoria ad opera di Pourfour du
Petit, che stimola meccanicamente gli emisferi cerebrali del cane e ne deduce il controllo, da parte
di specifiche aree corticali, del movimento contro laterale. Così, a cavallo fra 700 e 800, anche le
osservazioni di Pierre Cabanis, medico e filosofo che sottopone la corteccia a stimolazione
meccanica e provoca specifiche e circoscritte reazioni motorie convulsive (se si punge o si irrita in
un qualce modo punti diversi dell’organo cerebrale, si vedono le convulsioni, generalmente
provocate in questo modo, passare da un muscolo all’altro e spesso non estendersi oltre quei
muscoli che si rapportano alle parti irritate).
Capitolo II: dalla frenologia di Gall alla possibilità di localizzare scientificamente le funzioni
del cervello

Nei primi decenni dell’800, si diffonde la frenologia, un’ipotesi sviluppata da Gall a partire
dall’assunto di una precisa e definita correlazione di specifiche facoltà innate e aree identificabili
del cervello. È una concezione nuova basata su 3 principi: 1) la mente non è una entità singola, ma
un sistema integrato di diverse facoltà innate indipendenti e specifiche, ciascuna autonomamente
definibile e accertabile; 2) queste diverse facoltà sono localizzare in altrettanti organi cerebrali,
individuabili sulla superficie del cervello; 3) la conformazione della testa in qualche modo ricalca
quella del cervello, poiché il cranio si modella in relazione al diverso volume dei vari organi.
Esaminando dunque la configurazione del cranio nelle sue cavità e prominenze (cranioscopia) si
può fare una sorta di diagnosi psicologica, un’analisi dei tratti fondamentali del carattere, della
personalità e della costituzione mentale dell’individuo. Il cervello è dunque l’organo della mente, o
meglio il doppio organo della mente: il modello di Gall è infatti basato sul riconoscimento
dell’evidente dualità dell’organo cerebrale ( i due emisferi) e sulle leggi della simmetria: ogni
facoltà mentale ha un duplicato perfettamente simmetrico e occupa, nelle sue due componenti,
regioni speculari dei due emisferi cerebrali; ciascuna metà del cervello, quindi, potrebbe, in linea di
principio, funzionare in modo indipendente. La funzione può essere parzialmente o totalmente
compromessa da una parte, ma rimanere intatta dall’altra. L’ipotesi frenologica si collega al
meccanicismo ponendosi in contrasto. Gall da un lato afferma la correlazione cervello/mente,
dall’altro pone una pietra miliare nello sviluppo delle ricerche sul sistema nervoso, favorendo la
transizione dalle speculazioni su base filosofica e ideologica sulla omogeneità funzionale del
cervello, alla nuova immagine di specializzazione funzionale della corteccia che a fine secolo
emergerà dalle ricerche e sarà modello teorico di riferimento per la nascita della neuropsicologia.
Contro quanti concepiscono la mente, umana e/o animale, come una tabula rasa, Gall afferma di
avere sviluppato l’idea di un sistema integrato di facoltà innate sulla base dell’osservazione dei
comportamenti degli organismi, comportamenti che presentano chiare e rilevanti variazioni, fra
specie e fra individui. Le capacità dell’uomo e degli animali di interagire con l’ambiente, rivelano, a
giudizio di Gall, qualcosa di biologicamente dato, istinti e facoltà che si deve presupporre innati. In
quest’ottica, tutte le facoltà derivano dall’organismo, e le funzioni della mente non sono diverse.
Nell’elenco che Gall dà delle facoltà, su 27, 19 sono comuni all’uomo e agli altri animali, 10
comuni a tutti i vertebrati, 10 (dall’11 alla 19) sono condivise dall’uomo solo con i vertebrati
superiori, e 8 sono facoltà esclusivamente umane. Le prime 19 facoltà sono evidentemente
riconducibili a tratti comportamentali che accomunano le altre specie animali all’uomo all’interno
di generiche strategie di interazione con l’ambiente. Condizione imprescindibile è il tratto
comportamentale specifico di una specie animale, e, nell’uomo, la possibilità che essa possa essere
ricondotta a una monomania. La frenologia (detta anche organologia) di Gall, rifiuta le facoltà
normative o relative alla mente generale; questa è la profonda differenza fra il suo sistema e la
precedente psicologia delle facoltà. Tutti i filosofi prendono le distanze (anche la chiesa), e Gall
viene bandito e non può più insegnare la sua dottrina. Il massimo esponente dell’opposizione è
Flourens. Lui compie fin dai primi anni 20, esperimenti sugli uccelli (piccioni), mirati alla
individuazione delle diverse funzioni proprie delle diverse parti del sistema nervoso nella
organizzazione del comportamento. Nei lobi cerebrali (che nei mammiferi equivalgono alla
corteccia) Flourens individua il luogo della volizione. C’è quindi, nel suo pensiero, una sorta di
localizzazione, però non meccanicistica. Pone una distinzione qualitativa fra movimento e
sensazione da un lato e intelligenza e volontà dall’altro, ai primi collegando il sistema nervoso
esclusa la corteccia, alle seconde assegnando quest’ultima. Per Flourens la corteccia è un luogo
inaccessibile alla sperimentazione. Sulla base dei suoi esperimenti Flourens stabilisce che gli
emisferi cerebrali non producono alcun movimento e che qualsiasi reazione motoria si possa indurre
tramite la stimolazione della corteccia è dovuta esclusivamente alla conduzione dello stimolo. Per la
formazione dei movimenti i nervi sono combinati dal midollo spinale e coordinati nel movimento
volontario dal cervelletto. Le proprietà o forse nervose sono 5: la sensibilità, la motricità, il
principio della vita, la coordinazione dei movimenti di locomozione e l’intelligenza. Ciascuna di
queste forze risiede in un proprio organo. L’opera di Flourens è caratterizzata da una valenza
duplice: se infatti il suo metodo sperimentale si rivela di fondamentale importanza per il progresso
scientifico rispetto allo sviluppo delle ricerche neurofisiologiche, poiché fornisce le basi per
l’estensione del paradigma senso-motorio agli emisferi e consentirà le localizzazioni cerebrali di
fine secolo, i risultati che Flourens consegue, ritarderanno ancora per alcuni decenni lo sviluppo
della ricerca sul funzionamento del cervello. Condizione essenziale per lo sviluppo ulteriore delle
indagini neurofisiologiche su basi sperimentali sarà infatti il superamento del persistente dualismo
tra funzioni senso-motorie e intelletto e volontà. Ciò da un lato possibile, dallo sviluppo
dell’associazionismo psicofisiologico nella versione elaborata da Alexander Bain, dall’altro lato
sarà reso necessario dai dati clinici sempre più numerosi. La teoria psicologia di Alexander Bain
(1818-1903) rappresenta il momento cruciale del processo di slittamento delle indagini sulla mente,
avvenuto alla metà dell’800. L’assunto di base di Bain è la convinzione che il cervello sia l’organo
della mente, o meglio sia fra gli organi fisici correlati ai processi mentali quello ad essi più
intimamente connesso; e dalla ferma supposizione del collegamento essenziale fra cervello e mente
nella vita dell’uomo, Bain deduce la necessità di impostarne lo studio in modo interdisciplinare.
Bain assume una posizione parallelistica ed evita di considerare cartesiamente corpo e mente come
due sostanza. Un’unica sostanza, con due insiemi di proprietà, quelle fisiche e quelle mentali,
un’unità a due facce. Partendo dall’assunto associazionistico secondo il quale la mente umana opera
a partire dalle sensazioni, associando e combinando fra loro i dati che tramite i sensi l’esperienza le
fornisce sul mondo, Bain trasforma radicalmente la concezione tradizionale della mente. Nel
pensiero di Bain non è più la sensazione il primum movens della genesi della conoscenza e di tutto
il funzionamento psichico: prima di essa, egli ritiene che vi sia il movimento. La componente
motoria del sistema nervoso è prioritaria rispetto a qualsiasi forma di sviluppo psichico e
comportamentale. L’organismo opera istintivamente una serie di movimenti casuali per tentativi ed
errori, che lo mettono in interazione con l’ambiente e dunque gli consentono di esperire sensazioni
diverse. Poi fra movimenti casuali e sensazioni di piacere/dolore si sviluppano una serie di
connessioni acquisite che sono alla base della conoscenza, dell’esperienza dell’individuo, del
comportamento volontario. La convinzione dell’importanza della componente motoria deriva a
Bain dal suo interesse per le scienze biologiche, per lo studio scientifico e sperimentale del sistema
nervoso. In questo modo Bain individua un meccanismo unitario per la spiegazione dell’uomo come
totalità psico-fisica. Il sistema teorico di Bain è costruito attorno a una nozione centrale, quella di
una mente attiva e dinamica vista come il corrispettivo psichico del funzionamento armonioso,
adattativo, di un sistema nervoso dalle componenti motorie, sensoriali e associative.
L’associazionismo psicofisiologico è dunque il nuovo paradigma sviluppato sulla base del concetto
di associazione intesa come principio operativo di base della mente. Jean- Baptiste Bouillaud
(1796/1881) studia le paralisi motorie e i disturbi linguistici già negli anni 20. Sostiene l’origine
corticale dei disturbi motori e la possibilità di localizzare diversi centri contri cali del movimento,
c’è una correlazione fra paralisi parziali e corrispondenti alterazioni locali nel cervello. Egli però
non prova le sue idee sperimentalmente e si accontenta delle osservazioni cliniche. Bouillaud
giunge all’individuazione di un collegamento fra lobi anteriori del cervello e del linguaggio
osservando 64 casi di lesioni neurologiche, e formula un’ipotesi basata sulla distinzione tra
movimenti di carattere automatico e movimenti volontari nella produzione della parola. Questi
ultimi, i movimenti articolatori , vengono ulteriormente distinti dalla memoria delle parole, alla luce
di una distinzione fra una capacità intellettuale di produrre il linguaggio (linguaggio interno) e una
capacità meramente operativa preposta all’esecuzione e al coordinamento dei movimenti muscolari
necessari alla produzione della parola (linguaggio esterno). Lui ritiene che sia possibile subire una
perdita della componente articolato ria del linguaggio senza però perdere l’intelligenza e la
comprensione verbale. Nel 1961, è proprio quella linguistica la prima funzione corticale localizzata
scientificamente da Pierre Broca.

