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Anno 0 – Numero 14

SPECIALE
CAPITALISMO
INDICE
SINTESI _________________________________________________________ pag. 2

LA LEZIONE KEYNES IN TEMPO DI CRISI _____________________________ pag. 3

EFFICIENZA vs EQUITA’ ____________________________________________ pag. 4

LA TERZA ETA’ DEL CAPITALISMO __________________________________ pag. 5


l’avvento del turbocapitalismo _______________________________________ pag. 5

capitale delle grandi imprese e fondi esteri _______________________________ pag. 6

lo start-up di internet, eldorado della nuova economia? ______________________ pag. 8

il capitalismo è più che mai nomade ___________________________________ pag. 9

dallo sfruttamento all’esclusione _____________________________________ pag. 9

dal capitalismo salariale al capitalismo patrimoniale _______________________ pag. 10

il capitalismo fagocita i vecchi valori della contestazione ____________________ pag. 12

IL JAZZ DELLE ACCIAIERIE ________________________________________ pag. 14

NATO NEGLI U.S.A. _______________________________________________ pag. 15

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SINTESI
Ultimamente il dibattito politico si è incentrato, con toni molto accesi, su un provvedimento particolare preso
dal governo: lo scudo fiscale. In un Paese in cui, evidentemente ispirato dal valore cristiano del perdono, vi è
uno spirito magnanimo talmente forte che si tende a farla passare sempre liscia (vedi condoni, indulti, ecc.),
questa iniziativa è stata percepita dai più come un ennesimo atto compiuto in favore dei “furbetti del
quartiere”. Dal punto di vista morale, non vi sono dubbi che lo scudo fiscale sia una manovra tutt’altro che
accettabile, ma ci troviamo di fronte ad una questione molto più ampia, complessa e di difficile soluzione
rispetto a come appare a primo impatto.
L’origine nel problema infatti risiede in alcuni concetti che ormai la nostra società ha assimilato e ha reso
punti fermi per il suo sviluppo: globalizzazione, capitalismo, efficienza, concorrenza, mercato.
Ci affidiamo al mercato come deus ex machina, motore immobile in grado di tenere le redini di tutto, capace
di funzionare e auto-risolvere i propri problemi, per raggiungere la tanto sospirata efficienza. Efficienza che
non coincide con equità, ecco perché il mercato non è riuscito a sostituire lo Stato. Questo interviene per
cercare – attraverso la redistribuzione del reddito – di risistemare un po’ gli equilibri... redistribuzione che
avviene tramite le tasse.
Qui viene il bello. La crescente integrazione dei mercati (con la progressiva eliminazione di ogni “barriera”) e
la libera circolazione di beni e servizi formano un cocktail esplosivo. Lo Stato per ridistribuire deve tassare il
reddito di ognuno, dunque ha bisogno di una base imponibile. Ma i capitali possono muoversi abbastanza
agevolmente tra i Paesi, dunque è facilmente intuibile che una persona li sposti nei luoghi in cui vengono
tassati meno. Scatta così un meccanismo di concorrenza fiscale: alcuni Stati riducono o eliminano del tutto
la tassazione nei confronti dei capitali (vedi i cosiddetti paradisi fiscali) in modo da incentivare l’Agnelli di
turno a traslocare i propri beni dal paese di origine – in questo caso l’Italia. E l’Italia che fa?
Vedendo fuggire all’estero tutta la sua ricchezza, cerca di porre in qualche modo rimedio diminuendo la
pressione fiscale nei confronti dei redditi da capitale, sperando così di disincentivare la fuga. Però si ricorda
che deve ancora fare sta benedetta ridistribuzione... inevitabilmente si fa una domanda: “ma se a questi
prometto che gli farò pagare meno tasse possibile purché non emigrino, dove li prendo i soldi???” Risposta:
tassando i lavoratori, quelli ancora non possono scappare (perlomeno non così facilmente)! Lavoratori
dipendenti saranno sì la maggior parte degli italiani, ma sono anche i più sfigati, quelli con meno soldi...
senza contare poi che – se sono la maggioranza – vuol dire che sono la maggior parte di schede elettorali...
2 + 2 = 4, cioè: le tasse non piacciono > se io tasso troppo una persona, quella si incazza e probabilmente
non mi vota > se io devo farmi votare... vabbè, facciamo sto scudo fiscale e vediamo se riusciamo a
recuperare qualcosa.
Dal punto di vista politico/economica, la questione è complicatissima. Gli stati da una parte cercano di
fermare la fuga, dall’altra desiderano attrarre capitali esteri. L’ Europa tutta è in questa situazione. E, ancora
una volta, soltanto l’Europa può portare ad una soluzione. Ma per far ciò deve diventare un’entità politica e
non solo economica, in modo tale da coordinare tutti gli stati membri verso una linea comune.

OMNE TRINUM EST PERFECTUM

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LA LEZIONE KEYNES IN TEMPO DI CRISI
Per gli esperti in materia ed gli studenti di economia, il Barone John Maynard Keynes non ha bisogno di
presentazioni; forse per tutti gli altri vale la pena fare una sintesi di ciò che questo economista britannico
concepì nei primi anni ’30 del secolo scorso.
Keynes fu il primo economista a proporre una dottrina in netta contrapposizione alla teoria dell’economia
classica di Adam Smith. Superò l’approccio della “mano invisibile” che regola i mercati secondo la teoria di
una regolazione spontanea, quindi senza necessità d’intervento da parte dello Stato, sugli scambi
commerciali e sulle attività produttive.
Lo scozzese Adam Smith non conobbe la celeberrima crisi economica del ’29 che tutti i giornali evocano
così spesso di questi tempi perché morì nel lontano 1790. Keynes, invece, la grande depressione la vive in
prima persona e cerca soluzioni pragmatiche per porre rimedio alla cosa.
Uno dei punti nevralgici e più attuali della teoria keynesiana è l’analisi sull’intervento statale in tempi di crisi
economica. Lo Stato, secondo Keynes, deve intervenire per alimentare la domanda di consumo, sia per le
imprese sia per i semplici consumatori. Piani di opere pubbliche, sgravi fiscali per le imprese, finanziamenti
ed agevolazioni sono solo alcuni esempi di possibili azioni di governo che già all’epoca si potevano
effettuare. In qualche modo ricordano gli eco-incentivi, l’idea del taglio dell’IRAP ed i finanziamenti
comunitari odierni. Ovviamente vi è stata un’evoluzione degli interventi realizzabili. Dal 1929 molte conquiste
sono state fatte, ma il problema di fondo sembra invece sempre latente. Il mercato è governato da
speculatori e “finti” o “falsi” liberisti in momenti di difficoltà chiedono e quasi esigono un intervento statale per
salvare il salvabile.
Tutto questo deve essere regolato e le direttive devono essere date dallo Stato, dalla Comunità Europea e
dalla Comunità Internazionale. Come disse il Ministro Tremonti in occasione del 235° anniversario della
fondazione della Guardia di Finanza, se il mercato è globale il diritto non può restare locale. Oltre a regole
condivise, vi è poi la necessità che venga rispettato quanto deciso.
Questo implica che quando una banca, un broker o un’azienda non onora le leggi del mercato debba pagare
severamente. Le sanzioni non possono esistere solo quando si parla di quote-latte, anche gli istituti bancari
e finanziari devono essere regolati. Anche se fosse necessaria una specifica authority.
Keynes sostiene che attraverso la spesa pubblica si possa ridare vigore alla domanda di beni e la ripresa dei
consumi ma anche dignità alla società. Migliorare il sistema d’istruzione, ottimizzare l’assistenza sanitaria e
potenziare i supporti alla difesa sono solo alcuni esempi di come può essere impiegata la spesa pubblica.
Nell’immaginario collettivo gli interventi statali in tempo di crisi si limitano alla costruzione di opere pubbliche,
Keynes specifica come può essere diversificata questa azione. Le manovre di politica economica puntano a
ridurre sensibilmente la disoccupazione, la quale – diminuendo – permette l’aumento dei consumi e quindi
della domanda.
Concludiamo con una citazione di Keynes, tratta dal capitolo 24 della sua opera la “Teoria Generale
dell’Occupazione, dell’Interesse e della Moneta”:

“Mentre quindi l'allargamento delle funzioni di governo,


richiesto dal compito di equilibrare l'una all'altro la
propensione al consumo e l'incentivo ad investire,
sarebbe sembrato ad un pubblicista del
diciannovesimo secolo o ad un finanziere americano
contemporaneo una orribile usurpazione ai danni
dell'individualismo, io lo difendo, al contrario, sia come
l'unico mezzo attuabile per evitare la distruzione
completa delle forme economiche esistenti, sia
come la condizione di un funzionamento soddisfacente
dell'iniziativa individuale.”

