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Progressive rock italiano

Introduzione alla 1^ edizione

Questo lavoro vuole essere solo una racolta di materiale dedicato ad un genere musicale
considerato ormai del passato ma che coinvolge ancora oggi numerosi fans.

Anche se il fenomeno è legato ad un preciso periodo che si posiziona soprattutto attorno agli
anni '70, non mancano nuovi dischi in linea con il Progressive Rock o "Rock sinfonico" come
dovrebbe essere più correttamente chiamato, in Italia, il genere musicale.

La maggior parte dei commenti ai vari album deriva dall'ottimo lavoro pubblicato sul sito "Manlio
Progressive Reviews"
Altri articoli invece derivano dalla rivista Ciao 2001 con i commenti soprattutto di Enzo Caffarelli.
Altri ancora da:"Pagine Settanta" e molte altre.
In rari casi ho inserito note personali per quei dischi che non ho trovato recensito da nessuna
altra parte.

Sito internet dedicato al progressive rock in genere


http://www.split.it/users/aboz/engine/artista.asp

Sito internet dedicato al


progressive rock soprattutto
italiano

http://it.geocities.com/manlioprog/index2.html

Notevole la quantità di notizie dedicate al Rock Progessive italiano.


I commenti in questo caso sono di Sergio Caffarelli
http://digilander.libero.it/ciao.2001/

Sito internet dedicato al progressive


rock italiano. Peccato che sia in lingua
inglese!!!
http://www.italianprog.com/

1
Sommario

Artista Titolo an
ACQUA FRAGILE Acqua Fragile 19
AKTUALA AKTUALA 19
Alan Sorrenti Aria 19
Alan Sorrenti Come un Vecchio Incensiere all' Alba di un Villaggio 19
Deserto
ALBERTO RADIUS Carta Straccia 19
ALBERTO RADIUS America Good-Bye 19
ALLUMINOGENI Scolopendra 19
APOSTHOLI Un'isola senza sole 19
APOSTHOLI Ho smesso di vivere 19
AREA Arbeit Macht Frei 19
AREA Crac! 19
AREA Maledetti 19
AREA Gli Dei Se Ne Vanno, Gli Arrabbiati Restano! 19
AREA Gioia e Rivoluzione 19
ARTI+MESTIERI TILT - Immagini per un orecchio 19
ARTI+MESTIERI Giro di valzer per domani 19
ARTI+MESTIERI Quinto Stato 19
BALLETTO DI BRONZO Trys
BALLETTO DI BRONZO Sirio 2222 19
BALLETTO DI BRONZO YS 19
BANCO DEL MUTUO SOCCORSO Darwin! 19
BANCO DEL MUTUO SOCCORSO Banco del Mutuo Soccorso 19
BANCO DEL MUTUO SOCCORSO Io sono nato libero 19
BANCO DEL MUTUO SOCCORSO Come in un'ultima cena 19
BANCO DEL MUTUO SOCCORSO Garofano rosso 19
BANCO DEL MUTUO SOCCORSO ...di terra 19
BANCO DEL MUTUO SOCCORSO Canto di primavera 19
BANCO DEL MUTUO SOCCORSO Da qui messere si domina la valle...B.M.S. (91) 19
BANCO DEL MUTUO SOCCORSO Da qui messere si domina la valle...Darwin 19
BANCO DEL MUTUO SOCCORSO Nudo 19
BIGLIETTO PER L'INFERNO Il tempo della semina
BIGLIETTO PER L'INFERNO Biglietto per l'inferno 19
BLUE MORNING BLUE MORNING 19
Campo di Marte Campo di Marte 19
CELESTE CELESTE 19
CERVELLO Melos 19
Cherry five Cherry five 19
CITTA' FRONTALE El Tor
Claudio Lolli Aspettando Godot 19
Claudio Rocchi Volo magico n. 1 19
Claudio Rocchi La norma del cielo (volo magico n. 2) 19
CLAUDIO SIMONETTI Profondo rosso - XXV anniversario 20
Corte dei Miracoli Corte dei Miracoli 19

2
DE DE LIND Io non so da dove vengo e non so dove mai andrò. 19
Uomo è il nome che mi han dato
DEDALUS DEDALUS 19
DELIRIUM Dolce acqua 19
DELIRIUM Lo scemo e il villaggio 19
DUELLO MADRE DUELLO MADRE 19
ERRATA CORRIGE Siegfried, il Drago e Altre Storie 19
FESTA MOBILE Diario Di Viaggio Della Festa Mobile 19
FLEA Topi o uomini 19
FRANCHI GIORGETTI TALAMO Il vento ha cantato per ore tra i rami dei versi 19
d'amore.
Franco Battiato Pollution 19
Franco Battiato Fetus 19
Franco Battiato Sulle Corde Di Aries 19
Franco Battiato "Clic" 19
GARYBALDI Nuda 19
GARYBALDI Astrolabio 19
I GIGANTI Terra in bocca 19
I TEOREMI I teoremi 19
IL VOLO Il Volo 19
IL VOLO Essere o non essere? Essere, Essere, Essere! 19
JUMBO DNA 19
JUMBO Vietato ai minori di 18 anni? 19
L' UOVO DI COLOMBO l' uOvo di cOlombo 19
LATTE E MIELE Passio Secundum Mattheum 19
LE ORME Collage 19
LE ORME Uomo di pezza 19
LE ORME Felona e Sorona 19
LE ORME Contrappunti 19
LE ORME Smogmagica 19
LE ORME Elementi 20
LIVING MUSIC To Allen Ginsberg 19
LOCANDA DELLE FATE Homo homini lupus
LOCANDA DELLE FATE Forse le lucciole non si amano più 19
LOY & ALTOMARE Portobello 19
MARIO BARBAJA Megh 19
MARIO LAVEZZI iaia (76) 19
MAURO PELOSI Al mercato degli uomini piccoli 19
MAXOPHONE Maxophone 19
METAMORFOSI ...E fu il sesto giorno - Vedette 19
METAMORFOSI Inferno 19
MUSEO ROSENBACH Zarathustra 19
MUSEO ROSENBACH Rare and Unreleased 19
NEW TROLLS Concerto Grosso n°1 19
NEW TROLLS UT 19
NEW TROLLS New Trolls Atomic System 19
NEW TROLLS Concerto grosso n°2 19
NICO, GIANNI, FRANK, MAURIZIO Canti d'innocenza, canti d'esperienza 19
OSAGE TRIBE Arrow Head 19
OSANNA L'uomo 19

3
OSANNA Milano Calibro 9 19
OSANNA Palepoli 19
PANNA FREDDA Uno 19
PERIGEO Abbiamo Tutti un Blues da Piangere 19
PERIGEO La Valle Dei Tempi 19
PIERROT LUNAIRE Pierrot Lunaire 19
PIERROT LUNAIRE Gudrun 19
Premiata Forneria Marconi Storia di un minuto 19
Premiata Forneria Marconi Per un amico 19
Premiata Forneria Marconi Photos of Ghosts 19
Premiata Forneria Marconi Live in U.S.A. 19
Premiata Forneria Marconi L'isola di niente 19
Premiata Forneria Marconi Chocolate king's 19
Premiata Forneria Marconi Jet Lag 19
QUELLA VECCHIA LOCANDA Quella Vecchia Locanda 19
QUELLA VECCHIA LOCANDA Il Tempo Della Gioia 19
RACCOMANDATA RICEVUTA RITORNO Per...un mondo di cris tallo 19
REALE ACCADEMIA DI MUSICA Reale accademia di musica 19
ROCKY'S FILJ Storie di uomini e non 19
ROVESCIO DELLA MEDAGLIA La Bibbia 19
ROVESCIO DELLA MEDAGLIA Contaminazione 19
ROVESCIO DELLA MEDAGLIA Il ritorno 19
SAMADHI Samadhi 19
SEMIRAMIS Dedicato a Frazz 19
SHOWMEN 2 Showmen 19
STORMY SIX L'unità 19
The TRIP The Trip 19
The TRIP Caronte 19
The TRIP Atlantide 19
The TRIP Time of change 19
Vince Tempera Art 19

totale album recensiti 122

ACQUA FRAGILE
Acqua Fragile

1973

L'errore più grave che si potrebbe commettere con questo disco, è il pensare di
prevedere il contenuto e la forma delle composizioni solo al leggere la presenza alla
voce di Bernardo Lanzetti, grande cantante, si sa, ma con un taglio nettamente alla
Gabriel. In più, con ulteriore input al fallo, si può essere perfettamente consci della sua
presenza nei lavori della seconda fase (come la chiamo io) della P.F.M., che,
francamente, non entusiasmano più di tanto.
4
Si scopre (o almeno io scopro) invece un disco lineare e preciso, acustico ed elettrico,
con stralci veramente taglienti e spigolosi ...una meraviglia alle mie orecchie... La voce
sempre ben impostata di Lanzetti, con una perfetta pronuncia inglese, amalgamata
magistralmente nel contesto musicale del gruppo, porta l'ascoltatore ad affrontarsi con
un risultato d'insieme, tralasciando, o meglio, non lasciando il tempo di cercare quelle
somiglianze e assonanze Gabrielliane. Netta la divisione del disco: inizio ("Morning
Comes" e "Comic Strips") e fine ("Three Hands Man", secondo me il miglior brano)
martellanti e potenti, mentre il resto delle composizioni si assestano su toni tranquilli e
spesso acustici dov e brilla soprattutto ("Going Out"). L'unico neo è, secondo me, un
richiamo (almeno a me ha fatto questo effetto) non troppo velato in "Morning Comes" ai
cori di "Child in Time" dei Deep Purple.
Onestamente non ho capito la scelta dei testi tradotti in italiano all'interno.
Concludendo, io lo ritengo un disco molto valido...a me piace!
Consigliato
AKTUALA
AKTUALA

1973

Milanesi di nascita o di adozione, gli aktuala rappresentano una delle più significative
novità della scena italiana. Cultori di musiche popolari d'ogni epoca e di ogni paese,
appassionati collezionisti ed etnologi, essi rappresentano una "comune" musicale
votata al recupero di una musica popolare universale, totale, che fruisca delle
esperienze di popoli vicini e lontani, senza la mediazione della cultura classica.
Musica dunque istintiva, primordiale, nella quale i segni stessi della natura, il suono
quotidiano diviene musica, come il canto degli uccelli, e nella quale è facile cogliere,
immediatamente, gli influssi timbrici e le venature melodiche del folklore africano e
mediorientale: la base è infatti il Mediterraneo, e se vogliamo l'Italia meridionale, che
nel corso della storia è stata teatro di differenti civiltà.
Naturalmente è rischioso parlare solo di musica popolare. Meglio rinunciare alle
etichette, in un momento in cui anche il jazz e lo stesso rock si avvicinano e rielaborano
il folklore europeo, quello latino amer icano, quello indiano, quello africano.
IL gruppo rifiuta naturalmente qualsiasi virtuosismo solistico, poiché i loro desiderio o è
"quello di riportare alla strada una musica nata dalla strada". ed in questo senso,
coerentemente, essi hanno compiuto una tournée la scorsa estate in Liguria, su
spiagge e piazze, senza teatri o impres ari.
Gli Aktuala sono in cinque, di cui una r agazza, e suonano un miriade di strumenti che
non mi attardo ad elencar e. Segnalo comunque che parti predominanti hanno la
chitarra acustica, vari modelli di bizzarre percussioni, e numerosi strumenti a fiato,
dall'oboe arabo al normale sassofono.
Le atmosfere vivono su tensioni di vario tipo, ora aggressive e convulse, ora pacifiche e
dolcissime; i titoli sono sei, ma esiste una continuità nello spirito musicale della
formazione che impedisce quasi di cogliere i caratteri distintivi di ognuno.
Una musica che va seguita con particolare attenzione e che non può esser giudicata
con il metro estetico normale, ma relativamente alle sensazioni che in ogni ascoltatore
potrà suscitare.
Enzo Caffarelli

5
Alan Sorrenti
Aria

1972

Tutto si può dire di questo disco del poi figlio delle stelle Alan Sorrenti (...) ma non che
sia un disco dall'ascolto semplice ...e ancor più difficile è il tentare di spiegarlo. Il
bell'impatto musicale, ad opera soprattutto del bravo Albert Price, è perfettamente
azzeccato per la voce e la chitarra acustica di Sorrenti. Impressionante il modo di usare
il cantato: Sorrenti usa la voce in un modo rivoluzionario ed imprevedibile (a volte con
qualche piccola stonatura pure), con un suono quasi metallico prima e dolce e soave
poi. Dei quattro brani che compongono il disco solo "Vorrei incontrarti" è quello che
rimane su uno stile classico c on la chitarra che sottolinea ed accompagna il testo
mentre in "Aria","La mia mente" e "Un fiume tranquillo" il gruppo e Sorrenti instaurano
quasi un conflitto tra perfezione strumentale e volteggi vocali ma senza sovrastarsi a
vicenda.
A volte il cantato di Sorrenti mi fa ricordare però un po' Peter Hammill.
Concludendo: sicuramente questo disco necessita molti e molti ascolti per essere ben
digerito; non è niente male anche se a volte riuscire ad ascoltare completamente
l'ambiziosa "Aria" è un po' difficile... almeno per me.
***
Chi lo ha già ascoltato è assolutam ente d'accordo sul fatto che Alan Sorrenti
rappresenta la figura musicalmente più originale espressa dal nostro paese da tanti
anni a questa parte. E chi non lo ha ascoltato, non so quanto potrà ricavare dalle mie
parole, data l'estrema difficoltà di cogliere perfettamente nel segno e di descrivere
dettagliatamente questo strano personaggio spuntato fuori dal golfo di Napoli, e asceso
in volo fra le note della sua "Aria".
"Aria" p la suite che occupa l'intera prima facciata, ed anche la composizione più
ambiziosa di Sorrenti. L'album è stato registrato in parte in Italia, in parte in Francia,
con alcuni sessionmen francesi, e con sopite d'eccezione Jean-Luc Ponty, il numero
uno del violino jazz. La casa discografica ha visto giusto fin dal principio, ha creduto nel
ragazzo e gli ha dato carta bianca, per di più confezionando una bella copertina con
tanto di testi e di note, mentre l'etichetta è una delle più illustri inglesi, la Harvest. Un
autentico successo, dunque, su tutti i fronti.
Alan suona la chitarra acustica, compone, arrangia. E' un cantautore del tutto
particolare: la sua forza sta innanzi tutto nella voce, carezzevole e metallica, aspra e
dolcissima a turno, che egli utilizza come un vero e proprio strumento, una voce
personalissima e duttile, che si assottiglia e riprende corpo, si plasma secondo la nota,
l'allunga e la tiene sospesa salendo le scale più alte, poi la getta e la raccoglie di nuovo
rimodellandola accuratamente. A qualcuno rammenta Peter Hammill dei Van der Graaf
Generator, specie nell'uso del semiparlato, ma lo stile di Alan è meno aggressivo, ed
ancora più raffinato e dettagliato; e mentre Hammill guida con la voce gli str umenti,
Alan li precorre ed in un certo senso ne resta al di fuori.
"Aria" è appunto un giuoco di voce, con il tema lacerato, ridotto a brandelli, poi ripreso,
e solo in r arissimi casi con l'aiuto di distorsioni od effetti elettronici. Dietro suona l'ottimo
complesso, con Vittorio Nazzaro al basso e a dare una mano ad Alan con la chitarra
classica. Antonio Esposito alla batteria, Albert Prince al piano, all'organo, al
sintetizzatore ed al mellotron, le cui aperture dolcissime interrompono e congiungono i
vari momenti della composizione. Sullo sfondo 6 i m usicisti francesi, due fiati, un
contrabbasso, e Ponty lucido maestr o come di consueto con il violino stregato.
Non si può par lare di disco sperimentale, perché Alan è già in possesso dei mezzi e
delle capacità espressive necessarie per un discorso formato e compiuto. I temi
confluiscono uno dopo l'altro secondo una c oncezione modernissima, senza troppi
compiacimenti melodici, né con eccessiva insistenza sulle frasi ritmiche, talora
semplicemente abbozzando delle idee che vicever sa avrebbero potuto essere
realizzate su maggiore scala. Eccellenti dialoghi violino-voce, o negli episodi in cui
domina la possente costruzione dell'organo, o l'uso raffinato e jazzistico del piano.
La seconda facciata contiene tre pezzi: "Vorrei incontrarti" è l'unico brano di stampo
tradizionale, che si avvicina al modello più conosciuto di cantautore; "La mia mente" è
una ricerca cerebrale nei meandr i del proprio cervello, con le medesime caratteristiche
formali di "Aria", ed anzi con i toni ancora più esasperati; e "Un fiume tranquillo"
ripropone l'accostamento a Peter Hammill, e si presenta come un altro tipico episodio
di Sorrenti, con i fiati ed il sintetizzatore in evidenza, e con una linea melodica nel
complesso più facile e comprensibile degli altri.
"Aria" è un disco che difficilmente piacerà al primo ascolto, e che verrà tacciato anche
di mistificazione. Secondo m e sarebbe stato un disco interessantissimo anche se fosse
stato soltanto strumentale. In più c'è la voce di Alan, il vero carattere determinante ed
originale, e naturalmente non è facile accettarla immediatamente. Ma facciamo in
modo che il detto "nemo propheta in patria" per una volta non abbia valore.
Enzo Caffarelli

7
Alan Sorrenti
Come un Vecchio Incensiere all' Alba di un
Villaggio Deserto

1973

Commento di Roberto
Il secondo (ed ultimo) lavoro del Sorrenti Prog datato 1973. Come il precedente "Aria"
un disco di non facile ascolto, e con la stessa struttura, una facciata occupata dal
brano che da' il titolo all'album, con un utilizzo della voce forse un poco eccessivo, una
parte centrale dove entra uno stupendo VCS3 assolutamente da brividi ed un finale
che lascia intravedere sonorità m editerraneo/partenopee con le percussioni in bella
evidenza. Più tradizionale l'altra facciata dove emerge la stupenda "Serenesse" ma
molto belli e particolari anche gli altri pezzi. Con Sorrenti, in questo lavoro collaborano
musicisti prestati da Van Der Graaf Generator e Curved Air e , sembra incredibile, solo
un anno dopo arrivano "DICINTECELLO VUJE " ed a seguire "I FIGLI DELLE STELLE
ed altre amenità......
Il CD, uscito nel 2000 per EMI, contiene anche il brano "Le tue radici" che ha
rappresentato il passaggio di ALAN SORRENTI alla musica commerciale ma, risentito
a distanza di anni, lo si ascolta comunque con piacere, e resta la convinzione che
anche in quell' ambito, avrebbe potuto "dare di più".
Chiudo con una citazione quanto mai centrata, tratta dal Dizionario del Pop Rock edito
da Baldini & Castoldi : Mai in Italia siamo stati così vicini alla scena musicale
internazionale.
Il giudizio è di ENZO GENTILE.
***
Credo che Alan Sorrenti sia uno di quei personaggi su cui ci si troverà costantemente
in disaccordo, pronti ad esaltarlo da una parte come il personaggio più nuovo ed
importante fuoruscito dalla nostra scena, o come un discreto musicista, dall'altra, ma
abile mistificatore prima di ogni altra cosa.
Di questo secondo LP del cantautore anglo-napoletano abbiamo già abbondantemente
detto in anteprima. Se il carattere peculiare del personaggio risiede nell'avere ribaltato
il concetto tradizionale dell'uso della voce, per primo in Italia, se pure sulla scorta di
illustri esempi stranieri (Tim Buckley, Shawn Phillips, lo stesso Peter Hammill), Alan si
conferma altresì compositore eccellente, al di là dell'uso (e dell'abuso in più di
un'occasione) dei suoi indiscutibili mezzi vocali.
Naturalmente non tutto è farina del suo sacco: la presenza di gente matura, si solisti
capaci di qualsiasi improvvisazione e variazione al suo fianco, gli consentono una
coralità espressiva intelligente ed affascinante: nel primo album era il sol Jean-Luc
Ponty l'uomo di "punta". Qui sono presenti un Dave Jackson in grande forma, che alle
fughe rabbiose del sax preferisce quelle più dolci ma non meno inquietanti di uno
splendido flauto ("Serenesse" ed "Oratore"); Francis Monkman pianista e
sintetizzatorista (VCS3) essenziale complemento all'organico; Toni Marcus violinista
piena di grazie ed eleganza; Ron Matthewson al contrabbasso in un brano e Victor Bell
al violoncello in un altro; infine la coppia italiana (D'Amora - Esposito) certo non
disprezzabile.
La prima facciata, suddivisa in cinque pezzi, è senza dubbio la più convincente, la
meno forzata e la più varia. Alan sfrutta la voce nei canali della grande arte, e si sforza
di autoesaltarsi nel limite del lecito, mediante 8anche testi significativi e pregni di
simbolismi. Rispetto al precedente LP "Aria", c'è proprio una m aggiore maturità
espressiva complessiva, una struttura portante melodica e ritmica più compatta e meno
egocentrica, parole meno decadenti e più realistiche.
"Serenesse", "Una luce si accende", "A te che dormi", quest'ultima per sola voce e
chitarra acustica, sono degli autentici capolavori.
La lunga suite che occupa per oltre ventitré minuti la seconda facciata, "Come un
vecchio incensiere all'alba di un villaggio deserto", risente invece del progetto troppo
ambizioso e forzato dell'impiego della voce, naturale o filtrata attraverso il
sintetizzatore. Anche l'orchestrazione si fa più povera, e si entra nel delirio, perdendo
spesso la lucidità: s i tenta di creare una nuova atmosfera, una serie di sensazioni prive
di aggancio con la realtà, e la musica si disgrega in una serie di suoni e rumori illogici.
Solo la strofa cantata (con un testo assai bello) e la parte finale, dove l'abilità vocale si
risolve più che altro in qualche giuoco acr obatico, riscattano l'incensiere.
Un disco notevolissimo che imporrà definitivamente Sorrenti presso il pubblico italiano.
Enzo Caffarelli
ALBERTO RADIUS
Carta Straccia

1977

Siamo ormai alla fine degli anni '70 e il vecchio rock progressivo comincia a dare segni
di stanchezza e declino. Si comincia a preferir e alle complicate e lunghe atmosfere
zeppe di tastiere tipiche della tradizione prog, soluzioni più leggere ed immediate.
Anche questo disco conferma questa regola, magari per staccarsi definitivamente dal
filone Il Volo, e r imane sempre su canoni molto leggeri, guidati da chitarre acustiche e
Fender Rhodes. Il prodotto è comunque ben confezionato e spuntano dei bei testi con
il pregio dell' originalità. Si veda qui il testo di "Ricette" e "Stai con me sto con te".
Buone "Celebrai", "Pensam i" e "Nel ghetto". "Carta straccia" ricorda stilisticamente il
disco "Io tu noi tutti" di Lucio Battisti, fatto forse dovuto al particolare periodo di
transizione anche visto che sono del medesimo anno. L'unico stralcio progressivo,
soprattutto nelle parti di tastiere, è presente in "Un amore maledetto" anche se siamo
ben lontani dai canoni gloriosi. Dal punto di vista progressivo la bocciatura è
netta...visto come un disco leggero e commerciale, il prodotto è buono e risulta
orecchiabile e ben costruito soprattutto nel primo lato che passa liscio e gradevole.
Penso che la morale del disco la si possa leggere in questo stralcio di testo:
bandiere e altari baciai, ma vaffanculo...vai !!!
A ciascuno la libera interpretazione!
Consigliato a chi non cerca atmosfere complesse.

9
ALBERTO RADIUS
America Good-Bye

1979

Formazione vincente (?!?) non si cambia ed ecco ripresentata la line-up del precedente
"Carta Straccia". Anche i contenuti seguono la stessa rotta e ne riesce un disco sempre
leggero ma meno emozionante e con qualche eco di già sentito. Leggermente inferiori
anche i testi, completamente concentrati nello smantellare e sminuire il mito americano
(...il titolo non è messo a caso...) con sfarzi ("Las Vegas"), problemi sociali come polizia
corrotta ("Poliziotto") e leggende metropolitane ("Coccodrilli bianchi"). Bello l'omaggio,
anche se sempre in tono polemico, a Mohamed Alì in "Il buffone". Musicalmente da
segnalare "Patricia", forse l'unico momento quasi interessante e l'avvento dei nuovi, per
quel tempo, drum-pad elettronici disseminati qua e là.
Chi adora "Carta Straccia" non avrà problemi ad ascoltare anche questo disco, anche
se onestamente io non lo ritengo un granché. Radius non si arrabbi se utilizzo un suo
verso:
ci perdonerai se da adesso in poi saremo affari sfortunati...
Meglio volgere lo sguardo ai pr imi lavori...

10
ALLUMINOGENI
Scolopendra

1972

Gli Alluminogeni fanno parte di quel gruppo ci complessi nati tre o quattro anni or sono
con la lodevole intenzione di rinnovare il mercato italiano, ma incapaci di costruire in
pratica grandi cose. Fra i tanti anzi, il trio piemontese ha sempre mantenuto il ricordo di
una melodicità tutta italiana, un po' come più tardi avrebbe fatto, ma sinceramente ad
altro livello, il Banco del mutuo soccorso.
In questo senso la musica italiana viene automaticamente a svincolarsi dai modelli
stranier i. Ma probabilmente non è questa l'intenzione racc hiusa nelle ultime righe della
presentazione del disco: "Non parole estetizzanti senza significato, ma liberazione dalle
caverne dell'inglese da cui prima ci giungevano i suoni". Se si allude alle tematiche
musicali, alla ricerca strumentale basata soprattutto sulle tastiere, non mi sembra allora
che tale allontanamento sia pr ofondo come si vorrebbe far credere.
Patrizio Alluminio, occhialuto leader del gruppo, sciorina con abilità i suoi preferiti, che
vanno dal Winwood di "Glad" in apertura, al piano elettrico, all'organistico Jimmy Smith
di "Cosmo". Spinti come sono verso l'elettronica e l'uso delle tastiere e degli effetti in
generale, gli Alluminogeni si son edificati in album "spaziale" ("La natura e l'univ erso",
"La stella di Atades", "Cosmo", "Pianeta") r ivelando purtroppo ancora una volta la
grande crisi di testi che esiste in Italia.
La musica propone immagini ed invenzioni (- questi suoni che ascolterete - dicono le
note - sono già dentro di voi. Erano chiusi dentro - ). Ma a mio avviso "Scolopendra" è
un album sì piacevole, ma irrimediabilmente appartenente alla generazione precedente
e non attuale del pop italiano.
Enzo Caffarelli

11
APOSTHOLI
Un'isola senza sole
33 giri
1972 ? o 1982 ???

Bellissimo album di questo com plesso sconosciuto e su cui si sa pochissimo (ved.


successivo album "Ho smesso di vivere"). E' un insieme di poesie scritte da Carlo
Andolfato tra cui spicca a mio parer e "Il cielo piange".
Dg.
Il cielo piange
contornato di questi colori
il cielo piange
contornato di questi nostri pianti
il cielo piange
nell'ascoltarmi questa sera
in questa sera che mi confesso
e vivo nel girarmi attorno
tra gli umidi raccolti
di una notte di stelle
che mi compongono
ed io
ancora io
stento a riempirti e stringerti
il cielo piange
ma questa notte
farfalla non ti vedo.

12
APOSTHOLI
Ho smesso di vivere
CD
1979

da: Il giornale di Vicenza - Sabato 1 Febbraio 2003

Rimasterizzato l’elegante long-playing uscito nel 1980 "Ho smesso di vivere" ricompare
in versione cd.

Sta avendo un inaspettato successo l’album nel quale Walter Bottazzi e il complesso
degli Apostholi misero in musica 11 poesie di Carlo Andolfato

di Antonio Stefani

Vicenza. All’epoca - stiamo parlando del 1980 - di quell’elegante long-playing vennero


stampate 500 copie, corrispondenti alla tiratura della litografia firmata da Vico Calabrò
che, uscita dai torchi della Bottega dei Busato, fungeva da onirica copertina. E adesso,
debitamente rimasterizzato a cura dell’etichetta padovana M.P. Records, ecco apparire
in versione compact-disc Ho smesso di vivere , l’album nel quale Walter Bottazzi e il
complesso degli Apostholi, ricompostosi per l’occasione dopo l’epopea "beat" degli
anni Sessanta, misero in musica undici poesie di Carlo Andolfato.
Sono gli stessi protagonisti di quel singolare episodio nato all’ombra dei Berici a
ricordare, nel libretto che accompagna il Cd, come scaturì e si concretizzò il progetto:
«L’idea di Ho smesso di vivere - spiegano - nasc e a tarda ora, in una notte del 1978,
tra i discorsi di due vecchi amici che non si rivedevano da almeno dieci anni. Avevano
tante cose da raccontarsi. I pensieri erano ancora in sintonia, in sintonia erano le
emozioni, i sogni, desideri e delusioni. Tra le tante cose, e tra un bicchiere e l’altro,
Carlo Andolfato parlava dei suoi versi, ne leggeva qualcuno. Walter Bottazzi ascoltava,
ne condivideva l’essenza, mentre nasceva la voglia di raccogliere la sfida e di
interpretare quelle poesie, farle diventare "canzoni". Walter, storico bassista del gruppo
vicentino Gli Apostholi, nati nel 1964, r iuniva così, dopo anni di silenzio, i vecchi amici
musicisti e con loro dava inizio a quella che è stata una gran bella avventura, fatta di
collaborazione, di goliardica allegria, talvolta di stanchezza ma anche di indimenticabili
spaghettate a notte fonda e di buon vino bevuto insieme, come accade nei momenti
magici della vita».
Oggi, dunque, abbiam o la possibilità di riascoltar e brani come Il pesce rosso , Ho
acceso un fiore , Un altare di farfalle , Profumo sorriso , componimenti che il
"geometra" Andolfato affidò alle note e alla voce del "ragionier" Bottazzi e che nelle
registrazioni effettuate allo Studio Bottene di Schio con Roberto Trentin alle
percussioni, Luigi Terzo alle tastiere e Franco Marchiori alle chitarre presero la forma di
intimistiche ballate rivestite da arrangiamenti molto vicini al clima del "progressive rock"
italiano.
Pare, fra l’altro, che il compact stia suscitando all’estero - dalla Scandinavia al
Giappone - la curiosità dei collezionisti di incisioni rare. Morale della favola, comincia a
farsi strada la voglia di ristampare anche quello che fu il capitolo successivo
dell’operazione, vale a dire Un’isola senza sole uscito nel 1982.

