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OVIDIO
Le uniche testimonianze sulla vita di Ovidio provengono dal poeta stesso: scrive infatti un'elegia di
natura autobiografica. Nato nel 43 a.C. a Sulmona da una famiglia facoltosa, appartenente alla
classe equestre, gli viene impartita un¶educazione di tutto rilievo, per una formazione forense e
politica. Venne mandato a Roma per completare gli studi. Il padre lo vorrebbe oratore, ma Ovidio si
sente già più portato per la poesia. Più tardi si recò ad Atene per completare gli studi, visitando
durante il ritorno le città dell'Asia minore, l¶Egitto e la Sicilia.
Tornato a Roma, ricoprì cariche di magistratura inferiore. Si può dire che Ovidio non amasse la
carriera politica. Egli infatti fu il più importante esponente di un movimento al quale si associarono
molti illustri letterati del tempo, e cioè quello di astenersi e sdegnare la carriera politica. Questo
fenomeno non è casuale: infatti, essendo la generazione di Ovidio cresciuta in una situazione di
pace, il disinteresse per la vita politica era logico, dato che la politica a Roma era direttamente
collegata alle campagne militari. Egli, contrariamente al fratello e contro la volontà di suo padre, si
dedica agli studi letterari. Inizialmente ha contatti con il circolo di Messalla Corvino, meno ligio ai
dettami della politica augustea rispetto a quello di Mecenate, conoscendo i più importanti poeti del
tempo: Orazio, Properzio, Tibullo e, per poco tempo, Virgilio. Siamo nel periodo storico della pax
augustea e i costumi di Roma tendono a rilassarsi, c'è una concezione più libera e rilassata della
morale che arriva dall'influenza ellenistica.
Ovidio elegiaco
Ovidio è il più giovane dei poeti elegiaci e si differenzia in gran parte da loro. Se essi rifiutavano il
mos maiorum (le tradizioni degli avi) ma ne desideravano i benefici, Ovidio rifiuta questa
contraddizione e il mos in toto. Si può parlare anche di relativismo, poiché rifiuta i valori fissi e
rigidi della vecchia società romana per aprirsi alle mode del tempo, cercando di assecondare il gusto
del pubblico. Ovidio propone nei suoi testi un'etica sessuale molto libera, come si può capire già dal
titolo degli Amores, ovvero gli amori. Non c'è una sola donna al centro della narrazione e dirà egli
stesso che una donna non gli basta, pur ammettendo che non sarebbe giusto. Non rimprovera né
critica chi segue la morale tradizionale; semplicemente, lui agisce diversamente. L'amore non è
l'unico tema dei suoi scritti, come l'elegìa non è l'unico genere letterario che usa.
L'amore
Ovidio si sposa per tre volte: ma se, nei primi due casi, divorzia presto, il terzo è invece il più
significativo. Delle prime due mogli non si sa nulla, tranne che da una di loro nasce Ovidia, a sua
volta scrittrice colta. Il terzo matrimonio avviene con Fabia, che amò teneramente sino alla fine.
Gli affetti familiari non impediscono però che Ovidio si dedichi alla vita romana del tempo,
mondana e salottiera. Lo scrittore ne diventa uno dei protagonisti, oltre che il "poeta ufficiale";
comincia a scrivere le sue prime opere giovanili e, soltanto ventenne, il suo nome è già celebrato
negli ambienti della mondanità. Ad aiutare il poeta contribuiscono la sua sensibilità, lo spirito
aperto e la signorilità, che facilitano la sua presenza negli ambienti salottieri.
