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ANNO 0 – NUMERO 7

INDICE
SINTESI…………………………..…………………………………………………………..pag. 2

EDITORIALE………………………………………………………………….……………...pag. 4

LA COSA PUBBLICA (2)………………………………………………………….……….pag. 7

UNITA’ DEL MONDO………………….......................................................................pag. 10

L’ESAURIMENTO DELLA DICOTOMIA DESTRA/SINISTRA…….……………....…pag. 14

IL DENARO…………………………………………………………………………...…….pag. 19

SIRONI: GLI ANNI ’40 E ’50………………..………………………...………..…..…….pag. 22

CIRANO…………………………………………………………………………………......pag. 25

LETTERA AI MILITANTI DE LA DESTRA……………………………………………...pag. 27

Anno 0 nr. 7 OBBEDIAMO A UN SOLO DOVERE: LA NAZIONE EUROPA Pagina 1 di 32


SINTESI

Le elezioni sono passate e hanno decretato il nuovo governo con ampia


maggioranza. Come avevamo prospettato il nuovo Parlamento non ha nessun
rappresentate de La Destra, chi si è illuso del contrario dimostra solamente di
non avere ancora compreso che la strada da seguire non è sicuramente
quella di un partito di Destra o di Sinistra. La dicotomia del secolo passato è
completamente superata. Oggi lo scontro è tra forze/rappresentanti di
posizioni localistiche che si contrappongono all'unicità del potere
sovranazionale. Lo scontro è tra coloro che hanno visioni sempre più
materialiste della vita e coloro che al contrario si oppongono per riaffermare
una visione etica e spirituale. Per restare nella storia di oggi dobbiamo
liberarci dei soggetti che soffrono di perenne torcicollo (coloro che
continuano a guardare al passato senza vivere il presente).
Le prossime elezioni Europee probabilmente vedranno l'esclusione di
rappresentanti al di fuori dei due partiti prendi tutto (PDL + LEGA e PD +
IDV) in quanto è probabile che il sistema tenterà di consolidare il
“bipolarismo” partitico alzando la soglia per eleggere rappresentanti al
Parlamento Europeo.
Che senso hanno tutti i partiti della Destra “radicale”? Quale motivo spinge
generali senza esercito a lanciare nuovi proclami? L'inutile sforzo che sinceri
giovani continuano a sprecare con progetti senza senso. Ci chiediamo che
fine faranno i soldini del rimborso elettorale. Ci sarà trasparenza nella
gestione di quei oltre 9 milioni di euro? No, non ci sarà. Come sosteniamo da
tempo la strada da seguire è una sola. Pragmatismo e concretezza. Convinti
che Destra e Sinistra siano concetti sorpassati, inutili e per nostalgici
pensiamo che la strada da percorrere sia quella della formazione, della
costituzione di associazioni culturali e sociali, di agire sostenendo candidati
che si rendono disponibili all'azione anti-capitalista, anti-consumista e anti-
materialista. Vorremmo che i combattenti per una società migliore si
rendessero conto che è un po' stupido lottare contro il consumismo e poi
consumare come “maiali”. Parlare contro la società edonista e poi nella vita
privata avere come unico scopo quello di arricchirsi... di fare vedere che si ha
più soldi di altri... non è un merito essersi arricchiti. Non lo è sopra tutto in
una società che ti chiede di essere pronto a tutto per soldi. Dignità personale.
Basta proclami. Basta manifesti. Basta parole. Basta, basta, basta...

Liberarsi dei “corpi morti”. Liberarsi del passato. Liberarsi del passato
neofascista, inutile fardello devastatore di giovani idealisti che hanno dato la

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vita per fare arricchire pochi spregevoli personaggi. Persone che oggi
siedono tra di voi. Persone che siedono tra di noi. Persone che sulla pelle di
giovani oggi vi chiamano all'ordine con ricatti morali. Si pongono come
rappresentanti della storia di un mondo che non c'è più.

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EDITORIALE

Le elezioni sono passate e hanno decretato il nuovo governo con ampia


maggioranza. Come avevamo prospettato il nuovo Parlamento non ha nessun
rappresentate de La Destra, chi si è illuso del contrario dimostra solamente di
non avere ancora compreso che la strada da seguire non è sicuramente
quella di un partito di Destra o di Sinistra. La dicotomia del secolo passato è
completamente superata. Oggi lo scontro è tra forze/rappresentanti di
posizioni localistiche che si contrappongono all'unicità del potere
sovranazionale. Lo scontro è tra coloro che hanno visioni sempre più
materialiste della vita e coloro che al contrario si oppongono per riaffermare
una visione etica e spirituale. Per restare nella storia di oggi dobbiamo
liberarci dei soggetti che soffrono di perenne torcicollo (coloro che
continuano a guardare al passato senza vivere il presente). Le prossime
elezioni Europee probabilmente vedranno l'esclusione di rappresentanti al di
fuori dei due partiti prendi tutto (PDL + LEGA e PD + IDV) in quanto è
probabile che il sistema tenterà di consolidare il “bipolarismo” partitico
alzando la soglia per eleggere rappresentanti al Parlamento Europeo. Che
senso hanno tutti i partiti della Destra “radicale”? Quale motivo spinge
generali senza esercito a lanciare nuovi proclami? Ci chiediamo che fine
faranno i soldini del rimborso elettorale. Ci sarà trasparenza nella gestione di
quei oltre 9 milioni di euro? No, non ci sarà. Come sosteniamo da tempo la
strada da seguire è una sola. Pragmatismo e concretezza. Convinti che Destra
e Sinistra siano concetti sorpassati, inutili e per nostalgici. Pensiamo che la
strada da percorrere sia quella della formazione, della costituzione di
associazioni culturali e sociali, di agire sostenendo candidati che si rendono
disponibili all'azione anti-capitalista, anti-consumista e anti-materialista.
Vorremmo che i combattenti per una società migliore si rendessero conto che
è un po' stupido lottare contro il consumismo e poi consumare come “maiali”.
Parlare contro la società edonista e poi nella vita privata avere come unico
scopo quello di arricchirsi... di fare vedere che si ha più soldi di altri... non è
un merito essersi arricchiti. Non lo è sopra tutto in una società che ti chiede
di essere pronto a tutto per soldi. Dignità personale. Basta proclami. Basta
manifesti. Basta parole. Basta, basta, basta...

Liberarsi dei “corpi morti”. Liberarsi del passato. Liberarsi del passato
neofascista, inutile fardello devastatore di giovani idealisti che hanno dato la
vita per fare arricchire pochi spregevoli personaggi. Persone che oggi

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siedono tra di voi. Persone che siedono tra di noi. Persone che sulla pelle di
giovani oggi vi chiamano all'ordine con ricatti morali. Si pongono come
rappresentanti della storia di un mondo che non c'è più e che soprattutto non
gli APPARTIENE.

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INDOVINA CHI – IL QUIZ DEL CONDOMINIO
Chi sarà il più ricco fra l’ing. Rossi, dell’attico, e il sig. Bianchi, della
scala B?
Fate attenzione a tutti i particolari …

E NON FATEVI INGANNARE DALLE APPARENZE!!!


La soluzione a
l’ing. Rossi pagina 46

il sig.
Bianchi

E CHI
L’AVREBBE

+ MAI
DETTO?!?!?

