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Sintesi………………………………………………………………………… pag.

2
Cuore nero………………………………………………………………….. pag. 3
Un uomo nuovo manterrà accesa la fiaccola: il reazionario……. pag. 6
Questione di stile………………………………………………....……….. pag. 8
Basta lame, basta infami………………...……………………………. pag. 10
Curve: GL Pavia………………………………………………………….. pag. 13
Un libro: “Una sera d’inverno”…...………………………………….... pag. 18
Yuppies………………………………….....……………………………… pag. 21
Atomi………………………………………….……………….…………… pag. 23
Dax e un ex camerata di Fabrizio… Precisazioni necessarie!.…. pag. 25
La ricerca dei “figli perfetti” parte dalla Gran Bretagna………….pag. 27
La destra di comodo da Almirante a Fini…………………………….pag. 29
Fuori dai denti 2………………………………………………………….. pag. 32
Serata Pierluigi Felli........................................................................... pag. 34
Dico a te!........................................................................................... pag. 36

Anno 0 nr. 2 OBBEDIAMO AD UN DOVERE: LA NAZIONE EUROPA Pagina 1 di 38


La domanda è: che fare? Sì, in passato già qualcuno se lo era chiesto… ma è una
domanda decisamente importante per il nostro “mondo”. Per nostro mondo
intendiamo tutti coloro che non vogliono essere il “resto” del ciclo produzione e
consumo e non si rifanno a schemi che speriamo siano superati. Schemi come
fascismo e antifascismo, comunismo e anticomunismo e tutto l’armamentario che
il cosiddetto “sistema” ha messo in piedi per dividere le ELITE. Non vogliamo essere
strumento di nessuno e tanto meno di chi è ancora la rappresentazione del
passato o testimone di un passato che non ci appartiene. Noi siamo e vogliamo
appartenere al futuro. Essere il futuro. Dominare il futuro. Vigilare sul nostro futuro.
Appartenere ad un movimento, ad un circolo, o a qualsiasi cosa a noi non
importa, noi siamo convinti che ognuno debba fare il suo dovere per ciò in cui
crede e lo deve fare in “buona fede”, lo deve fare tralasciando gli interessi
personali. Tutti coloro che si ritengono “soldati politici”, se ciò ha ancora un
significato valido, e per noi lo ha, devono lottare quotidianamente manifestando
uno stile di vita differente. Essere al di fuori da tutti gli schemi che il sistema
impone. Schemi che allontanano l’Uomo dal suo vivere “naturale” per un vivere
“artificiale”, un vivere contornato dall’inutile. Un vivere materialista. Un dedicarsi al
giuoco consumista. Questo è per noi oggi essere soldati politici; essere fuori dal
sistema vuol dire non partecipare al sistema ma utilizzarlo il più possibile. Utilizzare
i suoi strumenti che possono essere partiti, associazioni, circoli e tutto ciò che può
rendere più visibile la nostra battaglia. Ci sentiamo liberi e coscienti che la
battaglia è difficile e la sopravvivenza è difficilissima. Ma alzando la testa verso il
cielo noi vediamo la nostra stella polare che ci guida verso un mondo che è
possibile. Un mondo di uomini liberi. Il nostro mondo. Sintesi dichiara guerra…

Anno 0 nr. 2 OBBEDIAMO AD UN DOVERE: LA NAZIONE EUROPA Pagina 2 di 38


Come ormai tutta Italia sa, la sede del Circolo CUORE NERO a Milano è stata
distrutta alcune sere fa da ignoti, che hanno versato benzina all’interno dei locali
dando poi il tutto alle fiamme.
La quantità di benzene e gas ha fatto tutto il resto, e nulla è rimasto di ciò che era
stato preparato con cura, impegno, tanto sacrificio e dedizione da parte di Todo e
Roberto, da tutti gli amici e camerati che hanno collaborato.
A tutti loro va la solidarietà di tutta la nostra redazione!

Vogliamo ora ricordare a tutti queste comunicazioni arrivateci direttamente dal


Circolo CUORE NERO.

FESTA POPOLARE CONTRO LA VIOLENZA ED IL TERRORISMO COMUNISTA

Indetta dalla Associazione Culturale Aurora Boreale e dal Circolo CUORE NERO di
Milano ed alla quale hanno ufficialmente aderito FORZA NUOVA, la FIAMMA
TRICOLORE e numerosissime associazioni culturali, gruppi sportivi e ricreativi della
cosidetta "comunità ideale della destra lombarda", oltre che a singoli esponenti
della Cultura, della Politica, del Volontariato Sociale, dei Comitati di Quartiere e
decine di simpatizzanti e semplici cittadini.

1) Vogliamo dare una risposta forte e chiara a tutti coloro che inutilmente cercano
di intimidirci con la violenza, di tapparci la bocca, di rinchiuderci in un ghetto, di
intrappolarci nella suicida logica degli opposti estremismi, creando
appositamente un clima di tensione e di odio, magari sperando di innescare
chissà quale ritorsione.

2) Intendiamo dimostrare, ancora una volta, a tutti coloro che ci stanno


osservando, sopratutto agli sciacalli che inutilmente sperano in qualche nostro
errore, la nostra indiscutibile superiore civiltà, cultura, intelligenza e disciplina.
Vogliamo mostrare ai Milanesi ed agli Italiani chi veramente siamo: uomi veri, "in
piedi in mezzo alle rovine", gente dura e genuina con nervi saldi, cuori puri, valori
veri ed idee chiare.

3) Per questo la manifestazione di sabato prossimo vuole e deve essere


assolutamente pacifica, composta, ordinata, persino educata e gentile,
dimostrando anche plasticamente l' enorme differenza di spirito, principi e stile fra

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la "nostra comunità ideale" e la "canaglia rossa" che ha devastato Corso Buenos
Aires.

4) La festa si svolgerà davanti alla sede devastata dai rossi, in VIALE CERTOSA 311,
lungo il controviale, dalle ORE 16.00 alle ORE 24.00. Ogni gruppo aderente, previo
autorizzazione, potrà esporre, vendere e distribuire il proprio materiale. Per tutto il
corso dell'evento sarà in funzione un servizio ristoro. Alle ORE 20.00 ci sarà il saluto
ufficiale dei promotori di Cuore Nero e di tutti i rappresentanti dei partiti,
associazioni ed istituzioni presenti. Alle ORE 21.00 inizierà un CONCERTO di MUSICA
ALTERNATIVA. Alle ORE 24.00 è prevista la chiusura formale della festa e tutti i
partecipanti dovranno andarsene in modo ordinato, composto e possibilmente
anche silenzioso.

5) Dato il taglio popolare e sociale della festa, aperta ai cittadini del quartiere ed
a tutti gli Italiani di Milano, vogliamo evitare di politicizzare o peggio partitizzare la
giornata. Per questo invitiamo TUTTI i partecipanti a portare SOLO BANDIERE
TRICOLORI. Altre bandiere saranno vagliate e tollerate nei modi e nei numeri che
stabilirà l'organizzazione.

6) Un adeguato SERVIZIO D' ORDINE farà rispettare le sopra citate disposizioni


organizzative e logistiche.

Firmato ALESSANDRO TODISCO (Presidente ACAB-CUORE NERO) e ROBERTO


JONGHI LAVARINI

SABATO 14 APRILE 2007 - A MILANO IN VIALE CERTOSA 311

FESTA POPOLARE CONTRO LA VIOLENZA ED IL TERRORISMO COMUNISTA

PROGRAMMA:

Presenza in strada (lungo il controviale) dalle ore 16.00 alle ore 24.00 con Birreria e
Servizio Ristoro

Ore 21.00 SALUTO di Alessandro TODISCO e Roberto JONGHI LAVARINI e dei


graditi ospiti presenti, fra i quali: Gabriele Adinolfi, Marco Battara, Duilio Canu
(Forza Nuova), Marco De Rosa (Fiamma Triciolore), Guido Giraudo e Maurizio
Murelli

ORE 22.00 CONCERTO di Musica Alternativa (tutti i gruppi sono invitati a suonare!!!)

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Chi volesse dare una mano è ben gradito: ci servono ancora tavoli e sedie,
derrate alimentari (patatine, panini, salumi, formaggi, dolci, ecc..) e bevande
(vino, acqua minerale e bibite varie), bicchieri (rigorosamente di carta o plastica),
tovaglioli ed altro ancora: STEFANO 349.6686256.

Inoltre ricerchiamo ancora palco, alimentatori, casse, strumentazione e sopratutto


nuovi ed ulteriori gruppi musicali che vogliano simbolicamente partecipare al
Concerto: VITO 339.8397724.

I gruppi e le associazioni che volessero organizzare un banchetto per distribuire,


propagandare e vendere il proprio materiale, sono graditissime ma devono
contattare preventivamente: STIZZA 328.9043625.