La relegatio a Tomi e la morte
Nell'8 d.C., caduto in disgrazia presso Augusto, Ovidio viene relegato nella lontana Tomi,sul mar
Nero. Il poeta attribuisce l'esilio ad un carmen e ad un error, ma tale vaga espressione ha favorito il
proliferare di interpretazioni diverse riguardo al possibile error. Le più plausibili sosno quelle che lo
vedono sospettato di favoreggiamento nella relazione extra-coniugale di Giulia iunior, nipote di
Augusto, col giovane patrizio Decimo Bruto Silano. Il termine carmen farebbe invece riferimento
alle opere di Ovidio, in contrasto con i princìpi della restaurazione augustea (specialmente l'Ars
amatoria). Alla base della condanna c'è sicuramente un fatto personale molto grave, tale da
giustificare l'improvvisa decisione e da impedire il ritorno in patria del poeta, nonostante le
suppliche sue e degli amici. Ovidio infatti non fa più ritorno nella capitale e muore tra il 17 e il 18
d.C.
La relegatio: finzione o realtà?
L'oscurità delle cause dell'esilio di Ovidio ha dato luogo a infinite spiegazioni. Ovidio fa più volte
riferimento al suo reato, fornendo però spiegazioni vaghe o contraddittorie. Per questo, nel XX
secolo, venne proposta una nuova teoria: che Ovidio in realtà non abbia mai patito la relegatio, e
che il riferimento all'esilio sia il prodotto della sua fervida immaginazione. Questa teoria è stata
sostenuta e respinta dagli studiosi odierni. L'elemento principale per negare la realtà dell'esilio è che
questo viene menzionato solo nelle opere dello stesso Ovidio, e non troviamo riferimenti ad esso ad
esempio in storici che hanno trattato l'età di Augusto. Oggi, tuttavia, la maggior parte degli studiosi
ritiene poco credibili le ipotesi che negano la realtà dell'esilio di Ovidio.
Opere
Ovidio scrisse un gran numero di opere, che possono essere facilmente divise in tre gruppi:
1. Al I periodo [ciclo della poesia propriamente elegiaca amorosa] appartengono le poesie erotiche,
che cantano l'amore nella galante cornice della vita di Roma: gli "Amores", un canzoniere d'amore;
le "Heroides", lettere di eroine ai loro infedeli amanti; l' "Ars amatoria", una precettistica dell'arte
d'amare; i "Medicamina faciei femineae", un trattato di cosmetica; i "Remedia amoris", composti
per aiutare a guarire dalle pene d'amore.
2. Al II periodo [ciclo della poesia epico-mitologica] appartengono le opere mitologico-narrative,
composte a partire dal 3 d.C., e in varia misura collegate con la celebrazione del principato: sono le
"Metamorfosi", il poema delle trasformazioni, e i "Fasti", un poema che doveva illustrare il
calendario romano, ma che fu interrotto dalla relegazione del poeta a Tomi.
3. Al III periodo [ciclo della poesia dell'esilio] comprende la composizione dei "Tristia" e delle
"Epistulae ex Ponto", i canti della solitudine e della nostalgia, della noia e della disperazione. Altre
opere sono andate pressoché perdute, mentre altre sono state erroneamente attribuite al poeta.
"Amores"
Gli "Amores", in 3 libri (49 carmi), furono composti tra il 23 e il 14 a.C.
Sono elegie che si strutturano in una sorta di romanzo amoroso, nel quale è cantata una donna,
Corinna. Ma Corinna è uno pseudonimo, forse di un personaggio puramente letterario, certamente
lontanissimo dalle donne intensamente vagheggiate dagli altri poeti d'amore latini, e più
verosimilmente vero e proprio simbolo delle galanterie amorose di Ovidio, in una Roma splendida,
smaliziata e gaudente. Amore come avventura, dunque, con tutto ciò che ogni avventura comporta:
corteggiamento, attese, conquiste mai definitive, ma legate al momento, a un cenno di
compiacenza, a un assenso finalmente ottenuto, ma pronto a dissolversi. Ovidio, in questo gioco dei
sentimenti, mostra una arguzia gradevolmente ironica, che costituisce una delle note più gustose di
questo suo disincantato mondo poetico. Il poeta è asservito alla domina, soffre per le sue infedeltà, è
geloso degli altri ammiratori e contrappone la vita militare alla vita amorosa. Ma non soffre
drammaticamente come Catullo e mantiene sempre un certo distacco intellettuale: vede l'amore
come un gioco e questa concezione amorosa si traduce e si esplica in un ribaltamento degli
atteggiamenti e dei temi tradizionali (Ovidio giunge ad amare anche due donne
contemporaneamente, chiede all'amata di non essergli fedele ma di nascondergli i tradimenti
affinché lui possa fingere di non sapere). Usa un distico elegiaco estremamente musicale, che segue
con aderenza la materia trattata.