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LA COSA PUBBLICA – 2
sull’elitismo

Nel numero precedente di Sintesi abbiamo parlato dei problemi della


democrazia (soprattutto quella rappresentativa), chiedendoci anche se fosse
giusto il presupposto secondo cui il voto è uguale, ha cioè lo stesso peso per
ogni individuo. Poniamo, ad esempio, che ci sia un referendum: è corretto
che il voto espresso da una persona che non è informata sul problema posto
valga quanto quello di uno che ha invece delle conoscenze a riguardo? Può
sembrare un discorso banale ma non lo è affatto. Nella democrazia infatti la
sovranità è del popolo che esprime la propria volontà attraverso il voto. A
livello individuale ciò significa che ogni persona esprime il proprio parere, il
quale viene messo a confronto con quello altrui (a parità di condizioni, cioè
ritenendo che abbiano tutti lo stesso valore) e, infine, se esso è condiviso
dalla maggior parte delle persone viene scelto. Si adopera dunque una
selezione di tipo quantitativo e non qualitativo dell’idea: essa “vince” non
perché è la più valida, bensì perché è quella sostenuta dalla maggioranza; le
competenze di chi vota non vengono prese in considerazione. Le decisioni
attuate dallo Stato non sono dunque le più giuste, ma quelle considerate più
giuste…ma le due cose di solito non coincidono. La democrazia
rappresentativa ha anche il problema che il cittadino non esprime le linee
guida da dare al paese, ma si limita a decidere chi si deve occupare di farlo;
decisione spesso presa sulla base della simpatia che i leader riescono a
conquistarsi. Ecco dunque le fragili fondamenta su cui si erge la struttura
decisionale dello Stato.
Fin qui abbiamo mosso delle critiche all’attuale forma di governo…ma quali le
alternative?
Una teoria politica molto interessante è quella dell’elitismo, secondo la quale
il potere è sempre in mano ad una minoranza. Essa si fonda sul concetto di
elite (termine proveniente dalla latino eligere e che sta a significare la scelta
dei migliori). Secondo tale teoria la massa non può auto-governarsi perché è
confusa e dispersa, mentre “ordinando il caos” avviene per forza di cose la
formazione di una elite. Il sistema politico è dunque caratterizzato dalla
dicotomia massa-elite.
Il più importante teorico dell’elitismo è sicuramente Vilfredo Pareto. Egli
ritiene che coloro che fanno parte dell’elite sono i migliori membri della
società. L’elite non è una sola; ogni contesto della società ne ha una propria,
costituita da coloro che eccellono in quel determinato campo.

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Le elite sono indispensabili nello sviluppo delle società perché, a suo avviso,
sono le uniche in grado di gestire l’ottimizzazione delle risorse utili al
miglioramento della società: in ogni campo, infatti, ci sarà sempre un gruppo
di “eletti” che condurranno il proprio gruppo di appartenenza verso questo
percorso.
Esse non sono però delle entità statiche, immutabili. Hanno un loro ciclo di
vita, infatti Pareto afferma che la storia è un cimitero di elites, che si
susseguono lasciando però modificare il rapporto tra chi governa e chi viene
governato. Prima o poi arriverà il momento in cui esse non riusciranno più a
riprodurre elementi eccellenti e, di conseguenza, decadranno e verranno
sostituite. Il momento in cui avviene questo processo (che è certo in quanto
l’elite è comunque destinata ad essere sostituita) dipende anche dal ricambio
che avviene all’interno di essa: una elite che non si rigenera (perché
maggiormente legata alla conservazione) durerà meno di una elite propensa
al cambiamento e dunque più aperta ai ricambi. L’elite non è però da
considerare una sorta di casta: il ricambio può avvenire anche “dal basso”,
ed è anzi questa una cosa tutt’altro che negativa per Pareto. Egli ritiene
infatti che sia nei ceti bassi ci sia una selezione più forte dovuta ad una vita
più dura, mentre le classi agiate tendono a preservare tutti i loro componenti,
compresi i meno adatti.
La formazione dell’elite è un processo inevitabile: è la stessa organizzazione
a creare l’oligarchia. Perciò il governo del popolo, pur essendo una nobile
idea, è in pratica irrealizzabile. Anche le rivoluzioni hanno una spiegazione
elitista: esse non sono un mezzo del popolo per riappropriarsi del potere, ma
sono uno strumento utile al fine del ricambio dirigenziale dell’elite. Per
quanto riguarda invece la considerazione della corrente elitaria nei confronti
dello strumento “principe” della democrazia – il Parlamento – ci sono delle
posizioni contrapposte. Vale la pena citare quelle di Michels e di Weber.
Il primo è assolutamente anti-parlamentarista, in quanto ritiene che in realtà
non siamo noi a scegliere i nostri rappresentanti, ma sono loro a farsi
scegliere da noi. Sostiene anche che nella realtà attuale non avviene neppure
il meccanismo di rigenerazione dell’elite previsto da Pareto: esse tendono a
preservarsi senza aprirsi a nuovi ingressi, e ciò è la causa della sua
degenerazione. Neppure i movimenti popolari (come le già citate rivoluzioni)
servono, perché chi le guida si stacca poi dalla massa per farsi assorbire
“dall’alto”. Il rapporto che deve sussistere tra chi governa e chi viene
governato non è perciò quello proprio del parlamentarismo: il popolo ha
bisogno di un leader carismatico, il quale non può però prescindere da una
relazione diretta con esso. Non ci deve essere dunque la mediazione del
Parlamento, che causa un distaccamento con la realtà da governare. Di
diverso avviso è Max Weber, che invece afferma la necessità del Parlamento
come ambiente nel quale avverrà la formazione dell’elite, a colpi non di
violenza ma di idee. Questo organo istituzionale serve anche perché, una
volta uscito fuori il leader, deve fungere da controllo del suo operato. I due

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autori concordano invece sulle motivazioni che solitamente spingono il
popolo a “sottomettersi” al leader: sono motivi più emozionali che non
razionali.
Possiamo dunque riassumere l’elitismo come una teoria che rifiuta la
democrazia come soluzione governativa idonea, in quanto non potrà mai
realizzarsi -se non sotto false sembianze- a causa dell’incapacità di del
popolo di ordinarsi senza costituire un gruppo dirigente: la formazione
dell’elite è dunque inevitabile. Quest’ultima è mossa da un meccanismo di
selezione che si potrebbe definire meritocratica, perché premia coloro che
eccellono. Certamente si pone poi il problema di quali siano le caratteristiche
distintive dell’elite, se cioè siano positive o negative; ma questo è un
problema attribuibile a tutte le teorie politiche, per il semplice fatto che non
riguarda la forma di governo, bensì la società da cui poi –in un modo o
nell’altro- emerge chi governa.

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UNITA’ DEL MONDO

Cosa s’intende per unità del mondo? Il grande problema dell’unità ha


differenti aspetti di carattere generale. D’altra parte lo stesso numero uno in
matematica è un problema… l’unità di cui vogliamo parlare è quella del
potere umano, della sua organizzazione, che ha come obbiettivo quello di
unificare, pianificare, decidere, rivoluzionare, strutturare il dominio su tutta
la terra e quindi della stessa umanità. È giusto un unico potere centrale? È
logico pensare ad un sistema centralizzato uni-polare in contrasto a un
modello di multi-polarità? Questo è lo scontro in atto. È il contingente in cui
ci si sta confrontando a livello mondiale. L’unità rappresenta un valore
assoluto, si pensi all’unità come umanità, come un tutt’uno che rappresenta
l’essenza della pace e dell’armonia. Ciò potrebbe rappresentare che l’unicità
sia meglio della molteplicità.
Il potere centrale è quindi la soluzione per un mondo di pace? L’unità in se
rappresenta solo in bene? Il bene come rappresentato dal regno di Dio? Ma
anche il regno di Satana è una Unità e per il cristianesimo rappresenta l’unità
del male, quindi significa che unità non equivale a “migliore”. La visione per
cui l’unità del mondo sia la migliore soluzione per il funzionamento del
sistema umano deriva direttamente dal pensiero tecnologico. Lo sviluppo
tecnologico aumenta l’organizzazione e la centralizzazione.
Già all’inizio dell’800, con le scoperte scientifico-tecnologiche come la
macchina a vapore di Watt, la pila di Volta, il motore a gas di Lenor, telegrafo
Morse, il battello a vapore di Fulton e la locomotiva a vapore di Stephenson, il
mondo si fece più piccolo, la comunicazione divenne più rapida e con la
velocità acquisita si sviluppò la grande industria. La tecnologia divenne forza
di cambiamento, di modernizzazione, di sviluppo. Da quello stesso momento
la tecnologia iniziò a dettare le leggi del processo di un irresistibile
meccanismo di centralizzazione. Molti osservatori compresero già questo
fenomeno con la prima guerra civile Europea nel 1848.
Il 4 gennaio del 1849 Donoso Cortes, in un suo celebre discorso, fece notare
che grazie alla tecnologia il potere politico avrebbe assunto un potere
assoluto sempre maggiore e centralizzato, facendo evidentemente leva
sull’immagine di un Leviatano (rappresentato dal potere che con l’aiuto della
tecnologia moderna aumenta all’ennesima potenza il potere). Il momento
storico era inequivocabile e per certi versi molto impressionante, le nuove
scoperte e le nuove tecnologie stavano cambiando il mondo. Oggi la
tecnologia che tanto sconvolse l’800 è obsoleta, antica, vecchia, superata,
ovvio che per alcuni pensatori tecnocrati il mondo oggi è infinitamente

