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MASSIMO CARLOTTO, MARCO VIDETTA, NORDEST. Copyright 2005 by Edizioni e/o.

Nordest, scritto a quattro mani da Massimo Carlotto e Marco Videtta, racconta un tema antico, il rapporto padri e figli, inserito nell'attualit del nordest italiano. Un territorio ricco e complesso, considerato la locomotiva dell'economia italiana che oggi sta vivendo una crisi epocale che ha determinato la fuga degli industriali verso Cina e Romania. Ed proprio l'ambiente delle grandi famiglie industriali quello incui matura il delitto di una giovane donna prossima al matrimonio. Sullo sfondo il "paese", il nome non ha importanza perch in tutto il Nordest le grandi famiglie sono tutte uguali e il territorio non ha pi identit. Nordest un noir che, a partire da un delitto, racconta l'illegalit diffusa che ha permesso di accumulare grandi ricchezze e un sistema economico che non si mai posto problemi rispetto al saccheggio del territorio. Personaggio principale Francesco, rampollo della seconda famiglia pi ricca del "paese", giovane avvocato dal futuro gi scritto che dovr confrontarsi con il suo ambiente e scegliere tra verit e "normalit". Carlotto e Videtta, appassionati del genere, hanno scelto di mettere insieme le loro specificit per scavare pi a fondo nella realt del Nordest, per evidenziarne personaggi e contesti. Come sempre nei romanzi di Carlotto, la trama prende spunto da fatti realmente accaduti.

Nordest. A Padana City, morti i partiti e le parrocchie,

non comandano parlamentari, prefetti, sindaci, presidenti di banche e associazioni, direttori, giudici e colonnelli. Comandano le famiglie. l'arengo composto da pochi gruppi privati con alla testa i capi che si relazionano tra di loro a costituire l'ossatura del potere... Giuliano Ramazzina, Fuori Mercato, Spazio Libri 2002.

Un mercoled come tanti. Era stato un mercoled come tanti. Un mercoled d'inverno del Nordest. Nel corso della giornata le strade si erano riempite di pendolari e Tir. Lunghe file avevano intasato autostrade, statali e provinciali. A Padova e Vicenza, per l'ennesima volta, l'inquinamento aveva superato i limiti di legge. Il cavalcavia di Mestre, in piena notte, era ancora un serpentone di mezzi pesanti che avanzavano lentamente nei due sensi di marcia. Merci legali e illegali che andavano e venivano dai paesi dell'est. Quel giorno avevano chiuso i battenti altre quattro aziende, la pi grossa aveva cinquantuno dipendenti. Altri quattro capannoni vuoti con la scritta affittasi, tradotta anche in cinese. Di capannoni aveva parlato nella mattina un docente di urbanistica della Facolt di architettura di Venezia. Ai suoi studenti aveva spiegato che, a forza di costruire 2.500 capannoni l'anno, erano stati sottratti al paesaggio agrario ben 3.500 chilometri quadrati e che nella sola provincia di Treviso c'erano 279 aree industriali, una media di quattro per comune. Il docente era preoccupato, aveva affermato che la devastazione del territorio era ampia e profonda. Forse irreparabile. Ormai nel Nordest i capannoni avevano cancellato memoria alla terra e identit agli abitanti. E di identit locale si era parlato in un'altra universit. Tre persone su quattro continuavano a usare il dialetto, anche in ambito professionale. Un dato confortante, lo avevano definito: il dialetto rappresentava un elemento di grande importanza per la coesione della comunit. E numerose espressioni dialettali erano state usate nel corso di un convegno svoltosi al Museo dello Scarpone di Montebelluna dove era stata annunciata la delocalizzazione di 44 aziende del settore calzaturiero. Colpa dei cinesi, era stato detto. L'import delle calzature in pelle dal paese asiatico era aumentato del 700% nell'ultimo anno. Il ministro delle attivit produttive aveva auspicato l'introduzione di dazi antidumping per arginare il fenomeno. E la Coldiretti, in un comunicato, aveva espresso la sua preoccupazione per l'importazione selvaggia dalla Cina di fagioli secchi e ortaggi in salamoia, produzioni importanti in alcune zone del Nordest. Anche quel giorno i cinesi avevano comprato un paio di locali pubblici e diversi esercizi commerciali. Pagavano sempre in contanti, senza discutere il prezzo. Di soldi si era discusso in altri incontri dove esponenti del mondo bancario avevano sottolineato un positivo aumento degli utili trimestrali. E degli utili di 262 evasori totali si era parlato durante una conferenza stampa della guardia di finanza. Nel corso dell'indagine erano stati scoperti 1.200 lavoratori in nero e 776 irregolari. Molti di loro erano stranieri privi di regolare permesso di soggiorno. E stranieri clandestini erano la maggior parte delle persone arrestate quel mercoled dalle forze dell'ordine nel Nordest. Da anni culture criminali provenienti dall'est e dal sud del mondo si erano

insediate nel territorio, la criminalit organizzata italiana era solo un ricordo dei cronisti di nera. Le prostitute, nonostante il freddo e la nebbia, avevano iniziato a battere fin dalla tarda mattina sulle provinciali. A quell'ora della notte avevano invaso paesi e citt. Il settore tirava. Come quello della droga, del resto. In crisi invece la prostituzione nei night e nei locali di lap dance. I gestori dei locali notturni erano stati i primi a cogliere i sintomi della recessione economica. Industriali e professionisti che prima affollavano quei locali, spendendo qualche migliaio di euro a sera in champagne e donnine, si facevano vedere meno. Migliore dell'anno precedente solo la produzione vinicola le cui esportazioni erano aumentate. Anche quel mercoled centinaia di casse di Marzemino, Prosecco, Sauvignon e di altri vini erano state spedite in ogni parte del mondo. A livello politico il futuro era piuttosto incerto, nonostante le elezioni avessero riconfermato il precedente governo regionale. Anche quel giorno c'erano state riunioni e incontri confidenziali nella maggioranza e nell'opposizione nel tentativo di ricucire le divisioni interne e gli scontri di potere. Sembrava che nessuno fosse pi in grado di governare il futuro. Era stato un mercoled come tanti. Trascorsa la ventiquattresima ora, la nebbia, spessa e lattiginosa, dominava ovunque. Il cuore del Nordest pulsava pi lento approfittando della tregua della notte. "Ma quando arriva? quasi l'una". La scultura di cera che stava prendendo forma tra le sue mani non poteva rispondergli, anche se la somiglianza, a forza di lavorarci, diventava ogni giorno pi inquietante. La luce di un faretto cadeva su quel volto di donna perfetto, bellissimo. Eppure mancava ancora qualcosa. Mancava l'anima. Ma come si poteva catturare la sua anima? Non era uno scultore all'altezza, per la verit non era all'altezza di niente. E poi l'ansia lo stava divorando, la protesi dell'anca rifiutava tutte quelle ore in piedi. Persino la cicatrice gli batteva sulla guancia, come se di notte si risvegliasse. Forse era il pensiero di Giovanna che fra nove giorni avrebbe sposato Francesco. Allung una mano verso il tavolo da lavoro e strinse tra le dita uno dei ferri acuminati che aveva messo a scaldare sul fornelletto a spirito. Appoggi il ferro rovente all'orbita dell'occhio destro della scultura. Gli occhi sono lo specchio dell'anima e lui voleva scavarla quell'anima, se mai l'avesse trovata. "Ma quando arriva?" torn a chiedersi mentre la cera sfrigolava al contatto con il ferro arroventato. La nebbia non le impediva di spingere la Mazda rossa oltre il limite consentito. Conosceva quella strada di campagna, la conosceva bene. E non erano le curve a preoccuparla. L'uomo che le aveva rovinato la vita, che aveva fatto di lei una puttana, la stava aspettando. Ancora una curva prima di arrivare da lui, per l'ultima volta. La sua amica Carla aveva ragione. Non poteva sposare Francesco senza dirgli tutto. Ma come fare a dirglielo? Cosa sarebbe successo? Francesco l'avrebbe ancora voluta? Mentre i brutti pensieri le si allargavano nel cervello come una metastasi, la macchina stava prendendo il sopravvento. L'idea di perdere Francesco era calata come uno schermo scuro tra lei e il parabrezza e per un attimo la strada era

scomparsa. Il cuore aveva sussultato in un risucchio, appena in tempo per ordinare alla mano l'impercettibile movimento che l'aveva riportata sul rettilineo, oltre la curva. "Pensa a guidare, stupida puttana". Il piede destro fasciato in un elegante dcollet si era sollevato dall'acceleratore. La macchina aveva rallentato di colpo e il cuore con lei. Magari avesse potuto salvarsi dai suoi pensieri con la stessa istantaneit. Ma oltre la curva, alla fine del rettilineo, c'era lui ad aspettarla. L'uomo che le aveva rovinato la vita. Un bagliore nello specchietto retrovisore le accec i pensieri. Di nuovo l'istinto la mise in guardia. I fari si spostarono a sinistra, i finestrini oscurati di un Cherokee si abbassarono, urla selvagge le si affiancarono. Sapeva che non avrebbe dovuto guardare ma non pot farne a meno. Solo un istante, il tempo di intravedere una figura che si sbracciava nella nebbia. Meglio non accelerare, avrebbe dato loro il pretesto per ingaggiare una gara, per eccitarsi di pi. Tra poco sarebbe arrivata. Duecento metri dopo, Giovanna aveva parcheggiato il pi vicino possibile al villino. Il Cherokee si era fermato sul lato opposto della carreggiata. Ancora una ventina di passi e avrebbe raggiunto la porta. Solo cinque minuti prima le sarebbe sembrato impossibile aspettarsi proprio da lui la salvezza. I tacchi slittavano sulla ghiaia. Con quelle scarpe era come scalare una duna di sabbia. Doveva evitare di girarsi. Non c'erano stati sportelli sbattuti e nemmeno passi in corsa dietro di lei. Solo quando fu davanti alla porta si decise a guardare. I finestrini oscurati del fuoristrada erano stati tirati su e a quel punto non le importava se la stavano guardando. Tra un istante lui le avrebbe aperto. Buio e nebbia. Si attacc al campanello. "Giovanna, finalmente. Ero in pensiero". La sua voce cos rassicurante. Entr e si lasci abbracciare, affondando il viso sul suo torace, nel suo profumo. Per un attimo non si era sentita pi la sua amante, la sua porca problematica, come lui la chiamava, ma quasi una figlia tornata a casa dopo un brutto spavento. Era stato dopo, quando lui le aveva alzato il mento e l'aveva baciata sulla bocca, nella bocca, che quella passione cos autoritaria l'aveva fatta sentire ancora una volta perduta. Senza una parola, lui l'aveva spinta sul letto e ora si muoveva dentro di lei, come piaceva a lei. Era forte, sicuro. Non percepiva in lui l'ansia di compiacerla che aveva Francesco. Lui dava e prendeva, dava e prendeva. Era questo il loro gioco. Ma poi lui s'era preso l'anima e lei non aveva avuto pi niente da dare. Ora sapeva come fare. Doveva spingere con tutta la forza per staccarsi di dosso quel corpo sopra di lei. "Basta! Non voglio, basta ho detto!". Lui si ferm. La guard dritto negli occhi e cap. Si sollev, la liber dal suo peso e si mise a sedere sulla sponda del letto. " finita, vero?". Giovanna non rispose. Gli appoggi delicatamente la punta delle dita sulla schiena nuda. Lui annu stancamente. Non credeva che sarebbe stato cos facile.

Eppure adesso era l, nella vasca d'acqua calda, avvolta in una cortina di vapore. Senza pensieri, protetta nella sua cuccia liquida. Fin da bambina le era piaciuto fare il bagno caldo. Le sembrava che non ci fosse un posto pi sicuro al mondo. Il momento pi bello della giornata, quando la mamma si inginocchiava davanti alla vasca per lavarle i capelli, che allora erano pi biondi e lunghi fino al sedere. La mia sirenetta, la chiamava. L'infanzia era stato l'unico periodo veramente felice della sua vita. Dopo, era dovuta crescere in fretta senza avere il tempo di distinguere tra gli uomini e i ragazzi, come se l'adolescenza fosse stato un tempo a lei negato. Dai peluche alla laurea era stato un tuffo dalla piattaforma olimpionica senza neanche il tempo di sfilarsi i braccioli di plastica. In paese dicevano che aveva puntato Francesco per farsi largo negli ambienti che contano. E invece Francesco le aveva restituito l'adolescenza. Meglio, le aveva fatto riconoscere l'innocenza. Francesco era stato il suo risarcimento. Per questo l'indomani gli avrebbe detto tutto. Non per liberarsi di un peso ma per onest. Per amore. Una volta aveva letto un haiku giapponese: "Prendi il bene. Ammucchialo in un piatto. Ripeti l'operazione col male. Calibra. Quando i piatti saranno in piano conoscerai il peso della vita". Se Francesco fosse riuscito a perdonarla, la loro vita sarebbe stata come certe domeniche quando ti svegli nel tepore del letto caldo, fuori piove, hai tutto il tempo che vuoi per crogiolarti o per riaddormentarti, ti godi i tuoi odori, ti accarezzi la pelle liscia e riposata e ti senti felice. Felice di esserti svegliata. L'acqua si stava raffreddando ma le dispiaceva uscire. Apr il rubinetto per aggiungere acqua calda. Chiuse gli occhi, scivolando in un piacevole torpore. Sul momento non cap cosa le aveva fatto riaprire gli occhi. Un soffio d'aria fredda, un brivido sulla pelle. La fiamma delle candele oscill. Sulla porta era comparso lui, in maniche di camicia. Per un momento felice lo aveva dimenticato. Era rimasto nell'altra stanza, seduto sul letto. Senza parlare, senza guardarla. Aveva sperato che fosse andato via. Uscito per sempre dalla sua vita. Che stupida. Il Tavor che aveva ingoiato prima del bagno con un lungo sorso di Armagnac, ecco cosa l'aveva rasserenata. L'acqua calda continuava a scorrere e stava traboccando dalla vasca. Lui si chin per chiudere il rubinetto. "Ti eri addormentata?". Lo vide sedersi sul bordo, rimboccarsi le maniche, versarsi lo shampoo nel palmo. Sent le mani scivolare delicatamente sui capelli. "Come la mamma", il pensiero salt fuori assurdo, incongruo. Le mani di lui, quelle mani forti e curate, corsero lungo i capelli che erano pi corti da molti anni ormai, da quando non era pi stata bambina, e scesero gi lungo il collo, fino alle spalle. "Questa l'ultima volta che mi tocchi. Domani dico tutto a Francesco". Le mani si bloccarono ma senza abbandonare le spalle. "Cos la facciamo finita". Le mani indugiarono ancora un momento. Poi la spinsero gi. L'acqua sapeva di gelsomino, eppure era salata. Non immaginava che lui avesse tanta forza. Riusciva a sollevare il capo ma non abbastanza da portare naso e bocca in superficie. Lui era entrato nella vasca e le premeva un ginocchio sullo sterno.

Sent l'aria che le usciva dal petto formando delle bolle. Gli occhi le bruciavano. Le mani scivolavano lungo le pareti della vasca. Una gamba schizz fuori dall'acqua. "Saporedisalesaporedimare". Chiss da dove riaffior quella canzone. Un dolore acuto, il tallone che aveva sbattuto contro il bordo della vasca. Poi pi niente, il buio a occhi aperti. Le ultime bollicine. E il rantolo doloroso dell'uomo che aveva messo fine alla sua vita. Di notte le piccole stazioni ferroviarie erano deserte. Al posto degli impiegati ormai c'erano macchine che gestivano il traffico e distribuivano biglietti. Per questo aveva scelto l'ultimo treno da Venezia. Nessuno lo stava aspettando, nessuno avrebbe neppure immaginato il suo arrivo. Era sicuro che non l'avrebbero visto. E se pure avesse incrociato qualcuno, ci avrebbe pensato la nebbia a nasconderlo. In quella nebbia fitta si sentiva come un'anima dannata in uno di quei gironi danteschi che aveva studiato di striscio, in un'altra vita. Si tir su il bavero del giaccone. Orientandosi a fatica, guidato dall'istinto, gli sembr che tutto quel vapore scaturisse da lui. Si ricord del toro. Aveva dieci anni e tornava da scuola. Il toro gli aveva tagliato la strada. Doveva essersi perso e sbuffava aria mentre lo fissava, immobile. Non aveva raccontato a nessuno di quell'incontro ma per anni aveva cullato la convinzione che quel toro era un diavolo e la nebbia il suo maleficio per portare via i bambini, indisturbato. Adesso era lui che sbuffava odio. Era lui che aveva bisogno di quella nebbia per agire indisturbato. Arrivato nella piazza, riconobbe il profilo del campanile e l'insegna fluorescente del bar Centrale. Lasci cadere a terra il pesante borsone. Gir lentamente su s stesso lasciando alla memoria il compito di vedere ogni particolare. Il rumore di un'auto lo fece sussultare. Raccolse il borsone e corse a nascondersi sotto i portici. L'auto, un Cherokee, inizi a fare caroselli nella piazza. Dai finestrini abbassati provenivano grida giovani ed eccitate. Poi, con una potente accelerata, scomparve nella nebbia. Lui usc dal suo nascondiglio e cerc una cabina telefonica. Ne trov una vicino alla vecchia edicola. Era completamente al buio, qualche ragazzino doveva essersi divertito a spaccare il neon. Tir fuori dalla tasca un accendino e un foglietto di carta e, alla luce della fiamma, lesse il numero. Rispose la voce impersonale della segreteria telefonica. L'utente non era in casa. "Dove cazzo sei andata?" grid. Solo il timore di essere scoperto gli impose di ritrovare calma e lucidit. Scivol sotto i portici come un vecchio ratto che ormai la sapeva lunga in fatto di sopravvivenza. Ero sveglio da un pezzo ma la nausea mi impediva di alzarmi. Avevo bevuto troppo. Gin tonic e champagne. Sentivo ancora il profumo speziato dell'entraneuse sul collo e sul mento. Sarebbe stata una mattinata difficile. Per fortuna non avevo cause in tribunale ma solo un paio di appuntamenti in studio. Guardai la sveglia digitale per l'ennesima volta. Avevo ancora un po' di tempo per cercare di smaltire l'alcol. Poi un caff, una doccia bollente e sarei stato pronto per un'altra giornata da giovane avvocato. Giovanna mi avrebbe

chiesto come era andata la festa di addio al celibato, che i miei amici avevano organizzato nell'unico night club del paese. In realt avrebbe voluto sapere se ero finito a letto con una delle signorine del Diana. No, non l'avevo fatto. La festa era stata un disastro. Almeno per me. Davide e gli altri probabilmente si erano divertiti. Erano piuttosto su di giri. Erano entrati e usciti dallo sgabuzzino dove uno dei rumeni che lavorano al locale tiene sempre pronte le piste di coca e avevano fatto gli idioti con le entraneuse. La pi bella, una sudamericana, mi pare si chiamasse Alida, me l'avevano spinta tra le braccia infiocchettata come un regalo. "Non bella come Giovanna" aveva sottolineato Davide. "Ma pare che scopi divinamente". Lei si era data da fare ma io ero stato attento a non andare oltre. Sono un Visentin e, come mi aveva ricordato mio padre, certe cose non le facciamo. "Almeno qui in paese" aveva aggiunto sorridendo. E poi avevo riconosciuto diverse persone, perlopi piccoli industriali con le tasche piene di soldi. Alcuni erano clienti di mio padre. Constantin Deaconescu, il proprietario, un rumeno dall'aria losca, era venuto a farmi gli auguri per il matrimonio. Insomma avevo tutti gli occhi puntati addosso. Mi sentivo a disagio, quel posto non mi piaceva. Era volgare e fasullo come la marca dello champagne che i camerieri servivano in continuazione. Quando Alida aveva cominciato ad accarezzarmi troppo in basso per la mia posizione sociale, confidandomi che era a mia disposizione per tutta la notte, l'avevo guardata con attenzione. Era bella e provocante ma in quel momento avrei preferito stare con Giovanna e, con la scusa di aver bevuto troppo, ero uscito a prendere una boccata d'aria inseguito dalle grida di scherno dei miei amici. Dovevano essere le due del mattino e l'aria ghiacciata toglieva il respiro. Da una macchina era scesa l'ultima persona al mondo che avrei voluto vedere: Filippo Calchi Renier. "Cosa vuoi?". Mi aveva indicato la BMW coup. "Andiamo a fare un giro. Ti devo parlare". "Hai bisogno di un avvocato?". Scosse la testa infastidito. La cicatrice sulla guancia era livida per il freddo. "Dobbiamo parlare di Giovanna". "Ovviamente" bofonchiai mentre mi avviavo verso la macchina. Filippo e Giovanna, qualche anno prima, erano stati insieme. Poi lei l'aveva lasciato per mettersi con me. Gli aveva dato la notizia una sera d'estate durante la festa del patrono del paese. Lui era salito in macchina e dopo un paio d'ore si era schiantato contro un platano di una strada lunga e dritta. Stava correndo come un pazzo e una buca gli aveva fatto perdere il controllo. Questa era la sua versione, ma in paese tutti avevano pensato a un tentativo di suicidio. Da allora non era stato pi lo stesso, nel fisico e nella mente. Mi faceva pena. Per Giovanna, invece, era un senso di colpa che non riusciva a cancellare. Non riuscivamo ad affrontare l'argomento senza litigare. Filippo era l'unico figlio della contessa Selvaggia Calchi Renier. La sua era la famiglia pi in vista del paese, poi veniva la mia. Anch'io ero figlio unico. Mia madre era morta una quindicina d'anni prima. Se l'era portata via un tumore in una clinica della California. Tutti i soldi di mio padre non erano riusciti a salvarla. Filippo aveva acceso il motore. "Non necessario andare da qualche parte" avevo detto. "Possiamo parlare qui".

Filippo non mi aveva nemmeno ascoltato e aveva ingranato la marcia. "Non la puoi sposare". "Mancano nove giorni al matrimonio. Rassegnati". "Non ti ama". "Scommetto che ama te". "S". "Mi stai facendo fare il giro del paese per dirmi queste fesserie?". Filippo aveva iniziato ad accelerare. "Rallenta" avevo urlato spaventato. "Rallenta, idiota". Aveva acceso gli abbaglianti e puntato il muso della macchina contro il muro di cinta del parco intitolato a suo padre. "Non la sposerai. Giovanna mia". Ero terrorizzato e mi ero coperto il volto con le mani, in attesa dell'urto. Filippo aveva inchiodato giusto all'ultimo momento e il coup si era fermato a pochi centimetri dal muro. Ero sceso barcollando e mi ero avventato su Filippo. L'avevo tirato gi dalla macchina e con un ceffone l'avevo gettato a terra. Lui non si era difeso. La luce gialla dei lampioni illuminava il sorrisetto idiota e il sangue che gli colava dal naso. "Tu sei matto, devi farti curare". "Prendo sempre le mie pastiglie, sono un bravo paziente". Stavo per colpirlo ancora ma qualcosa nel suo sguardo mi aveva bloccato. "Ti tradir, come ha fatto con me" aveva detto, pulendosi il sangue dal naso. Era solo un povero mentecatto. L'avevo mandato al diavolo e me n'ero tornato a casa a piedi. Avevo bevuto un paio di gin tonic belli carichi per spegnere la rabbia e mi ero infilato sotto le coperte deciso a non dire nulla a Giovanna. Era proprio quello che voleva Filippo, nella speranza che si precipitasse a consolarlo. Mi ero addormentato pensando di parlarne invece a mio padre. Quel cretino di Filippo avrebbe potuto fare una scenata al matrimonio. Ovviamente era stato invitato. Lui e sua madre avrebbero avuto un posto d'onore al tavolo di mio padre, insieme a Prunella, la mamma di Giovanna. Era proprio il caso di mettere in guardia la contessa, lei non avrebbe mai permesso al figlio di fare brutte figure, piuttosto lo avrebbe imbottito di sedativi. Selvaggia detestava Giovanna. Non aveva mai visto di buon occhio la relazione di Filippo con una Barovier, marchiata dalle colpe del padre, e la riteneva responsabile dell'incidente del figlio. Ma naturalmente non si era mai espressa in modo esplicito, sarebbe stato troppo volgare. Erano bastate alcune battute velenose che Giovanna e sua madre avevano dovuto subire col sorriso sulle labbra. Il giorno del matrimonio si sarebbero incontrate, abbracciate e baciate. Auguri e ringraziamenti falsi e ipocriti. Ma quello era il paese. Le grandi famiglie non davano mai spettacolo in pubblico. E questo doveva valere anche per Filippo. Trovai la forza di mettermi seduto sul letto. La testa mi girava, ma non troppo. Rinunciai all'idea del caff, una camomilla mi avrebbe fatto meglio. Arrancai fino alla cucina e fu allora che squill il telefono. "Ma sei ancora a casa?" sbott mio padre senza salutare. "Ho solo un paio di appuntamenti in tarda mattinata". "Lo studio si apre lo stesso. Un professionista serio...". "Pap!" lo interruppi in tono seccato. "Sono reduce dall'addio al celibato e da un incontro poco simpatico con Filippo". Rimase in silenzio. "Ho capito" disse dopo un po'. "Giovanna l con te?". "No". "I colleghi dello studio e le segretarie le hanno organizzato un surprise party

prima del matrimonio. Sai, queste mode da studi milanesi... ma non venuta e non rintracciabile. Ci sono rimasti male, volevano darle anche i regali". Giovanna era cos. A volte spariva, si scordava di avvertire e a pochi giorni dal matrimonio doveva essere in giro a curare gli ultimi dettagli. Era una perfezionista nata, segno zodiacale Vergine, come amava ricordare. Andai in studio a piedi, dal mio appartamento nel centro del paese. E come sempre mi fermai un attimo davanti allo studio di mio padre a guardare la targa di ottone lucido. Sotto il suo, Avvocato Antonio Visentin, c'era la sfilza di nomi dei collaboratori. Al quarto c'era Giovanna Barovier. Papa l'aveva presa come praticante giusto per farmi un favore. Anche lui come Selvaggia aveva osteggiato la nostra relazione ma poi aveva capito che ero innamorato e che Giovanna valeva pi della reputazione di suo padre. Dopo il matrimonio sarei entrato anch'io nello studio e la targa sarebbe stata sostituita, col mio nome sotto quello di pap. Fino ad allora aveva voluto che me la cavassi da solo, per farmi le ossa. Non voleva si pensasse che mi aveva preso nello studio solo perch ero suo figlio. Tutti gli altri avvocati della zona lo avevano fatto, senza porsi il minimo problema. Ma lui no. Lui era il migliore, il pi noto e il pi autorevole. Diceva sempre che i figli delle grandi famiglie erano dei rammolliti, incapaci di gestire le imprese messe in piedi con tanta fatica dai genitori. Anche se non ne aveva mai pronunciato il nome, sapevo che si riferiva soprattutto a Filippo. E da me aveva preteso un apprendistato duro e difficile. Mi ero laureato a Padova, poi ero andato a Milano per il praticantato. Avevo aperto uno studio in paese e, con grande fatica, mi ero dovuto creare una clientela mia, anche se di scarso livello. I clienti migliori, quelli pi danarosi, li aveva lui. Spesso mi ero dovuto battere contro i suoi assistenti e pap sedeva sempre tra il pubblico per vedere come me la cavavo. Gli davo le spalle ma sapevo che c'era, sentivo il suo sguardo. Anch'io seguivo sempre le sue cause. Pap era davvero il migliore. Non alzava quasi mai la voce, come invece faceva la maggior parte dei vecchi tromboni che affollavano il foro, ma quando si aggiustava la toga, prima di iniziare l'arringa, in aula calava un rispettoso silenzio che lui faceva durare il pi a lungo possibile prima di spezzarlo con quella sua voce da attore che tutti i colleghi gli invidiavano. Mamma diceva che somigliava a James Stewart. Non solo nel fisico e nello sguardo dolce e un po' malinconico ma anche nei movimenti calmi e sicuri. Una settimana prima, pap mi aveva annunciato che ero pronto per il grande salto. Finalmente mi avrebbe preso con lui. Mi ero commosso. Lui mi aveva abbracciato. "Sei bravo, Francesco, te lo meriti". S, lo meritavo. Dal giorno della laurea avevo lavorato duro per avere il mio nome su quella targa e mi ero specializzato in diritto societario per diventare legale del suo cliente pi importante, la Fondazione Torrefranchi. Era nata con fini culturali ma quando il Nordest era diventato la locomotiva dell'economia italiana, si era trasformata in un formidabile consorzio di aziende, in grado di spaziare in ogni campo e fare affari con chiunque. Capo indiscusso era Selvaggia, la contessa. Figlia di contadini, era riuscita a sposare l'unico nobile della zona, il conte Giannino, pi vecchio di lei di una ventina d'anni. Il suo nome da nubile era Fausta - e di cognome Tonon - che aveva prontamente sostituito con quello pi chic di Selvaggia quando il conte l'aveva chiesta in sposa. La sua furbizia le aveva permesso di capire dove tirava il vento e di investire i capitali del defunto marito in operazioni vincenti, coinvolgendo la maggior parte degli industriali della zona. Ma il cervello legale era sempre stato pap. Lui aveva

reso possibili i sogni della contessa e legato alla Fondazione tutte quelle persone che potevano rafforzarne l'immagine e il potere a livello locale: politici, artisti, intellettuali, magistrati e perfino qualche prelato di rango. Quello era il mio posto. Dopo tanta fatica potevo finalmente raccogliere i frutti. Sarei diventato un avvocato di successo, e un pezzo grosso in paese e in regione. Come mio padre. La mia vita era gi scritta a lettere d'oro. Ero un Visentin. E avrei sposato la ragazza pi bella del paese. Davanti alla porta dello studio trovai il primo cliente che attendeva. Non avevo segretarie e mi aveva aspettato davanti al portone. Era un allevatore di tacchini, sui sessanta, tarchiato e che si esprimeva solo in dialetto. Mentre gli facevo strada mi raccont che vicino all'allevamento era stato organizzato un rave - lesse la parola su un biglietto scritto dalla nipote - e le bestie, spaventate dal fracasso della musica, si erano scagliate contro la recinzione, calpestandosi a vicenda. Erano morte quasi tutte. Voleva 30.000 euro di risarcimento. Una causa di poco conto e dall'esito non scontato, ma un cliente non si manda mai via senza una valida ragione. Alla fine ci stringemmo la mano e se ne and soddisfatto dopo avermi confidato che aveva sentito parlare bene di me all'osteria. Il secondo cliente era una mia vecchia compagna di liceo. Voleva che la patrocinassi nella causa di separazione. Conoscevo anche il marito. Per un periodo avevamo giocato nella stessa squadra di pallavolo del collegio. "Perch non vai da Giovanna?" domandai. "Lei ha pi esperienza in questo campo". "Mio marito si gi rivolto a un avvocato dello studio di tuo padre". "E allora non posso aiutarti. Al ritorno dal viaggio di nozze mi trasferisco l". Le consigliai un altro avvocato e lei mi fece gli auguri per il matrimonio, con una punta di invidia che non riusc a mascherare. Poco dopo ricevetti una telefonata di Carla, la migliore amica di Giovanna nonch sua testimone di nozze. "Non riesco a trovarla" disse. "Non nemmeno andata in studio. Star facendo impazzire la sarta o il fioraio, sai come fatta Giovanna". "Dalla sarta ci siamo state ieri" mi inform. Poi rimase zitta per un po' e alla fine, imbarazzata e titubante, mi chiese se Giovanna mi aveva parlato. "Di cosa?". "Non so bene ma era importante. Molto importante". "In che senso? Non capisco". Carla non disse nulla di pi e riattacc con un saluto sbrigativo. Lei era tornata da poco in paese dopo un lungo periodo in Campania. Laureata in biologia, aveva seguito un compagno di universit a Caserta. Poi l'aveva lasciato e Giovanna l'aveva aiutata a trovare un posto alla ASL del paese. Almeno cos mi aveva raccontato la mia fidanzata. Io non la conoscevo bene, sapevo che Giovanna e Carla erano amiche fin da piccole e che erano rimaste sempre in contatto. Io non avevo mai avuto un amico cos intimo. Conoscevo tutti in paese, frequentavo il club del golf e il bar della piazza all'ora degli aperitivi. Scambiavo chiacchiere con un sacco di gente, andavo alle feste, ma ero un Visentin, in qualche modo irraggiungibile per tutti gli altri. Fin da piccolo avevo avuto la sensazione di essere un privilegiato, cosa che obbligava gli altri, grandi e piccoli, a considerarmi diverso. A quei tempi non c'era la ricchezza diffusa di oggi e la differenza sociale era pi netta. Ancora oggi dove ville con parchi e piscine, Mercedes,

BMW e Ferrari si sprecavano, avvertivo nei confronti della mia famiglia quella antica deferenza. Mia madre aveva tentato in tutti i modi di farmi diventare l'amico del cuore di Filippo, ma non ci eravamo mai piaciuti, nemmeno quando portavamo i pantaloni corti. E ragazzi come lui ne avevo trovati tanti nel collegio esclusivo dove avevo trascorso i cinque anni del liceo, ma anche se mi ero divertito non avevo mai superato la soglia della vera amicizia. All'universit era stato diverso ma ormai era troppo tardi. Mi ero reso conto di non essere pi disponibile e interessato a qualcosa di pi profondo della semplice conoscenza. Dividevo il mondo tra simpatici e antipatici. E anche con le ragazze era cos. Ne avevo avute diverse di cui non conservavo nessun particolare ricordo. Sesso e affetto, stare bene insieme per un periodo e poi chiudere l'esperienza con tatto, senza strascichi, come imponeva la mia posizione sociale. Poi era arrivata Giovanna e tutto era cambiato. Con lei mi ero perduto in una miriade di sentimenti e sensazioni che non riuscivo a razionalizzare. Giovanna era la mia donna, la mia amante, la mia amica. Era tutta la mia vita. E io ero felice come non lo ero stato mai dopo la morte della mamma. Tutto mi sembrava perfetto. Il mondo, il futuro. Tornai a casa, presi la macchina dal garage e mi diressi verso casa di Giovanna. Tanto per cambiare c'era la nebbia. La mia fidanzata viveva in una villetta a schiera alla periferia del paese. Al ritorno dal viaggio di nozze sarebbe venuta a vivere da me. La mia casa era un piccolo gioiello di modernit ricavata in una struttura antica di 230 metri quadri. Mio padre aveva speso una fortuna per ristrutturare le travi originali che ornavano il soffitto e rimettere a nudo porzioni di pareti costruite da muratori di scuola veneziana del Cinquecento. La sua, invece, era confortevole e carina ma priva di fascino. E poi a me piaceva vivere in centro, a due passi dalla piazza, dove pulsava il cuore del paese. E tutto era a portata di mano. La Mazda rossa di Giovanna era parcheggiata in giardino. Scendendo notai che le ruote erano sporche di fango. Scossi la testa sorridendo. Giovanna aveva la mania di andare dai contadini a comprare salumi e uova e si era organizzata una discreta rete di fornitori. Suonai ma non rispose. Presi dalla tasca del cappotto la copia delle chiavi ed entrai. "Giovanna, amore! Dove sei?". La casa era silenziosa. Continuai a chiamarla. Salii le scale che portavano alla camera da letto. Mi avvicinai al grande letto col baldacchino, scostai le tende, ma era vuoto. Poi entrai nel bagno. La prima cosa che vidi fu la sua gamba destra che penzolava dalla vasca. Tre passi e mi trovai davanti ai suoi occhi sbarrati che mi fissavano attraverso l'acqua. "Giovanna" mormorai. "Giovanna!" urlai un attimo dopo. La cullai tra le braccia fino all'arrivo dell'ambulanza. Mani esperte me la portarono via, io rimasi a guardare in attesa di un verdetto che conoscevo gi. "Mi dispiace, deceduta". Annuii, incapace di reagire. Un infermiere mi aiut a togliere il cappotto e la giacca zuppi d'acqua e mi guid dolcemente al piano di sotto. Dal salotto sentii una voce avvertire i carabinieri. Arrivarono in tre. Il maresciallo Mele e due giovani che non avevo mai visto. Il

maresciallo lo conoscevo da sempre. Era arrivato col grado di appuntato e poi aveva fatto carriera senza abbandonare mai il paese. Si avvicin al divano dove ero seduto e mi strinse una spalla. "Mi dispiace" sussurr. Poi sal le scale. Ritorn dopo qualche minuto. In tono paterno mi tir fuori le parole una a una ma fu doloroso rivivere la scoperta del cadavere di Giovanna. "Devo chiamare il magistrato e la scientifica per i rilievi, sai come funzionano queste cose". S, lo sapevo e non dissi nulla. Giovanna era morta. In quel momento non mi importava sapere come era successo. Un aneurisma, un infarto. Che differenza avrebbe fatto? Giovanna non c'era pi. Mele usc in giardino a telefonare. Dovevano essere le due del pomeriggio ma era gi quasi buio, la nebbia si era infittita ed era diventata grigia come cenere. Mio padre entr correndo. Mi vide e si butt contro di me abbracciandomi forte, il petto squassato dai singhiozzi. Pensai che cos disperato l'avevo visto solo al funerale di mia madre. "Che cosa terribile, Francesco. Non ci posso credere". "Lo porti a casa" gli disse Mele mettendomi sulle spalle una coperta presa da una poltrona. Sentii il profumo di Giovanna e me la strinsi addosso come una seconda pelle. Era la sua coperta preferita. D'inverno si accoccolava sulla poltrona e si avvolgeva in quel cachemire azzurro cielo. Pap mi aiut a salire nella sua Jaguar. "Ti porto in villa". "No. Voglio andare a casa mia. Ho bisogno di stare da solo". Sotto casa mi prese una mano tra le sue. "Mi dispiace che non ci sia la mamma in questo momento, lei saprebbe trovare le parole giuste per consolarti". La mamma. Le donne pi importanti della mia vita erano morte. Ero travolto dal dolore. Sarei voluto svenire, abbandonarmi all'incoscienza, ma mi sentivo stranamente lucido. "Avverti tu Prunella?" domandai. "Certo. Lo faccio subito". Prunella, la vedova bianca. Aveva perso il marito e ora anche l'unica figlia. La sua famiglia era stata la pi importante del paese fino a quando suo marito, Alvise, era riuscito a dissipare un patrimonio alla roulette dei casin della Slovenia e della Croazia. Due ore di macchina. Partiva dopo cena e tornava la mattina, ogni volta pi povero. Finch non era finito in galera per aver dato fuoco alla sua azienda. Con i soldi dell'assicurazione voleva coprire i debiti con le banche e forse ci sarebbe riuscito se nell'incendio non fossero morti il custode, la moglie e la loro bambina. Dopo la galera era scomparso, fuggito chiss dove. E Prunella era rimasta da sola a crescere Giovanna. In paese la chiamavano la vedova Barovier. Per tutti Alvise era morto. Un tempo altera e snob, Prunella si era rifugiata nella religione, unico conforto per alleviare la vergogna e il dolore per la perdita di posizione sociale. Era una brava donna. Presi la coperta di Giovanna e la piegai con cura. Poi mi spogliai e mi asciugai. Mi ero appena rivestito quando sentii bussare alla porta. Era don Piero. Il vecchio don Piero. Ottant'anni suonati ma sveglio e arzillo come sempre. Era in pensione da un pezzo ma non aveva mai abbandonato la canonica dove viveva con la vecchia perpetua, pi giovane di lui solo di qualche anno. Il nuovo parroco, un croato biondo che tentava senza successo di parlare

in dialetto per essere pi vicino ai suoi parrocchiani, si era dovuto accontentare di un appartamentino ricavato nel patronato. Don Piero era ancora il padrone incontrastato delle anime del paese e lo sarebbe stato fino alla morte. Nessun vescovo era stato in grado di convincerlo a trasferirsi in una casa di riposo. Piant gli occhi scuri nei miei. Mi fece una ruvida carezza sul viso e and a sedersi su una sedia. "Il Signore ti sta mettendo alla prova, Francesco" attacc in puro dialetto. "E anche il cuore di questo vecchio prete... Povera Giovanna, ha avuto una vita sfortunata. Speravo che tu riuscissi a darle un po' di serenit e il Signore ha deciso diversamente. Ce l'ha portata via perch l'ha voluta con s. Questo lo sappiamo, vero?". Don Piero lesse il dolore e l'incredulit nei miei occhi. "Solo Dio pu aiutarti a superare questo momento. Abbandonati al suo amore, Francesco. Altrimenti questa sofferenza diventer insopportabile". Si alz e and verso la porta. Poi cambi idea, si gir. "Tu, Giovanna e Filippo. Avete sempre avuto pi degli altri ma il Signore vi ha riservato un'esistenza dolorosa. Lo sai quante volte ho pregato per voi? La vostra maledizione che siete figli unici. Famiglie cos importanti non possono essere affidate a un unico erede altrimenti il destino si accanisce. L'ho detto e ripetuto ai vostri genitori ma non mi hanno dato ascolto". Torn indietro, mi baci sulla fronte e accenn con le dita a una benedizione. Poi se ne and senza salutare. Quello dei figli era un argomento difficile anche con Giovanna. Avevo sempre dato per scontato che ne volesse. Invece durante il corso prematrimoniale aveva detto a Don Ante, il prete croato, che non desiderava diventare mamma in quel momento della sua vita. "Ho solo trent'anni" aveva detto. "Se divento madre adesso dovr rinunciare alla carriera". Il parroco aveva tentato in tutti i modi di convincerla. Io, invece, ero stato zitto, certo che dopo il matrimonio avrebbe cambiato idea. A don Ante avevamo detto che non avevamo rapporti completi e lui aveva fatto finta di crederci. Poi si era scagliato contro i contraccettivi. Si vedeva che proveniva da una cultura religiosa arretrata e non aveva ancora capito come funzionavano le cose nel Nordest. La sua chiesa era sempre piena la domenica e le offerte sufficienti a garantirgli una vita pi che decorosa ma poi i fedeli, su certe faccende, si regolavano usando il buon senso. Giovanna usava la pillola. Qualcosa mi distrasse da questi pensieri. Era il silenzio. Un silenzio cos intenso che mi ritrovai ad ascoltarlo, a viverlo. Vi ritrovai Giovanna e capii che tra noi ci sarebbe stato solo il silenzio dell'assenza. La disperazione mi prese alla sprovvista. Pensai alla morte. Alla mia come a una liberazione. Pensai che nulla di quello che mi aveva detto don Piero aveva senso. Il dolore divenne fisico, mi opprimeva il petto e mi toglieva il respiro. Eppure avvertivo la necessit di soffrire di pi. Mi sembrava che la mia disperazione fosse inadeguata all'enormit della perdita di Giovanna. I pensieri si susseguivano in un'apparente lucidit. In realt quel silenzio era cos assordante da sprofondarmi in una totale confusione. Giovanna era morta. Era morta sul serio. L'avrei accompagnata al cimitero. Una bara, un loculo, una lastra di marmo e le lettere in metallo dorato: nome, cognome, data di nascita e di morte. E silenzio, tanto silenzio.

