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COS’È LA FILOSOFIA POLITICA?

INTRODUZIONE
IL CONCETTO DI POLITICA HA A CHE FARE CON IL CONCETTO DI FILOSOFIA E VICEVERSA?
La filosofia legata alla politica
La politica legata alla filosofia
I CONCETTI POLITICI
INTERPRETAZIONE POLITICA DI PLATONE
DEFINIZIONE DELLA CITTÀ
REALTÀ ECONOMICA
LA DIFESA
LA CONOSCENZA
INTERPRETAZIONE POLITICA DI ARISTOTELE
L’ESIGENZA DI COMUNICARE
LE ISTITUZIONI
L’INSEGNAMENTO DATO DALLA TRAGEDIA NELLE CITTÀ GRECHE
CRISTIANESIMO E POLITICA
IL MONDO EBRAICO
IL TEMA DEL POLITICO IN ETÀ MEDIEVALE
L’AVVENTO DELLO STATO MODERNO CON MACHIAVELLI
LA SUA ANALISI SULLA NATURA UMANA E POLITICA
IL PRINCIPE
IL CONTRATTUALISMO
THOMAS HOBBES
L’UOMO BRAMOSO DI POTERE
LO STATO DI NATURA
1^ TEORIA CONTRATTUALISTICA MODERNA
IL LEVIATANO
JOHN LOCKE
I DIRITTI NATURALI INALIENABILI
LA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA
JEAN-JACQUES ROUSSEAU
LA LIBERTÀ
LO STATO CIVILE
La volontà generale
Il trattato sociale
GEORG HEGEL
LO SPIRITO DEL POPOLO
L’IDENTITÀ DEL POPOLO
KARL MARX
IL SUCCESSO DELLA FILOSOFIA DI MARX
GLI SPUNTI DA HEGEL
TRASFORMAZIONE DELLA REALTÀ ECONOMICA
Il denaro
Il lavoro
MAX WEBER
IL POTERE

1
CARL SCHMITT
IL RAPPORTO AMICO-NEMICO E LA DIFESA
INTRODUZIONE AL TOTALITARISMO
MAHATMA GANDHI
LA SOFFERENZA
LA NONVIOLENZA
HANNAH ARENDT
SULLA VIOLENZA

FILOSOFIA POLITICA
Cos’è la filosofia politica?
Introduzione
Nella storia sono molti i filosofi che si sono interessati di politica come Platone, Aristotele, Kant,
Hobbes, Locke. Inoltre sono molti gli autori che hanno esperienze politiche, per esempio i primi
presocratici scrivevano le costituzioni delle loro città e talvolta si trova nei filosofi un impegno
critico verso la politica.
Gli antichi associavano al personaggio politico onore e onorificenze, infatti coloro ch’erano
ammirati non erano i ricchi, ma i legislatori, i capi militari e gli statisti.
Basti pensare ad Alessandro Magno che successe Aristotele.
Quindi alla luce di queste considerazioni si può asserire che vi sia un rapporto tra la dimensione
del filosofare e quella della politica.
Certamente il termine filosofare è stato coniato e la sua materia formalizzata, ma si accomuna con il
termine politica poiché nascono nello stesso luogo e nello stesso contesto greco.
È necessario ricordare che i greci quando usano la parola politica non intendono “qualsiasi
organizzazione del potere”, ma l’organizzazione specifica legata alle città stato.
POLITICAPOLIS
Nelle città greche c’erano condizioni favorevoli perché ciò si sviluppasse, per esempio una fiorente
situazione economica.

Il concetto di politica ha a che fare con il concetto di filosofia e


viceversa?
Parlare di filosofia politica è diverso da parlare di filosofia della politica, giacché per quanto
concerne la prima si presuppone che la filosofia ci parli anche della politica.

La filosofia legata alla politica


La filosofia nasce come amore della sapienza in forma dialettica, cioè tende a criticare la cultura del
tempo, inoltre era anche impregnata di miti letterari.
In Metafisica, Libro I Aristotele scrive: “L’uomo è un essere che si meraviglia” di fronte al nuovo
o di fronte a ciò che si guarda con occhi diversi. Per esempio in Agostino Le Confessioni la morte
dell’amico viene affrontata con meraviglia.
La meraviglia filosofica porta a porsi le domande: perché? Che senso ha?
Secondo Cartesio “L’atteggiamento filosofico è il dubitare di ciò che è ovvio” e dubitando non si è
più in uno stato di obbedienza ma di distacco, poiché non si condivide la ragione altrui.
Socrate dubitava e indagava andando in giro a chiedere: “Cos’è giustizia? Cos’è libertà? Cos’è
sapienza?”. In quanto risulta più facile accontentarsi delle spiegazioni altrui che trovarne di proprie,
per Socrate il filosofare diventa una scelta morale che gli costa la vita.
Dunque filosofia non è felicità, ma libertà quindi una dimensione politica.

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La politica legata alla filosofia
I cittadini non sono solo abitanti, ma sono liberi, a differenza degli schiavi.
Anche un intero popolo può essere schiavo di un sovrano, per esempio per i persiani decideva
unicamente il re, invece per i greci decidevano i greci attraverso le leggi costituite da loro stessi.
Infatti a Socrate quando gli viene proposto di scappare non lo fa, perché vive nella città costituita da
leggi che ha generato assieme agli altri suoi pari.
Il voto è quindi espressione di un processo di formazione razionale della realtà collettiva, non solo
una misura di inclinazioni.
Per questo la politica è da intendere anche come costruzione della convivenza umana, con uomini
liberi e uguali che si autogovernano attraverso la parola e la ragione.
Nella politica la ricerca razionale della verità è intrinseca e di conseguenza il filosofare ha una
dimensione politica. Però non tutta la politica è filosofia e viceversa.

I concetti politici
La politica è sempre immersa nella storia, quindi è convivenza umana orientata a determinati
principi che si realizza in determinate condizioni storiche. Per esempio la concezione di dittatore
che aveva Marx diverge da quella odierna. Secondo Marx il dittatore romano era un commissario
che in una situazione di emergenza assumeva poteri speciali. E Marx pensava proprio a questo
quando Lenin prese il potere.

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Dittatore

Il concetto di triangolo equilatero è rimasto immutato nel tempo a differenza di quello di dittatore
che ha subito sfumature nei secoli fino a stravolgere il suo significato primo.
Anche Garibaldi nel Regno delle Due Sicilie era stato dittatore.
Quindi i concetti politici sono anche concetti storici.
Infatti nasce verso la fine del Medioevo la definizione di politica come “organizzazione della
società”. Questa non poteva attecchire prima perché la Polis greca o La Res Publica romana non
sono stati, benché ne esercitino alcune funzioni.
Inoltre i concetti politici sono anche polemici e pratici.
Infatti la politica è un campo di battaglia, si cerca di portare buone ragioni a sostegno di una o
dell’altra causa, insomma si discute. Oltre ad essere pratica orientata verso le parole è anche
concretezza poiché spesso le parole hanno finalità pratiche, basti pensare al motto della Rivoluzione
Francese “Liberté, Égalité, Fraternité”.

Interpretazione politica di Platone


A differenza della scienza politica, la quale si basa anche su dati empirici come numeri e grafici, la
filosofia politica cerca di indagare i principi primi e le cause ultime della politica.
Platone e Aristotele sono stati i primi a collegare la natura politica con la natura dell’uomo, secondo
la loro interpretazione la città è come un grande uomo e l’uomo è come una piccola città.
Quindi per capire come la città sia dobbiamo indagare come è fatto l’uomo.
Attingendo dagli scritti politici di Platone “La repubblica” (questioni etiche e metafisiche) “Le
leggi” “Il politico” gli uomini si aggregano in unità chiamate città perché l’essere umano è un
essere incapace di badare a sé stesso. La socialità è testimoniata anche dal periodo dello
svezzamento, poiché il bambino appena nato se non viene curato muore.
Insomma l’uomo non basta a sé stesso (è più facile cacciare se si è una tribù di cacciatori).
Dunque secondo Platone la città nasce per soddisfare bisogni che altrimenti non potremmo
soddisfare da soli.

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Definizione della città
La città è prima di tutto un agglomerato economico, da questo ne deriva la sua funzione economica
basata su lavoro e produzione con il fine di soddisfare i bisogni, ma il desiderio di soddisfare
bisogni è infinito nella situazione umana. Infatti gli uomini hanno bisogni legati ad una qualità
della vita migliore che vanno oltre i bisogni primari, e questo richiede di avere sempre più risorse.
La spirale dei bisogni spinge la città a cercare risorse, questo spinge a cercare nuove e ricche terre,
la conseguenza è la collisione con altre civiltà. “Non c’è bisogno di fare la guerra per
sopravvivere”.
Le persone funzionali alla città sono gli artigiani e gli agricoltori da un lato, e i guerrieri dall’altro.
Questi ultimi sono legati alla funzione militare di difesa. Le loro virtù sono: coraggio, ma
soprattutto sapienza, da intendere come la capacità di distinguere gli amici dai nemici, questo quindi
è il compito del governo, il quale perciò detiene la funzione conoscitiva.
La distinzione sopra proposta la si ritrova nel II Libro Repubblica di Platone. Egli ci parla di:
• anima concupiscibile: legata ai bisogni;
• anima irascibile: legata alla difesa;
• anima razionale: legata alla distinzione di ciò che è giusto da ciò che è ingiusto.