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piccolo; la velocità dei trasporti e della comunicazione ha reso le dimensioni
molto più piccole e con la prospettiva che diminuiranno ancora, diviene così
che per alcuni l’unità del mondo sia la unica soluzione per trovare una nuova
armonia e coloro che pensano il contrario vengono semplicemente definiti
reazionari. Per moltissime persone il processo in atto è naturale, evidente e
ovvio e quindi diviene per questi soggetti una pseudo religione in cui la pace
deriverebbe dall’unità del mondo; un nuovo mito materialista all’ombra della
moderna tecnologia.
Qui è molto importante ricordare la dottrina Stimson (Ministro degli affari
esteri degli Stati Uniti d’america negli anni ’30 del secolo passato) che in una
conferenza semplificò la sua teoria spiegando che il mondo non era più
grande di quanto lo erano gli USA nel 1861 cioè troppo piccola per due
sistemi contrapposti (Nord e Sud); le sue dichiarazioni erano un inno all’unità
del mondo, Stimson spiegava, nella sua teoria, che grazie alle nuove
tecnologie non si poteva pensare ad un mondo in cui vi fossero due poteri ma
che si doveva centralizzare il potere.
Dalla celebre conferenza di Stimson ad oggi il mondo è ancora più “piccolo”,
oggi viviamo nell’epoca della globalizzazione, nel mondo in cui le distanze
sono divenute quasi ridicole per il commercio e soprattutto per la finanza.
Come si può quindi pensare che la tecnologia non renda ovvio l’unità del
mondo sotto un unico potere?
La risposata è semplice. Già oggi verifichiamo che la globalizzazione dettata
dalla tecnica porta ad una concorrenza spietata tra mercati, verifichiamo
continuamente che paesi così detti emergenti, tramite lo sfruttamento dei
loro cittadini resi quasi schiavi, producono a costi infinitamente inferiori. La
concorrenza non è, quindi, possibile sulla base dei costi e ricavi ma solo sulla
qualità. È ancora la qualità a fare la differenza. Le strade da seguire sono
difficili, è tempo di scelte, la tecnica corre e nessuno è in grado di fermarla.
Oggi quello che avviene in un anno in tempi passati avveniva in secoli.
Questo è anche uno dei motivi per cui i governi occidentali sono in difficoltà.
In recessione.
Ma quali possono essere le scelte da seguire? Questo è il vero quesito.
Quando si verificano momenti storici così importanti si debbono lasciare
stare le “chicchere” per trovare delle soluzioni pragmatiche. Si parla di
popoli. Si parla di cittadini. Si parla di storia. Si parla di tradizioni. Solo
tenendo conto di tutti i fattori e attualizzandoli con la realtà della storia si
possono trovare le possibili risposte ad alcune emergenze. Se non lo si fa si
rischia di divenire popoli “finiti”.
Già oggi alcuni quotidiani europei definiscono l'Italia come il miglior paese
sviluppato del terzo mondo. Dobbiamo uscire dalla situazione che ferma la
nostra economia, il nostro sviluppo, la nostra autosufficienza con scelte forti
e rivoluzionarie.
Uscire dal passato che ferma la nostra economia, il nostro “sviluppo”. Un
passato che ormai ci rimbomba continuamente con gli egoismi nazionali. E'

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concepibile che l'Italia faccia concorrenza alla Francia, la Germania, la
Spagna etc. quando è evidente che la concorrenza tra nazioni è ciò che al
giorno d'oggi tramortisce maggiormente le economie? Come si può ragionare
con così poca lungimiranza? Le nazioni sono lo “Stop” alle popolazioni
Europee. Oggi lo sviluppo è di carattere locale e di cooperazione. L'egoismo
dei nazionalismi ha fatto si che paesi molto più arretrati di noi sotto l'aspetto
tecnologico oggi siano molto più avanzati di noi. La rincorsa alla de-
localizzazione ha prodotto un effetto devastante; l'incapacità di restare al
passo con la modernità. La partita non è persa. La visione ideologica di chi
vuole un governo mondiale non è vincente e ha una alternativa; il ritorno
delle patrie. Il locale, che è la rappresentazione della patria moderna è la
“trincea” dove salvaguardare le diversità che esistono e rendono affascinate
il nostro creato. La forza della cooperazione locale è ancora poco studiata ma
solo da esse, come ha dimostrato la terza Italia negli anni novanta, si può
ripartire per gestire la globalizzazione.
La logica dell'interesse egoistico di carattere nazionale è tramontato e i
giornali europei che definiscono l'Italia in quel modo non comprendono che è
la strada errata, che se oggi toccasse realmente all'Italia finire tra i paesi del
terzo mondo domani sarà il loro, di paese, a trovarsi nella stessa situazione.
La risposta all'UNITA' DEL MONDO, al mondo governato dalla finanza è una
sola come già detto sopra: è lo sviluppo delle comunità locali in un quadro di
alleanze transnazionali per un interesse di continente. Pensare in piccolo, al
piccolo orticello di casa (Nazione) produce solo ritardi nelle scelte. Scelte che
la tecnica sta imponendo con grande forza: siamo per un mondo polare o
multipolare? Siamo per l'avvio verso una società governata completamente
dai tecnocrati o per salvaguardare la libera scelta dei popoli che compongono
il nostro variegato mondo? Le diversità vanno salvaguardate. Il cibo è una
delle massime rappresentazioni delle culture tradizionali. Per questo
dobbiamo assolutamente difendere i prodotti locali (che sviluppano cultura,
lavoro e tradizione) che sono la “storia” di popoli. L'azione portata avanti
dalla globalizzazione a riguardo dei cibi è impressionante. Catene di fast food
impongono una visione univoca del cibarsi creando reti internazionali in cui i
turisti e gli abitanti sono portati ad assaporare lo stesso gusto in ogni parte
del mondo. Non è questione di qualità. Ma di difesa dei prodotti del territorio.
La difesa del cibo e dei prodotti del territorio è un bene assoluto. La
tradizione culturale dovrebbe essere difesa come patrimonio mondiale. I fast
food sono l'analogia del mondo con un unico governo. E' naturale che davanti
a costi maggiori per i prodotti locali le masse si rivolgono ai fast food
strozzando di conseguenza l'economia su cui si basa la cucina tradizionale.
Ogni governo dovrebbe defiscalizzare la produzione dei cibi tradizionali e
contribuire allo sviluppo di delle tradizioni culinarie locali. Quella del cibo è
una buona rappresentazione di ciò che sta accadendo a livello mondiale.
Il futuro non è lontano... ci ha già superato.

