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Luigi Sisto

La produzione di strumenti musicali a Napoli nell’epoca di Verdi

Dalla politica protezionistica borbonica alla Napoli secolo, nel 1853, considerato lo stato di usura dei vecchi
post-unitaria strumenti ad uso delle classi di pianoforti, i governato-
La produzione e diffusione di strumenti musicali nella ri dell’istituto valutarono l’acquisto di pianoforti nuovi
Napoli preunitaria fu condizionata da quelle che furono per le classi di Lanza, Lillo e Russo. La loro sostituzione
le scelte governative attuate in materia economica. Un avvenne anche attraverso delle aste al ribasso tra le ditte
acceso dibattito contrappose da una parte i sostenitori di napoletane di Mach, Sievers, De Meglio e Helzel. Pro-
una politica protezionistica, i cui convinti assertori avreb- prio da Vincenzo Mach il Collegio di Musica acquistò
bero ravvisato in questa un efficace rimedio alla sempre due pianoforti con cassa di palissandro con «meccanismo
crescente importazione di merci dall’estero, strumenti di Francia alla Pleyel», tre pianoforti verticali dalle stesse
musicali compresi, dall’altra i sostenitori dell’abbatti- caratteristiche per un totale di 480 ducati e allo stesso
mento dei pesanti dazi doganali, visti come freno ad uno costruttore corrispose compensi per aggiusti e riparazioni
sviluppo commerciale orientato in senso più liberale.1 di altri strumenti.4
Tali provvedimenti, puntualmente annotati nella stampa Ai vertici nell’ambito della produzione di pianoforti a
ufficiale degli anni immediatamente precedenti la metà Napoli di metà Ottocento fu però l’attività di Giacomo
del secolo, avevano avuto come diretta conseguenza quel- Ferdinando Sievers. Appartenente ad una famiglia di San
la di sostenere la nascita di diversificate e innumerevoli Pietroburgo, già documentato nel 1824, all’età di 14
manifatture, incoraggiate peraltro da provvedimenti le- anni, come apprendista nella stessa città, Sievers lavorò a
gislativi (in realtà già risalenti al 1810) atti a favorire da Riga presso Keberer e a San Pietroburgo presso Juhnert.
parte del Real Istituto di Incoraggiamento la concessione A Napoli (riporta l’Annuario generale della musica, edito
di brevetti d’invenzione e di privilegi, sia conseguenti ad nel 1875) sarebbe giunto nel 1834, e fondata la sua ditta
una nuova ideazione sia assegnati in caso di migliora- nel 1835, sarebbe stato attivo fino al 1875, per trasferire
menti apportati a parti di strumenti musicali esistenti.2 poi la manifattura ai successori Hussung ed Eckert. Sedi
Gli atti di questa istituzione documentano puntualmente napoletane della sua attività furono la strada dei Sette
le richieste di privative avanzate nel campo della produ- Dolori,5 il numero 14 di via Nardones nel 1840 e il 150
zione di pianoforti da costruttori come i rappresentanti della strada di Chiaja negli anni ’60 nel Palazzo Franca-
della famiglia De Meglio, da Giacomo Ferdinando Sie- villa di Cellammare.
vers insieme a quelle di molti altri. Recenti ricerche, in L’attività di Sievers è costellata di riconoscimenti che
tale ambito, offrono un quadro dettagliato e a dir poco vanno dal 1838 al 1863, anni nei quali si annoverano
sorprendente del fenomeno dove ai nomi di una pletora brevetti di privative, premi per le sue conquiste e innova-
di costruttori napoletani si aggiungevano quelli di origi- zioni nella costruzione del pianoforte, medaglie d’oro e
ne tedesca o di altre aree d’Europa.3 d’argento, riconosciutegli nell’ambito di esposizioni. Di
La vendita e conseguentemente la diffusione degli stru- certo una fonte importante e dettagliata per una cono-
menti musicali andava naturalmente a soddisfare una ri- scenza della sua produzione è il Catalogo della Fabbrica
chiesta proveniente da privati, insieme a quella dei circoli Sievers del 1863, dove al al N.° 4 è raffigurato un model-
e dei salotti culturali e di lì a poco quella delle nascenti lo di pianoforte verticale rispondente alle caratteristiche
Società di Concerti. dell’esemplare di proprietà del Conservatorio di Napoli,
In tale quadro un ruolo di prim’ordine ebbe il Collegio venduto ad un prezzo di Lire 1062, pari a Ducati 250.6
di Musica di San Pietro a Majella. Poco dopo la metà del Il nome di questo costruttore è legato però indissolubil-

