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NEUROPSICOLOGIA DEL

LINGUAGGIO

CAPITOLO 1: CHE COSA E’ IL LINGUAGGIO


Nell’ambito della comunicazione le lingue rappresentano uno strumento di grande potenza e
versatilità. Il corretto apprendimento e uso di questo strumento, tipico della specie umana, è
determinato dalla modalità con la quale fattori genetici e ambientali interagiscono al fine di
consentire il funzionamento della complessa rete cerebrale che della lingua costituisce
l’imprescindibile substrato nervoso. Lesioni di specifiche aree cerebrali, infatti, inducono a
disturbi del comportamento linguistico.

1. NEUROPSICOLOGIA E LINGUAGGIO:
L’oggetto della neuropsicologia è lo studio dei comportamenti più articolati degli organismi
complessi, in primo luogo primati, sia umani che non. Tale disciplina ebbe origine nell’ambito d1
elle grandi scuole cliniche neurologiche e psichiatriche della seconda metà del diciannovesimo
secolo, dall’osservazione di pazienti con lesioni cerebrali. La mera osservazione sul campo è
stata arricchita negli ultimi decenni dall’uso di una serie di strumenti statistici e tecnologici che
da un lato hanno consentito di aumentare il rigore metodologico della disciplina e dall’altro ne
hanno favorito l’integrazione nel più ampio ambito delle neuroscienze cognitive.
Lo studio di pazienti con lesioni cerebrali focali ha classicamente utilizzato il metodo delle
associazioni e delle dissociazioni sintomatologiche. L’associazione di sintomi si verifica quando
lo stesso paziente presenta alterazioni riguardanti compiti e funzioni cognitive differenti.
L’associazione di sintomi può suggerire sia un danno di aree funzionalmente diverse, ciascuna
alla base di un sintomo, sia, qualora i sintomi non si presentino mai separatamente, il loro
legame con un unico sistema funzionale. L’associazione di un certo numero di sintomi costituisce
la sindrome.
L’espressione dissociazione semplice fa riferimento ad una condizione in cui un determinato
paziente è capace di eseguire un compito A, ma si trova in grave difficoltà se gli si chiede di
eseguire un compito B. Le doppie dissociazioni, invece, riguardano tipicamente due gruppi di
pazienti che si cimentano in due tipi di compiti, come per esempio la comprensione di parole
presentate oralmente e la comprensione di parole presentate per iscritto. Di solito si parla di
doppia dissociazione quando il primo gruppo presenta difficoltà d’esecuzione del primo compito
ma non del secondo, mentre il secondo gruppo presenta il comportamento opposto. Ne consegue
l’inferenza che il sistema per la comprensione di parole pronunciate oralmente contiene una
parte che non è contenuta nel sistema che sta alla base della comprensione di parole presentate
per iscritto e viceversa; è quindi plausibile pensare che due diverse lesioni possano aver
danneggiato due sistemi funzionalmente isolabili.
La ricerca neuropsicologica, pur rimanendo legata al metodo clinico, è stata grandemente
arricchita dalla messa a punto di strumenti valutativi standardizzati applicabili sia all’analisi di
casi singoli che allo studio di gruppi di pazienti selezionati in base al tipo di sintomo o della sede
lesionale. Sia gli studi di gruppo sia quelli di casi singoli sono strumenti fondamentali
dell’armamentario metodologico del neuropsicologo sperimentale e clinico.
Va inoltre sottolineato che il progresso delle tecniche di visualizzazione del cervello in vivo ha
consentito di ottenere precise informazioni sulla sede e l’estensione della lesione e pertanto di
esplorare in maggior dettaglio la relazione tra strutture neurali e funzioni cognitive che è poi tra
gli scopi primari della neuropsicologia.

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CAPITOLO 2: IL FARSI DELLE LINGUE
1. FILOGENESI DEL LINGUAGGIO:
Gli studiosi concordano nel datare la nascita del linguaggio articolato in forme somiglianti a
quelle attuali a 30 – 50 mila anni fa, la comparsa del linguaggio articolato è stata
funzionalmente equiparata ad uno di quei processi di selezione naturale che hanno permesso la
sopravvivenza ed il successo della specie. Il linguaggio potrebbe quindi aver consentito
l’amplificazione delle capacità mentali dell’Homo sapiens alla base delle forme di astrazione
necessarie alla creatività umana.
Rilevante è la nozione secondo cui negli ultimi 50 mila anni non si sia verificata nessuna
mutazione genetica di rilievo. Alcuni studi hanno per esempio dimostrato che in DNA di individui
vissuti circa 23/25 mila anni fa è del tutto identico a quello di individui dell’epoca
contemporanea. Tuttavia, un importate cambiamento per lo sviluppo del linguaggio, avvenuto
tra i 200mila e i 35mila anni fa, sembra essere l’abbassamento della laringe nel tratto vocale.
Tale cambiamento ha lo svantaggio di non consentire di ber e respirare contemporaneamente,
ma il grande vantaggio di consentire l’articolazione dei suoni e la modulazione da parte del
tratto sovralaringeo di una gamma di suoni molto vasta.
Una controversa questione riguarda il tipo di comunicazione usata da individui del genere Homo
e degli ominidi prima della comparsa di quello che si ritiene il linguaggio simile alle forme
attuali. Sono state fatte principalmente due ipotesi: la prima sostiene che le complesse capacità
fonologiche, sintattiche e semantiche caratteristiche delle lingue siano comparse in maniera
improvvisa nell’Homo sapiens in un periodo compreso tra 200mila e 30mila anni fa. La seconda,
invece, sostiene che vi sia stata una transizione lentissima e graduale dall’epoca dei rumori a
quella dei suoni linguistici che può aver interessato non solo il genere Homo ma addirittura
anche gli ominidi.
Un importante contributo è stato recentemente fornito dallo studio del gene FOXP2, situato sul
cromosoma 7, che codifica le proteine regolatrici dello sviluppo della corteccia cerebrale
nell’uomo, nei primati non umani e in altri mammiferi. Le proteine codificate nel topo e
nell’uomo differiscono per solo tre amminoacidi e due di questi tre cambiamenti sono presenti
nell’uomo ma non nella scimmia. Questo suggerisce che negli ultimi 4/6 milioni di anni, epoca
della divergenza uomo – scimpanzé, il gene è rimasto identico. Sembra addirittura che gli
amminoacidi umani siano comparsi circa 100/200milana anni fa, in corrispondenza con la
comparsa dell’uomo moderno ed è certo che le diverse popolazioni umane contemporanee non
mostrano alcuna variazione nella sequenza amminoacidica codificata dal gene stesso.
Nella controversia sui fattori che hanno portato alla nascita del linguaggio articolato vanno
anche considerati quelli cerebrali riguardanti lo sviluppo delle aree corticali che risultano attive
in compiti linguistici o la cui lesione provoca drammatici deficit nella capacità di produrre e/o
comprendere il messaggio. Molte di queste aree sembrano, però, aver raggiunto l’attuale
maggiore sviluppo da lato sinistro cerebrale già nell’Homo habilis, molto prima della comparsa di
un linguaggio simile a quello attuale.

Anche le lingue dei segni sono organizzate secondo le stesse regole del linguaggio articolato e
anche esse sono legate al funzionamento di specifiche aree coricale. Tuttavia, il legame tra
gesto e linguaggio può aver avuto inizio un paio di milioni di anni fa, mentre la piena autonomia
del linguaggio dal gesto sembra essere molto più recente, forse in coincidenza con la
stabilizzazione dei geni FOXP2 e con la discesa della posizione della laringe nel tratto vocale.
E’ stato ipotizzato che la rivoluzione umana sia strettamente legata all’emergenza della parola
in modo autonomo dal gesto, senza tale autonomia sarebbe infatti possibile al massimo solo una
forma di proto linguaggio.

2. ONTOGENESI DEL LINGUAGGIO:


A differenza di tutte le altre specie, l’uomo sembra possedere una sorta di istinto all’uso del
linguaggio articolato. E’ stato infatti sostenuto che l’acquisizione del linguaggio sia un processo
automatico legato al possesso, da parte degli esseri umani, delle informazioni genetiche
sottostanti alle “regole” foonoligiche e morfosintattiche di tutte le lingue. Neonati di madri di
cultura ispanofona o di cultura anglofona, per esempio, sono in grado di percepire fondamentali

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contrasti fonemici fonemici di entrambe le lingue, Fli stessi neonati, esaminati ad 11 mesi di
età, sono in grado di percepire solo i contrasti fonemici della lingua nella quale sono stati
immersi. Questi dati suggeriscono che il ruolo dei processi di apprendimento sia comunque
fondamentale per la corretta maturazione dei processi linguistici. Proprio per favorire questi
processi, gi adulti si rivolgono a bambini piccoli utilizzando espressioni semplificate a livello
acustico, lessicale e sintattico.

3. LO SVILUPPPO DELLA PERCEZIONE E DEL RICONOSCIMENTO DEI SUONI DEL


LINGUAGGIO:
La voce umana, soprattutto quella materna, viene percepita, riconosciuta e memorizzata dal
feto già all’interno dell’utero. E’ stato infatti dimostrato che il feto reagisce a suoni linguistici
noti in modo diverso rispetto a come reagisce a suoni linguistici nuovi. E’ stato inoltre
dimostrato che poche ore o giorni dopo la nascita i bambini sono in grado di percepire piccole
ma importanti differenze fonologiche e sulla base di esse categorizzare i suoni del linguaggio. Un
paradigma di studio, basato sui cambiamenti di frequenza di suzione ha consentito di dimostrare
non sono che i neonati reagiscono diversamente a sillabe diverse come “pa”, “ba” o “da”, m
anche che sono in grado di identificare contrasti fonemici molto fini come ad esempio quelli
legati al tratto distintivo sonorità – sordità.
La frequenza di suzione permette anche di inferire il tipo di elaborazione delle informazioni da
parte di neonati di pochi giorni. La presentazione ripetuta dello stesso suono porta ad abitazione
del riflesso di suzione come se il neonato comprendesse che l’informazione veicolata dal suono
non abbia più alcun elemento di novità e quindi priva di effetto orientante.
Grazie a questo genere di paradigma è stato dimostrato che i neonati sono capaci di discriminare
contrasti fonemici di moltissime lingue. Questa capacità viene mantenuta per i primi sei mesi di
vita e decresce fino ad un anno, epoca nella quale sembra sparire. Ad un anno, infatti, sembrano
essere discriminabili solo i contrasti fonemici della lingua alla quale i bambini vengono esposti.
Si può affermare, pertanto, che la capacità di discriminare e categorizzare i suoni complessi di
una lingua dipende dalla conservazione della capacità di attivare particolari strutture del
cervello che vengono stimolate con l’esposizione ai suoni di una lingua durante l’infanzia. Una
mancata esposizione a certi suoni complessi, non presenti nella propria lingua madre, determina
un decadimento di alcune strutture nervose atte a discriminare questi suoni.
Inoltre, alla nascita i bambini possono riconoscere la lingua parlata dalla mamma durante la
gravidanza: è stato dimostrato che neonati francesi preferivano ascoltare suoni della lingua
francese rispetto a suoni della lingua russa. Poter effettuare discriminazioni linguistiche molto
precocemente non significa che il sistema sia completamente maturo alla nascita. L’abilità di
riconoscere e riprodurre suoni complessi matura nel corso della vita.
Nel complesso questi studi suggeriscono che l’uomo possiede un apparato uditivo
preprogrammato geneticamente alla discriminazione di caratteristiche distintive dei suoni del
linguaggio, ma che l’esperienza è decisiva per lo sviluppo e la messa in atto delle potenzialità
linguistiche.

4. LO SVILUPPO DELLA PRODUZIONE VOCALE NEL BAMBINO:


Come si è visto l’abbassamento della laringe è molto determinante per la capacità di produrre e
modulare i complessi suoni necessari al linguaggio. Nel bambino tale abbassamento ha luogo nei
primi 11/18 mesi di vita; prima di questo periodo nessun neonato o bambino potrà articolare o
modulare suoni complessi.
Nell’uomo l’emissione di suoni da parte del sistema fonatorio precede di molto l’organizzazione
della fonazione in linguaggio articolato. Il pianto alla nascita, per esempio, è la prima
manifestazione fonatoria. Esso però non ha necessariamente implicazioni linguistiche, essendo
presente anche in individui che non svilupperanno mai il linguaggio. Inoltre, al pari di altre
vocalizzazioni come grida, lamenti e borbottii, il pianto è legato a strutture neurali cortico –
sottocorticali largamente indipendenti da quelle delle del linguaggio.
Gli elementi fonologici linguistici che precedono la produzione delle prime parola compaiono nel
cosiddetto periodo prelinguistico:
▪ Intorno ai tre mesi di vita, nella fase delle prime vocalizzazioni, i bambini producono suoni
nei quali gli adulti tendono a riconoscere associazioni consonante – vocale.
▪ Intorno al quarto/quinto mese iniziano le fasi rudimentale della lallazione: grazie alla
maturazione delle strutture nervose che consentono una migliore coordinazione orofaringea,

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il bambino accresce il repertorio di suoni consonanti e vocalici che è in grado di produrre e si
assiste alla combinazione aritmica di sillabe prodotta spontaneamente e ripetuta con
caratteristiche ludiche.
▪ Dal sesto/settimo mese inizia la vera e propria lallazione, caratterizzata da una produzione
di sillabe ben formate e caratterizzate dalla combinazione di una consonate più una vocale
con ritmo respiratorio uguale a quello del linguaggio articolato. Le consonanti più utilizzate
sono la “p”, la “t”, la “d” e la “m”, mentre la vocale più utilizzata è la “a”. le prime sillabe
prodotte sono costituite da semplici movimenti di apertura e chiusura del tratto vocale e
sono spesso prodotte in maniera ripetitiva, Tramite la lallazione il controllo motorio della
produzione sonora viene esercitato e perfezionato dall’associazione di posture e movimenti
degli organi fonatori con u suoni del linguaggio.
▪ Dagli 11 ai 13 mesi il bambino inizia a produrre fonemi affettivi, associati sempre alla stessa
gestualità e legati ad associazione tra gesto, suono e oggetto, e quelli indicativi di oggetti
specifici. In questa fase la comunicazione assume un aspetto volizionale.
▪ Tra i 9 e i 18 mesi il bambino pronuncia le prime parole, spesso costituite da due sillabe
uguali ripetute, ciascuna formata da una consonante più una vocale. In questa fase il
bambino tende ad utilizzare una sola parola per designare un’ampia gamma di oggetti,
persone o situazioni.
▪ Dai 18 mesi ai quattro anni il bambino continua il suo sviluppo articolatorio, perfezionando
ed espandendo la pronuncia dei suoni.
Da tenere in conto è che la capacità di comprendere suoni linguistici precede sempre la capacità
di produrli. È inoltre importante sottolineare che un corretto sviluppo articolatorio presuppone
sia una normale percezione uditiva, sia una corretta dinamica neuromuscolare per il controllo
ella laringe e del tratto sovralaringeo. Discriminazione e produzione dei suoni del linguaggio
sono dunque capacità tra loro interdipendenti.
Studi recenti hanno evidenziato che le bambine acquisiscono prima dei maschi la capacità di
produrre i maniera corretta i suoni di una lingua. Questo sembra essere correlato con una più
veloce maturazione del cervello nelle bambine rispetti ai bambini.

