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LUIGI PIRANDELLO

La madre, allontanatasi da casa a Girgenti (Agrigento) per sfuggire al colera, si rifugia in un podere
di campagna, chiamato Caos: qua nasce Pirandello nel giugno 1867. Giocando sul nome del podere,
disse di essere “figlio del caos”, ritenendo che la sua vita vedeva come protagonisti
l’imprevedibilità e l’assenza di ordine.
Con il padre Stefano ebbe un rapporto difficile, segnato dall’indifferenza. Da bambino si
appassiona alla lettura ma, trovando a fatica libri da leggere, ascolta le leggende folkloristiche
siciliane, future basi delle novelle.
Il padre gli impose studi tecnico-commerciali. Al fine del secondo anno, Pirandello finse di essere
rimandato e prese lezioni di latino, per essere ammesso al ginnasio. Il padre scopre l’inganno ma
non si oppose, lasciando il figlio proseguire con gli studi liceali a Palermo.
Il rapporto col padre declina definitivamente quando scopre che tradiva la moglie. Elementi del
dramma familiare saranno narrati nella novella “Ritorno”, una sorta di vendetta del figlio nei
confronti del padre.
A 19 anni Pirandello si innamora di una cugina molto bella, ma i genitori consentiranno il
matrimonio solo se Luigi si fosse associato al padre nel commercio dello zolfo. L’esperienza lo
turba. Dopo tre mesi, il padre lo convinse a lasciar perdere i lavori manuali ed inscriversi alla
facoltà di Legge. Luigi lo fece, iscrivendosi parallelamente anche a Lettere.
Si traferisce a Roma e, giunto alla Sapienza, si dedica soltanto a Lettere. Scrive i primi testi teatrali,
che però non furono messi in scena. Allora si spostò all’Università di Bonn, dove al tempo
insegnavano i più grandi specialisti di Filologia romanza. Restò in Germania 1 anno e mezzo.
Nel 1891 si laurea, torna in Sicilia e rompe definitivamente con la cugina.
Libero da legami amorosi, Pirandello si trasferisce a Roma. Qui compone poesie, commedie,
drammi, novelle e un romanzo, pubblicato anni dopo con il titolo “L'esclusa”. Il poco che riusciva a
guadagnare giungeva da collaborazioni giornalistiche: la situazione economica precaria finisce
con l'esasperare Pirandello. Viene così combinato un “matrimonio di surfaro”, ossia un legame tra
famiglie legate al commercio dello zolfo. Pirandello sposa nel 1894 Antonietta Portolano, figlia di
un socio del padre. Nello stesso anno esce la prima raccolta di novelle di Pirandello, “Amori senza
amore”.
Presto Pirandello nota la distanza intellettuale che lo separa dalla moglie. Nel giro di pochi anni
nascono tre figli. Antonietta comincia a manifestare i primi segni di fragilità psichica e le necessità
economiche si moltiplicano: Pirandello si dedica all'insegnamento, ottenendo una cattedra
all'Istituto Superiore di Magistero di Roma. Svolse la professione con serietà, anche se per lui si
trattava di un dovere di necessità.
Il padre Stefano aveva investito molto denaro nella gestione di una miniera di zolfo. La miniera nel
1903 si allaga improvvisamente: quando Antonietta apprende la notizia viene colta da una paralisi.
Anche Pirandello, disperato per la notizia, nei giorni successivi ipotizza il suicidio. Luigi però
reagisce alla disgrazia immergendosi in un lavoro senza posa. Oltre a insegnare, inizia a dare lezioni
private di italiano e tedesco, traduce, scrive nuove opere: gli viene chiesto di pubblicare un romanzo
a puntate sulla rivista “Nuova Antologia”: nel giro di pochi mesi vede la luce “Il fu Mattia Pascal”.
Le condizioni mentali di Antonietta peggiorano nel 1909, quando le muore il padre: la sua malattia
si manifesta come gelosia ossessiva verso il marito. Pur lavorando in tali condizioni, Pirandello,
ormai autore riconosciuto, scrive con ritmo ininterrotto, portando a termine moltissime opere, tra
cui: “L'umorismo”, “Suo marito”, “I vecchi e i giovani”, oltre che numerose novelle.
Intensifica anche la stesura di testi teatrali: inizia così l’intensa amicizia con il commediografo
siciliano Nino Martoglio. Comincia a scrivere uno dei suoi romanzi più significativi, “Uno,
nessuno e centomila”, che terminerà soltanto nel 1925.
Nel 1915 il primogenito Stefano viene ferito e catturato dagli austriaci, mentre il più piccolo,
Fausto, è richiamato sotto le armi. Pirandello acconsente a fare internare Antonietta in una clinica
psichiatrica: la donna vi entra nel 1919 e vi resterà sino alla sua morte. Luigi sembra voler
dimostrare in tutti i modi il suo affetto verso i figli, ma con scarsi risultati.
Alle difficoltà con i figli si accosta, tuttavia, il recupero di un rapporto più tollerante con il padre.
A partire dal 1915, Pirandello si dedica alla stesura di opere teatrali: la sua prima commedia in tre
atti è “La ragione degli altri”, cui seguono: “Così è (se vi pare)”, “Il berretto a sonagli”, “Il piacere
dell'onestà”. L'editore Treves di Milano procede nella pubblicazione in volume di tutte le novelle
apparse su rivista, raccogliendo le opere teatrali in una serie di libri dal titolo “Maschere nude”
(teatro-identità). Il dramma di “Sei personaggi in cerca d’autore” scatena una vera rivoluzione
durante la sua prima serata a Roma, costringendo Pirandello a scappare dal pubblico inferocito.
Mesi dopo, a Milano, l'opera ottenne un successo straordinario.
Con una lettera pubblicata sul quotidiano “L'Impero” nel settembre del 1924, Pirandello chiede
pubblicamente a Mussolini la tessera del partito fascista: l'adesione al fascismo da parte di un
intellettuale come Pirandello, poco dopo l'uccisione del deputato Giacomo Matteotti, suscita grandi
polemiche. Se Pirandello scelse il fascismo per interesse, di fatto non ottenne grandi vantaggi.
Pirandello non rinnegherà mai apertamente la sua scelta, ma con il tempo il suo atteggiamento si
mostrò sempre più critico nei confronti del regime. Nel 1934 Pirandello viene insignito del Premio
Nobel per la Letteratura.
Nel 1925 assume la direzione artistica del Teatro d'Arte di Roma: qua Pirandello tiene vere
lezioni nelle quali impone agli attori di trasformarsi nei personaggi, di sentirli dall'interno. Qui
apprezzò particolarmente la giovane attrice Marta Abba, capace di diventare ciò che lui chiedeva:
tra i due nasce un legame profondo.
Tra il 1928 e il 1934 Pirandello compone una serie di testi dedicati al mito: l'ultimo, “I giganti della
montagna”, rimase incompiuto. Vennero realizzati film tratti da sue opere. Nel dicembre del 1936
Pirandello si ammala di polmonite e muore a 69 anni nella sua casa a Roma.
L’UMORISMO