Ad alimentare la fantasia ovidiana è la precedente produzione elegiaca, con una serie di "luoghi
comuni" (come il lamento davanti alla porta dell'amata, il servizio d'amore...); è l'epigramma
ellenistico d'amore, invece, che gli suggerisce variazioni su tema pressoché infinite; ma è anche,
appunto, l'intera società romana. Sorprendente è l'attitudine del poeta a scavare entro le pieghe
riposte della psicologia femminile. Quella degli "Amores" è una poesia di una superficialità che
incanta, che dell'amore sembra preferire i soli "esterni", in una società che tutta pare ridursi a vivere
in un perenne gioco galante. Arte della variazione spinta al massimo, e non solo dal punto di vista
letterario. Ovidio non può riconoscere un unico oggetto d'amore: tutte gli piacciono e a nessuna si
sente di opporre resistenza. Sono, così, amori che iniziano e finiscono spesso là dove sono nati, che
sembrano esaurirsi in un'amabile corte.
"Heroides"
Le "Heroides" sono 21 lettere d'amore in metro elegiaco, indirizzate da donne, in genere del mondo
del mito, ai loro amanti. In particolare: le prime 14 sono lettere di eroine mitiche (Penelope a Ulisse,
Fillide a Demofoonte, Briseide ad Achille, Fedra a Ippolito, Enone a Paride, Ipsipile a Giasone,
Didone a Enea, Ermione a Oreste, Deianira a Ercole, Arianna a Teseo, Canace a Macareo, Medea a
Giasone, Laodamia a Protesilao, Ipermestra a Linceo); la 15a è l'unica lettera di un personaggio non
mitologico, ma storico: quella della poetessa Saffo a Faone; le ultime 6, disposte a coppie, e
composte forse successivamente, sono lettere di eroi alle loro amate, seguite dalla risposta di queste.
Domina, nelle epistole, la forma retorica della "suasoria", del discorso cioè che tende a "convincere
qualcuno a compiere una determinata azione": in questo caso a ricambiare un amore. Si tratta di una
tipologia completamente nuova per la letteratura latina: il filone erotico-mitologico viene per la
prima volta svolto in forma epistolare. Vi sono numerosi parallelismi con l'epica e con la tragedia
(in particolare i monologhi delle eroine) e non mancano addirittura rivisitazioni e riscritture di
alcuni miti (come nel caso della lettera di Fedra a Ippolito).
Ovidio "umanizza" le antiche eroine. Le solenni vicende del mito rivivono, infatti, col palpito delle
passioni e dei turbamenti delle donne della Roma contemporanea, delle donne di sempre. Alla base
è il motivo dell'amore infelice, quale fu cantato dalla poesia alessandrina, in particolare quello della
donna abbandonata, al quale s'affiancano numerose altre suggestioni letterarie: Omero e i tragici
greci, e poi Catullo, Virgilio e Orazio. Ad animare l'ampio materiale proveniente dalla letteratura
precedente, è l'eccezionale capacità di Ovidio di penetrare negli intimi recessi dell'animo femminile,
a sondarne i sentimenti pur attraverso ripetizioni, riprese, frasi dette e poi smentite, in un vortice di
immagini ricche di sfaccettature e di risvolti imprevedibili. Forte della sua preparazione retorica, si
rivela maestro in quest'arte di andare a fondo di una situazione spirituale, di esaminarne, uno per
uno, i possibili esiti. Rischio (scongiurato dalla sua arte) di tale operazione poteva essere quello di
ridurre ogni entusiasmo sentimentale a una serie di giochi d'intelletto, di battute a freddo, in lunghi
e sempre uguali monologhi di anime affrante.