5. TAPPE MATURATIVE E ACQUISIZIONE DELLA PRIMA LINGUA:


Nel primo anno di vita il bambino presenta una progressiva maturazione dell’abilità di
comunicare:
▪ Al primo mese stabilisce il contatto visivo e sembra in grado di riconoscere il volto, la voce e
l’odore della propria mamma;
▪ Al terzo mese sorride a genitori e altre persone con lui in stretto contatto ed il sorriso è più
frequente se l’interazione ha forti componenti linguistiche. Il bambino è in grado di
distinguere chiaramente differenti intonazioni emotive della voce.
▪ A 4 mesi il bambino orienta occhi e testa in direzione dei suoni e può modificare
l’espressione facciale o vocalizzare in risposta a parole o suoni.
▪ A 6 mesi è in grado di selezionare i suoni in ascolto, prestando attenzione a quelli che gli
interessano e ignorando gli altri.
▪ Prima di essere in grado di produrre la prima parola il bambino è capace di indicare gli
oggetti desiderati e simultaneamente di produrre vocalizzazioni. Si esprime
contemporaneamente con semplici gesti per salutare o per esprimere negazione o assenso.
▪ La prima parola è prodotta intorno agli 11 mesi; i bambini più precoci la dicono 8 mesi e
quelli più lenti solo a 18 mesi.
▪ Dai 12 ai 18 mesi i bambini tendono a produrre enunciati formati da un’unica parola che
sintetizza il valore di una frase.
▪ Tra i 10 e i 20 mesi il numeri di parole che il bambino è in grado di produrre aumenta e
raggiunge circa 50 parole.
▪ Dopo aver acquisito circa 50 parole sia bambini che bambine iniziano a produrre le prime
frasi formate da due o più parole. Nello stesso periodo sono in grado di comprendere i
pronomi personali e ordini semplici. Durante questa fase l’espressione del bambino è spesso
ripetitiva e le risposte appropriate durante la conversazione sono rare. Frequentemente
vengono osservati comportamenti verbali ecolalici.
▪ Intorno ai 24/36 mesi, superato lo stadio delle frasi formate da due parole, il bambino inizia
a produrre frasi più lunghe ma telegrafiche, nelle quali frequentemente vengono omessi
alcuni elementi grammaticali.

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▪ Alla progressiva espansione del vocabolario si accompagna la diminuzione dei monologhi ed è
possibile iniziare a stabilire una reale conversazione con il bambino.
▪ Dopo il terzo anno di vita il bambino manifesta un rapido sviluppo del linguaggio. Fra i 3 e i
5 anni le frasi si allungano progressivamente, le parole – funzione vengono usate
appropriatamente e si cominciano a coniugare i verbi e a concordare esattamente articoli,
aggettivi e nomi. L’ordine delle parole nelle frasi si stabilizza sul modello della lingua che il
bambino sta acquisendo.
▪ A 6 anni il linguaggio del bambino è simile a quello dell’adulto e solo una sistematica analisi
delle sue competenze grammaticali evidenzia che non è ancora in grado di comprendere
alcune strutture complesse.
▪ All’età di 8 anni ha raggiunto una competenza grammaticale simile a quella di un adulto e a
10 anni il bambino è in grado di comprendere numerosi aspetti pragmatici della
comunicazione verbale: apprezza le battute umoristiche e riesce a comprendere i significati
non letterali delle espressioni verbali.

6. MECCANISMO ALLA BASE DELL’APPRENDIMENTO DEL LINGUAGGIO ARTICOLATO:


Tra i fattori cruciali per la rapida ed efficiente acquisizione del linguaggio consideriamo quattro
gruppi di meccanismi:
1) Il fenomeno del contagio: subito dopo la nascita i neonati sono in grado di imitare
inconsapevolmente una complessa espressione facciale, mentre non sono ancora in grado di
produrre volontariamente la stessa espressione. I movimenti della lingua o dei muscoli della
faccia prodotti dal neonato come risposta istintiva, possono essere eseguiti volontariamente
solo intorno al primo anno di vita. E’ plausibile ritenere che il fenomeno del contagio sia un
vero e proprio istinto sociale basato su uno schema imitativo codificato nella specie umana a
livello genetico.
I fenomeni di imitazione riscontrati nei neonati non riguardano solo l’imitazione
del’espressione della faccia, ma interessano anche l’espressione vocale. Bambini di 5 mesi
sono in grado di imitare la produzione di vocali, come la “a” e la “i”, che ascoltano e vedono
produrre dagli adulti. Anche in questo caso si tratta di comportamenti imitativi inconsci.
Alcuni studi hanno scoperto che l’imitazione motoria subliminale è determinate nella
comprensione del linguaggio: per riconoscere l’invarianza dei suoni il cervello di un
ascoltatore deve simulare internamente i processi motori coinvolti nella produzione dei suoni
che sta ascoltando. Questa modalità di comprensione del linguaggio è conosciuta come
teoria motoria della decodificazione del linguaggio e suggerisce che durante l’ascolto di un
parlante il soggetto ripeta internamente a livello motorio ciò che sta ascoltando. Infatti, i
neuroni delle aree corticali premotorie responsabili del movimento della mano, della faccia
e della bocca si attivano non solo quando il soggetto muove questi organi, ma anche quando
vede un’altra persona compiere lo stesso movimento. Tali neuroni sono chiamati neuroni
specchio.
2) Il comportamento ecolalico: consiste nella ripetizione di parole o frasi, senza che queste
siano necessariamente comprese, e si osserva comunemente nei bambini durante lo sviluppo.
Può cominciare durante la fase della lallazione o immediatamente dopo e rappresenta il
tentativo del bambino di imitare i modelli sonori appena uditi. Le ecolalie sono frequenti
nei bambini di 2/3 anni e si ritiene siano presenti in forma interiorizzata anche nei bambini
più grandi. E’ stato notato che il comportamento ecolalico compare nei bambini più
frequentemente dopo l’ascolto di una frase complessa. Inoltre i bambini di 3 anni che
presentano numerose ecolalie sono in grado di eseguire meglio compiti di comprensione,
espressione e denominazione rispetto a bambini di pari età che manifestano una bassa
tendenza alla ripetizione ecolalica.
Si ritiene che la riduzione di ecolalie sia dovuta alla maturazione del lobo frontale, sede
delle funzioni cognitive più complesse, come la consapevolezza e il giudizio. Grazie a tale
maturazione l’uomo diventa capace di inibire comportamenti inappropriati alle circostanze o
non più necessari. Proprio la lesione dei lobi frontali può scatenare comportamenti
socialmente inappropriati, inclusa ecolalia al di fuori di un contesti di apprendimento.
3) L’accomodazione vocale: è la tendenza a rendere la propria espressione verbale sempre più
simile alle caratteristiche vocali dell’interlocutore. La motivazione psicologica che provoca
questo fenomeno sembra dipendere dal desiderio, spesso inconscio, di identificarsi ed
integrarsi con l’interlocutore: aumentando gli aspetti simili del comportamento comunicativo

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e verbale e riducendo quelli diversi, chi parla cerca di esercitare una sorta di attrazione
sull’interlocutore. Alcuni studiosi hanno sostenuto che i bambini continuano a modificare la
loro articolazione e il loro repertorio fonologico, adeguandoli il più possibile al modello degli
adulti, fino ad un’età prossima agli 8 anni, per attrarre inconsciamente la loro attenzione.
Anche questo fenomeno è presente in tutti i bambini ed è codificato a livello genetico. Smile
al fenomeno dell’accomodazione vocale è il comportamento studiato nelle mamme che, in
maniera spesso inconsapevole, si rivolgono ai piccoli producendo vocali acusticamente
estreme in grado di fornire informazioni molto dettagliate per la comprensione delle unità
fonologiche sulle quali si baserà la produzione delle parole.
4) Sensibilità al ritmo del linguaggio: una delle caratteristiche più tipiche del linguaggio
articolato sembra essere la sensibilità al ritmo, che si manifesta ancor prima che il neonato
inizi a parlare e che si pensa sia innata. L’importanza della sensitività al ritmo linguistico e
della sensitività segno – fonteico – sillabica della lallazione è stata dimostrata in una serie di
studi che hanno dimostrato che i bambini normoudenti nati da genitori sordi producevano
una forma di lallazione delle mani, con specifiche modalità ritmiche di unità segno –
fonetiche, come l’apertura/chiusura del pugno, molto simili a quelle della lallazione sonora,
come l’apertura/chiusura della bocca durante la produzione di strutture vocale –
consonante. Si sono poi osservati i movimenti delle mani di bambini normoudenti ma esposti
unicamente al linguaggio dei segni e sono stati rilevati due gruppi di frequenza di
movimento: un tipo a bassa frequenza, corrispondente alla lallazione vocale e prodotta solo
in situazioni comunicative, e un tipo ad alta frequenza, prodotti durante le attività non
linguistiche. Invece, i bambini esposti al linguaggio in modalità uditiva mostravano solo
movimenti di alta frequenza. Importante è anche il fatto che i bambini esposti solo al
linguaggio dei segni le lallazioni vocali erano occasionali e limitate a qualche rudimentale
frammento sillabico. Emerge dunque che una differenza fondamentale tra attività
linguistiche e non linguistiche riguarda la sensibilità a sequenze ritmiche altamente
specifiche e presenti anche nelle lingue naturali che non utilizzano il canale uditivo –
verbale. Sarebbe proprio questa sensibilità a far cogliere al bambino gli elementi chiave per
l’apprendimento linguistico.

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CAPITOLO 3: L’ESSERE DELLE LINGUE
1. LE SONORITA’ DEL LINGUAGGIO:
Dal punto di vista fisico i suoni del linguaggio sono identici ai suoni complessi non linguistici. In
entrambi i casi si tratta di onde che si propagano nell’aria stimolando il sistema sensoriale
uditivo. I processi di trasduzione dell’energia meccanica dell’onda sonora in segnale elettrico
che hanno luogo nell’orecchio sono molto simili per suoni linguistici e suoni non linguistici.
Analoga similitudine si riscontra nell’attivazione della via neurale che dall’orecchio intero
conduce alle cortecce uditive.

Percezione e produzione dei suoni del linguaggio:


Quando un essere umano desidera comunicare verbalmente attiva le strutture vocali producendo
delle vibrazioni che vengono propagate nell’aria, e le informazioni trasmesse attraverso queste
vibrazioni sonore raggiungono le strutture uditive di altri esseri umani, per essere poi
decodificate nel loro cervello. Come sappiamo una caratteristica essenziale del linguaggio è la
doppia articolazione. Le manifestazioni sonore che non presentano una struttura a doppia
articolazione vengono chiamate “vocalizzazioni”. Numerosissime specie di animali vertebrati
producono vocalizzazioni a fini comunicativi intraspecifici. In tutte le specie capaci di
vocalizzazione sono presenti tre sistemi necessari e sufficienti a produrre un segnale vocale: 1) i
polmoni, che durante l’espulsione dell’aria producono l’energia per la vocalizzazione; 2)la
laringe, che rappresenta la sorgente del segnale vocale al momento del passaggio dell’aria
emessa dai polmoni attraverso la rima glottica, ossia l’orifizio delimitato da una membrana che
riveste le corde vocali e la cui ampiezza è determinata dalla distanza tra queste ultime; 3)il
tratto vocale sopralaringeo, che, agendo come un filtro, determina le caratteristiche definitive
dei suoni del linguaggio.

Analisi acustica dei suoni del linguaggio:


Negli anni ’40 ricercatori statunitensi costruirono uno spettrografo, che permise per la prima
volta di visualizzare le formanti del parlato rappresentandole come tracciati su carta. Il suo uso
si rivelò di grande importanza per l’analisi acustica del linguaggio, la quale permette di
identificare una componente legata al contributo delle corde vocali nella realizzazione del
suono, ossia la frequenza di vibrazione delle corde vocali, definita “F0” o frequenza
fondamentale e misurata in vibrazioni al secondo; e una serie di componenti che dipendono dal
tratto vocale sopralaringeo, cioè le frequenze formanti, definite F1, F2 e F3. Per produrre
differenti suoni linguistici il tratto sopralaringeo assume una particolare forma che a livello
acustico corrisponderò alla produzione delle frequenze formanti caratteristiche di quel
determinato suono.
Parlano in un microfono collegato a uno spettrografo si possono visualizzare in tempo reale le
formanti di un suono. Queste vengono evidenziate su uno spettrogramma come delle linee
orizzontali di varie altezze.
Poiché ogni suono è caratterizzato da frequenze formanti specifiche, si ipotizza che le strutture
uditive periferiche e centrali riconoscano le frequenze formanti di un suono e quindi lo
classifichino linguisticamente.
Con l’ausilio delle tecniche spettrografiche sono state definite le caratteristiche dei suoni
linguistici. Le vocali, per esempio, sono univocamente identificabili attraverso le prime due
formanti (F1 e F2). Tutti i parlanti di una lingua quando producono la stessa vocale filtrano il
segnale glottideo con modalità analoghe. La frequenza fondamentale può variare anche quando
le frequenze formanti sono simili, perciò nella produzione di un determinato suono l’altezza
della voce, legata ad F0, è diversa nei bambini e nelle donne rispetto ai maschi adulti, ma la
categorizzazione del suono, legata alle frequenze formanti, sarà stabile. Per contro, lo stesso
individuo che produca tre vocali differenti determina formanti diverse per ogni vocale.
Per ogni lingua sono stati costruiti dei grafici con la prima formante (F1) in ascissa e la seconda
formante (F2) in ordinata. La categorizzazione di un suono definito dalle prime due frequenze
formanti da parte di un largo campione di persone ha consentito di definire la cosiddetta area di
esistenza per una data vocale. Più è grande l’area di esistenza di una data vocale con più
diversità acustiche viene prodotta quella stessa vocale in una data lingua. E’ possibile
identificare le vocali che dal punto di vista acustico si distinguono maggiormente l’una
dall’altra: sono quelle reciprocamente più distanti nell’area di esistenza e per la lingua italiano

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sole la [i] la [a] e la [u], disposte ai vertici di un triangolo ideale, detto triangolo vocalico
fondamentale.
Una delle più semplici classificazioni dei suoni del linguaggio distingue innanzitutto le vocali
dalle consonanti. Le prime sono prodotte mantenendo la cavità orale aperta, durano più delle
seconde e formano il nucleo delle sillabe. Le consonanti invece sono prodotte attraverso una
rapida occlusione in qualche punto del tratto vocale sopralaringeo, hanno durata minore rispetto
alle vocali e formano i “margini” delle sillabe. L’analisi acustica delle vocali ha evidenziato che
esse sono costituite da rapide modificazioni o transizioni delle frequenze formanti delle vocali
vicine a queste consonanti. Ogni consonate, quindi, si differenzia acusticamente dalle altre
consonati perché modifica in maniera caratteristica i margini delle vocali limitrofe.