Pirandello scrive nel 1908 un saggio in cui espone le sue considerazioni sull’umorismo. Il testo è
dedicato “Alla buon’anima di Mattia Pascal”, bibliotecario, protagonista del romanzo. Mattia Pascal
è un personaggio contraddittorio che suscita sorriso e compassione, ma lascia il lettore perplesso.
Questi sono alcuni tra gli elementi che per Pirandello costituiscono l'essenza dell'arte umoristica.
L'opera è divisa in due parti: nella prima analizza il significato del termine umorismo, nella seconda
definisce le sue caratteristiche. Per Pirandello, nell’arte umoristica, la riflessione assume un ruolo
determinante e attivo nel processo creativo, perché analizza la realtà, la presenta al lettore
suscitando in lui una particolare reazione che lui chiama “sentimento del contrario”.
Ciò che suscita il riso immediato è comico: quando un personaggio è il contrario di ciò che ci
aspettiamo non possiamo ridere. Se dopo il riso subentra la riflessione, al riso si unisce un
sentimento di pietà. L'umorismo scaturisce dunque dall’unione tra percezione e riflessione. È un
sentimento inteso come capacità di sentire il personaggio e le sue contraddizioni, grazie alla
riflessione.
Gli uomini cambiano in continuazione, indossano una maschera consapevolmente o
inconsapevolmente, una maschera che ciascuno attribuisce a sé e dagli altri riceve. La scoperta di
non avere una personalità compiuta non riguarda soltanto i folli, ma chiunque è convinto di
conoscere sé stesso. L'uomo per Pirandello è quindi un insieme di contraddizioni e incoerenze.
Caratteristica tipica dell’umorismo è proprio la tendenza a mostrare contemporaneamente più
aspetti della realtà. Nell’arte umoristica, le cause delle azioni non sono mai facilmente spiegabili: la
personalità non è qualcosa di definibile, bensì agisce sulla base di istinti contrastanti.
Tale punto di vista è definito “relativismo conoscitivo”, in quanto non esiste una sola verità, valida
per tutti. In questa prospettiva, i ruoli e i valori sono convenzioni, non condivisibili. Le parole sono
fonte di malintesi, poiché non assumono mai un senso comune.
L'uomo indossa una “maschera”, ovvero qualcosa che lo renda riconoscibile a chi gli sta intorno e
che lo faccia sentire libero. Tale maschera però e soffocante. Molti vivono recitando la propria parte
senza “capire il gioco”. Tema ricorrente è anche la “fuga da sé stessi, alla ricerca di una nuova
identità, cadendo nell’acquisizione di una nuova maschera”.
Umorismo e compassione sono strettamente legati.
NOVELLE PER UN ANNO