Ed ora, manifestate tutta la vostra solidarietà e rispondete con fatti tangibili, mano
ai portafogli e versate a:

RICARICA POSTEPAY
4023600440208967
INTESTATO A TODISCO ALESSANDRO
(è sufficiente recarsi all'
ufficio postale e dire che si vuole effettuare la ricarica su
questi dati)

CAUSALE CUORE NERO

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Conosciamo la forza del passato, essa ci ispira, ci condiziona e ci guida.
Specchiandoci nel passato ritroviamo i modelli che vorremmo riproposti nel futuro.
Del presente ci angoscia la sonnolenza che ha reso l’Europa atea, inginocchiata
al mercato e all’edonismo.
I vecchi miti, la morale e la semplicità, sono ora favole rimosse dall’individualismo
e dall’incubo del denaro facile. I vecchi simboli lasciano il posto ai marchi di
tendenza. Questo tempo, dei simboli, conosce la sola mercificazione e
commercializzazione. Questo tempo ha reso l’uomo privo d’ogni dignità d’ogni
voglia di cambiamento, della volontà di scegliere.
Eccoci qui tutti, chi più chi meno, a viver la vita lasciandosi trascinare dal corso
degli eventi.
Tuttavia qualcuno dalla nostra parte e per onor del vero anche qualcuno
ideologicamente lontano da noi, nonostante il diffuso e progressivo stillicidio che
svuota lo spirito, le passioni politiche e le religioni, si ostina a voler parlare con
motti dal significato misterioso e anacronistico, insiste esponendo ed esibendo
simboli, che sono sviliti e mortificati e tenta talvolta di legarsi a un passato che non
gli appartiene. Altre volte ancora, cita grandi uomini o ideologi che ormai defunti
non trovano pace rivoltandosi nella tomba.
Forse in un Mondo che fatica a piegarsi alla forza degli appassionanti grandi ideali
è venuto il momento di guardare avanti, cambiando gli schemi che di questo
stesso Mondo contraddistinguono la comunicazione politica.
E’ necessario che quel magma ideologico che è la Destra radicale, che a tratti è
fede, a tratti delirio e a tratti persino moda e che appare per la propria
disomogeneità e per lo stereotipo che la insegue costantemente, più che per le
sue idee peculiari, faccia un grande sforzo per cercare di comprendere il proprio
tempo, faccia un grande sforzo per divenire la più reazionaria delle avanguardie.
E’ necessario non tanto perché a Sintesi importi qualcosa di quel “recipiente” che
è la Destra Radicale, ma perché Sintesi ha a cuore certi valori.
Come possiamo rilanciare il nostro Credo, che si esprime nella volontà di
ricercare una identità nello spirito e nella comunità quando noi stessi siamo vittime
del nulla che ci circonda?
In questo deserto anche i nostri più cari nemici, i sostenitori del materialismo,
appaiono spiazzati, perduti nella difesa di interessi settoriali, sempre più lontani

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dalle masse e dai lavoratori e sempre più coinvolti nella prostituzione e nella
corruzione generalizzata.
Pare al capolinea il millenario scontro che ha contrapposto nella storia
dell’umanità tradizione a progresso, e illuminismo a romanticismo. Eppure a noi
importa del romanticismo, della tradizione, della fede. Ciò nonostante, vale la
pena sottolineare che questo nostro piccolo ambiente non è riuscito a mantenere
nel corso di tutta la storia repubblicana unità e compattezza. E’ quasi incredibile
se si pensa al fatto che siamo stati ghettizzati, estromessi dai salotti del potere e
dalla vita politica. Ci consideravano incivili, irresponsabili e fanatici, al punto che
quando nel 1960 Tambroni ventilò una ipotesi di alleanza elettorale col M.S.I., a
Genova si scatenò la guerriglia urbana. Poi vennero gli anni ‘70 che furono gli anni
del romantico, quanto apparente e di facciata, ritorno dei grandi ideali, delle
passioni intellettuali e dei lutti a catena. Mentre tutto ciò accadeva, lotte intestine
determinate più da interessi privati e arrivistici annichilivano e frammentavano una
identità, già posta in discussione e marginalizzata dall’esterno. La ghettizzazione
politica che ci ha circondati per lungo tempo ha certo contribuito a cristallizzare
un’area politica, la nostra , col suo linguaggio, i suoi saluti, i suoi riti, i suoi scazzi e
le sue beghe. Un’area politica assai autoreferenziale e poco critica nei confronti di
sé stessa.
Oggi il nulla, e non v’e’ da sorprendersi. Il Duce a Predappio mostra il proprio volto
imperturbabile stampato industrialmente sull’etichetta delle bottiglie di vino poste
negli scaffali di alcuni negozietti. Di Mao si ricorda molto il cappellino, che è di
gran tendenza e che assolutamente non deve mancare nella valigia di un
viaggiatore che s’accinge al ritorno a casa dalla Cina. Il Che lo si porta sulle
magliette senza conoscerne la storia personale e politica.
A noi il compito d’essere diversi dal gregge. A noi il compito di guidare il gregge
allorquando arriverà la grande crisi epocale che farà venir voglia ai popoli di
rivoluzione. Noi allora saremo pronti, lanciando senza retoriche una idea di
reazione possibile che dovrà esser mossa dalla ricerca della tradizione più
profonda. A noi, oggi, il compito d’essere alternativi e davvero antagonisti senza
cadere nella controproducente retorica che tra noi s’impone col mito del
fascismo, della repubblica Sociale e più in generale del passatismo.
Cerchiamo soprattutto di non fare la fine di quel tale, sul quale scrisse Marco
Terenzio Marrone (116 A.C. - 27 A.C.) che addormentatosi da ragazzo, si svegliò a
sessant’anni per accorgersi che a Roma tutto era mutato; mutato in peggio.

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!

Quando il comitato di redazione di SINTESI mi ha comunicato che avrei dovuto


(… a noi non piacciono le decisioni democratiche…) scrivere un articolo sullo
“STILE”, mi è venuto immediatamente l’istinto incontrollabile di guardarmi attorno,
di dare un’occhiata un po’ più approfondita sui componenti dello stesso comitato,
per rendermi conto di cosa poteva essere questo tanto sbandierato “stile”…
sicuramente mi sono immediatamente reso conto di non trovarmi nella redazione
di VANITY FAIR o di VOGUE…
Tornando a casa, tra un semaforo e l’altro, tra un insulto al tassista indisciplinato e
un prolungato sguardo alla minigonna di un’avvenente signorina, mi sono reso
conto che in fondo lo STILE non è solo abbigliamento, non è solo appartenenza ad
un gruppo ben riconoscibile… lo STILE è altro, è comportamento quotidiano, è
coerenza, è la capacità di non perdere di vista i valori in tutti i gesti della vita, dal
più semplice al più complicato.
… l’appartenenza al gruppo… ecco la chiave di volta, ecco la “rovina” di gran
parte del mio, del vostro, del nostro ambiente cari lettori…
Siamo partiti dal “libro e moschetto” di Gentiliana memoria, passando per gli
occhiali a goccia dei Sanbabilini arrivando alle teste rasate degli Skinheads senza
tralasciare i giubbini verdi dei Mods… in tutte queste situazioni abbiamo cercato
l’appartenenza al branco, scambiando questo essere omologati per stile…
quando invece lo stile è innanzitutto originalità, è coerenza nell’affrontare la vita.
“… i suoi militanti parlavano il linguaggio dell’epoca e vestivano come i giovani di
allora, erano sinceramente, gioiosamente e persino esageratamente ribelli eppure
erano disciplinatissimi a causa della formazione di TP.
Terza Posizione identificava la chiave di volta della rivoluzione nel conflitto
esistenziale e manifestarsi nel quotidiano: con il sacrificio e con l’esempio.”
(Tratto da “Noi Terza Posizione” di G. Adinolfi e R. Fiore edizioni Settimo Sigillo).
Questo interessante passo ci pone nelle condizioni di pensare che esisteva anche
allora, in epoche relativamente vicine ma socialmente molto lontane da quella
attuale, la ricerca di uno STILE controcorrente, originale e caratterizzante, capace
di distinguersi senza divenir “macchietta”, di innalzarsi senza perdere il contatto
con la realtà, trovando attraverso questi semplici strumenti l’esempio da
consegnare alle generazioni future.
Poco più di una settimana fa chiesi a qualcuno molto vicino a noi la sua opinione
a proposito dello stile che oggi dimostra l’ambiente di cui facciamo parte… mi ha
risposto con il solito sarcasmo tipico del personaggio, con il solito irriverente taglio
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ma con la consueta sincerità dicendo:
“Siamo il surrogato della caricatura dello stereotipo!!!”
… PAM…!!! quella frase mi si è infilzata nella mente come un chiodo,
permettendomi di guardarmi attorno, come feci non appena saputo l’argomento
del mio articolo, ma osservando tutti con occhi diversi… ero riuscito a trovare la
chiave, la soluzione per comprendere questo stramaledetto STILE…
Marciare compatti è la soluzione alle mie domande… creare uno stile nostro
capace di ribaltare i pronostici che ci danno per finiti, che ci danno per
schiacciati dietro tribù suburbane di violenti o di nostalgici degli anni piombo…
Siamo e vogliamo essere altro… non un branco, ma un gruppo coeso capace di
esportare nella vita di ogni giorno il valore della coerenza, di quella lealtà agli
ideali di cui tanto ci siamo vantati ma che siamo riusciti a rendere ridicolo,
credendo che lo stile fosse solo un look, apparenza quindi.
Nei miei precedenti interventi ho sempre sottolineato come le diversità naturali in
un ambiente variegato come il nostro potessero un giorno diventare forza, ecco, è
anche in queste cose che, dobbiamo dimostrarlo, è in analisi su argomenti
apparentemente secondari come questo che dobbiamo dimostrare quanto
l’originalità dei nostri atteggiamenti può diventare RIVOLUZIONE!
Non è il jeans di marca a differenziare il camerata ricco dal camerata proletario,
non è il possedere una macchina sportiva a rendere più o meno (… a seconda di
chi lo osserva… ) interessante l’argomento di cui si sta parlando… non è
nemmeno il vestirsi tutti nello stesso modo a dare l’idea di compattezza ad un
gruppo, ma è come ci si muove nel mondo, come si affronta la vita, come si
riesce ad argomentare qualcosa cercando di convincere uno scettico che la
nostra idea è vincente, è moderna. Questo è lo stile per come lo intendiamo noi di
Sintesi, questo è lo stile che deve contraddistinguere una comunità politica…
Usciamo dagli schemi del branco che fino ad ora hanno solo ridicolizzato l’idea.
Il progetto di SINTESI avrà compimento solo quando attorno a questa grande idea
sapranno unirsi tutti coloro che hanno come noi questo grande sogno… qualcuno
ha cercato, cerca e cercherà di farci credere che è un’utopia… sta a noi
dimostrare che si sbaglia… dimostriamolo con STILE!!