Capitolo 3: Broca e la nascita della neuropsicologia nell’ambito clinico-anatomico

Pierre Broca parte da due presupposti: che la mente e il cervello funzionino in qualche modo per
associazione di funzioni specifiche, e che esse debbano essere in qualche modo localizzate nei lobi
frontali. Così, sulla base del celebre caso di Tan (un paziente soprannominato così perché Tan è
l’unica parola che riesce a pronunciare) e poi di un altro caso di perdita della parola che Broca ha
l’opportunità di studiare nello stesso ospedale, egli giunge ad affermare la correlazione tra la perdita
del linguaggio (che inizialmente chiama afemia) e una specifica area del lobo frontale. Broca scopre
che lesioni della terza circonvoluzione frontale inferiore sinistra producono la perdita della facoltà
del linguaggio motorio, pur non implicando una paralisi dei muscoli usati in generale per la
fonazione. Successivamente denominato afasia motoria o afasia di Broca. È la prima disfunzione
comportamentale esattamente correlata a specifiche lesioni e disfunzioni di un’area del cervello.
Broca sostiene di aver localizzato il linguaggio articolato, che non va assolutamente confuso con la
facoltà generale del linguaggio. Nei pazienti da lui analizzati, Broca ritiene che si sia verificata una
perdita della facoltà di coordinare i movimenti propri del linguaggio articolato. Nell’area lesa (oggi
area di Broca) risiederebbero i programmi articolatori che attivano a loro volta le zone che
controllano direttamente i muscoli facciali e la cavità orofaringea per la produzione del linguaggio.
Compromette la produzione senza produrre deficit alla comprensione. Conseguenze a questa
osservazione: 1) l’afemia è stata la conseguenza di una lesione di uno dei lobi anteriori del cervello;
2) l’osservazione conferma l’opinione di Bouillaud, che pone in questi lobi la sede della facoltà del
linguaggio articolato, 3) le osservazioni raccolte fin qui, non sono abbastanza numerose perché si
possa considerare questa localizzazione di una facoltà particolare in un lobo determinato; 4) è una
questione molto più dubbia sapere se la facoltà del linguaggio articolatorio dipenda dal lobo
anteriore considerato nel suo insieme, o specificatamente da una delle circonvoluzioni di questo
lobo. Le osservazioni ulteriori dovranno essere raccolte con lo scopo di risolvere questo problema;
5) nel nostro malato, la sede originaria della lesione era nella seconda o nella terza circonvoluzione
frontale. È perciò possibile che la facoltà del linguaggio articolato risieda in una o nell’altra di
queste due circonvoluzioni; ma non lo si può ancora stabilire.; 6) in ogni caso basta paragonare la
nostra osservazione con quelle che l’hanno preceduta per scartare oggi l’idea che la facoltà del
linguaggio articolato risieda in un punto fisso e circoscritto; le lesioni dell’afemia sono state trovate
più spesso nella parte più anteriore del lobo frontale, non lontano dal sopracciglio e al disopra della
voluta orbitale, mentre nel mio malato esse erano molto più indietro e molto più vicine alla sutura
coronale che all’arcata sopraccigliare. Nel 1865, con l’accumularsi di casi clinici di lesioni, Broca è
ormai in grado di sciogliere il dubbio sulla localizzazione esatta del linguaggio articolato nella terza
circonvoluzione, e ne sostiene chiaramente la lateralizzazione nell’emisfero sinistro. Nel 1874
Wernicke giunge a scoprire la localizzazione di un altro aspetto specifico della funzione linguistica,
quello legato alla comprensione, in un secondo centro del linguaggio, anatomicamente distinto da
quello individuato da Broca e situato nell’area temporale dell’emisfero sinistro. Nasce così la
cosiddetta afasia sensoriale o afasia di Wernicke, oggi detta afasia fluente in quanto caratterizzata
da un vocabolario proporzionalmente ampio e dalla completa perdita della comprensione del
linguaggio parlato. Wernicke ritiene che aspetti diversi della funzione linguistica siano mediati da
aree specifiche, sensoriali e motorie, dell’emisfero sinistro e dalle vie di associazione che mettono
in collegamento queste aree tra di loro. Ciò che è proprio di tutti i quadri clinici è il fatto che a loro
fondamento soggiace un’interruzione dell’arco riflesso psichico utilizzato nel normale processo del
linguaggio. Nasce così il modello di Wernicke – Geschwind per il fatto che nel 1965 Geschwind ha
rivisitato le tradizionali ipotesi di Broca e Wernicke combinandole in una potente teoria che
enfatizzava come un danno alle aree del linguaggio dell’emisfero sinistro, o alle loro
interconnessioni, fosse la causa primaria delle afasie. Questo modello si presta alla interpretazione
di alterazioni e disturbi che vanno al di là delle sindromi afasiche, per esempio Liepmann, per
l’identificazione e l’interpretazione di una sindrome clinica a sé stante, che egli definisce aprassia
poiché comporta l’incapacità da parte del paziente di eseguire compiti in risposta a comandi verbali
senza che però egli mostri di non comprendere il linguaggio o di soffrire di paresi, paralisi o
generici disturbi delle abilità motorie. Con l’opera di Wernicke si afferma un modello del cervello
basato sull’idea che esistano aree funzionalmente specializzate e aree deputate alla loro
connessione, e che complesse funzioni mentali risultino quindi dal funzionamento di una serie
coordinata di unità funzionali differentemente localizzate nella corteccia cerebrale. Un simile
modello introduce nello studio delle funzioni cerebrali una metodologia predittiva nella misura in
cui a partire dai dati clinici consente ai cosiddetti diagrammasti di dedurre quali centri primari e
quali connessioni siano danneggiate, procedendo dall’esterno all’interno, mentre, con un
procedimento inverso, essi sono in grado di prevedere in qualche misura i disturbi psichici e
comportamentali derivati in un soggetto da precise lesioni cerebrali. Nell’ipotesi di Lichtheim, si
propone un diagramma delle sottocomponenti del sistema linguistico sostanzialmente articolato in
sette punti di interruzione e si ipotizzano dunque 7 sindromi differenti. Posta la dualità del cervello,
la salute mentale era considerata il frutto di un corretto tenere insieme le due metà funzionali.
Wigan ritiene che la capacità di esercitare un’azione sincronizzata non sia né innata né garantita e
che la capacità di far funzionare i due emisferi in modo armonioso sia un’abilità acquisita con
l’esperienza e l’educazione. La causa dell’infermità mentale è allora nel funzionamento patologico
del cervello, nell’attività incoerente dei due emisferi, e Wigan si fa paladino delle motivazioni
cliniche della pazzia sostenendo la necessità di un approccio morale alla prevenzione e al
trattamento dei disturbi psichici: << ciascuna metà del cervello deve fungere da sentinella e
protettrice dell’altra>>. Stabilire che il cervello è asimmetrico dal punto di vista funzionale significa
però prendersi gioco della classica equazione tra simmetria, salute e perfezione fisica dell’uomo.
Broca sostiene che la differenza tra i due emisferi non può essere innata, e ce debba invece essere in
qualche modo un artefatto delle differenze evolutive tra i due lobi frontali. Nasce in questo modo
l’ipotesi della gaucherie cèrèbrale: il riconoscimento dell’assimmetria funzionale tra i due emisferi,
la loro specializzazione per compiti e funzioni specifiche, e la dominanza del sinistro sul destro.