Pirandello rimase fedele alle novelle per tutta la sua vita, scrivendole da quando aveva 17 anni sino
alla fine della sua vita. Le novelle costituiscono per Pirandello un serbatoio di idee che danno la
possibilità di sperimentare situazioni nuove e delineare personaggi sempre diversi.
“Novelle per un anno” avrebbe dovuto essere una serie di 24 volumi che avrebbero dovuto
contenere 365 novelle, in parte già edite o rielaborate. Prima della morte e riuscì a realizzare 15
volumi, per un totale di 225 novelle.
L'ambizioso progetto è privo di una specifica ragione narrativa: non ci sono cornici, nessun’anno
specificato, nessun legame tra le singole novelle che semplicemente si succedono l'una dopo l'altra.
Pirandello intende stabilire un legame con le principali opere della tradizione novellistica come
Le mille e una notte e il Decameron.
Il narratore umorista ritiene che la realtà non possa essere rappresentata in modo oggettivo,
mettendo in scena eventi inspiegabili e personaggi che non corrispondono più al proprio ruolo: un
mondo provvisorio e sfuggente, come l’esistenza dell’uomo stesso, artificiale ed enigmatica.

IL TRENO HA FISCHIATO

Comportamento improvvisamente insolito di Belluca, che sembra delirare. I colleghi hanno una
percezione superficiale del comportamento del protagonista. L’io narrante è a conoscenza dei
motivi che portano Belluca al delirio. Riflessione: emergono le contraddizioni che portano Belluca a
soffrire. La sua vita si immerge nel fantastico quando sente il treno fischiare. Le convenzioni
sociali, come famiglia e lavoro, costringono Belluca a condurre una vita triste e innaturale. Libertà
di evadere attraverso l’immaginazione: compromesso.
UNO, NESSUNO E CENTOMILA

Pirandello lo inizia nel 1909 e lo porterà a compimento soltanto 15 anni dopo nel 1925. Vi
confluiscono spunti e suggestioni in parte già espressi nei saggi L'umorismo e Non conclude. Nella
produzione letteraria di Pirandello Uno, nessuno e centomila riveste un duplice ruolo: da un lato
chiude la stagione dei romanzi, dall'altro riflette il passaggio a una nuova fase di poetica. In questa
fase assume un ruolo centrale la natura, intesa come energia e slancio vitale.

Il protagonista che si è sempre considerato "uno", ossia dotato di una personalità fissa, scopre che
gli altri lo vedono in modo diverso da come egli pensa, "centomila" diverse personalità. Inoltre,
l'idea che il protagonista ha di sé non può imporsi come la più forte o veritiera: le altre centomila
appaiono egualmente legittime. Egli si rende conto di essere "nessuno" e sceglie consciamente di
rifiutare qualsiasi identità. La definitiva scomparsa dell'io non è percepita dal protagonista come
una morte ma bensì come una liberazione.