13
AREA
Arbeit Macht Frei
CD
1973

Grandioso esordio per questa band con grandissime potenzialità tecniche dovute
soprattutto, ma non solo, all'inconfondibile e grandiosa voce di Demetrio Stratos. Il
sound del gruppo è centrato nel free jazz, stile che ricorda lontanamente i Soft Machine
e comunque ben contornato di sintetizzatori e pianoforte.
I testi sono schiettamente politici, caratteristica presente in tutta la produzione del
gruppo. Sicuramente un grande disco da cui spunta: "Luglio, agosto, settembre (nero)",
l'improvvisazione di "Arbeit macht frei", "Consapevolezza" e "240 chilometri da Smirne"
Il gruppo cela, secondo me, dietro a "L'abbattimento dello Zeppelin" un piccolo attacco
al gruppo del dirigibile ovvero i Led Zeppelin, accusati di attirare tutta l'attenzione della
scena musicale... contando anche il proponimento del gruppo di espansione oltre i
confini con il suffisso international POPular group.
Ultima osservazione per la presenza al basso di Patrick Djivas che lascierà dal
seguente disco il gruppo per inserirsi poi nella P.F.M.. Verrà sostituito dal grande Ares
Tavolazzi che diventerà parte integrante del gruppo soprattutto in fase compositiva,
trovando grande coesione con Tofani e Fariselli.
Consigliato.
***
Sono nati da circa un anno, ma la loro formazione ha già subìto numerosi cambi (vedi
anche le mininotizie di questo stesso numero), cosicché due soli dell'originaria
formazione sono i superstiti.
Gli Area sono comunque il gruppo più interessante venuto alla ribalta in questo 1973 in
Italia, ed il loro difficile album conferma le belle premesse di tanti spettacoli e di tanti
inviti (ricordo fra parentesi che hanno suonato in tour con i Gentle Giant, i Soft
Machine, gli Atomic Rooster, i Faces, sono stati invitati alla Biennale di Parigi ed alla
Triennale di Milano, ecc.) .
Dall'iniziale free jazz, orientato verso i Nucleus o i Soft Machine, gli Area si sono
spostati verso una ricerca più attenta di contenuti e di effetti sonori, attingendo alla
musica popolare, in modo particolare a quella greca ed araba, ed alle esperienze
concreto-contemporanee con le quali sono venuti a contatto: Luigi Nono, Luciano
Berio, l'ungherese Gyorgy Ligeti, il greco Yannis Xenakis fra i principali. La loro musica
vuole essere assolutamente di "rottura", radicale nelle intenzioni dei musicisti e di chi li
guida.
"Arbeit macht frei" significa in tedesco "il lavoro rende liberi", ed era lo slogan posto
all'entrata dei campi di concentramento nazisti. I sei brani che compaiono sull'album
sono legati da un filo ideologico simboleggiato appunto dalla consapevolezza del
carattere totalitario dell'affermazione.
Il contenuto del LP si ispira a riflessioni sulla violenza e sul terrorismo: ma scelte
orientative come l'introduzione di una r ecitazione in lingua araba, i richiami al folklore
mediorientali trasfigurati, le citazioni si Smirne o di Settembre nero, sono da una parte
la logica conseguenza della provenienza (greca) del leader Demetrio Stratos, dall'altra
tendono a sottolineare un percorso storico-geografico della violenza: dai campi nazisti
agli ebrei, al mondo arabo, turco, greco, russo.
E la m usica è violenta, aggressiva, specie nella struttura volutamente caotica di certi
momenti, nelle sofferte interpretazioni vocali, 14alcune delle quali recitative, di Demetrio.
Così il brano conclusivo, "L'abbattimento dello Zeppelin", dal sapore sinistro e
provocatorio, sottolineato da effetti particolari dell'uso della voce, che segue le
indicazioni di Berio nell'affiancamento voce-musica elettronica, ha un doppio senso: da
un lato l'abbattimento di una realtà difesa dai miti; dall'altr o un chiaro attacco alla
musica pop tr adizionale, individuabile in quel momento nei Led Zeppelin.
Tutti i brani sono ad alto livello: "Luglio, agosto, settembre (nero)" con la voce araba
che introduce una melodia orientaleggiante; "Arbeit macht frei" di sapore più
tipicamente jazzistico, come pure "240 km da Smirne", esclusivamente strumentale, un
pezzo fra i migliori anche eseguito secondo schemi piuttosto classici di free, Infine "Le
labbra del tempo" si presenta più varia e contorta, un insieme di sensazioni e di voci
che si accavallano e si divaricano con particolare cura degli effetti.
Complessivamente la ritmica si rivela particolarmente efficace: Ian Patrick Djivas, neo
acquisto della Premiata Forneria M arconi, suon un basso Fender Precision privo di tasti
ed il contrabbasso, rivelandosi un solista instancabile e fantastico. Latro musicista di
spicco è Eddy Busnello, un sass ofonista già con una lunga esperienza alle spalle.
Ma anche tutti gli altri si muovono con attenzione giungendo a risultati ricchi di potenza
e di fantasia, come Stratos, che opera alle percussioni, suona l'organo con il compito
principale di creare un continuum di fasce sonore per gli altri solisti, ed utilizza la voce
alla maniera tipica e significativa di uno strumento.
Enzo Caffarelli
AREA
Crac!

1975

Insieme a "Arbeit..." un MUST degli Area ! Dopo un disco influenzato dall'attività di


ricerca quale il precedente "Caution Radiation Area", il gruppo ritorna leggermente
verso gli orizzonti del debutto proponendo un sound decisamente più stabile. Non che
manchino i momenti di im provvisazione sia chiaro (vedi ad esempio "Area 5"), ma è
maggiormente in luce un proponimento esecutivo di gruppo. Solo la pazzia ne "La mela
di Odessa (1920)" merita il prezzo del disco, anche se sono presenti anche altri
grandiosi momenti in "L'elefante bianco", con un synth che ricorda vagamente
atmosfere orientaleggianti, e "Gioia e rivoluzione" dove il maestro della voce mette in
mostra tutto il suo stile e la sua bravura.
Grandioso.

15
AREA
Maledetti

1976

Dei dischi di questo gruppo, questo è forse il più difficile da interpretare e decifrare.
"Diforisma urbano" è forse l'unica traccia in cui il gruppo ritrova la c arica dei primi disch
e propone un free Jazz dal sound tipico e cavalcante. "Gerontocrazia" dà inizio
all'attività di ricerca di Stratos accompagnato da percussioni che sembrano timpani
tribali. Il brano poi cambia e il gruppo riprende le redini riportando il contesto nei soliti
termini con qualche puntatina improvvisativa. "Scum" è forse il brano più forzato: un
pianoforte estremamente antisonante per un testo in stile politico tipico della band,
anche se con un piccolo taglio pessimista: In questa società...la vita è una noia
sconfinata. "Giro, giro, tondo" è, secondo me, il pezzo migliore del disco: l'attività di
ricerca non ostacola oltremodo la linerarità compositiva e ne esce un piano elettrico
sempre in prima fila che non disdegna un sano ritorno all'improvvisazione nella parte
finale. Segue la lunga "Caos": nove minuti di improvvisazione estrema.
Un pugno nello stomaco ogni tanto fa bene...ma non uno dei miei preferiti.
AREA
Gli Dei Se Ne Vanno, Gli Arrabbiati Restano!

1978

Ultimo disco di questo gruppo che merita attenzione secondo me.


Il livello è un po' inferiore ai precedenti ma sono pr esenti dei buoni momenti in "Il
bandito del deserto", "Return from Workuta" e "Guardati dal mese vicino all'aprile!".

AREA
Gioia e Rivoluzione

1996

Questo è stato il primo mio disco di questo gruppo: volevo tastare il terreno con questa
raccolta! Sono presenti canzoni anche dischi più recenti, che però perdono lucidità e
smalto

16
ARTI+MESTIERI
TILT - Immagini per un orecchio

1974

Gran bel disco, molto originale nei contenuti e nella forma; la presenza di un violino
suonato in maniera diversa dal solito canone come avviene, per esempio, nella p.f.m. e
di un batterista c on uno stile tutto suo, sono il segreto di questo disco. Dopo l'influsso
positivo dato agli ultimi due lavori dei Trip, Chirico sfodera tutta la sua stoffa in questo e
nel successivo disco, donando grinta ed imprevedibilità alle canzoni.
Giuoca un ruolo fondamentale anche la presenza di brevi ma intensissimi punti dedicati
all'improvvisazione come in "Gravità 9.81" e "Tilt". Bella parte di violino in
"Articolazioni". Le parti cantate sono limitate a due canzoni e sono comunque molto
convincenti, soprattutto la sublime melodia di "Strips".
Veramente bello.
ARTI+MESTIERI
Giro di valzer per domani

1975

Questo disco è forse tecnicamente migliore del precedente ma sempre suonato con lo
stile tipico di questa band. Ci sono tre canzoni cantate in modo sempre molto
interessante, fatto dovuto anche all'inserimento di un bravo nuovo cantante, tra le quali
spunta "Saper sentire". L'unica pecca è che qui viene esasperato lo stile sempre
pomposo del batterista Chirico e al lungo ascolto il disco risulta un po' noioso....almeno
nelle ultime tracce.
Nulla da togliere comunque a quest'ultimo: basta ascoltare canzoni come "Sagra" per
convincersi della sua grande tecnica.
Non che il disco sia noioso, voglio metterlo bene in chiaro: per me è difficile ascoltarlo
tutto e forse per questo preferisco leggermente "Tilt". Le migliori: "Valzer per domani",
"Mirafiori", "Mescal" e "Consapevolezza"
All'interno del libretto viene anche spiegata la teoria del valzer.
Comunque consigliato.

17
ARTI+MESTIERI
Quinto Stato

1979

Dopo due grandi dischi quali "Tilt" e "Giro di Valzer per Domani", il gruppo degli Arti e
Mestieri offre questo "Quinto Stato" che non è assolutamente paragonabile ai
precedenti detti. Il sound perde quasi completamente l'armonia e la forza che
caratterizzava lo stile tipico di questo gruppo e i testi sono un misero miscuglio di
parole che hanno pure la pretesa (!!!) di essere taglienti. Onestamente sono rimasto
molto deluso da questo disco: cerca di raggiungere la sufficienza nei vari momenti
strumentali, dove spicca "Vicolo", ma poi cade miseramente nelle canzoni cantate (si
salva a malapena la title track). Il nuovo cantante Rudy Passuello è lontano anni luce
dal bravo Gaza e manca, secondo me, di qualsiasi forma di espressione, dando a tutte
le canzoni lo stesso taglio e r endendole quasi noiose. Bisogna ribadire comunque che
tra canzoni cantate e strumentali lo stile è molto diverso... anche il sempre bravo
Chirico perde qui il suo smalto e splendor e, offrendo una batteria anonima e r aramente
ai livelli precedenti.
Che dire: ....triste.

18
BALLETTO DI BRONZO
Trys

1. La discesa nel cervello


2. Tastier e isteriche
3. Marcia in sol minor e
4. Donna Vittoria
5. Optical surf beat
6. Introduzione
7. Primo incontr o
8. Secondo incontro
9. Terzo incontro ed epilogo
10. Technoage
11. Love in the kitchen
Sirio 2222" is the debut album by Balletto di Bronzo from 1970! Their second album
"Ys" is an italian progressive masterwork album. Balletto di Bronzo released it in 1972!
The remastered edition is now available as a midprice CD. "Tr ys" is the latest release
from Balletto di Bronzo: a superbe live recording from 1998.
Balletto di Bronzo has recently reformed with the following line-up: Gianni Leone
(keyboards, vocal), Alessandro Corsi (bass) and Riccardo Spilli (drums).
The new Balletto di Bronzo performed two concerts in Japan in September 2002:
Saturday 14 September, 2002 >> at Kitijyoji Star Pines Cafe, Tokyo
Sunday 15 September, 2002 >> at Sakuranomiya Batabata de la Salsa, Osaka
More concerts are scheduled for Mar ch 2003 in Mexico:
March 1-5, 2003 >> Chihuahua and Mexico City
BALLETTO DI BRONZO
Sirio 2222
CD
1970

Dal punto di vista del rock progressivo questo disco ha poco da presentare in quanto si
possono citare solo due canzoni: "Ma ti aspetterò" e "Meditazione". Visto però sotto il
profilo di un disco post anni '60, pieno periodo di sbandamento musicale, questo LP è a
dir poco sensazionale: ...un vero capolavoro basato su ritmi cavalcanti e sempre
tiratissimi con testi che non es itano ad essere anche irriverenti. Della formazione di
"YS" c'è Lino Ajello e Giancarlo Stinga, qui insieme a Marco Cecioni (voce/chitarra) e
Michele Cupaiolo (Basso).
Le canzoni migliori: tutto il primo lato da cui spunta la grandiosa "EH EH AH AH": (
...lungo la strada ho visto mille ragazze, e certo una starà bene con me...eh eh ah ah...
) "Girotondo" e "Ti risveglierai con me".
Procuratevelo se siete amanti delle atmosfere rockettare tipo Biglietto Per L'Inferno.

19
BALLETTO DI BRONZO
YS
CD
1972

Secondo me uno dei migliori dischi progressive italiani di tutti i tempi.


Uno stile m olto personale e molto spigoloso... penso di poter dire tranquillamente che
questo è forse il disco più Hard progressive italiano.
Bellissimo inizio con "Introduzione" con la caratteristica voce di Gianni Leone e le sue
tante tastiere sempre in primo piano. Alte tensioni musicali nel resto del disco e nella
mia favorita "Secondo incontro". Grandi stacchi anche in "Terzo Incontro". In
"Introduzione" c'è una piccola contraddizione nel testo: La voce narrò all'ultimo che, sul
mondo restò... e poi comandò di andare dai suoi......ma non era l'ultimo ??? Questa è
comunque una piccola pignoleria...
Nella versione CD è presente anche la bonus track "La tua casa comoda" , un po' più
soft ma sempre molto bella.
Consigliato.
***
Dà un tantino l'idea della Divina commedia la serie di quadri che compongono l'album:
"Primo incontro", "secondo incontro", ecc., e l'originale miniaturismo delle pagine
interne della confezione, ma Dante Alighieri non è stato scomodato, ed il Balletto di
bronzo ha creato, al di là dei riferimenti culturali che non ci sono e al di là dei testi, un
album musicalmente ottimo, grazie ad un ritmo sorr etto da una vitalissima sezione che
non cade mai nell'hard rock, e grazie alle numerosissime tastiere di Gianni Leone, che
opera al piano, all'organo, al mellotron, alla celeste, alla spinetta ed al Moog.
Il Balletto è stato uno dei primo gruppi in Italia a portare avanti un discorso nuovo, ma
come quasi tutti i gruppi nati intorno al 1968-69, hanno incontrato difficoltà
insormontabili per sfondare, al contrario dei più fortunati gruppi del periodo
immediatamente successivo. Il gruppo napoletano ha ora le carte in regola per un
successo di gran lunga più am pio, e l'album "YS" è un primo esempio di capacità e di
idee che sicuramente possono essere potenziate e sviluppate.
Da un punto di vista strumentale, il Balletto si presenta omogeneo e tecnicamente
dotato, specie quando l'atmosfera si fa lievemente jazzata, ed assai pregevoli sono i
passaggi alle tastiere, ad esempio nella seconda parte della lunga "Introduzione", e
nella porzione a cavallo fra il "Secondo" ed il "Terzo incontro" e nell'"Epilogo". Anche i
testi sono interessanti, ma per il Balletto vale la legge della difficoltà di accoppiare la
lingua italiana con il ritmo del rock, che sem bra nato apposta per le lingue
anglosassoni. E' forse l'unico neo del gruppo di "YS" come di tante altre formazioni, in
parte sormontabile sopr attutto se si pensa che la musica esclusivamente strumentale
non è più tabù
Enzo Caffarelli

20
BANCO DEL MUTUO SOCCORSO
Darwin!
CD
1972 -2

Questo disco è sicuramente uno dei miei preferiti!!!


Grandiose atmostere nella lunga "L'evoluzione": divisa in più parti trova l'apice
massimo in un pazzo incrocio di moog che ribadisce senza mezzi termini la grande
bravura sia come esecutore che come compositore di Vittorio Nocenzi. Incredibile "La
conquista della posizione eretta": una prima tiratissima parte strumentale con strani
effetti e una seconda tranquilla. Da sottolineare il bel testo perfettamente studiato per
la voce di Di Giacomo che affascina nel finale e dove l'aria in fondo tocca il mare lo
sguardo dritto può guar dare. Intervallo jazzy nella "Danza dei grandi rettili" seguita da
"Cento mani e cento occhi" fino ad arrivare a "750.000 anni fa...l'amore" : un classico
del gruppo. Singolare ed originalissim o il testo: parla di un preistorico amante che spia
la sua bella che sogna di conquistare non nascondendo però la paura da essere
rifiutato.
Segue "Miserere alla storia" con un incredibile e potentissimo inter mezzo di pianoforte!
Chiude "Ed ora io domando tempo al tempo...": stilisticam ente diversa dalle altre
canzoni del disco ma con una bella parte di clavicembalo ed uno strano effetto
scricchiolio della ruota del tempo che passa.
un MUST ! Ascoltare per credere!
***
Contro tutti coloro che fanno dell'album a concetto unico un paravento per mascherare
la propria carenza creativa specie sul piano dei testi, e contro quelli cha pure in buona
fede hanno denunciato pauros i limiti in tal senso, in Italia ed all'estero, il Banco al suo
secondo album offr e un'opera perfettamente compiuta che ad ogni istante sa offrire
prospettive convincenti, emozioni nuove, e coinvolge l'ascoltatore ponendolo di fronte
ai grandi dubbi della vita con gusto semplice, intima necessità e squisita poesia.
La celebrazione di un genio della scienza, l'inglese Charles Darwin, padre
dell'evoluzionismo moderno, non è che il pretesto per riproporre in un mirabile affresco
di colori l'eterno dramma dell'esistenza. I musicisti hanno cercato di immedesimarsi nel
sentimento dell'uomo nel corso della sua evoluzione, ed ogni tappa del processo
storico trova simbolico riscontro nella vita dell'individuo, idi ogni tempo.
Il concetto di evoluzione biologica esprime il fatto che tutti gli esseri viventi discendono,
con più o meno vistose modificazioni dovute all'adattamento all'ambiente, alla lotta per
la sopravvivenza ed alla riuscita degli individui più idonei, da organismi preesistenti.
L'uomo in particolare deriverebbe dalla scimmia, ed è per questa asserzione che
Darwin è il più delle volte ricordato. L'evoluzione non esclude a priori l'opera creatrice di
Dio e nei suoi aspetti meno radicali non è affatto inconciliabile con la dottrina cattolica.
Il pensiero di Darwin fu a lungo avversato e combattuto; in America alcune leggi, poi
abrogate, ne proibirono l'insegnamento nelle scuole. Fors e per questo, come un po'
tutti i precursori della scienza, Darwin viene scoperto ed amato dai giovani.
Nel disco musiche e liriche si sviluppano in maniera organica, ma né le une né le altre
sono condizionate reciprocamente e fra loro, cosicché ciascuno dei sette brani gode di
una propria autonomia, e potrebbe costituire un momento a se stante. Ma soprattutto
non ci sono edite enunciazioni della dottrina filosofica e scientifica: non aride
descrizioni storiche, non parole pesanti, e forzatamente intellettuali, non citazioni
rigorosamente scientifiche. Soltanto un viaggio21intimo nel mondo degli uomini primitivi
sapientemente ricreato con le atmosfere inquiete e pregne della consapevolezza di una
lunga ed estenuante guer ra, la lotta dell'uomo come di qualsiasi altro organismo per la
sopravvivenza, e la vanità di tutte le cose terrene, mirabilmente e drammaticamente
sintetizzata dalla profezia di "Miserere alla storia": " Ma quanta vita ha ancora il tuo
intelletto se dietro a te scompare la tua razza?".
I testi, scorrevoli e mai complicati, sono importanti da una cura che a tr atti può
sembrare compiaciuta di una ricercatezza formale, ma che mai scende in fumosi
barocchismi. Il gusto per l'imm agine ariostesca, cara a Francesco Di Giacomo, giù
esemplificata nei testi del pr imo album, e non soltanto per la riesumazione
dell'Ippogrifo, torna puntualmente e possente, specie in alcuni tratti (- Infor mi essere il
mare vomita, sospinti a cumuli su spiagge putride... - o - Alto,arabescando, un alcione
stride sulle ginestre e sul mare... - da "Evoluzione"). Ma il punto più notevole da
sottolineare è la struttura squisitamente armonica del testo, il rigido e mai forzato
rispetto per la metrica, l'inserimento della parola tanto nei riffs serrati quanto nelle
strutture melodiche a più ampio respiro.
Senza ombra di dubbio il Banco va considerato il più italiano ed il più meridionale dei
nostri gruppi d'avanguardia, perché ha saputo anteporre il sentimento alla ragione ed
ha rispettato gli altri fondamenti imprescindibili dal gusto e dalla cultura tipicamente
latina e mediterranea del nostro paese, rielaborandoli attraverso un linguaggio
modernissimo.
Così mentre gli Osanna e la Pr emiata stanno mostrando come in Italia si possa essere
tecnicamente più preparati dei colleghi inglesi e contemporaneamente gettano le basi
di un pop nostro ma internazionale, il Banco si muove su altro versante ed è lontano da
qualsiasi modello straniero. In altri termini se Premiata ed Osanna vogliono
riconquistare il pubblico che sinora ha seguito soltanto i gruppi stranieri. il Banco
potrebbe avere la funzione di recuperare coloro rimasti legati ancora alla canzonetta. E
questo non va ascritto a demerito del gruppo, perché il prodotto non è affatto
commerciale nel senso deteriore della parola: è semplicemente universale, capace di
raggiungere tutti perché massaggio dettato dal cuore, e come tale frutto della più nobile
arte.
Confrontato con il pr imo album, "Darwin!", oltre ad una generale maturazione di idee e
di esecuzioni, offre un maggiore impegno a livello di composizione e di arrangiamenti.
La liricità e l'organicità sono cresciute, e Francesco "Big" trova la sua più completa
realizzazione vocale.
"Evoluzione", il pezzo più lungo, musicalmente ripropone la struttura dei migliori episodi
del primo album: ritmi tipici accompagnati dal testo, e variazioni atipiche e fuggevoli,
senza un definito tem a conduttore, e proprio per questo ricche di fascino e dense di
sorprese ad ogni riascolto. I ragazzi hanno confessato che parte delle musiche sono
state improvvisate in sala di registrazione: ebbene nonostante questo mai il disco
scade a livello di avventura o di approssimazione, ma rimane saldamente nelle mani di
musicisti geniali che fanno di ogni parola, di ogni nota, perfino di ogni pausa dell'arte e
particolarmente della poesia.
Il testo è una presentazione dei concetti darwinisti e la narrazione dell'evoluzione
organica dalla materia inorganica, e della conquista da parte della specie viventi dei tre
ambienti naturali a disposizione, il mare inizialmente, la terraferma poi, il cielo aperto
infine. Non è una battaglia contro la religione, ma semplicemente una demitizzazione
della creazione biblica in senso letterale. La stessa Chiesa del resto ha rifiutato il
creazionismo specifico allineandosi moderatamente con la dottrina evoluzionista.
Armonie e melodie si succedono nel pezzo in sviluppi sem plici ma imprevedibili, con
una ricchezza interiore straordinaria. Sensazioni ed emozioni che non vogliono mai
essere sforzi di abilità tecnica: e tutti gli strumenti trovano una propria dimensione
giusta, dalla chitarra tipica di Marcello Todaro, 22
all'organo di Vittorio Nocenzi ed al
moog, per la prima volta impiegato dal sestetto ma con originalità e funzionalità, al
piano di Gianni Nocenzi, che negli sviluppi melodici risente delle formazione
classicheggiante, complesso ma lineare e mai involuto.
"La conquista della posizione eretta" è più cerebrale del precedente. Il desiderio di
descrivere esaurientemente il paesaggio desolato delle origini si affianca alla ricerca di
una dimensione drammatica che fa da teatro all'affannosa conquista. Il testo è breve e
pregnante, due versi per inquadrare stupendamente lo scenario, e quanto basta per
descriver il tentativo. Nella sua proiezione universale ed indiv iduale la conquista della
posizione eretta simboleggia la continua lotta per la gloria e per il potere nella società.
Come altrove, ma di più in questo caso perché collocato in conclusione, il cantato
svolge un ruolo accentratore, cioè riassume e dà senso al tutto, al contrario di
numerosi altri artisti italiani che non riescono ancora a soddisfare diligentemente
l'irrinunciabile esigenza di inserire le liriche nelle musiche.
Forse per questo motivo la successiva "Danza dei grandi rettili" mi sembra meno
significativa. E' un intermezzo jazzato, abilmente ideato ed inserito al punto giusto, ma
senza eccessive pretese.
"Cento mani e cento occhi" potrebbe essere al contrario l'episodio più convincente,
perché nell'impostazione dialogata, nell'orientamento melodico, nelle interpretazioni
vocali di Francesco e di Vittorio, affiora il tentativo di riportare in un linguaggio attuale
elementi della tradizione popolare e soprattutto lirica, notoriamente detestata dalla più
giovani generazioni perché priva di aggancio con la realtà. E' l'embrione di una rock-
opera, meglio di quanto gli stranieri abbiano sin ora fatto. La necessità di una
dimensione visiva è stata comunque avvertita a tal punto dal Banco che, abbandonata
l'originaria idea di rielaborare una tragedia greca, i ragazzi sono al lavoro per la
sceneggiatura teatrale di "Darwin!". E sarebbe un vero peccato che - come
annunciato - questo fosse l'ultimo album a concetto unico del gruppo, perché ciò è
radicato nelle loro possibilità.
Il testo introdotto da un sintetizzatore desc rive la primigenia organizzazione tribale, la
prima offerta di un "ritto" ad un altro che non sia uno scambio di violenze: l'uomo è
combattuto fra l'unione che gli consente una vita più sicura e la perdita della liberà,
amletico dramma che si rinnova nella nostra vita di ogni giorno.
"750.000 anni fa... l'Amore?" è il gioiello melodico della raccolta. Il piano sottolinea con
delicatezza gli accenti tragici del testo, l'impotenza dello "scimmione senza ragione",
consapevole della sua bruttezza e della sua incapacità (-la mente vuole, ma il labbro
inerte non sa dire niente-), a possedere il "corpo chiaro dai larghi fianchi". Con un
sapore vagamente leopardiano, Francesco ci regala una delle sua più struggenti
interpretazioni, soffermandosi, al di là della tipicità della sua figura fisica, il primo
grande personaggio vocale che la nostra scena di gruppi d'avanguardia abbia prodotto.
"Miserere alla storia", dal clima teso ed inquieto, con poche parole declamate conclude
la descrizione e fa da premessa alla riflessione successiva. A cosa serve il progresso
se la razza si estingue? E- traslato sul piano individuale - quanto giova lottare e soffrire
per beni terreni se dietro ciascuno di noi è la morte?
"Ed ora io domando tempo al Tempo ed egli mi risponde... non ne ho!" è un episodio a
parte, sia per la struttura musicale che per il significato conclusivo dell'opera. Un
valzerone popolare, una fisarmonica il clavicem balo, il clarino ed il cigolìo di una
grande ruota che gira: è il tempo che inesorabilmente stritola l'essere vivente. L'uomo
moderno proprio dal fenomeno dell'evoluzione acquista maggiore coscienza dell'infinta
vanità e del trasformarsi di ogni cosa. L'estrema contraddizione è la ruota che gira
senza perdere un colpo e la musica che la accompagna, una giostra antica ola pedana
di un circo felliniano, con qual senso di malinconia infinita e quell'ironia della vita che
tutti questi amari simboli rappresentano. La conclusione più giusta e più bella per
questo capolavoro del Banco: - Ah! r uota gigante, perché dunque mi fai pensare se nel
tuo tirare la mente poi mi frenerai -. 23
Enzo Caffarelli
BANCO DEL MUTUO SOCCORSO
Banco del Mutuo Soccorso
CD
1972-1