2. I SISTEMI DI MEMORIA:
I rapporti tra linguaggio e memoria sono stati oggetto di studio specifico solo in tempi recenti
questa scarsità di indagini può essere dovuta al fatto che pazienti affetti da disturbi della
memoria non necessariamente presentano disturbi del linguaggio e spesso non ne presentano
affatto. Pazienti amnesici spesso conservano capacità intellettuali, percettive e linguistiche
pressoché intatte. Analogamente, pazienti con disturbi nella capacità di produrre o capire il
linguaggio mostrano una memoria spaziale conservata e possono presentare solo lievi deficit di
memoria verbale. Qualunque tentativi di cogliere le relazioni tra linguaggio e memoria deve
quindi tener conto del fatto che queste due funzioni cognitive sono molto complesse e non
unitarie.

Organizzazione generale dei sistemi di memoria:


L’apprendimento e la memoria non esistono in un0unica forma. Tipi diversi di informazione
vengono appresi o ricordati in modi diversi. Alcuni studi suggeriscono l’esistenza di sistemi
neurali diversi per le diverse forme di memoria. Nel 1890 lo psicologo statunitense William
James ipotizzò l’esistenza di una memoria primaria, oggi chiamata “a breve termine”, e di una
memoria secondaria, oggi chiamata “a lungo termine”.
• Memoria a breve termine e memoria di lavoro: la memoria a breve termine mantiene
disponibili una quantità limitata di unità informazionali per periodi di tempo che vanno da
alcuni secondi a qualche minuto. L’analisi delle diverse sottocomponenti di questa forma di
memoria ha portato a sviluppare il concetto di memoria di lavoro, cioè quel sistema che
contiene ed elabora informazioni solo temporaneamente e che partecipa anche ad altri
compiti cognitivi come il ragionamento, la comprensione, l’apprendimento e la
consapevolezza. La memoria di lavoro è costituita da un esecutore centrale e una serie di
sistemi sussidiari, il più studiato dei quali è il cosiddetto circuito fonologico. L’esecutore
centrale è un sistema che integra e controlla le informazioni contenute nella memoria a
breve termine tramite la focalizzazione dell’attenzione e sembra legati all’attività dei lobi
frontali. Il circuito fonologico, invece, è formato a sua volta da due sottosistemi: il
magazzino fonologico e il processo di ripetizione articolatoria: una parola per essere
analizzata nel sistema della memoria a breve termine deve essere prima depositata nel
magazzino fonologico, dove permane per uno o due secondi per poi decadere se non viene
ripetuta interiormente mediante il sistema di ripasso articolatorio, che è basato sul
linguaggio interiore e permette di rinfrescare la traccia mnestica. Questo meccanismo viene
definito “ripasso subvocale” e permette di conservare una serie di stimoli verbali per circa
10 secondi.
• Memori a lungo termine: l’idea che la memoria a lungo termine non sia un sistema unitario,
ma che sia formata da molti sistemi e processi distinti, deriva soprattutto dallo studio di
pazienti cerebrolesi.

Il contributo clinico più importante allo studio della fenomenologia e delle basi nervose
della memoria deriva dal caso di H.M., un paziente canadese affetto da una grave forma di
epilessia iniziata all’età di sedici anni e progressivamente aggravatasi. Poiché i farmaci non
riuscivano più a controllare le crisi convulsive venne deciso di asportare chirurgicamente il
tessuto nervoso che le causava, così gli venne tolto l’ippocampo sia di destra che di sinistra.
Dopo l’intervento il paziente non presentava problemi motori, percettivi o intellettivi.
Tuttavia, presto la sua psicologa si accorse che dopo di esso il paziente era diventato

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incapace di apprendere nuove informazioni (amnesia anterograda) per cui non ricordava fatti
accaduti dopo la seconda operazione. Ad esempio non riconosceva il viso e il nome della sua
psicologa, non sapeva se aveva già letto o meno una rivista e non ricordava l’indirizzo della
sua nuova casa. Per contro, il paziente conservava buona memoria degli episodi e delle
conoscenze apprese durante l’infanzia e l’adolescenza. La memoria a breve termine del
paziente era normale. Importante era anche il fatto che H.M. anche dopo l’operazione
riusciva ad apprendere comportamenti motori complessi, come disegnare osservando la
propria mano riflessa nello specchio. A differenza dei soggetti di controllo H.M. aveva
bisogno di spiegazioni sul da farsi ogni volta che veniva testato perché non ricordava di aver
eseguito il compito in precedenza, mentre i soggetti di controllo non ne avevano alcun
bisogno. Tuttavia, anche le prestazioni di H.M. in questo compito miglioravano con l’esercizio
al pari di quella dei soggetti senza patologia. L’analisi dei deficit neuropsicologici di H.M. e
altri pazienti con amnesia, unita ai risultati degli studi sulle basi neurali della memoria in
soggetti normali ha portato ad una classificazione della memoria che prevede due grandi
classi di conoscenze: quelle dichiarative e quelle non dichiarative.
→ Memorie dichiarative e conoscenza esplicita: fa riferimento a quel tipo di conoscenza
cui si può avere accesso consapevole (conoscenza esplicita) come le nozioni scolastiche,
i ricordi degli episodi o il ricordo di un volto che ci ha colpito. I contenuti di questo tipo
di memoria possono essere recuperati consapevolmente e verbalizzati. Nell’ambito della
memoria dichiarativa si distingue la memoria semantica, che riguarda l’insieme delle
conoscenze enciclopediche sul mondo, dalla memoria episodica, che riguarda le
esperienze del passato che siamo in grado di recuperare volontariamente e di
raccontare. La memorizzazione di informazioni esplicite aumenta se il soggetto focalizza
l’attenzione sul compito e se viene emotivamente coinvolto. Le esperienze
emotivamente neutre vengono invece dimenticate più facilmente. Il sistema affettivo
gioca quindi un ruolo essenziale nella scelta di ciò che vale la pena di essere
memorizzato. Tuttavia, le esperienze emotive estreme, come gli shock emotivi dovuti
ad episodi di violenza o traumi, provocano un completo collasso dei sistemi della
memoria esplicita: la liberazione di alti livelli di ormoni dello stress determinano un
blocco funzionale dell’ippocampo che, a sua volta, provoca un’inibizione dei processi di
fissazione delle informazioni esplicite nella memoria a lungo termine, è questa quella
che viene chiamata amnesia da stress. L’evento rimane comunque impresso nella
memoria implicita e, successivamente, uno stimolo sensoriale legato all’evento
traumatico può scatenare attacchi di panico senza che l’individuo sia consapevole della
catena di associazioni che lo hanno generato. Inoltre, se un individuo viene sottoposto a
ripetuti episodi di stress, può incorrere, dopo un certo periodo di tempo, nella
distruzione bilaterale dell’ippocampo.

Lo stress dunque ostacola la memorizzazione di informazioni episodiche e semantiche,
impoverendo il ricordo della propria storia e riducendo le capacità di apprendimento.
Nell’ambito della memoria dichiarativa possono essere presenti dissociazioni tra la
memoria episodica e quella semantica.
→ Memorie non dichiarative e conoscenza implicita: sono legate ad un tipo di
apprendimento e di conoscenze che dipendono dall’esecuzione ripetuta di un compito.
Queste memorie si instaurano anche quando il soggetto non è consapevole della natura
della conoscenza acquisita o addirittura non ricorda gli episodi durante i quali ha
appreso il compito. Una caratteristica fondamentale di questo tipo di memoria risiede
quindi nel fatto che le conoscenze sono acquisite in assenza di consapevolezza e
l’accesso ad esse non può avere luogo tramite introspezione cosciente e/o verbale,
perciò non possono essere descritte consapevolmente, e per questo vengono dette
conoscenze implicite. Le conoscenze implicite vengono accresciute con la pratica, per
esempio più si usa la bicicletta e più si va spediti. Sembra inoltre che l’acquisizione di
conoscenze implicite avvenga senza necessità di fare attenzione o di concentrarsi e le
conoscenze memorizzate in questo tipo di memoria vengono utilizzate in forma
automatica. Nell’ambito della memoria non dichiarativa si distinguono: 1) le procedure
cognitivo – motorie, che stanno alla base delle capacità come camminare, guidare ecc.;
2) il priming, cioè il fenomeno per cui il rilevamento o il completamento di stimoli
sensoriali è facilitato dalla presentazione subliminale di uno stimolo ad essi apparentato;
3) il condizionamento classico o quello emozionale, ovvero l’associazione tra stimoli
sensoriali e complesse risposte fisiologiche. Le memorie non dichiarative sono le forme

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di memoria più primordiali e sembrano essere attive già nel feto e nel neonato e sembra
essere l’unico tipo di memoria presente nei bambini fino a 8/10 mesi. Le memorie non
dichiarative sono anche le ultime a scomparire nell’anziano.

3. I RAPPORTI TRA MEMORIA E LINGUAGGIO:


La consapevolezza di quel che viene appreso viene tipicamente espresso con il linguaggio.
Evidenze cliniche e sperimentali supportano la nozione secondo cui conoscenze necessarie alla
comprensione e all’espressione in una lingua possono essere in larga parte di tipo procedurale.
Vi sono dati a favore dell’idea che non si è consapevoli dell’acquisizione e dell’uso della sintassi,
specie quella della prima lingua, né delle attività semsomotorie necessarie alla produzione dei
fonemi.

CAPITOLO 4: IL DISFARSI DELLE LINGUE: STORIA E VALUTAZIONE


DEI DISTURBI DEL LINGUAGGIO
L’approccio neuropsicologico classico allo studio del linguaggio ha dato origine alla
neurolinguistica, disciplina che studia la rappresentazione del linguaggio e delle lingue nel
cervello. Con il termine afasia la neurolinguistica moderna indica quei quadri clinici con
alterazione più o meno grave della comprensione e della produzione del linguaggio conseguente
a lesioni cerebrali successive all’acquisizione del linguaggio.
Le manifestazioni cliniche dell’afasie sono complesse e dipendono da un elevato numero di
fattori eziopatogenici e fisiopatologici. E’ proprio questa complessità a spiegare i tentativi di
classificazione che fin dalla nascita dell’afasiologia hanno cercato di classificare in un numero
limitato di sindromi le tante possibili associazioni di sintomi.

1. ARCHITETTURA NEUROFUNZIONALE DEL LINGUAGGIO INFERITA DA CASI CLINICI:


Una delle fondamentali distinzioni nella descrizione del linguaggio è quella tra il dizionario e i
simboli memorizzati che costituiscono il lessico, da un lato, e l’insieme delle regole che servono
per combinare questi simboli su cui si basa la sintassi, dall’altro.
Pazienti afasici con lesioni anteriori mostrano soprattutto disturbi sintattici, mentre pazienti con
lesioni anteriori mostrano soprattutto problemi lessicali. Riguardo l’ambito del lessico sono stati
osservati pazienti con disfunzioni legate a specifiche categorie semantiche, quali i nomi astratti
rispetto ai nomi concreti, oggetti viventi rispetto ad oggetti inanimati, animali, frutta, verdura
o nomi propri. A questo proposito è interessante notare una certa convergenza con studi di
neuroanatomia funzionale in soggetti senza danno neurologico nei quali la rievocazione di nomi
di persone si accompagnava ad un aumento di attività nel lobo temporo – parietale, mentre la
rievocazione di nomi di animali e manufatti s accompagnava ad un aumento di attività
rispettivamente nella porzione anteriore e posteriore del lobo infero – temporale sinistro. Inoltre
sono stati descritti substrati neurali differenti per verbi e sostantivi. Interessante è anche
l’esistenza di pazienti afasici con disturbo selettivo nella produzione di vocali e di pazienti
selettivamente compromessi nella produzione di consonanti.

2. NASCITA DELL’AFASIOLOGIA:
La perdita della capacità di esprimersi verbalmente a seguito di una malattia al cervello può
essere inferita già da un papiro egiziano del 1700 a.C. Probabilmente, però, gli autori antichi si
sono limitati a descrivere delle associazioni di sintomi, piuttosto che farsi domande specifiche
sull’organizzazione del linguaggio nel cervello. Per giungere a questo tipo di consapevolezza
cognitiva bisogna attendere le prime scoperte di Pierre Paul Broca, esposte nel 1861
descrivendo il caso di un paziente di 51 di nome Leborgne.
Sin da giovane, Leborgne era stato soggetto a frequenti crisi di epilessia. All’età di trent’anni
perse la capacità di parlare e dopo due o tre mesi venne ricoverato in ospizio. Qui i medici
constatarono che egli era una persona sana e intelligente, e che aveva solamente perso la
capacità di esprimersi verbalmente. La comprensione verbale era buona, ma se lo si interrogava
rispondeva sempre con il monosillabo “tan”. Cercava di esprimere le sue idee con i gesti ma
facilmente si adirava e solo in questi casi riusciva a bestemmiare. Dopo dieci anni dalla perdita
del linguaggio, Tan cominciò a presentare un progressivo indebolimento dei muscoli del braccio

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destro, finché questo braccio divenne completamente paralizzato. La paralisi si estese
gradualmente alla gamba destra. Per la suppurazione di una piaga da decubito, infine, sviluppò
la cancrena alla gamba destra che ne rese necessario il ricovero nell’infermeria dell’ospizio.
La motilità volontaria dei muscoli della faccia e della lingua era completamente conservata, così
come l’udito e la capacità di calcolo aritmetico. Con questi dati Broca sospettò che il paziente
soffrisse di una lesione cerebrale progressiva che aveva colpito l’emisfero sinistro. Quando il
paziente morì, l’autopsia del suo cervello presentava una lesione del lobo frontale sinistro.
Broca affermò di avere per la prima volta localizzato nel cervello una facoltà della mente
umana: egli suggerì che la facoltà del linguaggio articolato fosse indipendente dalla
comprensione verbale e dalla comunicazione non verbale, e che fosse localizzata nella terza
circonvoluzione del lobo frontale.
Tra il 1861 e il 1863 studiò altri otto pazienti con afasia riscontrando in tutti una lesione alla
terza circonvoluzione frontale dell’emisfero sinistro e nel 1865 presentò la sua seconda grande
scoperta, proponendo quella che poi divenne una pietra miliare nello studio delle funzione del
cervello, ovvero il fatto che noi parliamo con l’emisfero cerebrale sinistro, chiarendo che negli
esseri umani le funzioni del linguaggio non solo sono collocate in alcune aree corticali, ma
che sono lateralizzate nell’emisfero cerebrale sinistro.
La specie umana, inoltre, mostra un’altra e più evidente asimmetria: la preferenza manuale
destra. Broca affermò per primo che la preferenza manuale destra e il linguaggio erano entrambi
controllati dall’emisfero cerebrale sinistro, perché nella specie umano esso maturava più
velocemente rispetto l’emisfero destro. L’acquisizione del linguaggio e dell’uso dominante della
mano destra venivano quindi controllati dall’emisfero che durante l’infanzia maturava per
primo.