Lezione di “stile”: Roma-Milan 2006/2007

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" #"

I fatti di Catania hanno riacceso il dibattito su un mondo che, fin dalla sua nascita,
è sempre stato oggetto di numerosi dibattiti: il mondo degli ultras. La frequenza di
tali dibattiti è dovuta al fatto che questo è un mondo che esprime i sentimenti, i
mali e tutto ciò che riguarda la nostra società. E sebbene riproduca tutto ciò in un
contesto circoscritto, lo fa in maniera molto esasperata. Esasperata da un fattore, il
tifo, che probabilmente più di ogni altra cosa scatena la componente più
incontrollabile dell’essere umano: l’istinto. Il tifo infatti è un’ancora di salvezza per
l’uomo, soprattutto nel nostro tempo; è un momento di svago in cui l’uomo sfoga
tutto ciò che la società gli impone di reprimere; è una zona franca in cui l’uomo sa
di potersi liberare da tutto ciò che lo opprime, senza nessuno che lo giudichi e,
anzi, in compagnia di migliaia di altre persone nella sua stessa condizione. Non
dovrebbe dunque sorprendere sapere di italiani - la maggior parte dei quali
rispettabili avvocati, ingegneri,ecc.- che nel week-end, dopo una stressante
settimana di lavoro, partono per l’Inghilterra per partecipare agli scontri tra
hooligans. Qui racconteremo in breve la storia dell’evoluzione in Italia di questo
mondo.
Le prime forme di tifo organizzato si hanno nei primi anni ’50, quando nascono i
primi club.
I club organizzano varie iniziative, tra le quali la preparazione delle trasferte. Il
primo gruppo di tifosi è di fede interista e si chiama “Moschettieri nerazzurri”. Negli
anni ’60 questi gruppi, che inizialmente vengono chiamati centri di
coordinamento, si diffondono molto rapidamente. Parallelamente a ciò avviene, in
alcune frange della tifoseria, un distaccamento dal tifo “classico”.. Nascono gli
ultras. Gli ultras sono gruppi di sostenitori che si concentrano nei settori popolari
degli stadi, le cosiddette curve, e che si distinguono per un modo di tifare
particolare: la loro caratteristica principale consiste nell’assistere alla partita
rigorosamente in piedi. L’ultrà non sopporta stare seduto sul divano a guardare la
propria squadra in TV, rifiuta la logica dei diritti televisivi e delle televisioni a
pagamento: per l’ultrà la partita è solo ed esclusivamente allo stadio. Oltre che
per il fatto di stare in piedi sulle gradinate, la particolarità del loro tifo consiste
nell’accompagnamento della propria squadra con cori durante la partita,
nell’utilizzo di striscioni, stendardi, fumogeni e soprattutto coreografie. Quest’ultimo
elemento renderà lo stile ultras italiano unico al mondo. Ma gli ultras si
distinguono anche per altri fattori come il forte senso di appartenenza alla
squadra, al proprio territorio (la curva) e, ovviamente, al proprio gruppo. Il primo

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gruppo ultras risale al 1968: è la “Fossa dei Leoni”, milanista. Nel corso degli anni
’70 molti gruppi (ancora relativamente piccoli, in quanto erano composti da
decine di persone) si uniscono dando vita a gruppi più ampi come le Brigate
Rossonere del Milan (1975), i Fighters della Juventus (1975), gli Ultrà Granata del
Torino (1973) e altri. Le motivazioni che portano alla formazione dei gruppi di ultras
sono principalmente di carattere politico, ma ci sono altri motivi tra cui, ad
esempio, la provenienza da una stessa zona della città, il quartiere.
Con lo sviluppo del tifo organizzato cambia anche il modo di “sfogarsi”; mentre
prima la violenza si concretizzava soprattutto sotto forma di invasioni di campo,
ora aumenta sempre più lo scontro fisico tra fazioni opposte a causa di rivalità
politiche (bisogna ricordare infatti che gli anni ’70 furono segnati dai violentissimi
scontri tra i giovani di sinistra e quelli di destra) o anche semplicemente territoriali
(le classiche rivalità tra tifoserie di città vicine o della stessa città che si risvegliano
in occasione dei derby). Ma c’è un nemico che accomuna tutti gli ultras e verso il
quale è rivolto l’odio maggiore: le forze dell’ordine. Come già detto prima, infatti,
gli ultras hanno un forte senso di appartenenza nei confronti della curva, che è
considerata l’area nella quale si concentra il mondo giovanile e quello che è il
suo sentimento all’interno della società: la ribellione.
E’ la ribellione verso un sistema – nello specifico calcistico ma più in generale
sociale - nel quale non si riconoscono. E le forze dell’ordine, simbolo e strumento
di questo sistema, sono pronte a reprimerla. Questo è il pensiero comune degli
ultras.
La “consacrazione” degli ultras avviene negli anni ’80, quando i gruppi arrivano a
contare centinaia/migliaia di aderenti. Il fenomeno si espande in tutta Italia e in
tutte le categorie, dalla serie A ai dilettanti. Il moltiplicarsi dei gruppi porta alla
nascita di numerose alleanze. Questo ingigantimento manda in crisi
l’autofinanziamento, non più sufficiente per coprire i costi di spettacoli coreografici
ormai immancabili e sempre più imponenti.. Così si ricorre alla sponsorizzazione e
all’aiuto delle società di calcio. Alcuni gruppi arriveranno a darsi una vera e
propria struttura manageriale. Nel frattempo la politicizzazione delle curve è in
notevole diminuzione, fatto testimoniato dalla formazione di gemellaggi tra
tifoserie con idee politiche opposte (ad esempio quello tra Verona e Fiorentina).
La perdita di importanza della politica negli stadi che avviene tra la fine degli anni
’80 e i primi anni ’90 coincide con un’evoluzione negativa del tifo organizzato che
troverà la sua massima espressione negli ultimi anni e della quale non si potrebbe
fare esempio migliore i fatti accaduti durante e dopo la partita Catania-Palermo di
quest’anno.
La perdita di ideologie e l’invasione degli interessi economici anche in questo
mondo corrompe ed infine distrugge la “mentalità ultras”. Si diffondono la droga e
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le armi . Durante gli scontri nascono i primi morti. L’essere ultrà è diventato una
moda che incrementando il numero degli appartenenti la tifoseria organizzata è
divenuta talmente potente da influenzare la società della squadra a cui si fa il tifo,
e i capi ultras acquisiscono sempre maggiore fama.
C’è un ricambio generazionale, ma i nuovi arrivi non rispettano più le vecchie
regole di comportamento. Alcuni gruppi storici si sciolgono e si assiste ad un
generale frazionamento delle curve. La voglia dei singoli di mettersi in mostra
prevale sulla vecchia mentalità ultras, ormai in fin di vita: si ha una crisi d’identità.
Nel 1995, l’ennesima morte (del tifoso del Genoa Vincenzo Spagnolo) in seguito a
scontri spinge la vecchia generazione di ultras a riflettere su un movimento che sta
andando incontro all’autodistruzione. Viene così organizzato un raduno durante il
quale le tifoserie tentano di ridare al loro mondo un codice comportamentale.
L’iniziativa risulterà un fallimento in quanto resterà inascoltata dai giovani tifosi.
Così anche i successivi raduni perderanno credibilità, tanto che alcune tifoserie
smetteranno di parteciparvi. Non ha infatti senso fare raduni per cercare di
fermare la degenerazione di questo mondo con le stesse persone che, qualche
giorno dopo, ti accoltellano.
E così anche le relazioni tra tifoserie entrano in crisi, con la rottura di molti
gemellaggi che si trasformano in feroci rivalità.
Questa è la storia di un mondo nato dalla passione, dall’amore – se vogliamo
anche romantico - per una squadra, un amore che ha fatto ingelosire migliaia di
donne, che si sentivano e si sentono sconfitte da qualcosa che l’uomo non riuscirà
mai a tradire; un amore fatto di sacrifici, in termini di tempo e di denaro, e che
proprio il denaro ha ridotto in fin di vita. Leggendo questa storia vi sembrerà di
leggere la storia di tutto il mondo, ma non è una pura coincidenza, perché la
storia del mondo del calcio è, seppur in miniatura, la storia del mondo. Il grido
lanciato dai vecchi ultras in occasione del raduno del ’95 – “basta lame, basta
infami” - non è per nulla diverso dal grido lanciato dalle poche persone che non si
sono ancora arrese alla corruzione del mondo moderno.

Ultras Bologna

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Continuiamo la nostra panoramica sulle curve italiane in special modo sui vecchi
gruppi ultras. Oggi parliamo con Sandro, uno dei fondatori e membro del direttivo
del Gruppo Lercio (da ora in poi GLP) di Pavia.

1) Ciao Sandro, volevo farti qualche domanda sul vecchio GLP? Hai qualche
minuto per me?
Tutto il tempo che vuoi, per gli amici e per i bei ricordi si fa di tutto.

