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LA COSA

PUBBLICA
i limiti della democrazia
e la soluzione di Pareto

Sulla democrazia
La casta. Un tema molto di attualità e che pone la riflessione su un piano ben più ampio: la giusta
forma di governo, la quale ormai per abitudine subito si focalizza in un ambito preciso, cioè come
correggere certi meccanismi affinché tutto funzioni secondo il dictat democratico. Si capisce quindi
che il dibattito reale non si concentra su quale forma sia più adatta alle esigenze dei nostri tempi (la
democrazia non è quindi messa in discussione), ma sulla ricerca di ciò che è in contrasto con essa.
La democrazia è il presupposto di tutti gli Stati occidentali moderni. Perché? Essa vuol dire governo
del popolo (dal greco, demos: popolo, cratos: potere), e questo è considerato un punto di partenza
dal quale non si può prescindere. In realtà un’analisi attenta metterebbe in discussione la
democrazia stessa come metodo valido per il governo di un popolo. E possiamo renderci conto di
ciò prendendo in considerazione quella che è considerata la prima forma di democrazia attuatasi
nella civiltà occidentale: la democrazia ateniese. Essa è un punto di riferimento a cui tendere, quasi
un mito in quanto realizzazione della vera democrazia, quella diretta, che consegnava alla
popolazione lo scettro del comando senza dover ricorrere ad intermediari. Approfondendo
l’organizzazione della polis, ci si rende conto che essa presentò dei limiti, uno dei quali manifesta
l’incompatibilità di questo tipo di organizzazione con il concetto moderno di democrazia, mentre
l’altro rappresenta il motivo della decadenza della stessa polis. E’ dunque importante prenderli in
considerazione entrambi.
Il primo motivo consiste nel modo in cui era effettuata la democrazia ateniese. Ad Atene la
popolazione era suddivisa in quattro categorie: i cittadini, i metechi, i liberti e gli schiavi. Di questi
soltanto i primi godevano dei diritti politici. E’ perciò comprensibile come la politica fosse
esercitata da una piccola minoranza di persone e come ciò contrasti con la nostra concezione di
democrazia che, a differenza di quella degli antichi (la quale era basata sul concetto di
partecipazione alla cosa pubblica di coloro che avevano diritti politici), si fonda sulla libertà e sul
diritto di tutti di poter decidere.

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Il secondo limite consiste nei requisiti che l’attuazione della democrazia richiedeva: le dimensioni
limitate del territorio nel quale veniva applicata e l’interesse delle persone verso tutto ciò che
riguardava la cosa pubblica. Il venir meno di questi due requisiti portò infatti alla decadenza di
Atene e delle poleis. Infatti le guerre intestine della Grecia non bastano a spiegare la fine di tale
civiltà, perché esse c’erano sempre state ma non ne avevano impedito la crescita. Il sistema Grecia
era tutto fondato sulla città-stato, la quale presupponeva la partecipazione diretta della popolazione
(che si riuniva nelle agorà), che era numericamente limitata. In questo contesto i cittadini non si
limitavano all’interesse per la propria attività, ma si occupavano di tutto ciò che riguardava la città.
Non vi erano tecnici o specialisti, e ciò favoriva la completezza dell’essere umano. Ma tecnici vi
diventarono con il passare del tempo, quando l’autarchia che caratterizzava questa società venne
messa da parte per far posto ai rapporti con le altre realtà. Lo sviluppo del commercio e i numerosi
conflitti con le altre potenze resero necessaria l’esistenza di tecnici che sapessero fare bene un
determinato mestiere. Questa progressiva specializzazione impediva alle persone di avere del tempo
per dedicarsi alle altre “faccende pubbliche”. L’autarchia venne sostituita dall’esigenza di un
mondo più aperto. Si passò dalla polis alla cosmòpoli. Il risultato fu questo: aumento del numero
degli abitanti e specializzazione del mestiere, il che causò la maggior attenzione per l’interesse
particolare a discapito del bene comune.
Tutto ciò spiega come la democrazia diretta – che rappresenta l’unica vera forma di democrazia –
non possa esistere in un contesto globalizzato e specializzato come quello della nostra società
attuale. A ciò i moderni stati occidentali hanno riparato utilizzando un altro tipo di democrazia:
quella rappresentativa.
Bisogna tuttavia discutere se essa sia realmente una forma di democrazia (intesa secondo la
concezione moderna), se cioè effettivamente essa lasci la sovranità nelle mani del popolo.
Massimo Fini, nel suo libro “Sudditi”, volge delle critiche alla democrazia rappresentativa, le quali
meritano di essere prese in considerazione. Egli fa infatti notare come, alcuni elementi considerati
cardine della democrazia siano in realtà presenti anche in altre forme. E’ il caso, ad esempio, del
consenso (che può essere presente anche nelle dittature), del potere della legge (maggiore negli stati
autoritari), l’uguaglianza dei cittadini (cosa che avviene anche nei regimi comunisti), la
rappresentanza (i monarchi rappresentano il popolo, almeno formalmente),ecc.
A ciò aggiunge che, nella democrazia rappresentativa, le elezioni sono l’unico momento in cui
effettivamente esercita il proprio potere, dopodiché egli retrocede dalla posizione di governante a
quella di governato. La questione del voto è anch’essa da analizzare. La democrazia prevede che il
voto sia libero e uguale. Per quanto riguarda la libertà del voto, la quotidianità ci dimostra che esso
è condizionato dagli strumenti del consenso (mass media su tutti). La stessa campagna elettorale
esiste proprio per condizionare gli elettori e influenzare la loro scelta. Il cittadino pertanto non
esercita il proprio potere liberamente. L’uguaglianza del voto merita invece un approfondimento
tale da rendere necessaria una “puntata” a parte (onde evitare di rendere il pezzo troppo lungo e
noioso). La tesi di fondo a favore del voto uguale è la seguente: ad ogni uomo deve corrispondere
un voto, ed i voti hanno lo stesso peso…è giusto questo presupposto? Sarebbe utile a tal proposito
valutare le teorie dell’elitismo, ma per questo vi rimandiamo al prossimo numero di Sintesi.