Capitolo 4: la neurologia clinica di Jackson

A partire dagli anni 60 Jackson sviluppa nelle sue linee più generali una teoria dell’epilessia (e più
in generale, dell’organizzazione del sistema nervoso) basata esclusivamente su dati clinici e
suggestioni teoriche di derivazione filosofica, una teoria secondo la quale esiste una chiara
differenziazione funzionale negli emisferi cerebrali. Alcune aree della corteccia hanno funzioni
motorie, ed è in queste aree che si verificano le scariche nervose che scendono e si diffondono
attraverso i vari livelli nei quali è strutturato il sistema nervoso producendo convulsioni
strettamente correlate al luogo della lesione e proporzionali all’entità di essa. Non c’è separazione,
frattura, né distinzione ontologica fra i diversi livelli del sistema nervoso e i comportamenti da
questi controllati. Nell’opinione di Jackson, non si può assumere più alcun dualismo fra emisferi
cerebrali e resto del sistema nervoso. La corteccia cerebrale è soltanto il livello più integrato, più
evoluto e più recente di sviluppo del sistema nervoso centrale. Il sistema nervoso centrale consiste
di 3 livelli (inferiore, mediano, superiore), ciascuno correlato alle funzioni senso-motorie di tutte le
parti del corpo, e tutti in equilibrio dinamico. Il livello più basso è quello dello spinal system,
costituito dal midollo spinale e dal midollo allungato, e controlla i movimenti più semplici e
automatici. Il livello intermedio è composto dai gangli motori e dalla regione Rolandica, l’area
motoria della corteccia. Il livello più elevato è invece costituito dai lobi prefrontali, l’organo della
mente. Esso è il culmine raggiunto dall’evoluzione e rappresenta, tutti i movimenti del corpo, che
vengono qui coordinati al più alto livello di complessità e pianificazione. È importante sottolineare
lo stresso nesso teorico esistente tra le idee sull’evoluzione e la struttura portante della teoria
jacksoniana. L’evoluzione è un passaggio dall’automatico al volontario. Si giunge così alla triplice
conclusione che i centri superiori, che sono l’apice dello sviluppo nervoso, e che costituiscono
l’organo della mente, sono i meno organizzati, i più complessi e i più volontari. Nel modello di
Jackson dei disturbi neurologici, i primi centri nervosi ad essere colpiti sono i più elevati. Ciò che si
verifica in caso di lesioni corticali è la disattivazione del livello più alto di controllo del
comportamento, e la libera espressione delle capacità dei centri inferiori a seguito della inibizione
dei centri superiori. Il livello immediatamente successivo assume così la guida del comportamento
ed è dunque responsabile delle sue manifestazioni patologiche. Jackson teorizza l’esistenza di due
livelli diversi della parola, uno più psicologico, prodotto da un atto volontario, l’altro invece
esclusivamente fisiologico, senso-motorio, frutto di un processo automatico. Da questa
dissociazione derivano la distinzione fra un linguaggio primario, e la verbalizzazione volontaria. E
se, la dissoluzione patologica prende sempre l’avvio dai livelli superiori, meno strutturati e dunque
più fragili, essa colpirà per primo e più frequentemente il linguaggio volontario, mentre, il livello
inferiore, più semplice, sarà il più resistente. Tipi diversi di attività psichica devono essere svolti in
parti più o meno distinte degli emisferi cerebrali. Egli elabora un complesso schema cerebrale
diviso in aree funzionali con gradazioni e sovrapposizioni. Evidenti sono anche le suggestioni che
Jackson deriva dalla teoria dei riflessi cerebrali di Laycock e dall’associazionismo di Bain. Tutto
ciò che ho sostenuto è che i substrati dell’attività mentale sono processi senso-motori. Ma il fattore
determinante per lo sviluppo e l’articolazione più matura del modello jacksoniano è la possibilità
offertagli dalla prima clamorosa dimostrazione sperimentale della eccitabilità della corteccia.