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mente a quello che può essere considerato il più impor- stra un flauto della collezione Carreras di Pisa, marcato
tante testo ottocentesco sulla costruzione del pianoforte, appunto <Custodi e Schiulz [!]>. La collaborazione di
stampato da Ghio a Napoli nel 1868: Il Pianoforte. Guida Schultz con il Real Collegio di Musica è invece attesta-
pratica per Costruttori, Accordati, Dilettanti e Possessori di ta perlomeno fino al 22 dicembre 1831, periodo in cui
Pianoforti con 300 disegni parte intercalati nel testo e parte l’amministrazione dell’istituto documenta pagamenti per
in apposito atlante di Giacomo Ferdinando Sievers Fabbri- acquisto o riparazioni di strumenti musicali:
cante di Pianoforti in Napoli .7 Paganzi al Sig. Vincenzo Schulz ducati sessantaquattro
Gli anni immediatamente seguenti l’Unità d’Italia avreb- in soddisfazione di due fagotti nuovi co’ rispettivi pezzi
bero rappresentato, con le circa settanta fabbriche attive, e rammendi, e per altri rammendi, e chiavette nuove di
il periodo più significativo per tale manifattura. Molte fagotti forniti per gli alunni del Collegio, giusta la nota
di esse erano specializzate anche nella rivendita di stru- valutata dal Maestro Moriz. E per detto Schulz li sud-
menti musicali, e in qualche caso, come quello di Cesare detti ducati sessantaquattro pagasi a D. Salvatore Nizzati
Ruggiero, del quale diremo più avanti, orientavano i loro per conto della pigione della bottega locata al d.<etto>
interessi commerciali verso diversificate tipologie di stru- Schulz, giusta la delegazione del medesimo fatta al detto
menti. Moriz, e da questi accettata.10
Tra i produttori di pianoforti attivi negli anni Sessanta Lo stesso documento offre notizie riguardanti la colla-
del XIX secolo vi fu Giovanni Merchione, costruttore borazione con il Real Collegio di Musica del costruttore
documentato al numero 24 del vico Colonne a Cariati. di ottoni Filippo Simioli, e la preziosa testimonianza di
Lo splendido esemplare a coda qui in esposizione ne è pagamenti fatti a vantaggio di Giovanni Panormo:
testimonianza inequivocabile. Merchione fu beneficiario Paganzi a Giovanni Panorm[o] ducati trentasei in sod-
nel 1863 di una privativa di cinque anni per «artifizio disfazione di un flauto a sette chiavi con corrispondenti
producente lo smorzo situato al di sotto delle corde sui pezzi di accordo e borza per l’alunno Matteucci, giusta la
pianoforti alla tedesca» e nel 1870 è attestato per la ripro- nota tassata per detta somma del maestro Negri.11
duzione di pianoforti di «Stainvais». ***
Tale fertile stagione produttiva avrebbe vissuto però di Agli anni Venti del secolo si fanno risalire invece gli inizi
lì a poco un sensibile decremento. Nel volgere di pochi dell’attività di Gennaro Bosa. Gli Annali Civili del Regno
anni, il numero di fabbriche attive nella costruzione di delle Due Sicilie del 1834 riferiscono della costruzione,
pianoforti, ma anche nell’ambito di altre manifatture, si a firma di questo costruttore, di clarinetti a 13 chiavi si-
sarebbe addirittura dimezzato, facendo in qualche modo stema Mueller e nel 1836 di flauti a 13 e 17 chiavi con
rimpiangere il protezionismo borbonico.8 piattini ripiegati a forma di conchiglia e piede ripiegato
come flauti Textler.12 La produzione di Bosa, risalente già
I costruttori di fiati nella prima metà del secolo al 1820 circa, viene paragonata alle importanti manifat-
Analoghe dinamiche caratterizzarono la produzione e la ture viennesi, londinesi e parigine.
diffusione di strumenti a fiato a Napoli nell’Ottocento. Nell’edizione De’ Saggi e delle Manifatture Napolitane
Durante i primi decenni del XIX secolo, i nomi che prin- Esposti nella Solenne Mostra del 1836, curata da Raffaele
cipalmente si documentano sono quelli di Giovanni Pa- Liberatore, Gennaro Bosa risulta attivo al numero 9 della
normo, di Cristofaro e Carlo Custodi (attestato quest’ul- Calata di S. Tommaso d’Aquino, e nello stesso anno è
timo dal 1825 al 1831) e di Vincenzo Schultz. documentato come fornitore di strumenti a fiato per il
Schultz condusse probabilmente il suo apprendistato Real Orfanotrofio Provinciale di Reggio Calabria.13
proprio con Cristofaro Custode (Custodi), costruttore Costruttore anche di oboi e corni inglesi, il suo nome
attivo a cavallo tra XVIII e XIX secolo alla strada di santa è principalmente legato alla costruzione di clarinetti. La
Caterina in Chiaia, del quale le collezioni del Conserva- sua notorietà fu oltremodo favorita dalla presentazione
torio possiedono un clarinetto in Do, qui in esposizione.9 di un clarinetto in Si bemolle a 13 chiavi che ne fece il
Con Custodi vi lavorò per un certo periodo, come dimo- celebre virtuoso Ferdinando Sebastiani nel suo Metodo