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EFFICIENZA vs EQUITA’

Una giustificazione politica che spesso è stata utilizzata a sostegno dell’economia di mercato riguarda il
concetto di efficienza. Si afferma che un sistema economico organizzato in modo efficiente sia da
considerare anche equo, e che l’efficienza sia raggiungibile soltanto attraverso un sistema di perfetta
concorrenza.
In realtà già nel XIX secolo si affermava che un’economia di mercato fosse in realtà incapace di affrontare
problemi di giustizia distributiva. Accanto alla posizione del liberalismo ideologico, che ammetteva la
presenza dello Stato esclusivamente per la fornitura dei servizi essenziali (difesa, giustizia, sicurezza,
infrastrutture), si sviluppa una posizione alternativa che invece prende coscienza del fatto che la
concorrenza alimenti le disuguaglianze. Viene dunque invocato l’intervento del settore pubblico per ridurre
tali iniquità, secondo il principio del “fair race”: lo stato deve operare al fine di garantire a tutti i cittadini uguali
opportunità, in modo tale che tutti possano competere ad armi pari.
Obiettivo raggiungibile attraverso due strumenti principali: l’imposta sulle successioni e l’imposta progressiva
sul reddito.
L’imposta sulle successioni è il mezzo ideale per realizzare un contesto di fair race, in quanto mira ad evitare
che le nuove generazioni si affaccino sulla società forti della ricchezza accumulata dai genitori. L’idea è
quella che la situazione di partenza debba essere il più possibile uguale per tutti, in modo tale che il grado di
benessere ottenibile sia frutto dell’impegno e del merito, della fortuna che ti ha fatto uscire dai testicoli di un
ricco industriale piuttosto che di un contadino.
L’imposta progressiva sul reddito ha la funzione di redistruibuire la ricchezza prodotta, coinvolgendo i
cittadini più ricchi nell’aiuto a quelli più poveri. Si tratta di uno strumento che, permeato da uno spirito
solidaristico, contribuisce al benessere collettivo.
L’utilizzo di questi strumenti permetterebbe di far coesistere l’economia di mercato con i principi di giustizia
sociale; la parziale perdita di efficienza economica verrebbe compensata da una maggiore equità, nel
rispetto delle regole basilari di una comunità.
Questi mezzi sono stati effettivamente adottati, ma con il tempo sono stati resi sempre meno “invadenti”,
così da ridurre i loro effetti. L’imposta sulle successioni è andata via via scomparendo (o quasi), così come le
imposte progressive – dove sono applicate – hanno visto ridurre sempre più il gap esistente tra le aliquote
applicate alle fasce più deboli e quelle applicate ai più ricchi.
La causa di questa tendenza risiede nell’affermazione dell’ideologia capitalista che, dalla stanza dei bottoni,
ha difeso le proprie rendite e i propri interessi, evitando che gli sforzi dettati dalla sete di guadagno si
trasformassero in azioni di volontariato verso i bisognosi.
La storia insegna che il potere economico hanno sempre influenzato la politica, fino al punto che ha iniziato
a confondersi in esso... tramutando imprenditori e banchieri in politici...

Il capitalismo è sopravvissuto al comunismo. Bene, ora si divora da solo. (Charles Bukowski)

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LA TERZA ETA’ DEL CAPITALISMO
di Alain de Benoist

In un libro recente, Luc Boltanski e Eve Chiapello hanno esaminato il modo in cui il capitalismo ha continuato a
mobilitare milioni di individui intorno a una causa che pure non ha alcun'altra finalità all'infuori di se stessa:
l'accumulazione del capitale. Cercando di identificare le "credenze che contribuiscono a giustificare l'ordine
capitalista e a sostenere, legittimandole, le modalità di azione e le disposizioni che con esso sono coerenti", essi
constatano che in ogni epoca il capitalismo comporta una figura basilare, un elemento di eccitazione individuale e
un discorso di giustificazione in termini di bene generale. Il che li porta a distinguere tre diversi periodi.
Il primo capitalismo, che domina l'intero XIX secolo, è incarnato dal "borghese" così ben descritto da Werner
Sombart e dall'imprenditore o capitano d'industria, che manifesta prima d'ogni altra cosa il gusto del rischio e
dell'innovazione. È un capitalismo patrimoniale e familiare, largamente legato alle classi borghesi che esercitano il
potere. L'elemento di eccitazione è rappresentato dalla volontà di scoprire e di intraprendere. Il discorso di
legittimazione si confonde con il culto del progresso.

L'avvento del turbo capitalismo

Il secondo capitalismo si sviluppa a partire dagli anni Trenta. È quello della grande impresa e del compromesso
fordista, in cui il proletariato rinuncia progressivamente alla critica sociale in cambio della garanzia di avere
accesso alla classe media. L'innalzamento dei salari favorisce il consumo, che attenua i conflitti. La figura
emblematica di questo secondo capitalismo è quella del presidente di consiglio di amministrazione o del direttore
di società, assieme a quella del dirigente superiore. L'eccitazione risiede nella volontà dell'impresa di svilupparsi
quanto più possibile. Il discorso di legittimazione fa cadere l'accento sull'aumento del potere d'acquisto, nonché
sulla valorizzazione del "merito" e della competenza. Questo periodo, che corrisponde all'era della redistribuzione
da parte dello Stato assistenziale, del keynesismo e della regolare espansione della classe media, si conclude in
contemporanea con i trent'anni d'oro del dopoguerra, a seguito della crisi petrolifera del 1973.
Da allora in poi siamo entrati nella "terza età" del capitalismo, momento che corrisponde al passaggio da un
capitalismo ancora inquadrato al capitalismo sfrenato del mondo attuale, il "turbocapitalismo" del quale parla
Edward N. Luttwak.
La sua figura essenziale è quella del capo progettazione (coach) o del creatore di reti (networker), che si limita a
coordinare l'attività di unità dalla durata limitata. I suoi valori-chiave sono l'autonomia, la creatività, la mobilità,
l'iniziativa, la convivialità, lo sviluppo. Il nuovo capitalismo contorna il principio di gerarchia con un nuovo
dispositivo di gestione del personale. Ci sono sempre meno "capi" e sempre più responsabili che lavorano in
squadre. Il manager attento alle risorse umane, adattabile, flessibile, "comunicativo", sostituisce il dirigente rigido e
pianificatore. L'impiegato è mobile, con assai scarsa fedeltà alla ditta che gli dà lavoro.
A causa dell'intensificazione della concorrenza, l'impresa funziona sempre meno "in interni". Trasferisce all'esterno
i servizi, che vengono alimentati dal trattamento nell'indotto e dalla precarietà. L'impresa tayloriana o fordiana
lascia progressivamente il posto alla ditta-rete, fenomeno che va di pari passo con l'emersione di un mondo,
postmoderno, essenzialmente "connessionista". L'elemento di eccitazione è rappresentato dallo sviluppo delle
nuove tecnologie. Il discorso di legittimazione è quello di una "nuova economia" che farebbe entrare l'umanità in
una nuova era di crescita durevole.
La grande caratteristica di questo nuovo capitalismo risiede in una straordinaria crescita di peso dei mercati
finanziari. Il volo dei tassi borsistici è iniziato a metà degli anni Ottanta a Wall Street, per poi propagarsi in Europa.
Nel 1998 e nel 1999, l'indice azionario è progredito di qualcosa come il 30%. Negli Stati Uniti, i valori di Borsa, che
da oltre un secolo rappresentavano in media l'equivalente di quindici anni di profitti, oggi ne rappresentano
trentacinque.
La conseguenza è l'ossessione della creazione di valore per l'azionista e un'esigenza esorbitante di redditività del
capitale. Ormai si esige correntemente un tasso di remunerazione del capitale nell'ordine del 15%, quando la
crescita del Pnl non supera il 4-5%. Nel contempo, mentre qualche tempo fa, per misurare la redditività dell'attivo
economico delle imprese, si guardava esclusivamente ai rientri su fondi D'INVESTIMENTO?, oggi, per
compensare la mancanza d'informazione sulla redditività futura, si valorizzano l'imprese basandosi su percentuali
presunte, fondate sulle quote di mercato ottenute o conquistate.
Il corso azionario, che fluttua in maniera aleatoria, non è più, quindi, il riflesso della situazione delle imprese o
delle economie: il valore dei titoli quotati non ha più niente a che vedere con il loro valore reale. La fiammata delle