Riassumendo la realtà politica è una realtà complessa composta da:


CONOSCENZA  coloro che detengono il sapere;
DIFESA coloro che fanno la guerra;
ECONOMIA coloro che lavorano.

Realtà economica
Nei passaggi storici, questi tre elementi sono sempre stati rilevanti e connessi.
“La filosofia ci aiuta a interpretare la realtà umana”.
La politica non essendo riducibile ad un elemento è una realtà complessa, per questo giudizi politici
individuali sono spesso riduttivi, ad esempio commenti basati solo sull’economia sono molto
semplificativi.
La realtà economica è legata al mero bisogno di mangiare.

La difesa
Si dice che sia l’elemento più importante dei tre, poiché gli uomini hanno paura di essere uccisi da
altri uomini. Quindi il bisogno di protezione è uno dei tre che la politica deve soddisfare.
Per secoli, anzi millenni, il potere politico è associato a quello militare, e il potere economico ha un
nesso con quello militare per fornire le armi.
Nella storia la suddivisione in classi riflette questa suddivisione dei bisogni per esempio nel
medioevo c’erano: contadini, cavalieri, ecclesiastici.
I nobili o cavalieri sono dei parassiti, non producono ma sono orientati alle funzioni militari.
Attraverso questa considerazione risalta il nesso tra antropologia e politica in Platone, egli affronta
quest’ultima come città.

La conoscenza
Nell’esempio sopra riportato il clero deteneva la conoscenza. Con conoscenza s’intende l’insieme
delle idee, dei segni e dei simboli. La lingua è da intendere come il sistema simbolico per
antonomasia ed è l’identità. In politica si affrontano molti fatti simbolici.

Dunque nell’analisi dei fenomeni politici è necessario affrontare i tre argomenti:


CONOSCENZA TESTA a cui Platone dà più peso
DIFESA CUORE " Hobbes " "

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ECONOMIA CORPO " Marx " "

Ma qual è la buona città? La buona politica?


Quella in cui ogni parte agisce armoniosamente con le altre.
Se una di queste parti cresce a dismisura a scapito delle altre non sarebbe una buona città.
C’è comunque una componente che deve prevalere in termini di governo.
Secondo Platone il governo doveva essere assegnato ed esercitato con approccio e basi filosofiche,
egli era scettico nei confronti della democrazia che ritiene essere il governo delle opinioni, non del
bene.

Interpretazione politica di Aristotele


Aristotele ritiene anch’egli che la politica sia legata alla realtà dell’uomo. Sostiene che l’uomo sia
animale politico e socievole. Osserva che anche le api vivono in un’organizzazione politica e
attraverso questo esempio espone analogie tra mondo umano e animale.
L’uomo però a differenza degli animali guidati da istinti è un essere parlante, quindi la socialità
umana non deriva solo dalla soddisfazione di bisogni.
Infatti il linguaggio umano si sviluppa solo se c’è una relazione con gli atri, e il pensiero si articola
principalmente attraverso il linguaggio.
“Se un uomo vivesse da solo sarebbe una bestia o un Dio”. (Aristotele)

L’esigenza di comunicare
La parola forma una coinomia (comunicazione, unione) con gli altri e crea un legame molto
profondo, poiché la comunicazione è l’elemento che ci fa condividere un’idea.
C’è da ricordare che la parola ha la capacità non solo di unire, ma anche di dividere. Nella città gli
essere parlanti si riconoscono come soggetti alla pari, ma l’elemento primario non è né che si parli
la stessa lingua, né che si creda alla stessa religione, ma la capacità di distinguere il bene dal male.
Infatti senza l’elemento della giustizia mai vi potrà essere politica. (Es.: in Svizzera i valori di
libertà, che si esprimono con la partecipazione ai referendum, fanno convivere più lingue e più
religioni).

Le istituzioni
Le idee e i simboli comuni si formano nella storia, e le unità politiche tendono a strutturarsi in
forme permanenti chiamate istituzioni che detengono leggi e costumi.
Inoltre nascono alcuni fenomeni come la proprietà privata, le imprese e l’esercito.
La costituzione delle istituzioni può essere di diverso tipo nei diversi ambiti:
Economia Difesa Conoscenza
proprietà privata esercito militare scuole
o o o
proprietà collettiva esercito di leva chiese

Non vi può essere una politica senza un’organizzazione istituzionale, ci devono essere delle regole
scritte, che poi derivino dalla giurisprudenza, dalla religione, dalla morale, dal diritto è irrilevante.

L’insegnamento dato dalla tragedia nelle città greche


Le Eumenidi di Eschilo è una tragedia greca che dà una sorta di descrizione della nascita di Atene.
La tragedia racconta di un dramma familiare. Il re Agamennone viene tradito e ucciso dalla moglie,
il figlio si trova di fronte ad un dilemma: se vuole vendicare il padre deve uccidere la madre.
Ma non si è un buon figlio se non si vendica il padre e non si è un buon figlio se si commette
matricidio.

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I greci rappresentano i grandi dilemmi della morale in cui l’uomo si può trovare, in questo caso
Oreste deve scegliere di seguire il bene nell’onore o il bene nell’amore.
Oreste, consigliato da Apollo, decide di uccidere la madre, ma si accolla l’ira delle Erinni, le dee
femminili, che subito pretendono la sua morte.
Entra in scena Atena, dea di Atene simbolo di sapienza e saggezza, che propone di istituire un
tribunale popolare.
Atena non è una dea assetata di sangue, ma caratterizzata dalla grazia e intervenendo mette fine alla
spirale della vendetta, poiché si esprime contro la giustizia familiare “occhio per occhio, dente per
dente”.
Atena dice alle Erinni sdegnate che la giustizia della città deve prevalere sulla giustizia delle
famiglie.
Divinità della ragione Atena Strategia di pacificazione
Divinità del sangue Erinni Strategia vendicativa
La città non può nascere con le divinità famigliari.
Le Erinni accettano le parole di Atena e diventano alleate, trasformandosi in giovevoli dee, le
Eumenidi.
Atena teme che la giustizia del sangue delle famiglie porti alla guerra civile: “Una zuffa di uccelli
domestici dentro la gabbia”.
Secondo la logica della divinizzazione della città i sui valori devono essere più importanti.
Però possono esserci delle distorsioni di questa logica, per esempio il tiranno Creonte non concede
una sepoltura degna ai nemici della città, oppure Socrate che viene messo a morte per l’introduzione
di nuovi dei e per la corruzione dei giovani nella città.

Le fonti letterarie sono molto importanti per la politica.


Altri esempi potrebbero essere quello di Caino che uccide il fratello Abele, ma così facendo perde il
paradiso e costruisce la città per essere ricordato, o quello di Romolo che assassina Remo seppure
entrambi fossero stati allevati dalla lupa.

Tutti questi miti volevano custodire la violenza umana che sta alla base della città.
Invece oggi abbiamo una rappresentazione della violenza che viene dall’esterno.

Cristianesimo e politica
Il mondo ebraico
Gli ebrei sono immersi in civiltà più grandi: la mesopotamica e la egiziana.
Queste due civiltà erano caratterizzate da una monarchia divina, poiché il faraone è un Dio e invece
in Mesopotamia il re era un inviato da Dio contro il caos, in ogni caso erano entrambi guidati da una
giustizia divina.
Nell’ebraismo invece abbiamo una visione distinta, in quanto il Signore è unico Dio, quindi è
contraddistinta da un monoteismo e tutto ciò che non è attribuito a Dio non è divino. Di
conseguenza tutte le forze umane e della natura non sono divine.
Gli ebrei non sono né una monarchia né una democrazia, ma una teocrazia, cioè è Dio che detiene
il potere politico.
Il potere politico appare quando Erode vaga nel deserto e Satana gli propone di diventare re di tutti i
regni ma lui rifiuta.
La credenza teocratica non vuole farsi strada attraverso mezzi di natura politica come le armi, infatti
c’è il rifiuto di usare il potere politico per un fine religioso, né si può utilizzare per convertire le
persone.
Paolo nelle lettere dice ai Cristiani perseguitati che se l’imperatore avesse detto loro di pagare le
tasse, avrebbero dovuto adempire il compito, perché è Dio che ha previsto tutto ciò per far in modo
che il male non dilagasse.
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Ricapitolando tra gli ebrei c’è:
• il rifiuto di credere di usare religioni altrui;
• l’accettazione del potere politico;
• il potere politico non esercitato con dominio ma con servizio, la distinzione tra:
 DOMINUS: solo Dio può dominare;
 DIACONOS: colui che governa svolgendo un servizio, un servo (non è una
condizione di piena libertà).
Questa visione politica religiosa avrà degli effetti sulla politica successiva, per esempio nella
Costituzione Americana troviamo l’immagine dei deputati come servi della società, infatti le basi
erano molto puritane e per questo c’è parallelismo.

