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R.

Rossi

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fuori, da un mondo fusionale oggetto di un bisogno obbligato,


guastato dall'impossibilit di esserne soddisfatti, o, per riferirci a un
rappresentante posteriore del conflitto, dall'impossibilit di una conclusione di analisi.
L'inaccettabilit risolta in due modi diversi, in Zeno, con
elaborate difese dell'Io, la negazione, la sublimazione; in Gza Czath
in modo semplice e diretto colla morte.

Valutazione In ambito psicoterapico


ISCA WITTEMBERG

INTRODUZIONE
Riassunto
Due opere letterarie, quella di Italo Svevo e quella di Gza Czth, vengono
utilizzate come catamnesi di esperienze analitiche, data la possibilit che offrono di
approfondire i risultati dell'analisi a livello fantastico.
Entrambe le opere sembrano l'espressione di analisi terminate in un'atmosfera
di grande ambivalenza per via del1a difficolt, o della impossibilit, di risolvere il
legame con la figura materna: in queste condizioni l'analisi termina con la negazione.
Nelle opere esaminate si evidenziano i vincoli non solubili di dipendenza, le nostalgie
inappagabili e i legami arcaici, che derivano da queste condizioni di eccessivo legame
materno, che pu essere espresso dalla metafora dell'abbraccio mortale.

Bibliografia
Czath G. (1905-1912): Oppio e altri racconti. Roma: Edizioni e/o 1985.
D'Alessandro M. (1985): La piaga e il coltello. In: Czath, citato.
Freud S. (1925): Inibizione Sintomo e Angoscia. OSF, Vol X, 233320.
Freud S. (1937): Analisi terminabile e interminabile. OSF, Vol XI, 496-538.
Kermode F. (1986): Freud and Interpretation. Int. Rev. Psycho-Anal. 12,3.
Kleist H. (1811): Il teatro delle marionette. Genova: Il Melangolo, 1982.
Rank O. (1924): Le trat!112atisme de la naissance (trad. franco S. Jenklvltch). Paris:
Payot, 1968.
Rossi R. (1980): I lotofagi. Riv. Psicoanal, XXVI, 3, 359-367.
Svevo 1. (1923): La Coscienza di Zeno. Milano: Mondadori, 1985.
Winnicott D.W. (1958): From paediatrics to psycho-analysis. London: Basic Books.

ROMOLO ROSSI,

Professore ordinario di Clinica Psichiatrica. Universit di Genova.

Quello della valutazione un campo molto vasto: accuparci di


qualcosa che si possa correttamente chiamare diagnosi richiederebbe
una discussione molto pi ampia di quella che mi propongo di
affrontare in questo articolo. Prender qui invece in considerazione
soltanto le seguenti aree dello spettro diagnostico:
1. l'immagine del mondo che il paziente ha in mente, il tipo
cio di mondo interno che si trova a possedere a seguito delle sue
esperienze, le quali a loro volta sono il risultato da una parte dell'interazione tra impulsi e fantasie che ne derivano e dall'altra degli
elementi esterni della vita, in particolare della qualit delle cure
infantili ricevute;

2. l'ambiente familiare - sia la realt esterna della famiglia


che l'organizzazione dei mondi interni dei genitori: ad esempio la
posizione del bambino nella famiglia, se la madre fosse depressa o il
padre violento, il rapporto tra i genitori, il tipo di atteggiamento
verso il paziente;
3. il mondo esterno - l'ambito sociale in cui il paziente vive e
l'influenza che esso esercita su di lui e sulla sua famiglia: ad
esempio, si trovano a vivere in una sub-cultura delinquente? Oppure,
se si tratta di un adolescente, esposto a rischio di tossicodipendenza? E cos via.
Come si sar notato, si tratta di un modello interattivo: 111
particolare lo sviluppo considerato basarsi sulla interazione di
fattori interni ed esterni (1).
I fattori interni sono rappresentati dalla dotazione costituzionale del bambino, in particolare dalla forza innata della sua capacit di
amare a fron te dell'odio: se il bambino ha una soglia di tolleranza
alla frustrazione bassa e prova facilmente rabbia, ci significa che
andr pi facilmente soggetto a intense e frequenti angoscie persecu(1) Per una disamina sistematica dell'argomento, vedi: Harris M., Meltzer D.
(1977): A Ps)'choanalitic Model 01 the Child in the Family in the Community.
Ginevra: W.H.O.

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torie, le quali a loro volta possono rendergli difficile accettare un


aiuto quando esso si renda disponibile. Un bambino con una migliore
dotazione costituzionale riesce invece a fronteggiare meglio le frustrazioni e si lascia consolare pi facilmente dopo una esperienza
sconvolgente; in altri termini, ristabilisce pi in fretta un contatto
amorevole. I fattori esterni comprendono invece le vicissitudini reali
della sua vita nonch la quantit e la qualit delle cure ricevute,
come ad esempio la comprensione del significato di comportamenti
ed emozioni che possono aiutarlo a identificare le sue esperienze e a
diminuire cosi la sua angoscia. In termini di valutazione, consideriamo ad esempio due casi estremi. Uno, quello di un bambino che
proviene da un ambiente relativamente stabile e sano e non ha subito
traumi particolari, ma si presenta ciononostante gravemente disturbato: assai probabile che sia presente nella sua struttura un elevato
livello di distruttivit e di invidia, e sia richiesto quindi un progetto di trattamento difficile e a lungo termine. L'altro, invece, di un
bambino che si sia dato parecchio da fare per mantenere speranza e
capacit di relazione ad onta di un ambiente assai disturbato: a
ragione della sua innata capacit di amore, questi pu fare un assai
buon uso della terapia e riuscire sorprendentemente bene.
Sebbene sia possibile ottenere qualche informazione dalla raccolta dell'anamnesi e dall'osservazione di come i membri della famiglia
interagiscono tra loro, sarebbe comunque necessaria una lunga procedura diagnostica per ottenere una diagnosi completa del mondo
interno di una persona. Ai fini pratici tuttavia, potremmo non aver
bisogno di un quadro cos completo, tenendo anche conto del fatto
che una procedura diagnostica troppo lunga pu allontanare sia il
paziente che la sua famiglia. Cerchiamo di vedere quale sia la minima
quantit di informazione di cui abbiamo bisogno per 'poter arrivare a
una decisione di qualche tipo circa l'indicazione e la attuabilit di un
trattamento. Nel vedere una famiglia io cerco di capire: a) chi
detiene la sofferenza; b) qual' la disposizione verso la sofferenza
psichica; c) qual' la disposizione a fornire aiuto. Nelle pagine che
seguono cercher di presentare il tipo di elementi che possiamo
ricavare dalle interazioni che si verificano nella stanza di consultazione tra il terapista, il possibile paziente e la sua famiglia. Prender
quindi in esame in che modo ci possa aiutarci a decidere se una
psicoterapia sia aus.picabile o necessaria, e quanta probabilit ci sia
che abbia dei risultati.
Da tutte e due le parti si comincia con un alto livello di
ignoranza: l'intervistatore perch sa dell'intervistato ancora meno di
quello che quest'ultimo sa di s stesso, e l'intervistato perch fino a
che non ha saggiato un poco l'intervista dinamica, ha scarsa idea di