I rintocchi dell'orologio del campanile mi avvertirono che ormai erano le 11 di sera e io ero ancora seduto nella stessa posizione. La vescica stava per scoppiare ma l'idea di andare in bagno mi sembrava intollerabile in quel momento. Qualcuno suon due volte. "Pap" pensai. Invece era il maresciallo Mele. Aveva il volto segnato dalla stanchezza e dalla tensione. "Devi venire in caserma. Il giudice Zan deve farti qualche domanda". "A quest'ora?". Annu con un impercettibile movimento del capo. "Tuo padre gi stato avvertito". Corsi in bagno. Mentre liberavo la vescica, pensai alla stranezza della convocazione ma mi convinsi che doveva trattarsi di un eccesso di scrupolo nei confronti dei Visentin. Seguii con la mia macchina quella dei carabinieri fino alla caserma, una costruzione tozza e protetta da alte cancellate, telecamere e vetri blindati. Alla fine degli anni Settanta, un gruppo della lotta armata aveva piazzato una bomba e da allora era stata trasformata in un fortino. Nell'ufficio di Mele trovai il giudice Zan seduto dietro la scrivania. Era un uomo alto e magro. Vestiva come un professore di un'universit americana, di quelli che si vedono nei film. Giacche di tweed con le toppe sui gomiti, pantaloni un po' larghi su quei fianchi cascanti e cravatte anonime su camicie di flanella. Si alz, mi strinse la mano e mi fece segno di accomodarmi. Come Mele, anche il giudice era teso. Stavo per chiederne la ragione quando arriv mio padre. "Spero davvero che questa convocazione sia seriamente motivata" disse, appoggiando le mani sulle mie spalle con un gesto affettuoso. "Si sieda, avvocato" tagli corto Mele. Zan si pass una mano sul volto. "La sua presenza qui" spieg rivolto a pap, " solo per rispetto alla sua persona. Sono costretto dalle circostanze a rivolgere a suo figlio qualche domanda relativa al decesso di Giovanna Barovier e mi sembrato doveroso avvertirla". Mio padre sorrise e chin il capo esprimendo apprezzamento per il gesto. "Mi sembra di capire che l'urgenza di queste domande sottenda qualche avvenimento di cui vorremmo essere informati prima di rispondere" ribatt in puro avvocatesco. Il giudice mi fiss. Avvertii anche lo sguardo del maresciallo. "Giovanna Barovier stata assassinata". "Cosa?" gridai. "Ma si rende conto della gravit di questa affermazione?" domand mio padre. Zan fece segno con le mani di calmarci. "Le prime risultanze autoptiche non lasciano dubbi" spieg. "Un ematoma sullo sterno prova che stata tenuta sott'acqua con la forza". "Ma chi stato?" domandai. "Non lo sappiamo" rispose Mele. "Per questo abbiamo bisogno di rivolgerti alcune domande". Guardai mio padre. Anche lui stava pensando la stessa cosa. Volevano capire se ero io l'assassino. Succede sempre cos in questo tipo di indagini. Si inizia dalle persone pi vicine alla vittima. Secondo le statistiche di solito stata uno di loro. Ma non era il mio caso. Io non avevo ucciso Giovanna. "Quando ha visto per l'ultima volta la vittima?" chiese Zan. La vittima. Giovanna era diventata la vittima. Fino alla notte prima era stata tutta la mia vita. Adesso era il cadavere di una donna assassinata. Oggetto di un'indagine.

"Come stata uccisa?" domandai. Il giudice si mosse a disagio sulla sedia, guardando mio padre in cerca d'aiuto. Pap mi prese una mano tra le sue. "Rispondi, se te la senti, altrimenti il giudice capir e torneremo in un altro momento". Sospirai. "Ieri mattina" risposi come un automa. "Giovanna aveva dormito a casa mia. Abbiamo fatto colazione insieme e poi uscita". "E non l'ha pi vista?". "No". " certo di non essere stato a casa sua la notte scorsa?". "Mio figlio ha gi risposto" intervenne mio padre. Zan era sempre pi a disagio. Questa volta spost lo sguardo sul maresciallo. "Abbiamo bisogno di sapere dov'eri tra l'una e le tre del mattino" tagli corto Mele. Ecco quando era stata uccisa Giovanna. Ma che ci faceva nella vasca da bagno a quell'ora? "Ero al Diana, per la festa d'addio al celibato. Poi sono uscito e ho incontrato Filippo Calchi Renier. Credo di essere tornato a casa poco prima delle tre". Mio padre mi lanci un'occhiata di disappunto. Non era stata una risposta furba. Ma non me ne fregava nulla. Io non avevo ucciso Giovanna. Avrei voluto urlarlo con tutte le mie forze ma non potevo farlo. Nessuno mi aveva ancora accusato. "Poco prima delle tre" rimugin a voce alta il maresciallo. "Immagino che, a quell'ora, nessuno ti abbia visto rientrare a casa". "Nessuno, a quanto ricordo". "Giovanna ti ha mai cercato al telefono durante il giorno?". "Ci siamo sentiti un paio di volte. Mi ha chiesto consigli su alcuni dettagli dei preparativi per il matrimonio". Zan si schiar la voce per avvertire Mele che ora toccava a lui continuare l'interrogatorio. "Giovanna Barovier non le ha mai detto che doveva parlarle di una cosa molto importante?". "No". "Una fonte testimoniale ci ha riferito questo fatto con assoluta certezza per averlo appreso direttamente dalla sua fidanzata". "Non capisco a cosa si riferisce". "Il teste ha riferito che Giovanna voleva informarla di una sua relazione con un altro uomo. Relazione che durava ormai da diverso tempo" rispose il giudice tutto d'un fiato. "Non vero" biascicai. "Stiamo verificando" incalz il giudice. "Ma ora certo capisce perch dobbiamo ricostruire con esattezza i suoi movimenti nelle ore in cui stato commesso il delitto". "No. Non capiamo" intervenne con durezza mio padre. "State trattando mio figlio come sospetto e non come testimone. Se avete delle contestazioni precise fatele, altrimenti l'interrogatorio finisce qui". "Siamo nel pieno delle indagini" bofonchi Zan. "Vogliamo solo chiarire dei punti fondamentali per procedere pi velocemente. Lo sa anche lei che il tempo, in questo tipo di indagini, importantissimo". Mio padre si alz. "Andiamo, Francesco". "Un attimo" disse Mele. "Il giudice ha ragione e, comunque, ci sono degli elementi che obbligano a verificare l'alibi di Francesco". "Questo parlare chiaro" sbottai acido. Il maresciallo mi guard dritto negli occhi. "Giovanna ha avuto un rapporto sessuale poco prima di essere assassinata. O l'ha avuto con te oppure vera la storia dell'amante". Sbiancai in volto. "

stata violentata" sussurrai. Mele scosse la testa. "Il rapporto stato consenziente" spieg. "Noi ci stiamo chiedendo, e siamo obbligati a farlo, se per caso Giovanna non ti abbia confessato di avere un altro uomo o tu l'abbia scoperto in altro modo e poi, prima di tornare a casa, sei passato da lei, avete litigato e le hai spinto la testa sottacqua in un attimo di follia". "Un raptus" specific Zan. "State sbagliando persona" dissi con un filo di voce. " probabile" ribatt Mele. "Ma abbiamo bisogno di risposte". Mi feci forza. Volevo solo uscire di l e rimanere solo. "Non ho avuto rapporti con Giovanna e dell'amante non sapevo nulla. Adesso posso andare?". "Avrei ancora qualche domanda" disse Zan. "No" si limit a dire mio padre. "D'accordo" acconsent il giudice. "Verificheremo le dichiarazioni di suo figlio attraverso l'esame del DNA del liquido seminale trovato nel corpo della vittima e dall'escussione dei testimoni". "Mio figlio non si sottoporr a nessun esame comparativo" tuon mio padre. "Non ce n' bisogno, avvocato" puntualizz Mele. "Francesco frequentava quella casa e abbiamo altri campioni a disposizione, il rasoio, lo spazzolino da denti...". Uscimmo senza salutare. Mi diressi a passi veloci verso la mia macchina. "Francesco!". "Voglio stare solo, pap" . Ero cos agitato che non riuscii a trovare le chiavi dell'auto. La lasciai sul piazzale della caserma e me ne tornai a casa a piedi. Il freddo pungente mi aiut a schiarirmi le idee. Giovanna aveva un amante. Chi? Da quanto andava avanti questa storia? Se non mi avessero svelato la presenza dello sperma non ci avrei mai creduto. Di una cosa ero certo: era lui l'assassino. E Mele e Zan sospettavano di me. Del giudice non avevo nessuna stima, come del resto quasi tutti in tribunale. Aveva scelto la magistratura quando si era reso conto che come avvocato non avrebbe fatto strada. Era solo molto accorto nel non farsi nemici negli ambienti che contano e l'atteggiamento ossequioso nei confronti di mio padre ne era la prova lampante. Mele era diverso. Era il classico servitore dello stato. Se fosse stato per lui, mio padre sarebbe rimasto fuori della porta. Ma era una persona onesta e coscienziosa e di lui potevo comunque fidarmi. Una volta nel mio appartamento, riempii un bicchiere di cognac e lo bevvi d'un fiato, senza nemmeno togliermi il cappotto. Poi feci il giro delle stanze, presi tutte le fotografie di Giovanna e le buttai nella spazzatura. "Quello il tuo posto, puttana". Dovetti attendere che una rabbia sorda e mai provata scomparisse del tutto prima di lasciarmi andare al pianto, ripresi le foto dal secchio e me le strinsi al petto. "Come hai potuto farmi questo, Giovanna. Cosa ti successo, amore mio?". Era risalito sul primo treno del mattino. Il borsone l'aveva nascosto in un campo poco lontano. Gli sarebbe stato solo d'ingombro per quello che doveva fare. I vagoni erano pieni di pendolari assonnati e nessuno lo aveva notato. Era poi sceso alla prima fermata dopo una manciata di chilometri ma si trovava gi in un'altra provincia. Fece colazione al bar della stazione. Entrarono due agenti della Polfer a bere l'ennesimo caff e uno dei due lo osserv con attenzione, con espressione pensosa, come se gli ricordasse qualcuno. Lui aveva avvertito una fitta alla bocca dello stomaco. Era la paura. Se gli avessero

chiesto i documenti, il suo piano sarebbe fallito. E non poteva permetterselo. Controll il poliziotto attraverso il grande specchio posto dietro il bancone. L'agente, un cinquantenne pingue con i capelli bianchi che spuntavano dal berretto, era stato distratto dalla barista che gli aveva chiesto notizie di un gruppo di zingari che si aggiravano nella zona da un paio di giorni. Tir un sospiro di sollievo. Approfitt dello specchio per guardarsi. Aveva i capelli troppo lunghi e disordinati. In effetti da quelle parti gli uomini della sua et con lavoro e famiglia andavano pi spesso dal barbiere. Lasci venti cen-tesimi di mancia e usc dal locale. And nei bagni in fondo alla stazione e raccolse i capelli dietro la nuca con un elastico. Poi si diresse verso il centro. Da una cabina riprov a chiamare. Rispose ancora la voce anonima e impersonale della segreteria telefonica. L'uomo non sapeva pi cosa pensare. Di pessimo umore si appost nei pressi della chiesa, seduto su una panchina. Non dovette attendere molto. Un anziano arriv in bicicletta, l'appoggi al muro a fianco del portone ed entr senza chiuderla col lucchetto. Si sarebbe trattenuto solo qualche minuto, il tempo di una preghiera. Ma lui sarebbe gi stato lontano. Inforc la bicicletta e inizi a pedalare veloce pensando che, da quelle parti, certe abitudini non sarebbero mai scomparse. Lui, invece, in chiesa ci era sempre andato poco e da qualche anno si era allontanato del tutto. Nella sua vita aveva trovato pi conforto e comprensione tra le braccia di una brava puttana che in ginocchio davanti al confessionale. La nebbia si stava alzando, puntuale come la morte in quel periodo dell'anno. Doveva trovare un rifugio in fretta, la notte precedente aveva dormito nella baracca di un cantiere e aveva rischiato di morire assiderato. Pedal per una ventina di chilometri. Sapeva ancora usare i rapporti giusti e, nonostante l'et, i muscoli erano ancora elastici. Gli sarebbe piaciuto infilare una carta da gioco tra i raggi della ruota, per sentire quel tac-tac-tac che sembrava appartenere a un mondo arcaico, avvolto confusamente in un'altra nebbia, quella della memoria. Arrivato alla periferia del paese si ferm davanti a un negozio di alimentari. Sbirci attraverso la vetrina e vide che il proprietario e i pochi clienti erano tutti extracomunitari. Entr allora a passo sicuro, sorrise a tutti e inizi a prendere scatolette e altro dagli scaffali. Alla fine si avvicin al banco. "Due bottiglie di rosso" domand. "No vino. No alcolici" rispose il proprietario. Infil i due sacchetti nel manubrio e torn verso la campagna. Per via della nebbia vide in ritardo la stradina che stava cercando. Torn indietro e vi si infil. In mezzo ai vitigni scheletriti la nebbia si infitt ancora di pi. Il terreno sconnesso faceva sussultare la bicicletta e non era facile mantenere l'equilibrio. Cominciava a essere stanco, aveva bisogno di riposare e di riflettere su quanto era accaduto dal giorno del suo arrivo. Percorse quasi alla cieca un paio di chilometri finch intravide il profilo di una casa. Scese dalla bici per non fare rumore e percorse gli ultimi cinquanta metri a piedi. La casa era avvolta dal silenzio. Le gir cautamente intorno finch si rese conto che l'edifcio era in uno stato di totale abbandono. Rassicurato, sbirci dentro attraverso una finestra, le cui imposte penzolavano sbilenche su un unico cardine superstite. Per entrare ruppe il vetro della finestra con una gomitata. Toccando il pavimento, i frammenti di vetro sfrigolarono sotto gli scarponcini. Fece scorrere una mano lungo il muro finch sent un interruttore. La corrente era staccata. Orientandosi con un accendino, riusc a individuare la cucina. .

Era vuota, a parte un tavolo con il piano di marmo spaccato. Frug nei cassetti e, in mezzo a stoviglie spaiate, tappi di sughero, elastici colorati e apribottiglie arrugginiti, trov dei mozziconi di candele. Alla luce delle fiammelle scopr che era capitato in un palazzotto del Settecento, abbandonato da anni, probabilmente per una disputa ereditaria mai risolta. A parte i topi e un controsoffitto di ragnatele, non c'erano segni di vita. I mobili erano stati portati via, fatta eccezione per delle sedie accatastate in sala da pranzo e per un divano sfondato. Le sedie avevano degli intarsi di pregevole fattura ma i tarli le avevano divorate. Al centro della parete in fondo campeggiava un enorme camino vuoto. Faceva un freddo boia. A colpi di scar-poncino frantum un paio di sedie e ne accatast i pezzi davanti al camino. Ormai era quasi buio e nessuno avrebbe notato il fumo. Accese un bel fuoco. Pi tardi sarebbe andato a recuperare il borsone con la sua roba. L'uomo avvicin il divano alla fiamma e vi si rannicchi, tenendosi addosso il giaccone. Si prepar un panino con una scatoletta di tonno che accompagn con una lattina di Mecca Cola. Dalla tasca del giaccone prese una radiolina e l'accese. Si sintonizz su un'emittente locale che trasmetteva solo musica italiana a richiesta degli ascoltatori che, come il conduttore, parlavano in dialetto. Al termine di un vecchio successo di Drupi dedicato a una certa Rosi, il conduttore, un certo Franchino, apr il microfono a un'anziana ascoltatrice. "Ciao Franchino, sono la Maria" si present. "Carissima, era un po' di tempo che non ti facevi sentire". "Eh, ho tanto da fare con 'sti nipoti. Ormai sono quattro e alla mia et...". "Ma va che sei una ragazzina... Allora, Maria, che canzone vuoi sentire?". "Affida una lacrima al vento di Adamo. E la voglio dedicare a quella ragazza che morta ieri notte, Giovanna Barovier. Poveretta, pensare che tra una settimana doveva sposarsi. Mi ricorda tanto la mia povera sorella...". "Ne abbiamo parlato al notiziario" la interruppe Franchino. "Una brutta disgrazia...". L'uomo spense la radio. Aveva ascoltato abbastanza. "Rispondi alle domande del test indicando quanti minuti di preliminari secondo te le donne apprezzano a seconda della situazione in cui vi trovate: "Sesso nel bagno a una festa?"" chiese Rocco tenendo l'ultimo numero di Men's Health sotto la luce di cortesia del Cherokee. "Tre minuti" rispose Denis. "Sesso al primo incontro?". "Mezz'ora". "Seh, vabb... Sesso a casa dei genitori di lei?". "Dieci minuti, meglio sbrigarsi, altrimenti...". Rocco segnava con una crocetta le risposte di Denis al test. Erano seduti sul sedile posteriore mentre Lucio, al volante, preparava tre abbondanti strisce di cocaina usando uno specchietto circolare come piano d'appoggio. Erano parcheggiati l da due ore, in attesa che la luce bluastra della televisione proveniente dalla villetta finalmente si spegnesse. "Che palle, per" disse Denis, "secondo me la vecchia s' addormentata davanti al Costanzo Show". "Non lo fanno pi il Costanzo Show" replic Rocco mentre computava il punteggio realizzato dall'amico.

"Eh, vabb, allora si sparata una pera di Vov sul divano ed andata in overdose". "Ti, cos taci" ordin Lucio passandogli lo specchietto con la coca. Denis tir usando la cannuccia della Coca Cola. "Ma come cazzo tiri" fu il commento da purista di Rocco. "Ha spento" li avvert Lucio, mentre Rocco si otturava la narice sinistra. "Muoviamoci" sugger Denis con impazienza. "No. Lasciamole il tempo di una pisciatina e poi la becchiamo a letto". "E che ci frega, becchiamola sulla tazza" ridacchi Rocco. "Che schifo" fu il commento di Denis. "A proposito, sempre vecchie puzzolenti ci toccano, mai una bella gnocca". "Quelle Lucio se le tiene per s..." insinu Rocco con un sorriso malizioso. Lucio si gir di tre quarti, fissandolo minaccioso: "Che vuoi dire?". "Lo sai...". "Io non so un cazzo". "Ah s? E allora perch non c'hai fatto castigare quella bella figa della Barovier. Una che se ne va in giro di notte da sola c'ha voglia di cazzo. E infatti l'ha trovato. E pure qualcos'altro ha trovato. Non che tu c'entri qualcosa, no?". Lucio si gir a guardare le finestre buie della villetta. Poi vibr il colpo, una gomitata che fece schizzare il sangue dal naso di Rocco. Rimase col gomito a mezz'aria, pronto a colpire di nuovo nello stesso punto. Ma Rocco era troppo impegnato a mugolare, coprendosi il naso con le mani giunte, come un induista in preghiera. "Cazzo, hai fatto cadere lo specchietto" fu il commento di Denis, piegato sul pavimento dell'auto nel tentativo di recuperare un po' di cocaina. Lucio scese dalla jeep, le gir intorno e apr il bagagliaio. Afferr una mazza da baseball e spalanc lo sportello dalla parte di Rocco. Lo tir gi e con un calcio nelle palle lo costrinse a inginocchiarsi davanti a lui. Alz la mazza sulla testa di Rocco che continuava a piagnucolare sul suo povero naso. "Lucio, che cazzo fai!". Finalmente anche Denis si era deciso a scendere dal Cherokee e a dire qualcosa, pur tenendosi a rispettosa distanza dalla mazza da baseball. "Piantala, non ti ha fatto niente". Lucio fissava Rocco dall'alto in basso, indeciso sul da farsi: "Non ti azzardare mai pi". Rocco riusc ad annuire piagnucolando. Lucio abbass la mazza e mise fine alla questione. Si rivolse a Denis: "Andiamo, la vecchia si sar addormentata". E si infil il passamontagna. Sdraiata a terra, legata e imbavagliata, gli occhi bruciati dal cloroacetofenone, il battito cardiaco impazzito, l'anziana donna avrebbe ricordato un rovesciarsi di oggetti, cassetti, vestiti e le scarpe da ginnastica dei suoi aggressori che la scavalcavano e qualche volta la colpivano con un calcio non certo involontario. Per la banda del Cherokee, come prevedibilmente avevano deciso di chiamarsi, si trattava della sesta rapina. Tutte con la stessa tecnica: sorprendere le vittime nel sonno, in genere persone anziane che vivevano da sole, legarle e imbavagliarle. E poi svaligiare, sfasciando tutto quello che non potevano portare via. Denis aveva l'incarico di accecare momentaneamente la vittima con uno spray anti-aggressione. Era stata un'idea di Lucio. In queste cose aveva il senso del paradosso. Rocco invece cercava gli oggetti di valore e Lucio si dava

da fare con la sua mazza. Sul tavolo del maresciallo Mele il fascicolo sulla banda si ingrossava a ogni rapina, ma non aveva la minima traccia investigativa. Si era convinto che si trattasse di balordi in trasferta. Mio padre arriv alle sette del mattino e il telefono inizi a squillare alle otto in punto. Giornalisti. Avevano fiutato la notizia dell'anno e si affannavano a caccia di dichiarazioni. Pap mi aveva mostrato la prima pagina dei due giornali locali. Riportavano la notizia della morte della mia fidanzata con la vecchia versione della disgrazia. Si erano poi accaniti sul passato di Alvise Barovier, il padre di Giovanna. Non persi tempo a leggere. Quando il telefono squillava, mio padre sollevava la cornetta, si qualificava e i cronisti diventavano meno aggressivi. La parola omicidio girava nell'aria e di momento in momento diventava sempre pi frequente. "Come l'ha presa Prunella?" domandai. "Povera donna. distrutta. Dopo la fine del matrimonio, Giovanna era tutta la sua vita". "Era anche tutta la mia vita" commentai acido. "Chiss se era "tutta la vita" anche del suo amante". Pap scosse la testa. "Ancora non ci posso credere. Ma tu non ti eri accorto mai di nulla?". "Purtroppo no. Altrimenti sarebbe ancora viva". Poco dopo le undici arriv Mele. "C' un problema" annunci. "Devi venire in caserma". Poi si rivolse anche a mio padre. "Il giudice gradirebbe ancora la sua presenza". Questa volta Zan arriv subito al punto. "Filippo Calchi Renier sostiene di non essere mai uscito di casa". " pazzo sul serio" pensai. "Se non ha altri testimoni, il suo alibi scoperto dalle due del mattino in poi" aggiunse il magistrato. "Gli altri testi, presenti al Diana, confermano la sua presenza fino a quell'ora". "Filippo mente" dissi. "E perch mai dovrebbe farlo?" chiese Zan. Non risposi. Se avessi iniziato a spiegare che avevamo litigato a causa di Giovanna, avrei contribuito ad aumentare i sospetti nei miei confronti. "Forse il teste si confuso" intervenne cauto mio padre. "Forse" sottoline Zan. "Ha intenzione di iscrivere Francesco nel registro degli indagati?". Il magistrato si affrett a tranquillizzare pap. "No, no. Vogliamo solo eliminare tutti i dubbi circa la posizione di suo figlio". Ne avevo abbastanza di quei giochetti. "Ma state indagando in altre direzioni?" domandai in tono tagliente. "S" rispose laconico Mele. Zan si sistem gli occhiali sul naso con un gesto nervoso. "Il problema che si tratta di un caso complesso. Non ci sono testimoni, il delitto stato scoperto diverse ore dopo". "Insomma avete solo lo sperma dell'assassino" sbottai. Mele e Zan mi fissarono senza ribattere. Mio padre mi obblig ad andare a bere un caff nel bar della piazza. Durante il tragitto a piedi ci fermarono molte persone per farci le

condoglianze. Avrei preferito starmene chiuso in casa, ma pap era stato irremovibile, dovevo mostrarmi in pubblico ed esibire il mio dolore e la mia innocenza. All'uscita trovammo ad attenderci una troupe di Antenna N/E, l'emittente privata pi importante della zona. La guidava Adalberto Beggiolin, un cronista di mezza tacca privo di ogni scrupolo professionale. Lo vedevo tutte le mattine in tribunale, col microfono in mano e un operatore al seguito, battere tutte le aule dove si celebravano processi. Da un piccolo caso di furto riusciva a montare un servizio di alcuni minuti. Beggiolin forniva le notizie che il paese voleva sentire. "Posso rivolgerle alcune domande?" domand cauto. "Certamente" rispose pap al posto mio. L'operatore imbracci la telecamera e come d'incanto si form un capannello di curiosi. "Ormai certo che la sua fidanzata, Giovanna Barovier, stata assassinata" disse a voce alta. Per un attimo si guard attorno gustandosi l'effetto della notizia. " vero che gli inquirenti l'hanno interrogata a lungo?". Sbirciai il volto di mio padre. Non aveva fatto una piega, mostrando la sicurezza di sempre. Tentai di imitarlo. "Purtroppo vero, Giovanna stata uccisa. E confermo di essere stato interrogato due volte per fornire elementi utili alle indagini". "Ha dei sospetti?" incalz il cronista. "No. Nessuno". "Pensa che l'omicidio abbia a che vedere con le vicende giudiziarie di Alvise Barovier?". "Non credo. una storia vecchia di quindici anni". "Non le sembra strano che la sua fidanzata facesse il bagno a quell'ora di notte? E come ha fatto l'assassino a entrare? Non ci sono segni di effrazione su porta e finestre. Ho controllato io stesso". Entro poche ore tutto il paese si sarebbe fatto la stessa domanda e poi avrebbero saputo del liquido seminale. Francesco Visentin cornuto prima ancora del matrimonio. Mi sarebbe piaciuto voltare le spalle e andarmene ma tutti mi fissavano. "Vedo che lei ne sa pi di me" mi complimentai col giornalista. "In realt non sono in grado di risponderle. Spero che lo facciano presto gli inquirenti". Beggiolin non era soddisfatto. Lo vidi dalla smorfia di disappunto incorniciata dal pizzetto alla moda. "Se Giovanna ha fatto entrare in casa l'assassino, quante persone potevano avere accesso alla casa a notte fonda?". Mi aveva messo con le spalle al muro. Per fortuna intervenne mio padre. Si mise di fronte alla telecamera, fissando l'obiettivo. "La nostra famiglia distrutta dal dolore e chiediamo rispetto per il nostro lutto. Ora tocca agli inquirenti, a cui va tutta la nostra fiducia, individuare e assicurare alla giustizia l'assassino di Giovanna". Platealmente strinse la mano a Beggiolin ringraziandolo per il servizio reso alla comunit, mi prese sottobraccio e ci allontanammo inseguiti dal brusio dei commenti. "Ti avevo detto che era una pessima idea venire a bere il caff in piazza". "No. Dovevamo farlo" sussurr pap. "Ti devi abituare ai giornalisti e alle chiacchiere. Ricordati sempre chi sei e tutto andr bene". Mi staccai dal suo braccio. "No, non so pi chi sono" sbottai. "Tra una settimana avrei dovuto sposare Giovanna e adesso lei morta e chi l'ha ammazzata era il suo amante. Dimmelo tu chi sono".

"Abbassa la voce" mi intim. "Sei un Visentin, sarai sempre un Visentin. Ora si tratta di uscire da questo brutto guaio senza troppi danni". "E Giovanna? Non ti interessa sapere chi l'ha uccisa?". "Pi di ogni altra cosa" rispose deciso. "Ma dobbiamo stare attenti a non farci travolgere dalla situazione. Giovanna ti tradiva, ritorner a galla il passato della sua famiglia. Saremo sulla bocca di tutti e noi qui ci dobbiamo vivere". Lo abbracciai. "Sono disperato, pap". "Fatti forza. Io sono qui e non ti abbandoner mai". Lo accompagnai fino al portone dello studio, poi tornai a casa. Stavo cercando le chiavi nella tasca quando udii il classico rumore delle biciclette quando corrono sotto i portici. Da noi la bicicletta uno dei mezzi pi usati e fin da piccolo impari a conoscerne tutti i suoni. Mi voltai. Era Carla. Veniva verso di me. La bicicletta era nuova e fabbricata in Cina ma ri-produceva un vecchio modello della Bianchi, da donna, nera con fregi dorati e i freni a bacchetta. La ruota anteriore sfior le mie scarpe. "Chi ha ucciso Giovanna?" domand con voce rotta. Aveva le gote rosse per il freddo e gli occhi gonfi di pianto. Si vedeva che era molto agitata, sull'orlo di una crisi di nervi. "Vieni a casa". "No. Voglio sapere chi l'ha uccisa". "Non lo so". "Sei stato tu?". "Non dire sciocchezze". "Forse ti ha confessato di avere un altro e tu non l'hai perdonata". Ecco chi era il misterioso testimone che aveva raccontato agli inquirenti la storia dell'amante. Dovevo immaginarlo. Carla e Giovanna erano amiche da sempre. "Vieni dentro, ti prego. Ho bisogno di sapere tutto". "Non mi fido di te" sibil. Allargai le braccia sconsolato. "Pensi che ti voglia fare del male? Non hai ancora capito che stata uccisa dal suo amante. Tu sai chi era? Cosa ti ha detto Giovanna di lui?". Apr la borsa e prese un pacchetto di sigarette sgualcito. Ne tir fuori una e se la infil in bocca. Anche Giovanna fumava. Io avevo smesso dai tempi dell'universit e non sopportavo quando lei fumava in casa o, peggio, in macchina. Ma non dicevo nulla. Non volevo passare per il classico fumatore pentito ma soprattutto mi piaceva sentire l'aroma del tabacco nella sua bocca quando la baciavo. Facevo vagare la mia lingua sulla sua e poi sui denti e sul palato. Chiss se quel sapore piaceva anche al suo amante. Sentii un brivido corrermi lungo la schiena. Quante cose di Giovanna avevo condiviso con quell'assassino? Carla accese la sigaretta e aspir con avidit. "Mi ha parlato dell'amante l'altra mattina. Eravamo nell'atelier per la prova dell'abito. Era disperata e mi ha detto che aveva deciso di confessarti tutto". "E basta? Non ti ha detto altro?". Carla mi fiss a lungo. Indecisa se fidarsi o meno. Butt a terra la cicca e la pest col tacco della scarpa. "Mi disse che era diventata la puttana dell'uomo che le aveva rovinato la vita. S, disse esattamente queste parole". Rimasi impietrito. Rimuginai quelle parole nella mente alla ricerca di un significato. Ma non ne aveva. Erano solo terribili. Giovanna doveva essere

disperata per disprezzarsi in questo modo. "Non sai altro?". Carla inforc la bicicletta. "E tu quanto sai?". La osservai mentre si allontanava sotto i portici per poi sparire dietro una curva. Al notiziario della sera, Beggiolin diede il meglio di s. Riusc a creare quell'alone di mistero intorno al delitto che avrebbe inchiodato i telespettatori al telegiornale di Antenna N/E fino alla conclusione dell'intera vicenda. Anche se non l'aveva detto esplicitamente, era evidente che le indagini erano dirette a chiarire la mia posizione. Non riuscii a mangiare nulla. Scolai un paio di bicchieri di cognac e buttai gi altrettante pillole di sonnifero. Erano di Giovanna. Spesso soffriva di insonnia. L'avevo sempre attribuita allo stress del lavoro e dei preparativi del matrimonio. Invece Giovanna non riusciva a dormire perch era diventata la puttana dell'uomo che le aveva rovinato la vita. Quella frase mi si era conficcata nella mente come un chiodo e quando riaffiorava provocava un dolore sordo che mi toglieva il fiato. Caddi in un sonno pesante. Al mattino mi svegliai intontito. La lingua sembrava un pezzo di legno. Mi feci una doccia e uscii a comprare i giornali. L'edicolante mi rivolse un'occhiata circospetta. Mio padre aveva ragione: avrei dovuto abituarmi ai sospetti e alle chiacchiere. A casa mi preparai un altro caff e iniziai la lettura. I quotidiani non riportavano nulla di diverso da quanto gi detto da Beggiolin. Si erano invece sbizzarriti con le interviste. Dalla maestra elementare alla commessa del supermarket. In assenza di notizie si erano accaniti sul passato del padre, chiedendo agli intervistati quanto aveva sofferto Giovanna per quella vecchia storia. C'erano anche diversi articoli che mi riguardavano ma non persi tempo a leggerli. Mi infilai il cappotto e uscii di casa. Era arrivato il momento di affrontare il dolore di Prunella. Prunella viveva ancora nella villa che Alvise aveva costruito alla fine degli anni Sessanta, una delle pi belle del paese, anche se da tempo stava andando lentamente in rovina. Il cancello era aperto. Il grande giardino era ancora in buone condizioni. Era la stessa Prunella a curarlo. Mi apr la porta una donna che non avevo mai visto. Mi salut con cortesia e mi condusse in salotto. Sedute sui vecchi divani di pelle ormai consumata, ma ancora lucida e dignitosa, c'erano diverse persone. Stavano pregando tenendosi per mano. Prunella mi salut con un cenno del capo, continuando a pregare con fervore. Un uomo sui quarant'anni mi invit a unirmi al gruppo, ma io scossi la testa. Uscii dal salotto e attesi in una stanza attigua. Prunella arriv dopo qualche minuto. "Sono gli amici del mio gruppo di preghiera" spieg. "Sono venuti a confortarmi". Allarg le braccia con un gesto che giudicai eccessivo, plateale. "Abbracciami ti prego" disse con voce lamentosa, come se stesse ancora pregando. "Abbiamo perso la nostra Giovanna" sussurr, stringendomi forte. "Ora dobbiamo pregare per la sua anima". Mi staccai dall'abbraccio e la fissai. "Giovanna stata uccisa". "Lo so. Il maresciallo Mele stato qui". "Sospettano di me".

Prunella mi accarezz la guancia. "Tu sei innocente. Lo so". "Giovanna aveva un amante". "So anche questo. Me lo ha detto Carla". "E non sai chi ?". "No". "Giovanna non ti aveva mai detto nulla?". "Veniva qui a pranzo, si chiudeva nella sua stanza a riposare. Mi sembrava felice". E invece non lo era. Era diventata la puttana dell'uomo che le aveva rovinato la vita. Avrei voluto chiedere a Prunella se per lei quella frase poteva avere un significato ma non ne ebbi il coraggio. Quella donna era travolta dal dolore e riusciva a resistere solo grazie alla fede. "Ora proveremo i canti per il funerale" annunci. "Vuoi unirti a noi?". Uscendo incontrai Venerino Stoppa, detto Rino il beccamorti. Nella sua inseparabile valigetta di plastica nera custodiva i cataloghi delle bare. "Domani mattina la procura dar il nulla osta per il funerale" annunci con tono sicuro. Non persi tempo a chiedergli come lo aveva saputo. Rino arrivava sempre prima degli altri. Era un vero professionista. Presto avrei rivisto Giovanna. Per l'ultima volta. Una visita veloce all'obitorio prima che la bara venisse sigillata per sempre. Salendo in macchina mi domandai se avevo davvero voglia di rivederla. Avevo appena acceso il motore quando squill il cellulare e provai una fitta allo stomaco. La suoneria l'aveva scelta Giovanna qualche giorno prima di essere uccisa. Si divertiva a cambiarle, tanto che a volte mi confondevo e tra le decine di telefonini che affollavano il tribunale spesso non riconoscevo il mio. Era Davide Trevisan. "Innanzitutto condoglianze" attacc in dialetto. "Grazie". "Avrei preferito fartele a voce ma ho dovuto chiamarti perch qui al bar della piazza c' una situazione sgradevole che ti riguarda". "Non ti capisco". "Quel mona di Filippo si sparato tre Negroni di fila e adesso sta tenendo un comizio. Dice che hai ammazzato Giovanna e che te la far pagare". "Arrivo subito" ringhiai prima di chiudere la comunicazione. Avrei dovuto telefonare a mio padre e al maresciallo Mele. Ci avrebbero pensato loro a tappare la bocca a Filippo. Ma avevo superato ogni limite di sopportazione e avevo voglia di prendermela con qualcuno. E quel mentecatto era perfetto. Arrivai al bar nel giro di tre minuti. Quando entrai tutti mi fissarono. C'era mezzo paese a godersi lo spettacolo. Solo Filippo non si accorse della mia presenza. Mi dava le spalle. Stava discutendo con Bepi, il barista, che si rifiutava di servirgli il quarto Negroni e lo invitava a tornarsene a casa. Filippo perse la testa. "Questo un locale pubblico e tu sei obbligato a servirmi, hai capito?". "Sei sbronzo, vattene dal mio locale" ribatt il barista sbirciando preoccupato nella mia direzione. Filippo tir fuori dalla tasca del giaccone una manciata di banconote e gliele tir addosso. "Te lo compro questo schifo di bar. Quanto vuoi?".

"Bepi ha ragione, vattene a casa" dissi a voce alta. Filippo si gir di scatto e mi rivolse un sorriso cattivo. "Sei venuto a berti l'ultimo spritz prima di finire in galera?". Tre, quattro passi e gli fui vicino. Mi bastava allungare la mano per toccarlo. Ed era proprio quello che volevo fare. "Stai zitto" ordinai. Mi indic agli altri avventori. "Ha ucciso Giovanna perch aveva deciso di tornare con me". "Giovanna provava solo piet per te. Ma non vedi come sei ridotto?". Filippo cacci un urlo. Gli usc dalla gola come se lo avessi trafitto e si gett su di me. Era quello che volevo ed ero pronto a riceverlo. Lo colpii al mento col sinistro e poi allo stomaco col destro. Filippo incass meglio di quanto avevo previsto e mi colp alla fronte con un bicchiere vuoto. Lo scontro termin subito. Braccia robuste ci divisero. Non riuscii nemmeno a divincolarmi che mi ritrovai fuori. "Calmati" disse Davide Trevisan passandomi un fazzoletto. Il fondo del bicchiere mi aveva procurato un taglietto sulla fronte. "Certo che sei proprio una mezza sega" mi canzon bonariamente. "Non sei nemmeno capace di menare uno storpio". "Vaffanculo Davide". "E dai, adesso non prendertela anche con me". "D'accordo, scusa". "Non fa niente. Sei in un brutto momento" disse, poi abbass il tono della voce. "E, comunque, anche se fossi stato tu, per me resti un amico". Lo guardai come se fosse pazzo. "Ma cosa stai dicendo?". "Su di me puoi contare. Quando mi hanno interrogato non ho detto niente sul troione che ti strofinava la patta. Sai, quelli ci mettono poco a farsi delle idee sbagliate". Rimasi senza parole e me ne andai. Davide era il classico animale da bar di paese. Barzellette e pettegolezzi. Ora sapevo cosa pensavano di me. Mi imbattei in Beggiolin che arrivava di corsa seguito dall'operatore. Quando mi vide, ebbe un gesto di stizza. Sorrisi soddisfatto. "Troppo tardi. La festa gi finita". Per le donne del paese Antonio Visentin "era ancora un bell'uomo", mentre per gli uomini "di Antonio Visentin non se ne fanno pi". Questo giudizio era evidente quando attraversava la piazza, cosa che gli capitava quattro volte al giorno per raggiungere il suo studio in centro. Gli uomini facevano un leggero inchino con la testa in segno di intimo rispetto, oppure lo salutavano platealmente per accreditarsi agli occhi di quelli che contano. Le donne lo occhieggiavano compiaciute o aspettavano con ansiet di essere riconosciute e salutate. Il che avveniva immancabilmente. All'avvocato Visentin non era mai sfuggito niente. Ma quel giorno no. Nel costeggiare la piazza sotto i portici, non si accorse del giudice Bellaviti ed evit l'occhiata curiosa della vedova Biondi. Visentin teneva gli occhi bassi, immerso in cupi pensieri e non si accorse nemmeno del trambusto davanti al bar Centrale. Gli sarebbe bastato voltare la testa per vedere suo figlio che usciva dal bar trattenuto da Trevisan e da altri avventori. Aveva appuntamento con il direttore dell'Istituto di medicina legale. " questione riservata" gli aveva detto al telefono.

Guido Marizza, il direttore dell'Istituto di medicina legale, era un amico di vecchia data. Avevano fatto le elementari insieme e poi le medie e il liceo. Si erano persi di vista solo negli anni di universit perch ognuno aveva seguito le orme paterne, come del resto accadeva da almeno tre generazioni. L'unica eccezione era stato il nonno materno di Marizza che, con grande scandalo, aveva preferito il calcio, finendo a giocare terzino in serie C. Per il resto, nessuno si era mai discostato dal seminato. Visentin aveva assistito il vecchio amico in una incresciosa faccenda legale relativa a un'eredit. Aveva vinto la causa contro le sorelle di Marizza, ricorrendo al solito cavillo, un vizio di forma di cui nessuno tranne lui si era accorto. Da allora le due sorelle non lo salutavano pi. Con Guido, invece, era rimasto in ottimi rapporti. Per questo scelse un approccio diretto. In altre circostanze non avrebbe corso quel rischio. "Chiedi una pera se vuoi una mela", era questo il suo stile. Ma con Guido era diverso. "Sono molto preoccupato per Francesco. Il suo alibi si presta a interpretazioni ambigue, pericolose". Marizza annu arricciando il naso come se avesse sentito un cattivo odore. "Questa faccenda del DNA. Lo sai come vanno certe cose, si possono fare degli errori... Insomma, Guido, vorrei che fossi tu personalmente a fare il test e non un assistente qualsiasi. Io... mi fido solo di te". Marizza lo fiss senza espressione: "Ormai questi test li lascio ai miei assistenti, mi faccio vedere raramente in laboratorio". "Te ne sarei infinitamente grato" insistette Visentin. Marizza si lasci andare sullo schienale dell'imponente poltrona di pelle, regalo del personale per il suo ventennato. Fece una smorfia, come se il baccal alla vicentina mangiato a colazione gli fosse risalito in gola. Si sporse in avanti per rendere le sue parole pi confidenziali. "C' una macchina, in laboratorio, che un mesetto fa ci ha combinato un bel pasticcio, ha sballato i valori cromosomici di un reperto. Per fortuna in quel caso si trattava di un riconoscimento di paternit e quindi abbiamo potuto rifare il test. Ma in questo caso... Se la macchina alterasse il reperto, non ci sarebbe nessuna possibilit di recuperarlo. E se anche fossero rimaste altre tracce di sperma nel corpo di Giovanna, non sarebbero pi utilizzabili, passato troppo tempo". "Lo so". "C' di mezzo un omicidio...". "C' di mezzo il mio Francesco". "Certo, certo". Visentin si rese conto che si era spinto troppo oltre. Cambi tono, come se si fossero appena incontrati al circolo del golf, davanti a un bicchiere di prosecco. "Come sta Elisabetta?" domand. "Bene. Si sta facendo apprezzare. Dicono che sia una re-stauratrice di talento. Per me sarebbe pronta a spiccare il salto ma sai com' la carriera pubblica. Il merito non basta". "Il direttore sempre Volpi?". "Quel vecchio testone non molla...". "Forse arrivato il momento di fare largo ai giovani. Quando tutto sar finito potrei invitare il vecchio al laghetto sportivo. E lasciare a lui tutte le trote...". "Per Elisabetta non deve saperlo. cos orgogliosa quella ragazza". "Sar un nostro segreto".