Il tema del politico in età medievale


Con la caduta dell’impero romano i cittadini escono dalle città e si mettono nelle mani dei nobili è
chiedono loro protezione.
Agostino e Tommaso D’Aquino affrontano il tema politico in modo teologico, nelle scuole di diritto
canonico vengono poste le premesse e la riflessione sul politico diventa concreta.
Viene data molta importanza alle relazioni personali e all’obbligazione politica che è retta da
obbedienza fedele. Quindi nella società medievale il valore fondamentale è la fedeltà. Per esempio
in Dante il peccato per eccellenza è il tradimento politico.
La cultura è fortemente influenzata dalla religione cristiana, poiché i suoi principi fungono da
collante per la società. In De Civitate Dei di Sant Agostino troviamo Dio che organizza la città.
Come nella Polis, anche nel medioevo i cittadini erano in condizione di libertà e uguaglianza, questi
due stati erano dati da Dio stesso, c’era un’alleanza matrimoniale tra Dio e gli uomini.
Il concetto di beatitudine del Cristianesimo implicava che gli uomini fossero tutti uguali, poiché
provenivano tutti dallo stesso Dio e dovevano obbedire alle leggi terrene se queste non fossero
andate contro a quelle divine.
La pace diventa la prestazione che la politica deve realizzare, da intendere non come assenza di
violenza ma come tranquillità dell’ordine caratterizzata dalla giustizia.
Dunque la città viene concepita come città di Dio e come città degli uomini, e di conseguenza
risultano due poteri: potere politico e potere religioso.
Papa Gelasio (496) distinguerà tra:
 AUTORITÀ SACRA
 AUTORITÀ REGIA
Il clero deve obbedire in materia temporale al re e i re devono obbedire in materia spirituale ai
pontefici.
Quindi nella società medievale nasce questo dualismo, alcuni ritengono che sia elemento di
debolezza e che il potere debba essere solo uno.
In ogni caso il potere religioso è parte fondamentale della politica, infatti, tra le persone, i non
credenti vengono perseguitati, o tollerati in rari casi, comunque non sono considerati cittadini come
gli altri.
Per questo motivo il Cristianesimo da fattore di coesione diventa fattore di conflitto e la sua carica
massima, il Papa, diventa spesso arbitro internazionale, il quale, inoltre giustificava tramite la
teologia l’uso della forza nel caso il diritto di comunicare il messaggio cristiano fosse stato leso.
Proprio per questi due casi secondo Lutero il Papa diventa l’anticristo.

Lo stato moderno è caratterizzato dal processo di centralizzazione del potere, invece nel medioevo
era difficile stabilire chi stesse governando, poiché per certi aspetti era il re, per altri il vescovo, in
ogni caso entrambi facevano uso del potere delle armi.

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L’avvento dello stato moderno con Machiavelli
Nello stato moderno solo lo stato può usare la forza, infatti la società americana non è propriamente
uno stato poiché i cittadini non hanno ancora rinunciato del tutto al possesso di armi.
E nello stato moderno a differenza del medioevo non c’è un potere temporale del Papa che ha il
potere di scomunicate gli imperatori.
Machiavelli non è né filosofo né scienziato ma uomo politico fiorentino. Tra le sue opere politiche
ci sono: Il principe e I discorsi sopra la decade di Tolivio.
Machiavelli attinge dalla storia antica per osservare le vicende contemporanee.
Platone e Aristotele avevano concepito una politica di tipo normativo, cioè delineato come il
politico doveva comportarsi, il primo guardando alla filosofia, il secondo costituendo la politeia (in
cui il regime politico, il corpo civico e il diritto di cittadinanza sono nozioni interconnesse). Invece
Machiavelli inverte questo metodo ponendo la politica su un piano descrittivo raccontando come
sono andate le cose (non come dovrebbero essere andate), infatti viene salutato come realista.
Machiavelli aveva visto fallire Girolamo Savonarola nel tentativo di guidare Firenze verso la
repubblica. Nell’osservazione della realtà politica tratta con sguardo naturalista.

La sua analisi sulla natura umana e politica


L’uomo è un animale razionale immerso nella natura in una vita ciclica, e come ci sono diverse
stagioni dell’anno ci sono stagioni con diversi tipi di governo.
Aristocrazia, oligarchia, demagogia, tirannia, e monarchia si susseguono nella storia.
Inoltre l’uomo è un animale volubile, cioè quando sta male cerca di stare bene trasformando la
realtà, ma anche quando sta bene è inquieto e si annoia e vuole cambiare il mondo.
Il politico deve tenere in considerazione l’instabilità della natura:
 natura esterna: crisi e carestia;
 natura interna: inquietudine e passioni.
L’uomo a differenza degli altri animali ha la possibilità di agire, ha il libero arbitrio. Seppure la
fortuna sia arbitra della metà delle nostre azioni la restante metà le governiamo noi.
Machiavelli paragona la politica all’agricoltura che è soggetta ad eventi naturali negativi come le
carestie, ma l’uomo può con la volontà e il lavoro prevenire e opporre forze a quelle della natura.

“Come il contadino costruisce l’argine del torrente quando questo è secco, così il politico con
lungimiranza costruisce argini”.

Per esempio quando la guerra dilaga questa non la si può fermare, ma sene possono contenere gli
effetti. Le virtù che concorrono sia per il politico che per l’agricoltore sono: la lungimiranza,
l’intelligenza e il lavoro e gli elementi dominanti sono le forze della natura e della forza umana,
cioè dell’artifizio.

Il Principe
“La politica è un campo di forze”.
Prima gli uomini vivevano come bestie, poi si sono radunati guardando al più forte e al più
coraggioso aggregandosi per la loro difesa, infatti i primi capi politici sono capi militari e la prima
funzione dello stato è la difesa. Accanto ai capi militari sorgono i capi politici.
“Come per la difesa si scelgono forti e coraggiosi, per la politica si scelgano saggi e giusti”.
E per Machiavelli è stato il Cristianesimo a privilegiare le virtù.
Il buon principe non è il principe buono dal punto di vista delle qualità morali, il buon principe è
capace di resistere agli eventi, a orientarli verso la salvezza.
Le analisi di Machiavelli sono state definite spregiudicate delineando il suo principe come violento
e bugiardo. In quanto alla domanda: un principe dovrebbe essere più amato o temuto? Egli
risponde temuto perché data la natura instabile degli uomini il principe che dovesse fondare la sua

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forza sull’amore finirebbe in rovina, perché il vincolo d’amore si può spezzare facilmente, ma
quello della paura del castigo è più forte. In quanto l’animale che è nell’uomo pur di non morire fa
qualsiasi cosa.
Dunque il principe deve detenere la forza militare per governare il corpo.

“Il principe dev’essere metà uomo e metà bestia e la bestia dev’essere metà leone [forza] e metà
volpe [astuzia], ma per il bene dello stato non per il proprio”.

Machiavelli ha in mente la salvezza della repubblica, cioè il bene pubblico, non privato.
Il principe non può prendere i beni e le donne dei suoi sudditi perché verrebbe odiato. Ed essere
temuto non vuol dire essere odiato, poiché colui che è odiato rischia d’esser fatto fuori.
Però il bene della repubblica può richiedere qualsiasi sacrificio e per la costituzione del nuovo stato
(il Principato Nuovo) molta più forza è necessaria, si pensi ad esempio alla Rivoluzione Francese
che ha utilizzato il terrore della ghigliottina.

Il Machiavelli è critico nei confronti dello stato della chiesa in quanto è troppo forte, al punto da
impedire la nascita di uno stato italiano, e troppo debole per formarlo da sé.

Il contrattualismo
Thomas Hobbes
Hobbes è rappresentante della filosofia politica moderna in quanto ritiene:
“Se riusciamo a spiegare i fenomeni sociali in modo razionale, riusciamo a capirne l’andamento”.
(come per quanto riguarda la fisica, vedi Marx)
In Hobbes troviamo una critica all’antichità per quanto riguarda Aristotele e la storia in generale.
Egli ritiene che in passato ci fossero dei modelli politici passati.
“Come se per studiare gli astri usassimo testi di astronomia antica”.
Il punto di partenza di Hobbes è antropologico: se si vuole capire la natura del politico bisogna
prima capire la natura dell’uomo.
Il suo scritto è intitolato Il Leviatano.