Capitolo 5: la neurofisiologia sperimentale e le localizzazioni cerebrali

Nel 1870 Fritsch ed Hitzig dimostrano sperimentalmente che gli emisferi cerebrali sono eccitabili, e
funzionalmente differenziati in aree che se stimolate provocano risposte motorie e aree la cui
stimolazione non dà alcun risultato evidente. I due neurofisiologi tedeschi operano su cervelli di
cane e adoperano, per la stimolazione elettrica, la corrente galvanica; i loro risultati sperimentali
falsificano nello stesso tempo le tre assunzioni di base del pensiero di Flourens: che la corteccia sia
ineccitabile, che sia implicata nella produzione soltanto delle funzioni superiori, e che le funzioni
corticali non siano localizzate. Lesione e stimolazione elettrica sono proprio i due metodi di
indagine sperimentale del funzionamento del sistema nervoso sulla base dei quali, a partire da 73,
Ferrier elabora la prima cartografia corticale, le prime mappe delle funzioni cerebrali. Le premesse
teoriche dalle quali prende l’avvio il lavoro sperimentale di Ferrier, sono da un lato un modello
della mente in termini di associazioni sempre più complesse; dall’altro l’idea che queste funzioni
siano espresse da specifiche aree corticali funzionalmente differenziate e preposte alla gestione del
comportamento nel suo complesso. Ferrier propone un modello dinamico, funzionale, del cervello
come sede delle idee e organo dell’intelligenza, secondo il quale le capacità intellettive sono
essenzialmente correlate a coesioni organiche, associazioni fra centri sensoriali e centri motori,
frutto dell’ereditarietà e dell’esperienza individuale. La clinica è il punto di riferimento costante di
tutta l’opera di Ferrier. Prende in esame una vasta serie di casi di lesioni cerebrali localizzate e
sintomi specifici ad esse connessi, citando con particolare rilievo il celebre caso di Phineas Gage.
Nell’argomentare di Ferrier il fattore portante naturalmente è sempre l’afasia, ma si riferisce non
soltanto all’afasia motoria, di Broca, ma anche a quella di Wernicke, e parla chiaramente di cecità
verbale e sordità verbale. Questa modellizzazione ha caratterizzato l’enorme sviluppo delle ricerche
tra XIX e XX sec. Munk, per esempio, nella sua polemica con Ferrier sulla localizzazione dei centri
visivi nella corteccia descrive due tipi diversi di deficit visivo conseguenti a lesioni occipitali: una
cecità corticale, ovvero assenza totale di visione in seguito alla completa rimozione della corteccia
occipitale, e una cecità psichica conseguente a lesioni occipitali limitate, per la quale l’animale pur
vedendo gli oggetti tanto da evitare di inciampare in essi tuttavia si mostra incapace di riconoscerli.
E le idee di Munk vengono prontamente adottate tanto nell’ambito psicologico, quanto in quello
neurologico. Freud in seguito conierà in riferimento a questo disturbo l’espressione agnodia visiva.
L’ultimo quarto del XIX secolo è fortemente caratterizzato dall’influenza dell’associazionismo, che
si traduce anche nel modello delle tre aree corticali elaborato da Paul Flechsig, nel quale alle zone
sensoriali primarie o di proiezione si aggiungono quelle intermedie e quelle finali. Nello schema,
solo le aree primarie ricevono dai centri sottocorticali input sensoriali modalità-specifici che poi
trasmettono alle aree intermediate circostanti, dalle quali passano infine alla terminal zone preposta
all’associazione.
Capitolo 6: la neuropsicologia classica

Gli studi sull’afasia hanno portato alla conclusione che il cervello fosse un organo strutturalmente
simmetrico ma funzionalmente asimmetrico. L’asimmetria era ricondotta alla plasticità e alla
perfettibilità degli esseri umani e la chiave di volta di questa specificità rispetto al resto del mondo
animale era evidentemente da ricercarsi nella superiorità funzionale dell’emisfero sinistro rispetto al
destro. L’emisfero destro diventava così una sorta di agente particolarmente sensibile ed emotivo
(collegato alla sensibilità appunto, alle emozioni, al sonno, al pensiero inconscio, alle azioni
criminali e alla pazzia), in contrapposizione con la presunta razionalità del sinistro; ciò era in
accordo con i dati neurologici secondo i quali i disturbi di tipo isterico sembravano manifestarsi
tendenzialmente sul lato sinistro del corpo. Da queste idee, al collegamento delle differenze tra i
due emisferi a quelle tra uomini e donne, il passo fu breve. L’emisfero di destra divenne allora il
“lato femminile”. In ogni individuo i due cervelli sono in qualche modo portatori di componenti
bisessuali. Il maggiore esponente della teoria del nesso tra bisessualità e bilateralità fu Fliess, il
quale nei primi anni del 900 sostenne chiaramente che gli uomini mancini presentano attributi
sessuali secondari femminili più marcati, e gli attributi sessuali secondari maschili sono molto più
marcati nelle donne mancine. È interessante notare che ben presto, dopo il 1910, così come
rapidamente la dualità e l’asimmetria si erano imposte nell’ambito degli studi sul cervello,
altrettanto rapidamente esse in qualche modo si inabissano scomparendo nell’orizzonte concettuale
per poi riemergere solo a partire dal 1960. Questo è stato anche causato dal fatto che la concezione
“classica” delle localizzazioni cerebrali che presupponevano spesso un collegamento spesso
semplicistico ed eccessivamente lineare tra cervello e mente, che sfociava nel cosiddetto
“localizzazionismo rigido” che basandosi su dati ormai di carattere istologico era giunto a
ipotizzare una spiegazione di ogni disturbo psichico e psichiatrico in termini di danni ad aree
cerebrali ben circoscritte. A partire dal 1920 si afferma infatti un nuovo approccio olistico e
integrato al cervello e alla mente e solo dopo il 1950, soprattutto in seguito al fatto che la II Guerra
Mondiale si rivelerà una miniera di casi clinici utili, si desterà un nuovo interesse per la
specializzazione emisferica, per le localizzazioni cerebrali e per il doppio cervello. Questo
soprattutto grazie a una serie di dati clinici che rilevavano per esempio il recupero funzionale e che,
mettendo in crisi il paradigma localizzazionistico classico, alimenta la spinta alla “riscoperta della
globalità”, una tendenza a guardare al nesso mente-cervello in termini olistici e dinamici.
All’origine di questa prospettiva si possono individuare le idee di Monakow sulla “diaschisi”intesa
come principio dinamico per l’interpretazione della plasticità, della variabilità e delle sorprendenti
capacità di sostituzione funzionale esibite dal sistema nervoso.