I due amici si sorrisero. Visentin si alz. "Bene. Son contento". Quando fu sulla porta, la voce di Marizza lo raggiunse: "Francesco un bravo ragazzo, non certo il tipo che...". "No di certo" disse Visentin voltandosi. "Bene" ripet Marizza. Non c'era altro da aggiungere. Ogni volta che aveva un appuntamento importante con Antonio Visentin, la contessa Selvaggia Calchi Renier andava dal parrucchiere. Lo faceva per mantenere vivo quel riflesso fiammeggiante che, come diceva Antonio, la faceva pericolosamente somigliare a Rita Hayworth. La cosa buffa era che Antonio era l'unico uomo in vista del paese che non fosse stato suo amante. Tra loro c'era molto di pi. Un legame che trascendeva i sentimenti e che affondava, si potrebbe dire, nel gusto. Nessuno aveva il senso estetico che Antonio metteva non nel vincere ma nello stravincere una causa. Nessuno conosceva meglio il tempismo perfetto nell'affondare un colpo o nel ritrarsi da un affare troppo rischioso senza mostrarsi debole. Solo Antonio sapeva quanto era importante per lei stare al centro della scena, non aveva importanza che si trattasse di un convegno di affari o dell'inaugurazione della nuova stagione musicale. Se non avesse fatto l'avvocato sarebbe diventato sicuramente un grande regista: sapeva vedere prima degli altri, sapeva dirigere i suoi protagonisti, sapeva descrivere, addirittura raccontare un nuovo affare a qualunque pubblico. Antonio non le aveva mai fatto pesare che lui era nato Visentin, mentre lei contessa ci era diventata. Se non fosse stato per Antonio, questa differenza l'avrebbe condannata a un ruolo di comprimaria, di orpello decorativo cui volentieri il suo defunto marito, se ne avesse avuto la forza, l'avrebbe relegata. Ad Antonio Visentin doveva la cosa pi importante: il pubblico riconoscimento. Quando ancora suo marito era in vita, l'aveva incoraggiata nei suoi progetti di svecchiamento dell'antica ricchezza dei Calchi Renier, le aveva suggerito le giuste strategie, aveva tessuto intorno a lei quella rete di consensi che aveva portato al suo capolavoro, la Fondazione Torrefranchi. Tutto era accaduto in fretta, nei pochi vertiginosi anni in cui il Nordest si era trasformato da terra di contadini ed emigranti nel polo industriale pi ricco e produttivo d'Europa. Un libero mercato, un'edenlandia della produttivit che nemmeno lo statalismo pi retrivo e paludato era riuscito a ingabbiare. Questo avevano in comune, lei e Antonio: il gusto del moderno, il gusto del nuovo. Ora i tempi stavano di nuovo cambiando, e ancora pi in fretta. Per questo era preoccupata. Aveva pi che mai bisogno di Antonio, della sua forza, del suo coraggio. La morte di Giovanna e i sospetti nei confronti di Francesco rischiavano di compromettere tutto. Toccava a lei adesso costruire, fabbricare se necessario, un pubblico riconoscimento nei confronti della famiglia Visentin. Un pubblico riconoscimento di innocenza. "Contessa, siamo arrivati" disse l'autista rumeno mentre parcheggiava la Mercedes nera davanti alla scalinata di Villa Selvaggia. "Grazie Toader, per oggi non ho pi bisogno della macchina". Mentre saliva la scalinata con un passo che avrebbe fatto invidia a una trentenne, Giorgio, l'immortale maggiordomo dei Calchi Renier, le venne incontro e le annunci: "L'avvocato Visentin la sta aspettando, signora contessa". "Fai preparare un carcad". Con Giorgio non usava smancerie, le ricordava suo marito, era snob come lui. Se non fosse stato per Filippo, lo avrebbe gi

mandato all'ospizio. "Subito, contessa" disse il maggiordomo con un cerimonioso inchino. "Contessa" pens Selvaggia. Quest'appellativo con cui le si rivolgevano cameriere, maggiordomi, autisti, fattori, segretari, avvocati, soci, dirigenti, sindaci, prelati e notai la faceva ancora vibrare. Contessa si nasce. Lei lo era diventata cancellando per sempre ci che era stata, fino a far dimenticare il suo cognome da contadina. Appena entr nel suo studio, Antonio si alz per salutarla con quella galanteria che avrebbe mantenuto anche con una pistola puntata alla nuca. Ma lo sguardo era opaco e Selvaggia trov subito conferma ai suoi timori. "Ho appena saputo che i nostri figli si sono azzuffati al bar Centrale. Ti risparmio i particolari" disse Visentin. La contessa alz gli occhi al cielo. "Questa non ci voleva". Indic il posto vuoto sul divano al suo fianco "Siediti, qui, accanto a me" gli disse con una premura che non usava con nessuno, nemmeno con Filippo. Visentin sospir. Si sfil dalla tasca interna della giacca un sigaro. "Ti dispiace se fumo?". Lei sorrise. "Lo sai che mi piace l'odore dei tuoi sigari". Antonio si accese il sigaro pi in fretta di quanto facesse di solito. Si appoggi allo schienale del divano tardo veneziano. "Devi convincere Filippo a ritrattare la sua deposizione" disse, e dopo averla guardata negli occhi aggiunse: "E se poi Filippo ricordasse di aver lasciato Francesco un po' pi tardi, Francesco verrebbe completamente scagionato". "Filippo far quello che gli dir, stanne certo" ribatt la contessa con tono sicuro. "Per, per come si sono messe le cose, la nuova versione della sua testimonianza non basta. Le chiacchiere possono essere pi dannose di una sentenza impugnabile, me l'hai insegnato tu. E dobbiamo proteggere la Fondazione. I nostri affari stanno attraversando una fase delicata, inutile che te lo dica". "Cos'hai in mente?". Selvaggia vide un lampo negli occhi del suo avvocato. Sorrise a quell'impercettibile manifestazione di vitalit. "Occorre un pubblico riconoscimento". Us volutamente queste parole anche se Antonio in quel momento non avrebbe potuto afferrarne il senso profondo. "Abbiamo una televisione. Usiamola". E per dare a Visentin il tempo di inquadrare la strategia, gli prese di mano il sigaro e si concesse una voluttuosa boccata. "Ci sarebbe quel cronista di Antenna N/E, Beggiolin. In paese ha molto seguito". " proprio a lui che pensavo" sorrise Selvaggia restituendogli il sigaro. Mio padre abitava in una villa liberty appartenuta a uno dei primi industriali della zona. Un pioniere nel campo delle macchine agricole. La fabbrica non esisteva pi da tempo e gli eredi avevano preferito cambiare attivit e paese. Lui l'aveva acquistata subito dopo la morte della mamma e io, tra collegio e universit, non ci avevo mai vissuto. Pap non aveva mai voluto risposarsi e l'unica compagnia era quella dei domestici e della famiglia del custode che stavano con lui ormai da molti anni. Severina, la moglie del custode, mi apr il cancello e mi salut con un sorriso mesto. Era il suo modo di farmi le condoglianze. Sergio, il maggiordomo, apr la porta nel momento esatto in cui stavo per suonare il campanello, mi salut con

deferenza e sussiego come i maggiordomi dei film e mi fece strada fino al salotto. Nel caminetto ardeva un fuoco confortante. Pap stava di fronte al televisore. Mi fece segno di sedere a fianco a lui. Sul video scorrevano le immagini della piazza e del bar. Apparve Beggiolin che indic l'interno del locale. "Qui al bar Centrale, pochi minuti fa, a quanto riferiscono i numerosi testimoni, Filippo Calchi Renier e Francesco Visentin si sono azzuffati. Questa sarebbe una notizia di poco conto, anche se quando due rampolli di famiglie note e importanti se le danno di santa ragione, l'immagine del paese ne risente non poco, ma quello che importante il motivo di questo litigio. Filippo Calchi Renier ha accusato pubblicamente Francesco Visentin di avere assassinato la sua fidanzata, la povera Giovanna Barovier...". Mio padre afferr il telecomando e spense il televisore. "Complimenti" disse in tono sferzante. " pi di un'ora che mandano in onda questo servizio. Giusto una pausa pubblicitaria e lo ritrasmettono". "Lo so, ho sbagliato. Mi dispiace". "Non hai giustificazioni, Francesco. E non venirmi a raccontare stupidaggini del tipo che sei sconvolto e hai perso la testa. Certe cose non si fanno mai. Rischi addirittura un deferimento al consiglio dell'ordine e, come ben sai, io ne sono il presidente. Sarei costretto a dare le dimissioni". Si alz e and a versarsi un bicchiere di prosecco da una bottiglia al fresco in un elegante secchiello d'argento. "Comunque non certo questo il problema. Hai dato l'immagine di essere un violento incapace di controllarsi" continu. "E tutti si sentiranno autorizzati a pensare che hai ucciso Giovanna". "A dire il vero lo pensano gi". Ignor il mio commento. "Da questo momento in poi non assumerai pi nessuna iniziativa e farai tutto quello che ti dico. Penser io a tutto. Ho gi provveduto a sistemare la faccenda del reperto e domani sera andremo a parlare con Filippo". "Di quale reperto stai parlando?". "Dello sperma. Ho parlato con Marizza, non avremo sorprese". Mi alzai e gli strappai il calice di mano. "Perch lo hai fatto? Mi credi colpevole?". "No. Ma non si sa mai in questi casi, faccio l'avvocato da troppo tempo per non saperlo. Un errore e sei fregato. Sarebbe un elemento in pi contro di te perch, se non lo hai ancora capito, non hai alibi dopo le due del mattino e Giovanna stata uccisa tra l'una e le tre". "Il test dello sperma non determinante. Potrei averla uccisa dopo l'uscita di scena del suo amante". "Appunto. Per questo meglio fare piazza pulita di tutti quegli elementi che possono aggravare la tua situazione". Scagliai il bicchiere a terra. "Invece di preoccuparti per me che sono innocente, dovresti obbligare Zan a scoprire il vero colpevole. Ti basta alzare il telefono e quel fesso incapace sarebbe obbligato a indagare sul serio". Mio padre indic i cocci di vetro. "Lo vedi?" disse in tono esageratamente tranquillo. "Non sei in grado di affrontare la situazione". "Voglio sapere perch non alzi quel cazzo di telefono". "Modera i termini" intim. "Ogni cosa a suo tempo. Prima voglio l'assoluta garanzia che tu non venga implicato. Poi penseremo alle indagini. Giovanna era come una figlia per me. Sai quanto le volevo bene". "Cos si rischia che l'assassino la faccia franca".

Allarg le braccia. "Non colpa mia se Zan un incapace" disse irritato. "E non in grado di svolgere indagini in pi direzioni contemporaneamente. Fargli sentire il fiato sul collo non servirebbe a nulla. Dobbiamo fare i passi giusti al momento giusto". "E allora perch non lo fai sostituire?". Scosse la testa deluso dalla mia ingenuit. "Questa sarebbe la mossa peggiore. Tutti penserebbero che gli ho fatto togliere l'inchiesta perch ti stava incastrando". Adalberto Beggiolin era conosciuto nel suo ambiente col nomignolo di "squalo di pozzanghera", un predatore che rimestava in acque basse, sporche e melmose. Non era un killer da fucile di precisione, no. Lui si trovava a suo agio con uno di quei fucili a canne mozze, caricati a pallettoni. Se spari nel mucchio, qualcosa prendi. Era uno stragista della notizia. Un buon servizio, per lui, era quello che si lasciava dietro vittime straziate e urlanti. Era rimasto pertanto sconcertato quando, alla morte di Giovanna Barovier, non aveva ricevuto indicazioni precise su dove colpire, n dal direttore n dal caporedattore. Abbandonato a s stesso, un predatore come lui diventava cieco e stupido. L'istinto lo aveva spinto ad azzannare, ma stavolta aveva sbagliato preda. I suoi servizi su Francesco Visentin e Filippo Calchi Renier avevano fatto audience ma qualcosa gli diceva che stavolta aveva sparato nel mucchio sbagliato. Gli mancava la prudenza, il discernimento, la virt dell'autocensura. Per questo non aveva fatto carriera nelle reti nazionali e aveva dovuto accontentarsi di nuotare in circolo nella pozzanghera del localismo d'assalto, che aveva fatto di lui una belva da cortile. Quando gli era giunta la convocazione da parte della contessa si era preparato al peggio, consapevole di avere pisciato fuori dal vaso. Addent l'ultimo morso del panino col polpettone che si era portato da casa e usc dalla redazione senza dire niente a nessuno. Mentre si recava a Villa Selvaggia, cerc di mettere a fuoco la contessa. Di lei sapeva quello che sapevano tutti, compreso il fatto che attraverso la Fondazione controllava il 70% di Antenna N/E. Ma quello che gli era rimasto impresso era l'atteggiamento iperprotettivo nei confronti di quello sciroccato del figlio. Li aveva visti insieme nel carcere circondariale, circa un anno prima. La Fondazione Torrefranchi aveva annunciato un programma di riabilitazione e reinserimento per detenuti a fine pena, una cosa del tipo "Diamogli un'altra possibilit". La contessa era stata impeccabile nell'introduzione. Aveva dominato quella platea di brutti ceffi con un piglio da domina-trice sadomaso. Poi aveva ceduto la parola al figlio che aveva impiegato quindici imbarazzanti minuti per articolare un discorsetto mandato gi insieme ai sedativi. Gli era sembrato di assistere a un pietoso rito natalizio, con Filippo nella parte del bambino timido e intimorito che recitava un'insulsa poesiola cercando continuamente l'approvazione della madre che lo imbeccava parola per parola, muovendo le labbra in sincrono. Quella donna era pazzesca: un attimo prima era la Thatcher alla Camera dei Lord e subito dopo una mamma in trepidazione per il figlio venuto su male. Mentre attraversava gli ampi saloni di Villa Selvaggia, Beggiolin non si faceva

illusioni, A lui la tigre avrebbe riservato le zanne, non certo delle amorevoli leccate. Segu docilmente il maggiordomo cercando di non farsi ( impressionare dalle crude scene di caccia raffigurate sulle pareti della villa. Le gambe gli tremavano un po'. Sper di non dover restare in piedi durante il colloquio. Per fortuna era durato solo cinque minuti. Ed era andato bene. Sparare nel mucchio, la sua specialit. Questo gli aveva detto in sostanza la contessa. Non si era certo espressa cos, certo. Le parole esatte erano state: "Si tratta di assumere una posizione netta. In paese stanno accadendo cose molto inquietanti. Donne anziane che da mesi vengono aggredite in casa senza che la polizia abbia fatto un passo avanti. Perch non parla di questo? Magari anche la povera Giovanna si imbattuta in questi vigliacchi. solo un'ipotesi, naturalmente. Se ne possono formulare altre. Non voglio certo rubarle il mestiere. I dettagli li lascio a lei. Un'ultima cosa: il giovane Vi-sentin verr presto scagionato, credo che al momento giusto meriti di essere ampiamente riabilitato, non pensa?". Altroch. La contessa gli aveva dato la dritta e lui si era scatenato. Il mattino seguente era andato in redazione molto presto e aveva lavorato fino a met pomeriggio per montare un servizio coi fiocchi che era stato annunciato pi volte nel corso della giornata. Erano le venti, l'ora del TG di prima serata. Il suo era il pezzo di apertura e nell'osteria Dalla Mora c'era un tifo da stadio. Per Beggiolin era come assistere all'anteprima di un suo film. Mentre lo speciale sulla banda delle ville andava in onda, il pubblico reagiva all'unisono con le sue iniziali intenzioni. La rabbia stava montando e si incanalava sul binario voluto dalla contessa. "I foresti", "quelli che non sono gente nostra", i negri, gli albanesi, i marocchini. Erano loro i responsabili che polizia e carabinieri non colpivano. Conosceva il suo pubblico, lo conosceva bene. Piccoli imprenditori divenuti arroganti con le palate di soldi fatti negli anni '80 e '90 e che ora se la facevano sotto all'idea di essere spazzati via dai cinesi. Sempre 'sti cazzo di cinesi. Prima erano comunisti, ora capitalisti e intanto le fabbriche licenziavano, chiudevano, si trasferivano. Artigiani, commercianti, ristoratori con le tasche sempre meno piene. Tutta gente che non aveva riflettuto sulla sua fortuna, che si era sentita invincibile e che adesso era impaurita. E incazzata. Ancor pi incazzata perch non potevano nemmeno prendersela col solito governo ladro, visto che al governo c'erano quelli come loro. E allora si attaccavano alla TV nella speranza di non sentire il solito bollettino di guerra. Quella sera per la TV, nella persona di Adalberto Beggiolin, gli aveva suggerito un'idea semplice semplice, facile facile. Era tutta colpa delle invasioni barbariche. Negri che venivano a rubare lavoro, marocchini che spacciavano, negre che la davano a poco a ogni angolo di strada, tentatrici luciferine che allontanavano i mariti da casa. Ragazze serbe e ungheresi che non sapevano fare un cazzo come domestiche in casa, ma sapevano scoparsi i figli per farsi sposare. Nel servizio le donne erano le pi incazzate. Loro non traevano nessun vantaggio dalla prostituzione come almeno facevano i mariti. Appoggiato al bancone dell'osteria, Beggiolin se lo accarezzava con lo sguardo, il suo pubblico. Alcuni li conosceva di persona. Aldo Trolese, impiegato dell'Enel in pensione e attualmente ebanista, un buon diavolo purch non superasse i due litri di rosso. Tommaso Nadal, un armadio d'uomo titolare di una

ditta di traslochi che portava sempre, anche a letto, due enormi polsini di cuoio che lo facevano sembrare uno di quei guerrieri baffuti dei film di Conan. Poi c'era Elide Squizzato. Lei, per la verit, era presente all'osteria ma anche nel video. Beggiolin l'aveva scelta per la sua incredibile facilit nel piangere. Bastava farle pronunciare la parola "negro" e diventava tutta rossa e poi cominciava a lacrimare come se le avessero messo un lacrimogeno antisommossa sotto il naso. Nel corso dell'intervista che le aveva "rubato" per strada, Beggiolin gliel'aveva fatta pronunciare tre volte la parola magica e la povera Elide non era riuscita a completare il pensiero, scossa dai singhiozzi. Il concetto comunque era arrivato: i negri le avevano fatto sicuramente qualcosa di orribile. Mentre lo speciale di Antenna N/E imboccava trionfalmente la dirittura d'arrivo, entrarono tre ragazzi. Disco-tecari, ma pi cazzuti. Erano scesi da un Cherokee, Beggiolin li aveva visti dalla finestra dell'osteria. Entrarono facendo versi da mohicani, spacconeggiando a destra e a sinistra. Ma invece di ottenere l'effetto desiderato, e cio intimorire per puro diletto la clientela, furono zittiti a brutto muso da Maso, cio Tommaso Nadal il traslocatore. "Ma che c', la partita?" chiese stupito il pi smilzo dei tre, l'unico che Beggiolin credeva di conoscere. Si chiamava Denis, ed era figlio di un assicuratore. "Ma va in mona e siediti" gli url qualcuno dal fondo. I tre valutarono la situazione. L'osteria era piena come un melone ma c'erano donne anziane e parecchi cagasotto, come quello l, quello sparacazzate della TV appoggiato al bancone. Volendo, avrebbero potuto mettere su un bel casino. Rocco stava gi afferrando una sedia mentre le urla di protesta aumentavano, ma Lucio lo ferm poggiandogli una mano sul polso e indicandogli la televisione col mento. Rocco si gir a guardare la TV, e cos fece Denis, per emulazione gregaria. Nel videowall, Elide aveva appena smesso di piangere ed era stata sostituita da un'anziana in vestaglia rosa davanti a un letto di ospedale. Puntava un dito bitorzoluto e tremolante contro un immaginario aggressore (a Lucio sembr che lo puntasse contro di lui) maledicendolo e augurandogli le pene dell'inferno perch: "Non si fa cos con una povera vecchia, non la si prende a bastonate, non si rubano i risparmi di una vita a una povera donna che non ha pi nessuno". E infine, con una forza insospettabile, mostrando i denti ingialliti e incorniciati da un reticolo di rughe, sibil per un numero imprecisato di volte: "Farabutti". Indubbiamente faceva un certo effetto. Lucio si guard intorno. La gente dell'osteria era balzata in piedi, qualcuno stringeva le spalle del tipo della TV, quello appoggiato al bancone. Urlavano tutti al punto che non si capiva pi niente. Rocco non c'aveva capito una sega, e tantomeno Denis. Ma Lucio era il capo. E aveva capito. Si mise a urlare pi forte di tutti: "Diamogli una lezione a 'sti negri bastardi!". Ottenne l'effetto voluto. Con un comando secco riusc a incanalare quel brontolio rancoroso, quella sterile frenesia in una brutale, feroce e persino gioiosa esplosione di rabbia. Lucio e Beggiolin si guardarono in un rapido flash e fu come se si fossero

riconosciuti. Poi l'onda riflu da Beggiolin verso i tre ragazzi venuti col Cherokee che spalancarono la porta seguiti da tutti gli uomini al di sotto dei 65 anni. La battuta di caccia era dichiarata aperta. Babacar Ngoup stava per prendere una decisione. Non ne poteva pi di vendere elefantini di legno e cd piratati, l'80% del guadagno andava al capozona e a lui restava giusto per mangiare e dormire. A casa riusciva a mandare poco e sua sorella si doveva sposare. Babacar era un bel ragazzo alto, magro, con un nasetto regolare che faceva impazzire le donne, soprattutto certe italiane. Non aveva studiato ma non perch non ne avesse avuto la possibilit, semplicemente perch non gli andava. Come tutti I ragazzi senegalesi voleva fare musica, diventare come Voussou 'Ndour e cantare in duetto con una strafica come Neneh Cherry. Si era rotto il cazzo di trascinarsi dietro quel borsone in mezzo a quella nebbia che ti bagnava le ossa e ti metteva una tristezza addosso che si portava via la voglia di cantare. Non gli mancava niente per sfondare e invece gli mancava tutto. In quel momento era pure senza una donna e questo non gli era mai capitato, nemmeno in Italia. La sua era una famiglia di tombeur de femmes, suo padre aveva cinque mogli e suo nonno ne aveva avute quindici, pi tutte le altre. Suo nonno era un griot, un cantastorie. Aveva il dono della parola. Raccontava storie bellissime, strie di fantasmi, storie d'amore e sapeva incantare chiunque, soprattutto le donne che se lo mangiavano con gli occhi sulla porta di casa. Anche Babacar aveva il dono della parola, ma a cosa gli serviva in un paese dove a stento qualcuno sapeva il francese? Merde! Erano le otto di sera e non si vedeva un'anima. A Dakar a quell'ora si cominciava a vivere. "Je me suis emmerd" pens. Si era proprio rotto il cazzo. Quella sera nel borsone ci avrebbe nascosto venti grammi di cocaina. La decisione era presa. Almeno con i soldi della coca si sarebbe prodotto il primo cd e sarebbe andato a Parigi. Il rumore lo lasci perplesso. Cos'era? Una muta di fantasmi, cos l'avrebbe descritta suo nonno. Da due anni che viveva l, tutte le sere raggiungeva quella fermata d'autobus per tornare a casa. E mai aveva sentito una cosa del genere. Voci, passi e un muggito di sottofondo, come un basso elettrico andato in loop. Qualunque cosa fosse era meglio quitter. Non aveva mai avuto problemi fino ad allora ma il y a toujours une premire fois. Raccolse il borsone che in quel momento gli pes come un macigno. Fece qualche passo indietro, scrutando la nebbia. Si sent addosso i fari di un'auto pi alta del normale. Subito si sent colpevole di qualcosa. Ai lati della macchina ombre confuse avanzavano verso di lui come zombie. Sembrava che non toccassero terra. Babacar inciamp all'indietro e cadde a sedere sul bordo del marciapiede. Sent il bagnato attraverso la stoffa dei pantaloni. Cerc subito di rialzarsi ma qualcosa di duro gli colp un orecchio. Ricadde gi, stordito. Gli zombie urlarono qualcosa che non riusc a capire. Gli sportelli della macchina alta si aprirono e ne scesero altre due ombre. "Arretez" url ma la muta ormai lo fiutava da vicino. Vide uno di quelli che era sceso dall'auto sollevare un braccio lunghissimo. Gli sent dire: "Ciao fratello".

Poi il braccio lunghissimo cal su di lui e lo colp tra il collo e la spalla. Si gett sul borsone. Frug nella tasca esterna in cerca del coltello ma le falangi della mano scricchiolarono sotto il tacco di uno stivaletto da cowboy. Un calcio nella schiena gli soffoc l'urlo in gola. Cap che era solo l'inizio. Calci, bastonate, colpi di catena nelle reni, sulle costole. Un colpo di cric gli spacc una gamba, un calcio di punta gli frantum il naso. Svenne. Poi qualcuno gli gett dell'acqua addosso. Pens che volevano tenerlo sveglio per fargli sentire le botte. Ma non era acqua. Il giubbotto puzzava di benzina. Come diceva una canzone di suo nonno: "C' sempre qualcuno che ha una tanica in macchina". Cacci un urlo che sembrava il verso dell'aragosta messa a bollire in pentola. La cosa impression qualcuno, perch inspiegabilmente non gli diedero fuoco ma si limitarono a bruciargli il borsone. O forse fu la sirena della polizia che li mise in fuga. Rannicchiato su s stesso, sent il rombo del turbodiesel che si allontanava e passi di corsa in tutte le direzioni. Riusc ad aprire un solo occhio e vide un tipo assurdo, con un giaccone enorme e i capelli scompigliati da pazzo che sal-' tellava intorno al borsone in fiamme. Sembrava uno scimpanz terrorizzato dal fuoco. Quando l'auto dei carabinieri fren davanti alla fermata d'autobus, la nebbia si tinse di blu. Prima di svenire, Babacar vide lo scimpanz che scompariva saltellando sotto i portici. Lo scimpanz era il matto del paese. La gente non ricordava nemmeno pi il suo nome. Per tutti era "El Mato". Campava grazie alla carit dei parrocchiani. Portava da sempre un vecchio eskimo verde e nessuno sapeva bene dove viveva. Non dava fastidio. Ogni tanto urlava frasi sconnesse ma nessuno ormai ci badava pi. El Mato, saltellando sotto i portici, and a sbattere contro un uomo che spingeva a mano una vecchia bicicletta. Sul manubrio erano infilati i manici di una sporta di plastica da cui spuntava il collo di un bottiglione di vino. El Mato guard l'uomo con curiosit. Portava lunghi capelli grigi raccolti dietro la nuca. "Sei tu. Ti ho riconosciuto. Ho capito tutto. Ho capito tutto" inizi a urlare, indicandolo a una folla immaginaria. L'uomo si guard attorno. Pens di colpirlo per farlo stare zitto ma era troppo rischioso farsi coinvolgere in una rissa. Inforc in fretta la bicicletta accertandosi che nessuno si fosse affacciato dalle finestre. Quindi si allontan con possenti pedalate. Dietro di lui il matto continuava a urlare: "Ho capito tutto! Ho capito tutto!". Curvo sul manubrio, l'uomo seppe subito che quel mantra ossessivo gli avrebbe impedito di chiudere occhio per il resto della notte. Mio padre mi pass a prendere subito dopo cena. Un breve colpo di clacson mi avvert che era arrivato. Durante il tragitto rimanemmo in silenzio. Solo quando gir la chiave per spegnere il motore della Jaguar mi ammon di mantenere la calma a tutti i costi. Il maggiordomo ci condusse nello studio della contessa. Selvaggia era intenta a giocare a burraco con Filippo. Si alz, salut con un bacio mio padre e poi mi abbracci freddamente, snocciolando parole di circostanza. Filippo continu a

darci le spalle e si degn di voltarsi solo quando venne ripreso dalla madre. Mi fiss con disprezzo. "Invitiamo a casa anche gli assassini, adesso?". Mi girai verso pap. "Te l'avevo detto che era tempo perso". "Non mi interessano i vostri rancori da ragazzini viziati" disse la contessa in tono calmo, quasi annoiato. "Siete finiti in televisione per una gazzarra disgustosa ed arrivato il momento di mettere a posto le cose". "Spero che ti diano l'ergastolo" sibil Filippo. Selvaggia perse la pazienza. "Quella notte non eri a casa. Se insisti, andr personalmente dal giudice per sbugiardarti. E poi se non eri con Francesco, dove ti trovavi a quell'ora?". "Filippo, ragiona per favore" intervenne mio padre in tono duro. "Rappresentate l'uno l'alibi dell'altro. Anche tu potresti essere accusato, lo sanno tutti della tua delusione con Giovanna. Potresti aver covato del rancore dopo l'incidente...". Selvaggia lo prese per le spalle. "Giovanna stata uccisa mentre eravate insieme, e se fai uno sforzo di memoria ti ricorderai senz'altro che vi siete lasciati dopo le tre". Filippo chin il capo, in segno di capitolazione. La madre gli accarezz la testa. "Tutto a posto, allora" disse mio padre soddisfatto. "Domani mattina andremo da Zan e correggerai le tue precedenti dichiarazioni". Filippo mi rivolse uno sguardo di scherno. "Te l'avevo detto che Giovanna avrebbe tradito anche te". "Chiudi quella bocca" sbottai. " un dato di fatto" intervenne la contessa. "Devi fartene una ragione, Francesco". "Per favore, Selvaggia" sbuff mio padre. "Lo dico per il suo bene" continu la contessa. "Francesco dovr affrontare il paese. Il cornuto inconsolabile una parte da perdente". Girai sui tacchi e me ne andai senza salutare. Mio padre mi raggiunse dopo qualche minuto. "Lo sai come fatta Selvaggia" la giustific, salendo in macchina. "Giovanna non le mai piaciuta". Non risposi. Quella donna era una serpe, ma la mia mente era occupata da ben altri pensieri. "Potrebbe essere stato lui" dissi a un tratto. "Lui chi?". "Filippo". "Non dire stupidaggini". "Anche lui, come me, non ha alibi. Giovanna lo avrebbe fatto entrare in casa anche a quell'ora di notte e soprattutto aveva un movente". "Ma dai, te lo vedi Filippo che uccide qualcuno?". Riflettei per qualche istante. "S" risposi convinto. Pap sospir. "Non penserai mica di dirlo a Zan o a Mele?". "E perch no?". "Perch domani Filippo fornir un alibi a entrambi. Siete stati insieme fin dopo le tre del mattino". "E se fosse stato lui sul serio?". Pap sbuff spazientito. "Dovranno essere altre prove a dimostrarlo". Rimanemmo in silenzio fino a quando la Jaguar non si ferm davanti al portone di casa mia. Allungando la mano verso la maniglia della portiera venni colto da un pensiero improvviso. "E se queste prove ci fossero e Filippo finisse in galera,

Selvaggia chiederebbe a te di difenderlo, vero?". " probabile". "E tu accetteresti l'incarico?""Non lo so. Non credo. La mia posizione sarebbe probabilmente incompatibile. Giovanna era un avvocato del mio studio...". "E la mia fidanzata" sottolineai con rabbia. "Certo, la tua fidanzata" si affrett a ribadire. "Per adesso smetti di arrovellarti su ipotesi fantasiose e lascia fare agli inquirenti". Pap diede gas e la Jaguar scivol via nella notte. Mio padre aveva torto. Il giorno dopo anche Filippo sarebbe uscito definitivamente dalle indagini. Pi ci pensavo e pi mi convincevo che l'assassino poteva essere lui. Dopo aver scartato la mia pista, anche Mele e Zan se lo sarebbero chiesti ma non avrebbero perso tempo a indagare. Filippo aveva un alibi. Ed ero proprio io a fornirglielo. Rimisi nella tasca le chiavi del portone e iniziai a camminare. Avevo bisogno di chiarirmi ancora le idee su Filippo. Giunto in piazza ero pronto a escludere la sua colpevolezza. Giovanna aveva detto di essere diventata la puttana dell'uomo che le aveva rovinato la vita e non poteva trattarsi di Filippo. Semmai era vero il contrario. E poi non avrebbe mai fatto l'amore con lui. Questo lo sapevo bene. L'assassino era il suo amante segreto. L'aveva uccisa perch Giovanna aveva deciso di dirmi tutto. E lui aveva preferito affogarla. Il mattino seguente attaccai un cartello sulla porta dello studio: chiuso per lutto. Per le udienze in tribunale aveva provveduto mio padre sguinzagliando i suoi giovani assistenti a tamponare le mie assenze. Per strada sostenni con disinvoltura lo sguardo indagatore della gente. Anche se innocente, ero comunque sollevato dalla certezza che la nuova deposizione di Filippo mi avrebbe escluso dalle indagini. Mi recai nello studio Visentin. Dopo aver scambiato qualche parola di circostanza con le segretarie, riuscii finalmente a chiudermi nella stanza di Giovanna. Mi sedetti sulla sua poltrona, osservai il mio volto sorridente elegantemente incorniciato di fianco al computer e iniziai a pensare da dove iniziare le ricerche. Dovevano pur essere rimaste delle tracce della relazione con il suo amante. Un appunto sull'agenda, una e-mail, un biglietto. Oltre al telefono, naturalmente. Ma ai tabulati avrebbero pensato gli inquirenti. Iniziai a frugare nei cassetti della scrivania. Nulla. Poi accesi il computer e verificai tra i messaggi della posta elettronica che, per fortuna, non era protetta da password, ma trovai solo corrispondenza professionale. Non ero nel posto giusto. Sentii bussare alla porta. Era il maresciallo Mele. Si sedette di fronte a me su una poltroncina color carta da zucchero, un po' troppo moderna per lo stile austero dello studio. "Trovato qualcosa?" chiese sorridendo. Scossi la testa. "L'ho gi passato io al setaccio" mi inform. "Ma poteva essermi sfuggito qualcosa". Appoggi il cappello d'ordinanza sul tavolo. Con movimenti lenti e studiati lo gir e vi infil i guanti di pelle nera. Poi abbass la cerniera del giubbotto. "Questa mattina Filippo Calchi Renier, accompagnato da tuo padre, andato da Zan" disse in tono neutro. "Ha ritrattato la precedente testimonianza e. ti ha scagionato da ogni sospetto. Per fortuna che ha recuperato la memoria e, alla

fine, stato pi preciso di te. Mentre Giovanna veniva uccisa, voi due stavate chiacchierando dei bei tempi". Era studiato anche il sarcasmo. "Non mi sembra molto convinto". " evidente che vi siete messi d'accordo dopo la scazzottata al bar ma non mi interessa. Non siete stati voi. Di questo sono sicuro". "E Zan?". "Il giudice felice di non averti pi tra i piedi. Teme tuo padre, lo sai". "E lei?". Alz le spalle. "Al massimo rischio il trasferimento. Magari al sud, dalle parti mie". Il maresciallo rimase in silenzio a fissarmi. Mi sentivo a disagio. " stata uccisa dal suo amante" sbottai dopo un paio di minuti. Annu. "Probabile, ma a casa di Giovanna le uniche impronte maschili sono le tue. Non ti sembra strano?". "Le avr cancellate...". "Senza cancellare le altre?" domand dubbioso. Gi. Non aveva senso. "E l'agenda, i tabulati?". "Non dovrei dirtelo. Le indagini sono ancora in corso ma non abbiamo in mano nulla di concreto". "Non possibile. Giovanna e il suo amante dovevano pur comunicare tra loro". Allarg le braccia. "Non so dove sbattere la testa. E comunque devo eseguire gli ordini di Zan, non ho nessuna libert d'azione". Prese guanti e cappello e si alz. "Ora sai come stanno le cose" disse dirigendosi verso la porta. "Come faceva a sapere che mi trovavo qui?". "Ti ho fatto seguire" rispose con semplicit. "Ma dopo le dichiarazioni di Filippo Calchi Renier l'ordine stato revocato. Ci vediamo domani ai funerali". "Ci sar anche l'assassino" azzardai con un filo di voce. "Ci sar tutto il paese" ribatt Mele. Poco dopo arriv anche mio padre. "Tutto a posto" disse. "Sei fuori dall'indagine". "Ora tocca a te, pap. Devi fare quella telefonata. Zan deve iniziare a indagare sul serio". ; "Non ti preoccupare. Mi dar da fare oggi stesso". Poi si guard attorno. "Mi sembra impossibile entrare in questa stanza e non trovare pi Giovanna" disse in tono triste. "A Carla Pisani aveva detto che voleva confessarmi tutto perch era diventata la puttana dell'uomo che le aveva rovinato la vita. Secondo te a chi si poteva riferire?". Pap si sedette sulla stessa poltroncina occupata fino a poco prima dal maresciallo. Si pass una mano sui capelli. "Non lo so. Quando ho letto la testimonianza della sua amica sono rimasto molto sorpreso. Forse un'interpretazione della Pisani, lo sai come reagiscono i testi sotto stress". "No" ribattei deciso. "Carla ha ripetuto fedelmente le parole di Giovanna. Ne sono certo". "Allora non capisco in che modo questo amante le avrebbe rovinato la vita. La storia di Alvise vecchia di quindici anni. Da allora, con fatica, Giovanna aveva risalito la china. Si era laureata, aveva un promettente futuro professionale...". "E domani avrebbe dovuto sposarmi". "Appunto, come vedi quella frase non ha senso. Ora scusami, ho un appuntamento

con un cliente". Rimasi seduto ancora un po' a pensare. Poi presi la mia foto dalla scrivania e la gettai nel cestino. Beggiolin diede la notizia della nuova testimonianza di Filippo durante il notiziario delle 13. Stranamente us toni molto sobri. Poi mand in onda un servizio su di me. Mi rividi in toga, in tribunale, mentre pronunciavo un'arringa. Beggiolin doveva essersi convinto della mia innocenza perch parl in modo sempre positivo. Il messaggio al paese era chiaro e sarebbe stato recepito. Per, dopo l'annuncio del funerale l'indomani alle 10 del mattino nella chiesa di San Prosdocimo, il giornalista non rinunci a rimestare nel torbido. Citando una fonte anonima ma sicura parl del liquido seminale nel corpo di Giovanna. Non fece alcun commento ma fiss a lungo la telecamera con un sorriso cinico stampato sulle labbra. Mi liberai di lui schiacciando un pulsante del telecomando e mi spostai in cucina. Non avevo fame ma lo stomaco era sottosopra. Guardai nel frigo e nella dispensa. Decisi di prepararmi una pasta al burro. Quando stavo male mia madre me la cucinava sempre. Una noce di burro, un po' di latte e parmigiano. Avevo deciso di non uscire fino al funerale. Dopo pranzo avrei preso un paio di sonniferi di Giovanna, volevo stordirmi e non pensare pi a nulla. Invece, appena scolate le farfalle, arriv Carla. "Hai gi mangiato?" le domandai sulla porta. Per tutta risposta cerc di colpirmi al volto. Le afferrai il polso. "Calmati, che ti prende?". Carla ansimava per la rabbia. "Alla fine vi siete messi d'accordo, vero? Prima vi accusate, poi vi scagionate a vicenda". "Vattene, non sai quello che dici" ringhiai, cercando di richiudere la porta, ma lei me lo imped. "Dovevo immaginarlo che finiva cos. I Visentin e i Calchi Renier non possono permettersi uno scandalo. cos che fate girare le cose. Giovanna domani verr seppellita e con lei la verit. Questo paese non cambier mai. E tu non sei diverso dagli altri". La presi per le spalle e iniziai a scuoterla. La borsa cadde a terra e lei mi fiss spaventata. La lasciai andare. Lei si chin per recuperare la borsa e si precipit gi per le scale. "Non ti permettere mai pi di parlarmi in questo modo" urlai. Gettai la pasta nella spazzatura. Ero furioso. Avrei voluto correrle dietro e urlarle in faccia che, pi di ogni cosa, volevo l'assassino di Giovanna in manette tra due carabinieri. E fu in quel momento che nella mia mente si apr uno squarcio. Ebbi la consapevolezza del prezzo da pagare per vederlo in carcere. Al processo l'assassino avrebbe raccontato del suo rapporto con Giovanna. Gli avvocati e il pubblico ministero avrebbero voluto sapere tutto. Come si erano conosciuti, quante volte si erano incontrati, quante altre avevano fatto l'amore. L'assassino avrebbe giurato che l'amava e che non avrebbe mai voluto farle del male. Di fronte ai giudici Giovanna sarebbe diventata per sempre la sua donna. Io sarei rimasto sullo sfondo. La figura patetica del cornuto che chiede giustizia. Da avvocato feci subito i conti sugli anni della condanna. Sedici, pi o meno. Tanto valeva Giovanna. Mi costrinsi a guardare

dentro me stesso. Volevo davvero pagare quel prezzo per vendicarmi? Presi a caso una bottiglia dal vassoio e mi versai un abbondante bicchiere di liquore per mandare gi le pastiglie di sonnifero. Un pallido sole rischiarava una delle mattine pi fredde dell'anno. Mio padre, Prunella e io seguimmo il carro funebre dall'obitorio. "Doveva essere il giorno pi bello della sua vita" disse a un tratto Prunella, spezzando un silenzio penoso. Gi. Avrebbe dovuto essere un giorno di festa. L'avrei attesa all'altare e lei sarebbe entrata accompagnata da mio padre e mi avrebbe raggiunto camminando piano, sorridendo e salutando gli invitati. Infilai una mano in tasca toccando la custodia delle fedi. Avevo deciso di metterle nella tomba. Il maresciallo Mele aveva ragione. Il funerale di Giovanna era uno spettacolo che l'intero paese non si sarebbe perso per nessuna ragione al mondo. Quelli che non avevano trovato posto all'interno della chiesa riempivano il sagrato e buona parte della piazza. La gente assistette in silenzio al nostro arrivo. Molti si fecero il segno della croce. Quando scendemmo dalla macchina venimmo avvicinati dai conoscenti pi stretti e dai notabili del paese. Selvaggia, elegante nel suo cappotto nero col collo di pelliccia, si affrett ad abbracciare Prunella. Filippo rimase in disparte. "Mia povera Prunella" esclam a voce alta. "Il destino ti sempre stato contro. Ma tu sei cos forte". La voce e il volto recitavano la parte della contessa addolorata ma gli occhi suggerivano tutt'altro. Selvaggia non perdeva occasione di regolare i conti. Prunella se ne accorse e divent livida dalla rabbia, ma venne circondata dal suo gruppo di preghiera che inton subito un inno al Signore, accompagnandola all'interno della chiesa. Io seguii la bara tenendo una mano appoggiata sul legno scuro. Volevo che tutti vedessero che il cornuto aveva deciso di seguire il suo destino fino in fondo. Carla era gi seduta in prima fila. Mi ignor con ostentazione. Don Piero e don Ante attendevano sull'altare. Fu il vecchio prete a officiare la funzione. Ricord Giovanna con un breve ma affettuoso discorso. Mise infine in guardia l'assassino dal castigo di Dio. Prunella e i suoi amici si distinsero per preghiere recitate con un fervore che mi mise a disagio. Le braccia spalancate come Ges Cristo in croce e il volto rivolto al cielo non piacevano troppo nemmeno a don Piero, che ogni tanto lanciava delle occhiatacce al gruppo. Quando la bara usc dalla chiesa la mia mano era ancora l appoggiata sul legno di ciliegio. Beggiolin mi indic all'operatore che mi inquadr a lungo. Fu in quel momento che si avvicin il maresciallo Mele e mi strinse la mano con decisione. Anche Mele aveva voluto mandare un segnale preciso. Beggiolin avvicin il microfono alle labbra "Tutto il paese venuto a rendere omaggio a Giovanna Barovier e non certo retorica parlare di una giovane vita spezzata nel fiore degli anni e a un passo dal coronamento del sogno d'amore con il suo Francesco". Beggiolin era capace di sporcare tutto solo con il tono della voce. Avrei voluto prenderlo a pugni ma non era n il momento n il luogo. Quando la bara venne caricata sul carro, come d'incanto apparve El Mato che si inginocchi gridando: "Ho capito tutto! Ho capito tutto!". Mele lo agguant gentilmente per la collottola e lo affid a un paio di giovani carabinieri.