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Presto le scelte saranno impossibili e i governi europei saranno sopraffatti
dagli eventi. La rivoluzione di Internet ha sconvolto il mondo. Tutti hanno
accesso alle informazioni. Tutti possono comunicare. Chi siede in qualsiasi
paese del quarto mondo può venire a conoscenza del mondo del cosi detto
“benessere” e quindi di pretenderlo. I flussi migratori sono un fatto storico e
non possono essere fermati con teorie tipo la “fortezza Europa”. Le
migrazioni sono un dato storico e non sono arrestabili con forme di chiusura
verso l'esterno. Non esiste esterno se l'interno non c'è più. La battaglia di
retroguardia sui confini è destinata all'eterna sconfitta. Sino a quando vi
saranno mura vi sarà chi le attaccherà. Non è con le mura che si difende la
propria autenticità. La salvaguardia della proprie radici nasce dal reciproco
rispetto. Si devono riscoprire le vecchie tradizioni basate sul DONO.
L'economia di mercato ha fallito. Ha fallito nel momento in cui si è verificato
che tale modello si basa sullo sfruttamento di oltre 5 sesti della popolazione
mondiale. Ripartire dal locale per uno sviluppo sostenibile questa è l'unica
strada percorribile per uno sviluppo. Le altre strade portano tutte diritte a
guerre.
Solo con la valorizzazione delle comunità locali che rappresentano il
patrimonio di millenni di storia si potrà mantenere la propria “coscienza” di
popoli europei e quindi sopravvivere davanti alla devastante forza della
tecnica.
L'uomo europeo è chiamato a risorgere insieme alla sua storia. La fine degli
egoismi nazionali è l'unica strada percorribile per l'Europa, un'Europa fatta di
popoli e patrie che seguano un unico destino. Un destino che in millenni di
storia ha portato civiltà in tutto il mondo.

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l’esaurimento della dicotomia
destra/sinistra

intervista a marco tarchi


1.

2.Professor Tarchi, lei è in Italia il maggior esponente della cosiddetta “Nuova


Destra”, la corrente politico-filosofica fondata del francese Alain De Benoist.
Ci può spiegare le ragioni della sua svolta, e il suo distacco dalla destra
tradizionale.

La Nuova Destra è un’esperienza che si è chiusa nel 1994, dopo circa vent’anni di
esistenza. Sin dall’inizio di quell’avventura, faticavo ad accettare l’etichetta con cui i
media l’avevano battezzata, perché l’aggettivo “nuova” connesso al sostantivo
“destra” faceva pensare a un semplice tentativo di innovazione di un’area politico-
culturale a cui comunque si accettava di appartenere. Ma nel caso della maggioranza
dei fondatori di quella corrente di idee, l’ambizione era ben altra: fondere in un
insieme sintetico coerente contenuti che solo l’impulso di una serie di circostanze
aveva associati a contenitori diversi ed aggiornarli, segnando antagonismi e
convergenze inediti. Per quanto mi riguarda, il mio ultimo voto ad un partito di destra
(il Msi-Dn) risale al 1979. Dal febbraio di quell’anno, che mi separava dal neofascismo
e dalla destra ha esercitato su di me molta più influenza di ciò che mi ci avrebbe
potuto tenere legato. E’ vero che la mia traumatica fuoriuscita dal Msi-Dn avvenne
solo nel gennaio 1981, ma nell’ultimo anno e mezzo a tenermi lì fu solo il fatto che in
quell’ambiente, in cui ero entrato a nemmeno sedici anni, c’era un po’ tutto il mio
mondo: emozioni, affetti, vissuto.
Cosa mi separava da quel mondo? Averlo conosciuto a fondo, capendo che dietro le
professioni di fede in una “terza via” ulteriore rispetto al liberalismo e al comunismo
c’era solo un agglomerato incongruente di fideismo, arrivismo, conservatorismo,
visceralismo, nazionalismo. Una miscela indigesta per me.

1.
2.Lei è da parecchio tempo un sostenitore dell’esaurimento della dicotomia
sinistra/destra, tuttavia questa dicotomia è ancora oggi utilizzata per
distinguere fazioni politiche contrapposte. Può spiegare quali sono a suo
avviso le ragioni dell’esaurimento di questa dicotomia.

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Detta in estrema sintesi – per un approfondimento mi permetto di rimandare
all’articolo Destra e Sinistra: due essenze introvabili, che ho pubblicato nel n. 1/1994
della rivista “Democrazia e Diritto” e dovrebbe essere raggiungibile dalla pagina web
www.diorama.it – a me pare che, anche qualora si assegni a queste categorie,
seguendo l’indicazione di Giovanni Sartori, un valore puramente convenzionale,
considerandole come segnalatori di posizione che aiutano ad orientarsi nella
complessa realtà della politica, oggi il tipo ideale di individuo che di fronte alla totalità
dei problemi in cui si imbatte si schiera sempre “a sinistra” o “a destra” rispetto alle
alternative che ha di fronte non esista più. Le scelte di campo si effettuano per temi e
problemi senza meccanicismi. Ci si può sentire contemporaneamente “più a sinistra”
su questioni che investono la giustizia sociale e la distribuzione della ricchezza e “più a
destra” su temi che toccano la sfera etica, o viceversa; “più a destra” se si discute di
sicurezza e nel contempo “più a sinistra” se ci si riferisce alle dinamiche della politica
internazionale, o il contrario. E così via, per tutte le combinazioni possibili.
Ovviamente, i “duri e puri” che continuano ad attaccarsi a questi totem per non
sentirsi perduti, o condannati a ragionare oltre le etichette, negano decisamente
questa realtà, che tuttavia da oltre vent’anni è emersa ripetutamente alle più varie
latitudini. Il primo segnale fu, nel 1984-88, il gran numero di ex elettori del Pcf che si
spostò repentinamente verso il Front National di Le Pen. Che cos’erano? Fascisti
inconsapevoli che chissà perché prima davano fiducia ai comunisti? Matti da legare?
Burloni? “Compagni che sbagliano”? (Già: ma perché?). Forse erano persone che
prima consideravano primaria la preoccupazione per il posto di lavoro in fabbrica e poi
hanno iniziato a sentirsi inquiete per la crescente immigrazione. E’ un caso-limite, ma
ce ne sono stati molti altri in seguito. Tutto il fenomeno neopopulista, ad esempio, ne
reca il segno.

1.
2.Oggi a distanza di più di sessant’anni dalla fine della seconda guerra
mondiale si parla ancora, soprattutto nella sinistra, di Fascismo e
Antifascismo. A suo avviso il Fascismo propriamente detto (1919 – 1945) è
classificabile all’interno della dicotomia sinistra/destra o è al di fuori di
questa dicotomia.

Penso che in materia abbia svolto considerazioni fondate lo studioso (israeliano e di


una sinistra piuttosto radicale) Zeev Sternhell. Il fascismo ebbe molte facce e molte
ispirazioni, a seconda dei contesti nazionali, della struttura delle opportunità politiche
che si trovò di fronte – che in Italia o in Germania spingevano, ad esempio, a vedere
nei comunisti il nemico/concorrente numero uno, ma in molti paesi dell’Est Europa
agivano con tutt’altro effetto – ma all’origine fu un tentativo di fondere motivi
ideologici nazionalisti e socialisti. Ebbe, come è stato scritto, al suo interno una
sinistra, un centro e una destra. Io direi meglio più destre, più centri, più sinistre.
Favorì in talune circostanze le strategie conservatrici o reazionarie di varie destre, ma
quasi sempre sperando di servirsene e soggiogarle. Puntando su questa ipotesi di
surroga, alleanza transitoria e sostituzione, si scontrò frontalmente con le sinistre, di

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cui pure dichiarava di condividere alcuni ideali. A causare questo conflitto fu la sua
avversione al classismo e all’internazionalismo. 


1.
2.Intorno alla Shoah soprattutto in questi ultimi anni si è creata una vasta
industria ideologica, il cui scopo è quello di elevare l’Olocausto ebraico (che è
veramente esistito, non mi fraintenda) ad unicum storico, in modo da
assolvere preventivamente lo stato d’Israele dai suoi crimini nei confronti dei
palestinesi. Le chiedo, è possibile a suo avviso parlare di “religione sionista”,
senza possibilmente cadere nell’antisemitismo.

Il tema è da toccare con le molle. Non vi è dubbio che il genocidio della popolazione
ebraica sia soggetto a pesanti strumentalizzazioni, ma io penso che, più che opporsi
ad esse ricorrendo a toni polemici contro il sionismo, sia necessario bandire una volta
per tutte il “ricatto della memoria” dalla discussione politica. Le politiche dello Stato di
Israele vanno discusse in termini attuali e, se lo si ritiene opportuno o doveroso,
criticate in quanto tali, rifiutando qualsiasi commistione con toni e argomenti che
possono essere fatti passare, a torto o a ragione, per surrogati di antisemitismo. Che
poi questa accusa venga usata spesso senza alcun fondamento, a puro scopo di
delegittimazione di un avversario, è un dato di fatto. Ma, appunto, il miglior modo per
rendere evidente l’infondatezza di queste accuse è tenersi sul piano della stretta
attualità, senza divagazioni in terreni scivolosi e per molti versi deprecabili come
quello di certo “revisionismo”.