Vitangelo Moscarda, soprannominato Gengè dalla moglie, vive una vita agiata e tranquilla.
Vitangelo ha vissuto quasi trent'anni senza avere consapevolezza di ciò che gli altri pensino di lui,
ma una banale osservazione della moglie su alcuni suoi lievi difetti fisici gli scatena l'ossessione di
scoprire le maschere che gli altri gli attribuiscono. Inizia dunque a comportarsi in modo opposto
alle pretese, per distruggere tutte le rappresentazioni che gli altri hanno di lui. Vorrebbe liquidare la
banca e le sue proprietà, ma la moglie e i soci si adoperano per farlo interdire pazzo. Avvertito da
un'amica della moglie, Anna Rosa, Vitangelo si accorda con un religioso per devolvere tutto in
beneficenza. Durante un momento di turbamento Anna rosa, l'amica della moglie, ferisce Vitangelo
con una pistola ma durante il processo lui stesso la scagiona. Vitangelo viene così internato in un
ospizio da lui stesso fatto edificare.
Non cerca di fissarsi in una nuova identità ma si abbandona alla mutazione continua delle cose
attraverso l'immersione nella vita universale, continua, indifferente, sottratta al tempo umano.
Il romanzo è diviso in otto libri e sessantatré brevi capitoli. Alla distruzione dell'io corrisponde
infatti la dissoluzione della struttura logica del racconto: la trama procede per sbalzi, soste
riflessive, ritorni all'indietro, in una sorta di diario eterogeneo in cui l'atto di dire e riflettere diventa
più importante dei fatti stessi. Il narratore parla in prima persona, in forma retrospettiva ma senza
abbandonare la focalizzazione sul personaggio. La forma predominante è quella del monologo
interiore, a cui subentra spesso una sorta di dialogo con il lettore, che viene chiamato in causa e
incalzano attraverso esortazioni. Significativa a questo proposito è l'influenza delle opere
umoristiche dell'irlandese Laurence Sterne, per la presenza di un lettore che parla ininterrottamente
con il lettore.
In Uno, nessuno e centomila compaiono molti temi propriamente pirandelliani:
- Il relativismo assoluto: per Pirandello non esiste un'identità né una verità univoca in grado di
imporsi su tutte le altre;
- L'incomunicabilità e la solitudine: poiché la percezione di sé e degli altri è sempre
soggettiva, si crea il paradosso per cui gli uomini non parlano davvero tra loro;
- La follia: poiché Vitangelo parla e si comporta in modo inatteso, incoerente, inspiegabile,
viene considerato pazzo. La follia, tuttavia, non è vissuta come una sconfitta ma come una
sorta di guarigione dal male della vita.

Secondo il figlio Stefano l'opera è stata un rifugio del padre per anni. Partendo da questa
indicazione, un'interpretazione del romanzo potrebbe essere quella autobiografica in cui lo scrittore
ha tentato di "scomporre e rendere umoristicamente governabili (…) ossessioni anche sue" (critico
Mazzacurati): in primo luogo la malattia mentale della moglie, il rapporto mai risolto con il proprio
padre o un modo per liberarsi dalle angosce della vita. Pirandello però sostiene che quella
autobiografica appare come un chiave di lettura riduttiva rispetto alle funzioni che egli voleva
attribuire al proprio romanzo-saggio.
IL FU MATTIA PASCAL

Il romanzo "Il fu Mattia Pascal" racconta il bizzarro caso di un uomo che, creduto morto, inventa
per sé una nuova identità, pensando di poter essere più libero, senza successo.
Uscito a puntate nel 1904 sulla rivista "Nuova Antologia", Il fu Mattia Pascal è raccolto in volume
nello stesso anno e tradotto in tedesco, francese e inglese. Non ottiene all'inizio una calda
accoglienza: i critici vedono un prodotto di facile intrattenimento e uno dei critici più influenti del
tempo, Benedetto Croce, esprime un giudizio negativo. Le poche voci che sostengono Pirandello
sono quelle di Federigo Tozzi e Giacomo Debenedetti. In questo libro Pirandello introduce una
serie di novità che riguardano la struttura narrativa, la definizione del protagonista, i temi affrontati,
e sperimenta le idee fondamentali della sua poetica, che saranno poi esposte in forma teorica nel
saggio L'umorismo dedicato proprio alla buonanima di Mattia Pascal, bibliotecario.