Mezz'ora pi tardi era finita. Mi allontanai dal cimitero con l'immagine del becchino che aveva sigillato la lastra col cemento e poi si era allontanato accendendosi una sigaretta. Ero accasciato sul divano da ore. La mente piena di immagini del funerale. Volti noti e sconosciuti. Tra loro c'era l'assassino, ne ero certo. Forse mi aveva anche stretto la mano ed espresso le sue sentite condoglianze. Ma non avevo individuato nessun sospetto ideale. L'amante assassino doveva essere affascinante, giovane e di un certo ceto. Giovanna la conoscevo bene, aveva le idee chiare in fatto di uomini e di ambienti da frequentare. Mele non doveva aver cercato bene. Gli amanti hanno un loro codice per comunicare. Se avevano la sfrontatezza di incontrarsi a casa di Giovanna, dovevano avere la certezza che non sarei arrivato all'improvviso. Scavai nella memoria per delineare le situazioni migliori per il tradimento. Il marted giocavo a pallavolo nel campo coperto del golf club, e poi, dopo la solita puntata in enoteca, me ne andavo dritto a letto. Per la chiamavo sempre per augurarle la buona notte. Chiss quante volte mi avr sussurrato parole dolci mentre lui era al suo fianco. Me la immaginai con i capelli appiccicati alla fronte dopo aver fatto l'amore. Il marted poteva essere benissimo il loro giorno fisso. Poi, a volte, capitava che rimanessi in studio a preparare le cause. Allora lei forse lo avvertiva. "Stasera Francesco lavora. Ti aspetto". Oppure si incontravano quando eravamo arrabbiati. Era capitato. Ogni volta che litigavamo, Giovanna si rifiutava di passare la notte con me. A volte durava per diversi giorni. Poi tutto passava e si festeggiava la pace a letto, dopo una cenetta a lume di candela. Normale amministrazione della vita di coppia. Ripensando ai nostri litigi, mi ritrovai a riflettere che, nell'ultimo periodo, alle volte mi sembravano forzati. Avevo dato per scontato che fosse lo stress per l'imminente matrimonio, invece non era affatto escluso che fossero montati ad arte per poter incontrare il suo amante. Giovanna voleva lasciarlo ma lui si opponeva. E allora lei era costretta a vederlo pi del necessario per tentare di convincerlo a troncare la loro relazione segreta. E non potevano che incontrarsi la notte perch di giorno per Giovanna era praticamente impossibile. Tra lo studio, il tribunale e il sottoscritto non ne aveva materialmente il tempo. Difficilmente ci incontravamo a pranzo, ma Prunella mi aveva detto che andava quasi sempre da lei. E poi di giorno il paese ha mille occhi e mille lingue. La villetta a schiera di Giovanna era in un quartiere discreto ma di certo il suo amante non poteva parcheggiare la macchina di fronte. I vicini erano abituati a vedere la mia. Doveva lasciarla in qualche via vicina e poi andare da lei a piedi. Pensai di parlarne a Mele, forse era il caso di interrogare i vicini. Pensai anche che la scientifica doveva aver combinato qualche casino se non aveva trovato tracce dell'assassino. Forse le avrei trovate io. Conoscevo Giovanna e forse sapevo dove andare a cercare. Dopo meno di cinque minuti ero diretto a casa sua. Feci come presumevo avesse fatto l'amante e parcheggiai la macchina nella via parallela. Diversi cani abbaiarono al mio passaggio ma nessuno ci fece caso. Aprii il cancello del giardino e mi ritrovai davanti alla porta. Ruppi i sigilli della Procura della Repubblica e tirai fuori dalla tasca del cappotto la mia copia delle chiavi, che era ancora in mio possesso perch agli inquirenti non era venuto in mente di sequestrarla. Qualche secondo dopo ero in casa. Mi

assicurai che le imposte fossero ben chiuse e accesi la luce. Ero allo stesso tempo terrorizzato di essere scoperto e determinato nel trovare elementi che mi potessero fornire l'identit dell'amante. La casa era sottosopra per la perquisizione dei carabinieri, ovunque c'erano tracce della polvere grigia per rilevare le impronte. Non trovai nulla. Infine mi feci forza ed entrai nella camera da letto. Volevo verificare un'idea che mi stava tormentando fin dalla scoperta dell'esistenza dell'amante. Dovevo farlo, altrimenti sarebbe diventata un'ossessione. Aprii le ante del grande armadio e iniziai a frugare nei cassetti. Mi ritrovai tra le mani la lingerie di Giovanna. Quasi tutti i capi li avevo acquistati io stesso in costose bou-tique di citt ovviamente ben lontane dal paese. Ero sempre stato un amante della biancheria intima. E a Giovanna piaceva questa mia fantasia. Mi piaceva guardarla mentre si spogliava lentamente e si toglieva le calze autoreggenti, il reggiseno e si infilava sotto le lenzuola con addosso solo le mutandine. Voleva che gliele sfilassi solo all'ultimo momento. In quei giorni mi ero chiesto se si era offerta al suo amante indossando la "mia" biancheria e mentre perquisivo l'armadio speravo di trovarne altra. Per fortuna salt fuori da un cassetto. Erano capi dozzinali e volgari. Mi sentii sollevato. Giovanna mi aveva tradito ma aveva voluto rispettare quel nostro piccolo segreto. Giovanna mi amava. Sentii un rumore soffocato proveniente dal piano inferiore. Spensi subito la luce e mi affacciai sul ballatoio. Ero certo che fossero i carabinieri e cercavo freneticamente di inventare una scusa plausibile. Poi il cono di luce di una torcia elettrica illumin il pavimento. " entrato dal retro" pensai. In una frazione di secondo mi convinsi che si trattava dell'assassino e mi lanciai gi per le scale. Mi sent arrivare e mi punt la luce in faccia. Dal petto mi usc un urlo e gli saltai addosso. Rotolammo a terra. Io urlavo e cercavo di tirargli dei pugni. Lui si difese colpendomi alla gola con la torcia. Un colpo a casaccio ma che mi tolse il respiro. Lui ne approfitt per alzarsi in piedi e illuminarmi con la torcia. Lo sentivo ansimare. Io cercavo solo di ritrovare la forza per aggredirlo nuovamente. Non mi sarebbe sfuggito. Il cono di luce cambi direzione e mi ritrovai a fissare un volto segnato e incorniciato da lunghi e sporchi capelli grigi, raccolti all'indietro con un elastico. "Sono Alvise Barovier" disse. "Il padre di Giovanna". Mio padre mi invit a pranzo a casa. Lo faceva quando aveva qualcosa d'importante da dirmi. Altrimenti ci incontravamo da Nevio, il suo ristorante preferito a pochi passi dallo studio. Un tempo era un'osteria dall'arredamento scarno ma dalla cucina strepitosa, ora il livello era sempre eccellente ma l'intervento di un architetto lo aveva trasformato in un brutto ristorante di lusso con le pareti in rosa veneziano, tavoli e sedie da brasserie parigina. Anche la cuoca di pap era brava. "Taglierini in brodo e misto di carni lesse con contorno di piselli e pur" annunci il maggiordomo posando la zuppiera a tavola. "Non c' niente di meglio con questo freddo".

Pap gli fece stappare una bottiglia di Merlot. Proveniva dalle cantine di Selvaggia. Il conte Giannino, prima degli altri, aveva capito la potenzialit del vino veneto in un periodo in cui la maggior parte dei contadini produceva vino di scarsa qualit e aveva assunto un famoso enologo piemontese. In pochi anni la cantina si era fatta un nome a livello nazionale e i suoi vini venivano citati nelle pubblicazioni specializzate. Dopo la sua morte, la contessa se ne era disinteressata delegando ogni dettaglio all'enologo e a Filippo che voleva continuare il lavoro del padre, a cui era sempre stato molto legato. "Ho parlato con il procuratore capo" annunci pap, versandomi il vino. "Mi ha assicurato che seguir personalmente le indagini, anche se Zan non verr sostituito". "Tutto qui?" sbottai deluso. "Zan far il suo dovere, il vecchio Marchesin un osso duro e mi terr costantemente al corrente, cos potremo anche dare suggerimenti". ; "Avrei preferito un giudice pi bravo nelle indagini". "Di pi non ho potuto ottenere" si giustific. "Problemi di equilibri all'interno della magistratura locale, ci abbiamo a che fare ogni giorno in tribunale". "Mele mi ha fatto capire che ha bisogno di una maggiore libert d'azione". Annu. "Ho capito. Riferir il messaggio a Marchesin". Cambiai discorso. "Giovanna non ti aveva mai parlato del processo del padre?". "No. E anch'io ho volutamente evitato l'argomento. Giovanna aveva sofferto enormemente per quella vicenda e non volevo riaprire vecchie ferite". "Era convinta che il padre fosse innocente". Pap mi rivolse un'espressione sorpresa. "Sul serio? Te lo ha detto lei?". "Una volta, tempo fa". "Capisco. Alvise era suo padre ma io sono stato il suo avvocato difensore e, purtroppo, devo ammettere che la sua colpevolezza era evidente. Era pieno di debiti, la banca aveva chiuso i rubinetti e lui diede fuoco al mobilificio per rifarsi con i soldi dell'assicurazione. Il risultato fu che morirono il custode e la moglie...". "Come si difese?". "Nel peggiore dei modi. Forn un alibi falso e mi costrinse a sostenere la tesi del complotto ordito da misteriosi nemici. Senza prove e senza un solo nome. Fu davvero penoso. Lo difesi solo perch eravamo cresciuti insieme". "Che tipo era?". Alz le spalle. "Un puttaniere e un giocatore. Anche nella vita e negli affari. Ma perch ti interessa?". "Sto cercando di mettere insieme i pezzi della vita di Giovanna. Per tentare di capirla. A quel tempo ero in collegio e non seguii la vicenda. Magari mi sfuggito qualcosa di importante". Mio padre mise della salsa al rafano sul petto di gallina che aveva nel piatto. Sospir. "Sono preoccupato per te, Francesco" disse. "Devi trovare la forza di reagire e pensare al futuro invece di torturarti cos". "Non facile". "Lo so. Per questo importante che tu venga in studio al pi presto". Tagli la carne e se la port alla bocca studiando le mie reazioni. Non ce ne furono. "Non dovrei ancora parlarne ma tu sei un futuro socio dello studio e sei mio figlio..." continu con quel tono che usava in tribunale per attirare l'attenzione dei giudici. "La Fondazione Torrefranchi ha deciso di delocalizzare l'intero gruppo.

Stiamo ultimando un'area industriale alle porte di Timisoara, in Romania. Qui resteranno solo alcune attivit tipicamente locali e di prestigio, come la produzione vinicola". Lo fissai a bocca aperta. Pap era riuscito ad attirare tutta la mia attenzione. Da circa un anno si recava spesso in Romania. Mi aveva detto che stava seguendo le cause di alcuni clienti, invece stava organizzando il trasferimento della Fondazione. "Perch?" domandai. "Il gruppo non pi competitivo. Costi alti di gestione e scarso investimento nella ricerca tecnologica. I cinesi ci stanno prendendo a calci nel sedere" rispose. "E lo studio?". Sorrise soddisfatto. "Proprio di questo volevo parlarti. Nei primi tempi sar costretto a trascorrere buona parte del tempo a Timisoara e ho bisogno di qualcuno a cui affidare lo studio". Mi punt contro la forchetta. "Avevo deciso di dirtelo al tuo ritorno dal viaggio di nozze". Solo pochi giorni prima sarei impazzito di gioia, invece mi sentivo svuotato di ogni energia. Scossi la testa. "Non ce la faccio, pap". Non si perse d'animo. "Dopodomani parto per Timisoara. Vieni con me. Cambiare aria ti far bene". Appoggiai sul piatto forchetta e coltello. Era arrivato il mio momento di dire qualcosa di importante. "Prima devo scoprire chi l'assassino di Giovanna. Non credo di poter continuare a vivere e a lavorare in paese senza saperlo. Capisci quello che voglio dire?". Pap annu, serio. "D'accordo. Se la pensi cos, prenditi tutto il tempo che vuoi". Appena si fece buio salii in macchina e mi infilai in una stradina di campagna. Arrivai a un vecchio palazzotto in rovina. Alvise Barovier fumava appoggiato allo stipite della porta. Sembrava un barbone. Lo seguii fino a uno stanzone che un tempo doveva essere un salotto e che ora era arredato con un divano sventrato davanti al camino dove ardeva un bel fuoco. Mi indic il divano. Scossi la testa. Quel tipo non mi piaceva. La notte precedente, dopo lo scontro in casa di Giovanna, mi aveva rifilato un racconto confuso di cui avevo capito ben poco. Mi aveva pregato di non dire a nessuno che si trovava in paese. Mi avrebbe spiegato tutto l'indomani. Adesso ero l, in quel tugurio, pronto ad ascoltarlo. "Non so da che parte cominciare" disse imbarazzato. "Perch si nasconde? Perch non venuto al funerale di Giovanna?" lo incalzai in tono aspro. Butt altra legna nel fuoco. "Non voglio farmi vedere fino a quando non avr scoperto la verit". "Addirittura" ironizzai. Mi fiss. "Siediti, ragazzo" ordin. "Devo raccontarti una storia lunga". Dopo essere uscito dal carcere, Alvise Barovier non poteva pi ritornare in paese. La condanna lo aveva rovinato. Tutti lo avevano abbandonato. Anche i parenti e gli amici con cui aveva consumato migliaia di aperitivi, con cui aveva giocato a calcio da ragazzo. Anche Prunella, che dopo l'arresto non lo aveva pi voluto vedere. Solo Giovanna aveva sempre creduto alla sua innocenza ma era solo una ragazzina e non poteva aiutarlo in nessun modo. Dopo varie tappe in Europa

arriv in Argentina, come un emigrante di fine Ottocento. Aveva trovato lavoro in un'azienda vinicola della zona di Mendoza, di propriet di una famiglia di origine veneta. In tutti quegli anni si era tenuto sporadicamente in contatto con la figlia. Giusto un biglietto a Natale spedito di nascosto. Prunella non voleva nemmeno sentire pronunciare il suo nome. Circa sei mesi prima aveva ricevuto una telefonata di Giovanna che gli annunciava di aver scoperto la verit sull'incendio del mobilificio. Non aveva voluto dirgli di pi ma sua figlia era euforica. "Pagheranno per quello che ti hanno fatto" aveva detto prima di chiudere la comunicazione. Si erano sentiti altre volte e Giovanna era sempre pi sicura e determinata. Aveva le prove che si era trattato di un complotto, come lui aveva sempre sostenuto. Poi, all'improvviso, non aveva pi chiamato e quando l'aveva cercata, Giovanna era stata evasiva. Gli aveva chiesto di avere pazienza. Al momento opportuno si sarebbe fatta viva. E invece non aveva pi chiamato, n scritto. Lui, allora, aveva deciso di tornare per scoprire le ragioni di quello strano comportamento, ma la notte stessa in cui era tornato in paese Giovanna era stata uccisa. "Le hanno voluto tappare la bocca" disse alla fine, con gli occhi gonfi di lacrime. "Giovanna stata uccisa dal suo amante, alla fine di un convegno amoroso. Questa l'unica verit. Lo dimostra lo sperma trovato nel suo corpo" ribattei in tono sgradevole. "Non mi credi, vero?". "No" risposi deciso. "E poi non mai esistito nessun complotto. Lei era colpevole". "E tu come fai a esserne cos certo?". "Me lo ha detto mio padre. L'ha definita un puttaniere e un giocatore". Mi rivolse un sorriso amaro. "Il buon Antonio. Non mi ha mai difeso con convinzione. Era addirittura imbarazzato". "Era una causa persa in partenza. Se lei avesse confessato subito, la corte sarebbe stata clemente". Mi prese per il bavero del cappotto. "Io non ho fatto nulla. Sono innocente, hai capito?". Gli afferrai i polsi, mi liberai della stretta e mi alzai. "Non si scaldi. E poi non mi interessa" sbottai. "Piuttosto, Giovanna non le aveva detto nulla del matrimonio?". "No". "Anche questo strano, non trova? Le telefona pi volte ma non le fornisce un solo elemento sull'indagine per scagionarla ed evita perfino di dirle che stava per sposarsi". Scosse la testa sconfitto. " andata cos". "Vada al cimitero a portare un fiore a sua figlia. E si faccia vedere in paese, quella vecchia storia non interessa pi a nessuno. Non ha senso che lei si nasconda e viva come un barbone". Dal petto gli usc una risatina nervosa. "Io sono un barbone. Qui non posso essere altro". Mi avviai verso la porta. "Ho bisogno del tuo aiuto" implor. "Da solo non posso scoprire nulla". Non persi tempo a rispondere. Quell'uomo era solo patetico. Andai a casa di Prunella. Nello studio e in casa di Giovanna non avevo trovato

nulla. Perci volevo provare con la stanza di Giovanna a casa della madre. Gli inquirenti non l'avevano ancora perquisita. Forse Zan non se l'era sentita di provocare nuovo dolore a Prunella con una perquisizione. O pi probabilmente non gli era venuto in mente. Sperai che fosse sola. Ebbi fortuna. Mi venne ad aprire indossando un paio di vecchi guanti di gomma. "Sto pulendo l'argenteria" spieg. Sul tavolo della cucina c'era solo qualche pezzo di un servizio antico. Mi chiesi dove fosse finito il resto. La radio ad alto volume era sintonizzata sulle frequenze di Radio Maria. "Volevo dare un'occhiata alla camera di Giovanna" dissi, "magari c' qualcosa che vorrei tenere...". "Certo, vai pure". La stanza era ancora quella di un'adolescente degli anni Ottanta con qualche ricordo dell'infanzia. La bambola preferita e vecchi poster. Non c'era nessuna foto di Alvise. Mi persi nei ricordi e iniziai a curiosare con malinconia. Sulla scrivania c'era la sua macchina digitale. L'accesi e nella prima immagine che comparve Giovanna e io eravamo sorridenti, abbracciati. Un weekend a Parigi, rammentai. Pigiai il tasto off con un sospiro e iniziai ad aprire i cassetti. Trovai subito il fascicolo del processo del padre. Sfogliandolo, mi resi conto che Giovanna aveva appuntato dei commenti su diverse pagine e sottolineato dei nomi. In particolare quello di Giacomo Zuglio, pi volte e con una matita blu. Rimasi sorpreso. Giovanna si rinchiudeva in quella stanza per studiare gli atti del processo. Un lavoro lungo e meticoloso a giudicare dagli appunti. In fondo al fascicolo trovai un foglietto giallo adesivo: Test Carla. Sollecitare. Mi infilai la macchina digitale in tasca e il fascicolo sotto il braccio. Non vedevo l'ora di leggerlo. Carla Pisani abitava in un condominio di recente costruzione ai confini del paese, a un centinaio di metri dalla ferrovia. Pi in l c'era la zona industriale nata una decina di anni prima. Quella sorta dopo la guerra stava dalla parte opposta, vicino al fiume. Erano le nove del mattino di domenica ed ero certo di trovarla. La palazzina a tre piani nelle intenzioni dell'architetto doveva dare l'impressione di un vecchio granaio ristrutturato. Le parabole della televisione sul tetto suggerivano tutt'altro. Sul portone incontrai una giovane donna che spingeva un passeggino. Il bambino imbacuccato in un piumino rosso mi salut agitando la manina. La mamma mi riconobbe subito. "La sua fidanzata la vedevo spesso" disse. "Veniva a trovare Carla. Mi dispiace per quello che successo". Le rivolsi un sorriso mesto e di circostanza. Non avevo pi la forza di ascoltare chiacchiere inutili. "Carla non c'" mi inform. "L'ho vista uscire dieci minuti fa in bicicletta". "Non sa dove andata?". "Di solito va a fare colazione al bar e a comprare i giornali. Dovrebbe tornare presto". Rimontai in macchina e la cercai nelle vicinanze. Vidi la sua bicicletta appoggiata al muro di una vecchia casa che ospitava una latteria. In realt non lo era pi da tempo. Era rimasta solo l'insegna, adesso era un normalissimo bar tabacchi di paese, frequentato dagli operai della vicina zona industriale. Da ragazzo ci venivo spesso d'estate. La vecchia proprietaria preparava dei buoni frapp. Il mio preferito era quello all'amarena. Parcheggiai di fronte ed

entrai. A parte un paio di ubriaconi che stavano bevendo il primo cicchetto, c'era solo Carla. Seduta a un tavolino stava leggendo il giornale. Il barista usc dal bancone per portarle un cappuccino e una brioche. "Un caff macchiato caldo" ordinai. Quando ud la mia voce, abbass il quotidiano e mi fiss. "Pensavo frequentassi solo il bar della piazza" disse in tono sarcastico. "Questo non alla tua altezza". Ignorai le sue parole e mi sedetti di fronte a lei. "Cosa vuoi?" domand seria. Tirai fuori dalla tasca il foglietto giallo e glielo misi davanti. "Che significa?". "Nulla che ti interessi". "D'accordo. Allora lo porto al maresciallo Mele. Ci penser lui a chiedertelo". Carla impallid. "No, non farlo". "E allora rispondi". "Chi altro lo ha visto?". "Nessuno. Ma che sono tutti questi misteri?". Si morse un labbro. Tir fuori le sigarette dalla tasca del giaccone. Poi si ricord del divieto e imprec a bassa voce. "Allora?" la incalzai. Carla non rispose. Sembrava impaurita. "Io non ho ucciso Giovanna. Devi credermi" dissi piano e con grande calma. "Voglio scoprire l'assassino. Se tu sai qualcosa me lo devi dire". Carla strapp la bustina dello zucchero e lo vers sul cappuccino. Gir lentamente il cucchiaino nella tazza. Poi addent la brioche. "Surgelata. Che schifo!" sbott. "Una volta i bar si rifornivano dalle pasticcerie e si mangiavano delle vere paste. Oggi le comprano a sacchi, congelate, e poi le infilano nei fornetti a microonde. Tutto per guadagnare qualche euro in pi". Annuii. Carla voleva prendere tempo per decidere se poteva fidarsi. Decisi di non insistere. Arriv il mio caff. Lo bevvi d'un fiato. "Anche il latte non pi lo stesso" dissi. "Una volta sapeva di fieno". "A Giovanna non piaceva". "Non ne sopportava nemmeno l'odore. A colazione beveva succo di frutta". "Alla pera". "Ultimamente quelli misti con carota e altro". Mi fiss per l'ennesima volta. "Non l'ho uccisa io" ripetei. Dalla borsa prese il portamonete e pag il conto. "Andiamo" disse. Dopo una decina di minuti mi disse di fermarmi. Fino a quel momento si era limitata a darmi indicazioni sulla direzione da prendere. "Scendi" disse. Ci trovavamo sull'argine del fiume. Mi indic un canale che finiva nel fiume attraverso un grande tubo di cemento che attraversava l'argine da parte a parte. Poi mi fece segno di seguirla. Camminammo attraverso i campi per una decina di minuti costeggiando il canale e infine risalimmo una collinetta. Avevo le scarpe e l'orlo dei pantaloni infangati. Ancora non capivo il senso di quella passeggiata in campagna ma non osavo chiederle nulla, temendo che cambiasse

idea. Giunti sulla sommit, Carla si ferm e mi indic un'area recintata con alti muri sormontati da filo spinato. A parte un paio di grossi cani che scorrazzavano all'interno, sembrava deserta. "Li nascondono l" disse. "Cosa?". "I rifiuti nocivi". "Ma di cosa stai parlando?" domandai spazientito. Carla si accese una sigaretta. Aspir profondamente poi, finalmente, si decise a parlare. Giovanna l'aveva chiamata un anno prima. Carla si era appena lasciata con il fidanzato che l'aveva convinta a seguirlo a Caserta e Giovanna le aveva chiesto se aveva voglia di ritornare a vivere nel Nordest. Carla si era detta disponibile, ormai non c'era pi nulla che la tenesse legata alla Campania e poi aveva voglia di cambiare aria. Giovanna le aveva procurato un posto alla ASL del paese come tecnica di laboratorio. Carla era contenta, non avrebbe potuto chiedere di meglio. Anche sua madre era contenta. Dopo la morte del marito era rimasta sola e avere la figlia vicina era una consolazione. Ma appena arrivata, Carla aveva capito che Giovanna non l'aveva aiutata a tornare al paese per amicizia. Voleva qualcosa in cambio. Glielo disse senza mezzi termini. Sospettava dell'esistenza di una truffa sul riciclaggio dei rifiuti industriali ed era certa che vi fossero coinvolti alcuni funzionari della ASL. Secondo i suoi piani, Carla avrebbe dovuto indagare dall'interno. Lei si era opposta. Giovanna si era risentita e lei per non rompere l'amicizia aveva acconsentito a tenere occhi e orecchie aperte. Alla ASL non aveva ancora scoperto nulla ma un'improvvisa moria di pesci, segnalata da alcuni pescatori un paio di mesi prima, l'aveva convinta a effettuare alcune analisi sull'acqua. I pesci erano stati avvelenati dal cromo e da altre sostanze che erano finite nel fiume attraverso quel canale che avevano costeggiato arrivando alla collinetta. "Le analisi che Giovanna stava aspettando riguardavano alcuni campioni di terriccio che avevo prelevato nei pressi del recinto" spieg. "Non ci sono dubbi, le sostanze chimiche provengono da quel terreno che altro non se non un deposito clandestino. Giovanna aveva ragione. La truffa esiste ed ben organizzata". "Perch non hai informato i carabinieri?". "Ho usato il laboratorio di nascosto, proprio la notte in cui Giovanna stata uccisa. Dopo ho avuto altro per la testa". "Come funziona la truffa?". "Semplice. Le aziende invece di smaltire i rifiuti secondo le norme di legge, per risparmiare sui costi li affidano a gente senza scrupoli che si occupa di buttarli da qualche altra parte". "Perch Giovanna indagava su questa truffa?". "Non lo so" rispose, accartocciando il pacchetto vuoto delle sigarette. "Non me l'ha mai voluto dire, ma credo che abbia a che fare con la storia del padre". "Di Alvise? E in che modo?". Carla indic l'area recintata con un rapido gesto della mano. "Su quel terreno sorgeva il suo mobilificio. Sai, quello che andato a fuoco". Rimuginai sulla notizia. Alvise aveva detto la verit. Giovanna stava indagando su quella vecchia storia e, in qualche modo, aveva trovato un collegamento con la truffa sui rifiuti. "Alvise qui" le confidai. "Sul serio?" esclam

sorpresa. "Si nasconde in una villa diroccata" aggiunsi. " convinto che Giovanna sia stata uccisa per impedirle di denunciare il complotto che lo aveva portato in carcere". Carla scosse la testa dubbiosa. "Non lo so. Pu darsi". "Giovanna stata uccisa dal suo amante. Un delitto passionale" puntualizzai. Carla annu, con un velo di tristezza negli occhi. "Portami da Alvise. Voglio vederlo". Ninn, ninn, ninn bel figliolino stanotte cucir il camicioli-i-no. Lo cucir col filo bianco e rosa e lo dar in regalo alla tua spo-o-sa. Era l'unica filastrocca che Filippo ricordasse. Gliela cantava la zia Adelina, la sorella di suo padre, una donna anziana di cui ricordava l'odore di vaniglia e lo scialle ricamato all'uncinetto con cui si difendeva dal freddo dell'et. Dell'infanzia con sua madre, invece, gli era rimasta la sensazione di lei che lo sollevava in braccio per consegnarlo alla tata, un rituale che si ripeteva tutte le sere. Non era mai rimasta con lui a leggergli una favola o a fingere di dormire per farlo addormentare. Era sempre in abito da sera, elegantissima. Era quella l'immagine che stava cercando di modellare nella cera. L'immagine di una donna irraggiungibile. Aveva dovuto faticare molto per convincerla a fargli da modella. Sua madre aveva capito che in quella richiesta c'era una sottile malizia. Selvaggia faceva la modella per gli studenti dell'Accademia di belle arti di Venezia. Aveva intuito che, con la scultura, Filippo voleva ricordarle chi e cosa era stata. Inoltre, tutto quel rovistare di ferri roventi dentro il volto di cera che cominciava a somigliarle in modo inquietante la metteva a disagio. Una volta aveva provato a mettere in discussione la scelta della cera proponendo un busto in gesso, ma lui era stato perfido nello spiegarle che il gesso non le si addiceva perch era un materiale troppo povero e che per il gesso bisognava prima usare un modello di creta che alla fine andava spaccato in due. E lui non se la sentiva di spaccarle in due la testa. Selvaggia aveva accettato per vanit ma poi si era pentita e si vendicava con quei continui, insopportabili ritardi. Era da pi di una settimana che eludeva le sedute. Di giorno era troppo indaffarata con la Fondazione, di sera si dedicava all'amante di turno. Ultimamente faceva sempre pi tardi. Ma lui non aveva problemi a restare alzato, l'insonnia era sua alleata. L'attesa per lo snervava. Come la notte in cui era morta Giovanna e sua madre non era tornata. L'esasperazione era stata tale che era dovuto uscire a cercare Francesco al Diana. E al suo ritorno lei non c'era ancora. Era rientrata all'alba. Quando le aveva raccontato dello scontro con Francesco si era infuriata, gli aveva intimato di dimenticare Giovanna. Poi gli aveva dato il solito cocktail di ansiolitici. Nessuno dei due pot dormire e finirono col giocare a burraco fino all'ora di colazione. Non si erano detti pi nulla, si erano guardati negli occhi solo quando toccava all'altro giocare. C'era stato quel silenzio pieno di sottintesi sedimentati negli anni e sottolineato dal crepitio delle carte che sua madre sapeva mischiare come un giocatore professionista. "Ma stanotte no, stanotte dobbiamo parlare. Ma quando

arriva?" si chiese divorato dall'ansia. Un'ora dopo sent il rumore delle ruote sulla ghiaia. Si era fatto costruire l'atelier al piano terra per poter controllare i suoi movimenti. La sensazione che sua madre cercasse di sfuggirgli lo faceva impazzire. "Con chi sei stata?" le chiese appena la vide apparire sulla soglia dell'atelier. "I soliti amici" rispose laconica. "Chi?" la incalz. Selvaggia sbuff. Gett la borsetta su una poltrona e si sfil il soprabito da sera. Era di un'eleganza faraonica e il suo dcollet meritava l'attenzione di qualsiasi uomo sopra i vent'anni. Sfilandosi gli orecchini di Cartier sciorin l'elenco degli amici come una maestra martellata dall'emicrania che assolve al pallosissimo compito dell'appello. "Tormene, Cesaretto, Ostan, il giudice Morbelli...". "D'accordo" disse Filippo con una sfumatura isterica. Si alz e afferr il cordless. "Adesso li chiamiamo". "Ma che fai, sei impazzito? Metti gi quel telefono. Cosa ti salta in mente a quest'ora della notte!". Lottarono per il possesso del telefono. Filippo lo teneva nascosto dietro la schiena e per strapparglielo di mano Selvaggia fu costretta ad abbracciarlo. Filippo la guard negli occhi verdi da gatta. Nessuno avrebbe potuto resistere a uno sguardo cos. Lasci cadere a terra il cordless e le tenne ferme le braccia. "Con chi ti vedi adesso?". Lei non rispose, spavalda. Lui le strinse i polsi. "Sono ancora giovane, ho bisogno di svagarmi...". "Con chi?". "Lasciami" lei si divincol. Massaggiandosi i polsi, mormor: "Davide Trevisan". "Davide Trevisan! Andavamo a scuola insieme! Ha la mia et, ti rendi conto?". "Non devo rendere conto a nessuno, tantomeno a te". "Pap si rivolterebbe nella tomba". "Per carit, tuo padre! Sapeva solo trastullarsi con i suoi vini, proprio come fai tu. Non metterlo in mezzo per favore. A tuo padre ho dato tutto". "Hai anche preso molto, mi pare". Lo schiaffo arriv all'improvviso. Massaggiandosi la guancia, Filippo ne fu lusingato. Non era lo schiaffo di una madre, ma di una donna abituata a tenere a bada gli uomini. Selvaggia usc dalla stanza gettando a terra gli orecchini. Filippo si chin a raccoglierli e le url con voce abbastanza ferma: "Ti aspetto domani per la seduta". Una porta sbattuta fu l'eloquente risposta della madre. Per la seconda volta in due giorni stavo tornando da Prunella. Avevo una cosa importante da chiederle. Alvise aveva abbandonato il suo rifugio e si era trasferito da Carla. All'inizio non voleva, ma Carla aveva insistito dopo

avergli promesso che lo avrebbe aiutato nelle sue indagini. Anche se non si vedevano da molti anni si erano abbracciati con affetto. Anche Carla l'aveva sempre ritenuto innocente. "Lo conoscevo bene" aveva detto in macchina. "Amava quel mobilificio. Non gli avrebbe mai dato fuoco". "Era sommerso dai debiti. Debiti di gioco" avevo ribattuto. Carla si era accesa una sigaretta. "Lo avrebbe venduto. Non era cos stupido da tentare una truffa tanto maldestra". Ad Alvise avevo porto le mie scuse. Almeno su una cosa aveva detto la verit: Giovanna aveva ripreso in mano il fascicolo del processo e lo aveva analizzato con grande perizia. Era davvero brava come avvocato. Carla gli aveva raccontato il resto. La notizia che il terreno dove un tempo sorgeva il suo mobilificio era diventato un deposito clandestino di scorie nocive lo aveva fatto ammutolire. Aveva bevuto del vino rosso dal collo di un bottiglione da due litri. "Un tempo c'era una bella azienda, adesso una discarica del cazzo" aveva commentato amaro. "Prima del processo avevo intestato tutte le propriet a Prunella, per evitare che finissero in risarcimenti nel caso di una condanna. Almeno in questo tuo padre era stato lungimirante". Ed era per chiedere notizie sul terreno che stavo andando dalla sua ex moglie. Ex no, in realt. Alvise e Prunella non si erano mai separati. Per lei rompere il sacro vincolo del matrimonio sarebbe stato un sacrilegio. Quando parcheggiai l'auto di fronte al cancello, Prunella mi venne incontro con un rastrello in mano. "I giardinieri al giorno d'oggi costano una fortuna" disse quasi per giustificarsi. "Stavo rientrando in casa per bere un th. Mi fai compagnia?". "No, grazie" mi affrettai a rispondere. "Ho solo una domanda da farti: che ne hai fatto del terreno del mobilificio?". Prunella si rabbui. "L'ho venduto. Circa tre anni fa. Non rimasto pi nulla, sai? Solo questa casa. E non so davvero come far a mantenerla in futuro". "Se hai bisogno di soldi, non devi fare altro che chiederli. Pap e io siamo a tua disposizione". "Non sono abituata a chiedere l'elemosina. E pensare che eravamo la famiglia pi ricca del paese. Quel disgraziato di Alvise riuscito a dilapidare un patrimonio in pochi anni". "C' la casa e il conto di Giovanna" le ricordai, infastidito dal suo atteggiamento meschino. "Dovr attendere l'autorizzazione della magistratura. Passer un bel po' di tempo". "Pap in questo potr aiutarti. Gliene parler" dissi per troncare il discorso. "Ti ricordi a chi stato venduto il terreno?". "A un farabutto" rispose senza esitazioni. "Alvise aveva gi avuto a che fare con lui. Lo ha comprato per quattro soldi. "Sono solo macerie bruciacchiate" mi disse. E io ho venduto senza discutere, tanto in quegli anni non si era fatto avanti nessuno. In paese dicevano che era un posto maledetto perch erano morte bruciate delle persone". "Come si chiama?". "Giacomo Zuglio". Alvise Barovier era seduto su una sedia al centro del salotto di Carla. Dal collo gli pendeva un asciugamano che arrivava a coprirgli le ginocchia. Carla,

alle sue spalle, gli stava tagliando i capelli con una certa disinvoltura. "Lo invecchiavano" mi disse a mo' di spiegazione. "Allora?" chiese Alvise. Gli dissi il nome. Barovier balz in piedi e si strapp l'asciugamano. "Zuglio, quel bastardo figlio di puttana" ringhi. "Era il funzionario di banca che mi mand in rovina. Avevo una commessa di mobili per una catena di alberghi in Turchia, due anni buoni di produzione, ma lui all'improvviso blocc il fido, pretendendo il rientro del denaro. Mi mise in ginocchio. E poi non trovai nessun'altra banca disposta ad aiutarmi. Nemmeno gli amici, se per questo". "Pensa che Zuglio facesse parte del complotto per incastrarla?" domand Carla. "Ne sono certo. Lui ha fatto la prima mossa, quella per fornire il movente". Non dissi nulla. Mi sarebbe stato facile ribattere a quell'affermazione ma non mi interessava. Alvise per se ne accorse. "Tu non mi credi, vero?". Allargai le braccia. "Trovo difficile credere alla tesi del complotto. Chi poteva avere interesse a rovinarla?". Alvise prese a camminare per la stanza. "Non lo so e non avete idea di quante volte ci ho pensato. Era un periodo difficile, molte cose stavano cambiando per si intravedeva l'inizio del periodo d'oro del Nordest. Il conte Giannino e io avevamo progettato di creare un polo industriale organizzato". "Come ha fatto successivamente la Fondazione Torre-franchi" intervenni. "Esatto. Le aziende allora erano ancora poche, e noi avevamo le idee confuse ma avevamo intuito che si potevano concentrare e organizzare i servizi. E soprattutto saremmo stati pi forti, sia sul mercato che a livello associazionistico. Era il nostro sogno. Invece io sono finito in galera e lui morto d'infarto poco dopo". Torn a sedersi, lo sguardo perso in un punto imprecisato del passato. Barovier era un uomo sconfitto che sognava inutilmente il riscatto. Ma non mi faceva pena. Aveva sperperato soldi alla roulette e tradito la moglie, dettagli che erano scomparsi dalla sua ricostruzione dei fatti. Carla gli sistem l'asciugamano intorno al collo e ricominci a tagliare i capelli stringendo tra le labbra una sigaretta. Con l'indice e il medio della mano sinistra afferrava un ciuffo di capelli, ne controllava la lunghezza e poi tagliava. Il fumo della sigaretta la costringeva a chiudere un occhio ma non sembrava farci caso. Quando fu consumata fino al filtro, si decise a spegnerla. Allung la mano e recuper un portacenere che pubblicizzava un'azienda farmaceutica. "Zuglio ha rovinato la vita alla famiglia Barovier" disse all'improvviso Carla, fissandomi. Capii subito dove voleva arrivare. Ci avevo pensato anch'io. "Sono diventata la puttana dell'uomo che mi ha rovinato la vita", quella frase maledetta che non mi abbandonava pi iniziava ad avere senso. E poi il nome di Zuglio appariva pi volte nel fascicolo del processo. Ed era il pi sottolineato di tutti. Tratti di matita decisi, quasi rabbiosi. Fissai Carla a mia volta. "Ho capito quello che ti passa per la testa ma non ci credo". "Non ci vuoi credere" sottoline. Aveva ragione. Quel poco che avevamo scoperto portava a Zuglio. Il passato e il presente. Soprattutto era il proprietario di un deposito clandestino di rifiuti nocivi di cui Giovanna sapeva qualcosa, visto che aveva chiesto a Carla di effettuare dei test su campioni di terriccio. Gi, i sospetti puntavano su Zuglio ma non riuscivo ad accettare che Giovanna

fosse diventata la sua amante. Fissai Carla a mia volta. "Lo conosci?". "No". "Io lo conosco di vista" dissi. "Ti posso assicurare che non il tipo di Giovanna". "E che ne sai?" sbott Alvise. "Forse Giovanna rimasta invischiata in una storia pi grande di lei". "Forse non riuscita a gestire la situazione" aggiunse Carla: "Ha perso il controllo ed finita a letto con quel bastardo". "State lavorando di fantasia" ribattei poco convinto. "Di Zuglio, comunque, sappiamo solo quello che si dice in paese". "Il resto possiamo sempre scoprirlo" sugger Alvise. Giacomo Zuglio era un uomo di bassa statura. Fino alla terza media era stato il pi alto della classe. Poi quelli che lui si divertiva a tiranneggiare avevano cominciato a svilupparsi lasciandolo indietro e finendo col guardarlo dall'alto in basso. Da allora aveva smesso di divertirsi e il suo unico scopo era stato quello di aggirare gli ostacoli, sempre troppo alti per lui. Proprio lui, che per carattere sarebbe stato un combattente, un picchiatore. Si era dovuto accontentare di un impiego in banca. Al momento dell'assunzione era convinto di avere tutti i requisiti per una carriera strepitosa e invece era rimasto ai piani bassi, umile direttore di una filiale di paese. Qualunque stronzo poteva guardarlo dall'alto in basso, solo perch era questo o era quello, di questa o di quell'altra famiglia. Avvocati, medici, industriali, artigiani: tutti erano meglio di lui. Ben presto per si accorse che nella piccola filiale giravano soldi a palate e non tutti frutto del sudato lavoro. E cos cominci a usare la banca come se fosse sua. Prestava soldi a tassi da strozzo e i profitti li metteva nella sua cassaforte personale, una finanziaria fittizia che aveva fondato usando il nome di sua moglie. Quando il malloppo accumulato aveva raggiunto lo spessore di una vincita al superenalotto, si era dimesso e aveva cominciato a "investire". Il suo capolavoro era stato una truffa da tre milioni di euro, la "corsa al Klondike". Era entrato in contatto con certi italo-canadesi, schedati da FBI e Scotland Yard fin dagli anni Settanta, che risultavano proprietari di certe miniere d'oro in Canada. In effetti un po' di oro c'era ancora ma estrarlo non era pi conveniente. Aveva arruolato una ventina di falsi promotori, dei veri talenti della persuasione e della circonvenzione d'incapace. Aveva organizzato convention in lussuosi alberghi gestiti dai soliti amici e preparato allettanti prospetti finanziari. C'era addirittura un filmato in cui si vedevano le miniere in piena attivit. Nella rete erano finiti un migliaio di piccoli risparmiatori, tutti polli da spennare. Si vede che tra loro non c'era nessun lettore di Topolino, perch altrimenti avrebbero saputo che persino Paperon de' Paperoni aveva smesso cent'anni fa di cercare oro da quelle parti. Ma sono questi i miracoli del libero mercato. La gente, i polli, erano appena stati scorticati dalla crisi finanziaria del 2001 e mettere i soldi sotto il materasso, come facevano i loro nonni, li faceva sentire troppo contadini. La quota iniziale era prudente, 3.500 euro, ma erano gli stessi investitori a voler mettere di pi. C'era stato chi si

era giocato la liquidazione. I promotori erano addestrati a dissuadere chi si faceva prendere dalla febbre ma il pi delle volte non c'era verso. La gente del Nordest non vuol sentire ragioni se con 3.500 euro pensa di guadagnarne 21.900. I pi diffidenti erano stati invitati in Canada, dove vennero accolti in limousine con tanto di hostess e accompagnati alle miniere dove si lavorava a tutto spiano. Al ritorno raccontavano agli amici quello che avevano visto e risultavano pi convincenti dei promotori. Zuglio non era mai apparso in prima persona. Una volta raggiunto l'obiettivo sald i promotori, diede loro il tempo di dileguarsi e denunci la truffa, facendo apparire la sua finanziaria come la principale vittima dei bastardi canadesi. Dopo quel colpo si era dato ad attivit meno fantasiose e pi remunerative: usura, compravendita di immobili, riciclaggio. Aveva imparato a fare le cose con discrezione, frequentava quegli stessi imprenditori che a volte finivano strozzati dal suo 300%. Continuavano a guardarlo dall'alto in basso ma la sua bassa statura non dispensava pi buon umore. Possedeva palazzi, macchine di lusso, poteva comprarsi donne di ogni razza e colore, aveva persino cominciato a investire nell'arte. Eppure non si divertiva. Solo una cosa poteva fargli buon sangue: entrare nel giro che conta, quello della Fondazione Torrefranchi. Doveva raggiungere quell'altezza. Allora s che se la sarebbe goduta. Con il sorriso di chi sicuro di farcela, Zuglio parcheggi davanti alla pi importante agenzia immobiliare del paese. Scese e apr il portabagagli della Ferrari 612 Scaglietti che si era appena regalato. Dentro c'erano tre valigette rigide. Prima di entrare, Zuglio stacc dalla vetrina un cartello con un'offerta di vendita: PRESTIGIOSO PALAZZETTO D'EPOCA. ZONA VILLE. Prezzo da concordare. Eliana Dal Toso, la falsa bionda che dirigeva l'agenzia immobiliare, gli and incontro con gli occhi che gi le luccicavano. "Alle donne piace essere bionde, non hanno ancora capito che le more attizzano di pi" pens lui svogliatamente. E poi aveva la bocca stretta e come si sa "tale bocca tale figa". Insomma la tizia lo lasciava freddo, il che rendeva pi scorrevoli gli incontri di affari. Il contratto era gi pronto. Zuglio lo firm senza leggerlo perch a lui nessuno avrebbe tirato fregature, consegn la va-ligetta e strapp il cartello. Entro un paio di mesi avrebbe rivenduto la villa al doppio. C'era gi un divo di Hollywood interessato. Dopo la Toscana e il lago di Como avevano scoperto le ville palladiane. Per quanto lo riguardava, vivere in campagna era solo una rottura di cazzo. Tutte quelle zanzare... Un quarto d'ora dopo entr con la seconda valigetta nella fabbrica di vernici che ancora per poco sarebbe appartenuta a Stefano Ruzza. Il padre si era massacrato gli occhi a cercare i colori giusti e sempre attuali per le sciure milanesi, per qualche anno era riuscito persino a fare il culo ai produttori di vernici inglesi. Poi, come succede, aveva mollato per un cancro ai polmoni e aveva lasciato l'attivit nelle mani del figlio, uno che era gi pelato a vent'anni con tutto il testosterone che gli otturava il cervello. E infatti: nel giro di quattro, cinque anni era riuscito a distruggere quello che il padre, nello stesso arco di tempo, aveva costruito. Il pelato avrebbe dichiarato volentieri fallimento ma il padre si era fatto venire un ictus a furia di urlare. Finch fosse stato in vita eccetera eccetera. E cos il figlio