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L’elitismo

Nel numero precedente di Sintesi abbiamo parlato dei problemi della democrazia (soprattutto quella
rappresentativa), chiedendoci anche se fosse giusto il presupposto secondo cui il voto è uguale, ha
cioè lo stesso peso per ogni individuo. Poniamo, ad esempio, che ci sia un referendum: è corretto
che il voto espresso da una persona che non è informata sul problema posto valga quanto quello di
uno che ha invece delle conoscenze a riguardo? Può sembrare un discorso banale ma non lo è
affatto. Nella democrazia infatti la sovranità è del popolo che esprime la propria volontà attraverso
il voto. A livello individuale ciò significa che ogni persona esprime il proprio parere, il quale viene
messo a confronto con quello altrui (a parità di condizioni, cioè ritenendo che abbiano tutti lo stesso
valore) e, infine, se esso è condiviso dalla maggior parte delle persone viene scelto. Si adopera
dunque una selezione di tipo quantitativo e non qualitativo dell’idea: essa “vince” non perché è la
più valida, bensì perché è quella sostenuta dalla maggioranza; le competenze di chi vota non
vengono prese in considerazione. Le decisioni attuate dallo Stato non sono dunque le più giuste, ma
quelle considerate più giuste…ma le due cose di solito non coincidono. La democrazia
rappresentativa ha anche il problema che il cittadino non esprime le linee guida da dare al paese, ma
si limita a decidere chi si deve occupare di farlo; decisione spesso presa sulla base della simpatia
che i leader riescono a conquistarsi. Ecco dunque le fragili fondamenta su cui si erge la struttura
decisionale dello Stato.
Fin qui abbiamo mosso delle critiche all’attuale forma di governo…ma quali le alternative?
Una teoria politica molto interessante è quella dell’elitismo, secondo la quale il potere è sempre in
mano ad una minoranza. Essa si fonda sul concetto di elite (termine proveniente dalla latino eligere
e che sta a significare la scelta dei migliori). Secondo tale teoria la massa non può auto-governarsi
perché è confusa e dispersa, mentre “ordinando il caos” avviene per forza di cose la formazione di
una elite. Il sistema politico è dunque caratterizzato dalla dicotomia massa-elite.
Il più importante teorico dell’elitismo è sicuramente Vilfredo Pareto. Egli ritiene che coloro che
fanno parte dell’elite sono i migliori membri della società. L’elite non è una sola; ogni contesto
della società ne ha una propria, costituita da coloro che eccellono in quel determinato campo.
Le elite sono indispensabili nello sviluppo delle società perché, a suo avviso, sono le uniche in
grado di gestire l’ottimizzazione delle risorse utili al miglioramento della società: in ogni campo,
infatti, ci sarà sempre un gruppo di “eletti” che condurranno il proprio gruppo di appartenenza verso
questo percorso.
Esse non sono però delle entità statiche, immutabili. Hanno un loro ciclo di vita, infatti Pareto
afferma che la storia è un cimitero di èlites, che si susseguono lasciando però modificare il rapporto
tra chi governa e chi viene governato. Prima o poi arriverà il momento in cui esse non riusciranno
più a riprodurre elementi eccellenti e, di conseguenza, decadranno e verranno sostituite. Il momento
in cui avviene questo processo (che è certo in quanto l’elite è comunque destinata ad essere
sostituita) dipende anche dal ricambio che avviene all’interno di essa: una elite che non si rigenera
(perché maggiormente legata alla conservazione) durerà meno di una elite propensa al cambiamento
e dunque più aperta ai ricambi. L’elite non è però da considerare una sorta di casta: il ricambio può
avvenire anche “dal basso”, ed è anzi questa una cosa tutt’altro che negativa per Pareto. Egli ritiene
infatti che sia nei ceti bassi ci sia una selezione più forte dovuta ad una vita più dura, mentre le
classi agiate tendono a preservare tutti i loro componenti, compresi i meno adatti.
La formazione dell’elite è un processo inevitabile: è la stessa organizzazione a creare l’oligarchia.
Perciò il governo del popolo, pur essendo una nobile idea, è in pratica irrealizzabile. Anche le
rivoluzioni hanno una spiegazione elitista: esse non sono un mezzo del popolo per riappropriarsi del