Primo disco di una ( lo dico senza problemi) delle mie BANDS preferite di tutti i tempi!!!
Grandiose melodie e ritmi sfrenati che vedono trainanti le grandiose mani dei due
fratelli Gianni e Vittorio Nocenzi e la caratteristica voce di Francesco Di Giacomo.
Il disco delinea subito lo spirito stilistico della band r endendolo inconfondibile anche nei
dischi successivi (o almeno in parte di essi).
Pianoforti, clavicembali e organi Hammond sono sempre in primo piano ma con un
grande feeling con gli altr i strumenti.
Purtroppo la qualità di registrazione del suono (anche su CD) non è delle migliori!
"R.I.P.","Metamorfosi", "Passaggio" e "Traccia" sono brani che il banco esegue tutt'ora
nei concerti .
Commento finale: un MUST !
***
Nome, copertina ed etichetta originalissimi per una formazione romana sicuramente fra
le più personali tra tutte quelle emerse alla ribalta nazionale nell'ultimo anno. Il loro
organico pr esenta chitarra, basso, batteria, piano, organo (sono molto rari i gruppi con
piano ed organo insieme, r icordi i Procol Harum che sono stati i migliori con le due
tastiere), più un cantante eccellente, il panciuto Francesco Di Giacomo, dai toni vocali
molto originali.
L'album del Banco del Mutuo Soccorso è personale ed originale non solamente nel
panorama italiano (sono compagni di m anagement della Premiata Forneria Marconi,
ma non le somigliano affatto). Ma non offre neppure facili agganci con gruppi stranieri,
e questo per ovvie ragioni è un immenso bene. In fondo il sestetto ha superato a pieni
voti il consueto "salto" che ogni gruppo italiano deve affrontare quando abbandona il
repertorio inizialmente, di solito, preso in prestito dagli americani o dagli inglesi, ed
entra in una fase assolutamente creativa e propria.
Il Banco torna sul tema dell'uomo angosciato ed alienato di fronte alla realtà
circostante, il tema che gli italiani hanno maggiormente affrontato negli ultimi tempi. Lo
fanno con liriche simboliche molto belle, favolistiche, ariostesche forrei dire tenuto
conto dell'accenno iniziale ad Astolfo e all'ippogrifo, sognanti, accoppiate con
atmosfere melodiche e intimiste, con il piano sempre in bella evidenza, e con un
organico complessivamente capace e creativo. "R.I.P." (Requescant in pace) e "Il
giardino del mago" i pezzi migliori.
Enzo Caffarelli

24
BANCO DEL MUTUO SOCCORSO
Io sono nato libero
CD
1973

Questo disco parte un "Canto nomade" da 15 minuti : grandi momenti ma a volte


l'atmosfera risulta troppo pesante!
Segue "Non mi rompete": un altro classico del gruppo che a onor del vero non mi
entusiasma più di tanto in quanto non è molto in linea con il resto delle canzoni.
"La città sottile" evidenzia la grande tecnica di Gianni al pianoforte mentre
"Dopo...niente è più lo stesso" è un qualcosa di incredibile: un inizio mozzafiato con
grinta da vendere! Durante un'assolo di piano/m oog viene anche ripreso un tema che
era apparso nel "canto nomade".
Chiude la bellissima "Traccia II".
***
Non è facile tr ovare le parole giuste per questo nuovo capolavoro del Banco. L'album è
venuto fuori dopo un lungo lavoro di selezione tra il materiale che Vittorio Nocenzi e
compagni avevano in mente; e questo comporta un maggiore equilibrio rispetto ai
precedenti dischi, cioè uno svisceramento di ciascuna idea, superando la struttura
collagistica apparsa di tanto in tanto nel primo LP ed in "Darwin!".
Dunque i sei ragazzi (sette con l'aggiunta del chitarrista Rodolfo Maltese che ha
affiancato con l'acustica Marcello Todaro) lavorano con lucida inventiva su parte delle
loro numerose idee, senza per questo restare ancorati a schemi prestabiliti. L'album è
un superamento soprattutto negli arrangiamenti, nelle trovate ritmiche e nell'uso dei
sintetizzatore, al quale Vittorio ha dato una fisionomia precisa ed inconfondibile. Inoltre
tutti gli strumentisti sono cresciuti, come la recente tournée ha confermato
indiscutibilmente: e un cenno particolare merita il più giovane dei fratelli Nocenzi, il
pianista Gianni, che esordisce anche nelle vesti di compositore.
Un capitolo a parte anche per Francesco: "Big", al di là del personaggio, è un interprete
raffinatissimo, capace di comunicare straordinariamente anche dai microfoni di una
sala di registrazione. la sua recitazione possiede una spontaneità inim itabile, e la
particolare impostazione contribuisce a far venire in mente certi elementi della m usica
lirica che il Banco è fra i pochi per non dire l'unica formazione italiana e non ad avere
recuperato e riattualizzato alla luce de un linguaggio del tutto nuovo.
I testi sono autentiche poesie, la lingua ricca e se vogliamo ricercata, quindi non
sempre di immediata presa, ma nello stesso tempo talmente pregnante di significati
che con un minimo di attenzione è facile apprezzarla ed innamorarsene.
I brani di "Io sono nato libero" non costituiscono un disco a concetto unico, come per
"Darwin!", tuttavia si articolano intorno ad un comune denominatore che è la ricerca
della libertà: libertà che manca ai prigionieri politici ("Almeno tu che puoi fuggi via canto
nomade, questa cella è piena della mia disperazione, tu che puoi non farti prendere.
Voi condannate per comodità, ma la mia idea già vi assalta. Voi martoriate le mie sole
carni, ma il mio cervello vive ancora... ancora"); che manca a chi è costr etto a
combattere ("Lingue gonfie, pance piene, non parlatemi di libertà, voi che io
stram aledico"); che manca a chi vive nelle grandi metropoli disumanizzanti ("Qui il
vento non soffia - rivive un'immagine di Cento mani, cento occhi - i rumori, ma c'è il
silenzio che s scrivere nell'aria ferma. Sottile non città, fra i tuoi perenni grigi, sola").
Inoltre le parole sono inserite nelle musiche pienamente, senza setti divisori. Insomma
una gr ande opera: e se l'im magine del grasso 25 Francesco e la sua umanità poetica
sono la prima cosa a balzare agli occhi ed a toccare il cuore, il gruppo dietro non resta
in secondo piano. Sul piano ritmico non ha più nulla da invidiare a nessuno, sul piano
delle invenzioni solistiche organo, piano e sintetizzatore, creano suggestioni ed
emozioni continue, fuggendo complesse elaborazioni polifoniche, e senza concedersi
momenti di pausa.
Un breve cenno sui cinque brani che compongono il microsolco. "Canto nomade per un
prigioniero politico" è una stupenda canzone "autunnale", per il clima crepuscolare e
nostalgico che la pervade ("In questi giorni è certo autunno giù da noi, dolce Marta,
Marta mia", come se per il protagonista, "prigioniero per l'idea", lo scorrere delle
stagioni non avesse più senso). La seconda parte del brano è strum entale e sviluppa in
particolare idee ritmiche, con l'aggiunta alle percussioni di Silvana Aliotta dei Circus
2000.
"Non mi rompete" è una breve ballata con la chitarra acustica in evidenza. Francesco si
riscopre immaginifico discepolo ariostesco, mentre il suo impegno recitativo è maggiore
ne "La città sottile", inserito in una dimensione trasognata, da incubo felliniano, con il
pianoforte protagonista assoluto. "La città sottile", composto da Gianni Nocenzi, è il
brano m usicalmente più difficile del LP.
"Dopo... niente è lo stesso" ripercorre tutta una serie di situazioni attraverso una
curatissima strumentazione: l'impostazione lirica, la suggestione del dialogo, i
personaggi diversi o dovuti alle diverse situazioni psicologiche che si accavallano e si
confondono nel finale vortice di tristezza, ne fanno probabilmente il pezzo più
significativo del LP. Come pure altrove, i ritmi anglosassoni sono calati in una
sensibilità ed in una forma di tradizione tipicamente mediterranee, operazione comune
anche a gruppi inglesi, vedi i Gentle Giant ad esempio.
Infine "Traccia II" si ispira al tema che chiudeva il primo album del Banco: uno
strum entale che nasce in sordina e poi esplode in un prezioso crescendo.
Un disto che va ascoltato con molta attenzione, ma che consacra definitivamente - se
ce ne fosse ancora bisogno - questo grandissimo gruppo.
Enzo Caffarelli
BANCO DEL MUTUO SOCCORSO
Come in un'ultima cena

1976

Questo disco segna un piccolo cambiamento nello stile del gruppo: risulta un disco di
minor impatto sonoro ma comunque molto gradevole.
Spiccano "Il ragno" (tutt'ora in scaletta), l'inizio travolgente di "Voila' Mida" e la ballata
acustica "La notte è piena". Chiude "Fino alla mia porta" che sarà estesa e rinominata
nel successivo disco live "CAPOLINEA" (non recensito).
Un gran bel disco ma con sonorità più soft.

26
BANCO DEL MUTUO SOCCORSO
Garofano rosso

1976

Disco colonna sonora del film "Garofano rosso" completamente strumentale trova
secondo me i picchi più elevati nella grintosissima "Garofano rosso" (soprattutto nella
seconda parte), nella "Passeggiata in bicicletta", nella bellissima "Tema di Giovanna" e
nel "Notturno breve".
Niente male ma lo consiglio ai fans scatenati.
BANCO DEL MUTUO SOCCORSO
...di terra

1978

Altro disco strumentale dove la band viene affiancata dall "Orchestra dell'Unione
Musicisti di Roma" diretta da Vittorio Nocenzi.
I titoli/versi delle varie parti sono di Di Giacomo:
Nel cielo e nelle altre cose mute
terramadre,
non senza dolore
io vivo
né più di un albero non meno di una stella
nei suoni e nei silenzi
di terra.
Bellissimo il tema ma a volte l'orchestrazione risulta un po' forzata!
Comunque onestamente come disco strumentale lo preferisco a "Garofano rosso"
soprattutto per l'entusiasmante finale di pianoforte di "Di terra".
BANCO DEL MUTUO SOCCORSO
Canto di primavera

1979

Qui la storia cambia...!


Le sonorità cominciano a spostarsi sempre di più verso il pop e si salvano "Canto di
primavera" , la bella "E mi viene da pensare" e "Lungo il margine".
Il gruppo ha definitivamente abbandonato quello stile che lo ha reso noto nei primi
dischi.

27
BANCO DEL MUTUO SOCCORSO
Da qui messere si domina la valle...B.M.S. (91)

1991 -1

In questi due "Da qui messere si domina la valle" vengono riproposti i primi due dischi
completamente riregistrati con suoni m oderni e batteria elettronica inserendo anche
variazioni o ampliazioni ai vari momenti di assolo.
Bella l'orchestrazione in "Passaggio" e in "750.000 anni fa...l'amore".
Io preferisco gli originali...ma non sono male per un ascolto occasionale
BANCO DEL MUTUO SOCCORSO
Da qui messere si domina la valle...Darwin

1991 -2

vedi sopra

BANCO DEL MUTUO SOCCORSO


Nudo

1997

Questo doppio "Nudo" è diviso in tre parti: una nuova canzone da 15 minuti initolata
"Nudo" , una parte 'unplugged' e una parte 'live'.
Non male la nuova traccia "Nudo" anche se improntata in manier a leggermente più
moderna e quindi diversa dalle migliori canzoni del gruppo. Nella parte 'unplugged'
vengono riinterpr etati i vecchi cavalli di battaglia con 2 chitarre acustiche e un
pianoforte.
Grandioso il risultato!!!!
La parte 'live' occupa completamente il secondo CD.
Impressionante la sonorità, la precisione e la grinta con cui vengono eseguiti i pezzi ,
contando anche l'assenza di Gianni Nocenzi! "La conquista della posizione eretta" e
"Metamorfosi" incoronano indubbiamente Vittorio Nocenzi come uno dei più grandi
musicisti italiani presenti sulla scena.
Alta tensione anche in "Roma/Tokyo" e "Traccia".
SUPER CONSIGLIATO.

28
BIGLIETTO PER L'INFERNO
Il tempo della semina

Onestamente sono rimasto un po' deluso da questo seguito!!! Ci sono ancora dei bei
momenti, soprattutto nella title track, ma spesso il gruppo si rifugia in passaggi pop.
Bella "Vivi lotta pensa" e "L'arte sublime di un giusto regnare"

BIGLIETTO PER L'INFERNO


Biglietto per l'inferno

1972

Altro bel disco italiano anche se magari un po' più orientato verso l'hard rock che al
progressive.
Belle "Confessione" un lungo dialogo tra una specie di Robin Hood odierno che ruba ai
ricchi per dare ai poveri e un prete con un bel intervento di pianoforte e coro finale,
"Una strana regina" con Hammond e moog sempre in evidenza, "Il nevare" che alterna
parti soft e tirate sfilate di moog e chitarra distorta, e la lunga "L'amico suicida".
Un gran bel disco: sicuramente consigliato agli amanti delle sonorità leggermente più
spostate verso l'hard rock.

29
BLUE MORNING
BLUE MORNING

1973

i Blue Morning sono un gruppo romano avviato al jazz d'avanguardia, da parecchio


tempo in anticamera: finalmente esce il loro primo album, che coincide però con uno
sfaldamento parziale della formazione. Resta il documento, il "risultato di una ricerca
musicale condotta per molto tempo in modo del tutto autonomo e non senza sacrifici
vari", come gli stessi ragazzi del gruppo scrivono nelle note di copertina.
Una ricerca che pone i Blue Morning - quattro elementi più uno, Alvise Sacchi, addetto
ad "aggeggi vari" e disegnatore della copertina - all'avanguardia in Italia. Maurizio
Giammarco, sassofonista flautista e pianista, ha suonato con noti jazzisti. Roberto
Ciotti, musicista preparatissimo, è il chitarrista che Alan Sorrenti avrebbe voluto con sé
nell'ultimo gruppo la scorsa estate. Tutti insieme hanno partecipato alla realizzazione in
sala di dischi di colleghi, come "Alice non lo sa" per Francesco De Gregori.
Il loro è un jazz personale, lontano dai modelli inglesi più imitati: un jazz ricco di spunti
creativi e sufficientemente comunicativo, senza sbavature, con spazio per tutti gli
strumenti e nel medesimo tempo senza noiosi assoli.

L'album è strumentale, e cinque sono i brani dai titoli molto originali: "Danza del
palombar i lottatori", "Panini volanti", "Farfalle nella pancia", "Belmont Plaza" e "Una
sera di luglio, in città, dopo una cena col morto": per i quali non è sempre facile trovare
il nesso logico con la m usica, ma è comunque piacevole la distinzione dai soliti incubi,
risveglio, sogno, realtà, visione, illusione... che r appresentano la trovata a senso unico
per molti gruppi italiani minori.
Un'ennesima prova, quella dei Blue Morning, che la musica in Italia ha uomini validi, e
che sono soprattutto le strutture, e semmai l'educazione artistica del pubblico a
mancare.
Enzo Caffarelli

30
Campo di Marte
Campo di Marte

1973

Negli anni '70, tanti furono i temi di discussione che sfociarono magari in motivo di
protesta o che presi come puri ideali, suscitarono emozioni tali da formare veri e propri
movimenti di gruppo. Alcuni di questi si sono persi lungo il cammino del tempo mentre
altri sono rimasti vivi e sono arrivati fino ad oggi. Uno di questi, che maggiormente ha
meritato attenzione, era (ed è) il tema della pace.
Non so se il nome del gruppo includa il mitologico dio della guerra proprio come
manifesto di offesa e lotta, ma i testi e le atmosfere trasudano di questi ideali.
Strana la scelta dei titoli: è una numerazione in tempi (dal primo al settimo), quasi a
richiamo classico.
E' lampante la voglia del gruppo di proporre un lavoro variegato ed originale: molte
composizioni (come ad esempio "Primo tempo") si snodano su più temi, leggeri e
pesanti, acustici ed elettrici, lenti e sfrenati; ci si scontra con atmosfere estremamente
tirate (...quasi da campo di battaglia...) con chitarre distorte in primissimo piano
accompagnate da lunghe cavalcate di basso e batteria intrise di ottime tastiere, e
magari di lì a poco i flauti intrecciano con i corni un sottile mosaico di note quasi da
"Quiete dopo la tempesta" (si vedano anche "Secondo tempo" e "Quinto tempo").
Bene in vista anche alcuni accenti al di fuor i del progressive: "Quarto tempo" ha
un'impronta nettamente classica mentre "Settim o tem po" quasi jazz, almeno in alcune
parti. Anche alcuni interventi di chitarra non si possono, secondo me, catalogare
propriamente rock e si nota già dal primo ascolto una marcata differenza tra la chitarra
acustica, sempre lineare, precisa e pulita, e la chitarra elettrica, dirompente, potente e,
in alcune parti, fin quasi maltrattata. Basta sentire l'inizio di "Terzo tempo" (la traccia
migliore insieme a "Settimo tempo"): un indiavolato assolo iniziale, caotico e
perfezionista allo stesso tempo, che introduce al bellissimo cantato con ottima parte di
pianoforte. Da segnalare inoltre il grandioso assolo centrale che richiama l'energica
grinta iniziale.
Ricordo quel prato coperto di fiori ...
...e vedo quel luogo, migliaia di croci ...
Un disco valido, che deve molto alla grande tecnica dei componenti!
Consigliato.

31
CELESTE
CELESTE

1976

Le sonorità di questo disco sono sempre molto soft ma sprigionano in vari momenti
delle sensazioni uniche. Oltre ai classici strumenti, vengono usati xilofoni e flauti.
Bellissime "Principe di un giorno" e "Favole antiche".
Forse il fatto che l'atmosfera rimane sempre su certi canoni rende difficile l'intero
ascolto.
Comunque consigliato
CERVELLO
Melos

1973

Melos è il personaggio della mitologia greca che rappresenta il canto, ed è il


protagonista di questa ricostruzione del clima della tragedia e del mito che il Cervello
ha voluto offrire al suo esordio.
Il quintetto napoletano usa un linguaggio volutamente ricercato, arcaicizzante fino
all'esasperazione, ma immediato, senza rifiniture barocche, costituito di immagini
rapide e folgoranti, una descrizione verbale tesa a provocare, secondo il programm a
dei musicisti, visioni altrettanto imm ediate nell'ascoltatore. Le parti cantate sono
porzioni di un tutto musicale, senza interrompere lo svolgimento armonico del brano:
c'è una sapore dodecafonico e di antichi canti che si mescolano e rendo l'operazione
difficile e particolarmente interessante, anche se dura al primo ascolto.
Musicalmente il Cervello presenta una certa autonomia dai modelli stranieri: è forse un
momento di sintesi delle cose miglior i offer te dal panorama italiano, dalla PFM al
Banco, agli Area; soprattutto agli Osanna, cui il Cervello è doppiamente legato: in
quanto Corrado Rustici, chitarrista, è il fratello minore di Danilo, e perché lo stesso
Danilo insieme ad Elio D'Anna sono stati i produttori dell'album e le attente guide del
gruppo costituito da giovanissimi (età media diciannove anni).
Il recupero della tradizione mediterr anea, e greca in particolare, vuol essere un fatto
ispirativo, non di ricostruzione neoclassica: anzi le figure di Euterpe, la musa del canto,
o del Satiro, dello stesso Melos, ambiguo, portavoce delle contraddizioni della realtà di
ogni tempo, sono osservate attraverso un diaframma critico. Del rito dionisiaco viene
esaltata la potenza energetica, ma condannata la forma. Gianluigi di Franco (flauto e
voce) e Corrado Rustici hanno composto i brani, anche se sul disco figurano due
prestanome.
Ci sono degli episodi acustici, tipicamente pastorali, come scenografia richiede, ma c'è
soprattutto un rock-jazz libero, fluido, con atmosfere galattiche. L'uso del mandolino,
del vibrafono e di vari tipi di flauto danno particolare ricchezza e corposità al suono. In
alcuni brani si osserva proprio una crescita da momenti tradizionali verso la conquista
progressiva di un linguaggio concettualmente più moderno.
Enzo Caffarelli 32
Cherry five
Cherry five

1975

Primo e unico disco di quelli che saranno i futuri Goblin: evidenzia le grandissime
capacità tecniche dei componenti.
Le sonorità ricor dano a volte gli Yes dei dischi migliori ma con il grande pregio di non
imitare mai , e ripeto mai, lo stile di Jon Anderson.
Difficile dire cosa spicca...il livello è sempre alto...le canzoni sono sempre lunghe ed
interessanti dall'inizio alla fine: Simonetti abbonda con Hammond, Mellotron e Rhodes,
strumenti che non userà più di tanto nei seguenti dischi coi Goblin. Atmosfere sempre
tirate in "Country Grave-yard"; bello l'inizio acustico in "The picture of Dor ian Gray" con
uno strano intreccio vocale all'interno; grandioso l'inizio di "The swan is murdered part
1" con un clavicembalo intrecciato ad un pianofor te che creano un sostegno incredibile
per la voce di Tartarini; "Oliver" è la traccia più lunga del disco sempre spigolosa e
comandata dall'Hammond di Simonetti. Chiude "My little cloud land": dall'assolo finale
di moog (?) vibrato si può avere un assaggio del seguente stile Goblin.
Un grande disco!!!
CONSIGLIATO
CITTA' FRONTALE
El Tor

Onestamente non comprendo come due personaggi di spicco come Vairetti e Guar ino
che hanno creato parte della storia della musica italiana con gli Osanna siano riusciti a
confezionar e un disco del gener e.
Le melodie sono quasi da Santa Messa della domenica.
Onestamente salvo solo "Duro lavoro".

33
Claudio Lolli
Aspettando Godot

1972 - Ciao 2001

E' piuttosto strano come con un vasto patrimonio tradizionale e con tentativi così
numerosi, l'Italia abbia partorito negli ultimi dieci anni tanti cantautori sufficientemente
apprezzabili, ma un solo indiscutibile genio e poeta, Francesco Guccini.
Ed è a Guccini che Claudio Lolli si avvicina per formule musicali, per gli arrangiamenti
scarni e semplici (che qui divengono comunque semplicistici) e per l'impegno ricercato
dei testi. Con la differenza che quanto in Francesco è riflesso, implicito e pregnante di
un provincialismo culturale che in fondo è proprio e tipico di quasi tutti i grandi artisti del
nostro paese, in Claudio è denuncia esplicita e forzata, costantemente sull'orlo del
luogo comune e di quella protes ta politica che fa di tanti talenti degli uomini "impegnati"
ma non degli artisti. E quanto in Guccini è spontanea descrizione di moti del cuore e di
paesaggi naturali, in Lolli è frutto di esperienze personali nelle quali la costante ricerca
di un'assoluta sincerità merita sicuramente una lode, ma risente qua e là di un notevole
sforzo espressivo.
Ciò non significa affatto che il discorso artistic o di questo giovane cantautore sia
sbagliato o, quel che peggio, sia assente. Tutt'altro. Solo che non c'è bisogno di
scomodare Guccini, come taluni hanno fatto, per paragoni dai quali nessuno dei due
può trarre giovamento alcuno. In fondo Lolli è un personaggio estrem amente sincero, e
come tale non va consider ato secondo a nessuno: però forse non basta essere se
stessi per essere dei gr andi artisti.
Claudio deve amare profondamente Samuel Beckett se ha intitolato il primo brano e
l'intero album "Aspettando Godot". Oppure ha trovato estremamente giusto, per ciò che
complessivamente vuol dire con questa sue esperienza discografica, la satira del
commediagrafo irlandes e, per entrare nei panni un po' scomodi di Vladimiro e di
Estragone a confessare l'inutilità della propria esistenza nell'attesa di qualche cosa di
superiore. "Aspettando Godot" è il brano più complesso e più valido dell'album, seguito
a ruota da "Borghesia", musicalmente un buono folk italiano, con un quadro davvero
tragico dei certa borghesia. poi "L'isola verde" e "Angoscia metropolitana". Le altre
sembrano le poesie d'amore scritte nella prima giovinezza e musicate con l'ombra di
Luigi Tenco in mente.
Il tema fondamentale resta l'inutilità della vita: il risultato cui, sfruttando i suoi principi
marxisti, Lolli giunge conseguentemente attraverso un'amara ironia della vita con una
continua, elementare ma significativa, confessione.
Ciò che resta di questo disco è l'analisi psicologica del personaggio, la vicenda
dell'"uomo" non in termini astratti e generali come hanno fatto sinora troppi gruppi
italiani con testi talora infelici, ma composta con un mosaico di ricordi, impressioni e
sentimenti personali; e res tano in mente i brani più belli, da canticchiare scoprendovi
magari, inaspettatamente, la problematica che qualcuno di essi pone.
La str ada è quella giusta: ricordiamoci però che ci sono altri talenti da scoprire, senza
accontentarci di figure mediocri o di doppioni. Lolli non è fortunatamente né l'uno né
l'altro, ma non possiede neppure l'altezza lirica e la maturità dei migliori. Un esordio in
ogni caso degno di menzione.
Enzo Caffarelli

34
Claudio Rocchi
Volo magico n. 1

1971 - Ciao 2001

Claudio Rocchi è il cantautore più nuovo ed inter essante che la scena italiana abbia
espresso da un anno a questa parte. Claudio è partito contemplando ancora modelli
nazionali e stranieri, come è in pratica inevitabile oggi per un cantautore, ma ormai è
riuscito ad esprimere pienamente se stesso, a trovare un equilibrio eccellente fra
musiche e testi: le musiche molto scarne, incisive, un piano leggiadro e creativo, una
ritmica in sottofondo, due o più chitarre a dialogare in primo piano; i testi chiari e
sintetici, provocanti, spesso sognanti, che comunque sanno darci l'esatta immagine del
Rocchi-uomo, stravagante pacifista genuinamente ispirato ma utopista come tanti altri.
"Volo magico N. 1" è il secondo album di Rocchi, dopo "Viaggio", e doveva
originariamente essere doppio. Vi figurano parecchi nomi dell'ambiente milanese che
cominciano a farsi notare, come i ragazzi del Pacco. Cito fra gli altri il piano di Eugenio
Pezza, e le chitarr e di Alberto Camerini e Riki Belloni.

Claudio è dolce ed intimista in brani come "La realtà non esiste" e "Tutto quello che ho
da dire"; il suo linguaggio si fa più urlato ed esasperato nella lunga "Giusto amore". La
seconda facciata è occupata interamente dal pezzo che porta il titolo dell'album,
composizione eccezionale dall'atmosfera a tratti pseudo-orientale, ma a base di
semplici percussioni di chitarre acustiche, e di cori sino all'entrata del mellotron e della
chitarra elettrica nella parte finale.
Molto belle le parole, non riportate nella copertina, ma facilissimamente comprensibili
dalla limpida collocazione della voce nel sound del disco. Ecco alcuni stralci: "...c'è
sempre tempo per cantare... poi puoi andare dove vuoi, poi puoi esser come vuoi, poi
puoi stare con chi vuoi poi puoi prendere o lasciare, poi puoi scegliere di dare... ".

Mi piace soprattutto "La r ealtà non esiste": "Quando stai mangiando una mela, tu e la
mela siete parte di Dio; quando pensi a Dio sei una parte, di ogni parte niente è fuori da
tutto; quando vivi tu sei un centro di ruota, e i tuoi raggi sono raggi di vita; puoi girare
solo intorno al tuo perno o puoi scegliere di correre e andare; quando dormi tu sei
come una stella e il respir o è come fuori dal tempo; quando ridi è come il sole
sull'acqua, sai che farne della vita che hai; quando ami tu ridono al tuo corpo quel che
manca per riempire un abbraccio; quando corri sai esser lepre e lum aca, se hai deciso
di arrivare o restare; quando pensi stai creando qualcosa, l'illusione di chiamarla
illusione; quando chiedi tu hai bisogno di dare, quando hai dato hai realizzato
l'amore...".
Enzo Caffarelli

35
Claudio Rocchi
La norma del cielo (volo magico n. 2)

1972

Due mesi fa Claudio Rocchi tornava in Italia dalla sua esperienza indiana, giunta
puntuale dati gli interessi ar tistici ed umani del cantautore milanese. Tornava anche
con l'epatite virale, dalla quale fortunatamente si è rimesso.

Questo album è esattamente la prosecuzione del precedente, "Volo magico n. 1",


considerato anche il fatto che quel primo doveva essere doppio, mutilato poi per ovvie
controversie discografiche. Dunque buona parte del materiale qui raccolto era pronto
da un anno almeno. Simile è l'impostazione dei brani, i brevi tratti cantati che
focalizzano il pezzo, ed i lunghi episodi strum entali, gli stessi sono i musicisti
partecipanti alle registrazioni, fra i quali Eugenio Pezza, Eno Bruce, Lorenzo Vassallo,
Alberto Camerini.
L'album di Claudio contiene melodie fresche e dolcissime, anche se qua e là i periodi
meditativi vengono un po' sacrificati alla creazione di una particolare concentrazion3e e
di una particolare atmosfer a; buoni i testi: il loro messaggio è semplice come il
personaggio che gli sta dietro. Frasi come "vivi la vita vivendo la vita" hanno un
significato profondissimo, m a che purtroppo può sfuggire ad una ascoltatore distratto.
Claudio è già molto conosciuto anche grazie alla rubrica radiofonica "Per voi giovani", e
dunque quasi tutti lo apprezzano: pensiamo che questo LP piacerà a chi già lo stima, e
riuscirà a convincere anche il resto del pubblico. La cosa più interessante, al di là delle
influenze orientaleggianti, ci sembra la vena genuina del cantautore, che sa fare del
folk con semplicità e poesia s ulla base di un discorso prettamente italiano. Così in "La
norma del cielo", "Storia di tutti", "L'arancia è un frutto d'acqua".
S. R.
CLAUDIO SIMONETTI
Profondo rosso - XXV anniversario

2000

Raccolta di canzoni dei Goblin ed altri autori com pletamente risuonati e talvolta
riarrangiati da Simonetti. Segnalo "Profondo rosso" con un ottimo scambio di assoli
finale, "Tenebre", "X-files" e "Opera". Le canzoni sono comunque tratte da due
compilation: X-Terror Files e Transilvania.
...molto spesso si sente la mano di un grande musicista...