si era messo nelle mani prima delle banche e poi sue, del bassotto-prontocontante che gli aveva concesso prestiti al 20, poi al 40%. Quello di oggi era l'ultimo. Palla di biliardo non sarebbe mai riuscito a restituirgli i 200.000 euro contenuti nella seconda valigetta e lui sarebbe diventato proprietario di una fabbrica. Questo secondo incontro dur meno del primo e a Zuglio scapp un sorriso quando vide quella testa pelata che si chinava in avanti come quella di un condannato alla ghigliottina. Erano le 11 del mattino, la giornata era appena incominciata. Faceva in tempo a passare da Prunella Barovier, un'altra che non aveva pi gli occhi per piangere. Gli aveva chiesto 15.000 euro per seppellire alla grande quella troia della figlia. Glieli aveva concessi a un tasso ridicolo, solo per il gusto di vederla piangere e soffiare moccio nell'ultimo fazzoletto con le cifre ricamate che le era rimasto. Prima per doveva fare il pieno di benzina: quella cazzo di 612 consumava come un carroarmato americano. Il caff della vedova Barovier faceva schifo. Ne aveva bevuto un sorsino e poi lo aveva lasciato a freddarsi accanto alla pila di banconote che stava finendo di contare sotto gli occhi di Prunella. "Novemila e otto... e nove, diecimila" fin di contare facendo schioccare le banconote tra pollice, medio e indice. "Non so quando potr restituirglieli". "Ma si figuri, me li ridar con comodo. Lei ha fatto un sacrificio ma sua figlia meritava un degno commiato. Purtroppo quelli delle pompe funebri sono degli approfittatori". Il mazzetto di soldi era rimasto sul tavolo, senza che nessuno dei due volesse pi toccarlo, come se non esistesse. "Ti fanno schifo ma non vedi l'ora di arraffarli" pens Zuglio mentre ostentava un cordoglio di circostanza. La povera beghina sedeva in punta alla sedia, si capiva che non vedeva l'ora di toglierselo dai piedi. Ma purtroppo per lei, quel giorno aveva tempo da perdere e un'offerta da farle. Stava solo cercando il modo migliore. "C' una cosa che voglio dirle da anni" attacc. "Ecco... io non ho mai avuto niente contro suo marito. Purtroppo all'epoca, come direttore di banca, fui costretto a bloccare il fido". "Non si preoccupi. passato tanto di quel tempo". La signora doveva essersi esercitata per molti anni nell'arte del perdono che ti fa comunque sentire una merda. Ma con lui quel tono da confessionale non attaccava. Cominci a guardarsi intorno, osservando con attenzione le tracce di incuria e di abbandono, le macchie di umidit, gli aloni di quadri probabilmente venduti che un tempo avevano reso quel salone elegante e prestigioso. "Certo non dev'essere facile per lei, qui, tutta sola, in questa grande casa... Ha mai pensato di venderla? Potrebbe comperare un appartamento pi piccolo e col resto vivere bene, senza pesi, senza angosce, senza pi...". "Senza pi chiedere prestiti a lei?" lo interruppe Prunella. "Non intendevo...". "No certo. Comunque non si preoccupi, le restituir quei soldi, con gli interessi che mi ha chiesto". La razza padrona non si smentisce mai, pens Zuglio. "Se ci ripensa, io sarei interessato" disse alzandosi. "Questo l'avevo capito" fu la secca risposta della Barovier che allarg un

braccio per indicargli l'uscita. A ogni modo l'osso l'aveva gettato. Era solo questione di tempo. Il tempo di maturazione degli interessi. La sala dell'Ordine degli avvocati al primo piano del tribunale era gremita di colleghi. Arrivai all'ultimo minuto e dovetti faticare per raggiungere il mio posto in prima fila. Sul piccolo palco allestito per l'occasione c'era una toga appoggiata su una sedia. Era la toga di Giovanna. Quando mio padre sal sul palco cal il silenzio. Era pallido e teso. "Cari colleghi" attacc solenne. "Come presidente dell'Ordine tocca a me di solito ricordare chi ci ha lasciato. Eppure mai avrei pensato di dover onorare la memoria della pi giovane collega del foro: Giovanna Barovier. Giovanna era entrata nel mio studio come praticante e non l'aveva pi lasciato. La stimavo per le sue doti e le volevo bene. Doveva sposare mio figlio Francesco. Ma oggi qui sono tenuto a ricordare la professionista che indossava quella toga...". Mio padre si blocc, incapace di continuare. Si copr il volto con le mani, singhiozzando. "Scusate" sussurr. Poi cadde in ginocchio. Il microfono fischi. Mi precipitai sul palco insieme a quelli della prima fila. "Mi dispiace" balbett. "Ora mi riprendo". "Lascia perdere, Antonio" intervenne una collega. "Vai a casa". "Ha ragione" dissi aiutandolo ad alzarsi. "Non c' altro da aggiungere". Uscimmo tra due ali di avvocati. Alcuni dall'espressione partecipe e commossa, altri con una venatura di crudele soddisfazione negli occhi. Il successo di pap da sempre aveva scatenato invidie e rancori e per molti vedere Antonio Visentin in ginocchio doveva essere stata una soddisfazione impagabile. Mio padre non volle sentire ragioni e lo accompagnai in studio a piedi. Le segretarie erano gi al corrente dell'accaduto e lo circondarono di premure, pur mantenendo quella discrezione che contraddistingueva lo stile dello studio Visentin. "Che figura" biascic mio padre lasciandosi cadere sulla poltroncina. "Dovevi lasciare il posto a un altro membro del consiglio. Qualcuno meno coinvolto emotivamente". "Toccava a me". Gli porsi un bicchiere di acqua tonica, lasciai che si calmasse, quindi gli chiesi: "Quando parti per la Romania?". "Oggi pomeriggio. Da Verona" rispose. "Sono riuscito a trovare l'ultimo posto disponibile in business class". "Allora buon viaggio" gli augurai. "Sicuro di non voler venire?". "No. Ti sarei solo d'impaccio". Pap si alz. "Vieni qui, fatti abbracciare". Uscito dallo studio mi diressi alla collinetta che sovrastava il terreno dell'ex mobilificio. Alvise si trovava l dalla mattina, armato di binocolo. Carla invece era al lavoro nel suo laboratorio della ASL. "Novit?" domandai, porgendogli un caff caldo che avevo preso strada facendo. "Un camion ha fatto un paio di giri" rispose. "A bordo c'erano due tizi. Hanno scaricato dei bidoni. Poi uno salito sulla ruspa e li ha seppelliti".

"Sembra che Carla abbia ragione" commentai. "Il prossimo proveremo a seguirlo. Magari riusciremo a capire da dove arrivano i rifiuti". Alvise era intirizzito dal freddo. Gli proposi di starsene in macchina ma rifiut. Avrei preferito che accettasse cos non sarei stato costretto a fare conversazione. Non avevo voglia di parlare. Mi sarebbe piaciuto tornare a casa e infilarmi a letto con un paio di pillole di Giovanna nello stomaco per cancellare dalla mente le immagini di mio padre in ginocchio davanti ai colleghi. Non l'avevo mai visto cos debole e fragile. Fino a quel momento aveva recitato la parte dell'uomo forte, capace di dominare i sentimenti. Invece la morte di Giovanna l'aveva sconvolto nel profondo e alla fine era crollato. Guardai Alvise che stava osservando il terreno con il binocolo, chiedendomi se lo avrei mai visto in ginocchio, spezzato dal dolore. Quell'uomo mi ispirava solo diffidenza. Lui era certo che Giovanna fosse stata uccisa per impedirle di riabilitarlo. L'idea mi faceva impazzire di rabbia e gelosia. Non ero affatto certo che Alvise Ba-rovier valesse quel sacrificio. "Ecco, sta tornando il camion" disse a un tratto, passandomi il binocolo. Attraverso le lenti vidi un uomo saltare gi dall'abitacolo e aprire il lucchetto del cancello. Il camion entr e lui richiuse svelto. I due cani corsero a fargli le feste e lui si chin ad accarezzarli. L'autista fece manovra e scese a sua volta. Sal sulla ruspa e port la pala dentata all'altezza del cassone. Quando il secondo bidone fin in una buca, decisi che avevo visto abbastanza. Raggiungemmo in fretta la macchina e ci preparammo a seguire il camion. Lo vedemmo uscire dal deposito e dirigersi verso il paese. Si ferm davanti a un bar. Il tempo di un caff e i due proseguirono verso la nuova zona industriale. Il mezzo infil il cancello di una tipografia, la Grafica Santi & Giustinian. Dieci minuti dopo era gi per strada, diretto nuovamente al deposito dove scaricarono diverse taniche di plastica che finirono in un'altra buca. "Parlami di Giovanna" disse Alvise, spezzando un silenzio che era durato fino a quel momento. "Non credo di averne voglia". "Perch?". "Perch la Giovanna che conoscevo un ricordo che non intendo condividere con nessuno. Tantomeno con lei" risposi secco. "Dovr accontentarsi di quello che forse scopriremo seguendo questo camion come due investigatori da strapazzo". "Sei stupido e arrogante" disse in tono piatto. "Mi ricordi tuo padre". Strinsi forte le mani sul volante per impedirmi di colpirlo. "Eviti di nominarlo" ribattei minaccioso. Annu e nella macchina cal un silenzio carico di tensione. Per fortuna dopo poco il camion riprese la sua marcia. Dopo aver percorso un paio di chilometri della provinciale che portava a nord, svolt in una strada di campagna e si ferm nel cortile di una casa colonica dove erano parcheggiati altri due camion e alcune automobili. Quando i due scesero, vedemmo qualcuno uscire dalla casa. Lo misi a fuoco col binocolo. "Lo conosco" sbottai sorpreso. " il rumeno del Diana". "Spiegati meglio" mi sollecit Alvise. "Si chiama Constantin Deaconescu. arrivato in paese tre, quattro anni fa. proprietario di un locale notturno". "Un magnaccia" comment Barovier. "Che c'entra con 'sta storia dei bidoni?". Non ne avevo la minima idea. Ero sconcertato. Mi ero aspettato una storia pi semplice. Continuai a osservare il rumeno mentre parlava con i due tizi del

camion. Era vestito in modo costoso ma era evidente che non aveva il minimo gusto. Accese una sigaretta e ne offr agli altri. Era calmo e rilassato. Di certo non immaginava che qualcuno lo stesse spiando. Passai il binocolo ad Alvise. "Non conosco quell'uomo" disse poco dopo. "Ma una cosa posso dirla con certezza: quello un delinquente pericoloso". "Perle di saggezza a buon mercato?" lo provocai. Sospir infastidito. "Quando stai in galera per qualche anno impari a conoscere i malavitosi" spieg. "E ti posso garantire che il rumeno uno di quelli cattivi". Girai la chiave e misi in moto. Non avevo una grande esperienza di delinquenti. Ero un avvocato civilista. Di cause penali ne avevo fatto ben poche e avevo sempre difeso scippatori o tossici pizzicati a rubare autoradio. "Forse il caso di andare a fare una chiacchierata col maresciallo Mele". "Non avere fretta, ragazzo" disse in tono insolente. "Dobbiamo solo stare attenti. E adesso riportami a casa di Carla. Ho fame". Prima di scendere, indoss un cappello e si alz il bavero del giubbotto. Nelle sue intenzioni doveva servire a non farsi riconoscere dai vicini. Dubitavo che qualcuno si ricordasse di lui dopo tanto tempo e poi conciato in quel modo aveva un'aria losca che avrebbe incuriosito chiunque. Non si degn di salutare. Meglio. Nemmeno io avevo voglia di farlo. "Di che vogliamo parlare?" chiese Eriberto Moroncini. "Del suo ficus benjamin" rispose Filippo, "lo tiene male, troppo lontano dalla luce". Filippo era sdraiato su un lettino di pelle molto cinematografico. Tutto era cinematografico, nello studio di Moroncini. Soprattutto la boiserie. L'uso di uno stereotipo consolidato, aveva spiegato il noto psichiatra in un'intervista a Vogue, serviva a rassicurare il paziente sulla seriet della terapia. "Le piacciono le piante?". "Mi sarebbe piaciuto essere una pianta. Vivere di acqua e luce". Moroncini verg con la Parker verde e nera un suo personale ideogramma sul taccuino Moleskine. Filippo si gir per guardarlo. "Questa le piaciuta, eh?". Moroncini rimase impassibile. "Perch le piante?". "Sembrano immobili e invece puntano in alto, verso il cielo". "Le piace puntare in alto?". "Non nel senso che intende lei. O mia madre". "Sua madre?". "Non sono qui per sua volont?". "Non lo so, me lo dica lei". "Lei uno psichiatra famoso. C' gente che deve prenotarsi con sei mesi di anticipo per iniziare una terapia con lei. Come mai mi ha inserito subito in agenda?". "Ho aggiunto un'ora al consueto orario". "S, ma perch?". Moroncini non rispose. "Perch glielo ha chiesto mia madre, ecco perch". Moroncini chiuse il taccuino. "Nessuno pu dirle di no, figuriamoci io" prosegu Filippo. "Perch, secondo lei?". Questa volta la domanda non era di routine.

Filippo accarezz con le dita le foglie del ficus benjamin. "Mia madre un'artista del potere. Dominare le persone la eccita". "E lei? Cosa la eccita?". "Io sono impotente, mia madre non glielo ha detto?". "Mi ha detto che ha una forte tendenza all'autocompati-mento". Filippo si mise ad applaudire in modo ostentato. "Bene. Finalmente un po' di severa ortodossia". " sicuro di essere impotente? Mi risulta che abbia avuto parecchie ragazze". "Prima di rinunciare al sesso, frequentavo Giovanna Barovier. D'estate andavamo a Forte dei Marmi. Abbiamo una villa primo Novecento l. Quindici stanze da letto. E la sa una cosa? La portavo in albergo. Mai a casa. A mia madre non piaceva Giovanna e poco importava se piaceva a me". "Potevate andare da qualche altra parte, fare un viaggio...". "Quando nasci in paese non hai vie di fuga, non puoi nemmeno scappare da quello che non ti piace. In una grande citt se uno non ti sta bene, puoi persino evitare di dirglielo. Basta negarsi al telefono". "Chi le impedisce di trasferirsi? E maggiorenne, ricco, pu fare quello che vuole". "Io posso fare solo quello che vuole mia madre". "Questo dipende esclusivamente da lei". "Giusto. E con questo siamo al punto di partenza". Un paio di giorni dopo Carla mi telefon per invitarmi a cena. Dal tono capii che aveva qualcosa di importante da riferirmi. "Perch non vieni da me?" le proposi. "Non ho voglia di vedere il tuo ospite". Dopo qualche insistenza Carla aveva accettato e ora la stavo aspettando, mentre tenevo sotto controllo il soffritto per il risotto. Carla si present con una bottiglia di vino, un cabernet-sauvignon sudafricano. "Per una sera niente vino dei Calchi Renier" scherz. Si tolse il piumino che le arrivava fino alle caviglie. Sotto indossava un vestito di taglio semplice. Si era truccata molto leggermente ed era pi carina del solito. Mi sentii in colpa per averlo pensato. Il risotto non era male. Era la prima volta che cucinavo con un minimo di attenzione al gusto dopo la morte di Giovanna. "Tutto qui?" domand Carla quando portai in cucina i piatti sporchi. "Hai ancora fame?". "Beh, s. A pranzo ho dovuto accontentarmi di un tramezzino". Nella dispensa trovai un barattolo di foie gras. "Non ho n il pane n il vino adatto" mi scusai. "Non importa" disse mentre iniziava a spalmare del burro su una fetta di pane integrale. La osservai mangiare per qualche minuto, mentre Carla mi raccontava quanto le mancava la cucina campana. "Cos'hai scoperto?" la interruppi. Si vers del vino. "Ho controllato un po' di documentazione e ho fatto qualche domanda in maniera molto discreta. I rifiuti della tipografia Santi & Giustinian dovrebbero essere smaltiti da un'azienda locale, l'Eco T.S.R. - trattamento, smaltimento rifiuti". "Invece finiscono nel deposito clandestino". "Esatto. L'Eco T.S.R. dovrebbe trasformare i rifiuti in materiale inerte,

destinato all'edilizia o all'agricoltura, a seconda delle sostanze chimiche trattate". "Non sai a chi appartenga?". Carla scosse la testa. "Domani andr alla Camera di commercio" dissi. "Non sar complicato scoprirlo". "I controlli vengono eseguiti da personale della ASL" spieg, cercando le sigarette nella borsa. "Sono riuscita a vedere la cartella relativa alla tipografia. Risulta tutto in ordine. E la firma di Arturo Ferrari, il responsabile del laboratorio". "Lo conosco. Spesso il tribunale gli affida delle perizie". "Ma non pu essere l'unico corrotto" puntualizz Carla. "Ci deve essere qualche complice anche alla Regione". "Non mi stupirei. La truffa deve rendere abbastanza per oliare tutte le ruote". Carla si alz e and a versarsi un bicchierino di grappa. Non potei fare a meno di ricordare che Giovanna non la poteva soffrire. A lei piaceva il whisky. La bottiglia della sua marca preferita era ancora sul vassoio. Carla annus il liquore. "Ho riflettuto a lungo sulla faccenda e c' qualcosa che non quadra" disse. "Il deposito non pu essere la destinazione finale dei rifiuti". "Cosa vuoi dire?". " troppo vicino al paese, capisci? Non ha senso interrarli in casa propria. Lo facevano un tempo, ma dopo una serie di scandali e di processi si sono fatti pi furbi". "La vicenda della cava" ricordai. "Alcuni ragazzi che ci andavano a giocare si erano ammalati di tumore". "E sono tutti morti" puntualizz. "Sono certa che i rifiuti vengono trasferiti altrove". "Magari oltre confine" intervenni pensando a Constantin. "O al sud" sugger Carla. "Per la camorra un affare d'oro. Me ne sono resa conto lavorando a Caserta". Venne anche il mio turno di servirmi dei liquori. Scelsi un cognac. "Su Zuglio cos'hai scoperto?" domand la mia ospite. "Anch'io ho fatto delle domande discrete. Zuglio maneggia soldi, le chiacchiere dicono al limite della legalit. Comunque sono riuscito a verificare la cosa pi importante. sempre proprietario di quel terreno. Non l'ha rivenduto, n affittato". "Allora certamente coinvolto nella truffa" comment Carla infilandosi il piumino. Dalla tasca prese un berretto e dei guanti di lana. Sulla porta si scus per aver sospettato di me. "Ero sconvolta" si giustific. Non dissi nulla e la salutai con un bacio sulla guancia. Alla Camera di commercio impiegai meno di dieci minuti per scoprire chi erano i proprietari dell'Eco T.S.R. srl. Erano tre soci e l'unico nome che conoscevo era quello di Davide Trevisan. Non avevo mai saputo che si occupasse di riciclaggio di rifiuti. Pensavo che avesse continuato l'attivit del padre nella rappresentanza di macchine agricole americane. Ma le sorprese non erano finite. Secondo i dati riportati nel certificato, i due soci del mio amico dovevano essere ultrasessantenni. La faccenda puzzava di prestanome. All'ora dell'aperitivo feci il mio ingresso al bar Centrale. Davide, come sempre, era appoggiato al bancone con il bicchiere di spritz in mano. Con la

solita disinvoltura stava facendo un pettegolezzo infamante sulla proprietaria di un negozio di animali, soprannominata "la spezzacazzi" perch era la seconda volta che un suo amante finiva in ospedale con il pene "fratturato" a causa delle particolari pratiche sessuali cui la donna lo costringeva. Tra l'altro il tipo in questione era un noto giocatore di rugby. Prima di avvicinarmi lasciai che le risate strappate dal racconto di Davide si fossero spente. "Volevo chiederti scusa" chiarii subito. "Ero scosso per lo scontro con Filippo". Mi porse la mano. "Sei un bravo ragazzo" disse sorridendo. "Cosa bevi?". Chiacchierammo del pi e del meno, poi riuscii a dirottare il discorso sul lavoro. "Come va con le trebbiatrici?" domandai. Spazz l'aria con la mano. "le ho mollate da un pezzo" rispose. "Non rendevano un cazzo. Qui, a parte le vigne, ci sono solo capannoni. Ora faccio el scoassaro, lo spazzino". "Cio?". "Ho un'azienda di riciclaggio di rifiuti industriali" rispose. "La Regione dava un bel po' di contributi e ne ho approfittato...". Ordinai un altro giro di aperitivi. "E gli affari come vanno?". "Per ora bene" disse con un gesto di scongiuro piuttosto volgare. Poi abbass il tono della voce. "E poi con questa azienda sono riuscito a entrare nella Fondazione e ad accaparrarmi lo smaltimento di tutte le aziende del gruppo. Finalmente sono potuto diventare socio del golf club, paradiso delle fighe del circondario". "Nella Fondazione?" ripetei incredulo. "Non lo sapevi? Tuo padre mi ha aiutato molto. Certo che, porca troia, ti spara di quelle parcelle... nella prossima vita faccio l'avvocato anch'io, lo giuro". Trevisan continu a dire scemenze ma io non l'ascoltavo pi. Pensavo a mio padre. Quel disgraziato di Davide poteva rovinarlo se la truffa fosse stata scoperta. E pensare che ci frequentavamo da quando eravamo ragazzi. Mi sentivo tradito. Ancora una volta. La sera mi chiam Carla. "Allora, ci sono novit?" domand. "Nessuna" mentii. "Ci vorr ancora qualche giorno. Mi faccio vivo appena so qualcosa". Non avevo altra scelta. Dovevo attendere il ritorno di pap e dargli il tempo di sistemare la faccenda prima che diventasse pubblica. Altrimenti lo scandalo lo avrebbe travolto. Il vecchio capannone industriale era illuminato come un'astronave e i ragazzi, una folla, si avvicinavano all'incontro del terzo tipo come tanti ET caracollanti. Da pi di un mese nelle scuole si vociferava di questo evento. Si sapeva che avrebbe radunato almeno cinquemila giovani da tutto il Nordest. Il posto era stato scelto perch lo si poteva raggiungere da tutte le direzioni utilizzando quattro sentieri geometrici disposti a raggiera che avrebbero evitato la congestione del traffico. Nelle scuole di Treviso, Castelfranco, Padova e Mestre era stata distribuita una mappa che era finita nelle mani di Lucio. Quel sabato avevano deciso che la banda del Cherokee avrebbe fatto festa e si sarebbe sparata l'incasso delle ultime rapine in una botta sola. Dopo aver parcheggiato il fuoristrada in modo strategico, si fecero largo a

bracciate e gomitate sulla pista improvvisata, in mezzo a un'onda umana che si muoveva a chiazze come uno stormo di uccelli impazziti. Avevano ingerito ogni tipo di additivo chimico e il dimenarsi in mezzo alla calca produceva in loro una specie di eccitazione vellutata, fatta di contatti che potevano indifferentemente sfociare in libidine o aggressivit. L'amore al tempo delle sardine. Lucio, Rocco e Denis erano nel loro habitat, determinati a far parte di quel magma ribollente il cui scopo finale sarebbe stato l'accoppiamento multiplo con la sardina pi disponibile che avessero pescato. Fu Denis a individuarla. Avr avuto quindici, massimo sedici anni. Jeans con la vita cos bassa che era un invito a infilarci la mano dentro. Carnagione lunare, occhi celesti e una fragola carnosa al posto della bocca. Odorava di suo, incredibile, nemmeno il sudore le puzzava. E aveva una voce da bambina che lo aveva fatto impazzire quando gli aveva urlato "Io sono Martina" per sovrastare il feedback delle casse acustiche che pulsavano come le vene di Kurt Angle, quello del wrestling. Dopo averle offerto una dose da cavallo di ecstasy, Denis si era esibito nel numero della lettura della mano, sentenziando: "Mi sa che c'hai problemi con i tuoi". Era la cosa pi ovvia da dire, tutti avevano problemi con i genitori. Ma gli occhi di Martina avevano brillato di adorazione e, a conferma delle sue doti di veggente, gli aveva rivelato di aver estorto a suo padre il permesso di venire al rave perch lo aveva beccato a mangiare la Nutella in garage. Denis aveva annuito, totalmente empatico e, dopo aver guardato storto uno che gli aveva pestato le Reebok, aveva distillato una perla di rara saggezza: "Il problema con i genitori non tanto che loro sono i genitori ma che tu sei il figlio". Lei si era fatta prendere per mano, adorante, e insieme avevano risalito la corrente guadagnando l'uscita per il paradiso: i sedili reclinabili del Cherokee. Nel miscuglio di anfetamine ci aveva aggiunto anche una pasticca del Viagra di suo padre, tanto per essere sicuro. La sardina aveva gradito, almeno finch gli sportelli della jeep non si erano spalancati e Lucio e Rocco erano saliti per partecipare ai festeggiamenti. La stupidina aveva cominciato a urlare che voleva tornare dalle amiche, poi dalla mamma. "Deciditi piccola, dalle amiche o dalla mamma?": questo era stato Rocco a dirlo, tanto per sdrammatizzare. Ma lei niente, tanto che Rocco aveva messo in moto ed era partito a razzo perch quella urlava e non era il caso di creare casino proprio il giorno dell'Evento. Lucio aveva lasciato perdere subito e aveva ordinato a Rocco di accostare, di liberare la ragazza. Ma stavolta Rocco lo aveva mandato a cagare e si era messo a correre su quel cazzo di sentiero facendoli sobbalzare come meloni su uno di quei camioncini messicani che si vedono in certe pubblicit, nonostante il Cherokee avesse degli ammortizzatori con i controcoglioni. C'era una cosa da dire su Rocco, che era miope ma non voleva mettersi gli occhiali per non farsi prendere per il culo. E infatti. La stradina di campagna fin di colpo. E di colpo la jeep balz sulla statale, giusto in tempo per farsi sfondare da una betoniera che sembrava stesse aspettando proprio loro. BAM! Spinse il Che-rokee per pi di cento metri e mentre lo spingeva, lo accartocciava come una lattina di birra. E dire che proprio quella sera avevano deciso di non fare cazzate. A fine corsa si erano salvati in due: l'autista della betoniera e Lucio che respirava ancora, nonostante non gli si distinguessero le braccia dalle gambe. Era cos che lo avevano trovato i carabinieri. Lo avevano caricato di corsa su un'ambulanza che aveva acceso la sirena pr forma. Erano convinti che in

ospedale non ci sarebbe arrivato vivo. La piet dur poco, per. Perch nel tirare fuori i corpi di Martina, Rocco e Denis, i carabinieri trovarono 35.000 euro in contanti, una parure di smeraldi, un filo di perle e una trentina di anelli tra cui due fedi nuziali. Nell'impatto il cruscotto era esploso, sparando dappertutto proiettili di refurtiva. Da parte dei carabinieri non si era trattato di saltare alle conclusioni ma piuttosto di constatare un dato di fatto. La bottiglia di sambuca era quasi finita. Astrid, la maga della TV, le appariva come una madonna con quel fazzoletto in testa e tutti quei monili che le pendevano dal collo e dalle orecchie. La cornetta appoggiata all'orecchio era bagnata di sudore. Paola Cavasin era rimasta attaccata al telefono per tre quarti d'ora prima di riuscire a parlarle. E ora che il suo momento era arrivato, non riusciva a esprimere quel peso che le opprimeva il cuore, quella sensazione di angoscia che nemmeno pi la sambuca riusciva a lenire. E poi non sopportava l'effetto da acquario che le dava la televisione cui aveva dovuto togliere l'audio per "evitare un fastidioso effetto di ritorno", cos le sembrava che avessero detto. Lei parlava al telefono e Astrid le rispondeva al telefono, muovendo le labbra come un pesce. Come poteva farsi capire in quel modo? Eppure Astrid aveva una risposta per tutti, come se dal video riuscisse a vedere persino la bottiglia di liquore sotto il tavolino del soggiorno. "Io lo so che mi tradisce con quelle donnacce, ormai nemmeno me lo nasconde. Anche Lucio l'ha capito". "Chi Lucio?" chiese Astrid muovendo le labbra un attimo dopo averle posto la domanda al telefono. "Mio figlio" rispose. E le venne da piangere. "Quanti anni ha?" chiese la maga. Non riusciva a concentrarsi. Per rispondere aspettava sempre che le labbra di Astrid smettessero di muoversi. "Diciotto. Non ce la faccio pi, che devo fare?". "Paola, adesso calmati e ascoltami bene che devo dirti una cosa importante". Paola si protese verso lo schermo. Nel video, la maga sfil una carta da un mazzo di tarocchi. La carta sembr preoccuparla molto. La volt e rivolt, come si fa con una cambiale scaduta che non si sa come incassare. Col solito ritardo le labbra si mossero, perci Paola che aveva allontanato la cornetta dall'orecchio perse le prime parole. "...periodo difficile. Potrebbe finire sulla cattiva strada". Paola piagnucol, mordendosi la mano per non farsi sentire dagli altri telespettatori. Astrid prese qualcosa dalla scrivania, sembrava uno dei ciondoli che portava al collo ma Paola non riusc a vedere bene perch aveva gli occhi offuscati dalle lacrime. "Io ti regalo quest'amuleto che dovrai portare sempre con te. un amuleto potentissimo e io te lo regalo perch un amuleto che pu essere solo regalato... Questo amuleto un catalizzatore di forza benigna. Tu lo devi tenere sempre addosso, quando abbracci tuo figlio. Lo devi tenere per una settimana, poi mi vieni a trovare. Per mi raccomando: non lo devi lasciare mai...".

Agganciata al video, al telefono e alla speranza, Paola non si era accorta che il campanello di casa stava suonando imperiosamente da vari secondi. Astrid la chiam: "Paola?". La maga guard qualcosa o qualcuno oltre il video. Paola pens che stesse cercando la porta di casa, ma forse c'era un regista davanti a lei. Una volta Elda, la vicina di casa, era stata nel pubblico di Passaparola e le aveva spiegato che c' un sacco di gente che si fa i segni, in televisione. "Paola, ci sei? Forse devi andare ad aprire...". "S, s". "Allora, io per adesso ti saluto, lascia il tuo indirizzo alla redazione per l'amuleto e richiamami. Ciao tesoro". Le labbra di Astrid continuavano a muoversi ma nel telefono adesso sentiva una voce registrata che le chiedeva i dati anagrafici e l'indirizzo cui spedire il prezioso amuleto. "Aprite, carabinieri". Questa non era la voce del telefono. Paola mise gi la cornetta dimenticando di dare l'indirizzo e prov ad alzarsi. Quando finalmente riusc a sfilare la catenella, abbassare il paletto e girare prima la chiave di sopra, poi quella di sotto, la porta sembr aprirsi da sola, cio anche dopo qualche ora non riusciva proprio a ricordare se aveva abbassato la maniglia, cos come non era sicura di aver chiesto chi c'era alla porta. Avevano detto carabinieri, certo, ma questo non vuol dire. Uno pu dire "Carabinieri" ed essere un rapinatore. Sul momento non aveva pensato di guardare nello spioncino. Per la voce le era sembrata sincera, perci aveva aperto. E aveva fatto bene perch quelli erano veri carabinieri. L'avevano guardata in modo strano, poi il pi anziano, un bell'uomo coi capelli sale e pepe, riccioluti e la parlata da meridionale, le aveva detto qualcosa a proposito di Lucio. Che aveva avuto un incidente ma non era morto grazie a dio, per poi avevano voluto vedere la sua stanza, per la verit avevano messo a soqquadro tutta la casa, e chi l'avrebbe sentita quella bestia di suo marito. Ma se Lucio si era fatto male e stava in ospedale, che cosa cercavano? Giacomo si sarebbe sicuramente infuriato, prima con lei per averli fatti entrare e poi con Lucio che, come le aveva profetizzato la maga, si era messo sulla brutta strada. "Sembra la cameriera pi che la padrona di casa" aveva pensato il maresciallo Mele quando il tramestio di chiavi e paletti era finalmente terminato e la porta si era aperta. Appena identificato l'unico superstite del Cherokee, aveva avvertito Giacomo Zuglio, il padre, che era corso in ospedale. Il figlio, Lucio, era ancora sotto i ferri. Quel tizio, Zuglio, lo conosceva gi. Era un maneggione con gli agganci giusti che non era ancora riuscito a pizzicare. Per questo si era stupito della situazione. Zuglio Giacomo, in odore di riciclaggio e usura, era solo un padre in apprensione, mentre il vero delinquente era il figlio, un ragazzo di diciotto anni che avrebbe dovuto sostenere quest'anno l'esame di maturit. La casa era lussuosa ma perfino lui, che era solo un povero maresciallo, riusciva ad accorgersi che c'erano i soldi e basta. Cio non c'era quel sapore di storia, quell'eleganza che non te la sai nemmeno spiegare bene e per ci resti male se non la riscontri. Non un fatto di mobili ma di come sono disposti i mobili, oppure solo che certe case come se fossero l da sempre e

il tempo le ha rese eleganti o, come si dice, sobrie. La villetta di Zuglio, che pure saranno stati 250 metri quadri ben posizionati, aveva qualcosa che corrispondeva pi a chi ci abitava che non alla casa in s. Troppi mobili l dove sarebbe bastato un bel quadro, i divani nascosti da coperture diverse, una a fiori, l'altra rosa. Tutto un pasticcio insomma, come se l'architetto che ci aveva lavorato avesse in testa una cosa che, appena se n'era andato, la famiglia Zuglio aveva tradito senza nemmeno accorgersene. Tutto questo divagare era durato pochi secondi, naturalmente. Il maresciallo non era certo il tipo dell'esteta. Mentre sguinzagliava gli uomini per le varie stanze, lui si fece subito indicare quella del figlio, di Lucio. Non fu una cosa facile, perch la povera donna zompettava da un ambiente all'altro come una mosca impazzita. E non sembrava ci stesse molto con la testa. Quella bottiglia di sambuca sotto il tavolinetto del salotto c'entrava sicuramente qualcosa. Capire al volo certe cose era sempre utile nel suo mestiere, anche se non era l per la donna. Era l per recuperare il grosso della refurtiva, perch se nel fuoristrada avevano trovato tutto quel ben di dio, figuriamoci cosa poteva esserci a casa, a meno che il figlio del cra-vattaro e della mosca impazzita non l'avesse inguattato da qualche altra parte. Ma ne dubitava. I giovani, almeno quel tipo di giovani, pensano di godere dell'impunit. E siccome sono pur sempre ragazzi trascur cassetti, armadio e materasso - facile bersaglio di perquisizioni paterne - e punt sul battiscopa di legno. La fatica principale fu quella di piegarsi perch la schiena era quella di un cinquantacinquenne che aveva passato gli ultimi trent'anni all'umido dei posti di blocco o sul sedile anteriore di un'Alfa. Impieg una dozzina di minuti a scovare il nascondiglio, un buco scavato dietro il battiscopa in un angolo nascosto da una cassapanca. Trov gioielli, mazzette di soldi e persino una pistola col calcio in madreperla. Ma quello che lo costrinse ad appoggiarsi con la schiena dolente contro la parete fu una fotografia, un'istantanea scattata al volo che ritraeva il ragazzo, Lucio Zuglio, in compagnia di Giovanna Barovier. Il maresciallo Mele fece scivolare una fotografia sulla scrivania. "Lo conosci?" domand. Non risposi subito. Era un ragazzo. Giovane, carino e dallo sguardo imbronciato. La fotografia era stata scattata in un ristorante. Dall'altra parte del tavolo sedeva Giovanna che, invece, sorrideva all'obiettivo. La sua mano destra stringeva affettuosamente il braccio del ragazzo. "Non l'ho mai visto. Chi ?". "Lucio Zuglio". "Zuglio?" esclamai sorpreso. "Per caso parente di Giacomo Zuglio?". " il figlio. Conosci Giacomo?". "No". Mele mi guard storto. "Allora perch me lo hai chiesto?". "Cos. Ne ho sentito parlare". Mele sospir poco convinto e mi raccont gli avvenimenti che avevano portato al ritrovamento dell'istantanea nella camera da letto del ragazzo. "Era ben nascosta" spieg. "Di certo non voleva farla vedere". " stato lui?". Mele riprese la foto e la infil in una cartellina con lo stemma dei carabinieri. Era imbarazzato. "Non lo so. Aspetto che stia meglio per

interrogarlo ma mi sembra giovane per inquadrarlo in quella frase che ha riportato la teste Pisani...". "Ho capito" tagliai corto. "Comunque il giudice Zan ha intenzione di iscriverlo nel registro degli indagati per omicidio volontario. Tanto quando esce dall'ospedale finisce in galera per un pezzo. Nel frattempo si proceder all'esame del DNA". Indicai la cartellina. "La fotografia stata scattata in un ristorante". "Ma non della zona. Lo stiamo cercando". Mi alzai e gli porsi la mano. "La ringrazio di avermi avvisato". Mele si alz a sua volta. "Devi dirmi qualcosa?". "Come?". "Non penserai che creda che di Giacomo Zuglio hai solo sentito parlare". Il maresciallo mi fissava con l'aria di chi abituato a interrogare le persone e a cogliere e sfruttare contraddizioni o discrepanze. Mi aveva colto in fallo e non si sarebbe accontentato di un'alzata di spalle. "Me ne aveva parlato Giovanna" mentii. "Suo padre aveva avuto a che fare con Zuglio poco prima dell'incendio del mobilificio". Mele annu con un'espressione impassibile. "Appena ci sono novit, ti avverto". All'esterno della caserma trovai ad attendermi Beggiolin. "Avvocato Visentin, si sente pi sollevato ora che l'assassino della sua fidanzata stato assicurato alla giustizia?". "Mi sembra prematuro...". "Si aspetta una condanna esemplare? Si costituir parte civile?" mi interruppe. "Sempre se ci sar un processo". Beggiolin fece segno all'operatore di interrompere la ripresa. "Ma che sta dicendo?" chiese furioso. "Sono qui per spianarle la strada e far condannare quello stronzetto all'ergastolo e lei si mette a cagare dubbi". "Non si permetta di parlarmi in questo modo" lo avvertii. "E poi non c' nessuna prova che sia stato Lucio Zuglio a uccidere Giovanna". "Ah no? Quanti dei nostri concittadini tengono la foto di Giovanna Barovier nascosta nel battiscopa e se ne vanno in giro ad aggredire donne nella loro abitazione?". Il ragionamento non faceva una grinza per una televisione di provincia. Decisi di non rispondere e mi allontanai. " stato lui" grid. "Se ne faccia una ragione. Andava a letto con la sua fidanzata e poi l'ha uccisa". Mi rifugiai in casa e staccai il telefono. Ero sempre pi confuso. Appena era emerso il nome di Giacomo Zuglio come possibile sospetto, saltava fuori anche quello del figlio. Che Giovanna lo conoscesse e lo frequentasse non c'erano dubbi. Quella fotografia ne era la prova lampante. Lo sguardo di Giovanna al tavolo di quel ristorante era limpido e sereno e l'atteggiamento affettuoso. Che fosse davvero Lucio l'amante assassino? Tentai di esaminare ogni singolo aspetto della vicenda e di dargli un senso. Era impossibile e ci rinunciai. Camminando su e gi per la stanza mi cadde l'occhio sulla macchina digitale di Giovanna che avevo trovato a casa di Prunella. L'accesi e iniziai a scorrere le immagini contenute nella memoria. Il viaggio a Parigi, una gita in montagna, una cena a casa di amici... Mi guardai sorridere. Chiss se ne sarei stato ancora capace. Pigiando un po' a caso i tasti scoprii l'esistenza di un video di 60 secondi. Ormai la tecnologia digitale era in grado di trasformare una macchina

fotografica in una piccola videocamera. Apparve Giovanna. Indossava una sottoveste nera ed era scalza. Dall'audio usc la sua voce. "Dai, smettila" diceva con un tono scherzoso e allo stesso tempo carico di sensualit. "Dai, smettila" ripet, chiudendo una porta in faccia all'obiettivo. Riavviai il video. Una volta, due, tre. Poi mi accasciai sul divano. Giovanna parlava all'assassino. Giocava, scherzava con lui prima di portarselo a letto, indossando una sottoveste da grande magazzino. Conoscevo bene quel suo modo di guardare e di parlare. Preludeva all'amore, al desiderio, al piacere. Mi feci forza. Presi il computer portatile, inserii l'apposito cavetto e riversai il video. Giovanna mi apparve nello schermo da 12 pollici. Lo guardai e lo riguardai fino a quando non mi resi conto della cosa pi evidente. Non era stato girato a casa sua. Ingrandii i particolari dei mobili. Pezzi di scarso valore ma che denotavano un certo gusto. Erano tutti mobili degli inizi del secolo scorso provenienti da case contadine e poi ripuliti e restaurati. Non ci ero mai stato, ne ero sicuro. "Trova quella casa e troverai l'assassino" pensai mentre ingrandivo il volto di Giovanna. Mi interessava osservare meglio il taglio di capelli per scoprire quando era stato girato. Era recente. Non doveva avere pi di tre mesi. Prima li portava pi lunghi e con la frangia. Avrei dovuto andare da Mele e consegnargli il video ma sarebbe stato allegato al fascicolo delle indagini. Lo avrebbe visto anche Zan e poi, se l'assassino fosse stato catturato e processato, sarebbe stato mostrato alla corte. E forse a tutto il paese se Beggiolin fosse riuscito a impossessarsene. Non volevo che tutti giudicassero Giovanna una puttana. Anche se era proprio quello che pensavo. Fino a quel momento avevo continuato ad amarla e a giustificarla. Quella frase riportata da Carla aveva fuorviato il mio giudizio. Nel video non dava affatto l'impressione di essere stata costretta a diventare la puttana dell'uomo che le aveva rovinato la vita. Sembrava una donna che tradiva il suo futuro marito con un uomo che le piaceva. Addirittura si era fatta riprendere e aveva conservato il video. Chiss quante volte lo aveva rivisto. Sperai che non ce ne fossero altri. Giovanna era morta ammazzata e meritava comunque giustizia. Quelle immagini sarebbero rimaste impresse per sempre nella mia mente. Non sarei riuscito a ricordare altro di Giovanna. Per liberarmi per sempre del suo fantasma che sorrideva in sottoveste avrei dovuto scoprire il suo amante assassino. Solo la sua punizione mi avrebbe restituito quel po' di serenit necessaria per ricostruirmi una vita. Il primo impulso fu quello di verificare se la casa del video fosse quella di Zuglio ma mi bast seguire il notiziario di Antenna N/E per escluderlo. In coda a un servizio in cui venivano ricostruite le gesta della banda delle villette, collegandole senza scrupolo all'omicidio di Giovanna, Beggiolin aveva annunciato un'intervista a Giacomo Zuglio. Era stata realizzata nel salotto di casa Zuglio, come subito aveva spiegato Beggiolin. Fin dalla prima occhiata capii che non si trattava della casa del video. "Dottor Zuglio, cosa significa per un padre scoprire di avere un figlio criminale?" domand il giornalista con un tono carico di comprensione. "Una fitta al cuore... un senso di fallimento" rispose l'ex funzionario di banca. "Pensi di aver educato tuo figlio a certi valori e invece scopri...". Non riusc a terminare la frase, travolto dall'emozione. Beggiolin non insistette ma l'obiettivo rimase incollato alle mani dell'uomo che gli coprivano

il volto. "Rimarr al suo fianco in questo momento cos drammatico?" chiese il giornalista dopo un po'. Giacomo Zuglio stacc le mani e guard fisso nell'obiettivo. "Da questo momento Lucio non pi mio figlio". Si ud il pianto disperato di una donna. La telecamera cambi inquadratura e vidi una donna seduta su una poltrona, quasi accartocciata su s stessa per il dolore. Beggiolin si affrett a presentarla. "La signora Paola" sussurr a voce bassa nel microfono per non rovinare l'effetto sonoro del pianto. Spensi il televisore. Dopo questo servizio nessuno avrebbe avuto pi dubbi sulla colpevolezza di Lucio Zuglio. Almeno fino al risultato del test del DNA. Alla fine dovetti cedere alle insistenze di Alvise e Carla e fui costretto a incontrarli. Mio padre mi aveva chiamato la mattina, aveva saputo dell'arresto di Lucio ed era riuscito ad anticipare la partenza. Sarebbe ritornato due giorni dopo. "Il ragazzo non c'entra" disse subito Alvise, versandosi un bicchiere di rosso. "Perch ne cos sicuro?". "Perch lo so e l'esame del DNA mi dar ragione" rispose astioso. "Dobbiamo continuare a indagare sul padre". "Cos'hai scoperto?" chiese Carla. "Sto indagando sull'assetto societario. Credo di riuscire a sapere qualcosa entro la fine della settimana" risposi cercando di avere un tono convincente. "C' stata un'altra moria di pesci" disse Carla preoccupata. "Ho ripetuto le analisi e quel terreno sempre pi inquinato". "Speriamo che spostino in fretta le scorie". Carla sospir preoccupata. "Le sostanze nocive hanno intriso il terreno. Serve una bonifica urgente, altrimenti pu essere pericoloso per la popolazione che vive nella zona". " una zona ricca di falde" aggiunse Alvise. Li guardai. Era evidente che avevano discusso a lungo della vicenda e che avevano preso delle decisioni. "Che pensate di fare?" domandai. "Se non scopriamo niente entro pochi giorni, dobbiamo denunciare ai carabinieri l'esistenza del deposito" rispose Carla. "Aspettiamo un'altra settimana" proposi. "Vediamo come va l'indagine su Lucio Zuglio e che informazioni riesco a ottenere sull'Eco T.S.R.". Carla e Alvise acconsentirono. Prima di andarmene tirai fuori dalla tasca una fotografia ricavata dal video. Ovviamente non si vedeva Giovanna ma una madia, uno spicchio di tavolo, due sedie e sullo sfondo una finestra. La mostrai a Carla. "Hai mai visto questa casa?". "No" rispose sicura. "Di chi ?". "Non lo so. Ho trovato questa foto tra le carte di Giovanna". Finalmente mio padre torn dalla Romania. Mi avvert dopo l'atterraggio a Verona e quando arriv in studio mi trov ad attenderlo. "Mi ha chiamato Prunella" mi inform, abbracciandomi. "Mi ha chiesto di rappresentarla nel procedimento penale contro Lucio Zuglio".