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per clarinetto del 1855.14 Sul frontespizio di quell’opera Le collezioni del Conservatorio vantano la presenza di
Sebastiani dichiarava di essere Primo clarinetto assoluto del questo esemplare, donato da Teresa Trani, vedova di Se-
Real Teatro San Carlo di Napoli, Maestro del Real Collegio bastiani.15 Lo strumento (contrassegnato dal marchio
di Musica / primo clarinetto della Real Cappella Palatina, e <gen.bosa/nap.>, trasformato in quegli anni in lettere
socio di diverse Filarmoniche. maiuscole, quindi diverso rispetto all’elegante iscrizio-
ne in corsivo, riportata su un considerevole numero di
esemplari, anch’essi custoditi presso il Museo di San Pie-
tro a Majella), è a 13 chiavi con piattini di forma emi-
sferica, con due tasti separati per la chiave di Fa/Do e
con un secondo tasto per il pollice destro, proprio come
è illustrato nel metodo di Sebastiani. Ad ogni modo, la
collaborazione tra Sebastiani e Bosa favorì una crescita
sensibile nella produzione di clarinetti a Napoli a metà
Ottocento, conferendo a questo strumento nuove e si-
gnificative particolarità espressive.16 Erede di tali innova-
zioni ne fu principalmente Gaetano Labanchi, autore nel
1866 del Metodo Progressivo per Clarinetto e successore di
Sebastiani al Teatro di San Carlo e al Conservatorio di
San Pietro a Majella.

Dopo la metà del secolo, accanto a quella di Bosa, tra i


costruttori di clarinetti si registra l’attività di Beniami-
no Dianese, costruttore finora documentato da Renato
Meucci come attivo nel 1855. Gli interventi di cataloga-
zione del patrimonio organologico del San Pietro a Ma-
jella, condotti negli ultimi dieci anni, hanno fatto emer-
gere la presenza nelle stesse collezioni museali di ben tre
esemplari recanti il marchio <B. Dianese / Napoli>.17

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cenni del secolo, quella dei fratelli Majorano. Michele e
Raffaele Majorano lavorarono in società a partire dagli
anni Ottanta e dal 1893 furono fornitori di flauti, cla-
rinetti ed altri strumenti a fiato per il Reale Albergo dei
Poveri e il San Pietro a Majella, come attesta peraltro la
placca metallica apposta sulla campana di un clarinet-
to basso di proprietà del Conservatorio di Napoli.21 La
sede della loro attività, come segnalato nell’Indicatore Ge-
nerale del Commercio del 1894, fu prima ai numeri 5 e
61 di via Bellini, e dal 1907, invece, come segnalato da
Marcello Capra nell’Annuario generale del Musicista d’I-
talia, edito a Torino, il numero 11 di via della Libertà.

