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Sintesi…………………………….……………………………………………pag.

2
Lavoro precario…..………………………………………………….……. pag. 4
Quali valori?......……………………....………………………………….. pag. 10
Sul problema delle droghe (a cura dell’ass. culturale Zenit)…... pag. 15
Non sarà la guerra fredda, ma Putin è sempre più la spina nel fianco
degli U.S.A…………………………………………………………………. pag. 17
Le città terribili di Gabriele D’Annunzio..………………………….... pag. 21
Curve: Boys Bovalino……………………………………...………….… pag. 25

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“I giovani non sono piante”: questa sorta di apoftegma dava il titolo ad un famoso
pamphlet pubblicato tra la fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta.
Anni d’impegno politico, di quella “mobilitazione totale” che per alcuni avrebbe
rappresentato la scaturigine della lotta armata, l’incipit di quella conflittualità
sociale, estrema e violenta, che per via della sua immaginifica, nel tentativo di
creare un tipo di società “altra” rispetto a quella esistente, porterà invece alla
stabilizzazione del potere e alla normalizzazione istituzionale delle cause che
avevano sotteso alla rivolta generazionale.
Ma se è vero che “i giovani hanno il coraggio delle idee altrui” - come asseriva il
filosofo liberal-conservatore Ortega y Gasset – è altrettanto vero che a cadere
nelle strade e a pagare in prima persona per quelle idee sarebbero stati sempre
comunque loro, i giovani.
Non è il caso di dilungarsi troppo in noiose dissertazioni sociologiche su quello che
sarebbe venuto dopo gli anni ottanta, l’epoca del riflusso nel privato, dello
yuppismo rampante, del tele-berlusconismo, dell’individualismo tendente ad
assumere all’interno del proprio io ciò che prima era caratteristico della realtà
comunitaria, la logica del “mi basto da me” al posto dell’impegno politico e del
militarismo di partito.
Del resto oggi chi è giovane lo è soprattutto e, forse soltanto, dal punto di vista
anagrafico.
Lo è perchè è diventato target per la moda, per la pubblicità, per la televisione
quando non addirittura per la droga e per il teppismo urbano e da stadio: tutti
banali succedanei delle utopie salvifiche che hanno caratterizzato la storia del
novecento.
Accanto a un così desolante panorama verrebbe da domandarsi chi ha le
maggiori colpe.
Senza alcuno sforzo di fantasia bisognerebbe snocciolare una pletora di soggetti:
lo stato, il sistema, l’americanizzazione della società, la scuola, i genitori iper-
protettivi, la televisione, la moderna tecnologia e via elencando.
Per noi e sicuramente anche per molti altri sono tutte risposte azzeccate ma che
potrebbero subornare anche i meglio intenzionati a nascondere l’identità di chi
colpe ne ha la sua buona parte.
Ci soccorre a questo proposito il poeta Hugo Von Hoffmannstahl: ”Consegnate la
fiaccola a chi verrà al mattino da chi è stato capace di vegliare nella notte”.

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Ebbene chi doveva metaforicamente consegnare le fiaccole troppo spesso si è
perso nel panegirico dei suoi vent’anni che furono e nella conseguente
geremiade contro chi giovane lo è oggi.
Sarebbe salutare a questo proposito innescare una corretta, ma non per questo
meno dura polemica, cosa che chi scrive si è proposto di fare.

La paura non è una scelta (da “True Lies”)

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Lavoro precario… argomento decisamente attuale, delicato e che, chi vi scrive,
vive direttamente, conoscendo le angosce, le paure, le incertezze che
quotidianamente la graticola contrattuale sotto la quale poggia la scrivania dove
siedo ogni mattina, porta.
Apro questo mio intervento con un illuminante stralcio dell’intervento che il
professor Joseph E. Stiglitz, premio NOBEL per l’economia ha inviato, stupito della
situazione italiana a Beppe Grillo, affinché venisse messo come introduzione di
“SCHIAVI MODERNI”, raccolta tragicomica, ma tremendamente reale, di lettere
inviate al BLOG di Grillo da precari e ex precari…per ex si intende nella stragrande
maggioranza dei casi, LICENZIATI SENZA RINNOVO CONTRATTUALE!!!
“… Nessuna opportunità è più importante dell’opportunità di avere un lavoro.
Politiche volte all’aumento della flessibilità del lavoro, un tema che ha dominato il
dibattito economico negli ultimi anni, hanno spesso portato a livelli salariali più
bassi e ad una minore sicurezza dell’impiego. Tuttavia, esse non hanno mantenuto
la promessa di garantire una crescita più alta e più bassi tassi di disoccupazione.
Infatti, tali politiche hanno spesso conseguenze perverse sulla performance
dell’economia, ad esempio una minor domanda di beni, sia a causa di più bassi
livelli di reddito e maggiore incertezza, sia a causa di un aumento
dell’indebitamento delle famiglie. Una più bassa domanda aggregata a sua volta
si tramuta in più bassi livelli occupazionali.
Qualsiasi programma mirante alla crescita con giustizia sociale deve iniziare con
un impegno mirante al pieno impiego delle risorse esistenti, e in particolare della
risorsa più importante dell’Italia: la sua gente. Sebbene negli ultimi 75 anni, la
scienza economica ci abbia detto come gestire meglio l’economia, in modo che
le risorse fossero utilizzate appieno, e che le recessioni fossero meno frequenti e
profonde, molte delle politiche realizzate non sono state all’altezza di tali
aspirazioni. L’Italia necessita di migliori politiche volte a sostenere la domanda
aggregata; ma ha anche bisogno di politiche strutturali che vadano oltre – e non
facciano esclusivo affidamento sulla flessibilità del lavoro. Queste ultime includono
interventi sui programmi di sviluppo dell’istruzione e della conoscenza, e azioni che
facilitano la mobilità dei lavoratori.
Condivido l’idea per cui le rigidità che ostacolano la crescita di un’economia
debbano essere ridotte. Tuttavia ritengo che ogni riforma che comporti un
aumento dell’insicurezza dei lavoratori debba essere accompagnata da un
aumento delle misure di protezione sociale…”