TRAMA
Mattia Pascale, bibliotecario a Miragno (un immaginario paese ligure) su invito di un amico
sacerdote decide di mettere per iscritto la propria singolare storia. Dopo un’adolescenza disperata si
ritrova in condizioni economiche difficili a causa di una disonesta da parte dell'amministratore Batta
Malagna che si è appropriato di tutti i beni di famiglia. Seduce, per vendetta, la nipote e la moglie e
viene poi costretto a sposare la prima da cui ha un figlio. Intanto Mattia accetta un lavoro in una
biblioteca deserta. Con i soldi ricevuti alla morte della madre tenta di scappare in America ma si
ferma a Montecarlo dove vince una fortuna al gioco e sceglie di tornare a casa. Al suo ritorno
apprende la notizia della sua morte e pensa dunque di costruirsi una nuova vita più libera e
piacevole. Sceglie il nome di Adriano Meis, inventa un passato per la sua nuova identità e affitta
una camera a Roma. Progressivamente Adriano-Mattia scopre i limiti della sua nuova identità:
innamoratosi di Adriana non può sposarla perché Adriano non esiste e Mattia Pascal è già sposato.
Decide quindi di mettere fine al personaggio di Adriano con un finto suicidio e torna a Miragno.
Mattia decide di non rivendicare la sua identità e resta in disparte riprendendo il lavoro di
bibliotecario. A quelli che gli chiedono chi egli sia risponde: "Io sono il fu Mattia Pascal".

STRUTTURA
La vicenda è narrata in prima persona da Mattia Pascal ed è composta di 18 capitoli, che possono
essere suddivisi in quattro parti:
1. Prima parte: che potremmo definire la cornice. Due premesse: una più generale, per
incuriosire il lettore, e una filologica, in cui riflettere sul modo e sulle possibilità stessa di
raccontare la storia.
2. Seconda parte: che chiameremo antefatto; copre circa tre anni, dall'inizio vero e proprio alla
decisione di non tornare più a casa;
3. Terza parte: dove lui tenta di rifarsi una vita e si estende per due anni e due mesi;
4. Quarta parte: che definiremo il ritorno a casa, dove tenta di rientrare nella precedente vita,
dura circa 6 mesi.

Il fu Mattia Pascal è un romanzo che usa molti elementi narrativi classici come l'espediente del
manoscritto e la scelta della narrazione autobiografica. Non si limita a riutilizzare queste tecniche
ma il principio fondamentale dell'umorismo lo porta a guardare con distacco fatti e personaggi e con
un atteggiamento più riflessivo verso la vita.
La vicenda è estremamente insolita, tanto che viene accusata di essere inverosimile. La vicenda
mostra il trionfo del caos, dell'imprevedibile e dell'assurdo. Nell'edizione finale del romanzo
aggiunge il racconto Avvertenza sugli scrupoli della fantasia che riporta due fatti cronaca: nel primo
un uomo diviso tra l'amore per la moglie e per l'amante organizza un suicidio di gruppo; dopo che la
moglie si spara in testa, l’amante e l'uomo decidono di vivere la loro vita ma vengono arrestati poco
dopo. Nel secondo un uomo che viene dichiarato presunto morto torna dopo anni reclamando la
moglie che nel mentre si era risposata. La varietà, il caso e l'assurdo sono pertanto assolutamente
legittimi nell'arte.
Il protagonista non è un eroe classico ma un antieroe, un inetto che tenta che tenta di trasgredire ma
non ha mai il coraggio di ribellarsi veramente. È presente una focalizzazione sull'io narrato: i fatti,
sebbene siano già accaduti sono raccontati dal punto di vista del personaggio che li vivendo, che li
comprende in modo parziale. Il narratore-personaggio riflette costantemente ma è inattendibile:
mente a sé stesso, adducendo per i propri atti troppe motivazioni, come è evidente, non è sincero
con sé non lo è neanche con il lettore, che è portato a diffidare di lui.

In sintesi, si allontana dalle tradizioni letterarie pur mantenendo un legame perché:


- Rispetto al romanzo romantico- risorgimentale respinge l'adesione al vero;
- Rispetto alla narrativa verista, rifiuta il nesso causa-effetto;
- Rispetto alle opere simboliste, si distingue perché il protagonista non ricerca significati
nascosti nelle cose.

Nel romanzo compaiono alcuni temi ricorrenti nella produzione pirandelliana tra cui l'identità
individuale e il rapporto con la famiglia. La vicenda porta il protagonista a scoprire che l'identità
non è oggettiva e stabile, ma condizionata da mille elementi e dunque inafferrabile e inconsistente.
Al suo ritorno il protagonista scopre che nulla è più come prima ma non h ala forza di portare a
termine la sua ribellione (come ad esempio Vitangelo Moscarda). Tra le strutture che condizionano
e paralizzano l'uomo, per Pirandello vi è sicuramente la famiglia, che impone obblighi all'individuo.
Si tratta di un tema che per Pirandello ha radici autobiografiche: quando scrive il romanzo ha
appena subito un grave danno economico (l'allagamento della miniera di zolfo).