Sistemi, privilegi e brevetti


L’incessante attività produttiva di quegli anni trovava
sempre più spesso riconoscimento nelle invenzioni di
nuovi sistemi e nella presentazioni di richieste di appro-
vazione di brevetti. Le specificità delle loro invenzioni,
condivise molto spesso con gli esecutori, venivano illu-
strate non solo nelle opere destinate alla didattica dei sin-
goli strumenti, ma in quella trattatistica più ampia desti-
nata alla orchestrazione e alla strumentazione per banda.
Gli anni immediatamente seguenti l’unità nazionale
avrebbero visto la crescente affermazione delle bande
musicali, palcoscenico non disdegnato da affermati mu-
sicisti, e soprattutto impareggiabile veicolo di diffusione
della musica colta alle masse popolari.
È in tale clima culturale che nel 1879 Domenico Gatti,
Professore nel R. Collegio di S. Pietro a Majella e Diretto-
re la 2ª sezione di musica Municipale di Napoli, pubblica
il celebre Gran trattato d’istrumentazione storico-teorico-
pratico per Banda18. Insieme agli Studi di istrumentazio-
ne per banda di Alessandro Vessella, pubblicati qualche
decennio dopo, nel 1894, l’opera sarebbe divenuta un
punto fermo nel campo dell’istruzione bandistica e una
miniera di informazioni sugli strumenti musicali impie-
gati.19 Ciò che in particolar modo risulta prezioso sono
i commenti su un modello di fagotto a 22 chiavi e sul
L’importazione austriaca e i costruttori di ottoni
suo innovativo sistema, quello ideato dal celebre fagot-
tista napoletano Luigi Caccavajo, del quale Gatti offre Una singolare caratterizzazione delle attività delle fabbri-
una descrizione dettagliata attraverso la presentazione di che napoletane produttrici di strumenti musicali, spe-
una scala cromatica digitata.20 Le collezioni del Conser- cie nell’ultimo quarto del secolo, fu quella che le vide
vatorio possiedono due esemplari di fagotto con sistema protagoniste nell’importazione di strumenti musicali
Caccavajo (uno è in esposizione), realizzati da una delle dall’estero, principalmente dall’Austria, e nella rivendita
più attive e rinomate ditte napoletane degli ultimi de- di strumenti prodotti da manifatture di altre città italia-