"Non il caso di aspettare l'esito del test del DNA?". "No. Ricordati sempre che se rappresenti la parte civile devi schierarti apertamente con l'operato degli inquirenti fin dal primo momento. un vecchio trucco per accaparrarsi le simpatie della corte". "Credi che sia colpevole?". Sorrise. "Sono stupito di questa domanda. Lo sai come la penso sulla presunzione di innocenza". "Hai ragione" ammisi. Mi alzai e andai alla finestra. Una pioggia sottile cadeva incessantemente fin dalla mattina. Le pietre bagnate dei palazzi del centro rilucevano alla luce dei lampioni. "Devo darti una brutta notizia" dissi a un tratto. Pap alz la testa da un fascicolo che la segretaria gli aveva fatto trovare sulla scrivania. "Quanto brutta?" domand intrecciando le dita delle mani. Gli raccontai del deposito clandestino, di Zuglio e di Trevisan. Omisi solo la presenza di Alvise. Fino a quando fosse rimasto nascosto mi sembrava doveroso rispettare la sua scelta. Pap era impallidito quando aveva iniziato a comprendere la gravit della vicenda. "Trevisan ha approfittato della mia buona fede" comment esterrefatto. "L'ho aiutato in nome della vostra amicizia". "Cosa pensi di fare?". "Ho bisogno di un po' di tempo e soprattutto di riserbo" rispose. "Puoi garantire a Carla Pisani che il terreno verr bonificato a spese della Fondazione il pi presto possibile". "Provvederai tu a denunciare Zuglio e il rumeno?". Mio padre mi fiss. "Quando parlavo di riserbo mi riferivo proprio a questo. Un'indagine su questi gaglioffi porterebbe comunque a evidenziare il ruolo dell'Eco T.S.R. e la sua appartenenza al cartello di aziende che gravitano attorno alla Fondazione". "Non capisco, si tratta di reati gravi". "Non cos gravi. Una truffa di poco conto e poi in Italia il traffico dei rifiuti nocivi comporta pene risibili". "Non sono d'accordo" ribattei. "E soprattutto non credo di poter imporre il silenzio a Carla". "Se la vicenda diventa pubblica il danno d'immagine per la Fondazione sar irreparabile" spieg in tono accorato. "Uno scandalo diventerebbe un'arma formidabile nelle mani dei nostri concorrenti. La Fondazione sta attraversando un momento delicato. Come ti ho gi detto, stiamo trasferendo tutte le nostre attivit in Romania". Si alz e mi venne vicino. "Sono stato io a garantire per Trevisan. La mia testa sarebbe la prima a cadere e non lo merito". "Far quello che posso" promisi. Uscii dallo studio frastornato e deluso. Comprendevo la situazione delicata di pap ma avrei preferito un atteggiamento diverso, meno incline all'insabbiamento. Avevo ancora qualche giorno a disposizione per riflettere. Non avevo intenzione di continuare a mentire con Carla ma, al momento, continuava a essere il mezzo pi semplice per gestire la situazione. I giornali e Antenna N/E diedero grande risalto alla costituzione di parte civile di Prunella. "Non nutriamo pregiudizi contro Lucio Zuglio. Il nostro un atto dovuto teso a sottolineare la determinazione della signora Barovier a

ottenere giustizia per la figlia Giovanna" aveva dichiarato mio padre con diplomazia e furbizia. Lo stesso giorno venne prelevato un campione di sangue a Lucio Zuglio che versava ancora in gravi condizioni in ospedale. L'avvocato d'ufficio non si era opposto e nemmeno l'imputato. Dubitavo che la procedura fosse stata applicata in modo rigoroso ma non erano affari miei e pi di ogni altro volevo conoscere il risultato del test. Fu un'amara sorpresa scoprire che l'esame non si sarebbe potuto effettuare a causa del deterioramento dell'unico reperto in grado di identificare scientificamente l'assassino. Come mi aveva confidato mio padre, il professor Marizza gli aveva assicurato che avrebbe fatto di tutto per evitare che il liquido seminale diventasse una prova nei miei confronti. Mi ero per convinto che avesse rinunciato visto che ero stato scagionato nel giro di qualche giorno. In una conferenza stampa il giudice Zan sostenne che era venuta a mancare la prova definitiva della colpevolezza di Lucio Zuglio, ma che gli indizi raccolti nel corso delle indagini erano pi che sufficienti per un rinvio a giudizio. L'avvocato difensore non ribatt e non fece nulla sul piano giudiziario. Avevo avuto modo di conoscerlo e sapevo che non era cos incapace. Evidentemente aveva scelto di non inimicarsi il paese e l'ambiente del tribunale, primo fra tutti mio padre. Beggiolin continuava imperterrito la sua campagna. Ogni giorno sfornava un nuovo servizio per scavare la fossa a Lucio Zuglio. Una cosa era certa: chiunque fosse l'assassino, senza prova del DNA aveva molte pi possibilit di cavarsela. Ancora una volta mi trovavo di fronte al computer ad analizzare ogni dettaglio del video. Era diventata un'ossessione. Non potevo fare a meno di tornare a guardare Giovanna. Era un comportamento irrazionale mascherato dalla necessit di ricavare ogni elemento possibile che mi portasse a identificare il luogo dove era stato girato. Mi ritrovavo a fissare Giovanna negli occhi. E lei non guardava me. Quella donna doveva essere solo mia e invece la dividevo con un altro. Alla fine erano questi i pensieri che affollavano la mia mente. Quella notte mi ero fissato con la sottoveste. Avevo ingrandito l'orlo fino a quando era diventato una macchia informe. Poi qualcuno suon il campanello. Erano da poco passate le due del mattino, ricordavo di aver sentito i rintocchi dell'orologio del campanile una decina di minuti prima. Pensai che fosse Mele. Forse Lucio Zuglio aveva confessato o era morto. Invece mi trovai di fronte Alvise. "Ti devo parlare" annunci in tono burbero. L'alito sapeva di vino ma non era ubriaco. Doveva essersi fatto un bicchiere prima di uscire dall'appartamento di Carla per affrontare il freddo della notte. Lo feci accomodare in salotto. "Sono preoccupato per Lucio" disse. "Ho l'impressione che lo vogliano incastrare, come hanno fatto con me". "Perch le sta cos a cuore la sorte di quel ragazzo?". "Perch mio figlio". "Paola, sua madre, era la mia segretaria. E la mia amante. La notte dell'incendio ero con lei" mi spieg Alvise quando mi fui ripreso dalla sorpresa. "E perch non lo disse quando l'arrestarono?" gli chiesi con sincero stupore. Mi rivolse un sorriso amaro. "Per non farla passare da puttana davanti a tutto

il paese avevo fornito un alibi falso. Quando lo scoprirono era troppo tardi per ritrattare. Non le avrebbero creduto". "Sapeva gi di essere incinta?". "No. Lo scopr in seguito. Fu don Piero a portarmi la notizia. Mi disse anche che Giacomo Zuglio era disposto a sposarla subito se avessi giurato di mantenere il segreto". "Si conoscevano?". "Paola andava spesso in banca e lui la corteggiava. Lei lo aveva sempre respinto ma alla fine Zuglio se l' presa lo stesso". Ripensai alla foto di Giovanna e Lucio al ristorante. "E Giovanna come ha scoperto di avere un fratello?". "Non lo so. Mi disse solo che lo aveva saputo e lo aveva detto anche a Lucio". "E quindi non potevano essere amanti" riflettei a voce alta. "E Lucio innocente. Cosa possiamo fare per aiutarlo?". "Raccontare ogni cosa. Se la sente?". L'indomani, anche se era domenica, andai a parlare con Mele. Il piantone mi disse che era fuori servizio e dovetti insistere per farlo chiamare. Arriv qualche minuto dopo. Come gli altri graduati abitava in una palazzina costruita una ventina d'anni prima all'interno del perimetro della caserma. Era in borghese e aveva le mani sporche di farina. "Stavo facendo la pasta" spieg. "Ho un testimone che pu scagionare Lucio Zuglio per l'omicidio di Giovanna". "Digli che si presenti qui domani mattina". "Preferirei che organizzasse un incontro con Zan, l'avvocato difensore e la parte civile". "Alla faccia della procedura" comment sarcastico. "Tuo padre d'accordo?". "Non gli ho ancora parlato". Mi rivolse un'occhiata interrogativa. "Rappresenta la parte civile" ricord. "Lo so bene. La vicenda delicata, vorrei chiuderla in fretta e senza troppo clamore". "E chi 'sto testimone?" sbott acido. "Uno dei tanti pezzi grossi che bisogna sempre trattare coi guanti altrimenti si offendono?". "No. solo un poveraccio". Allung la mano verso il telefono. "Sentiamo che dice Zan". La conversazione dur un paio di minuti. "Questa sera alle 19" disse. "Hai rovinato la domenica al giudice" aggiunse sorridendo. Tornai a casa e comunicai la notizia ad Alvise che era appena uscito dalla doccia e indossava il mio accappatoio. Era un regalo di Giovanna. Non mi sarei disturbato a infilarlo nella lavatrice ma direttamente nella spazzatura. Barovier aveva dormito nella camera degli ospiti. Avevo preferito che non tornasse da Carla per non coinvolgerla ulteriormente nella vicenda. Lo osservai mentre leggeva il giornale indossando un paio di occhiali fuori moda. Non ero certo che fosse pienamente cosciente di quello che lo aspettava. E come ebbi la possibilit di verificare pi tardi non lo ero nemmeno io. Una laurea e un po' di cause non bastano a formare un bravo avvocato. Bisogna avere anche esperienza. Giungemmo in caserma qualche minuto dopo l'ora fissata da Zan. Gli altri erano

gi arrivati e sedevano nell'ufficio del maresciallo. Quando Alvise entr nella stanza, venne riconosciuto solo da mio padre. "Alvise" esclam sorpreso. Alvise non lo degn di uno sguardo e si sedette davanti al giudice. Mio padre mi lanci un'occhiata di rimprovero. Doveva essere furioso per non essere stato avvertito dell'identit del testimone. Espletate le formalit, Barovier raccont la sua verit su Lucio. Gli avevo consigliato di omettere tutto il resto. Soprattutto di non raccontare nulla dell'indagine di Giovanna per scagionarlo. Non era ancora il momento. Poi tocc a me concludere. "Ovviamente il signor Barovier pronto a sottoporsi all'esame del DNA per provare la paternit". Zan reag in maniera scomposta. Il suo castello accusa-torio era crollato miseramente. L'inchiesta sul delitto di Giovanna Barovier non era affatto conclusa. "Questo non significa nulla" sbott in tono isterico. "Non c' nessuna prova che la Barovier avesse effettivamente svelato a Zuglio il grado di parentela che li legava. E poi lei un pregiudicato...". "Lasci perdere, dottor Zan" lo interruppe mio padre. "Questa tesi non riuscirebbe a convincere il tribunale del riesame, figuriamoci una corte d'assise". "Chiedo il proscioglimento del mio cliente" sussurr timidamente l'avvocato d'ufficio. "Presenti istanza" ringhi il giudice. "E comunque non la prender in considerazione fino ai risultati del test". Mio padre si schiar la voce per attirare l'attenzione. "Dottor Zan, vorrei che chiedesse al teste di chiarire i suoi movimenti la notte del delitto". "Pensi che l'abbia uccisa io?" domand Alvise furioso. "Non penso nulla" rispose mio padre, glaciale. "Solo che sei tornato in paese dopo quindici anni e proprio nel momento in cui tua figlia veniva uccisa. Ritengo che la circostanza meriti un approfondimento". "Allora?" lo sollecit il giudice. Barovier mi guard preoccupato. Aveva una brutta esperienza alle spalle e temeva di dire qualcosa che lo potesse danneggiare. Decisi di intervenire. "Vorrei ricordare, e non dovrei essere io a farlo, che Giovanna ha avuto un rapporto sessuale prima di essere assassinata...". "Prima" puntualizz Zan. "Potrebbe essere arrivato a casa di sua figlia dopo che l'amante era andato via". "E Giovanna avrebbe accolto nuda nella vasca da bagno il padre che non vedeva da tanti anni?". Il giudice accus il colpo e guard mio padre a caccia di suggerimenti. "Vorrei che chiedesse al teste perch e dove rimasto nascosto fino a questa sera" disse pap. "Non ricordo di averlo visto vicino alla bara della figlia durante i funerali e tantomeno mi risulta che si sia messo a disposizione delle autorit inquirenti". "Il perch e il dove sono fatti miei" rispose Alvise esasperato. "Se avete dei reati da contestarmi, bene. Altrimenti quello che avevo da dire l'avete gi verbalizzato". "Lei un teste" ribatt Zan. " tenuto a rispondere". Barovier scosse la testa e si chiuse in un ostinato mutismo. Dovetti intervenire nuovamente per trarlo d'impaccio. "Il signor Barovier

tornato in Italia per partecipare al matrimonio della figlia Giovanna che lo avrebbe anche ospitato" mentii, ostentando sicurezza. "La notizia dell'omicidio gli ha provocato una grave crisi depressiva che lo ha portato a rifugiarsi in una casa diroccata nelle campagne vicino al paese. Poi si rivolto a me in quanto ex fidanzato di Giovanna e io ho immediatamente contattato il maresciallo Mele". Mio padre si alz. "La parte civile prende atto della testimonianza". Zan lo imit. Alvise firm il verbale e usc senza salutare. Lucio non avrebbe corso il rischio di essere processato per l'omicidio di Giovanna, ma Alvise aveva dovuto sottoporsi a quell'umiliante interrogatorio. "Bastardi" sibil una volta salito in macchina. "E tuo padre il peggiore di tutti. Mi ha addirittura accusato di aver ucciso Giovanna". " stato duro ma era il ruolo di avvocato della parte civile a imporglielo. Invece le devo chiedere scusa per non aver previsto l'andamento dell'interrogatorio. Avrei potuto evitarle quella sfilza di domande". Un sorriso amaro gli attravers il volto come una ferita. "Sei un pivello" sentenzi. Ma subito dopo aggiunse. "Preferirei farmi difendere da te, piuttosto che da tuo padre". Lo accompagnai in un motel sulla provinciale. "Non me lo posso permettere" disse. "Non si preoccupi. Ho gi parlato con il proprietario. Domani andr a prendere la sua roba da Carla". Alvise scese dalla macchina e si avvi verso la reception. Barcollava come un pugile suonato che ha perso l'ennesimo incontro. Avrei voluto tornare a casa, accendere il computer e guardare e riguardare il video. Non mi ero ancora sparato nel cervello la dose quotidiana di "dai, smettila" di quella bellissima donna in sottoveste. Invece dovevo affrontare mio padre. Giovanna avrebbe dovuto aspettare ancora un po'. Indossava una veste da camera di taglio inglese e al collo portava un foulard intonato con le pantofole. Non mi rivolse la parola quando entrai in salotto. Tra le mani reggeva un libro ma ero certo che non era riuscito a leggere una sola riga mentre attendeva il mio arrivo. Si alz dalla poltrona e mi punt contro l'indice. "Mi hai fatto fare una figuraccia. Dovevi avvertirmi che si trattava di Alvise". "Per questo lo hai azzannato in quel modo?". " stato capace di bruciare viva un'intera famiglia per truffare l'assicurazione. Permetti che nutra qualche sospetto nei suoi confronti". "Beh, adesso tutto chiaro". "Non penserai che abbia creduto alla storiella dell'invito al matrimonio. Prunella non lo avrebbe mai permesso, come mi ha confermato al telefono poco fa". "Accontentati. Non c' altro da sapere". "No. Una cosa c': voglio sapere perch tornato". "Chiedilo a lui". "Da che parte stai?". "Da che parte stai tu, pap! Se vero che la notte dell'incendio del mobilificio Alvise stava da Paola, significa che innocente. Non mi sembri affatto turbato da questa eventualit". " colpevole. E Paola un'alcolizzata senza speranza. Per un goccio di alcol

sarebbe disposta a dire qualsiasi cosa". "Come fai a saperlo? Conosci la famiglia Zuglio?". "Ho preso informazioni per quella faccenda dei rifiuti. A proposito, hai parlato con Carla Pisani?". "Non ancora". "Perch?" mi incalz. "Non ho ancora trovato una menzogna convincente da rifilarle" risposi esasperato. Uscendo incontrai la cuoca. Mi aspettava sulla porta e mi consegn un vassoio avvolto in un tovagliolo. "Fatti la bocca dolce" sussurr in tono affettuoso. Bofonchiai un ringraziamento e mi allontanai. In macchina sciolsi il nodo del tovagliolo e scoprii che si trattava di crema tagliata a rombi, impanata e fritta. Una vera delizia della cucina veneziana. Era stata mia madre a insegnarle la ricetta. Mi cacciai una fetta in bocca e inserii la marcia. Il resto lo mangiai davanti al computer. Giovanna non andava pazza per i dolci, glielo ricordai mentre mi accanivo sull'ingrandimento di uno specchio dove si notava un'ombra confusa. Era lui. Il suo amante. Il suo assassino. Per Beggiolin la perdita di Lucio come assassino di Giovanna non fu un grave danno. Anzi. La notizia dell'arrivo misterioso di Alvise Barovier in paese e la rivelazione che era lui il vero padre del ragazzo rappresent la possibilit di nuovi servizi. Stan Alvise al motel e gli strapp un'intervista. La raffica di domande insinuanti lo mise in seria difficolt. Il colpo di grazia fu un servizio sulla vecchia storia dell'incendio. La gente intervistata per strada e nei negozi non fu affatto tenera con Barovier. I parenti delle vittime gli chiesero di tornarsene in Argentina. Ma la vera vittima del giornalista fu Paola. Zuglio, dopo che la storia era diventata pubblica, si faceva vedere poco in giro anche se Beggiolin l'aveva dipinto come un uomo che era stato capace di un grande gesto di generosit, sposando una donna che portava in grembo il figlio di un galeotto. Il giornalista riusc a introdursi in casa e a tempestare di domande quella povera donna schiava dell'alcol. Farfugli insulti contro Giacomo, il marito, colpevole di spassarsela con delle donnacce. Poi chiese piet per Lucio. Mi fece una pena infinita. Nella vicenda fece la sua apparizione anche Astrid, la maga del paese. Beggiolin non fece nemmeno lo sforzo di recarsi nel suo studio, visto che la sua trasmissione era realizzata nella stessa emittente. Ovviamente Astrid afferm di aver previsto tutto e riusc a recuperare alcune telefonate di Paola alla sua trasmissione. Nessuno aveva piet. Tantomeno in paese, dove non si parlava d'altro e tutti gli apparecchi televisivi erano sintonizzati su Antenna N/E. L'omicidio di Giovanna era diventato lo sfondo di una vicenda ricca di succulenti colpi di scena. Delle indagini per scoprire il colpevole si parlava sempre meno. Alvise venne a trovarmi un paio di giorni dopo. "Ho attraversato il paese a piedi" disse. "A testa alta. E quando qualcuno mi fissava mi sono fermato e gli ho chiesto che cazzo aveva da guardare. Credi che qualcuno abbia avuto il coraggio di dire qualcosa?". La risposta la conoscevo gi e mi limitai a guardarlo con comprensione. Era

sempre pi triste e disperato. "Sono venuto a chiederti aiuto" annunci sedendosi sul divano. "Se posso, volentieri". "Io vorrei aiutare Paola e Lucio, ma non ho i mezzi e non posso certo cercare lavoro in paese" spieg. "Sono costretto a tornare in Argentina ma non voglio farlo senza sapere chi ha ucciso Giovanna. Tu s, per, che puoi aiutarli". "E in che modo? E poi, sinceramente, per me sono solo degli estranei". Mi afferr una mano. "Hai soldi e sei un avvocato. Paola ha bisogno di andare via da quella casa e di disintossicarsi. E Lucio di un vero avvocato. Non vorrai lasciarlo in mano a quell'idiota...". Liberai la mano. "Come sta Lucio?" domandai. " conciato male ma i medici dicono che ce la far" rispose. Poi mi fiss. "Sono andato a trovarlo tutti i giorni. All'inizio non voleva parlarmi. Io non l'ho forzato, finch oggi ho trovato il coraggio e gli ho raccontato di quando stavo in carcere senza poter vedere Giovanna perch Prunella le impediva di venire a trovarmi. Mi ha chiesto del carcere e io gli ho detto che non ce la puoi fare se non c' nessuno fuori ad aspettarti". "Ma cosa pretende?" esclamai, alzandomi in piedi. "Per quindici anni non si mai interessato a loro. Adesso invece vuole assicurarsi che qualcuno, al posto suo, risolva i loro problemi mentre lei se ne torna in Argentina. Troppo comodo". "Lucio cos giovane" mi supplic, "ha vissuto la minima parte della vita, una parte brutta. Ma pu ancora gettarsi tutto alle spalle. Ha diritto a un futuro". "Gliel'ho detto, non credo che spetti a me". Si alz e si infil il giaccone. "Purtroppo Giovanna morta" sussurr infilando i grossi bottoni nelle asole. "Lei li avrebbe aiutati". Rimasi sorpreso di trovare tanta gente alla messa per il trigesimo della morte di Giovanna. Alvise fu l'ultimo ad arrivare e il primo a uscire dalla chiesa seguito dallo sguardo ostile di Prunella. Quando mi avvicinai a salutarla evit platealmente il mio abbraccio. "Vattene!" intim a voce abbastanza alta per attirare l'attenzione. "Per colpa tua siamo sulla bocca di tutti". Stavo per ribattere, ma Carla mi prese sottobraccio e mi accompagn fuori. "Guarda cos'ho trovato" disse. Dalla borsa prese una manciata di striscioline di carta e me le cacci in mano. "Cosa sono?". "Avanzi di fogli passati per quelle macchine che li distruggono. tutto quello che resta della documentazione sull'Eco T.S.R. conservata all'ASL" rispose. "Stanno facendo pulizia mentre noi ce ne stiamo con le mani in mano. Ora mi sono stancata e vado a denunciarli, prima che sia troppo tardi". "No. Vieni a casa mia. Ti devo parlare". Avevo deciso di essere completamente sincero con lei. Non meritava di essere ingannata. Quando terminai di spiegarle il piano di mio padre, rimase in silenzio a fumare. "Non puoi chiedermi di diventare complice di questa gente" disse, sbuffando il fumo della sigaretta. "Non esattamente in questi termini e poi il terreno verr bonificato e le ditte trasferite in Romania". Scosse la testa, delusa. "E allora sar tutto risolto, vero?".

"Certo". "Apri gli occhi, Francesco. Trasformeranno il risanamento in un affare, facendosi finanziare dalla regione e probabilmente sar lo stesso Trevisan ad aggiudicarsi l'appalto. E poi davvero non hai ancora capito perch le ditte se ne vanno in Cina o in Romania? Non solo per pagare meno gli operai ma perch l possono inquinare senza problemi. In quei paesi non ci sono leggi che tutelino l'ambiente e loro non saranno nemmeno pi costretti a ricorrere a sistemi di smaltimento illegale. Gente come Zuglio e Constantin continuer a trafficare in scorie per conto di quelli che sono rimasti. Hai mai sentito il termine ecomafia?". "S. Ma non questo il caso". Sul viso di Carla apparve una smorfia di fastidio. "La paura che tuo padre finisca nei guai ti impedisce di vedere la realt. Trattando con Trevisan si reso complice della truffa". "Sono parole grosse". "Ferrari ha distrutto la documentazione all'ASL perch qualcuno l'ha avvertito che il gioco era stato scoperto. Sicuramente stato Trevisan, dopo aver parlato con tuo padre". "Pap l'avvocato dell'Eco T.S.R." tentai di spiegare con scarsa convinzione. "In questo caso sta agendo nell'interesse suo e del cliente. E poi il suo ruolo gli impone riservatezza. Quello che fa Trevisan...". Carla prese la borsa e il piumino e si avvi alla porta. "Non voglio pi ascoltare queste stronzate". Le afferrai un braccio. "Cerchiamo di trovare una soluzione". "E quale? Pur di compiacere paparino ti sei perfino dimenticato che forse Giovanna stata uccisa per aver scoperto la truffa". Non lo avevo dimenticato ma non lo ritenevo plausibile. Presi una decisione. "Vieni, devi vedere una cosa". Carla si rifiut di rivedere il video per la terza volta. Volt le spalle allo schermo e accese una sigaretta. "Perch me lo hai mostrato?". "Perch tu ti convinca che si tratta di un delitto passionale. Giovanna stata vittima di una storia di sesso. Ti sembra la puttana dell'uomo che le ha rovinato la vita?". Si volt e mi fiss. "Forse no. Ma Giovanna aveva scoperto la truffa dei rifiuti e io voglio andare fino in fondo. Delitto e truffa possono essere collegati". "Se vai dai carabinieri rovinerai una brava persona". "Non ho intenzione di farlo subito". "Perch?". "Te l'ho detto: voglio andare fino in fondo" rispose. "Ormai Trevisan e i suoi complici sanno che il deposito stato scoperto e sono costretti a spostare i rifiuti da qualche altra parte. Ho intenzione di scoprire dove. Poi li denuncer". Aprendo la porta si volt. "Non dirlo a tuo padre" mi ammon. "Quelli sono capaci di ammazzarmi". "Mia madre ha cercato di temprarmi a forza di cene formative. A undici anni mi faceva sedere a tavola vicino a sconosciuti di mezza et per fare conversazione. Che cosa crudele. Certi miei coetanei, pur di evitare quella tortura, si sono fatti sbattere in collegio, in Svizzera naturalmente, e poi si sono arruolati nei battaglioni San Marco o nella Folgore. Ne sono usciti fortificati nello

spirito e alla fine hanno sposato una cugina di secondo grado, di quelle che giocano a bridge con le tende tirate perch la luce fa venire l'emicrania. Lei gioca a bridge, dottore?". Moroncini non rispose, si limit come al solito a vergare una zampa di gallina sul Moleskine. Era la dodicesima seduta. Selvaggia aveva deciso di intensificare la terapia perch non aveva ancora visto risultati. Aveva fretta, Selvaggia. Non tollerava pi l'indolenza di Filippo e non vedeva di buon occhio tutte quelle ore passate tra la cantina, dove Filippo trascorreva sempre pi tempo a perfezionare il nuovo sauvignon, e l'atelier dove campeggiava quell'odiosa scultura che a lei sembrava finita da un pezzo. Da parte sua, Moroncini aveva disdetto gli appuntamenti con un paio di pazienti per far posto a Filippo. Alla contessa non si poteva dire di no, in questo Filippo aveva ragione. Sapendo che il dottore non gli avrebbe mai risposto, Filippo continu: "Non mi piacciono le tende tirate. Fanno pensare a segreti da tutelare, complotti da nascondere. Mi fanno pensare a mia madre". "Mi sta dicendo che la odia?". "Che domanda. Odi il tuo carceriere? Lo odi s, ma dipendi da lui. Soprattutto se non hai un piano di fuga". "Quindi il tentato suicidio di due anni fa stato un piano di fuga mancato?". "Sia meno schematico, dottore, mia madre non la paga per questo. Ci creda o no, lo feci per amore. Sbagliando, naturalmente. Mia madre mi aveva avvertito. Lo vede? Torno sempre a lei. Prima o poi dovr ucciderla...". Filippo si gir per godersi la reazione dello psichiatra che ovviamente rimase impassibile. Allora Filippo si mise a sedere sul lettino e sorrise al dottore: "Vuole sapere perch ce l'ho tanto con mia madre? La vuole sapere la verit?". Moroncini si limit a fissarlo in modo neutro. Era preparato a quel tipo di trappole dei suoi pazienti. Filippo non si scoraggi. Si spinse in avanti in atteggiamento da cospiratore e sibil: "Mia madre un'assassina". Filippo Calchi Renier era uscito dal suo studio da una mezz'ora. Moroncini non aveva altri pazienti da incontrare. Aveva finito di sistemare gli appunti per l'ultimo libro, un breve saggio sul disagio degli adolescenti nelle famiglie del Nordest, aveva messo in religioso ordine il piano della scrivania di radica e aveva composto il numero di cellulare della contessa. Selvaggia aveva risposto al terzo squillo. "Sono molto preoccupata per Filippo". Selvaggia era seduta accanto al professor Moroncini sul sedile posteriore della sua Mercedes. L'autista rumeno aveva avuto ordine di procedere lentamente lungo strade di campagna poco frequentate. Di comune accordo avevano scartato l'idea di incontrarsi a Villa Selvaggia per non essere visti da Filippo; quanto allo studio di Moroncini, alla contessa non piaceva l'idea di dare adito a pettegolezzi sulla sua salute mentale. In questo era ancora figlia di contadini. "Come vanno le sedute?" chiese Selvaggia muovendo leggermente il capo verso il suo interlocutore.

"Piuttosto bene, direi" rispose laconico Moroncini. "Non si direbbe. diventato cos... imbarazzante". " una fase della terapia. Si impara a esternare i propri risentimenti". " lei l'esperto" comment Selvaggia con una punta di scetticismo. "L'altro giorno, ad esempio, mi ha detto che vorrebbe ucciderla". "E lei li chiama progressi?". "Non vuole sapere perch la odia tanto?". " per questo che la pago, no? Per violare il segreto professionale". "S, ma credo che questa informazione richieda un considerevole ritocco al nostro accordo". "Dipende dall'informazione...". Moroncini fece una lunga pausa. Le pause erano una delle sue specialit. "Allora?" incalz Selvaggia. "Filippo convinto che lei non abbia detto la verit a proposito dell'omicidio di Giovanna Barovier...". "Filippo dice soltanto sciocchezze!". "S ma, nel suo stato di disagio psicologico, potrebbe comunque parlare con i carabinieri...". Selvaggia si sfil gli occhiali scuri che portava anche nelle giornate pi livide. Rivolse uno sguardo ferino a Moroncini. Quello sguardo che incuteva timore era una delle sue specialit. "La sua informazione" disse, "non vale niente. L'inaffida-bilit di Filippo gi nota agli inquirenti. Qualunque dichiarazione possa fare, non scalfir mai la mia versione dei fatti. Anche perch io non ho fatto altro che dire la verit. Mi dispiace". Moroncini alz le spalle, in segno di resa. Ma Selvaggia non aveva finito: "A meno che...". Lo psichiatra la guard interessato. "A meno che lei non mi aiuti a far interdire Filippo dagli affari. Una sua dettagliata relazione gioverebbe. In cambio io potrei fornirle informazioni riservate sui nuovi investimenti che la Fondazione sta facendo in Romania". "Per l'interdizione necessario dimostrare la totale incapacit di intendere e di volere. Per Filippo sarebbe un disastro...". "Filippo odia gli affari e non regge il peso delle responsabilit. Sar un sollievo per lui, mi creda". "E lei potr gestire l'intero patrimonio dei Calchi Renier" insinu Moroncini. "Scriva quella relazione, professore. E in cambio l'avvocato Visentin le fornir una lista di imprese che nel giro di un anno raddoppieranno il capitale. Compri subito un bel po' di azioni e le assicuro che potr dedicarsi alla poesia per il resto della vita". Moroncini sorrise. "Preferisco i rally". Il sole era tramontato da poco. Il buio si era improvvisamente impadronito della casa rendendola ancora pi triste e silenziosa. Avevo sentito il bisogno di uscire, di riempirmi i polmoni di aria ghiacciata e pungente. Dopo una breve passeggiata, ero entrato in una pasticceria dove servivano la miglior cioccolata calda con panna del paese. Mio padre era cliente da anni e fui servito con ossequiosa premura. Erano trascorsi quattro giorni dall'ultimo incontro con Carla. Non si era pi fatta viva e io non l'avevo pi cercata. Quando mi aveva chiesto di non

avvertire mio padre per non mettere in pericolo la sua vita era come se mi avesse rifilato una staffilata in pieno viso. Quando squill il cellulare e lessi il suo nome sul display, rimasi l indeciso se rispondere o meno. Al quinto squillo alzai lo sguardo e vidi che tutti mi fissavano. Sapevano chi ero e adesso si chiedevano per quale misterioso motivo fissassi il cellulare senza rispondere. Pigiai il pulsante verde. "Sono arrivati tre camion e stanno caricando i bidoni" mi avvert. "Si sono decisi a far pulizia" commentai a voce bassa. "Credo che dovresti venire a vedere. Il panorama interessante". "In che senso?". "Vieni, sbrigati" tagli corto. Carla aveva ragione. Alla luce dei potenti fari che illuminavano il terreno, attraverso le lenti del binocolo, si distinguevano perfettamente i volti di diverse persone. "Qual Zuglio?" domand Carla. " quello basso, col giaccone beige, che sta parlando con Trevisan e Constantin". "Gli altri li conosci?". "Due li ho gi visti qui al deposito" risposi. "Gli altri tre non li ho mai visti". I cinque scagnozzi lavoravano alacremente e con precisione. Bidoni e taniche venivano dissepolti e caricati sui camion. I cani, eccitati, non smettevano di abbaiare. Carla mont un potente teleobiettivo su una macchina fotografica e inizi a scattare. "Ho dato fondo ai miei risparmi" spieg, regolando la messa a fuoco. "Mi serve un favore" aggiunse poco dopo. "Ho bisogno della tua macchina. Con la mia bicicletta avrei qualche problema a seguire i camion". Guardai Constantin che aveva acceso l'ennesima sigaretta. Mentre parlava non smetteva di guardarsi attorno. "Non ti lascio andare sola". Abbass la macchina fotografica e mi fiss. "Sei sicuro? Potresti trovarti coinvolto...". "Smettila di trattarmi come un bamboccio" sibilai. Lei sorrise, sorniona. I camion si misero in colonna, pronti a partire. Constantin, Trevisan e Zuglio salirono sulle rispettive macchine e si allontanarono verso il paese. "Ora tocca a noi" bofonchiai, sperando di non essermi cacciato in un brutto guaio. Sul cavalcavia di Mestre i camion si mescolarono agli altri mezzi pesanti che transitavano lentamente, sotto gli occhi vigili della polizia stradale. Poi entrarono in autostrada. All'altezza di Bologna eravamo ormai certi che si stessero dirigendo a sud. Si fermarono a fare rifornimento e gli autisti ne approfittarono per mangiare un panino. E Carla per immortalare i loro primi piani e le targhe dei camion. Gli autisti non superavano mai gli ottanta all'ora. Non volevano correre il rischio di essere fermati dalla stradale. Una semplice multa poteva stuzzicare la curiosit degli agenti. Li seguivamo mantenendo duecento metri buoni di distanza. "Giovanna non stata sincera con noi due" disse Carla rompendo un silenzio che durava da un bel po'. "Direi proprio di no". "Mi ha usata. Ero solo una pedina del suo piano" aggiunse risentita. "Ha usato tutti. Anche s stessa. E alla fine ha pagato con la vita".

"Ma noi le volevamo bene. Io ero la sua migliore amica e tu il suo fidanzato. Non doveva trattarci in questo modo". "Io cerco di non giudicarla. Lei voleva raccontarmi tutto e per me sufficiente". "Anche dopo aver visto quel video?". "S. Solo che ora mi sento pi distaccato" risposi cercando le parole giuste. "E difficile da spiegare. Giovanna somiglia sempre pi a un fantasma prigioniero di un incantesimo, che ha bisogno della punizione del suo assassino per trovare la pace". "E renderti finalmente libero di vivere" aggiunse comprensiva. Cal di nuovo il silenzio. Carla si addorment. Ogni tanto mi voltavo a guardarla pensando a quanto fosse diversa da Giovanna. La svegliai quando, poco dopo l'alba, i camion abbandonarono la provinciale e si inoltrarono nella campagna di Nola. In mezzo ai campi coltivati si levava il fumo di numerosi fal. "La terra dei fuochi. Il colore del fumo rivela quali schifezze stanno bruciando" inizi a spiegare Carla indicando in diverse direzioni. "Nero: residui plastici. Rosso: sostanze fosforose. Invece quello laggi azzurrino per la concentrazione di cromo". "Com' possibile, cos alla luce del sole?" domandai indignato. Carla ridacchi. "Qui comanda la camorra. Adesso hai capito con che razza di gente fanno affari Trevisan e Zuglio". Costeggiammo un canale da cui si levava un fumo denso e dall'odore acre. "Vedi, usano balle di stracci impregnati di solventi o alo-genati come base per i fuochi" continu a spiegare. "Fingono di distruggere gli stracci e intanto si liberano di rifiuti velenosi a un costo bassissimo". Ripartimmo e vedemmo in lontananza una fattoria e bufale che pascolavano pigramente. "Mozzarella alla diossina" ironizz con amarezza. "Qui la gente si ammala e muore. Cancro al fegato, leucemia". Nel frattempo i camion si erano fermati e dopo un po' vennero raggiunti da due automobili. Attraverso il binocolo vidi uno scambio di strette di mano tra gli autisti e i nuovi arrivati. Carla scatt una serie di fotografie, poi mi strinse forte il braccio. "Andiamo via, Francesco. Ho paura". Finalmente potei sfruttare la potenza della Lancia Thesis e il viaggio di ritorno fu pi breve. Poco prima di entrare in paese, Carla mi chiese cosa intendevo fare. Mi sentivo nauseato, amareggiato, indignato. Mio padre non immaginava certo che l'Eco T.S.R. trafficasse in rifiuti con la camorra. Non si trattava pi di una semplice truffa di paese ma di ecomafia. E non era pi possibile trattare con quella gente per tentare di sistemare la vicenda senza coinvolgere la magistratura. "Andiamo da Mele e gli consegniamo i rullini". "E tuo padre?". Alzai le spalle rassegnato. "Lo avvertir a cose fatte". Mele sbatt con forza la mano sulla scrivania. "E cos vi siete messi a fare gli investigatori". "Volevamo essere certi prima di..." tentai di giustificarci. "Zitto tu che sei pure avvocato e certe cose le dovresti sapere" sbrait. "Avete

compromesso le indagini. Alla ASL e al terreno di Zuglio hanno gi fatto pulizia. Non troveremo nulla di utile per trascinarli in tribunale". "Ci sono le foto e le nostre testimonianze" intervenne Carla. "Robetta, appena sufficiente a mettere in moto l'indagine. Se foste stati appena un po' pi furbi, li avremmo presi tutti con le mani nella marmellata". "Come pensa di muoversi?". "Un bel rapporto al giudice Zan con le vostre testimonianze e le fotografie di questi signori" rispose. "La prima cosa che dobbiamo verificare se questa faccenda dei rifiuti ha qualcosa a che vedere con l'omicidio di Giovanna". "Deve proprio trasmettere gli atti a Zan?" domandai, anche se conoscevo gi la risposta. Allarg le braccia. " lui il titolare dell'inchiesta". Carla e io firmammo il verbale e ci alzammo. "Avete detto tutta la verit o mi devo aspettare qualche altra sorpresa?" domand il maresciallo. Nessuno dei due rispose. Con un gesto della mano, il maresciallo ci invit a lasciare il suo ufficio. La segretaria mi inform che pap si trovava alla Fondazione per una riunione. Il gruppo Torrefranchi aveva sede in una grande villa lungo il fiume. Un tempo i notabili che arrivavano dalla citt preferivano la barca alla scomodit della carrozza. La villa era stata fatta costruire dal discendente di un doge alla fine del Seicento. Due secoli pi tardi la propriet era passata nelle mani di una ricca famiglia ebrea di Trieste. Durante la seconda guerra mondiale era stata requisita dal comando tedesco e i legittimi proprietari non erano pi tornati da Dachau. C'ero andato solo due volte con pap, in occasione di un premio letterario e a una cena di beneficenza per finanziare il reparto pediatrico del nuovo ospedale. Al cancello venni fermato da due tizi della security. Fisici muscolosi fasciati da completi grigi, capelli rasati e occhiali scuri. Il mio cognome non serv come lasciapassare. Mi dissero di aspettare mentre chiedevano l'autorizzazione per il mio ingresso. Dopo un paio di minuti mi fecero segno di proseguire. Sulla porta venni accolto da una gentilissima segretaria in tailleur blu e una targhetta dorata sul petto che la identificava come Mariangela. Mi accompagn in un confortevole salottino dove mi indic un tavolo imbandito di caraffe e pasticcini. "La riunione sta per terminare" disse. "Ho gi avvisato suo padre". Una decina di minuti pi tardi entrarono diverse persone. Erano troppo occupati a discutere tra loro e a servirsi di caff e bign per accorgersi di me. Poi arriv la contessa tallonata da Davide Trevisan. Selvaggia mi baci distrattamente sulle guance. "Tuo padre ancora occupato" mi avvert a bassa voce. Poi si diresse verso un gruppo di uomini che fumavano appartati. Trevisan si vers un bicchiere di succo di frutta. "La contessa ha vietato gli alcolici" sussurr in tono confidenziale. Ero davvero molto sorpreso di vederlo alla Fondazione, trattato come uno dei tanti soci. Dopo il colloquio con pap mi aspettavo che fosse stato cacciato a calci nel sedere. Invece era l, tranquillo e beato. Venne a sedersi nella poltroncina a fianco. "Ti ringrazio della discrezione con cui hai trattato la faccenda dei rifiuti" disse piano. "Come ho spiegato a tuo padre, sono stato truffato a mia volta da alcuni dipendenti".