Capitolo 7: l’antilocalizzazionismo del primo 900

Movimento comportamentista. Nasce convenzionalmente nel 1913 quando Watson tiene presso la
Columbia Universityla famosa lezione su La psicologia come la vede il comportamentista con lo
scopo dichiarato di presentare il manifesto di una scienza nuova, una psicologia che neghi la
validità di alcuni dei principi fondanti della psicologia strutturalista tradizionale di Wundt e di
Titchner (dall’introspezione alla coscienza come oggetto d’indagine) e al tempo stesso rivendichi la
necessità di superare i limiti della psicologia animale sviluppata in ambito funzionalistico, ritenuta
antropomorfica. Il cardine teorico del nuovo sistema psicologico e che solo il comportamento può
essere oggetto di ricerca scientifica in quanto concatenazione di eventi direttamente osservabili,
quantificabili e dunque prevedibili e in qualche modo controllabili. La psicologia come scienza del
comportamento in questo senso si presenta come scienza naturale, antimentalistica e decisamente
riduzionistica nel suo ricondurre in definitiva il comportamento ai riflessi e alla fisiologia. Il
cervello viene metaforicamente considerato come black box, una scatola nera nella quale entrano
stimoli e dalla quale escono risposte ma i cui meccanismi interni sono accessibili solo all’approccio
neurologico. Nelle parole di Skinner la psicologia deve rivendicare la propria indipendenza dal
sistema nervoso. La psicologia della Gestalt si sviluppa in Germania ed è un nuovo modo di
guardare alla mente in chiave antielementistica, rovesciando drasticamente l’approccio tradizionale
che riteneva necessario partire dai presunti elementi semplici per poi arrivare alla totalità una volta
definite le leggi dell’associazionismo tra le singole parti. La Scuola della Gestalt, rappresentata in
particolar modo da Wertheimer, Köhler e Koffka, è il veicolo principale di questo nuovo modello
teorico dell’attività psichica e il termine Gestalt (forma, totalità) ne diventa rapidamente l’emblema.
Sulla base dei famosi studi sperimentali condotti da Wertheimer sulla percezione del movimento
stroboscopio o apparente (Studi sperimentali sulla visione del movimento, 1912) che chiaramente
dimostrano la non corrispondenza puntuale tra stimolazione e sensazione, tra piano fisico e piano
fenomenico, i gestaltisti giudicano necessario adottare un approccio profondamente diverso alla
percezione e in generale ai fenomeni psichici. Nell’esperienza effettiva si percepiscono
essenzialmente delle totalità, delle Gestalt, caratterizzate da una autodistribuzione dinamica
dell’esperienza sensoriale per la quale il tutto è più della somma delle parti e le parti stesse possono
assumere valenze e caratteristiche diverse se inserite in totalità diverse. Questa concezione dinamica
dell’oggetto percettivo in termini di forze e condizioni di equilibrio tra di esse è essenzialmente
legata alla cosiddetta teoria di campo che direttamente si richiama al concetto fisico degli effetti di
“campo” nella distribuzione dell’energia e prevede che l’ordine stesso presente nelle cose sia di tipo
dinamico. Ciò comporta un atteggiamento fenomenologico nello studio dell’attività mentale, e
poggia su un presupposto forte relativo al nesso fondamentale tra sistema nervoso centrale e attività
psichica, il cosiddetto postulato dell’isomorfismo secondo il quale il cervello e la mente avrebbero
caratteristiche funzionali sostanzialmente identiche di natura formale, strutturale e dinamica. E alla
luce del loro postulato dell’isomorfismo essi cercano, sì, le basi neurofisiologiche dei processi
mentali, nel senso però dell’andare alla ricerca dei correlati fisiologici dei fenomeni gestaltici
piuttosto che delle specifiche sedi corticali di specifici disturbi cognitivi o comportamentali. Scuola
neoetica (inizio 900)  Le diverse sindromi neuropsicologiche , nei decenni precedenti considerate
chiari esempi dell’organizzazione funzionale discreta e specializzata della corteccia, vengono ad
essere lette nei termini di diversi aspetti di un generico “disturbo dell’intelligenza”. La stessa afasia
diventa un “disturbo dell’intelligenza” e si guarda al linguaggio non più nei termini dei suoi
correlati senso-motori, bensì come a un’attività mentale e astratta, un generico sistema di simboli
del pensiero. Head riconduce l’afasia, come in generale i disturbi di tutte le funzioni cognitive più
complesse, oltre che a lesioni cerebrali specifiche, a una carenza nella “vigilance” data da una
affezione generale dei cerebrali che ne penalizza la “vitalità”. Goldstein, esponente della gestalt.
Conclude che la patologia afasica colpisce essenzialmente il comportamento astratto e categoriale,
egli sviluppa una teoria dell’attività cerebrale secondo la quale le funzioni del cervello nel loro
complesso sono organizzate in modo interdipendente e dinamico, dunque una lesione celebrale
comporta sostanzialmente una disintegrazione dell’organizzazione funzionale nel suo complesso
piuttosto che la perdita di una funzione specifica. Sherrington afferma che il sistema nervoso sia un
organo dalle funzioni essenzialmente integrative e che il comportamento non possa dunque essere
considerato una semplice somma di singoli riflessi. Pubblica nel 1906 un’opera che segnerà
profondamente tutta la neurofisiologia del primo 900, The Integrative Action of the Nervous
System, enfatizzando l’integrazione e l’interdipendenza a scapito della differenziazione funzionale.
Egli distingue 3 categorie di organi sensoriali: - esterocettivi; - eneterocettivi; - propriocettivi. La
sua intera concezione neurofisiologica si riassume in questa frase: “differenziazione e integrazione
si verificano insieme”. Cmq secondo lui non c’è nessuna possibilità di giungere alle funzioni
mentali mediante un approccio neurofisiologico, elementistico e sperimentale. Laschley (fine 1920)
 Secondo questo autore in tutte le forme animali si ha una specializzazione funzionale delle
diverse parti della corteccia, ma per lo più si tratta di un fatto generico che coinvolge categorie
generali di attività piuttosto che reazioni specifiche. Tanto più è complicata e difficile l’attività,
tanto minori sono le prove di una sua limitazione a una qualche singola parte del sistema nervoso, e
tanto minore è la probabilità di una sua scomposizione in elementi fisiologici subordinati. Il
funzionamento del cervello secondo Laschley è organizzato secondo tre principi generali: l’azione
di massa, l’equipotenzialità e il funzionamento vicariante; l’effetto di una lesione è determinato
dall’estensione dell’area lesa più che dalla sua specifica sede. Il principio dell’equipotenzialità
(parti diverse della corteccia possono avere la stessa funzione) è applicato soprattutto alle aree
associative. Sostiene l’impossibilità di ridurre i processi cognitivi a schemi associazionistici di
carattere sensomotorio poiché i processi di ordine superiore non sono vincolati in modo preciso ad
alcuna area specifica della corteccia. La sua teoria è influenzata dall’opera di Franz e Goldstein.

Capitolo 8: un nuovo neuroconnessionismo, nuove ipotesi localizzazionistiche

Hebb nel 1949 pubblica un’opera che segna in qualche modo un’inversione di tendenza nella
ricerca psicologica statunitense e il riemergere dell’ipotesi associazionistica e
neuroconnessionistica. Si tratta di The Organization of Behavior: a Neuropsychological Theory, un
libro che si inserisce nel solco della prospettiva comportamentistica e tuttavia di questa prospettiva
segna al tempo stesso un momento di trasformazione profonda e irreversibile a partire dall’assunto
della necessaria integrazione tra psicologia e neurofisiologia, Hebb infatti, superando la preclusione
comportamentistica nei confronti della black box, reintroduce a pieno titolo nell’indagine
psicologica la mente e il sistema nervoso. Nella sua opera compare già il termine neuropsiologia,
indicando lo studio dei meccanismi del comportamento e le loro basi fisiche. Hebb formula un
modello dell’attività cerebrale che parte dal connessionismo tradizionale, meglio detto
associazionismo sensomotorio, e lo rielabora in chiave cognitiva ipotizzando che oltre all’esistenza
di centri sensoriali e centri motori e connessioni dirette tra di essi si diano nella corteccia cerebrale
anche “circuiti” o “assemblee cellulari” che costituiscono la base fisica dei processi di
apprendimento. Il sistema nervoso non più concepito come un semplice trasmettitore di stimoli,
viene dunque ad essere considerato capace di autostimolazione e di elaborazione autonoma e la
mente, in una prospettiva chiaramente materialistica ma sofisticata ed emergentista, è considerata il
prodotto di un sistema nervo altamente evoluto e complesso. Einthoven (1901) inventa
galvanometro (registra l’attività elettrica delle fibre nervose). Berger (1924) inventa
elettroencefalogramma, che consente anche la registrazione dei potenziali d’azione. Termometria
cerebrale (primi del 900)  Ambito di ricerca volto al rilevamento della temperatura relativa di
regioni diverse del cervello durante l’esecuzione di compiti diversi con l’obiettivo di individuare
una precisa localizzazione delle funzioni cerebrali a partire dall’assunto che il cervello, come
qualsiasi parte del corpo in azione, manifesti la propria attività tramite un innalzamento della
temperatura locale. La sostituzione dei termometri con gli elettrodi è alla base
dell’elettroencefalogramma di Berger. Potenziali evocati (o Potenziali correlati a eventi o ERPs)
(1950) sono variazioni dell’elettroencefalogramma generate regolarmente da stimoli esterni. Hanno
il vantaggio di fornire misurazioni in tempo reale senza essere una tecnica invasiva. Forniscono una
stima diretta dell’attività cerebrale con un’elevata risoluzione temporale (dell’ordine di
millisecondi) e al tempo stesso consentono di confrontare differenze di attività elettrica associate a
condizioni diverse. Hubel e Wiesel Scoprono l’organizzazione colonnare della corteccia visiva e
per questo motivo vincono i Nobel nel 1981. Secondo gli autori i neuroni corticali sono organizzati
in colonne sensibili a proprietà specifiche dello stimolo e questo permette di ipotizzare che la
percezione avvenga per stadi, in accordo con qnto sostenuto dalla teoria dell’informazione e dalla
cibernetica. Nel caso della percezione di stimoli visivi, a un primo stadio neuroni specializzati ne
codificherebbero gli attributi di base, qndi l’informazione raccolta da ciascun neurone, o colonna di
neuroni,, verrebbe integrata da neuroni cosiddetti “di ordine superiore” dando luogo al percetto
finale. Questo modello, riprendendo concezioni riferite al modello neuroconnessionistico, sancisce
un nuovo localizzazionismo.