36
Corte dei Miracoli
Corte dei Miracoli

1976

Disco di tar do progressive (76) per questo gruppo che presenta alla chitarra in "...e
verrà l'uomo" e al banco di missaggio Vittorio De Scalzi dei New Trolls . De Scalzi darà
a tutto il disco un taglio riconoscibile e molto simile ad Atomic System. Da segnalare il
bell'inizio in "..e verrà l'uomo" e una sempre attiva presenza di pianoforte e batteria.
Una pecca del disco è che a volte il gruppo si r ifugia in passaggi magari già consolidati
e non proprio originali.
Il risultato è comunque tutt'altro che malvagio...anzi!
Ne "Una storia fiabesca" l'apporto vocale ricorda vagamente Tagliapietra.
...un bel disco.

37
DE DE LIND
Io non so da dove vengo e non so dove mai andrò.
Uomo è il nome che mi han dato

1973

Corro il r ischio di non trovare più che cosa scrivere intorno ai gruppi italiani, i quali
nonostante il momento buono più volte sottolineato, si ripetono in una maniera
incredibile.

Dopo il successo clamoroso e, per la maggior parte dei casi, meritato, di alcuni gruppi
nostrani, le case discografiche ed i managers, fino a quel mom ento drasticamente
chiusi ad ogni tentativo di novità, ad ogni esperimento che portasse una ventata di
freschezza all'asfittico panorama italiano, hanno creduto di scoprire l'oro e si sono
buttati a testa bassa sul materiale giovane, spendendo tempo e danaro sull'etichetta
"underground italiano" (ammesso e non concesso che buona parte delle persone che
in Italia tengono in mano il mercato discografico, siano in grado di selezionare il buono
dal cattivo, e di distinguere ciò che non capiscono da quello che definiscono
underground. Purtroppo la nuova generazione di tecnici e discografici giovani si sta
imponendo solo lentamente).
E' un breve monito questo che vorrebbe richiamare ad una certa prudenza, a
contenere un fenomeno che rischia la più ridicola delle inflazioni. Non è un discorso
che serve ad introdurre specificatamente i De De Lind, gruppo nuovo che tutto
sommato conosce il fatto suo e si esprime in termini accettabili, facendosi apprezzar e
moderatamente per questo suo esordio, senza raggiungere tuttavia traguardi troppo
ambiziosi e lodevoli.
I De De Lind sono in cinque, con la tipica strumentazione ricchissima del nuovo
prototipo di gruppo italiano: un cantante che scrive i testi e suona la chitarra acustica,
due ritmi, due solisti che si alternano al flauto, al sax, al pino, all'organo, alla chitarra
elettrica. Niente di nuovo sotto il sole: le solite melodie acustiche alternate a ritmi
incalzanti e a brevi episodi di rock più duro, con testi difficilmente imponibili alle
esigenze metriche delle melodie, e strutturati al solito modo ed introno agli stessi
argomenti di introspezione personale che finiscono per essere fatalmente i più banali
(benedetti ragazzi, sarete i duecentocinquantesimi ad usare titoli come "Fuga e morte",
"Smarrimento", "Voglia di vivere", "E poi...", e meno male che non c'è accenno a
"Sogno e risveglio", "Incubo" e "Illusione!").
Qualche influenza classicheggiante, e tante idee appena abbozzate ed ancora da
sviluppare compiutamente. E' un album dal titolo chilometrico che ha la funzione
principale di creare una base, sia pure con qualche trave traballante, per un edificio
futuro forse ricco di buoni risultati. Tra le due facciate, migliore la prima.
Enzo Caffarelli

38
DEDALUS
DEDALUS

1973

Per la neonata Tridenti esordiscono i Dedalus, Gia segnalatisi come una delle
promesse più benne della scena italiana. Com e altri nomi nuovi, il gruppo si muove
nell'aera del jazz più vicino al rock, quello che in Inghilterra ha nome Soft Machine o
Nucleus, in America Miles Davis, Weather Report, Mahavishnu Orchestra, Herbie
Hancock.
Il linguaggio dei Dedalus è a metà strada fra le due esperienze, ricco di immagini,
ricercato nelle sonorità, e con risultati estremamente soddisfacenti fin dalla prima
incisione. Sui quattro giuoca un r uolo notevole l'esperienza, essendo stati tutti più o
meno, nonostante l'età (dai ventitré ai diciotto anni), impegnati in ambienti qualificati,
come quello dell'elettronica, del jazz o del blues, al contrario di altri musicisti pur
volenterosi, che giungono ad esperienze avanzate dopo anni di balera.
Agli strumenti base, che sono batteria, basso, sax o chitarra e tastiere, si aggiungono il
sint, varie percussioni, il contrabbasso e, la nota più curiosa, il violoncello - che il
pianista Fiorenzo Bonansone inserisce spesso e volentieri tra lucidi assoli di sax -
sonorità liquide di piano elettrico, voci elettroniche mescolate con gusto ed efficacia, e
ritmi tribali realizzati grazie alla collaborazione di René M antegna degli Aktuala.
Musica cerebrale e difficile, ma variando timbri e strumenti conduttori, i Dedalus
vogliono intenzionalmente prevenire questo pericolo. D'altra parte la musica si evolve, il
rock e con esso il pubblico del rock tendono parallelamente a qualcosa di più
significativo, a costo di qualche sacrificio di impegno nell'ascolto: i Dedalus lo hanno
capito e non si preoccupano di venire incontro alla massa con facili concessioni. Ecco
perché questo LP non è destinato al grande successo, anche se rappresenta un
convincente esempio di come anche in Italia si possa s uonare bene.
Cinque i titoli: "Santiago", "Leda", "Conn", "CT 6" e "Brilla".
Enzo Caffarelli

39
DELIRIUM
Dolce acqua

1971

Per chi è rimasto al "Canto di Osanna", devo immediatamente precisare che i cinque
Delirium valgono assai di più, e che anzi sono sicuramente fra i nomi che danno
maggiore fiducia e maggiore speranza per il futuro della musica italiana.

Dopo gli Osanna, anche i compagni di scuderia Delirium hanno costruito quello che in
Inghilterra chiamano un "album concept", in altri termini una raccolta di brani legati da
un tema conduttore: tema conduttore che è ancora una volta l'uomo, compresso dal
particolarismo e minacciato dall'alienazione, in un viaggio di sensazioni che lo
conducono dalla paura alla speranza, attr averso l'egoismo, il dubbio, il dolore,
l'ipocrisia, la verità, il perdono e la libertà.
Musicalmente il gruppo prefer isce una strumentazione acustica, basata sull'ottimo
flauto di Ivano Fossati, l'autore più prolifico del quintetto, e sul piano di Ettore Vigo.
Possiede inoltre più di una bella voce, elemento purtroppo assai raro fra i nuovi gruppi
italiani, ed un'impostazione di base che consente loro di affrontare con felice risultato il
jazz, con accenni alla musica sudamericana, e senza dimenticare nel frattempo un tipo
di canzone che ricorda molto da vicino i migliori cantautori italiani.
Dopo il Preludio ed i prim i due Movimenti, l'album offre un piacevolissimo intermezzo
jazzistico. Il brano è dedicato a "Satchmo", "Bir d, ed un altro indimenticabile amico",
ma, come specificano le note dell'album, vuol essere puramente ispirato al mondo
musicale del jazz, senza accenni espliciti allo stile di Louis Armstrong o di Charlie
Parker.
la seconda facciata offre una prima parte volutamente semplicistica, quasi in
corrispondenza con un sentimento quale la sincerità, mentre la musica si fa più
complessa e violenta con "Johnnie Sayre", personaggio tratto dall'antologia di Edgar
Lee Masters, la stessa che ha dato lo spunto a De André per il suo ultimo LP. La
"Favola o storia del lago di Kriss" è un dialto immaginario fra la luna, il vento ed un lago
che vorrebbe uscire dai propri argini per conoscere.
La conclusiva "Dolce acqua" è il ritrovamento della speranza alla fine del viaggio
musicale, e gli autori puntualizzano che potrebbe essere intesa nella sua dimensione
ecologica come riscoperta dei valori più puri della natura.

L'album mi sembra uni dei migliori italiani da un anno a questa parte. Anche i testi sono
poetici ed incisivi. Non c'è proprio nulla in comune con i Chicago, i Blood Sweat &
Tears ed i Colosseum, com e un po' superficialmente scrive Lilian Terry per le note di
copertina di "Dolce Acqua". Ma forse proprio qui è il bello; non c'è la solita imitazione
del gruppo straniero, di fronte al quale si finisce fatalmente per fare una magra figura,
ma c'è un discorso molto personale, forse ancora troppo poco elaborato e maturo, che
porterà però sicuramente il gruppo a vertici altissimi.
Enzo Caffarelli

40
DELIRIUM
Lo scemo e il villaggio

1972

A cavallo tra l'impegno della ricerca e il motivo orecchiabile, un occ hio all'album
"concept" ed uno alla sigla televisiva, ora privati di Ivano Fossati, i Delirium propongono
questo secondo album a quasi un anno di distanza dal primo.
Nella loro musica c'è sempre un non so che di indefinito: spunti jazzati, qualche
passaggio ricco di gusto e r affinato, senza effettismi di sorte, e qualche rispolveratura
delle cadenze e dei colori che hanno fatto, con "Jesahel" e compagnia bella, la fortuna
del complesso genovese.
Da quanto si capisce, il gruppo cerca di non deluder e le sue schiere di fans. Tra un
mellotron ed un piano jazzistico, tra un flauto dolce ed una chitarra acustica, la voce di
Mimmo Di Martino, canta i testi brevi ma pieni di significato.
Lo scemo del villaggio rappresenta il disadattato, l'escluso dal gruppo, dalla società, e
secondo le note di copertina "il vero uomo, l'inter prete autentico della saggezza
naturale, nonostante le beffe di cui lo fa oggetto un villaggio i cui sapienti somigliano
pericolosamente ad un branco di scimmie". Il personaggio non subisce passivamente,
ma denuncia la falsità e la vanità del mondo che lo circonda, da cui la luce eroica che
lo illumina e la necessità del conflitto sociale come insostituibile momento dialettico.
Confrontando questo album con il precedente "Dolce acqua", si nota subito una
differente distribuzione degli strumenti (in evidenza i sax, ad esempio), mentre la
musica a tratti si rifà al precedente lavoro.
Il gruppo riesce in definitiva ad essere originale, senza cioè ispirarsi a nessuno in
particolare, ma si sente che è andato alla ricerca di un terreno personale, al di fuori di
alcuni canoni tradizionali.
Enzo Caffarelli

41
DUELLO MADRE
DUELLO MADRE

1973

Si tratta di un quartetto composto dal chitarrista Marco Zoccheddu e dal bassista Bob
Callero, che precedentemente avevano fatto parte degli Osage Tribe, più il
sassofonista flautista Pippo Trentin ed il batterista Dede Lo Previte.

Per la produzione di Gian Piero Reverberi, il Duello Madre ha composto ed arrangiato i


cinque brani in cui si nota una particolare attenzione per i gruppi jazz d'oltre Manica, e
un allineamento con numerose altr e formazioni italiane d'avanguardia.

La nascita di numerosi nomi sulla scia di un fenomeno generalmente di importazione,


come molti sostengono ,è uno degli aspetti più sintomatici e nello stesso tempo
inquietanti del mercato italiano. Lasciamo gli artisti liberi di suonare ciò che vogliono,
però troppi fra di essi sono sfruttati dalle case discografiche, montati, abilmente
manipolati e poi abbandonati. Finché mancheranno le strutture adeguate, in Italia c'è
posto soltanto per pochi nomi: ed oltre ad una maturità a livello dirigenziale ed alla
preparazione dei gruppi stessi, alludo ad altri problemi allarmanti, com e la mancanza di
locali adeguati ad ospitare concerti pop in Italia, e la mancanza di fiducia negli
spettacoli dei nostri complessi da parte dei gestori e da parte del pubblico stesso.
Invece i gruppi nascono come funghi: per il Duello Madre vale il diritto d'anzianità,
trattandosi di musicisti da tempo sulla scena, anche se battezzati con un nuovo nome.
E la loro musica, un jazz ben costruito e non astruso, cioè comunicativo, è degna di
lode. I brani migliori: "Aquile blu", l'unica con un testo, "Otto" e "Duello".
Enzo Caffarelli

42
ERRATA CORRIGE
Siegfried, il Drago e Altre Storie

1976

Tante cose si possono dire degli italiani ma non che siano delle persone prive di
fantasie in quanto solo nell'ambito discografico sono state messe in musica le più
disparate storie, in bilico anche tra sacro e profano. Tra i più singolari lavori va
sicuramente ricordato anche questo disco che parla di draghi, mostr i e cavalieri. Dal
punto di vista musicale, i toni rimangono sempre sul piano acustico (tanto che le
apparizioni della chitarra elettrica si possono contare sulle dita di una mano) ma con
idee di base molto buone ed originali. Il tutto è inoltre condito con ottimi interventi di
flauti, moog, pianoforte e strings di vario tipo. L'unica pecca sta in alcuni passaggi, rari
per la ver ità, un po' prevedibili, già dal primo ascolto. Grandiosa la lunga "Del cavaliere
Citadel e del drago della foresta di Lucanor", il pezzo migliore, e "Siegfried (Leggenda)
e (M ito)". E' difficile proporre un paragone con altri gruppi e/o dischi acustici tipo
Celeste o il primo Pierrot Lunaire; questo è sicuramente un disco molto gustoso e
godibile, consigliato, però, a chi non cerca atmosfere elettriche e con distorsioni in
primo piano. Nella versione cd è stata inserita anche la bonus track "Saturday il
Cavaliere" cantata in inglese che mescola lo stile acustico di "Siegfried..." ad un
ritornello orecchiabile quasi stile anni '80, con una buona ripresa dopo un autentico
carosello strumentale.
Secondo me è un disco valido

43
FESTA MOBILE
Diario Di Viaggio Della Festa Mobile

1973

Unico disco per questo gruppo che propone un buon rock progressivo anche se
leggermente più duro e spigoloso rispetto ai dischi sacri di questo genere. Il vero
protagonista del disco è il pianoforte, sempre in primo piano, anche se non mancano
comunque buoni inserimenti di clavicembali ed organi. Si inizia con "La corte di Hon", il
pezzo più complesso del disco, poi "Canto" con una bella melodia cantata e un buon
solo di Fender Rhodes. Segue "Aristea" che dopo un breve inizio fa spuntare una bella
parte cantata, intervallata da bei clavicembali e string. "Ljalja" è uno dei punti migliori
del disco: pianoforte sempre padrone della scena sia nel tirato inizio sia nella strofa che
nella contorta parte centrale. Chiude la lunga "Ritorno", super iore nella prima parte e
con finale ipnotico.
Sicuramente consigliato agli amanti delle sonorità complesse alla Ys de Il Balletto di
Bronzo anche se non siamo propr io a quei livelli. Devo dire comunque che alcune
scelte di complessità, pur non essendo a livello esasperato, a volte risultano
leggermente pesanti. Cito per questo la seconda parte di "La Corte di Hon".
Devo dire che sono rimasto colpito in positivo da questo disco: sono presenti piccole
pecche, forse dovute al fatto dell'esordio, ma tutto sommato il risultato è molto buono.
Una parola anche sui testi che felicemente trovo adatti, mai banali e amalgamati
perfettamente nel contesto musicale.
Forse non una delle pietre miliari ma comunque un buon disco...almeno secondo me.
FLEA
Topi o uomini

1972

Gruppo formato dai fratelli Marangolo, che faranno parte dei Goblin, Volpini, poi ne
L'Uovo di Colombo, e Pennisi (anch'egli futuro Goblin dopo la partenza di Morante) per
questo unico disco sotto il nom e di Flea. Il sound è vario anche se si sconfina spesso
nel rock, quasi hard, e certi passaggi mi ricordano chiaramente i primi dischi dei Black
Sabbath con la mitica for mazione Osbourne/Iommi/Butler/Ward. I punti deboli sono
sostanzialmente due: i testi (anche se questo è il problema di molti gruppi italiani) e
alcuni passaggi un po' ripetitivi. La canzone più originale è sicuramente "Sono un
pesce" in cui la voce ha uno stranissimo effetto chiuso che sembra far uscire il cantato
da una vasca d'acqua ... Bella anche la chitarra con effetto Octave in "L'angelo Timido"
e le varie sfumature di piatti da parte di Agostino. Non è male anche se magari più
spostato verso il rock che al progressive. Dopo questo disco il gruppo cambiò il nome
in Etna e spostò il genere un po' verso il jazz pubblicando l'album Etna nel '75. Nel '71
era stato pubblicato un disc o dal gruppo "Flea on the honey" (titolo identico) e nella
formazione c'erano sempre i fratelli Marangolo e Pennisi (l'ho letto in un libretto dei
dischi dei Goblin). Se qualcuno ne sa qualcosa mi scriva…

44
FRANCHI GIORGETTI TALAMO
Il vento ha cantato per ore tra i rami dei versi
d'amore.

1973

Il disco di un esordiente trio di chitarristi italiani si presenta in maniera curiosa e


provocante , con la copertina che contiene viti, bulloni, puntine, molle, una manciata di
terra e perfino un peperoncino verde, tutto vero, e con il discorso principale che
concerne la situazione e le possibilità della m usica italiana in questo momento.

Scrive nella presentazione del disco Roberto Dané, che è anche il produttore delle
incisioni: "La difficoltà sta nel non rifare un qualsiasi disco americano o inglese, ma nel
tenerne ben conto, perché, tramontati Puccini o Leoncavallo, la musica viene di lì,
come son venuti i jeans, i capelli lunghi, le chitarr e, le bombe, il pacifismo, la droga, gli
hot pants di cagionevole ma contagioso gusto e tutte le altre porcherie-bellezze che ci
manda zietta anglosassone tutte le mattine. Se poi la musica pop italiana è di
derivazione angloamericana, chi se ne frega, l'ispirazione non paga diritto d'autore,
ancora. Se poi si può stravolgere la fanfara dei bersaglieri o un vecchio canto alpino o
l'inno americano per fare un giro di musica pop, ben venga, è un'operazione bieca e
divertente e di tutto riposo per la coscienza".
Tale introduzione, che prosegue sottolineando la difficoltà dei testi in lingua italiana,
serve tutto sommato a creare un alibi convincente per una eventuale imitazione dei
modelli stranieri, che comunque in Franchi-Giorgetti-Talamo non è evidente e
certamente non intenzionale. Danilo Franchi è di Fiume, Vittorio Giorgetti di Varese e
Oliviero Talamo di Napoli, tutti e tre studenti universitari e studiosi di musica folk e
classica.
L'album, registrato con l'aiuto di una sezione ritmica e dell'orchestra pittorescamente
intitolata "Unione fraterna e artigiana", affronta un discorso esistenziale basato su
quattro tempi: l'oppressione, la liberazione mancata, l'intolleranza e l'amore, ciascuno
svolto in due o più episodi. I testi rivelano un notevole impegno poetico ed anche la
musica riflette la necessità di recuperare con un linguaggio nuovo qualcosa della
tradizione italiana, come hanno fatto, in un differente contesto, le Orme tanto per fare
un esempio.
Non è musica progressiva e non c'è nulla di trascendentale, però è un disco degno di
menzione nell'attuale panorama italiano.
Enzo Caffarelli

45
Franco Battiato
Pollution
CD
1972

Anche questo secondo "Pollution" è come il precedente un incrocio di synth, chitarre


acustiche , batterie e VCS 3 ma stavolta dedicato al Centro Internazionale Studi
Magnetici.
Spuntano la bellissima acustica "Plancton" e la 'pazza' "Pollution" con il suo
torm entone: 'Atomi dell'idrogeno, campi elettrici, ioni isofoto, bario, litio atomico, gas
magnetico' e il 'principio di continuità' di Leonardo.
Pazzescamente consigliato.
***
Dopo "Fetus", "Pollution" porta il nome dell'operazione ecologica alternativa condotta
da Franco Battiato e dai suoi "cer velli manipolatori" lo scorso anno; riprende e
racchiude in sé motivi biologici e scientifici e per intenz ioni va sicuramente al di là del
precedente, e pure nella sua struttura collagistica offre un prodotto piacevolissimo e
provocante.
L'impostazione del disco, tutti gli elementi di contorno, la stessa campagna
promozionale impostata in termini negativi (la gente non ne può più e fa fermare
l'artista più brutto, più buffone, più di cattivo gusto di tutta Italia, ecc.) sono
decisamente "di rottura". La copertina rappresenta una delle mattonelle che servirono
alla pavimentazione della piazza S. Stefano in Bologna, con un mezzo limone nel quale
è stato conficcato un bullone, e l'album è sottointitolato "gesto sonoro in sette anni
dedicato al Centro internazionale studi magnetici", partendo dallo spunto di un
pazzesco "avviso" reperito ad Imola e riportato integralmente all'interno della copertina.
"Pollution" viene definito la trascrizione di un percorso musicale autolesionista, il gesto
finale di un ar tista ingrato, il crimine lucido di un genio malato.
Gli intenti dissacratori sono evidenti sin dalle prime battute, con la "fucilazione" delle
"Leggende del bosco viennese" di Strauss e l'uso costante del sintetizzatore e
dell'elettronica, con maniera molto più particolareggiata, descrittiva e funzionale di
quanto Battiato non faccia nei suoi shows dal vivo. La musica elettronica è d'altra parte
il giusto mezzo per accompagnare testi a sfondo biologico e talora fantascientifico; qui
con un tocco in più di ecologia pura, come quando in "Plancton" si profetizza la
progressiva trasformazione dell'uomo in pesce per sopravvivere all'estinzione delle
risorse sulla terraferma.
L'elemento portante del messaggio di Battiato è una denuncia molto cruda e senza
frange retoriche, che invita l'uomo ad una maggiore responsabilizzazione e da una
riscoperta di se stesso. "Ti sei mai chiesto quale funzione hai?" è l'enigma che egli si
pone più volte nel corso del disco, tanto che poteva esserne il legittimo titolo. In più,
come già nel primo album, affiora una vena melodica accattivante, che va dai tocchi
brevi e significativi di "31 dicembre 1999: ore 9", forse una profezia della catastrofe
universale, alla filastrocca araba di "Areknamess" (il cui testo per buona parte è italiano
letto alla rovescia), alle voci filtrate delle allucinate composizioni spaziali di "Beta" o di
"Ti sei mai chiesti quale funzione hai?" con un pianto continuo e dirotto.
Anche gli strumenti, dal basso alla chitarra e al piano sono spesso filtrati e restituiti
attraverso un VCS3. tutto sommato la ricer ca elettronica che il compositore siciliano
opera è originale per il nostro panorama, e sembra vicina a certe esperienze tedesche
che prendono spunto dalla musica contemporanea 46 e dai Pink Floyd ad esempio. Né le
costruzioni armoniche sono povere od effettistiche. In più, volente o nolente, Battiato
ha dato un volto al suo personaggio, fattore importante nel momento dei David Bowie e
degli Alice Cooper. Un solo pericolo: che dietro la maschera di Battiato, la maschera
bianca (il "bianco come unica antitesi allo sporco chimico"), ci sia qualcosa di più della
sua faccia.
Enzo Caffarelli
Franco Battiato
Fetus

1972

Come si legge sul CD: 'Battiato sperimentale'... basta ascoltar e questi primi dischi per
convincersi della pazzia di certi individui italiani!!!!
Se qualcuno non è ancora convinto consiglio l'ascolto di "Clic" (74) dello stesso
Battiato....: pazzesco.
Venendo a questo prim o "Fetus", il risultato è un gradevole incrocio di synth, chitarre
acustiche , batterie e VCS 3 per un disco che parla di formazione di cellule e feti.
Spiccano "La cellula", "Fenomenologia" e "Mutazione".
Questi primi dischi di Battiato sono stati completamenti rimasterizzati e sono disponibili
anche ad un pr ezzo molto interessante : poco più di 5€!!
Consigliato.
***
E' un disco davvero sorprendente questo "Fetus", considerato che il suo creatore ed
interprete proviene dai canali tradizionali del discoestate e delle altre porcherie
nostrane. Invece Franco Battiato, ventisette anni, siciliano di nascita ma trapiantato a
Milano, proveniente dal cabaret e dal teatro, ora alla ribalta anche per avere posato per
una pubblicità che ha suscitato un piccolo scandalo presso la redazione di un
settimanale milanese, ha cercato di maturare nuove esigenze espressive in ambienti
assai più stimolanti; ed è giunto in compagnia di un fantomatico supergruppo
denominato Frankenstein, autore di tutti i testi qui contenuti all'etichetta (sic) Bla-bla.
"Fetus" (con feto di due mesi sulla copertina molto bella, dovuta allo studio al.sa.)
utilizza essenzialmente musica elettronica, cogliendo l'idea dell'uomo quasi in uno stato
di sospensione nella poesia dell'avventura esistenziale e del dramma futuro, fornendo
sensazioni - precisano le note accluse all'album - sino ad ora sconosciute nell'orizzonte
emozionale della musica.
Tutti i titoli, "Una cellula", "Carioc inesi", "Anafase", "Mutazione", ecc. sono presi in
prestito dal linguaggio biologico, e non è certam ente un caso che proprio la biologia,
scienza fondam entale dei giorni nostri e ricca di meravigliose e tremende prospettive
per il domani si accoppi con l'elettronica, altrettanto capace per la propria strada di
portare a nuovi e impensati vertici l'arte del suono,e nello stesso tempo capace di
ucciderla.
In questo disco l'elettronica (soprattutto dovuta ad un sintetizzatore ARP) si accoppia
con melodie di stampo tradizionalmente italiano e ne escono momenti piacevoli e
davvero originali per la scena musica italiana.
Enzo Caffarelli

47
Franco Battiato
Sulle Corde Di Aries

1973

Terzo disco di Battiato e forse il più normale dei tre.


Certo che parlando del suddetto autore il concetto di normale ha un suo chiaro
significato. Comunque, il disco si apre con la lunga "Sequenze e frequenze" che
occupa tutta la pr ima facciata dell' LP. Bella la parte cantata, sia nella melodia che nel
testo, anche se poi i dieci minuti seguenti di improvvisazioni di xilofoni (o cosa diavolo
sono ???) e chitarre con riverberi ed echi a manetta sono un po' ripetitivi. Segue "Aries"
con un lungo intermezzo di sax quasi pazzo...
Chiudono il disco "Aria di rivoluzione" e "Da Oriente a Occidente" su toni un po' più
standar d rispetto alle due precedenti...ripeto che lo standard è relativo, comunque.
Onestamente sono rimasto un po' colpito da questo lavoro di Battiato: il livello è,
secondo me, diverso dai lavori precedenti ed è presente un impegno nel creare
musica, che sostituisce agglomerati di strumenti dove erano prevedibili (conoscendo il
personaggio) rumori o synth sparati. Non so se sono riuscito a spiegarmi, ... mi stupirei
nell' averlo fatto, visto di chi stiamo parlando.
Consigliato.
***
Terzo album di Franco Battiato, e di sicuro il più interessante e maturo. Se con i
precedenti, appigliandosi ad elementi ecologici e scientifici in genere, Franco aveva
soprattutto curato propositi di distruggere, demistificare, con la muova opera - ed era
ora -, la sua preoccupazione è quella di creare: creare una musica libera, "totale" per
usare un ter mine caro a certi osservatori, che trova nell'elettronica la sua ragione
d'essere.
Musica biologica: Battiato non rinuncia a questa definizione, anche se si è staccato
dalle tematiche precise di "Fetus" e di "Pollution". E stavolta la giustifica come "musica
viva, tonificante, da respirare piuttosto che da digerire, specie di flusso capace di dare
inedite, più vigorose pulsazioni all'organismo".
Rispetto alle esibizioni dal vivo di quest'anno, direi che Battiato è più composto e
maturo, e la sua ricerca più costruttiva, anche perché la sala di registrazione offre
diverse garanzie da un qualsiasi palcoscenico. In ogni modo il repertorio è simile;
specie la lunga "Sequenze e frequenze", che occupa la prima facciata, era stata più
volte sperimentata in concerto.
"Sulle corde di Aries" (l'ariete è il primo segno dello zodiaco, quello che introduce la
primavera) vuol essere un rito di purificazione e di liberazione, tramite il recupero del
caprone divino. Qualcosa del genere aveva ispirato anche il Cervello nel PL "Melos". E
il tentativo riesce, perché la musica è costantemente vibrante, di emozioni, come nei
liquidi giuochi di tastiere nella parte finale della prima facciata, nella più policroma
"Aries", con il tenore di Gianni Bedori in evidenza, o nella più melodica e
tradizionaleggiante "Da Oriente a Occidente", con la chitarra di Gianni Mocchetti e
l'oboe di Gaetano Galli.
I pochi e brevi testi, compresi una poesia in tedesco, risaltano come antiche iscrizioni
su lapide, circondati da echi soffusi e strane vibrazioni, ma tutta la m usica ha un suo
sapore ancestrale, ora più inquieto or a più sereno.
Battiato è ancora del parere: "la musica ai non musicisti, la musica è di tutti". Non è il
primo ad affermare una simile cosa senza passare 48 per pazzo, né è stato il primo ad
ipotizzarre quelle form e di happening in cui viene richiesta la diretta partecipazione del
pubblico nel processo sonoro, che diviene perciò aperto, casuale, informe, facendo
cadere qualsiasi barriera tra musicisti e non, tra esecutori ed asc oltatori.
Il critico di musica elettronica Armando Gentilucci ha definito questa visione mistica
della musica "mimesi terapeutica, compensazione psichica liberatoria, accettazione
passiva del mondo, valvola di sfogo che dovrebbe essere m orale, intellettuale e politica
non meno che artistica, e che si scarica invece in uno choc dell'assurdo". In parole
povere, chi dà alla non-music a un significato politico, sbaglia clamorosamente.
I risultati ottenuti da Battiato sono stati sotto questo profilo disastrosi. Coloro che
ebbero il coraggio di salire sul palco su invito dell'artista si saranno forse divertiti, non
certo quelli rimasti ad ascoltare.
In un disco come questo, viceversa, non c'è frantumazione del tessuto e voglia di
distruggere, non c'è misticismo equivoco, culto della casualità ed esasperazione
tecnocratica. C'è una costruzione metodica, centellinata, una operazione condotta con
equilibrio: un po' come hanno fatto il maestro Riley e, sulla sua scorta, gente come
Mike Oldfield, Bo Hansson ed altri, con maggiore fantasia di Battiato, ma anche con
maggiore platealità.
Battiato, che in fondo è una persona conscia dei propri limiti, entusiasta ma non
ambiziosa, non vuol es sere il Terry Riley di casa nostra. Piuttosto intende aprire gli
orecchi degli italiani a un discorso più vasto, più o meno piacevole, più o meno fruibile,
ma troppo importante per essere accantonato ancor prima di essere proposto.
Enzo Caffarelli
Franco Battiato
"Clic"

1974

L'improvvisazione è sicuramente l'ingrediente principale di questo album di Battiato.