Nel 1874 un giovane neurologo tedesco, Carl Wernicke, pubblicò una breve monografia
intitolata “Il complesso sintomatico afasico. Uno studio psicologo su base anatomica”. In esso
Wernicke non si limitò a descrivere semplicemente nuovi casi di afasia, ma cercò, con le
conoscenze del suo tempo, di spiegare come il cervello organizzava il movimento volontario e il
linguaggio, considerato da lui come una forma particolare di movimento.
Wernicke propose che la corteccia cerebrale fosse organizzata in più aree collegate
anatomicamente fra di loro e dedicate a specifiche funzioni (memoria, linguaggio, ecc.).
Secondo lui, quando due strutture del cervello vengono attivate congiuntamente esse tendono a
rimanere regolarmente associate. L’uso continuo di un circuito nervoso coinvolto in una data
funzione, come ad esempio l’ascolto di una parola, diminuisce l’energia necessaria per eccitare
lo stesso circuito. Più frequente è la ripetizione di un compito, più stabili diventano le
associazioni tra le diverse aree corticali del cervello coinvolte nel compito. I circuiti nervosi
attivati con eccitazioni molto deboli venivano chiamati da Wernicke “immagini mnestiche”, per
differenziarle dalle impressioni vere e proprie e dai movimenti.
Wernicke propose anche di dividere l’intera superficie del cervello in due grandi settori di
differente significato funzionale: il cervello frontale e il cervello temporo – occipitale. Al
cervello frontale vennero attribuire le funzioni motorie, mentre al cervello temporo – occipitale
vennero attribuite le funzioni sensoriali.
Per Wernicke il linguaggio era un particolare tipo di movimento volontario, pertanto anche per il
linguaggio dovevano essere postulati dei centri sensoriali e dei centri motori, collegati tra loro
da vie nervose di connessione. Wernicke propose uno schema del linguaggio organizzato in:
- Vie uditive che dal nervo uditivo raggiungono la corteccia uditiva;
- Area di memoria delle immagini dei suoni delle parole (area sensoriale uditiva);
- Area che contiene la memoria delle immagini motorie delle parole (area di Broca);
- Fibre che collegano il centro delle immagini sensoriali delle parole al centro delle immagini
motorie delle parole;
Poiché a suo parere il linguaggio era organizzato in diversi centri collegati tramite specifiche vie
di comunicazione, Wernicke riteneva indispensabile ipotizzare l’esistenza di numerosi tipi di
afasia nei quali i disturbi del linguaggio erano funzione del luogo di interruzione di tali
collegamenti:
• Interruzione delle vie che vanno dal nervo uditivo all’area di memoria delle immagini dei
suoni delle parole: avrebbe provocato nell’adulto una sordità semplice senza afasia,
mentre nei bambini avrebbe determinato sordità e mutismo;

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• Lesione nella memoria delle immagini dei suoni delle parole: avrebbe provocato un’afasia
sensoriale. In questi pazienti l’udito sarebbe ancora stato integro, mentre si sarebbero
perdute le immagini sensoriali delle parole. Ciò significa che il paziente avrebbe mantenuto
la chiarezza dei concetti da esprimere, ma avendo perso la memoria delle immagini sonore
delle parole non sarebbe più stato capace di eseguire una corretta denominazione. Inoltre
non sarebbe riuscito a comprendere le parole, perché senza il ricordo delle immagini sonore i
suoni sarebbero stati per lui privi di significato, come durante l’ascolto di una lingua
straniera. In questo tipo di lesione non erano previsti disturbi motori associati, mentre si
sarebbero potuti presentare disturbi della scrittura e disturbi della lettura;
• Lesione delle vie che vanno dalla memoria delle immagini dei suoni alla memoria delle
immagini motorie della parola: le immagini sonore non sarebbero più riuscite ad innervare
il centro delle immagini motorie delle parole un paziente in questo modo colpito non sarebbe
stato in grado di ripetere parole, mentre sia l’espressione che la comprensione non
sarebbero state danneggiate gravemente. Il paziente, inoltre, avrebbe mantenuto la
consapevolezza di commettere errori nella produzione verbale, infine, potevano essere
presenti anche disturbi motori associati (emiplegia).
• Distruzione dell’area delle immagini motorie delle parole (area di Broca): il paziente
avrebbe presentato un’afasia motoria per cui la comprensione delle parole sarebbe stata
conservata, mentre la produzione si sarebbe limitata solo ad alcune parole che sarebbero
state usate in tutti i contesti. Il paziente avrebbe risposto a gesti ed eseguito correttamente
li ordine verbali. Sarebbe anche stato possibile osservare l’associazione di disturbi motori e
della scrittura.
Dopo la descrizione dei vari tipi di afasia, Wernicke, dato che aveva notato che finora non erano
ancora stati descritti casi clinici di afasia sensoriale, ritenne utile presentarne due. I contributi
di Wernicke allo studio dell’organizzazione cerebrale del linguaggio furono molto importante:
non soltanto propose uno schema di organizzazione del linguaggio, ma fece anche delle ipotesi
sui diversi tipi di afasia che potevano essere previsti in base al modello da lui suggeriti,
descrivendo anche uno di questi tipi di afasia: l’afasia sensoriale, che in suo onore viene oggi
chiamata afasia di Wernicke.

3. OSSERVAZIONE CLINICA E SEMEIOLOGIA AFASIOLOGICA NEL PAZIENTE ADULTO:


E’ molto più importante, sia sul piano metodologico sia su quello terapeutico, descrivere
accuratamente ciò che un paziente afasico è capace di fare e ciò che invece ha perso, piuttosto
che cercare di incasellarlo a tutti costi in categorie, che pur avendo spesso valore didattico,
ipersemplificano nella quasi totalità dei casi la realtà del singolo paziente. Infatti la valutazione
delle capacità residue e delle perdite specifiche delle funzioni linguistiche, unitamente a quella
delle condizioni neurologiche e neuropsicologiche del paziente, permettono di impostare in una
data fase della malattia la riabilitazione logopedica e di stabilire le tappe per la successiva
valutazione e per un’eventuale correzione del programma terapeutico.
Nella prima interazione con un paziente si deve quindi esplorarne i problemi linguistici senza
l’uso di test standardizzati. Si ritiene lecito sospettare un disturbo afasico del linguaggio in una
persona adulta quando questa improvvisamente perde la capacità di esprimersi e/o di
comprendere il linguaggio, oppure quando di colpo inizia a commettere numerosi errori mentre
parla. In genere queste persone presentano anche altri problemi neurologici associati, come
episodi singoli o ripetuti di perdita della coscienza, oppure problemi motori degli arti di destra o
di tipo sensoriale.
Già in questa fase bisogna porre attenzione alle alterazioni della quantità e della qualità
dell’eloquio. Le alterazioni quantitative comportano un aumento o una riduzione del ritmo di
produzione nell’unità tempo (es. numero di parole al minuto), rispetto a valori medi, tipici di
una data lingua. Nel primo caso si parla di eloquio fluente, nel secondo caso di eloquio ridotto.
Le alterazioni qualitative dell’eloquio comportano una serie di sintomi presenti in varia
associazione tra loro che possono riguardare il livello fonologico, il livello semantico o il livello
sintattico dando luogo ad agrammatismi (riduzione della produzione con tendenza ad usare
flessioni semplici come “io andare a casa”) o paragrammatismi (produzione fluente con
tendenza a sostituire morfemi grammaticali come “ti puoi alzare di andare a casa”). Le
principali alterazioni qualitative dell’eloquio vengono così descritte:
• Parafrasia fonemica: consiste nella sostituzione, trasposizione od omissione di uno o più
fonemi all’interno della parola che il paziente intende produrre. La produzione che ne deriva

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può essere una parola esistente, seppure inappropriata al contesto del discorso, come per
esempio “anca” al posto di “anche”, o una parola inesistente, come “vatolo” per “tavolo”,
che comunque spesso con l’aiuto del contesto è possibile riconoscere.
• Neologismo: quando le alterazioni della parola sono numerose si assiste alla produzione di
parole impossibili da riconoscere. La sequenza dei fonemi di queste non parole rispetta
tuttavia la struttura sillabica della lingua nella quale il paziente si esprime. Es. “ho visto un
varino sul catampo”.
• Parafrasia semantica: è una parola inappropriata al contesto, ma semanticamente collegata
alla parola target. Es. “per tagliare la bistecca uso il cucchiaio e la forchetta”.
• Parafrasia verbale: produzione di una parola inappropriata nel contesto del discorso e che
non ha alcuna somiglianza fonemica o relazione semantica con la parola target. Es. “sono
stato via per molto gatto”.
• Anomia: incapacità di reperire una parola durante compiti di denominazione o durante la
produzione verbale spontanea.
• Circonlocuzione: quando il paziente non riesce a reperire una parola a causa di un’anomia,
spesso sostituisce la parola che intende produrre con una frase che descrive l’oggetto da
denominare o la sua funzione. Es. orologio -> “oggetto con due lancette” o “serve per
leggere l’ora”.

• “Conduite d’approches”: produzione di variazioni fonemiche della parola bersaglio nel


tentativo di autocorregersi e avvicinarsi alla forma corretta della parola. Es. “pesso”,
“passino”, “passaggio”.
• Ecolalia: involontaria e incontrollabile tendenza del paziente a ripetere quanto
immediatamente espresso dall’interlocutore.
• Perseverazione: ripetizione involontaria di sillabe, parole o sintagmi. Es. “Ho mangiato la
minestra, poi ho bevuto una minestra e alla fine ho lavato la minestra.”
• Stereotipia: Uso ripetuto di parole o frasi.
• Agrammatismo: impoverimento della struttura sintattica della frase con la tendenza ad
usare le flessioni più semplici riguardanti ad esempio la desinenza dell’infinito dei verbi
dell’italiano. In particolare in italiano l’agrammatismo comporta l’omissione delle unità
minime del lessico come gli articoli, le preposizioni, le congiunzioni, i pronomi, gli aggettivi
dimostrativi o i possessivi. Ioltre l’agrammatismo si caratterizza per l’uso scorretto degli
affissi flessionali che porta a violazioni di concordanza tra articolo e sostantivo, “la papà”,
tra sostantivo e aggettivo, “cara amico”, e tra soggetto e verbo, “io mangia”. Nell’ambito di
questo stile di eloquio si può assistere ad espressioni nelle quali tutte le parole sono corrette
ma vengono prodotte nell’ordine sequenziale sbagliate, come “ci noi lavati siamo”.
• Paragrammatismo: uso errato di morfemi grammaticali, come la sostituzione di parole
grammaticali o errori nella scelta dei tempi, degli aspetti e delle persone verbali, che non
comportano riduzione di eloquio.
• Gergo fonemico o verbale: alterazione dell’eloquio che comporta l’impossibilità di
riconoscere molte parole per alterazioni sia fonemico, sia lessicale o sintattico.
• Difficoltà articolatorie o aprassia verbale.
Bisogna inoltre considerare che un paziente afasico presenta molto spesso deficit non
strettamente linguistici, in relazione alla sede e all’estensione della lesione. Tra i possibili
deficit non strettamente linguistici si elencano:
- Lentezza della comprensione e adattamento a richieste di cambiamenti espressa in
perseverazione, inabilità a creare idee nuove o iniziare spontaneamente un’attività
(esempio: paziente che rimane in attivo o persiste in un’attività finché non viene
stimolato esternamente).
- Riduzione dell’attenzione per aspetti diversi dallo stimolo.

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- Perdita di pensiero astratto, espressa nell’incapacità di associare e mettere in relazione
concetti o categorizzare stimoli o spiegare somiglianze tra stimoli, capire i significati dei
proverbi;
- Deficit mnestico, anche in forma sfumata.
- Diminuzione della disponibilità di strategie nella risoluzione di problemi.
Vanno inoltre considerati i sintomi che insorgono spesso in concomitanza con quelli afasici
perché legati a lesioni di strutture vicine o in parte sovrapposte a quelle che inducono afasia.
Tra questi:
• Aprassia gestuale: incapacità o difficoltà di eseguire su imitazione o comando verbale
movimenti complessi. L’aprassia si verifica di solito per lesioni all’emisfero sinistro e può
essere così grave da impedire al paziente di indicare oggetti o eseguire comandi motori. In
questi casi si può testare la comprensione uditiva con domande che prevedono risposte “sì –
no”.
• Aprassia costruttiva: deficit nel disegnare o copiare figure comunemente associato con
lesioni delle regioni cerebrali posteriori;
• Agnosia digitale: incapacità di collegare alle dita della propria mano il loro nome o indicare
su una figura di una mano il dito che è stato toccato dall’esaminatore sulla mano del
paziente. Di solito collegata alla lesione del giro angolare sinistro.

4. VALUTAZIONE FORMALE DEL LINGUAGGIO NEL SOGGETTO ADULTO MONOLINGUE: I


TEST STANDARDIZZATI:
Una precisa diagnosi di afasia deve basarsi su test standardizzati che prendano in considerazione
i molteplici piani delle lingue storico – naturali. Infatti, il linguaggio si può esprimere oralmente
o graficamente, ed è percepito per mezzo dell’udito o della scrittura. Inoltre, stimoli destinati
ad attivare il sistema linguistico possono essere presentati tramite modalità visiva, uditiva,
tattile o somatoestetica. Infine. La produzione linguistica può avere luogo verbalmente oppure
utilizzare il controllo motorio delle mani. Tutti questi aspetti sono esplorabili tramite prove che
valutano la produzione, la comprensione uditiva sia contestuale che non, la denominazione, la
ripetizione, la lettura e la scrittura.
Tutte queste prove, inoltre, possono esplorare uno o più livelli organizzativi del linguaggio:
• Il livello fonologico è esplorato in uscita in particolare tramite l’analisi della generazione dei
suoni e delle sillabe. E in uscita attraverso la discriminazione e l’identificazione di questi
suoni e delle parole formate a partire da essi. Questo livello può essere ulteriormente
scomposto in livello fonetico e livello fonemico. Il primo riguarda la relazione tra la
configurazione fisica dell’apparato articolatorio e la precisa qualità del corrispondente suono
linguistico. I deficit articolatori a livello fonetico causano una sbagliata corrispondenza tra
gesto articolatorio e suono target, per cui i pazienti emettono suoni non accurati e il loro
deficit risiede nel controllo della coordinazione motoria. Il secondo riguarda gli attributi dei
suoni del linguaggio che sono critici per determinare il significato. Gli errori in produzione a
livello fonemico consistono nell’errata locazione del suono o della sillaba che si vuole
emettere.
• Il livello semantico è esplorato tramite l’analisi delle abilità di comprendere, scegliere e
produrre parola con funzione semantica, dette anche parole contenuto. L’accesso al lessico
viene valutato attraverso parole di denominazione su confronto visivo ma anche tramite
eloquio spontaneo. Questo genere di deficit può selettivamente essere presente in
comprensione o produzione.
• Le alterazioni sintattiche, se presenti, possono essere evidenti già dall’analisi dell’eloquio
spontaneo che potrebbe evidenziare deficit nella produzione di unità sintatticamente
organizzate. Nei casi più evidenti il paziente può arrivare ad omettere le parole con funzione
grammaticale mentre usa correttamente parole di classe aperta. Questi deficit possono
emergere anche sul versante della comprensione.
I test standardizzati si basano quindi su un numero e una varietà di prove che possono esplorare i
vari livelli organizzativi del linguaggio. E sono importanti per almeno tre motivi: 1) consentono