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Borse occidentali spezza il rapporto di eguaglianza fra il tasso di crescita dell'economia reale e il tasso di
rendimento dei titoli finanziari. Il valore economico è sempre meno connesso a un valore che può essere reso in
termini oggettivi e sempre più a una ricchezza virtuale che si suppone corrisponda al desiderio illimitato degli
individui. La dinamica d'impresa, che puntava sulla durata, è soppiantata da una dinamica finanziaria immateriale,
priva di un fondamento oggettivo. Questa distorsione tra economia reale ed economia finanziaria, valore borsistico
e valore aggiunto, ma anche tra consumatore e azionista, alimenta l'illusione che l'accumulo di titoli equivalga alla
produzione di beni. Dal momento che la fuga in avanti avviene sempre a credito, le azioni borsistiche assomigliano
sempre più ai potenziali assignats della Francia prerivoluzionaria. La "bolla" speculativa, che continua a gonfiarsi,
rischia di scoppiare in qualunque momento, provocando un nuovo crac.
Questa supremazia della Borsa ha comportato, come conseguenza logica, quella degli "investitori istituzionali",
che gestiscono oggi qualcosa come 10.000 miliardi di dollari e stanno imponendo a tutto il mondo la versione
anglosassone del capitalismo.
Fra questi investitori istituzionali che dominano il pianeta borsistico, i più noti sono i gestori di fondi pensione, di
compagnie di assicurazione o di fondi comuni di investimento (mutual funds). Questi "fondi pensione" -
espressione che è solo un cattivo anglicismo - sono in realtà casse pensionistiche private, fondi di risparmio
collettivo creati dalle professioni o dalle imprese per offrire pensioni sotto forma di rendita. I più famosi sono
Calpers, in California, e poi Vanguard e Fidelity. La loro attività consiste nell'investire sui mercati finanziari
andando alla ricerca dei migliori profitti. In dollari correnti, i loro attivi sono passati fra il 1950 e il 1997 da 17 a
quasi 5.000 miliardi. Nel 1997 da soli possedevano quasi il 50% di tutte le azioni quotate negli Stati Uniti, contro il
10% del 1960.
Questa moda dei fondi pensione, di cui vengono incessantemente vantate le virtù miracolose, comporta in realtà
un rischio enorme per coloro che, per loro tramite, non temono di giocarsi la pensione in Borsa. Si tratta infatti di
trasferire ai salariati, che vengono esposti al rischio di un crac, i rischi finanziari che un tempo erano sostenuti
dalle imprese e dagli Stati.
I fondi pensione sono inoltre uno dei maggiori fattori dell'instabilità finanziaria mondiale, dato che i loro massicci
apporti di capitali causano una sopravvalutazione artificiale che alimenta la "bolla" speculativa, mentre il loro
impatto positivo sull'economia reale è praticamente nullo. Il loro ruolo potenzialmente destabilizzante, in
particolare sui mercati emergenti, è stato del resto perfettamente messo in luce dalle più recenti crisi finanziarie.
Con le minacce o con le effettive decisioni, gli investitori istituzionali hanno cambiato il volto del capitalismo. Il loro
notevole peso e i mezzi di pressione dei quali dispongono hanno portato alla luce nuove norme di gestione e nel
contempo hanno causato persistenti limitazioni al margine di manovra degli Stati. Hanno imposto ovunque il
proprio stile, i propri obiettivi, le proprie esigenze. Attraverso il capitale di rischio, le stock-options e l'azionariato
salariato, hanno assegnato la priorità al "governo d'impresa" (corporate governance) stimolando il desiderio di un
rientro su investimento immediato. Con le fusioni, le partecipazioni incrociate, le prese di controllo in Borsa, hanno
fatto nascere una nuova classe di imprenditori che traggono il proprio potere dalla pura potenza dei mercati.
Esigendo per il capitale investito tassi di redditività quasi usurai del 15%, hanno costretto gli imprenditori a
sottomettersi alle loro condizioni.

Capitale delle grandi imprese e fondi esteri

A questo riguardo è rivelatrice la penetrazione della capitalizzazione borsistica francese da parte degli investitori
stranieri, fra i quali figurano, in prima fila, proprio i grandi fondi pensione anglosassoni. La Francia detiene in
questo campo un record mondiale. La quota dei grandi investitori internazionali nel capitale delle società francesi
raggiunge oggi infatti quasi il 40%, contro il 16% dell'Inghilterra, il 10% della Germania e il 7% degli Stati Uniti. Nel
1998, gli investimenti netti in azioni francesi dei non residenti sono salite a 70 miliardi di franchi, contro i soli 6
miliardi dei residenti. Inoltre, dopo una decisione presa nel 1993 da Nicolas Sarkozy, all'epoca ministro del
Bilancio, questi fondi non residenti sono esonerati da ogni imposta sui dividendi francesi che incassano. Ne risulta
un differenziale di CONTRAINTE, e quindi di rendimento, la cui conseguenza logica, tenuto conto dei mezzi dei
quali dispongono gli investitori istituzionali, potrebbe essere il rastrellamento progressivo della maggiioranza dei
titoli delle società francesi da parte di investitori stranieri. Il recente capitombolo di Alcatel, a seguito della
decisione di un fondo americano di vendere la metà delle azioni che deteneva nel suo capitale, illustra i pericoli di
una simile dipendenza, che cresce di continuo.
"Per questa via", fa notare Laurent Joffrin, "il modello liberale si espande senza suoni di trombe e tamburi,
attraverso il semplice gioco della pressione finanziaria. Costrette ad assicurare a questi azionisti senza pietà una
"creazione di valore" (un profitto, in linguaggio corrente) leonina, i gruppi nazionali scaricano i sacrifici sui
dipendenti: la stagnazione dei salari francesi riempirà le tasche dei pensionati di oltre Atlantico".
Il "capitalismo renano" descritto a suo tempo da Michel Albert perde perciò costantemente terreno nei confronti del
capitalismo finanziario, che ne fa vacillare le fondamenta. Quel capitalismo "renano", fondato sul sistema bancario