Basato al 90% su strumenti suonati dallo stesso autore questo disco offre i momenti
migliori nelle varie parti di pianoforte, sia acustico che elettrico. Rare le parti cantate
("No U Turn"), scelta che non condivido visto la grande prestanza ed originalità vocale
dell'artista. Penso comunque in una scelta dettata dallo stile un po' insolito del disco.
Pazzia allo stato brado in "Rien ne va plus: andante" e nella radio-zapping "Ethika fon
Ethica". Buoni momenti in "No U Turn" e nella quasi TangerineDreammiana "Propiedad
Prohibida". Nella seconda parte di "Nel cantiere di un'infanzia" Battiato stupisce con
una buona parte eseguita alla mandola.
Sicuramente il disco più strano di questo autore. Non male ma lo consiglio ai fan, a chi
già possiede i precedenti tre o a chi vuole comprare della pazzia a pochi euro!

49
GARYBALDI
Nuda

1972

Commento di Nicola Wiri


Grande disco per un simpatico gruppo molto poco considerato ma con elementi
validissimi come Bambi Fossati alle chitarre e Lio Marchi alle tastiere. "Maya desnuda"
credo sia il pezzo più accattivante ma meno interessante, con il riff di chitarra pescato
da "Nothing at all" dei Gentle Giant. Si rifanno di già con gli effetti con l'elettrica alla
Frank Zappa nella breve seconda traccia per poi collegarsi alla stupenda e forse
migliore di tutte "26 febbr aio 1700". "L'ultima graziosa" corre sullo stile lirico e
strumentale dei Led Zeppelin. Il secondo lato del disco è interamente dedicato alla
suite "Moretto da Brescia" diviso in tre tracce di alto livello e cantate dal batterista; sono
brani molto godibili su cui spunta il grande pezzo "Goffredo". La copertina ed i fumetti
all'interno del libretto sono disegnati da Guido Crepax autore di Valentina.
Disco molto importante e da non perdere.
GARYBALDI
Astrolabio

1973

Due canzoni da oltre venti minuti in questo disco fortemente influenzato dalla chitarra di
Jimi Hendrix. Bello il risultato, grazie soprattutto al grandioso chitarrista Bambi Fossati.
La seconda traccia "Sette?" è stata registrata dal vivo.
Raccomandato a chi vuole fondere Hendrix in un contesto progressivo.

50
I GIGANTI
Terra in bocca

1971

Toccata progressiva per il gruppo dei Giganti con questa Poesia di un delitto che
seppur disco di passaggio in questo genere, merita di essere citato.
Da segnalare la grande formazione con presenze di illustri ospiti, tra i quali Vince
Tempera, che darà un ottimo apporto anche a livello di arrangiamenti, e Ares
Tavolazzi. Il bello del disco è la variegata proposta musicale e la notevole grinta con cui
vengono eseguiti certi brani, soprattutto negli stralci strumentali. Altro fattore da
segnalare sono i testi: non a livelli eccelsi ma comunque validi. Il brutto, o meglio ciò
che non mi entusiasma, è che certe narrazioni in dialetto siciliano appesantiscono non
poco l'atmosfera. Bello l'inizio della seconda parte e l'acustica 'Tu pieno di sole, Lei
bianca di sale...', anche se più cantabile e commerciale.
Per come è impostato non si può dire che sia un disco dall'ascolto semplice in quanto
la storia si snoda in un concept che necessita, se non altro, molta attenzione da parte
dell'ascoltatore. La proposta è comunque buona e anche se non è uno dei miei
preferiti, lo ritengo un lavoro valido.
Se possibile consiglierei un ascolto prima del grande passo...

51
I TEOREMI
I teoremi

1972

I complessi italiano ancora non esistono per taluni, indaffarati nello scovare ed esaltar e
i più strani e sconosciuto gruppi stranieri, e propensi a snobbare e declassare qualsiasi
cosa venga prodotta qui da noi. E' un discorso che poteva essere considerato valido
fino ad uno, due anni fa. E' bene quindi presentare un po' tutti i nuovi gruppi italiani,
che vogliono dire qualcosa di interessante.
I Teoremi si presentano con un quartetto tr adizionale, ma non suonano il solito hard
caotico: sperimentano atmosfere più impegnative, presentano una tecnica individuale e
di gruppo non comuni, e offrono complessivamente un album intelligente ed accettabile.

Le parti cantate - questa osservazione ha un carattere generale - appaiono nei gruppi


italiani sempre meno piacevoli dei corrispettivi inglesi, Il fatto è che la lingua italiana
non è mai riuscita ad adattarsi, proprio per la sua struttura, al linguaggio del rock; da
cui uno dei problemi fondamentali per la musica progressiva italiana, specie in un
momento in cui tutti si stanno orientando verso testi significativi.
I Teoremi si avvicinano ad un certo gruppo di giovani artisti italiani, quello che fa capo
ai Trip, al Rovescio della Medaglia, ai Garybaldi. Manca ancora loro un pizzico di
originalità, che potrà essere acquisita con una ricerca protratta nel tempo.

Enzo Caffarelli

IL VOLO
Il Volo

1974

Primo disco di questo grande gruppo ne mette subito in risalto lo stile singolare,
pregevole e godibilissimo.
"Come una zanzara" e "La canzone del nostro tempo" sono le canzoni più tirate ed
offrono, per così dire, un piccolo assaggio dello stile che sarà alla base del grande
lavoro successivo. Bellissime "La mia rivoluzione", "I primi respiri" e "Sonno": più
melodiche e cantabili ma mai banali! I bei testi (ad opera di Mogol) e le belle melodie
fanno sì che già dopo pochi ascolti si riesca a canticchiare quasi completamente molte
canzoni del disco....!!! Ritengo giusto sottolineare che in tutto questo lavoro c'è un
taglio leggermente cantautoriale (per usare un termine suggerito dal caro amico Max,
(ndM)), anche se onestamente la cosa è assolutamente a livelli accettabili, anzi
interessanti.
Non c'è niente da dire: il disco merita veramente anche se il mio consiglio è di
procurarsi prima "Essere o non essere?..."

52
IL VOLO
Essere o non essere? Essere, Essere, Essere!

1975

Secondo disco di questo gruppo, ufficiale esecutore delle musiche del disco "Anim a
Latina" di Lucio Battisti (non a caso è stampato dalla NumeroUno e il testo di "Essere"
è firmato da Mogol). Il sound è un incredibile incrocio tra progressive, jazz e fusion con
sonorità raramente complesse ma mai banali. Onestamente sono rimasto molto
colpito: il suono è sempre ricco e bello pieno: l'imponente uso di Fender Rhodes,
Synth/Strings e chitarre filtrate con effetti strani (contando la presenza di Alberto
Radius e Vince Tempera...) ne rendono piacevolissimo l'ascolto. Unica canzone
cantata è, come detto sopra, "Essere" con la caratteristica di una voce filtrata e piena di
effetti, a volte però sovrastata dal resto degli strum enti con conseguente difficoltà nella
comprensione delle parole. Anche in "Gente in am ore" e in "Canto di lavoro" è presente
una sospirata vocalità che accentua il contesto musicale. Bella la batteria (sicuramente
una delle cose più interessanti del disco) che a volte ricorda il furioso Chirico anche se
molto meno assillante sul rullante e molto più enfatizzata sui piatti. Solo la grandissima
"Gente in amore" e "Svegliandomi con te alle 6 del mattino" meritano l'acquisto del
disco.
Purtroppo la durata è breve: 30 minuti.
Uno dei migliori dischi della scuola italiana.

53
JUMBO
DNA

1972

La biologia è di m oda, e i Jumbo hanno intitolato il loro nuovo album con la sigla
dell'acido desossiribonucleico che è alla base della moderna genetica. Il primo album,
registrato un anno fa e messo in circolazione soltanto la scorsa primaver a, me era
parso mediocre. Il secondo invece giunge al momento giusto, e pone i suoi autori nella
rosa dei più interessanti gruppi italiani.
Si tratta di un sestetto di musicisti piuttosto personali, anche se concentrati sul filone
inglese, specie nell'uso della chitarra solista, tipicamente hard, e nella struttura dei
brani che vivono più sulle prodezze dei singoli che sul risultato comune. Le parti vocali
meritano due lodi: una prima riguarda la ricerca e lo sforzo di trovar e una sufficiente
corrispondenza tra rock e lingua italiana, superando la nota incompatibiltà, ed i risultati
sono soddisfacenti; la seconda concerne la validità dei testi. Le esecuzioni sono buone,
e probabilmente il gruppo esprime meglio dal vivo tutte le sue possibilità.
La prima facciata si articola su episodi di rock aggressivo, sui vellutati interventi
flautistici di Dario Guidotti, che suona che l'armonica, e sulla voce grintosa,
indubbiamente forzata, ma originale e mai sgradevole di Alvaro Fella, che è anche
autore di quasi tutti i pezzi. I primi tre brani sono raccolti sotto il comune titolo di "Suite
per il sig. K", dove K sta per arrivismo, perbenismo interessato, ipocr isia, corsa verso
falsi ideali di vita.
La seconda facciata, musicalm ente più varia, offre ancora testi sullo stesso argomento,
il sentirsi vecchi precocemente per non essere all'altezza di rendersi utili a se stessi ed
agli altri, per esempio. "Miss Rand" ha qualche lontana influenza di country americano,
con un pianino western sullo sfondo. In "Hai visto" è l'organo in primo piano, mentre in
"E' brutto sentirsi vecchi" sono la chitarra acustica e la voce di Alvaro a dominare.
Enzo Caffarelli

54
JUMBO
Vietato ai minori di 18 anni?

1973

Jumbo al terzo disco, una prova importante e forse decisiva per il sestetto dopo il
convincente "DNA", uscito più di un anno fa.

Punto primo, i testi. Logica reazione all'intellettualismo pedante, ai discorsi filosofici e


cattedratici sull'uomo e sulla vita di troppi gruppi italiani, con i nuovi dischi si sta
cercando di accoppiare alle mus iche d'avanguardia testi altrettanto impegnati,
ricorrendo però a situazioni ed immagini più concrete e vere, se vogliamo più
autobiografiche, lasciando ai margini del proprio discorso il linguaggio aulico e poetico,
per espr imersi in maniera più comunicativa e diretta.
Per i Jumbo il problema assume il valore tutto particolare, perché questo album, come
il titolo indica assai bene, affronta tutti temi scottanti della via, estremamente comuni e
nascosti d certo perbenismo farisaico, dall'ipocrisia e dal bigottismo di certi strati
sociali: prostituzione, alcoolismo, droga, frustrazioni psichiche e sessuali, repressione
infantile: sono gli argomenti intorno ai quali Alvaro Fella e compagni hanno articolato la
loro opera.
fondamentalmente occorr eva affrontare le diverse tematiche in modo significativo e
pregnante, rifuggendo frasi fate o ingenue denunce superficiali, ma evitando nello
stesso tempo prese di posizione categoriche o di soffermarsi in maniera compiaciuta in
certe situazioni.

La via di m ezzo è stata raggiunta: Alvaro canta ed urla (il suo è un autentico grido di
disperazione) spesso in prima persona, soffrendo e vivendo intensamente ogni brano,
e racchiudendo nelle ultime frasi il s ucco del disco: "Diciamo no, a ipocriti e borghesi, a
chi è in malafede, a chi non sogna che ricchezza, ai falsi venditori di parole... ".

Punto secondo, la musica. I Jumbo tentano vie più difficili di quelle delle precedenti
incisioni, impiegano in misura minore il flauto, che specie dal vivo costituiva l'elemento
conduttore, e si sforzano di superare una costruzione arm onica e timbrica
semplicistica, o quanto meno prevedibile, proprio per accoppiare alle parole un clima di
continua tensione, di inquietudine, di allarme. Non a caso uno degli episodi migliori del
LP, "Gil", il brano contro la droga, viene fuori da una session che ha raccolto accanto ai
sei Jumbo altri musicisti, i sintetizzatori E.M.S./A.K.S. di Franco Battiato e di Angelo
Vaggi, e le percussioni di Lino Vaccina degli Aktuala.
La musica dunque è frastagliata, tortuosa, sofferta. Le tastiere di Sergio Conte
svolgono sempre un ruolo di primo piano, e dal punto di vista strumentale i vertici della
raccolta sono toccati nella seconda parte di "Specchio", in "Come vorrei essere uguale
a te", nella simpatica "Il ritorno del s ignor K" dagli accenti grotteschi (esplicito il
riferimento al precedente LP) e nella già citata "Gil", che costituisce soltanto una
porzione della lunga jam registrata.
Enzo Caffarelli

55
L' UOVO DI COLOMBO
l' uOvo di cOlombo

1973

Altro disco molto interessante con massiccio uso dell'organo Hammond. Lo stile di
questo gruppo è un incrocio tra progressive e rock con qualche sfumatura jazz. Le
sonorità sono le classiche degli anni '70 con abbondante uso di sintetizzator i e
pianoforti, mentre mancano quasi totalmente (tranne, ad esempio, in "Visione della
morte") le parti di chitarra.
L'unica pecca del disco sta nella leggerezza dei testi, cosa che però viene nascosta o,
meglio, parzialmente corretta, dalla forza trascinante delle atmosfere e delle melodie.
Le parti migliori: la grintosa "L'indecisione", una bellissima "Io" con sfumature jazz,
"Anja", "Vox Dei" e "Consiglio".
Consigliato a tutti gli amanti del filone Testiere/Basso/Batteria.
LATTE E MIELE
Passio Secundum Mattheum

1972

Primo disco per questo gruppo che propone l'originale idea di mettere in musica la
passione di Gesù Cristo secondo l'evangelista Matteo. Il gruppo alterna parti narrate
tratte proprio dal "Vangelo secondo Matteo" e parti cantate leggermente riadattate. Gli
interventi musicali sono sempre a sostegno del narratore e del cantante e vengono
proposte atm osfere sempre tranquille e molto melodiose basate su chitarre acustiche,
clavicembali, pianoforti e strings con l'unica pecca della breve durata. Il gruppo, per
non proporre un disco da venti minuti, ha quindi inserito dei momenti strumentali che è
brutto dirlo ma odorano da riempitivi e nulla più. Si veda in questo senso "I Testimoni".
Ottime invece "Introduzione", "Il giorno degli azzimi", "Getzemani", "Il pianto" e "Il
calvario". Strana scelta stilistica per "Giuda" che presenta una strana contrapposizione
di strumentali Heavy Metal e cantati Jazzati. Se il gruppo fosse riuscito a far convivere
maggiormente parti cantate e momenti strumentali, come è perfettamente riuscito in
"Getzemani" e "Il re dei giudei", ne sarebbe uscito un grande disco. Onestamente non
è male comunque... contando anche la bella idea di base.
Io lo ascolto sempre volentieri!
Nella versione cd è stata inserita anche la bonus track "Mese di maggio" che però
suona in maniera molto più leggera.

56
LE ORME
Collage
CD
1971

Primo disco progressive per questa band veneziana che entra con prepotenza in
questo ambito con uno stile tutto suo basato su piano/organo/basso/batteria con
qualche spruzzo di chitarra acustica e la voce molto strana di Aldo Tagliapietra.
Spiccano "Era inverno", "Sguardo verso il cielo" , la pazza "Evasione totale" e
"Immagini".
Bello ma il meglio deve ancora arrivare.
Era molto tempo che in Italia si attendeva un disco veramente interessante. Fra i
cantautori avevamo avuto solamente un superlativo Francesco Guccini ("L'isola non
trovata"), mentre lo stesso Battisti ha per buona parte deluso con il suo "Amore e non
amore". Fra i gruppi, dopo i tentativi degli esordient, fra i quali segnalai i Trip ed i
Gleemen, ed i "ringiovanimenti" della vecchia guardia ("Id" della Nuova Equipe 84
contiene qualche spunto interessante), sono usciti i New Trolls con il loro "Concerto
grosso", un medley gruppo-orchestra ad imitazione dei Deep Purple, ed i Formula Tre
con il loro secondo LP. Ma questo album delle Orme mi sem bra fra tutti decisamente il
migliore.
"Collage" premia gli sforzi di uno di quei gruppi nostri che fin dall'inizio hanno cercato
strade nuove, handicappati tuttavia dalla necessità dei 45 giri commer ciali, e
dall'imitazione straniera fin troppo evidente.

Ache qui i modelli stranieri sono facilmente lievabili: i Traffic in alcune linee melodiche
di vago sapore folk (Stevie Winwood ha influenzato sempre da vicino la produzione dei
Toni Pagliuca); e Keith Emerson, la cui recente esplosione ha incoraggiato l'organista
italiano in quel discorso di riaggancio al classico già suo da tempo. Certe affinità
espressive, la formazione triangolare (organo e piano, basso e chitarra acustica e
canto, batteria e percussioni), l'uso temperato dell'elettronica, senza esagerato
effettismo o sapore scenico, avvicinano le Orme a quello che viene oggi definito il più
preparato gruppo inglese, gli ELP:
C'è però nello stesso tempo un lavoro di assimilazione personale da parte del trio
italiano, per cui Pagliuca, Aldo Tagliapietra e Micki De' Rossi approdano ad un sound
assai originale nell'attuale panorama nazionale. Nel barocchismo formale della
bellissima prima facciata, com e nella moderata sperimentalità della seconda, nei
cantati che non tradiscono una certa impostazione prettamente italiana (ogni tano fa
capolino Battisti), come nelle porzioni esclusivamente strumentali, che prevalgono, è
sempre presente una linea comune, che supera l'apparente frammentarietà dell'album,
e ne costituisce la spina dorsale al di là di ogni definizione stilistica.
"Collage", che apre l'album e gli dà il titolo, è un pezzo di chiara fattura
classicheggiante, nelle forme ora trionfali dell'organo, ora quasi minuettistiche del
clavine. "Evasione totale", quasi sette minuti, cer ca un nuovo linguaggio espressivo
mescolando il classico all'elettronico. Gli altri brani hanno sapore realistico nei testi, e
musicalmente evidenziano temi ed arpeggi delle tastier e sorretti da un background
57
ritmico eccellente. Notevolissima "Cemento armato", che supera gli otto minuti.

I titoli sono tutti firmati Pagliuca-Tagliapietra, anche se al primo vanno i meriti maggiori.
E' presente a tratti l'orchestra diretta da Giampiero Reverberi.

Un album "Collage" che dovrebbe occupare le primissime posizioni della classifica


italiana, in attesa di altre due speranze, i Panna Fredda e la Premiata Fonderia (sic)
Marconi.

Maurizio Baiata

LE ORME
Uomo di pezza

1972

Altro disco di successo trainato forse dalla bella "Gioco di bimba". Non deve il suo
successo solo a quest'ultima in quanto tutte le canz oni sono di altissimo livello.
Grandiose "Una dolcezza nuova" con un bel distacco tra introduzione e tema stupendo
basato sul pianoforte, "Breve immagine" e l'acustica "Figure di cartone". Interessante la
parte di batteria veramente imprevedibile in "La porta chiusa".
Ai tempi ebbe un grande successo tanto da far discutere se un gruppo poteva essere
ai vertici delle classifiche e considerarsi contemporaneamente alternativo.
CONSIGLIATO

58
LE ORME
Felona e Sorona
CD
1973

Sicuramente il disco che preferisco di questa band... un concept album che parla di
due pianeti destinati a non incontrarsi mai.
Bellissimo inizio con "Sospesi nell'incredibile" e grandissimi momenti ne
"L'equilibrio"....Hammond e pianoforti ad altissimo livello. Grandiosa anche la finale
"Ritorno al nulla": un intreccio di synth per una chiusura potentissima.
Ne è uscita anche una versione inglese con i testi trattati da Peter Hammill dei VDGG.
SUPER CONSIGLIATO.
***
Il terzo album del nuovo corso delle Orme, quello iniziatosi con il sorprendente
"Collage", ripropone lo stesso dilemma del precedente "Uomo di pezza". Le Orme sono
capaci di una musica piacevole, raffinata e tecnicamente ineccepibile, ma non riescono
più a sviscerare una vena originale.
Il gruppo sfrutta sapientemente gli insegnamenti dei migliori complessi inglesi basati
sulle tastiere, e li rielaborano con una formula personale. Sottolineo in particolare
l'analogia con i Genesis specie nell'uso del mellotron.
"Felona e Sorona", sono i pianeti del sogno e della speranza, simboleggiati sulla
bellissima copertina di Lanfranco. Per la prima volta le Orme hanno sviluppato
un'interessante trama, i testi sono semplici ma significativi. Felone e Sorona sono due
piante fratelli, l'uno luminoso, regno di pace e di serenità, l'altro piccolo e tenebroso,
con la flora e la fauna quasi atrofizzati. L'Essere supremo, irritato perché l'astro felice lo
ha dimenticato, dirotta ver so l'altro la luce, e solo per un momento brevissim o si
stabilisce l'equilibrio fra i due pianeti, che si trovano colpiti entrambi dalla luce del
Supremo. Poi essi ribaltano c ompletamente la propria condizione.
La musica è gustosa, i passaggi cantati sono orecchiabili, l'album sarà probabilmente
un altro successo. Ma il gruppo ha perduto qualcosa del brio e della vivacità degli inizi,
e non riesce a liberarsi dagli schemi già utilizzati in passato. Un periodo di stasi
creativa con parecchi punti interrogativi per il futuro.
Enzo Caffarelli
LE ORME
Contrappunti

1974

Forse il momento più duro della band è proprio in questa title track. Bella la ballata
"Frutto acerbo" e "India": un messaggio di sconforto dopo che la patria della pace
ammise il possesso di una bomba atomica. Da ricordare anche "Maggio", altro cavallo
di battaglia del gruppo.
Consigliato

59
LE ORME
Smogmagica
CD
1975

Il suond si sposta inesorabilmente verso il pop ma sono comunque presenti le belle


"Los Angeles", "Immensa distesa" e "Amico di ieri".
In questo disco è presente alla chitarra Tolo Marton

LE ORME
Elementi
CD
2001

Bellissimo questo nuovo album di un gruppo che ha scritto la storia


italiana!
In alcuni brani si sente come un "sapore orientale" molto piacevole da a
Dg

60
LIVING MUSIC
To Allen Ginsberg

1972

Formatosi lo scorso anno a Roma, e messosi in evidenza al 2° Festival di Avanguardia


e nuove tendenze, il Living Music non vuol e definirsi un gruppo rock né un complesso
nel senso classico e stereotipato della definizione. Roberto Marsala, che ha collaborato
alla realizzazione del disco, scrive: "In concerto senso il Living Music è una scuola di
musica, perché lavorando insieme i più giovani imparano dai più maturi. C'è la
combinazione di generazioni diverse, culture diverse, musicisti e non musicisti".
In questa ultima frase è raccolto tutto il senso, i pregi ed i limiti di un gruppo di questo
genere, dall'organico non fisso, guidato comunque da Umberto Santucci e dalla moglie
Gianfranca M ontedoro, entrambi da tempo attivi nel mondo del jazz, il primo come
giornalista, fotografo ed organizzatore di concerti, la seconda come cantante in
compagnia di Gato Barbieri, Franco D'Andrea, i primi Brainticket ed altri illustri musicist
Con un linguaggio semplice e comunicativo, che tenta un riaggancio alla cultura delle
origini, e si ispira ad elementi occidentali come orientali, americani, africani, asiatici,
europei, il gruppo ha musicato alcune poesie di Allen Ginsberg, uno dei padri della beat
generation e della controcultura americana. Si tratta di "Howl" (Urlo), di "Song", di
"Lysergic acid" e di "Mandala", lasc iate in lingua inglese. Gli altri testi sono stati tratti da
poeti giapponesi ed indiani, o sono originali del Living Music.
L'approccio è spontaneo e immediato, anche se rozzo se vogliamo, ma mai
indisponente. Convince la voce di Gianfranca che intona su di un ritmo ipnotico il
celebre inno che comincia "Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte
dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all'alba in cerca di
droga rabbiosa, ecc.". O Andrea Carpi, che attendiamo al suo primo "solo" dopo avere
abbandonato questo gruppo, cantare su una propria melodia alla Neil Young, "il peso
del mondo è amore, sotto il fardello della solitudine, sotto il fardello
dell'insoddisfazione, il peso, il peso che trasportiamo è amore... ".
Un disco complessivamente interessante, corredato da un albumetto interno che
descrive brano per brano la raccolta, raccoglie saggi e definizioni, esemplifica gli intenti
ed i metodi che hanno guidato il gruppo in questa operazione dedicata ad Allen
Ginsberg.
Enzo Caffarelli

61
LOCANDA DELLE FATE
Homo homini lupus

Locanda delle Fate:


"Homo homini lupus"
CD: VM 066
Price (world): 13 USA $
Price (europe): 13 € Euro
Track list:
1. Homo homini lupus
2. Il lato sporco di noi
3. Giro tondo
4. Bandando
5. Plovi Barko
6. Stanotte Dio che cosa fa?
7. La fine
8. Certe cose
9. Ojkitawe
10. I giardini di Hiroshima
11. Fum o
Homo homini lupus" is the comeback work by Locanda delle Fate some 22 years after
their debut album "Forse le lucciole..."! The booklet includes all lyrics, in both italian
and english. The title track is in latin, and there's even a jugoslavian traditional
rearranged by Locanda Delle Fate, as well as a jazz band instrumental!
"Homo homini lupus" is Locanda's second CD, available on our own VM 2000 label.
The band's line-up: Alberto Gaviglio on vocals, acoustic guitars and flute; Oscar
Mazzoglio on keyboards, accordion, mellotron and Hammond B3; Ezio Vevey on
guitars and vocals.
LOCANDA DELLE FATE
Forse le lucciole non si amano più

1977

Disco di tardo progressive m a comunque ben suonato soprattutto nelle parti di


pianoforte e clavicembalo. Belle "A volte un istante di quiete" con una buona alternanza
di pianoforte e chitarra, "Forse le lucciole non si amano più" con la melodia
sublimemente sottolineata dal pianoforte, il tirato inizio di "Sogno di estunno" e "Non
chiudere a chiave le stelle."
Onestamente non è uno dei miei dischi preferiti, forse per lo stile proprio del gruppo o
quel taglio leggermente cantautoriale che sento tra le note... sem pre però mirabilmente
scandite da ottime parti di pianoforte.
Questo però non vuol dire che il disco sia da scartare...
Consigliato.
62
LOY & ALTOMARE
Portobello

1973

Il motiv o che mi ha spinto ad inserire questo disco in questa piccola lista progressiva è
stato non tanto l'appartenenza di questo lavoro al genere, ma l'amarezza e la delusione
nel non vedere mai citato, in altri siti e riviste, questo gruppo, che ritengo la migliore
risposta italiana a Simon and Garfunkel. Va da se quindi che le atmosfere si assestino
sempre su toni leggeri, predominati dalle voci e dalle chitarre acustiche dei due
componenti, anche se non mancano vari inserimenti di altri strumenti tra cui spiccano
le apparizioni delle varie strings, sempre pacate e mai sopra le righe.
Ottime "Un ubriaco", "Il matto" e l'originale inizio di "Checco e Massimo".
Un disco leggero ma valido... ottimo per un ascolto occasionale... che non merita di
finire nel dimenticatoio collettivo.

63
MARIO BARBAJA
Megh

1972

Barbaja (vero nome Barbaglia) è un cantautore milanese di ventidue anni, chitarrista e


sitarista, innamorato delle filosofie e della musica indiana, con "Megh" al secondo
album, dopo un primo intitolato "Argento" non molto interessante ed anzi passato del
tutto inosservato.

Semplice, poetico, toccante Barbaja trae ispirazione soprattutto da Donovan, che egli
ha imitato fin troppo fedelmente nella prima esperienza, ma del quale neppure con
"Megh" riesce a disfarsi, specie nel timbro della voce e nell'andamento cantilenante
delle melodie così tipico del menestrello scozzese, soprattutto in brani come "Sono
stato" e "Una promessa".
Altrove l'amore per l'oriente e le atmosfere eteree e rarefatte fanno pensare al
compagno di etichetta Claudio Rocchi, complice il fatto che buona parte degli
accompagnatori sono gli stessi che comparivano in "Volo magico n. 1": così "In quella
città " e "Non dire m ai", dove Barbaja ricorda Rocchi anche per l'impostazione delle
liriche.
"Megh" è una parola indiana che significa pressappoco "Raga dell'autunno, del
vespero, delle cose semplici". I nove brani complessivamente raccolti sono introdotti e
conclusi dal suono d'un carillon napoleonico, che vuole probabilmente significare come
tutta la musica sia nell'attimo di una nota di un organino meccanico, fuori dal tempo,
senza dimensione.