2) Quando e come è nato il GLP, quando si sono sciolti e come mai? Raccontaci a
ruota libera del gruppo!
Il GLP non nacque propriamente come gruppo ultras, inizialmente era un gruppo
di amici con la stessa “testa” e passioni similari. Essendo un gruppo di amici lo
stadio o il palazzetto era la naturale estensione del nostro modo di stare insieme.
Inizialmente il gruppo seguiva il basket, successivamente, dal 1996, il gruppo
incominciò a seguire il calcio, in quel momento io personalmente entrai a far
parte attivamente del gruppo. Il nostro arrivo allo stadio coincise con il periodo più
basso della storia della storia calcistica del Pavia Calcio, infatti nel 1997 il Pavia
disputata il torneo d’Eccellenza. Lo stadio e la curva, in quel periodo, come
facilmente era da immaginarsi, non era molto frequentato, eravamo circa un
centinaio o poco più. Mi ricordo con piacere campi improponibili come Castel
San Giovanni o Vigevano (che derby??!!??). La cosa più positiva, a mio avviso,
era che in campo non c’erano fenomeni, o squadroni, o tifoserie da affrontare, ed
il nostro interesse era orientato a divertirci e ad alimentare il nostro spirito
goliardico, e quella fu la fortuna del nostro gruppo, aiutò a cementare l’amicizia
anche con i nuovi arrivati. Ci sentivamo tutti coinvolti ed ognuno portava
all’interno del gruppo e della curva idee ed esperienze proprie, infatti alcuni di noi
venivano da anni di militanza in altre curve di A e B.
Ci ritrovavamo insieme per una sorta di riunione il venerdì sera, in un pub fuori
Pavia, ma più che una riunione era una uscita tra amici e tra tante pinte di birra
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uscivano le idee migliori sul materiale e i cori da farsi. Ci venivano naturali e senza
alcuno “sforzo!”, era un vero spasso, e per questo usciva il meglio.
Nel giro di un paio d’anni portammo all’interno della curva un sacco di materiale
nuovo, in alcuni casi mai visto prima di allora a Pavia (ad esempio le sciarpe
popular e le 2 aste molto curate), e tanti nuovi cori.
Negli anni successivi il Pavia risalì la china, e la gente incominciò a ritornare allo
stadio ed in curva.
Molti ragazzi nuovi si avvicinarono al GLP, e dal nucleo iniziale di 10 ragazzi
arrivammo nella stagione 2000/2001, che coincise con la promozione in C2, ad
essere un nucleo di 30-40 persone convinte.
Decidemmo in quegli stessi anni di fare circa una decina di drappi, in sostituzione
del primo striscione bianco con scritta nera, avevamo adottato uno stile
“britannico”, ma non nel modo di tifare.
L’ascesa del Pavia coincise anche con la disputa di incontri con squadre più
blasonate e con un discreto seguito di ultras (Voghera, Legnano, Casale, Trento e
Sant’Angelo).
Ci furono anche i primi scontri con le opposte tifoserie, indimenticabili quelli di
Sant’Angelo e Trento, da cui ne seguirono per alcuni di noi le prime diffide.
Ti ho raccontato l’ascesa del gruppo, ora, con un po’ di amarezza, ti racconto del
declino e dello scioglimento.
Tutto nacque, paradossalmente, con la promozione in C2.
Doveva essere, anzi sarebbe dovuto essere il definitivo trampolino di lancio, ma
non fu così.
La Lega decise che la curva, dove fino a quel momento ci posizionavamo,
dovesse essere assegnata agli ospiti, perché dotata di un ingresso isolato. Noi
conseguentemente venimmo spostati sul rettilineo.
A noi chiaramente la decisione non garbava, e, d’accordo con gli altri gruppi si
decise di disertare per tutta la stagione le partite casalinghe, rimanendo
comunque al di fuori dello staio e tifando sul piazzale antistante la tribuna. Si iniziò
tappezzando la città di manifesti con la scritta “NIENTE CURVA NIENTE ULTRAS”,
sembrava che fossimo tutti compatti, ma purtroppo non fu così, qualcuno dopo la
prima giornata di protesta decise di entrare, prima senza striscione e poi con
striscione, e quindi si tornò a tifare come se nulla fosse.
Noi coerentemente rimanemmo fuori tutta la stagione. L’effetto fu devastante: i
molti ragazzi che si erano avvicinati a noi, non vedendoci più allo stadio, si
allontanarono. Purtroppo non era facile continuare l’opera iniziata anni addietro
solo in trasferta, anche perchè le trasferte incominciavano ad essere vere e
lunghe. Ci ritrovammo ad andare in trasferte lontane (Prato, Poggibonsi,
Viareggio) in 3-4, o al massimo 6 del GLP. Unitamente a questo iniziarono gli screzi
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con gli altri gruppo della curva. Venne naturale, così come la nascita, la decisione
sofferta, alla fine della stagione 2002, garantendo comunque sempre la nostra
presenza in trasferta, di chiudere.
Alcuni di noi, tutt’oggi, frequentano lo stadio di Pavia, sia in casa che in trasferta,
ma in maniera libera, senza aderire ad altri gruppi, ciò vuol dire che lo spirito
originario del GLP è ancora vivo. Alcuni di noi hanno chiesto, negli anni successivi,
di tornare, ma sempre perché la coerenza è fondamentale, chiudemmo
definitivamente i battenti. Piccola, ma di grande valore, soddisfazione.

3) Come siete stati accolti dagli altri gruppi ultras pavesi?


Come ti ho detto prima, quando arrivammo la situazione era in profonda
depressione, e il nostro arrivo passò quasi inosservato.
Con il passare degli anni, le promozioni, ed il crescente numero di appartenenti al
GLP, credo che il nostro gruppo non fosse più “SIMPATICO” come all’inizio, forse
era diventato “scomodo”.
Vi era forse la paura di perdere la guida della curva, cosa che a noi sinceramente
non interessava
Indubbio il fatto che c’era una profonda diversità nel vedere le cose e nell’agire
(vedi la protesta per lo spostamento dalla curva al rettilineo).

4) Quale era lo spirito che vi ha contraddistinto?


La goliardia! Senza alcun dubbio. Il prendersi ed il prendere in giro tutto e tutti,
senza mai prendersi sul serio. Poi senza ombra di dubbio l’amicizia, soprattutto
quella con ragazzi di altre città che sono sfociati in rapporti extra-stadio. Un
arricchimento senza eguali.

5) Riscontri molte diversità tra il movimento ultras di quegli anni e l'


attuale?
Non sono passati tanti anni, di diversità non ne riscontro molte. Le diversità che ho
sempre riscontrate adesso come allora, sono quelle tra le grandi e le piccole
realtà.
Nelle curve di realtà piccole c’è uno spirito di aggregazione molto forte, molto di
più rispetto alle grandi realtà. Ti senti una parte importante dell’ingranaggio, c’è
più tempo da dedicare ai rapporti interpersonali con gli altri, cresci insieme al
gruppo. Nelle grandi realtà questa peculiarità purtroppo non c’è, così è forte il
rischio di perdere persone valide.

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6) Ci sono momenti epici o date, trasferte o attività particolari da ricordare?
Il mio ricordo più bello è la trasferta di Alessandria in C2. Posticipo serale di lunedì
sera. Tre pullman da Pavia, uno del GLP. La partita finisce alle 22:30, gli altri 2
pullman ripartono 10 minuti dopo la fine della partita, il nostro invece riparte da
Alessandria quasi a mezzanotte. Non riuscivano più a mandarci via! Ci caricavano
sul pullman e noi lo bloccavamo e riscendevamo. Un vero “cinema”! Senza
dimenticare anche che gli alessandrini si erano ben ingrifati.
Poi come non ricordare la trasferta di Voghera: ritornammo in stazione sugli
autobus di linea che erano peggio della galleria del vento… senza vetri ed a
porte spalancate… una vera orda barbarica!
Poi un pensiero deve essere dedicato ai nostri personaggi, uno su tutti Franchino
detto “Maestro di debiti”, mai un soldo, sempre ubriaco e con un bon ton degno
di un lord di altri tempi. Mitico un suo exploit di ritorno dalla trasferta di Busto Arsizio,
treno di linea pieno di gente che tornava da Milano per gli acquisti natalizi, e lui
con maglietta della salute gialla sudicia ed ascella fetida, seduto a fianco di una
signora super impellicciata ebbe il coraggio di dirle: “Cavolo, oggi non mi son
lavato e le palle mi puzzano da paura! Signora che faccio??”. Scusate ma questa
ve la dovevo.

7) Avevate qualche sezione? E come collaboravano alla vita del gruppo?


Fanzine, coreografie, materiale... Se non avevate sezioni raccontaci un pò la vita
del GLP!
Sì avevamo addirittura 3 sezioni: Giussago, Belgioioso – denominati i Brusa Crist, e
Groppello Cairoli. A dire il vero alcune volte erano più loro di noi!
Una fantine vera e propria non la facemmo mai, ma uscì un paio di volte un
volantino con le nostre idee, che si chiamava FOGLIO LERCIO.
Per il materiale avevamo una cura maniacale, eravamo in 3 ad occuparcene, i
drappi venivano cuciti rigorosamente a mano, e le sciarpe che facevamo
venivano visionate una ad una.
Buttavamo giù i bozzetti delle sciarpe o delle magliette, li condividevamo con gli
altri e poi li facevamo stampare. Nella sezione di Giussago c’era il nostro
specialista dei drappi.

8) Quali i nemici più acerrimi, i nemici più "corretti", i gemellati?


I più corretti i santangiolini, meriterebbero altri palcoscenici, mi impressionarono
molto nei 2 anni nel Campionato Nazionale Dilettanti.
I più acerrimi i soliti noti: vogheresi, trentini, alessandrini, legnanesi e casalesi.
Menzione per casalesi e trentini una spanna sopra gli altri.

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Per i gemellaggi apro un discorso a parte, per noi, essendo tra l’altro un valore
fondamentale del gruppo, esisteva l’amicizia e quella stretta con alcuni ragazzi,
che perdura nonostante ci sia astio tra le tifoserie, è qualcosa di veramente sacro.
Alcune si sono anche sviluppate fuori dall’ambiente calcistico, ed oggi
attraversano i più disparati interessi.
Non posso non citare quelle con Stefano e Giulio, amici prima che ultras, e ad
oggi ci sono amicizie personali con bustocchi, cremonesi e reggiani.