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e sui conglomerati industriali, pretendeva ancora di preoccuparsi di un minimo di coesione sociale, ma le difficoltà
economiche attraversate da dieci anni a questa parte dalla Germania (e dal Giappone) hanno rafforzato l'idea che
il modello anglosassone sia votato ad imporsi dappertutto. La convergenza dei modelli economici è d'altronde uno
dei grandi postulati della "nuova economia". Il metodo utilizzato consiste nell'applicare agli Stati nazionali la stessa
griglia di lettura applicata alle imprese per valutarne la competitività.
In realtà, dato che l'esempio americano costituisce il riferimento di base della "nuova economia", questa presunta
convergenza dei sistemi economici - che non tiene in conto le particolarità culturali, sociali o istituzionali di ciascun
paese e interpreta come "ritardo" ogni problema derivante da una situazione locale - è semplicemente il risultato
del fatto che tutti i paesi sono classificati in funzione del divario che presentano rispetto agli Stati Uniti, "paese
giovane che ha sradicato tutte le precedenti forme di socializzazione e che è dunque la terra del soggetto
mercantile per eccellenza", come nota Robert Boyer, il quale aggiunge: "Si comparano con questa società, figura
emblematica del capitalismo, tutte le altre, per scoprirle "arcaiche" o "emergenti". In altri termini, la maggior parte
degli analisti americani applicano alle altre economie gli strumenti concettuali utilizzati per analizzare la società
americana, supponenendo che essi siano necessari e sufficienti". In tal modo, si perde di vista il fatto che è
semmai il sistema americano a costituire un'eccezione rispetto alla diversità delle situazioni esistenti.
La prima esigenza degli investitori istituzionali è ovviamente la deregolamentazione. È noto che al centro del credo
liberale si trova la fede nell'esistenza di un processo di aggiustamento naturale (autoregolatore) che consentirebbe
al mercato di raggiungere una situazione ottimale a condizione di non essere ostacolato da alcunché --il che
peraltro non impedisce ai sostenitori del mercato di convertirsi discretamente all'interventismo ogni volta che
possono riscontrarvi un vantaggio. La deregolamentazione consiste dunque nel sopprimere tutto ciò che è
suscettibile di turbare gli aggiustamenti tipici del "meccanismo di mercato" e, secondariamente, nell'attribuire tutti
gli effetti negativi che è possibile constatare alla malignità degli uomini ("rigidità dei salari", debito delle
amministrazioni pubbliche, "ostacoli" culturali e via dicendo) piuttosto che al mercato in sé.
Componente essenziale della concezione liberale dell'economia, la deregolamentazione non ha mai smesso di
estendersi dagli anni Ottanta in poi, a partire dalle esperienze inglese e americana. Una svolta capitale è stata
effettuata nel 1986, quando Ronald Reagan e Margaret Thatcher hanno convinto i loro partners nel G7 ad
accettare il principio di una deregolamentazione finanziaria. Gli Stati hanno accettato perché questa
deregolamentazione consentiva loro di finanziare il debito pubblico attraverso la "titolizzazione"; il che significa che
il debito degli Stati poteva essere trasformato in titoli negoziabili venduti in Borsa.
Si è a quel punto messo in moto un ampio movimento di "disintermediazione" finanziaria, che ha consentito
soprattutto alle grandi imprese di trovare direttamente le risorse di cui avevano bisogno sui mercati finanziari, il
che ha avuto come conseguenza un ridimensionamento del ruolo delle banche. Sta di fatto che le banche
svolgono tradizionalmente un ruolo di schermo fra le imprese e i risparmiatori, consentendo una certa
"mutualizzazione" dei rischi e assorbendo una parte degli choc congiunturali, che generano uno squilibrio tra il
risparmio e l'investimento. La scomparsa di tale schermo fa sì che il risparmiatore individuale debba ormai
sopportare da solo la qualità del rischio dei suoi investimenti sui mercati finanziari, cosa che ne aumenta la
vulnerabilità. Nel contempo sono stati creati nuovi strumenti finanziari, come i mercati a termine e delle valute.
Questa liberalizzazione dei mercati finanziari è stata uno dei motori essenziali della globalizzazione. Come la
deregolamentazione e le privatizzazioni, essa fa parte di una stessa tendenza: il passaggio da una liquidità
bancaria a una liquidità puramente finanziaria; in altri termini, gli strumenti finanziari continuano a guadagnare
liquidità, a tal punto da poter essere utilizzati come strumenti monetari.
Con il pretesto della deregolamentazione e di una maggiore efficacia, il nuovo capitalismo reclama dunque in
maniera statutaria una libertà di manovra totale, sostenendo che qualunque restrizione a tale libertà si tradurrebbe
in una diminuzione di efficacia. In tal modo esso si affranca da ogni regola, al di fuori di quella del profitto
immediato.
Risultato: in Europa, dove un tempo le grandi incursioni borsistiche erano rarissime, dal 1998-99 esse si
moltiplicano ad un ritmo mai visto prima10. Certo, fra il 1885 e il 1913 si era già registrato un processo di
concentrazione delle imprese, ma le dimensioni non erano le stesse. Inoltre, più di un secolo fa, le fusioni erano
offensive e servivano a conquistare nuove quote di mercato, mentre le fusioni attuali sono, per due terzi,
principalmente difensive. Un'altra caratteristica di queste operazioni è che, nella maggioranza dei casi, si fanno "in
carta", vale a dire attraverso offerte pubblico di scambio che profittano agli azionisti delle società che ne sono
oggetto ma aumentano ulteriormente il volume della "bolla" speculativa.
Questi avvicinamenti mettono in gioco somme colossali. L'acquisizione del gruppo tedesco Mannesmann da parte
del britannico Vodaphone ha rappresentato, da sola, un'operazione da 148 miliardi di dollari (equivalenti a poco
meno del bilancio annuo della Francia!). Nel 1998, Exxon ha assorbito Mobil per 86 miliardi di dollari, Travelers
Group la Citycorp per 73,6, Bell Atlantic GTE per 71,3, AT&T Media One per 63,1, TotalFina Elf Aquitaine per
58,8. Nel gennaio 2000, l'acquisizione di Time Warner, numero uno mondiale della comunicazione, da parte di
AOL, primo fornitore mondiale di accessi a Internet, ha creato un gruppo che pesa qualcosa come 300 miliardi di

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dollari. Su scala mondiale, queste operazioni di concentrazione o di fusione-acquisizione hanno rappresentato nel
1999 una somma complessiva di 3.160 miliardi di dollari. Le somme smosse nell'arco dello scorso decennio hanno
raggiunto la cifra di 20.000 miliardi di dollari, due volte e mezzo il prodotto interno lordo degli Stati Uniti d'America.
Il principio di concorrenza, che si dice favorisca la diversità e la qualità, sfocia così nella costituzione di immensi
cartelli o monopoli che dispongono di un potere maggiore di quello di molti Stati. Attualmente, le 200 più importanti
società multinazionali (91 delle quali hanno sede negli Stati Uniti) realizzano ogni anno un volume d'affari di 7.000
miliardi di dollari, superiore all'importo del prodotto interno lordo dei 150 paesi che non appartengono all'Ocde.
Nella maggior parte dei settori, in particolare nel campo della cultura e della comunicazione, questa evoluzione
provoca l'omogeneizzazione dell'offerta (ogni azienda cerca di fare meglio, ma di fare meglio la stessa cosa) e la
"selezione inversa", vale a dire situazioni nelle quali le soluzioni selezionate si rivelano svantaggiose per gli attori.
Si capisce pertanto che il vero ruolo degli ZINZINS è quello di ristrutturare il capitalismo mondiale. Come scrive
Dominique Plihon, "acquistando e vendendo le loro partecipazioni, i fondi pensione fanno circolare il capitale e
accelerano l'evoluzione verso una nuova configurazione caratterizzata dalla presa di controllo del capitale
produttivo da parte degli investitori e, simultaneamente, dalla creazione di una classe di redditieri fra gli stessi
salariati".
Si è infatti passati dal commercio delle materie prime a quello dei prodotti industriali, poi dal commercio dei
prodotti industriali a quello dei prodotti finanziari. Questa evoluzione è oggi sostenuta dalla fede in un nuovo tipo di
crescita duratura legata allo sviluppo delle "nuove tecnologie": media, Internet, telefonia mobile, ecc. Così come lo
sviluppo del primo capitalismo era stato favorito dalla macchina a vapore e dalle ferrovie, il nuovo capitalismo
deve essenzialmente la propria fortuna all'esplosione delle tecnologie della comunicazione, dato che il calcolatore,
primo strumento con vocazione a sostituire il cervello umano creato dall'uomo, si caratterizza per il trasporto
istantaneo di dati immateriali e consente la proliferazione all'infinito delle reti. Un simbolo ci è offerto da Canal
Plus, la cui capitalizzazione è oggi superiore a quella di Peugeot, Renault e Michelin messe insieme.

Lo start-up di Internet, eldorado della nuova economia?

La rete Internet, lanciata sul mercato privato dal Pentagono alla fine degli anni Ottanta, si è in effetti rivelata uno
strumento formidabile. Da qui a meno di tre anni, il numero degli utenti dovrebbe aver superato il mezzo miliardo
di connessi. Il commercio elettronico (trading on line, pubblicità, borsa in diretta) dovrebbe raggiungere a
quell'epoca gli 80 miliardi di dollari all'anno.
Ai primi di marzo del 2000, la semplice ipotesi dell'introduzione in Borsa di una filiale Internet di France Tèlécom
ha permesso a questo operatore telefonico di guadagnare 295 miliardi di franchi [quasi 90.000 miliardi di lire] in un
solo giorno, fenomeno che non si era ancora registrato sulla piazza di Parigi. France Télécom raggiungeva in tal
modo una capitalizzazione borsistica di 1.470 miliardi di franchi, ovverosia, ancora una volta, l'equivalente del
bilancio francese. La stessa sera della sua introduzione nella Borsa di New York, il fabbricante di calcolatori
tascabili americamo Palm Pilot vedeva il proprio valore superare i 53 miliardi di dollari, più di quello della General
Motors, primo costruttore automobilistico mondiale! Ignacio Ramonet ricorda che "un risparmiatore che avesse
semplicemente investito il giorno del loro ingressoin Borsa 1.000 dollari in azioni di ciascuno dei cinque grandi di
Internet (AOL, Yahoo!, Amazon, AtHome, eBay) avrebbe guadagnato, alla data del 9 aprile 1999, un milione di
dollari"!
La valorizzazione borsistica dei titoli Internet h suscitato una sorta di follia, testimoniato dalla moltiplicazione dei
cosiddetti start up. Anche in questo caso, il modello adottato è quello dell'economia virtuale e della fuga in avanti.
"Società che non hanno mai realizzato profitti e non sono affatto sul punto di riuscirci vengono valutate cifre che
rappresentano vari secoli di volumi d'affari". Le delusioni sono, beninteso, dietro l'angolo. Alla fine di marzo del
2000, alla Borsa di New York, 700 miliardi di dollari (due volte l'importo del debito estero dei paesi africani) se ne
sono andati in fumo nello spazio di 24 ore. Alcuni giorni dopo, il crollo del Nasdaq, il mercato elettronico in cui
vengono quotati i valori dell'alta tecnologia) si traduceva in una nuova perdita di 800 miliardi di dollari.
Consentendo ad ogni attività di diventare immediatamente transnazionale, in qualunque luogo del pianeta si trovi,
Internet ha comunque il valore di un simbolo. Uno dei tratti caratteristici del nuovo capitalismo è infatti l'abolizione
della distanza e del tempo. Il denaro circola in tempo zero da un capo all'altro del pianeta, e questa mobilità, che
contrasta con la pesantezza delle burocrazie statali di cui accentua l'impotenza e accelera l'obsolescenza, la si
ritrova ad ogni livello: fra chi fa ordini e i subappaltatori, le multinazionali e i paesi, i mercati finanziari e le imprese.
La mobilità (il "differenziale di spostamento") tende ad essere eretta a norma assoluta, giacché gli imperativi della
redditività comandano gli spostamenti degli uomini e le dislocazioni di imprese. "Si è messa una tecnologia del XXI
secolo al servizio di un'ideologia del XIX secolo", ha scritto Jack Dion.