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L’illuminante intervento di Stiglitz si chiude con una cifra che mette i brividi:
“…In Italia un precario ha una possibilità di essere licenziato nove volte maggiore
di un lavoratore regolare, una probabilità di trovare un impiego, dopo la fine del
contratto, cinque volte minore e fino al 40% dei lavoratori precari è laureato.
Ma se li mettete a servire patatine fritte o nei call-center, perché spendere tanto
per istruirli?…”
Cifre che senz’altro lasciano molto pensare, regalandoci una fotografia di una
realtà che molti, forse troppi, commentatori vorrebbero dimostrarci diversa, quasi
come se criticare la LEGGE BIAGI con il suo carico di precarietà e di instabilità,
equivalesse a giustificarne la tragica fine!
Da tante, decisamente troppe parti si tende infatti ad equiparare, anche solo
ideologicamente, i detrattori del LIBRO BIANCO SUL LAVORO, embrione della
legge 30/2003 meglio conosciuta come legge Maroni, ai brigatisti che hanno
voluto e ottenuto la morte del professor Marco Biagi.
Non è così, come sono false, o meglio distorte, le cifre che vogliono l’occupazione
in costante aumento dall’entrata in vigore della legge 30.
Ce lo spiega benissimo il professor Stiglitz, analizzando la crescita occupazionale
dal punto di vista della domanda di beni…beh, questa ultima crolla!!!
La causa? Redditi più bassi = incertezza lavorativa
Non è dunque una contraddizione palese quella che si evince? No, se analizzata
dall’ottica liberalcapitalistica.
Avete mai provato a tagliare un foglio con una forbice le cui estremità invece di
lavorare correttamente intorno al proprio fulcro seguono 2 vie diverse?
E’ inutile dire che il foglio non si taglierà!
Ecco, il fulcro è l’economia con le sue leggi, regolamenti, abitudini e sviluppi e i
componenti della forbice sono l’occupazione e la richiesta/consumo di
beni…tutto gira se le due parti si muovono armonicamente, altrimenti non
compiono il loro compito, portando al collasso il fulcro e la funzione stessa del
meccanismo.
Ecco descritta la situazione italiana post legge 30.
All’inizio del mio intervento ho accennato alla mia situazione di precario, vi porterò
la mia testimonianza, affinché si smetta di dire che “per lo meno c’è più lavoro” e
che il precariato “abbassa la disoccupazione”.
Per la mia società io sono stato prima un CO.CO.PRO, ora, forse per una svolta
sexy, sono un L.A.P. (non preoccupatevi, mi tengo a debita distanza dai pali dei
locali di striptease, anche perché noi precari non possiamo permetterci il prezzo
d’ingresso…), ma in pratica resto un “lavoratore a progetto”, figlio naturale e
diretto della svolta voluta dal duo Maroni-Biagi.

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Contratti di 3 mesi, in taluni periodi dell’anno di 1, per i più fortunati di 6 mesi (…
stabilità e progetti futuri cercasi disperatamente…), impossibilità ad ammalarsi,
ferie inesistenti e non pagate e la consapevolezza di dover il giorno successivo
sperare di non commettere errori, pena il licenziamento, anzi no, la “rescissione
anticipata del progetto di assunzione temporanea”…che fa molto politically
correct.
Siamo entrati nel mondo del lavoro avendo nelle orecchie la litania
dell’inesistenza del posto fisso, della necessità di maggiore flessibilità; abbiamo
accettato di buon grado stage post laurea non retribuiti,anni di praticantato
soggetto alla generosità dell’avvocato o dell’ingegnere di turno, ma in cambio
non abbiamo ricevuto nessuna misura di protezione sociale, nessuna tutela
contrattuale, nessun margine limitativo ai rinnovi contrattuali a progetto…niente!
Sentiamo interi telegiornali, inchieste giornalistiche, dati ISTAT sciolinati ogni 6 mesi
su quanto i giovani d’oggi siano meno autonomi di quelli di 20 anni fa, di quanto si
resti in famiglia sino a 40 anni, sui matrimoni in continuo calo…ma come si può
progettare un futuro quando il tuo futuro è un contratto di 3 mesi oltre il quale c’è
il baratro?
Tra i precari gira una sorta di barzelletta, che vorrebbe il lavoratore a progetto
come un essere invulnerabile, quasi geneticamente modificato, tanta è la
necessità di non ammalarsi, fatta salda la disponibilità a lavorare nei fine
settimana, nei festivi e ad orari scelti (come se gli impegni improvvisi non fossero
contemplati) 4 settimane prima…peccato che questa barzelletta non fa ridere e
che per noi si chiama sopravvivenza!
La critica alla legge 30 non nasce dunque da complessi quanto incomprensibili
studi sociologici o da più o meno profonde analisi economiche, le cui complessità
lasciamo volentieri ai vari Visco e Tremonti, noi “sintetizziamo” la realtà in una
fotografia dell’ oggettività che viviamo.
La Legge 30 del 2003 (Legge Maroni o come molti volevano, Legge Biagi) doveva
nelle intenzioni "realizzare un sistema efficace e coerente di strumenti intesi a
garantire trasparenza ed efficienza al mercato del lavoro e a migliorare le
capacità di inserimento professionale dei disoccupati e di quanti sono in cerca di
una prima occupazione, con particolare riguardo alle donne e ai giovani". I
risultati della legge sono stati ben altri: mai come in questi anni si è acuito il
numero di lavoratori precari, legati alle aziende da svariate e fantasiose tipologie
contrattuali. Quelle che sulla carta si presentano come semplici "collaborazioni", in
realtà celano veri e propri lavori sottopagati e subordinati.

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Le tipologie contrattuali:
Un tempo, indipendentemente dall' attività svolta, quasi tutti ottenevano un
contratto a tempo indeterminato, che prevedeva ogni tutela e garanzia per il
lavoratore. Ora le leggi in vigore prevedono un florilegio di soluzioni differenti, con
nomi fantasiosi e significati spesso simili:

Inserimento: Con il contratto d' inserimento è possibile risparmiare sui livelli di


retribuzione da attribuire al lavoratore neoassunto; infatti, con tale contratto,
l'
azienda può assumere il lavoratore a 2 livelli retributivi più bassi rispetto a quello
che spetterebbe per le mansioni assegnate. Si può stipulare con soggetti di età
compresa tra i 18 e i 29 anni e la a durata può raggiungere il massimo di 18 mesi,
dopo i quali non c' è nessun obbligo per l'azienda di assumere a tempo
indeterminato il lavoratore. (solo qualora l'
azienda non mantiene in servizio una
certa percentuale di lavoratori con contratto d' inserimento, non può procedere a
nuove assunzioni).