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ne. I marchi maggiormente rappresentati nei cataloghi nella vendita di strumenti a Napoli tra la fine dell’Otto-
commerciali delle ditte napoletane erano quelli dei co- cento e il primo decennio del Novecento è la fabbrica di
struttori di ottoni Franz Bock e Leopold Uhlmann. La Alfonso Abbate. Dal critico musicale livornese Alfredo
predilezione a Napoli e nell’intero meridione d’Italia per Soffredini, corrispondente per la Gazzetta Musicale di
gli strumenti prodotti da queste due ditte viennesi ne fa- Milano e autore del volume Le opere di Verdi, edito da
vorì una tale diffusione che ad alcuni esemplari (come un Treves, essa veniva menzionata come fabbrica che “Espo-
flicorno soprano in Si bemolle a valvole), la cui particola- ne strumenti di legno e d’ottone, unica fabbrica napole-
rità risiedeva nel presentare una campana ricurva e rivolta tana del genere e che tiene in mano tutto il movimento
verso destra, fu dato l’appellativo “alla napoletana”.22 commerciale dell’Italia meridionale”. Premiato a Paler-
mo nel 1891, a Vienna nel 1892, a Chicago nel 1893 e
all’Esposizione di Milano nel 1894, a Napoli dal 1892 al
1913 utilizzò la denominazione <A. Abbate & Figlio> ed
ebbe la sua sede al 21 di Corso Garibaldi.
Una chiara idea del volume di affari di questa impresa
viene dalla lettura del catalogo commerciale del milane-
se Giuseppe Pelitti del 1880 che la annovera tra le sue
concessionarie italiane. Ed ancora il Pelitti nel 1881 la
descrive: «ABBATE Alfonso di Napoli FABBRICANTE
D’ISTRUMENTI D’OTTONE E DI LEGNO  Casa
fondata nell’anno 1840. Premiata con medaglia all’espo-
Al crescente peso della concorrenza straniera le ditte lo- sizione mondiale di Melbourne (Australia) 1880. Questa
cali contrapponevano manifatture accurate e in grado di fabbrica presenta una collezione d’istrumenti sia d’ottone
produrre strumenti di «buona intonazione» e di «giustez- sia di legno che sono veramente degni di lode per la buo-
za di suoni». Così venivano descritti da Giuseppe Pelitti, na fabbricazione e solidità, regolarissime proporzioni che
nella Relazione sugli istrumenti musicali  in legno, in ottone valgono ad ottenere la giusta intonazione, ed in modo
ed a percussione presentati dalle diverse fabbriche alla Espo- speciale debbonsi segnalare i seguenti: un piccolo Cor-
sizione Nazionale di Milano 1881, gli esemplari prodot- no d’armonia in mib di propria invenzione, eseguito con
ti dalla ditta <Cesare Ruggiero e figli>. Cesare Ruggiero artistica intelligenza, utilissimo nelle armonie, e per tale
aveva ereditato il mestiere di costruttore di ottoni dal utilità, dolcezza e sonorità da ricordare l’antico Corno
padre Giuseppe, fondatore della fabbrica nel 1820, e ave- a mano, il chiaro professore Gatti ne rilasciò onorifico
va cominciato a realizzare i suoi strumenti a partire dal certificato. Un Clavicorno in mib dalla voce gentile, ricco
1850 circa. Alla attività artigiana aveva anche affiancato, d’estensione, risorsa nelle armonie massime nelle bande,
certamente nel 1858, l’insegnamento musicale in qualità robusto all’uopo nei canti che rappresentano il Tenore,
di professore di trombone nelle scuole del Real Albergo una vera ed assoluta utilità. Due Sistri a campanelle fuse
dei Poveri, pagato con un compenso mensile di ducati di metallo, ben intonati, ciocchè li fa pregevoli, essendo
5,25, ed era stato fornitore di fiati per i corpi del Real difficil cosa ottenerla con simili istrumenti di suono inde-
Esercito.23 Premiata con medaglia d’oro di prima classe terminato. È pure pregevole il Clarino in sib alla Bhöeme
a Utrecht e a Chigago nel 1883, a Napoli la sua ditta fu ed il Corno inglese».24
attiva al numero 3 di Chiostro S. Tomaso. Nell’Indicatore
Generale del Commercio del 1894 risulta attiva invece ai I Gagliano nell’Ottocento
numeri 9, 11 e 12 di corso Garibaldi, mentre nell’Annua-
Esula dal nostro discorso una più ampia trattazione sulla
rio Generale del Musicista d’Italia del 1907 e nel Musique-
produzione liutaria a Napoli nell’Ottocento. Non è negli
Adresses Universel edito a Parigi nel 1925, viene segnalata
intenti di questa esposizione e tantomeno crediamo essa
al numero 34 di corso Garibaldi Vecchio.
possa trovare spazio in poche righe. Per comprenderne
Ma a tenere nelle mani il monopolio nella produzione e la portata, basti pensare all’attività e soprattutto ai do-