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Il capitalismo è più che mai nomade

Il primo capitalismo era già un capitalismo "selvaggio", ma comprendeva anche un elemento di sicurezza legato
alla diffusione della morale borghese e dei suoi valori-chiave (famiglia, patrimonio, risparmio, carità da patronato).
Quell'elemento si è rafforzato nel secondo capitalismo, con il compromesso fordista e l'avvento dello Stato
assistenziale: l'attività padronale lì era inquadrata da dispositivi regolamentari, da legislazioni fiscali, da una
legislazione sul lavoro conquistata spesso attraverso la lotta, da strutture sociali, da tradizioni culturali, ecc. Quei
due capitalismi erano inoltre fondati su rapporti gerarchici di dominio all'interno dei quali era ancora possibile una
certa contestazione. A tale proposito, Bernard Perret osserva che "l'organizzazione gerarchizzata
paradossalmente dà ulteriormente adito all'elaborazione democratica e al consolidarsi delle regole non mercantili.
In una parola: se l'impresa fordista ha potuto costituire la scena centrale delle lotte per la democrazia sociale, è
proprio perché il dominio del denaro vi si manifestava in modo esplicito come un rapporto di dominio fra persone".
Tutto questo è andato in briciole con il capitalismo della terza età. Ritrovando l'appetito delle origini ma con mezzi
largamente moltiplicati, esso tende a far scomparire ogni sistema di sicurezza, giacché la sua idea di base è che,
in un'economia in cui la concorrenza sopravanza le organizzazioni e le istituzioni, il dato sociale non deve
assolutamente venire a disturbare il gioco del mercato.
A causa della deregolamentazione, i salariati vedono scomparire uno dopo l'altro, sia sotto i governi di sinistra che
sotto quelli di destra, i vantaggi e i diritti acquisiti grazie a decenni di lotta sindacale. Nel contempo, il carattere
informatico del neocapitalismo (si producono sempre più beni e servizi con sempre meno uomini) fa sì che la
crescita diventi "ricca di disoccupazione", come ha scritto Alain Lebaude, mentre la flessibilità si traduce
soprattutto nella svalutazione del concetto di statuto e si sviluppano la precarietà e l'esclusione.
La disoccupazione tende a trasformarsi da congiunturale a strutturale. Da un lato si assiste alla diminuzione
tendenziale dei posti di lavoro agricoli e industriali, alla quale si aggiungono i vincoli di bilancio che pesano sulla
creazione di impieghi pubblici e i limiti inerenti allo sviluppo di posti di lavoro nel terziario commerciale. Dall'altro, la
ricerca di manodopera si sposta sempre più al di fuori dei territori nazionali. Infine, e soprattutto, le grandi imprese
industriali non solo non creano più posti di lavoro ma cercano, viceversa, di aumentare la produttività
sopprimendone.
Ovviamente, la crescente influenza che i fondi pensione esercitano sui criteri di gestione delle imprese fa la sua
parte. "Gli unici imperativi che contano per loro sono l'aumento della redditività dei fondi propri e la
massimizzazione del valore azionario. L'obiettivo prioritario non è più, come nel precedente periodo fordista,
assicurare la crescita dell'industria, bensì realizzare incrementi di produttività. Se necessario, chiudendo unità di
produzione ritenute non abbastanza redditizie o, più esattamente, non in grado di soddisfare le norme di redditività
molto elevate imposte dagli investitori. In questo nuovo regime, le dimensioni dell'impresa e il posto di lavoro
diventano variabili di aggiustamento del sistema".
Un tempo, un'impresa tendeva ad assumere quando realizzava profitti. Era così, anzi, che si giustificavano quei
profitti: più le imprese andavano bene, meno disoccupazione ci sarebbe stata. Oggi accade il contrario. La
decisione della Michelin, che ha annunciato simultaneamente la soppressione di 7.500 posti di lavoro e un
aumento del 22% dei guadagni, è rivelatrice: la notizia viene accolta con un favore immediato dai mercati.
Analogamente, quando il governo francese di Lionel Jospin avalla, nel giugno 1997, la chiusura delle officine
Renault di Vilvorde, i fondi di investimento americani presenti nella proporzione del 5% nel capitale della ditta,
applaudono di tutto cuore. La disoccupazione diventa così fattore di profitto, perlomeno a breve termine (perché
non si tiene conto delle conseguenze sui consumi). In un contesto del genere, la crescita di posti di lavoro si
spiega essenzialmente con lo sviluppo del tempo parziale e degli impieghi a breve periodo o precari. In altri
termini: più la società va male, più aumentano i profitti.

Dallo sfruttamento all'esclusione

Poiché gli economisti liberali sono convinti che la società di mercato è il miglior sistema concepibile, il loro
obiettivo consiste nel privilegiare le riforme strutturali che accrescono gli stimoli al lavoro e, contemporaneamente,
nel ridurre i redditi della non-attività, vale a dire quelli che sono distribuiti dal sistema di protezione sociale. Da un
lato si crea una disoccupazione strutturale, dall'altro si fa sempre di meno per i disoccupati.
L'esclusione che ne risulta differisce fondamentalmente dalla sorte dei lavoratori dei quali, in altri tempi, il
capitalismo si limitava a sfruttare la forza-lavoro. L'emergere del mondo delle reti si accompagna a nuove forme di
alienazione basate sui differenziali di attitudini, ma anche di mobilità e di capacità di adattamento. Tenuto conto
dei profili richiesti nei settori in via di espansione (intelligenza astratta e competenza tecnica), i sottoqualificati
diventano sempre meno impiegabili, e dunque inutili. "Nella topica della rete", scrivono Boltanski e Chiapello, "lo
stesso concetto di bene comune è problematico perché, dato che l'appartenenza o la non-appartenenza alla rete

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restano in larga misura indeterminate, si ignora fra chi un "bene" potrebbe essere messo in "comune" ed anche, di
conseguenza, fra chi potrebbe essere stabilita una bilancia di giustizia"18. Nel mondo delle reti, la giustizia sociale
in effetti non ha praticamente più alcun senso. Chi passa fra le maglie è definitivamente escluso. Bernard Perret
parla, del tutto a ragione, di una società elettiva e volatile, "fondata sulla capacità di evitare quel che disturba e,
per questo motivo, generatrice di esclusione".
Per mascherare questo andazzo, i sostenitori della "nuova economia" fanno valere l'importanza ormai decisiva
della creazione di profitto per l'azionista (share holder value). "Per molto tempo", fa notare Jacques Julliard,
"l'identificazione della direzione dell'impresa con il suo capitale è stata totale. Così, nel sistema francese classico,
la figura del PDG, nel contempo presidente del consiglio di amministrazione e direttore dell'impresa, assicurava
perfettamente l'identificazione fra azionariato e padronato. Oggi, la tendenza del capitale a rendersi autonomo,
incoraggiata dal peso crescente dei fondi pensioni, lo colloca nella posizione di controllore esigente della
redditività dell'impresa".
Di fatto, gli azionisti hanno sempre più importanza nel sistema. Ormai sono loro, e non più il capo dell'impresa o il
padronato, a reclamare fusioni e licenziamenti per far salire i propri dividendi. Lo si è visto chiaramente in Francia,
dove alla fine sono stati gli azionisti ad arbitrare la battaglia borsistica fra la Bnp, la Société générale e Paribas,
mentre il ministero delle Finanze era ridotto al ruolo di spettatore. L'azionariato viene dunque presentato come se
fosse la ricetta miracolosa sia dai sostenitori del "capitalismo popolare" che dai liberali, i quali arrivano al punto di
spiegare molto seriamente che esso consente di realizzare il vecchio sogno socialista di appropriazione delle
imprese da parte dei lavoratori.
Il risultato è in realtà quello di mettere i salariati-azionisti in una situazione di "duplice legame" quasi schizofrenica.
Da una parte, in quanto azionisti, essi hanno paradossalmente interesse ad affrancarsi dalla "dura disciplina del
capitalismo", nella fattispecie dal carattere eminentemente rischioso di tutte le attività che mirano a raccogliere
rapidamente un profitto, nel momento stesso in cui rafforzano tale disciplina svolgendo il ruolo di acquirenti di
azioni. Dall'altra, i loro interessi di salariati si contrappongono direttamente ai loro interessi di possessori di azioni,
dato che i loro guadagni, in quanto azionisti, dipendono strettamente dal successo di politiche sociali che sono loro
ostili in quanto salariati. "Questi salariati-redditieri sono così doppiamente perdenti", constata Dominique Plihon:
"come salariati, sopportano le conseguenze della "flessibilità" che la ricerca sfrenata del massimo profitto
immediato esige; in quanto risparmiatori, sopportano in prima fila i rischi legati all'instabilità dei mercati finanziari".
Poiché il capitale resta essenzialmente concentrato in un numero di mani molto limitato, l'azionariato dei salariati,
in assenza di qualunque ridefinizione dei loro poteri reali all'interno delle imprese, in definitiva rappresenta
semplicemente un sovrappiù per il capitalismo patrimoniale individuale.