Contratto a progetto: la prestazione oggetto del contratto deve essere finalizzata


alla realizzazione di una specifica opera o servizio, ed esaurirsi con esso. Purtroppo
la legge può contemplare una prestazione che non si esaurisce con la
realizzazione di un determinato risultato, ma si ripete nel tempo, purché essa sia in
concreto funzionale ad un' attività (e ad un' esigenza) del committente
temporalmente definita o definibile (ad esempio, l' esecuzione di un appalto). Il
contratto di lavoro a progetto non può essere utilizzato per ottenere dal
collaboratore una prestazione a tempo indeterminato.

Apprendistato: Sono previste tre tipologie di contratti: contratto di apprendistato


diretto al compimento del diritto-dovere di istruzione e formazione; contratto di
apprendistato professionalizzante per il conseguimento di una qualificazione
attraverso una formazione sul lavoro ed un approfondimento tecnico-
professionale; contratto di apprendistato per l’acquisizione di un diploma e per
percorsi di alta formazione. Per tutti e tre durata minima di due anni e massima di
sei. Il compenso può essere di 2 livelli inferiori rispetto a quello previsto dal
contratto aziendale per i lavoratori che svolgono la stessa mansione e il datore di
lavoro può chiudere il rapporto di lavoro e non assumere al termine del periodo di
apprendistato.

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Somministrazione di lavoro (ex-interinale): La somministrazione di manodopera
permette ad un soggetto (utilizzatore) di rivolgersi ad un altro soggetto
appositamente autorizzato (somministratore), per utilizzare il lavoro di personale
non assunto direttamente, ma dipendente del somministratore. La
somministrazione rientra nell' ambito delle esternalizzazioni delle attività di impresa,
ed è diretta, ad offrire alle aziende un nuovo ed efficiente strumento per
procurarsi forza lavoro. Il somministratore può concludere più contratti a termine
con il lavoratore senza il rispetto di alcun intervallo di tempo.

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Ed ora alcune cifre:

Le forme contrattuali maggiormente utilizzate per i neolaureati

1) Stage/tirocinio 26%
2) Contratto di assunzione a tempo determinato 21%
3) Contratto di inserimento 18%
4) Contratto di assunzione a tempo indeterminato 16%
5) Contratto a progetto 6%
6) Apprendistato 5%
7) Somministrazione di lavoro (ex-interinale) 4%
8) Apprendistato professionalizzante 3%
9) Altro 1%

Che dire in chiusura di questo mio articolo…mi auguro di avervi posto dinanzi ad
una questione che riguarda tutti noi, ma che pare interessare anche qualcuno di
più “influente”: È di pochi giorni fa l’esternazione del Papa durante l’ultimo dei suoi
viaggi pastorali atta a sottolineare come la domenica dovesse tornare ad essere il
giorno del “riposo”, dedicato al Signore…evidentemente Sua Santità non conosce
l’esistenza dei call center!!! A noi non resta che seguire le via indicataci dal Santo
Padre e affidarci al nostro protettore……SAN PRECARIO!!!

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“... Il vitalismo liberale, che lo dica o meno, ha sempre il suo campo elettivo di
azione nell’attività economica, nel far denaro, non nell’eroismo, non nella guerra.
Offre insomma una prospettiva realistica e materiale non certo utopica. Non
promette mai un nuovo mondo. Non promette quello che i giovani sempre
cercano: il sovvertimento di tutti i valori. Il liberalismo infatti si fonda sul relativismo
dei valori. Non consente, anzi si ripromette di impedire che qualcuno si erga a
magister dei nuovi valori pronto a indicare i lineamenti di una nuova società.
Il liberalismo è incompatibile con qualsiasi spinta rivoluzionaria.” Ernesto galli della
loggia
Definire il concetto di giovane può essere difficoltoso se non si considera la società
nel suo complesso, se, cioè, non si rapporta questo concetto ad un altro.
Un giovane si esplicita nella sua ribellione, nelle sue proteste nelle sue guerre:
nessuno nasce tale o lo è per età ma lo può diventare se si mette in gioco, se si
confronta.
Il giovane nasce dal contrasto generazionale con i genitori, politico con le
istituzioni, ideologico con la società e dal confronto nasce lo scontro che sfocia in
violenza giovanile.
Violenza che però è da intendersi nella sua accezione positiva di energia spirituale
propositiva e prorompente; di volontà di rompere il vecchio, ma anche di forza di
costruire il nuovo. Violenza come necessità dell’uomo di imporsi ma non
egoisticamente bensì costruttivamente.
Un’energia che fino alla fine degli anni 70 si sfogava nella ribellione guidata da un
ideale e mirata verso un fine.
Oggi i giovani si ritrovano a subire passivamente le scelte di altri e si adattano a
vivere in una società dalle regole precostituite. Ci si è ormai abituati a seguire
delle normative imposteci e, cosa ancora più grave, a considerarle radicate ed
inattaccabili.
Quell’energia naturale che in una società intellettualmente ed ideologicamente
attiva veniva usata per cambiare ciò che si considerava ingiusto, oggi si disperde
e si consuma nei mille modi che ognuno o addirittura la società stessa, trova o
inventa come surrogati.
Oggi i giovani vanno ad urlare allo stadio per una partita di calcio invece di farlo
in una piazza per difendere le proprie convinzioni, anzi, ancora peggio, trasforma
uno sport in una ragione di vita: non si sogna più di vedere trionfare i propri ideali