Annuii cercando di mantenere la calma. Avrei voluto dirgli che alcune foto lo immortalavano davanti al terreno di Zuglio mentre la ruspa disseppelliva i bidoni, ma ci avrebbero pensato i carabinieri a parlargliene. "Stiamo facendo i bagagli" aggiunse, dopo aver addentato un pasticcino. "Tutti in Romania. In culo ai cinesi e al fisco". "Ti occuperai sempre di rifiuti?". Sorrise soddisfatto. "No. Ho comprato per una miseria i macchinari di una fabbrica di scarpe fallita e li ho spediti a Timisoara. La settimana prossima vado a selezionare il personale". Mi tocc il braccio con fare complice. "Una ventina di operaie carine e scopabili, ovviamente. In Romania il vero problema tenere l'uccello nei pantaloni". Mi chiesi come avevo fatto a frequentare un essere cos squallido e a considerarlo un amico. Avevo addirittura pensato di chiedergli di essere mio testimone di nozze. Giovanna si era ribellata. Aveva sempre definito Davide un uomo borioso e fasullo. Cos l'avevo chiesto a mio padre. Mi resi conto che Trevisan si era lanciato nella descrizione delle gioie rumene del sesso e decisi di fermarlo, cambiando discorso. "Certo che un sacco di operai finiranno per strada dopo il trasferimento". "i migliori li portiamo con noi" spieg. "Abbiamo bisogno di lavoratori specializzati che insegnino il mestiere. Quelli non sanno fare un cazzo". "E gli altri?". Alz le spalle. "Molti sono extracomunitari e se ne possono tornare a casa loro che di negri e marocchini ne abbiamo le palle piene". Poi abbass il tono della voce. "I nostri invece dovranno arrangiarsi. S'inventeranno qualcosa, la nostra gente si sempre rimboccata le maniche". In quel momento vidi mio padre entrare nel salottino. Mi venne incontro sorridendo. "Non ti sei fatto la barba stamattina" mi rimprover bonariamente. "Come mai sei qui? Devi dirmi qualcosa di urgente?". Sorrisi rassicurante. "No, pap. Avevo solo voglia di vederti e invitarti a pranzo". "Purtroppo sono gi impegnato". "Non c' problema. Sar per un'altra volta". Vagai per un paio di ore nella campagna. Non riuscivo a riordinare i pensieri. Pap avr avuto le sue buone ragioni ma non riuscivo a capire il suo modo di comportarsi. Non potevo pensare che avesse creduto alla menzogna di Trevisan sui dipendenti disonesti. Forse aveva deciso di crederci pensando che, comunque, col trasferimento del gruppo Torrefranchi in Romania, il problema dell'Eco T.S.R. sarebbe stato risolto. Il vero motivo per cui non gli avevo parlato prima di andare da Mele era che lui, alla fine, mi avrebbe convinto a non farlo. Ma pap non poteva rendersi conto della gravit di quel traffico. Non aveva visto la terra dei fuochi, i fumi colorati che appestavano l'aria. La gente si ammalava e moriva perch qualche industriale veneto voleva risparmiare sui costi di smaltimento dei rifiuti. Mio padre era probabilmente disposto a passare sopra tutto questo pur di realizzare il progetto della Fondazione. Io no. E per come si erano messe le cose, in quel momento avevo un'unica certezza. Per la Fondazione non avrei mai lavorato e tantomeno avrei messo piede nello studio di mio padre. Nel momento in cui l'inchiesta dei carabinieri sarebbe diventata pubblica, quelli della Torrefranchi mi avrebbero trattato come un appestato. E mio padre non mi avrebbe

mai perdonato di averlo tradito. La mia breve vita professionale in paese poteva dirsi conclusa. Ma dopo la visita alla Fondazione non ero cos certo che mi dispiacesse. Non accadde nulla per un paio di giorni. Poi una mattina arriv Carla e mi cacci un foglio sotto il naso. "Leggi" ringhi furiosa. Diedi una scorsa alle prime righe. "Ti hanno licenziato" farfugliai sorpreso. "Per essermi introdotta nel laboratorio al di fuori dell'orario di lavoro e aver usato le attrezzature per scopi personali" cit a memoria. "Secondo te come l'hanno saputo?". "Mio padre" risposi di getto. La guardai sconsolato. "Gliel'ho raccontato per convincerlo della gravit dell'inquinamento provocato dal deposito clandestino. Perdonami". Carla si lasci cadere su una sedia, sospirando. "Tanto mi avrebbero cacciato lo stesso. Ferrari un uomo di potere nell'ambiente della sanit pubblica e se lo avessi denunciato avrebbe mosso le sue amicizie". "Se ti consola anch'io non sono messo meglio. In futuro avr qualche difficolt a trovare clienti". Rimanemmo in silenzio, seduti uno di fronte all'altra. "C' una cosa che non ti ho detto" mormor imbarazzata. Non riusc a continuare e le presi una mano tra le mie. Carla ricambi la stretta e riprese a raccontare. "Quando lavoravo a Caserta, fui costretta ad alterare delle analisi. Questo favor una ditta di riciclaggio collusa con la camorra. Potrei dire che fui costretta a farlo, che se mi fossi rifiutata l'avrebbe fatto qualcun altro, per soldi. Io lo feci solo per paura. Ma lo feci. Alterare quei test significava permettere che migliaia di ettari di pascolo venissero inquinati con rifiuti tossici. Significa che io ho permesso che dei bambini bevessero latte avvelenato dalla diossina. Bambini che tra un anno potrebbero ammalarsi di leucemia". Lasciai andare la sua mano. "Ecco perch Giovanna ha fatto in modo di averti qui. E finalmente mi spiego perch eri cos informata sulla terra dei fuochi. Perch non me l'hai detto subito?". "Non ero obbligata a farlo". "C' qualcos'altro che devo sapere?". Carla non rispose. Prese dalla borsa un pacchetto di sigarette nuovo e lo apr con gesti nervosi. "Non usare quel tono con me" disse, avvicinando la fiamma dell'accendino alla punta della sigaretta. "Io non sono Giovanna, ficcatelo bene in testa. Non ti ho tradito, n mentito". Le sue parole ebbero lo stesso effetto di un ceffone in pieno volto. Me la stavo prendendo con l'unica persona che aveva il coraggio di raccontare la verit. "Immagino sia stata dura avere a che fare con quella gente" dissi in tono comprensivo. "Direi di s" ribatt duramente. "Avevo ventotto anni e arrivavo dal profondo nord. Ci hanno messo poco a terrorizzarmi. Una mezza frase oggi, un'allusione domani. cos che fanno. Mi sono sentita cos sporca che ho deciso che nella mia vita non avrei pi abbassato la testa". Fum in silenzio. Poi se ne and senza dire una parola. Quasi non me ne accorsi. Ero troppo impegnato a guardare dentro me stesso.

Giacomo Zuglio rimuginava, afflosciato nella poltrona del salone di casa. Per un attimo si era distratto a osservare il penoso spettacolo di quella mezza calzetta di sua moglie che se ne stava seduta al tavolo da pranzo fumando una sigaretta dietro l'altra, lo sguardo perso nel nulla. L'arresto di Lucio, il conseguente sputtanamento a livello pubblico e la scoperta del deposito clandestino di rifiuti avevano cancellato per un pezzo il sogno di entrare nella Fondazione. Trevisan era stato chiaro. "Non sei presentabile" gli aveva detto. Poi per aveva aggiunto che si trattava solo di aspettare che un po' di acqua passasse sotto i ponti. Doveva rassegnarsi ad aspettare. Non aveva fatto altro negli ultimi anni ed era stanco di dover avere a che fare con i galoppini come Constantin Deaconescu. Lui voleva sedere allo stesso tavolo della contessa. Il rumeno lo aveva avvertito che l'indomani ci sarebbe stato un blitz dei carabinieri nel suo terreno e alla sede dell'Eco T.S.R. e che sarebbero stati iscritti nel registro degli indagati con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata al traffico clandestino di rifiuti nocivi. Nulla di cui preoccuparsi, lo aveva rassicurato. Non avrebbero trovato niente di significativo per trascinarli in tribunale. I camion e gli autisti erano gi ritornati in Romania. Di Constantin c'era da fidarsi. Era uno tosto e nel suo paese, quando c'erano i comunisti, portava la divisa di capitano dei servizi di sicurezza. Zuglio era convinto che ora fosse l'uomo di fiducia della mafia rumena in zona, ma si era ben guardato dal fargli domande indiscrete. Ogni tanto Constantin gli aveva chiesto di "investire" certe somme in dollari e marchi. Banconote usate infilate nei sacchi della spesa o in quelli neri dell'immondizia. Quella mattina gli aveva dato appuntamento in una stradina di campagna. "Devi contattare Barovier e convincerlo a incontrarti" aveva detto. Zuglio aveva storto il naso. Non aveva nessuna voglia di vedere Alvise, e soprattutto non ne comprendeva il motivo. Il rumeno glielo aveva spiegato in poche parole e lui si era complimentato per la diabolica astuzia di quel piano. Il destino stava per ripetersi nella vita di Alvise Barovier. Aveva preso il cellulare dalla tasca del giaccone e aveva chiamato il motel. "Sono Giacomo Zuglio". "Cosa vuoi?" aveva chiesto Barovier, sospettoso. "Devo dirti qualcosa a proposito dei vecchi tempi". "Ti ascolto". "Certo che non impari mai. Non si parla al telefono". Alvise era rimasto in silenzio. "Allora?" lo aveva incalzato. "Dove e quando?". "Questa sera alle nove, all'allevamento di trote. Te lo ricordi?". Zuglio aveva interrotto la comunicazione sorridendo soddisfatto. Era stato facile. Alvise Barovier era uno stupido. Lo era sempre stato. Zuglio si stiracchi e controll l'orologio. Mancava poco all'appuntamento. Scese in cantina e prese un barattolo di pittura murale da un ripiano. Lo apr usando come leva un cacciavite. Dal colore estrasse un involucro di pellicola trasparente e lo sciacqu sotto il rubinetto. Strapp gli strati di plastica e controll che la pistola fosse carica. Alvise aveva un cattivo carattere. Ed era pi alto e pi grosso. Meglio premunirsi come gli aveva consigliato Constantin.

Non era il caso di tornare a casa con un occhio nero. Alvise consegn la chiave al portiere. Inforc la bicicletta rubata e inizi a pedalare nella notte. Dopo qualche centinaio di metri era gi affannato. Si riempiva i polmoni di aria ghiacciata per trovare la forza di mantenere la velocit. L'ansia aveva iniziato a divorarlo subito dopo la telefonata. E gli aveva impedito di ragionare lucidamente. Non si era reso conto dell'assurdit dei suoi pensieri che altro non erano se non la proiezione dei desideri di giustizia, riscatto e vendetta che lo avevano assillato in tutti quegli anni. Aveva trascorso l'ultima ora camminando su e gi per la stanza. Tre passi dal letto alla porta, tre e mezzo dalla porta al bagno. Si era convinto che Zuglio aveva finalmente deciso di dire la verit. O almeno quella parte che non lo coinvolgeva direttamente. Dopo la scoperta del deposito clandestino doveva aver capito che l'unica strada per non finire in carcere era quella di stabilire una o pi trattative. E Alvise non vedeva l'ora di trovarselo davanti. Zuglio lo avrebbe finalmente scagionato e lui sarebbe potuto rimanere in paese a occuparsi di Paola e di Lucio. Alvise non era mai stato cos confuso, debole e indifeso ma quando si era guardato allo specchio del bagno prima di uscire, aveva creduto di fissare il volto di un uomo vincente. Una decina di minuti pi tardi arriv all'allevamento di trote. Appoggi la bicicletta sulla fiancata della Ferrari di Zuglio senza preoccuparsi di graffiare la carrozzeria. Spinse il cancello ed entr. Il luogo era deserto e silenzioso. Zuglio lo attendeva appoggiato al palo di uno dei lampioni che illuminavano i corridoi tra le vasche. "Parla" ordin Alvise. "Che fretta c'?" ribatt Zuglio strafottente. "Piuttosto fatti guardare. Sei proprio ridotto male. Non si direbbe che un tempo frequentavi il bel mondo". Barovier perse il controllo e lo afferr per il bavero. "Sei stato tu a ridurmi cos" grid. Zuglio estrasse la pistola e gliela punt al petto. "Calmati e stammi lontano". Alvise, spaventato, fece un passo indietro. Sulle labbra di Zuglio si disegn un sorriso crudele. "Hai ragione. Sono stato io a rovinarti. Ma l'idea non stata mia". "E di chi, allora?". "Diciamo gente del tuo rango. Avevano un progetto e tu e il conte Giannino non ne facevate parte" rispose divertito. "A loro non interessava il mobilificio ma solo renderti inoffensivo per avere campo libero. Poi si sono presi tutto il paese". Nella mente confusa di Alvise si apr uno squarcio di lucidit. Avrebbe voluto gridare: "Ho capito tutto! Ho capito tutto!" come il matto del paese. Aveva solo un'ultima domanda per Zuglio. "Chi ha ucciso Giovanna? Sei stato tu?". Zuglio non rispose. Si limit a ridacchiare e a scuotere la testa. Alvise strinse i pugni e avanz di un passo. L'altro gli punt la pistola dritta al cuore. Uno sparo lacer il silenzio della campagna. La pistola cadde dalle mani di Zuglio che si port la mano al petto. Cerc di restare in piedi, riusc solo a fare due passi all'indietro e poi cadde nell'acqua ghiacciata di una vasca. Alvise si gir di scatto. Vide un uomo uscire dal buio. "Ti conosco" sussurr. "Sei il rumeno". Constantin non rispose. Gli pass vicino, raccolse da terra la pistola di Zuglio

e spar un colpo al cuore di Alvise che cadde fulminato. Poi la gett nella vasca e mise la sua in mano ad Alvise. Infil l'indice della sua vittima nel ponticello del grilletto e spar un colpo in aria. Poi si alz e si guard attorno soddisfatto. Era sempre stato bravo a manipolare le scene dei delitti. Si allontan pensando che ora non avevano pi nulla da temere. Zuglio era l'anello debole della catena. Se avesse parlato, avrebbe permesso ai carabinieri di ricostruire l'organigramma dell'organizzazione che gestiva il traffico di rifiuti. L'unica cosa che lo infastidiva era non sapere perch gli avevano ordinato di eliminare anche Alvise Barovier. Alle 6 del mattino scatt il blitz dei carabinieri. Vennero messi i sigilli al cancello del terreno e perquisiti l'Eco T.S.R., la finanziaria di Zuglio, il Diana e le abitazioni di Davide Tre-visan, Giacomo Zuglio e Constantin Deaconescu. Non trovarono nessuno. E tantomeno qualcosa di compromettente. Alle 8 e 20 il maresciallo Mele venne avvertito del ritrovamento di due cadaveri all'allevamento di trote. Alle 10 e qualche minuto mi chiam. "Alvise Barovier morto" annunci in tono formale. "Lui e Zuglio si sono sfidati a duello e si sono ammazzati a vicenda". Andai subito da Carla. Non volevo che lo venisse a sapere dal notiziario di Antenna N/E. Scoppi a piangere e si rifugi tra le mie braccia. Tornando a casa ricevetti una telefonata di mio padre. "Te l'avevo detto che era un assassino" disse senza tanti preamboli. "Non so come tu abbia potuto credergli. E non so nemmeno come tu abbia potuto tradire la mia fiducia". "Ho agito secondo coscienza, nel rispetto della legge" ribattei. "Me l'hai insegnato tu, pap". Ignor le mie parole. "Hai dimostrato di non essere abbastanza maturo per assumerti responsabilit importanti a livello professionale". "Mi stai cacciando dallo studio prima ancora che ci abbia messo piede?" domandai alzando il tono della voce. "No, ci mancherebbe. Sto solo dicendo che dovremo ridiscutere il tuo ruolo. Mi dispiace ma, almeno per il momento, non sei in grado di reggere la responsabilit dello studio". "A questo punto preferisco rifiutare l'offerta". "Devi lavorare con me se vuoi qualche cliente". "Allora ne far a meno". "Ti comporti come un ragazzino" sbuff spazientito. "Sto cercando di essere benevolo nei tuoi confronti. E solo perch stai attraversando un momento difficile per la morte di Giovanna". "Non ho bisogno della tua comprensione, pap". "Cerca di ragionare, Francesco. E soprattutto cerca di non deludermi". "Tu lo hai gi fatto" dissi, chiudendogli il telefono in faccia. Al notiziario delle 13, Beggiolin diede scarsa importanza all'inchiesta sul traffico dei rifiuti. Non solo perch la notizia forte della giornata era la morte di Alvise e Zuglio ma anche perch truffe di ogni tipo venivano scoperte tutti i giorni dalle forze dell'ordine. Ormai quel tipo di reato era endemico nel Nordest, bastava seguire quella trasmissione settimanale di difesa dei consumatori, trasmessa da un canale nazionale, per rendersene conto. Beggiolin

lesse la notizia con indifferenza. Maggiore attenzione, invece, dedic a un comunicato della Fondazione Torrefranchi che dichiarandosi completamente estranea ai presunti reati commessi, si rendeva disponibile a bonificare il terreno dell'ex deposito clandestino in nome della propria vocazione ecologista. Davide Trevisan, attraverso il suo legale, un galoppino di mio padre, aveva fatto sapere di trovarsi all'estero per affari e che sarebbe tornato al pi presto per chiarire la sua posizione. L'approfondimento dur non pi di due minuti e il particolare che Zuglio fosse uno degli inquisiti pass completamente inosservato. Poi, sullo schermo, vidi il corpo di Alvise riverso sul cemento. E quello di Zuglio mentre veniva estratto dalla vasca. Il giornalista non perse l'occasione di indugiare su particolari macabri, raccontando lo scempio del volto dell'ex funzionario di banca provocato dai morsi delle trote. Poi fu la volta di Mele che si rifiut di rilasciare dichiarazioni ricordando che le indagini erano ancora in corso e infine apparve Zan che, al contrario, si dimostr molto pi disponibile nei confronti di Beggiolin. Il giudice dichiar che non c'erano dubbi circa la ricostruzione dei fatti. Barovier e Zuglio si erano sparati a vicenda. Riguardo al movente fu altrettanto sicuro. Barovier nutriva un vero e proprio odio nei confronti di Zuglio ritenendolo responsabile del suo fallimento economico. Probabilmente lo stesso Barovier aveva convinto l'ex funzionario di banca a un incontro chiarificatore che per era tragicamente degenerato. Zan si sbagliava. E non era certo una novit. Alvise aveva voluto forzare la mano al destino. Non voleva accettare l'idea di ripartire sconfitto e senza scoprire quella verit che gli avrebbe permesso di ricominciare una vita in paese, occupandosi di Lucio e Paola. Doveva essersi procurato una pistola tra le sue vecchie amicizie di galera, convinto di poter costringere Zuglio a confessare. Ma l'altro non era affatto uno sprovveduto e si era presentato all'appuntamento armato. Pensai che era meglio per Alvise che fosse morto. Se avesse vinto quell'assurdo duello, avrebbe trascorso il resto della sua esistenza in carcere dopo un secondo, umiliante processo. Mi sentivo responsabile della sua morte. Lo avevo giudicato e trattato male. E avevo sottovalutato la sua disperazione. Squill il telefono. Era Prunella. "Hai visto a cosa servito aiutare Alvise? Ha ucciso ancora". "Non il momento...". "Non mi voglio occupare dei suoi funerali. Hai capito?" strill isterica. "Per la legge sei ancora sua moglie. E anche davanti a Dio" le ricordai con cattiveria. "Comunque non ti preoccupare. Ci penser io". Mi sciacquai la faccia. E poi telefonai a Zan. "Lucio Zuglio stato informato della morte dei suoi due padri?". "Non credo. Pensavo di mandare il maresciallo Mele a comunicargli la notizia". "Vorrei farlo io, se possibile". "Non c' problema. Passi a ritirare il permesso per il colloquio in tribunale". In ospedale mostrai il foglio firmato dal giudice all'agente di polizia penitenziaria. Lucio era disteso su un letto speciale per traumatizzati. Era conciato male ma i medici l'avevano dichiarato fuori pericolo. Mi guard con curiosit. "Ti conosco" disse a fatica. Il labbro superiore era stato ricucito fino

all'attaccatura del naso e gli mancavano due incisivi. "Sei Francesco Visentin". Presi una sedia e mi sedetti di fianco al letto. "Devo darti una brutta notizia". Strizz gli occhi. "So gi tutto" disse in un soffio. "Me l'hanno detto gli infermieri". "Mi dispiace che tu l'abbia saputo cos". "Si sono presi una soddisfazione" comment. "Qui mi odiano tutti". Allung una mano verso il comodino e prese un bicchiere da cui spuntava una cannuccia. "Dello stronzo non mi interessa nulla. A casa era un inferno" continu. "Invece per Alvise un po' mi dispiace. Era suonato come una campana ma simpatico. Veniva qui e non faceva altro che parlare di portarmi in Argentina. Ma non glielo aveva detto nessuno quanti anni di galera mi dovr fare?". Il ragazzo si atteggiava. Voleva sembrare un gangster dei film, invece faceva solo pena. "Vorrei assumere la tua difesa". Mi guard sospettoso. "Perch?". "Me lo aveva chiesto Alvise". Alz le spalle. "Per me va bene. Sempre meglio dell'avvocato d'ufficio". "Come hai conosciuto Giovanna?" domandai a bruciapelo. Fece una smorfia che somigliava a un sorriso. "Un giorno venuta davanti a scuola e si presentata. Tutto qui". "Come aveva scoperto che eravate fratelli?". "Qualcuno glielo aveva detto. Ma non so chi". "Quante volte vi siete visti?". "Boh, tre o quattro. Ci incontravamo in un ristorante a Treviso". Mi alzai e rimisi la sedia al suo posto. "Torner per farti firmare la nomina a difensore di fiducia". "Sono preoccupato per mia madre" disse. " un'alcolizzata e ha bisogno d'aiuto". "Parler con i servizi sociali del comune". "Pap - Zuglio intendo - aveva un bel gruzzolo da parte. Mamma pu permettersi una clinica privata". "Vedr quello che posso fare" promisi. Gli porsi la mano. Lui ricambi la stretta. "Mi dispiace per Giovanna" disse piano. Abbozzai un sorriso di circostanza e mi avviai verso la porta. "Io l'ho vista quella notte" sussurr indeciso. Mi voltai di scatto. "La notte dell'omicidio?". Annu. "Ero in giro con i ragazzi e l'ho vista parcheggiare l'auto nel vialetto d'ingresso di un villino". "A che ora?". "Sar stata l'una". "Ti sbagli. A quell'ora era a casa sua, a letto con il suo amante". "Era Giovanna. Ne sono certo" ribatt deciso. "Poi, verso le quattro e mezza sono ritornato da quelle parti e la sua macchina era ancora l". Scossi la testa infastidito. "Non dire stupidaggini" lo ammonii con durezza. "Alle quattro Giovanna era gi morta". Lucio sbuff. "Si sbagliano sull'ora. Se non mi credi, chiedilo alla contessa". "Che c'entra Selvaggia?". "Ho visto la sua Mercedes uscire dal villino".

"Filippo! Che fai al buio!". Selvaggia era entrata nell'atelier come un colpo di vento. Aveva acceso la luce e, attraversata la stanza, si era messa ad aprire le imposte dei tre grandi finestroni per far entrare la luce del giorno. Filippo non si era mosso dallo sgabello di lavoro dove fronteggiava la scultura ultimata. " finita, che ne pensi?" domand Filippo contemplando la scultura. Selvaggia le gett uno sguardo distratto e si limit a commentare: "Tempo perso. Come quello che sprechi nel tentare di coinvolgermi nel delitto di Giovanna". Filippo sorrise. "Il grande Moroncini ha una concezione davvero bizzarra del segreto professionale". "Attento Filippo, non tirare troppo la corda". "Altrimenti che fai?". L'aveva sfidata, per la prima volta in modo cos aperto. Non si aspettava la reazione della madre che cominci a ridere, prima sommessamente, poi pi forte, in modo addirittura sguaiato. "Sei proprio un imbecille" gli disse tra le risate. Poi usc lasciando aperta la porta dell'atelier. Filippo si alz. Richiuse le imposte. Raggiunse l'interruttore centrale e spense la luce. Attravers col suo passo claudicante la stanza che conosceva a memoria e torn a sedersi sullo sgabello da lavoro, davanti alla scultura. Facendo scorrere la mano lungo il filo elettrico, trov l'interruttore a peretta che comandava il faretto puntato sulla scultura. Con un ritmo costante e ossessivo cominci ad accendere e spegnere, accendere e spegnere. TIC TAC. Buio. Luce. La scultura era finita. E lei non l'aveva nemmeno guardata. Buio. Luce. La scultura era l, davanti a lui. Una madre bianca, levigata, di cera. Gli bastava premere il pollice sull'interruttore e sua madre spariva. Un altro click e quell'immagine fredda, funerea tornava a incombere su di lui. Il buio era rassicurante. La luce angosciosa. Il lavoro di un anno era compiuto, non c'era pi niente da fare per migliorarlo. "Tempo perso" gli aveva detto. Non gli restava che distruggerlo. O trasformarlo. Creare una nuova scultura. Rinascere dal corpo morto di sua madre. Dal ritratto della madre a un autoritratto. Luce. Doveva fare luce. Basta scappare. Basta inseguire chi era continuamente fuggito da lui. Scavare col ferro rovente dentro s stesso. Senza sotterfugi. Senza attenuanti. Avrebbe cominciato dalle ferite esteriori per arrivare ad estirpare quelle di dentro. Rimodellarsi, senza avere paura. Fuori dal buio. Sarebbe partito dal basso, dalla frattura del femore. Poi, appena si fosse sentito pronto, avrebbe inciso la guancia destra. Si sarebbe avventurato nella leggera deviazione del setto nasale. Avrebbe ridotto gli occhi e riplasmato i capelli. Cancellato i seni e arrotondato i bicipiti. Polsi e caviglie erano identici, sottili ed eleganti. Una metamorfosi. Un passaggio dalla morte alla vita. Buio. Luce. Lei. Lui. Col ferro e col fuoco. Non pi figlio. Al lavoro. Luce. E poi? Buio.

Il villino descritto da Lucio era una piccola ma elegante costruzione a un piano, al centro di un prato all'inglese circondato da una fitta e alta siepe di bosso. Dalla strada non si vedeva nulla e avevo faticato a trovare il vialetto d'ingresso. Scesi dalla macchina e mi avvicinai alla porta. Suonai, anche se ero sicuro che non ci fosse nessuno. Girai intorno alla casa cercando di sbirciare attraverso le imposte ma erano ben chiuse. Il racconto di Lucio non aveva senso. Non poteva aver visto Giovanna la notte del delitto, ma solo qualche sera prima. E poi che ci faceva insieme alla contessa? Non si potevano soffrire e di certo non avevano motivi per frequentarsi nottetempo. Ma se il ragazzo aveva detto la verit, potevo essere certo di aver trovato la casa del video. Per questo non mi feci nessuno scrupolo nell'infilare un robusto cacciavite tra i battenti di un'imposta. Il legno cedette con un rumore secco. Mi trovai di fronte a una finestra con tendine che mi impedivano la visuale. Fui costretto a forzarla. Il suono di una sirena d'allarme lacer l'aria. Dopo il primo attimo di panico mi ripresi e la spalancai. Riconobbi subito la madia, il tavolo e le sedie. E la porta che Giovanna chiudeva in faccia all'obiettivo. Risentii la sua voce che ripeteva: "Dai, smettila". "Ti ho trovato, bastardo" gridai pi forte della sirena. Il piantone mi inform che era il giorno di riposo del maresciallo. Gli dissi che dovevo parlargli urgentemente ma solo dopo molte insistenze, e con grande riluttanza, mi confid che potevo trovarlo al campo di bocce di una certa osteria dalle parti del fiume. Mele era impegnato in una partita a squadre. Faceva coppia con il barbiere della piazza. Gli avversari erano in vantaggio con due bocce incollate al pallino. Dopo essersi consultato con il suo compagno, prese una breve rincorsa e si esib in un lancio a parabola che fece schizzare il pallino contro la parete di fondo. Lo chiamai. Si avvicin pulendosi le mani con un fazzoletto. "Ogni tanto vengo qui a dare lezioni ai veneti" scherz. Poi not il mio nervosismo. "Che succede?". Tirai fuori dalla tasca la macchina digitale di Giovanna. "Devo farle vedere una cosa". Mele salut i suoi amici, suscitando le loro proteste per la partita interrotta. Salimmo nella sua macchina. Gli mostrai il video e gli raccontai di Lucio e del villino. "Hai detto che scattato l'allarme". "S". "C' stata un'effrazione, allora?". "Certo, sono stato io". Mi afferr il braccio. "Non sappiamo chi stato" precis. "Sappiamo solo che forse stato compiuto un reato. E magari i ladri sono ancora dentro". "Maresciallo non la capisco" sbottai spazientito. Sorrise. "Se la mettiamo cos non c' bisogno di chiedere il mandato di perquisizione al giudice". "Non si fida di Zan?". Mele non rispose. "Vai al villino e aspettami. Passo per la caserma a prendere un ragazzo della scientifica". "Ma perch? Basta scoprire a chi appartiene la villa e sapremo il nome dell'assassino".

"No, non basta. E adesso si fa come dico io". L'allarme aveva smesso di suonare. Il vicebrigadiere della scientifica si infil un paio di guanti di lattice, entr dalla finestra che avevo forzato e apr la porta per farci entrare. "Ho staccato l'allarme" annunci. "Non toccare nulla, Francesco" si raccomand il maresciallo. Il villino, a parte i mobili, era completamente vuoto. L'esperto della scientifica riusc a evidenziare solo impronte confuse. "Maresciallo, qui passata la Fulgida". "Proviamo in bagno" disse Mele. Il vice brigadiere prese una lunga e sottile pinzetta d'acciaio e inizi a frugare nello scarico della vasca da bagno. Riusc a estrarre qualche capello lungo e biondo e lo infil in una busta trasparente. "Pensa che siano di Giovanna?" domandai. Annu deciso. "Credo che sia stata uccisa qui". "Qui? Ma il corpo stato trovato nella vasca di casa sua". "Ma non c'erano impronte oltre alle tue, a quelle di Giovanna e della donna delle pulizie. L'assassino per cancellare le sue avrebbe cancellato anche le vostre. E questo stato il primo elemento che mi ha insospettito" spieg. "E poi nei polmoni sono state trovate tracce di sali da bagno diversi da quelli rinvenuti a casa sua. E i calcagni avevano delle piccole abrasioni, come se il corpo fosse stato trascinato per qualche metro". "Non capisco perch l'assassino ha corso tanti rischi per riportare il corpo di Giovanna a casa". "Abbiamo a che fare con un assassino furbo ma pasticcione" disse. "Ha tentato di farci credere che Giovanna era stata vittima di un incidente ma ha commesso una serie di errori". Poi all'improvviso ricordai un particolare. "Se Giovanna stata uccisa qui significa che Lucio ha detto la verit anche sulla contessa". "Verificheremo" borbott. "Anche se mi pare inverosimile. Che ci faceva qui con Giovanna e il suo amante? Un'orgia?". Avevo una teoria diversa ma non era il momento di parlarne. "Adesso informer il giudice Zan?" domandai. "Non ci penso proprio" rispose. "Prima voglio aspettare l'esito delle analisi sui peli e sui capelli. Nel frattempo scoprir a chi appartiene il villino e svolger delle indagini discrete. Voglio presentarmi con un rapporto inoppugnabile". "Le indagini discrete sono anche le pi lente" commentai. " passato pi di un mese e mezzo dall'omicidio. Qualche giorno in pi non cambia nulla" ribatt. "L'importante prenderlo". Il vicebrigadiere sistem alla meglio le imposte che avevo forzato e uscimmo dalla casa. "Inutile che ti chieda di non dire niente a nessuno. Mi far vivo io appena scopro qualcosa" disse Mele. Poi prese dalla tasca del giubbotto la macchina digitale e me la porse. "Non necessario allegarla agli atti. Almeno per il momento". Gli rivolsi un sorriso di gratitudine e montai in macchina.

Ad Antonio Visentin l'ultima iniziativa di Selvaggia non era piaciuta. Con i figli stavano sbagliando tutto. La relazione del professor Moroncini delineava un quadro clinico che faceva di Filippo poco pi di un idiota privo di autonomia, pericoloso per s stesso e di conseguenza anche per gli altri. L'appuntamento con il magistrato che avrebbe dovuto stabilire l'eventuale interdizione era fissato per il mattino successivo e Visentin aveva deciso di fare un ultimo tentativo con Filippo, pur sapendo che avrebbe suscitato l'ira di Selvaggia. Ma i figli, per Visentin, erano la possibilit di vivere oltre la propria morte, di continuare attraverso loro nel futuro. Far interdire Filippo avrebbe significato recidere le radici pi profonde, interrompere quell'asse ereditario che aveva consentito alle loro famiglie di governare e prosperare attraverso qualunque contingenza storica, qualunque regime politico. Ogni trasformazione politica e sociale del Nordest era stata accompagnata e controllata dalle loro famiglie. Questo Selvaggia non poteva capirlo fino in fondo. Per la prima volta aveva avvertito nei suoi confronti la profonda differenza che li separava. Un oceano vasto quanto le decine di generazioni di cui Antonio Visentin era il risultato. Selvaggia stava violando l'unico, vero tab: quello ereditario. E Visentin sentiva il dovere di impedirglielo. Per quante trasformazioni stesse subendo il Nordest, il potere delle famiglie doveva rimanere intatto. Altrimenti sarebbe stato per tutti l'inizio della fine. Quando lo vide entrare nell'atelier, Filippo si affrett a coprire con un lenzuolo bianco la scultura su cui stava lavorando. Visentin affront l'argomento con tatto, cerc di spiegargli le conseguenze legali e psicologiche dell'interdizione, il marchio di discredito che un tale atto giuridico avrebbe stampato sul nome dei Calchi Renier. Erano gli stessi argomenti che aveva inutilmente usato con Selvaggia. Rimase sorpreso e ferito nel constatare l'atteggiamento remissivo, addirittura mansueto di Filippo. "Ho sempre fatto quello che mia madre mi ha detto di fare" gli aveva risposto. "Se mia madre vuole questo, questo sar. Alla fin fine non me ne importa niente". Il vecchio avvocato aveva insistito, aveva parlato come un padre, ma Filippo si era chiuso in un mutismo ostinato che lo aveva convinto delle ragioni di Selvaggia. Con Filippo, unico erede dei Calchi Renier, la stirpe rischiava comunque di estinguersi. Selvaggia gli aveva raccontato dell'ultima insensatezza di Filippo. La contessa aveva fatto incontrare il figlio con Isabella Beghin, una ragazza di rara bellezza, dal carattere mite, figlia dei Beghin delle concerie. Si pu dire che Selvaggia l'aveva selezionata geneticamente. Ma al primo incontro, Filippo le aveva fatto credere che gli restava a stento un anno di vita. La ragazza se l'era data a gambe, dopo avergli consigliato di farsi curare all'estero. Ormai Filippo viveva in un isolamento quasi autistico. Come si potevano mettere gli affari in mano a un figlio che accusava la madre di essere coinvolta in un omicidio? Insomma, era uscito da quel tetro atelier con la convinzione che l'interdizione era l'unica soluzione possibile. Visentin cominciava a essere confuso su tutto, su cosa fosse giusto e cosa sbagliato. Forse aveva ragione Selvaggia che, durante l'ultima discussione a proposito di Filippo, l'aveva definito il pi ipocrita nella terra degli ipocriti, per poi aggiungere: "Tu e io siamo una perfetta coppia di carnivori: la leonessa e lo sciacallo, accomunati dalla passione per le gazzelle". L'unica differenza era che Selvaggia non aveva paura di dirlo mentre a lui

faceva spavento il solo pensarlo. Il maresciallo Mele non mi diede notizie per tre lunghi giorni. Tre giorni di ansia insopportabile. Si present a notte fonda. Nevicava da qualche ora. Neve fradicia che non riusciva ad attecchire al terreno. Quando ero piccolo la neve restava una settimana buona. "Peli e capelli appartenevano a Giovanna" annunci togliendosi il giaccone bagnato. "E sono state rilevate le stesse tracce dei sali da bagno rinvenute nei polmoni. Non ci sono pi dubbi che sia stata uccisa nel villino". "Notizie del proprietario?". "Una societ con sede nel Principato di Monaco" rispose deluso. "E che se ne fanno di un villino qui in paese?". "La societ solo un paravento per evadere il fisco e far girare quattrini senza tanti problemi. La domanda giusta da porsi chi, in paese, pu disporre di incastri societari cos complessi?". "La Fondazione Torrefranchi" sussurrai. "Il villino della Fondazione, Francesco. E qui torna in ballo la contessa. Sono andato a parlare con Lucio e mi sono convinto che, quantomeno, ha visto la sua macchina quella notte". "Pensa che sia coinvolta nel delitto?". "Non lo so. Per mi sono chiesto come stato trasportato il corpo di Giovanna dal villino a casa sua. All'inizio avevo pensato che l'assassino avesse usato la Mazda di Giovanna, ma le analisi della scientifica lo hanno escluso". "Avr usato la sua macchina. O la Mercedes della contessa" lo anticipai. "L'auto della contessa era una delle ipotesi basate sul racconto di Lucio. Per scrupolo ho verificato e ho scoperto che dopo il delitto ha cambiato macchina. E autista". Il maresciallo si alz, si avvicin al vassoio dei liquori e si vers due dita di marsala invecchiato. "Allora mi sono incuriosito ancora di pi e ho scoperto che l'autista era rumeno, tale Toader Tomusa che stava in galera in Italia e il giorno dopo la scarcerazione stato assunto dalla contessa". " risaputo che Selvaggia finanzia un progetto di reinserimento per ex detenuti". "Una vera filantropa" comment sarcastico. "Ma non trovi strano che, ovunque ti giri, trovi un rumeno? Constantin Dea-conescu, i suoi dipendenti del Diana e quelli dell'Eco T.S.R. venivano tutti dalla Romania". "Mafia?" azzardai. Annu. "Come tutte le altre organizzazioni ha basi nel Nordest. Questo il posto giusto per riciclare il denaro sporco in attivit legali. Basta andare al bar per trovare imprenditori disposti a fare affari senza preoccuparsi della fedina penale dei soci". Annuii. Il quadro era sempre pi chiaro. "Il gruppo Torre-franchi sta per trasferirsi in Romania" gli confidai. "Hanno costruito una nuova zona industriale alla periferia di Timisoara". Dall'espressione di sorpresa capii che il maresciallo era all'oscuro dei piani della Fondazione. Bevve d'un fiato il marsala e si infil il giaccone. "Cosa pensa di fare?". "Senza elementi nuovi la mia indagine si conclude qui". "Ma sta scherzando? Se non si fida di Zan, vada dal procuratore generale, lui l'ascolter". "Significherebbe gettare nel cesso quel poco che abbiamo scoperto" sbott. "Zan e il procuratore sono persone per bene, solo che...". Si interruppe per cercare le parole giuste. "Hanno una naturale inclinazione a essere benevoli e

confidenziali nei confronti della Fondazione. Non posso presentarmi e dire che sospetto la contessa di essere coinvolta in un omicidio. Mi prenderebbero per pazzo e lei lo verrebbe a sapere dopo due minuti". "E allora facciamo scoppiare uno scandalo. Informiamo la stampa nazionale". "La Fondazione rappresenta il pi importante gruppo industriale della zona. Le aziende investono una fortuna nelle pubblicit sui giornali. Temo che gli interessi in gioco siano pi importanti della morte di Giovanna". "Io non star a guardare" annunciai bellicoso. "Mi sembra giusto. Tu hai pi possibilit di me di scoprire la verit". "E come?". "Tuo padre. Non ho dubbi che abbia le mani in pasta negli affari della Fondazione, ma ricordo quando arrivato a casa di Giovanna dopo la scoperta del delitto. Era distrutto dal dolore e non credo che sia disposto a guardare da un'altra parte". Mele scivol fuori dalla porta senza fare alcun rumore. Aveva ragione. Pap non avrebbe permesso che l'assassino di Giovanna restasse impunito, ma di sua spontanea volont non avrebbe mosso un dito contro il suo stesso ambiente. Bisognava metterlo con le spalle al muro per costringerlo ad agire. La presenza della contessa al villino poteva avere un'unica spiegazione: l'assassino era Filippo. Non ne avevo parlato col maresciallo per via dell'alibi che ci eravamo forniti a vicenda. Un errore a cui avrei dovuto presto rimediare. Avevo eliminato Filippo dalla rosa dei sospetti perch non volevo credere che Giovanna fosse tornata a fare l'amore con lui. E a pensarci bene anche la frase "Sono diventata la puttana dell'uomo che mi ha rovinato la vita" aveva un senso se riferita a Filippo. Si era quasi ucciso dopo che lei lo aveva lasciato per mettersi con me. Giovanna si era sentita in colpa per l'incidente e lui non aveva mai smesso di tormentarla. Quando era venuto al Diana per parlarmi di lei, doveva averla gi uccisa. Si era fatto vedere solo per costruirsi l'alibi mentre la madre e l'autista spostavano il corpo e preparavano la messinscena. La mattina dovetti rinunciare a radermi. Le mani mi tremavano. Avevo trascorso la notte riflettendo sul modo migliore per parlare a mio padre ma ero riuscito solo a mettere in fila una serie infinita di pensieri confusi. Per tutta la vita avevo ritenuto pap il migliore degli uomini. Mi ero considerato fortunato ad averlo come maestro di vita e nella professione. Dopo la morte di Giovanna, giorno dopo giorno, quell'immagine era andata in pezzi. Una volta resa giustizia a Giovanna con l'incriminazione di Filippo e di Selvaggia, mi sarei definitivamente allontanato da lui e dal suo ambiente corrotto. La cosa che mi rendeva ancora pi triste era la consapevolezza che sarebbe stato un sollievo anche per lui. Non ero il figlio che aveva voluto. Disposto a immolarsi al successo e agli affari senza il minimo scrupolo. Conoscevo bene le giustificazioni morali di pap. Antonio Visentin, il grande avvocato, il migliore di tutti, non faceva altro che consigliare i suoi clienti nel migliore dei modi. Se poi questi si ponevano al di fuori della legge non erano problemi che lo riguardavano. Il suo fine era solo quello di tutelare i loro interessi. Ma un cliente come la Fondazione aveva rapporti con la mafia rumena, inquinava l'ambiente e chiss di quante altre illegalit era responsabile e lui non poteva ignorarlo. Ed era questo ad allontanarmi da pap. Mi aveva sempre mostrato la faccia pulita e rigorosa della professione, pensando che, col passar del tempo e

con il disincanto dell'esperienza, avrei accettato anche quella sporca. Non era andata cos. Ci eravamo giudicati male a vicenda. Uscii da casa deciso a superare in scaltrezza il grande avvocato per costringerlo a trattare. Parole come padre e figlio ormai non avevano pi alcun senso. Quando entrai nello studio, mi sentii per la prima volta un estraneo, nonostante l'affetto e la simpatia delle segretarie. Mio padre mi accolse freddamente. Gliene fui grato. Un gesto d'affetto avrebbe sgretolato la mia determinazione. Fui rapido e conciso. Parlai del villino, delle prove, di Filippo, della contessa e attesi la sua reazione. All'inizio era impallidito ma poi si era ripreso e aveva esibito il ghigno dell'avvocato pronto a distruggere il teste. "E cos sarebbe Filippo il colpevole e Selvaggia addirittura la sua complice" esord sarcastico. "Non mi ero mai reso conto che tu avessi un'immaginazione cos fervida e una memoria cos labile. Ti ricordo che Filippo il tuo alibi...". Era arrivato il momento di affondare il colpo. "C' un teste che ha visto uscire la Mercedes della contessa dal villino alle quattro e mezzo di mattina". Ovviamente non specificai che si trattava di Lucio altrimenti si sarebbe fatto una grassa risata e mi avrebbe cacciato dallo studio a calci. Rimase di sasso. Solo un attimo, il tempo di ponderare la notizia. "E questo teste avrebbe visto solo la macchina di Selvaggia?" chiese in tono gelido. "S". "Ha gi deposto?". "Non ancora. Prima volevo definire la faccenda con te". "Cosa vuoi?". "La confessione di Filippo". Si pass una mano sul volto e mi fiss dritto negli occhi, riflettendo. "In questo momento Filippo in tribunale" disse dopo un po', in tono neutro. " a colloquio col giudice che deve decidere sulla richiesta di interdizione avanzata da Selvaggia. E non ci sono dubbi che verr accettata". "Ma guarda un po' che coincidenza" lo interruppi. Ignor le mie parole. "Sempre che sia realmente colpevole, cosa a cui non credo, devi tener presente che una volta interdetto, Filippo non finir mai in carcere. Sar una passeggiata sostenere l'incapacit di intendere e di volere nel momento in cui commetteva l'omicidio". "Lo so bene. E a me non interessa che un povero demente venga punito col carcere. Voglio solo giustizia". "Questo significherebbe trascinare in corte d'assise anche Selvaggia". "E il suo ex autista" puntualizzai. "Per complicit in omicidio". Dischiuse le labbra mostrando i denti. "Perfino un avvocato inesperto e ingenuo come te riuscirebbe a farli assolvere" ribatt in tono perfido. "Tu dovresti rinunciare al tuo alibi, e una testimonianza a quasi due mesi di distanza indubbiamente incerta. Senza contare il fatto che bisogna dimostrare che dentro la Mercedes c'era il cadavere di Giovanna. Pensi di trovare un giudice disposto a sostenere un'accusa cos infondata?". " stato Filippo" ringhiai. "Vuoi fargliela passare liscia?". "No. Il problema che, comunque, Selvaggia non deve essere coinvolta." "Cosa proponi?".