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potere, ma sono uno strumento utile al fine del ricambio dirigenziale dell’elite. Per quanto riguarda
invece la considerazione della corrente elitaria nei confronti dello strumento “principe” della
democrazia – il Parlamento – ci sono delle posizioni contrapposte. Vale la pena citare quelle di
Michels e di Weber.
Il primo è assolutamente anti-parlamentarista, in quanto ritiene che in realtà non siamo noi a
scegliere i nostri rappresentanti, ma sono loro a farsi scegliere da noi. Sostiene anche che nella
realtà attuale non avviene neppure il meccanismo di rigenerazione dell’elite previsto da Pareto: esse
tendono a preservarsi senza aprirsi a nuovi ingressi, e ciò è la causa della sua degenerazione.
Neppure i movimenti popolari (come le già citate rivoluzioni) servono, perché chi le guida si stacca
poi dalla massa per farsi assorbire “dall’alto”. Il rapporto che deve sussistere tra chi governa e chi
viene governato non è perciò quello proprio del parlamentarismo: il popolo ha bisogno di un leader
carismatico, il quale non può però prescindere da una relazione diretta con esso. Non ci deve essere
dunque la mediazione del Parlamento, che causa un distaccamento con la realtà da governare. Di
diverso avviso è Max Weber, che invece afferma la necessità del Parlamento come ambiente nel
quale avverrà la formazione dell’elite, a colpi non di violenza ma di idee. Questo organo
istituzionale serve anche perché, una volta uscito fuori il leader, deve fungere da controllo del suo
operato. I due autori concordano invece sulle motivazioni che solitamente spingono il popolo a
“sottomettersi” al leader: sono motivi più emozionali che non razionali.
Possiamo dunque riassumere l’elitismo come una teoria che rifiuta la democrazia come soluzione
governativa idonea, in quanto non potrà mai realizzarsi -se non sotto false sembianze- a causa
dell’incapacità di del popolo di ordinarsi senza costituire un gruppo dirigente: la formazione
dell’elite è dunque inevitabile. Quest’ultima è mossa da un meccanismo di selezione che si potrebbe
definire meritocratica, perché premia coloro che eccellono. Certamente si pone poi il problema di
quali siano le caratteristiche distintive dell’elite, se cioè siano positive o negative; ma questo è un
problema attribuibile a tutte le teorie politiche, per il semplice fatto che non riguarda la forma di
governo, bensì la società da cui poi –in un modo o nell’altro- emerge chi governa.

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