Dal capitalismo salariale al capitalismo patrimoniale

La sostituzione di questo capitalismo patrimoniale, nel quale i dividendi attribuiti agli azionisti svolgono un ruolo di
primaria importanza, al vecchio capitalismo salariale accentua ovviamente le ineguaglianze, poiché la ripartizione
dei patrimoni è sempre più dispersa di quella dei redditi. Il sistema delle stock-options, usato dalle società a rapida
crescita per remunerare i propri dirigenti, consente nel contempo a taluni di questi ultimi di crearsi fortune
colossali. Il capitale rimane sempre remunerato meglio del lavoro, poiché il fatto che le collocazioni borsistiche
diano molti più guadagni della crescita reale significa semplicemente che la parte del prodotto annuale che non
proviene da tali collocazioni (essenzialmente i salari) diminuisce.
È’ pertanto l'intero volto della società a modificarsi un po' alla volta. Un tempo, i guadagni fatti registrare dai
vincitori giovavano ancora un po' ai perdenti, situati in fondo alla piramide sociale. Adesso non è più così.
L'estendersi della disoccupazione segna la fine dell'epoca in cui chi entrava nella classe media (e i suoi
discendenti) aveva la certezza di non ricadere in ambito proletario. Mentre i liberali ripetono imperturbabilmente
che il libero scambio è un gioco "al quale vincono tutti" (Alain Madelin), ad imporsi progressivamente è il modello
della "società a clessidra": dei ricchi sempre più ricchi, dei poveri sempre più privi di mezzi e tenuti in disparte, e in
mezzo una classe media che si restringe.
Mentre il mondo diventa globalmente sempre più ricco e masse finanziarie sempre più enormi circolano da un
posto all'altro, gli scarti fra redditi e patrimoni continuano ad accrescersi, sia tra i paesi che all'interno di ciascun
paese. Nelle imprese statunitensi, il fattore moltiplicativo fra il salario medio e quello più elevato è passato da 20 a
419 nell'arco di trent'anni! La fortuna delle tre persone più ricche del mondo supera oggi da sola l'importo della
produzione annuale dei 48 paesi più poveri, dove vivono 700 milioni di abitanti. Dappertutto, si allarga il fossato
che separa i "connessi" e i "non connessi", le élites finanziarie e la massa dei lavoratori precari, dei piccoli
salariati, dei disoccupati di lungo corso, dei giovani inattivi e sottoqualificati. Anche questa nuova frattura sociale
su scala planetaria è un fatto nuovo.
Nel contempo si sta costituendo un'élite "all'avanguardia", una "iperclasse", come la definisce Jacques Attali,
egoista e volatile, di cui non fanno parte né gli imprenditori né i capitalisti vecchio stile, bensì degli individui la cui

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ricchezza è composta da un attivo nomade, che detengono il sapere, controllano le grandi reti di comunicazioni,
cioè l'insieme degli strumenti di produzione e diffusione dei beni culturali, e non hanno il benché minimo desiderio
di dirigere gli affari pubblici, dei quali conoscono meglio di ogni altro il ruolo sempre più limitato.
"Non si può negare", scrive Laurent Joffrin, "che una "neo-borghesia" domina ormai la società francese, come
molte altre società democratiche. Oltre che per la ricchezza o per l'occupazione di posti di rilievo, questa nuova
classe si distingue per la sua mobilità. Mobilità professionale, intellettuale, geografica. Concentrata nelle
professioni "che si muovono", la comunicazione, la finanza o la tecnologia di punta, essa detiene il potere sia
simbolico che materiale, e con ciò i mezzi per influenzare la pubblica opinione. Fa parte di un mondo della rapidità,
dell'adattamento, della concorrenza; forma un'umanità rilassata, internazionale, tollerante, un pochino cinica, dalla
cultura cosmopolita e dal potere di acquisto variabile ed elevato [...] Niente le è più estraneo, in fondo, delle
frontiere, degli statuti, delle garanzie, dei regolamenti, delle proibizioni, insomma delle protezioni che appaiono al
comune mortale come barriere indispensabili di fronte alle alee dell'esistenza [...] Al riparo dalle vicissitudini di una
società soggetta all'apertura e all'anomia, protetta dalle sue società di vigilanza e dalle sue stock-options, la nuova
classe abbandona alla sua triste sorte il popolo comune e ne bolla come "populismo" la volontà di mantenere le
protezioni di un tempo".
Di contro ai liberali che sostengono il mercato "autoregolatore", i dirigenti socialdemocratici avanzano la pretesa di
regolare o inquadrare il neocapitalismo. Ma possono ancora farlo? I socialisti hanno abbandonato da un pezzo
l'idea dell'appropriazione collettiva dei mezzi di produzione. Il governo francese di Lionel Jospin si è opposto
all'acquisto di Orangina da parte della Coca-Cola, ma non ha impedito né i licenziamenti alla Michelin né la
chiusura dell'officina Renault di Vilvorde. Quando il Primo ministro dichiara di volere che lo Stato si impegni in una
"vigorosa politica industriale", si può pensare davvero che esso ne abbia i mezzi?
A vocazione redistributiva o correttiva che siano, i tentativi socialdemocratici o "liberali di sinistra" di trovare un
accettabile compromesso fra gli imperativi della vita sociale e democratica da un lato e l'egemonia del mercato e
le esigenze della globalizzazione dall'altro non producono alcun effetto concreto. Anzi, nella misura in cui
rapportano il livello di benessere esclusivamente alla ricchezza monetaria, non rimettendo assolutamente in
discussione il modello sociale dominante, rafforzano la centralità del lavoro remunerato, continuando in tal modo a
collocarsi nell'alveo del processo di individualizzazione e di monetarizzazione della vita sociale.
La verità è che lo stato assistenziale fa oggigiorno sempre più fatica ad intervenire nel campo economico, cosa
della quale si felicitano i liberali, che da tempo aspirano all'"impotenza pubblica".
Il vecchio capitalismo era ancora legato alla nazione, nella misura in cui i profitti delle imprese erano
essenzialmente realizzati in quel contesto, contribuendo pertanto, almeno indirettamente, alla potenza nazionale.
Oggi, quei guadagni vengono cercati al di fuori del contesto degli Stati nazionali, e la conseguenza è che il regime
normativo del neocapitalismo vale indifferentemente per tutti i paesi. La globalizzazione finanziaria ha spostato la
realtà del potere economico dal livello delle nazioni a quello del pianeta, dalle imprese classiche alle ditte
transnazionali, dalla sfera pubblica agli interessi privati. Gli Stati, vittime della crescente potenza dei mercati e
della loro internazionalizzazione, non hanno più i mezzi necessari a una politica economica a lungo termine. La
mobilità degli investimenti internazionali, che continuano a spostarsi per cercare maggiori profitti, limita
direttamente la loro capacità di azione, in particolare in campo sociale e fiscale: ogni volontà di regolazione che
non va in direzione degli interessi del capitale viene immediatamente sanzionata dalle delocalizzazioni di imprese,
dall'espatrio dei quadri d'azienda e dalla fuga dei capitali. In Europa, più della metà delle decisioni che hanno un
effetto diretto sul prodotto interno lordo sono ormai di natura non governativa. In Francia, la crescita delle spese
obbligatorie (debito, occupazione, funzione pubblica) ha per giunta ridotto dal 43% del 1990 al 12% del 1998 i
margini reali per manovre di bilancio.
Wolfgang H. Reinicke ha ben analizzato questo squilibrio fra gli Stati nazionali, che continuano a ricavare la
propria legittimità dal mantenimento di frontiere che non fermano più niente, e i mercati, che un tempo
dipendevano sia dal potere politico che dalle socialità locali e oggi si ritrovano emancipati da qualunque vincolo
territoriale. La creazione di ricchezza, e persino di moneta, oggi avviene al di sopra delle banche e degli Stati,
mentre gli scambi si organizzano per sfuggire a qualunque fiscalità.
Sarebbe dunque un errore credere che l'espansione del neocapitalismo possa essere arginata da uno Stato
nazionale che pratichi una sorta di keynesismo rinnovato. Non solo lo Stato oggi è sempre più impotente, ma
inoltre, contrariamente a quanto ancora diffusamente si pensa, da molto tempo non rappresenta più l'interesse
generale in opposizione agli interessi particolari. Da molti punti di vista, si è anzi deliberatamente posto al servizio
del mercato. "Il successo del capitalismo è dovuto tanto al ruolo dello Stato quanto a quello del mercato", ci
ricorda l'economista Amartya Sen, premio Nobel 1998. Stupisce vedere una certa sinistra dimenticare il ruolo
svolto dallo Stato borghese nella promozione del mercato e, contemporaneamente, la "natura di classe" che un
tempo essa gli attribuiva.