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ma una squadra di calcio, i colori delle magliette diventano una fede e la sua
difesa la sola cosa importante.
Ed è proprio negli ultimi anni che si sono diffusi gli sport estremi o di combattimento
perché in questi i giovani cercano di sfogare quell’energia che ancora li
caratterizza ma che in questa società è soffocata dall’imposizione di istituzione,
ideali, fedi, senza possibile alternativa.
Chi invece non riesce a sfogare la propria energia incanalandola in imitazioni o
surrogati delle vere emozioni, la perde del tutto o la annulla in realtà distorte.
Per questo i giovani cercano nella droga quelle emozioni che non sono capaci di
crearsi con l’attività e la volontà e solo nella droga trovano la possibilità di
cambiare la realtà: di fronte all’impotenza di mutare la società e d’imporre il
proprio credo, ci si riduce a cercare un alternativa finta e limitata pur di non
restare intrappolati in un mondo che non soddisfa.
E se la droga è il modo più tristemente tradizionale, per raggiungere realtà distorte
nei tempi più recenti si ha un nuovo metodo forse solo apparentemente meno
dannoso: Internet.

É Internet che ti toglie dalla realtà a cui vuoi sfuggire, creandotene una su misura
ma falsa e addirittura paradossale: con Internet puoi sfuggire alla solitudine

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comunicando con persone che non conoscerai mai o addirittura non esistono
neppure, puoi valicare i confini dello spazio quando in realtà non vi è nessuno
spazio tangibile; puoi sfuggire da un mondo che non ti piace costruendotene uno
che alternativo ma così valido da infrangersi appena si spegne il computer.
Internet è la nuova sciagura per i giovani.
Alla luce di tutto questo non ci si può stupire dell’ingente ondata di suicidi che ha
investito i nostri anni e del perché questi riguardino soprattutto i giovani.
Ma forse non è importante riflettere sulla quantità , ma sulle motivazioni che
portano a questo estremo gesto.
Non è il suicidio in se stesso ad essere aberrante, ma le ragioni che lo inducono ,
quelle ragioni che solo nel nostro secolo, e forse anche in quello passato, derivano
dall’impoverimento se non dal totale annullamento dei veri valori.
All’epoca dei romani il suicidio c’era eccome ,ma se guardiamo bene era dettato
dalla difesa di valori e non dalla loro mancanza.
Ci si uccideva perché si era mancati della parola data e solo con la morte
volontaria ci si poteva riappropriare dell’onore perduto .
Ci si uccideva perché era stato negato un valore fondamentale come la
gerarchia della famiglia e l’obbedienza al pater familias.
Ci si uccideva per tenere fede ad un giuramento , perché la morte era preferibile
ad una vita disonorata e non tanto perché gli altri l’avrebbero considerata tale,
ma perché ognuno dentro di sé sapeva di non poter essere un vero “cives” se il
proprio codice morale non comprendeva la sacralità del giuramento. A tutti è
noto l’esempio di Attilio Regolo che, pur consapevole di quello a cui sarebbe
andato incontro se fosse tornato a Cartagine, non esitò ad andare incontro alla
morte pur di tenere fede alla parola data.
Il suicidio come forza dunque e non come debolezza: forza di credere nei valori
fondamentali e forza di sacrificare tutto in loro nome.

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Fino a quando onore, patria, famiglia erano le fondamenta della società ci sono
stati episodi come Leonida alle Termopoli, che senza indietreggiare ha sacrificato
se stesso e 300 spartani per coprire il suo esercito e la sua patria.
Ma quando il suicidio diventa debolezza, povertà di ideali, vigliaccheria? Da
quando i valori sono diventati denaro ed esteriorità i giovani oggi si uccidono
perché sono confusi, perché non trovano sicurezze, perché non hanno veri valori
in cui credere. E così sempre di più aumentano i suicidi per solitudine
paradossalmente in un mondo dove si vogliono abbattere tutte le frontiere ma
dove ci si sente soli in una metropoli di un milione di persone. É la solitudine di
essere in un microcosmo non inquadrato in un macrocosmo, di sentirsi isolato in
una società che non è un tutto ma è un’insieme slegato di individui .
Nella Res Publica romana ognuno aveva un compito e ognuno viveva in nome di
un più alto ideale: lo stato.
Oggi un giovane o decide di vivere barcamenandosi in una società di
compromessi ed egoismi o decide che una vita dominata da falsi dei e falsi idoli
non è degna di essere vissuta.
Oggi, come dicevo, il suicidio è atto di debolezza e non più di coraggio.
Debolezza di non riuscire ad adattarsi , ma anche, più profondamente, debolezza
per non provare a cambiare.
Oggi un ragazzo si uccide quando comprende che non si può vivere per
accumulare soldi, donne e successo, quando comprende che questi possono
essere dei piaceri ma non dei valori e capisce che la vita deve avere altri scopi. Si
trova disorientato perché nel nostro tempo i veri valori, quelli per cui vale la pena
di vivere e, come abbiamo visto, anche morire, sono stati schiacciati.

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Il valore della patria, da intendersi come tradizione, radici, orgoglio di
appartenenza, scompare in vista di un mondo unico del quale nessuno può
sentirsi cittadino.
Il valore dell’onore, inteso come dignità personale, coraggio nelle scelte, onestà
verso se stesso e gli altri, si perde in una società dove si è pronti a tutto per arrivare
alle mete effimere del successo e della ricchezza.
E il valore della famiglia, un tempo alla base di tutti gli altri valori attraverso
l’educazione, è stato semplicemente dimenticato, è “passato di moda”.
In questo deserto etico-morale i giovani , si interrogano e i più deboli o
semplicemente i meno cinici, si perdono.
“Il suicidio dimostra che ci sono nella vita mali più grandi della morte” Orestano