Al centro vi è la donna del mito, ma resa umana, quasi ridotta in frammenti di impulsi e di
sensazioni: ed è proprio quest'arte di frantumazione del mondo sentimentale che consente a Ovidio
di gettare un fascio di luce su passioni anche scabrose, su segreti inconfessabili. Così, le "Heroides"
sono forse l'opera più "moderna" di Ovidio, in cui l'animo femminile si rivela con inedita verità.
Molto varie ne sono le vibrazioni sentimentali: la penetrante seduzione che Fedra vuole a tutti i
costi esercitare su Ippolito, l'amato figliastro; la vanità di Elena che non vuol cedere, ma cede, a
Paride; l'atmosfera "romantica" e le incantate sospensioni, paesistiche e sentimentali, che fanno da
sfondo all'impossibile storia di Ero e Leandro; l'impossibile e scellerata passione di Canace per il
fratello Macareo, in una lettera densa di cupo pathos e presaga di morte.
"Ars amatoria"
L' "Ars amatoria" consta di 3 libri in distici elegiaci. I primi due libri sono indirizzati agli uomini, ai
quali Ovidio insegna come incontrare, conquistare, conservare l'amore di una donna; nel III,
composto in un secondo momento, il poeta rivolge gli stessi consigli alle donne. Il modello più
frequente è quello "predatorio della caccia". L'oggetto della caccia non è più l'amore. E infatti
Ovidio consiglia di non innamorarsi, ma di saper vivere l'amore come un gioco. Perciò egli ammette
anche il tradimento in una relazione. Per Ovidio il tradimento è un elemento base della società del
suo periodo. Ma Ovidio specifica anche che non si riferisce al rapporto del matrimonio e neanche
alle donne perbene. Egli dà consigli alle liberte, alle schiave e alle cortigiane. Quindi l'opera
rappresenta vivacemente il quadro sociale del tempo di Ovidio e dunque non stupisce il fatto che
non sia stata apprezzata da Augusto stesso (probabilmente per il velato rifiuto dei modelli etici
arcaici). Il titolo deriva dal primo verso dell'opera, e riecheggia da un lato le contemporanee "artes
oratoriae", dall'altro le "arti d'amare" dei filosofi greci. Dunque, anche l' "Ars amatoria" si propone
come un genere nuovo, laddove presenta, nella formale struttura "didascalica", i contenuti
caratteristici del più smaliziato mondo poetico ovidiano. L'opera vuole essere, infatti, un vero e
proprio trattato sui comportamenti d'amore, vera summa - e culmine - di tutta l'elegia latina
precedente, una precettistica di galanteria erotica, condita di arguzie e piacevolezze. L'opera
dispone, così, in maniera organica, quei precetti che più di una volta, anche se in forma isolata,
erano già apparsi negli "Amores" ( e anche in Tibullo e in Properzio); ma è una precettistica molto
poco austera, poiché ogni situazione d'amore resta solo frivola avventura, arricchita da digressioni,
riferimenti al mondo del mito o alla storia o alla leggenda. Al di sopra di tutto, al di sopra dei luoghi
comuni, dei consigli d'amore, delle scene di vita come degli squarci di mito, è la sorridente arguzia
del poeta, che con arte suprema e impeccabile impegno formale ha creato un mondo in cui tutto
sembra accordarsi - anche gli inganni e le astute simulazioni - in una superiore armonia. Sullo
sfondo, ancora una Roma fissata in un'atmosfera di magica luminosità, in cui unica dominatrice
sembra essere proprio la donna, con l'incanto delle sue apparizioni. Questo ovidiano è soprattutto un
mondo di grazia e di eleganza, ove ognuno trova la propria dimensione in un impegno d'amore che