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cumentati rapporti con il Collegio di Musica di Jorio e 1
Giovanni Aliberti, La vita economica a Napoli nella prima metà dell’800, in Storia
di Napoli, IX, Società della Storia di Napoli, 1972, pp. 581-644. Sulla ripercussione
Ventapane ai primi del secolo, fino ad arrivare alle signi- di tali provvedimenti nell’ambito della produzione di strumenti musicali (con parti-
colare riferimento ai costruttori di pianoforti) cfr. Francesca Seller, Le fabbriche di
ficative testimonianze di Vincenzo Postiglione, pluripre- pianoforti nel regno delle due Sicilie, «Napoli Nobilissima», vol. VII, fasc. I-II, gen.-apr.
miato costruttore, restauratore di strumenti musicali per 2006, pp. 47-56; Id., I pianoforti napoletani del XIX secolo, «Fonti Musicali Italiane»,
vol. 14, anno 2009, pp. 171-199.
il San Pietro a Majella e per il Teatro di San Carlo, capo 2
Sull’attività di questa istituzione si veda Oreste Mastrojanni, Il Real Istituto di
Incoraggiamento di Napoli 1806-1906, Napoli, Pierro, 1907.
scuola e cultore ante litteram di un recupero napoletano 3
Ci si riferisce naturalmente ai già menzionati studi di Seller. In essi si riportano tra gli
altri i nomi di Giacomo Eppler o di Paolo Bretschneider. Lungi dal voler indirizzare
della musica “antica”.25 il lettore verso un fenomeno migratorio tedesco di altra natura ed epoca, si desidera
segnalare (con il solo intento di voler consegnare un riferimento per un possibile
approfondimento sulle vicende di una comunità, quella tedesca, presente a Napoli sin
dalla prima età moderna) anche il volume di Luigi Sisto, I liutai tedeschi a Napoli tra
Cinque e Seicento. Storia di una migrazione in senso contrario, Roma, Istituto Italiano
per la Storia della Musica, 2010.
4
Vd. Seller, I Pianoforti…, cit., p. 177.
5
Tale informazione è riportata nel volume di Vincenzo Vitale, Il pianoforte a Napoli
nell’Ottocento, Napoli, Bibliopolis, 1983.
6
Su tale strumento si veda la scheda relativa in catalogo. Sulla figura e l’attività di
Sievers cfr. Marco Tiella, Giacomo Ferdinando Sievers (1810-1878) costruttore di pia-
noforti a Napoli, «Liuteria, Musica e Cultura», 1999-2000, pp. 43-53.
7
La Biblioteca del Conservatorio di Napoli ne conserva una copia alla seguente col-
locazione: I-Nc, s.c.10.3.20.
8
Si veda ancora Seller, I Pianoforti…, op. cit. e più in generale Giuseppe Galasso,
Professioni, arti e mestieri della popolazione di Napoli nel secolo decimonono, in Annuario
dell’Istituto Storico per l’età moderna e contemporanea, anni 1861-62; e Annuario…,
cit. 1880.
9
Cfr. Dal Segno al Suono. Il Conservatorio di Musica San Pietro a Majella. Repertorio del
patrimonio storico-artistico e degli strumenti musicali, a cura di Gemma Cautela, Luigi
Sisto, Lorella Starita, Napoli, Arte-m 2010, scheda 5.169 (redatta da L. Sisto), p. 268.
10
Archivio Storico del Conservatorio San Pietro a Majella (ASCN), Serie Ammini-
Più nello specifico, la scelta espositiva di un quartetto di strazione, Sottoserie Deliberazioni (Deliberazioni Commissione Amministrativa), f.
strumenti realizzati da rappresentanti dei Gagliano (Fer- 23v. Il doc. è riportato in Il Museo della Musica, Strumenti antichi e documenti del
Conservatorio di S. Pietro a Majella, catalogo della mostra (Battipaglia, Apr. 2002),
dinando, Giuseppe, Raffaele e Antonio, e Vincenzo), a cura di Luigi Sisto, Emanuele Cardi, Sergio Tassi, Battipaglia, AOC, 2002, p. 29
(regesto di Tommasina Boccia).
simbolicamente accostati alla partitura dell’autografo ver- 11
Ibidem.
diano, ricade nel desiderio di voler condurre un omaggio Si consulti, anche più in generale, il repertorio on line a cura di Francesco Carreras:
12