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"Come unico solvente per la tua disperazione il sistema ti regala l' eroina col
limone"; queste le note di una celebre canzone degli “Amici del Vento”, gruppo
musicale alternativo degli anni 70; questa la frase che meglio inquadra il ruolo che
questo male rappresenta nella società contemporanea. Ci spieghiamo: l’uso di
sostanze stupefacenti come fenomeno di massa è avvenuto per la prima volta,
non a caso, nei periodi della cosiddetta contestazione giovanile, negli anni che
vanno dal 1968 fino ad almeno la metà del decennio successivo, assumendo un
ruolo di strumento di ribellione, attraverso il quale poter evadere dal grigiore della
società borghese. Non ci si è resi invece conto che il “paradiso artificiale” che la
droga creava era l’arma migliore di cui il sistema si è servito per poter meglio
controllare le menti, facendo credere a chi ne faceva uso di essere evaso da una
situazione di disagio e creando un recinto entro il quale il giovane si sentiva libero,
spegneva dunque il vero ardore che covava dentro di sé e che avrebbe dovuto
avere sfogo in ben altra maniera e verso altri obiettivi. Per capire meglio la
situazione venutasi a creare si ricordi che pastiglie d’ecstasy venivano
somministrate ai militari americani durante la guerra del Vietnam per attenuare in
loro la paura del nemico, inducendoli dunque in uno stato di trance che
distruggeva il senso del razionale, è così che essi diventavano carne da macello al
servizio dell’arroganza imperialista. Ad oggi la situazione è la medesima; da parte
del sistema questo resta un modo molto subdolo per tamponare le proteste
giovanili servendosi di una trappola materialista e dai piaceri effimeri, la cui
conseguenza è il declino dell’uomo ad una fase di annebbiamento celebrale e di
cecità rispetto ai reali problemi che affliggono il mondo d’oggi, controllato e
tenuto a bada come una bestiola in gabbia. Il problema droga va quindi
affrontato opponendo una differente visione della vita rispetto a quelle che ci
propinano attualmente. Occorre prendere coscienza del meccanismo infernale
che sempre più coinvolge gli uomini, ovvero la volontà di schiacciare tutti
creando sempre più nuovi bisogni ed esserne dipendenti in una sorta di spirale
ossessiva, disperata ed infinita. Non è vero che per sentirsi bene con se stessi o che
per cercare nuovi stimoli ci sia bisogno di espedienti artificiali come l’assunzione di
droghe. E’ necessario quindi affermare oggi la propria personalità, la vera
affermazione di se sta proprio nel far emergere la forte volontà di dire no e di
opporsi fermamente ad ogni presunta fonte di ribellione che faccia dell’uso di
droghe, pesanti o meno che siano, una delle proprie ragioni d’essere. Ribadiamo
che, nonostante quel che si pensi, nell’atto di assumere sostanze stupefacenti non

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c’è nulla di minimamente trasgressivo, bensì si è servi. La droga va invece
combattuta perché è la più spietata arma di questo omologante sistema, va al
contrario ricercata nella semplicità che la natura può offrirci la nostra dimensione.

LO SPACCIATORE E’ UTILE AL SISTEMA;


COMBATTI LO SPACCIO E GLI SPACCIATORI.

ARTICOLO DEL GIORNALE: MENSILE A CURA DELL’ASSOCIAZIONE


CULTURALE “ZENIT

“Anca incö in cü!!!” Ovvero: “Anche oggi in culo!!!” (anonimo


lombardo)

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Il profilo del confronto venutosi a creare fra USA e Russia, va progressivamente


crescendo d’intensità negli ultimi tempi, al punto che taluni paiono intimoriti
dall’eventualità, che un clima da nuova Guerra Fredda possa ripiombare sul
Pianeta. Davvero si può ritornare a quell’equilibrio (ci domandiamo increduli)? . Ci
andavamo convincendo che la Guerra Fredda fosse finalmente finita e che l’URSS
ormai in soffitta dal 1991, si fosse polverizzata in una costellazione di nuovi e
numerosi stati sovrani. Ci andavamo abituando allo strapotere militare e culturale
americano. Ci cullavamo utopicamente, nell’auspicio della fine della minaccia,
rappresentata dall’uso di armi atomiche. Immaginavamo che con le ferraglie dei
carri armati russi e con la Flotta del Baltico, ci avessero fatto caloriferi e ponti.
Invece no. I Russi hanno da poco finito i loro test sulla nuova bomba a implosione,
chiamata “Padre di tutte le bombe”, i cui effetti sono paragonabili a quelli di un
ordigno nucleare. Solo in agosto poi, i bombardieri strategici dell’epoca sovietica
sono tornati a volare nei cieli d’Asia e la Russia sta altresì valutando l’idea di
riprenderne presso gli stabilimenti Tupolev, la produzione da anni interrotta.
Non v’è dubbio quindi, che i rapporti USA-URSS stiano scivolando verso la tensione
più profonda mai gestita dalle regie di Mosca e Washington da quando è iniziata
l’era post-sovietica. Eppure le differenze con gli anni della gloriosa Armata Rossa,
dagli anni delle manifestazioni oceaniche del Partito Unico e dagli anni della
competizione spaziale fra le due superpotenze, sono a tal punto lampanti da far
apparire l’idea stessa di Guerra Fredda, anacronistica e fuori luogo.
In effetti a ben guardare, l’escalation di tensioni nelle relazioni russo-americane,
non si può che rilevare senza possibilità d’errore, che in pentola stia bollendo
qualcosa di grosso. Ciò è fuor di dubbio, e ormai assodato, ma la Guerra Fredda
ha, dal nostro modesto punto di vista, poco a che vedere con l’attuale situazione.
La Guerra Fredda, quella vera, vide l’Europa nell’increscioso ruolo di campo di
battaglia militare-ideologico, calpestato e insanguinato dallo scontrarsi-
riavvicinarsi dei due blocchi. Al contrario la nuova situazione geopolitica di
tensione, interessa in primo luogo l’Asia.
E in Asia, nel totale silenzio mediatico, c’è La Georgia che vuole mettere al bando
le basi russe all’interno del suo territorio, ci sono le difficoltà di Mosca a farsi
intendere dai vecchi amici Azerbaigian, Georgia, Ucraina, e Moldavia,
progressivamente sempre più vicini a posizioni filo-occidentali, ci sono poi i paesi