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di poter confrontare le prestazioni in diversi tipi di compiti che però possono essere di diverso
grado di difficoltà. Per poter fare questo genere di confronto sono necessari valori normativi che
indichino quali punteggi nei compiti presi in considerazione possono essere considerati allo
stesso deficit; 2) consentono paragoni tra pazienti diversi, in contesti diversi e addirittura di
lingue differenti; 3)consentono il paragone quantitativo del deficit nello stesso paziente a diversi
intervalli temporali dall’evento lesivo che ha generato il deficit. Tale paragone è decisivo per
valutare l’effetto del recupero sia spontaneo che guidato da procedure riabilitative.
A partire dagli anni ’40 sono stati messi a punto dei test psicometrici per la descrizione e la
misurazione delle capacità linguistiche residue nei pazienti afasici. Nel 1991 Luzzati e colleghi
hanno adattato alla lingua italiana un test per lo studio dell’afasia messo a punto pressa la
Clinica neurologica dell’Università di Aquisgrana: l’AAT che, adattato a numerose lingue
europee, si sta avviando a diventare il test clinico più utilizzato per la valutazione dei disturbi
del linguaggio nell’afasia dei pazienti adulti. L’AAT è composto da sei sezioni che valutano sei
aspetti delle funzioni linguistiche:
1) Il linguaggio spontaneo: l’esaminatore intrattiene con il paziente una conversazione della
durata di dieci minuti. La conversazione viene registrata e trascritta. In seguito vengono
assegnati dei punteggi riferiti ad alcuni aspetti essenziali del linguaggio spontaneo del
paziente: il comportamento comunicativo, l’articolazione, la prosodia, il linguaggio
automatico, la coerenza semantica, la struttura sintattica e quella fonemica. Per ciascuna di
queste caratteristiche viene assegnato un punteggio da 0 a 5. Inoltre, l’analisi dell’eloquio
spontaneo consente di valutare se il linguaggio è non fluente o fluente.
2) La comprensione viene valutata sia contestualmente, chiedendo la comprensione di parole
o frasi pronunciate dall’esaminatore o presentate per iscritto, sia acontestualmente,
tramite appositi test nei quali il contesto extralinguistico è molto ridotto. Il più noto e usato
test di comprensione acontestuale è il cosiddetto Token test: l’esaminatore chiede al
paziente di prendere o toccare alcuni gettoni con determinate caratteristiche dimensionali,
formali, o cromatiche. La complessità del test è crescente nel senso che si passa da comandi
linguisticamente semplici a comandi più complessi. Alla fine viene contato il numero di prove
che il paziente ha sbagliato, valutando così la sua comprensione.
3) La capacità di ripetizione: viene misurata la capacità di ripetere suoni isolati, parole
bisillabiche con diversa complessità articolatoria, prestiti italiani di parole straniere, parole
composte, sintagmi e frasi di varia complessità.
4) Il linguaggio scritto: il paziente deve leggere ad alta voce delle parole e quindi delle brevi
frasi, poi viene sottoposto a due prove di scrittura sotto dettatura.
5) La denominazione: è composta da quattro prove di 10 stimoli ciascuna. Nella prima il
paziente deve dire il nome di semplici oggetti rappresentati in figure nelle a seconda deve
denominare colori, nella terza deve denominare oggetti con nomi composti, e nella quarta
deve formulare una frase completa per descrivere delle figure che gli vengono mostrate.
6) La comprensione: il paziente è sottoposto a quattro prove di comprensione, ciascuna
composta da dieci stimoli. Viene prima esaminata la comprensione orale di parole isolate,
quindi di frasi e infine di parole e di frasi scritte.
La durata del test è di circa 90 minuti. L’AAT risulta obiettivo e sistematico, oltre che chiaro e
relativamente semplice da utilizzare. Esso permette di classificare i pazienti all’interno di una
determinata sindrome. Infatti, una volta ottenuti i risultati delle prove essi possono essere
inseriti in un sistema computerizzato il quale, in base ad un programma statistico, fornisce
automaticamente la gravità di deficit per ognuna delle sezioni del test, indicando se il paziente
ha un’afasia e, nel caso, che tipo di afasia. Se i deficit linguistici del paziente non sono
inquadrabili in un determinato tipo di afasia gli viene attribuita un’afasia non classificabile.
Per essere classificati come afasici i problemi linguistici, ricettivi o espressivi che siano, non
devono poter essere imputabili a cause periferiche quali, ad esempio, lesioni della lingua,
faringe, laringe, o ad alterazioni del controllo motorio degli apparati fonoarticolatori o delle
differenze acustiche.

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CAPITOLO 5: IL DISFARSI DELLE LINGUE II: LA NEUROLINGUISTICA
CLINICA
1. CLASSIFICAZIONE SINDROMICA DELL’AFASIA:
Numerosi neurologi si sono dedicati alla classificazione e alla descrizione dei diversi tipi di afasia
in relazione alle lesioni del cervello che le determinavano. Una delle classificazioni più
sistematiche fu proposta nel 1885 da Ludwig Lichteim, che ipotizzò un centro delle immagini
uditive dove risiedevano le memorie uditive delle parole, di un centro dei concetti e di un
centro delle immagini motorie dove risiedevano le memorie motorie dei movimenti coordinati
per la produzione delle parole.
Dalla periferia uditiva le impressioni acustiche giungevano alla corteccia uditiva, cioè il centro
delle immagini uditive, ma per la comprensione dei suoni doveva stabilirsi un’ulteriore
connessione tra il centro uditivo e il centro dei concetti. Secondo Lichteim la produzione del
linguaggio volontario iniziava quando il centro dei concetti inviava informazioni al centro delle
immagini motorie, da dove gli impulsi nervosi venivano poi inviati agli organi del linguaggio.
Questa organizzazione permetteva anche di fare delle ipotesi sui tipi di afasia che potevano
colpire un paziente e in base ad essa vennero previsti i seguenti tipi di afasia:
• L’afasia di Broca, dovuta a una lesione focalizzata nell’area di Broca, ossia il centro delle
immagini motorie;
• L’afasia di Wernicke, dovuta a una lesione nell’area di Wernicke, cioè il centro delle
immagini uditive;
• L’afasia di conduzione, dovuta a una lesione delle fibre di connessione fra l’area di
Wernicke e l’area di Broca;
• L’afasia transcorticale motoria, dovuta a una lesione delle strutture interposte tra il centro
dei concetti e l’area di Broca;
• L’afasia transcorticale sensoriale, dovuta a una lesione delle strutture interposte tra il
centro dei concetti e l’area di Wernicke.
Negli anni ’70 alcuni afasiologi statunitensi proposero una versione più aggiornata ma
sostanzialmente simile a questo modello classificatorio – predittivo delle afasie, che ebbe
un’ampia diffusione in ambito clinico. Le 8 sindromi descritte classicamente vengono
raggruppate sulla base delle alterazioni qualitative: l’eloquio è ridotto nelle prime quattro,
mentre è fluente elle seconde quattro:
• Afasia globale: è la forma clinica più grave, il paziente presenta un eloquio molto stentato e
in alcuni casi è totalmente assente, con una comprensione molto compromessa. La lesione
che provoca questo tipo di afasia generalmente coinvolge la maggior parte delle aree del
linguaggio dell’emisfero sinistro. All’afasia può associarsi una paralisi degli arti di destra e la
perdita della vista dell’occhio destro.
• Afasia di Broca: l’espressione verbale dei pazienti è molto stentata. La principale
caratteristica di questa sindrome è l’agrammatismo. La comprensione verbale è buona, ma ci
sono spesso difficoltà nella comprensione di frasi grammaticali complesse. La ripetizione di
parole è molto limitata. Questi pazienti presentano solitamente una lesione circoscritta
nell’area di Broca e la loro sindrome si associa spesso alla paralisi del lato destro del corpo;
• Afasia transcorticale motoria: l’eloquio spontaneo è ridotto, caratterizzato da difficoltà di
inizio del discorso. Anche la ripetizione è compromessa. All’origine di questa sindrome
potrebbe non esserci un deficit esclusivamente linguistico poiché molti compiti vengono
eseguiti correttamente in seguito a stimolazione visiva. Il paziente non presenta difficoltà di
denominazione e comprensione. La lesione interrompe le comunicazione tra l’area di Broca e
le altre strutture frontali. Spesso è presente una paralisi dell’area destra del corpo.
• Afasia transcorticale mista: è detta anche sindrome da isolamento delle aree del linguaggio.
E’ una forma clinica molto rara e grave. Il paziente non presenta eloquio spontaneo, non
comprende ma è in grado di ripetere. Questa sindrome è in genere prodotta da gravi
avvelenamenti di ossido di carbonio che distruggono aree corticali che circondano le
strutture corticali del linguaggio.
• Afasia di Wernicke: l’espressione verbale di questi pazienti è fluente ma con numerose
parafasie fonemiche, neologismi e gravi alterazioni della produzione. La denominazione è
molto compromessa e la comprensione verbale e la ripetizione sono molto deficitarie. La

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lesione che provoca questa sindrome afasica colpisce in genere l’area di Wernicke e si
associa frequentemente ad una cecità dell’emicampo visivo destro.
• Afasia di conduzione: in questo tipo di afasia i pazienti presentano un eloquio fluente con
parafasie fonemiche. La comprensione uditiva è buona, mentre la ripetizione è
particolarmente compromessa. La sede della lesione interessa in genere le fibre che mettono
in comunicazione le aree frontali del linguaggio con quelle temporali.
• Afasia transcorticale sensoriale: i pazienti con questa forma di afasia presentano un eloquio
fluente, con deficit fonemici e semantici e gravi deficit di denominazione (anomie). La
comprensione uditiva è compromessa, mentre la ripetizione è relativamente conservata.
• Afasia anomica o amnestica: eloquio spontaneo fluente, ma informativo e
grammaticalmente corretto. La comprensione e la ripetizione sono generalmente
conservate. L’espressione è ostacolata dalla frequente incapacità di reperire le parole
(anomia). L’estensione della lesione è in genere più limitata e di minore gravità rispetto
all’afasia transcorticale sensoriale.

2. FORME SPECIALI DI AFASIA:


Afasie e cervello poliglotta:
per bilingui si intendono le persone che nella loro vita utilizzano due o più lingue, oppure due o
più dialetti. In ambito neurolinguistico non vengono fatte distinzioni tra lingue dialetti, poiché
tale distinzione è più di natura politica che scientifica. Una caratteristica comune alla
maggioranza dei soggetti bilingui è il differente livello di conoscenza delle lingue che essi
utilizzano.
Importante per la neurolinguistica è conoscere se le diverse lingue che un soggetto bilingue
utilizza sono rappresentate nelle stesse strutture cerebrali o sono invece rappresentate in
strutture cerebrali differenti.
- Modalità di recupero dall’afasia in soggetti afasici bilingui: il recupero parallelo farebbe
presupporre
una comunanza dei substrati rappresentazionali delle lingue. Sono però state descritte altre
modalità di recupero: a) recupero selettivo, quando soltanto una lingua recupera mentre l’altra
non presenta nessun miglioramento; b) recupero successivo, quando si assiste al miglioramento
di una lingua e soltanto successivamente delle altre; c) recupero antagonistico, quando al
miglioramento delle prestazioni in una lingua corrisponde il peggioramento delle prestazioni in
un’altra.
Nessuna ipotesi è per ora in grado di spiegare perché esistano diverse modalità di recupero delle
lingue negli afasici bilingui. Tra le variabili che influenzano tale proteiformità del recupero sono
chiamate in gioco l’età di acquisizione, la competenza in una data forma e l’estensione della
lesione. Studi recenti hanno sostenuto che l’età di acquisizione delle lingue e la loro modalità
di utilizzazione possano determinare una differente rappresentazione nei diversi sistemi della
memoria. In particolare quando la seconda lingua viene appresa e utilizzata prevalentemente in
un ambiente scolastico essa sembra avere una minore rappresentazione in alcune strutture
sottocorticali rispetto alla prima lingua.
Questa ipotesi è stata confermata dall’analisi di due pazienti con afasia: entrambi i pazienti
presentavano una maggiore compromissione delle componenti grammaticali della prima lingua
rispetto alla seconda. Queste ricerche sembrano quindi confermare l’ipotesi che le strutture
grammaticali della prima lingua, utilizzati in maniera automatica, siano rappresentate nei
sistemi della memoria procedurale, mentre le strutture grammaticali di una seconda lingua,
apprese con strategie consapevoli, abbiano una maggiore rappresentazione nei sistemi della
memoria dichiarativa.
- Le reazioni afasiche nei poliglotti sono i disturbi del linguaggio caratteristici dei
poliglotti. Un sintomo
tipico delle reazioni afasiche è lo switching, ovvero il passaggio più o meno frequente da una
lingua all’altra. Un altro disturbo tipico è il mixing, ovvero il mescolamento di due o più lingue
all’interno della stessa frase. Comportamenti di commutazione e mescolamento delle lingue
sono normalmente presenti anche nei soggetti bilingui normali; questi episodi sono considerati
patologici quando il paziente afasico li produce con un interlocutore che non è in grado di
comprendere una o più delle lingue utilizzate. Alcuni studi clinici suggeriscono che lo switching