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Il sistema fagocita i vecchi valori della contestazione

Nel loro libro, Boltanski e Chiapello si interrogano anche sui motivi dell'indebolimento delle critiche un tempo
rivolte al capitalismo. Distinguono la "critica artista" e la "critica sociale". La prima, tipica sia dell'anticapitalismo
romantico che della contestazione libertaria del maggio 68, metteva l'accento soprattutto sul carattere inautentico
del capitalismo, criticando la generalizzazione dei valori mercantili provocata dal suo dominio. Si esprimeva
attraverso una forte rivendicazione di autonomia e di creatività. La seconda se la prendeva piuttosto con l'egoismo
del capitale e con lo sfruttamento della miseria. Strumento classico della sinistra e dell'estrema sinistra sin dal XIX
secolo, si limitava a denunciare l'ingiustizia e a reclamare salari migliori e maggiore sicurezza.
Queste due critiche, che si completavano l'un l'altra senza confondersi, dal momento che prendevano di mira
forme di alienazione diverse, oggi sono visibilmente in declino. L'incorporazione dei valori in voga nel maggio 68
(creatività, convivialità, derisione, ecc.) nella dinamica del neocapitalismo, non tanto per effetto di una strategia
deliberata (contrariamente a ciò che sostengono Boltanski e Chiapello) quanto piuttosto come risultato di un
effetto di simbiosi, ha in larga misura disarmato la "critica artista". La "critica sociale", invece, ha patito non solo il
crollo delle teorie o dei sistemi alternativi, ma anche la crescita dell'individualismo e della deistituzionalizzazione,
che hanno liquefatto gli effettivi dei sindacati e dei partiti.
Non c'è dubbio, infine, che una delle chiavi della longevità del capitalismo risiede nella sua capacità di nutrirsi delle
critiche di cui viene fatto oggetto, ridispiegandosi in forme nuove senza per questo abbandonare la logica di
perpetuo accumulo del capitale.
L'errore commesso dalla tradizionale critica sociale, tale quale ancora oggi la troviamo in un Pierre Bourdieu,
consiste nell'essere rimasta ancorata a una concezione arcaica delle forme di "dominio". Tale critica non ha
saputo misurare appieno gli "spostamenti" operati dalla logica capitalistica attraverso le delocalizzazioni, la
sostituzione della manodopera con le macchine, la relativa scomparsa della vecchia classe operaia e la crescita
dell'azionariato. Non ha saputo scoprire le forme di alienazione caratteristiche del nuovo mondo delle reti.
Le contraddizioni tra il capitale e il lavoro non sono scomparse, ma ormai svolgono solo un ruolo specifico nei
confronti della razionalità d'insieme del sistema. L'espansione del potere dei mercati non comporta più
semplicemente lo sfruttamento della forza-lavoro; induce anche una serie di fondamentali rotture di equilibrio, nei
confronti sia della politica, sia della diversità delle forme dello scambio sociale. La monetarizzazione dei rapporti
sociali, in particolare, trasforma e impoverisce il legame sociale in maniera inedita, mentre le istituzioni pubbliche
vengono progressivamente colpite dall'obsolescenza. Il fatto nuovo è che il mondo del lavoro ha rinunciato a
rovesciare il capitalismo, limitandosi ad adattarlo o riformarlo. Ci si continua a scontrare sulla ripartizione del
plusvalore, ma non si discute più sulla maniera migliore per accumularlo. È quella che Jacques Julliard, molto
adeguatamente, ha definito "l'interiorizzazione da parte dei lavoratori della logica capitalistica". Ciò che sembra in
tal modo scomparire è un orizzonte di senso che giustifichi il progetto di cambiare in profondità l'attuale situazione.
Di fatto, tutti quanti si piegano perché nessuno crede più alla possibilità di un'alternativa. Il capitalismo viene
vissuto come un sistema imperfetto ma che, in ultima analisi, rimane l'unico possibile. La sensazione si diffonde a
tal punto che non è più possibile sottrarsene. La vita sociale ormai viene vissuta esclusivamente nella prospettiva
della fatalità. Il trionfo del capitalismo risiede innanzitutto in questo fatto di apparire come qualcosa di fatale.
Ne risulta una lenta conquista delle menti da parte dei valori mercantili, inseparabile dalla colonizzazione da parte
del mercato di tutte le sfere della vita sociale; i due processi si appoggiano l'uno all'altro e si rafforzano a vicenda.
Questa mercantilizzazione generalizzata della vita umana sta a significare che ormai si trovano ad essere
assoggettati alla logica del mercato ambiti che sinora le sfuggivano, almeno in parte.
L'informazione, la cultura, l'arte, lo sport, le cure alle persone, i rapporti sociali in generale, ormai sono connessi al
mercato. L'instaurazione di un mercato dei "diritti ad inquinare" discende dalla medesima logica. "Da quando una
parte delle attività di un settore è servita dal mercato, tutto il settore tende alla privatizzazione. Così si vedono
precipitarsi verso il mercato tutte le attività che hanno a che vedere con l'educazione, la sanità, gli sport, le arti, le
tecnoscienze, le relazioni umani", osserva Jacques Robin.
Le conseguenze sono note. La privatizzazione dei trasporti provoca l'aumento dell'insicurezza e quindi degli
incidenti. La commercializzazione delle sementi geneticamente modificate viene accettata prima che se ne siano
potuti veramente conoscere gli effetti sull'ambiente naturale e sulla salute. L'alimentazione si deteriora, perché la
concorrenza dei prezzi spinge a sacrificare la qualità dei prodotti. La ricerca della prestazione porta a sopprimere,
con il pretesto di una redditività insufficiente, una quantità di esercizi commerciali, di ritrovi o di servizi sociali che
in precedenza offrivano un certo conforto alla vita quotidiana. La stessa redditività viene valutata in modo
puramente mercantile, senza tenere in conto gli effetti a lungo termine, le esternalità e le ricadute non
finanziariamente calcolabili. Siamo arrivati al punto in cui lo statunitense Francis Fukuyama, ex teorico della "fine
della storia", può felicitarsi del fatto che "l'Organizzazione mondiale del commercio [sia] l'unica istituzione
internazionale che abbia una qualche probabilità di diventare un organo di governo a livello mondiale"!

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"Cadono le ultime maschere", ne deduce René Passet, "e vediamo disegnarsi l'immagine del mondo che
l'universo degli affari intende imporci: un mondo sistematicamente depredato, completamente finalizzato alla
fruttificazione del capitale finanziario, un pianeta rinserrato nella rete tentacolare di un'idra di interessi che ha
soltanto diritti, impone la propria legge agli Stati e chiede loro conto, esigendo il rimborso dei mancati guadagnati
legati alla protezione sociale, alla difesa dell'ambiente, della cultura e di tutto ciò che costituisce l'identità di una
nazione. Il denaro valore supremo e gli uomini per servirlo".
Dopo la parentesi del XX secolo e il fallimento dei fascismi e dei comunismi, il capitalismo sembra così ritrovare le
smisurate ambizioni che gli erano proprie quando fece la sua comparsa. Per certi versi, il capitalismo della terza
età ha del resto molte più affinità con l'economia mercantile preindustriale del XVIII secolo che con l'economia
manifatturiera del XIX. Sono rivelatrici le dichiarazioni dell'ultraliberale David Boaz, vicepresidente del Cato
Institute di Washington, secondo il quale il XX secolo non è stato altro che una parentesi statalista nella storia del
libro scambio. Secondo lui, "il liberalismo ha dapprima condotto alla rivoluzione industriale e, in un'evoluzione
naturale [sic], alla nuova economia. Piuttosto che qualcosa di interamente nuovo, io credo che la globalizzazione
sia il prolungamento della rivoluzione industriale [...] In un certo senso, adesso siamo ritornati sulla strada tracciata
proprio agli inizi del XVIII secolo, alla nascita del liberalismo e della rivoluzione industriale"30. Aggiunge poi Boaz:
"L'ideale dei liberali non è più cambiato da due secoli a questa parte. Vogliamo un mondo nel quale gli uomini e le
donne possano agire nel proprio interesse [...] perché facendo ciò contribuiranno al benessere del resto della
società"31. Per essere più chiari: più regnerà l'egoismo individuale, più il mondo sarà migliore!
Il capitalismo ha conservato la disumanità delle origini, ma assume ormai forme nuove. Se ne deve dedurre che il
suo regno è irreversibile? La storia, in realtà, resta sempre aperta.
Il capitalismo, si è detto spesso, si nutre delle proprie crisi. Non è però sicuro che potrà sempre superare le proprie
contraddizioni. Anche se crea di continuo nuovi bisogni, programma l'obsolescenza dei suoi prodotti e fa apparire
sempre nuovi gadgets, non si può escludere l'ipotesi che la stessa abbondanza finisca per nuocere al mercato,
nella misura in cui questo può funzionare soltanto in una situazione di relativa scarsità dei beni prodotti. Un altro
paradosso sta nel fatto che, nel sistema capitalista, il vantaggio competitivo si nutre delle differenze tra i paesi,
mentre la sua generalizzazione finisce nel contempo con farle scomparire. La "bolla" speculativa non potrà
gonfiarsi indefinitamente. Il sistema del denaro perirà a causa del denaro.
Per il momento, tutto il mondo vive a credito. Il debito mondiale cumulato (dei nuclei familiari, delle imprese e degli
Stati) è passato dal 1997 ad oggi da 33.100 a 37.200 miliardi di dollari, cioè al triplo del prodotto interno lordo
mondiale. "In un certo senso", fa notare Henri Guaino, "lo scivolamento del capitalismo industriale verso il
capitalismo finanziario dà ragione a Marx: il capitalismo sega il ramo sul quale sta seduto"32. Serge Latouche
parla, con piena ragione, di un "sistema che marcia a piena velocità, non ha marcia indietro, non ha freni e non ha
pilota". Stiamo danzando su un vulcano.