L’uomo bramoso di potere


Hobbes è materialista, secondo il suo parere gli uomini sono corpi in movimento mossi dal
desiderio di soddisfare i propri bisogni e lo strumento per realizzare questo è il potere.
L’uomo avendo desideri infiniti è caratterizzato da un desiderio infinito di potere.
Questo è lo stesso concetto che si era ritrovato in Platone, l’uomo vuole vivere bene e brama potere.
Però in Hobbes l’elemento fondamentale è dato dalla temporalità: l’uomo a differenza degli altri
animali ha coscienza dello scorrere del tempo e teme di perdere ciò che ha. E per aumentare il
proprio potere deve sottrarlo ad un altro.
Per questo motivo gli uomini entrano tra loro in una condizione di conflitto. Aristotele ci aveva
descritto l’uomo come l’animale più socievole di tutti, invece per Hobbes è un animale in conflitto.
« Homo homini lupus. »
“L’uomo è come un lupo per gli altri uomini, per il suo piacere non esita a sbranare un altro
lupo”.
Concretamente tutti gli atti della giornata sono caratterizzati da una sfiducia e diffidenza verso gli
altri, poiché io temo che gli altri si impadroniscano delle mie cose! (Chiudo la porta quando esco di
casa, in lucchetto la bicicletta, non lascio le mie cose in giro).

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Lo stato di natura
Quindi la nostra socievolezza è solo apparante e ci diviene dalla nostra costituzione. Hobbes
descrive la natura umana come una giungla, poiché se tutti gli uomini riuscissero a detenere il
potere e la libertà assoluta vivrebbero nella miseria.
Quindi lo stato di natura è la condizione in cui ognuno fa ciò che vuole, una guerra di tutti contro
tutti. La condizione a cui porta è di infelicità, perché seppure tutti gli uomini vogliano vivere felici
avranno paura di morire per mano degli altri uomini che sono dei lupi.
La paura, la speranza e la ragione sono i tre elementi alla base del discorso politico che spingono
gli individui a trovare una via d’uscita.
Insomma è necessario un patto per vivere pacificamente assieme poiché quello che accadrebbe se
gli uomini seguissero la condizione di natura sarebbe, sì libertà assoluta, ma guerra, cioè una
condizione peggiore e secondo Hobbes vivere in anarchia conduce in rovina.
Stando a queste argomentazioni Hobbes smentisce l’idea di Aristotele e Platone che la realtà sociale
derivi dalla natura e che l’uomo sia animale socievole incapace di sopravvivere da solo.

1^ teoria contrattualistica moderna


Lo stato e la politica sono una macchina che gli uomini hanno costruito per vivere pacificamente.
Gli elementi che portano alla sua costituzione sono tre:
 PAURA di morire;
 SPERANZA di godere del frutto del proprio lavoro;
 RAGIONE per calcolare le conseguenze (come fa il fisico, se tutti i corpi passano insieme si
scontrano).
Le clausole del patto per vivere assieme sono:
• cedo tutto il mio potere a un terzo;
• anche il secondo o gli altri (cioè colui o coloro che erano in conflitto con me prima)
rinunciano al loro potere;
In un caso di guerra tra gruppi:
la Condizione dell’accordo è che i gruppi
armati in guerra devono rinunciano alle armi
a due condizioni:
• le armi non deve tenerle una tribù
rivale;
• dal punto di vista di una tribù tutti gli
altri devono aver rinunciato alle
proprie armi.
Lo stato è colui che difende le tribù
in uguaglianza, cioè spogliate dal
potere di ammazzarsi con le armi. Il
contratto è irrevocabile, si firma quando si
nasce e se le regole non vanno bene si è
liberi di andarsene.

“Un potere comune che difenda da


aggressioni straniere e torti reciproci”.
“Trasferire il loro potere a un solo uomo o a una sola assemblea”.

Il Leviatano

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Il Leviatano è un mostro biblico che era più forte di tutti gli altri,
ha la forza di tutti gli uomini, è come un Dio mortale perché,
essendo una macchina artificiale, può crollare.
Hobbes usa la metafora del Leviatano per spiegare che lo stato è
come un corpo sovrano formato dalle teste dei cittadini che con
un accordo gli hanno dato il potere delle armi.
Lo stato non è in condizione di conflitto con i gruppi ma resta un
lupo, potrebbe badare ai suoi interessi e dato che sono
corruttibili anche i rappresentanti del potere, il potere con Montesquieu si divide. Verso questo
Hobbes era in disaccordo poiché riteneva che più poteri avrebbero potuto scontrarsi.

Bobbio era un giurista studioso di Hobbes e secondo lui ci sono due famiglie di pensatori:
• coloro che temono l ‘anarchia e la lotta che riterranno essenziale costruire un potere per
evitare la guerra e la divisione;
• coloro che temono la tirannide, questi avranno a cuore uno strato che tuteli la libertà.

John Locke
Fu il più famoso filosofo liberale.
Come Hobbes è assillato dal mantenere l’unità dello stato, Locke è preoccupato principalmente
dalla salvaguardia delle libertà individuali.

I diritti naturali inalienabili


Nel suo scritto II trattato sul governo civile parte ad argomentare dallo stato di natura, ma lo
descrive diversamente. In quello hobbsiano gli uomini godono di libertà, uguaglianza e di un diritto
naturale illimitato che in Hobbes si traduce in potere di disporre di tutti i beni naturali, invece in
Locke la natura ha dato all’uomo dei diritti inalienabili, ovvero che nessuno lì può togliere, e che
non danno il diritto di disporre degli altri, perché la natura –per Locke Dio- ci ha creati come liberi
e uguali.
Uno dei diritti personali è di disporre del proprio corpo, questo non viene rispettato spesso in
quanto il corpo può essere soggetto a sfruttamento dagli altri. Quindi violare il corpo significa
violare la persona.
Per Locke le proprietà sono prolungamenti del corpo, poiché nello stato di natura si è stati messi
nelle condizione di libertà di procurarsi i beni del proprio sostentamento attraverso il proprio lavoro.
“La Repubblica Italiana è una repubblica fondata sul lavoro”. (Art. 1 Cost.)
E nello stato liberale, poiché tutti hanno questo diritto, non ha senso il diritto di far proprio oltre i
bisogni naturali. Per esempio su un’isola deserta non ci si può accaparrare tutte le mele facendole
marcire in gran parte, poiché non si riesce a mangiarle tutte.
Attraverso quest’esempio capiamo anche che la tutela dei diritti nello stato di natura non è sempre
certa, perché è affidata agli individui stessi. Lo stato di natura può essere designato un po’ come il
Far West dove in un ranch sono solo io che posso difendermi e ho il dovere di farlo, il dovere
perché se ammetto che un mio diritto venga usurpato divento complice dell’ingiustizia ammettendo
che un altro è superiore a me.
Nello stato di natura internazionale molte guerre hanno trovato auto giustificazione attraverso
questa logica: se un paese viene attaccato da un altro noi americani abbiamo il diritto di intervenire
come faremmo se vedessimo una persona attaccata da un‘altra e l’intervento è legato alle possibilità
di successo (saranno gli Stati uniti ad attaccare l’Iraq, non San Marino).
Questo stato di natura però è incerto perché si può avere il diritto di farsi giustizia ma non la
forza, quest’ultimo aspetto Locke lo condivide con Hobbes ma lo stato di natura non è uno stato di
guerra permanente, ma diventa il presupposto per costituire una società.