Valutazione in ambito psicoterapico

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ci in cui si sta impegnando. Sia lui che la sua famiglia possono


avere poi le loro apettative su quel che sperano di guadagnarci, e
anch'io d'altra parte ho qualche idea sul tipo di aiuto che potrei
offrire. Quello che dobbiamo fare vedere come e se tutte queste
idee possano integrarsi una all'altra. Il lavoro di esplorazione
reciproco. : necessario provvedere un setting che offra la possibilit
di una interazione in grado di rivelare qualcosa della natura della
relazione del paziente con s stesso e con le altre persone importanti
della sua vita e, in pi del suo atteggiamento verso le persone da cui
cerca aiuto. Lo stato mentale dell'individuo si manifester in ogni
aspetto del suo comportamento e sar quindi disponibile all'osservazione nel qui ed ora: l'espressione, l'abbigliamento, l'andatura, l'atteggiamento cosciente, le fantasie o i sogni oppure l'assenza di
fantasie e l'apparente sicurezza; tutto va notato dal terapista. Bisogner anche tener conto dell'atteggiamento verso i propri problemi,
se lui stesso a provare sofferenza o c' qualcun altro che se ne fa
carico. Possiamo osservare che cosa l'individuo fa del terapista, che
da una parte viene incontrato in una situazione assai ansiogena
mentre dall'altra gli fornisce l'opportunit di essere ascoltato e di
condividere pensieri sul suo stato mentale. Ho spesso riscontrato che
uno studio approfondito delle dinamiche del qui ed ora porta in
modo assai diretto al cuore del problema. In particolre, io presto
attenzione a:
1) il transfert - vale a dire il ripetersi nel qui ed ora di
aspetti della natura della relazione con gli oggetti genitoriali; essi
vengono riattivati nei confronti del terapista, e le situazioni di ansia
non integrata possono riportarli in primo piano. La capacit del
terapista di ricevere emozioni conscie e inconscie aiuta il paziente a
elaborare attraverso fantasie, a verbalizzarle o ad agirle.

2) il controtransfert - uso qui il termine nel senso dell'impatto emotivo che il paziente ha sul terapista, ma anche per ci che cosa di solito assai pi significativa egli comunica a livello
non-verbale. Tale impatto pu essere rappresentato da uno stato
d'animo, come l'assenza di speranza o la maniacalit, oppure da una
intensa reazione materna o ancora dal sentirsi stupito e privo di
mente.
Spesso ci accorgiamo che il paziente fa sperimentare proprio
quella parte di s che trova intollerabile: per questo che simili
comunicazioni silenziose sono spesso le pi significative per farci
capire cosa disturba il paziente. Se io riesco ad osservarne l'impatto
su me stessa o resto capace di pensare, elaborare o verbalizzare

1. Wittemberg

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queste emozioni invece di esserne terrorizzata o sopraffatta, tendono a


verificarsi alcuni eventi importanti:
a) il paziente percepisce di essere in qualche modo capito,

e nesce a ritrovare la
capire;
b) il paziente
struttiva o terrorizzante
portare la sua angoscia
rimanda indietro le sue

speranza che esista qualcuno in grado di


sperimenta la possibilit che una parte didi s venga contenuta, che possibile sope la sua malvagit, che il terapista non gli
proiezioni n ne viene distrutto e cos via.

c) se mi riesce di verbalizzare la mia esperienza del momento, ci pu avere un effetto dinamico sull'interazione e il processo di esplorazione fa cos un passo avanti; il paziente pu in questo
caso assumersi la responsabilit di una parte di s che fino ad allora
era stata negata.

Si verifica cos un processo di. aggiustamento reciproco. Il paziente ha il primo approccio con un incontro terapeutico e pu
quindi giudicare se questo quello che vuole; il terapista, dal canto
suo, notando la reazione ai commenti interpretativi riesce ad ottenere
qualche elemento sulla capacit del paziente di servirsi di questo tipo
di aiuto. Nonostante questo modello di intervista si possa definire
non strutturata, io ho tuttavia sempre in mente un certo numero di
domande specifiche alle quali spero di riuscire a dare delle risposte
quanto meno ipotetiche alla fine dell'intervista:
1) I problemi del paziente interferiscono con il suo sviluppo
o con le sue acquisizioni in uno o pi campi della sua vita, e lui - o
i suoi genitori, se questo il caso - o sono sufficientemente a
disagio con s stesso - o s stessi - da volere un trattamento e da
portarla avanti?

2) Che cosa si spera di ottenere dal trattamento? La cura


magica, oppure la liberazione da tutti i problemi? Se sussistono
aspettative irrealistiche di questo genere, io lo faccio notare. Il
paziente capace di usare proiezioni a fini comunicativi? Le mie
fonti di informazione sono costituite infatti dall'osservazione, dal
transfert e dalle emozioni evocate in me dal paziente.
3) Il paziente in grado di mantenere una certa capacit di
osservare il suo disturbo e un certo grado di cooperazione nonostante
l'invidia e l'angoscia?
4) C' qualche indizio di una capacIta di lottare e di essere
curioso invece che passivo o negativistico?

Valutazione in ambito psicoterapico

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5) Se il trattamento appare necessano ed stato richiesto:


a) che grado di rigidit ha il sistema difensivo e qual' la
fragilit della struttura sottostante? A questo proposito possono
fornire qualche indicazione la natura delle difficolt e la risposta alle
interpretazioni. La gravit del disturbo non necessariamente un
ostacolo al trattamento: tutto dipende dalla capacit del terapista di
sostenere o no il peso del trattamento;
b) il paziente capace di contenere l'angoscia per un
sufficiente lasso di tempo? Considerando insieme i punti a) e b)
potremo avere indicazioni su:

i. la natura dell'appoggio esterno necessario. Nel caso


per esempio di un adolescente con propensione all'agire, se sia
sufficiente un trattamento ambulatoriale o non sia piuttosto indicato
il contenimento di un ricovero;
ii. la frequenza minima di sedute necessaria, tenendo
sempre presente quanto il paziente, la famiglia o altri nella comunit
sono in grado di tollerare.
6) L'attuale situazione di vita del paziente gli consente una
frquenza regolare, e c' qualcuno nel suo ambiente che possa
aiutare a contenerlo e lo sostenga in momenti di crisi?
7) Infine, che tipo di trattamento? Dovremmo qui considerare se il paziente debba essere trattato individualmente o non possa
essere seguito in modo pi congruo in setting familiare. Devo
aggiungere per che assai difficile per un paziente visto in una
intervista individuale giudicare se sia o no adatto a un lavoro familiare o di gruppo: gi abbastanza complicato valutare le possibilit
che sia capace di utilizzare una relazione duale. L'intervista di valutazione ci d alcuni elementi su come una persona reagisce in quella particolare situazione, ma non sul come potrebbe reagire in un contesto
diverso.