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a questa dinastia liutaria, autorevolmente rappresentata 13
Si veda William Waterhouse, The New Langwill Index: A Dictionary of Musical
Wind Instrument Makers and Inventors, London, 1993, p. 41; e Teresa Chirico,
nelle collezioni del San Pietro a Majella. Nel corso del La scuola musicale del Real Orfanotrofio Provinciale di Reggio Calabria e le istituzioni
musicali napoletane, «Nuova Rivista Musicale Italiana», XXII, 1988, pp. 462-491.
XIX secolo i loro rapporti con il Collegio di Musica fu- 14
Cfr. Ferdinando Sebastiani, Metodo per clarinetto, Napoli, Stabilimento Musicale
rono considerevoli. In particolar modo si documentano Partenopeo, 1855, p. 26.
15
Su questo esemplare si veda Dal Segno al Suono… cit., p. 267, scheda 5.165.
i continui contatti con Antonio e Raffaele Gagliano, figli 16
A tal proposito è illuminante il saggio di Ingrid Elizabeth Pearson, Ferdinando
Sebastiani, Gennaro Bosa and the Clarinet in Nineteenth-Century Naples, «The Galpin
di Giovanni I dei quali si custodiscono due violini, ben Society Journal», LX, 2007, pp. 203-213.
cinque violoncelli ed un contrabbasso piccolo. Le stesse 17
La schedatura del patrimonio organologico del Conservatorio di Napoli è stata
condotta da chi scrive. Cfr. Dal Segno al Suono… cit., schede 5.170, 171, 172.
collezioni vantano la presenza di esemplari di Vincenzo 18
Gran trattato d’istrumentazione storico-teorico-pratico per Banda di Domenico Gatti,
Napoli, Steeger, 1878 [custodito anche in I-Nc, 38.5.22 e 40.4.12-13].
Gagliano, figlio di Raffaele e loro ultimo rappresentante. 19
Si veda il saggio di Renato Meucci, I timpani e gli strumenti a percussione nell’Ot-
Di quest’ultimo possiamo ammirare lo splendido esem- tocento italiano, «Studi Verdiani», XIII, 1998, pp. 193-254.
20
Gran trattato d’istrumentazione… cit., p. 63.
plare di violoncello del 1873 (qui in mostra), insieme 21
Si veda la scheda relativa in catalogo.
22
Cfr. Dal Segno al Suono… cit., 5.228, p. 281.
agli strumenti di Giuseppe Gagliano, attivo nella seconda 23
Cfr. Paolo Sullo - Annamaria Sullo, La Scuola di Musica nel Reale Albergo dei
Poveri di Napoli, Grottaminarda, Delta3 Edizioni, 2007. Cfr. anche Enrica Donisi,
metà del Settecento e di Giovanni I, documentato fino ai Le scuole musicali nell’Orfanotrofio di San Lorenzo di Aversa, Grottaminarda, Delta3
primi anni dell’Ottocento. Desideriamo pensare che alla Edizioni, 2012.
24
Giuseppe Pelitti, Relazione sugli istrumenti musicali in legno, in ottone ed a per-
prima esecuzione del Quartetto di Verdi, gli interpreti cussione presentati dalle diverse fabbriche alla Esposizione Nazionale di Milano 1881.
25
Sul ruolo di Postiglione si leggano anche le considerazioni espresse in Luigi Sisto,
(tra questi Salvatore e Ferdinando Pinto) suonassero stru- Gesualdo, Florimo, D’Arienzo: continuità o modernità ritrovata?, in All’ombra principe-
menti dei Gagliano e che l’omaggio al Verdi dei soggiorni sca, Atti del Convegno Internazionale di Studi, a cura di Piero Mioli, Lucca, Libreria
Musicale Italiana, 2006, pp. 163-182. Più in generale si veda Agostino Ziino, Co-
napoletani si possa completare oggi ammirando le fattez- scienza storica e identità culturale nella Napoli musicale di fine Ottocento, in Letteratura
e Cultura a Napoli tra Otto e Novecento, Atti del Convegno di Napoli, a c. di Elena
ze di questi meravigliosi esemplari. Candela (28 novembre - 1 dicembre 2001), Napoli, Liguori 2003, pp. 165-78; Fran-
cesca Seller, Il recupero della musica antica nell’editoria napoletana dall’Unità d’Italia
alla Grande Guerra, in Alessandro Longo: l’uomo, il suo tempo, la sua opera, Atti del
Convegno Internazionale di Studi, a c. di Giorgio Feroleto e Annunziato Pugliese,
Vibo Valentia, Istituto di Bibliografia Musicale Calabrese, 2001, pp. 391-400.

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