1.
2.Professor Tarchi a suo parere c’è qualcosa di vero nella tesi per cui oggi il
terrorismo islamico, o se si vuole l’islam politico, ha attaccato l’Occidente
(vedi Torri Gemelle e Pentagono dell’11 settembre 2001), e che perciò
l’Occidente debba difendersi?

L’ho scritto più volte: questo modo di vedere le cose è mistificante. E’ stato
l’Occidente, su più piani – militare, ma anche culturale – a sferrare, all’indomani della
svolta del 1989, un attacco al mondo arabo-islamico. La prima guerra del Golfo ne è
stata la plastica dimostrazione: una trappola nella quale Saddam Hussein è caduto,
favorendo involontariamente le strategie statunitensi, che del riferimento retorico
all’occidentalismo hanno fatto uno strumento di condizionamento degli alleati europei,
a partire da quelli che recalcitravano nel seguirli nella fase “muscolare” della messa in
atto del loro disegno egemonico. Dal 1990 in poi, la spirale delle ritorsioni incrociate
ha consentito di fare del “fondamentalismo islamico” – ma, di fatto, dell’islam politico
– un capro espiatorio su cui imbastire una nuova fase di questa strategia, di cui siamo
ancora lontani, temo, di intravedere l’esaurimento.

1.

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2.Che differenza c’è secondo lei tra gli imperi classici, tipo quello romano o
quello macedone, e l’odierno imperialismo americano.

L’imperialismo statunitense è provvisto di una volontà omogeneizzante ignota, nelle


proporzioni, agli imperi storici. Ed è provvisto, grazie alla dottrina del “destino
manifesto”, di una convinzione messianica di incarnare l’unica civiltà fondata su valori
universali che non ha precedenti. Qui non si guarda alla sola conquista di territori o
governi, si mira al dominio incondizionato delle mentalità, delle anime.

1.
2.Qual è la sua opinione sulla resistenza irachena e afgana? Che differenza c’è
tra terrorismo e resistenza.

C’è un bel libro di Alessandro Colombo, La guerra ineguale (Il Mulino), che mette
perfettamente in evidenza come, nelle guerre asimmetriche, chi si trova in evidente e
spesso schiacciante inferiorità di armamento debba ricorrere a strumenti non
convenzionali per coltivare possibilità di successo. Gli attacchi di sorpresa e gli
attentati fanno, da sempre, parte di queste risorse. Sapendo di essere annientati in
campo aperto, i combattenti sfavoriti devono mimetizzarsi nella popolazione, colpire e
fuggire. Spesso, per contrastare le loro azioni, gli eserciti regolari ricorrono ad azioni
belliche che coinvolgono pesantemente i civili, ma si guardano bene dall’accettare la
qualifica di terroristi, mentre la utilizzano sistematicamente per designare chi li
attacca. E’ evidente, dunque, che oggi l’etichetta di terrorismo è utilizzata senza alcun
criterio di obiettività, a puro scopo delegittimante e, nel senso proprio del termine,
polemico. Quanto alla mia opinione sulla resistenza irachena e afgana, le reputo
inevitabili e legittime di fronte a una situazione di occupazione del territorio da parte
di truppe straniere ed ostili. Far passare le azioni militari nei due paesi per “missioni di
pace” o di “ricostruzione” o anche solo per “operazioni di stabilizzazione” è ipocrita. Si
tratta di interventi stranieri in guerre civili in atto.

1.
2.Ammesso che in futuro si possa superare l’obsoleta dicotomia
sinistra/destra, su quali basi programmatiche potrebbe strutturarsi una
nuova forza politica?

A questa domanda è impossibile rispondere in poche righe, o anche in poche pagine.


A me sembra che vi siano molti temi e problemi su cui quanti si oppongono
all’egemonia dell’odierno “pensiero unico” liberale potrebbero convergere, nell’analisi e
in molti casi anche nell’operatività. Ma per riuscirci, prima ancora su un piano
culturale e metapolitico che sul terreno propriamente politico, si dovrebbe innanzitutto
liberarsi, da ogni parte, delle velenose eredità delle memorie degli ultimi due secoli, e
in particolare del Novecento. Impresa indubbiamente difficile, in un paese e in
un’epoca in cui c’è ancora chi agita i fantasmi del fascismo e del comunismo.

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1.
2.Qual è la sua opinione sull’ascesa del neopopulismo in Europa? Può, secondo
lei, il neopopulismo rappresentare un’alternativa all’americanizzazione della
politica?

Anche qui, come si può riassumere un tema al cui studio si sono dedicate centinaia di
pagine? Me la cavo con cenno: nel populismo convergono inquietudini, suggestioni e
proposte eterogenee, che non si possono accettare o respingere in blocco. Forse se ne
dovrebbero selezionare alcune, rivederle riorientarle e farne il punto di partenza per
un progetto di ricostruzione della politica che miri a ricreare le fondamenta di un
concetto autentico di popolo, inteso come entità consapevole e raccolta attorno a una
comune identità, capace di riappropriarsi dello scettro del potere.

(www.ariannaeditore.it)

…è evidente che la gente è poco seria quando parla di sinistra o destra.


(G. Gaber – “Destra-Sinistra”)

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Il denaro: un problema economico,
filosofico e "teologico", sociologico
e soprattutto politico

- di Carlo Gambescia -

Stimolati da un interessante intervento sul denaro di Luigi Copertino,


(http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=2554&parametro=economia;http:/
/www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=2559&parametro=economia) vorremmo
qui intervenire, approfondendo l’argomento da un punto di vista sociologico
(ma si veda anche il dibattito che ne è scaturito su
http://piccolozaccheo.splinder.com/). E perciò non possiamo non partire da un
sociologo per eccellenza come Georg Simmel, autore di una importantissima
Philosophie des Geldes (1900).

Secondo Simmel, il misterioso fascino esercitato dal miraggio dell’illimitato


potere d’acquisto racchiuso nel denaro, ha spinto l’uomo moderno a
sormontare antiche distanze sociali. Un tentativo al quale si è però
accompagnato il crescente timore collettivo di pericolosi attriti. Un timore
suscitato dalla progressiva ed “eccessiva vicinanza” tra ceti e classi con stili
diversi ma nominalmente accessibili a tutti. Di conseguenza il moderno Homo
oeconomicus, quanto più ha lottato per procurarsi la più preziosa delle
“merci” in vendita nella società di mercato, il denaro, per frapporlo quale
“neutro” schermo difensivo tra se stesso e l’altro, tanto più ne è divenuto
vittima, condannandosi a una progressiva e dilaniante alienazione sociale.
Perciò non si può definire l'ascesa sociale del denaro dei moderni come un
innocuo processo di oggettivazione. Tramite il quale il valore di scambio si
fissi o cada su un oggetto particolare trasformandolo in denaro. In realtà nel
mondo moderno, a tale meccanismo spontaneo di oggettivazione, si è
sovrapposto un processo di astrazione. Per mezzo del quale al denaro-
oggetto si è progressivamente sostituito un sempre più evanescente denaro-
segno. Tra questi due fenomeni vi sono perciò alcune differenze, sfuggite a
Simmel , anche per ragioni storiche (scomparve nel 1918). I processi di
oggettivazione rilevabili nelle più diverse società storiche, discendono dalla
socialmente fisiologica necessità di disporre, con l’incorporazione del denaro
in una base o veicolo materiale (conchiglie, grano, orzo, schiavi e metalli
preziosi), di un mezzo di commutazione dei bisogni, individuabile e costante