9) Cosa ne pensate dell' attuale scena ultras italiana?


Dopo i fatti di Catania penso che ci sarà sicuramente una attività repressiva forte.
Vedo un anno duro.
Le piccole realtà avranno vita difficile, come se già la condizione prima di quanto
accaduto a Catania non lo fosse, e temo che il patrimonio umano e di valori si
possa perdere irrimediabilmente in queste piazze.
Aggiungo infine che non sarà facile inculcare i valori ultras alle nuove leve, in
questo momento è una grande responsabilità.

10) Cosa ne pensate della legge Pisanu?


I problemi reali sono altri, e non servono leggi speciali per il calcio, o meglio se
servono devono essere a 360°. Prima guardiamo tutto il sistema calcio e
puntelliamo i rami deboli, e poi tagliamo quelli secchi. A buon intenditor…

11) Altre ed eventuali???? Fai tu... oppure meglio una buona birra?
Ho la gola secca e l’inchiostro è finito… una birra per favore!!!

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! ( ) & & ' *

Cesare Ferri torna, torna a scrivere un romanzo dopo parecchi anni di assenza ed
in questo caso affronta un discorso generazionale.
Protagonista del libro è Arrigo Solari, un cinquantacinquenne slanciato dal fisico
asciutto che gli permette di dimostrare una decina d’anni in meno anche per via
del fatto di non aver neanche un capello bianco.
Del resto come cantava un barboso dell’opposta fazione, gli eroi son tutti giovani
e belli…
Arrigo che si è trasferito dalla grande città in un paese di provincia con il suo
bagaglio di delusioni politiche, per sbarcare il lunario è una sorta di giornalista
meglio etichettato come indipendente.
Il suo sogno è comunque quello di scrivere un romanzo ma si diletta anche a
scrivere racconti.
Aitante e misterioso, gode delle attenzioni di Cinzia, la figlia della proprietaria del
bar sotto casa.
Questa, che per differenza d’età, avrebbe potuto essere benissimo anche la figlia
di Arrigo, ha un codazzo di massificati pretendenti a cui non è minimamente
interessata.
La molla del romanzo ruota però intorno ad un incontro organizzato dal suo
“amico” Giulio, che lo porta a vedere una rappresentazione teatrale
principalmente attratto da Veronica, splendida donna facente parte della
compagnia che recita.
In modo molto naturale e veloce sboccia un amore che, entrando nel vivo, porta
l’uomo ad aprirsi sul suo passato che ha come epicentro la sua “militanza” politica
fascista.
Militanza che gli ha fatto incontrare il carcere e che ora ha cambiato aspetto visto
che Arrigo ha deciso, ormai da tempo, di continuare a lottare scrivendo.
Uno di questi suoi scritti, l’”Eredità”, lascia colpita Veronica che, d’accordo con la
compagnia decide di metterla in scena.
Nel mentre però, di un amore forte ed intenso Veronica rimane incinta e non
prende troppo bene la gravidanza, con da una parte Arrigo che forse non riesce
ad impugnare la situazione per le redini.
Banale scappatella con Cinzia che rispunta dal cilindro e diventa anche
confidente di cose da non mettere in piazza.

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Anche il precedente tradimento dell’”amico” Giulio che si improvvisa marpione
non corrisposto, con Veronica, porta cambiamenti nella vita di Arrigo che decide
di non vederlo più.
Il rapporto fra la coppia si deteriora , ma forse è anche per quel figlio che è
prossimo a nascere, che continua a durare fra molti tormenti ma che finirà quasi
contemporaneamente alla morte del nascituro che vive poche ore a causa di un
anomalia fetale non emersa dall’ecografia.
Il libro si chiude con Arrigo che anticipa la fine del romanzo che sta scrivendo a
Cinzia che nel frattempo ha ricominciato a frequentare, vuoi per debolezza, per
non pensare ad altro vuoi per non spegnersi…
Il romanzo, identificabile come un genere rosa-cupo, onestamente non mi ha
attratto; non ha fatto nascere in me quel fattore esplosivo per cui è difficile
staccare gli occhi da un libro.
Mi è sembrato di essere ne “Il deserto dei tartari”, mentre aspetto un nemico che
non arriverà mai.
Il nemico è la scintilla che viene a mancare.
In più manca di un fattore-positività non per forza necessario in qualsiasi libro, ma,
per questo, il discorso è diverso visto la trama ancorata ad un passato di delusioni
ed amarezze. Un lanciare un messaggio di solarità verso le generazioni future
anche, e giustamente in chiave romanzata, sarebbe stato un aspetto
fondamentale.
Cesare Ferri, indubbiamente un personaggio che ha fatto molto nella nostra
galassia, non ultimo, per altre vie, anche una bella ed intelligente prosa (“Normali
per forza”) rappresentata in alcuni teatri lombardi, cade a mio parere nel triste
voltarsi indietro senza appunto spiragli di positività.
Un autolesionismo nel voltarsi al passato che ancora si fa sentire e che è di
ostacolo a guardare ad un futuro che nel nostro piccolo, senza mai abbandonare
la via, dovremmo contribuire a rendere più radioso.
“Non importa la forma; conta la sostanza”. Ho sempre pensato, e purtroppo è la
verità, che le nostre case editrici avessero una sorta di repulsione al romanzo,
cosa che, anche in modo ingordo, funziona sin troppo dall’altra parte della
barricata portando comunque all’evoluzione di un solo certo tipo di cultura.
Ora, che da poco qualcosa si muove ben vengano i romanzi, un' altra via
metapolitica per poter esprimere la nostre posizioni in modo intelligente e
propositivo.
Tornando sul personaggio di Arrigo, questi vive un po’ come un sopravvissuto e
forse il romanzo và troppo sul personale.

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Indubbiamente è vero che ogni scrittore ci mette qualcosa di suo ma è anche
vero che non deve essere troppo se no si rischia di entrare in un discorso più
autobiografico che romanzesco.
Mi spiace Signor Ferri ma per me questo romanzo è un pollice verso visto che con
il suo bagaglio culturale-ideologico e sicuramente umano potrebbe dare molto di
più.
Ricordo la frase di un vecchio gruppo musicale romano(1) che diceva: ”Il nostro
sogno viene da lontano… MA NOI GUARDIAMO AL FUTURO…”, ma voglio chiudere
con un altro gruppo che ne rappresenta la continuità in tanti modi ma anche
cantando:”… FINCHE’ GUARDO IL SOLE"(2)!!

(1) Si tratta degli Intolleranza.


(2) Si tratta di SottoFasciaSemplice.

Dicono che noi rivoluzionari siamo romantici. Sì è vero, ma lo siamo in


modo diverso, siamo di quelli disposti a dare la vita per quello in cui
crediamo. (Ernesto Guevara)
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+ %%
Hanno la macchina col telefono
ed un orologio d' oro
la brillantina nei capelli
e parlano di lavoro
la notte puoi trovarli
in discoteca sorridenti
con la bottiglia nel secchiello
e delle donne appariscenti
sono i figli di quest' Italia
quest' Italia un po'americana
sempre meno contadini
sempre più figli di puttana
loro vivono alla grande
tra Cortina e le Maldive
mangerebbero spaghetti
fanno più scena le ostriche vive
hanno la segreteria
e per favore lasciate un messaggio
ho bisogno di compagnia
quando ritorno da questo viaggio
sono i figli di quest' Italia
quest' Italia che sta crescendo
sempre meno contadini
sempre piu'fondi d' investimento
giovani rampanti intraprendenti
fanno passi da giganti
nei debutti in società
sempre pronti ad ogni avvenimento
ho un appartamento in centro
tanto poi paga papà
E di politica non ne parlano
evitano il discorso
loro votano solamente
chi gli fa vincere un concorso

Anno 0 nr. 2 OBBEDIAMO AD UN DOVERE: LA NAZIONE EUROPA Pagina 21 di 38


si occupano di moda
e di pubbliche relazioni
tutti giri di parole
sono i nuovi vitelloni
sono i figli di quest' Italia
quest' Italia che promette
che di giorno sembra per bene
e di notte fa le marchette
sono i figli di quest' Italia
quest'Italia così vincente
che nella testa c' ha l'
Europa
e nel sedere il Medio Oriente
giovani rampanti intraprendenti
fanno passi da giganti
nei debutti in società
sempre pronti ad ogni avvenimento
ho un appartamento in centro
a pranzo vado da mammà
hanno la macchina col telefono
le iniziali sul taschino
quando sono di buon umore
l'
orologio sul polsino
opportunisti come i gatti
sempre a caccia di sorprese
sono yuppies oppure (yappis)
per chi mastica l' inglese
sono i figli di quest' Italia
quest' Italia che va di corsa
toglie i soldi dal materasso
e li sputtana tutti in borsa
sono i figli di quest' Italia
quest' Italia antifascista
se cerchi casa non c' e'problema
basta conoscere un socialista
sono i figli di quest' Italia
quest' Italia' un po'paesana
simm'tutte figli ' e mamma
e della canzone napoletana