DUE ADOLESCENTI

Descriver ora in dettaglio due casi, sebbene abbia abbreviato


un poco il ma teriale delle sedu te. Il primo di una ragazza di 15
anni apparentemente desiderosa di una analisi. L'altro quello di
una studentessa di 19 anni riluttante a chiedere un aiuto terapeutico.
Spero che questi due casi potranno mostrare il tipo di interazione
che si verifica nella stanza di consultazione e il modo in cui queste

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I. Wittemberg

interviste esplorative sono state d'aiuto nell'arrivare a una decisione


sul trattamento.

Helen
Questa ragazza di 15 anni e mezzo era stata inviata dal suo
medico curante, che mi aveva fatto avere un lungo e interessante
resoconto di una sua conversazione con lei. Egli ci dava il quadro di
una famiglia che forniva grande sostegno e una dettagliata descrizione dei sintomi della ragazza, che soffriva di angosce claustrofobiche e
di vampate di calore quando si trovava in uno spazio ristretto o in
una stanza surriscaldata. Venimmo anche a sapere che all'et di
diciotto mesi aveva riportato delle ustioni abbastanza estese da richiedere un breve periodo di ricovero in ospedale. Prima di vedere
Helen, tuttavia, cercai di togliermi dalla mente quello che avevo
saputo dal medico, perch in qualche modo sembrava tutto troppo
ben confezionato e con collegamenti fin troppo ovvi: vampate di
calore e ustioni nell'anamnesi! Decisi di partire da zero e di tenere la
mia mente sgombra durante l'incontro con Helen.

Prima intervista
In sala d'attesa c'era una ragazza rotondetta con dei bei capelli,
gli occhi blu e un'espressione assai amichevole, quasi da bambina. Mi
segu volentieri, ma al momento di sederci nella mia stanza era quasi
sul punto si scoppiare in lacrime. Mi disse che aveva chiesto lei una
terapia, ma che adesso si era accorta di essere molto turbata dall'idea. Ci che disse fu: Ho vissuto con me stessa e ho cercato di
capirmi per quindici anni ormai. Ho paura di quello che si potrebbe
scoprire ancora, e non so se lo riconoscer come mio o avr voglia di
farlo . Risposi che sembrava spaventata all'idea di una parte sconosciuta di se stessa, di una straniera che poteva anche non piacerle.
Sembrava inoltre che avesse l'idea di essere buttata dentro un trattamento; le chiarii che ci saremmo viste per tre volte allo scopo di
tentare di esplorare il tipo di problemi che aveva, se volesse o no un
trattamento, che cosa se ne aspettasse e infine se un trattamento
fosse o no indicato. Disse allora che in famiglia si discuteva tutto:
sua madre capiva le persone e le loro emozioni, proprio come lei
stessa, d'altro canto. Pap invece non capiva un granch di queste
faccende, ma il migliore era senz'altro suo fratello, che capiva completamente e senza bisogno di parole. Si rivolgeva sempre a lui
quando stava male. Trov tuttavia impossibile specificare sia la
natura dell'aiuto da parte del fratello che ci che la faceva star male.

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Per parecchio tempo il livello di generalizzazione di tutta la


situazione, paure incluse, si mantenne alto, finch alla fine dissi che
mi sentivo molto un'esterna, come se lei e il fratello fossero una
specie di coppia e a me non fosse permesso entrare in questo tipo
piuttosto intimo di rapporto. A queste parole disse in modo dolce e
ingenuo: Oh, poverina, la faccio star male?
Risposi che adesso sentivo ancora di pi di essere un bambino
lasciato da parte che aveva un gran bisogno di aiuto. Ci la fece
ridere. Dissi anche che stavo forse provando quelle sensazioni di
terrore di cui aveva parlato poco prima. Mi rispose che non le
piaceva pensarci, e io commentai che esse avevano dovuto essere
lasciate fuori dal colloquio perch altrimenti la situazione sarebbe
potuta diventare terrorizzante. Disse che non poteva proprio raccontarmi granch delle sue paure perch il fatto era appunto che non
riusciva a capirle. Le dissi che era molto probabile che le cose
andassero cos, ma che non volevo da lei una spiegazione ma piuttosto che mi descrivesse a cosa poteva somigliare quel terrore e in
quali occasioni le era capitato di provarlo. Mi raccont per prima
cosa di un incidente capitato durante l'estate: stava con un ragazzo
che era venuto a trovarli e una sera, mentre si trovavano insieme era
improvvisamente entrata in uno stato di panico. Anche in altre
occasioni entrava in uno stato del genere, ad esempio se andava a
qualche concerto jazz con gli amici o con la famiglia. Tutti gli altri
pareva che si divertissero, lei invece si sentiva come una straniera
tagliata fuori dalla loro esperienza e incapace di entrare in contatto
con gli altri. Risposi che ci era interessante dato che si trattava
proprio del tipo di emozione che avevo provato quando mi aveva
fatto sentire come se fossi una straniera incapace di capire le cose
tanto importanti ed eccitanti che avvenivano tra suo fratello e lei.
Disse che si trattava di una specie di condizione fredda, qualcosa
come 1984 di Orwell. Non poteva essere pi precisa su quel che
voleva dire, ma suo fratello riusciva a capirlo e la poteva aiutare:
quando lui non c'era si sentiva incompleta. Era intelligente, comprensivo, dolce e molto pi simpatico di lei. Dissi che mi stavo
domandando se in realt c'era una parte di lei che stava in suo
fratello, una specie di parte-ragazzo oppure se non formassero insieme una specie di coppia in cui il fratello era una specie di padre,
fratello e marito tutti insieme. Rispose che le pareva giusto, si
sentiva proprio persa senza di lui. Ci le ricord come si sentisse
terrorizzata quando i genitori uscivano al pensiero che potessero
abbandonarla o venire uccisi. Mi venne allora in mente che avrebbe
sempre potuto rivolgersi al fratello nel caso che qualcosa di terribile
fosse accaduto ai genitori, che pensasse cio che egli sarebbe comun-