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nel tempo. I processi di astrazione nascono invece nel cuore della società
moderna (anche se il dibattito sulle loro radici intellettuali pre-moderne resta
aperto): una società patologicamente prigioniera dell’idea di assoluta e
astratta calcolabilità numerica di uomini e cose. Questi processi sono perciò
connotati dal fatto che il denaro-oggetto, pur continuando a rappresentare la
relatività valoriale degli oggetti economici, commuta i valori di mercato,
spesso già di per sé astratti come quelli borsistici, trasformandoli in denaro-
segno. Vale a dire che il denaro finisce così per incarnare, solo in una prima
fase mercantilista o bullionista (dall’inglese, “bullion”: oro, argento in
verghe) oggetti misurabili e individuabili fisicamente, esito di una base
materiale e produttiva (lingotti d’oro, monete auree). Mentre in una seconda
fase (che concerne la seconda metà del Novecento, ma per gli aspetti storici
rinviamo a Copertino), una banconota viene messa in circolazione, priva di
valore intrinseco apprezzabile; è un titolo di credito, al cui portatore la banca
centrale dovrebbe versare un controvalore in realtà inesistente. Tuttavia
anche se le autorità monetarie, si convertissero improvvisamente dal Gold
Bullion Standard, proposto da Ricardo nel 1811, è intuibile che nessuna
banca nazionale oggi potrebbe cambiare in barre d’oro, assegni, banconote e
cambiali, qualora ciò venisse richiesto simultaneamente da tutti i possessori.
Insomma il “re è nudo”, ma tutti continuano a far finta di nulla… Perché? In
primo luogo, perché si vive all’insegna di quel “come se” che ben descrive i
limiti di certa epistemologia moderna non solo scientifica, ma ormai diffusa
anche a livello di pre-assunto collettivo. Di conseguenza il fondamento del
denaro-segno, succeduto al denaro-oggetto, finisce per risiedere in un
volatile ma potente elemento psicologico-fiduciario: l’astratta fictio di una
promessa di pagamento. All’origine della quale vi è la necessità dei singoli di
confidare nel credenza collettivamente diffusa - fondamentale in una
economia dilatata in misura crescente dal consumismo - che il denaro
posseduto "oggi" consentirà anche "domani" l’acquisizione di una crescente
quantità di beni e servizi. Di conseguenza la fiducia “pre-cognitiva” nel
potere d’acquisito della moneta, frutto ovviamente anche di forze sociali
inerziali - legate all’umano bisogno di sicurezza - e necessità di consumi
crescenti indotta da sistema di mercato, procedono di pari passo
nell’accentuare il processo di “astrazione” del denaro. Basti qui ricordare
l’ambiguo nesso, attualmente creatosi tra sviluppo delle credit cards e
diffusione del credito al consumo. Per giunta il grado di conformismo
intellettuale è tale, che nessuno, tranne un pugno di non conformisti, osa più
interrogarsi “sociologicamente” ( per non dire, non sia mai, in termini di
“ontologia sociale”...) su questo volubile dio-denaro dei nostri tempi, che
atterra e affanna gli uomini senza mai consolarli. Per parafrasare, ma solo in
parte, Alessandro Manzoni. In secondo luogo, perché, nonostante per i
moderni il denaro sia in grado di volare con le proprie ali, esso in realtà vive
in perfetta osmosi con le principali istituzioni del mondo finanziario-
capitalistico (borse, istituti di credito, compensazione e scambio). In questo

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modo, al massimo di astrattezza, esemplificata dall’oscuro e apparentemente
perpetuo scorrere dei flussi di denaro elettronico, corrisponde a livello
tecnico-economico la concreta autodifesa dei propri concreti interessi da
parte di quelle oligarchie che lucrano su questi processi di astrazione del
denaro. E che nei momenti di crisi, sono sempre le prime a minacciare di non
rispettare la “promessa di pagamento” su cui si fonda il sistema monetario
mondiale. Per poter così rifugiarsi sotto le ali protettive della Federal
Reserve, della Banca Mondiale e delle altre istituzioni finanziarie
sovranazionali. Organizzazioni, queste ultime, a loro volta ben protette dalla
spada imperiale americana. Il che significa, per concludere, che gli attuali
processi di astrazione della moneta (e non di fisiologica oggettivazione), in
ultima istanza, sono possibili solo perché garantiti dalla minaccia dell’uso
della forza da parte dell’unica potenza politica, economica e militare rimasta:
gli Stati Uniti. Pertanto, in definitiva, il problema della moneta è economico,
filosofico e “teologico”, ma anche sociologico e soprattutto politico.
Purtroppo.

(www.ariannaeditore.it)

Una piccola quantità di denaro che cambia di mano rapidamente farà il lavoro
di una grande quantità che si muove lentamente. (E. Pound)
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SIRONI – gli anni ‘40 e ‘50
(Recensione)

E’ un fissare che lascia sospesi. Si ferma ogni sentore di temporalità, mentre


il vuoto proposto da tanta materia lascia lo sguardo sospeso. Avrei preferito
dire vita, anziché materia, perché questa plasmata da un'anima alla ricerca
della comprensione di un futuro e del suo passato. Una vita anch'essa in
rigetto del presente. Io resto nel vuoto, piango nell'attesa e ricordando il
passato. Poi capisco. Attendo qualcosa che non potrà avere luogo. Come la
composizione, aleggio in una performance senza esecuzione. Questo, quello
che si vive a contatto delle opere di questo genio del e di Novecento.
Tredici i nuclei espositivi; tredici grandi temi trattati nel corso di un decennio,
tutti tangenti gli stessi grandi temi lui cari.
Accolgono il visitatore monocromi, i cui protagonisti sono figure mitologiche
o anticheggianti presentate in forma di bassorilievo, lo sguardo fisso, come
se non riuscissero a distogliere la vista da un mondo che crolla. Che intensità
la Nausicaa, corpo michelangiolesco, mai rilassato, scolpita sulla tela nel
1940: così solida, pietra su pietra, la nave alle spalle, e gli occhi vitrei perduti
nell'infinito. E’ seduta, come la serie di figure che pervadono le tele
successive.
La proiezione dell'attesa nel nostro, proiettato nell'amarezza di un presente
di delusioni: il regime sta crollando colpo dopo colpo, insieme ai militanti e
alle speranze dell'artista che dopo gli anni d'oro, in cui portava alta
l'ideologia mussoliniana si trova con solo gli strumenti del mestiere come
mezzi di espressione di sé. Le figure dunque si siedono, amareggiate, fino a
trasfigurarsi in manichini nel ritorno al metafisico o rialzarsi nelle sembianze
di protagonisti delle storie neotestamentarie. Un nuovo che poi è il vecchio
che tenta di rivivere. Inutilmente. Si vedano i manichini, piazzati in luoghi
senza tempo, sommersi dalle rovine di ciò che un tempo era simbolo della
grandiosità romana, e da strumenti matematici: squadre troppo grandi, a
simboleggiare una razionalità irraggiungibile dall'uomo ligneo. Passeggiamo
ancora, questa volta lungo paesaggi urbani, ispirati agli anneriti affreschi
della Firenze masaccesca come alle periferie industriali che andavano
sviluppandosi nel tempo, annerendo questa volta non la parete ma
l'atmosfera, come la guerra fallita annerisce l'animo. Non per niente una
nube nera copre le fabbriche, mente omini stilizzati rappresentano
scanalature di colonne e il poco colore steso non si presenta che a chiazze.
Paesaggi cupi, delusione per il futuro. E una fiaccola di speranza che emerge
nella religiosità di, appunto, temi religiosi, carichi di una pietas che abbaglia.
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Personaggi biblici cercano ora il senso di una storia che non afferrano, ora
vengono presentati nel faccia a faccia con incombenti sipari di rocce.
I corpi di fabbrica presentati nel piattume sono anneriti, monocromi. E’ finita
grande stagione del murale monumentale, risolto ora in opere che si
presentano come studi preparatori: le composizioni policentriche, mai
tradotte su scala urbana. Pur nelle loro esigue dimensioni, però, vedete quale
spaziosità degna del grande affresco offrono alla vista. Tra questi, spicca
“Primordi”, realizzato nel 1944: idoli primitivi, sculture dell'arte negra già
fatte proprie dalla ricerca cubista, si affacciano sulla scena, dominata sullo
sfondo da una maestosa casa del fascio; vuole forse suggerire all'uomo la
prospettiva di un ritorno alla brutalità dell'uomo incolto, che ha per sempre
perduto la razionalità resa emblematica dall'architettura del ventennio -
architettura strettamente legata al contenuto che l'ha fatta erigere e
rispecchia?
Degna di nota è la “Composizione” (1944): il paesaggio torna ad essere
policromo, abitato da alberi e fusti di colonna, mentre figure umane si
presentano quasi incorporee nella loro solidità; la delimitazione netta del
contorno si è persa. La guerra ha portato al tramonto definitivo di Novecento.
Undici anni più tardi il maestro ci offre un'altra composizione: qui i segni
grafici sono calcati, l'inconscio è sempre più tormentato. Non c'è colore, ma
bianco, ancora bianco, tanto bianco. I ritmi per una nuova armonia sono
offerti ora dalla sezione aurea, fin dagli antichi usata come sistema base per
le architetture. Non è qui il caso di addentrarci nell'argomento. Accenniamo
però alle architetture come soggetti. Per quella del 1942, in luogo di
descriverla, riporto una sezione del mio taccuino:

“Non voglio togliermela dalla testa. Lo sguardo è incanalato dalle geometrie


architettoniche. Figure si intrecciano, statiche eppur cariche di movimento.
Sguardi vuoti comunicano la loro estraneità.

L'estraneità dell'artista, davanti al solito mondo nella solita guerra, troppo


raccontata dai libri di storia secondo visioni altre che non siamo più ben
capaci di capire cosa potesse essere per l'artista di regime lo scontro con la
realtà di quei tempi”.
Torniamo avanti nel tempo, nei primi anni '50. Non troviamo i paesaggi
urbani, ma naturali: dalla pianura alle montagne. Non rocce che
sommergono, ma montagne, esseri maestosi che ci guardano e ci ricordano
che non siamo altro che un nulla cosmico, che un ideale non serve a nulla, la
storia prosegue e noi, spettatori della nostra performance, dobbiamo
arrenderci.
Due sono le vie di fuga dello spirito che si esprime nell'arte. I temi giotteschi,
in primis, nati ancora durante il sodalizio con la Sarfatti, poi abbandonati, ora
ripresi. Giotto come simbolo di quella razionalità che presenta finalmente
l'uomo solido, che sfida i secoli per tornare a ricordarci che è grazie a lui che

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tutto il Rinascimento è stato possibile e che, quindi, forse non è tutto da
buttare; oppure Giotto come simbolo di un ritorno ad una situazione di
arcaismo, per cui tutto è da ricreare dopo la distruzione del mondo ideale?
Infine, le composizioni ultime. Siamo nel 1958 con “Debouts les morts”, inno
di battaglia francese, in cui soldati si rialzano dal caos. Morirà nel 1961, non
prima di degnarci di un'ultima opera testamento, lontana dal misticismo
biblico ma risolta in chiave tutta materiale: Apocalisse.

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Cirano

Venite pure avanti, voi con il naso corto, signori imbellettati, io più non vi
sopporto,
 infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio perchè con
questa spada vi uccido quando voglio.

 Venite pure avanti poeti
sgangherati, inutili cantanti di giorni sciagurati, 
buffoni che campate di
versi senza forza avrete soldi e gloria, ma non avete scorza; 
godetevi il
successo, godete finché dura, che il pubblico è ammaestrato e non vi fa
paura 
e andate chissà dove per non pagar le tasse col ghigno e l'
ignoranza dei primi della classe.


Io sono solo un povero cadetto di Guascogna, però non la sopporto la


gente che non sogna. 
Gli orpelli? L'arrivismo? All' amo non abbocco e al
fin della licenza io non perdono e tocco, 
io non perdono, non perdono e
tocco! 



Facciamola finita, venite tutti avanti nuovi protagonisti, politici rampanti,



venite portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni
false 
che avete spesso fatto del qualunquismo un arte, coraggio liberisti,
buttate giù le carte 
tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese in questo
benedetto, assurdo bel paese. 
Non me ne frega niente se anch' io sono
sbagliato, spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato; 
coi furbi e i

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prepotenti da sempre mi balocco e al fin della licenza io non perdono e
tocco, 
io non perdono, non perdono e tocco! 


Ma quando sono solo con questo naso al piede 
che almeno di mezz'ora da
sempre mi precede 
si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore 
che a me
è quasi proibito il sogno di un amore; 
non so quante ne ho amate, non so
quante ne ho avute, 
per colpa o per destino le donne le ho perdute 
e
quando sento il peso d' essere sempre solo 
mi chiudo in casa e scrivo e
scrivendo mi consolo, 
ma dentro di me sento che il grande amore esiste,

amo senza peccato, amo, ma sono triste 
perchè Rossana è bella, siamo
così diversi, 
a parlarle non riesco: le parlerò coi versi, le parlerò coi
versi...


Venite gente vuota, facciamola finita, voi preti che vendete a tutti un'
altra vita; 
se c'è, come voi dite, un Dio nell'infinito, guardatevi nel cuore,
l' avete già tradito 
e voi materialisti, col vostro chiodo fisso, che Dio è
morto e l' uomo è solo in questo abisso, 
le verità cercate per terra, da
maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali; 
tornate a casa nani, levatevi
davanti, per la mia rabbia enorme mi servono giganti. 
Ai dogmi e ai
pregiudizi da sempre non abbocco e al fin della licenza io non perdono e
tocco, 
io non perdono, non perdono e tocco! 


Io tocco i miei nemici col naso e con la spada, 
ma in questa vita oggi non
trovo più la strada. 
Non voglio rassegnarmi ad essere cattivo, 
tu sola puoi
salvarmi, tu sola e te lo scrivo: 
dev' esserci, lo sento, in terra o in cielo un
posto 
dove non soffriremo e tutto sarà giusto. 
Non ridere, ti prego, di
queste mie parole, 
io sono solo un' ombra e tu, Rossana, il sole, 
ma tu, lo
so, non ridi, dolcissima signora 
ed io non mi nascondo sotto la tua dimora

perchè oramai lo sento, non ho sofferto invano, 
se mi ami come sono, per
sempre tuo, per sempre tuo, per sempre tuo...Cirano.

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A TUTTI I DIRIGENTI E MILITANTI DE
“LA DESTRA”

Vi scrivo per sottoporre alla vostra attenzione alcune considerazioni in merito


alla situazione de La Destra e al suo futuro.
E’ palese che il risultato delle ultime elezioni sia stato un flop per il partito, e
che siano stati commessi molti errori, sia politici sia organizzativi…ma è
inutile parlarne ora (anche perché abbiamo già avuto modo di commentarli).
E’ invece importantissimo analizzare lo scenario che si sta delineando, sia
internamente sia esternamente al partito.
Per quanto riguarda l’ambiente esterno, dobbiamo rassegnarci al fatto che si
è definitivamente affermato anche nel nostro Paese il modello che prevede
due soli grossi partiti-contenitore. Si importerà in politica il meccanismo del
mercato: questi due partiti occuperanno la fetta più grossa dell’elettorato,
inglobando al loro interno tutto ciò che possono, grazie ad un percorso di
standardizzazione, cioè di proposta politica che vada più o meno bene a tutti
(o per lo meno alla maggior parte). Agli altri partiti non resterebbe che
specializzarsi su una nicchia del “mercato”, ma la politica non segue le leggi
dell’economia aziendale e questa è una strategia che in questo contesto non
porta frutti. Lo scopo della politica è infatti la divulgazione e l’affermazione di
determinate idee nella cultura e nella società, in modo tale da dirigerne lo
sviluppo. E’ perciò indispensabile crescere, arrivare ad un numero sempre
maggiore di persone, per essere supportati nelle nostre battaglie. Non si
andrà da nessuna parte raccontando la solita storiella alle solite quattro
persone! Ed è per questo motivo che i partiti di destra e di sinistra avranno
vita breve. A ciò si aggiunge un’ulteriore motivazione: la dicotomia
destra/sinistra è morta, non è più in grado di rispondere alle esigenze della
società attuale. Lo dimostra il fatto che gli italiani pensano che la destra e la
sinistra siano Berlusconi e Veltroni.
Considerando ciò, come si stanno muovendo i leader de La Destra?
Prima magari pensiamo a ciò che DOVREBBERO fare: tutti convengono nella
tesi che la soluzione migliore sia quella adottata dalla Lega Nord, cioè entrare
nel PDL mantenendo il proprio simbolo e la propria identità; cosa che la Lega
ha potuto fare perché nel tempo si è creata una sua specificità che è riuscita
a radicare nel territorio, grazie ad un contatto diretto con la popolazione.
Sarebbe stato dunque difficile ad altri partiti (sebbene più grandi) sottrargli
l’elettorato. La Destra dovrebbe dunque costruire un partito solido e credibile
in modo tale da riuscire in seguito a “vendersi” bene. E’ un processo non