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patologico sia conseguente a lesioni localizzate nei lobi frontali, mentre i fenomeni di mixing
patologico sarebbero in genere dovuti a lesioni nelle aree posteriori dell’emisfero sinistro.
Gli afasici bilingui possono presentare anche disturbi nella traduzione. Uno dei fenomeni
patologici più tipici è l’incapacità di tradurre, che può essere sia in tutte le direzioni, che in
una direzione sola. Alcuni pazienti possono presentare il fenomeno della traduzione spontanea,
cioè la tendenza compulsiva a tradurre le espressioni prodotte in una o più lingue. Altri sono in
grado di tradurre parole o frasi in una seconda lingua senza comprendere il significato di ciò che
stanno traducendo, è questo il fenomeno della traduzione senza comprensione. Altri ancora
possono presentare il fenomeno della traduzione paradossa: sono cioè in grado di tradurre verso
la lingua nella quale non sono in grado di parlare.
- L’esame standardizzato dell’afasia dei bilingui: nei bilingui diventati afasici la necessità
di valutare
deficit linguistici con criteri obiettivi è ancora più importante, perché se si vuole stabilire il
grado di compromissione di una lingua rispetto all’altra è necessario valutare entrambe le lingue
in maniera comparabile. A questo proposito Michel Paradis iniziò un progetto internazionale per
la preparazione di un adeguato test per lo studio delle afasie nei bilingui. La versione originale
del test fu preparata per studiare l’afasia nei bilingui inglese – francese, ma sin dall’inizio
l’architettura delle prove venne ideata così da essere applicata alle più svariate lingue del
mondo: il test per lo studio dell’afasia nei bilingui, il BAT, che si divide in tre parti: A, B e C.
Parte A: è una parte molto generale nella quale si raccolgono tutte le informazioni necessarie
per valutare la storia linguistica del paziente e della sua famiglia. Questa parte è comune, non
c’è differenzazione rispetto alle lingue conosciute.
Parte B: in questa parte si analizzano le prestazioni linguistiche nelle varie componenti del
linguaggio solo in una lingua, perciò il paziente deve essere sottoposto ad una parte B per ogni
lingua che conosce.
Parte C: questa parte studia le capacità di traduzione da una lingua all’altra e u giudizi
grammaticali su frasi che contengono elementi grammaticali dell’altra lingua. Se il paziente è
bilingue verrà sottoposto ad un’unica parte C, per poterne valutare la capacità di traduzione
dalla prima lingua verso la seconda (L1 -> L2) e viceversa (L2 -> L1), se invece il paziente è
trilingue egli dovrà essere sottoposto a tre parti.
Nella valutazione degli afasici multilingui è necessario osservare alcune precauzioni
metodologiche: ogni lingua dovrebbe essere valutata in giorni diversi; dovrebbero essere
accuratamente descritte le abitudini del paziente a commutare (switching) e mescolare (mixing)
le due lingue prima della lesione; se il paziente presenta numerosi fenomeni di mixing e
switching patologici la valutazione della prima lingua dovrebbe essere effettuata da una persona
che conosce solo tale lingua, così anche per la seconda lingua; la valutazione della capacità di
traduzione, invece, dovrebbe essere effettuata da una persona che conosce entrambe le lingue;
il test può essere somministrato anche da una persona che non ha nessuna conoscenza
neurologa, ad esempio da un parente dal paziente o da chiunque conosca la lingua da
esaminate. In questo caso l’esaminatore presenta le probe al paziente e registra le risposte su
appositi formulari senza dover dare giudizi personali; la valutazione dei risultati avviene in un
secondo tempo. Ci sono due livelli di valutazione del BAT:
1) Un livello immediato nel quale vengono valutate le risposte tramite un sistema
computerizzato che fornisce un’immediata visualizzazione delle residue capacità
linguistiche del paziente nelle rispettive lingue e nei processi di traduzione.
2) Un secondo livello più complesso nel quale viene eseguita un’analisi neurolinguistica di tutte
le prove, così da ottenere dati quantitativi sulle prestazioni linguistiche del paziente nelle
varie lingue. Nonché sul tipo e la qualità di errori commessi.

Afasia nel linguaggio dei segni:


Pur non utilizzando il canale uditivo – vocale le lingue dei segni presentano fortissime analogie
con le lingue storico – naturali: anch’esse presentano una doppia articolazione, sono codici
creativi e il loro sviluppo sincronico e diacronico è socialmente influenzato. Infine, lesioni
cerebrali dell’emisfero sinistro inducono afasie dei segni che ricordano quelle indotte da lesioni
analoghe in soggetti che usano le lingue storico – naturali. Lesioni delle strutture frontali
provocano disturbi gestuali che sul piano quantitativo corrispondono alla riduzione dell’eloquio e
su quello qualitativo all’agrammatismo descritto negli afasici di Broca.

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Afasia crociata:
L’afasia crociata si riferisce alle afasie in pazienti destrimani con lesione nell’emisfero destro.
E’ molto rara, quando il danno è localizzato nell’emisfero destro di una persona destrimane ed è
presente afasia si deve dedurre che l linguaggio è strutturalmente basato sull’emisfero destro.

Afasia nei mancini:


La dominanza emisferica sinistra è più frequente per i destrimani, mentre la dominanza
emisferica destra è meno frequente per i mancini. Anche nei mancini, quindi l’afasia consegue
soprattutto a lesioni emisferiche sinistre. Va comunque sottolineato che tipicamente l’afasia nei
mancini è meno grave che nei destrimani (indipendentemente dall’emisfero danneggiato) e
generalmente il recupero è maggiore e più veloce.

Afasia nella demenza:


I deficit linguistici nella demenza sono distinti dalle sindromi afasiche conseguenti a lesioni
emisferiche focali. I deficit linguistici possono variare molto in base al tipo di demenza, tuttavia
si tratta sempre di alterazioni linguistiche che si trovano in tutti i tipi di demenza, che
includono:
1) Incoerenza nella produzione linguistica probabilmente secondaria ad altri deficit cognitivi;
2) Riduzione della disponibilità lessicale manifestata da deficit in denominazione;
3) Semplificazione della sintassi;
4) Perseverazioni;
5) Ecolalia;
6) Introduzione di frasi improbabili;
7) Tangenzialità;
8) Tendenza dei deficit ad aumentare nel corso di conversazioni lunghe.
I deficit, inoltre, sono fortemente influenzati da una combinazione di fattori non linguistici come
ad esempio il disturbo di memoria, problemi di elaborazione delle informazioni e ridotto span
attentivo.
Afasia nelle demenze multiinfartuali: in pazienti con demenza dovuta a ripetute lesioni
infartuali nelle aree del linguaggio si può osservare afasia sia improvvisa che lentamente
ingravescente. Il tipo più comune è l’afasia anomica. Il deficit può apparire inizialmente più
grave di quello che è in realtà perché i pazienti possono migliorare se opportunamente stimolati.
I deficit di comprensione uditiva e scrittura sono abbastanza gravi. Altre caratteristiche sono
ecolalia e perseverazioni.
Afasia in Alzheimer: il quadro iniziale ricorda frequentemente un’afasia anomica, col
progredire dei disturbi invece il quadro ricorda l’afasia di Wernicke. L’agrafia è frequente e la
caratteristica principale è la difficoltà nel recupero delle parole e l’incapacità di comprendere il
linguaggio scritto e orale, insieme alla presenza di perseverazioni ed ecolalia.

3. IL LINGUAGGIO OLTRE IL LINGUAGGIO: LA PRAGMATICA E I SUOI DISTURBI:


Il linguaggio verbale, inteso come codice generale per la competenza linguistica, è necessario
ma non sufficiente per consentire l’efficace comunicazione che ha luogo in normali condizioni di
interazione linguistica. Nell’ambito comunicativo è infatti molto importante il concetto di
enunciato, che non è necessariamente coincidente con la frase. Per comprendere un enunciato
le informazioni veicolate dal puro codice linguistico possono non essere sufficienti, ma devono
essere integrate da informazioni provenienti dal contesto. Il contesto è dunque un elemento
indispensabile perché l’informazione linguistica è in genere sotto determinata, cioè non veicola
tutti i possibili significati, anzi in alcune circostanze potrebbe fornire indicazioni ambigue. La
comunicazione p quindi costituita da una parte grammaticale in senso stretto (codice linguistico)
e da una parte contestuale.

La pragmatica della comunicazione:


La pragmatica è la branca della linguistica che si occupa di descrivere e comprendere una serie
di fenomeni che sono accomunati dal fatto che l’informazione di cui sono portatori è
inferenzialmente combinata con il materiale linguistico. I fenomeni pragmatici si possono
suddividere in due gruppi: quelli che sono più strettamente legati al linguaggio e quelli che
invece sono più legati al comportamento in generale. Al primo tipo appartengono la metafora,

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l’ironia, l’ambiguità lessicale, la presupposizione, gli atti linguistici e l’inferenza. Al secondo
tipo appartengono fenomeni come il cambiamento di codice linguistico, le espressioni di
cortesia, il rispetto dei turni conversazionali e la comunicazione non verbale.
→ Metafora: comporta una ricostruzione plausibile dell’intenzione comunicativa tramite
inferenza di caratteristiche che si addicono, al di là del significato letterale, all’intenzione di
indicar un tratto del carattere del soggetto di cui si sta parlando. Es. “quell’uomo è una
tigre”.
→ Inferenza: processo di integrazione di risorse linguistiche e contestuali attraverso il quale
possono essere derivate nuove informazioni non esplicitate nel testo, e viene veicolato il
significato voluto.
→ Ironia e sarcasmo: si basano spesso su un’interpretazione esattamente opposta al significato
puramente linguistico di quello che si dice.
→ Presupposizione: quando una determinata frase comunica implicitamente anche un altro
significato, che è il presupposto della frase pronunciata.
→ Cambiamento di codice linguistico: ad esempio, nei poliglotti la scelta della lingua d’uso in
un determinato contesto. E’ indice di competenza grammatica scegliere in ciascuna
circostanza la lingua condivisa da tutti gli interlocutori.
→ Uso e interpretazione di formule di cortesia, espressioni di scuse, gratitudine e
complimenti: differiscono nelle varie culture, per esempio se si dice a un marocchino “mi
piace la tua cravatta” si corre il rischio di farlo sentire in obbligo di regalarla, anziché
semplicemente rispondere con “Grazie”.
Le capacità pragmatiche consentono di inferire il significato della comunicazione verbale
utilizzando indizi non linguistici che il parlante fornisce in modo a volte del tutto inconsapevole.

Disturbi della pragmatica in pazienti cerebrolesi:


La stragrande maggioranza degli studi afasiologici ha riguardato le alterazioni strettamente
linguistiche dimostrando che l’afasia consegue a lesioni corticali e sottocorticali dell’emisfero
sinistro. Solo in epoca più recente sono stati presi in considerazione i deficit della
comunicazione verbale conseguenti a lesioni dell’emisfero destro. Questi disturbi
determinano talvolta una compromissione molto grave della comunicazione, anche se in
apparenza il paziente non sembra presentare alcun problema nell’espressione e comprensione
verbale.
E’ stato visto che le lesioni dell’emisfero destro possono compromettere in maniera rilevanti
alcune componenti non linguistiche della comunicazione verbale, come la prosodia affettiva,
cioè l’intonazione della voce durante l’espressione verbale. Tra gli altri disturbi pragmatici
conseguenti a lesioni dell’emisfero destro viene annoverata anche la difficoltà o incapacità di
formulare e comprendere anafore, metafore, atti linguistici indirette e osservazioni
sarcastiche. Alcuni studi neuropsicologici suggeriscono inoltre che i cerebrolesi destri
presentano disturbi della capacità di comprendere la morale o le parti essenziali di testi e
discorsi. In particolare questi pazienti hanno mostrato problemi nell’organizzare la coerenza e
la coesione logica dei discorsi, nel rilevare il senso di richieste linguistiche indirette, nel
comprendere lo humor. Disfunzioni comunicative simili a quelle dei cerebrolesi destre sono
riscontrate anche in patologie che non necessariamente comportano un ritardo mentale né
disturbi del linguaggio letterale, come l’autismo o la schizofrenia. Dissociazioni tra capacità
linguistiche e pragmatiche sono state riportate anche in fruitori di linguaggio dei segni.

4. I PROCESSI DI LETTURA, SCRITTURA E CALCOLO IN ETA’ ADULTA:


Capacità come leggere, scrivere e fare calcoli sono molto recenti sul piano filogenetico. Si tratta
di abilità complesse e solo in parte legate al linguaggio.

Lettura:
La capacità di leggere stringhe di lettere richiede la traduzione di un codice visivo (ortografico)
in uno uditivo (fonologico) che diventa semanticamente significante se corrisponde a una parola
nota.
Un modello neuropsicologico molto accreditato per la spiegazione dei processi di lettura è del
modello a doppio via. In esso si assume l’esistenza di:
- Una via semantico – lessicale basata sulla relazione diretta tra sistema semantico,
accesso ortografico e uscita fonologica;

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- Una via non lessicale che si basa su
regole di conversione grafema – fonema.
La lettura e la pronuncia di parole familiare
avviene attraverso il primo sistema nel quale la
sequenza di lettere che forma la parola è
analizzata in un sistema di rappresentazione
astratta delle lettere ed è inviata attraverso
l’ingresso ortografico al sistema semantico nel
quale la parola è rappresentata. Da qui si accede
al sisma fonologico di uscita che consente di
organizzare la produzione orale della parola.
Le parole nuove o non familiari non sono
rappresentate nel lessico. Tuttavia, un
normolettore può leggerle e leggere addirittura
parole inesistenti. Questa capacità si basa sull’utilizzo delle procedure di conversione grafema –
fonema. E’ a questo proposito importante notare che le ortografie alfabetiche possono essere
classificate sulla base di corrispondenza grafema – fonema in trasparenti (o superficiali) e
opache (o profonde) in cui alcune lettere hanno più di un suono e alcuni fonemi possono essere
scritti in più modi.

Sulla base dei modelli a doppio via, sono stati descritti tre principali tipi di alterazione dei
processi di lettura:
1) Dislessia profonda: è caratterizzata da errori semantici, per cui si leggere albero anziché
arbusto, e dal fatto che i nomi vengono letti più facilmente dei verbi. Inoltre, vengono
commessi errori visivi, per cui ad esempio si legge “cane” per “pane”, o derivazionali, per
cui si legge “divertimento” per “”divertire”. Altro sintomo rilevante è l’incapacità di leggere
le non – parole. E’ stato ipotizzati che il disturbo emerga da alterazioni di entrambe le
componenti del sistema di lettura.
2) Dislessia superficiale: la via non lessicale è conservata, mentre quella lessicale – semantica
è danneggiata. Questi pazienti leggono correttamente le non – parole e le parole con
ortografia regolare. Essi avranno difficoltà, in lingue dall’ortografia opaca, nel giudicare se
due parole irregolari abbiano la stessa pronuncia e nel comprendere omofoni non omografi.
Nelle lingue con ortografia trasparente questa forma di dislessia è difficile da dimostrare
perché in genere gli omofoni sono anche omografi e le possibilità di errore in prove di
comprensione sono quindi limitate. L’errore si spiega con il fatto che in questi pazienti
l’unica possibilità di comprensione della parola è legata alla forma fonologica derivata dal
meccanismo di conversione grafema – fonema. Nel caso di parole con ortografia irregolare, in
prove di lettura i pazienti compiono errori di regolarizzazione.
3) Dislessia fonologica: relativamente rara, consegue ad un deficit specifico della via non
lessicale. Ne risulta un deficit specifico nella lettura delle non – parole e delle parole
sconosciute, conservando comunque la capacità di leggere le parole conosciute.

La scrittura:
La scrittura è un’abilità che non solo richiede la capacità di organizzare in sequenza una serie di
movimenti fini, ma anche l’interazione tra controllo motorio, integrazione visuo – spaziale e
cinestesica e il sistema neurofunzionale del linguaggio. Le abilità di scrittura possono essere
compromesse in persone con lesioni cerebrali. I casi di disgrafia pura, cioè non spiegabili sulla
base di deficit di controllo motorio, linguaggio o prassia, sono decisamente rari. In analogia col
modello a due vie postulato per la lettura si distinguono:
1) Disgrafia profonda: il danno della via non lessicale comporta difficoltà di scrittura delle non
– parole e il danno della via lessicale comporta il verificarsi di paragrafie semantiche
(sostituire una parola con una parola semanticamente connessa). In questi pazienti sono
presenti errori di scrittura che riflettono l’effetto concretezza, per cui si hanno maggiori
difficoltà nello scrivere parole astratte, e l’effetto classe grammaticale. Per cui si hanno
maggiori difficoltà nello scrivere i verbi rispetto ai nomi.