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I. Wittemberg

que stato n per sostenerla e occuparsi di lei. Disse di s, e che anche


lui sentiva allo stesso modo la sua mancanza se era lei a non esserci.
Mi domandai allora se l'entrata del fratello nell'adolescenza non
avesse in qualche modo influito su questo stato di cose. Rispose
infatti che negli ultimi tempi era spaventata dalla possibilit che il
fratello potesse morire, quando gli capitava di star fuori con gli amici
senza lasciar detto in famiglia dove andava. Mi chiesi se provava
rabbia quando la lasciava per uscirsene con gli amici, ma mi rispose
che in fondo non le importava molto. Il fratello aveva anche una
ragazza, ma lei sapeva che comunque sarebbe stata sempre il primo
amore: anche se si fosse sposato, in ogni caso lei sarebbe venuta per
prima. Dissi: Davvero? .
Le chiesi se fosse questa la ragione per cui era venuta a
chiedere aiuto; rispose che le sensazioni di calore erano divenute pi
intense e pi frequenti, tanto che doveva spesso uscire dalla classe.
Aveva detto agli insegnanti che si trattava di claustrofobia, cos1
potevano capire. Dissi che non mi interessavano molto le etichette,
che avrei invece gradito una descrizione di quello che succedeva.
Rispose che sentiva un gran caldo, tutto qui, e che non le capitava
solo a scuola ma ogni volta che pensava a una qualsiasi stanza in cui
le potesse capitare di sentir caldo. Faceva in modo che la sua stanza
da letto restasse fredda mentre era capace di starsene sdraiata a
pensare ai genitori e ai loro amici gi in salotto, a come ci facesse
caldo e a come lei sarebbe stata sopraffatta dal calore. Provai ad
esplorare un po' la possibilit che queste vampate e le emozioni
relative avessero qualcosa a che fare con l'eccitamento sessuale nei
confronti dei genitori o in relazione al rapporto cos1 stretto con il
fratello, oppure se non si potesse trattare di un sistema per entrare quando si sentiva tagliata fuori. Mi muovevo ovviamente su un
terreno pericoloso, e infatti cominci a sentirsi sempre pi angosciata. Mi accorsi di essere stata intrusiva e questo mi port a dire che
non volevo forzare il punto di vista, ma che forse avrebbe voluto
pensare un poco su ci di cui avevamo parlato e riferirmi i suoi
pensieri la prossima volta.
Ci mettemmo d'accordo per rivederci la settimana dopo: mi
sentivo quasi affascinata da questa ragazza ingenua e un po' bambina
che evocava in me sentimenti materni, sebbene al tempo stesso
sentissi che poteva venire facilmente ferita e che dovevo stare molto
attenta a non essere intrusiva e a non ferire la sua pelle .
Nella seconda intervista non emerse niente di nuovo, a parte
alcune fantasie masturbatorie. Dal suo punto di vista riteneva le sue

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difficolt abbastanza agevoli da controllare, voleva solo un po' d'aiuto per superare i suoi piccoli sconvolgimenti . lo dal canto mio
ero invece convinta - anche se non lo dissi - che la ragazza
avrebbe avuto probabilmente bisogno di una psicoterapia intensiva
per un grave disturbo di base dello sviluppo; il problema era che
non sembrava abbastanza in contatto con queste angosce profonde
per poter prendere una decisione simile: quello che era invece
riuscita a trovare era il modo di eludere situazioni potenzialmente
ansiogene. Secondo me la ragazza non aveva sviluppato una modalit
di relazione da-e-verso gli altri; si sentiva invece sola, completamente
fuori da questa esperienza e in stato di panico, incapace di entrare in
contatto sia internamente che esternamente. Per sfuggire queste emozioni terrificanti sembrava saltare dritta dentro, per cos1 dire all'interno della gente sentendosi quindi calda e claustrofobica. Un'altra
soluzione del problema consisteva nell'appiccicarsi a qualcuno, nel
caso al fratello. Ma per quanto fossi pi che certo di ci di cui aveva
bisogno, mi faceva sentire che non dovevo avvicinarmi troppo
rapidamente n dovevo ferirla o invadere la sua sfera privata - che
da un lato si sentiva cos1 protetta da riuscire a non sentire la sua
angoscia e dall'altro che non dovevo forzarla a farlo; in alcuni
momenti sentivo infatti di esporla a stati di angoscia estrema. Sentivo anche allo stato attuale di non potermi spingere oltre e sembrava
perci consigliabile aspettare qualche tempo prima di rivederla per
valutare di nuovo la situazione. Restammo d'accordo di rivederci
dopo due mesi.
Quando rividi Helen per la terza volta mi disse che da quando
ci eravamo incontrate aveva fatto un gran pensare e che si era resa
conto di non essere poi cos1 normale come aveva creduto. Alla mia
richiesta di chiarimenti, mi rispose che c'erano tutta una serie di
abitudini che in precedenza dava per scontate pensando che anche le
altre ragazze fossero come lei. Per esempio prima di andare a letto
aveva bisogno di sentire che tutti erano buoni e sicuri e si fermava
perci sulla soglia della sua stanza mandando baci a tutti i membri
della famiglia incluso il gatto, quindi doveva chiudere la porta
usando tutte e due le mani messe in modo quasi da toccarsi. Questo,
disse, per sentire che i suoi genitori erano insieme. Oh Dio , disse - suona piuttosto stupido, ma cos1 che succede!
Pensai che questi risultati fossero un modo di tenere a bada la
sua preoccupazione che le persone non fossero al sicuro: se avesse
sentito che non lo erano, lei stessa si sarebbe sentita non al sicuro.
Fu d'accordo, dicendo che si sentiva assai insicura per la maggior
parte del tempo: era uscita per esempio a far compere con una sua
amica ma al ritorno non si sentiva per niente certa che la casa o il