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islamici che potrebbero in futuro guardare alla Russia come protettore, c’è la Cina
che come l’India cresce economicamente e militarmente, c’è il Giappone che
perde i colpi. . In egual misura anche in Europa le cose sono mutate radicalmente
da quando la Guerra Fredda è finita: nella Repubblica Ceca, in Bulgaria e
Romania come funghi nascono nuove basi statunitensi. L’America si prepara a
piazzare missili anti-missile ABM in Polonia e di fatto tutti o quasi, i paesi dell’ex
Patto di Varsavia, facilmente malleabili e desiderosi di migliorare la propria
condizione economica, partecipano d’un tratto “all’assedio di Mosca”
I protagonisti dell’ attuale scenario internazionale, sono quindi assai differenti da
quelli di un tempo. Da una parte, gli Stati Uniti che si ostinano nel perseguire scelte
arbitrarie e unilateralmente concepite, e dall’altra la Russia, tradita da molti, ma
sempre più vicina però alla Cina, al Kazakistan, al Kirghizistan, all’Uzbekistan, al
Tagikistan, all’Iran, all’Afghanistan, al Turkmenistan, alla Mongolia, al Pakistan e
all’India. Nel periodo della Guerra Fredda invece, l’URSS ebbe a fronteggiare gli
USA in uno stato di semi-solitudine, giacchè i rapporti con la Cina furono travagliati
e contraddittori, e quelli con i paesi satellite dell’ Europa Orientale non meno
complessi.
Oggi la Russia potrebbe porsi, e in parte già lo sta facendo, alla testa di questa
coalizione unita dalla volontà di limitare lo strapotere statunitense. Ciò costituisce
di per sé obiettivo realistico e nobile, sia perchè da un lato, innegabilmente
l’equilibrio globale richiede un contrappeso agli USA; sia perché, dall’altro lato, i
cinesi e gli altri alleati sopramenzionati pur appoggiando silenziosamente la Russia,
non paiono voler optare per diventare essi stessi leader di questa coalizione.

A creare un’opportunità favorevole a questa Russia armata di coraggio, ma assai


distante dall’ antico splendore, è in primo luogo la faccenda irachena in cui gli

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U.S.A. si sono impantanati. Lo sforzo degli USA in Iraq infatti, inchioda gli americani
in una situazione di stallo che rende impossibile confrontarsi troppo apertamente
con i russi e costituisce senza dubbio una grossa opportunità per Mosca, di farsi
sentire con voce più ferma. Oltre a ciò, i russi potrebbero sfruttare l’empasse
americana a loro vantaggio, fornendo armamenti ai vari attori della regione
mediorientale, guadagnando da ciò un mucchio di quattrini e per di più in una
fase in cui i vari stati mediorientali cercano la sponsorizzazione di una grande
potenza.
Sia la volontà di acquisire un ruolo di primissimo piano nella politica internazionale,
che il desiderio di proporre ai paesi del Medioriente, una reale alternativa al
paternalismo statunitense, sono emersi nel corso della conferenza annuale sulla
sicurezza internazionale che si è tenuta a Monaco di Baviera tra il 9 e l' 11 febbraio
2007. Per quell’austera circostanza gli osservatori internazionali prevedevano
un' ondata di critiche sapientemente convogliate da Washington contro la politica
seguita dalla Russia. Si prevedeva inoltre la richiesta di un rafforzamento del ruolo
della NATO in Iraq e in Afghanistan. Putin in quella decisiva circostanza, lungi
dall’indietreggiare e dal difendersi, ha lasciato comprendere assai nitidamente,
che sebbene la Guerra Fredda non sia tornata, la Russia è ora ufficialmente una
grande potenza e come tale agirà nel futuro prossimo. A Monaco Putin, ha
parlato a chiare lettere, affermando: “Iniziative unilaterali, sovente illegittime, non
hanno mai risolto alcun problema. Hanno generato nuove tragedie umane e
focolai di tensione. Controllate voi stessi: il numero delle guerre e dei conflitti
regionali e locali non è diminuito ... Oggi assistiamo al ricorso praticamente
illimitato ed esagerato alla forza negli affari internazionali - alla forza militare, forza
che sta sprofondando il mondo nell' abisso dei conflitti. ... Ne consegue che la
forza per giungere ad una risoluzione complessiva di qualsivoglia conflitto
diminuisce. Una composizione politica di tali conflitti sta diventando impossibile.
Vediamo che i principi fondamentali della legge internazionale sono ignorati
sempre di più. Cosa ancor più grave: ... l' intero sistema giuridico di un paese, e
innanzitutto, ovviamente, quello degli Stati Uniti, oltrepassa i suoi confini nazionali in
ogni area: economia, politica e questioni umanitarie, e tale legge è imposta su
altri paesi. A chi va bene tutto questo?”.
Tra l’altro subito dopo essere stato a Monaco, Putin ha raggiunto l’Arabia Saudita
e ciò confermerebbe la tesi sopra esposta secondo cui a Mosca interesserebbe
fortemente un ruolo di guida per le nazioni mediorientali. E’ il Medioriente il tallone
d’Achille degli USA ed è in quella area che Washington appare più vulnerabile,
appesantita dal confronto con l’Iran, dal persistere del conflitto israelo-palestinese,
e dall’estenuante occupazione dell’ Iraq.

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Oltre ai dubbi relativi alla visione unilaterale degli U.S.A., Putin ha espresso a
Monaco, fra i denti, un’altra preoccupazione relativamente al sistema di difesa
missilistica U.S.A. che a suo giudizio non sarebbe affatto difensivo, ma offensivo e
soprattutto nei confronti di Mosca. Come dargli torto? Del resto mai da quando la
Guerra Fredda finì nel 1989 è stato tanto chiaro come oggi che il governo Usa è
interessato alla ricerca della supremazia nucleare. Così mentre la situazione
internazionale si surriscalda l’industria bellica russa ha perfezionato nuovi e più
efficaci missili da crociera, contro i quali il famoso scudo antimissile americano è
pressoché inutile.
Se la Russia procederà con questa strategia, difficilmente Washington potrà
continuare a liquidare le provocazioni con lo stesso sprezzante sarcasmo mostrato
fin ora. Per il Pentagono e l' establishment della politica Usa, le tensioni con la
Russia assurgeranno a questione primaria, ma lo scenario attuale è assai più
complesso di quello che passò alla storia col nome di Guerra Fredda.