Nei brani, registrati con la produzione di Massim o Villa ex Stormy Six e sapientemente
arrangiati, abbondano i r iferimenti orientali, sia per la strumentazione che per i testi ( le
note che accompagnano il disco parlano di sistemi dialettici nella filosofia zen). "In
quella città (la leggenda)" si distingue da tutte le altre perché è una libera jam,
rielaborata con particolari effetti elettronici e sovraincisioni (voci al contrario, piatti della
batteria a velocità rallentata, ecc.).
Accanto all'album di Franchi Giorgetti e Talamo, di cui si parlava sopra, anche Barbaja
va tenuto in considerazione come esempio di folk italiano credibile e ricco di spunti
interessanti.
Enzo Caffarelli

64
MARIO LAVEZZI
iaia (76)

1976

Quando ho preso questo disco, chissà perché speravo o forse anche pretendevo un
seguito di "Essere o non essere?..." de Il Volo, in quanto se ne ripresenta qui la
form azione completa a meno di Radius e Lorenzi con l'aggiunta però di un
percussionista. Non sono r imasto deluso dal punto di vista strumentale grazie
soprattutto ai vari Fender Rhodes di Vince Tempera e la sempre bella batteria di Gianni
Dall'Aglio mentre dal punto di vista musicale le atmosfer e sono leggermente più soft.
Non manca comunque una canzone strumentale in perfetto stile Il Volo intitolata
"Nirvana". Come detto le atmosfere sono orientate più verso la musica leggera ma
sempre in maniera interessante e quasi mai banali. Le migliori sono "Le tue ali", "Un
discorso", la grande "Nirvana", "Serenade" e l'ipnotica "Nell'aria".
Onestamente lo ritengo un buon disco, forse non troppo interessante dal punto di vista
progressivo ma sicuramente apprezzato dagli amanti del primo disco de Il Volo.

65
MAURO PELOSI
Al mercato degli uomini piccoli

1973

Questo è il secondo LP di uno dei cantautori dell'ultima generazione che di più


promettono in un panorama per altro piuttosto povero.

Personaggio schietto e semplice, timido ed imbarazzato in arte come nella vita, Mauro
canta l'amore attraverso l'ottica dell'incomprensione, dell'impossibilità cioè di essere
capito, dell'incapacità di trovare affetti anche senza gr osse ambizione ("Come tanti io
volevo una donna che si accontentasse di me", canta nel brano di apertura). Anche
Mauro è un poeta triste, canta e r impiange il passato, ma in una dimensione più serena
("Mi piacerebbe diventar vecchio insieme a te") e più frammentaria, meno
programmatica di quanto non avvenga, ad esempio, con Guccini.
I testi sono elementari, senza metafore di difficile soluzione, senza giuochi di parole,
espliciti. Credo che tutti noi, ad una certa età, ci siamo dilettati a scrivere poesie in
momenti di tristezza, per poi rileggerle a distanza di anni e capire magari che non ci
appartengono più. Bene, Pelosi è un po' l'emblem a di questo fatto culturale, proprio
dell'adolescenza, nella sua semplicità e in certa sua giustificata retorica. Con
l'esperienza però di chi ha superato i vent'anni e può includere tante sensazioni già nel
passato e non più nel futuro.
A modo suo, come Battisti, come De André, come Guccini, egli è una figura simbolica,
la voce di tanti ragazzi normali del nostro tempo, dei poeti mancati (mi perdoni Mauro,
ma proprio qui è la sua forza), insomma degli "uom ini piccoli".

Ma come negli uomini piccoli, anche qui c'è una psicologia tortuosa, contraddizioni,
illusioni e disillusioni, il credersi o meglio il volersi sentire anormali ("Tu e le mie idee
contorte che non hai capito mai perché sono forse un po' matto"), la mancanza di reale
coraggio, perché l'eroismo appartiene solo ai sogni ("Non puoi dormire e ti perdi nei
sogni dietro alle ombre di strane avventure, come un drogato che scappa dal mondo
per non portare la realtà sulle spalle"). Ed ecco allora i momenti antitetici, le sfumature
psicologiche di "Ehi! signore" o di "No, io scherzo", le cose migliori di questo LP.
Musicalmente Pelosi si avvale di arrangiamenti scarni, che contribuiscono a suggellare
atmosfere inquiete, con ampi spazi strumentali dalla precisa funzione descrittiva.

I modelli persistono: Battisti ("Ti porterò via", "Al mercato degli uomini piccoli"), il Paoli
più francese ("Mi piacerebbe diventar vecchio insieme a te", "Non tornano più", "Un
mattino"); ma Mauro ha raggiunto ormai una sua autonomia ed una sua personalità.
Enzo Caffarelli

66
MAXOPHONE
Maxophone

1975

Un altro bel disco di quest'altro gruppo mordi e fuggi. Si comincia con un bel pianoforte
in "C'è un paese al mondo", poi la strumentale "Fase", momento trainante del disco
con sorprendenti cambi di tempo e stile. Segue la stupefacente melodia di "Al mancato
compleanno di una farfalla" con all'interno un grande assolo di organo Hammond in
pieno stile 'Tarkussiano'.
Belle anche "Elzeviro", "Mercanti di pazzie" e "Il fischio del vapore", meno tirate ma
molto melodiose.
E' presente sul mercato anche la versione con i testi in inglese.
Consigliato.

67
METAMORFOSI
...E fu il sesto giorno - Vedette

1972

Da qualche tempo a questa parte i gruppi italiani hanno capito soprattutto una cosa:
l'importanza di svolgere un discorso musicale il più possibile personale, lasciando da
una parte le imitazioni da modelli stranieri, anche se la tecnica e la padronanza degli
strumenti non ha ancora raggiunto la perfezione.

Su questa linea la formazione che con i risultati più positivi ha saputo accoppiare allo
stile modernissimo e all'avanguardia un gusto ed una sensibilità tutta italiana è stato il
Bando del Mutuo Soccorso, l'autentica rivelazione dell'ultimo anno, premiati al 2°
festival di avanguardia e nuove tendenze.

Allo stesso festival si sono segnalati, e sulla medesima strada paiono operare con
successo, i Metamorfosi. A mio parere questi sono i gruppi che in ultima analisi stanno
raccogliendo l'eredità delle prime formazioni italiane del periodo beat e folk-protesta,
cioè i musicisti che per primi seppero allinearsi con le esigenze rinnovatrici dei mercati
di oltremanica e di oltreoceano, pur mantenendo un proprio volto italiano. Con la
differenza che allora il propr io mezzo espressivo era limitato al 45 giri e troppo spesso
le canzoni venivano tradotte direttamente dall'inglese; ed ora viceversa si ha il 33 giri, e
si ha sopr attutto l'esperienza di tanti altri anni, che si traduce in una strumentazione più
ricca e più impegnata, in un discorso artistico più ampio e non militato alla semplice
musica, e soprattutto in un esigenza di riscatto dopo le scure stagioni del pop nel
nostro paese.
Tutto questo per dire che il quintetto delle Metamorfosi non si ispira affatto a gruppi
stranier i, e a costo di cadere di tanto in tanto in qualche episodio semplicistico, è voluto
restare fedele ad un'impostazione italiana, senza tuttavia risultar e banale o scontato.

Il significato dell'album è ancora una volta l'uomo, le sue paure, le sue ansie, il suo
riscatto finale attraverso le im magini evangeliche del Cristo salvatore. I Metamorfosi
hanno per altr o vasti interessi letterari (pare abbiano già pronto materiale per un doppio
album intorno alla Divina Commedia), e sono riusciti con abilità a risolvere il consueto
dramma per motivi di metrica e diciamolo pure per ragioni di interpretazione (sono
pochi in Italia i cantanti capaci di guidare un gruppo) al ritmo del rock.
L'album "...E fu il sesto giorno" contiene sette brani, fra i quali segnalo "il sesto giorno",
"...E lui amava i fiori", "Nuova luce" e "Sogno e realtà".

Un plauso alla Vedette che ha creduto in questi cinque ragazzi, ed un invito a


continuare su questa strada.
Enzo Caffarelli

68
METAMORFOSI
Inferno

1972

Con questo disco potrete fare una bella passeggiata nei vari gironi dell'inferno.
Vengono alternati testi della omonima parte della Divina Commedia di Dante e parti
riassestate dal gruppo. Gr andiose "Porta dell'inferno", "Caronte" e "Spacciatore di
droga". Il pregio di questo lavoro sta anche nell'aver cercato di associare e conglobare
mali della società non presenti ai tempi della stesura del testo di Dante nei suoi stessi
gironi. Cito "Razzisti" ed ancora "Spaciatore di droga".
Questo disco è sicuramente consigliato agli amanti delle atmosfere con tastiere sempre
in primo piano tipo Elp e Orme. Bello veramente...poi non potrete più fare a meno di
canticchiare "CARONTE DEMONIO...OCCHI DI FUOCO NEL BUIO" ad un vostro
collega o "SIAMO DANNATI INSIEME...AMANTI FUMMO IN VITA..." alla vostra
'Francesca'.
VIVAMENTE CONSIGLIATO

69
MUSEO ROSENBACH
Zarathustra

1973

Il segreto di questo grande disco sta, secondo me, nel perfetto equilibrio pr esente sia
tra le parti cantate e strumentali, sia tra gli strumenti stessi. Tranne in qualche caso, la
chitarra ha vissuto il rock progressivo come strumento secondario e spesso utilizzato
per qualche apparizione, magari acustica. Qui la si sente al pari anzi quasi in
competizione con le varie tastiere ed il risultato è incredibile. Merogno infatti, con
estrema maestria, riesce ad essere sempre pr esente sulla scena, sia come pignolo
rifinitore sia come estremo distruttore con pennate che hanno l'effetto di colpi di
martello sulla testa dell'ascoltatore. Anche il resto del gruppo comunque è di primo
ordine a partire da Lupo Galifi e Pit Corradi.
Circa le canzoni, se del secondo lato, leggermente inferiore, cito "Della natura", del
primo non posso che osannar e la grandiosa "Zarathustra": divisa in più parti presenta
la potentissima "L'ultimo uomo", l'ipnotica "Il re di ieri" , la tirata "Al di là del bene e del
male" con l'Hammond sempre padrone della scena, "Superuomo" con una prima parte
cantata e un lungo seguito strumentale che a volte ricorda lontanamente lo stile
Metamorfosi e l'ultima "Il tempo delle clessidre" con la ripresa del bellissimo tema de
"L'ultimo uomo". Ai tempi subì una censura dai vari organi di diffusione che
ingiustamente accusarono il gruppo di fare propaganda fascista in quanto sul collage
della copertina compare un busto di Mussolini su sfondo completamente nero...
E' uscita da poco una ristampa della BMG che ripropone in CD il formato identico a
quello del vinile anche se però non permette di leggere in maniera agevole i testi ed il
contenuto interno.
Ecco nasce in me vivo il superuomo !!!!!!!!!!
Uno dei migliori dischi del rock progressivo italiano !!!
CONSIGLIATO.
***
Almeno sotto il profilo statistico, è un buon momento per i complessi italiani: ne
nascono a decine e registrano dischi con relativa facilità; inoltre il pubblico ha modo di
conoscerli direttamente grazie ai festival ed alle manifestazioni varie che soprattutto il
mese di giugno ha visto nascere.
Naturalmente l'inflazione fa capolino, e chi ne risente, oltre al pubblico che resta
confuso, sono gli stessi musicisti: costretti ad accettare compromessi di vario tipo per
giungere all'incisione, a rincorrere il miraggio della superstrumentazione e della
superamplificazione che poi non sono in grado di mantenere, delusi dopo i primi
inevitabili insuccessi e magari troppo presto abbandonati da chi iniz ialmente ha
creduto - o finto di credere - in loro; o, nella migliore delle ipotesi, stretti nella morsa
degli impegni - che ne logorano il fisico ed il morale ripercuotendosi sulla bontà della
loro pr oduzione artistica.
Capita così un po' dappertutto, ma in Italia le cose che non funzionano in questo
campo sono particolarmente num erose.
E allora, fra un nome nuovo ed un altro, occorre scegliere con estrema attenzione: per
conto mio ben pochi dischi italiani sono passati per le colonne di questa rubrica.
Dei due gruppi di cui mi occupo questa settimana, uno è all'esordio, l'altro è il risultato
della scissione dei New Trolls. Il Museo Rosenbach, un quintetto genovese, dedica il
suo album a Zarathustra, la cui disperata ricerca 70 del superuomo - si dice nelle note di
copertina - non vuole realizzarsi nell'immagine del violento condottiero di razza pura,
come è stato erroneamente e tristemente interpr etata, bensì nella serena figura
dell'uomo che, vivendo in comunione con la natura, tende a purificare da ogni ipocrisia i
valori umani. Ed infatti "l'uomo-museo", scelto dal gruppo quale propr io segno
distintivo, è "lavaggio del cervello, utopia e falsità".
La musica del Museo è il rock melodico tipico dei gruppi italiani, del Banco soprattutto,
con le tastier e in primo piano, e con gli eccellenti contributi di mellotron e moog che, se
usati con parsimonia e con la dovuta funzionalità, posseggono sempre un fascino tutto
loro.
Ci sono gli inevitabili agganci alla musica classica; ma come regola per i gruppi italiani,
si tratta di semplici spunti ispirativi, o meglio di reminiscenze degli studi intrapresi dai
musicisti; oltre che del bisogno di ricongiungersi ad una tradizione musicale che è più
vicina alla nostra cultura ed alla nostra sensibilità di quanto non lo sia il rock o il jazz.
Lo schem a è quello frastagliato, con passaggi di tempo e di ritmo, stacchetti e
marcette, episodi melodici ad ampio respiro, immagini in serie; una tecnica
impressionistica che con il Banco e la Premiata ha dato i suoi risultati più efficaci.
Le musiche sono di Alberto Moreno, bassista (e secondo pianista) del gruppo. E' un
fatto rilevante perché poche formazioni in Italia hanno nel bassista il proprio punto di
forza.
Tra le due facciate del LP, lievemente superiore la prima.
Enzo Caffarelli
MUSEO ROSENBACH
Rare and Unreleased

1992

Disco che raccoglie vario materiale. Si comincia con il provino che il gruppo sostenne
presso gli studi della Ricordi prima del contratto discografico. Sostanzialmente sono le
canzoni del disco "Zarathustra" anche se leggermente variate nei testi e in qualche
passaggio e arrangiamento. Una delle cose più interessanti è l'inizio di pianoforte de
"L'ultimo uomo". Si continua poi con materiale inedito: "Look to yourself" e "Shadows of
grief" degli Uriah Heep, uno stralcio di "Valentyne Suite" dei Colosseum e "With a little
help from my friends" dei Beatles in versione Joe Cocker (chissà perchè spesso
preferita da molti artisti (vedi,ad esempio, anche i Toto) alla stupenda v ersione
originale...). La pecca di questa seconda parte, che contiene anche "Dopo" e
"Dell'eterno ritorno", sta nella qualità di registrazione abbastanza scarsa.
Sono presenti anche Walter Franco alla voce e Leonardo Lagorio dei Celeste al Flauto
e Sax.
Lo consiglio ai fanatici di "Zarathustra".

71
NEW TROLLS
Concerto Grosso n°1

1971

Incrocio di gruppo rock e orchestra per musiche scritte da Enriquez Bacalov.


Il risultato è molto bello nei 4 tempi del primo lato.
Nel secondo lato improvvisazioni dei New Trolls.
Ebbe un grandissimo successo e un seguito che non ne bissò ne il successo ne la
bellezza.
NEW TROLLS
UT

1972

In questo disco sono presenti moltissimi generi musicali:


- classica: "Studio"
- progressivo :"XXII strada"
- rock: "I cavalieri dell'Ontar io"
- Heavy Metal: "C'è troppa guerra"
- pop anni '80 (siamo nel 72....):"Paolo e Francesca"
Non è male ma un po' troppo vario per 40 minuti di musica.
NEW TROLLS
New Trolls Atomic System

1973

Questo disco presenta la sezione staccata dei New Trolls con Vittorio De Scalzi.
L'inizio è stupefaciente con la bella "La nuova predica di padre O'Brein", un intreccio di
arp synth, mentre il resto del disco si assesta su canoni un po' più tr anquilli. "Una notte
sul monte calvo" è un riadattamento di un brano di Mussorgski, forse sull'onda del
successo di Emerson, Lake & Palmer.

72
NEW TROLLS
Concerto grosso n°2

1976

Le atmosfere di questo disco tentano di ripetere quelle del primo concerto grosso. Il
risultato è però molto diverso.
Si salvano il bel tema del Secondo tempo e la grandiosa "Le Roi Soleil".

73
NICO, GIANNI, FRANK, MAURIZIO
Canti d'innocenza, canti d'esperienza

1973

Nico Di Palo e compagni sono già al lavoro per il nuovo LP ed il nuovo spettacolo,
insieme all'ex Atomic Rooster Rick Parnell, cha ha sostituito il batterista Gianni Belleno.

Abbandonato per motivi legali il nome di New Trolls, rimasto al troncone di De Scalzi e
D'Adamo, adottato momentaneamente un punto interrogativo a segno del periodo di
grande confusione attraversato, scelto per la Hit Parade lo pseudonimo di Tritons, ed
infine per il futuro quello di Ibis, i quattro hanno realizzato un disco onesto e4 non
dissimile dai precedenti.
Non so se questo "Canti d'innocenza canti d'esperienza" darà soddisfazioni
commerciali al gruppo, che si è comunque abbondantemente rifatto con la
gustosissima rielaborazione della rollingstoniana "Satisfaction", con un'imitazione piena
di humour di Bob Dylan (m a perché nascondersi, se la canzone è così caruccia, ed
invece incollare sulla copertina del LP un'etichetta non proprio qualificante come quella
"da Supersonic"?).
L'album con i suoi testi finalmente immediati e senza intellettualismi e retorica, vuole
rappresentare la drammatica competizione fra l'innocenza e l'esperienza: la prima
raffigurata da personaggi come Simona, la figlia di Nico (...anche questo ti dirò,
bambina mia t'insegnerò, ma adesso è ancora presto, puoi dormire ancora un po'...); la
seconda esemplificata sempre in prima persona (..."con le mie stanche ali di angelo
invecchiato, io vado in giro a cercare sul viso del mio errore lacrime morte"...). Certe
cose richiamano l'iniziale "Senza orario senza bandiera"; la stessa cosa è avvenuta,
paradossalmente, per l'album degli Atomic System .
Musicalmente Di Palo e gli altri si muovono sul terreno di un rock epidermico, creato
con tutti i presupposti che comportano la definizione di hard. In effetti la formazione
attuale - e l'entrata di Parnell ne è una netta conferma - può considerarsi il
corrispondente italiano dei Deep Purple o dei Black Sabbath.

Accanto alle durezze sonore, anche qualche sprazzo acustico, naturalmente: e non
spregevole, come nella prima parte di "Signora Carolina" o in "Simona".
Enzo Caffarelli

74
OSAGE TRIBE
Arrow Head

1972

Gli Osage Tribe hanno scelto una denominazione presa in prestito dalla storia degli
indiani (si tratta di una tribù), ed il loto singolo grafico è stato sin dal primo disco una
testa mozza di una bambola indiana, che vuol rammentare la dispersa civiltà, di quel
popolo in chiave sociale e politica.

Anche a livello di testi, essi si ispirano alle storie nate nel popolo Osage, ricche di
esperienza popolare e ataviche tradizioni, storie che parlano di "presa di coscienza", di
"armonia con l'universo", di "un mondo fatto a pagamento, dove le mani sono piene di
soldi e gli stomaci di whisky", del "dio della vita che dà luce alle menti", di "cerbiatti
d'argento che saltano fra nuvole di giada". E' un linguaggio antico, ma è il linguaggio di
pace nella battaglia esistenziale di tutti i giorni, e dunque un messaggio sempre valido.
"Arrow head", vale a dire "punta di freccia" è il primo LP del gruppo, per il momento
ancora un trio, con Marco Zoccheddu, ex chitarrista della Nuova Idea ed autore della
maggior parte dei pezzi, "Cucciolo" alla batteria, e "Callero" al basso. la musica degli
Osage parte da una base di rock tradizionale, sul quale però i musicisti si sforzano di
inserire, con succes so, le loro vibranti emozioni jazzistiche: li ascoltiamo ad esempio in
"Cerchi di luce", dove riescono a fare del buon jazz con la semplice formula chitarra-
basso-batteria.
Le cose più notevoli sono accom pagnate da musiche più commericali, ma ormai non è
più tempo di compromessi di questo genere neppure in Italia, e gli Osage, che sono
musicisti molto intelligenti, stanno tentando (aggiungendo una tastiera ed un fiato) di
spostarsi verso un modo più libero e più jazzistico. La sezione ritmica è già quella
giusta per questo programma. E l'etichetta Bla... bla, la stessa di Franco Battiato (con il
quale gli Osage Tribe hanno suonato per qualche tempo), e dei Capsicum Red, è fra le
più attente e all'avanguardia nel nostr o paese.
Sei sono i pezzi complessivamente, tre per facciata. Molto bella la confezione dovuta
allo studio al.sa. La coper tina esterna è dedicata agli indiani, quella interna rappresenta
un originale flipper trasformato per l'occasione.
Enzo Caffarelli

75
OSANNA
L'uomo

1971

Bel disco d'esordio per questa band partenopea.


Il sound di questo disco è un qualcosa di molto originale condito da strumenti
tipicamente mediterranei e vari intrecci di flauti e sax. Il cantato è parte in italiano e
parte in inglese.
Belle "Introduzione", "L'uomo" e "L'amore vincerà di nuovo".
Consigliato.
***
Vorrei spendere anch'io qualche parola sugli Osanna, che molti hanno indicato come
l'autentica rivelazione dell'anno nel campo della musica italiana. Cinque ragazzi italiani,
con esperienze ricche alle spalle per qualcuno (il flautista Elio D'Anna suonava con gli
Showmen), rivelatisi al festival di Viareggio, c inque solisti con li idee chiare, soprattutto
con un discorso unitario da svolgere in maniera personale, se si eccettua l'uso del
flauto che nella sua dimensione "drammatica". cioè inquietante, singhiozz ata, non può
non ricordare il maestro di tutti i flautisti degli ultimi due anni, Ian Anderson. Cinque
ragazzi che hanno voluto, un po' per sapore scenico e coreografico, un po' per inserirsi
in quel clima di "totalità" che l'arte oggi impone, cercare un'ampiezza teatrale, cioè
visiva oltre che sonora nelle loro esibizioni, escogitando una specie di mascherata in
antichi costumi napoletani.
Dal punto di vista musicale, l' "Uomo", primo LP degli Osanna, mostra le idee buone
degli autori (tutti e cinque gli Osanna) e degli esecutori: piace soprattutto il flauto e la
chitarra acustica, mentre anche l'elettrica è usata con parsimonia e gusto, e piacciono i
pochi spunti jazzistici del sax. Si nota una certa frammentarietà non superata, e stacchi
e passaggi mediocri. Per i testi, brevi ma significativi, il tema fondam entale è l'uomo,
nel suo viaggio terreno combattuto fra l'odio e l'amore. Angoscia esistenziale (E evado
verso una meta / che è più distante di me / E' sempre un passo più avanti / la vedo e
so che non c'è) e intuizione della morte ("Non sei vissuto mai", "Mirror train"), si
alternano alla coscienza dei problemi sociali ("In un vecchio cieco"), e alla denuncia
della pesante condizione dell'uomo oggi (Si vive, si muore nel fango e l'orrore / si
cercano invano momenti d'amore). Ma in ogni brano oltre all'angoscia si avverte il
bisogno di riscatto e di sper anza, che porta, infine, alla scoperta di una certez za,
dell'unica forza dell'uomo, che "da secoli si chiama amore".
Fondamentale sarà vedere gli Osanna al loro secondo appuntamento. Questo primo
album, certo il migliore italiano dell'anno dopo l' "Isola non trovata" di Guccini e
"Collage" delle Orme, ha tutto sommato un valore sperimentale.
Enzo Caffarelli

76
OSANNA
Milano Calibro 9

1972

Colonna sonora dell'omonimo film. Bella "Preludio" anche se a volte richiama nello stile
il primo Concerto Grosso. Le altre "Tema", "Variazione" e "Canzona" solo dei bei brani
in perfetto stile Osanna.
Niente male…
***
Luis Enriquez Bacalov è lo stesso maestro che ha diretto e composto il "Concerto
grosso" dei New Trolls. Ma lo spunto e l'idea dei questi "Preludio tema variazioni
canzona" non sono gli stessi. Intanto si tratta di una colonna sonora, dalla pellicola
"Milano calibro 9" di Fernando Di Leo con Gastone Moschin e Barbara Bouchet. E poi
gli Osanna hanno fatto dell'album qualcosa di molto più proprio e personale,
componendo buona parte delle musiche, ed improntandole secondo le proprie
possibilità ed il proprio gusto, squisito e modernissimo, senza troppe compiacente
orchestrali, e senza risentire del suo originario carattere di "colonna sonora".
Il discorso ar tistico del gruppo napoletano ha sempre sentito la necessità, e
recentemente ancor più che agli inizi, di una corrispondenza scenica, teatrale della
propria musica. La ricerca di una comunione artistica basata sul rapporto immagine-
suono si risolve per il momento nella realizzazione di questa colonna sonora, lavoro in
un certo senso anche di valore pionieristico, tenendo conto che lavori del genere in
Italia, al contrario di quanto accade negli Stati Uniti ed in Inghilterra, non sono stati mai
affidati a formazioni di avanguardia. Una nuova conquista, un nuovo passo avanti
dunque.
Gli Osanna non vogliono considerare questo album come il secondo atto "ufficiale"
della loro musica, ma piuttosto come un'esperienza a parte, del tutto particolare.
Viceversa "Preludio tema variazioni canzona" si inserisce senza difficoltà nel discorso
artistico dei napoletani, lasciando loro aperta ogni possibilità: il rock, le inflessioni e la
ricerca jazzistica soprattutto concentrata nei fiati di Elio D'Anna, il recupero ancor a
piuttosto vago della poesia e della melodia folklorica tradizionale specie napoletane,
sono qui ancora integri, anche se talora avvolti dalla potenza sinfonica dell'orchestra di
Bacalov.
Alcuni dei br ani sono cantati, in inglese. Gli Osanna dimostrano di essere anche più
maturati, e promettono veramente cose eccellenti per il futuro. Intanto quest'album è
sicuramente fra le più notevoli colonne sonore composte in Italia.
Enzo Caffarelli

77
OSANNA
Palepoli

1973

Sicuramente il mio disco preferito di questo gruppo!!! Il motivo di questa mia


affermazione è sicuramente la lunga traccia "Animale senza respiro":
un qualcosa di incredibile: intrecci di flauti, sax, mellotron e ritmi spesso Crimsoniani.
CONSIGLIATO.
***
Palepoli è la Napoli primigenia, allegoricamente è la terra promessa per una riscoperta
dei valori umani e per la liberazione dal tiranneggiamento delle macchine e
dell'evoluzione tecnocratica. Gli Osanna hanno fondato su questo presupposto la loro
opera teatrale e musicale che sta girando l'Italia.
A noi spetta parlare in questa sede essenzialmente della musica. Ma non possiamo
non lodare il gruppo per il coraggio con il quale ha por tato avanti e realizzato un lavoro,
cui da tempo attendeva con ostinazione e, dire, con un orgoglio tutto napoletano; e per
avere aperto la strada, in Italia, ad un discorso artistico più vasto e coinvolgente, come
può esser la fusione fra musica, parola, gesto e immagine, secondo una formula che
anche altre formazioni italiane - sappiamo di sicuro - hanno in programma per un
prossimo futuro.
L'opera si svolge come un'odissea attraverso i secoli, e si articola intorno ad un teatro
sperimentale, piuttosto primitivo, che trova il suo riscontr o musicale in certe volute
imperfezioni tecniche, in una immediatezza che non è mai però rozzezza, nella
sfasatura dei cori e nel missaggio che non è quello perfettissimo di altre occasioni.
Sul piano della musica non vi è una vera e propria corrispondenza con i tempi, né un
forzato compiacimento nel folklore napoletano. Forse una ricerca de un recupero più
approfondito non av rebbero guastato. Solamente nello stupendo inizio ci si trova in
un'antica Napoli popolare, tra il vociare di un mercato, un flauto di ispirazione
orientaleggiante ed i richiami dei venditori ambulanti, che si risolvono successivamente
in un tempo di tarantella, cantata in dialetto (- Fuje 'a chistu paese, fuje 'a chistu paese.
Parole, penziere, perzone nun vanno ddaccordo nemmanco nu mese. Fuje 'a chistu
paese, fuje 'a chistu paese. L'am more, 'na casa, nu munno, so 'ccose luntane a 'sta
ggente ddjuna - ). Questa è l'introduzione, mentre per il resto gli accenni sono molto
vaghi, in pratica brevi spunti flautistici di Elio D'Anna, che ricor dano danze popolari.
Non ci sono davvero critiche autentiche da muovere a "Palepoli", specie dopo avere
ascoltato con concentrazione e più volte l'album: in par ticolare la prima facciata ci
sembra quanto di meglio un gruppo italiano ha saputo realizzare negli ultimi tempi. La
strumentazione è quella solita del quintetto, con ampio uso di fiati e di tastiere; c'è una
normale frammentarietà di immagini, ma spesso gli Osanna impiegano tutti gli
strumenti insieme, palesando l'affiatamento e la coesione dei quali sono maestri dal
vivo, ed il discorso è più unitario e completo, rispetto ad esempio al primo album,
"L'uomo".
Il gruppo ha saputo conciliare la musica con l'immagine, senza però condizionare l'una
forma d'arte in funzione dell'altra: questo non esclude comunque che si possa avere la
comprensione autentica dell'opera solo dal vivo, a teatro. L'uso del mellotron e del
sintetizzatore, le chitarre e specialmente quella elettrica di Danilo Rustici che, pur
essendo un discepolo di John McLaughlin, è uno dei più originali strumentisti italiani, i
78 e parsimonia, i testi intelligenti e
fiati insuperabili di Elio distribuiti con precisione
provocanti, beni inseriti negli spazi musicali senza rappresentare un momento staccato
nello svolgimento della musica: tutti questi elementi fanno di "Palepoli" un'opera
interessante ed importante.
Enzo Caffarelli
PANNA FREDDA
Uno

1971

Altro bel disco consigliato agli amanti del primo progressive italiano! Quando dico primo
intendo proprio le prime esperienze ed apparizioni in questo genere! Tenendo conto
l'anno del disco (71) si può dire che, insieme a Caronte dei Trip e a Collage delle
Orme, è sicuramente uno dei precursori della grande espansione del genere, cosa che
ha fatto guardare al nostro paese con invidia anche gli stati musicalmente da sempre
più affermati come, ad esempio, l'Inghilterra.
Detto questo bisogna quindi giustificare certe imprecisioni e pesantezze all'interno del
disco che comunque non ne pregiudicano il v alore!
Belle "Un re senza reame", "Un uomo" e "Scacco al re Lot" con un accenno anche
all'inno nazionale di Mameli. Assolutamente da sentire "Il vento, la luna e pulcini blu".
Consigliato
PERIGEO
Abbiamo Tutti un Blues da Piangere

1973

Molte sono le cose che colpiscono di questo disco ma due sono lampanti già ad un
primo ascolto: la preparazione tecnica dei componenti, mai sopra le righe e sempre
ben amalgamati, ed i molti spazi, sparsi tra le varie composizioni, dedicati
all'improvvisazione. Il disco ha un'impronta nettamente rock anche se non mancano
alcuni accenti jazzati con apice massimo in "Vento, pioggia e sole". Unica canzone
cantata è la prima "Non c'è tempo da perdere" con prima parte che mette in
contrapposizione una batteria assillante ad un pianoforte ben improntato mentre nella
seconda un lungo lavoro di chitarra e Fender Rhodes, strumento ampiamente e
magistralmente usato in tutto il disco. Pazzoide incrocio di pianoforte e violino in
ingresso a "Déja Vu" a cui fa seguito una bella melodia di sax sottolineata da un esile
ma valido arpeggio di chitarra acustica. A "Rituale", buon tema e momento di assolo,
segue "Abbiamo tutti un blues da piangere" con un inizio acustico che porta la mente
ad atmosfere del Morricone della cosiddetta trilogia del dollaro, con interventi di
Rhodes e batteria in stile "Echoes" dei Pink Floyd. Buone anche "Country" e "Nadir"
sempre condite da Rhodes e ottimi interventi di sax e chitarra elettrica. Senza dubbio
un disco valido anche se magari consigliato agli amanti di atmosfere tipicamente
strumentali, di assolo ed improvvisazione.
Chi cerca ritornelli orecchiabili e cantabili ha sbagliato indirizzo.