Capitolo 9: la rinascita dell’interesse neuropsicologico Hècaen, Penfield e Sperry

Hecaen : Si dedica allo studio dei disturbi associati alle lesioni unilaterali dell’emisfero destro, ed è
tra i primi a evidenziare come pz con lesioni all’emisfero sinistro o al destro mostrino atteggiamenti
molto diversi nei confronti della propria condizione: una tendenza a drammatizzare, un
atteggiamento definito “catastrofico”, i primi, una strana indifferenza, una tendenza a minimizzare
che a volte sfocia in euforia, i secondi. Collabora con Ajuriaguerra e insieme rappresentano in
qualche modo la nuova neuropsicologia francese pubblicando Le cortex cerebral nel 1960; negli
anni 70 poi produce una ricca sintesi teorica, una sorta di “summa” della neuropsicologia che la
definisce innanzitutto epistemologicamente.

Penfield: Studia gli effetti di lesioni cerebrali, utilizzando inoltre il modello dell’elettrostimolazione
applicato alle diverse aree della corteccia, elabora una “mappa” delle funzioni sensoriali e motorie:
il celebre Homunculus riprodotto nella famosa pubblicazione The Cerebral Cortex of Man. A
Clinical Study of Localization of Function. Negli Homunculi la quantità relativa di corteccia
dedicata alle differenti parti del corpo ne rappresenta il valore funzionale. Nel 1959 pubblica in
collaborazione con Roberts Speech and Brain Mechanisms, punto di riferimento per lo studio sui
meccanismi cerebrali del linguaggio. Penfield estende poi l’indagine all’emisfero destro
scoprendovi una capacità di vocalizzare, l’orientamento spaziale e la consapevolezza. Nel 1975
pubblica The Mistery of Mind, dedicato a Sherrington, nel quale descrive le basi cerebrali del
flusso dell acoscienza ma, proprio come Sherrington, finisce col ritenere l’introspezione l’approccio
più utile per illuminare la complessità della psiche, reintroducendo in qualche modo un dualismo
metodologico che rimanda a quello tradizionale tra mente e corpo.

Sperry : Premio Nobel per la fisiologia e la medicina nel 1981. Alla fine degli anni 40 introduce il
concetto di “neurospecificità”. Negli anni 50 sostiene l’esistenza di un principio fondamentale
cognitivo per il coordinamento della percezione col movimento. La via per giungere alla mente e
alla coscienza passa, secondo Sperry, per lo studio dell’azione e del controllo motorio. A partitre
dagli anni 50 si dedica alla ricerca sulle funzioni del corpo calloso. Nel 1953 scopre che tagliando il
chiasma ottico di un gatto il trasferimento interemisferico di pattern visivi continua, ma che esso
cessa in seguito al taglio del corpo calloso. È questo il primo caso di split brain. Sperry lega al
corpo calloso un ruolo essenziale nello scambio di esperienze da un emisfero all’altro e dunque
nell’integrazione fondamentale che è alla base dell’io cosciente unitario. Questa posizione in merito
al problema mente-cervello, definita “interazionismo emergentista”, deriva dagli sforzi di
comprendere la dialettica tra unità e duplicità della coscienza alla luce dei dati ottenuti con gli plit
brain. In questo modo Sperry tenta di operare un compromesso tra materialismo e dualismo
mentalistico. E con i suoi esperimenti sugli split brain sancisce la riabilitazione di un approccio
localizzazionistico e connessionistico alle funzioni cerebrali che nel giro di pochi anni porterà al
pieno riconoscimento della specificità funzionale e della relativa autonomia dei due emisferi. I pz
dal cervello diviso, pur essendo all’apparenza normali, sottoposti a una serie di test appositamente
ideati si comportano infatti come se avessero due coscienze indipendenti ciascuna legata a un
emisfero specifico. L’emisfero destro mostra di avere funzioni cognitive inaspettate, evidentemente
mascherate o sopraffatte nella normale interazione col sinistro. In questo modo viene decisamente
superato il concetto di dominanza dell’emisfero sinistro sul destro considerato “minore”perché
apparentemente privo di importanti funzioni psichiche. Cmq alla divisione anatomica del cervello
non corrisponde una divisione completa delle sue proprietà funzionali, e soprattutto occorre
ricordare che nel cervello normale, indiviso, si ha una complessa organizzazione gerarchica per la
quale i due emisferi agiscono come una sola unità.

Bogen e Vogel: Nel 1962 guidati dall’ipotesi che un’interruzione delle vie di collegamento tra i due
emisferi cerebrali impedisca la diffusione della scarica epilettica da un emisfero all’altro
circoscrivendo dunque gli effetti comportamentali (convulsioni epilettiche) a un solo emilato del
corpo - praticano per la prima volta un intervento di commessurectomia neocorticale totale su un pz
affetto da una grave forma di epilessia (negli anni 40 Akelaitis aveva praticato delle
commessurotomie, ma spaziali, in pz epilettici e proprio dai risultati di questi interventi Sperry
aveva tratto uno degli stimoli ai suoi esperimenti di split brain). I pz split brain offrono la possibilità
di studiare isolatamente anche nell’uomo l’attività dei due emisferi. Ne segue una storica
pubblicazione nei “Proceedings of the National Academy of Sciences USA”, il primo resoconto
delle indagine compiute su un pz split brain, in cui si descrive la divisione della coscienza in un
essere umano in una “coscienza destra” e una “coscienza sinistra” nel 1962.

Studi fatti a partire dal 1960 : Wada Test: prevede la temporanea inattivazione farmacologica di un
solo emisfero tramite l’iniezione di una delle due carotidi di un farmaco ad azione anestetizzante
(amytal sodico) che va ad agire sull’emisfero ipselaterale. Viene praticato solo per scopi
diagnostici, in pz che devono subire un intervento chirurgico al cervello. L’inattivazione di un
emisfero, completa e della durata di solo pochi secondi, consente di sottoporre a brevi prove le
capacità dell’unico emisfero attivo. Emisferectomia: consiste nell’asportazione di un intero
emisfero cerebrale. È evidente che le funzioni residue vanno attribuite all’unico emisfero rimasto,
questo permette l’individuazione delle potenzialità funzionali dei singoli emisferi, dunque della
plastcità e della variabilità del SNC. Presentazione tachistoscopica: è una tecnica che sfrutta
l’organizzazione delle vie nervose visive: esse sono parzialmente incrociate al livello del chiasma
ottico, e ciò fa sì che il campo visivo sinistro invii informazioni alle aree visive dell’emisfero destro
e viceversa. Chiedendo al soggetto di fissare un punto dello schermo e mantenervi fisso lo sguardo,
e presentando uno stimolo visivo a destra o a sinistra del punto di fissazione, con un tempo di
presentazione inferiore ai 200 ms, si convoglia l’informazione visiva esclusivamente all’emisfero
controlaterale al campo visivo stimolato. Ascolto dicotico: è una tecnica basata sull’organizzazione
delle vie nervose acustiche. A ciascun orecchio sono collegate le aree uditive di entrambi gli
emisferi, si dà soltanto una maggiore efficienza delle vie acustiche controlaterali rispetto a quelle
ipselaterali. Inviando dunque simultaneamente con una cuffia due stimoli diversi alle due orecchie,
l’informazione recepita da ciascun emisfero sarà sostanzialmente quella proveniente dall’orecchio
controlaterale, l’altra venendo in qualche modo “soppressa”.