Anno 0 nr. 2 OBBEDIAMO AD UN DOVERE: LA NAZIONE EUROPA Pagina 22 di 38


- Il 26 marzo 07, è stato reso noto il DDL “Abolizione dei cappellani militari”. I preti,
stipendiati dallo stato, sono quasi 300 e verrebbero tutti spostati ad un “apposito (e
fantomatico) ruolo ad esaurimento” presso la presidenza del consiglio. Il
conseguente risparmio andrà a favore di iniziative di pace e povertà, sostiene il
senatore verde Silvestri.
Ciò che non si dice è che questo progressivo risparmio sarà spesa doppia per un
sacco di tempo visto che al posto dei 300 preti arriveranno parecchi altri, più
moderni, laici a svolgere pari funzioni. Oltre il venale questa mossa servirà anche
al Mortadella per dare il contentino ai comunisti alleati di governo. Non basta; le
forze armate dovranno “aprire le porte a tutte le confessioni religiose
riconosciute”.
Che dire, se non che tutto questo è l’ennesimo terribile passo anarcoide verso una
più stretta e rapida globalizzazione?! (AdF)

- Forse di riflesso al su citato atomo, mi butto più che volentieri a segnalare che
una radio di Catania (www.radiozammu.it) trasmette un notiziario interamente in
latino denominato “Nunti Latini Italici”.
L’idea è venuta ad un docente isolano dopo un viaggio in Finlandia (!) dove, da
oltre vent’anni si trasmette via radio e tv l’unico (!!) notiziario latino al mondo.
Onore a Voi giovani latinisti catanesi; un micro ma importante tassello a difesa
delle tradizioni ed inevitabilmente anti-globalizzante. (AdF)

- Domenica 11 marzo. San Siro. Derby Inter- Milan (2 – 1). Il presidente interista
Massimo Moratti (politicamente molto opinabile…), al goal del sorpasso della sua
squadra, si lascia andare ad un pubblico gesto dell’ombrello.
Davanti alla regnante ipocrisia che arranca e starnazza… ho apprezzato…molto!
(AdF)

- In ambito anti-globalisteggiante, leggo su Internazionale n°685 un


articolo/indagine di Manchán Magan (pag. 54 e 55) che decide di viaggiare in
Irlanda parlando solo gaelico per scoprire quanto sia diffuso l' utilizzo della lingua!
La grande scoperta è la rinascita del suo utilizzo specie tra i giovani studenti delle
Gaelscoileanna, le scuole in cui si parla solo irlandese! (Atomo d’acqua Simone)

Anno 0 nr. 2 OBBEDIAMO AD UN DOVERE: LA NAZIONE EUROPA Pagina 23 di 38


Visti i positivi commenti ottenuti per questa rubrica e raccolto la proposta di
qualche lettore ho deciso di aprire Atomi al gentil pubblico che voglia essere
parte attiva e non ristagnante.
Per cui chi ci vorrà mandare il suo contributo lo faccia al nostro indirizzo e-mail
segnalando come oggetto la parola ATOMI.
In gamba!

"Ecco il problema di chi beve, pensai versandomi da bere. Se succede


qualcosa di brutto si beve per dimenticare; se succede qualcosa di
bello si beve per festeggiare; e se non succede niente si beve per far
succedere qualcosa." (Charles Bukowski)

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& , , -& & & & ( . /
0 - & . - & 1
La polemica sterile non appartiene al nostro modo di fare, solitamente usiamo ben
altri metodi per risolvere le questioni “interne”… ma non sarà questo il caso!
Non vogliamo perderci in preamboli inutili quanto noiosi, ed è per questo che
veniamo subito al motivo del contendere.
E’ stato pubblicato sul sito www.paviatricolore.org l’introduzione del libro su DAX,
Davide Cesare.
Nel premettere che invito tutti i nostri lettori a visitare tale sito e a leggere
lintroduzione in questione (dal titolo “Aveva detto chiamatemi DAX”), troviamo
comunque necessario fare delle precisazioni dovute, in difesa (anche se di difesa
non ha assolutamente bisogno) di un camerata, di un fratello e di un compagno di
viaggio come Fabrizio, ma anche, e non secondariamente, per ricordare
l’inopportunità di “scomodare” chi non è più con noi per finalità di stupida rivalsa
personale… e non mi riferisco a DAX!!!
Il dibattito, i ricordi privati e le curiosità intorno alla figura di Davide sono stati
spesso al centro dei nostri incontri… ci faceva sorridere vedere Milano colorata da
scritte in “onore” di Davide firmate da falci e martello o da altra simbologia di
chiama matrice comunista, ci faceva sorridere ricordarlo come ci è stato così
bene richiamato alla mente nell’introduzione al libro di Pino De Rosa (che ci
auguriamo sia meglio dell’introduzione) apparso su paviatricolore.org , per poi
trovare il suo nome ad imbrattare i nostri manifesti.
Questo intervento però non vuole essere una postilla a quanto scritto in quel
articolo, bensì nasce come dovere morale, dovere di sottolineare come per
l’ennesima volta camerati appartenenti all’ambiente milanese non hanno perso
l’occasione per distinguersi in quanto a inutili e ipocrite falsità sul conto di chi per
anni ha marciato con coerenza e lealtà al loro fianco.
Non spetta a noi rammentare il significato della parola coerenza, anche perché
sarebbe necessario aprire un dibattito eterno per chiarirne il profondo senso, ma
troviamo doveroso sottolineare taluni aspetti insiti nel concetto di coerenza…
quello dell’azione e dell’impegno!
Chi si aspetta da questo nostro intervento una difesa a spada tratta di Fabrizio
resterà deluso, non lo sarà invece chi, come l’interessato, è a conoscenza delle
nostre sincere e profonde critiche per talune scelte.
Queste ultime ad ogni modo, se fatte con la consapevolezza di fare la cosa giusta
per la propria comunità e non per il personale tornaconto, non hanno mai l’odore

Anno 0 nr. 2 OBBEDIAMO AD UN DOVERE: LA NAZIONE EUROPA Pagina 25 di 38


del tradimento.
Alcune scelte possono essere, come in effetti sono state, errate, ma ricordiamo a
tutti che è meglio giocare e sbagliare un gol sotto porta piuttosto che guardare e
giudicare gli altri dagli spalti.
Alessandro lo aveva capito, e seppur lontani sotto molti aspetti, per Fabrizio si
sarebbe gettato in quel fuoco attorno al quale Diego, Davide, Fabrizio e
Alessandro intonavano quei canti cari a tutti noi.
Ridurre la prematura scomparsa di un fratello ad un tabù è assolutamente fuori
luogo, soprattutto per chi come noi, comunità di SINTESI, ma non solo, ha
convissuto al suo fianco fino a poche ore prima che ci venisse strappato; ma è
ancor più subdolo usare quell’avvenimento per sottolineare la presunta
incoerenza di qualcun altro.
Ci viene davvero difficile pensare a Fabrizio e a Davide e immaginare quest’ultimo
come l’esempio della coerenza e il primo come l’emblema della politica
prezzolata!
In quel pezzo su paviatricolore.org abbiamo trovato la sintesi (…e non è pubblicità
occulta…) di quanto da noi scritto nei precedenti numeri del nostro foglio…un
binomio di ducismo e personalismo.
Dax era un militante della FIAMMA TRICOLORE, ad un certo punto della sua vita
(dopo essere stato espulso da Fabrizio a causa del suo uso di droghe) ha fatto
scelte diverse e per “scazzi” di quartiere ha perso la vita…
Quale coerenza si intravede in tutto ciò? La scelta di rimanere rivoluzionario a tutti
i costi? Certo… ma non è forse altrettanto coerente chi, fatti saldi i propri principi e
quelli che a tutti noi ha saputo elargire, ha tentato rischiando sulla propria pelle di
battere tutte le strade con il solo intento di dare concretezza ad anni di lotte, sue e
della comunità politica?
Lasciamo dunque che i morti possano riposare in pace invece di sottoporli ancora
una volta ai giudizi terreni, e soprattutto usiamo l’intelligenza che ci appartiene e
l’esperienza che solo anni di marciapiede rivoluzionario hanno saputo darci, per
evitare una volta per tutte inutili quanto deleterie lacerazioni.

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Il no di Benedetto XVI al progetto di «legge choc» sulla manipolazione genetica

I problemi bioetici sono esplosi sulla stampa dopo il recente annuncio di una
prossima legge inglese che consentirà – anche se in modo limitato e per soli scopi
di ricerca – la manipolazione genetica su embrioni umani. La notizia è stata data
in caratteri cubitali con titoli come «Dalla Gran Bretagna primo sì alla
manipolazione genetica; Embrioni, legge choc di Blair: Sì alle modifiche
genetiche», per citare la Repubblica e il Giornale di domenica 25 febbraio 2007. A
questa notizia entrambi i quotidiani hanno abbinato il discorso fatto il giorno
precedente da Papa Benedetto XVI durante l’udienza concessa ai membri della
Pontificia Accademia per la vita, nel quale il pontefice ha stigmatizzato «la ricerca
biotecnologia più raffinata per instaurare sottili ed estese metodiche di eugenismo
approntate per la ricerca ossessiva del ‘figlio perfetto’».

Di cosa si tratta? Nei paesi dove l’aborto è legale, è già possibile fare la diagnosi
prenatale di alcune malattie genetiche, ad esempio la sindrome di Down, e poi
praticare l’aborto. In altre parole una certa “pulizia genetica”, cioè l’eliminazione
dei feti con gravi malformazioni è legale e praticata. Ma la legge sulla
manipolazione genetica va oltre, aprendo la strada a qualcosa di nuovo e
precisamente il tentativo di “migliorare” il patrimonio genetico umano. Ecco
perché il Papa parla di minaccia di eugenismo, opinione condivisa anche da
alcuni scienziati britannici che sono contrari al progetto di legge ed auspicano un
dibattito pubblico sull’argomento.