Io non gli ho fatto niente. È stato il marciapiede a fargli male. (Julius in


"I gemelli")

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' (& )

Vesperi di primavera,
crepuscoli d' estate,
prime piogge d' autunno
croscianti su l' immondizia
polverosa che nera
fermenta sotto le suola
fendute onde si mostra
il miserevole piede
umano come tòrta
radice di dolore
divelta; rigùrgito crasso
delle cloache nell' ombra
della divina Sera,
tumulto della strada ingombra
ove tutte le fami
e le seti irrompono a gara
d'avidità belluina
per la forza che impera
e partisce i beni col ferro,
da voi sorgere io vidi
non so quale orrida gloria.

Gloria delle città


terribili, quando a vespro
s'arrestano le miriadi
possenti dei cavalli
che per tutto il giorno
fremettero nelle vaste
macchine mai stanchi,
e s' accendono i bianchi
globi come pendule lune
tra le attonite file
dei platani lungh' esse
le case mostruose
dalle cento e cento occhiaie,

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e i carri su le rotaie
stridono carichi di scòria
umana scintillando
d' una luce più bella
che la luce degli astri,
e ne'cieli rossastri
grandeggiano solitarie
le cupole e le torri!

Orrore delle città


terribili, quando su le vie
arse cadono i larghi lembi
violacei della Sera
con un odor molle di morte,
e s' accendono su le porte
delle taverne i fanali
rossi che versano il sangue
luminoso al limitare
ove scoppierà la furente
rissa dopo l' ingiuria,
e i fuochi della lussuria
brillano negli occhi senili
della grigia larva che insegue
per l' ombra la vergine impube
con nel passo malfermo
l'indizio del morbo dorsale,
e il bardassa trae per le scale
già buie il soldato che ride,
e la libidine incide
l'enorme priàpo sul muro!

Febbre delle città


terribili, quando il Sole
come un mostro colpito
dal tridente marino
palpita ai limiti delle acque
in una immensità di sangue
e di bile moribondo,
e nel duolo del ciel profondo
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la gran piaga persiste
livida di cancrena,
e s'ode la sirena
del vascello che giunge
caldo di più caldi mari,
e s' accendono i fari
su l'
alte scogliere,
e le ciurme straniere
si precipitano all' orgia
frenetiche come baccanti,
e il porto suona di canti
di schemi di sfide di colpi
di crapula e d' oro!

Sonno delle città


terribili, quando dal fiume
accidioso (ove si stempra
tra la melma e il pattume
la polpa dei suicidi
fosforescente come
su i salsi lidi il viscidume
delle meduse morte)
sorgono le larve diffuse
della caligine tacente
con mille tentacoli molli
che sfiorano tutte le porte
e palpano i miseri e i folli,
il ladro e la venere vaga,
l'ebro dalla bocca amara
l'orfano dall' ossa contorte
assopiti sopra la fogna,
mentre s' amplia e s' arrossa
nei fumi la chiara finestra
del sapiente che indaga
e del poeta che sogna!

Alba delle città


terribili, aurora che squilla
con mille trombe di rame
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sul silenzio opaco dei tetti
chiamando i dormenti a battaglia,
primo dardo che il Sole scaglia
a fiedere le sfere d'oro
su le cupole ancor notturne
e le cime ardue dei camini
emuli delle torri e le bianche
statue degli archi trionfali,
Speranza volante su ali
recenti come i fiori nati
sotto le rugiade celesti,
passo degli artefici dèsti
all'opere sonoro come
scalpitìo d' esercito grande,
rombo che si spande dai mossi
congegni pel vitreo duomo,
oh Alba, oh risveglio dell'Uomo
eletto al dominio del Mondo!

Ci vogliono il tuo nemico e il tuo amico insieme per colpirti al cuore: il


primo per calunniarti, il secondo per venirtelo a dire. (Mark Twain)

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$ * + , -

Oggi per cercare di ampliare ulteriormente la nostra conoscenza sul vasto e


variegato mondo ultras parleremo con Alfredo Vadalà, responsabile della sezione
dei Boys Reggio di Bovalino (paese in provincia di Reggio Calabria), nonchè
fondatore e responsabile (in gergo capo ultras) dei Boys Bovalino, tifoseria che dal
1997 sostiene la Bovalinese, squadra che milita nel Campionato di Eccellenza in
Calabria. Perciò Alfredo mettiti comodo che abbiamo un pò di domande da farti...

Quando, come e per quale motivo sono nati i Boys Bovalino?

I Boys Bovalino sono nati ufficialmente come sezione dei Boys Reggio il 22
novembre del 1997, in occasione della partita REGGINA-Torino, campionato di
serie B. Seguivamo già dalla tenera età le sorti della Reggina e così crescendo
decidemmo di sostenere attivamente la nostra squadra.

Quale è stato il momento che più vi piace ricordare e quale quello che invece
rappresenta il momento più cupo della vostra storia?

Beh, di momenti felici ne abbiamo vissuti parecchi. Con la reggina la promozione


in SERIE A è stata senza ombra di dubbio la gioia più grande. Per quanto riguarda
la Bovalinese, sicuramente le vittorie nei derby danno soddisfazioni uniche. I
momenti più brutti per un gruppo ultras sono gli incidenti con conseguente
diffida.... Sai, quando si arriva a fare tafferugli non è mai una cosa positiva; a volte
lo scontro è evitabile in altri casi e assolutamente impossibile.

Tornando alla prima domanda, qual è dunque il legame che c’è tra BOYS
REGGIO sez. BOVALINO e BOYS BOVALINO?

Si può dire che i secondi siano “figli” dei primi. Siamo nati come BOYS REGGIO sez.
BOVALINO, ma da qualche anno abbiamo deciso di comune accordo con i
ragazzi di Reggio (ai quali siamo legati da una splendida amicizia) di non essere
più una sezione, ma di essere un gruppo gemellato a loro. Questo perchè dal 2002
abbiamo deciso di seguire la squadra del nostro paese mantenendo i contatti -
quasi settimanalmente - con il direttivo dei BOYS REGGIO 1986.

Quindi vi sentite più tifosi della Bovalinese o più tifosi della Reggina?