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Poiché per evitare l’ingiustizia gli individui danno vita allo stato: un potere civile e comune, a cui si
dà il compito di tutelare il bene degli individui. Mentre in Hobbes viene costituito per mantenere la
pace, in Locke viene costruito per tutelare la libertà degli individui e la loro proprietà.
Rientra quindi un fattore economico, lo stato di natura diventa stato civile anche per via
dell’evoluzione dell’economia stessa: tornando all’esempio delle mele io potrei impadronirmi di
tutte per scambiarle.
La società degli scambi inventa uno strumento artificiale per la conservazione della ricchezza
prodotta dal lavoro: il denaro. Attraverso il denaro si può conservare la merce in esubero, cioè
che non serve per i propri bisogni, e qui giace la molla dello sviluppo della società.
La società capitalistica, che si sviluppa nel 1600, viene vista come la forma giusta di società perché
permette ai paesi freddi e con condizioni sfavorevoli di evolversi anche con poche risorse attraverso
il lavoro (e distruggendo le economie di auto sussistenza dei paesi fortunati e ricchi di risorse).
Il lavoro umano in questo modo non si perde ma si trasforma in ricchezza. Ma lo stato di natura è
caratterizzato dall’incertezza e quindi il denaro, come le mele, può essere portato via.
“Se si va in giro con un saio e nulla non serve andare in giro armati”. (Francesco D’Assisi)
Secondo Locke gli uomini si uniscono in società per la socievolezza, come per Aristotele, non per
artificialità e cedendo alla società dei loro diritti, infatti questo è un modello di tipo
contrattualistico, poiché prevede il consenso degli individui alla base della società. Ma nello stato
liberale a differenza di quello concepito da Hobbes nessuno può essere privato dalla condizione di
libertà naturale e subordinato ad un altro senza il suo consenso.
Inoltre lo stato liberale prevede il pagamento di tasse che andranno a formare il bilancio dello stato
e solo coloro che avranno adempito a questo dovere otterranno il diritto di voto, questo è uno dei
motivi per cui il suffragio universale è stato un obbiettivo a lungo termine.
Riassumendo nel Leviatano e nel contratto sociale di Rousseau i cittadini cedono tutto il potere allo
stato, per esempio tutte le loro armi, invece in Locke ci sono dei diritti inalienabili.
Nelle società antiche se un cittadino perdeva tutto diventava schiavo di un altro, ma nello stato
liberale non posso vendere me o parte di me.
Su questi concetti di libertà individuale si basa il divieto verso la prostituzione e la vendita di
organi, nemmeno se il tutelato stesso lo vuole, anche nel caso che il tutelato volesse uccidersi
dev’essere salvato, poiché si presuppone che si trovi in una condizione di disperazione.
Lo stato non deve violare né il corpo né i beni del cittadino che ne sono il prolungamento.
Il Beccaria fu uno dei primi a ritenere la pena di morte come illegittima perché viola la persona, che
inoltre non ha dato il consenso allo stato di ucciderla.
Dunque lo stato non è assoluto, ma relativo, però ci sono dei diritti inalienabili espressi dalle
costruzioni.

La democrazia rappresentativa
Lo stato può intervenire non in modo arbitrario, ma legislativo attraverso una legge pubblica.
Locke è il primo teorico della separazione dei poteri: il legislativo dev’essere diviso dall’esecutivo
altrimenti il governo potrebbe fare le leggi per sé, il terzo in Locke è il federativo che riguarda la
politica estera, poi Montesquieu introdurra al suo posto il giudiziario.
Il potere legislativo si fonda sul consenso che non è come per Hobbes un’autorizzazione data
all’inizio, non si sa bene quando, ma un’autorizzazione data ai propri rappresentanti con un
tempo di carica limitato che sono espressione indiretta del consenso dei cittadini.
Il cittadino paga le tasse con il suo consenso, da qui il principio della Costituzione inglese “no
taxation without representation”. Questo è il fondamento che fa scaturire la Rivoluzione
Americana, gli americani pagavano le tasse all’Inghilterra ma non avevano propri rappresentanti in
parlamento.
Quindi la Rivoluzione Americana scaturisce dalla violazione di un diritto della Costituzione Inglese
e dalla figura tirannica di Re Giorgio III che non rispettava le leggi e non riconosceva il parlamento.

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Lo stato liberale prevede che se il tiranno viola i diritti inalienabili i cittadini possono intervenire
anche con la forza, e se si abbatte lo stato non si cade in una condizione di uno stato di natura che è
guerra di tutti contro tutti, ma che è presupposto di un altro stato civile.
La Corte Suprema degli Stati Uniti, che negli ordinamenti italiani e tedeschi è simile alla Corte
Costituzionale, è un’istituzione a cui il singolo cittadino si può appellare se lo stato compie un
abuso del potere politico nei suoi confronti.
Gli stranieri ricchi solitamente vengono omessi dalla rappresentanza per paura di interferenza.

Jean-Jacques Rousseau
La libertà
Una serie di convenzioni umane, le leggi, i costumi hanno creato una condizione di schiavitù, anche
se l’uomo per natura nasce libero.
Nel modello hobbsiano per sfuggire alla giungla dei lupi finiamo in schiavitù, assoggettati allo
stato, il Leviatano che pensa e combatte per noi.
Invece il modello di Locke è per la salvaguardia individuale.
Però secondo Rousseau lo stato lockiano risulta essere debole, a differenza di quelli dell’antichità,
poiché è come un amministratore di società comuni e riguarda solo gli amministratori che è come se
ne fossero i proprietari.
La filosofia di Rousseau cerca di rispondere a questa domanda: come costruire una società che tuteli
la persona e le proprietà senza perdere la libertà?
Insomma riusciamo a costruire una forma politica che ci protegga tutti e ci faccia mantenere la
libertà?
Rousseau per definire la libertà guarda a quella antica, secondo la quale essere liberi non significa
non avere vincoli, ma obbedire alle leggi che io mi do.
Quindi il modello di libertà è legato all’autogoverno, ovvero che se l’individuo vuole fare qualcosa
deve orientare se stesso verso l’obbiettivo prefissato.
Quindi la libertà non è come quella concepita da Hobbes senza impedimento “come le pietre che
rotolano giù da un pendio”, ma simile a quella di Kant in cui si ha un’etica della libertà e una del
dovere, egli ci dice che proprio perché abbiamo il dovere siamo liberi e solo così ci libereremo dalla
schiavitù, dalle passioni e dagli impulsi naturali.

Lo stato civile
La volontà generale
La concezione di stato di Rousseau è quella in cui in uno stato siamo noi stessi a darci le leggi e
quindi io obbedisco alle leggi che anch’io mi sono dato.
“Ciascuno di noi mette in comune la sua persona e tutto il suo potere sotto la suprema direzione
della volontà generale”.
La volontà generale vuole il bene di tutti. Il riferimento di Rousseau è alla Polis greca in cui
l’assemblea dei cittadini decide sì o no.
Ed è proprio l’ingresso nello stato civile che ci fa ottenere libertà e uguaglianza.
L’uguaglianza civile ha carattere maggiore dell’uguaglianza naturale, perché nella natura vince il
più forte, invece idealmente nello stato civile l’uomo è protetto.
Ma se lo stato si rivolgesse contro il cittadino?

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Questo non può accadere se tutti partecipano all’assemblea.
Per esempio Kant ci dice che se tutti gli stati fossero repubbliche non andrebbero in guerra perché
hanno buon senso, è solo il re che ordina di prendere le armi.
Difatti le decisioni venivano prese da regnanti che non condividevano la condizione del popolo, e
secondo Rousseau il popolo è in grado di decidere per il suo benessere e sviluppo.
Con la nascita dei sistemi rappresentativi che si realizzano non sono conformi alla concezione di
Rousseau che li critica aspramente: “Gli inglesi credono di essere liberi, ma sono liberi solo al
momento dell’elezione, poi la libertà svanisce”.
Poiché ogni volta che la realtà politica si cristallizza in una situazione poi mirerà i suoi interessi, se
ci sarà un governo (monarchico, oligarchico, di tutti), questo tenderà inevitabilmente a fare
l’interesse del corpo ristretto dei governanti.
La volontà generale è inopinabile, perché comprende gli interessi personali di tutti, anche se non
tutti possono essere d’accordo, e nella pratica ci si può sbagliare, in ogni caso prevale sulla volontà
particolare del singolo.
Per esempio se una persona è contraria all’istruzione statale, entrando a far parte dello stato deve
accettare la volontà generale e mandare i suoi figli a scuola.
Quindi la volontà generale non è la volontà della maggioranza, ma la volontà di chi ha l’interesse
comune superiore. Perché la maggioranza può essere condizionata, poiché si esprime attraverso
individui empirici, per esempio i giacobini dicono alla gente: «noi sappiamo qual è il bene di tutti!»
Il sovrano è il corpo comune di tutti i cittadini che ha bisogno di servirsi di un braccio esecutivo
cioè di un governo e qui può subentrare la tirannide.
Riassumendo: la maggioranza è lo strumento attraverso cui la volontà generale si è espressa, la
forma ideale è quella dall’unanimità.
In ogni caso Rousseau è consapevole che il modello che propone non è possibile da rappresentare
su larga scala ma in piccole comunità ed è desideroso che il popolo sia sovrano sulle leggi generali
(come le costituzioni) non sulle questioni specifiche.
Dalla volontà generale scaturisce una sovranità politica che è un potere assoluto su tutte le sue
membra. Rousseau usa la metafora del corpo umano (come Platone):
“Se sto scalando e un arto va per conto suo è rischioso”.

Il trattato sociale
Egli ritiene che il contratto che è stato stipulato riguardi la vita pubblica, non quella dei privati.
Comunque nella sua idea la libertà privata viene modificata dalla condizione di stato di natura a
quella civile, quindi in meglio poiché nella prima ho meno sicurezza.
Per salvaguardare gli individui si costituisce il trattato sociale che mira alla conservazione dei
contribuenti attraverso i mezzi necessari di forza pubblica che si esercitano attraverso dei
professionisti e i cittadini stessi.
Rousseau rifacendosi all’antichità sottolinea che non bisogna precipitare nel fanatismo dei greci o
dei romani né in quello dei cristiani, quest’ultimo è troppo orientato all’ultraterreno.
Rousseau è per la tolleranza e la solidarietà, ma ritiene che nessun dogma religioso possa andare
contro ai doveri dei cittadini.
Per esempio i protestanti Quaccheri sono obbiettori di coscienza, ma secondo Rousseau se la
volontà generale avesse optato per la guerra anche loro sarebbero dovuti andarci.