Che sia la Gran Bretagna a dare il via alla manipolazione genetica sugli embrioni
umani non sorprende più di tanto, dato che l’eugenetica - scienza che mira al
miglioramento del patrimonio genetico umano – è stata fondata proprio in
Inghilterra, nel 1883, da Sir Francis Galton, primo cugino di Charles Darwin. Anche
la prima Società di Eugenetica è nata in Gran Bretagna, nel 1908, mentre la sua
sorella americana, la Società Americana di Eugenetica, è nata nel 1926.

L’idea di “migliorare” l’umanità non è rimasta solo oggetto di conversazioni


accademiche speculative: a cavallo tra le due guerre mondiali in molti paesi
occidentali e in oltre 30 degli stati degli USA leggi basate sull’eugenetica
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permettevano la sterilizzazione degli individui ritenuti “inadeguati” e politiche
aggressive di aborto e controllo delle nascite per le classi povere. Tale prassi è
stata abbandonata solo dopo l’applicazione fatta dal regime nazista di Hitler, che
ha squalificato e reso impresentabile l’eugenetica. Il recente sviluppo delle
tecniche di manipolazione genetica ha favorito ora il ritorno dell’eugenetica,
mentre il tempo ha cancellato dalla memoria collettiva 120 anni di storia e pratica
di tale scienza.

Storicamente l’eugenetica è un sottoprodotto del darwinismo e molti evoluzionisti,


sin dai tempi di Darwin, hanno auspicato il miglioramento genetico della razza
umana. L’idea stessa che le forme di vita siano migliorabili può crescere solo sul
terreno della concezione evoluzionista. Ma la vita che descrivono le scienze
naturali – in questo caso la genetica – è diversa da quella descritta dalla teoria
dell’evoluzione. Ed è per questo che i progetti di migliorare il patrimonio genetico
umano non sono solo moralmente inaccettabili, cosa che appartiene alla sfera di
competenza della Chiesa e sulla quale si è pronunciato il Papa, ma anche
scientificamente insostenibili. Secondo John Sanford, uno dei maggiori esperti di
manipolazione e ingegneria genetica, la visione eugenista è una insidiosa
illusione: «È vero che possiamo selezionare praticamente qualsiasi singola
caratteristica umana – fare le persone più alte o più basse, con pelle più chiara o
più scura, più grasse o più magre. Ma non possiamo efficacemente selezionare
persone superiori – cosa che coinvolge migliaia di geni e milioni di nucleotidi.»
(Genetic Entropy & The Mystery of the Genome, New York, Ivan Press, 2005, p. 117).

Di Mihael Georgiev

Ciò che si fa per amore è sempre al di là del bene e del male. Meglio
essere folle per conto proprio, che saggio con le opinioni altrui
(Friedrich Nietzsche)

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Ha scritto Pino Romualdi, ultimo vice segretario del Partito Fascista Repubblicano,
fondatore del M.S.I., che già nella primavera del 1946 cominciarono i contatti e le
trattative fra i capi fascisti, ovviamente clandestini, ed i partiti antifascisti.
L’occasione fu l’imminente referendum istituzionale, l’oggetto lo scambio fra il voto
per la Repubblica e l’amnistia generale per i reati politici.
Scrive Romualdi “criminali o no, traditori della Patria o no, nazifascisti o no, seppur
non irreggimentati, noi eravamo in quel tempo una forza e per giunta molto
importante: una formidabile massa di energie e di voti che sarebbe stato per tutti
pericoloso ignorare.” (il Borghese, 6 giugno 1971).
Il 2 giugno 1946 il referendum istituzionale e per la costituente segnò la vittoria
risicata (e dubbia) della Repubblica, il 22 giugno successivo Palmiro Togliatti,
come guardasigilli, appose la sua firma all’amnistia generale per i reati politici,
che permise “il ritorno alla libertà dei cinquantamila carcerati e, l’annullamento
dei processi per le migliaia e migliaia di latitanti, e un sia parziale ritorno alla
normalità per le loro disperse e disperate famiglie”.
Si compiace Romualdi:“è tutto sommato, se ricordiamo il lavoro, i contatti, i
colloqui di quel tempo, e quel che sapemmo fare e dire all’una e all’altra parte
delle parti in causa per convincerle della nostra pericolosità e nello stesso tempo
della nostra forza determinante, dobbiamo dire che questa nostra forza la
controllammo e la manovrammo bene. I contatti con i democristiani mi furono
facilitati….”
Quei contatti sono stati il preludio anche della nascita legale, nel dicembre 1947,
del Movimento Sociale Italiano, con la paternità esplicita di Pino Romualdi stesso,
di Arturo Nichelini e di Giorgio Almirante e quella della D.C., di qui il profilo
funzionale del partito, inizialmente mirato ad aggregare e governare i reduci della
R.S.I., “si trattava semplicemente di non disperderli, di evitare che commettessero
atti inconsulti”, e di contendere le lusinghe delle sinistre politiche e sindacali che
puntavano sui loro risentimenti e rancori contro i preti, il re ed il capitale, traditori di
Mussolini, per associarseli.
Questa funzionalità, nel drammatico contesto di un’Italia sconfitta e distrutta, in
bilico fra l’occidente democratico e l’oriente bolscevico, di fronte ad una “scelta
di civiltà”, degradò rapidamente in subalternità e asservimento organico alla D.C.
L’autore eccellente di questa linea fu Giorgio Almirante che costruì gli argini

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addetti a contenere e canalizzare il Partito: da un lato il nostalgismo e la retorica
fascista, dall’altro, la velleitaria alternativa al sistema- posizione di comodo sia per
la D. C, che poteva proporsi come “un partito di centro che guarda a sinistra”,
senza rischiare a destra; sia per i socialcomunisti, che si vedevano riconosciuti e
garantiti come unici e necessari interlocutori. La democrazia zoppa, come fu
definita dai politologi.
La strada per i successivi “equilibri avanzati”, dalla collaborazione democristiana
con i socialisti al consociativismo con i comunisti, era spianata.
Il M.S.I., cosiddetto “partito taxi”, veniva noleggiato alla bisogna, per l’elezione dei
Presidenti della Repubblica, per il proscioglimento dei Ministri in stato d’accusa,
per l’approvazione di trattati internazionali, per l’autofinanziamento del sistema
partitocratrico e via dicendo.
Le corse rendevano bene al gruppo dirigente, ma non emancipavano
dall’emarginazione, dalla discriminazione e dalla persecuzione morale e fisica i
militanti chiamati a pagare pesanti tributi di aggressioni, processi e sangue -
Soprattutto i giovani e i sindacalisti di base –
Un’esplicita conferma dell’ambiguità, per non dire doppiezza, della dirigenza
missina leggiamo nella recente dichiarazione di Andreotti al Corriere della Sera di
venerdì 29 aprile 2005 “ i colpi di stato però vigilavano non solo D.C. e P.C.I.;
anche il M.S.I.- sono convinto che la notte dell’8 dicembre del 1970 fu Almirante a
informare la polizia delle manovre di Borghese per evitare che il partito ne venisse
coinvolto”, (Donato La Morte dovrebbe saperne qualcosa).
Anche per questo tutto il sistema si scatenò contro il tentativo di Democrazia
Nazionale di “liberare” i voti di DESTRA dal dilemma dell’essere “utili con la D.C.” o
“inutili” nel frigorifero almirantiano.
Con un coinvolgimento delle parti da manuale leninista s’imputò a Democrazia
Nazionale di voler fare ciò che in realtà il M.S.I. faceva da sempre, l’ascaro del
sistema.
Lo faceva così bene che Almirante trovò sostegno da Fanfani e Zaccagnini ad
Andreotti, da Fisichella a Montanelli, da Rauti a Zanone.
E continuarono a farlo i suoi delfini, che gli succedettero in nome del Fascismo
2000, con tanto di marce sin sotto il balcone di palazzo Venezia, fra selve di saluti
romani e invocazioni a Mussolini, (Esuli in Patria di Marco Tarchi).
Solo quando il crollo del muro di Berlino, le “picconate” di Cossiga, tangentopoli,
la fine dell’arco costituzionale e “l’apertura di credito” di Silvio Berlusconi a
Gianfranco Fini, fra il primo e il secondo turno alle elezioni romane (1993)
prospettarono una funzione nuova, il M.S.I. si dispose a bagnarsi nella novella
piscina di Siloe a Fiuggi.
Dopo il bagno hanno cambiato l’abito, ma non l’abitudine, (l’abitudine
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all’ambiguità, all’ambivalenza, alla doppiezza).
Su tutto: su Mussolini, sulla R.S.I, su Gramsci, su Togliatti, su De Gaspari, sull’etica,
sulla bioetica, su statalismo e liberismo, su struttura dello Stato e dell’economia.
Per ogni argomento c’è un indirizzo e il suo contrario. Troppe identità, nessuna
identità. Nessuna identità, nessun ruolo autenticamente politico. Soltanto
molteplici ruoli finalizzati alla carriera del capo.
Fino a quando?