79
PERIGEO
La Valle Dei Tempi

1975

Dei dischi che possiedo di questo gruppo questo è quello che ritengo maggiormente
spostato verso jazz e fusion. Disco molto buono, presenta un suono sempre bello
pieno grazie ai vari contorni di sax e chitar re mentre le atmosfere sono sempre molto
dinamiche e nello stesso tempo anche tirate. Una piccola curiosità: il pianoforte de "La
Valle dei templi" è in perfetto stile Simonetti. Dato l'anno di uscita di questo disco non
mi sento in grado di commentare questo fatto se non come una possibile influenza (per
entrambi) da Mike Olfield, visto anche il ritorno alla ribalta di Tubular Bells come
colonna sonora del film "L'esorcista". Nella seconda parte della canzone ritrovo con
piacere lo strumentino strano presente anche in Easy Money dei King Crimson di cui
ignoro il nome (...è sparso qua e là anche nel resto del disco comunque).
Da sentire: "Tamale", "La Valle dei templi", "Cantilena" e "Un cerchio giallo".
Sicuramente è uno dei dischi migliori di questo gruppo che testimonia la grande abilità
dei componenti anche in generi che per tradizione non sono propriamente tra i più
trattati e sviluppati nel nostro paese, o almeno da parte dei nostri musicisti.
PIERROT LUNAIRE
Pierrot Lunaire

1974

Altro grande disco del panorama progressivo italiano.


Singolare scelta stilistica/strumentale di questo gruppo che punta sul massiccio uso di
chitarre, soprattutto acustiche, e tastiere varie, riducendo al minimo le parti di batteria
(presente in "Invasore" e "Sotto i ponti"). Il disco è godibilissimo e le varie atmosfere
non ne fanno mai rimpiangere la mancanza , tanto più che questa risulta quasi stonata
nelle due precemente dette apparizioni: forse per quelle belle melodie sempre trainanti
e mai noiose che accompagnano tutti i 43 minuti del disco...
Fatto sta che i tre componenti del gruppo offr ono un lavor o fortemente basato sulla
chitarra acustica con qualche spruzzata di pianoforte, organo, sitar, flauto e mandolino,
ed il risultato è un pregevole incrocio di vari generi musicali: progressive, classica e,
perchè no, folk, anche se non mancano comunque momenti elettrici, con chitarre
distorte e moog, vedi ad esempio in "Mandragola". Spuntano "Overture XV", "Raipure",
"Il re di Raipure" e "La saga della primavera". Belli anche i testi:
...il coraggio senza una spada non servirà...
Consigliato.

80
PIERROT LUNAIRE
Gudrun

1977

Chi cerca un seguito all'acustico esordio rimarrà fortemente deluso in quanto questo
secondo Gudrun si basa fondamentalmente sulla ricerca e sulla sperimentazione,
lasciando forse un piccolo rim embro e richiamo al precedente stile nel clavicembalo
d'apertura. Moog, pianoforti ed effetti vari solo sostanzialmente gli ingredienti
fondamentali, conditi con la grandiosa voce del soprano Jacqueline Darby, nuovo
acquisto del gruppo, mentr e della formazione del precedente disco manca Vincenzo
Caporaletti. Musicalmente da segnalare la lunga "Gudr un", "Giovane madre" e "Sonde
in profondità", e le ottime presenze di pianoforte in "Dietro il silenzio" e "Morella".
L'inizio di "Plasir d'amour" ricorda lo stile Clickkiano di Battiato con una doppia voce
recitante parole acquose e la tabellina dell'uno. Originale lo scatto fotografico tra le
varie canzoni a segnalare il distacco tra le varie diapositive musicali. Onestamente lo
ritengo un bel disco anche se necessita del tempo per essere ben digerito. Di certo non
si può etichettare Progressive se non nell'intento, per altro perfettamente riuscito, di
una ricerca progressiva e per il progresso (in senso stretto) delle atmosfere create,
forse più ostiche rispetto al precedente lavoro ma molto più mature e compatte.
Copiando pari pari le parole di Arturo Stalteri: "Gudrun" è un album dalle tinte forti ... se
"Pierrot Lunaire" rappresenta il SOGNO, "Gudrun" è la REALTA'!
Per chi ama schemi liberi e atmosfere sperimentali.

81
Premiata Forneria Marconi
Storia di un minuto

1972

Bel disco d'esordio per una delle poche formazioni italiane che hanno trovato il
successo anche all'estero. Ha sicuramente influito il fatto che tutti i componenti del
gruppo sono dei validissimi musicisti primo fra tutti il bravo Mauro Pagani che con i suoi
violini e flauti riempie in maniera pregevole e mai banale il suono. Tra le canzoni
segnalo: "Impressioni di settembre", forse il brano di m aggior successo del gruppo,
almeno in territorio nazionale, la tirata "E' festa", la sublime prima parte di
"Dove...quando" e "La carrozza di Hans".
Devo dire però, che, secondo me, qualche passaggio in "E' festa" e "La carrozza di
Hans" ricorda non tanto vagamente il primo disco dei King Crimson (non a caso in una
raccolta di 4 cd del gruppo uscita qualche anno fa, la prima canzone era proprio "21st
century schizoid man"). Certo non si può bocciare un disco come questo per qualche
passaggio che magari deriva dal background prediscogr afico del gruppo, viste
soprattutto le varie atmosfere tipicamente mediterranee nelle parti cantate e nelle belle
chitarre acustiche di Mussida.
Consigliato.
***
Devo dire subito che questo è il disco che attendevamo con fiducia da parecchi mesi,
da quando cioè si era capito che i Quelli, tornati alla ribalta con una nuova
originalissima denominazione, e con un quinto elemento, il cantante e polistrumentista
Mauro Pagani, avevano le idee molto chiare sua quale tipo di musica suonare, e verso
quali modelli stranieri orientarsi, o comunque da essi prendere lo spunto.
Così, mentre la Premiata Forenria Marconi continua a sviluppare una personalità
sempre più propria, cercando di evitare ogni palese imitazione, esce questa "Storia di
un minuto", il primo episodio di un cammino probabilmente molto lungo.
Franco Mussida, chitarrista e cantante della formazione, e Mauro Pagani, che si alterna
al flauto all'ottavino ed al violino, sono gli autori di tutte le musiche e di quasi tutti i testi
(c'è lo zampino del solito Mogol). Parte dell'album era già nota per l'edizione su 45 giri
de "La carrozza di Hans" e di "Impressioni di settembre".
Parlavo prima di ispirazioni: ebbene la principale viene dai King Crimson, dei quali il
gruppo amava interpr etare in concerto più di una pièce. La "introduzione" è tipicamente
crimsoniana, mentre la successiva "Impressioni di settembre", dolce e stupenda per la
musica e per il testo, ricostruisce la struttura caratteristica della "Lucky man" di Greg
Lake, con le aperture a largo respiro di organo e di moog. Intimista allo stesso modo,
ma più acustica e stilisticamente più personale la prima parte di "Dove... quando".
Due le cose principali da osservare: una prima è la levatura tecnica degli strumentisti,
la lor o poliedricità, fruttata pienamente nell'impiego di flauto, violino, clavicembalo,
mellotron, sintetizzatore, pianoforte, chitarra a dodici corde, percussioni. Sicuramente
un album come questo potrebbe avere un certo successo anche all'estero, forse nella
stessa Inghilterra.
L'altra considerazione è la ricerca del gruppo all'interno di certe matrici classicheggianti
tipicamente italiane: Vivaldi, Rossini, Verdi: l'amore adombrato per la musica operistica,
e soprattutto il desiderio, comune un po' a tutti i nuovi gruppi nostri, di riscoprire
contenuti da rivestire e da reinterpretare nel patrimonio musicale italiano, colloca la
PFM in una posizione del tutto par ticolare nel82panorama di coloro che cercano un
aggancio al classico. I sintomi emergono in E' festa" e nella seconda parte di "Dove...
quando", carosello di suoni, di pause, di dialoghi ricchi di fantasia e di una
strum entazione varia e costantemente indovinata.
L'album è molto frammentario: ma frammentario non è un aggettivo negativo, vuole
solamente significare la tessitura sfaccettata, intrecciata, elaboratissima, dei colori che
compongono il mosaico dei suoni, su cui veleggiando testi semplici ma significativi,
anch'essi frammentari, ricchi di silenzi, editi alla descrizione di piccole cose, di
immagini tradizionali ma rivissute con ingenuo incanto, simili alla poesia di stampo
crepuscolare.
Il flauto ed il violino, rispetto alle esibizioni dal vivo, sono molto impiegati, mentre
impiegati sovente il mellotron ed il moog, e la chitarra acustica è l'autentica dominatrice.
Buona la registrazione, anche se la voce è troppo in sottofondo. E bello il disegno di
copertina, opera di Caesar Monti, Wanda Spinello e Marco Damiani.
Enzo Caffarelli

83
Premiata Forneria Marconi
Per un amico

1972

Alto grande disco e questa volta completamente depurato da qualsiasi influsso


musicale (vedi quanto detto alla fine del commento del disco precedente)! Si comincia
con "Appena un po'" con un bel intreccio di chitarra acustica, flauto e clavicembalo.
Bella la parte cantata sottolineata in maniera pregevole da un bel mellotron. "Generale"
è forse la canzone più tirata del gruppo: un pazzo incrocio di pianoforte contrastato dal
resto del gruppo per un mosaico a dir poco mozzafiato. Non ho apprezzato
l'inserimento del testo per la seguente trasformazione per il mercato straniero e
rinominazione in "Mr. 9 till 5". Questo ultimo com mento esula da questo disco
comunque. Da segnalare inoltre la bella parte di pianoforte all'interno de "Il banchetto"
e l'ultima "Geranio".
Consigliato.
***
Se una conferma era necessaria da parte della Premiata, il secondo album è
esattamente ciò che ci si poteva attendere: più curato del precedente, meno immediato
ed appariscente, sicuramente avrà una funzione importantissima nell'abituare
l'orecchio del consumatore medio italiano a discorsi più impegnati.
Per la sua raffinatissima costituzione, l'album avrebbe bisogno di un buon impianto
stereofonico per essere pienamente gustato; perfette sono le registrazioni, cui ha
collaborato Claudio Fabi. La musica è a tinte tenui, pallide, sempre rigorosamente
calibrata ed intimista, stilisticamente eclettica al massimo, e proprio per questo
tipicamente indicata ad esprim ere compiutamente le esigenze artistiche di questo
periodo di transizione.
Le due facciate sono divise complessivamente in cinque titoli. "Appena un po'" parte
come collage di frammenti di musica classica, posti in un mosaico policromo, a
somiglianza dei Gentle Giant, il gruppo che pare avere sostituito King Crimson nella
funzione di is pirazione del quintetto. La tradizione italiana, quegli accenni di tarantella e
di canto popolare che nle primo album venivano calati nel linguaggio
meravigliosamente moderno del gruppo, in un magma sonoro che cresce e scom pare,
si dilata e di restringe, è qui ancora presente, sotto forma prevalentemente di tradizione
classica ( Sei e Settecento), varie citazioni sottilmente legate fra loro da episodi di
mellotron o di sintetizzatore. Con questo brano la Premiata ripropone l'atmosfera
fiabesca dei migliori gruppi inglesi e del primo LP "Storia di un minuto".
"Generale" imprime alla raccolta una maggiore vitalità, e si rilevano gli interessi per il
jazz, che viene tuttavia a combinarsi con altre forme espressive; l'impasto fra piano,
violino e chitarra, interrotto da una marcetta militare in sintonia con il titolo, rappresenta
la parte migliore del brano.
"Per una amico" somiglia forse tr oppo ai Gentle Giant, sia nella strumentazione che si
basa sostanzialmente sul pianoforte, sia nella melodia che nell'uso delle voci, ma vorrei
precisare che il confronto con il gruppo fedele discepolo di Francois Rabelais e dei
menestrelli medievali non li fa affatto sfigurare. Il brano è indirizzato a tutti i sedicenti
pacifisti, a coloro che avvertono l'urgenz a dei problemi e ne denunciano la gravità in
una sorta di mistica estasi, senza diretto intervento, caso frequente anche fra i
musicisti. Il brano che dà il titolo all'intero album (forse il destinatario è Claudio Rocchi)
dice fra l'altro: "Non domandarmi se un giorno 84cambierà, comincia a fare qualcosa... tu
scappi e ti nascondi e non si può, tu vivi i tuoi compromessi e non si può... non è più
tempo di sogni ma di realtà... ".
"Il banchetto" presenta una prima parte cantata, con un breve e pregnante testo contro
l'asservimento allo stato costituito ("Sire, maestà, riverenti come sempre siamo tutti
qua; sire, siamo no, il poeta, l'assassino e sua santità, tutti fedeli amici tuoi, o m aestà"
e poi ancora: "Tutti sorridono, solo il popolo non ride ma lo si sa, sempre piagnucola,
non gi va mai bene niente, chissà perché , chissà perché... "). La seconda parte è
strumentale, con il moog che introduce e coordina vari strumenti classicheggianti (fra
l'altro la PFM utilizza il clavicembalo, la spinetta, vari flauti, il mandoloncello).
Infine "Geranio" è la più intima e cerebrale fra le cinque composizioni, quasi
impercettibile nelle sue sottili evoluzioni, nei suoi contrasti chiaroscurali e nella sua fine
struttura, con un maestoso finale dove il moog, come altrove, riesce a dare l'idea della
grande orchestra.
Enzo Caffarelli
Premiata Forneria Marconi
Photos of Ghosts

1973

Commento di Nicola Wiri


Questo disco rappresenta la versione inglese del precedente album "Per un amico". I
brani sono un po' mischiati e in più ci sono "Celebration" (È festa) ed un inedito, "Old
rain", da cui si fa bene a non aspettarsi molto. Ogni traccia è stata risuonata alla
perfezione con solo qualche leggera variazione qua e là e ogni tanto l'inserimento del
moog nelle canzoni. I testi sono tradotti da Pete Sinfield, paroliere dei King Crimson, ad
eccezione de "Il banchetto" rimasta in italiano e probabilmente neanche risuonata;
quindi Mr 9 till 5 (Generale) ha avuto bisogno di un testo, probabilmente per aggiungere
ancora qualcosa di nuovo, invece è stato storpiato uno dei pezzi a me più cari. In
conclusione questo album non è assolutamente niente di eccezionale, o meglio: niente
di nuovo.
Mi sono accorto di una cosa ascoltando "Il banchetto": il testo pare una ris posta a
coloro che credevano la Premiata una copia dei King Crimson. Sembra un discorso fra
loro e il gruppo inglese: "sire, maestà..."; come per dire che è presente una certa
ammirazione ma credendo comunque in un proprio stile. Poi inizia la parte alle tastiere
e al piano di Premoli come dimostrazione della loro personalità. Sarà una stupidaggine,
ma potrebbe essere...

85
Premiata Forneria Marconi
Live in U.S.A.

1974

Disco live con esecuzioni dominate dalle canzoni di "Photos of Ghost" anche se non
manca un assaggio del materiale in italiano. La qualità con cui vengono riproposti i
pezzi è molto alta e alla fine viene proposto un riarrangiamento dell' overture del
Gugliemo Tell di Rossini.
Consigliato a chi cerca una visione live.
Premiata Forneria Marconi
L'isola di niente

1974

Dopo i due ottimi dischi d'inizio e lo sbarco internazionale con "Photos of Ghosts", il
gruppo propone questo "L'isola di niente" leggermente inferiore ma comunque buono.
"L'isola di niente" è una lunga traccia con un tentativo alquanto inutile di inserire delle
parti di corale. Il risultato finale è ugualmente positivo grazie a dei validi cambi di tempo
ed atmosfera. "Is my face on straight" è il punto debole del disco. Il testo è opera di
Peter Sinfield, visionario paroliere dei primi King Crimson, ed è sostanzialmente divisa
in due parti: una prima buona parte in tipico stile della band mentre la seconda è un
leggero pasticcio in stile Yes Album. Seguono due cavalli di battaglia del gruppo: "La
luna nuova" e l'acustica "Dolcissima Maria". Chiude la strumentale "Via lumière": una
versione live in qualche disco seguente sarebbe stata curiosa da ascoltare visto che
all'interno sono presenti alcuni passaggi che necessitano attenzione e puntigliosità!
Leggermente inferiore ai pr imi due ma comunque un buon disco!
Consigliato.
Premiata Forneria Marconi
Chocolate king's

1975

Lo stile di questo disco è tutto particolare...


Grandioso inizio in "From under" e bella "Out of the roundabout", ancora nella scaletta
della band.
La voce del cantante ricorda in maniera molto chiara quella di Peter Gabriel.
Prima dell'acquisto consiglio un ascolto.

86
Premiata Forneria Marconi
Jet Lag

1977

Commento di Nicola Wiri


Ancora un buon disco sfornato dalla PFM in un periodo, però, in cui il rock progressivo
andava di già consumandosi. Qui la formazione storica muta leggermente: entra
Bernardo Lanzetti al canto uscito da Acqua Fragile ed il preciso Gregory Bloch ai violini
mentre esce il grande Pagani. Quasi tutti i pezzi offrono musica di ottimo gusto a volte
un po' priva di idee e appena ripetitiva; in effetti è molto amplio l'uso del micro moog
soprattutto in "Storia in "la"". Comunque i motivi creati con questo solo strumento non
faranno mai stancare. Ciò che non soddisfa, invece, è la voce solista di Lanzetti che
non lascia spazio neanche a quella melodica di Premoli. Tutte le canzoni cantate sono
in inglese e perdono un po' di vero stile PFM, difatti la probabile migliore dell'album è
"Cerco la lingua" l'unica in italiano con una gustosissima introduzione di violino. La
durata dei brani supera in tutti i 4 minuti tranne che in "Peninsula" brano per sola
chitarra con Mussida capace ancora di arpeggiare da vero maestro. Il pezzo viene poi
inserito in "Traveler", l'ultimo favoloso brano che chiude un disco forse più che discreto,
anche se un po' lontano dal primo stile classico, e che non credo avrà più seguiti.

87
QUELLA VECCHIA LOCANDA
Quella Vecchia Locanda

1972

Primo disco di questa grande band che paga in qualche attimo l'immaturità artistica dei
componenti. Questo non significa che il disco non sia interessante...anzi. Grandissima
la prima parte cantata in "Prologo": potente e trascinante; altrettanto buone "Un
villaggio, un'illusione" e "Realtà". Devastante la c hiusura del disco: "Dialogo": un
piccolo atto d'accusa con un bel incrocio di synth iniziale; "Verso la locanda": bella
parte cantata con finale tiratissimo; "Sogno,risveglio e ...": una bellissima parte di
pianoforte esaltata e sospesa da intermezzi di flauto e violino in cui viene anche ripreso
lo stacco iniziale di "Prologo".
Per essere un disco d'esordio il risultato è molto buono anche se io onestamente
preferisco leggermente il seguente "Il tempo della gioia".
Comunque consigliato.
***
"Quella vecchia locanda" è un sestetto r omano che ha certamente realizzato uno dei
migliori dischi italiani dell'anno, inserendosi di prepotenza nel novero dell'ultima
generazione nostrana di gruppi all'avanguardia.
Il gruppo esegue una musica tipicamente inglese nel linguaggio del rock, nella
strumentazione ricchissima, nei continui frazionamenti di ritmo e nell'incalzare di fasi
solistiche, affidate ora al violino elettrificato e non, ora al flauto o all'ottavino, ora alla
spinetta, al mellotron o al moog. La formazione è pressappoco quella dei Gentle Giant,
e la musica è molto vicina ai Jethro Tull, specie nell'uso del flauto, nel background
batteristico ed in certe frasi vocali: a proposito della voce, mi sembr a che ancora una
volta il problema dell'applicazione della lingua italiana al rock, trovi scogli
insormontabili, tranne forse in uno o due punti del microsolco.
Con uno stile frammentario, ricco di belle immagini, qualche volta un tantino
scolastiche, la Vecchia locanda cerca l'equilibrio giusto tra il rock tipicamente
britannico, come si diceva, con qualche vago spunto jazzato, e soprattutto con una
base classicheggiante, impregnata sul violino che caratterizza tutta la prima parte
dell'album e la fase conclusiva; ma non si comprende bene, dato che i riferimenti
classici rimangono fini a se stessi, se il gruppo sta cercando un'autentica comunione di
momenti musicali, oppure se sta tentando progressivamente di liberarsi del retaggio
classico che appartiene indiscutibilmente alla formazione culturale di almeno qualcuno
di loro. Certo è che Massimo Roselli, che opera alle testiere, e Donald Lax che suona il
violino, mostrano di avere ascoltato Vivaldi e specialmente Bach forse più attentamente
di quanto non abbia fatto il flautista e cantante Giorgio Giorgi nei confronti di Ian
Anderson.
Ripeto ancora una volta che l'album è fra i migliori italiani in circolazione e lascia
intravvedere ottime prospettive. Ma poiché in sede di recensione sono solito indicare di
un disco più i difetti che i pregi, voglio aggiungere due par ole (non si tratta di
snobbismo, penso piuttosto che lo stesso fatto di presentare un LP in questa rubrica -
dove passano venti dis chi al mese su centinaia che vengono immessi sul mercato - sia
già un coefficiente di positività). Desidero solamente sottolineare che il gruppo ha
ancora bisogno di trovare rimedio ad una certa freddezza formale, che forse proviene
dalla forzata imitazione di modelli stranieri. Se saprà rimpiazzarli con la tradizione
88
italiana, secondo il tentativo di altri gruppi, probabilmente i risultati saranno ancora
migliori.
Ottima la registrazione per l'etichetta Help, distribuita dalla RCA italiana.

Enzo Caffarelli

QUELLA VECCHIA LOCANDA


Il Tempo Della Gioia

1974

Bellissimo secondo disco di questo gruppo romano fortemente influenzato dalla musica
classica: grandi parti quindi di violini, flauti, pianoforti e clavicembali! Formato da cinque
canzoni stilisticamente mai ripetitive, il disco è di piacevolissimo ascolto tanto più che
un giorno sono riuscito ad ascoltarlo sei volte di fila !!!
Gradevolissima la voce del cantante, a volte leggermente aspra ma mai ai livelli dei
Semiramis, sempre sostenuta ed esaltata da un gran lavoro musicale ad opera del
resto del gruppo. Spuntano (anche se non c'è niente da buttare qui...) "Villa Doria
Pamphili", "A forma di.." e "Un giorno, un amico", forse il brano più interessante del
disco, con una breve ma intensissima parte cantata.
Consigliato.
RACCOMANDATA RICEVUTA RITORNO
Per...un mondo di cristallo

1972

Concept album racconta il ritorno di un'astronauta sulla Terra e lo sconforto nel trovarla
distrutta!
Lo stile è simile a quello dei Semiramis sia nell' uso della chitarra acustica che nel
canto. Il gruppo comunque non indugia nel mescolare anche diversi generi musicali: si
veda "Su una rupe" con inizio acustico con chitarra 12 corde e flauto, stacco
indiavolato con intervalli di pianoforte e seguente strofa con Hammond, flauto e
chitarra. Belle "Il mondo cade su di me", la quasi jazz "Nel mio quartiere" e la lunga "Un
palco di marionette", sicuramente la traccia migliore.
Onestamente non è uno dei miei dischi preferiti anche se sono fermamente convinto
del fatto che sia un validissim o prodotto.

89
REALE ACCADEMIA DI MUSICA
Reale accademia di musica

1972

E' finita l'epoca dell'hard rock e della musica caotica ed ipnotica fine a se stessa. I
gruppi italiani hanno imparato la lezione, e dopo qualche flirt passeggero con i gruppi
inglesi di maggiore successo (vedi l'esplosione del flauto alla Ian Anderson, presto
ridimensionata), eccoli a scoprire una dimensione acus tica, melodica, a mettere in
prima fila le tastiere, il piano, il mellotron, il sintetizzatore, ed a cr eare testi intimisti,
favolistici, poetici.
Non che in questa oper azione gli italiani si siano dimostrati molto originali, perché non
sono stati certamente gli iniziatori. Tutt'altro, l'imitazione è forse ancora più palese. Con
la differenza tuttavia, che se nel rock duro esse si erano sforzati di immedesimarsi in
un linguaggio che non era né può essere il loro, collezionando magre figure e mai
superando un livello poco più che accettabile, ora si trovano viceversa a proprio
completo agio, con l'arioso respiro delle melodie, le strofe ampia che consentono
l'inserimento della troppo ar moniosa e barocca lingua italiana (nei confronti di quella
laconica ed essenziale degli inglesi), e la strumentazione ricercata e raffinata, dove è
sufficiente possedere qualche idea ed un pizzico di buon gusto - anche se non si è
veloci, sicuri, tec nicamente preparatissimi - per fare bella figura.
In una parola, gli inglesi ci sono venuti incontr o, hanno fatto di tutto - istintivamente ed
inconsapevolmente - per portar e la musica verso una linea più meridionale, più latina e
più classica. Sta a noi raccogliere l'invito.