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2) Disgrafia superficiale: rifletto un danno selettivo alla via lessicale. Rimane quindi intatta la
capacità di scrivere non – parole e parole regolari. Nelle lingue ad ortografia trasparente, la
sindrome non è praticamente dimostrabile perché quasi tutte le parole possono essere
scritte utilizzando meccanismi di conversione sub lessicale.
3) Disgrafia fonologica: derivante dal danno delle procedure non lessicali di scrittura. In questi
pazienti la scrittura di non – parole è specificamente danneggiata. La scrittura di parole
conosciute è possibile nei casi in cui vengono comprese. Solo così è infatti possibile attivare
la rappresentazione della parola nel lessico ortografico di uscita.

Calcolo:
La capacità di utilizzare i numeri e il calcolo è indispensabile per svolgere normalmente molte
attività fondamentali della vita quotidiana. Si tratta di capacità complesse che richiedono
l’integrità di vari sistemi cognitivi che includono oltre al linguaggio anche la memoria, la
percezione e la rappresentazione dello spazio e del corpo e le funzioni esecutive.
Le rappresentazioni numeriche implicano l’uso di un sistema di simboli che è costituito da due
sottosistemi: uno logografico, per la scrittura e la lettura dei numeri arabi da 0 a 9, e uno
fonografico, perla denominazione dei numeri. Ogni operazione aritmetica richiede la messa in
gioco di un analizzatore numerico e di un sistema di calcolo, ed è inoltre necessario
distinguere tra la comprensione e la produzione dei numeri, e per ciascuno di questi due
processi considerare un doppio codice verbale (cinquecentoventiquattro) e numerico(524) e
una doppia analisi lessicale (comprensione e produzione dei singoli elementi del numero) e
sintattica (elaborazione della relazione tra i vari elementi che compongono il numero).
Un modello molto noto postula tre capacità fondamentali del sistema di calcolo:
- La comprensione del numero;
- La produzione del numero;
- L’elaborazione delle procedure matematiche.
Nel calcolo è inoltre necessario il riconoscimento dei simboli aritmetici, come la comprensione,
la memorizzazione e l’esecuzione dei fatti aritmetici (come le tabelline) e le procedure
aritmetiche. I fatti aritmetici sono recuperati dal sistema semantico in maniera indipendente
dalle procedure di calcolo.
Gli studi su larga scala volti a valutare le abilità di calcolo in soggetti normali non sono molti. I
risultati di alcune batterie testisti che sono state sottoposte possono essere così riassunti:
a) Le abilità di calcolo variano molto nella popolazione normale e anche semplici fatti
aritmetici possono non essere padroneggiati da una certa percentuale di individui normali
anche con alto livello di istruzione generale;
b) L’età ha molto meno effetto dell’istruzione: le capacità di calcolo non sembrano variare tra i
20 e i 69 anni, ma sono assai inferiori negli illetterati rispetto alle persone istruite;
c) Vi è un forte effetto di genere a favore dei aschi che emerge soprattutto quando si
considerano gli individui con capacità di calcolo 3 o 4 deviazioni standard sopra la media. Il
vantaggio dei maschi è quasi nullo nelle scuole elementari e medie ma diventa netto al liceo
e all’università, è come se emergesse nei calcoli più complessi.

Disturbi di calcolo dopo lesioni cerebrali:


poiché le abilità matematiche si basano su un grande numero di abilità cognitive i disturbi del
calcolo possono conseguire ad una grande varietà di lesioni cerebrali. Con il termine acalculia, o
discalculia acquisita, ci si riferisce ai disturbi del calcolo conseguenti a lesioni cerebrali. Il
termine discalculia evolutiva indica i deficit della capacità di acquisire le capacità necessarie al
calcolo.
Una prima distinzione è quella tra acalculia primaria, o pura, che corrisponde alla perdita dei
concetti numerici e all’incapacità di eseguire operazioni aritmetiche, e acalculia secondaria che
si riferisce a difetti di calcolo conseguenti ad altri difetti cognitivi.
Una classificazione delle acalculie si deve a Hecaen, Angelergues e Houillier, che ne distinsero
tre tipi principali:
1) Anaritmetria: corrisponde all’acalculia primaria e si riferisce alle difficoltà nelle
fondamentali operazioni aritmetiche, all’incapacità di comprendere le quantità e di usare le
regole sintattiche del calcolo, e a disturbi di comprensione dei segni numerici. I pazienti
possono essere capaci di contare ad alta voce ed effettuare operazioni numeriche

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automatizzate, come ricordare le tabelline. Il disturbo è in genere presente sia in modalità
scritta che orale. Questo disturbo sembra associato a lesione della regione temporo-parieto-
occipitale dell’emisfero sinistro e in particolare del giro angolare.
2) Alessia e agrafia per i numeri: i pazienti non possono leggere e scrivere i numeri presentati
nell’emicampo sinistro ma possono scrivere spontaneamente e sotto dettatura. Il calcolo
mentale è in genere meno compromesso. Questa sindrome si associa a lesioni della corteccia
visiva sinistra o della connessione tra la corteccia visiva sinistra e il giro angolare sinistro.
3) Acalculia spaziale: nelle prove di calcolo complesso i pazienti allineano le cifre in modo
errato. Gli errori sono caratterizzati dalla difficoltà nell’elaborare l’informazione contenuta
nella metà sinistra dello stimolo. Quest’ultima forma è stata considerata conseguente ad un
deficit di analisi visuo – spaziale e si associa a lesioni dell’emisfero destro.
Inoltre si può parlare di acalculia afasica per riferirsi a disturbi del calcolo nel corso delle varie
sindromi. In questo caso il disturbo di calcolo è correlato al deficit linguistico e i punteggi
ottenuti nei vari sub test correlava con la gravità dell’afasia.

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CAPITOLO 6: I DISTRURBI DEL LINGUAGGIO NEL BAMBINO
1. VALUTAZIONE DEL LINGUAGGIO NEL BAMBINO:
Lo sviluppo normale o patologico del linguaggio nel bambino viene misurato attraverso specifici
test che ne valutano le abilità di comprensione, ripetizione e produzione di sillabe, parole e
frasi, permettendoci di sapere quanti fonemi, quante parole e quante frasi il bambino è in grado
di comprendere, ripetere e produrre. Un punteggio in un determinato test che si discosta per più
di due deviazioni standard rispetto alla norma viene considerato patologico.
Non è possibile usare per bambini di età differente la stessa batteria di test, perciò sono state
messe a punto diverse batterie per la valutazione del linguaggio a seconda della differente età
del bambino.
• Per bambini sotto i 3 anni si utilizzano in genere la scala MacArthur e il test del primo
linguaggio:
- Scala McArthur: permette di studiare lo sviluppo della comprensione e della produzione
delle parole. Viene data ai genitori una scheda con un elenco di parole suddivise in
diverse categorie grammaticali. I genitori devono segnare sulla scheda le parole che il
bambino è in grado di comprendere e produrre. La scheda verrà poi valutata dal pediatra
o dallo psicologo. Se c’è il sospetto che il bambino presenti un disturbo dell’acquisizione
del linguaggio è necessario sottoporlo ad una serie di valutazioni cliniche e a una batteria
di test standardizzati per la valutazione del linguaggio.
- Test del primo linguaggio (TPL): è una delle batterie di test più utilizzate in Italia per
bambini dai 12 ai 36 mesi. Con questi test vengono valutate prima le abilità comunicative
del bambino (competenze pragmatiche) e poi la capacità di comprendere e produrre
parole o frasi. E’ possibile identificare bambini che hanno uno sviluppo deficitario della
comprensione e della produzione di parole in torno ai 2 anni/2 anni e mezzo. Bambini che
presentano difficoltà nella produzione e comprensione di frase possono essere identificati
soltanto a 3 anni.
• Per bambini dai 2 anni e mezzo ai 5 anni e mezzo si usa una batteria di test chiamata test di
valutazione del linguaggio (TVL): questa batteria è composta da quattro tipi di test: 1)
comprensione di parole; 2)comprensione di frasi; 3) ripetizione di frasi; 4)
denominazione di figure. Oltre a queste prove si valuta anche la capacità di articolare i
suoni della lingua italiana attraverso compiti di denominazione o ripetizione di parole che
contengono tutti i fonemi dell’italiano in posizione iniziale o centrale delle parole.
• Per bambini dai 4 ai 12 anni è stata messa a punto una batteria di test chiamata esame del
linguaggio nel bambino 4 – 12 anni: essa è in parte formata da test originali, in parte
utilizza test del linguaggio nazionali e internazionali adattati alla lingua italiana. La batteria
è composta da una serie di test per valutare la capacità di comprensione fonemica,
semantica e grammaticale, le capacità di ripetizione, le capacità di espressione e da un test
per valutare l’articolazione delle parole.

• Per studiare in modo approfondito lo sviluppo morfosintattico è stata adattata e


standardizzata alla lingua italiana una batteria (TSM) composta da un insieme di test che
misurano lo sviluppo della morfologia flessiva e la comprensione, la ripetizione e la
memoria di materiale verbale. Il TSM è una batteria molto semplice da eseguire per bambini
sena problemi di linguaggio, ma molto difficile per i soggetti con un deficit dello sviluppo
morfosintattico.

• L’eloquio descrittivo viene studiato mostrando ai bambini una breve storia a fumetti e
chiedendo loro di raccontarla. La storia raccontata viene registrata e trascritta. Dopo di che
vengono identificate le frasi prodotte dal bambino e ne vengono contate le parole e il tempo
totale dell’esecuzione del compito. La velocità dei eloquio è un parametro di fluenza
verbale, mentre la lunghezza delle frasi è anche un indicatore dello sviluppo grammaticale.
Vengono quindi calcolate tutte le parole di classe aperta e viene definito un parametro che
indica la varietà di parole usate nella descrizione della storia. Infine vengono accuratamente
annotati tutti gli errori commessi dal bambino.
2. DISTURBI ACQUISITI DEL LINGUAGGIO:

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Le afasie acquisite:
Nei bambini i disturbi acquisiti del linguaggio più frequenti sono le afasie, le cui cause principali
sono da ricercare in traumi cranici o tumori cerebrali. Cause meno frequenti sono encefaliti o
ictus. Le afasie nei bambini sono disturbi del linguaggio che si instaurano dopo che il linguaggio
si è già sviluppato, in genere dai 3 ai 15 anni. I deficit del linguaggio che si manifestano a
seguito di una lesione del cervello possono presentare un quadro simile ai diversi tipi di afasie
dell’adulto, tuttavia nei bambini prevale un quadro di afasia non fluente.
Dopo una lesione il bambino tende a perdere la capacità di esprimersi fluentemente, fino a
situazioni di vero e proprio mutismo, mentre in genere è abbastanza conservata la
comprensione. Dopo l’evento traumatico, nel giro di qualche mese, il bambino recupera in
maniera apparentemente soddisfacente la capacità di parlare. A distanza di qualche anno dalla
lesione le capacità linguistiche appaiono completamente ristabilite. Questo risultato è solo
apparente in quanto anche i bambini con un ottimo recupero del linguaggio continuano a
manifestare per tutta la vita lievi deficit negli aspetti più complessi della comprensione e
dell’espressione verbale. Altri deficit che si associano alle afasie dei bambini sono i disturbi della
lettura, della scrittura e del calcolo. L’insieme dei deficit che si associano alle afasie acquisite
nei bambini determina rilevanti difficoltà in ambito scolastico.

L’afasia – epilessia (sindrome di Landau – Kleffner):


un secondo disturbo acquisito del linguaggio è l’afasia che si manifesta insieme ad
un’epilessia, situazione conosciuta anche come sindrome di Landau – Kleffner. L’epilessia è
una malattia che colpisce prevalentemente l’infanzia e solo un numero molto limitato di
bambini con epilessia presenta anche un’afasia. Tale afasia non dipende dal numero o dalla
gravità delle crisi convulsive, ma è correlata con la presenza nell’elettroencefalogramma nel
sonno a onde lente di anomalie epilettiformi continue. Ub eysta sindrome i disturbi dell’attività
elettrica del cervello sono localizzati soprattutto nelle aree del linguaggio. Purtroppo ancora
non si conosce la causa precisa di questa malattia.
Nelle fasi iniziali dell’afasia di Landau – Kleffner i bambini perdono la capacità di comprendere il
linguaggio e successivamente si assiste anche al deterioramento delle funzioni espressive. Questi
bambini presentano in genere diverse crisi afasiche seguire da recuperi parziali del linguaggio.
Gli episodi di afasia non si presentano più dopo i 14 anni, quando il quadro clinico si stabilizza.
Tuttavia i soggetti colpiti da questa sindrome continuano a presentare significative difficoltà
linguistuche per tutta la vita, presentando anche una grave compromissione nella capacità di
apprendimento scolastico.

Le afasie congenite dovute a paralisi cerebrali infantili:


Per paralisi cerebrale, detta anche encefalopatia perinatale, si intende un deficit neurologico
stabile acquisito prima, durante, o nei primi mesi dopo la nascita. Le cause di questi deficit
possono essere molto diverse, come per esempio il basso peso alla nascita, l’incompatibilità di
gruppo sanguigno tra madre e figlio o una meningite neonatale. Il bambino può presentare una
spasticità solo degli arti inferiori, di tutti e quattro gli arti, o solo degli arti di un lato. Spesso si
associano forme di non coordinazione motoria.
Molto frequenti sono i deficit del linguaggio che colpiscono i bambini con paralisi cerebrali.
Alcuni non hanno problemi di linguaggio né deficit cognitivi, ma la maggior parte presenta un
ritardo nello sviluppo cognitivo e disturbi del linguaggio che possono essere più o meno gravi
rispetto al libello di ritardo mentale.
Poiché la lesione è precedente allo sviluppo del linguaggio non si può parlare di afasie acquisite;
inoltre, poiché ci si trova di fronte ad un disturbo neurologico evidente non si possono nemmeno
considerare questi deficit come “disturbi specifici del linguaggio”. E’ stato quindi proposto di
chiamare questi disturbi dell’acquisizione del linguaggio dovuti a una lesione neurologica pre-
perinatale “afasie congenite”.
Lo sviluppo del linguaggio nei bambini con afasie congenite è influenzato da fattori critici come
la sede della lesione e la presenza di epilessia e/o anomalie parossistiche nel sonno non – REM.
La maggior parte dei bambini con paralisi cerebrale infantile e con disturbi del linguaggio
presenta rilevanti difficoltà scolastiche e necessita di un adeguato sostegno.