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immediato, che oltre alla sua difficoltà intrinseca trova un ulteriore ostacolo
nel fatto che ormai i tempi di azione sono sempre più corti: avrebbe già
dovuto iniziare a farlo, invece di stringere alleanze spacciate come
miracolose e poi svanite nel giro di qualche giorno (vedi la Destra-Fiamma).
Ma, come si suol dire, meglio iniziare tardi che non iniziare…
Peccato che questa speranza naufraghi guardando la situazione interna. La
Santanchè annuncia un ripensamento, sostiene che non bisogna fare
opposizione al PDL ma invece sostenerlo e che auspica un ritorno alla casa
madre, con il proprio simbolo. Ricorda la storia dell’emigrato italiano che va
in America per far soldi, in modo tale da tornare poi in Italia con una
posizione sociale migliore…ma lasciamo perdere, non è questo l’importante.
L’idea della Santanchè non sarebbe male (vedi quanto detto prima sulla
Lega), ma ci aspettiamo che dietro ci sia la volontà di costruire un partito
serio: invece le uniche novità percepibili sono le liti con Storace e l’affannosa
quanto inutile ricerca di tesserati. Quello che ci chiediamo è: quando si va
dalla gente ad elemosinare i € 20 dell’iscrizione, che cosa gli si racconta?
Come si fa a convincerli che sono soldi ben spesi? Come si risponde alle
domande sulla posizione politica de La Destra, sui suoi rapporti con
centrodestra e centrosinistra… se non c’è neppure una posizione chiara nella
dirigenza del partito? Con tutto il rispetto, ritengo che non abbiano ancora
capito che i partiti, prima che con i tesserati, si fanno con le idee e con i
progetti. Sarebbe certamente bello se Berlusconi ci accogliesse
acconsentendo a tutte le nostre richieste, ma che motivo avrebbe per farlo?
In fondo siamo un partitino da neanche 2% (considerando che la Fiamma
aveva lo 0,5%).
Dall’altro lato, come dicevamo prima, troviamo Storace, che invece dichiara
di voler fare battaglia al PDL; se consideriamo come dato esogeno il fatto che
abbia delle buone capacità intellettive, presumo che ciò significhi che voglia
attendere per ripresentarsi successivamente da Silvio con una maggiore
“vendibilità” (e soprattutto dopo essersi levato di torno il problema
Santanchè, che gli sta togliendo la leadership del partito). Se ipotizziamo
come esogenamente dati anche l’altruismo e la preoccupazione per il bene de
La Destra, potrebbe darsi che voglia prima dare una struttura definitiva a
questo movimento. Insomma, leggendola in chiave puramente ottimista (se
non surreale), avrebbero entrambi lo stesso obiettivo, e a questo punto
sarebbe meglio il percorso scelto da Storace. Se invece vogliamo essere
realisti, ci rendiamo conto che, in concreto, non c’è ALCUN PROGETTO, che
passano il tempo a scannarsi tra di loro e che siamo destinati a scioglierci nel
PDL. Prendiamo coscienza del fatto che all’interno ci sono troppi pochi
personaggi validi, di spessore, che possano dare alla struttura un futuro
degno (vorrei tra l’altro sapere che fine abbia fatto Alberto Arrighi, pur non
stupendomi che sia andato in letargo, visto che è stato messo soltanto a capo
del movimento giovanile, nonostante fosse una delle poche teste veramente
capaci).

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Insomma, l’unica speranza risiede nel movimento giovanile, ma anche qui c’è
da fare qualche riflessione: durante la campagna elettorale siamo stati
sfruttati e maltrattati, quindi è chiara la considerazione dei dirigenti nei
nostri confronti (che tuttora continua)…ma mi chiedo che cosa abbiano fatto
i nostri responsabili nazionali per evitarlo…Gioventù Italiana è una parte
importante de La Destra oppure una ditta di lavoro interinale che fornisce
facchini qualora ci sia bisogno di scaricare manifesti? Attualmente mi sembra
più la seconda. Come si colloca il movimento giovanile per quanto riguarda la
strada politica da seguire, soprattutto in vista del congresso nazionale di
Ottobre: seguiremo ciò che ci viene indicato come ogni buon gregge che si
rispetti, o avremo una nostra posizione che cercheremo di far valere? Ci
limitiamo ad essere gli yes man del politico di turno, o vogliamo essere una
costola del partito che cerca di dettare la propria linea politica e, se
necessario, contestare eventuali errori fatti da esso? Un movimento giovanile
deve essere flessibile, dinamico, propositivo e innovativo: noi non lo siamo (a
livello di struttura nazionale), e prova ne è il fatto che, dopo il 1°
coordinamento nazionale di Gennaio, ancora non è stata fatta la seconda
riunione!
Per quanto riguarda noi di Gioventù Italiana Milano, l’unica cosa che ancora
ci spinge a restare qui dentro è la voglia di intraprendere con coloro che ne
hanno l’intenzione (e per fortuna di gente seria in GI ne abbiamo conosciuta)
la creazione di una reale rete tra i vari gruppi di GI e anche tra movimenti
esterni al partito che condividano le nostre posizioni, e iniziare un percorso di
preparazione di una solida base culturale e di un preciso e serio obiettivo
politico. Dobbiamo saper dare risposte valide e attuali a tutte le
problematiche della società odierna: dall’ambiente all’economia, dalla politica
al sociale, dalla scienza all’etica, ecc. La collaborazione con le principali
sezioni della Lombardia e con altri movimenti d’area è già partita. Creeremo
un giornale in cui tutti coloro che aderiranno al progetto potranno scrivere,
così da divulgare finalmente in tutta Italia il nostro pensiero. Stiamo
organizzando un campo studio che si terrà a Luglio e dove, muniti di tende e
di goliardia, ogni gruppo presente preparerà un approfondimento
sull’argomento stabilito per poi discuterne con gli altri. Abbiamo instaurato
rapporti con ricercatori, giornalisti e altre persone che ci supporteranno con
le loro conoscenze.
Esortiamo tutti quelli che si sono stancati di restare immobili o isolati a
contattarci; incitiamo quelli che non si riconoscono né nella sindrome da
ducismo né nel poltronismo centrista (e che vogliono dare una svolta a
questo ambiente) a unirsi a noi!
Nella speranza di avere almeno sollevato un dibattito fino ad ora
inesistente…

Vincenzo Sofo,
responsabile Gioventù Italiana Milano.

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Dal 20 Aprile
presso la tua libreria di fiducia (su ordinazione):

“ DIO O DARWIN”
di Fabrizio Fratus

Prefazione: Appendice:
Pietro Cerullo Andrea Bartelloni

Edizioni Kappa

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Sapevamo che
lo aspettavate con ansia…

FINALMENTE ECCO
IL SITO INTERNET DI
SINTESI!

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www.sintesimilano.org

Hanno collaborato: D. Rossi, F. Monti, C. La Ferla,

F. Ferracci, D. Leotti, S.Cappellari, R. Malossi, F. Fratus, C.Boccassini,

R. Boccassini, V. Sofo, V. Bencini, B. Leva.

e-mail: sintesi.milano@sintesimilano.org

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