Come altri, la Reale Accademia di Musica ha registrato un album molto buono che
trova immediata collocazione nel discorso sopra svolto. Si tratta di un gruppo romano
di musicisti conosciuti nell'ambiente per avere militato in altre formazioni (il nucleo
originario del Banco del Mutuo Soccorso, i Fholks), con una cantante di origine
spagnola. Prodotti ed assistiti da Maurizio Vandelli, i ragazzi della Reale sfruttano il
momento con un sapiente sound basato principalmente sul piano e sul mellotron, con
strutture molto melodiche, sulle quali le parti più mosse si inseriscono per progressiva
accelerazione dei tempi, senza tuttavia elevarsi con spunti particolarmente originali.
E' la nuova generazione dei gruppi italiani, fra i quali voglio inserire i Jumbo, Quella
Vecchia Locanda e il Banco del Mutuo Soccorso. Una generazione che è in possesso
delle idee e dell'entusiasmo necessario, ma il cui lavoro si svolge ancora ad uno stadio
embrionale. Se uscirà completamente dal guscio, avremo anche noi finalmente una
musica bella e sufficientemente autonoma.
Ci prova intanto la Reale Accademia di Musica, con un primo album di sei brani
complessivi, tra i quali ricordo "Il mattino", "Padre" e "Vertigine".
Enzo Caffarelli

90
ROCKY'S FILJ
Storie di uomini e non

1973

I Rocky's Filj sono uno di quei tipici gruppi alla cui base non c'è tanto spirito di
emulazione, quanto una genuina necessità di esprimersi attraverso la musica: un
gruppo di amici che si radunano in cantina per dar sfogo a questa passione, senza
porsi, almeno in principio, obiettivi concreti né ambizioni stilistiche ben precise. Una
musica viscerale e libera, il cui unico appiglio culturale che si faccia sentire è il richiamo
verso il jazz, inteso anch'esso nella sua massima libertà e visceralità.
Tale era all'inizio, oltre due anni fa, la musica dei Rocky's Filj: ma le doti naturali e la
freschezza dell'espressione hanno presto inserito il gruppo in un discorso che forse
poteva sembrare lontano ed illusorio agli stessi musicisti. Dopo la proficua apparizione
al festival d'avanguardia e nuove tendenze di Roma, nel '72, i quattro ragazzi
tornavano in cantina, ma questa volta sotto la direzione notoriamente magica del
produttore Sandro Colombini. Tutto tempo che, alla luce di questo "Storie di uomini e
non", appare decisamente ben speso: il gruppo ha infatti intrapreso una strada
originale non solo per il panorama italiano ma anche per quello straniero.
La formazione decisamente inusuale, chitarra, ance, basso, sax, clarino e batteria -
non compaiono le tastiere, considerate oggi indispensabili - e la capacità di inserirsi
autonomamente in un discorso decisamente vivo e moderno, le parti fiatistiche
ricollegabili a certi King Crimson e un vago sapore di McLaughlin, fanno di questi
Rocky's Filj una piacevole realtà, infrangendo i timori di chi credeva che dietro a Banco,
PFM e Osanna non vi fosse più spazio per la musica rock italiana.
L'album, cinque brani piuttosto omogenei fr a i quali si distinguono "L'ultima spiaggia" e
"Martino", rivela una natura essenzialmente ritmica, stringata, priva di pesantezza; ma
altrettanto presenti sono episodi ricchi di respiri ampi, più pittorici, piccole isole di quiete
in mezzo ad un rincorrersi di temi ritmici, in cui la voce di Rocky è un metallo che canta,
cesella frasi di grande effetto.
Per il resto l'animosità e la freschezza della musica assorbe e miscela benissimo tutte
le matrici, poggiando su doti non comuni: una sezione ritmica impegnatissima e varia, i
sax ed il flauto perfettamente inseriti nella linea melodica, una sorprendente chitarra
capace di eccitanti assoli e di disegnare sfondi ricchissimi di contrasti.

Il disco è stato registrato in studio, ma senza sov rincisioni, curando in particolare la


produzione e la gamma dei suoi e dei timbri: il risultato è quanto di meglio si possa oggi
realizzare suonando una musica viva e moderna.
Enzo Caffarelli

91
ROVESCIO DELLA MEDAGLIA
La Bibbia

1971

Disco hard rock!!! Parti dell' antico testamento: La creazione, L'ammonimento, Sodoma
e Gomorra, Il diluvio...
La scritta dal vivo indica che è stato registrato in diretta, ovvero in una sola passata,
senza sovraincisioni e trucchi da studio, e non in concerto.
Non è male ... forse un po' grezzo !!! Comunque non è progressive
***
Ancora una volta qualcosa di "nostro" merita posto in questa rubrica. Il Rovescio della
Medaglia è un gruppo romano di quattro elementi, il chitarrista Enzo Vita, il bassista
Stefano Urso, il batterista Gino Campori ed il cantante Pino Bannarini.
L'album è stato registrato negli studi della RCA direttamente dal vivo, cioè con due
microfoni davanti al gruppo, senza nessuna operazione di filtraggio e di
sovrapposizione di nastri. Solamente gli effetti elettronici che aprono la suite e
compaiono poi di tanto in tanto sono preregistrati, e vengono utilizzati dal quartetto
anche negli spettacoli.
Il Rovescio della Medaglia mi sembra diverso da un po' tutti gli altri gruppi italiani, sia
quelli da tempo affermati, che quelli usciti di prepotenza nell'ultimo anno. Le loro
intenzioni sono quelle di creare un tipo di musica tutta propria, una specie di r ock
sinfonico, e questo album, concepito da parecchi mesi, e finalmente inciso dopo il
reperimento del fatidico "contratto", è il prim o passo verso una simile realizzazione, pur
restando in alcune parti vicino ad un hard rock di stampo tradizionale.
L'album ha pure il pregio di rappresentare un concetto unico, una specie di biblica
rievocazione suddivisa in sei parti: "Il nulla", "La creazione", "L'ammonimento",
"Sodoma e Gomorra", "Il giudizio" e "Il diluvio". Oltre ai testi, anche gli strumenti
cercano a turno di significare i personaggi e gli ambienti della Bibbia.
Enzo è un solista misurato, molto espressivo, mentre la sezione ritmica, specie per
merito di Stefano , è senza dubbio una delle migliori fra i gruppi italiani. Infine anche
Pino possiede una bellissima voce, elemento questo che manca a buona parte delle
nuove formazioni nostrane.
Enzo Caffarelli

92
ROVESCIO DELLA MEDAGLIA
Contaminazione

1973

Bellissimo inserimento di parti rock a parti tratte dal clavicembalo ben temperato di J.S.
Bach. Originale il tema trattato: parla di uno smemorato che ridestatosi pensa di essere
Bach...
Grandi "Ora non ricordo più", "Mi son svegliato e ho chiuso gli occhi" con una bella
alternanza di organo e violini e "La grande fuga" con grandi interventi di moog,
clavicembalo, organo e violini. "La mia musica" suona in maniera molto più leggera ma
è presente all'interno uno stupendo stacco di violini. L'arrivo nel gruppo di Di Sabbatino
giova sia alla produzione che al gruppo stesso e se ne può apprezzare appieno qui la
grande abilità di musicista in quanto l'esecuzione di alcune parti è davvero notevole.
Ottimo l'inserimento di parti di chitarra spesso distorta, di cui segnalo "Alzo un muro
elettrico".
Consigliato.
***
Come ispirarsi ai classici, come rinnovarne il fasto e la forza creativa capovolgendo
certi presupposti ed utilizzando un linguaggio diverso, originale, comunicativo? E' un
problema che buona parte dei musicisti pop si sono posti da tempo, dandovi ciascuno
una differ ente risposta.
Il Rovescio della Medaglia, dopo i dischi di hard rock intellettuale, sperimenta ora una
nuova strada, in collaborazione do Luis Bacalov, già autore di "Concer to grosso" dei
New Trolls e di "Preludio, tema, variazioni, canzona" degli Osanna. IL classico c he
funge da modello è Giovanni Sebastiano Bach: un Bach naturalmente trasfigurato,
come indica chiaramente il titolo completo dell'opera, "Contaminazione di alcune idee
di certi preludi e fughe del Clavicembalo ben temperato di J. S. Bach".
I ragazzi del Rovescio si sono dunque avvicinati al classico, al quale almeno in teoria
sono sempre stati interessati: in particolare all'affetto per Beethoven hanno affiancato
autori più moderni, come Bartok: il chitarrista Enzo Vita, che ha collaborato in sede
compositiva con Bacalov, cerca di riprodurre con il suo strumento certi archi tipici del
musicista ungherese. Inoltre il nuovo elemento, Franco Di Sebatino, ha introdotto le
tastiere nel gruppo e proviene direttamente dal classico.
C'è dunque una continua opera di osmosi, che alterna momenti estremamente
convincenti come altri forse più ingenui e scontati, ma con gli strumenti disposti in
maniera originale, senza inutili ripetizioni, soprattutto senza barocchismi superflui. Cosa
resti di Bach è difficile dirlo.
Sottolineo le note di copertina, in cui si accenna ad un immaginario Isaia Somerset,
musicista scozzese del '700, uno psicopatico che si sarebbe considerato figlio naturale
di Bach, e ad un altrettanto immaginario chitarrista pop Jim McCluskin, che del
Somerset si riterrebbe la reincarnazione vivente. In termini meno ermetici, anche il
Rovescio vuole ergersi ad utopistico modello di reincarnazione bachiana, ma con una
certa utoironia, senza presunzione, una volta tanto per questo gruppo.
La mano del maestro Bacalov ha saputo guidare e plasmare il quintetto romano,
ponendone in risalto le qualità tecniche, che sono indiscutibili, e smussandone gli
angoli più spigolosi e narcisisti.
La "Contaminazione" è una lunga suite divisa in tredici porzioni, differente decisamente
dalla precedente produzione del Rovescio della 93 Medaglia.
Enzo Caffarelli

ROVESCIO DELLA MEDAGLIA


Il ritorno

1995

Un miscuglio di musica leggera...ed io che pensavo in un grande ritorno...

SAMADHI
Samadhi

1974

Gruppo formato da elementi provenienti da RRR, L'uovo di Colombo e Teoremi per un


disco che francamente non entusiasma ma neanche dispiace. Buone le parti di tastiere
con il pianoforte sempre in evidenza, di basso e batteria. Una delle pecche è un uso
praticamente sporadico della chitarra che avrebbe sicuramente giovato e riempito certe
atmosfere leggermente spoglie. Il disco comunque non è male e spuntano "Un milione
d'anni fa", "L'angelo" e "Silenzio". Da segnalare inoltre "Passaggio di via arpino" con un
respiro di improvvisazione e "L'ultima spiaggia", sicuramente il miglior brano del disco.
Il gruppo infatti trova qui una splendida grinta e coesione proponendo il pezzo più
ambizioso con un ipnotico finale in crescendo di corale. Onestamente, se tutte le
composizioni fossero state sul livello de "L'ultima spiaggia", questo disco si
posizionerebbe in maniera ben diversa nella mia classifica personale...Comunque non
è male.

94
SEMIRAMIS
Dedicato a Frazz

1972

Altro gruppo mordi e fuggi...! e comunque altro glorioso disco italiano...!


Lo stile è classicamente prog nel canto mentre nelle varie parti strumentali l'atmosfera
diventa magicamente magnetica, quasi hard, ma mai ai livelli de Il Balletto di Bronzo!!!
Belle "La bottega del rigattiere", "Uno zoo di vetro" e "Frazz" .
La voce del cantante è acida e stridula... ma precisa per questo tipo di sound. Il suo
nome è Michele Zarrillo... e non è un caso di omonimia... ##%@@%§àçç!!!!
Consigliato
***
A dispetto dell'unica esibizione dal vivo cui mi è stato possibile assistere, i Semiramis si
presentano con un disco, che dovrebbe facilmente imporli all'attenzione del nostro
pubblico.
Il quintetto, guidato dai fratelli Michele (chitarre e canto) e Maurizio Zar rillo (tastiere) si
porta dietro ancora il retaggio tipico dei gruppi italiani, specie il difficile inserimento
della voce e dei testi nelle musiche (ma perché cantano ancora tutti come Nico Di
Palo?), uniti alla fatale immaturità degli esordi.
Ma la musica dei Semiramis è vivace e per certi versi originale: i testi sono buoni, le
carenze di ritmica e di fusione quasi assenti, e semmai mascherate dalla ricchezza di
corde e tastiere, legate e sovrapposte con molto gusto e padronanza di mezzi. Una
ricchezza espressiva, che a parte il sint e l'Eminent facente veci del mellotron, è
sottolineata dal vibrafono, affidato al batterista Paolo Faenza, ed alle campane, la
famigerate "tubular bells" del bassista Marcello Reddavide, e dalla presenza di un altro
ragazzo, Giampiero Artegiani, che affianc ano ora l'uno ora l'altro leader alla chitarra
acustica, alle dodici corde o al sint.
Le chitarre amplificate, tranne qualche scoria di hard rock, non sono fuor i posto nel
clima generale delle composizioni e della esecuzioni, piuttosto eterogenee, I brani
migliori: "La bottega del rigattiere", "Uno zoo di vetro" (con un esplicito richiamo a M ike
Oldfield), e "Per una strada affollata", dai delicati intermezzi acustici (anche i Genesis
hanno insegnato parecchio).
Bello il disegno interno della copertina di Gordon Faggetter, l'ex batterista di Patty
Pravo, oggi designer di successo: Gordon la sa lunga sulla pittura metafisica e sul
surrealismo, ed il suo quadro ricorda "In the wake of Poseidon" dei King Crimson.
Enzo Caffarelli

95
SHOWMEN 2
Showmen

1972

Gli Showmen tornano sulla scena contrassegnati dal numero due, dopo un lungo
periodo di stasi successivo alla dipartita di Elio D'Anna, ora con gli Osanna, e con
parecchie idee nuove e interessanti.

Sono ancora in sei, ma più della metà degli elementi non sono più quelli che
alternavano R&B commercialoidi a ripescaggi degli anni Quaranta.

L'album è inciso per l'esordiente etichetta B.B.B. (Beautiful black butterfly), e si


presenta con una confezione elegantissima, e completa di note, testi, adesivo e
manifesto. Ma quello che conta maggiormente è la musica, un tipico pop-jazz che gli
Showmen hanno sicuramente imparato dai Chicago (l'ultima volta che apparvero alla
televisione, se non vado errato due anni or sono, suonarono proprio la "Introduction" da
"Transit authority"). Il sestetto ricorda i Chicago per l'impostazione degli ottoni, la cui
sezione è guidata dall'ottimo italo-americano James Senes, rimasto portabandiera
della vecchia guardia. Ma per buona parte il disco si muove su orientamenti personali,
e sicuramente lascia intravvedere un futuro ancora migliore.
Come tutti i gruppi interessanti usciti negli ultimi tempi in Italia, due sono le
preoccupazioni di base del gruppo: scartare a priori una supina imitazione dei modelli
stranieri riagganciandosi alla tradizione italiana; e creare dei testi originali e validi,
cercando di adattarli nel migliore dei modi al linguaggio del rock.

I problem i sono stati risolti abbastanza bene, anche se forse troppa importanza è stata
fatta per tempo e per spazio alla parti cantate, tuttavia giustificate da una serie di testi
molto buoni ("Epitaffio", "E la vita continua", "Lo zio Tom").

Un album dunque con un cer to coraggio e degno di essere ascoltato. Un'altra prova
inoltre dell'importanza di Napoli (Osanna, Balletto di Bronzo, ecc.) nel discorso pop
italiano, con un invito per gli organizzatori di concer ti a tenere maggiormente in
considerazione la candidatura della città partenopea.
Enzo Caffarelli

96
STORMY SIX
L'unità

1971

Fra i complessi italiani della "nuova generazione" penso si possano includere i milanesi
Stormy Six, anche se per loro il discorso è piuttosto diverso.
"L'unità" è il secondo album del quartetto, dopo un primo risalente al 1968 e rimasto
piuttosto in om bra; esce quasi un anno dopo la partecipazione degli Stormy Six al
Festival di Viareggio del '71. Il gruppo ha dedicato questo disco alla storia e alla
cronaca italiana: la prima è ambientata negli anni a cavallo fra il 1860 ed il 1863, e
intende rivedere l'interpretazione eroica del Risorgimento. Secondo la visione degli
Stormy Six, in particolare di Franco Fabbri che ha guidato l'operazione storica, visione
discutibilissima, Garibaldi non fu un liberatore, ma fece soltanto mutare padrone al
popolo meridionale; il brigantaggio non fu una for ma di delinquenza, ma un modo di
ribellarsi all'autorità nuova, più esigente di quella borbonica; la repressione del
brigantaggio fu una delle pagine più nere della nostr a storia patria; il popolo non
accettava la nuova realtà sociale e lottava per cambiarla subendo sanguinose
repressioni.
Sono quattro storie, due rigorosamente vere, due liberamente inventate ma vicine allo
spirito dell'epoca: un quadro preciso di una storia non colta sui libri scolastici, ma
vissuta con gli occhi di quello che era il popolo: le musiche sono piuttosto semplici,
senza nessun effetto, ma con un legame preciso con la più semplice e nuda tradizione
italiana.
La seconda facciata è viceversa ambientata ai giorni nostri, con una musica più viva e
ispirata in maniera pedissequa ai coretti di Crosby/Stills & Nash, con argomento
principale la presa di coscienza politica degli studenti, coscienza che conduce ad un
impegno rischioso e difficile. La "Manifestazione" canta infatti la morte di un ragazzo
durante un corteo.
L'ultimo brano "Fratello", dedicato all'ex cantante del gruppo Claudio Rocchi, vuole
colpire quanti credono di risolvere i problem i del nostro mondo con la filosofia hippie,
proponendo un impegno individuale di amore e di pace, dimenticando certe
componenti sociali ed umane che modellano e influenzano il comportamento
individuale.
Un album piacevolissimo al di là di quelle che sono le interpretazioni storiche e le
imitazioni stilistiche: e soprattutto una strada originale nel cammino della musica
italiana per l'impegno e per la fr esca vena folklorica.
Da citare alcuni componenti del complesso Il Pacco che hanno aiutato nella
registrazione i quattro Stormy Six, Franco Fabbri, Massimo Villa, Luca Piscicelli e
Antonio Zanuso.
Enzo Caffarelli

97
The TRIP
The Trip

1970

Primo disco di questa band formata da due componenti italiani (Vescovi e Sinnone) e
due, penso, inglesi (Gray e Andersen). Come esordio non è male contando la precocità
dell'anno (1970), periodo di piena gestazione del rock progressivo italiano. Sono
comunque chiaramente presenti degli agganci stilistici al rock anni '60 (ad esempio i
vari cori) ed alcuni passaggi di organo di matrice blues. Non comprendo la scelta dei
titoli in italiano ed i testi in inglese, tranne in "Una pietra colorata", caratteristica
presente anche nei successivi dischi; magari per un possibile seguente lancio
internazionale...
Forse è solo un' impressione o una predilezione dettata dalle mie radici, ma il cantato
in italiano risalta molto di più lo stile della band. Spunta quindi la suddetta "Una pietr a
colorata" ma anche "Incubi" e "Visioni dell'aldilà".
Non male come disco d'esordio ma sicuramente inferiore ai successivi.

98
The TRIP
Caronte

1971

Secondo disco di questo gruppo (in cui rimane inalterata la formazione rispetto al
precedente) e un bel passo avanti come qualità. Il sound, infatti, perde, anche se non
totalmente, gli influssi degli anni '60 e si delineano i "tratti somatici" tipici del gruppo.
Buono l'inizio con "Caronte I", soprattutto nella seconda parte. Segue poi il giro
tiratissimo di "Two brothers" e la bellissima "Little Janie": la parte più soft del disco in
cui la voce del cantante ricorda vagamente John Lennon. Segue "L'ultima ora":
un'atmosfera quasi riflessiva con ritornelli esplosivi. Bella la parte centrale con stacchi
di Ham mond e solo di chitarra. Stacco di organo a canne e parte la chiusura di "Ode a
J.Hendrix": un omaggio al genio, anche se forse un po' troppo assillante sui timpani .
Chiude "Caronte II" che riprende il tema della prima parte.
Un Joe Vescovi sempre in prima fila per questo grande disco: il mio preferito del
gruppo insieme ad "Atlantide".
Consigliato.
** *
I complessi italiani continuano a darsi da fare per creare anche presso di noi una
musica interessante: il 1971 ha segnato alcuni risultati estremamente positivi, come la
piena conferma delle Orme, il primo album degli Osanna, quello non ancora edito dei
Panna Fredda, la nascita della Premiata Forneria Marconi.
I Trip, due ragazzi inglesi, un piemontese ed un ligure, tutti residenti in Italia ed operanti
per una casa discografica italiana, sono al loro secondo LP.
Il primo, chiamato semplicemente "The Trip", denunciava un'accurata ricerca
soprattutto di effetti sonori, affidata al leader musicale del quartetto, l'organista e
pianista Joe Vescovi. Anche in "Caronte" c'è una palese volontà di rinnovamento, e
solo raramente i musicisti si limitano a mettere insieme espressioni ed influenze dei
gruppi stranieri, dei modelli inglesi in particolare modo, com'è d'obbligo in questo
momento.
Quello che interessa con imm ediatezza è il fatto che l'album raccoglie cinque brani
mantenendo un tema unitario, più che altro da un punto di vista psicologico, perché i
testi sono pochi: è il tema di un viaggio immaginario, di tipo dantesco. La copertina
riporta disegni infernali, e gli stessi musicisti sono fotografati in costumi antichi nelle
acque di un stagno. Caronte, il mitologico traghettatore delle anime perdute, è qui
l'allegoria dell'ipocrisia di coloro che, secondo gli stessi autori, condannano i loro
"fratelli" morti, come Jimi Hendrix, il più di moda nelle celebrazioni.
A livello espressivo non c'è però dark sound, ma un rock meno effettistico, ricco di
spunti pregevoli, specialmente negli impasti fra l'organo di Vescovi e la solista di
William Grey, che costituiscono senza dubbio la nota più tipica del sound del quartetto.
"Caronte I", che apre la raccolta, è un episodio esclusivamente strumentale di fattura
violenta, mentre "Two brothers", con il testo completamente in lingua inglese, dopo un
inizio di strani rumori si snoda in un crescendo di organo e chitarra fino alla porzione
vocale, a metà strada fra i Led Zeppelin delle ultime esperienze ed i King Crimson di
"21th century schizoid man", sicuramente uno dei pezzi che ha più influenzato la scena
musicale degli ultimi due anni. Ci sono rapidi cambiamenti di tempo, come
caratteristica di tutto l'album, e si segnala il basso creativo di Arvid "Wegg" Andersen.
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La facciata B comprende la melodica "Little Janie", poi l'"Ode a Jimi Hendrix", un
susseguirsi di ritmi violenti e di episodi pacati, avvincenti nella seconda parte che si
apre con un organo da chiesa e poi si continua con la solista distorta celebrante una
specie dei marcia funebre su di un background percussionistico particolarm ente
"heavy".
Enzo Caffarelli

100
The TRIP
Atlantide

1972

Terzo disco e cambio di formazione: fuori Gray e Sinnone e dentro il bravo Furio
Chirico, astro della batteria con tecnica originale e pregevole (avrà modo di darne
prova anche nei successivi lavori con gli Arti e Mestieri). Il suond cambia leggermente
rispetto ai precedenti dischi grazie soprattutto al nuovo elemento che dona tecnica e
precisione alle canzoni. Le canzoni migliori sono sicuramente: "Atlantide" con un bel
intervento corale quasi ipnotico, "Evoluzione" con una batteria molto sostenuta ed
enfatizzata, "Energia" con il lungo solo di Hammond e un finale di piano effettato che
da una sensazione orientaleggiante e la bella melodia orecchiabile di "Ora X". Originale
anche "Analisi" con alternanze di piano (effettato od elettrico ?) ed organo a canne.
Segue il lungo assolo di batteria di "Distruzione", dove il nuovo entrato ha un'ulteriore
occasione per mettere in mostra le ottime capacità.
Un grande disco.
***
Tempi buoni per la musica italiana. Dopo un primo LP passato alquanto inosservato,
risalente al periodo in cui ancora si diffidava molto dei gruppi italiani, e più ancora di
quello anglo-italiani, e dopo un secondo che è serito soprattutto a rilanciarli senza per
altro ottener e consensi pieni da parte di tutti, ecco i Trip alla loro terza fatica
discografica che li conferma fra i migliori del nostro panorama.
"Atlantide" è l'immagine del mitico continente scomparso riflessa nella nostra civiltà,
come monito e speranza a un tempo, contro il tecnicismo esasperato e la corsa al
progresso della società del duemila.
Il gruppo si presenta senza il chitarrista, e con un nuovo batterista, il ventenne
piemontese Furio Chirico, mentre "Wegg" Andersen e Joe Vescovi sono al solito gli
autori dei brani ed i protagonisti delle esecuzioni.
Guardano indietro, a "Caronte", i nuovi Trip presentano soprattutto una maggiore
mobilità che li affranca dalla schematicità troppo rigorosa del rock, e spaziano verso lidi
pseudo-jazzistici, specie con la freschezza di idee e la nuova libertà che sembra
caratterizzare l'indiscutibile tecnica di Joe. Le novità possono essere colte a livello di
inventiva e a livello di sonorità; un piano elettr ico ed un organo, modificati
opportunamente ma senza troppi artifici, un generatore elettronico trovato quasi per
caso in uno studio di registrazione, utilizzati per creare espressioni interessantissime e
senza vuoti for malismi (come ad esempio si era verificato nel primo LP, in cui i Trip
rifacevano palesemente il verso ai Vanilla Fudge, e come oggi avviene per alcuni
colleghi, anche stranieri s'intende).
Tempi buoni per la nostra musica dunque. Ed è davvero incredibile osservare come i
Trip riescono con una strumentazione tanto esile a creare atmosfere piene, cercar
quasi di dare vita a suoni che rievochino profondità marine, o avvicinarsi ai toni
incantati del mellotron con un semplice piano elettrico.
L'album contiene un'unica suite suddivisa in otto sezioni. Le migliori: "Atlantide",
"Energia", "Analisi" e i pochi attimi conclusivi Enzo
di "Il Caffarelli
vuoto".

101
The TRIP
Time of change

1973

Da molti anni i Trip sono considerati una delle migliori formazioni italiane, anche se non
sono riusciti mai a sfondare completamente. Questo è il loro quarto disco, il primo per
l'etichetta Trident, e rispecchia il passato del gruppo, superandolo però per la nitidezza
delle esecuzioni e per la freschezza di idee, che confermano dei due veterani del
gruppo, il genovese Joe Vescovi e l'inglese Wegg Andersen, e nel nuovo elemento, il
batterista Furio Chirico, tre musicisti preparatissimi.
La formula triangolare, basata sulle tastiere e il desiderio di spaziare in ampie suites,
collocano i Trip all'ombra di EL&P, anche se in maniera diversa dalle Orm e. Ma è ad
altri modelli, soprattutto agli Yes, che il trio sembra ora avvicinarsi.
La prima facciata, "Rhapsodia", sono venti minuti di musica godibile, dove accanto
all'indubbia tecnica (che non va confusa con il tecnicismo, fine a se stesso, distinzione
che i lettori dell'Angolo del pop dovrebbero tenere costantemente presente), si rileva
una musica varia e gioiosa, senza pause o tentennamenti: una miscela delle solite
componenti rock, jazz e classiche, elaborate con gusto, sia da parte di Vescovi, che si
sbizzarisce sui tempi e sui timbri, sia da parte dei due ritmi, che sorpr endono per
continuità e presenza, e costituiscono una delle migliori coppie in Italia.
La seconda facciata non è dissimile, anche se frazionata in quattro episodi distinti. Le
cose migliori: "Formula nuova" e "Corale". I Trip non possono considerarsi sul piano
stilistico un gruppo italiano, come accade viceversa per BMS o PFM. E in fondo la
presenza di un inglese autentico può essere una giustificazione. Ma se i tre imitano
bene gli Yes, ad esempio, possiam o stare tranquilli: perché questo potrebbe essere il
punto di partenza ottimale per sviluppare un discorso più autentico e più nostro.
Enzo Caffarelli

102
Vince Tempera
Art

1973

Vincenzo Tempera, milanese, ha fatto un po' di tutto prima di registrare questo disco
che potrebbe essere il passo più importante della sua già lunga carriera artistica: ha
diretto l'orchestra al festival di Sanremo, ha curato gli arrangiamenti per Nomadi,
Giganti, Guccini e tanti altri, ha inciso "Love story" e "Anonimo veneziano", si è dato da
fare come sessionman, specie nell'ultimo anno.
Pianista di razza, diplomato in conservatorio, Vince ama il jazz ed il classico, il soft r ock
californiano e la ballata tradizionale, un po' come uno dei suoi idoli, Keith Jarrett, ed
offre in questo album un volto eterogeneo che risponde perfettamente al personaggio.

"Art" è stato registrato metà in studio e metà dal vivo al Number One di Sanremo. La
cosa più importante è c he Tempera si presenta ad un pubblico difficile come il nostro
con il solo pianoforte, senza accompagnatori. La sua inventiva, il vigore che
costantemente sorregge l'opera, la tecnica eccellente che egli ha saputo sviluppare con
entrambe le mani, gli cons entono giuochi ar moni e ritmici godibilissimi, per cui la
musica non viene a soffrire della presenza di un unico strumento.
Per Vince il pino è uno strumento da trattare con forza e vigore, strumento melodico e
ritmico a un tempo. La sua tecnica è precisa, asciutta, con una chiara predilezione per
il tocco breve, misurato, senza barocchismi di sorta.

Nei pezzi più vicini al rock, egli sembra aver tratto la stessa lezione di Elton John e di
Leon Russell, che discendono in fondo dai rockmen della prima ora: così ne "Il mio
cane si chiama Zenone", già registrata nel "solo" di Alberto Radius ed in "Space
captain", un brano reso celebre da Joe Cocker in "Mad dogs".

"Here comes the sun" è un omaggio ai Beatles, ampliato da qualche fugace citazione
di "Eleanor rigvy" e di altri pazzi celebri. "Cerveza" prende le mosse da un jazz di
vecchio stampo, e si sviluppa sino a far individuare le influenze di Jarrett, mentre "Goin'
on" e "Gabbia di città" si rifanno più da vicino ad Herbie Hancock, l'Hancock di "Maiden
voyage".
"Gabbia di città" in particolare, la composizione più ambiziosa del LP, riassume il
carattere complessivo di Tempera: un saggio a metà strada fra il colore debussyano e
la costruzione armonica gershwiniana: descrizione breve di frasi, poi rimescolate come
in un caleidoscopio, armonie sviscerate e dissolte, poi ricostruite dall'interno, sfruttando
piccoli frammenti tematici. Una della migliori improvvisazioni del pianista.
Enzo Caffarelli

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