3. DISTURBI SPECIFICI DEL LINGUAGGIO:

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I disturbi specifici del linguaggio sono disturbi nell’acquisizione del linguaggio che colpiscono
bambini con intelligenza e udito normali, senza apparenti problemi neurologici e psichiatrici e
senza rilevanti difficoltà sociali ed economiche. Numerosi bambini con questi disturbi
presentano una preferenza manuale sinistra e la maggior parte di loro ha un altro familiare con
lo stesso problema. Le cause dei disturbi specifici del linguaggio non sono ancora
completamente note.
Per essere sicuri che un bambino presenti una difficoltà nell’acquisizione del linguaggio bisogna
innanzitutto testare che la sua intelligenza non verbale sia normale e perciò lo si deve
sottoporre a delle scale per la valutazione del quoziente intellettivo non verbale (QIP). Con
bambini più piccoli di sei anni si usa la scala WIPSI, con quelli da sei a quattordici anni si usa la
scala WISC, con queste scale il bambino deve presentare un’intelligenza non verbale
superiore ai 70 punti.
Il bambino deve inoltre presentare un udito, valutato con un audiogramma, nella norma e
l’esame neurologico non deve indicare la presenza di lesioni neurologiche. Tuttavia, molto
spesso i bambini con disturbi del linguaggio presentano anche lievi segni di impaccio o mal
destrezza motoria. Deve essere infine condotta un’accurata indagine psicopatologica per
accertare che il bambino non sia affetto da importanti problemi psicologici. Una volta
effettuate queste indagini il bambino viene sottoposto ad una valutazione del linguaggio e ne
viene emessa la diagnosi.
Secondo la Classificazione internazionale delle malattie, un bambino presenta disturbo
specifico della comprensione del linguaggio quando la comprensione del linguaggio a livello
fonologico, lessicale e grammaticale è almeno due deviazioni standard sotto la media della
popolazione dei bambini della sua età. Il disturbo della comprensione del linguaggio è la forma
più grave tra i disturbi specifici del linguaggio. I bambini che ne sono affetti richiedono un lungo
periodo di riabilitazione e talvolta necessitano anche di trattamenti farmacologici. Molto spesso
questi bambini presentano anche un disturbo dell’espressione del linguaggio e un disturbo
dell’articolazione dei suoni.
I bambini con disturbo specifico dell’espressione del linguaggio hanno una comprensione del
linguaggio nella norma, ma presentano deficit nelle capacità espressive nella produzione dei
suoni concatenati del linguaggio (fonologia) e/o nella produzione delle parole (lessico) e/o nella
produzione di frasi (morfosintassi). Si tratta di un disturbo abbastanza serio. Spesso nei bambini
più piccoli sono presenti anche disturbi dell’articolazione dei suoni.
I bambini con disturbo specifico dell’articolazione dei suoni del linguaggio presentano uno
sviluppo dell’articolazione dei suoni che è in ritardo rispetto ai bambini della loro età di due o
più deviazioni standard. Si tratta della forma più frequente di disturbo specifico del linguaggio
nei bambini più piccoli (dai 3 ai 6 anni). Questi bimbi non sono in grado di pronunciare alcuni
suoni del linguaggio, in genere quelli che si acquisiscono più tardi e che corrispondono ai fonemi
più complessi. Spesso alcuni suoni vengono pronunciati in forma distorta. In questo tipo di
disturbo la logopedia è in genere molto efficace e deve essere iniziata il più presto possibile.
Numerosi disturbi di articolazione rendono più difficoltoso l’apprendimento della lettura e/o
della scrittura.
Negli ultimi anni sono stati fatti importanti passi avanti nella comprensione di alcuni meccanismi
patologici coinvolti nella mancata acquisizione del linguaggio. Un gruppo di ricercatori americani
ha riscontrato che i bambini con disturbi specifici del linguaggio (DSL) hanno difficoltà nel
riconoscimento dei suoni tipici del linguaggio perché questi si presentano nella “catena del
parlato” ad una velocità troppo alta per i loro sistemi di discriminazione uditiva. Per questo
motivo sono stati messi a punto dei programmi computerizzati che parlano ai bambini con DSL ad
una velocità più bassa di quella del linguaggio normalmente prodotto dagli esseri umani. In
questa maniera i bambini nel giro di poche settimane imparano progressivamente a riconoscere i
suoni tipici del linguaggio ad una velocità prima bassa e poi sempre più vicina a quella del
parlato normale. Tali dispositivi sono riusciti a migliorare in maniera significativa la capacità di
comprensione verbale in bambini che presentavano difficoltà nella comprensione del linguaggio.
Negli ultimi anni si è scoperto anche che un’alta percentuale di bambini con disturbi specifici
del linguaggio presenta nel sonno a onde lente anomalie parossistiche simili a quelle che si
riscontrano in alcune forme di epilessia, in particolare nell’epilessia – afasia. Attualmente in
ambito riabilitativo è prassi comune eseguire EEG in sonno a tutti i bambini con DSL associato a
importanti deficit nella comprensione e/o nell’espressione verbale.
4. DISLESSIA EVOLUTIVA:

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La dislessia è un disturbo dell’apprendimento della lettura che colpisce bambini con intelligenza
normale, e frequentemente si associa alla difficoltà nella scrittura (disgrafia). Per stabilire se un
bambino è affetto da dislessia deve essere prima misurato il suo quoziente intellettivo e poi se
ne devono misurare le abilità di lettura. Un altro criterio definisce affetti da dislessia evolutiva
i bambini che presentano un ritardo nelle abilità di lettura superiore a due anni rispetto alla
classe frequentata. Se si segue questo criterio bisogna dunque attendere la terza elementare per
poter porre diagnosi di dislessia. Una delle classificazioni più usate per la dislessia è quella di
Bakker:
1) Dislessia linguistica (dislessia L): i bambini con questa dislessia leggono con velocità
normale, ma commettono numerosi errori caratterizzati dalla sostituzione e dalla omissione
di lettere e/o parole. In questa forma di dislessia è stato ipotizzato un carente sviluppo
funzionale dell’emisfero cerebrale sinistro, con una conseguente compromissione dell’analisi
linguistica durante la lettura. (30% dei casi).
2) Dislessia percettiva (dislessia P): i bambini leggono molto lentamente, ma non commettono
molti errori di lettura. Si ritiene che questa forma di dislessia dipenda da un alterato
funzionamento dell’emisfero destro che determina una compromissione dell’analisi visiva
delle lettere e delle parole. (30% dei casi).
3) Dislessia mista (dislessia M): i bambini leggono lentamente e commettono molti errori di
omissione e/o sostituzione di lettere e di parole. Si ritiene che alla base di questo tipo di
disturbo vi sia una compromissione funzionale di entrambi gli emisferi cerebrali. (40% dei
casi).
Una volta che si è identificato il tipo di dislessia può essere iniziato un trattamento riabilitativo
appropriato mediante la stimolazione selettiva, con parole di difficoltà crescente, dell’emisfero
sinistra oppure quello di destra.
Nonostante siano stati effettuati moltissimi studi le cause della dislessia sono ancora in larga
parte sconosciute, tuttavia molti ricercatori riconoscono che essa si associa ad alcuni deficit
neuropsicologici caratteristici, come la presenza di una ridotta memoria verbale a breve
termine, la difficoltà di segmentazione fonemica delle parole e la difficoltà a reperire le parole.
L a dislessia. Come la difasia, colpisce con maggiore frequenza i maschi rispetto alle femmine.
La maggioranze dei bambini con dislessia presenta punteggi più di due deviazioni standard sotto
la norma in uno o più test del linguaggio. Questo indica che nella maggioranza dei casi la
dislessia è una manifestazione (un sintomo) o il risultato di un pregresso disturbo del linguaggio.
Bambini dislessici presentano mediamente un quoziente intellettivo più alto rispetto a bambini
con disturbi specifici del linguaggio.

5. DISTURBI DEL LINGUAGGIO NEL RITARDO MENTALE:


Si definisce ritardo mentale (RM) uno sviluppo intellettivo, valutato con test standardizzati,
inferiore a un quoziente intellettivo complessivo di settanta. Sono stati distinti diversi livelli di
ritardo mentale:
→ Ritardo mentale lieve: QI tra 70 e 50;
→ Ritardo mentale moderato: QI tra 50 e 35;
→ Ritardo mentale severo: QI tra 35 e 20;
→ Ritardo mentale profondo: QI inferiore a 20.
I soggetti con ritardo mentale sono circa l’1,5 della popolazione e di questi l’85% presenta un
ritardo mentale lieve, il 10% un ritardo mentale moderato e il 5% un ritardo severo o profondo.
Le cause più note del ritardo mentale sono alcune sindromi genetiche, come la sindrome di
Down, la sindrome della X fragile e le più rare sindromi di Williams, di Prader Willi o di Cornelia
de Lange. Tuttavia in numerosi casi di ritardo mentale la causa non è nota.
Anche negli individui con ritardo mentale il linguaggio è organizzato in maniera modulare. Ciò
significa che è formato da sistemi, sub sistemi e moduli che hanno ognuno un proprio modo di
funzionare, di svilupparsi e di deteriorarsi. Perciò non vi sono differenze qualitative, ma solo
quantitative, rispetto agli individui con normale sviluppo intellettivo.
Rondal, uno dei ricercatori più attivi nell’ambito del linguaggio nei soggetti con ritardo mentale,
ha proposto di suddividere il linguaggio in sei settori principali: 1) la fonologia; 2) il lessico; 3) la
semantica; 4) la morfosintassi; 5) la pragmatica; 6) l’analisi del discorso. Egli sostiene che il
lessico, la semantica, la pragmatica e l0analisi del discorso siano strettamente collegati allo

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sviluppo intellettivo, ed è quindi lecito attendersi problemi in tali settori nei bambini con ritardo
mentale; mentre sintassi e fonologia sono relativamente indipendenti dall’intelligenza.
La sindrome di down è una malattia nella quale oltre il ritardo mentale è associato un disturbo
del linguaggio. I bambini down presentano infatti uno sviluppo articolatorio e sintattico molto
deficitario.
Anche nella sindrome della X-fragile è presente un ritardo delle componenti articolatorie e
sintattiche, ma in misura inferiore rispetto alla sindrome di Down. Nella sindrome di Williams si
osserva invece uno sviluppo fonologico buono e un discreto sviluppo sintattico in rapporto all’età
mentale dei soggetti. In questi soggetti è invece molto più compromessa la competenza
pragmatica.
Tutti i bambini con ritardo mentale presentano quindi ritardi nello sviluppo del linguaggio; in
alcune sindromi i disturbi dell’acquisizione del linguaggio sono addirittura più importanti dei
deficit intellettivi. Tutti i bambini con ritardo mentale necessitano quindi di un trattamento
logopedico, soprattutto per rimediare alle difficoltà articolatorie sintattiche.

6. AUTISMO:
L’autismo è una grave malattia cronica che si manifesta durante i primi tre anni di vita e che si
caratterizza come un “isolamento” del bambino rispetto alle altre persone e al mondo esterno.
Tale isolamento sembra dipendere da un disturbo nella capacità innata di sviluppare il contatto
affettivo con gli altri; ciò determina un severo disturbo della comunicazione e del linguaggio. Ne
sono affetti in media 10 bambini ogni 10.000 e i maschi sono colpiti più frequentemente che le
femmine. Il 70% dei bambini con autismo presenta un ritardo mentale, il restante 30% presenta
un QI superiore a 70, ma soltanto la metà di questi ha un quoziente intellettivo superiore a 100,
che corrisponde al QI medio dei bambini normali. I principali sintomi dell’autismo sono:
• L’isolamento acustico, che dipende dall’incapacità di realizzare normali relazioni sociali.
Questi bimbi non manifestano alcun desiderio di porsi in relazione sociale e di comunicare
con gli altri;
• Il fallimento nello sviluppo della comunicazione e del linguaggio;
• La mancanza della normale capacità di immaginare e di concepire gli stati mentali delle
altre persone;
• La ripetizione ossessiva di rituali e di compiti.
Attualmente per convenzione si distinguono due tipi di autismo: la sindrome di Kanner, spesso
utilizzata per indicare bambini che sviluppano una comunicazione verbale molto limitata e che
presentano in genere un ritardo mentale (chiamati anche bambini nucleari), e la sindrome di
Asperger che viene invece riservata ai bambini autistici con intelligenza normale e con un
linguaggio ben sviluppato per quanto riguarda gli aspetti fonologici e morfosintattici. Tuttavia
anche i soggetti con sindrome di Asperger presentano gravi limitazioni nelle competenze
pragmatiche.

7. SORDITA’:
Nella maggioranza dei casi la sordità dipende da cause ereditarie. Altre cause frequenti sono
alcune malattie del bambino o complicazioni della gravidanza e del parto. Il livello e l’intensità
della perdita uditiva si misurano con l’audiogramma tonale, durante cui vengono fatti ascoltare
al bambino dei toni puri con frequenze e intensità simili a quelle che si trovano nei suoni del
linguaggio. La perdita uditiva viene misurata in decibel e si basa sulle soglie uditive minime che
il bambino è ancora in grado di riconoscere con l’orecchio che sente meglio. In base all’entità
della perdita uditiva vengono distinte:
• Sordità lieve: con perdite da 26 a 40 dB;
• Sordità moderata: con perdite da 41 a 55 dB;
• Sordità moderatamente severa: con perdite da 56 a 70 dB;
• Sordità severa: con perdita da 71 a 91 dB;
• Sordità profonda: con perdita superiore ai 91 dB.
Le principali classificazioni della sordità si basano sul livello di compromissione delle strutture
fisiologiche uditive:
• Sordità trasmissive: dipendono da un danno che ha colpito le strutture dell’orecchio medio
e sono spesso dovute ad un otite media o a fenomeni traumatici. Spesso queste forme di
sordità sono reversibili.

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• Sordità neurosensoriale: è dovuta a lesioni dell’orecchio interno o del nervo uditivo;
• Sordità miste: dipendono da malattie che colpiscono sia l’orecchio medio che l’orecchio
interno;
• Sordità centrali: sono più rare e possono essere dovute sia a malattie vascolari o tumori del
cervello, sia a rare forme di epilessia.
Uno degli effetti più gravi della sordità in età infantile è la compromissione di acquisir il
linguaggio, infatti l’esposizione uditiva al linguaggio nei primi anni di vita è un fattore essenziale
per lì acquisizione e lo sviluppo del linguaggio. Una sordità profonda nell’adulto compromette in
modo molto più lieve il linguaggio e le altre competenze comunicative.
Per questa ragione è molto importante stabilire fin dai primi mesi di vita se il bambino ha dei
problemi uditivi. Il riconoscimento di un deficit uditivo stabile, di grado severo, rende necessaria
una tempestiva serie di interventi clinici, riabilitativi e socio comunicativi. Fino a non molti
anni fa si riteneva sufficiente dotare i bambini con deficit uditivi di opportune protesi e di
sottoporli a lunghi cicli di logopedia. Negli ultimi anni questo atteggiamento sta cambiando e
attualmente si ritiene più utile indirizzare i bambini sordi verso un’educazione bilingue
affiancando alla lingua nazionale anche quella dei segni.

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