Capitolo 10: una nuova neuropsicologia: Lurija

Anni 50/ 60: Si verifica una forte rinascita di interesse nei confronti della specializzazione
emisferica, della localizzazione delle funzioni cerebrali e, più in generale, dei fondamenti biologici
su cui si strutturano le modalità cognitive, ovvero del collegamento tra funzionamento cerebrale e
attività psichica. Alla precedente concezione statica e astratta di una localizzazione spaziale delle
funzioni cognitive va sostituendosi un modo nuovo di intendere la localizzazione in chiave
dinamica e temporale.

Jacobson (metà 1900): Elabora un’ipotesi secondo la quale la “disintegrazione fonetica nell’afasia”
presenta un processo di sviluppo del sistema fonologico nel linguaggio infantile. Jakobson sostiene
inoltre che l’atto della parola implica due operazioni simultanee e complementari: 1. la scelta di
certe unità linguistiche; 2. la loro combinazione in unità di livello più alto di complessità. Queste
due operazioni si ripetono a livelli diversi di organizzazione dei sistemi della lingua e secondo i
livelli di organizzazione esse sono effettuate in modo automatico o volontario. In funzione di queste
due modalità operative complementari, la selezione e la combinazione, è possibile definire
l’insieme dei disturbi afasici: i disturbi della similarità colpiscono le operazioni di selezione e
scelta, quelli della contiguità colpiscono invece le operazioni di combinazione e concatenazione. La
metafora è impossibile nel disturbo della similarità, la metonimia in quello della contiguità.

Lurija: Definisce il concetto di “sistema funzionale” (già anticipato da Vygotskij nel 1934), secondo
il quale il cervello, organo al tempo stesso integrato e indifferenziato, funziona in maniera dinamica
e realizza processi in base ai quali alle funzioni cognitive non corrispondo funzioni celebrali
chiaramente localizzabili in aree circoscritte della corteccia bensì complessi sistemi funzionali che
si articolano in aree diverse ciascuna coinvolta nell’assolvimento di un compito specifico per
l’elaborazione complessiva di una funzione altrettanto specifica. Ispirandosi ai lavori di Jacobson,
definisce come vero e proprie aree di ricerca la “neurolinguistica”, disciplina che studia la
rappresentazione del linguaggio e delle lingue. La nascita della neurolinguistica si fa
convenzionalmente coincidere al 1940, alla storica pubblicazione nata dalla collaborazione di
Alajouanine, Ombredane e Durand su La sindrome de desintegration phonethique dans l’aphasie, e
all’opera di Jacobson Il farsi e il disfarsi del linguaggio. Nel 1974 pubblica i primi due articoli che
segnano la nascita della naurolinguistica: Language and the Brain e Basic Problems of
Neurolinguistics e conferma attraverso le sue indagini cliniche l’esistenza di basi organiche diverse
per le due diverse operazioni implicate nell’atto della parola e descritte da Jacobson . Con queste
idee Lurija (pubblicando nel 1973 Come lavora il cervello) opera una revisione dei tra cardini della
concezione tradizionale delle basi cerebrali dei processi psichici, i concetti: di funzione, di
localizzazione e di sintomo. In primo luogo la funzione, nel caso delle funzioni psichiche superiori,
non è più direttamente riconducibile all’attività di una sola struttura o area specifica bensì di
complessi funzionali non determinati geneticamente. Così viene ad essere ridefinito il concetto
stesso di localizzazione interpretato ora nella stessa chiave dinamica e sistemica. Per quanto
riguarda il sintomo, riprendendo in questo caso le idee di Goldstein, Lurija considera che esso
rifletta un disturbo dell’organizzazione integrata di aree corticali diverse nell’ambito di un dato
sistema funzionale.

Capitolo 11: la neuropsicologia cognitiva contemporanea

Shannon (1949): Sviluppa un nuovo concetto di informazione intendendola come riduzione di


possibilità, di ignoranza di incertezza, e considerandola essenzialmente misurabile in bits.
Nell’approccio matematico di Shannon e Weaver, l’informazione è dunque il valore di probabilità
che si realizza all’interno di molte possibilità combinatorie tra un certo numero di simboli.

Wiener (1948): Il concetto di feedback proposto per la prima volta da Wiener nel 1948 si
arricchisce ed è inteso come informazione di ritorno dal ricevente all’emittente, e nelle teorizzazioni
della cosiddetta “Infromation Processing Psychology” diventa un’ipotesi essenzialmente centrata
sulle modalità di processing dell’informazione. Si tratta delle opere che negli anni 60 segnano il
definitivo affermarsi della scienza cognitiva.

Miller (1956): Nel 1956 inizia a lavorare sulle limitazioni del sistema attenzionale e sulla memoria
umani, così aprendo la strada alla prima ondata di ricerche propriamente etichettabili come
Information Processing Psychology. L’insistenza di Miller sulle caratteristiche e le limitazioni delle
“strutture interne” degli organismi si sposa potentemente con l’idea di Chomsky di una
“endogenous information-processing structure” e nel 1967 trova un naturale complemento nella
teoria dell’unità T.O.T.E. di Miller, Galanter e Pribam che si sostituisce alla semplice connessione
S-R come unità per la spiegazione del comportamento intelligente. Così l’acronimo T.O.T.E. (text,
operate, text, exit) rimpiazza velocemente l’arco riflesso (S-R) e l’azione riflessa diventa una
complessa sequenza di operazioni coordinate. In questi presupposti teorici la sovrapposizione
euristica della mente al computer è ovvia. Ma la cosa più importante dal punto di vista degli
sviluppi della neuropsicologia, è che questo approccio presuppone chiaramente un’architettura delle
funzioni mentali specifiche e le loro connessioni. Una simile architettura può essere facilmente
“lesionata” concettualmente ipotizzando la disorganizzazione di specifiche sottocomponenti delle
funzioni mentali. La concezione dei processi mentali come prodotto di insiemi di unità funzionali
diverse e specializzate - tra loro relativamente indipendenti e tuttavia strettamente correlate, in serie
o in parallelo, per l’assolvimento di una funzione complessa - costituisce infatti uno strumento
concettuale dal grande valore euristico che combina e integra i modelli derivati dall’intelligenza
artificiale con le teorie della psicologia cognitiva e i dati della neuropsicologia per spiegare
l’architettura mentale, le funzioni cerebrali e, soprattutto, le loro alterazioni patologiche.