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tempo o addirittura la gente non fossero cambiati. Si sentiva completamente ,persa se non c'era un'amica o un membro della sua famiglia
con lei; addirittura non aveva mai provato a stare da sola. Mi disse
che le piaceva un certo modello di automobile perch era quello che
il padre aveva quando era bambina e provava simpatia per tutti gli
uomini con una giacca di velluto perch era quella che aveva una
volta il pap. Feci qualche commento sul suo attaccamen~o all'aspetto
esteriore come per esempio agli abiti che le persone mdossavano,
cio all'ambiente esterno piuttosto che alle qualit personali di una
madre o di un padre. Non sembrava affatto sentire di avere una
madre o un padre nella sua mente, n che avesse assorbito dai suoi
genitori qualcosa in grado di aiutarla quando restava sola. Disse che
non le era mai capitato di pensare che c'era qualcosa di sbagliato in
lei prima di parlare con me le altre due volte. Era solo adesso che le
era capitato di osservarsi mentre faceva tutte quelle cose strane e
piuttosto pazze e aveva cominciato ad accorgersi di quanto fosse
diversa dagli altri adolescenti e di come desiderasse veramente la
psicoterapia. Gliela chiedo in ginocchio! . Chiesi se pensasse di
essere pazza; rispose Oh, certo che no. La gente della mia et
usa questa parola molto liberamente, per qualunque cosa un po'
diversa dal solito. Non penso realmente che queste siano pazzie, ma
vorrei proprio un aiuto per questo mio essere cos immatura e
dipendente dalla gente . Rispose che avrebbe avuto bisogno di uno
schema di trattamento affidabile, di vedere cio il terapista ad intervalli abbastanza frequenti in modo da sentirsi abbastanza sicura per
poter affrontare le intense paure che tutte queste abitudini dovevano
tener lontane. Per questa ragione le suggerivo una psicoterapia quattro o cinque volte a settimana. Dapprincipio sembr piuttosto stupita, ma dopo averci pensato un po' disse che poteva capirne il senso.
Tir quindi fuori alcuni dubbi. Non le sarebbe piaciuto molto che ci
fosse una specie di padreterno che sapesse tutto di lei e fosse in
condizioni di cavarle fuori ogni tipo di informazione. Le spiegai
qualcosa del processo di analisi, spiegandole che uno psicoterapista
non ha gli occhi a raggi X, ma che si trattava invece di un processo
di scoperta graduale da portare avanti insieme. Disse che le sarebbe
piaciuto avere un terapista che fosse anche un amico, con il quale
si potesse portare avanti una conoscenza reciproca, su basi di parit.
Le spiegai che le cose non stavano esattamente in questi termini e
che nel modo in cui diceva lei non sarebbe stato di grande aiuto
perch il punto del trattamento psicoterapico era di aiutarla a capire
s stessa. Discutemmo quindi i dettagli pratici del trattamento:
abitava piuttosto distante, e di conseguenza il trattamento le avrebbe
portato via parecchio tempo. Restammo d'accordo che ne avrebbe
parlato con i genitori e mi avrebbe dato una risposta per lettera

Valtltazione in ambito psicoterapico

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entro una decina di giorni. Nel caso, avrei avuto bisogno di parlare
con i suoi genitori. Nel frattempo mi sarei data da fare per trovare
una disponibilit per il suo trattamento.
Quando vidi i genitori di Helen, essi mi raccontarono le esperienze traumatiche che Helen aveva avuto da bambina a seguito delle
ustioni: durante il ricovero in ospedale era andata via via pi
isolandosi, e alla fine non riconosceva neanche pi i genitori. Dopo il
ritorno a casa aveva avuto un periodo di chiusura autistica, e mentre
pian piano ridiventava capace di stabilire un contatto migliore, continuava ad avere incubi terribili, si svegliava urlando e scalciando
incapace di riconoscere i genitori. Erano stati sempre preoccupati
dello sviluppo della ragazza, ma si erano alla fine rassicurati quando
dopo qualche tempo aveva iniziato a svilupparsi normalmente. Solo
da poco avevano cominciato a nutrire nuove preoccupazioni, poich
aveva interrotto tutta una serie di attivit; erano molto contenti che
avesse cercato aiuto e avrebbero cercato di appoggiare al massimo il
trattamento.
Ritengo che la cosa pi interessante di questi colloqui di valutazione sia stato il fatto che gli elementi della storia di Helen fossero
pienamente noti sia ai genitori che al medico curante come alla stessa
Helen. In apparenza la ragazza aveva sentito parlare molte volte
della sua storia, ma non sembrava capace di prenderla dentro n
volerne conoscere qualcosa. In altre parole, ci si trovava davanti ad
una adolescente che aveva s urgente bisogno di trattamento, ma che
non poteva fare un passo del genere se non sperimentava prima
l'angoscia e non era capace di sostenerla. Solo in seguito avrebbe
potuto affrontare il rischio, essendone cosciente e facendo sua l'idea
di affrontarlo piuttosto che di eluderlo. In seguito la sua terapista mi
disse che per lei il bisogno che i suoi confini e la sua sfera privata
fossero rispettati era estremamente importante: nella famiglia di
Helen infatti ognuno viveva per cos dire nelle tasche dell'altro, e
trovare uno spazio per s costituiva un problema serio per la paziente. Questo era qualcosa che avevo percepito ma che non sarei stata
in grado di descrivere al tempo dell'intervista di valutazione.

Jane
Questa studentessa di 20 anni ci fu inviata dal medico della sua
Universit verso la fine del primo anno di corso. Era andata molte
volte in ambulatorio dal medico e altre dall'infermiera del College,
parecchie volte a settimana lamentando mal di testa e depressione. Il
medico aveva prescritto parecchi analgesici e diversi antidepressivi, e
Jane ne riferiva ogni volta l'inefficacia. Il tono della lettera del

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I. Wittemberg

medico indicava che la riteneva una seccatura e che non vedeva l'ora
di liberarsi di una paziente nosiosa passandola a noi.
Prima intervista

Fissai un appuntamento e la ragazza arnvo 111 orario, alta,


magra, molto pallida e con gli occhi profondamente cerchiati. L'espressione era spenta, senza nessuna scintilla di vita nello sguardo, i
movimenti lenti, le spalle curve: il quadro di una profonda depressione. Dopo una breve introduzione sul fatto che ci che stavamo per
cominciare era una esplorazione dei suoi problemi, le chiesi che cosa
aveva provato all'idea di venire da noi. Mi rispose che il dottore le
aveva detto di venire e che aveva pensato che in fondo tanto valeva
provare. Commentai che questi pareva voler dire che ce l'avevano
mandata, ma che non sperava granch che potessi aiutarla. Era
proprio cos. Quando le chiesi di parlarmi dei suoi problemi, mi
disse che aveva mal di testa quasi continui e che si sentiva sola e
miserabile per tutto il tempo. Alla domanda da quando aveva iniziato a sentirsi cos, rispose che era cominciato in questo modo da
quattro mesi o poco pi. Durante il primo semestre al College aveva
pensato di essere in leggero vantaggio sugli altri perch era un poco
pi grande di loro e aveva pi esperienza. Questo lo collegava al
fatto di aver trascorso un anno tra la fine delle superiori e l'universit lavorando come assistente in una scuola convitto. Adesso per gli
altri studenti le erano passati avanti.
Ripresi questo tema del vantaggio su gli altri chiedendomi se
stesse sempre a far paragoni con gli altri studenti e le domandai se
questo comportamento era qualcosa che avesse gi sperimentato in
famiglia. Venni a sapere che aveva una sorella di diciotto mesi pi
piccola e tre fratelli rispettivamente di 15, 13 e 11 anni. Pensava di
non essersi mai sentita molto a posto in casa, c'era sempre un sacco
di rumore e di baraonda per i giochi dei piccoli e lei tendeva a
starsene per conto suo e a sentirsi miserabile. Feci alcuni commenti
sul rapporto tra quanto mi aveva detto e la sua attuale posizione al
College, dove anche sentiva che gli altri si divertivano tra loro
mentre lei si sentiva sola. Mi chiesi se come primogenita non avesse
potuto sentire di aver avuto al principio un vantaggio, di avere per
cos dire distaccato il gruppo dei fratelli ma che in seguito avesse
sperimentato che gli altri l'avevano raggiunta e sopraffatta. Sorrise
per la prima volta e disse che era sempre stata piuttosto autoritaria
con i pi piccoli, diceva loro che dovevano obbedirle: dopo tutto era
la maggiore e sapeva quello che era giusto. Ancora in una sua recente
visita a casa era rimasta contrariata dal vedere che non la guardavano
pi con rispetto, ma che anzi le si opponevano apertamente. Era