In ogni caso il trasferimento del potere dal re al popolo non risolve i problemi sollevati dal
Liberalismo, poiché anche il popolo non è infallibile!
Secondo la teoria liberalista la titolarità del potere politico non è in primo piano e i diritti naturali
non possono essere modificati neanche dal popolo. Inoltre i liberali sono a favore del suffragio
limitato: può partecipare solo chi ha contribuito al bilancio dello stato; e contro la pena di morte in
quanto lede il diritto alla vita, oltre al fatto che il cittadino non ha dato allo stato il consenso di
ucciderlo.

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Quindi il liberalismo è diverso dalla democrazia, poiché nella seconda forma se tutti vogliono una
cosa questa si può fare, per esempio i Giacobini ghigliottinavano in nome della democrazia.
Invece i liberali sono consapevoli che se la democrazia va oltre può diventare totalitarismo. Infatti
per loro il potere assoluto è un’istanza limitata.

Georg Hegel
La sua passione politica è precoce, scrive un saggio sulla Costituzione tedesca intitolato La
Germania non è uno stato, il quale esprime il dramma di una generazione di filosofi, musicisti e
letterati.
La Spagna diventa stato nel 1400, la Francia lo era già dal 1300, ma la Germania, pur essendo
potenzialmente un paese fiorente è un insieme di piccoli stati.
Hegel per la sua trattazione si rifà all’antichità in cui c’erano degli stati perché c’era un’etica del
cittadino e le civiltà premiavano le virtù politiche. Hegel è animato da questi elementi.

Lo spirito del popolo


Il popolo ebreo ha una grande religione ma non uno stato, quindi il loro destino storico dipende da
loro, la storia poi li farà pervenire allo stato di Israele. Attraverso questo esempio capiamo che nella
storia l’entità culturale e linguistica possono esserci a prescindere da uno strumento politico,
ma che il compito totale di un popolo sia diventare uno stato.
Ma come un popolo diventa stato?
In modo dialettico ci si confronta, si emancipa e si nega, quindi l’affermazione passa attraverso una
negazione. Più concretamente un cittadino decide di morire per il suo paese perché sente che al di
fuori di questa unità la vita non ha senso.
Allora lo stato non è un contratto ma lo spirito comune di un popolo, dove il popolo ha
coscienza di sé. Per cui non è nemmeno strumento delle particolarità personali ma universale,
poiché riguarda il nostro destino storico.

La concezione di Hegel trova diverse chiavi di lettura da parte di altri filosofi:


 Hegel è un liberale secondo Croce (intellettuale fondatore del partito liberale);
 Hegel è un nazionalista secondo Gentile (sostenitore fascista);
 Hegel è un rivoluzionario secondo Marx.

L’identità del popolo


Il suo pensiero è così grande che non può essere contenuto in un'unica parte e ha suscitato questioni
cosi grandi che non sono ancora state risolte.
Un'altra componente sostanziale della politica hegeliana è che lo stato difenda non solo in termini
fisici, ma anche l’identità del popolo, cioè il fatto che cittadino venga riconosciuto come
appartenente a quello stato, per esempio le lotte dei giovani, dei lavoratori e delle suffragette
miravano proprio al riconoscimento.
Per Hegel in ogni secolo c’è una civiltà guida che però può svolgere questo ruolo solo una volta, nel
1830 lo stato guida era la Prussia del suo tempo.

Karl Marx
A differenza di altri alcuni movimenti hanno ispirato movimenti di partiti.
Spesso la critica ai partiti o ai pensatori viene avanzata con l’uso di argomenti a dominare, cioè non
discutendo l’idea ma la persona che l’ha pronunciata.

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Questo approccio è metodologicamente scorretto poiché si dovrebbe discutere l’argomento con un
altro e argomento e poi si dovrebbe parlare della credibilità, infatti le teorie politiche non sono solo
delle soluzioni, ma anche delle armi. Risulta chiaro che le vicende personali incidano sulla politica
ma, affrontare la filosofia come uomo è restrittivo.

Le idee politiche non sono solo descrittive o normative, ma anche prescrittive, poiché non ci
aiutano solo a comprendere la città ma anche a capire le conseguenze, e di conseguenza il filosofo
che parla al pubblico deve anche pensare a come le sue teorie verranno interpretate.
Il filosofo politico quindi ha una responsabilità ancor più grande, in quanto deve essere consapevole
che il significato delle sue teorie politiche potrebbe finire distorto, basti pensare a Nietzsche con il
superuomo e al nazionalsocialismo.

Il successo della filosofia di Marx


Con la metà dell’ottocento le masse entrano sulla scena politica e scaturiscono rivoluzioni popolari
per la titolarità della sovranità.
Le idee politiche circolano sui giornali e si diffondono, e così avviene per il pensiero di Marx che è
organicamente legato a un movimento socialista, quindi trova numerosi sostenitori.
In particolare il partito comunista gli fa scrivere un manifesto con il progetto di emancipare le classi
di lavoratori che vivono in condizioni disperate.
Qui si esprime la filosofia di Marx che è un misto tra analisi scientifica e
progetto messianico.
Secondo Marx come secondo Hobbes il movimento sociale, come il
movimento fisico è consequenzialmente prevedibile.

Secondo Marx il socialismo arriva come esito della contrazione del capitalismo, infatti la sua analisi
non porta ad aspirazioni, ma ad una conoscenza scientifica di ciò che accadrà.

Gli spunti da Hegel


Marx trae spunto da Hegel che aveva interpretato la storia come lo svolgimento dell’idea del tempo
secondo una logica necessaria e la natura non come guazzabuglio casuale, ma anch’essa con un
ordine preciso.
Inoltre secondo Hegel anche la legge e lo spirito umano si muovono con una logica necessaria.
Quest’ultimo è mosso dalla legge dialettica formata da proposizioni, negazioni o ripensamenti.
Per esempio: la Rivoluzione Francese era necessaria?
Dal punto di vista della storia di Francia era necessaria, le condizioni sociali del tempo non
potevano che sfociare in rivoluzione. Questo è accaduto perché i tentativi di riforma sono stati
negati e sono serviti da spinta.

“Da quando la filosofia dipinge a chiaroscuro, allora un aspetto della vita è


invecchiato, e, dal chiaroscuro, esso non si lascia ringiovanire, ma soltanto
riconoscere: la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo”.

Insomma la filosofia comprende ciò che è stato.

Secondo Marx non possiamo cambiare la storia ma possiamo accelerarla, egli dice: “I filosofi si
sono limitati a comprendere la realtà senza agire”. E Marx con il socialismo pensava di arrivare allo
stadio finale della storia (un po’ come adesso noi vediamo la democrazia).
Egli assimila l’idea della storia dialettica che ha Hegel, ma la usa solo come spunto.
Partiamo dal fatto che l’immagine dell’aristocratico era morta nella testa della gente, non era più un
modello, ma un parassita. Quindi alla luce di questo secondo Hegel la storia è mossa dalle

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trasformazioni delle idee, invece secondo Marx dalle trasformazioni materiali, poiché attraverso il
lavoro l’uomo ottiene sostentamento, ma a differenza degli animali trasforma il mondo.

Trasformazione della realtà economica

“Le api da migliaia di anni costruiscono celle esagonali, l’uomo nella storia ha
costruito case sempre distinte”.

Attraverso il lavoro l’uomo si rende più uomo e meno animale.


Poiché il lavoro produce relazioni a prescindere che sia commercio, agricoltura o industria.
Secondo Marx questo è il motore della storia e le idee politiche sono espressione di questa realtà.
Chiarendo con alcuni esempi: l’idea economica del maggiorascato lega i servi della gleba a un
latifondo, questi saranno poi sostituiti dagli operai di industria che sono liberi, perché possono
licenziarsi, ma stanno in una condizione quasi peggiore, in quanto il padrone non ne ha nessuna
cura, se si ammalano finiscono in mezzo a una strada.
Nella storia dell’umanità c’è sempre stata la differenza di classe:
• patrizi e plebei;
• feudatari e servi della gleba;
• padroni e operai.
Il proletario come ci dice il nome ha solo la sua prole, ed è l’ultima classe dell’umanità perché il
borghese lo sostiene quel che basta perché torni, inoltre il suo lavoro è alienazione e il prodotto non
è suo.
Marx era convinto che liberando il proletariato si sarebbe liberata tutta l’umanità, poiché si
sarebbe cambiata la realtà economica, che in Marx è la componente politica fondamentale, in
quanto è l’unica ad essere condizionata a differenza di religione, cultura e diritto.
Dunque l’obbiettivo è la trasformazione totale della realtà economica.
Lo stato secondo Marx dev’essere uno strumento al servizio della classe dominante che oltre
ad essere egemone trovi anche il sostegno della polizia.
Ma nel socialismo non ci sarà più una classe dominante né uno stato, lo stato verrà solo utilizzato
per accelerare il processo storico attraverso la dittatura, il dittatore avrebbe detenuto più poteri per
affrontare una situazione la situazione di emergenza.
Mao Tse Tung riterrà che questo possa essere una contraddizione del socialismo, poiché socialismo
e dittatura stanno agli antipodi.