Ca vocca chiusa nun traseno mosche! Con la bocca chiusa non


entrano mosche! (detto popolare napoletano autore ignoto)

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&

Penso che siano necessarie due righe a margine del mio articolo sul numero
precedente di SINTESI, anzi meglio dire della nota introduttiva che un "collega" di
redazione, sicuramente nella foga della fretta ha provveduto ad interpretare
erroneamente.
Il mio era un chiaro spunto propositivo su come affrontare il futuro evitando
accordi scellerati con il cavalier Berlusconi. Questo era motivato da una attenta
analisi che metteva a confronto stato liberale e stato fascista, visto indubbiamente
quest' ultimo come punto di riferimento.
A conclusione suggerivo "battaglie" d' interesse nazionale e strategiche per
ricompattare l' area; la nostra area e non quella della Casa delle Libertà.
Morale è che non ho proposto l' autarchia.
Applicare l' autarchia oggi sarebbe indiscutibilmente mettersi contro il mondo in
primis senza comunque averne lo spessore morale, ideologico-spirituale né la
forza economica e militare...
Inoltre chi imbraccerebbe il fucile? Quei minchioni del “Grande Fratello”?!
Evitiamo...
In secondo luogo come relativa conseguenza, ci farebbe arretrare
economicamente quasi a livello del terzo mondo.
Indiscutibile però che l'autarchia rimanga un saldo punto di riferimento!
Realisticamente non sarebbe applicabile nella sua globalità, ma in giusta dose
frenerebbe molte di quelle multinazionali che hanno fatto dell' Italia terra di
conquista con i relativi gravi danni all' economia nazionale ma soprattutto al
popolo ex-sovrano.
Cito un esempio a caso le sementi OGM provenienti dalle multinazionali
americane che al di là di discorsi (non indifferenti) legati alla salute, strangolano le
medie imprese nazionali del settore.
Allo stesso tempo, un freno statalizzato, al capitalismo straniero in patria
tutelerebbe di più i posti di lavoro, il prodotto locale e le imprese stesse.
Fondamentale sarebbe dunque piccole compartecipazioni dello stato
nell'impresa italiana.
Questo in breve è detto per informazione magari rivolto appunto a coloro che
liquidano troppo rapidamente il discorso con un morto il fascismo con il Duce, sia
morto tutto.
Questa interpretazione arrendevole ci porterà anche all' eliminazione del termine
"fascista"?

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Se non fosse un discorso legato ad una lettura frettolosa del mio collega...
Or dunque se il fascismo è una "parentesi" morta con il 1945, questo redattore ha
forse un qualche altro riferimento di così trascendente per lo spirito da sottoporci?

Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare


la via della prigione. (Giovanni Guareschi)

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PULP EDIZIONI di Andrea Spaziani

Vi invita alla presentazione dei due nuovi romanzi di

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ALCUNI DEGLI ALTRI ROMANZI DI PIERLUIGI FELLI

Romanzo unico nel suo genere perché racconta, nella prima parte, gli
anni di piombo italiani e, nella seconda, gli ultimi colpi di coda del
colonialismo africano, "DALLA PARTE SBAGLIATA". Il protagonista, infatti, è
SANTE BARBARA detto BARABBA, neofascista, idealista e politicamente
scorretto, che dopo l'esperienza extraparlamentare di Latina si rifugia in
Rhodesia, dove impazza la guerra civile tra bianchi e neri.

Anche qui Felli dipinge una storia cercando di dare spazio narrativo
all'
altra faccia della medaglia. Il protagonista, uomo di malavita, si ritrova
a vivere un'avventura a Guantanamo, e precisamente nel carcere
americano presente su Cuba dove, tra l' indifferenza internazionale, si sta
compiendo l' odissea di centinaia di talebani, lì imprigionati da anni senza
la minima garanzia legale. Fortemente antistatunitense.

Argomento scottante e di piena attualità quello degli ultras e del loro


mondo fatto più di calci che di calcio, di sbirri, di trasferte, di treni, di
autogrill, di serie b, di amicizia e di violenza. L'
autore parteggia per loro e
con loro racconta gli anni 80 visti con gli occhi dei Gatti Morti, fantomatico
gruppo ultras della Lazio.

Un detective inossidabile che in tempi passati avrebbe fatto parte de “La


Disperata”cambia vita da un momento all’altro sposando una ricca
donna che si rivela uno spietato boss della mafia ma che alla sua morte si
rivela di un sentimento inaspettato e che fa vivere al protagonista una
seconda vita alla ricerca di un contatto insperato con la sua amata
defunta.
Fra colpi di scena e magia nera uno snello romanzo ricco di suspance.

Il libro è strutturato in modo che possa esser letto tranquillamente senza


conoscere le vicende narrate in "Camerata addio" e ne "L' amor teppista",
ma di fatto ne rappresenta l' ideale seguito. La voce narrante è quella di
uno dei Dead Cats, che vola verso il Sudafrica, dove si stanno per svolgere
i prossimi mondiali di calcio. La propria missione personale andrà ad
incrociarsi con quella di un camerata, lì presente per "risolvere" una
questione lasciata in sospeso trent' anni prima nella confinante Rhodesia…

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- & 1
Pubblichiamo qui di seguito un articolo su richiesta di Gabriele Adinolfi!

Dico a te.
A te deputato, onorevole, politico, della CdL che spendendoti per Luigi Ciavardini
sei stato contento di poter mostrare che in fondo, in fondo non avevi tradito.
Dico a te, borghese della società bene, intelligente e moderato radicale di destra,
che di solito non ti mischi con la canaglia imbarazzante del fronte strada, e che
sei stato invece lusingato di accompagnarti al bel Luigi, presentandolo nei salotti
neri: faceva così chic!
Dico a te, giornalista che hai colto l' occasione di scrivere finalmente un pezzo
garantista in modo da superare un pochino il complesso d' inferiorità che provi
verso i colleghi di sinistra che fino ad allora ti guardavano dall' alto in basso, e che
continuano a farlo...
E non lo dico a te, camerata che organizzando incontri e concerti forse hai anche
spalancato la ruota del pavone perché lui ti stava accanto trattandoti
pubblicamente da pari a pari, e con la sua modestia e naturalezza di sempre
non ti faceva sentire l' immensa distanza che vi separa. A te non lo dico perché tu
puoi fare poco o niente. E quel poco che puoi fare immagino che lo farai
comunque.
Ma lo dico a te, uomo di Palazzo, uomo di contatti, uomo di giornalismo e di
comunicazione che magari hai vissuto quel sabato a Roma tra tremila fiaccole in
marcia e ti sei sentito protagonista mentre in questa storia eri, e sei sempre
rimasto, una comparsa quando non un parassita.
Lo sai, vero? Lo sai che un uomo innocente, un uomo coraggioso, un uomo
generoso, perseguitato come neanche Sacco e Vanzetti avrebbero immaginato
fosse possibile, è stato condannato due volte in un mese contro ogni evidenza,
contro ogni civiltà giuridica, contro ogni forma di rispetto umano e di senso di
giustizia.
Lo sai, vero? Lo sai che quell' innocente, forse, lo hai fatto condannare anche tu?
Tu, come me, come tutti noi; perché portare in piazza la Verità contro il Sopruso di
potere non è mai una cosa buona, non è mai una cosa vincente. Non lo è se
quell' azione non si supporta con un continuo, indefesso, operato sia politico, sia
comunicativo; rivolto a tutto, a tutti, anche e soprattutto ai Magistrati. Un operato
che non si può lasciare, come lo si è lasciato, all' Ora della Verità che sarebbe
come voler combattere una guerra mandando avanti un fante.

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Lo sai, vero? Lo sai che tenendo un basso profilo, essendoti impegnato sì ma
tiepidamente, essendoti speso sì ma con non chalance, non avendoci creduto,
non avendone fatto il tuo impegno prioritario, quotidiano, irrinunciabile, la tua
ossessione, anche tu lo hai condannato?
E ora che fai? Lo lasci marcire in gabbia per ricordarti magari di lui una o due volte
all' anno; a una commemorazione e prima di un' elezione?
Lasci che i suoi figli portino il peso della sua insopportabile assenza insieme con il
marchio d' infamia di figli dello stragista, visto che non possono essere ritenuti
da tutti quello che realmente sono, orfani della giustizia?
Adriano Sofri, condannato dopo sette processi (due più di Luigi) è uscito. Lo hanno
tirato fuori. Eppure aveva contro di lui indizi pesanti; anzi, a esser più precisi,
delle prove, visto che la chiamata di correo è probante. E riguardo a Luigi non
c' era nemmeno materia per un rinvio a giudizio!
Adesso tu mi dirai: ma loro sono potenti, loro sono organizzati, loro sono ovunque,
loro sono conniventi.
E io ti dico: l'
importante è crederci. L' importante è subissare il Presidente della
Repubblica – dico subissare – con le tue richieste di grazia; una alla settimana;
senza che intervenga, però, l' autoconsiderazione borghese a suggerirti
ponderazione, a farti temere il ridicolo.
L' importante è scrivere un articolo ogni settimana, a rischio di perdere il posto.
L' importante è fare del grido “Luigi libero!” l' equivalente catoniano di “Cartagine
distrutta!”
L' importante è crederci sempre, per mesi e forse per anni, senza mai abbassare la
tensione. L' importante è che in calce a interventi, volantini, manifesti, eventi
appaia sempre “Liberiamo Ciavardini”.
L' importante è porre riparo a quest' ignominia, lenire quest' insopportabile
ingiustizia.
Non lo si può fare delegando, né impegnandosi superficialmente, di tanto in tanto,
con ammiccata complicità, tra una stretta al braccio e un occhiolino. Si
riuscirà invece a farlo se questa diventa la prima e fondamentale
preoccupazione di ogni individuo “credibile” come lo sei tu.
L' ho detto a te. Ora sta a te rispondermi, risponderci, rispondergli. O t' impegni a
farne un caso Sofri o è meglio che tu sparisca in una pattumiera perché se non hai
il coraggio, la tenacia, la costanza, l' amore e la rabbia per farne un caso Sofri
allora sei peggio di quelli che lo hanno condannato perché non hai spina dorsale.
I tempi sono sempre più difficili, qui servono uomini eretti! Come Luigi!
Gabriele Adinolfi

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Hanno collaborato: D. Rossi, F. Monti, C. La Ferla,

F. Ferracci, D. Leotti, S. Cappellari, R. Malossi, F. Fratus, C.Boccassini,

F. Boccassini, V. Sofo, V. Bencini, Stefano B.

Collaboratori esterni: Mihael Georgiev, G. Adinolfi

Sintesi.Milano@hotmail.it

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