Valutazione in ambito psicoterapico

35

anche assai irritata dalle loro continue telefonate e da tutto quel


parlare sulle feste a cui erano andati. Dissi che avevo l'impressione
che si sentisse come qualcosa sul genere di una zitella dalla vita
sprecata. Sorrise di nuovo e disse che si vedeva molto brutta, ma si
consolava col fatto di essere di gran lunga la pi intelligente. Per
questo motivo suo padre aveva mostrato particolare interesse nei
suoi confronti, anche se ora non era pi cos. Tutti i fratelli erano
stati mandati a una cert et in collegio, e Jane ricordava con
chiarezza il momento in cui la sorella pi piccola era venuta a
l'aggiungerla. Aveva completamente ignorato la sorella, No, ancora
peggio - disse - l'ho proprio schizzata. Rimasi colpita dall'espressione schizzata come se avesse sentito che non poteva
permettere alla sorella minore e forse a tutti gli altri bambini dei
genitori di avere vita ma dovesse scacciarla fuori da loro, schizzarla
via. Adesso pareva sentire che questo non era pi sufficiente per
sentirsi intelligente e brillante; sentiva piuttosto che erano gli altri
ad averla schizzata dalle loro vite, lasciandola sola e senza amici.
Fu interessata a queste osservazioni, cos andai avanti e dissi che
quando stava sola poteva darsi che sentisse che gli altri si stessero in
realt divertendo a schizzarla, vendicandosi di s per essere stata una
sorella maggiore cos cattiva in passato. Suggerii anche che doveva
esserci una parte-sorella maggiore dentro di lei che trattava ogni
emozione tenera e ogni gioia in modo punitivo. Jane era visibilmente
tornata alla vita durante il colloquio, ma quando cominciammo ad
avvicinarci alla fine dell'intervista disse in maniera molto provocatoria: E che dovrei farci? Lei che mi consiglia? . Pareva proprio
una sfida astiosa, tesa a farmi sentire schizzata. Dissi che non era
tanto una questione di fare o cambiare attivamente qualcosa quanto
di riflettere sugli argomenti di cui avevamo discusso. Forse quando ci
fossimo incontrate di nuovo la settimana dopo le sarebbe piaciuto
dirmi quali pensieri le erano venuti alla mente circa la natura delle
sue relazioni. Mi chiese di cambiare la data dell'appuntamento per la
settimana successiva, ma venne poi fuori che non era affatto necessario rispetto al calendario delle lezioni. Riflett poi sul fatto che se si
fosse sentita depressa avrebbe potuto cercare di nuovo il medico o
l'infermiera. Dissi che forse sentiva che aspettare per una settimana
era tanto, ma che oltre a questo poteva anche essere un modo di
colpirmi perch le davo sufficiente tempo. Forse era gelosa delle
persone che avrei visto nel frattempo cos come era gelosa del posto
che la sorella e i fratelli avevano in casa. Voleva avere una sorta di
diritto speciale sul mio tempo; in caso contrario se lo sarebbe fatto
dare dal personale del Centro Medico Studentesco.

36

1. Wittemberg

Seconda intervista

Fu difficile. Era assai silenziosa e passiva, aveva delle profonde


occhiaie e sembrava stare molto male. Mi disse che non aveva
pensato al nostro precedente incontro fino ad oggi e che aveva quasi
dimenticato il contenuto del colloquio. Non era andata n dal medico
del Centro Studentesco n dall'infermiera per tutta la settimana. Con
una certa soddisfazione mi disse che nessuno dei farmaci che le
avevano dato aveva avuto il minimo effetto. Mi chiese quindi di che
cosa dovesse parlare e disse di essere arrabbiata del fatto che non le
avevo dato nessun consiglio. Durante la settimana era stata di nuovo
preoccupata dal sentirsi messa da parte mentre gli altri si divertivano. Venne fuori che non faceva mai nessuno sforzo per cercare compagnia ma che se ne stava nella sua stanza a leggere e a lavorare a
maglia spesso fino alle prime ore del mattino. Qualunque argomento
tentassi di toccare, se per esempio quello non fosse un sistema per
tenersi occupata in modo da non dover pensare di sentirsi sola e
depressa, oppure le sue difficolt a dormire, o il suo essersi sentita
scacciata quando era stata mandata a scuola, tutte le mie domande e
i miei commenti venivano liquidati con un Non so, non credo .
Quando tentai di farmi un'idea dei genitori, tutto quello che riuscii a
farmi dire del padre fu che era interessato ai suoi traguardi intellettuali e che era molto occupato con i clienti. Fu del tutto incapace di
descrivermi la madre. Non si parlavano mai se non per faccende
banali. La madre per esempio le chiedeva: Com' andata all'Universit? , lei rispondeva: Bene e questo costituiva la fine della
conversazione. Pensava che i genitori avrebbero dovuta spingerla un
po' di pi. Se qualcuno era infelice o socialmente impedito, stava agli
altri fare uno sforzo per aiutarlo.
Commentai che sembrava nutrire le stesse aspettative nei miei
confronti: toccava a me darmi da fare piuttosto che a lei prendersi la
responsabilit del nostro colloquio. Tentai di parlare di ci che
aveva sperato venendo, ma rispose che non lo sapeva, era tanto per
provare. Non pensava che servisse a granch n di aver molto da
dire: la sua mente la maggior parte del tempo era vuota. Dissi che
sembrava avere poche speranze che qualunque cosa io le potessi
offrire fosse di qualche utilit, e aggiunsi che non ero sicura che
questo fosse dovuto al fatto di avere io detto cose completamente
sbagliate o non piuttosto al fatto che c'era qualcosa in lei che
rendeva inutile ogni offerta d'aiuto. Come tutta risposta fece un
ampio sorriso, e ricadde poi nel silenzio. Sembrava ancora pi ritirata. Dissi che se faceva diventare inutile qualunque mia offerta,
questo avrebbe aumentato la sua disperazione perch ancora un'altra
relazione era fallita. Le usc detto che avrei pensato che lei non era