(Tratto da www.alaindebenoist.com)

Questo è il vero genio del capitalismo: impacchettare, mettere l'etichetta con il prezzo sui sogni degli uomini.
Mai valutarci al di sopra della nostra mediocrità. [...] Con quanta precisione l'America ha valutato l'uomo,
riducendolo al benessere, mettendo pace tra i desideri umani e l'appagamento. (G. Steiner)

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IL JAZZ DELLE ACCIAIERIE
Finisce la stagione estiva, il sole splende sempre più opaco e sbiadito e Milano ricomincia ad assaporare la
prima ondata autunnale di smog. Con l'intento di risollevare il morale delle molte persone che si sentono
spente e tristi in questi giorni nuvolosi e grigi consigliamo fortemente l'ascolto di un artista che sempre più
sta uscendo dalla nicchia dell'underground della musica elettronica.
Amon Tobin è un musicista brasiliano, trasferitosi sin da giovane in Inghilterra con i genitori. Iniziò lavorando
sotto il moniker di Cujo per poi ritornare al suo vero nome all'uscita del suo primo album “Bricolage”.
Fino ad oggi, a partire dal 1997 con l'appunto primo album “Bricolage”, il migliore della sua carriera a detta di
molti, Amon Tobin ha prodotto sei album, di cui uno rappresenta tutte le soundtraks del celebre videogioco
“Splinter Cell 3”. E' quindi sempre stato particolarmente prolifico negli anni. La sua Musa ispiratrice non ha
mai smesso di ispirarlo, anche se in modi differenti perché nel tempo si è continuamente rinnovato
mantenendo però il suo stile e il suo sound inconfondibili.
Non avete intenzione di procurarvi la sua intera discografia? allora vi suggeriamo fortemente l'ascolto dei
suoi primi lavori, i due album “Bricolage” e “Permutation”. I brani che li compongono sono un geniale mix tra
famose canzoni jazz e di musica classica remixate, il più spesso delle volte, con basi drum'n'bass, altre volte
con ritmiche hip hop. Un esempio assolutamente chiarificatore è la canzone “Nightlife”, che inizia come una
bellissimo lento jazz, il quale all'improvviso si trasforma in musica classica con l'inconfondibile base ritmica
della drum'n'bass.
Ma non sono questi gli elementi che rendono particolare ed eccezionale l'arte di Tobin. Se presterete le
orecchie ad un ascolto più attento, noterete alcuni rumori particolari campionati dal musicista ed inseriti in
quasi tutti i suoi brani: rumori di oggetti rotti, come bicchieri, oppure percossi, come stoviglie, caldaie, catene
e oggetti vari di metallo. E' difficile prendere d'esempio alcune canzoni in cui questo elemento risalta
chiaramente. Forse il brano più indicativo dei primi due album è “Escape”, il quale però non sottolinea la
capacità dell'artista di unire musica a elementi “noise”. Distinguere anche negli altri brani questi elementi è
comunque accessibile anche all'orecchio meno abituato; sarà infatti sufficiente aguzzare l'udito e tenere
conto di qualunque singolo suono presente nel pezzo. Vi renderete conto presto del fatto che sono proprio
questi “rumori” a rendere i brani unici ed incredibili e che ognuno di essi occupa mai a caso quell'esatta
posizione sul pentagramma, ma è una decisione razionale del gusto dell'artista.
Altrettanto innovativo del suo sound è il campionamento delle percussioni jazz, in particolare della batteria
jazz. A parte gli incredibili assoli di batteria dall'estremo gusto artistico, vorrei sottolineare l'unione che
l'artista fa tra le ritmiche jazziste della batteria acustica e la drum machine: è un continuo alternarsi e
fondersi di percussioni tipicamente della musica afroamericana jazz degli anni cinquanta e di sonorità
digitali. Non c'è veramente nulla che stoni, è un connubio perfetto. A questo proposito voglio consigliare il
brano “Like Regular Chickens”.
A questo punto la domanda è: come mai vi abbiamo parlato di questo artista? “Solamente” perché produce
musica di altissima qualità? Risposta semplice: vi accorgerete sempre più come la musica di Amon Tobin
possa rappresentare la giusta colonna sonora per tutte le vostre serate autunnali e invernali. Si potrebbe
forse dire che abbia trasformato quei generi musicali meno accessibili, come il jazz e la classica, in generi
più che mai attuali e vivi, rivestendoli con quel sapore di metropoli, di imprese, acciaierie e frenesia delle
grandi città che solo la musica drum'n'bass sa descrivere e raccontare. Le sue note e il rigido clima di
Milano, con le sue luci, i pub e la vita mondana sono un connubio che ritengo chiunque dovrebbe
sperimentare.
A questo punto diamo voce alla musica e vi auguriamo... Buon Ascolto.

Anno 0 nr. 14 OBBEDIAMO A UN SOLO DOVERE: LA NAZIONE EUROPA Pagina 14 di 16


NATO NEGLI U.S.A.
Nato in una città di morti
Il primo calcio che presi è stato
quando ho toccato terra
Finisci come un cane che è stato malmenato troppo a lungo
Fino a che non passi metà della tua vita cercando un rifugio
Nato negli U.S.A
sono nato negli U.S.A.
sono nato negli U.S.A.
nato negli U.S.A.
Una volta mi sono messo in un piccolo guaio dalle mie parti
e così mi hanno messo un fucile in mano
e mi hanno mandato in una terra
straniera a uccidere i musi gialli
Nato negli U.S.A.
sono nato negli U.S.A.
sono nato negli U.S.A.
sono nato negli U.S.A.
nato negli U.S.A.
sono tornato a casa alla raffineria
il datore di lavoro mi ha detto:
"Figliolo, se dipendesse da me..."
Sono andato a parlare con un uomo del V.A.
Mi ha detto: "Figliolo, non capisci adesso?"
Avevo un fratello a Khe Sahn, combatteva contro i Viet Cong
Loro sono ancora là lui se n'è andato per sempre
aveva una donna di cui era innamorato a Saigon
Mi è rimasta una foto di lui tra le sue braccia
Giù nell'ombra del penitenziario
Fuori tra i bagliori della raffineria
Sono dieci anni che brucio per la strada
nessun posto dove correre, non ho nessun
posto dove andare
nato negli U.S.A.
sono nato negli U.S.A.
nato negli U.S.A.
sono un paparino collaudato negli U.S.A.
nato negli U.S.A.
nato negli U.S.A.
nato negli U.S.A.
sono un paparino che si barcamena negli U.S.A.

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SINTESIMILANO.ALTERVISTA.ORG

OMNE TRINUM EST PERFECTUM

Hanno collaborato: C. Boccassini, R. Boccassini, S. Cappellari,

N. Ciravolo, F. Ferracci, F. Fratus, M. Galletta, C. La Ferla, D. Leotti,

B. Leva, R. Malossi, D. Rossi, A. Santini, V. Sofo.

e-mail: info.sintesimilano@gmail.com

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