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Siamo prima tifosi della Reggina; la nostra storia parte nelle gradinate della mitica
Curva nord del vecchio stadio comunale (ora Oreste Granillo).

Quale ruolo ricoprono le sezioni all'


interno di una tifoseria? Che genere di compiti
svolgono?

Di supporto al gruppo fondatore sicuramente. Non so le altre sezioni dei vari gruppi
ultras italiani, ma da noi la realtà è ben diversa e il nostro compito era, ed è
quando capita l' occasione, di aiutare alla buona riuscita del tifo, sia a livello
coreografico sia a livello corale.

Come conciliate il fatto di essere la tifoseria della Bovalinese e,


contemporaneamente, far parte della curva della Reggina?

E’ più semplice di quanto possa si immaginare: ogni domenica un gruppo di 5


persone segue la Reggina mentre gli altri sono presenti al fianco della Bovalinese.
Ovviamente il gruppo che si reca a Reggio cambia settimanalmente, e viene
deciso durante le riunioni dal gruppo.

Ci sono delle tifoserie con le quali avete instaurato rapporti di "gemellaggio" e


altre con le quali c'
è una rivalità particolarmente accesa?

Attualmente il nostro gruppo è gemellato con la tifoseria del Rosarno e della


Villese; abbiamo delle amicizie con gli Ultras della Paolana e del Corigliano. La
rivalità più sentita è quella con Roccella, Locri e Siderno, quest'
ultima dopo la
rottura del gemellaggio avvenuta qualche mese fa.
Comunque per le rivalità la lista è lunga.

Quali sono in genere i motivi che portano alla nascita di gemellaggi e inimicizie?
Come si manifestano nel contesto della partita e come li gestite quando poi vi
ritrovate all'
interno della curva della Reggina?

A differenza delle rivalità I gemellaggi nascono spontaneamente: ad esempio con


i ragazzi di Villa San Giovanni ci siamo incontrati nella curva della reggina e, dopo
uno scambio di opinioni sulle nostre e le loro rivalità, ci siamo resi conto di avere le
stesse "vedute" in tema di odio viscerale. Sicuramente la faccia bella del tifo è
questa, essere amici, e al tempo di oggi è una cosa difficilissima; con chi ha i
colori differenti dai tuoi è un qualcosa che solo un ultrà può capire.

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E quali sono invece le cause delle vostre inimicizie?

Beh, primeggiare su quella tifoseria che sta a poco più di 10 km da te è il primo


motivo, ma le cause sono molteplici: dalla diversa collocazione politica alle varie
partite disputate negli anni. Se per due anni andiamo ad esempio a Siderno e
veniamo trattati male automaticamente alla prima occasione si cerca in tutti i
modi lo scontro fisico, sia in casa ma principalmente in trasferta. Quando poi ci si
ritrova dentro la curva della Reggina, il discorso si fa complicato: a volte c' è totale
indifferenza da ambedue le parti, in altri casi si cerca il contatto fisico, ma sempre
fuori dalla curva della Reggina e possibilmente lontano dallo stadio.

Quali sono le principali differenze che riscontrate tra il tifo in una categoria minore
come l'Eccellenza e il "grande" tifo della serie A?

Credo che differenze non ce ne siano, ormai il mondo delle curve è cambiato.
Forse la differenza più grande la sta facendo la pay-tv: tanta gente abbandona lo
stadio per stare comodamente in poltrona…

Quindi si può dire che la differenza tra piccolo e grande tifo sta nel fatto che
quest’ultimo perde sempre più consensi?

Sì, secondo me sì... il grande tifo perde consensi perchè qualcuno vuole così. Mi
spiego: se un tifoso è per i cazzi suoi che beve una birra al bar dello stadio, come
fa a ritrovarsi l'
attimo dopo in questura con un provvedimento di diffida senza aver
fatto niente? C’è una repressione in atto nei confronti degli ultras senza
precedenti, e tutto ciò, a mio avviso, per una questione prettamente
economica… mi riferisco a Sky e ad altre cose simili. Così chi ha la possibilità si
trasferisce nei campi di periferia per vedere il VERO calcio, quello sanguigno,
quello genuino quello per cui un vero ultras la domenica lascia la propria famiglia
e in certi casi il lavoro, per andare a vedere le sport che ha sempre amato.

Visto che siamo entrati nel discorso repressione: che cosa ne pensi di ciò che è
successo a Catania e del successivo decreto anti-violenza (che proprio oggi è
diventato legge)? Tra l'
altro tu stai ancora scontando una diffida di tre anni...

Io penso che invece di fare i moralisti dobbiamo porci seriamente il problema


(naturalmente non i tifosi ma chi fa le leggi). A Catania abbiamo assistito ad un
vero e proprio attacco, PREMEDITATO, contro le forze dell' ordine. La domanda è
PERCHE' ? Credo che tutto stia nel fatto che ho spiegato prima, ovvero la
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repressione. Comunque non mi esprimo su quanto accaduto, non so i motivi e
quindi non posso parlare di ciò...
Proprio oggi faccio un anno lontano dai campi di gioco, mi restano ancora due
anni, e la prospettiva non mi piace per niente. Per un ultras è dura stare lontano
così tanto tempo da ciò che per te significa passione, amicizia, ideali, QUELLI VERI,
quelli che la società di oggi ha messo da parte per far spazio a tutte quelle
puttanate che ci fanno vedere in tv... l'unica cosa certa che so e che questo
"esilio" non fa altro che accentuare in me la voglia di girare gli stadi al fianco della
mia squadra e di gridare tutta la mia rabbia a questo sistema marcio qual' è il
NOSTRO PAESE.

C'
è altro che vuoi aggiungere a questa chiacchierata?

Forse quello che posso aggiungere è fare un "appello" a tutte quelle persone che
ancora oggi non si piegano a questo sistema di burattini e burattinai...
COMBATTETE SEMPRE A TESTA ALTA!

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Hanno collaborato: D. Rossi, F. Monti, C. La Ferla,

F. Ferracci, D. Leotti, S. Cappellari, R. Malossi, F. Fratus, C.Boccassini,

F. Boccassini, V. Sofo, V. Bencini

Sintesi.Milano@hotmail.it

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