"Se colpevole e, ripeto, tutto da dimostrare, lo faremo rinchiudere in una clinica dove rimarr il tempo necessario per curarsi e non essere pi in grado di nuocere agli altri e a s stesso". Mi alzai. "Sono disgustato" sbottai. "A te interessa solo salvare Selvaggia". "Voglio impedire che una persona per bene venga infangata pubblicamente". Evitai di commentare l'elogio di Selvaggia. Ero troppo demoralizzato. Mio padre mi aveva messo al tappeto e non avevo possibilit di rialzarmi. Tutto quello che aveva detto era vero. Ancora una volta avevo sbagliato nel valutare gli elementi in mio possesso. Mi aveva offerto la possibilit di una giustizia decisa tra le famiglie ma preferivo quella dei tribunali. Non persi tempo a dirglielo. Mi avrebbe riso in faccia. Mi rifugiai da Carla e le raccontai ogni cosa. Si accese una sigaretta e and a fumare alla finestra, voltandomi le spalle. "Hai letto il giornale?" domand dopo un po'. "No. Avevo altro per la testa". Prese un quotidiano dal tavolo e me lo porse. "A rischio il ricambio generazionale ai vertici delle aziende" titolava a tutta pagina l'articolo di apertura dell'inserto economico. Le associazioni di categoria dell'industria e del commercio del Nordest esprimevano la loro preoccupazione per l'incapacit dei rampolli delle grandi famiglie a prendere il timone delle aziende fondate dai padri. Uno psichiatra di fama era stato chiamato a tenere delle conferenze sul tema. Secondo il professionista questi giovani erano cresciuti nella certezza del successo e adesso erano incapaci di affrontare la crisi economica. "Le grandi famiglie sono in crisi. E allora?" domandai. " la fine delle grandi famiglie" puntualizz Carla. "Almeno qui in paese. N tu n Filippo porterete avanti la tradizione di famiglia e i vostri genitori se ne stanno andando in Romania portandosi via aziende e quattrini". "Forse non cos negativo" commentai. "Resteranno solo macerie e rifiuti". Lessi ad alta voce le ultime righe dell'intervista allo psichiatra che si dichiarava ottimista: la gente di questa terra sapeva rimboccarsi le maniche e ripartire da zero. "Gi. Il mito dei veneti laboriosi e cocciuti" ironizz. "La gente come tuo padre e la contessa ha fatto quello che ha voluto e ora nessuno gli chieder il conto". "Cosa vuoi dire?". "Che non devi stupirti se Selvaggia non finir sotto processo. E se Giovanna non otterr giustizia. Da queste parti le cose funzionano cos". "Mi devo arrendere?". Alz le spalle e non rispose. Mentre tornavo a casa venni affiancato dalla Mercedes della contessa che mi fece segno di fermarmi. Entrai nel parcheggio di un negozio e scesi dalla macchina. Selvaggia si limit ad abbassare il finestrino. "Giovanna era solo una puttanella e ha avuto quello che si meritava" sibil gelida. "Per questo Filippo l'ha uccisa?" domandai cercando di mantenere la calma. "Non stato Filippo e io non sono mai andata in quel villino. Quella notte ero

a casa". "Le credo sulla parola" ribattei sarcastico. "Ricordati che se affondo io, affondiamo tutti. Tuo padre per primo". Il finestrino scuro si richiuse silenziosamente e la Mercedes ripart. Risalii in macchina tremante di rabbia. Poi per mi calmai e riuscii a riflettere su quanto era accaduto. La reazione scomposta di Selvaggia e la sua ultima frase potevano significare che forse non si sentiva cos al sicuro. Forse era il caso di insistere a cercare un elemento per inchiodarla. Tanto ormai non avevo pi nulla da perdere. Nell'ufficio del magistrato preposto al procedimento di interdizione, Filippo aveva risposto a tutto, senza tentennamenti. Alla domanda su quanto potesse valere Villa Selvaggia, aveva risposto con sicurezza "Un euro", e cos via. Sua madre poteva essere contenta. Magari stava festeggiando nel letto del suo psichiatra. All'uscita dal tribunale Filippo si era recato dal ferramenta e aveva comprato una bella corda, la pi robusta che avevano. Poi, per fare bene le cose, era andato nell'unica libreria del paese dove aveva comprato un manuale sull'arte di fare i nodi. E adesso era l, nel suo atelier, in compagnia del proprio autoritratto in cera che sembrava guardarlo con accondiscendenza. Mentre disponeva un'estremit della corda a forma di S, vide tutto, per la prima volta, sotto una luce diversa. Sua madre, il giudice e il professor Moroncini gli apparivano come i personaggi di una farsa in cui ognuno recitava due parti. L dentro, nell'ufficio del magistrato, avevano dato vita a una specie di macabro balletto. Lo avevano circondato con imbarazzate moine e a lui era tornato in mente quel quadro di Edvard Munch in cui uomini e donne sembrano venire incontro a chi guarda come inconsapevoli cadaveri a passeggio. Morti, erano morti ma continuavano a brigare, intraprendere, congiurare come se il mondo fosse appena nato, come se niente fosse esistito prima di loro. Convinti di essere unici, indistruttibili, immortali. E poi il pazzo, quello incapace di intendere e di volere, era lui! "Iniziate ad avvolgere le due gambe gemelle del cappio utilizzando la cima corrente" lesse dal manuale ed esegu con precisione. Porre fine. Era questa l'unica libert possibile. In un primo momento aveva pensato di farlo nella vasca da bagno. Ma gli era sembrato di cattivo gusto nei confronti di Giovanna. E poi un'impiccagione era pi scenografica, dava un tocco artistico. Per questo si stava esercitando da un'ora con il manuale poggiato sul leggio da musica. Gli piaceva leggere e rileggere le asettiche istruzioni: "Gli ordinati avvolgimenti di questo nodo sono indice della sua notevole resistenza a pesanti carichi". Stupendo. Era come se l'anonimo autore del manuale conoscesse bene il macabro uso cui erano destinate le sue istruzioni e mantenesse un freddo distacco per non sentirsi coinvolto in un omicidio o in un suicidio. Perch era questo il naturale utilizzo di un cappio, o nodo scorsoio o, appunto, nodo dell'impiccato. Certo che avrebbe dato qualunque cosa per vedere la faccia di sua madre quando l'avesse trovato. Cosa avrebbe fatto di fronte alla ribellione del suo fantoccio? Chi avrebbe chiamato? Il maggiordomo? Visentin? O lo avrebbe tirato gi da sola? Era convinto che avrebbe potuto farcela. Nessuno era forte come lei. E Moroncini? Se avesse perso di botto tutti i clienti non gli sarebbe

dispiaciuto. Diede un ultimo giro di corda per completare il cappio. Fece scorrere la cima corrente. Allarg l'asola e vi infil la testa dentro. Prov a far scorrere il nodo finch sent la corda stringergli la gola. Si sfil il cappio, controll la lunghezza, tir pi volte per testare l'elasticit. Era un cappio perfetto, a nove spire. Le classiche sette suggerite dal manuale gli erano sembrate poche. Con nove era pi sicuro. Ora si trattava solo di attendere il giorno giusto. In quel momento si rese conto che il cellulare squillava da un pezzo. Doveva essere sua madre. Ormai era l'unica persona a chiamarlo. Quando lo prese in mano deciso a spegnerlo si rese conto che il display indicava un altro numero. Incuriosito pigi il tasto verde per rispondere. Dopo l'incontro con Selvaggia mi ero convinto che se volevo arrivare a qualche risultato dovevo far leva sull'instabilit psicologica di Filippo. Senza un piano preciso, presi il cellulare e cercai il suo nome nella rubrica. Rispose dopo un'infinit di squilli. "Tua madre ti rinchiuder in una bella clinica da dove uscirai quando sarai vecchio e scemo" dissi d'un fiato. "Non ne vedo il motivo" comment tranquillo. "Lei e mio padre vogliono evitare il processo in corte d'assise, dove verrebbe condannata per essere stata tua com-plice". "Di cosa stai parlando?". "Hai gi dimenticato di avere ucciso Giovanna?". Filippo rimase in silenzio. Per continuare a provocarlo gli raccontai come aveva ucciso Giovanna al villino e come sua madre si era disfatta del corpo. Filippo sbuff annoiato. "Sei fuori strada. Mia madre mi ha fatto interdire perch ho detto al mio analista che era un'assassina" spieg prima di chiudere la comunicazione. "Filippo ha detto esattamente queste parole?" domand il maresciallo Mele. "Si" risposi. "Non hanno senso" comment. "E poi quel ragazzo non ; ci sta con la testa. Mica l'hanno interdetto senza motivo". "Selvaggia odiava Giovanna. Forse ha saputo che Filippo ci andava a letto ed andata al villino dopo che il figlio se n'era andato e l'ha affogata con l'aiuto dell'autista". Mele alz le mani in segno di resa. "Prima era stato Filippo, adesso la madre con l'autista..." sbott. "L'unica cosa certa che Giovanna stata uccisa al villino e un paio d'ore dopo Lucio ha visto la Mercedes della contessa uscire dal vialetto". Il maresciallo inizi a sorridere soddisfatto. "Ho trovato la Mercedes" annunci in tono trionfante. "L'autista aveva pagato uno sfasciacarrozze di Pordenone che ha una fedina penale lunga un chilometro per distruggerla, ma quello invece se l' tenuta per rivenderla oltre confine. I colleghi l'hanno trovata nel corso di un controllo di routine". "Finalmente un po' di fortuna" commentai. "E non tutto" continu ancora pi soddisfatto. "Ho mandato subito il vicebrigadiere della scientifica a fare i rilievi. Ha trovato l'impronta di un'intera mano su una superficie metallica. di Giovanna. Probabilmente il braccio uscito dalla coperta o dal telo in cui l'avevano avvolta". "E allora fatta".

"Diciamo che si tratta di un significativo passo avanti" ribatt cauto. "Sufficiente a incriminare l'autista ma non la contessa. E poi il rumeno fuggito da un pezzo, non lo troveremo mai. Dobbiamo trovare il modo di inserire Selvaggia nel delitto". "E come si pu fare?". "I tabulati del telefono di casa e del cellulare" rispose. "Se il figlio l'ha chiamata in soccorso dopo aver ucciso Giovanna deve esserne rimasta traccia. Non una prova fondamentale ma insieme a quella della macchina dovrebbe essere sufficiente per obbligare il giudice a iscriverla nel registro degli indagati". "Ma per ottenere i tabulati necessaria l'autorizzazione del magistrato" obiettai. "Per me sicuramente. Ma per te...". A met pomeriggio del giorno seguente entravo nel bagno di una multisala in provincia di Padova per incontrare un tizio che mi avrebbe dovuto consegnare i tabulati della contessa. Non sapevo chi fosse. Aveva organizzato tutto Mele. Mi aveva detto di consegnargli una busta con 5.000 euro e di dimenticare subito la sua faccia. Il segno di riconoscimento era una sciarpa blu che pendeva dalla tasca del mio cappotto. Quando entrai c'erano due persone che si stavano lavando le mani. Un ragazzo e un uomo sulla quarantina con i capelli tagliati corti. Li imitai. Il ragazzo usc subito. L'uomo si asciug le mani con calma attendendo che lo facessi anch'io. Poi estrasse una busta dalla tasca e me la porse. Gli diedi i soldi. Si ferm un attimo a controllare il contenuto. Poi spar. Mi chiusi in una toilette e aprii la busta. Conteneva due fogli. Quello che corrispondeva al numero della villa di Selvaggia non riportava nessuna telefonata tra le 21.00 e le 8,30 del mattino seguente. Quello del cellulare invece segnalava numerose chiamate fino alle 23.00. Poi nulla fino alle 3,26. Quando lessi il prefisso rimasi deluso perch non era quello del cellulare di Filippo. Poi per controllai meglio e capii tutto. Sapevo chi aveva ucciso Giovanna. Composi il numero. L'assassino rispose al quarto squillo. "Sei stato tu" lo accusai. Mio padre non disse nulla. Poi riattacc. Selvaggia si trovava a cena con un imprenditore bulgaro, a cui stava rifilando vecchi macchinari buoni solo per la rottamazione, quando Antonio aveva telefonato per avvertirla che Francesco aveva scoperto la verit. Come era potuto accadere? Come aveva scoperto la verit? Non si era mai trovata a fronteggiare l'ineluttabilit degli eventi. Aveva sempre avuto il tempo di calcolare, controllare, manipolare. Per la prima volta una punta di panico si era insinuata dentro di lei. Era una sensazione odiosa da cui per non doveva farsi travolgere. Uscita dal ristorante, si era fatta portare in villa. Aveva appena il tempo di spogliarsi dell'abito da sera, indossare qualcosa di comodo, svuotare la cassaforte dello studio di soldi e documenti e ficcare tutto in una borsa. Sal di corsa le scale che conducevano al piano superiore. Spalanc una porta dietro l'altra, fino alla camera da letto di Filippo. Suo figlio non c'era. Guard in bagno, ma non era nemmeno l. "Sar nell'atelier" pens stizzita e si rituff di corsa gi per le scale. La porta dell'atelier era chiusa. Alla maniglia era attaccata la scritta "Do not

disturb", decorata con un teschio disegnato a mano, da Filippo ovviamente. Selvaggia spalanc con rabbia la porta dell'atelier e lo chiam a gran voce, come se volesse rimproverarlo di tutto quello che stava succedendo. Niente. La stanza era al buio. Accese la luce, fece un passo e sgran gli occhi. Lasci cadere in terra la borsa e soffoc con le mani sulla bocca un urlo di raccapriccio. Nell'angolo da lavoro penzolava il corpo di suo figlio, impiccato con un cappio che pendeva da una trave di legno del soffitto. Indossava il camice da scultore. Il volto era in penombra e le gambe erano nascoste da un paravento. Filippo. Con le gambe che le tremavano, Selvaggia trov la forza di avvicinarsi al corpo penzolante come un sacco sollevato dal pavimento. Gir intorno al paravento e si costrinse a guardare. Ci che vide la lasci senza fiato: alla corda era impiccato non Filippo ma il suo simulacro, la scultura di cera che lo raffigurava fedelmente. L'effetto era raccapricciante e irridente, proprio come aveva voluto il suo beffardo creatore. Selvaggia spalanc la bocca per lo stupore e dalla gola proruppe un urlo che aveva qualcosa di ancestrale come la rabbiosa impotenza del ruggito di una belva ferita a morte. Seduto nello scompartimento deserto, Filippo ebbe la sensazione che il ruggito di Selvaggia fosse giunto fino a lui. Ovviamente era impossibile, non poteva nemmeno prevedere a che ora sua madre sarebbe rientrata. Ma a volte l'immaginazione ci mette in contatto con qualcosa di profondamente reale. Per la prima volta in vita sua aveva fatto le cose con matematica precisione. Aveva chiuso le tende dell'atelier, posizionato il fantoccio in base al giusto taglio di luce, dato gli ultimi ritocchi alla sua messa in scena, attaccato il cartellino alla maniglia ben sapendo che solo sua madre avrebbe osato disturbarlo. Poi era uscito a piedi, assicurandosi che nessuno si fosse accorto della sua assenza e aveva raggiunto la stazione in quaranta minuti. Il giorno prima era passato in banca dove aveva svuotato il conto personale e trasferito gli altri fondi su una banca svizzera, come gli aveva insegnato l'avvocato Visentin. L'interdizione non era ancora esecutiva e non avrebbero fatto in tempo a bloccarglieli. In stazione c'era ancora gente, per lo pi pendolari che rientravano a casa. Il suo era l'unico scompartimento vuoto. Guard l'orologio. Mancavano tre minuti alla partenza. La porta scorrevole dello scompartimento si apr. Filippo vide entrare una bella ragazza dai capelli neri, lunghi e lisci. Era infagottata in un giaccone di montone e spingeva faticosamente in avanti una voluminosa valigia imitazione Vuitton. " libero?" chiese a Filippo senza nemmeno guardarlo. Filippo rispose svogliatamente, indicando con la mano aperta il sedile di fronte a lui. La ragazza cerc di sollevare la pesante valigia per sistemarla sul portabagagli. Dopo un paio di tentativi rinunci e sistem il bagaglio sul sedile accanto a lei. "Finch non viene nessuno" si giustific parlando pi a s stessa che a Filippo. Filippo si limit ad annuire. Non aveva previsto di dividere il viaggio con qualcuno. E poi si vergognava di mostrare la sua zoppia. Senza un motivo preciso domand: "Dov' diretta?". La ragazza lo guard per la prima volta. Anche lei non sembrava propensa alla

socializzazione da treno. Per rispose, forse per educazione o perch sperava che Filippo l'avrebbe aiutata a sistemare la valigia: "Ovunque, purch lontano da qui". Filippo annu di nuovo, timidamente. Era una bella risposta. La risposta giusta. Gli sarebbe piaciuto che "Ovunque" fosse il nome di una localit. Ovunque, Altrove, Lontano. Tappe della sua ignota destinazione, citt di una nuova geografia mentale tutta da inventare. Guard con pi attenzione la ragazza ed ebbe la sensazione di averla gi vista. Ma si guard bene dal chiederglielo, non avrebbe mai voluto iniziare la sua nuova vita con un ricordo del passato, sia pure di scarsa importanza. Eppure... Si fece coraggio e si present con un semplice: "Piacere, Filippo". "Alida" rispose la ragazza con un fugace sorriso. "Non un nome italiano...". L'osservazione era di una banalit sconcertante, degna di un pappagallo di provincia. Magari era questa la sua natura nascosta. "Sono venezuelana" spieg la ragazza e Filippo non os andare oltre. Il treno aveva cominciato a muoversi. Appena uscito dalla stazione, fu inghiottito dalla nebbia. Filippo guard fuori dal finestrino. Chiss, pens, forse il Nordest sarebbe tornato a essere terra di contadini, mentre la Romania sarebbe diventata un polo industriale infestato da gas velenosi, con citt pullulanti di immigrati italiani. "Le dispiace se abbasso la tendina?" chiese alla ragazza seduta di fronte a lui. "Faccia pure. Tanto l fuori non c' proprio niente da vedere". Lo aveva detto con quel tono grintoso eppure dolce che hanno i latino-americani anche quando parlano del tempo. Ma forse era veramente arrabbiata, forse anche lei si era ribellata, o stava scappando da qualcosa, o da qualcuno. Filippo schiacci l'interruttore e la tendina di stoffa grezza si abbass lentamente, chiudendo il sipario su quel tetro scenario. Sul suo passato. "A ogni modo fatta" pens, ed era il pensiero pi semplice che avesse mai formulato coscientemente. Chiuse gli occhi, desideroso di assopirsi, e senza sapere il perch ebbe la sensazione che mentre teneva le palpebre abbassate la ragazza lo stesse osservando. Fu allora che, per la prima volta, Filippo sorrise. Antonio Visentin era disteso sul divano di pelle di quel luccicante yacht che serviva solo a scaricare i costi di rappresentanza della Fondazione. La bottiglia di cognac a portata di mano. Da quando era arrivato non aveva smesso di bere. Dopo la telefonata di Francesco aveva preso le valigie che teneva sempre pronte e si era diretto al porto di Jesolo. Non riusciva a credere di essere stato scoperto. Fino all'ultimo era stato sicuro di poter gestire la faccenda senza problemi. Francesco non avrebbe mai potuto sospettare di suo padre. Invece era successo qualcosa che non aveva previsto. E ora gli toccava fuggire. Non per sempre, ovviamente. Sarebbe riuscito a sistemare le cose come aveva sempre fatto, ma con Francesco non c'era pi nulla da fare. Ormai lo aveva perduto. Avrebbe dovuto imparare a convivere con il suo odio. Nel silenzio gli giunse il rumore di un'auto che si avvicinava. Non si mosse. Non sarebbe stato in grado di farlo, troppo cognac a stomaco vuoto. Il cabinato sembr illuminarsi di luce propria, erano i riflessi dei fari sui

vetri e gli ottoni. Una piccola magia che lo fece incantare per una ventina di secondi. Quando i fari si spensero, sent in rapida successione due sportelli che sbattevano. Sprofondato nel buio, ascolt i passi sulla passerella di legno. La porta si apr e la luce lo accec. Si protesse gli occhi con una mano e attraverso le dita aperte riconobbe Selvaggia, elegantissima nel completo sportivo di Herms. Sembrava pronta per partire in crociera. L'unico elemento stonato era la borsa portadocumenti che stringeva nella mano destra. "C' dello champagne nel secchiello" le disse. "Per festeggiare la nostra partenza". Continuando a fissarlo Selvaggia ordin al suo autista di aspettare fuori. L'alcol lo rendeva analitico ma gli precludeva qualunque iniziativa. Se si fosse mosso, la testa avrebbe cominciato a vorticare e sarebbe finito in ginocchio a vomitare ai piedi di Selvaggia. E questo non sarebbe mai dovuto accadere. Selvaggia pos la borsa su una poltrona e gli si avvicin. Raccolse il secchiello da champagne in cui il ghiaccio si era ormai sciolto. Mise da parte la bottiglia vuota e, con un unico movimento, afferr il secchiello e gli gett in faccia l'acqua fredda. Lo fece con una sola mano, senza enfasi, come una mamma che svuota il secchiello del suo bambino nella sabbia prima di risalire dal mare. L'acqua sul viso gli fece bene. Si mise a sedere a gambe larghe, le braccia abbandonate ai lati del corpo, la testa che ciondolava in avanti. "E cos non ci sarebbero stati problemi" lo accus colpendolo in pieno viso con la mano aperta. Una parte di lui reag. Le afferr il polso prima che potesse ritirare la mano. Strinse forte. Senza rabbia, piuttosto con la disperazione di un uomo che si aggrappa a un cornicione per non precipitare. "Lasciami" sibil Selvaggia. Cerc di metterla a fuoco. "Lasciami, ho detto!". Il dolore la rendeva ancora pi autoritaria. Moll la presa. Selvaggia scost la mano con un gesto rabbioso. "Dobbiamo salpare subito. tutto organizzato. Ci aspettano a Spalato e di l ci portano in Romania". Selvaggia gli si sedette accanto e cambi musica: " tempo che una contessa rimetta piede in Romania, non ti pare?". Quella donna era incredibile. Riusciva persino a scherzare. Le sarebbe piaciuto baciarla e sbatterla sul divano, sporcarle di sperma lo scamiciato di Herms, dimostrarle che non era finito. Avrebbe voluto stringerle il collo fino a farle sparire quella smorfia arrogante dalla faccia. Avrebbe voluto... "Io non vengo" riusc a dire. Aveva cambiato idea all'improvviso. "Non fare il mona. I tuoi giochetti da avvocato non servono pi. finita". "Devo parlare con Francesco" rispose cocciuto. "Per dirgli cosa? Che sei il porco che aveva tradito Alvise e che poi ha costretto Giovanna a diventare la sua amante? E che poi l'hai uccisa quando lei ha minacciato di dire tutto proprio a lui, a Francesco? Pensi che tuo figlio possa capirti? Perdonarti? No, Filippo mi odia per molto meno". L'autista si affacci e si rivolse a Selvaggia come un attendente da campo al suo colonnello prima della ritirata. "Contessa, dobbiamo andare". Selvaggia annu, consapevolmente. "Accendi i motori".

L'autista annu e richiuse la porta con discrezione. "Io scendo". "Antonio" disse Selvaggia cercando di farlo ragionare, "finora te la sei cavata perch quello che hai fatto talmente inconcepibile che tuo figlio si aggrappato a qualunque possibilit pur di non arrivare alla verit. Ma ora troppo tardi. Se non ce la fai ad accettarlo, tanto vale che ti ammazzi". La guard con ammirazione: "Non so dove trovi tutta questa forza". L'autista accese i motori. Fu come una scossa. Muovendosi con prudenza riusc a mettersi in piedi e a fare qualche passo verso l'uscita. "Antonio!". Lui si gir e gli sembr lontanissima. "Cosa pensi di fare?" gli chiese incredula. "Voglio vedere mio figlio" disse con la mano che gi stringeva la maniglia di ottone. Il freddo salmastro fu come una seconda secchiata d'acqua. Non doveva avere un bell'aspetto a giudicare da come l'autista che stava sciogliendo gli ormeggi lo guard. Il passo basculante non dipendeva dal beccheggio della barca. Il mare paludoso era immobile. Respir a fondo ingoiando nebbia e sale. Era l'aria che aveva respirato fin da bambino, un'aria malsana per chiunque non fosse nato nel Nordest. Un colpo d'onda, forse arrivato da una petroliera al largo, fece oscillare lo yacht. Barcoll e si sent afferrare per un braccio dall'autista, accorso in suo aiuto. Si scroll di dosso quella mano importuna e affront la passerella con tutta la determinazione che l'oscillazione della barca gli consent. Tocc terra con soddisfazione. Per un attimo sulla passerella aveva temuto di finire in acqua. Ma lui era Antonio Vi-sentin e i Visentin non cadono mai. Si gir a guardare lo yacht. L'autista rumeno era passato ai comandi dopo aver alzato la passerella. Il piccolo panfilo aveva cominciato a puntare lentamente verso il largo. Selvaggia non usc a salutarlo. Probabilmente era rimasta seduta sul divano di pelle. Gli era sembrato di intravedere la fiammella del suo Dupont con cui probabilmente si era accesa uno di quei sigari che le piacevano tanto. L'aveva introdotta lui alla passione per quelli cubani. Lo yacht ebbe un'improvvisa accelerata, s'impenn lasciandosi dietro una schiuma giallastra. Rimase a guardarlo mentre scompariva nella foschia notturna. Si domand se avrebbe pi rivisto Selvaggia. Di una cosa era certo, non l'avrebbe raggiunta a Timisoara. Non avrebbe lasciato il Nordest come stavano per fare tutti. Mentre il buio gli si stringeva attorno, sal sulla Jaguar e telefon a Francesco. Ero tornato in paese da un pezzo e stavo dando la caccia a mio padre. Prima di denunciarlo volevo parlargli. Avevo una sola domanda: perch? Perch era andato a letto con Giovanna? Perch lei lo considerava l'uomo che le aveva rovinato la vita? Perch l'aveva uccisa? Ero disperato ma la rabbia che mi aveva invaso la mente mi impediva di crollare. Sarebbe accaduto dopo, alla fine di tutto. Ero andato alla villa di mio padre, poi allo studio e anche da Selvaggia. Non c'era.

Si doveva essere nascosto da qualche parte oppure era fuggito con la sua complice. Ero disposto a seguirlo in Romania ma alla fine avrebbe risposto alle mie domande. Sentii il trillo soffocato del cellulare nella tasca del cappotto. Era lui. "Ti devo parlare" disse con la voce impastata. "Non credere di convincermi a non denunciarti" urlai. "Anche se sei mio padre devi finire in corte d'assise". "Ti aspetto al ponte di ferro sul fiume". Era un vecchio ponte costruito dagli alleati alla fine della guerra al posto di quello vecchio, distrutto dai tedeschi in ritirata. Pap e io ci andavamo a pescare. Mi domandai perch avesse scelto quel posto buio, freddo e deserto a quell'ora della notte. Da lontano vidi la Jaguar con i fari accesi, le luci di cortesia accese e la portiera spalancata. Pigiai con rabbia sull'acceleratore e accesi gli abbaglianti. Pap teneva una mano appoggiata al parapetto, l'elegante cappotto di sartoria aperto e la cravatta storta che pendeva sopra la giacca. Strizzava gli occhi per difendersi dalla luce dei fari. Sembrava un vecchio che si era perduto. La rabbia che avevo represso fino a quel momento divent incontrollabile. Raccolsi dei sassi e iniziai a tirarglieli addosso. Lo colpii sul petto, sulla spalla e sulla fronte. Tent di non sfuggire ai sassi, poi per istinto alz una mano per proteggere il volto. Mi fermai a una distanza di tre passi e raccolsi un sasso pi grosso degli altri. "Perch!" gridai. "Perch?". "Non mi ha dato scelta" rispose con voce incerta. "Ti avrebbe detto tutto". Con un balzo gli fui addosso e lo buttai a terra. "Tutto cosa?". "Aveva capito che la rovina di Alvise era opera mia e di Selvaggia" rispose cercando di rialzarsi. "Ha iniziato a sfidarmi in un gioco sottile e perverso e siamo finiti a letto". "Ti eri innamorato?". "No. Era solo un gioco. Giovanna amava solo te". "Come hai potuto?" urlai. Alzai la pietra pronto a spaccargli la testa. A ucciderlo. Pap alz le mani per fermarmi. "No! Non ce n' bisogno" balbett prima di arrampicarsi sul parapetto. "Non essere cos vigliacco" gridai cercando di afferrarlo. Mi guard appena e si lasci cadere nel fiume. Udii il tonfo. Poi pi nulla. Bussai alla porta di Carla tremando di freddo. Carla mi fece entrare senza dire una parola. Con i denti che mi battevano le dissi tutto, che mio padre si era ucciso e che questo mi bastava. Ora sapevo la verit che nessun altro avrebbe dovuto conoscere. I giochi erano chiusi. Accarezzandomi una guancia, Carla mi disse soltanto: "Se non racconti la verit diventerai come lui". Fu allora che scoppiai in un pianto dirotto e con una voce che non era la mia dissi: "E io adesso? Come far ad avere un figlio? Come potr... dimenticarlo?". Carla mi abbracci, con infinita dolcezza. Mi accorsi che piangeva anche lei, in silenzio.

"Vieni" mi disse, "ti accompagno". Mi presentai in caserma e chiesi di Mele. Al maresciallo bast un'occhiata per capire che era successo qualcosa di grave. "Chiami il giudice Zan" dissi. "Devo fare una dichiarazione". Il giudice ci mise un'ora ad arrivare. Nel frattempo ero rimasto in silenzio a fissare la parete di fronte. Mele mi aveva fatto compagnia, in piedi al mio fianco. Zan era seccato per essere stato svegliato nel cuore della notte. "L'ascolto" disse, accomodandosi sulla poltrona del maresciallo. "Mio padre Antonio Visentin si suicidato poco pi di un'ora fa gettandosi dal vecchio ponte di ferro. Prima di morire ha confessato di avere ucciso la mia fidanzata Giovanna Barovier in un villino di campagna e di aver trasportato il corpo di Giovanna nella sua casa con la complicit della contessa Selvaggia Calchi Renier e del suo autista rumeno". Zan mi fissava esterrefatto. "Proceda con la stesura del verbale, per favore" gli dissi. "Lei sconvolto" bofonchi il giudice. "Forse il caso che rifletta bene...". "Dottor Zan!" esclam indignato il maresciallo Mele. Il giudice si schiar la voce imbarazzato, poi si decise a raccogliere la mia testimonianza. In realt non avevo molto da dire ma volevo che ogni mia parola fosse trascritta con meticolosa precisione. Uscii dalla caserma un paio d'ore pi tardi. Carla era l ad aspettarmi. Gett la sigaretta sull'asfalto umido e mi prese sottobraccio. Mentre camminavamo nel buio pensai che mi sentivo stranamente forte. Forte abbastanza per affrontare la situazione. Per affrontare il paese. "Gloria al padre, al figlio e allo Spirito Santo. Com'era in principio ed ora e sempre". Il rosario era appena cominciato e la voce stentorea di don Piero rimbombava nella chiesa semivuota. "Nei secoli dei secoli. Amen". Il gruppo di preghiera riunito per la veglia funebre di Antonio Visentin aveva risposto in un bisbiglio che era riecheggiato lungo le navate deserte come un soffio di vento. Nessun altro, nemmeno Francesco, aveva voluto pregare per quell'anima dannata. Prunella era inginocchiata in prima fila, vestita di nero con un velo che le copriva il capo. Si era unita al coro meccanicamente, sebbene l'incipit del rosario fosse quanto di pi appropriato al suo stato d'animo. Gloria al padre, al figlio... Alvise era morto. Giovanna era morta. Antonio era morto. "Nel primo mistero doloroso si contempla l'orazione di Ges nell'orto degli ulivi" stava recitando l'anziano parroco. Il primo mistero doloroso. Mistero e sacrificio. Questa era la sostanza delle morti violente e ingiuste. La morte sempre ingiusta. La morte di una figlia, poi, contronatura. Prunella era viva e si sentiva profondamente colpevole. Perch suo era il peccato che stava all'origine di quella tragedia, di tutta quella sofferenza. Anni prima, mentre suo marito era chiuso in carcere, lei era andata a letto con Antonio

Visentin, l'amico di famiglia, l'avvocato che avrebbe dovuto scagionarlo. Si era data a Visentin per vendetta nei confronti dei mille tradimenti del marito. E lo aveva fatto nel momento in cui Alvise aveva pi che mai bisogno di lei, di sua moglie, la donna che aveva condotto all'altare, che aveva abbracciato il sacramento di fedelt, di dedizione. In povert e in malattia. In povert. Era questo che non aveva saputo perdonargli. Aveva sposato l'uomo pi ricco del paese per poi abbandonarlo perch l'aveva ridotta in povert. Alvise era stato il primo e unico. Fino ad Antonio, che era stato il secondo e ultimo. Con Alvise era durata sedici anni. Con Antonio pochi mesi. Si era stancato presto di lei, dei suoi sensi di colpa. Probabilmente se l'era portata a letto per calcolo, per distogliere da Alvise l'unica persona che avrebbe potuto battersi per lui. Alvise amava la vita, la bella vita. Amava le donne, il gioco, le scorribande con gli amici. Ma non era un delinquente. Non sarebbe mai stato capace di fare ci di cui l'avevano accusato e condannato. Eppure lei aveva preferito credere alle bugie di gentaglia come Giacomo Zuglio, alla logica di Antonio Visentin, al giudizio sommario del paese. E alla fredda sentenza di un giudice. L'unica sua colpa era stata molto pi grave delle tante colpe di Alvise. Perch Alvise l'aveva tradita tante volte ma non l'avrebbe mai abbandonata, come invece aveva fatto lei. Rinnegandolo, aveva creduto di salvare la propria apparente virt. "Nel secondo mistero doloroso si contempla la flagellazione di Ges in casa di Filato" stava recitando don Piero. La sua voce le giungeva distante, affievolita dal ronzio dei suoi pensieri. Antonio era stato il suo Pilato. Non aveva fatto nulla per evitare ad Alvise, al suo amico d'infanzia, la flagellazione. Ma quello che era accaduto negli anni successivi era stato ancora peggio. E non aveva nessuna attenuante. Nonostante avesse abbandonato Alvise, il paese aveva abbandonato anche lei. E nel cadere in disgrazia, si era macchiata del suo secondo peccato. Si era fatta divorare dall'invidia. Nei confronti di Antonio e soprattutto di Selvaggia. Quella donna odiosa, volgare, arrogante, prepotente, infedele che da anni dominava il paese come un'indiscussa regina. Quella donna intoccabile che poteva toccare tutto e tutti a suo piacimento. Prunella si era convinta che Antonio, dopo averla lasciata, fosse diventato il suo amante. E questo l'aveva resa cieca di rabbia. "Nel terzo mistero doloroso si contempla l'incoronazione di spine". Quando Giovanna, dopo tanta sofferenza per il padre, aveva iniziato a rifarsi una vita, Prunella, invece di gioire come una buona madre, si era fatta prendere da un'insana gelosia. Non poteva sopportare che sposasse un Calchi Renier o un Visentin. Aveva instillato in sua figlia il tarlo del sospetto. Nel corso degli anni era riuscita a scoprire alcune parti di verit. Don Piero le aveva confidato che Alvise era il padre del giovane Lucio. E qualche anno dopo, dedicandosi ai derelitti, aveva avuto modo di conoscere El Mato, quello che girava per il paese con un vecchio eskimo e gridava: "Ho capito tutto! Ho capito tutto!". Un giorno d'estate era andata a trovarlo nella sua baracca in campagna per portargli dei vestiti usati e l'aveva visto mentre si lavava in un catino. La pelle del torace era straziata da vecchie ustioni. Con pazienza era riuscita a farsi raccontare come se le era procurate. Era stato lui ad appiccare il fuoco al mobilificio. Era stato pagato da un uomo di fiducia della contessa ma i soldi non li aveva mai toccati. Li conservava ancora in una vecchia borsa nascosta sotto il letto. Prunella lo aveva osservato mentre stropicciava tra le dita quelle vecchie

banconote da 50.000 lire. Quando aveva sparso la benzina nel deposito delle vernici era ubriaco e le fiamme lo avevano avvolto in un attimo. L'uomo della contessa lo aveva portato oltre confine a curarsi. Poi era tornato ma non era pi stato lo stesso. Prunella era convinta che non lo avessero eliminato solo perch ormai era diventato inoffensivo. "Nel quarto mistero doloroso si contempla la salita di Ges al Calvario caricato della croce". Con Giovanna non era stata sincera. O no. Era stata subdola, insinuante come solo gli invidiosi sanno essere. L'aveva spinta a indagare il mistero, fornendole quelle poche ma fondamentali verit un po' alla volta. L'equilibrio di Giovanna era talmente fragile, la ferita dell'abbandono ancora aperta. Ma lei aveva affondato il coltello della falsa speranza proprio l, nel cuore. E poi, come una donnetta, si era nascosta, non aveva voluto sapere in quale direzione avesse spinto quella figlia cos disperata. In nome di una verit che non sarebbe mai venuta alla luce, l'aveva spinta nel buio dell'inferno. E adesso era l, a recitare il quinto mistero doloroso in cui si contempla la crocifissione e morte di Ges in croce. A sviscerare il mistero di una moglie meschina e di una madre ingannevole. Di una donna che professava l'amore sacro sui banchi di una chiesa per nascondere a s stessa l'incapacit di amare senza condizioni. Condannata al segreto dall'orgoglio e dall'ipocrisia. Maledetta nei secoli dei secoli. Amen. Il giornalista di Romania Libera, il pi autorevole quotidiano rumeno, attese che il fotografo terminasse il servizio sulla contessa Selvaggia Calchi Renier. Si trovavano nel suo studio, nella nuova sede del Gruppo Torrefranchi a Timisoara. Il giornalista era impressionato dall'eleganza dell'arredamento. Il fotografo inizi a smontare le luci e la contessa gli fece cenno di avvicinarsi. "Sono a sua disposizione" disse sorridendo. L'uomo sorrise a sua volta e si accomod dall'altra parte della scrivania. "Come mai un gruppo cos importante come il Torrefranchi ha scelto di trasferire le proprie attivit in Romania?" domand. "Perch un Paese ricco di materie prime e di risorse umane, in grado di offrire molte possibilit a un gruppo dinamico come il nostro". "Qui a Timisoara operano oltre 1.200 aziende italiane sulle 13.000 presenti nel Paese. Un giornale italiano l'ha definita una provincia del Nordest. Condivide questa affermazione?". "Mi sembra impropria, nel senso che noi siamo solo ospiti" rispose con diplomazia. "Per la presenza del Nordest indubbiamente forte. La maggior parte delle aziende e dei 10.000 italiani che risiedono a Timisoara proviene da quella zona". "In una precedente intervista lei si dichiarata insoddisfatta del nuovo codice del lavoro rumeno...". "Certo. Pone troppi limiti al diritto delle aziende di licenziare e di contrattare i salari. Per continuare a essere concorrenziali abbiamo bisogno di un mercato del lavoro sempre pi flessibile". "L'Italia il principale partner economico della Romania ma solo al sesto posto nella classifica degli investimenti...". "Il gruppo Torrefranchi ha adottato da sempre una politica differente in questo delicato settore. Abbiamo allestito la nostra zona industriale con grande attenzione alle infrastrutture, costruendo strade e riparandone altre. E ci

occupiamo noi stessi dello smaltimento dei rifiuti. Inoltre stiamo progettando una scuola e un asilo per i nostri dipendenti". "Gratuiti?". Selvaggia sorrise. "I nostri prezzi sono sempre concorrenziali". "Molti industriali italiani si lamentano della corruzione delle autorit del nostro Paese...". "La corruzione una piaga che danneggia la Romania, in particolare il settore delle dogane. Noi chiediamo solo regole certe per operare senza incertezze". "Ora una domanda personale: lei si dichiarata vittima di una montatura della giustizia italiana...". "Una montatura politica" precis la contessa. "Come buona parte delle inchieste che vedono coinvolti imprenditori. Ma sono certa che si risolver tutto. solo questione di tempo".