Il denaro
L’economia secondo Platone ed Aristotele era un fatto privato, pensavano che le sue leggi non
influenzassero la società. Ma la centralità del denaro ha un ruolo importante dal passaggio dello
stato di natura allo stato civile (questo celo spiega anche Locke).
Il denaro è uno strumento di scambio nelle società antiche invece in quelle moderne acquisisce
anche il ruolo di produttore di ricchezza.

merce denaro merce

capital
merce denaro
e

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Nelle società antiche per comodità si usa il denaro come strumento di scambio per avere come
finalità della merce.

Invece nelle società moderne il denaro


investito in merce produce più denaro.

Aristotele ci dice che il denaro è soltanto un mezzo. Ma in determinati periodi storici investire
denaro in merci diventa ulteriore denaro, la merce ha una funzione strumentale, poiché non importa
in cosa si investa.

Il lavoro
Per secoli l’ideale delle persone è stato l’ozio, poiché vi era lo schiavo che lavorava per i cittadini.
“Lo scopo supremo della vita è la sapienza, contemplare la verità”.
Gli animali erano sempre indaffarati, l’uomo no.
Il lavoro umano viene visto anche come mezzo primo di trasformazione della realtà, Marx si chiede:
“Che cosa trasforma un vecchio in una persona attraente? Il denaro!”
Nella società moderna il denaro quindi permette anche di fare salti tra classi sociali, invece una
volta o si nasceva aristocratici o agricoltori.
Allora il lavoro viene visto come salvezza, per esempio dai Calvinisti, infatti questo fattore è tipico
dei puritani.
E se l’economia trasforma la realtà, anche i valori vengono condizionati, e il valore fondamentale
alla base di tutto è: se tu vuoi fare il bene della società, tu devi perseguire il tuo interesse.
Siccome l’attività economica è in grado di produrre benessere è necessario applicare le sue leggi
anche alla politica. Questo era già evidente nelle teorie liberali, Ma Marx ci dà un elemento in più,
egli si accorge e discute che la vita economica centralizzata sul denaro porta a una
strumentalizzazione delle merci e il lavoro diventa la merce per antonomasia.
È evidente che nel capitalismo il lavoro umano fa fruttare denaro al capitalista.
Di conseguenza l’unico modo per cambiare le cose passa attraverso la lotta di classe e la
rivoluzione.
E lo stato diventa un apparato di coercizione al servizio della classe dominante.
In quanto se poche persone, i capitalisti, vogliono dominarne tante, i proletari, avranno bisogno di
tanta polizia. Lenin e Marx con la loro idea di socialismo pensavano che con la rivoluzione del
proletariato si sarebbe realizzata la relazione opposta, ovvero il dominio dei molti sui pochi, in
questo caso la forza di coercizione è minima perché sono già in sovrannumero, inoltre i molti per
avere il dominio devono possedere anche la produzione.
Però con l’esperimento sovietico è successo esattamente l’opposto.

Max Weber
Fu grande storico dell’economia e politologo.
Secondo lui il rischio del liberalismo e del marxismo è che vada smarrita la specificità del politico.
Egli focalizza la sua analisi sul fenomeno del potere.

Il potere
È la possibilità di trovare obbedienza da certe persone ai propri comandi.
II potere politico esprime un rapporto tra una persona e molte in cui una comanda e le altre
obbediscono. Il potere però è differente dalla potenza che è far fare agli altri quello che io voglio
anche attraverso la potenza fisica. Quindi la potenza ha a che vedere da una parte con una forza così
soverchiante che pone l’altro in una condizione di inferiorità. Invece il potere è trovare obbedienza
da persone che ti concedano un riconoscimento. Chiamato fede nella legittimità della fonte di
questo comando.

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Insomma il potere è la risultante della potenza più la fede.
Un gruppo di potere dev’essere chiamato gruppo politico, all’interno del quale si deve prevedere
l’uso del potere di uno su molti su un determinato territorio.
Le regole di vita del gruppo vengono garantite dal potere ed esercitate da un apparato
amministrativo.
Anche la chiesa ha delle regole, ma non è un gruppo politico, perché manca il potere di coercizione,
cioè un potere che faccia valere le leggi anche con la forza fisica.
Il mezzo della coercizione può non essere utilizzato quasi mai, ma è essenziale.
In quanto la differenza tra il politico e il sociale sta proprio nella presenza del potere di coercizione
riconosciuto, da intendere non come fine ma come mezzo.
E lo stato è quella forma politica in cui questo potere si concentra in un'unica istanza, come un re o
un governo:
Due aspetti che devono comporre il potere sono:
 il potere di comando come obbedienza attraverso la forza di coercizione;
 il potere di comando come legittimo.
Il potere viene denotato come legittimo per tre ragioni:
• LEGITTIMITÀ TRADIZIONALE: i valori tradizionali sono condivisi.
(Per esempio nella mafia si obbedisce per paura e tradizione, dato che il capo
incarna valori tradizionali).
• LEGITTIMITÀ RAZIONALE: è la condizione moderna, sulla base del
ragionamento seguito, seppure nello stato non ci si entri volontariamente.
• LEGITTIMITÀ CARISMATICA: sulla base dei dati personali, per
esempio leader carismatici saranno Hitler e Mussolini che si imporranno sulla
base delle loro capacità oratorie.

Carl Schmitt
La sua teoria politica ha avuto un grande eco sia a destra che a sinistra.
Egli sviluppa il pensiero della riflessione di Weber, ma distingue introduce una forza di coercizione
orizzontale oltre a quella verticale discussa da Weber.

Il rapporto amico-nemico e la difesa


Secondo Schmitt se vogliamo capire com’è il politico dobbiamo capire com’è lo stato.
Il politico è un fenomeno costante dell’esperienza umana che si esprime con lo stato che è una
forma di organizzazione politica all’interno di un territorio.
Ma quali sono i criteri per valutare lo stato?
Quelli per valutare un libro possono essere: economia (utile, inutile); estetica (bello, brutto); morale
(buono, malvagio). E così come per valutare un libro usiamo coppie di contrari lo stato va valutato
in base al rapporto amico-nemico.
L’estremo politico negativo è il nemico che mi vuole uccidere e quello positivo è l’amico che mi
difende. Di conseguenza un’associazione politica è un gruppo che si unisce per difendersi. Quindi si
dà molta importanza all’elemento aggregativo (questo può essere economico, simbolico o di
difesa) secondo Schmitt è dato dalla difesa.
Il rapporto amico-nemico lo si può trovare in molte epoche e situazioni storiche e in altri pensieri
filosofici:
Epoca romana Medioevo 1700, stato moderno 1800, Hegel, Marx 1900
Romani Fedeli cristiani Francesi Proletari Occidente
Barbari Infedeli Tedeschi Borghesi Stato sovietico

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Con la prima guerra mondiale il cattolico italiano spara al cattolico tedesco e viceversa. Questo per
esemplificare ciò che ci dice Schmitt cioè che la difesa è l’elemento primo di aggregazione, ti unisci
a chi protegge la tua vita non a chi fa i tuoi interessi o che ha la tua religione.
Perché è la paura di morire la principale causa del politico e sono le situazioni storiche che portano
a considerare un amico da un nemico, quest’ultimo è colui che mi minaccia con una guerra, cioè
nega la mia esistenza fisica; o respinge la mia identità, cioè mi nega l’autodeterminazione.
Dunque la politica diventa un costrutto esistenziale per proteggere dal nemico interno ed esterno per
la paura di morire a causa sua.
Quali sono le linee di amicizia e inimicizia nel mondo al tempo di Carl Schmitt?

I due blocchi contendenti sono quello del Patto


Americani Atlantico (NATO) e del Patto di Varsavia.
Russi
(amici)
(nem.)

Muro di Berlino La dottrina di Carl Schmitt è


stata strumentalizzata dai regimi totalitari che
utilizzano la paura verso i nemici e slogan
come. “La miglior difesa è l’attacco” per
giustificare le aggressioni.
Nonostante Schmitt sia contrario alla guerra giusta, come ad esempio la guerra santa, ma ritiene che
la guerra sia solo un fatto esistenziale che nella storia si sia sviluppato per diverse ragioni
(economiche territoriali, religiose, per il bene del popolo).