Valutazione in ambito psicoterapico

37

buona, che non aveva da dare niente che valesse e che non c'era
scopo ad andare avanti con queste interviste. Riconoscevo la sua
difficolt nel verbalizzare le sue emozioni e forse anche nel conoscerle, e le chiesi se per lei non sarebbe potuto essere pi facile entrare
in contatto con esse attraverso dei tests proiettivi. Chiarii che comunque anche se sarebbe stata una collega a vederla per questo
scopo, io avrei voluto vederla ugualmente, dopo. Menzionai anche la
possibilit di una terapia di gruppo, in un secondo tempo, come
modo di aiutarla a comprendere i suoi rapporti con i pari.
Ci che avevo provato durante questa intervista era, da una
parte, un senso di completa disperazione circa la mia capacit di
comprendere, lasciata da sola a cercare di farla cooperare, mentre
dall'altra mi sentivo assai preoccupata della severit e la natura
psicotica della sua depressione e sulla possibilit di un suicidio.
Sentivo di disperare di poter fare qualcosa, di poter trattenere
qualche speranza di una possibilit di trattamento. Avevo sperato che
lo stimolo a sottoporsi ai tests psicologici o di entrare in un gruppo
di pari potesse almeno spingerla fuori dal suo stato di passivit.
Dopo averne parlato con i colleghi, decisi che l'avrei vista
ancora una volta prima di decidere qualunque altro piano di valutazione, essendo stata portata a prendere in considerazione alcune
eventuali possibilit alternative di uscire dalla disperazione e dalla
difficolt di contenere l'enorme preoccupazione e l'intensa disperazione che mi era stata messa dentro.
Incontrando Jane per la terza volta rin1asi sorpresa dai grandi
cambiamenti che sembravano essersi verificati. Aveva un po' di colore
sulle guancie, lo sguardo era pi animato e si era anche messa un filo di
rossetto. Si sedette rapidamente e cominci subito a parlare. Disse:
Suppongo che dowei raccontarle come andata questa settimana. Mi
sono sentita molto meglio ed stata proprio una buona settimana. Ho
deciso di andare a trovare dei miei amici. Commentai come questo
fosse assai diverso dalla settimana precedente, quando aveva parlato
della pretesa che tutti andassero a bussare alla sua porta. Dissi che
mostrava di non contare pi sulla passivit, ma che aveva invece
deciso di fare lei qualcosa per ottenere un cambiamento, incluso il
modo di condurre il colloquio. Disse: Mi sono sentita molto, molto
depressa dopo averla incontrata la settimana scorsa, mi sentivo molto
peggio uscendo da questa stanza che quando c'ero entrata .
Mi raccont che si era resa conto che anche in questa situazion~, dove mi veniva reso facile parlare , lei non contribuiva per
mente. Pensava che si trattasse proprio di una sua brutta tendenza,

38

1. Wittemberg

perch si comportava esattamente allo stesso mo~o con i suoi amici.


Sebbene non vedesse l'ora che la gente la chIamasse, una volta
invitata si diceva: Perch dovrei far qualcosa per piacere? Sono io
che sto facendo loro un favore, in realt .
La notte dopo il nostro incontro aveva avuto un incubo che la
aveva svegliata. Non ricordava quando avesse sognato l'ultima volta,
ma certo era stato molto tempo prima. And avanti a raccontare il
sogno: era stata rapita da tre uomini che l'avev3.fo10 port~ta. via
ficcandola con forza in un'automobile e portandola m un CImItero
dove era stata fatta stendere per terra con gambe e braccia spalancate. I rapitori e forse anche altre loro vittime non le .stac~avano g~
occhi di dosso. Incroci le gambe, ma loro la mmaCCIarono di
tagliargliele se ci avesse riprovato. Per un .po' l~ tenne d'occhio e
rest ferma, quindi cominci lentamente a InCrOCIare le gambe. sebbene gli uomini stessero ancora gtuardandola. A questo punto SI ~r~
svegliata. Il cimitero le fece tornare in mente un p:ogramm~ televlSlvo che aveva visto la sera prima in cui due scultorr modernI stavano
facendo delle lapidi a forma di fette ?-i ~ane. Non riusciva ~ c~pirn~
il perch, ma si supponeva trattarsI di arte moderna. ~I tl~ordo
quindi che aveva fatto un altro sogno nell~ stessa r:otte, m CUI una
donna e due bambini si sporgevano dalle frnestre dI un alto palazzo
di mattoni. Erano parecchio in alto e apparentemente stavano chiamando aiuto. Pensava che fossero stati rapiti e tenuti in ostaggio l.
10 strano era che lei stessa era all'interno dell'edificio come uno
degli ostaggi e contemporaneamente aveva in mano un giornale che
mostrava una fotografia della scena ripresa dall'esterno.
Dissi che forse la nostra ultima intervista l'aveva messa in
condizioni di vedersi dall'esterno, guardandosi per cos1 dire attraverso i miei occhi e vedendo in che modo avesse reso schiave sia me che
sua madre rendendomi inutile attraverso il suo atteggiamento alto e
potente e 'avesse rubato, rapito , i bambini ~ella. madre. Ma lei
stessa si era poi trovata intrappolata in questa SItuaZIone, come uno
dei bambini ai quali non era permesso ricevere aiuto sebbene ne
avessero un cos1 disperato bisogno. Dissi che i sogni suggerivano che
come risultato di questo riconoscimento essa aveva isolato e si era
staccata da questa parte crudele identificata. con i. t~: ~om~i. che
maltrattavano e immobilizzavano le sue partI femminili (IdentifIcate
con la madre). Aveva anche mostrato che non voleva pi giacere a
terra e subire violenza, ma che aveva trovato abbastanza coraggio di
sfidarli, sebbene questo la terrorizzasse. Sembrava esserci qualche
speranza che potesse venire qualche aiuto dall'esterno, forse da un
padre poliziotto che avrebbe fermato la crudelt e l'avrebbe combattuta.

Valutazione in ambito psicoterapico

39

Discutemmo quindi della possibilit di un gruppo terapeutico.