Simon e Marr (anni 70): L’ipotesi modulare nasce ad opera di questi due autori, all’interno del
paradigma computazionale. Nella concezione modulare delle attività cognitive, il concetto di
“modulo” non indica una entità anatomica bensì funzionale, qualcosa che può essere indagato su
piani diversi, da quello clinico a quello più propriamente psicologico. Le neuroscienze cognitive
contemporanee mirano dunque all’identificazione di questi moduli come sottosistemi
funzionalmente differenziati, ciascuno preposto a una fase particolare del processo di elaborazione
dell’informazione. Della modularità sono state prodotte, in anni recenti, una versione “forte” e una
versione “debole”, la prima da Fodor che concepisce le unità funzionali come elementi di una
architettura neurale fissa altamente specifici, innati, non risultanti dall’assemblaggio di parti più
elementari totalmente autonomi e preposti ciascuno a un’attività di elaborazione obbligata e guidata
dallo stimolo, “informazionalmente incapsulati” (ovvero disponibili di accesso soltanto a una
quantità molto limitata delle informazioni contenute nell’intero sistema, nelle parole di Pylyshyn
1980 “cognitivamente impenetrabili”); la seconda invece (sostenuta per es da Kosslyn e Koening)
legata all’idea che una stessa struttura neurale possa essere implicata nell’assolvimento di funzioni
diverse e che dunque una lesione cerebrale possa danneggiare selettivamente uno o più moduli.

Shallice (1988): Ha approfondito il concetto di modularità. Considera inadeguata la concezione di


Fodor poiché ritiene limitante assumere che i moduli debbano necessariamente ed esclusivamente
essere innati e non derivati dall’assemblaggio di parti più elementari. Inoltre, contrariamente a
Fodor, il quale pensa che la modularità caratterizzi solo i processi “periferici” del sistema (in
quest’ottica, un chiaro esempio di sistema periferico organizzato in modo modulare è il sistema
visivo), mentre quelli “centrali” sarebbero “isotropici”e influenzati da scopi cognitivi di tipo
“globale”, Shallice la attribuisce anche all’organizzazione di componenti centrali del sistema
cognitivo: per es la memoria, la semantica, la lettura… Sviluppando questa linea teorica, ricerche
recenti hanno sostenuto la possibilità di leggere in chiave modulare anche i processi di pensiero.

Capitolo 12: Brain Imaging

TAC (Tomografia Assiale Computerizzata): Fornisce immagini tridimensionali delle strutture


cerebrali traducendo in tonalità di grigio i diversi tessuti, in funzione della loro specifica densità.
Produce una serie di “tagli” nell’oggetto di indagine dividendolo in “piani” col ruotare della fonte
della radiazione. Questa tecnica non solo consente di ricavare informazioni sulle strutture profonde
del cervello, ma anche di differenziare materia grigia e bianca, sangue e fluido cerebrospinale.

MRI (Risonanza Magnetica Nucleare ): Si basa invece sulla generazione di un forte campo
magnetico all’interno del quale i nuclei atomici di alcuni elementi (per esempio l’idrogeno)
stimolati da onde radio hanno la proprietà di rimettere parte dell’energia assorbita sotto forma di
segnale. La “lettura” di questi segnale produce immagini dalla risoluzione superiore rispetto a
quella della TAC, e permette la localizzazione diretta di solchi e circonvoluzioni corticali nonché
delle strutture cerebrali profonde in base a tecniche di ricostruzione tridimensionale. La MRI,
inoltre, è un esame non invasivo, non comporta l’esposizione del paziente a radiazioni ionizzanti.
Essa è considerata attualmente il migliore strumento disponibile per studiare in vivo l’anatomia del
cervello.

CBF (Misurazione del Flusso Ematico): Si basa sull’iniezione di un isotopo radioattivo, lo Xenon
133, nel circolo cerebrale. Visualizzando la sua distribuzione nel cervello in relazione
all’assolvimento di un compito specifico è possibile dedurre il collegamento di determinate aree
cerebrali a funzioni specifiche producendo una rappresentazione corticale bidimensionale delle
variazioni del flusso ematico. Si tratta però di un metodo altamente invasivo; esso inoltre si basa su
un segnale originato principalmente dalla corteccia superficiale e solo molto limitatamente dalle
strutture profonde.

PET (Tomografia ad emissione di positroni ): Si basa sull’assunto che l’aumentata attività di una
determinata area cerebrale sia connessa a un incremento del suo metabolismo. In partic., è una
tecnica poco invasiva volta allo studio del metabolismo del glucosio, fonte di energia per le cellule
nervose. Partendo dal presupposto che la sostanza radioattiva giunta al cervello si concentri nella
zona dove c’è una maggiore quantità di sangue, è dunque possibile valutare specifici indici
dell’attività cerebrale nel momento preciso in cui un soggetto svolge un dato compito. Tra le
tecniche che fanno uso di traccianti radioattivi, la PET è sicuramente più evoluta.

FMRI (Risonanza Magnetica Funzionale) Fine anni 80: Non è una tecnica invasiva, non implica la
somministrazione di sostanze radioattive o l’uso dei raggi X, è sicura, indolore, e consente una
risoluzione spaziale e una risoluzione temporale decisamente più elevata. Questa tecnica si basa sul
fatto che ogni tessuto ha proprietà magnetiche diverse legate alla diversa concentrazione di protoni,
nuclei di idrogeno che se sottoposti a un campo magnetico ruotano sul proprio asse e si allineano
con l’asse principale del campo. Se sottoposti a perturbazione essi si disallineano e ruotano. Poiché
l’attivazione di una data area induce un aumento del flusso celebrale legato all’emoglobina, il quale
flusso altera il segnale magnetico nell’area, rilevando queste variazioni fisiche tramite l’uso di
sofisticate apparecchiature e complessi apparati computazionali si ottengono immagini
tridimensionali delle variazioni in questione e mappe ad alta risoluzione dell’attività cerebrale
evocata da un dato compito.

Capitolo 13: Conclusioni

Lo sviluppo storico della neuropsicologia può essere ricondotto in 4 fasi: 1) la nascita della
neuropsicologia con i cosiddetti diagrammasti, la così detta età d’oro che va dal 1860 al 1910 circa
e produce i primi modelli di organizzazione della mente a partire dallo studio dei casi singoli della
patologia; 2) la reazione contro questi modelli e i presupposti teorici dei diagrammasti in funzione
della riaffermazione del carattere olistico, integrato e dinamico dell’attività cerebrale e del
funzionamento della mente, nonché della rivendicazione della distanza tra psicologia e
neurofisiologia ( 1910/1940); 3) la rinascita di un approccio localizzazioni stico e connessioni stico
al cervello e alla mente, lo spostamento verso lo studio di ampi gruppi di pazienti e lo sviluppo di
nuove potenti tecniche di indagine neurofisiologica cognitiva a partire dalla fine degli anni 60 e la
riabilitazione dello studio dei casi singoli ora considerati come efficaci procedure empiriche da cui
trarre inferenze sulle funzioni normali. A partire dalle prima affermazioni del metodo clinico, la
malattia è in realtà una sperimentazione del tipo più ingegnoso, impiantata dalla natura stessa. I
primi 150 anni di ricerche neuropsicologiche hanno sollevato dubbi e perplessità, ma hanno però al
tempo stesso alimentato la ricerca di risposte a questi dubbi e perplessità. Così la dialettica fra sano
e patologico è stata continuamente oggetto di riflessione. La ricostruzione storica ha mostrato i
tempi e i modi del costante rapportarsi, nelle convergente e/o nei contrasti, dell’approccio clinico
con quello sperimentale. Oggi l’approccio della neuropsicologia cognitiva enfatizza con forza
l’importanza delle osservazioni neuropsicologiche. La prospettiva è quella di un utile scambio tra
discipline diverse.