In ogni caso nel rapporto amico-nemico, il nemico non voglio eliminarlo, ma far in modo che non
mi inculchi la sua religione o la sua identità.
La teoria di Schmitt è stata usata sia a destra, per giustificare difesa e forza militare; sia a sinistra
dai pacifisti per ritenere la guerra come ingiusta.
C’è stata anche una lunga discussione sulla religione cristiana con i suoi insegnamenti di porgere
l’altra guancia e di amare il nemico e si è arrivati al fine che il nemico non va odiato, cioè non lo si
deve valutare come un criminale senza dignità, ma come un uomo con dignità pari alla propria.

Introduzione al totalitarismo
Nel novecento compare la figura del leader, e la democrazia si distorce come democrazia guidata
dai leader, per esempio il termine “Dux” significa guida.
La forza d’azione, la violenza diventano elementi della politica e l’esperienza della guerra diventa
fondamentale, basti pensare al fatto che gli stessi politici incarnano maggiormente la dimensione
militare: Hitler, Mussolini, Francisco Franco vestivano divise da generali.
La pervasività della forza culmina con la prima e la seconda guerra mondiale. La violenza,
soprattutto in quest’ultima era sistematica e con un’ideologia, poiché i partiti stessi si organizzano
in corpi armati. Questo avviene perché secondo la concezione weberiana lo stato deteneva il
monopolio della forza e i partiti statali si prendono lo strumento della violenza.
In Germania abbiamo le azioni dell’esercito tedesco (Wehrmacht) e dei corpi speciali, le SS
(Schutzstaffeln).
La scena politica viene travolta dalla violenza, questo porterà ad inestimabili perdite civili nella
seconda guerra mondiale.

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Mahatma Gandhi
La sofferenza
Nell’esperienza coloniale viene teorizzata una differenza tra gli uomini, le teorie razziste ne sono
alla base e cercano di essere spiegate e giustificate dai conquistatori.
La riflessione gandhiana prende le mosse dalla teoria che anima la forza.
Max Weber aveva visto la forza di coercizione come una costituente primaria della politica, quindi
la sofferenza è uno strumento politico formidabile e diventa così forte da spezzare il rapporto tra te
e gli altri. (Orwell, 1984, la sofferenza fa dire a Winston cose contro la sua volontà: «Fatelo a Julia!
Non a me!»).
La tortura è una rottura dell’unità interiore dell’uomo attraverso la sofferenza e porta alla
lacerazione psichica: «Non lo volevo dire, ma l’ho fatto».
Gandhi parte da quesiti interrogativi: perché la gente usa il potere? Perché far soffrire un altro?
Anche se il potere politico non può mai essere usato fine a se stesso ma sempre con una cagione,
comandare rimane un’esperienza di potenza, infatti c’è tanta gente cha fa politica non tanto per i
soldi, ma per il potere.
Gandhi scrive:
“La ragione non è sufficiente, alcune cose devono essere conquistate con la sofferenza”.
Poiché la sofferenza è la legge dell’umanità e la guerra la legge della giungla.
Infliggere sofferenza a sé stessi non è solo rinunziare, ma anche lottare per dei diritti (es. scioperi
della fame).

La nonviolenza
La nonviolenza gandhiana prende atto della presenza dei conflitti, se nella legge del più forte vince
il più forte, nella legge della nonviolenza tutti possono rifiutarsi di obbedire al comando a costo di
soffrire e così il comando viene smontato.
Ci sono persone pronte a sfidare la morte per questo come i martiri cristiani o Socrate.
Dunque il potere politico diventa il potere di chi si aspetta di trovare obbedienza, ma se non
trova obbedienza questo si sfarina.
E il potere della nonviolenza è dato dall’azione disposta a soffrire.
“La resistenza passiva, ossia la forza dell’anima, è invincibile”.
Il non violento dev’essere più coraggioso del violento e deve guardare alla “morte come intimo
amico”.
I concetti introdotti da Gandhi si rifanno a tradizioni orientali che vedono nella mente il controllo di
sé, per esempio i Fachiri che riescono a controllare il dolore. Per di più si rifà a personaggi
dell’occidente, per esempio a Socrate che non teme la morte e dice ai giudici: “Se dopo la morte ci
sarà il sonno eterno sarà una condizione di non disturbo, se ci sarà un’altra vita potrò discutere
coi grandi: Omero…”.
La disobbedienza sofferente diventa strumento per portare il potere politico al suo limite.
Per questo spesso i sistemi totalitari non volevano solo condannare i dissidenti, ma anche
convertirli, poiché infliggendo solo la pena si accetta che vi sia qualcuno che la possa pensare allo
stesso modo del reo.

Simone Weil è una filosofa francese che cerca di mettere in discussione l’associazione politica con
la forza capovolgendo la situazione, la vera forza è l’obbedienza alla verità.
E la forza è al centro della storia perché i grandi uomini che rimarranno nei libri di storia sono
coloro che hanno dispiegato dell’uso della forza per compiere grandi gesta.

Hannah Arendt
È stata allieva di Hidegger, era ebrea ed è emigrata negli Stati Uniti.
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Ci lascerà la sua grande opera Le origini del totalitarismo, che affronta questioni riguardanti
imperialismo, razzismo e totalitarismo.
Osserva che questi modi di fare politica si sono lasciati alle spalle la loro origine greca.
Nel suo saggio intitolato Human condiction propone un modello di politica fondata sulla pluralità
degli esseri umani che possono vivere nella discussione libera.

Sulla violenza
È uno scritto che viene elaborato dopo l’esperienza del 1968, l’anno delle contestazioni
studentesche. Parte dal presupposto che l’uomo è animale politico perché è essere ragionevole e
parlante. La Arendt ritiene che in determinate situazioni si possa ricorrere alla violenza come
espressione sociale e politica, per antonomasia la rivoluzione cubana con Che Guevara.
Aveva riflettuto sulla violenza del totalitarismo in cui era sistematica e invasiva. Per esempio il
bombardamento a tappeto non è da ritenere come guerra, ma come una distruzione di massa, basti
pensare ai casi di Dresda, Coventry, Hiroshima e Nagasaki.
Nelle culture antiche vi era la cultura della guerra ma non era di distruzione né dal punto di vista
politico né morale. Questa visione è però stata spazzata via dalla guerra di sterminio, cioè che
utilizza nella pratica strumenti di sterminio e che non riconosce l’alto come popolo ma come
opponente totale.
“La violenza è la più flagrante manifestazione del potere”.
E sia la destra che la sinistra collegano la politica alla violenza.
Poi cita Weber con il suo potere di coercizione che è legittimo se trova obbedienza e lo mette in
discussione con l’esempio del ladro e del poliziotto. È difficile distinguere l’ordine dato da un
poliziotto e da un bandito, perché se la politica è comandare-farsi obbedire il tipo di rapporto è
verticale poiché uno comanda e l’atro obbedisce, ma se si toglie l’elemento della giustizia il
problema della giustizia è ancor più discutibile. Per esempio dal punto di vista dei tedeschi i
partigiani erano criminali.
Il dilemma è: chi decide la legittimità?
La risposta è che è relativa, dipende dalle parti, infatti il re di Francia dirà: «Uccidete i rivoltosi! » e
i rappresentanti del Terzo Stato nella Sala della Pallacorda diranno: «Lo stato siamo noi!».
Privando il potere della legittimità rimane solo la forza di coercizione, ma se quindi l’essenza del
potere è l’efficacia del comando allora non c’è potere più grande di quello che esce dalla canna del
fucile.
E qui rientra un elemento fondamentale da trattare per quanto riguarda l’obbedienza è il consenso
di persone libere che si riconoscono come pari e che acconsentono a riconoscere leggi comuni, in
questo caso la forma di potere è orizzontale. Il consenso viene espresso dalla forma “agire di
concreto” ed è un’equivalenza regolata da leggi comuni a cui i cittadini avevano
deliberatamente aderito.
Per tanto non c’è un rapporto diretto tra potere politico e violenza, ma indiretto, tanto più c’è
consenso, tanto meno c’è bisogno della forza di coercizione.
“Potere corrisponde alla capacità umana di agire di concreto”.
I regimi del terrore, in origine hanno ottenuto consenso, poi hanno aumentato l’uso della forza
diventando più violenti man mano che il consenso veniva meno.
Questo non significa che il potere democratico faccia a meno della coercizione, ma che non è
questo che lo caratterizza e smentisce la concezione di Marx, Lenin e Weber secondo il quale la
politica è lo strumento per conquistare il potere. Ma la politica non può essere concepita solo
come organizzazione dell’apparato di coercizione ma anche come consenso.
Inoltre a differenza di Weber, Hannah Arendt pensa che il carisma non possa essere consenso,
poiché questo non è razionale, ma emotivo e dunque non può essere una componente politica.
Infine ci racconta che quando i greci pensavano alla politica non pensavano ad essa come
strumento, ma come forma di vita caratterizzata da dignità e libertà.

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