Disse che al riguardo non si sentiva molto sicura, il suo umore aveva
degli alti e bassi, adesso si sentiva proprio bene ma sapeva anche che
la sua depressione poteva tornare facilmente. Qualche volta pensava
al suicidio, pensava che non sarebbe stato male prendersi dei sonniferi, non aveva paura di morire - sarebbe stato proprio bello
andarsene semplicemente da questa vita. A questo punto le ricordai
che l'arte moderna aveva confuso le pietre tombali con le fette di
pane, come se la morte non significasse la fine della vita, ma il
salire in cielo per essere nutriti con il cibo celeste. Continu a
considerare per un po' se desiderasse o no un trattamento: mi sentii
spinta a prendere io l'iniziativa, ma resistetti all'impulso. Dissi che
mi sembrava estremanlente importante che fosse lei a prendersi la
responsabilit di chiedere aiuto piuttosto che farselo offrire solo per
rifiutarlo come nell'ultima seduta, per mordere la mano che la nutriva. Si vedeva che c'era lotta interiore in lei, e stava quasi per piangere. Dissi che forse avrebbe voluto pensare a ci che voleva fare, e
me lo avrebbe potuto far sapere di Il a un mese. Alla fine fu d'accordo per scrivermi e farmi sapere come stava e se avesse voluto
un'altra intervista per parlare del trattamento in autunno. Dissi
che se non avesse avuto sue notizie entro un certo periodo le avrei
scritto io. Usd triste ma composta, e si allontan con una certa
determinazione.

DISCUSSIONE DEL MATERIALE CLINICO

Ero rimasta colpita dallo sforzo di questa ragazza di fare qualcosa ad onta delle formidabili difficolt che aveva in s stessa. fuor
di dubbio che i problemi di Jane interferivano con il suo sviluppo e
con i suoi risultati in parecchi campi della vita, eccetto apparentemente in ambito accademico. Doveva essere proprio una ragazza
molto brillante se era ugualmente riuscita a combinare qualcosa
nonostante le sue grosse difficolt e i sintomi depressivi. Era senz'altro un gran proiettore di senso di disperazione ma era stata
apparentemente - sebbene al principio si aspettasse un qualche tipo
di cura magica - in grado di mobilitare slancio sufficiente per
cercare un aiuto terapeutico e per capire quello che faceva a chi
poteva aiutarla. Mostrava una capacit considerevole di capire le
interpretazioni nonostante l'intenso negativismo. Ritenevo tuttavia
che il livello di invidia e di passivit avrebbero potuto a questo
punto rendere un trattamento individuale troppo difficile da sostene-

l. Wittemberg

40

re. Per questo motivo avevo pensato che sarebbe potuta andar meglio
in un gruppo, in parte anche perch gli altri avrebbero potuto
contrastare la sua passivit. Poteva inoltre fare un lavoro utile sulla
sua gelosia verso i pari ed esplorare la sua invidia degli adulti.
Questo voleva dire una terapia con frequenza di una volta a settimana. Ad onta delle sue proteste di dover aspettare una settimana per
la seconda intervista, l'avevo ritenuta capace di padroneggiare un
simile intervallo tra le sedute.

Valutazione in ambito psicoterapico

41

quando si fanno sedute di valutazione con bambini. Naturalmente non abbiamo modo
di essere cer.ti che le nos~re v~utazioni siano corrette - solo il tempo prover quanto
il no:;tro p~o colpo d occhi? d~1 mond? interno di un paziente stato giusto o
sbagliato. CIO ruttavla non Cl esune dall obbligo di apprendere dall'esperienza e di
~ntr~llar~ d?!>? qualche tempo quello che avremo potuto cercare e scoprire nelle
lllterviste 1l11Zlali, aHmando coslla nostra capacit in vista di altre interviste esplorative.

Bibliografia
Harris M., Meltzer D. (1977): A Psychoanalytic Model of tbe Child in tbe Farnily in
the Conununity. O.M,S.

Riassunto
Ho presentato i resoconti di due interviste di valutazione con due ragazze
adolescenti assai diverse tra loro e messo in evidenza le interazioni che si erano
verificate tra noi. Ho avuto in seguito la fortuna di poter seguire nel tempo entrambe queste pazienti: Jane aveva dovuto aspettare parecchi mesi per iniziare la
terapia di gruppo, che al momento in cui scrivo dura da un anno e mezzo. In
questo periodo riuscita a capire qualcosa del suo rapporto con i pari ed migliorata in maniera considerevole.
Helen invece inizi una analisi a 5 sedu te per settimana con una analista
infantile in training due settimane dopo l'ultima intervista. Sono parecchi anni che
continua le sue sedute e per parecchio tempo ogni separazione ha causato una
angoscia catastrofica. lo credo che le tre interviste iniziali abbiano avuto l'efletto di
aiu l'are entrambe queste adolescenti a capire qualcosa sulla natura dei loro problemi, e a metterle in grado di decidere insieme a me la forma appropriata di
trattamento. Sono state capaci in seguito di avvicinarsi alla terapia in una maniera
che non era pensabile al momento della loro prima presa di contatto con l'ambulatorio. Considerando con quanta frequenza gli adolescenti abbandonano il trattamento, un simile lavoro preparatorio pare non solo utile, ma addirittura consigliabile.
Come si sar notato, io dedico molta attenzione al mio controtransfert e lo uso
come guida di tutti i commenti interpretativi che faccio. Per quanto riguarda il
transfert invece lo prendo in considerazione solo nel caso che interferisca seriamente con il lavoro esplorativo; in altri termini interpreto soltanto emozioni fortemente negative o idealizzazioni estreme. Metto poi sempre in relazione quel che
succede nel qui ed ora, in qualit di esempio vivente della natura dei rapporti che
il paziente ha con gli altri nel suo mondo interno e in quello esterno, dal momento
che non voglio n eccitare n incoraggiare emozioni infantili nei miei confronti.
Dal momento che nelle interviste esplorative si stabilisce una relazione temporanea,
il mio scopo quello di mettere in funzione nel paziente un processo di osservazione
e di riflessione sulla natura dei suoi rapporti. Quello che io spero si comincier ad
apprezzare alla fine del processo di valutazione proprio questo processo di riflessione sulle azioni e sulle emCYkioni, piuttosto che me stessa come mezzo che facilita
la comprensione. Se si riesce a raggiungere questo risultato, per il paziente pi
facile aspettare che si liberi un posto per iniziare il trattamento. Si sar anche reso
un poco meno difficile il passaggio a un altro professionista, sebbene sia inevitabile
un cetto grado di dolore e di angoscia al riguardo. Laddove tuttavia sia presente
una storia di perdite precedenti, si pu naruralmente cercare di evitare questo
passaggio. Dove invece il paziente si tuffa in un rapporto terapeu tico fin dalla
prima parola e si ritiene che il caso sia adatto per un trattamento a lungo termine
da parte di un collega, pu essere utile fare soltanto una breve valutazione, forse
addirittura di un solo incontro. particolarmente importante tenere questo in mente

Traduzione a cura di G. GIANNOTTU