è, sì, coinvolgente, ma che mai assorbe troppo sul serio: anche gli dèi e gli eroi sembrano farne
parte. Nell'Ars amatoria, dall'alto della sua esperienza di poeta e di amante, Ovidio assume il ruolo
di praeceptor amoris. Se prima il poeta-amante dopo aver vissuto una storia tormentata con la dolce
amata si sentiva socialmente in dovere di mettere al servizio degli altri la propria esperienza, ora il
ruolo del poeta viene scisso dalla sua vita passata. Inoltre, mentre in precedenza il poeta-amante si
definiva uno schiavo d' amore, ora, il praeceptor guarda dall'esterno il rapporto d' amore tra due
partners e si diletta nel dare consigli dettagliati, invitando i lettori a seguirli in modo rigoroso, quasi
come si segue una ricetta di cucina. Dunque quello che prima era un poeta-amante, diventa nell'Ars
amatoria un poeta-regista, che muove gli amanti come pedine su una scacchiera. Anche il ruolo
della donna cambia all'interno dell'elegia di tipo erotico; essa diventata solo una preda da cacciare
tra tante altre. Nella tradizione infatti, la puella, soggetto delle attenzioni di un corteggiatore era
una, ben determinata. Al contrario nell'Ars amatoria la puella non ha nome, è generica. Per Ovidio
bisogna godere degli aspetti positivi del rapporto, lasciando da parte le sofferenze, che fino ad allora
sembravano inevitabili. E per far questo è necessario produrre strategie e tattiche, che il poeta nel
suo manuale suggerisce con rigore scientifico. Il titolo stesso rimanda alle ars. Infatti così come i
trattati dell'ars rethorica, il poema si apre con la presentazione del tema di fondo dell'opera e con
l'intentio, la raccolta degli argomenti veri o verosimili, per poi proseguire, conformemente alla
tradizione didascalica, con la partitio, ossia ³l'enumerazione introduttiva sui punti da trattare, prima
di una intricata narratio o di una argumentatio´. Il poeta assicura che le strategie di conquista da lui
proposte sono universali e valide per ogni fanciulla. Tuttavia, alla fine dell'opera, Ovidio tiene a
sottolineare che a dispetto di quanto da lui esposto, l'amore non è una scienza esatta e ogni donna
per essere conquistata richiede un metodo diverso, in quanto vive in contesti differenti, ha abitudini
differenti. I metodi utili sia per la conquista che per il mantenimento del rapporto sono
principalmente due: l'inganno e la simulazione. Secondo il poeta, bisogna simulare di
accondiscendere ad ogni richiesta e capriccio della preda, che riterrà così di essere davanti ad un
amante fedele e prodigo. L'amore è quindi una guerra spietata in cui il fine giustifica i mezzi. È
pertanto importante che l'amante non si mostri mai debole agli occhi dell'amata e soprattutto che
non diventi schiavo d'amore (come invece accadeva nelle precedenti esperienze elegiache), ma
renda tale l'amante. Ad appoggiare le sue idee il poeta cita molto spesso degli exempla, esempi di
storie tratte dalle leggende e dai miti degli eroi e degli dei.
"De medicamina faciei femineae"
Anche il "De medicamina faciei" ("L'arte del trucco") è opera a suo modo precettistica: un
trattatello di circa 100 versi, in metro elegiaco, che si divideva in due parti: la prima, una difesa
dell'eleganza della vita di città, in confronto all'antica semplicità campagnola dei costumi; la
seconda, una serie di 5 ricette di cosmetici che permettessero alle donne di conservare e rendere più
attraente la loro bellezza.